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-The Project Gutenberg eBook of Cenno storico sull'antichissima città
-di Ruvo nella Peucezia, by Giovanni Jatta
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia
-
-Author: Giovanni Jatta
-
-Release Date: October 18, 2022 [eBook #69176]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CENNO STORICO
-SULL'ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA ***
-
-
- [Illustrazione: (Ritratto dell'Autore)]
-
- CENNO STORICO
- SULL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO
- NELLA PEUCEZIA
-
-
- DEL GIURECONSULTO NAPOLITANO
-
- GIOVANNI JATTA
-
-
- COLLA GIUNTA
-
- Della breve istoria del famoso combattimento
- de’ tredici Cavalieri Italiani con
- altrettanti Francesi seguito nelle vicinanze
- della detta città nel dì 13 Febbraio
- 1503.
-
-
-
- IN NAPOLI 1844
- DALLA TIPOGRAFIA DI PORCELLI
- _Strada Mannesi num. 46._
-
-
-
-
-L’AUTORE
-
-AL SUO NIPOTE GIOVANNINO JATTA.
-
-
-_Eccoti il mio _Cenno Istorico_ sull’antichissima città di Ruvo che ti
-ho promesso. Sarà forse questa l’ultima mia produzione letteraria. Il
-peso degli anni aggravato vie più dalle forti e continue traversie di
-salute che sto soffrendo, a grandissimo stento ha potuto permettermi
-di soddisfare questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo
-indirizzo a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del santo
-amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi se io l’ho
-sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure allo stesso modo._
-
-_Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel bujo che
-teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine. Mi lusingo di averlo
-fatto non senza un successo che riempie il mio cuore di gioja, e
-compensa largamente il travaglio non lieve che mi è ciò costato. Manca
-al mio lavoro quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata;
-ma i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua
-energia, ed illanguidiscono l’applicazione._
-
-_Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi mancante
-nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me cominciata per
-l’onore della nostra Patria. Continuando con fervore ad istruirti
-nelle Lettere, facendo di esse la tua passione e la tua delizia, ed
-incitando il tuo cuore a questa santa emulazione, potrai porti in grado
-d’illustrare vie più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle
-cognizioni, delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro._
-
-_Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io ho terminata. La
-tua posizione, le tue circostanze, il mio nome istesso che tu porti ti
-chiameranno un giorno a prender parte nelle cose relative alla nostra
-Patria. Cerca sempre di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi
-per sostenerne l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti,
-per promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi, ed i
-partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi._
-
-_È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù dell’uomo
-dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui devi tu aspirare. Sii
-sempre unito ai veri e bravi cittadini che sinceramente divideranno
-con te questi nobili e virtuosi sentimenti. Guardati da chiunque con
-mentito zelo ha la Patria solo nella bocca, e nel cuore il proprio
-interesse. Sarebbe desiderabile che questa razza di uomini non vi
-fosse; ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a profitto
-questo mio avviso._
-
-_Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal tuo amore e
-rispetto per me che la Popolazione di Ruvo dalle tue operazioni abbia
-sempre a lodarsi di averti io allevato con que’ medesimi sentimenti
-diretti al vero bene della comune Patria che in ogni tempo ha in me
-costantemente sperimentati._
-
-
-
-
-È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le notizie istoriche
-relative all’antichissima città di Ruvo mia patria che ho sempre amata,
-ed amo sommamente. Ma quando li miei anni erano verdi e la mia salute
-robusta, prima le occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri
-della Magistratura non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili
-ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio,
-mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza positiva del
-materiale che bisogna per potersi tessere una Storia.
-
-Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono rimaste nella
-oscurità sia perchè sono mancate le occasioni che avrebbero potuto dare
-agli antichi Scrittori la opportunità di parlar di esse, sia perchè
-le opere di coloro che ne han parlato non sono sventuratamente giunte
-fino a noi. La città di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico
-Scrittore. Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche
-città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione, delle
-sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze e nelle belle arti,
-e di ogni altra circostanza che possa rendere ragguardevole una città
-nulla si conosce dagli antichi Scrittori.
-
-Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime possono
-attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia animato dall’impegno
-positivo d’illustrare una città. Quindi è che i Commentatori degli
-antichi Scrittori, e coloro che hanno scritto sulla Geografia antica
-non hanno dati della città di Ruvo che cenni molto brevi e secchi,
-e talvolta anche assurdi, ed incoerenti come anderemo a vederlo nel
-prosieguo del mio discorso.
-
-Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato, si è che
-Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia antica un’opera
-elaborata ed erudita e non ha omesse le città le più meschine ed
-oscure, non ha onorata la città di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella
-Carta della _Magna Grecia_ che ci ha data alla fine della Sezione
-III capo IX del lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia
-nomenclatura alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo
-luogo!
-
-Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte in gran numero,
-ed altre già pubblicate pruovano con piena sicurezza ch’era Ruvo una
-delle più antiche città Greche dell’Italia. Il chiarissimo Canonico
-Mazocchi bene a proposito, osserva che per potersi distinguere le
-nostre antiche città Greche da quelle fondate dagli antichi abitanti
-delle nostre Regioni, bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi
-Scrittori, e soggiugne: _At Scriptorum quorumlibet testimoniis longe
-exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum ænearum monumenta,
-quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu
-dubitabit[1]?_
-
-Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra città tra le
-altre città Greche, delle quali fece la enumerazione, causa ne fu il
-silenzio degli antichi Scrittori su tal circostanza, e ’l non esser
-state all’epoca in cui egli scrisse pubblicate ancora o conosciute le
-antiche monete Greche Ruvestine, le quali hanno scoperta dappoi la sua
-origine. Nè si erano a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che
-all’epoca nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li
-numerosissimi vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende
-Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza delle forme, e
-per la nobiltà e perfezione del pennello, che per la ricercatezza delle
-favole non ovvie che vi sono dipinte.
-
-Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano i vasi
-di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati, si hanno attirata la
-giusta ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, e pruovano a
-trabocco due circostanze. La prima che nella città di Ruvo fiorivano
-in grado eminente le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti
-giustificano la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena
-istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè meno
-pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento, di bronzo, e
-di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse ed eleganti forme.
-
-La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche e
-ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si trovano riposti
-ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di quello che si pagano
-adesso, ed un lusso funerario così profuso non potevano usarlo che le
-persone distinte e doviziose.
-
-Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della città,
-e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle diverse
-trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi portano anche
-più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione di credere che
-la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti dell’Acaja
-che prima della guerra di Troja vennero a stabilirsi nella Italia
-sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, e mi lusingo di poterlo
-concludentemente dimostrare.
-
-In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che hanno potuto
-aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare che m’imbatto in una
-oscurità anche maggiore. Scarsissime sono le notizie che si possono
-trarre dalle Cronache. Mi è quindi impossibile scrivere una storia
-ordinata. Debbo per necessità limitarmi a quelle poche cose che la
-mia avanzata età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han
-potuto permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città di
-Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali infervorati dallo
-stesso impegno d’illustrare vie più la commune Patria, si applichino a
-dilatare per l’onore della stessa quella via che sono stato io il primo
-ad aprirla.
-
-Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran parte negli
-avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto superstite di coloro
-che potevano esserne bene informati, sono al caso di poterne parlare
-con quella verità, e minutezza che a niun altro sarebbe facile.
-Cercherò quindi farlo nel modo che possa riuscire anche utile e
-profittevole ai miei concittadini tanto presenti che futuri.
-
-
-
-
-CAPO I.
-
-_Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo._
-
-
-Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo
-non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al
-suo libercolo Geografico fu _De situ Orbis_. Non si occupò quindi di
-altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora
-conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime
-sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta
-descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo
-libercolo, poichè disse: _Dicam autem alias plura, et exactius: nunc
-autem ut quæque erunt clarissima, et strictim_.
-
-Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città
-principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè
-sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco.
-Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di
-esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla _Corografia_,
-nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2].
-
-Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo
-nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di
-cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di
-lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una
-manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima,
-ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto
-nominata doveva per necessità parlarsi.
-
-Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si
-andava a Roma, e dice: _Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui
-Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via
-urbes sunt Egnatia, Celia, NETIUM, Canusium, Herdonia_[3]. Descrive poi
-l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne:
-_Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam
-Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam
-reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX_[4].
-
-Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava
-l’antica Peucezia, quel _Netium_ che si vede situato tra Celia e Canosa
-ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto
-che _Netium_ Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica
-intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una
-emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno
-di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza
-della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che
-porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire
-quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque
-a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione
-interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.
-
-Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì
-_Celia_, soggiugne: _De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium
-Plinii_. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un _forte_ per
-altro, non può aver luogo. L’_Aletium_ di cui parla Plinio nel luogo
-che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro
-Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi,
-ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome
-intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si
-potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una
-città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia
-all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia.
-
-Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον
-fa la seguente osservazione. _Netium nusquam in isto tractu nominatam
-reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce_ Κανυσιον _orta sit illa_
-και Νήτιον, _quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent_. Ma è una idea
-molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento
-della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe
-tampoco a provare la non esistenza della città denominata _Netium_ per
-la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore,
-come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre
-antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione.
-Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata _Netium
-nusquam in hoc tractu reperio nominatam_.
-
-Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che
-aveva detto Casaubono, ed osserva: _Putat Casaubonus_ τό Νήτιον _esse
-male repetitum ex_ Κανυσιον _quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs,
-seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post
-Celiam_ Ehetium, _puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone_
-Νήτιον; _sed vel corruptam esse ex_ Ehetium _tabularum, vel_ Ehetium
-_corruptum in Tabulis ex_ Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta
-da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’_Ehetium_
-della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.
-
-Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare _ignotum per ignotum_. Se
-sconosciuto agli antichi Scrittori è il _Netium_ intruso nel testo di
-Strabone, ignoto è del pari l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana.
-D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere
-argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi
-in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove
-città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di
-Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando
-le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.
-
-In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane
-furono pubblicate da _Marco Vesero_. Nella sua prefazione alle stesse
-ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di _Corrado
-Peutingero_, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece
-costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei
-le crede un _Itinerario militare_ formato ai tempi di Teodosio, non già
-da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati
-nelle Armate di quel tempo che si chiamavano _Metatores_. Si
-adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di
-essi Vegezio nel lib. I cap. 7.
-
-Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza
-Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o
-mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella
-sua prefazione alla _Geografia antica_. Nè sono queste osservazioni
-che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane
-per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate.
-Facendosi poi alle stesse attenzione, _passim_ si scorge la corruzione
-de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate.
-
-Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè
-talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può
-trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però
-si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono
-capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta
-standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica
-Peucezia quell’_Ehetium_ del Palmerio si vede in essa situato tra Celia
-e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che
-nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può
-aver che fare col preteso _Netium_ di Strabone che verrebbe a ricadere
-nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi.
-
-Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor _Millingen_ ha opinato
-che l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica
-città della Peucezia denominata _Azetium_, le di cui monete portano
-la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo
-incerte. Egli crede che gli _Azetini_ debbono essere lo stesso Popolo
-riportato da Plinio sotto il nome di _Ægetini_ nel libro III cap.
-XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale
-di _Rutigliano_ perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi
-trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per
-vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia
-verso Taranto come l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana. Quindi la
-emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento.
-
-Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino,
-di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica _ab Æquotutico
-Hydrunto ad Trajectum_ sulla parola _Herdonia_ propone un’altra
-emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice
-delle altre che si son premesse. _Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio
-Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis
-per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque
-Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et
-Canusium, et Herdonia. Legendum enim_ Neritum _arbitror, unde Plinius_
-Neritinos, _non_ Netium.
-
-Ma il sostituire la parola _Neritum_ al preteso _Netium_ di Strabone
-è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta
-emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era
-nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare
-la città denominata _Neritum_ da Tolomeo, e _Neretum_ nella Tavola
-Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di _Nardò_
-formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia
-e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro
-Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il
-Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione
-de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P.
-Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo
-Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una
-giustificazione della parola _Netium_ intrusa nel testo di Strabone, la
-quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella
-edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre
-edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta
-edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle
-una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come
-si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che
-saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.
-
-Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda
-Regione ha allogati _Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos_.
-Sotto il nome di _Apulia_ vi ha compresa tanto la Daunia, che la
-Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda
-Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e
-dice; _Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata
-Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine
-Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani,
-et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates
-cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani,
-Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses,
-Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates
-cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14]
-RUBUSTINI[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini,
-Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini,
-Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17],
-Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, NERETINI,
-Valentini, Veretini._
-
-Ora è quì notabile che la parola _Neritini_ in tutte le altre edizioni
-di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta
-si vede unita ai _Rubustini_, ed ai _Silvini_. La seconda è allogata
-ne’ _Salentini_. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città
-di questo stesso nome, e la città denominata _Neritum_, o _Neretum_
-trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato
-questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha
-bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che
-sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si
-vede riunito ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e ritenerlo nel luogo che
-sussiegue, ove si vede allogato ne’ _Salentini_ ai quali realmente
-apparteneva, come appartiene anche oggi la città di _Nardò_ ch’è
-l’antico _Neritum_.
-
-Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per
-dare esistenza a quel _Netium_ che niuno ha saputo vedere ove sia
-stato, ha troncata e mutilata la parola _Neritini_ che si legge in
-tutte l’edizioni di Plinio unita ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e
-ne ha formata la parola _Netini_ di sua assoluta creazione. Quindi
-nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente
-osservazione: _Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque,
-Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam
-addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit,
-reddantur._
-
-Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta.
-Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione
-della parola _Neritini_ di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad
-introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a
-tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone
-da un errore degli amanuensi.
-
-In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della
-parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente
-un’_ambiguità_. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul
-preteso _Netium_, quanto sull’antica città di _Celia_. Passa a rassegna
-le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola
-Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre
-il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione
-di tanti Uomini per altro dottissimi.
-
-_Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas
-recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam,
-Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi,
-quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III
-cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit,
-quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque
-millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie
-via publica ducit_[19]. _Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum
-agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum_
-Ael. Munic. Coel. Ant., _quasi_ Ælium Municipium Cælium Antoninianum.
-_Sed_ Νήτιον _Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat.
-Strabonis verba sunt_ έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον,
-καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium,
-et Canusium, et Herdonia. _Casaubono videntur expungendæ voces_ καί
-Νήτιον, _tanquam ex una_ Κανύσιον _bis perperam exscripta natæ, quod
-violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum
-quidem ad_ Natiolum _Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod
-hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec
-vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit_ Νήτιον _Strabonis
-esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet_[21]. _Harduinus Plinii lib.
-III cap. XI_ Netinos _inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non
-ostendit, ubi priores_ Neretinos _legerunt, qui paulo post repetuntur,
-et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur.
-Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et_ Netinos _reliquit
-tanquam lectionem genuinam_[22].
-
-Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi
-è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di
-esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero
-che il preteso _Netium_ di Strabone sia lo stesso che l’attuale città
-di _Andria_ sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand
-nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: _Netium oppidum Apuliæ
-Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat
-Surita_. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice:
-_Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam
-Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit
-Surita ad Antonini Itinerarium_[24].
-
-Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra
-mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di
-Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo
-P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che
-non ebbe mai alterando, e mutilando la parola _Neritinos_ che si legge
-nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta
-questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione,
-le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva
-divergenza, la quale non può non destar meraviglia.
-
-Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la
-parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è
-la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva
-fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον
-era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di
-fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta
-osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita
-al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da
-una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere
-allogata tra Celia e Canosa.
-
-Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia
-fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città
-intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non
-fosse mancata, ed era questa la città di _Ruvo_. Quindi quel Νήτιον
-altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone
-in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto _Rubi_. A
-confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu
-come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato.
-Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito
-a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma
-traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual
-era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada
-suddetta da lui descritta.
-
-Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione
-del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti
-osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea
-posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada
-suddetta da lui indicate sarebbero _Egnatia, Celia, Netium, Canusium,
-Herdonia_. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio
-da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo
-divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare
-a _Celia_ andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a
-poche miglia di distanza dall’antica _Celia_.
-
-Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a quel
-_Netium_ ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare a
-_Ruvo_ ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra
-Canosa e Bari.
-
- _Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum_
- _Carpentes iter, et factum corruptius imbre._
- _Postea tempestas melior, via pejor ad usque_
- _Bari mœnia piscosi_[25].
-
-Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e
-Celia. Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine
-della stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio.
-
-Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e
-Canosa fosse stato quel _Netium_, che da taluni si è spacciato con poca
-riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di _Andria_,
-ne sarebbe da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi
-assolutamente incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria
-vi è la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa
-quella di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico,
-o nuovo si trova un cammino di due giornate ripartito con una simile
-insensatezza?
-
-Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino
-da Celia al preteso _Netium_ secondo il sistema di viaggiare di quel
-tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di
-aver fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino _utpote longum carpentes
-iter_. Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto
-più lungo sarebbe stato il cammino da Celia a _Netium_ (Andria),
-essendovi una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti
-quindi si rende chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto,
-ed intruso in quel luogo di Strabone ove vi era scritto _Rubi_, vera ed
-unica città di fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada
-da Roma a Brindisi che imprese egli a descrivere.
-
-Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario
-dell’Imperatore Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma
-fino ad Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la
-prima che traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta
-quindi la stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così
-riportata. _Ecas_ (Troja) _M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio
-M. P. XXV. RUBOS M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI[26] Barium M. P. XII._
-
-Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte
-le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come
-il luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia
-lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi
-dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia
-da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari.
-
-Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data
-dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi
-ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia
-fino a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino.
-In cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da
-Gerusalemme a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove
-si pernottava detti _Mansiones_ nell’Itinerario di Antonino, ma anche
-quelli ne’ quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali
-da tiro che nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo
-_Mutationes_, come anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella
-prefazione allo stesso premessa.
-
-Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora
-si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città
-di Bari indicata col nome di _Beroes_, si vengono a segnare gli altri
-luoghi da Bari in qua, e si dice così: _Civitas Beroes M. XI. Mutatio
-Botontones_ (Bitonto) _M. XI. Civitas RUBOS M. XI. Mutatio ad quintum
-decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis_
-(Erdonia) _M. XV etc._
-
-Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata
-intermedio tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed
-in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto _Netium_ di
-Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato
-lo istesso che l’attuale città di Andria.
-
-Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso
-Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della _Mutazione_, o sia
-del cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo
-reca così _Mutatio ad quintum decimum_. Risulta da ciò chiaramente che
-cotesto luogo anonimo della _Mutazione_ suddetta non doveva esser altro
-che un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo
-di cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo
-cangiamento delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si
-cangia la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade
-Consolari.
-
-Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione:
-_Porro_ Mansio _quid sit nullus puto ignorat_. Mutationes _sunt
-veredorum, vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque
-pabulis instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ
-peregrinantibus necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris,
-ut XI Cod. Theodos. tit. I cap. IX._
-
-Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana vi
-fosse stata a mezza via la pretesa città denominata _Netium_ (ora
-Andria), la _Mutazione_ si sarebbe situata nella città suddetta, e
-non già in un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello
-stesso Itinerario il luogo della _Mutazione_ tra Bari e Ruvo si vede
-stabilito nella città di Bitonto che sta alla metà del cammino tra
-l’una e l’altra. Si vede lo stesso replicato anche in tutti gli altri
-luoghi, ne’ quali tra due città di fermata ove i viandanti pernottavano
-dette _Mansiones_, vi era una città intermedia ove situar si poteva la
-_Mutazione_ delle vetture o degli animali.
-
-Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti e
-gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine,
-e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può supplire
-con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad una
-campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto _Netium_,
-si sarebbe ivi situato il luogo della _Mutazione_, e non già in mezzo
-ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi.
-Le _Mutazioni_ si situavano a tal modo quando non si poteva fare
-altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città.
-
-Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla _Via Appia_ ha creduto
-che il luogo della Mutazione _ad quintum decimum_ tra Ruvo e Canosa
-segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle
-vicinanze di quell’antica osteria che porta oggi il nome di _Guardiola_
-messa a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a
-Canosa. Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze
-della osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono
-i tratti delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per
-quel luogo[27].
-
-Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica
-osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario,
-se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione _ad
-quintum decimum_ indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è
-conservata per osteria ne’ tempi posteriori[28]. Ma questo istesso
-esclude la esistenza del preteso _Netium_ di Strabone che si vuol
-credere lo stesso che l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra
-convincentissima ragione.
-
-La predetta osteria detta _Guardiola_ è lungi da Andria due miglia e
-mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava
-pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non
-poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è
-discosto due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie
-più che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città
-denominata _Netium_ sulla strada consolare che da Brindisi menava a
-Roma è manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non
-vi era alcuna città per la quale fosse la stessa passata.
-
-Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso
-_Netium_ di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città
-molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò
-Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno:
-
- _Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat_
- _Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset_
- _Ditior his Petrus consanguinitate propinquus._
- _Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,_
- _Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris_[29].
-
-Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani
-nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi
-tra loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle
-loro armi[30]. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò
-di accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria,
-Corato, e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani
-ch’era in quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico
-Gio. Antonio Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di
-Andria, Corato, Bisceglia e Barletta[31].
-
-L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna
-Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella
-città edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di
-Andro sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta
-storietta coll’addurre anche ciò che ne han detto _Arrigo Bavo_ nella
-descrizione del Regno di Napoli, e _Ferdinando Ughellio_ nella sua
-Italia Sacra, i quali convengono che fu la città suddetta edificata
-da Pietro Normanno Conte di Trani[32]. È una cosa questa per altro che
-si confuta da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e
-suggerita solo dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo.
-
-Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, le
-città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da
-Diomede nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese
-giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria
-non si sarebbero fatte tante dispute su quel _Netium_ di Strabone di
-cui ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica
-città Diomedea l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome
-di _Andria_ o _Andro_, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia
-antica.
-
-Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia
-siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste
-due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’
-Normanni nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi
-di sopra trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate
-le due novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e
-fortificate le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero
-pos’egli una differenza tra le prime e le seconde, e cercò questa di
-esprimerla nel miglior modo che seppe farlo col mediocre latino in cui
-si vede scritto il precitato suo poemetto proprio della poca nitidezza
-dello stile di quel tempo.
-
-Parlando di Andria disse _condidit hic Andrum_. Passando a parlar
-di Corato soggiunse _fabricavit et inde Coretum_. Ma per Bisceglia e
-Barletta si valse del vocabolo _ædificavit_, e disse _Buxiliam, Barolum
-maris ædificavit in oris_. Le parole _condidit_ e _fabricavit_ fanno
-intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città
-fatte di pianta. La parola _ædificavit_ di cui si valse per Bisceglia
-e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate,
-ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio
-nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola
-_ædificavit_ fa la seguente osservazione: _Munisse puto hoc noster
-ædificare appellat_[33].
-
-Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al
-tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto
-che le predette due città già esistevano molto prima della venuta
-de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone,
-di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè
-per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola
-Peutingeriana sotto il nome di _Balulum_, ed in altre edizioni di
-_Bardulos_, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di
-_Barulum_.
-
-Nella stessa Tavola vi sono anche _Turenum_ Trani, e _Natiolum_
-Giovinazzo. Non vi è _Buxilia_, detta da altri _Vigiliæ_, perchè questa
-nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser
-dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni,
-poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia _medii ævi_
-colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del
-Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che _Sergius
-(alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus
-Vigiliarum_[34].
-
-Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla
-della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo
-che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re
-Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio
-che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle
-armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali
-abbonda: _Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat
-quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen
-duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas
-continebant_[35]. Da tutt’altro quindi che dal _Netium_ di Strabone, o
-dall’Isola denominata _Andro_ si è ripetuta la etimologia del suo nome.
-
-Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che
-furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro
-antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le
-monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri
-pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo
-esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta
-a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso
-_Netium_ di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di
-Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole
-di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari.
-
-Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione
-sulla parola _Netium_ di Strabone. Si è dimostrato concludentemente
-che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli
-amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo
-che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di
-fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso
-a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa
-da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla
-pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta
-da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.
-
-Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro _de
-Coloniis_. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore
-non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’
-terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni
-seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da
-lui chiamate _Provincia Apuliæ_, e _Provincia Calabriæ_. Nella prima
-riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si
-vede allogato _l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino_ etc. Nella
-seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro
-Ruvestino: _Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera
-in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam
-esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus,
-Orianus, RUBUSTINUS, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus,
-Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime
-autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum
-intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas
-declaretur_[36].
-
-Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è
-sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi
-Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione
-latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu _Rubi_. Non
-bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate
-nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova _Auctore N.
-Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo_ si vede
-la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome
-di _Rubustum_. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese
-questo nome dai _Rubustini_ di Plinio, e dal _Rubustinus ager_ di
-Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario
-di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola
-Peutingeriana è la nostra città chiamata _Rubi_ e non già _Rubustum_.
-
-Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai
-più grave allora che sulla parola _Rubi_ fece la seguente osservazione:
-_Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia,
-seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94_[37]. Fa veramente
-meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver
-avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel
-suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a
-pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città
-della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto
-Stefano giustamente redarguito da _Baudrand_ nelle sue note al Lessico
-Geografico di Ferrario, ove sulla parola _Rubi_ osserva: _In Thesauro
-linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs
-Apuliæ_.
-
-Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo
-nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata
-anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere
-attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. _Rubi
-est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum.
-Horat. in Serm. I sat. 5 etc._ Ma oltre che una città di questo nome
-non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere
-invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di _Ruvo_ della
-Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania.
-
-Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra
-città con _Rufræ_ della Campania, e con _Rufrium_ degl’Irpini. A
-coteste sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle
-loro note sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola _Rubos_
-in esso riportata osserva: _Plinius lib. III cap. XI Rubustinos
-populos recenset, qui in exemplari Toletano Rubisini cognominantur.
-Horatius Canusio se Rubos venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94.
-Quo loco miror cur venerit in mentem Dionysio Lambino egregio ejus
-Auctoris Commentatori affirmare eam urbem esse Campaniæ, præsertim
-ipso attestante Canusio, quod Dauniorum Apulorum oppidum erat, Rubos
-pervenisse, et qui antea prædixerat_
-
- _Incipit ex illo Montes Apulia notos_
- _Ostentare mihi, quos torret Atabulus._
-
-Il secondo poi dice: _Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii
-Sipontini editam die VII Januarii, qui _Rubos_ cum _Rufris_ Virgilii,
-et _Rufrio_ Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit,
-ita nec obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271
-Rufrium, et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis.
-Rubustini in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de
-Coloniis pagina 127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in
-Chronico Lupi Protospatæ anno MLXXXII_.
-
-Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per altro
-eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della
-sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il
-seguente titolo _Græcia magna, sive pars ultima Italiæ_. In cotesta
-carta vedesi molto bene la nostra città allogata _in Apulia Peucetia_
-tra Canosa e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata
-col doppio nome _Rubi Rufrum_, mentre cotesto _Rufrum_ è alla stessa
-perfettamente estraneo!
-
-Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in
-contraddizione di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto
-della città della Campania chiamata _Rufræ_, quanto del _Rufrium_
-degl’Irpini, come ha potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia
-dell’altra alla nostra città che nella sua carta l’ha egli stesso
-allogata in una Regione diversa, qual è la Peucezia? Della prima di
-esse dice così: _Supra Theanum in ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio
-lib. VII vers. 739_ = Quique Rufras Batulumque tenent, atque arva
-Celennæ. _Obscura nomina: Campaniæ tamen cum ceteris quæ præcedunt,
-quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi._ Rufras, Batulumque castella
-Campaniæ a Samnitibus condita. _Holstenius auctor est Præsentiani in
-Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est_
-
- M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO
- RUFRANI COLONI[38].
-
-Per la seconda poi osserva: _Tandem in extremo Hirpinorum ultra Compsam
-Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum est,
-cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras a Rufrio
-supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus,
-Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII cap.
-XXV_. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria oppida in
-potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. _Samnio attribuit, sed
-laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites sunt,
-comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod credit
-Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum_[39].
-
-O che però _Rufræ_ e _Rufrium_ siano una stessa cosa, o che siano
-due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza,
-manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di
-Ruvo della Peucezia. Quel _Ruvo_ di cui ha quì parlato Cluverio non
-è la nostra città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta
-anche questo nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata
-volgarmente detta _Ruvo della Montagna_, per distinguerla dalla nostra
-città riputata per una delle città della Marina. Con poca riflessione
-quindi il Cellario ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla
-nostra città quel doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure.
-
-L’unico suo nome latino ha _Rubi_ che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi
-tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta
-corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede
-segnato ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si
-parlerà in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della
-Geografia antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha
-data il Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori
-delle cose Italiche.
-
-Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve n’è
-stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la
-Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un
-cittadino tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città
-coll’altra antica città chiamata _Rudiæ_, la quale era sita nell’antica
-Calabria tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio.
-
-Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato
-_Pater Ennius_, disse: _Rudium hominem Majores nostri in Civitatem
-receperunt_[40]. Strabone dice: _Tarentum versus compendioso itinere
-per Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ_[41]. Presso
-Pomponio Mela si legge: _Et Ennio cive nobiles Rudiæ_[42], e Silio
-Italico dice di lui
-
- _Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,_
- _Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno_[43].
-
-Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato
-che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno
-fatto conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione
-Greca, o pure una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è
-rimasta in una perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana,
-l’hanno pienamente e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi
-rinvenute, delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno
-esse di guida alle ulteriori mie investigazioni.
-
-
-
-
-CAPO II.
-
-_Delle antiche monete della città di Ruvo._
-
-
-Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò
-a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi
-oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato
-riserbato alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni
-specie, i quali hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi
-non meno la origine Greca della nostra città, che la sua opulenza, la
-sua coltura, e ’l gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle
-arti.
-
-Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il
-nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a
-segno che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città
-fra quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche
-moneta Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla
-città detta _Basta_, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata
-_Rhypæ_, di cui avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel
-capo V.
-
-Il _Magnan_ fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo
-la moneta malamente creduta di _Basta_ la quale presenta da una parte
-una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata
-di Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ[44]. È questa però una delle
-monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel
-detto capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno
-antiche, e con _tipi_ diversi sono state pubblicate dal chiarissimo
-Cavalier Francesco Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio
-rispettabile amico.
-
-A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle
-che si attribuivano a _Rhypæ_. Il di lui avviso è stato applaudito
-e seguito da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che
-non forma ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano
-o la leggenda intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende
-abbreviate ΡΥΨ che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ.
-
-Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato
-crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio
-materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della
-città di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie
-le proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito
-fino a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari
-tutte in Ruvo.
-
-Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed alle
-monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova
-vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione
-di coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si
-trovarono ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito
-pienamente cotesto errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo
-confermano in un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il
-Signor Cavalier Avellino.
-
-Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’
-medesimi _tipi_ che si osservano nelle altre monete riportate dal
-detto Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri
-Scrittori. Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua
-perspicacia e profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune
-variazioni, le quali hanno richiamata la sua attenzione.
-
-Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio Cenno
-istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che
-replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una
-penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole
-tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la
-illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino
-che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva
-precedentemente scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con
-averne formato e dato alle stampe un _catalogo_ che con somma cortesia
-mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho
-alligato alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle
-predette due tavole.
-
-Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni
-sulle dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da
-me raccolte. Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete
-Ruvestine, le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito
-osservarle e paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben
-fondate ragioni ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città
-di Ruvo e l’altra antica città della Peucezia denominata _Silvium_ con
-essa confinante, della quale avrò la occasione di parlare di proposito
-nel capo che sussiegue. Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13
-della II Tavola.
-
-Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate
-nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor
-Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da esse
-ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti
-per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera
-etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi
-abitanti e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla
-bontà e fertilità del suo vasto territorio.
-
-Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da me
-riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto
-bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa
-parte portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione
-che si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel
-Capo quarto.
-
- [Illustrazione: _Tav. I._]
-
- [Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._]
-
- [Illustrazione: _Tav. II._]
-
- [Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._]
-
-
-
-
-CAPO III.
-
-_La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella
-Italia prima della Guerra di Troja._
-
-
-Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico
-elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi
-pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per
-la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la
-bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’
-quali la Natura l’è stata prodiga[45].
-
-Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. _Jam vero tanta ei
-vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi,
-tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica
-silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium,
-olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris
-colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens,
-tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et
-tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque
-ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes.
-Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam
-partem ex ea appellando Græciam magnam_[46].
-
-Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono
-sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia
-infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli
-settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la
-ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la
-moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi
-vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale
-fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un
-fondamento di ragione i Greci gli chiamavano _Barbari_.
-
-Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando
-per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo
-stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono
-necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi
-Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare
-alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e
-cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47].
-
-Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre
-Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in
-esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente
-tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo
-gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini
-illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.
-
-Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica
-han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di _Magna
-Grecia_, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi
-delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della
-etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual
-è Cicerone, lasciò scritto: _Pythagoras, qui cum Superbo regnante in
-Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina,
-tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum
-nomen, ut nulli alii docti viderentur_[49]. Ed in altro luogo:
-_Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in
-ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse_[50]. Ed in
-vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco,
-comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano
-tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51].
-
-Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata
-ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare _Locrese,
-Scillatico_, e _Tarantino_[52], o pure sotto questo nome siano andate
-comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal
-discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che
-ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo
-Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia.
-
-Pare ch’egli ammetta la così detta _Magna Grecia_ nelle principali
-città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa
-e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate
-da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste
-città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni.
-Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani
-spedirono i loro Legati per aver buone leggi _partim ad Græcas urbes,
-quæ sunt in Italia, partim Athenas_. Non alle sole città quindi della
-così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città
-Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama
-di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che
-si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte
-della così detta _Magna Grecia_, sono una sicura testimonianza che pari
-in esse era anche la coltura.
-
-L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi
-tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio
-proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate
-altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di
-que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la
-città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa.
-Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto
-di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della
-Italia.
-
-Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano
-Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò
-ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le
-diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti _Aborigini_,
-soggiunse ciò che siegue. _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi,
-et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus
-Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse
-affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec
-tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint:
-ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes
-reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam
-confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum
-est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni
-alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu
-Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis
-filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi
-Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur
-natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira.
-Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit
-filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et
-tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus
-a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni
-XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam
-Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium,
-unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte
-popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt
-se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque
-Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium
-suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti
-sunt Peucetii_[55].
-
-Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua Gente
-passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora _Ausonio_
-ed indi _Tirreno_. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo
-nome fu quella parte della Italia chiamata _Oenotria_. Nelle cose
-da lui dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a
-niuno secondo nel tessere le genealogie. _Qui de Regibus Arcadiæ sic
-loquitur. Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene
-Nais Nympha, a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum
-filiis, locisque, quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et
-Peucetii sic memorat. Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia,
-ac Peucetius, a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio._
-
-Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava
-Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri
-numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia,
-fortificarono le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne:
-_At natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis,
-classe in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra
-de Regis nomine Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia
-deducta_[56].
-
-Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione
-di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita
-sessant’anni prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia
-denominata _Pallantium_. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di
-Mercurio e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono
-questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora
-in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono
-vicino al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla
-anche Pausania[57].
-
-Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con una
-porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò _super
-Japygiæ Promontorium in sinu Jonio_, cioè nel seno Tarantino, e che
-dal suo nome prese la Regione il nome di _Peucezia_. Si estese questa
-per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però
-coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era
-intorno al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si
-stabilirono. Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata
-_Messapia, Japigia, Salentini, Calabria_. In fine qualunque sia stata
-la estensione primitiva del Paese denominato _Peucetia_, rimase questa
-in seguito ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome
-di _Terra di Bari_.
-
-Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver
-descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto
-passa a dire: _Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam
-Græci dixere. Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium
-habitant Promontorium, alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem
-sunt Peucetii, Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid
-post Calabriam est Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi
-dicerentur, maxime Peucetii_.
-
-Si osservi che allora si chiamava _Calabria_ non già quella Regione
-che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo
-ai _Bruzj_, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui
-parla Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale
-da Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio
-detto oggi _Terra d’Otranto_. Cotesto Istmo finisce al Promontorio
-detto dagli antichi _Salentino_ o _Japigio_, oggi _Capo di S. Maria
-di Leuca_. _Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a
-Brundusio Tarentum usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio
-circa Japygium Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis
-CC fere Tarentum ortum solis versus._
-
-Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto
-fondata da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e
-floridezza, ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal
-lusso. Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque
-soggetto alla siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano,
-e la diversità della loro origine, dalla quale erano surte le diverse
-nomenclature imposte a quella penisola. Quindi conchiude: _Communi
-vocabulo Messapiam, Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant_. In
-fine passa a parlare delle due strade che da Brindisi menavano a Roma
-delle quali si è largamente ragionato nel capo primo[58].
-
-Dice lo stesso anche Plinio: _Connectitur secunda Regio (Italiæ)
-amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui
-Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm,
-contributa eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P.
-a Lacinio Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens.
-Græci Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri
-fratre, in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt.
-Latitudo Peninsulæ a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass.
-patet, multoque brevius a portu Sasina_. Passa indi a riportare le
-antiche città della Penisola suddetta[59].
-
-Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella
-venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone
-da Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola,
-la quale prese dappoi il nome di _Messapia, Japigia, Calabria_ e
-_Salentina_ formò parte da principio anche della Peucezia _a Peucetio
-Oenotri fratre_. L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare
-il nome alla detta penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo
-Stato ne formò due, o per dir meglio formò due confederazioni diverse
-di città Greche tra loro distinte.
-
-Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno di
-Siracusa _cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit_[60]. Il
-che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente.
-Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava
-parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli
-Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine
-Arcadica ne viene in conseguenza.
-
-Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora
-ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha
-parlato piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per
-l’argomento che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini,
-mi mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di
-Ruvo formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per
-necessità fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da
-quella Regione come lo erano stati dalla Japigia.
-
-Dice dunque il precitato Scrittore: _A Brundusio autem prætervehenti
-Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium
-tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem
-Noto. Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert:
-in mediterraneis usque ad Silvium tota est montosa, et aspera
-Apennini montis multas partes recipiens: INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR
-IMMIGRASSE_[61]. Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella
-dominazione acquistata da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa
-la sola notizia che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi.
-
-Questo Scrittore indica _Egnazia_ e _Bari_ come le ultime due città
-della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo
-le sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo
-Bari ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari
-sono surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono
-Giovinazzo, Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e
-la meno antica è Molfetta.
-
-Strabone si è limitato alle sole due città marittime _Egnazia_ e
-_Bari_. Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato
-tra la città di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica
-Peucezia. Con migliore accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito
-Tolomeo, il quale dice: _Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia,
-Barium, Aufidi fluminis ostium_[62]. Il che protende com’era regolare i
-confini della Peucezia fino alla foce dell’Ofanto.
-
-Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino
-all’antica città chiamata _Silvium_ dice Strabone che quella Regione
-_usque ad Silvium tota est montosa et aspera_, perchè occupata da una
-diramazione degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta
-contrada che porta oggi il nome di _Murge_, coverta tutta di alture che
-formano un masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per
-la sua asperità a ciò che questo Scrittore ne ha detto.
-
-L’antica città denominata _Silvium_ che ha egli indicata come l’ultima
-città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi
-ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di
-Strabone sia viziato, e che cotesto _Silvium_ non sia mai esistito. Ma
-nell’Itinerario di Antonino nel tratto di strada _a Benevento Tarentum_
-si legge anche questo luogo: _Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI.
-Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. SILVIUM M. P. XX. Blera
-M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. Tarento M. P.
-XX._
-
-Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza
-della detta città; ma crede di doversi leggere _Silvianum_ e non
-_Silvium_, poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri
-antichi esemplari, i quali sono in questa parte per necessità erronei.
-Pietro Vesselingio poi nelle sue note allo stesso Itinerario ha
-opinato che _Silvium_ non sia stata una città, ma bensì un luogo di
-semplice fermata detto dai Scrittori Latini _Mansio_, come si è innanzi
-avvertito; ed aggiugne sull’autorità di Luca Olstenio che sia stato
-quello stesso luogo che porta oggi il nome di _Gorgoglione_.
-
-Non posso però convenire che _Silvium_ sia stata una _Mansione_, e non
-una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario di
-Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono
-riportati col distintivo _Vicus_. Quelli che avevano abitanti, ma
-non formavano comunità sono chiamati _Castellum_ o _Villa_. Quelli in
-fine, ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero
-ai viandanti ed alle vetture, sono chiamati _Mansiones_. Ond’è che
-nell’Itinerario suddetto non vedendosi _Silvium_ indicato con alcuno
-di questi nomi, è necessità conchiudere che sia stata una città come
-tutte le altre che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti
-distintivi.
-
-La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina
-15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione
-dell’Italia annovera anche i _Silvini_. Pruova ciò concludentemente
-che il _Silvium_ di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era
-una _Mansione_, come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che
-aveva un numero di abitanti meritevole di entrare nella classe delle
-_Popolazioni_ da Plinio enumerate.
-
-La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro
-Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. _In
-Italia Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere
-conjunctas expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur
-cum validis copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem
-castra locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum
-aliquot obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam
-quinque captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt_[63].
-Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole.
-
-Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata _Silutum_ a
-venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere
-il _Silvium_ che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia
-lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque
-miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto
-derivare dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è
-che nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse
-portata il nome di _Silutum_. Quindi _Silutum_ e _Silvium_ debbono
-credersi una stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore
-della dotta Dissertazione e della Carta corografica dell’Italia
-recata dal Muratori, ed innanzi citata, il quale osserva _Silvium in
-Peutingeriana Silutum dicitur_[64].
-
-Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione
-l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate
-nell’Itinerario di Antonino le tre città _Venusia, Silutum,
-Sublupatia_. Manca solo _Blera_ o _Plera_ che nel detto Itinerario
-sta in mezzo tra _Silvium_ e _Sub Lupatia_. Cotesta mancanza ha potuto
-derivare o da una omissione del disegnatore della Tavola Peutingeriana,
-o da un cangiamento che il tempo aveva portato sia ai luoghi, sia
-all’andamento della strada consolare. La sostanza però della cosa è
-la stessa, poichè la Tavola suddetta ci presenta in una continuazione
-sulla detta strada di Taranto le tre città _Venusia, Silutum,
-Sublupatia_. Dal che è a conchiudersi che il _Silutum_ della Tavola è
-lo stesso che il _Silvium_ di Strabone e dell’Itinerario di Antonino.
-
-Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi
-riportato sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: _Silvini
-ab oppido Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283_
-Σιλούιον _vocatur, nunc dicitur_ il Gorgoglione. Cristofaro Cellario
-così parla della stessa città: _Apud hos montes fuisse Silvium
-oppidum ex Strabonis descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195
-sicut Barium sit extremum in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in
-mediterraneis ad Silvium usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio
-lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius interpretatur locum, qui nunc_ il
-Gorgoglione _appellatur_[65].
-
-Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto
-nella Regione _montosa et aspera_ di Strabone quel sito chiamato _il
-Gorgoglione_ di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli
-altri di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa.
-Vi è quì sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo.
-Osservo quindi che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione
-_montosa et aspera_ della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico
-feudo un tempo della Famiglia Mazzaccara denominato _il Garagnone_
-sito nel punto medio tra Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione
-di territorio, parte del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e
-parte nella fertile pianura che passate le murge s’incontra nell’andare
-a Spinazzola ed a Venosa.
-
-Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello
-che porta il nome di _Castello del Garagnone_. Pratilli sulla via
-Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata
-l’antica città denominata _Silvium_, e soggiugne: _Presso questo
-luogo del Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle
-ammonticchiate e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal
-terreno sepolte. Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica,
-ma in un marmo a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione
-etc._[66].
-
-Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo,
-poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui veduto
-l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi una
-così detta _Panetteria_ messavi dal proprietario di esso per provvedere
-di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti
-campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito
-dell’antica città chiamata _Silvium_ indicato da Strabone. Dice questo
-Scrittore che la già detta contrada della Peucezia _montosa et aspera_
-si estendeva _usque ad Silvium_. Il castello del Garagnone è nel sito
-preciso ove termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e
-fertile pianura alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato.
-
-Questo dunque e non altro è il _Silvium_ di Strabone, e non già il
-_Gorgoglione_ erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del
-_Garagnone_. Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia
-da Venosa a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre
-undici miglia segna da Silvio a _Blera_, o come altri vogliono a
-_Plera_, che Pietro Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale
-città di _Gravina ex itineris ductu, et intervallis_. Altre quattordici
-miglia segna lo stesso Itinerario da Blera a _Sub Lupatia_ che nella
-Tavola Peutingeriana è detta _Sublupatia_. Gli Scrittori predetti
-hanno osservato che quest’ultima antica città sia l’attuale città di
-_Altamura_[67].
-
-Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata
-dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra
-designato giusta le indicazioni date da Strabone di un castello
-antichissimo pruova colla massima evidenza di esser stato quello un
-tempo un luogo abitato e fortificato. Accresce molto peso a queste
-osservazioni la seguente circostanza.
-
-Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del
-Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò
-in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del
-Monte, ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle
-alture delle Murge dodici miglia lungi da Ruvo, _pervenimus ad casale
-Guaranioni distans ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes
-ibidem, quia jam hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus_.
-Indi soggiugne: _Judex autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus
-advenerat cum tribus, aut quatuor sociis ad receptionem officii
-prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum Ordinis Sacræ
-Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato, quod nobilitate sua
-et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus dicti Casalis
-viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui curialiter
-id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai
-præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti_[68].
-
-Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio, o sia
-_Casale_ tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe potuto
-dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più la
-conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia
-esiste vi doveva essere la città denominata _Silvium_ distrutta
-dappoi dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più
-tampoco, e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato _il
-Gorgoglione_.
-
-Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel
-_Gorgoglione_ di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale.
-Vi è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico,
-il quale porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una
-Regione ben lontana dal sito dell’antica città denominala _Silvium_
-oggi _Castello del Garagnone_ come risulta dai seguenti documenti.
-
-Carlo Borrelli nel suo libro intitolato _Vindex Neapolitanæ
-Nobilitatis_ ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si
-conserva nel Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’
-Feudatarj e Suffeudatarj che al tempo del Re Guglielmo il Buono
-contribuirono la loro quota de’ soldati per la spedizione di Terra
-Santa. Nel riportarsi in esso i Feudatarj e Suffeudatarj della
-Provincia di Basilicata si legge la seguente Rubrica: _Comitatus Montis
-Caveosi_ = _Isti sunt Barones, qui tenent feuda de Comitatu Montis C._
-
-Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e
-Castelli in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che
-appartenevano alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un
-certo, _Patritius, qui tenet feudum GURGULIONIS, quod est feudum II
-militum_. Della Terra di _Gorgoglione_ si parla anche in un Registro
-di Carlo II di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si
-rileva da esso che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al
-Giustiziere della Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero
-rilasciate le contribuzioni fiscali agli uomini ed alle Università
-_Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis, et Tulbii_ (Tolve) in considerazione
-de’ danni sofferti nella guerra dai suoi nemici[69]. Da altro Registro
-di Giovanna II dell’anno 1415 che si conserva del pari nel Grande
-Archivio, si rileva che la Terra _Gurgulionis_ nella Provincia di
-Basilicata era tassata per cinque once l’anno, sulle quali le fu dalla
-Regina rilasciata un’oncia e quindici tarì[70].
-
-Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata
-_Gorgoglione_ era nel cuore della Basilicata, e formava parte della
-Contea di Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di
-quella Provincia. Il _Garagnone_ al contrario sta nella parte estrema
-della Provincia di Bari, cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò
-la città denominata _Silvium_, come lo provano li seguenti Registri
-Angioini.
-
-Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273 scritta
-da Corato fece sentire _Magistro Juris_ che risedeva in Barletta, _Quod
-Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis S.
-Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet
-pleno jure_. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire
-innanzi alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che
-credevano avere _super prædicto casali, seu feudo_[71].
-
-Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu da lui
-scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla quale
-gli disse che Fra Bernardo _de Bellaffario_ Luogotenente del Priore
-dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva
-esposto che _Castrum Guaralionem[72] in decreta tui Justitiariatus
-Provincia situm_ era franco dal pagamento del servizio militare
-per concessione e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che
-avendo quindi dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le
-disposizioni opportune[73].
-
-Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una
-informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari
-per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In
-cotesta informazione si legge ciò che siegue: _Et in Guaranione invenit
-idem Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis
-Jerosolimitani de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio
-pro eodem loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias
-triginta_[74]-[75].
-
-Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle mani
-dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori è
-stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni ha
-ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il che
-lo compruovano li seguenti notamenti del _Cedolare_ della Provincia di
-Bari che si conservano nel Grande Archivio.
-
-Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore
-del _Garignone_. Nell’anno 1528 fu conceduto a _Filiberto de Chalon
-Principe di Orangia_ lo stato di Gravina _et Castrum Garignoni_.
-Nell’anno 1536 passò il feudo del _Garagnone_ a Fortunato Grimaldi
-che fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in
-adoa Ercole Grimaldi _pro Castro Garagnoni inhabitato_. Nell’anno 1643
-il Principe di Cellamare acquistò _Castrum Guaragnone inhabitatum_.
-Nell’anno 1705 D. Giulia Nicastro acquistò _Castrum Guaragnone_.
-Nell’anno 1710 Tommaso Mazzaccara acquistò il detto _Castrum
-Guaragnone_. Alla Famiglia Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità
-è stato il Garagnone spropriato dai suoi creditori.
-
-Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica città
-della Peucezia denominata _Silvium_ stava nel sito denominato il
-_Gorgoglione_. Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro
-della Basilicata, molto lungi da quella linea che si trova indicata da
-Strabone, dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la
-quale corrisponde perfettamente al _Castello del Garagnone_.
-
-Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica _Silvio_ come
-l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese
-fino a Venosa[76]. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè
-disse: _Dauniorum coloniæ Luceria, VENUSIA, Oppida Canusium, Arpi_[77].
-Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni altro
-esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio se
-questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania
-
- . . . . . _sequor hunc Lucanus an Appulus anceps_,
- _Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus_
- _Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:_
- _Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;_
- _Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum_
- _Incuteret violenta_[78].
-
-Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto. L’ultima
-città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa o che
-sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia formato
-parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone) è circa
-venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia. Rimane
-ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia, ov’era
-in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato era Ruvo
-l’ultima città della stessa.
-
-Prese la Daunia il suo nome da _Dauno_ valoroso Principe Illirico,
-il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni
-insorte, venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi
-si costituì una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione
-anche Diomede insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone.
-Dopo aver egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi
-distinto con belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi
-dalla sua Patria.
-
-Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si batteva
-con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto
-Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in
-cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la Dea
-in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè al
-di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie
-adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per
-tal cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo
-esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la
-protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno, lo
-ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero,
-ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia.
-
-Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi
-riportato, continua a dire: _Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur
-Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis
-temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed
-omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem
-fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam
-de his adseverandum_. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’
-confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al
-tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto
-se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia.
-
-Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine
-occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè
-Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce
-dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta
-anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. _A Bario
-ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC.
-Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio[79]. In
-propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a mari
-in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent, quondam
-Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ sunt minores.
-Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa nominata fuit.
-Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et multa alia extant
-vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur dominationem,
-utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs, hodie humilis
-est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari duæ sunt
-insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse ferunt
-desertam[80]; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum,
-ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse, et vitam
-vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines probos,
-fugaque flagitiosorum_[81]-[82].
-
-Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella Daunia,
-una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè _Argiripa_
-e _Canosa_, e fa indi menzione anche del _Campo di Diomede_. Era questo
-poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio
-di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale ai
-Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia che
-compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione
-che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato _Vates
-Illustris_ ne’ seguenti termini: _Amnem Trojugena Cannam Romane fuge,
-ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque
-credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia
-occisa tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus,
-atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua,
-nam mihi ita Jupiter fatus_[83].
-
-Arnobio anche dice: _Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati
-sunt_[84]. E Silio Italico: _Infaustum Phrygiis Diomedis nomine
-campum_[85]. Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere
-l’altro Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre
-predizioni che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente
-discorso
-
- _Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram_
- _Fata cano vates, sistes ni crastina signa,_
- _Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ_
- _Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,_
- _Sed te, si perstas, insignes nomine Campi_[86].
-
-Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col quale
-confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella
-città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo
-di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia
-al di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che
-s’incontrava nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da
-Brindisi a Roma.
-
-Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia
-marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime
-non vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: _Hinc Apulia
-Dauniorum cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ
-Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus
-Dauniorum finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a
-Salentino, sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ,
-Lacus Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque
-Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum
-genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ loca
-nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria,
-Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede
-condente, mox Argyrippa dictum_[87].
-
-Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia Daunia
-con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. _Apulorum
-Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus mons.
-Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis
-ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria
-Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum
-mediterraneæ civitates Venusia, Celia_[88].
-
-Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata
-_Provincia Apuliæ_ e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia
-di Calabria, l’agro _Canosino_ lo riportò nella prima, e l’agro
-_Rubustino_ nella seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato
-che la città di Ruvo era nella Peucezia e di Greca fondazione, non
-vi può esser dubbio sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli
-Arcadi occuparono quella Regione prima della Guerra di Troja, e vi si
-sostennero, per cui ritenne sempre la stessa il nome di _Peucezia_
-preso da quello del Condottiere degli Arcadi ed altre genti del
-Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. Onde con ragione disse
-Strabone: _Incolæ ex Arcadia videntur immigrasse_.
-
-
-
-
-CAPO IV.
-
-_Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti
-antiche trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica._
-
-
-Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci.
-Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a
-questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano
-prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini
-di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi
-sepolcri, crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di
-creta, gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani,
-ove i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non
-pochi pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono
-cangiati! Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di
-doversi convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque!
-
-La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi
-oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano
-cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se
-n’erano anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di
-qual merito essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se
-sono stati pubblicati si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati
-rinvenuti. Ne’ vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo
-pennello che rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte
-la Chimera. Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la
-stessa favola. Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di
-Hamilton non potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che
-lo stesso ha col mio.
-
-Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento,
-e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che
-moderni, quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure
-di Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro
-conformi che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i
-vasi dipinti dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti
-potersi trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del
-disegno, delle figure, delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e
-di tutte le più minute circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di
-Hamilton sia stato trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali
-sono stati pubblicati senza che siasi conosciuto o indicato il luogo
-ove si son trovati.
-
-Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione
-fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari,
-ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’
-buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce
-tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse
-da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe potuto
-estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non
-aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto
-innanzi, perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo
-decennio di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto
-all’Archeologia, e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna
-opinione perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva,
-o non veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti.
-
-Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro somma
-eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte
-gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio nello
-scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche
-mura della città nel largo detto di _Porta Nuova_ o di _Porta di Noja_,
-della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di
-cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi
-da lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco.
-Si trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per
-ornamento del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono
-trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme
-con altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo
-di S. M. il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti
-antiche.
-
-La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli
-che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non
-privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal
-de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose
-in fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti
-cominciò allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore
-e fu portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi
-un poco soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il
-quale non si può smuovere e profondare senza moltissimo travaglio.
-Gli antichi sepolcri di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati
-ed incavati nel vivo sasso di maggiore o minore ampiezza secondo la
-qualità della persona sepolta, e la quantità degli oggetti che vi si
-riponevano.
-
-Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti,
-cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti
-ed altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più
-frequenti quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze,
-gambali, lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione
-ho anche una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati
-anche oggetti di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri,
-e nel Real Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben
-conservata, di squisito lavoro.
-
-Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una gran
-tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non fosse
-stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo
-sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento.
-Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso.
-In que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti
-di terra, di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori,
-si è dovuto scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di
-profondità. Il farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza
-veruna sicurezza di trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i
-specolatori.
-
-Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente
-che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali
-scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali
-sogliono trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi
-la quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente
-che vi accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano
-l’aspetto di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di
-frutta, di comestibili e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse
-volte avveniva che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera.
-Si proseguivano allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i
-sepolcri scoverti non fossero stati la notte da altri vuotati, e la
-campagna suddetta si mostrava in più luoghi illuminata.
-
-Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno
-destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso
-illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto.
-Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero
-riuniti in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser
-pareggiata da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per
-la eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti
-scavamenti suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del
-guadagno, non era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj
-de’ vasi suddetti questo sentimento sia patrio, sia letterario.
-
-Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi tesori
-sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero fatti
-passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore
-e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era
-avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli tutti,
-quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato
-non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario che fece
-uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali avrebbero
-potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di lunghissimi
-anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che
-fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato dagli stessi
-sentimenti, e prematura morte mi ha rapito.
-
-Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono i
-seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che
-seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano
-era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj
-lasciato a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti
-fu di molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria,
-non è meno vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati
-gli scavamenti suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo
-Ruvestino. Ne seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si
-volevano vendere ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non
-si fossero scoverte, ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi
-convicini. Coloro che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori,
-dalle mani de’ quali mi è convenuto ricuperarne parecchi che non erano
-a lasciarsi; ma il maggior numero di essi probabilmente è passato
-all’Estero.
-
-Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche
-amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè
-sapevano bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì
-per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano
-a ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio
-di quello che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata
-confessata dagli stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza
-era che vi ha degli uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non
-sanno che invidiare negli altri quella elevatezza di pensare di cui non
-son essi capaci. Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo
-ben caro dai Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere
-conservati. Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra
-Marsia ed Apollo, e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo
-rimasti spogliati delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali
-due vasi sono bellissimi.
-
-È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi
-illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano
-pregevoli. Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di
-essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante
-cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere
-acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita di
-vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la quale
-esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà
-delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere che
-ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole,
-sia del tempo in cui furono dipinti.
-
-Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano.
-Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per
-qualche testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso,
-o vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto
-prendere una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla
-per vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi
-che ho comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo
-il dare ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento
-di spesa che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza,
-onde non perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la
-Collezione che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti
-oggetti che avessi potuto.
-
-A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, ed al
-fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti sono
-stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole
-una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema di
-esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe
-’l numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti _Rhyton_
-de’ quali è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra
-delle antiche città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e
-di tante diverse specie, quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi
-rinvenuti non si fossero sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero
-passati all’Estero, qual collezione spettacolosa avrebbero potuto
-formare! Gli stessi scavamenti Nolani che sono stati i meno sterili
-di questi pregevoli oggetti, non ne hanno dati che pochi, e di specie
-limitate, e non così varie come quelli di Ruvo.
-
-Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste umane,
-tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima di
-Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono anche
-con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, di
-montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse
-specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di cervi, e
-due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, una di tigre,
-ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, e due da
-dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla coi suoi
-due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi sono
-inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello,
-un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro con
-quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini
-interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati a
-terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però
-le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una
-gran quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette _terre
-cotte_[89].
-
-Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da me
-acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non mi è
-occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, e
-Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva
-il marchio alla coscia
-
- _Equi solent inustum_
- _Coxis habere signum_[90].
-
-Si legge in Apulejo _Nec non et equum illum quoque meum notæ dorsalis
-cognitione recuperavimus_[91]. Il chiarissimo Canonico Mazocchi
-ha dette molte belle cose sui cavalli denominati _Koppatias_, e
-_Samphoras_ dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere
-greche[92].
-
-Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio
-pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe
-che girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli
-delle quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta.
-Uno di essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo
-Tarantino, poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il
-Delfino, ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare
-quanto i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle
-manovre di cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di
-figura sferica con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio
-agli Archeologi l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli
-antichi Scrittori per i buoni cavalli che producevano abbia potuto
-appartenere il cavallo marchiato a questo modo.
-
-Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame
-
- _Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis_[93]
- _Post partum cura in vitulos traducitur omnis,_
- _Continuoque notas, et nomina gentis inurunt_[94].
-
-Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai
-muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si
-pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri
-Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto
-apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la
-quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.
-
-Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo
-non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità
-delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli
-e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia
-degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi,
-e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano
-volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne
-ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto
-scapparmi!
-
-Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una
-doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche
-trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici
-di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri.
-La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella
-stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che
-attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa
-creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a
-lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti
-forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima
-Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli
-Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito _Sed nostra quoque
-æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit_[95].
-
-Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile,
-e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza,
-e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero _non manierato_.
-Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli
-per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi
-anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce
-così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed
-importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo
-Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere
-anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io
-lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che
-mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza
-Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo.
-
-Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa
-attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti
-nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero.
-Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide
-misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si
-ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati.
-Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che
-vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza.
-Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto
-proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno
-essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una
-Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti
-pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri
-senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò
-risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i
-miei voti.
-
-Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica
-Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D.
-Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una
-casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini.
-Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di
-pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto
-in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del
-sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi
-oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona
-distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti
-trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.
-
-Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla
-massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto
-giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che
-i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove
-giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si
-trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane
-danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che
-regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona
-la lira.
-
-Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga
-tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le
-spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio,
-e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di
-strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno
-la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color
-rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle
-tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due
-giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la
-quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto
-i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra,
-blanda, seria, e molto grave.
-
-Di cotesta danza funebre il sig. _Raul-Rochette_ avendone avuta da Ruvo
-una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno
-1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere.
-Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti
-ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati
-con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e
-possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse
-parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le
-mani lo avrebbe esatto.
-
-Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono
-le donne suddette, dice _Qui se tiennent par la main en dansant_.
-Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia,
-ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che
-viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle
-odierne scuole di ballo è chiamato _la catena_.
-
-Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi
-dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità
-a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta.
-Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è
-poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle
-illustrazioni degli Archeologi.
-
-Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito,
-e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi
-ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi
-creduto giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di
-qualunque particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo
-consigliai che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai
-bene l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece,
-e debbo attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta
-illustrazione a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la
-prima volta sotto gli occhi una danza funebre.
-
-Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la
-perfezione del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma
-anche la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che
-si vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti
-della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non
-isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative
-ai fatti, o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori.
-Potrei ciò compruovarlo colle corrispondenti osservazioni su di molti
-vasi di Ruvo; ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia
-collezione.
-
-In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le mura
-di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni
-venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro I
-dell’Eneide vers. 494 e seguenti. _Quinto Smirneo_, detto anche _Quinto
-Calabro_ che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse nella
-Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile
-portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa a
-descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla
-battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento
-suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo:
-_Mox ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto._
-
-Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata
-la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di lei
-armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo.
-Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei
-fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato
-che tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle
-minutezze che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore.
-
-Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile
-asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così.
-
- _Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:_
- _Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,_
- _Veluti si quis verubus ad ignem flammantem_
- _Viscera transfigit, cœnam festine apparans._
- _Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo_
- _Penitus transadegit ementa hasta_
- _Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97]._
-
-Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che
-combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta
-di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare
-avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di
-sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad
-incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo
-preciso descritto dal precitato Poeta.
-
-Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del
-pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era
-istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento
-della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della
-qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad
-un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.
-
-L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto
-elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea
-coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle
-mani la di lei famosa _zona_[98]. Le tre Grazie sono occupate al di
-lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una
-ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta
-ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino.
-La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che
-possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè
-dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si
-vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed
-elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance
-poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della
-spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso,
-e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano
-dritta.
-
-Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal
-bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso
-che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida
-ove questi dimorava, fingendosi la figlia di _Otreo_ che aspirava alle
-di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte
-nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il
-mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito,
-ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col
-lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto
-minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.
-
-Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno
-di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal
-gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le
-sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza
-del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due
-minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla
-istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise
-nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a
-conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che
-abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che
-corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero
-
- _Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,_
- _Timuitque, et oculos declinando vertit alibi._
- _Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,_
- _Et illam precatus, verba alata dixit etc._
-
-La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto di
-Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto
-a questo modo
-
- _Vestibus mollibus stratum: et insuper_
- _Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,_
- _Quos ipse occiderat in montibus aliis._
-
-Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente
-coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto
-sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano
-che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno di
-Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto
-fosse stato una perfetta copia di esso.
-
-Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso anni
-indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il
-lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere.
-
-Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato
-come _une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes
-qui soient encore sorties des fouilles DE NOLA_[99]! Il che mi ha molto
-e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio
-di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo
-io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un vaso
-di Nola.
-
-Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto
-alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta
-diminuita per metà[100], come ne hanno convenuto anche tutti coloro che
-ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro.
-
-Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione
-data dal Sig. _Raul-Rochette_ al vaso suddetto, credo di aver detto
-abbastanza per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di
-Omero. Nondimeno vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo
-che la spiegazione suddetta non possa essere adatta al dipinto del
-vaso di cui si tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni
-archeologiche.
-
-È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta
-erudizione si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via
-facile, e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva
-certamente essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra
-descritto vi è dipinta la _Toletta di Elena_, e che quel Principe
-Frigio che sta nell’atteggiamento innanzi cennato sia _Paride_.
-
-Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di Pausania
-ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto che
-vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però
-la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto
-possa avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il
-Signor Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare
-da se stesso se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto
-che presenta la cosa medesima, metto in nota le precise parole di
-Pausania[101].
-
-Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba che
-si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? Come
-attribuirsi ad Elena la famosa _zona_ di Venere che l’ha nelle mani
-un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul
-letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso,
-e dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè
-trascritto.
-
-Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre
-giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica
-le tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso
-Pausania[102]. Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena,
-ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore _Gratiæ vero
-Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt_[103]. Ci fa Plinio inoltre
-conoscere che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre
-_inter Gratias, et Cupidines_[104]. È quindi risaputo che le Grazie
-erano sempre compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a
-Venere lo erano ordinariamente anche alle Grazie[105].
-
-D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva nel
-Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva Paride
-mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il viso
-col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione di
-tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise rimpetto
-a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma non già per
-Paride rimpetto ad Elena.
-
-Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso
-letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse
-un’altra stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta
-bene tal posizione a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè
-si trovava nella casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual
-era Anchise, ove non vi potevano essere gabinetti opportuni per
-adornarsi le Principesse, e ’l Pittore si adattò maestrevolmente a tal
-circostanza.
-
-Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere
-levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e
-quindi si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel
-piccolo quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che
-un’urna di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose,
-e fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far
-entrare nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello.
-
-Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena,
-l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo
-triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse
-avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua _toletta_, che il
-proprio letto!
-
-Mi scuserà quindi il Sig. _Raul-Rochette_ se per questi ragionevoli
-motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al
-pregevolissimo vaso Ruvestino, e non già _Nolano_, come a lui è
-piaciuto dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la
-minutezza degli altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato
-il chiarissimo Sig. _Millingen. Malgré le silence des Historiens à
-l’égard de cette Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent
-des temoignages incontestables de son opulence, et du gout éclairé de
-ses habitans pour les beaux artes_.
-
-_Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent par
-leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le grand
-intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à
-présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une
-grande beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent
-cultivés avec un egal succes_[106].
-
-Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri
-oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della
-origine Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando
-a parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia
-con Oenotro, e Peucezio dice _Dicuntur etiam Graecarum literarum
-usum prædictæ Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse,
-instrumenta quoque musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis
-non nisi pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has
-invento musico: leges etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex
-parte mitem, ac mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave
-alia emolumenta contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse
-apud suos hospites_.
-
-È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno per
-bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città
-di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi
-grandiosi per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son
-essi privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca
-ne’ vasi Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche
-degli ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa
-un’antica città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i
-quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti
-le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate.
-
-Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono
-state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due
-molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo
-stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire:
-_Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan_. Dice lo
-stesso anche Virgilio.
-
- _Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi_
- _Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem[107]._
- _Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit_
- _In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem[108]._
-
-Si legge inoltre presso Pausania: _Panos lapideum signum, cui Synois
-cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et seorsim ab
-illis Pana creditur aluisse_[109]. Erano queste le Ninfe Arcadiche,
-dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale Comite
-nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: _Hunc memoriæ prodidit
-Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a Synoe
-Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem,
-omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in hujus
-esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte
-educatus_[110]. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che
-si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra
-città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli
-Arcadi.
-
-Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine o
-le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva
-dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo che
-ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti
-di Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di
-quell’Eroe elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi
-ho parlato colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere
-Diodoro Siculo che quell’Eroe aveva gli Arcadi _in perpetuam belli
-societatem_, e che fu da essi assistito anche nella spedizione contro
-i figliuoli di _Eurito_ chiamati _Toxeo, Molione_ e _Pizio_ che gli
-avevano negata Jole da lui presa per forza dopo avergli uccisi[111].
-Avevano quindi gli Arcadi un culto anche per Ercole, e vedendosi questo
-ritenuto tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma
-vie più la origine Arcadica della nostra città.
-
-Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni
-hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro Paese
-natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi la
-origine Grechesca di una città, _Primum et præcipuum locum tribuo
-ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ.
-Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam
-eis censent immutandum iræ divinæ metu_. Lo conferma coll’esempio di
-molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro
-culto rispettivo[112].
-
-Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti _Rhyton_
-rinvenuti in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche,
-di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi
-gli animali familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli
-uomini di avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono
-inclinati, molto più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro
-agiatezza, come ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro
-Ruvestino opportunissimo anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri
-colle figure di cotesti animali che rendevano più liete le mense degli
-antichi abitanti della nostra città, contestano anche i loro costumi
-Arcadici.
-
-Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente
-osservazione. Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò
-mentr’era ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in
-grandissimo numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati
-pubblicati dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno
-di essi vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da
-altri Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore
-che dipinse il vaso.
-
-Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale per
-la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. È
-in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli
-Argonauti. Si vede la nave _Argo_ ligata al lido del mare. Tra gli
-Argonauti sbarcati vi sono i due Guerrieri alati _Calai_ e _Zete_
-figliuoli di Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi
-impugnate, inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle
-loro mani le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al
-cieco Fineo che siede alla stessa.
-
-Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo di
-esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale
-rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere
-H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi ho
-parlato.
-
-Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del
-Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser
-dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto
-non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose sono
-da essi superati[113]. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo
-è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome
-chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di
-Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come han
-fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini.
-
-Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si sono
-trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come si
-mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro.
-Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia stato
-un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè ho
-avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso
-stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me,
-ed acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima
-eleganza dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito
-di uomini, e di donne.
-
-Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte
-della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar
-maestria la disfida tra _Tamiri_, o _Tamiride_, e le Muse in presenza
-di Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha
-questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali
-era fregiato.
-
-Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario di
-Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante,
-è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore
-ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura
-sulla creta. Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui
-metalli ha l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e
-di tutti gli altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose
-ch’entrano nel quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene,
-per separare l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca
-l’effetto di presentarle all’occhio di chi le guarda nel posto di
-avanti, di dietro, di lato etc. come l’uopo lo esige.
-
-Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si cerca
-cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore de’
-vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire questo
-svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed alle
-cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata,
-e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in
-tutto lo ha sicuramente ottenuto in gran parte.
-
-
-DIGRESSIONE
-
-_Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito ad altra
-città novella surta nell’agro Ruvestino._
-
-Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo mi rimane
-a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla penna
-del nostro Letterato Grecista _Giacomo Martorelli_. Mentre cotesto
-vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia
-leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata
-attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola
-millanteria lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che
-un picciolissimo oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali
-ha la nostra città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè
-sensata, nè laudabile il vestire il corvo colle penne del pavone.
-
-Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un
-antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere
-un libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo _De Regia
-theca calamaria_. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo
-stesso è pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta
-dai Letterati suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora
-stravaganza in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino
-la rimota antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e
-quindi sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo
-ora di far conoscere questa frottola per quello che vale. Credo di non
-poterlo far meglio che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo
-tratto di delirio di un uomo per altro dottissimo colle opportune
-osservazioni.
-
-_Prope urbem Turricium[114] hoc jam_ πολυβὸητον _vasculum anno 1745
-erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum
-rusculum exercebat in vico, qui vulgo_ Mons viridis _nomine salutatur,
-nihilque longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor
-millia pass ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos,
-quos Horatius in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie
-urbem, quæ vulgo audit_ Altus murus _(vetus nomen firment indigenæ).
-Turricium, licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem
-famam sibi conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium
-dederit, ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida,
-quod monumentum vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit,
-uti Eugubium et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc
-Græcanicas (quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario
-condecorat), et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa
-vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua
-taceam_[115]. _Scias nunc communi Italorum lingua appellari_ Terlizzo,
-_sed Populares vocitant_ Turrizzo, _et Turris est pro urbis signo_
-διακριτικῶ[116].
-
-_Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum,
-nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me
-transmissum est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia
-ulla vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:_
-
- . . . . I . VIÆ . FIL . TVRRI . . .
- . . . I . IT . . . . . DCCCVI . .[117].
-
-_Extrema hæc_ ςοικεῖα _legas_ occubuit. _Verum alteram epigraphen, quæ
-in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto
-fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit
-propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum
-Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum in
-voce_ Phœnicius, _inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas, queis
-carent Typographi_.
-
- C . PHENICIVS . CVRVVS . SICVLVS . C . F . M
- D . TRA . IMP
- AD . V . P . CONS . OP . PRÆ
- IS
- CVM . SALT . TVRRICII . ADVENIS
- NON . MAI . PER . AB . IOVE . PER
- REP . EXHOR . TEMP .
- VIX . A . XXXIX .
-
-_Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius
-Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus:
-is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit,
-repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX._
-
-Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al
-proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: _Sed a
-semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile,
-extructumque prope Trajanam viam[118], quare licet sit urbs vetustate
-sat spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit,
-illius fama longius pervagatura est, eritque ejus_ λογος απανταχοῦ,
-_uti de alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517_[119].
-Quanta ampollosità!
-
-Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la
-quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza
-della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera,
-bisogna non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già
-di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio _cum saltum
-Turricii advenisset_. Il convertire un bosco in una nobile città
-pareggia, siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso
-Cavaliere Spagnuolo del Signor _Cervantes_ che gli faceva convertire i
-molini a vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati!
-
-L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola forza
-della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità
-degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto.
-Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle
-città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò
-tra esse _Rubustinos_ et _Butuntinenses_, ma non già _Terlitienses_
-o _Turricienses_. Presso Giulio Frontino si trova nominato
-_Ager Rubustinus et Botontinus_, ma non già _ager Turriciensis_.
-Nell’Itinerario di Antonino sulla strada consolare che da Roma menava
-a Brindisi vi sono _Rubos et Butuntus_, ma non già _Turricium_.
-Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono _Botontones et Rubos_; ma non
-_Turricium_.
-
-Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi
-di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi
-di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè _Natiolum,
-Turenum, Balulum_ o _Bardulos_, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra
-le città interne vi sono _Rubos_ et _Botontones_, ma non _Terlitium_
-o _Turricium_. Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato
-occidentale però e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede
-in essa segnato che un solo luogo chiamato _Rudas_, il quale non si sa
-qual esser possa, perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella
-Regione[120].
-
-Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia
-Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare
-dalle cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta
-in feudo unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente.
-Non è chiaro però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’
-Normanni, poichè sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un
-villaggio che cominciava a sorgere nel territorio di Ruvo.
-
-In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di
-Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione
-di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica:
-_De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu
-Cupersani_. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti
-da quella Contea si leggono anche i seguenti; _Girinus Andriæ, sicut
-dixit, tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse
-dixit est feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV —
-Paganus Nobilis tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi
-Malenepotis, et est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites
-IV — Danes Andriæ tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus
-Morellanus et Guillelmus de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum
-I militis et cum augmento obtulit milites II._
-
-La picciola _terra_ posseduta dal nobile _Pagano_, la quale formava
-un feudo di due militi, si dice che stava in _Rubo, et Terlitio_. Ma
-non si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo
-pezzo di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva
-riportarsi nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin
-d’allora fossero state queste due città distinte e separate. Questa
-circostanza quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in
-quel tempo un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino
-e formava parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione
-divenne ne’ tempi posteriori più considerevole.
-
-Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che
-cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente
-sconosciuta non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed
-alla Geografia del _Medio evo_. L’Autore della dotta Dissertazione, e
-della carta Corografica _Medii ævi_ che va tra le Opere del Muratori
-riporta le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è
-parlato, aggiugne le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca
-de’ Normanni, ma tra queste ultime non si vede quel _Terlitium_, o
-_Turricium_ che ha fatto tanto gonfiar le pive al solo Martorelli[121].
-
-Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo di
-Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo
-IX un certo _Fabio Terlitio_ con altri coloni Ruvestini abbiano
-cominciato ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo
-Municipale, o sia dal _Senato_ di Ruvo, al quale fu imposto il nome
-_Terlitium_ dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però
-una carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi
-di verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo
-ove fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità,
-apparteneva sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla
-novella Popolazione di Terlizzi.
-
-Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi di
-Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il
-mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari.
-Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e
-Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava
-a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta
-strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto
-il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada
-consolare e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre
-sole città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo
-poichè fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due
-ultime città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da
-esse poche miglia, e quindi anche oggi sono considerate come _città
-della marina_.
-
-La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica
-strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser
-surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era
-diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto
-territorio racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal
-lato del mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè
-quel territorio che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo
-appartiene oggi in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi
-posteriori. Non è però difficile l’indagare a quale delle dette tre
-città sia appartenuto quel sito in cui si vede edificata la novella
-città di Terlizzi. Basta il solo ajuto del buon senso per decidere
-ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e dalla nostra città è stata
-dotata del terreno che attualmente possiede.
-
-La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo
-e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette
-miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta
-nel territorio di Ruvo, e che la contrada di _Monteverde_, ove il
-calamajo Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza
-da Ruvo sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico
-agro Ruvestino ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di
-Terlizzi.
-
-Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra
-Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica
-via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è
-per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel
-punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica
-confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia
-nelle contrade delle _Strappete_, delle _Matine_, e delle _Murge_. Il
-che fa conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di
-Terlizzi che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale
-in tutta la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava
-prima con quello di Bitonto.
-
-Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva
-che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra
-di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di
-Bitonto dovevano far pascolare i loro animali _In sterpeto Bitontii,
-quod silva dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro
-defensa pro parte Curiæ nostræ custoditur_[122]. Cotesto bosco quindi
-denominato sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino,
-Ruvestino e Terlizzese.
-
-Non può cotesto _sterpeto_ esser altro che quello il quale porta oggi
-il nome di _Bosco di S. Leo_ poco lungi dal luogo del territorio
-di Ruvo denominato _S. Eugenia_. Apparteneva lo stesso, forse per
-sovrana concessione di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani
-di Bitonto sotto il titolo di _S. Leo_. La natura, e la qualità del
-terreno, e delle piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono
-molto bene al suo antico nome di _sterpeto_. Il bosco suddetto colla
-soppressione di quel Convento devoluto al demanio lo ha acquistato
-la Famiglia Siciliani di Giovinazzo. È da credersi però che quando si
-teneva per uso delle Regie razze di animali esser doveva più vasto di
-quello che lo è al presente.
-
-Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio
-che il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato
-dall’antico agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S.
-Leo in su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino,
-molto al di là del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione
-suddetta progredisce a linea continuata lungo le contrade dell’agro
-Ruvestino denominate _le Strappete_ (o sia sterpeto), _le Matine e le
-Murge_, confinazione la quale doveva estendersi allo stesso modo fino
-al mare Adriatico ai tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando
-non vi era ancora Terlizzi edificata al di qua della linea della detta
-antica confinazione verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa.
-
-Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal
-Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato
-_Turricium_ messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso
-dal fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di
-Ruvo, ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica
-strada consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla
-distanza di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco
-aggregato dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò _Parco di
-Terlizzi_. Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti
-coloni Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia
-gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia.
-
-Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta (se
-questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato _Turricium_.
-Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia potuto
-essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè lo
-stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi
-fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere
-anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine
-che il nome _Terlitium_ attribuito alla novella città abbia potuto
-esser preso da quello del Bosco _Turricium_, sul suolo del quale fu
-forse edificata. Ma dalla esistenza di un bosco denominato _Turricium_
-al tempo di Trajano il volerne inferire che fosse stata questa una
-nobilissima città da niuno conosciuta, nè da veruno antico Scrittore
-o Geografo nominata, è una maniera di argomentare la quale non so se
-debba destar sorpresa, o compassione.
-
-D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro
-trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della
-rimota antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra,
-poichè quello può essere antico, e questa recente. Come si son
-trovati nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza
-dalla città, così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi.
-Gli antichi abitanti della nostra città avevano sicuramente le loro
-case di campagna. Come le avevano in quella parte del territorio che
-attualmente appartiene a Ruvo, così le avevano anche in quella parte
-di esso che ne’ tempi posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed
-assegnata a Terlizzi. Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la
-sepoltura nelle loro ville dove si son trovati nel morire, o dove han
-voluto che fossero stati sepolti.
-
-Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un tempo
-anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico
-sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica a
-dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di
-essa parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non
-comprendere che le città veramente antiche serbano sempre in loro
-stesse le testimonianze, ed i monumenti della loro antichità. Non
-tutto può distruggere il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo
-dispetto. In qual Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come
-ve ne sono tante di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri
-ricchi di preziosi vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si
-son trovati e si trovano ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo
-intorno all’abitato?
-
-Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di una
-città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene,
-perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a
-Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste
-vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera
-buffoneria atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore
-che si è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il
-quale per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di
-antichità Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa.
-
-Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa,
-attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla
-necessità, attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga
-una volta per sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia
-illustre patria nel di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa
-riconoscente del bene della sua esistenza.
-
-
-
-
-CAPO V.
-
-_La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla
-stessa imposto dai suoi primi fondatori._
-
-
-Non è cosa facile il dar ragione delle nomenclature delle antiche
-città. Poche son quelle per le quali si può affermare che abbiano preso
-il loro nome sia da quello del fondatore rispettivo, sia da circostanze
-locali che lo abbiano suggerito, sia in fine da rilevanti avvenimenti
-che abbiano avuto luogo nel sito di esse. Pe ’l massimo numero delle
-città la origine del loro nome rimane ravvolta nella profonda caligine
-del tempo.
-
-Qualche Commentatore di Orazio nelle sue annotazioni sulla parola
-_Rubos_, ove il Poeta pernottò nel suo viaggio da Roma a Brindisi,
-dice che questa città abbia preso il suo nome _a copia ruborum_, come
-erroneamente ha detto anche Roberto Stefano confutato nel capo primo.
-È facile il vedere la frivolezza di cotesta etimologia. I roveti si
-trovano da per tutto ove il terreno non è coltivato per lo intero, e
-molto di esso si lascia ai boschi ed ai paschi. L’agro Ruvestino non ha
-una quantità di roveti maggiore di quelli che vi sono in altri luoghi.
-
-Li Commentatori suddetti per altro hanno scritto in un’epoca in cui
-non si erano ancora pubblicate le antiche monete Ruvestine, le quali
-hanno messo in chiaro di esser questa un’antica città Greca. Quindi la
-etimologia del suo nome malamente si è tratta dal Latino _Rubi_, mentre
-si deve prendere dalla leggenda Greca Ρύψ che vi è nelle più antiche
-di esse. Messa dunque la sicura origine Greca della città suddetta, le
-conghietture relative al suo nome non possono e non debbono partire
-da altre considerazioni, meno che da quelle che può suggerire la sua
-origine[123].
-
-Si sa che i condottieri delle straniere Colonie venute a stabilirsi
-nella Italia hanno dato sovente il loro nome non solo alle città da
-essi fondate, come Cuma, Taranto ed altre, ma anche alle Regioni da
-essi conquistate, come si è detto innanzi della _Peucezia_, della
-_Oenotria_, della _Daunia_ e di altre. Ma fu anche costume delle
-Colonie Greche quì stabilite di riprodurre i nomi delle città della
-loro Patria originaria che avevano lasciata per la necessità di andare
-a proccurarsi altrove il proprio sostentamento.
-
-Quindi Dionigi di Alicarnasso ci fa sapere che i Greci venuti dal
-Peloponneso nella Campania _Inter ceteras urbes condidere Larissam
-Pelloponnesiacæ illius cognomine, quæ quondam Metropolis ipsorum
-fuerat_. Parlando indi della seconda spedizione degli Arcadi condotta
-da Evandro, come innanzi si è detto, e partita dalla città dell’Arcadia
-denominata _Pallantium_, dice che essendosi questi stabiliti vicino
-al Tevere nel luogo ove surse dappoi la città di Roma, edificarono
-una picciola città e soggiugne: _Huic Oppidulo a veteri Patria nomen
-apponunt Pallantium, nunc vero Palatium a Romanis dicitur corrupta voce
-injuria temporum_[124].
-
-Dice lo stesso anche Pausania parlando di Evandro. _Hunc in coloniam
-missum, deducta a Pallantio in locum Tiberi proximum Arcadum manu,
-oppidum condidisse, quod urbis Romæ postea pars fuerit: appellatum vero
-de Arcadici Oppidi nomine ab ipso Evandro, et Inquilinorum comitatu
-Pallantium, quod nomen consecuta cetas duabus literis L et N submotis,
-immutavit_[125].
-
-Si è inoltre osservato innanzi coll’autorità di Plinio e di Strabone
-che Diomede fondò nella Daunia la città di _Argos Hippium_, detta poi
-_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, per riprodurre quì il nome della Greca
-città _Argos_, onde disse di lui Virgilio.
-
- _Ille urbem Argyripam patriæ cognomine gentis,_
- _Victor Gargani condebat Japygis agris_[126].
-
-Quindi Servio su di altro luogo del Poeta osserva. _Diomedes in Apulia
-condidit civitatem, quam Patriæ suæ nomine appellavit, et Argos Ippion
-dixit, quod nomen postea vetustate corruptum est, et factum ut civitas
-Argyripa diceretur, quod rursus corruptum Arpos dixit Plinius lib. III
-Cap. XI_[127].
-
-Lo stesso dir si deve delle città _Eraclea_, e _Locri_ riprodotte
-similmente dalla Grecia in Italia, ed anche di _Turio_ che ben si
-può dire denominata dalla Greca città _Thuria_ di cui fanno menzione
-Strabone, Pausania, Stefano Bizantino, ed altri[128]. Nè solo delle
-città Greche si videro quì riprodotti i nomi; ma anche de’ fiumi
-della Grecia. Il fiume _Crati_ che scorre ove prima vi era la città
-di Sibari, ed indi quella di Turio, e che viene formato dalla unione
-di due fiumi, prese tal nome da un fiume della Grecia, di cui dice
-Strabone. _Ad Achaicas porro Ægas fluvius est Crathis, qui ex duobus
-fluminibus auctus a permixtione, seu temperatione nomen habet, ut et
-Italiæ Crathis_[129].
-
-Si legge lo stesso anche presso Erodoto. _Inde Ægira, et Æga in qua
-est Crathis fluvius perennis, a quo Italicus ille vocatus est_[130].
-Pausania similmente parlando del Monte _Crati_ della Grecia, dice _In
-eo Monte Chratidis amnis fontes sunt. Labitur is in mare præter Ægas,
-desertum ætate mea vicum, Achæorum olim urbem. Ab eo nomen accepit
-Crathis Italiæ in Brutiis fluvius_[131].
-
-Lo stesso dir si deve del fiume Acheloo della Etolia, da cui prese il
-nome il nostro fiume chiamato da Strabone, e da Plinio _Acalandro_,
-il quale porta oggi il nome di _Salandrella_, e scorre per i campi
-dell’antica Eraclea.
-
-Vi è quindi tutta la ragione di dirsi che la città di Ruvo abbia allo
-stesso modo preso il suo nome da altra antica città della Grecia che si
-volle quì riprodurre. Rimane solo ad indagarsi quale di esse coloro che
-la fondarono abbiano avuto in mira nell’imporle il suo nome.
-
-Ci fa sapere Strabone che nel Peloponneso, donde partirono Oenotro e
-Peucezio coi loro seguaci vi erano due antiche città, dalle quali ha
-potuto derivare benissimo il nome imposto alla nostra città. Della
-prima di esse sita nell’Acaja dice così _Quod ad reliquas sive urbes,
-sive portiones Achajæ attinet RYPES non habitantur: regionem, cui
-Rypidi nomen fuit Æginenses, ac Pharienses occuparunt, et Æschilus
-alicubi hæc habet_
-
- Sacramque Buran, et Ceraunias Rypas,
-
-_Fuit hæc Myscelli patria, qui Crotonem condidit. Sed et Leuctrum pagus
-fuit Rypidis ad urbem Rypas pertinens_[132].
-
-Dopo avere indi parlato delle città dell’Arcadia distrutte in tutto, o
-in parte soggiugne _Quæ vero Homerus refert_
-
- _Ripen ac Stratiam, et ventosæ mænia Ænispæ,_
-
-_eas neque facile, neque ulla cum utilitate inveneris cum sint
-desertæ_[133]. Il che pruova anche ch’erano queste città di poca
-considerazione. Di _Ripen_ fa menzione anche Pausania riportandosi allo
-stesso modo ad Omero[134].
-
-Le già dette due città cioè _Rypes_ e _Ripen_ che al tempo di Strabone
-erano distrutte, prima della Guerra di Troja allora che Oenotro e
-Peucezio vennero nella Italia vi erano sicuramente. Da una di esse
-bisogna dire che prese la città di Ruvo il suo nome. Penetrandosi però
-nel fondo della cosa deve dirsi che lo prese dalla prima e non dalla
-seconda, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè il nome della
-nostra città si trova sempre nel plurale come quello di Ρύπες presso
-Strabone, Erodoto, e Pausania, e di Ρύπαι presso Stefano Bizantino,
-come saremo or ora a vederlo. Ond’è che anche nel Latino la versione
-del suo nome si è fatta nel plurale, e si è chiamata _Rubi_.
-
-La seconda perchè la città della Grecia da Eschilo chiamata Ρύπας
-era assai più illustre della picciola città detta Ρίπεν di Omero, ed
-i Greci riproducevano quì i nomi delle città cospicue del loro Paese
-natio, non già delle ignobili Bicocche. Quindi Tommaso Pinedo nelle
-sue note a Stefano Bizantino _De Urbibus_ sulla parola Ρύπαι osserva:
-_Rhypæ urbs Achaica. Una de duodecim Achæorum urbibus famigeratis
-auctore Pausania in Achaicis, et_ Ρύπαι _et_ Ρύπες _dicitur Straboni
-lib. IX, Pausaniæ libro citato. Ejus tantum ruinæ ætate Pausaniæ
-extabant, ut ipse refert eodem libro_. Ed in vero Pausania nel
-riportare nominalmente le predette dodici illustri città dell’Acaja,
-tra le quali Ρύπες, dice così: _Sunt vero eæ urbes apud universos
-Græcos notæ et illustres_[135]. Anche Erodoto le riporta una per una, e
-tra esse vi è Ρύπες[136].
-
-Si aggiunga a ciò che il Ρίπεν di Omero è scritto coll’ι, e ’l Ρύπας
-di Eschilo è scritto coll’ύ allo stesso modo che si legge in tutte le
-monete Ruvestine. Quindi nella versione del nome della nostra città si
-è detto _Rubi_ e non _Riba_ come avrebbe dovuto dirsi se il suo nome si
-fosse preso da Ρίπεν di Omero. È questo anche un forte argomento per
-credersi che i Greci del Peloponneso guidati da Peucezio vollero quì
-riprodurre una delle dodici più illustri città del loro Paese natio.
-
-Nè si dica che nel luogo di Pausania testè citato si legga Ρίπες e non
-Ρύπες, poichè fu questo un errore di amanuense avvertito e corretto dal
-dotto Federico Sylburgio nelle sue annotazioni a Pausania, il quale
-in altri luoghi scrisse il nome di questa città sempre coll’ύ e non
-coll’ι. _In Achaicarum urbium cathalogo mendosa sunt quædam nomina.
-Pro_ Ρίπες _enim scribendum_ Ρύπες _per_ ύ, _ut non infra tantum cap.
-18 et 23, sed etiam apud Herodotum et Strabonem, et confirmat etiam
-ordo alphabeticus apud Stephanum. Imo apud eundem Stephanum non modo_
-Ρύπες _appellantur cives ipsi, sed etiam urbs_.
-
-In fatti Pausania nel capo XVIII dello stesso libro VII parla di
-nuovo di quella città e dice così: _Augustus deinde vel quod ad navium
-appulsum Patras valde esse appositas judicaret, vel alia quacumque de
-causa, emigrare illam multitudinem ex illis oppidis Patras jussit.
-Quin eodem Rhypis Acheorum urbe funditus eversa, multitudinem omnem
-traduxit._ E più giù nel capo XXIII. _Paululum supra militarem viam
-cernuntur Rhypum ruinæ._ In ambi questi luoghi si legge Ρύπας Ρύπων
-non Ρίπας Ριπων. Quindi anche Luca Olstenio nelle sue note a Stefano
-Bizantino sulla parola Ρύπαι allega questo secondo luogo di Pausania ed
-osserva: Ρύπαι _autem videntur dictæ Pausaniæ_.
-
-Pare dunque che questa e non altra esser debba la conghiettura naturale
-ed adeguata sulla origine ed etimologia del nome della nostra città.
-Non si può questo ripetere dal nome del condottiere della Colonia, come
-per altre città si è detto, poichè si sa che il condottiere de’ Greci
-ivi stabiliti fu _Peucezio_, e questi diè il suo nome alla Regione da
-lui conquistata, non già alle nuove città che furono in essa fondate.
-Manca inoltre qualunque altra circostanza locale, la quale possa avere
-un’analogia o un rapporto col nome Greco alla stessa imposto.
-
-Si sa che le città hanno preso sovente i loro nomi dai fiumi, dai
-laghi, dai fonti, dai monti etc. alle stesse adiacenti. Nulla vi è in
-Ruvo e sue adiacenze che abbia potuto influire nella sua nomenclatura.
-In tal posizione la spiegazione più plausibile ed adeguata della
-origine del suo nome è quella di ripeterlo dalla riproduzione che si
-volle quì fare di una delle dodici più illustri città dell’Acaja.
-
-Nè varrebbe il dirsi in contrario che Ρύπες è scritto col π e
-Ρύβαςτεινων o Ρύβα abbreviato che si legge nelle monete di Ruvo è
-scritto col β, il quale si è ritenuto anche nella nomenclatura latina
-_Rubi_. Non sono queste che picciole variazioni, le quali nulla
-decidono. Le ha potuto queste suggerire o il capriccio di coloro
-che vissero nell’età posteriori, o la corruzione del nome primitivo
-della città indotta dal tempo. Si è detto innanzi che la città di
-_Argos Hippium_ fondata da Diomede nella Daunia fu dappoi chiamata
-_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, e che _Pallantium_ fondata da Evandro fu
-poi chiamata _Palatium_. Potrebbe lo stesso osservarsi anche per molte
-altre città. Qual meraviglia è dunque che il Ρύπας della nostra città
-siasi dappoi cangiato in Ρύβας?
-
-È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono
-scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che in
-alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue
-Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4 della
-Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed
-illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era
-estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non
-fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno
-tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo
-di fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui
-appartengono.
-
-Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più dubbio
-che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre
-città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel
-riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente
-derivativo di essa πολίτης Ρύψ _civis Rhypæus_. Il Ρύψ quindi che si
-legge nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che
-viene dalla detta antica città dell’Acaja.
-
-Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle
-antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. _Ses monnaies nous
-apprennent en effet que son veritable nom ètait_ Ρύψ _(Rhyps), nom
-identique avec le nominatif de_ Ρύπες, _une des douze villes de
-l’Achaje et Patrie de Myscellus fondateur de Croton_[137].
-
-Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete
-Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città
-dell’Acaja denominata _Rhypæ_, e questo errore fu redarguito dal Signor
-Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi
-nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà
-alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della
-nostra città.
-
-Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città
-abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città
-dell’Acaja chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di
-Scetticismo. Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli
-nella descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo
-_non lascia riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine!_ In
-questo tratto però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa
-diligenza, ed esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo
-che di Ruvo avevano parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino,
-e Strabone[138]!
-
-Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto. In
-quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco
-parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da me
-nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo
-Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta
-città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città.
-Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si
-brigava di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva.
-
-Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità colle
-altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate più
-antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli, potrebbe
-azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima
-della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono
-qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi non
-preponderare per la maggiore antichità della mia Patria.
-
-Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero di
-riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro
-patria. Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma
-perchè la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo
-natìo non era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere
-Dionigi di Alicarnasso. Abbandonarono quindi la loro patria costretti
-dall’impero della necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo
-sostentamento, e portarono seco loro l’amore di essa.
-
-L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini.
-La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla luce,
-ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i nostri
-primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal tempo nè
-dalla lontananza. _Dulcis amor Patriæ._ Per questo santo amore l’uomo
-affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio sangue.
-
-Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni
-Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione, ed
-ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso modo i
-loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette dodici
-illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non
-potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro.
-
-Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia han
-potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi
-Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il
-nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi
-si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano
-fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella
-ch’era per loro o la più nobile, o la più cara.
-
-Ed in vero la città della Daunia _Argos Hippium_ fu fondata dallo
-stesso Diomede, la città _Pallantium_ fu fondata dallo stesso Evandro,
-la città di _Larissa_ fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che
-capitarono nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città
-della Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari.
-Deve credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle
-conghietture che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore
-dell’uomo. Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione,
-non avrebbe deciso _ex cathedra_ che la città di Ruvo sia la meno
-antica di quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? _Quantum est
-in rebus inane!_
-
-
-
-
-CAPO VI.
-
-_Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata._
-
-
-Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai
-più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza
-visibile ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre
-e perfetto a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno
-ivi a ristabilirsi, tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto.
-L’abitato attuale però occupa non già il vertice della collina, ma
-bensì il declivio di essa che guarda il mezzodì. La sommità della
-collina è al Nord della città lungi un quarto di miglio. È la stessa
-attualmente occupata da una magnifica Chiesa, e da un Convento di PP.
-Minori osservanti sotto il titolo di _S. Angelo_.
-
-Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono
-incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi
-espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare
-Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono
-edificate sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i
-venti, e specialmente i venti boreali dominano talmente quel punto
-che coloro i quali volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a
-prezzo ben caro il vantaggio della veduta la più bella, e la più gaja
-che possa desiderarsi. Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa
-permanenza debbono essere molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria
-che potrebbero loro essere funesti.
-
-La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni
-nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato di
-essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè
-la ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del
-detto Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre
-lati della città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente.
-Si è ciò fatto con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto
-all’impeto de’ venti.
-
-Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al già
-detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità
-della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte
-le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che
-l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al
-declivio della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti
-a quegl’incomodi, ed a quelle malattie che per le cause di sopra
-espresse si rendevano inevitabili allora che il sito della città era
-sul vertice della collina.
-
-Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi
-di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, come
-innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che
-_Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E
-poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium:
-qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi
-quod summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent_[139].
-Leggiamo anche presso Virgilio
-
- . . . . . . . _Cantabitis Arcades inquit_
- _Montibus hæc vestris: soli cantare periti_
- _Arcades_. . .[140].
-
-Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve
-stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro
-sede sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata.
-
-Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione
-confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della
-_Puglia pietrosa_. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che
-per poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura,
-vi occorre una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai
-proprietarj dei fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed
-ai giardini danno maggior rendita.
-
-Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi per
-poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi
-istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo
-delle siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si
-formano per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino
-parlando de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere
-i fondi rustici, dice che ciò si fa col costruire _muros, macerias,
-congeries, et collectione petrarum_[141].
-
-Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli
-per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e
-per tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto
-Convento di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La
-quantità delle pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra
-contrada pietrosa dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero
-estratte dai fondi, per esaurirle non basterebbe formare un pariete
-ordinario, ma converrebbe costruirsi muraglioni immensi di non facile
-esecuzione e di non lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa
-sconfidare i proprietarj suddetti dall’intraprenderne il miglioramento.
-
-Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito
-precisamente nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto
-Convento di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa
-per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio
-ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia,
-aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare
-nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione
-eseguita solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte
-spesa. Fu tale la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne
-consumate molte nel solido e straordinario pariete da lui costrutto
-lungo la strada pubblica, ne rimasero tante che mancava il sito ove
-riporle. Gli convenne quindi gittarle sulle antiche macerie che vi
-erano nel fondo istesso le quali occupano una porzione non indifferente
-di esso, e nel guardarle desta positiva meraviglia che in picciolo
-spazio siano uscite dalla terra tante pietre!
-
-Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle
-fabbriche dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’
-tempi posteriori. Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre
-di fabbrica accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti
-dell’arte. Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono
-ivi di passo in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso,
-il quale in quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova
-a pochi palmi di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti
-alle abitazioni che un tempo ivi vi erano.
-
-Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa
-straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni
-adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città
-traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina
-sotto un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la
-seguente circostanza.
-
-È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri
-antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo
-della Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo
-genitore volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne
-le fondamenta si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne
-trovò trent’anni indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori
-Caputi, la quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica
-piazza. Parlo solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli
-occhi proprj li due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia
-età virile, giacchè altri sepolcri si sono scavati anche in altri
-luoghi dell’abitato attuale della nostra città, de’ quali non posso
-dare un conto particolare.
-
-È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato.
-Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri,
-bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione
-della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città
-suddetta fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo.
-Giova anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero
-tanto ne’ due sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro
-de’ Signori Caputi.
-
-Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi _scannellato_, ma
-rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il
-che pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della
-prima fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel
-lusso funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente
-scoverti. Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si
-era resa già adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della
-collina al sito che attualmente occupa, il quale al tempo della prima
-fondazione esser doveva sicuramente una campagna.
-
-Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o cadute,
-o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide
-fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta
-di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate su di
-altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe
-dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di essa, sia
-una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo che circa
-venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo risoluto di
-formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra antica casa
-paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del suolo che
-alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla stessa.
-
-Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla
-profondità di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente
-addetta al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte
-suddetta, e colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega
-suddetta fornita di un pavimento _a lastrico_ così solido e forte che
-per tagliarlo in pezzi regolari che io volli conservare ebbe a durarsi
-molto stento, e si spuntarono molti piconi e scalpelli.
-
-Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al
-piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra
-stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che
-molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti _jusi_ col linguaggio
-del Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi
-accedere bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano
-queste abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al
-livello delle strade della città dalle quali ad essi si accede.
-
-Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case
-suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano
-delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate
-dalle guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non
-altrimenti le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche
-senza solide fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi
-edificj di Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si
-son fatte. Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che
-ne’ tempi passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte
-di essa.
-
-Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase
-che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che
-si vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al
-piano di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal
-Vesuvio avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese
-sotterranee quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo
-stesso sia avvenuto nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che
-li detti bassi detti _jusi_ addetti all’abitazione degli uomini e non
-delle bestie, nella prima loro costruzione siansi edificati sotterra.
-D’altronde gli antichi edificj che si son trovati molto sottoposti al
-piano attuale della città pruovano concludentemente che doveva esser
-questo anticamente molto più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle
-ruine delle antiche abitazioni.
-
-L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho
-parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei
-concittadini. La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la
-crassa ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno
-essi perduta l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori
-possedevano in grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di
-quella Popolazione, la quale è per tal cagione obbligata a privarsi del
-comodo de’ terrazzi tanto utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio
-sollievo, che per asciugare i pannilini dei bucato, per seccare le
-frutta e per esporre al sole tutto ciò che ha bisogno de’ suoi benefici
-raggi.
-
-È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano,
-anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da un
-tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni
-lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale
-di cotesto inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali
-consiste nella calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze
-minute. Queste però, mentre non possono sorbire la calce liquida,
-ed impregnarsi bene di essa perchè non sono porose, hanno anche per
-necessità le loro punte, ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio
-rodono e scompongono la massa del lastrico non ligata per se stessa
-ed unita insieme a perfezione per la mancanza di elementi soffici che
-possano sorbire bene la calce liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca
-e troppo esile doppiezza che si dà a cotesta cattiva pasta.
-
-La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca in
-Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola e
-pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella
-bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale
-ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo
-ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno
-resistito anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel
-lastrico in pezzi regolari per conservargli.
-
-A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi
-della composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso
-formato di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che
-in quella Regione è chiamata _carpino_. Bisogna quì osservare che
-la pietra suddetta per se stessa porosa è di tre specie. La prima di
-esse, comunque anche porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi
-a trebbiare le messi facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja
-de’ grossi pezzi di essa lavorati ed adattati a questo uso. Resistendo
-anche molto bene al fuoco, è utile adoperarla nella formazione de’
-focolari, poichè le pietre ordinarie rimangono presto dal fuoco o
-spaccate, o calcinate.
-
-La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo
-maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la
-seconda. Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza.
-Sorbisce i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si
-presta a formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola.
-Venni da ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire
-benissimo il così detto _lapillo_ che si adopra in Napoli e contorni
-nella formazione de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia.
-
-Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto
-ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando
-giustamente de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro
-paese. Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e
-lo tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci
-gittare il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in
-Napoli. Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe
-stato anche migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia
-attenzione non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine
-contratta da tutti i muratori di quella Provincia di fare lastrici
-troppo sottili, mentre l’antico lastrico di cui ho parlato ha una
-doppiezza uguale a quelli che si fanno in Napoli e contorni.
-
-Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà
-de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto
-nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o
-ch’è troppo vero ciò che disse Orazio _Naturam expellas furca, tamen
-usque recurret_. Valga però questa digressione a tenere avvertiti
-i miei concittadini onde non si facciano più raggirare dalla loro
-ciarlataneria. Insulta questa anche la Provvidenza, la quale ha
-largamente provveduto l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere
-necessario o utile ai bisogni della vita umana.
-
-
-
-
-CAPO VII.
-
-_Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni._
-
-
-Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del
-tempo sulla origine della nostra città, che non senza una ragione
-Paciucchelli la dice _antichissima e quindi oscura_, rendeva assai
-scabrosa la indagine di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi,
-i quali non si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo
-che la cuopriva, hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla
-sua nomenclatura che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui
-fiorirono li detti antichi Scrittori erano illuminati. Da ciò che
-hanno lasciato scritto sulla Regione in cui la nostra città è sita, e
-sulle Greche colonie dalle quali fu questa occupata ed abitata, dalle
-sue antiche monete, e dai pregevolissimi monumenti delle belle arti
-antiche ivi rinvenuti, ho potuto prendere quelle fiaccole le quali mi
-hanno messo in grado di spingere innanzi i miei passi in mezzo a tanta
-oscurità.
-
-Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione
-e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di
-Occidente portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli
-settentrionali non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la
-coltura, donde attingersi una storia ordinata della nostra città?
-Attesa la ragione de’ tempi e la qualità de’ Scrittori che poteva la
-stessa produrre, non è poco che si conoscono almeno in generale i fatti
-principali avvenuti nella Italia.
-
-Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro _Della via Appia_
-tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto
-parlar di se, reca ciò che siegue: _Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti
-senza che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo
-ed ajuto, ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati
-altrove a far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per
-lo furore de’ Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al
-rapporto de’ Cronologi di quel tempo_[142]. Si è da alcuno detto anche
-che fu dai Goti distrutta ed uguagliata al suolo.
-
-Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non
-abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali
-soggiacquero tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò
-forte argomento la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che
-l’attuale città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica
-città. È anche notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti
-era una città considerevole, niun vestigio è rimasto fuori terra di
-fabbriche le quali presentino una rimota antichità, il che pruova di
-esser queste rimaste tutte distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli
-e da altri si son dette queste cose senza essersi citati gli Scrittori
-dai quali si son tratte. A tal modo in vero si può dire tutto ciò che
-si vuole.
-
-Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me
-lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse
-i fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate
-a parlare di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la
-più importante, giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano
-ordinariamente la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori
-si trova per alcuna di esse qualche cenno.
-
-Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non ne son
-dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa per la
-mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima
-origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso.
-Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio
-a rintracciare le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da
-barbare Nazioni, ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti
-che sarei costretto cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in
-un profondo oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite
-a tante ruine, mentre tante altre città sono state distrutte, senza
-essere più risorte. Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se
-pur se ne possono aver le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia
-più tempo minori anni, e più valida salute di me. Mi limiterò quindi
-a quelle poche notizie che vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza
-innoltrarmi di vantaggio nelle ricerche di que’ tempi che precederono
-la loro dominazione, nelle quali certamente il profitto non avrebbe
-potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio che sarebbero costate.
-
-Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli nel
-luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo,
-la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una donna
-al suo defunto marito che si dice _liberto di Cesare_, senza che si
-conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa di
-più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità
-Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano.
-
- IMP CÆS M ANTO
- ni GORDIANO PIO
- FEL AVG
- PON MAX
- TRIB P II
- COS PROC
- DECVRIONES
- ET AVGVST
- EX ÆRE COL
- LATO
-
-La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con
-essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio
-che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che
-cotesta lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o
-di altro pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano.
-Senza di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser
-stata messa _ex ære collato_ de’ Decurioni e degli Augustali. La sola
-e semplice lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non
-avrebbero meritato un vanto di tal fatta.
-
-Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio di
-Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore
-di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto
-dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa
-sapere Cornelio Tacito: _Idem annus novas cæremonias recepit addito
-sodalium Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis
-Sabinorum sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus
-civitatis unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et
-Germanicus adjiciuntur_[143]. Fu questa perciò riputata una dignità ed
-una onorificenza. Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima
-che fosse stato Imperatore, _Senatus quoque ut ad numerum sodalium
-Augustalium sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit_[144].
-Dice lo stesso anche di Galba, il quale prima che fosse stato elevato
-all’Impero, _inter sodales Augustales fuit cooptatus_[145].
-
-Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama _nuova cerimonia_
-suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione di
-coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri
-Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli
-onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto
-luogo di Cornelio Tacito osserva: _Idque exemplum placuit deinceps
-in omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii,
-Hadrianales, Antonini passim in Historiis memorantur._ Lo stesso dice
-Levino Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio.
-_Quemadmodum ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina
-traxere, ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani._
-
-È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito
-anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo
-una carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba
-Brissonio, il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da
-Tiberio _In urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni,
-seni, et aliquando plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95.
-Gruterus Inscript. p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori
-Magister Augustalis. Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius
-ad Inscript. p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti.
-Noris. Cenotaph. Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed
-et aliquando jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI
-7 p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam
-Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur,
-ceu contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6
-p. 77 et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium
-Sacerdotium, sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius
-apud Gruterum p. XIX 6_[146].
-
-Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli
-Augustali uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento
-all’Imperator Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo
-suggerito l’adulazione o qualche beneficio fatto alla nostra città
-dall’Imperatore suddetto. Passo ora a riportare le poche cose che
-vi sono dell’epoca de’ Normanni, mancandomi ogni notizia particolare
-relativa alla nostra città del tempo che la precede. Avrei potuto in
-vero toccare quella parte che ha la stessa per necessità avuta negli
-avvenimenti generali seguiti in quella Regione. Ma questi appartengono
-alla Storia del Regno, e trovandosi da altri già esposti, non amo
-replicare le cose risapute, ed uscire dal mio argomento.
-
-Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e
-della dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30
-ottobre 1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che
-_interfuere tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi
-quadraginta_. Tra i primi vi è _Archiepiscopus Tranensis_, il che
-pruova anche che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro
-Normanno, era fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito
-Guglielmo Appulo la chiama _præclari nominis urbem_. Tra i secondi si
-leggono: _Episcopus Cannensis, Rubesanus_ (di Ruvo), _Monorbinensis,
-Juvenaciensis, Monopolitanus_, luoghi tutti che appartengono alla Terra
-di Bari secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno[147].
-
-L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali, gli
-Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla consecrazione
-della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo che vi fu da
-tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere
-uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi
-intervenuti, e tra questi ultimi vi è _Guilelmus, sive Guibertus
-Episcopus Rubesanus_[148].
-
-Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: _Anno 1082 Episcopus
-Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini,
-quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor
-libras ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem
-ad suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad
-Canusium_[149]. La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l
-Vescovo di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa e
-percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica
-più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera,
-nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo
-la volontà di recarsi a Bari o a Canosa[150].
-
-Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia _De rebus gestis Rogerii
-Siciliæ Regis_ dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati
-della Puglia tra i quali _Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus
-Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis
-Comes, aliique complures_. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il
-Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella
-città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto
-con buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad
-assediare Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non
-potendo più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si
-resero a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni
-suoi nemici.
-
-Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti
-marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi
-col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato _Vado
-petroso_. Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del
-fiume suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel
-campo di persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo.
-Nè mancò di maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a
-discaricarlo dalla scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per
-Duca di Puglia e di Calabria.
-
-Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto i
-Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi
-di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si
-ritirarono, e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche
-con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero
-insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona, e
-fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria.
-
-Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però veduto
-ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza, ed
-avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare
-l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre
-città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano
-per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno
-e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la
-spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici.
-
-Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di
-ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli
-aveva tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso
-esercito, dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò
-ad assediare la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato
-che l’assedio di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta
-impresa a miglior tempo, e credè più opportuno sommettere le altre
-città e castelli de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese
-chiamato Castrum che preso da lui l’anno precedente aveva seguito
-di nuovo le parti di Tancredi di Conversano, pose l’assedio a _Monte
-alto_.
-
-Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: _Capto itaque Monte alto
-RUBEAM PRÆFATI TANCREDI URBEM invasurus properat, qua demum devicta,
-Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps, necnon
-Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori
-consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso
-Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus
-deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent_.
-Soggiugne inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di
-_Salpi_[151].
-
-Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole _Rubeam
-urbem_ abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si
-occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia.
-In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli
-inoltre che _Rubea urbs_ dipendeva da Tancredi di Conversano collegato
-col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo
-ed Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti.
-È notabile inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i
-soldati per la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il
-Buono, del quale si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a
-quell’epoca la nostra città continuava tuttavia a formar parte della
-Contea di Conversano. Il che pruova che alla stessa era unita anche al
-tempo di Ruggiero e quindi apparteneva a Tancredi di Conversano.
-
-La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può dir
-buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo
-del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione alla
-stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato delle
-occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque la
-città di Ruvo si valse dell’espressioni _Rubeam urbem_ ad esempio di
-Virgilio che disse parimenti.
-
- _Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga_[152].
-
-Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; _Rubea virga, quæ
-abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius_ Inde Rubos fessi
-pervenimus; _idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur_. A Servio
-è conforme anche Basilio Fabro[153]. Li Commentatori di Orazio sul
-precitato verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag.
-19 osservano: _Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat.
-In agro Rubeo vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur.
-Virgil. Georg. lib. I vers. 266._
-
-Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di lentisco
-molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci e per
-le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro
-de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità
-non meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città
-convicine. Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio
-dato alle piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più
-atti al lavoro. Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati
-_vinchioni_ forse dal latino _vimen_, poichè il linguaggio popolare
-Ruvestino ha ritenuti diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino.
-È ciò avvenuto come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre
-antiche città Greche, le quali passate dappoi sotto la dominazione
-Romana, si parlava in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio
-li Canosini gli chiama _bilingui_.
-
-L’Abate Telesino nella sua _allocuzione_ a Ruggiero stampata alla fine
-della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di
-Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe
-’l Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per
-indicare la città di Ruvo, disse _Rubeam urbem_.
-
-Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi
-attenzione alla Cronaca di _Romualdo Salernitano_. Sono in essa
-riportati gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di
-circostanze, il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi.
-Dice quindi lo Scrittore suddetto che Ruggiero _Conversanenses obsedit,
-eorumque civitates, et castella viriliter expugnavit_. Si valse del
-plurale _Conversanenses_, perchè Tancredi aveva anche un fratello di
-nome _Alessandro_[154], come si rileva da ciò che viene in seguito a
-dire. _Quumque Dominus Tancredus corporis molestaretur infirmitate,
-et Ducis Rogerii molestaretur oppressione, tandem cum Domino Alexandro
-fratre suo, et cum Domino Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis,
-idest decimo die Augusti (MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio,
-reddentes Terras ab cisdem comprehensas._ Nel riportare le fazioni di
-guerra che avevano avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero _cum
-exercitu adveniens comprehendit Salpim, et civitatem RUBUM_[155]. Il
-che toglie ogni dubbio che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo.
-
-Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo de’
-Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e che
-abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo luogo
-importano l’espressioni, _qua demum devicta_, le quali fanno intendere
-lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere. Nè si
-oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo Salernitano
-che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, _ut fertur, traditione
-civium_. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero usò
-l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè come
-osserva _Ugone Falcando_ nel proemio della sua Storia Sicula Ruggiero
-_id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes contereret_.
-Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che avesse
-presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione che
-si aveva della fortezza di essa.
-
-Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto dal
-racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati
-ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che _tantam
-potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei
-subjiciuntur_. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città
-fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di
-essa.
-
-Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto
-in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in
-generale nella sua Cronaca _Falcone Beneventano_ contemporaneo anche di
-Ruggiero, dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente
-contro Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore,
-e che tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi
-nemici le sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e
-barbarie[156].
-
-Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico
-di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto
-acerba, anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con
-manifesta parzialità. Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero,
-e fece di esse un magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia.
-Quindi pare che il primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il
-raziocinio naturale però fa capire che una città presa colla forza
-delle armi (_qua demum devicta_) dopo una vigorosa resistenza opposta
-ad una soldatesca irritata ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. _Væ
-victis._
-
-Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro,
-ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale
-rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo
-vigorosamente attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche
-dal detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue
-forze per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e
-prigioniero. Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli
-condonò nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in
-un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi[157].
-
-Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea di
-Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto ne
-formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano si
-rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153,
-era Conte di Conversano _Roberto di Basavilla_, del quale dice ciò che
-siegue: _Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui
-cum patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni
-administratione successit. Hic autem post mortem patris, convocatis
-Magnatibus Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui
-Curiæ Robertus de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater
-ejusdem Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello
-concessit, et cum in Apulia cum honore emisit_[158].
-
-Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto
-congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno
-in disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per
-gl’intrighi de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col
-linguaggio della verità da _Ugone Falcando_ nel principio della sua
-Storia Sicula[159]. Vedendo quindi in positivo pericolo tanto la sua
-libertà che la sua vita, fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle.
-Trasse nella ribellione molti Baroni e tutte le città della Puglia,
-ove aveva molto credito, e diè molto fastidio al Re Guglielmo I, come
-seguita a narrarlo il precitato Scrittore.
-
-Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere alla
-forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. Tutte le
-città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non vi può esser
-dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la nostra città,
-ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto Guglielmo I
-nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo Guglielmo
-II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da tutti
-i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come il
-precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò
-in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea
-di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il
-precitato Romualdo Salernitano[160].
-
-Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati per
-la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il
-Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di
-Ruvo formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non
-si dice chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però
-dalla Storia ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui
-anche apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta.
-
-Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia
-stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e
-passato il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate
-nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da S.
-Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e primo
-anno del Regno di Federico II, _Imperatrix_ (cioè la vedova di Corrado)
-_filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu dicti
-Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad se duci
-jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare_[161]. Sappiamo
-da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto _Berardo_. Se sia
-stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi è
-riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano
-è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo.
-
-Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo
-ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla
-Contea di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se
-separato e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero
-indicarlo. Che tal separazione però era già seguita all’epoca della
-Dinastia Angioina anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso
-il passaggio dai secoli felici della nostra città a quelli della
-feudalità. Allora l’agricoltura e la industria che produceva la sua
-opulenza faceva in essa fiorire nel grado il più eminente le scienze
-e le belle arti, delle quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La
-feudalità al contrario spenta la industria, e con essa anche il gusto e
-’l genio, fu apportatrice di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed
-estorsioni, delle quali i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del
-medio evo, e ne’ Scrittori feudisti bastano a far raccapricciare, e non
-potevano produrre altro che avvilimento e miseria. La Storia però deve
-seguire il tempo.
-
-Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca
-de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, del
-quale dice Ferdinando Ughellio: _Hujus civitatis maximum ornamentum
-esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, quæ S.
-Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen anno
-salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem Petro
-consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum gessit,
-cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono_[162].
-
-Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio
-di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino
-esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino
-al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 fu in
-Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, e
-che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni
-Vescovo di Ruvo.
-
-Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato
-che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare
-in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo
-mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa
-la rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in
-ciò può influire la maggiore o minore antichità del suo Vescovado.
-Cotesta indagine dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica,
-ed in quella de’ Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei
-concittadini il quale volesse occuparsi di proposito ad illustrare
-cotesto argomento.
-
-A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del
-nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel
-pericolo di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S.
-Sede. Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue
-rendite accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno
-de’ passati Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli
-della Mensa Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore.
-
-Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato
-quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi perchè
-la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere una
-calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado.
-Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale
-che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con molta
-efficacia.
-
-Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima
-memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini entrambi
-molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della nostra
-città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria molto
-opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a
-S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia
-e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione
-dell’antichità era molto valutata in simili discussioni.
-
-Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa esigeva.
-I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado di Ruvo
-fu conservato ed unito a quello di Bitonto _æque principaliter_ con
-Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno 1818.
-E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico del
-secondo, prese il Vescovo il titolo di _Vescovo di Ruvo_ e _Bitonto_,
-e non già di _Bitonto_ e _Ruvo_ come pretendevano i Signori Bitontini
-troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata
-una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della
-Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi
-Vescovadi.
-
-
-
-
-CAPO VIII.
-
-_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina._
-
-
-Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca
-de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia
-di un Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari
-delle città quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino
-di essere tramandati alla posterità, o non siano mossi da motivi
-di predilezione a parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre
-dall’archivio comunale. Oltre la somma difficoltà che vi è che possa
-qualsivoglia città conservare documenti che rimontino ad un’epoca molto
-rimota, le antiche carte che si conservavano nell’archivio della nostra
-città prima della metà del passato secolo le furono tolte a viva forza
-dalla prepotenza del Duca d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a
-dirlo.
-
-In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio del
-Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico II
-scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni si erano
-introdotti i pubblici Registri chiamati _Defetarj_, ne’ quali erano
-notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo.
-Cotesti Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il
-primo per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per
-conoscersi i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con
-un certo numero di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti
-Registri anche al tempo del detto Imperatore Federico sotto altro nome
-poichè nelle sue Costituzioni che vanno registrate nel Codice delle
-nostre antiche leggi sono chiamati _Quaterniones Curiæ, Quaterniones
-Dohanæ nostræ, Quaterniones Dohanæ nostræ Baronum_[163].
-
-Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle
-città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra
-le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni
-come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si son
-dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio
-del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati _Archivium Magnæ
-Curiæ Regiæ Syclæ_, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi
-riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti
-mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi dunque
-a riportare le poche notizie che da essi si hanno.
-
-Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della
-concessione in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di
-Angiò. Dice in esso il Re che per ricompensare _grandia, grata, et
-accepta servitia quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et
-fidelis noster Serenitati nostræ exhibuit_[164], veniva a donargli
-_Castrum Rubi cum Foresta ET CASALIBUS territoriis et omnia bona sua in
-Justitiariatu Terræ Bari, et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu
-Basilicatæ cum hominibus vassallis possessionibus vineis terris cultis
-et incultis planis montibus pratis nemoribus pascuis omnibus etiam
-aquis aquarumque decursibus aliisque juribus jurisdictionibus et
-pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium et quæ de servitio in
-servitium etc._
-
-Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città
-aveva allora i suoi _Casali_ espressamente compresi nella precitata
-concessione. Si seguitò quindi a dire _Deliberatione mera et speciali
-investientes ipsum Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de
-Castris ET CASALIBUS SUPRADICTIS ita quod tam ipse quam ipsi prædicti
-heredes sui dicta Castra ET CASALIA a nobis nostrisque in Regno Siciliæ
-heredibus et successoribus perpetuo in capite teneantur etc._
-
-Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. _Exceptis
-nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus
-fidelitate feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum
-Castrorum ET CASALIUM etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro
-quibus corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel
-exilii debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum ET
-CASALIUM hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram
-Curiam exigentur. Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato
-Curiæ nostræ cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem
-Castris ET CASALIBUS recipient et expendent. Defensis insuper quæ
-a quibuscumque personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum ET
-CASALIUM hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et
-castigatio ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam
-nobis quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum
-possint libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum
-ET CASALIUM eorumdem_[165].
-
-Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di
-Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si
-parla degli _uomini_ di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti
-avevano una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto
-di far pascere anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però
-de’ già detti Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi
-nel detto Privilegio, ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da
-noi molto lontana, se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile
-l’indagare in quali punti del territorio di Ruvo esser potevano situati
-cotesti villaggi utilissimi sempre alla economia agraria.
-
-Il plurale _Casalibus_ adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I
-pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle
-indagini che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li
-casali suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia
-stato situato nella contrada delle _matine_ a sei miglia di distanza
-dalla città, l’altro nella contrada denominata _calentano_ a quattro
-miglia di distanza, e l’altro in quella delle _strappete_ ch’è in un
-sito medio tra l’una e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza
-dalla città.
-
-Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria
-di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta
-moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena a
-Gravina, il quale porta tuttavia il nome di _casali_. Lo stesso nome
-portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta,
-i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva
-al fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia
-Modesti ora estinta.
-
-Il nome di _casali_ ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni
-sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di
-Gravina uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa
-conghiettura le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di
-campagna affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora
-solcati dall’aratro siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’
-miei terreni inoltre si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri
-di povera gente, monete antiche, ed anche una pietra di anello
-pregevole per la sua incisione e per una leggenda greca, la quale
-essendo stata a me occultata dal mio massajo, venni dopo a sapere
-ch’era passata in altre mani.
-
-È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente il
-nome di _casali_ vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente
-dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata
-la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre
-suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un
-forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per
-rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato
-a farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una
-quantità di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che
-dalle fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo
-in quel sito.
-
-Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della
-masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre
-tuttavia incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi
-di picciole case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila,
-ed altre isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati
-da quel lato ve ne sono stati di quelli formati con casse di pietra
-di tufo incavato ad un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si
-chiamano _pile_. Due di esse si vedono situate accanto al pozzo delle
-matine detto _del manganello_ e si fanno ora servire per abbeverare gli
-animali.
-
-Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi
-lontani, poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo,
-dovevano costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le
-stesse servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio
-suddetto. Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche
-un cimitero di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi
-dieci pieno di ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a
-conchiudere che doveva esservi in quel sito uno de’ casali situato
-parte sui terreni della mia masseria, e parte su quelli della masseria
-del Signor Montaruli dall’uno e dall’altro lato della pubblica strada
-di Gravina.
-
-Rispetto poi al luogo denominato _calentano_ tutte le circostanze
-concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro
-villaggio forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in
-epoca meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa
-un miglio, il quale porta il nome di _casali di calentano_. Oltre
-le immense macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette
-volgarmente _specchioni_, si vede anche il terreno coperto di pezzi
-di tufo, di embrici rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa
-credere la disabitazione meno antica. Si vedono inoltre molte pietre
-assestate dal martello, lavorate dal picone, o incrostate da fortissimo
-cemento.
-
-Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è
-basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò
-nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria
-di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo
-di terreno denominato _casali di calentano_. Li periti di consenso
-nominati per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di
-essa il valore di dieci moggia di terreno in compenso di quello che
-rimaneva ingombrato dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine
-in quel luogo trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera
-gente.
-
-Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata
-di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine
-Annunziata che porta il nome di _S. Maria di Calentano_, con una comoda
-abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della Chiesa
-suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti
-l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di Ruvo,
-l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che doveva
-esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più cura
-degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati.
-
-Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra
-immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche molto
-bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano ivi
-a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse
-sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate
-anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto da
-tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle
-convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può
-dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni,
-le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro
-Ruvestino.
-
-Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo ha presa
-cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi mantiene un
-Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con aversi dal
-Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. È notabile
-che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La elezione di
-esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo.
-Tale elezione si fa nel Capitolo _Preminenziale_, cioè coll’intervento
-delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta
-delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti segreti.
-Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto gli
-conferisce il titolo di _Cappellano di S. Maria di Calentano_.
-
-Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti
-che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee
-prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose
-masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle
-vicinanze della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può
-arguire che allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel
-sito rimase o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre
-cagioni, e gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo
-obliato il culto di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche
-dalle convicine Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni.
-
-Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una antica
-Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso
-il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente.
-Essendosi, malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto
-della lontana Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che
-cotesta antica usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che
-conservarono per la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di
-calentano che si ritirarono nella città.
-
-Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata
-_le strappete_ alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito
-medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a
-poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro
-un poco meno. Il primo porta il nome di _casali di Siniscalchi_,
-e l’altro secondo di _casali di Covelli_ dai nomi degli antichi
-proprietarj di essi. Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte
-della vasta masseria di semina posseduta dai Signori Chieco miei
-congiunti, e da essi acquistata con diversi contratti.
-
-Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa
-quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia
-incalcinate. Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri
-bianchi e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si
-son anche ivi sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali
-ultimamente fu rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in
-quando similmente disotterrate antiche monete di rame, di argento ed
-alcune di oro, delle quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti
-oggetti sono sempre fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad
-averne notizia che quando son essi già passati in altre mani.
-
-Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente
-informato dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco
-che ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie
-investigazioni, viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due
-piccioli villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è
-cosa nuova, o un solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli
-avanzi delle antiche abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due
-precitati pezzi di terreno cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri
-ivi rinvenuti in gran numero formano una convincente testimonianza
-dell’antica abitazione di que’ luoghi, poichè ove si trovano i morti
-bisogna che vi siano stati anche i vivi.
-
-Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie
-dall’Archivio Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il
-Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale
-richiesta nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che
-si serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che
-gli viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una
-conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate
-nelle carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca
-della disabitazione di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale
-Signor Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura
-e di entusiasmo per le cose patrie, onde avesse fatte praticare
-nell’Archivio suddetto le opportune diligenze, come si è fatto.
-
-Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica
-pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre
-1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino
-_Cobello de Concilio_ in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo
-e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni _de Mapono_ di Ruvo
-dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti
-proprietà, cioè il Vescovo e ’l Capitolo, _Domum unam ortatam sitam
-intus in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam
-ipsius Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et
-alios confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........
-et puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum_.
-
-E ’l detto Giovanni _de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri
-et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi,
-et pertinentiis Stiliti in loco SANCTE MARIE DE CALENTANO, et Sancti
-Pauli, et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta
-reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini
-Episcopi, Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate
-omnium cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, et
-cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus
-et utilitatibus eorundem et introitibus etc._
-
-Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte le
-sue possidenze si trova il seguente notamento: _Tenimentum SANCTÆ MARIÆ
-DE CALENTANO, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco Calentani
-spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum secundum
-divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum Rubensem ex una
-parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ ex parte altera,
-prout patet ex contractu publico celebrato inter nos subscriptos
-nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo sub anno
-Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... mensis
-Junii Sextæ Indictionis._ Di cotesto strumento non si è potuto avere
-veruna traccia.
-
-Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono trarsi.
-La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano di
-cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura che sia la
-stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione nel
-precitato diploma di Carlo I di Angiò[166]. La seconda che i terreni
-ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo di
-Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e colla
-disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati,
-una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa,
-de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il
-Capitolo vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione
-del Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a
-circa settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge
-sul Tavoliere di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in
-quell’epoca in possesso di essi, come terreni _azionali_ del Tavoliere
-suddetto appartenenti ai Luoghi Pii.
-
-Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi
-villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa
-e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato
-Registro di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i
-villaggi, avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di
-_casali_, e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle
-antiche abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le
-conghietture suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri
-luoghi più opportuni di quelli che ho cennati per la situazione de’
-casali suddetti. Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il
-territorio di Ruvo dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale
-quello stesso ch’era al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai
-lati suddetti lo avevano molti secoli prima ristretto e raccorciato le
-dotazioni di terreno date alle novelle città surte dal lato del mare
-Adriatico e da quello dell’Ofanto.
-
-Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel lato
-veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte il suo
-antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina
-ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta da
-Strabone _montosa et aspera_ che porta oggi il nome di _Murge_. Cotesta
-contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile,
-perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto
-opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la
-freschezza dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto
-negata alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le
-vallate dette volgarmente _canali_, ove le correnti di acqua hanno
-trasportato copiosissimo terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi
-anche in quella contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le
-masserie di semina.
-
-Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo
-bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi
-coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata
-la situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino.
-Essendo quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si
-allontana dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate
-di agricoltori e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte
-intorno al bosco suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il
-centro delle industrie armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi
-di appoggio alle vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i
-quali è diviso.
-
-Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i
-rapporti, come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai
-nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale.
-Vi sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle
-masserie di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati
-dall’aratro, come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero
-almeno in parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute
-degli abitanti di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto?
-
-In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile
-sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un
-villaggio. La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di
-Ruvo, e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra
-loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche
-de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine.
-
-Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura.
-Mentre tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano
-strabocchevolmente di pietre, nella massima parte de’ terreni delle
-matine non ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come
-i terreni della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano
-copiosissime sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di
-dieci o dodici palmi, ed in taluni luoghi anche minore.
-
-Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite
-verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città.
-Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente
-pietroso spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle
-conserve di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi
-frequenti possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero
-attendersi dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se
-venissero preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio
-si ritrarrebbe dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni
-inesauste e continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime
-verdure inoltre potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio,
-da un terreno netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in
-tutte le stagioni?
-
-Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione
-stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città
-coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo
-prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine
-città di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che
-manca il terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare
-l’agro Ruvestino, perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati?
-Perchè non rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi
-che prima vi erano? Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero
-a popolargli? Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che
-verrebbero a stabilirsi?
-
-Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269
-facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri
-Registri Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla
-stessa il dritto della _Bagliva_ che il Re lo ritenne per se, forse
-a riflesso del pascolo che si riserbò in quel territorio per gli
-animali delle sue razze; quale dritto di Bagliva passato dappoi in
-mano del Barone per le posteriori concessioni, recò alla Popolazione
-di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo a vederlo al suo luogo.
-È sicuro che cotesto dritto lo abbia il Re per se ritenuto. Primo
-perchè nelle clausole della detta concessione la Bagliva non si vede
-affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno 1268 che precedè
-la concessione suddetta, ma anche negli anni susseguenti cotesto dritto
-continuò a rimanere di Regia appartenenza.
-
-In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo
-a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo I ordinò
-_Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii_ che si
-fossero ai ricorrenti pagate le decime _super Bajulatione Rubi_[167].
-Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche
-con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, e
-1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del luogo
-donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo
-ed al Clero di Ruvo _decimas proventuum Bajulationis Rubi_[168]. Gli
-stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno 1304, e
-benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il notamento
-nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del Registro
-disperso.
-
-Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati
-amministrativi della Provincia, mentre la nostra città si trovava già
-conceduta in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin
-dall’anno 1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di
-Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla
-per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che
-dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata
-al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia _de Colant_ che
-nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente fu
-detta _de Colna_.
-
-Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della
-Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere
-informazione della rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris
-convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro_ e da qualsivogliano
-altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era
-conceduta in feudo _Arnulfo de Colant_[169]. Con altra lettera dello
-stesso anno concedè il Re al detto _de Colant_ in pagamento de’ suoi
-soldi che doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che
-andava dovendo _Universitas Rubi_[170].
-
-In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice così:
-_Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres
-quondam Arnulfi de Colant familiaris noster_, ch’essendo morto il
-di lui genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in
-vigore, assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati
-siti in diverse Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del
-detto anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie
-suddette, tra i quali: _Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod
-ipsum assicurare faciat ab hominibus Terræ Rubi_[171].
-
-Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto
-possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè
-nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già
-morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia
-dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva
-la università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il
-Re spedì ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè
-avesse sollecitata la informazione a lui commessa sull’assunto[172].
-
-Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da Capua
-al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di quella
-Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati
-coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a S.
-Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena
-della perdita de’ loro beni[173]. Con altra lettera del dì 20 Aprile
-dello stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente
-a tutti i Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu
-soggiunto bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro
-soldati nel termine di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato
-loro comunicato l’ordine suddetto.
-
-In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi de’
-feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono
-tra questi _Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus Guiso
-Guinardus Dominus Losili et Terlitii_[174]. Dal che viene a rilevarsi
-che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto
-_Arnolfo II_ forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo.
-
-Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo uscì
-dalle mani della famiglia _de Colant_. Che abbia però dopo l’anno 1291
-avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri.
-
-Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra di
-Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro
-Rotondo, della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò
-che siegue: _Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est
-Dominus Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa
-feudali de servitio quinque militum._
-
-_Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas
-partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet._
-
-_Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius
-militis pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ._
-
-_Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro bonis
-feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque,
-quorum quilibet tenetur servire Curiæ_[175].
-
-Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente
-notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la
-città di Ruvo da Roberto _de Juriaco_ era passata a _Galeraimo de
-Juriaco_ forse suo figliuolo. _Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob
-absentiam a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus.
-Anno 1310 lit. A fol. 238 a t._ Tal notizia della contumacia di
-Galeraimo de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re
-Roberto di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra
-città dalla famiglia _de Colant_ passò alla famiglia _de Juriaco_ e
-fu posseduta da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da
-Galeraimo che si rese contumace[176].
-
-Ad uno di questi due quindi si debbono attribuire le gravezze e le
-oppressioni usate alla nostra città, le quali diedero causa alle
-querele dalla stessa rassegnate al Re Carlo II, ed alla seguente
-lettera del dì 4 Maggio 1307 spedita da Gravina da Roberto Duca allora
-di Calabria e Vicario Generale di suo Padre, la quale merita di essere
-quì trascritta per i sentimenti di giustizia che in essa risplendono.
-_Robertus primogenitus Illustris Jerusalem et Siciliæ Regis Dux
-Calabriæ ac ejus in Regno Siciliæ Vicarius Generalis. Justitiariis
-Terræ Bari præsenti et futuris devotis suis etc. Scribimus per alias
-nostras literas Domino Rubi et officialibus ejus præsentibus et futuris
-in serie subsequenti = Robertus primogenitus illustris Jerusalem, et
-Siciliæ Regis Dux Calabriæ, et in Regno Siciliæ Vicarius generalis
-domino Rubi, et officialibus suis tam præsentibus, quam futuris salutem
-et dilectionem sinceram[177]. Dudum claræ memoriæ dominus avus noster
-Jerusalem et Siciliæ Rex ad compescendas insolentias Terreriorum_
-(i Feudatarj) _Capitulum edidit continentie infrascripte = Terrerii
-videlicet Comites Barones et Feudatarii tam Ultramontani quam Latini
-nullos de personis capiant nec privatum carcerem faciant, tormenta
-vel injurias alias quascumque non inferant vasallis eorum vel aliis
-quibuscumque, nullas destitutiones extorsiones vel violentias faciant,
-defensas pro parte ipsorum non exigant nec de defensis cognoscant vel
-se aliquatenus intromittant cum impositio defensarum debeat fieri per
-invocationem nostri nominis et cognitio et exactio earum spectet solum
-ad nostram Curiam vel ad Justitiarios Regionum. Nulli de contrata sub
-patrocinio et recommendatione eorum recipiant gabellas redituum et
-proventus terrarum suarum non vendant invitis. Et si contingat eos ad
-credentiam committere, tantum a credenzeriis recipiant meros et puros
-proventus et redditus quos secundum temporis qualitatem receperint vel
-recipere potuerint. Nec etiam recipiant ad habitationem in terris eorum
-homines demanii. Et si contra factum fuerit pro tormentis seu captione
-personæ pena privati carceris teneantur. Pro aliis vero injuriis pro
-qualitate delicti per Magistrum Justitiarium seu Justitiarios Regionum
-penis legitimis puniantur. Pro destitutionibus vero extorsionibus et
-violentiis plectantur pena constitutionibus comprehensa, destitutis
-et violentiam passis ante omnia in pristinum statum redactis, et
-eisdem restitutis extortis, pro usurpatione earundem defensarum
-nostro arbitrio puniantur restituto prius sine difficultate quidquid
-propterea abstulerunt. Et si quos sub patrocinio vel recommendatione,
-vel aliquos de Terra Demanii receperint similiter ad habitandum in
-Terris eorum secundum formam novæ Constitutionis puniantur[178] = Verum
-quia homines ipsius Terræ Rubi contra tenorem præscripti Capituli
-in plerisque asserunt sepius se gravari, devotioni vestræ sub pena
-contenta mandati præter penas alias in capitulo ipso contentas mandamus
-expressius quatenus hujusmodi Capitulum observantes tenaciter contra
-ejus tenorem præfatos homines nullatenus molestetis. Injungimus namque
-per alias literas nostras Justitiariis Regionis præsenti et futuris ut
-nisi a gravaminibus resipiscatis propositis vos ad id coerceant per
-juris remedia opportuna. Præsentibus preter opportunam inspectionem
-earum remanentibus præsentanti efficaciter in antea valituris. Data
-Gravinæ per Nicolaum Frictia de Ravello Locumtenentem Prothonotarii
-Regni Siciliæ anno Domini M. trecentesimo septimo. Die quarta Maji
-quinte indictionis = Quo circa devotioni vestre precipiendo mandamus
-quatenus ubi prædictus Dominus prefate Terre contra seriem Capituli
-memorati excedens a gravaminibus ipsis nequaquam destiterit, contra
-eum ad penas in capitulo ipso contentas, præterquam in eo casu in
-quo certa ex ipsius penis superioris reservatur arbitrio prout juris
-fuerit auctoritate presentium procedatis. Officiales vero prefatos per
-impositiones aliarum formidabilium penarum et exactiones illarum si
-et quatenus in easdem inciderint a similibus gravaminibus compescatis.
-Ita quod nos exinde ulterior querimonia non fatiget. Præsentibus post
-opportunam inspectionem earum remanentibus presentanti. Data Gravinæ
-per eundem Nicolaum Frictia de Ravello anno Domini M. trecentesimo
-septimo die 4 Maji quintæ indictionis_[179].
-
-Furono in vero queste disposizioni piene di giustizia, ed anche
-energiche. Ma non potevano certamente portare un rimedio ai guasti già
-sofferti dalla nostra città sotto la compressione Baronale. Una idea
-delle strettezze alle quali era la stessa ridotta si può formare da un
-altro Registro dello stesso Re Carlo II dell’anno 1308, il quale ci fa
-conoscere i gravosissimi e molestissimi dazj che fu costretta d’imporre
-a se stessa per far fronte ai pesi che le incumbevano, e forse anche
-alla necessità che la stringeva per le dette vessazioni, ed estorsioni
-sofferte. Questo documento lo recherò per lo intero non meno per
-appagare la curiosità di chi legge, ma anche perchè mi giovai di esso
-con successo ne’ giudizj ch’ebbi a sostenere contro la Casa d’Andria,
-de’ quali parlerò in seguito.
-
-_Karolus II etc. Universis præsentis scripti seriem inspecturis tam
-præsentibus, quam futuris. Dum nostræ Reipublicæ augmenta continue
-foventes appetimus, subjectorum commoda per solertes tramites
-procuramus. Venit sane ad præsentiam nostram Judex Judicis Guiscardi de
-Terra Rubi fidelis noster Syndacus ad hæc constitutus per universitatem
-hominum dictæ Terræ Rubi, ut constat per quoddam scriptum publicum
-Universitatis ejusdem, et exponens asseruit quod homines ipsius
-Terræ Rubi fideles nostri pro bono communi tendentes ad melius, et
-statum eorum olim ex imminentibus variis sæpe turbatum opportunæ
-reparationis ordinare judicio cupientes ad pacem, et materiam tollere
-scandalorum, attento quod interdum pro munerum, et aliorum onerum
-impositione fiscalium, interdum pro distributione illorum, interdum
-pro emergentibus inde multifariam exequendis querelatio, murmur,
-sisma, suspectio, persæpe dissidium, et in populo scandala periculosa
-surgebant. Provide statuerunt communi concorditer deliberatione
-habita et consensu capitula, sive ut eorum alludamus vocabulo, dacia
-sub distincta per quæ solutiones fiscalium aliorumque succrescunt in
-Terra ipsa vicissitudine sua tam fiscalium, quam privatorum similiter
-executiones debito agendorum absque solito singulorum gravamine ac
-onere supportentur taliter ut audivimus exinde ordinato quod pauca et
-modica supererant fiscalia, vel privata negotia emergentia hominibus
-dictæ Terræ, et specialiter collecta fiscalis pro tempore imponenda,
-et alia necessaria dictæ Terræ, quæ de ipsa super adjecta pecunia,
-quam datium nominant non deducuntur, ut expedit, et solvuntur. Quæ
-quidem prout continentur in quodam scripto publico inde Curiæ nostræ
-ostenso sunt ista. In primis quod pro qualibet uncia, quæ percipitur
-de introytu omnium bonorum cujuslibet civis Rubi solvantur grana
-quindecim, excepto campo et vineis. Item pro quolibet tumino frumenti,
-ordei, fabarum, cicerum, cumini et aliorum leguminum, ac salis, quæ
-vendentur per cives Rubi in Rubo, et in tenimento ejus, vel ubicumque,
-detur jumella una[180]: per exteros Rubi, vel in tenimento ejus sive
-ad minutum, sive ad grossum venduntur, detur per venditorem jumella
-dimidia. A tempore vero arearum ipsarum in antea quilibet civis Rubi
-det Datiariis pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum,
-et aliarum leguminum quarumcumque, quæ perceperit ex satis suis pro
-quolibet anno jumellam unam, ita quod per jumellam magistro salis
-nullum præjudicium generetur. Item pro qualibet salma vini musti,
-quæ percipitur ex vineis Rubi solvant patroni cives granum unum, et
-dimidium. Illi vero qui non habent vineas proprias, et laborant vineas
-alienas ad partem solvant prout recipient ad rationem prædictam. Item
-pro quolibet urceolo vini quod venditur ad minutum tam per tabernarios,
-quam per personam quamlibet aliam de Terra prædicta, solvat venditor
-quartam partem grani auri unius, quæ quarta pars grani diminuatur de
-urceolo vini venditi. Item quilibet Terrigena mercator pannorum solvat
-pro qualibet uncia percepta per cum pro pannis venditis grana quinque.
-Item quilibet civis mercator casei, sive recocti, animalium, victualium
-et quarumlibet rerum aliarum ubicumque emerit pro qualibet uncia
-solvenda per eum in emptione mercimoniorum suorum quorumcumque solvat
-grana quinque si fuerit civis. Exterus vero in Rubo et in tenimento
-ejus de eo quod vendiderit vel emerit pro qualibet uncia solvat grana
-duo, exceptis victualibus et sale de quibus detur jumella una per
-venditorem, prout superius est expressum. Exceptis etiam stractionariis
-ementibus de prædictis mercibus si eas vendiderint ad minutum. Item
-quilibet civis panem faciens solvat in furno pro quolibet thumino
-panis facti granum unum. Item quilibet stractionarius civis Rubi pro
-quolibet rotulo casei, recocti, carnium salatarum, lardi, sepi olei et
-cujuslibet mercis venditæ per eum ad pondus........ vel ad mensuram
-parvam, solvat quartam partem grani, quæ quarta pars grani minuatur
-de rotulo et mensura, in quibus ponderabuntur merces de consensu et
-voluntate universitatis. Item quilibet civis Rubi pro qualibet salma
-quarteriarum, ollarum, garaffarum....... urceolorum, et alterius operis
-de creta, quod magister ipsarum operum vendiderit, solvat ipse magister
-granum unum[181]. Si vero ipse Magister portaverit salmam ipsius operis
-ad vendendum solvat granum medium, et si alius emerit a magistro de
-prædictis rebus solvat pro qualibet salma granum medium ubicumque eam
-vendiderit. Item quilibet carpenterius, corduanerius, confettarius,
-et ferrarius civis pro qualibet uncia recipienda per eum solvat grana
-decem. Item quilibet Buccerius civis qui solvebat pro quolibet rotulo
-carnis quartam partem grani solvat pro quolibet porco seu scrofa grana
-decem pro quolibet castrato ove vel capra grana quatuor, pro qualibet
-vacca vel bove tarenum unum. Item quilibet civis delator lapidum
-solvat pro quolibet centenario ipsorum lapidum delatorum per eum granum
-medium. Item quilibet civis pro quolibet jumento vel equo viaticario
-solvat pro quolibet anno tarenos duos et medium. Item patroni cives
-vaccarum solvant pro qualibet vacca fœta domita, vel indomita grana
-tria. Item patroni cives jumentorum solvant similiter pro quolibet
-jumento fœto et indomito grana decem, exceptis jumentis, quæ sunt
-in agro. Pastores autem habentes jumenta pro quolibet jumento sive
-domitum, sive indomitum sit, et etiamsi fœtum fuerit, vel non, solvant
-grana decem, et pro quolibet asino grana quinque. Item quilibet civis
-exercens officium sensariæ solvat sextam partem pecuniæ, quam lucratus
-fuerit ex officio ipso, de quo lucro teneatur jurare ipse sensarius.
-Item quilibet frascarius et calcararius vendens ligna, plantas et
-calcem solvat pro qualibet ebdomada qua res ipsas vendiderit granum
-unum. Item patroni cives molendinorum solvant pro qualibet salma
-frumenti moliti in eorum molendinis granum medium, excepto frumento
-molito pro victu eorum, pro quo nihil solvant. Item quilibet civis
-viaticarius, seu quilibet alius deferens fructus, vel herbas, pisces,
-circulos vegetum, vel res alias quascumque ad usum hominum cum operis,
-seu equis suis solvat pro qualibet salma granum unum ubicumque eam
-vendiderit, exceptis leguminibus victualibus et sale, de quibus detur
-jumella una per venditorem ut supra est expressum. Si vero caseum
-et vinum mustum tempore vindemiarum et victualia tempore arearum
-detulerit, solvat pro quolibet animali, quo res ipsas detulerit, granum
-unum per diem. Ipsorum ergo hominum nobis supplicatione subjuncta,
-ut hujusmodi ordinationes et statuta eorum velimus debita firmitate
-vallare, prout tota forma scripta in præsenti quaterna pro nominibus
-fundorum mutato[182] ubi legitur in iis litteris _mandato ipsius Curiæ
-requirendo, aut etiam expectando, et quia hoc_ etc. Hic vero legitur
-_mandato ipsius Curiæ requirendo_ etc. _Quia hoc_ etc. Datum Neapoli
-per Nicolaum Friczia de Ravello etc. Anno Domini MCCCVIII die octava
-Julii sextæ indictionis. Regnorum nostrorum anno XXIII_[183].
-
-Valga cotesto documento per farci conoscere le imposte comunali che
-in quel tempo erano in usanza. Quelle contenute nelle trascritte
-Capitolazioni non potevano non essere fastidiose tanto al Comune che
-doveva esigerle, quanto a coloro che dovevano pagarle. Con tal sistema
-daziario era inevitabile che tutte le classi de’ Cittadini Proprietarj,
-Negozianti, Venditori tanto all’ingrosso che a minuto, Artefici,
-Fornaj, Molinari, Mulattieri, Legnajuoli, Agricoltori, Pastori etc.
-fossero stati ogni momento alle prese cogli esattori o appaltatori
-comunali di tanti diversi e minuti dazj per l’opposto interesse che
-avevano i primi di pagare il meno possibile, ed i secondi di esigere il
-più che avessero potuto. Non si può credere certamente felice lo stato
-di una città costretta a ricorrere a questi mezzi. Lo stesso tenore
-del Diplomi contesta i disturbi, i dissidj, ed i scandali ch’erano
-ivi avvenuti a causa delle pubbliche imposte. Ma erano questi i regali
-della feudalità.
-
-Il Re Carlo II cessò di vivere nell’anno 1309, e gli succedè nel
-Regno il di lui figliuolo Roberto. Nel Repertorio generale delle carte
-Angioine si trova notato il seguente registro disperso. _Terlitii et
-Rubi tenimentum et pascua communia anno 1310 et 1311 lit. A fol. 472._
-La esistenza di cotesto Registro sarebbe stata utilissima attese le
-continue ed interminabili molestie che la irrequietezza de’ Terlizzesi
-ha recate in ogni tempo alla nostra città a causa de’ confini del
-territorio rispettivo, essendo stati questi ultimi intenti sempre ad
-estendergli invadendo ed usurpando l’agro Ruvestino[184].
-
-Nel dì 16 Giugno 1311 fu dal Re Roberto spedito il seguente privilegio
-a favore della Regina Sancia di Aragona sua consorte. Dichiarò con
-esso il Re ch’era di lei debitore _de summa duo milium unciarum auri
-annui redditus assignandi dictæ Reginæ in civitate et bonis fiscalibus
-Regni nostri Siciliæ pro dote et dotario per nos sibi olim legitime
-constituto, necnon et certa provisione pecuniæ per nos annua sibi
-facta_. Venne quindi per tal causa a darle ed assegnarle _civitatem
-Rubi sitam in Justitiariatu Terræ Bari per contumaciam Galerami de
-Yuriaco ad manus nostræ Curiæ rationabiliter devolutam cum hominibus
-vassallis juribus et omnibus pertinentiis suis pro valore annuo
-unciarum auri ducentarum computando in dote, et dotario, et provisione
-jam dictis. Investientes ipsam per nostrum anulum præsentialiter
-de eadem ac volentes expresse quod ipsa per se et ministros suos
-praedictam civitatem Rubi habeat teneat et possideat pro præfato valore
-annuo etc._[185].
-
-La nostra città migliorò certamente la sua condizione coll’essere
-uscita dalle mani di Feudatarj che la opprimevano e scorticavano, e
-coll’essere passata sotto il governo di una Regina virtuosissima e
-religiosissima. Da un altro Registro dello stesso Re Roberto del dì 22
-Febbrajo 1314 si viene a conoscere che fece la città suddetta le sue
-nuove Capitolazioni relativamente ai dazj comunali imposti a se stessa.
-Non si rileva dal detto Registro quali queste fossero state. È però
-a credersi che quella popolazione avendo cominciato a respirare sotto
-il governo assai più umano della Regina abbia migliorate e modificate
-quelle dell’anno 1308 innanzi trascritte le quali in verità erano
-durissime. Dal precitato Registro si conosce solo che il Re sanzionò
-le novelle Capitolazioni con dichiarazione espressa di doversi la
-Università di Ruvo obbligare di rifare alla Regia Corte ed alla Regina
-Sancia quel danno che agl’interessi fiscali, e della Regina suddetta
-sarebbe venuto a risultarne nella esecuzione di esse[186]. Il che
-conferma vie più la idea che dovevano coteste capitolazioni essere più
-vantaggiose per la popolazione suddetta.
-
-Nel detto Repertorio generale sussiegue il seguente notamento: _Sancia
-Regina habet confirmationem infrascriptarum Terrarum ab omni feudali
-servitio liberarum, videlicet Rubi etc. 1316 lit. B fol. 316_. Il
-Registro esiste, ma è mutilato, e manca il foglio citato con moltissimi
-altri per le vicende innanzi espresse. Vi è anche nel detto Repertorio
-il seguente notamento di altro Registro disperso: _Rubi Terra in
-dominio Reginæ Sanciæ 1336 et 1337 lit. B fol. 14_. Cotesto notamento
-ci fa apprendere che fino all’anno 1337 la nostra città continuava ad
-essere posseduta dalla Regina suddetta, giacchè da altro Registro che
-sarà or ora riportato si rileva che fu la stessa dalla Regina venduta
-al Conte di Terlizzi, il che non potè aver luogo che dopo l’anno 1337.
-
-Il saggio Re Roberto cessò di vivere nel dì 20 Gennajo 1343, non già
-dell’anno 1342 come taluni han creduto. Col suo testamento del dì 16
-del detto mese lasciò Balia del Regno la detta Regina Sancia di Aragona
-sua consorte. Vedendo ella però che colla morte del suo ottimo marito
-la sua splendida Corte era caduta nella confusione, ed anche perchè era
-infastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monistero di S. Croce da
-lei medesima edificato, dove appena finito l’anno morì con grandissima
-fama di santità[187].
-
-Aveva Roberto per vedute politiche conchiuso il matrimonio tra Giovanna
-sua Nipote che andava a succedergli nel Regno, ed Andrea figliuolo
-di Carlo Re d’Ungheria suo congiunto, il quale aveva preso perciò
-il titolo di Duca di Calabria. Fu questo però un nodo stretto con
-tristissimi auspicj. Il giovane Andrea per se stesso di poca levatura
-conversando solo con un Frate ed altri Ungari quì rimasti presso di
-lui, non potè dirozzarsi. Si rese quindi pesantissimo alla Regina sua
-consorte allevata con altra coltura alla Corte del Re Roberto. Giovanna
-dunque o s’infastidì di lui, o con soverchia facilità diè ascolto alle
-suggestioni di uomini perversi che sventuratamente fomentavano vie
-più la discordia tra i due sposi. Mentre Andrea andava ad assumere
-il titolo di Re, e con esso quel potere che gli era annesso, avvenne
-che essendosi portato colla Regina a diporto in Aversa fu una
-notte strangolato e gittato dagli esecutori dell’orribile misfatto
-ignominiosamente per una finestra.
-
-Molto grave fu il sospetto della intelligenza della Regina
-nell’assassinio del suo sventurato marito, che attirò in seguito sulla
-nostra povera città una terribile calamità. Mi piacerebbe che coloro
-i quali si sono sforzati di discolparnela vi fossero riusciti. Ma
-prescindendo dagli Storici del Regno che le imputano questa colpa, mi
-fa molto peso ciò che leggo in uno Scrittore sensatissimo, e non uso
-a malignare altrui, qual è Muratori. _Fuere qui Joannam de hujusmodi
-crimine purgare conati sunt, sed illi judicio meo Æthiopem lavandum et
-dealbandum suscepere_[188].
-
-Si aprì intanto una inquisizione contro coloro che avevano avuta
-parte o reità nella morte del Re Andrea. Non potè la Regina da ciò
-dissentire. Il Gran Giustiziere del Regno Bertrando del Balzo Conte
-di Montescaglioso e di Andria, avendo trovato colpevole _Gazzone de
-Denysiaco_ Conte di Terlizzi e Gran Maresciallo, lo fece arrestare,
-con esser stato indi costui condannato a morte e giustiziato con altri
-complici dello stesso misfatto. Da un Registro dunque della detta
-Giovanna I del dì 24 Ottobre 1346 si rileva ciò che siegue. Si dice
-che la Regina Sancia aveva venduta la città di Ruvo con Regio assenso
-al detto Conte di Terlizzi. Non si dice l’epoca del contratto, ma ho
-innanzi osservato che dovè ciò seguire dopo l’anno 1337. Si soggiugne
-che essendo stato il Conte di Terlizzi arrestato e sommesso ad un
-processo capitale gli erano stati sequestrati anche tutti i beni tra i
-quali la città di Ruvo.
-
-Che la di lui moglie _Margherita Pipina_ era ricorsa alla Regina ed
-aveva esposto che per patto espresso stipulato nel contratto passato
-colla Regina Sancia si era dichiarato che le rendite della detta
-città di Ruvo avrebbe dovuto ella goderle durante sua vita, e dopo
-sua morte sarebbe passato quel feudo agli eredi del marito. Che quindi
-doveva la città suddetta rimanere esclusa dal sequestro e darsi a lei
-per godersela durante sua vita. Che la Regina aveva fatto esaminare
-l’affare _a Matteo de Porta de Salerno milite; et Joanne Siripandi
-de Neapoli Juris Civilis Professoribus Magnæ Curiæ nostræ Magistris
-Rationalibus_, e costoro erano stati di avviso che la dimanda della
-detta _Pipina_ era ben fondata.
-
-Che seguita la condanna e la morte del Conte di Terlizzi aveva la
-Regina sommessa la dimanda suddetta al novello esame di un Consiglio
-composto dai suddetti de Porta e Siripandi, da altri Giureconsulti,
-e dagli Avvocati e Proccuratori Fiscali. Che cotesti Signori erano
-stati concordi nell’opinare che la dimanda di Margherita Pipina era
-ben giustificata, e quindi doveva ella godere le rendite della città
-di Ruvo durante sua vita[189]. Dopo ciò la Regina venne ad ordinare
-che si fosse tolto il sequestro, e dato alla ricorrente il possesso
-della città suddetta durante sua vita sotto l’obbligo della fedeltà
-e del feudale servizio, e colla condizione espressa di doversi ne’
-Regj Quaternioni registrare tra due mesi la grazia ottenuta a pena di
-decadenza[190].
-
-Intanto il Re d’Ungheria Lodovico fratello di Andrea essendo stato
-pienamente informato di quanto era quì avvenuto, ne rimase fortemente
-commosso ed irritato. Fremendo di sdegno venne in Italia nell’anno
-1347 con poderoso esercito, per vendicare la morte di suo fratello,
-ed entrò ostilmente nel Regno. Mancava alla Regina il coraggio e la
-forza di resistergli. Vedeva inoltre che le Popolazioni del Regno
-non erano disposte a levarsi in armi in sua difesa, perchè fortemente
-prevenute della di lei intelligenza nella morte del marito. Il miglior
-partito quindi che seppe prendere fu quello di abbandonare il Regno
-ed andarsene ne’ suoi Stati di Provenza. Il Re d’Ungheria quindi
-entrò nel Regno senza resistenza, prese aspra ma giusta vendetta di
-coloro che avevano avuta parte nell’assassinio di suo fratello, e dopo
-aver sommesso tutto il Regno alla sua dominazione, se ne ritornò in
-Ungheria.
-
-Saputosi ciò dalla profuga Regina cominciò a prendere coraggio ed a
-trattare coi suoi aderenti quì lasciati circa i mezzi di ricuperare il
-perduto Regno. Animata dalle loro promesse non tardò a presentarsi quì
-ella medesima con dieci galee che le riuscì di armare. Fu ben accolta
-dai Napolitani che mal soffrivano gli Ungari. La sua presenza infervorò
-il suo partito. Molte città ritornarono spontaneamente alla di lei
-ubbidienza. Altre città che si mantennero fedeli al Re d’Ungheria
-venivano man mano sommesse colla forza delle armi. Gli affari del Re
-d’Ungheria andavano quì assai male, il che l’obbligò a ritornare di
-nuovo nel Regno nell’anno 1350.
-
-Gli avvenimenti seguiti in quel tempo nella Puglia si trovano descritti
-in un libro intitolato: _Dominici de Gravina Chronicon de Rebus in
-Apulia gestis_. Dobbiamo cotesta istoria alla indefessa diligenza del
-Muratori che riuscì ad averne una copia dall’unico Codice di essa che
-si conserva nella Biblioteca Cesarea di Vienna accresciuta vie più di
-manoscritti dalle cure dell’Imperatore Carlo VI. Manca però il Codice
-suddetto del suo principio, ove si parlava anche de’ fatti del Re
-Roberto, e della sua fine ove parlar si doveva dell’esito della guerra
-suddetta dopo la seconda venuta del Re Lodovico nell’anno 1350.
-
-La detta breve istoria fu scritta da un Notajo di Gravina detta perciò
-_Dominici de Gravina Chronicon_. Avendo ei seguite le parti del Re
-d’Ungheria, e mantenuta per quanto potè la città di Gravina coi suoi
-amici ed aderenti sotto la di lui dipendenza, fu ciò cagione di tutte
-le sue sventure che da Notajo lo fecero divenir soldato. Il Muratori fa
-conto di questa Cronaca, perchè si vedono in essa riportati i fatti con
-ingenuità e schiettezza.
-
-Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata
-limitrofa colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle
-armi della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte
-di Tricarico e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che
-dipendeva da essi anche una numerosa schiera di _Malandrini_, i quali
-son sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far
-bottino. La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà
-dal Re Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero.
-Come variano le cose del Mondo!
-
-Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i
-già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città
-di Gravina, ei si recò a Barletta _ad Dominum Vayvodam_, cioè al
-Comandante Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso
-di soldati. Soggiugne indi: _Tardavit autem talis succursus per dies
-et dies me remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino
-quod civitas Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata
-præfato Domino Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto
-Severino erant penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto
-Domino se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino
-Roberto viriliter tenebatur, et cum hominibus civitatis continue
-prœliabatur_[191].
-
-Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro
-forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno
-che gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione
-de’ suoi compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro
-assenza i Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far
-loro alcuna resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si
-trattennero quindi ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò
-furono i Gravinesi esenti dalle uccisioni, dalle depredazioni ed
-estorsioni, dalle carcerazioni, dalle confische, dai maltrattamenti
-e dalle violenze usate da quella pessima gente alle donne le più
-belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo racconto. _Amoverunt
-inde dictum exercitum et versus Rubum militavit audacter. Erat autem
-castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas vero non, sed
-pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad quod dum nocte
-pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui adventus,
-subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas
-Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes.
-Tamen in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo
-debito contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant.
-Sed quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia,
-quia sic permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et
-unius mulieris terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis
-vexarentur. Sic placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non
-viderent, quin diversis delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut
-autem inimicus exercitus Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus
-quod civitas ipsa Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus
-idem exercitus in facie castri constitutus contra cives dictæ Terræ
-potenter insurgit, et viri Rubi potenter assistunt, et durante prœlio
-usque ad horam meridiei transactam, intra quod temporis spatium hinc
-inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi cives Rubenses in salutem
-uxorum et filiorum intercederent potius, quam ad defensionem communem,
-cessit finaliter victoria Domino Roberto jam dicto, et violenter idem
-exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt omnes cives per Terram
-illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. O quam terribilis
-ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum generis
-utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti sunt pretio
-redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et plurimæ
-mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ
-quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium
-miserorum in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii
-autem qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta
-Terra, propter consecutum recessum exercitus, diversis tormentis
-exponuntur, et evulsione dentium compuniuntur quasi ad ultimam
-paupertatem. Igitur universa ipsa civitate prædata et consumta, castrum
-ipsum et campanile potenter muniri præcepit, et annonas plurimas in
-eis immitti, opportunos stipendiarios immittens in eisdem fortelitiis
-campanilis et castri. Retulerunt mihi viri cives Guaranioni quod tota
-robba civitatis ipsius per ipsum casale ad partes Basilicatæ transivit
-animalium, et rerum mobilium sine fine._
-
-_Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus
-Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua
-Hungari septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus
-custodientibus Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez
-sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit
-etc._ Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza[192].
-
-Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni?
-A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le città del
-proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente
-crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare i
-Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la
-dominazione del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria
-elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza,
-a cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei
-ordine espresso.
-
-Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre al
-Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò prima
-un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i Baroni, i
-Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città di
-Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò
-a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta
-resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori
-calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei
-prestato, ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle
-città e dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del
-Trombetta[193]. Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero
-di somma laude.
-
-Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero
-Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi
-e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno di
-una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che gli
-aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa
-Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò
-anche di Politica.
-
-Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini.
-Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano stretti
-tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo
-castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il
-mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti
-anche molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se
-moltissimi de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro
-mogli ed i loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati
-dal campo di battaglia.
-
-Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo
-Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino
-avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini
-i quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la
-fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non
-avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione
-così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto
-la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente
-e fedele. _Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis
-præstat: hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic
-voluntate_[194].
-
-Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di partito
-questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero
-per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche
-Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era
-presentato al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero
-Sanseverino Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della
-luminosa carica di suo Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto
-e Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico animati dal favorevole
-incontro del loro stretto congiunto, si presentarono anch’essi, furono
-dal Re molto graziosamente accolti, e gli prestarono il giuramento
-di fedeltà[195]. Essendo però stati tra i primi che lo violarono, non
-potevano certamente valutare in altri quel sentimento che avevano essi
-calpestato.
-
-Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno della
-nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze degli
-Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi
-guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri di
-guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli
-al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la loro
-ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento per
-la seguente circostanza.
-
-Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi ch’era
-in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte del
-loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero
-Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto
-anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il
-detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i
-soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i
-prigionieri suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi
-in cattive mani.
-
-Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una
-crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano
-loro la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano
-le membra con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi
-furono costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini
-per ciascuno. Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed
-umiliò col seguente rimprovero: _Licet sacramentum vestrum nullius
-sit fidei, quum alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse
-sibi fideles, quo meremini decollari propter jusjurandum confractum
-et proditionem per vos commissam, quare in prœlio vestra proditio vos
-præcipitavit ab equis, iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum
-præstare jurantes quod amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non
-rebelles_. Furono quindi costretti a prestar di nuovo il giuramento di
-fedeltà sul Santo Vangelo[196]. Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio!
-
-Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto
-risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio
-de’ Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del
-castello, fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona
-provigione di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia,
-e resiste ancora ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato
-della sua cupola. Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima
-formata tanto nella parte esterna quanto nella parte interna di pietre
-quadrate ben lavorate e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono
-ornati di pietre ben lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta
-sul lato sinistro di quella Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto
-anche il Palazzo Vescovile ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del
-campanile. A dire il vero però non credo un vantaggio per me che anche
-la mia casa paterna sta poco lungi dal campanile suddetto.
-
-La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate
-anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva
-di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi
-ornati. Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco
-Gotico egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute
-da due leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi
-sono due grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata
-altezza vi è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed
-ornato nel mezzo di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle
-mura laterali della Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste
-anche di animali.
-
-De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve
-ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva
-suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima.
-Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione.
-Debbono cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente,
-attesa la conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore
-all’epoca de’ Normanni[197].
-
-Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di Ruvo
-fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino
-fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della
-guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome
-_Malispiritus_ Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino
-di Altamura, il quale seguiva anche le parti della Regina tentò
-ritorlo agli Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè
-riuscirvi, perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero
-dargli ajuto a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano
-non era amico del Palatino suddetto[198].
-
-Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè la
-Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo
-bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò di
-nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città che si
-tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per farlo
-rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima
-durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il
-trattato nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata
-la Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra.
-Ma il Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per
-ambizione, o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di
-suo fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non
-cercava altro[199].
-
-Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346
-rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina
-vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce
-quando la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla
-Cronaca di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re
-d’Ungheria la concedè in feudo a _Giovanni Chucz_ Ungaro valoroso e
-riputato guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149.
-
-Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto lo
-stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo
-canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si
-esprime così: _Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz)
-se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto
-tenebatur_. Espressioni le quali pare che importino di esserne egli
-divenuto contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però
-niun cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca.
-Andiamo dunque innanzi ai registri posteriori.
-
-Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che il Re
-Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio _Civitatis
-Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi
-consiliario et fideli nostro dilecto dum vixit_. Ch’essendo morto
-costui senza successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti
-devoluti alla Corona. Venne quindi a farne una novella concessione
-_viris nobilibus Antonio de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico
-de Vrunforti nepotibus quondam Villanucii prædicti_, e ciò in
-considerazione degl’importanti servigj resi da entrambi specialmente
-nella guerra tanto a se che al fu suo genitore.
-
-Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove uno
-di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto
-nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere fatta
-con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi
-suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l
-feudale servizio, al quale i concessionarj erano tenuti[200].
-
-Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto _Federico
-de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto_
-una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere
-che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare,
-e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi
-a dolersi che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo
-nome nelle Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi
-sudditi, _quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus
-justitiæ in puniendis delictis, extorsiones et exactiones commiserunt
-illicitas, et committunt profecto nostris sensibus odiosas_.
-
-Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari
-e di Principato _citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes
-et possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem
-Vigiliarum in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et
-civitatem Rubi, et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu
-adoha per te ipsi Curiæ nostræ præstanda; necnon et utique Balius et
-Baliatico nomine et pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii
-Comitis Sarni filii quondam Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo
-dicti Ungari, civitatem Sarni de dicta Provincia Principatus citra_.
-
-Soggiunse che i detti Regj Ufficiali _aggravaverunt et aggravant
-vassallos nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et
-vexando inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem,
-adeo quod sub colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt
-ipsos fideles nostros, omnem ipsorum substantiam sitientes, et
-pariter absorbentes_. Quindi per tali considerazioni e per esimere
-da tali vessazioni le città possedute dal detto Federico, venne il
-Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale per Bisceglia
-Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi casali
-durante il _Baliato_ di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia
-minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la
-giurisdizione ordinaria[201].
-
-Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re
-Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di
-rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì
-giustamente vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della
-loro autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato
-questo nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili
-anomalie, le quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla
-i bricconi. Non si conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia
-_Vrunforti_ abbia posseduta la città di Ruvo.
-
-Nel Repertorio generale de’ _fascicoli_ al fol. 183 vi è il seguente
-altro notamento: _Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro
-Justitiario concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127_. Mancando però
-il fascicolo, non si conosce l’epoca di tal concessione.
-
-Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio.
-Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella
-dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto al
-tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche la città di
-Ruvo[202]. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi che
-anderò a riportare nel Capo seguente.
-
-
-DIGRESSIONE
-
-_Sull’antico Castello di Ruvo._
-
-Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato
-che _castrum Rubi erat castrum fortissimum_. Non è quindi fuori di
-proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello
-stesso che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava
-il nome di _Palazzo del Castello_. È lo stesso edificato su di un
-rialto adiacente all’antica porta della città che guardava l’occidente
-sulla strada de’ Cappuccini denominata _Porta del Castello_ ora
-abbattuta come tutte le altre. Dalla parte della città è l’edificio
-suddetto preceduto da uno spianato detto _largo del Castello_ o _di
-S. Rocco_ per la Chiesa che vi è di quel Santo Protettore della città
-suddetta.
-
-Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì.
-Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate
-simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della
-campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima
-altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da
-una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello
-ed avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o
-un _pomerio_ ridotto ne’ tempi posteriori a giardino.
-
-Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida
-munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran
-parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in su
-alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte
-e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di
-_scarpetta_, e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato
-anche _largo della scarpetta_.
-
-A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso
-tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è
-parlato, sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La
-porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di
-una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre
-semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono
-pezzi di macigno ben grandi e ben connessi tra loro.
-
-Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni,
-la quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione
-che le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per
-tutti i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica,
-il che le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l
-parapetto di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo
-ai soldati il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli
-del bastione istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono.
-
-A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che gli
-girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo il
-nome di _Rivellino_, nome militare di fortificazione. Quindi nella
-rivela de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della
-città di Ruvo dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si
-vedono cotesti edificj rivelati nel modo che siegue. _Il Castello, seu
-Palazzo Baronale, con sua torre antica con rivellino intorno._
-
-Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani.
-Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue
-fondamenta e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al
-parapetto del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era
-profondo, oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura
-di esse la impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare
-quindi che il piano suddetto non sia servito ad altro che per un
-magazzino della Guarnigione. Il secondo piano è al livello del già
-detto corridojo scoverto, col quale comunica per mezzo di una porta.
-Il primo piano dal secondo e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di
-fabbrica fortissime formate con molta maestria. Nel centro di ciascuna
-di esse si vede lasciato un vano circolare di bastante ampiezza. È
-probabile che cotesti vani si siano lasciati ad oggetto di situarvi
-una scala a lumaca sia di fabbrica, sia di legno per la comunicazione
-interna tra un piano e l’altro.
-
-Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che
-chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello
-spazio un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò
-chiaramente i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella
-muraglia. In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di
-essa ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla
-sinistra una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la
-quale si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza
-tetto. Il pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben
-connesse per dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e
-balestriere.
-
-Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra il
-terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere
-altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla
-sommità di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi
-non è uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò
-la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi
-spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro
-muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre
-suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la
-stupenda ed estesissima veduta che di là si gode.
-
-Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi ho
-detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto all’antico
-fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto al
-corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal
-tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava
-fino al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser
-altro che una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la
-Guarnigione.
-
-Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina il
-castello di Ruvo lo chiamò _Castrum fortissimum_, e nelle concessioni
-in feudo della nostra città si vede conceduta _Civitas Ruborum cum suo
-castro, et fortellitio_. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo
-in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano
-certamente di facile espugnazione.
-
-Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che della
-torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè si
-può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti
-contemporaneamente o in tempi diversi. La diversità della fabbrica
-dell’uno e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per
-credergli surti in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è
-tanto antica che non si può decidere quale de’ predetti due edificj
-debba credersi anteriore. Non è però improbabile il dirsi che le
-fortificazioni predette in tutto o in parte vi fossero state al tempo
-di Ruggiero non meno per l’antichità ch’esse mostrano, ma anche perchè
-da ciò che si è detto nel capo precedente era Ruvo fin da quel tempo
-una città forte.
-
-Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre
-suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo
-piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo
-scoverto che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo
-della muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi
-e larga circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato
-ch’è la stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due
-scudi di uguale dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio.
-Nell’altro vi è un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le
-zampe, ha la lingua fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla
-schiena giusta la seguente figura
-
- [Illustrazione]
-
-Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo
-per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però
-rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere
-se la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della
-torre, o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato
-di osservarla abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata,
-ciò però non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta
-diligenza che non si apprenda in essa, dopo di esserne passati più
-secoli, veruna alterazione. Prescindendo da ciò, non è facile tampoco
-l’indovinare a chi possano appartenere le armi scolpite nella lapide
-suddetta. In quanto alle antiche famiglie nobili Napolitane li nostri
-Scrittori Scipione Mazzella nel suo libro intitolato _Descrizione del
-Regno di Napoli_, e Carlo Borrelli nel precitato suo libro intitolato
-_Vindex Neapolitanæ Nobilitatis_ ci hanno fatto conoscere le armi
-ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono di queste alcune,
-specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in quella stessa
-posizione in cui si vede nella nostra lapide.
-
-È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo col
-lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello
-scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva
-anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i
-titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo.
-
-Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili
-Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo
-luogo non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa
-una indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi
-non attacco alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo
-scuoprimento della origine della nostra città.
-
-In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le sue
-conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico
-stemma della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un
-simbolo della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede
-nelle sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse
-alludere alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque
-possa riuscire a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione
-sarà da me applaudito di tutto cuore.
-
-
-
-
-CAPO IX.
-
-_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese._
-
-
-Dai Registri del grande Archivio si rilevano i seguenti fatti.
-Nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini figliuola primogenita di
-Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, e figliuolo secondogenito
-di Ramondello del Balzo Orsini Principe di Taranto, espose al
-Re Alfonso Primo di Aragona che il suo defunto genitore aveva
-possedute le seguenti città e terre, cioè Venosa col titolo di Duca,
-Lavello, Lacedogna, Minervino, Ruvo e Vico co’ suoi casali nominati
-Castiello, S. Nicola e S. Suosso, Montelione, Laurenzana, Castello
-Vellotto, Flumari, Vallata, Guardia Lombarda, Pulcarino, Rocchetta
-_Sancti Antonii_, Carbonara, Monte acuto, Carpignano, li casali di
-Trentola, Lauriano e Capodrise col Territorio detto di Pietra Palomba
-_Cum omnibus ipsarum civitatum, terrarum et locorum castris, seu
-fortellitiis, hominibus, vassallis, vassallorumque redditibus, mero,
-mixtoque imperio, et gladii potestate, Banco Justitiæ, et cognitione
-causarum civilium, criminalium et mixtarum, Bajulationibus et integro
-eorum statu_.
-
-Disse che i feudi suddetti a lei spettavano per la morte del
-suo genitore a titolo di legittima successione, e ne dimandò la
-investitura. Il detto Re Alfonso I con suo Privilegio del dì 1.º Giugno
-dell’anno suddetto le confermò li feudi di sopra enunciati _pro se,
-suisque heredibus, et successoribus cum omnibus prædictis juribus et
-jurisdictionibus, prout melius et plenius tenuit, et possedit dictus
-quondam Gabrielius pater vigore suorum privilegiorum[203], tenenda
-omnia prædicta in feudum etc._[204].
-
-La detta Donata del Balzo Orsini prese per marito Pirro del Balzo
-Principe di Altamura, Conte di Monte Scaglioso e Gran Contestabile
-del Regno e gli portò in dote li feudi suddetti. Per tal ragione nelle
-carte Aragonesi e dai Scrittori della Materia Doganale il detto Pirro
-del Balzo si trova intitolato Duca di Venosa e di Minervino, e Conte
-di Ruvo. Ai conjugi suddetti il Re Ferdinando I di Aragona figliuolo
-di Alfonso nell’anno 1458 confermò li feudi che rispettivamente
-possedevano, tra i quali la città di Ruvo[205].
-
-Isabella del Balzo fu figliuola del detto Pirro del Balzo e di Donata
-del Balzo Orsini. Ebb’ella per marito Federico di Aragona figliuolo
-secondogenito del Re Ferdinando I di Aragona. Per la morte de’ suoi
-genitori senza figliuoli maschi, tra gli altri feudi da lei ereditati
-vi fu anche la città di Ruvo. Fu per la nostra città sicuramente
-un vantaggio l’esser passata sotto la dominazione di un Principe
-distintissimo per le sue virtù e per la bontà de’ costumi. Ma ciò durò
-ben poco.
-
-Divenuto Federico Re di Napoli nell’anno 1496, pressato forse dalle
-dolorose circostanze delle quali si parlerà nel seguente capo, vendè
-nell’anno 1499 la città suddetta a _Galzarano de Requesens_ Conte di
-Trivento e di Avellino. Questo contratto non trovandosi registrato
-ne’ Regj Quinternioni, i notamenti ch’esistono nel Grande Archivio lo
-giustificano riportandosi ad un antico processo formato nella Regia
-Camera della Sommaria tra il Regio Fisco e ’l Duca d’Andria e Conte
-di Ruvo per l’assegnamento de’ fuochi della detta città, nel quale
-il privilegio suddetto erasi prodotto[206]. Bisogna ora dare un passo
-indietro per riportare i seguenti registri anche dell’epoca di cui sto
-ragionando.
-
-Nel Repertorio de’ Registri _Curiæ_, nel Registro _Licterarum Regiarum
-Primo_ dell’anno 1478 Cam. I Lettera S Scanzia 4 n. 5 fol. 42 a t. vi
-è la seguente notizia. _Università di Curati, et Ruvo communità d’acqua
-et herba 1478 Rex Ferdinandus._
-
-Nel detto Repertorio sotto il Registro _Licterarum clausarum Curiæ_ IX
-dell’anno 1478 Cam. I lettera S Scanzia I n. 8 fol. 74 si legge _Ruvo
-et Corato per l’acqua et herba comune_.
-
-Nel Repertorio de’ Registri _Partium_ fol. 17 a t. sotto il Registro
-_Partium_ XIX dell’anno 1479 Cam. 5 Lit. A Scanz. I n. 29 si legge
-_Università di Quaratæ immunità per la fida d’animali in loro
-territorio, et communità di acqua et erba con l’Università di Rubo_.
-
-Li già detti tre Registri mancano; ma li trascritti notamenti rimasti
-ne’ repertorj bastano a pruovare di esservi stata un tempo comunità di
-acqua ed erba tra le due Popolazioni di Ruvo e di Corato. Lo conferma
-ciò anche il seguente Registro tuttavia esistente dello stesso anno
-1479.
-
-Giacomo Caracciolo utile Signore in quel tempo della terra di
-_Quarata_, e la università, ed uomini di essa esposero al detto Re
-Ferdinando che _avendo dicta Terra, et Università et homini di quella
-comunità de acqua et herba con la Università et homini de la cità de
-Rubo, et quella se usano, et usase gran tempo, et l’uno con li altri
-pacifice secundo loro antiqua consuetudine, privilegj et capitoli
-mostrase, al presente per Cola Cometta de questa nostra Dohana le si
-vogliono innovare cosa non solita, nè seguita per gli altri Officiali
-de dicta nostra Dohana, dal che ne seguerea non poco danno et interesse
-a dicti exponenti. Unde de ciò ne hanno fatto supplicare vogliamo alla
-loro indempnità de opportuno rimedio provedere non se li debbia a dicti
-supplicanti innovare cosa alcuna in prejudicio de’ dicti loro capitoli,
-privilegj, et consuetudine, per lo dicto Cola, et altri Officiali
-de dicta Dohana in la dicta loro comunità de acqua et herba, ante
-lassarreli persistere et gaudere si come per lo passato avevano facto,
-et al presente fanno in dicta comunità_.
-
-Sussiegue il Rescritto del Re che si vede inserito alla lettera, col
-quale venne ordinato che nulla si fosse innovato contro la esposta
-comunione di acqua ed erba. In fine vi è una provvisione del Tribunale
-della Regia Camera della Sommaria del dì 12 Settembre 1479 colla
-quale fu ordinata la piena ed esatta esecuzione del precitato Real
-Rescritto[207].
-
-
-CONSIDERAZIONI
-
-_Sulla comunità di acqua ed erba della città di Ruvo con Corato e
-Terlizzi._
-
-Dal Registro del Re Roberto dell’anno 1310 e 1311 riportato innanzi
-alla pag. 144 si è veduto che tra Ruvo e Terlizzi vi era la stessa
-comunione di acqua ed erba. Perchè la nostra città è stata una volta
-in comunione colle due terre di Corato e di Terlizzi, e non già colle
-convicine città di Bitonto, di Altamura e di Gravina? Pare che la cosa
-si spieghi da se stessa. In quanto a Terlizzi ch’è alla distanza di due
-miglia da Ruvo, basta un solo colpo d’occhio di chiunque non voglia
-rinunziare al raziocinio per decidere di esser quella una novella
-Popolazione nata nell’antico estesissimo agro Ruvestino, e che quanto
-la stessa ha e possiede non può ripeterlo che dalla nostra città.
-
-In quanto poi a Corato pare che non possa porsi tampoco in dubbio che
-sia surta del pari nel territorio di Ruvo, e che il terreno alla stessa
-assegnato dal Conte Pietro Normanno dal quale fu edificata sia stato
-ritagliato anche dall’agro Ruvestino. Si è innanzi dimostrato che dal
-lato occidentale era Ruvo l’ultima città della Peucezia, come Canosa
-era la prima città della Daunia che s’incontrava partendo da Ruvo.
-Queste due città erano tra loro confinanti, poichè tra l’una e l’altra
-non vi era veruna città intermedia, e quel _Netium_ per lo quale si
-è fatto tanto rumore, l’ho dimostrato nel Capo I un nome meramente
-ideale.
-
-Corato sta in mezzo tra Ruvo e Canosa, alla distanza però di tre in
-quattro miglia da Ruvo e di diciassette miglia da Canosa. A quale
-dunque delle dette due antiche città deve credersi che sia appartenuto
-quel suolo sul quale si trova Corato edificata? Il buon senso e ’l
-raziocinio naturale lo attribuisce alla città più vicina. Ma facendosi
-attenzione alla Geografia antica non è questa che una verità di fatto.
-
-Si è dimostrato innanzi nel capo III che il territorio dell’antica
-Peucezia si estendeva fino alla foce dell’Ofanto, e che sulla riva
-dritta dell’Ofanto vi aveva la Daunia soltanto la città di Canosa e
-’l villaggio di Canne sito nel campo di Diomede reso famoso dalla
-sanguinosa sconfitta de’ Romani. È facile da ciò l’intendere che
-l’agro Canosino dal lato della Peucezia non poteva, e non doveva
-essere molto esteso, altrimenti come avrebbe potuto verificarsi che i
-confini di essa si estendevano fino all’Ofanto? La città di Canosa sta
-sull’Ofanto.
-
-Il forte dunque dell’agro Canosino esser doveva sulla sinistra
-dell’Ofanto, ove dopo Canosa s’incontrava l’altra antica città chiamata
-_Herdonia_, di cui si vedono oggi soltanto gli avanzi, poco lungi dai
-quali è surto il meschino villaggio che porta il nome di _Ordona_. Tra
-Canosa ed Erdonia non vi era altra città intermedia, poichè Cerignola
-che ora sta tra Canosa ed Ordona è una città novella.
-
-Or tra Canosa ed Erdonia secondo l’itinerario di Antonino vi era la
-distanza di venticinque miglia, e secondo l’itinerario Gerosolimitano
-di ventisei miglia. Da quel lato dunque ch’era estesissimo innoltrar
-si doveva l’antico agro Canosino, e dal lato della Peucezia non poteva
-esser maggiore di quello che lo è al presente, nè si può credere mai
-che si fosse esteso fin sotto le mura di Ruvo ove fu edificata Corato.
-
-Dal che ne discende che Corato deve per necessità credersi edificata
-nell’agro Ruvestino, e che da questo sia stata risegata quella
-dotazione di terreno che fu alla stessa assegnata. Per le premesse
-osservazioni pare che debba dirsi lo stesso anche pe ’l territorio
-di Andria, almeno per quella parte di esso ch’è dal lato di Ruvo,
-giacchè dal lato del Garagnone col quale Andria è confinante, è molto
-probabile che vada oggi inclusa nel suo territorio una buona porzione
-di quello che apparteneva all’antica città denominata _Silvium_, di cui
-ho lungamente parlato nel Capo III, ed ho dimostrato che quell’antica
-città era nel sito preciso, ove oggi sta il castello del Garagnone.
-
-In fatti nella parte estrema delle murge di Ruvo vi è un trifinio che
-mette in contatto il territorio di Ruvo quello del Garagnone e quello
-di Andria; il che rende probabile che cotesta novella città edificata
-al tempo de’ Normanni abbia presa una porzione del suo territorio anche
-dall’antico agro _Silvino_, detto oggi _Garagnone_. Cotesto trifinio
-è segnato con tre termini lapidei nella parte estrema delle murge di
-Ruvo nel sito chiamato _Taverna nuova_ e _Giuncata_ di cui parlerò in
-seguito.
-
-Ritornando ora a quella promiscuità di acqua e di erba in cui la
-città di Ruvo era un tempo con Corato e Terlizzi, osservo che simili
-promiscuità contratte tra due popolazioni tra loro confinanti sono
-sempre partite dal calcolo della reciproca utilità, e dalla uguaglianza
-del comodo rispettivo che sarebbe venuto a risultarne. Tale avrebbe
-potuto essere la promiscuità che la nostra città avesse per avventura
-contratta colla città di Bitonto, Altamura o Gravina provvedute del
-pari di un esteso territorio. Ma quale utilità avrebbe potuto ritrarre
-dal porre il suo vasto territorio in comunione con Terlizzi e Corato?
-
-Non aveva la prima, come non ha ora tampoco che un territorio
-ristrettissimo, il quale non era fornito di altro pascolo, meno che del
-picciolo bosco denominato _Parco di Terlizzi_ ora ridotto a coltura.
-Rimpetto al vasto territorio di Ruvo non era questo che un punto
-matematico. Rispetto poi a Corato ha la stessa un territorio più ampio
-di quello di Terlizzi, ed è provveduta anche di paschi più estesi; ma
-non paragonabili affatto a quelli dell’agro Ruvestino. È chiaro quindi
-per se stesso che la promiscuità suddetta non la dettò l’interesse,
-poichè nulla vi era in essa a guadagnare per la città di Ruvo, ed
-in tutti i tempi i Coratini ed i Terlizzesi hanno avuto bisogno del
-territorio di Ruvo, non mai i Ruvestini di quello di Corato e di
-Terlizzi.
-
-Tale comunione quindi la dettò unicamente la benevolenza, l’affezione
-e l’affinità de’ Ruvestini colle due novelle Popolazioni surte nel
-loro territorio, e formate probabilmente almeno in parte dai loro
-concittadini che andarono a stabilirsi a Corato ed a Terlizzi. È perciò
-che nell’ultimo Registro Aragonese dell’anno 1779 testè trascritto la
-Università ed Uomini di Corato dicevano che tal promiscuità la stavano
-godendo in forza di _antiqua consuetudine privilegj e capitoli_.
-
-Le parole _privilegj e capitoli_ nel nostro antico linguaggio legale
-valgono lo stesso che _concessione_. Capitoli e Privilegj sono
-denominate le grazie accordate dai nostri passati Sovrani alla città di
-Napoli ed a tutto il Regno. Ond’è che la stessa Università di Corato
-colla sua dimanda innanzi trascritta venne ingenuamente a dichiarare
-che la promiscuità suddetta la ripeteva da una concessione della città
-di Ruvo.
-
-Cotesta promiscuità non vi è più da un tempo che sorpassa ogni memoria.
-Dovè rimanere disciolta per giusti motivi che s’ignorano. Essendovi
-stata però una volta, e formando parte della storia della nostra città,
-era regolare indagare i motivi che la suggerirono.
-
-
-
-
-CAPO X.
-
-_Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il
-Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante._
-
-
-Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città
-avvenuti nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare
-la storia della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui
-passò questo Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando
-I di Aragona nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui
-figliuolo primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli
-nel dì 8 Maggio dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo
-quella procella già preparata che la prudenza e la destrezza del suo
-genitore aveva tenuta per qualche tempo sospesa.
-
-Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati dagli
-Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX della sua
-Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi. Appena
-le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto il Regno si pose
-in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi tutto l’Abruzzo alzò
-la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono Alfonso, e gli fecero
-obliare quella gloria militare che si aveva acquistata in tante guerre
-alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la maggior forza di un
-Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò quindi il Regno al
-suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze, ed andò a cercare
-un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò indi a Messina, e
-si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita austera.
-
-Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica;
-si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso
-odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà.
-Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi
-col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli.
-Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495 sciolse
-le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col suo
-Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico per
-ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto,
-perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva
-fino a quel punto profondamente dissimulate.
-
-Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno
-suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato
-ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli
-disposizioni. Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali
-erano dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre
-ed insolenza disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben
-presto in avversione e malcontento.
-
-In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’
-progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto.
-Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile,
-cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola
-decorò col nome di _Gran Capitano_ prima che le sue operazioni militari
-avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo colle
-sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi.
-
-Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile
-lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re
-di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì
-tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia
-colle sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con
-una fiera battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane
-appostate al fiume Taro.
-
-Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor _Monpensier_
-di Casa Borbone e del Signor _d’Obignì_ di Nazione Scozzese. I
-Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia
-per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad
-eseguirlo, e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni
-e venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare
-colle sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier
-coi Francesi per opporsi allo sbarco.
-
-Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi,
-occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero
-festevolmente nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto
-anno 1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man
-mano i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a
-ripigliare Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella
-età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496.
-
-Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo
-Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di
-rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto
-era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione
-al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che
-per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII
-si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla
-massima benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito
-dalla fortuna.
-
-Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel suo
-paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di tornei
-e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e del
-Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose
-fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli.
-Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò
-dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo
-sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di lui,
-e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso da
-Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle
-di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente
-la pecora in bocca del lupo.
-
-Tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII era stato già conchiuso un
-segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato
-ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso
-stabilito che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a
-Federico il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al
-Re di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la
-Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata
-della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli e di
-Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria e di
-Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l titolo di
-Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di essi avrebbe
-atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno fosse
-stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe
-rimasto nel massimo segreto.
-
-Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu
-da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito
-di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete
-istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche
-un tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal
-Re Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle
-per la sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso;
-ma in realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista
-di quella porzione del Regno che col segreto trattato era stata
-attribuita al Re di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il
-buon Re Federico assai degno di una sorte migliore.
-
-Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re a
-discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, _Arduum
-est eodem loci potentiam et concordiam esse_[208]. Nel segreto trattato
-non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le
-Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro
-e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia,
-a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle di
-Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti gli
-voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata.
-
-A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè
-ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia
-ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata _Puglia Daunia_,
-come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo tardi erano
-venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto la volevano
-per loro.
-
-Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi
-onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero
-ed ottennero un colloquio tra il Duca _di Némours_ Vicerè di Luigi
-XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla
-però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse
-attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse
-innovato contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di
-Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo
-accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente
-rilasciata la Capitanata.
-
-Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la
-Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche
-città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli
-rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre
-furono occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e
-con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di
-poterlo impedire[209]. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche
-dai Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante
-per la guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti
-e di cavalli sotto il comando del Signor _de la Palisse_, il quale
-aveva sotto li suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli
-avvenimenti che passo ad esporre.
-
-Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi,
-ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi
-la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli
-Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal
-vantaggiosa posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi
-di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè
-occasione ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad
-incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici.
-
-Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere
-chiamato _Carlo de Togues_ intitolato _Signor de la Motte_. Mentre
-stava costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito
-Spagnuolo con disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca
-Cavaliere Capuano che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi
-Italiani sotto il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta
-al nome Italiano mandò al _Signor de la Motte_ quella disfida, a cui
-susseguì il famoso combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi
-usciti da Ruvo, ed altrettanti Italiani usciti da Barletta, il quale
-ebbe luogo in un campo designato tra Andria e Corato poche miglia lungi
-da Ruvo.
-
-L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece
-apprendere che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere
-gl’Italiani superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l
-valore. Per eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso
-fu sul luogo istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo
-con analoga iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più
-volte nella mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza.
-Ora però non vi è più.
-
-Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che hanno
-occupati que’ luoghi[210]. Se la cosa va così, non hanno potuto essi
-certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le
-notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi
-riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali
-che Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento
-tanto per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non
-si pensi affatto!
-
-Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, Paolo
-Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però ne
-hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso
-non che la intera corrispondenza di lettere tra _Ettore Fieramosca_ e
-’l Signor _de la Motte_ si ha da un libriccino stampato o piuttosto
-ristampato in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo
-stile non elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato
-presente ai fatti che ha fedelmente riportati.
-
-Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho
-avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare
-Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono
-determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico
-per un doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il
-moltiplicare le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte
-le circostanze di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo
-perchè i preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben
-può dirsi che formano parte della storia di essa.
-
-Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento,
-quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto
-rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate che
-vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini,
-dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli
-Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta
-ben fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad
-encomiare la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando
-tutte le privazioni ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva
-a bada colla speranza di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente
-racconto, il quale per altro pecca di poca esattezza in diverse
-circostanze che non mancherò di rilevare.
-
-_In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e
-per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli
-che fino a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di
-Castellaneta, Terra vicina a Barletta[211] disperati per i danni ed
-ingiurie che pativano da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano,
-prese popolarmente l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo
-avendo notizia che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie
-e trecento fanti alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta
-dodici miglia[212] faceva guardie negligenti, uscito una notte da
-Barletta, et condottosi a Rubos, et piantate con grandissima celerità
-le artiglierie, le quali per essere il cammino piano aveva facilmente
-condotte seco, l’assaltò con tale impeto che i Francesi i quali si
-aspettavano ogni altra cosa, spaventati dall’assalto improvviso, fatta
-debole difesa, si perderono rimanendo cogli altri Palissa prigione, e
-’l giorno medesimo se ne ritornò Consalvo a Barletta, senza pericolo di
-ricevere nel ritirarsi da Nemurs, il quale pochi dì innanzi era venuto
-a Canosa, danno alcuno, perchè le genti sue alloggiate per tenere
-Barletta assediata da più lati, e forse per maggiore loro comodità in
-più luoghi, non poterono essere a tempo a congregarsi._ Passa dopo ciò
-a riportare il già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri
-Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di esso come di un fatto
-posteriore alla espugnazione della detta città di Ruvo[213].
-
-Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima
-nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa
-fu vivissima, e ’l Signor _de la Palisse_ che gli comandava non merita
-di essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre
-presente nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche
-ferito. La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata
-quando il Duca di _Némours_ era già ritornato a Canosa, mentre questi
-era partito per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare
-la ingiuria fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo
-profittò della di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta
-per tentare sulla città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così
-bene.
-
-La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento
-de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla
-espugnazione della nostra città, mentre non vi può esser dubbio
-che l’abbia preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la
-circostanza che i tredici Cavalieri Francesi furono scelti dalla
-cavalleria che stava alloggiata in Ruvo, la quale dappoi colla presa
-della città rimase prigioniera di guerra, come lo stesso Guicciardini
-lo ha detto. Andiamo dunque a rettificare cotesti errori colla
-testimonianza di altri Scrittori meglio informati de’ fatti allora
-avvenuti.
-
-Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già detto
-famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti
-Italiani, passa a dire che mentre il Duca di _Némours_ stava sotto le
-mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini,
-gli pervenne un messo. _Is attulerat Consalvum Barolo profectum Rubos
-ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione
-certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito,
-noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones
-Barolitanos non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos
-advolavit. Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut
-prostrato ingenti ruina muro[214], collata veluti acie dimicaretur,
-et non uno in loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur.
-Certatum est per septem horas summa contentione; nam Palicia infracto
-animo, ubi periculum posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat.
-Cum pro vallo cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus
-opposuisset, et per sagittarios Vascones idoneis locis dispositos
-crebra vulnera subeuntibus inferebantur. Sed ipso demum Palicia
-vulnerato, et cataphractis incumbentium hostium impetu pondereque
-prostratis potius, quam interfectis, Hispani in oppidum irruperunt: cum
-alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri coronam cepissent.
-Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit Francisci
-Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ decus
-datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus muri pinnam
-apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis, reliqui
-Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter ceteros
-Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta Hispano, qui
-ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens, in officio sibi
-permanendum esse censuerat._ Passa poi a dire ciò che Consalvo fece
-dopo, del che si parlerà in seguito[215].
-
-Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni,
-e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di
-Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la
-immortalità con un suo Poemetto intitolato _Consalvia_, il quale servì
-solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore
-Grammatico. È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale
-n’è stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali
-era stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento
-de’ tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne
-a Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi
-avuti dai Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza
-del Duca di _Némours_ per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la
-fazione seguita a Ruvo ne’ seguenti termini:
-
- _Ipse quoque interea ne duceret ocia noster_
- _Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,_
- _Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat_
- _Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,_
- _Deque sagittifera numero bis gente ducentos._
- _Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,_
- _Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,_
- _Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes_
- _Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,_
- _Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,_
- _Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes_
- _Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem_
- _Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,_
- _Urbe manu forti nostri potiuntur adepta._
- _Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,_
- _Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,_
- _Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,_
- _Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ._
-
-Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che
-Spagnuoli, i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a
-dire
-
- _Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit_
- _Strenuus, atque acer muris insignia primus_
- _Intulit, et sociis aditus reseravit apertos._
- _Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti_
- _Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente_
- _Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,_
- _Et conjecta super tot vertice tela repellis,_
- _Judicioque tuo melius mutata repente_
- _Hostibus oppressos diffregit machina muros._
- _Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam_
- _Margariton meruit per fortia prœlia laudem_
- _Inter Parthenopes juvenes non infima fama._
- _Exportata Rubis igitur quam maxima præda_
- _Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis_
- _Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens_
- _Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,_
- _Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,_
- _Et quæcumque fuit victis ablata supellex._
- _Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire_
- _Obsessi ducant si de obsidione triumphos._
-
-Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo
-di andare a cercare il Duca di _Némours_ passando più oltre, ma ne fu
-trattenuto dal seguente riflesso:
-
- _Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc_
- _Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,_
- _Proregemque sequi, qui signa minantia contra_
- _Castellaneti tunc mœnia versa ferebat._
- _Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,_
- _Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,_
- _Verteret in rixas victricia castra suorum_[216].
-
-Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie
-del Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di
-affrettare il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con
-tutte le truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di
-_Némours_ che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il
-Guicciardini nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il
-quale seguita a dire: _Sequentique die, non plane toto direpto oppido,
-eadem usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius,
-qui ex itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu,
-festinanter adventabat, de Paliciæ calamitate doceretur_.
-
-Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia
-di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo
-stesso modo. _Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da
-Barletta, e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi,
-luogo importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi
-Monsieur de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si
-mosse verso Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio
-che gli aveva dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando
-quello ch’era avvenuto._
-
-_Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria,
-e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto
-prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto
-questo se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza_[217].
-
-Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è
-detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il
-Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto
-morale, poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che
-commise Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro
-città occupata dai Francesi non già perchè fossero stati questi da
-essi chiamati, ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe
-dovuto opporsi a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in
-Barletta, e fu ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai
-vantaggi riportati non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era
-facile l’annientare la poca forza che gli era rimasta.
-
-Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la città
-di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor _de la Palisse_, e dai
-soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco
-e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche
-gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La
-vittoria riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò
-che apparteneva ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le
-sostanze de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche
-delle vittovaglie, del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era
-necessario alla vita, come non senza una positiva impudenza glie ne ha
-fatto un vanto il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto
-di menare prigionieri a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui
-combattuto per estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di
-tutto, come ci fa anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato.
-Quale viltà! Qual sordidezza!
-
-Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato
-Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono
-quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve di
-una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio
-dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella
-povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua
-soldatesca? A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua
-cassa vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa?
-
-La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente
-cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto
-di vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi
-citato che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando
-ciò che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche
-la guerra però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’
-riguardi che son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare
-non deve operare come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli
-capita nelle mani.
-
-Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado
-gl’importanti servigj resi _per fas et per nefas_ a Ferdinando il
-Cattolico, ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta
-nel Regno di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una
-umiliante oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il
-caso. Vi concorre sovente anche la mano occulta della Provvidenza che
-confonde la superbia degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata
-pena. _Non enim_ (diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) _approbatum
-est non esse curæ Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo
-casus, eventusque rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque
-noscantur_[218]-[219].
-
-Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico
-siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della
-iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che
-l’Eroe dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj
-però de’ grandi Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano
-destramente o si passano sotto un prudente silenzio; ma non si
-esaltano, ma non si encomiano e si applaudiscono come ha fatto il
-Cantalicio senza veruna dignità e contegno.
-
-Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore
-della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in
-quel tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la
-Pirateria come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella
-dedica che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo
-stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella
-bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. _Decebat propterea
-me tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis
-immortalitatem consequi!_ Il merito di un concetto di tal fatta lo
-valutino quelli Uomini rispettabili che sono investiti della stessa
-alta Dignità Chiesastica. Andiamo innanzi.
-
-In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città
-di Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva
-venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento,
-e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso
-con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’
-servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò
-tutti i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche _Civitas Rubi
-Provincia Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque
-reddititus feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus,
-vineis, olivetis, jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis,
-tenimentis, territoriis, querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus,
-silvis, redditibus, bajulationibus etc._[220].
-
-A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella
-per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno.
-Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero
-Carafa. _Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus
-vaxallis, bajulationibus_, e con tutte le altre clausole generali.
-Su di questo contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato
-l’assenso nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo
-1520 si ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al
-Conte Antonio Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno
-1523 risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo
-figliuolo[221]. Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra
-città non essendo uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia,
-non interessa conoscere la serie degl’individui di essa che l’hanno
-posseduta in feudo fino ai nostri giorni.
-
-L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano gli
-altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior
-numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la
-nostra città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono
-gl’intollerabili abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati
-Abruzzesi del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e
-di eccessi che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa.
-Da queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed
-ogni industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra
-città spogliata de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni
-e depredazioni che la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo
-fallimento.
-
-Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in
-due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte
-della storia della nostra città, non possono essere trasandati.
-Chiamandomi essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di
-quella Popolazione sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti
-risultati dalla conculcazione di essi, è utile che siano queste cose
-conosciute dai miei concittadini tanto presenti che futuri.
-
-Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono
-le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno spesso
-risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente
-ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul
-territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi,
-quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale
-che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che
-avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi.
-
-Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca
-previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato
-le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto
-che soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe
-torto. È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista
-esperienza, poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di
-Cordova di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono
-stato. Oltre i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano
-i Francesi in una città ben fortificata _Qui tunc fortissima habebat
-castra Rubis_, si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non
-poterono altrimenti penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di
-muraglia sotto i colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri
-punti colla scalata.
-
-Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte guarda
-il _sud_ ed in parte l’_est_, il quale era rimasto allora forse
-danneggiato, si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione
-però di esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e
-bastioni che cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le
-mura del già detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono
-solidissime e rivestite al di fuori di pietre quadrate ben connesse e
-ben lavorate, a differenza dell’antica muraglia, la quale era formata
-per lo intero di fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto
-dalle torri, delle quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre
-quadrate. Ma coteste torri insiem colle mura, tranne solo qualche
-piccolo pezzo che n’è rimasto, son oggi scomparse del tutto.
-
-Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni
-merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche
-porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi e
-solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era
-chiamata _Portanò_ che può corrispondere o a _Porta nuova_, perchè
-di nuovo riedificata, o piuttosto a _Porta di Noja_, perchè di là
-si usciva per prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di
-Bari[222]. Delle dette porte della città era questa la più solida e
-meglio fortificata. Aveva anche la così detta _Saracina_ per mezzo
-della quale poteva rimaner munita di una seconda porta ferrata ad un
-solo pezzo che sarebbe discesa colle catene dalla parte superiore
-dell’edificio. Vi era su di essa lo Stemma della città sotto del
-quale si leggeva il seguente distico non senza ragione motteggiato di
-ampollosità dal Pratilli:
-
- _Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,_
- _Si modo non eadem splendida fama patet._
-
-Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le
-quali fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore
-all’aggressione di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi
-era anche una fortificazione ben solida con delle feritoje e colle
-statuette de’ tre Santi Protettori della città S. Cleto, S. Biase e S.
-Rocco ch’è il più venerato dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed
-è da essi onorato di una sontuosa festa[223].
-
-Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica
-casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra
-riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala
-scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle
-pubbliche carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi
-consisteva in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica
-annona. Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta
-suddetta della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una
-porzione di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla
-convocazione de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e
-Giudice locale amministrava la Giustizia civile e penale.
-
-La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano
-la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali
-sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di
-quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le
-beccherie che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra
-fu formato uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio
-utilissimo alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in
-Ruvo fino al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È
-ora andato in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che
-prima erano in pratica.
-
-La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini
-dell’anno 1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa
-diroccata. Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza
-del Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative
-superiori, da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime
-si spacciò il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non
-senza un grave pericolo avrebbe potuto lasciarsi così.
-
-Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava aver
-occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci
-secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri
-cittadini che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si
-cominciò a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera
-circolazione dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute
-degli abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si
-passa volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione
-gli antichi abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della
-collina, ove fu da principio la città edificata, e formarsi nuove
-abitazioni più al basso di essa.
-
-Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità
-essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla
-nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati
-Magistrati Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel
-potere di decretare ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia
-di tutti i tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore
-che si è potuto fare ad una città è stato quello di atterrarle le
-sue mura e le sue Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava
-il nome di città soltanto a quella, _quæ muris cingitur_[224]. Le
-mura e le Porte delle città furono da essi considerate come luoghi
-_sacri_ ed intangibili[225]. Ci tocca ora ammirare la moderna sapienza
-distruggitrice di quelle mura, e di quelle Porte che hanno tante volte
-salvate le città dai più gravi disastri! E si stanno smaltendo queste
-frottole mentre la città di Parigi che ha un milione di abitanti ed un
-circuito immenso si sta attualmente cingendo di muraglie e di bastioni!
-
-Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi
-dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi parlato. Le
-fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. Avendo
-perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta della città
-che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario
-abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta
-colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno
-de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo
-presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in
-luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata
-Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati
-incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata
-della novella casa comunale che guarda il largo denominato di _Porta
-di Noja_. Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza
-i veri pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile
-territorio che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti
-sono i seguenti.
-
- _Hospes, me Græci quondam tenuere coloni._
- _Antiquas inter non certe ignobilis urbes,_
- _Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes_
- _Excolui, quod sculpta[226] probant, et picta decore_
- _Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis._
- _Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,_
- _Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina._
- _Ægrotos sano[227], validorum corpora firmo._
- _Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam._
-
-Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare
-era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati
-sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto
-per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò alla
-Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio, si
-pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia e
-più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo,
-e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia
-_Avitaja_, ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque
-cotesto edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno
-spendendo bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed
-adattarlo agli usi dell’Amministrazione comunale.
-
-Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione
-della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi
-determinato di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le
-subastazioni. Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio,
-che non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse.
-Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora
-al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose de’
-Comuni.
-
-Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel Grande
-Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi
-nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno
-1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la Università
-di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di Terlizzi
-dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale nel dì 24
-Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze relative all’esame
-testimoniale che si stava compilando[228].
-
-Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio
-suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso
-condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente
-riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi
-fiscali[229]. Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano
-siti perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate.
-Pruova però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni
-de’ Terlizzesi.
-
-Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i
-soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università
-nelle case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il
-privilegio di esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi
-che avessero voluto, e farlo _Camera riservata_. Era questo il vocabolo
-col quale era tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre
-a smugnere il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più
-giù anderemo a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo
-carissimo un tal favore.
-
-Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e Conte
-di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte di Lemos
-Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini di Ruvo
-aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua _Camera riservata; et
-volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai
-Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia_[230], dimandò quindi il
-permesso che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò
-che dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa
-sull’assunto non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del
-dì 5 Giugno accordò tal permesso.
-
-Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico
-parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja _Governatore e Giudice
-Baronale_, al quale era vietato dalla legge di prender parte in un
-atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento
-suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini.
-Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo stesso
-affare, e nulla si era combinato perchè _l’offerta fatta a detto
-Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in
-conto alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita
-venire alla detta transazione_.
-
-Pose in veduta quanti _disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà
-si taceno_, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del
-detto alloggio, e propose che si fosse fatta _all’Illustrissimo Signor
-Duca nostro Padrone_ una offerta più vantaggiosa. La deliberazione
-presa fu che si fossero al Duca offerti ducati diecimila _con queste
-condizioni e patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig.
-Duca, e Conte di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, _quod
-absit_, venessero a vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et
-affittare questa Città di Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone,
-creditore, o affittatore non ne venesse a fare camera perpetua, o non
-ne potesse fare camera, o per volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia
-altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ a non essere Camera
-ordinaria questa Città, onde ne patisse alloggiamenti ordinarj, o
-vero contro la forza di questa convenzione detto Illustrissimo Sig.
-Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera ordinaria
-perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per qualsivogli
-altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ questa Città ne
-venesse a patire detti alloggi ordinarj, che _tunc et eo casu, imo ex
-nunc prout ex tunc_ detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare
-di restituire detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti
-e da patire a questa università_. E poichè li detti ducati diecimila da
-offerirsi mancavano, fu risoluto anche di contrarsi un debito.
-
-Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo
-stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle
-imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università
-montavano ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del
-pane che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto
-per annui ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non
-ampio della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti
-coll’annualità al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque
-della nostra città non era affatto felice.
-
-Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione
-presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con sua
-decretazione del dì 4 Settembre rispose _Regia Camera Summariæ de
-supplicatis se informet, et referat_. Si presentò il Duca a quel
-Tribunale, giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno
-di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di
-guadagno. Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio
-Assenso si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra
-il Principe di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese
-di Morcone e la Università di detta Terra. Allegando questi due
-esempj insistè che fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la
-convenzione fatta tra lui, e la città di Ruvo.
-
-La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale,
-con sua _Consulta_ del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè che stanti
-li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe
-potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata tra il
-Duca d’Andria e la Università di Ruvo _per la somma però di ducati 8000
-_tantum_ e non più_. Soggiunse bensì _Non lasciando però di dire a V.
-E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare questa
-porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna
-Prammatica, o ordine che _ex nunc in antea_ non si facciano simili
-accordi, et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle
-Università_[231].
-
-Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta
-osservazione, giacchè il novello debito contratto dalla nostra città
-per tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali
-estorsioni che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse
-a quella rovina di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a
-ragionare del dritto del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino,
-e de’ gravissimi abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali
-rovinarono l’agricoltura non meno che la pastorizia della nostra povera
-città.
-
-
-
-
-CAPO XI.
-
-_De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro
-Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti._
-
-
-Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si
-propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a
-dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi
-che dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la
-estiva stagione, scendevano nell’inverno nella Regione più temperata
-della Puglia. Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti
-stipulati con particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste
-compre vennero eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata
-di corrispondere a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano
-presi un’annua rendita determinata proporzionata al valore dell’erba
-rispettivamente ceduta.
-
-Gli erbaggi a tal modo acquistati per la dotazione del Tavoliere
-presero varj nomi. Altri furono chiamati erbaggi _ordinarj_, altri
-_straordinarj_, altri _soliti_, altri _insoliti_ _etc._ Alcuni di essi
-furono destinati al _ristoro_ degli animali, ed altri al _riposo_.
-Rimetto agli Scrittori della materia Doganale la spiegazione di cotesti
-vocaboli. Per l’argomento che mi ho proposto interessa conoscersi cosa
-essi intendono pe ’l dritto di _riposo_.
-
-È lo stesso così definito: _I riposi sono alcuni paschi che da luogo
-in luogo sono stati comprati dalla Regia Corte affinchè nel viaggio
-che fanno le pecore nel mese di Settembre e di Ottobre dal Sannio in
-Puglia, e per opposto, possano ivi a spese della Regia Corte che ne
-paga il prezzo ai padroni, per tre o quattro giorni, e secondo sarà
-necessario, comodamente riposarsi, conforme nota il Reggente Moles_
-De Dohana Menæpecudum Apuliæ §. _8 n. 52 e 53. I menzionati riposi si
-connumerano tra gli erbaggi ordinarj e straordinarj soliti, e non solo
-servono alle pecore come le taverne ai passaggieri; ma quei che sono
-più vicini al Regal Tavoliere furono istituiti, affinchè dette pecore
-non abbiano immediatamente bisogno di entrare a scommettere l’erba di
-detto Regal Tavoliere: ma possano aspettare il ripartimento generale
-per entrare a godere quelli erbaggi che dal Doganiere saranno loro
-prescritti_[232]. Dal che è facile vedere che di tutti i diritti del
-Tavoliere il _riposo_ è il meno pesante per i proprietarj de’ fondi,
-come quello che si riduce al pascolo per un tempo molto limitato.
-
-Ha preteso il Tavoliere che per effetto di un contratto passato tra
-il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca di Venosa e di
-Minervino, e Conte di Ruvo di cui innanzi si è parlato nel Capo IX
-abbia acquistato un doppio dritto sul territorio di Ruvo. Il primo fu
-quello di pascere l’erba di quel bosco feudale dal dì della Vigilia
-del S. Natale fino al dì otto Maggio di ciascun anno. Il secondo fu il
-dritto di _riposo_ sulle murge di Ruvo.
-
-Pe ’l primo di questi due dritti non vi fu mai quistione. Il secondo
-Stefano de Stefano lo dà per sicuro, e quindi nel luogo testè citato
-tra i principali riposi del Tavoliere annovera _le murge di Minervino,
-Andria, Quarata, Ruvo e Bitonto in Terra di Bari_. La Casa d’Andria
-però ha sempre rispetto alle murge di Ruvo opposta a cotesto dritto
-un’acre resistenza, come anderemo più giù a vederlo.
-
-Ma dato anche per vero ciò che dice il precitato Scrittore, il dritto
-del Tavoliere avrebbe potuto colpire la sola contrada delle murge detta
-da Strabone _montosa et aspera_, ed essere limitato al solo _riposo_,
-cioè al trattenimento di pochi giorni nel passare le pecore per que’
-luoghi tanto nel venire dagli Abruzzi, quanto nel far ivi ritorno.
-
-A tutt’altro modo però veniva cotesto preteso dritto esercitato dai
-Locati Abruzzesi, sia per la resistenza che trovavano nelle murge dal
-canto del Barone, sia per quelle soverchierie, alle quali soggiace
-sempre il più debole. Si gittarono essi sul rimanente demanio fuori
-delle murge più vicino all’abitato, e sicuramente comunale, ove stavano
-e stanno tuttavia le numerose masserie de’ cittadini. Vi si fermavano
-per tutto lo inverno, e lo ingombravano con tante pecore che ai poveri
-proprietarj delle masserie suddette non lasciavano un filo di erba per
-lo sollievo de’ loro animali!
-
-Cotesto ristucchevole abuso lo contesta un processetto che si conserva
-nel grande Archivio. Nell’anno 1509 la città di Ruvo spinta dalla
-disperazione diè un ricorso al Vicerè di quel tempo D. Raimondo
-di Cardona, e dimandò il permesso di chiudersi nel suo demanio una
-mezzana, o sia difesa per lo pascolo de’ bovi aratorj. Giova recare i
-precisi termini del ricorso suddetto per vedere a quali strettezze i
-Ruvestini erano ridotti da cotesta abusiva invasione.
-
-_Illustrissimo Signore — Per essere lo territorio de la cità vostra
-de Rubo[233] molto de bisogno a la Regia Dohana che se ne serve per
-restauro, in detto territorio veneno tante pecore che al bestiame
-de la cità non resta da pascere cosa alcuna, et tutto loro bestiame
-se more de fame per non restarli uno filo de herba, ed è loro ultima
-desfazione. Et perchè in le altre Terre de Puglia resta alcuna meczana
-per lo bestiame de li citatini per concessione ne teneno, et non ce
-stanno tante pecore, quante in Rubo; per tanto supplica Vostra Signoria
-Illustrissima proveda che per uso del bestiame de li citatini li
-conceda una meczana in loco appartato de le pecore che possano usarla
-per loro uso, senza che lo bestiame de ditta Dohana li dona impaczo;
-altrimenti detta cità vene a ruinarse per non possere manutenere loro
-bestiame per le vettuaglie fanno li citatini, et se veneriano a morire
-de fame, et patere grandissima penuria. Et è cosa solita concederese a
-le altre Terre dove pratica la Dohana, ut Deus._
-
-Il Vicerè con sua decretazione del dì 17 Dicembre 1509 rinviò
-cotesto ricorso alla Regia Camera della Sommaria per le provvidenze
-corrispondenti. Quel Tribunale con sua provvisione del dì 19 del detto
-mese ed anno diè al Doganiere di Foggia li seguenti ordini. _Vi dicimo
-et ordinamo che al recepere de epsa, essendo così come se expone,
-vogliate provedere de donare a dicti exponenti tanta mezana in loco
-appartato de le pecore per uso de loro bestiame, et provedere che
-possano quella usare senza che lo bestiame de dicta Dohana le abbia a
-donare impaczo, de modo che dicto loro bestiame non venga ad perire per
-non avere herba._
-
-Il Doganiere di allora _Annibale Caput_ tenendo presenti la dimanda
-a lui diretta dalla città di Ruvo, la trascritta Provvisione della
-Regia Camera, e le dilucidazioni a lui date sull’assunto da un suo
-Incaricato, con lettera del dì 13 Febbrajo 1510 diretta _Egregiis
-viris Sindico Universitatis et hominibus civitatis Rubi nobis tanquam
-fratribus carissimis_, fece loro sentire ciò che siegue. _Et perciò
-noy ordinamo per l’allegata ad Alfonso de Civita Ducale Officiale de
-questa Regia Dohana de Puglia, quale tenemo in quella espressa cità
-per servizio de la Regia Corte, ve voglia consignare il loco de dicta
-mezana, cioè dal muro recluso per derecto fino a la Cappella. Et da
-l’altro capo de dicto muro fino al arbore de la mendola, la quale
-mendola haverà ad restare fore. Et da la dicta amendola per quatro
-referendo a dicta Cappella. Quale territorio, seu mezana porrite
-farvela serrare et conservare per lo effecto predicto, et se in dicti
-confine nce fossero altre confine più volgare et declarative, ne li
-farite intendere per mezo de dicto Alfonso, aczò quando ve ne farimo
-spedire la patente per più cautela et quiete vostra, nce lo possiamo
-declarare_[234].
-
-Ecco come fu eretta la Difesa della nostra città nella contrada
-demaniale denominata lo _sterpeto_ volgarmente detta _strappete_.
-Ma non poteva questa supplire al bisogno degli animali addetti alla
-coltura, e sparsi sulla superficie di un demanio vastissimo. Come
-menarsi cotesti animali a pascere da un punto all’altro di esso ed
-alla distanza di più miglia? Debbono essi dopo il travaglio avere
-il necessario ristoro nel luogo istesso ove lavorano il terreno. La
-necessità obbligò i Ruvestini a scuotere il giogo durissimo de’ Locati
-Abruzzesi. Da per tutto nelle masserie di semina furono chiusi i parchi
-e le mezzane indispensabili agli animali addetti alla coltura.
-
-Gl’ingordi Abruzzesi incominciarono a strepitare e gridare _alla
-usurpazione_, mentre non era questa che una giusta reazione contro
-l’abuso e la soverchieria. A tutt’altro modo però guardarono la cosa
-due Magistrati Fiscali spediti nelle Puglie con incarico di rintegrare
-al Regio Tavoliere tutto ciò che fosse stato usurpato a danno dello
-stesso. Furono questi il Luogotenente della Regia Camera della Sommaria
-D. Francesco Revertera Spagnuolo di Nazione, e ’l Presidente D. Alfonso
-Guerrera. Gli schiamazzi de’ Locati Abruzzesi contro i Ruvestini fecero
-incomodare cotesti Signori a conferirsi di persona nel territorio
-di Ruvo. Quindi tra le altre operazioni da essi fatte vi fu anche il
-seguente Decreto pubblicato in Foggia nel dì 5 Marzo 1549.
-
-_Super parchis et clausuris civitatis Ruborum, die 5 Martii 1549
-in Terra Fogiæ. Viso territorio civitatis Ruborum, et visis oculari
-inspectione dictis parchis et clausuris. Visa etiam provisione alias
-facta per Regiam Cameram Summariæ sub die 20 Septembris 1517 Regia in
-Curia VIII fol. 104. Fuit provisum et decretum, prout præsenti decreto
-providetur per Excellentem Dominum Franciscum Reverterium Regium
-Consiliarium Regiæ Cameræ Summariæ Locumtenentem, ac per Magnificum
-Dominum Alphonsum Guerrerium ejusdem Regiæ Cameræ Præsidentem et
-Commissarium Generalem in Reintegratione Dohanæ Menæpecudum, deputatos
-per Illustrem Dominum Regni Proregem, quod omnia parca et clausuræ
-constructa et constructæ pro usu herbarum in dicto territorio
-demoliantur et aperiantur, atque in eis libere pasculari possint tam
-pecudes et animalia Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis; atque de cetero
-nullatenus fiant parca, neque clausuræ. Ea vero parca et clausuræ quæ
-sunt pro vineis, olivetis et amygdaletis remaneant pro usu civitatis
-et ejus civium, et de cetero non fiant parca, et clausuræ pro dicta
-causa, neque amplientur, atque in loco ubi est tracturium dictæ Dohanæ
-Regiæ, aperiantur et ibi possint animalia Regiæ Dohanæ pasculari
-et immorari prout opus fuerit. Quo vero ad parcum jumentorum, sive
-equorum Excellentis Comitis Ruborum fuit provisum quod supersedeatur
-donec fuerit facta relatio Illustrissimo Domino Proregi, juxta
-decretationem factam in calce memorialis oblati S. E. pro parte dicti
-Comitis. Mezzana vero constructa in dicto territorio pro usu et pascuo
-bobum aratoriorum dictæ civitatis et civium, remaneat[235], et quod
-nullatenus possit ampliari, et quod illa parca, et clausuræ, quæ
-factæ sunt causa seminandi frumentum, et alia victualia, recollecto
-semine aperiantur, et in restopiis, et nocchiariis possint pasculari
-Regia Dohana, et animalia dictæ civitatis. Hoc eorum in scriptis
-interponentibus decretum. Lectum latum etc._[236]. Questo decreto è
-riportato anche dai Scrittori Doganali.
-
-Se il trascritto decreto non formasse parte della Storia e de’ Registri
-del Tavoliere, stenterei a credere che realmente sia stato lo stesso
-emesso in un Paese riputato sempre per la sapienza de’ suoi Magistrati!
-Non è lo stesso a ben definirlo che un tristo monumento d’ingiustizia
-e di barbarie, poichè ammesso anche il _riposo_ preteso dal Tavoliere,
-una servitù costituita sulla sola contrada delle _murge_ non si poteva
-estendere a tutto il Demanio Ruvestino, ed un dritto di sua natura
-limitato al pascolo di pochi giorni, non si poteva e non si doveva
-renderlo illimitato ed arbitrario.
-
-Non minore fu la barbarie nell’essersi pronunziata la distruzione
-dell’agricoltura coll’essersi disfatti i parchi indispensabili al
-ristoro de’ bovi aratori, coll’essersi vietate le novelle piantazioni
-di vigne, di mandorle, e di ulivi che costituivano e costituiscono le
-ricche produzioni del territorio Ruvestino, e coll’essersi lasciato
-alla discrezione delle bestie quel terreno fertilissimo che la Natura
-ha destinato al nutrimento degli uomini! Cotesto decreto che pecca
-della più ruvida barbarie fa un’onta positiva agli autori di esso.
-
-Nè quì si arrestarono i malanni ch’ebbe la nostra città a soffrire per
-questo lato. Si è detto innanzi che il Regio Tavoliere aveva acquistato
-da Pirro del Balzo Duca di Venosa e Conte di Ruvo il dritto di far
-pascere dagli animali de’ Locati l’erba del vastissimo Bosco di Ruvo
-dal dì della Vigilia del S. Natale fino al dì otto di Maggio, mediante
-il pagamento di annui ducati cinquecento. Si era così fatto perchè
-avesse potuto il Barone fino alla Vigilia di Natale far pascere la
-ghianda che lo stesso produceva in gran copia. Era però ciò fastidioso
-all’Amministrazione del Regio Tavoliere, perchè gli animali porcini
-ch’entravano a pascere le ghiande maltrattavano l’erba. Si volle torre
-questa suggezione. Piacque al Governo di acquistare in modo assoluto
-l’erbaggio vernino del bosco suddetto, e disporre di esso a suo piacere
-col pagare al Conte di Ruvo anche il prezzo della ghianda.
-
-In un pubblico strumento del dì 17 Marzo 1552 stipulato dal Notajo
-Sebastiano Canore di Napoli si costituirono da una parte il Vicerè
-allora di questo Regno D. Pietro di Toledo e dall’altra il Conte di
-Ruvo D. Fabrizio Carafa. Dichiarò quest’ultimo che possedeva in feudo
-_quoddam nemus situm in pertinentiis dictæ civitatis Ruborum juxta
-suos veriores confines, pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia
-Curia annuatim pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit
-eidem excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti,
-in quo nemore non possunt intrare pecudes nisi in vigilia Nativitatis
-Christi anni cujuslibet._
-
-Si seguitò a dire che la Regia Corte voleva acquistare totalmente
-l’erba vernina e la ghianda del Bosco suddetto con piena facoltà di far
-entrare in esso a pascere gli animali nel dì 15 Settembre di ciascun
-anno fino al dì di S. Angelo del mese di Maggio, mediante il pagamento
-di altri annui ducati mille dugento cinquanta. Essendosi tal proposta
-accettata dal Conte di Ruvo, vendè costui alla Regia Corte per annui
-ducati 1250 _dictum jus glandium, herbam et pascuum, ac jus aquandi, et
-pernoctandi, et omne aliud jus spectans, et pertinens, et quod spectare
-et pertinere posset in dicto nemore ex nunc in antea, et in perpetuum
-tenere et possidere, et in dictum nemus quolibet anno intrari facere
-pecudes, et alia animalia quæcumque a dicto die 15 Semptembris anni
-cujuslibet, et tenere per totum diem festum S. Angeli de Mense Maj,
-ut supra, dictisque herbis, pascuo, et glandibus, et aquis in dicto
-nemore existentibus gaudere, et uti frui, atque vendere, et alienare,
-et aliter disponere pro ipsius Regiæ Curiæ arbitrio voluntatis, absque
-contradictione et obstaculo aliquo et impedimento etc._ Quindi nel
-bosco suddetto vi rimase una promiscuità di diritti tra la Regia Corte
-e ’l Barone. La prima rimase padrona assoluta dell’erba vernina e della
-ghianda. Seguitò il secondo a ritenere l’erba estiva e ’l taglio delle
-legna non fruttifere di ghianda.
-
-I cittadini di Ruvo avevano il dritto d’immettere a pascere i
-bovi aratorj nel bosco suddetto. Cotesto dritto lo aveva reso
-importantissimo il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549
-innanzi riportato. Il bosco di Ruvo era, come lo è tuttavia circondato
-dalle masserie di semina allo stesso adiacenti. Aperti e vietati dal
-decreto suddetto i parchi e le mezzane per l’uso de’ bovi aratorj che
-si erano in esse formate, questi poveri animali trovavano almeno un
-ristoro nel bosco, ove si lasciavano la sera dopo il travaglio. Ma
-questo sollievo fu anche tolto ai medesimi.
-
-Pietro di Toledo volle esimere il bosco anche da questa suggezione
-comunque garantita dalla Natura e dalla legge. E ciò che più sorprende,
-cotesto dritto sacro de’ cittadini di Ruvo rimase abolito con un tratto
-di arbitrio, senza essersi intesi neppure i Rappresentanti di quella
-città! Si legge nel detto strumento dell’anno 1552 anche il seguente
-articolo: _Itaque nullum genus animalium possit nemus ingredi elapso
-die 15 Septembris, nisi tantum animalia Dohanæ in locationem intrantia.
-Verum pro usu bobus dictæ universitatis solitis ingredi, et pasculari
-in dicto nemore tempore hyemali, amplietur defensa magna, seu partem
-etc. dictæ universitatis, ut dicto tempore hyemali possint supradicta
-animalia dictæ universitatis commodius pasculari._
-
-Convenne però ubbidire. Quindi l’ampliazione della difesa comunale
-eretta nell’anno 1510, come innanzi si è detto, venne eseguita con
-decreto del Collateral Consiglio del dì 26 Ottobre 1552, dal quale
-risulta che la detta antica difesa di carri quattordici rimase ampliata
-di altri carri ventisei e fu portata a carri quaranta. Questo decreto
-è riportato dal Sig. _de Dominicis_ nel suo libro sulla Dogana di
-Puglia[237].
-
-Il compenso dato alla città di Ruvo per la perdita di un dritto tanto
-interessante per i suoi cittadini fu veramente generoso! Le fu permesso
-ciò che non poteva per giustizia esserle negato, cioè l’ampliazione
-della difesa in quella parte del demanio ch’era indubitatamente di
-qualità comunale, ed era quindi nel dritto di tenerla aperta o chiusa
-come meglio avrebbe creduto conveniente ai suoi interessi ed alla sua
-economia!
-
-Cotesto compenso però meramente illusorio non alleviò per nulla il
-gravissimo discapito che vennero a risentirne i poveri proprietarj
-delle masserie di semina dalla perdita del pascolo del bosco per i
-bovi aratorj. Cosa giovar poteva l’ampliazione dalla difesa comunale a
-quelle masserie che nel massimo numero erano a più miglia di distanza
-da essa? Li bovi aratorj debbono avere il loro ristoro sul luogo
-istesso ove travagliano. Non possono essere inviati a paschi lontani
-con defaticargli vie più, e col torsi al lavoro della terra quel tempo
-che occorre per andare e venire. Fu questo a buon linguaggio l’ultimo
-crollo che ricevè la industria de’ Ruvestini.
-
-Per altro lato il già detto ideale compenso durò anche ben poco.
-L’appoggio, debolissimo per altro, della difesa comunale venne anche a
-mancare. La povera città di Ruvo oppressa per un lato e smunta dalla
-prepotenza Baronale, ed angustiata per l’altro dalle circostanze
-del tempo ben difficili, cadde nella massima povertà fu obbligata
-a contrarre molti debiti, ed indi a vendersi la difesa suddetta
-per potergli pagare. Avvenne ciò nell’anno 1632, poichè da diversi
-strumenti stipulati in quell’anno dal Notajo Giuseppe Ferri di Ruvo
-risulta che la Università di Ruvo diè la difesa suddetta in pagamento
-a diversi suoi creditori. Ecco perduto anche questo appoggio per i bovi
-aratorj.
-
-Quando gli uomini si veggono ridotti alla estrema necessità perdono la
-pazienza. Li proprietarj di masserie, malgrado il decreto di Revertera
-e di Guerrera, chiusero di nuovo con parchi e mezzane quell’erba ch’era
-indispensabile al ristoro de’ loro bovi aratorj. Ma gli Abruzzesi
-della Locazione di Salpi ai quali il bosco di Ruvo era stato assegnato
-non se ne stettero. Avendone nell’anno 1641 dato ricorso al Tribunale
-Doganale, fu spedito sul luogo il Credenziere della Regia Dogana
-Guglielmo Corcione per prendere informazione _de’ disordini_[238] ivi
-avvenuti.
-
-Da un processetto da costui formato contro diciannove proprietarj
-di masserie nominalmente in esso riportati risulta che si erano
-fatte da costoro le mezzane nelle contrade demaniali _le matine, la
-cavata_ (parte delle matine) _le strappete, le ralle e monserino_, e
-che in questa ultima contrada si erano anche piantate nuove vigne in
-contravvenzione del Decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549
-che le aveva vietate.
-
-Quindi nel dì 16 Marzo 1642 da quel Tribunale Doganale fu contro
-i pretesi contravventori emesso il seguente decreto: _Per Regiam
-Dohanalem Audientiam visis actis, et in contumaciam prædictorum
-disordinantium, fuit provisum et decretum quod disordinantes prædicti
-condemnentur, prout condemnantur ad solvendum Regiæ Curiæ et Locatis
-pro disordine prædicto ad usum pasculi commisso in Demanio Ruborum
-Regiæ Curiæ ad rationem ducatorum quatuor pro qualibet versura,
-et aliorum ducatorum duorum pro emenda Locatorum servata forma
-provisionum Regiæ Cameræ Summariæ, et Instructionum Regiæ Dohanæ, pro
-quibus exequantur realiter et personaliter, et describantur in libro
-Proventuum_.
-
-Il già detto processetto si conserva nell’Archivio Doganale di Foggia,
-ove io l’ho letto, e me ne ho presa anche una copia conforme. Il
-suo titolo però è erroneo, poichè si legge in esso così: _Ruvo 1641
-in 1642. Informazione de’ disordini commessi dai naturali di Ruvo
-nel Bosco ut ex actis_. Li pretesi disordini però verificati dal
-Credenziere Corcione nel corpo del processo si trovarono nelle masserie
-di campo site nelle precitate contrade demaniali di sopra nominate e
-molto diverse dal Bosco.
-
-Nel Bosco di Ruvo non vi sono state mai masserie di semina, e non vi
-è una sola zolla di terreno smossa dall’aratro o dalla zappa. Ma è
-cosa ben dura il vedere come i poveri Ruvestini erano perseguitati e
-condannati a pagare gravose multe per essersi valuti di un dritto che
-loro accordava la Natura e la Legge sul proprio territorio, e senza il
-quale non avrebbero potuto sussistere! A lungo andare però gli abusi e
-le soverchierie si convertono in dritto. Così va il Mondo.
-
-Dopo l’anno 1642 non è a mia notizia che vi fossero stati altri simili
-procedimenti giudiziali barbari ed abusivi come quelli de’ quali ho
-finora parlato. Continuarono però sempre i Locati Abruzzesi a tener
-fermo il piede nelle già dette contrade demaniali dell’agro Ruvestino,
-come continuò la resistenza de’ Proprietarj delle masserie per rendere
-meno pesante il più che fosse stato possibile gli abusi di un dritto
-usurpato a loro danno. Vi è stata quindi sempre tra i primi ed i
-secondi una guerra aperta, poichè l’impero della necessità rendeva
-arditi i proprietarj delle masserie. Questo stato di violenza è durato
-fino ai nostri giorni e lo fece cessare la pubblicazione della legge
-del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia, la quale venne ad
-indurre un nuovo ordine di cose più propizio all’agricoltura ed alle
-specolazioni agrarie.
-
-Non vi ha dubbio che grande è stato il discapito sofferto dalla nostra
-città a causa degli abusi di sopra esposti, i quali avevano annientata
-la industria e l’agiatezza de’ suoi abitanti ed arrestato l’aumento
-della popolazione. Ma spesse volte la mano della Provvidenza dai
-più gravi malanni fa sorgere quel bene che meno si avrebbe potuto
-prevedere. Quasi tutti i terreni seminatorj del precitato agro
-demaniale Ruvestino coll’andar del tempo erano caduti nelle mani
-di Corpi Morali Chiesastici e Laicali. Pochissima quantità di essi
-apparteneva ai particolari.
-
-Quindi le antiche masserie di semina di quel territorio le coltivavano
-li Ruvestini non più come proprietarj di esse, ma bensì come fittuarj
-delle Chiese, degli Ordini Religiosi o delle Confraternite. È facile
-l’intendere che tal circostanza esser non poteva propizia al progresso
-dell’agricoltura ed al miglioramento de’ terreni, il quale può
-suggerirlo l’amore della proprietà estraneo ai semplici fittuarj.
-
-Cotesto svantaggio fu corretto dagli articoli 37 38 e 39 della
-precitata legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia. Fu con
-essi ordinato che i fittuarj de’ terreni _azionali_ del Tavoliere
-appartenenti ai Pii Luoghi, non esclusa la Religione di Malta,
-avessero potuto rendersi perpetui censuarj di essi pagando a titolo di
-_entratura_ alla Cassa del Tavoliere tre annate di estaglio. Sotto il
-nome di _terreni azionali_ intese la legge comprendere tutti i fondi
-de’ Pii Luoghi sui quali il Regio Tavoliere vi avesse esercitato un
-dritto qualunque di pascolo, anche di semplice _riposo_. Li già detti
-articoli avendo influito a produrre nel nostro Regno un prodigioso
-miglioramento dell’agricoltura, è utile riportare la storia di essi, la
-quale non può a tutti esser nota.
-
-Allora che il Governo di quel tempo era occupato a formare, ed indi
-a discutere la legge suddetta che richiamò le sue prime cure, ebbi la
-opportunità di essere a giorno delle cose che cadevano in discussione.
-Mi applicai quindi a scrivere una memoria ragionata colla quale proposi
-che quella censuazione ch’era sul tappeto per i terreni fiscali proprj
-del Tavoliere, si fosse estesa anche ai detti terreni _azionali_ de’
-Pii Luoghi, per i quali il Regio Tavoliere non aveva un dritto di
-proprietà, ma semplicemente la servitù attiva del pascolo convenuta
-coi proprietarj di essi in diversi modi, e con diversi patti introdotti
-dalle usanze, e dai Regolamenti del Tavoliere. Presi per base de’ miei
-ragionamenti la utilità pubblica che ne sarebbe risultata per tutti i
-lati col miglioramento di quelle proprietà fondiarie che nelle mani de’
-Corpi Morali sarebbero rimaste in perpetuo languore.
-
-Rafforzai i miei argomenti coll’esempio delle leggi dette di
-_ammortizzazione_ emesse dal Re Ferdinando nell’anno 1769 e seguenti.
-Erano stati con esse dichiarati allodiali de’ fittajuoli i beni fondi
-de’ Pii Luoghi loro conceduti con lunghi affitti. Brillantissimi
-n’erano stati i risultamenti primo coll’essersi moltiplicati i
-piccioli proprietarj più utili sempre allo Stato; secondo col notabile
-miglioramento di tanti fondi per lo innanzi molto mal tenuti. Osservai
-quindi che lo stesso effetto avrebbe prodotto la censuazione de’
-terreni azionali del Tavoliere.
-
-Mi avvidi intanto che queste verità le capivano tutti coloro che
-avevano parte alla formazione della legge, ma non tutti erano disposti
-a volerle gustare. Veniva tal progetto acremente contraddetto dai
-Francesi che avevano allora parte al Governo e più di ogni altro dal
-Ministro Saliceti ch’era potentissimo. Il motivo di tal contraddizione
-che sembrava incomprensibile, si venne indi a conoscere, ed era il
-seguente.
-
-Non era lontana la soppressione degli Ordini Religiosi possidenti e
-la incamerazione al demanio de’ beni dell’Ordine Gerosolimitano. Tra i
-fondi _azionali_ del Tavoliere ve n’erano molti che appartenevano tanto
-ai primi che al secondo. Calcolavano quindi i Francesi che devoluti
-cotesti fondi al demanio si sarebbero esposti in vendita, e si sarebbe
-ritratta da essi una forte somma di danaro contante, mentre la proposta
-censuazione non avrebbe potuto dar altro che un’annua rendita di
-canoni.
-
-Per questa veduta particolare finanziera troppo misera in vero
-passavano essi di sopra alla utilità pubblica che sarebbe venuta
-a risultarne dalla censuazione de’ terreni non solo degli Ordini
-Religiosi che sarebbero rimasti soppressi, ma anche de’ Vescovadi,
-Capitoli, Badie, Congregazioni Laicali ed altri Pii Luoghi non compresi
-nella imminente soppressione!
-
-Fortunatamente però nella formazione della legge suddetta era stato
-chiamato a prendervi una parte principale un insigne e sommo nostro
-Giureconsulto istruitissimo delle cose del Tavoliere. Alla profonda
-conoscenza ch’egli aveva anche del Diritto Pubblico e della Economia
-Politica, univa una bell’anima ed uno spirito sempre pronto e sempre
-deciso a promuovere il vero bene e la prosperità del nostro Paese. Fu
-questi il chiarissimo D. Francesco Ricciardi che ben meritò una piazza
-prima nel Consiglio di Stato, ed indi nel Ministero da lui sostenuto
-con tanta gloria, e ’l titolo di Conte di Camaldoli, il di cui nome
-solo vale un elogio, e la di cui memoria è a tutti cara e veneranda.
-
-Al suo profondo sapere, alla robustezza de’ suoi ragionamenti, ed anche
-alla sua destrezza, non che alla buona intenzione di que’ Napolitani
-che sedevano allora nel Consiglio di Stato, e guardarono la cosa
-sotto il suo vero punto di veduta, si deve attribuire l’ammissione
-de’ precitati tre dibattutissimi articoli. Le vedute finanziere che i
-Francesi mettevano unicamente a calcolo furono appagate col pagamento
-delle tre annate di entratura messo per condizione della censuazione,
-le quali per altro fruttarono alla cassa del Tavoliere somme non lievi.
-
-Malgrado però cotesto pagamento messo per condizione della censuazione,
-gli articoli suddetti furono accolti con applauso e profittarono di
-essi colla massima alacrità tutti i fittuarj de’ terreni azionali
-de’ Pii Luoghi, nè ve ne fu un solo che avesse omesso di proporne la
-dimanda. Al tempo della Restaurazione fu riconosciuta anche la somma
-utilità degli articoli suddetti. Rimasero quindi confermati col Real
-Decreto del dì 29 Gennaro 1817. Si volle con esso un aumento del
-dieci per cento sui canoni convenuti a favore de’ Pii Luoghi diretti
-Padroni de’ fondi. Si volle anche il pagamento di una quarta annata
-di entratura alla cassa del Tavoliere. Niuno però si negò a subire
-cotesti nuovi carichi largamente compensati dagl’immensi miglioramenti
-fatti ne’ fondi suddetti dopo le censuazioni dell’anno 1806. Quando
-le leggi, malgrado che non siano coattive, vengono dalla generalità
-spontaneamente eseguite, è questa una pruova infallibile della sapienza
-ed utilità di esse.
-
-La Giunta del Tavoliere destinata allora per la esecuzione della
-precitata legge nell’accordare le censuazioni che a folla venivano
-dimandate, si atteneva al fatto puramente materiale. Aveva per
-_azionali_ que’ terreni ne’ quali il Regio Tavoliere e per esso i
-Locati si trovavano nell’attuale possesso di esercitare un dritto
-qualunque di pascolo. E poichè non vi poteva esser dubbio ch’era questa
-la condizione di tutti i terreni siti nel demanio di Ruvo, quindi tutte
-le dimande proposte per i terreni de’ Luoghi pii che in esso erano
-siti, furono accolte senza esitazione. Nè vi fu un solo fittuario di
-essi che non avesse profittato tanto della legge dell’anno 1806, quanto
-di quella dell’anno 1817.
-
-Ecco come da un dritto sicuramente abusivo nel suo principio, il quale
-costò tante vessazioni e tanti affanni ai nostri antenati, n’è derivato
-un bene immenso ed inestimabile. Senza di ciò non sarebbero mai più
-ritornati nelle mani de’ particolari que’ terreni fertilissimi, i quali
-formavano un tempo, come formano anche oggi la ricchezza e la opulenza
-della nostra città. Ed in vero dall’epoca della legge del Tavoliere,
-la quale ha troncati anche tutti gli antichi e barbari abusi, fino al
-presente giorno si vedono ivi notabilmente accresciute le piantazioni,
-i terreni seminatorj sono stati molto migliorati, e tuttavia si
-migliorano, e l’agricoltura fiorisce e va innanzi a meraviglia.
-
-Il maggior beneficio però che ci hanno fatto le novelle leggi del
-Tavoliere, e della chiusura de’ terreni demaniali, è stato quello
-di averci liberati per sempre dai molestissimi ospiti Abruzzesi che
-venivano a far da Padroni sulle nostre proprietà, quasi che fossero
-stati essi i veri eredi degli Arcadi che le conquistarono colle loro
-armi! Troncati gli antichi abusi, abolita la promiscuità di pascolo
-tra i cittadini ed i Locati anche sui terreni seminatorj del demanio
-abusivamente sanzionata dal decreto di Revertera e di Guerrera
-dell’anno 1549, e permessa dalla legge del dì 3 Dicembre 1808 la
-chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti, non è rimasto
-ai Locati suddetti nell’agro Ruvestino che quel dritto soltanto ch’era
-puramente legittimo, cioè il pascolo vernino di quel bosco che il Regio
-Tavoliere acquistò dal Conte di Ruvo col contratto dell’anno 1552 di
-cui innanzi si è parlato.
-
-Quel pascolo però era dagli Abruzzesi ricercato quando per i precitati
-abusi introdotti era loro permesso di uscire dal bosco e gittarsi con
-un numero immenso di animali sulle masserie de’ poveri Ruvestini site
-nel demanio e devastarle senza misericordia. Limitato e ristretto,
-com’era regolare, il loro dritto al solo pascolo del Bosco purgato
-dagli antichi abusi, pare che quell’erbaggio, comunque eccellente, non
-gli abbia più solleticati. Quindi i Locati Abruzzesi ai quali rimase
-lo stesso censito per lo intero nell’anno 1806, lo hanno lasciato
-e lo vanno lasciando man mano. Molte porzioni del detto bosco sono
-state da essi alienate e cedute parte ai Ruvestini istessi, e parte
-ad altri ricchi proprietarj di quella Provincia. Nè tarderà forse
-molto che uscirà lo stesso per lo intero dalle loro mani. Sarebbe però
-desiderabile che ritornasse tutto ai Ruvestini per i quali la Natura
-lo aveva destinato, ma la feudalità lo tolse alle loro industrie
-armentizie.
-
-
-
-
-CAPO XII.
-
-_Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla
-prepotenza Baronale._
-
-
-Prima che i Barbari del Nord ci avessero fatto il regalo della
-feudalità il vasto territorio di Ruvo costituiva il patrimonio
-della città e de’ suoi abitanti, che lo animavano coll’agricoltura
-e colla pastorizia sicure sorgenti di quella ricchezza che ben la
-pruovano i grandiosi monumenti delle belle arti ivi disotterrati
-all’epoca nostra. Ed in vero la spiga del grano, la testa del bue
-e ’l corno dell’abbondanza che si osservano nelle antiche monete
-Ruvestine riportate nelle due tavole annesse al capo II fanno sicura
-testimonianza dello stato floridissimo in cui doveva esser ivi
-l’agricoltura.
-
-Per le città cadute sotto il giogo della feudalità non è facile
-definire ciò che da principio fu dato al feudo, e ciò che rimase alla
-popolazione, e porre quindi una linea di separazione certa e sicura
-tra l’uno e l’altro. Mancano i pubblici Registri delle primitive
-concessioni, e quando anche vi fossero, tali concessioni in feudo si
-facevano in quel tempo colle solite clausole generali, dalle quali
-nulla poteva definirsi di ciò che nel particolare precisamente si era
-dato. Quindi nelle indagini di tal fatta è bisognato spesso farla quasi
-da indovino.
-
-Non si può dire che le concessioni de’ feudi fossero state mere dignità
-ventose, perchè i Capi Condottieri delle Orde Settentrionali dovevano
-dividere la preda coi loro compagni d’armi, e dare loro i mezzi di
-vivere bene. Dovevano inoltre porgli in grado di servire nella guerra
-con un determinato numero di soldati ed a loro spese quando l’uopo lo
-avesse esatto, poichè era questo in quel tempo l’obbligo de’ feudatarj,
-ed i Regj eserciti gli formavano le forze riunite de’ Baroni,
-circostanza la quale gli rendeva anche potentissimi.
-
-Non si può dire tampoco che nulla si fosse lasciato alle popolazioni
-vinte e soggiogate, poichè sarebbe stato ciò lo stesso che farle
-perire e distruggere con esse anche i feudi conceduti. In questa
-materia quindi bisogna tenere una via di mezzo. Si deve distinguere ciò
-ch’è stato usurpato da ciò ch’è stato, o ha potuto essere conceduto.
-Comunque tali concessioni traggano la loro origine dalla violenza e
-dalla forza, nondimeno divenne questa una legge. _Hoc jus invaluit._
-Il dirsi dunque o che tutto sia stato del feudo o che tutto sia stato
-della popolazione sono due proposizioni che le ho trovate sempre
-esagerate e viziose.
-
-Li nostri antichi Tribunali convinti di queste verità nelle quistioni
-di questa specie, mentre mancavano le primitive concessioni de’
-feudi, e quelle che vi erano de’ tempi posteriori non contenevano che
-clausole generali, per distinguere ciò che fosse stato conceduto da
-ciò che fosse stato usurpato, si attenevano agli antichi documenti dai
-quali avesse potuto risultare la pruova di un possesso annoso e non
-contraddetto, tra i quali documenti vi erano anche i _rilevj_ pagati
-alla Regia Corte[239].
-
-Quali dunque erano le cose sicuramente feudali della città di Ruvo?
-Per la generalità di esse mancano nelle carte antiche gli elementi che
-possano indicarle. Colla lettera Regia del Re Carlo I dell’anno 1272
-riportata innanzi alla pagina 135 fu ordinato al Giustiziere della
-Terra di Bari di prendere informazione della rendita che si ritraeva
-dai corpi, e dritti feudali _Castri Rubi_. Ma non sono in essa questi
-indicati, nè si conosce se la informazione dal Re ordinata siasi presa,
-e quale ne sia stato il risultamento.
-
-Nella informazione senza data presa al tempo del Re Carlo II de’
-Feudatarj della Provincia di Bari riportata innanzi alla pag. 137 si
-dice che il Feudatario di Ruvo era tenuto _pro feudali servitio quinque
-militum_; ma non si conosce da qual calcolo di rendite o di proventi
-componenti il feudo nasceva il peso suddetto al feudatario imposto.
-
-Nella concessione fatta dal Re Roberto nell’anno 1311 della città
-di Ruvo alla Regina Sancia sua consorte le venne questa assegnata in
-conto del di lei dotario per l’annua rendita di once dugento come si è
-veduto innanzi alla pag. 144. Ma non si conosce tampoco da quali corpi
-e dritti feudali cotesta rendita provveniva. Si può solo da questo
-documento arguire che la rendita suddetta per la quale la città di Ruvo
-le venne assegnata non era indiscreta, e quindi li proventi feudali
-che allora si esigevano esser non dovevano tanto esagerati, quanto lo
-divennero dappoi a forza di abusi e di prepotenze sotto i successivi
-Feudatarj.
-
-In fine nella concessione della nostra città fatta nell’anno 1387
-dal Re Ladislao ad Antonio Santangelo e Federico Vrunforti riportata
-innanzi alla pagina 157 fu ordinato anche che si fosse presa tra sei
-mesi la informazione della rendita che dalla stessa si ritraeva; ma di
-cotesta informazione manca qualunque notizia. Colla stessa concessione
-inoltre fu imposto ai concessionarj il peso di pagare al Re venti once
-d’oro per ciascun servizio militare: ma non è spiegato su di quali
-elementi cotesta tassa sia stata regolata.
-
-Nella oscurità che presentano le dette carte antiche ciò ch’è sicuro
-è la qualità feudale dell’antichissimo, e vasto bosco di Ruvo della
-estensione di sei in settemila moggia. Ed in vero nella precitata
-concessione dell’anno 1269 fatta da Carlo I di Angiò ad Arnolfo de
-Colant gli fu dato _Castrum Rubi cum foresta_, e nella già detta sua
-lettera dell’anno 1272 ordinò che si fosse presa informazione della
-rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris convicinis, et
-circumadjacentibus dicto Castro_. Ond’è che il detto Bosco in tutti i
-Rilevj è riportato come feudale, e l’erba di esso è stata venduta dai
-Feudatarj di Ruvo alla Regia Corte per uso del Tavoliere di Puglia col
-contratto dell’anno 1473, di cui sarò tra poco a ragionare, e dell’anno
-1552, di cui ho parlato innanzi alla pagina 201 e 202.
-
-Era sicuramente feudale anche un’altra picciola difesa poco lontana
-dalla città denominata _Parco del Conte_, la quale probabilmente era
-una _ex terris convicinis et circumadjacentibus dicto castro_, delle
-quali si parla nella precitata lettera di Carlo I dell’anno 1272.
-Cotesta difesa nel decreto di Revertera dell’anno 1549 è chiamato
-_parcum jumentorum sive equorum_ perchè in essa la Casa d’Andria teneva
-la sua razza de’ cavalli. Cotesta difesa fu rispettata col decreto
-suddetto come si è veduto innanzi alla pagina 199, ed è riportata in
-tutti i Rilevj come un corpo feudale[240].
-
-Dagli stessi antichi rilevj risulta similmente che apparteneva al feudo
-anche la Bagliva. Vero è che dai Registri di Carlo I e di Carlo II
-riportati alla pagina 134 risulta che cotesto dritto fu escluso dalle
-concessioni in feudo da essi fatte e se lo riserbò il Re, e che la
-concessione fatta da Ladislao nell’anno 1387 (pag. 157) fu rimessiva
-alle precedenti concessioni. Non è meno vero però che nelle posteriori
-concessioni dall’epoca Aragonese in poi riportate innanzi nel Capo IX
-e X, vi andò compresa anche la Bagliva, poichè si sa che le concessioni
-Aragonesi furono in questa parte più larghe delle Angioine.
-
-Non si può quindi dubitare della feudalità di cotesto dritto. Si deve
-bensì intendere lo stesso limitato e ristretto a que’ cancelli che
-dalle antiche Leggi del Regno erano prefissi ai dritti bajulari, e non
-già esteso a quelle avanie abusi ed estorsioni che furono in seguito
-introdotte dalla prepotenza Baronale, come anderemo a vederlo or ora.
-
-Vi è anche tutta la ragione di credere o almeno di dubitare fortemente
-che abbia potuto costituire un demanio del feudo quella parte della
-contrada delle murge di Ruvo ch’è rimasta tuttavia aspra e selvatica,
-perchè negata alla coltura. Nella precitata concessione di Carlo I di
-Angiò dell’anno 1269 fu la città di Ruvo conceduta _cum pratis pascuis_
-etc. e si riserbò il Re sui paschi conceduti il dritto di farvi
-pascere gli animali delle sue razze. Si sa che coteste riserbe apposte
-nelle concessioni de’ Sovrani Angioini riguardavano principalmente i
-demanj de’ feudi conceduti, ed inducono quindi la presunzione che nel
-territorio di Ruvo vi doveva essere un demanio feudale compreso nella
-concessione suddetta, sul quale avrebbe potuto tal riserba esercitarsi.
-
-Negli antichi giudizj che hanno avuto luogo tra i Duchi di Andria
-e Conti di Ruvo da una parte, e ’l Regio Tavoliere e suoi Locati
-dall’altra, si è avuto per vero che un demanio feudale dell’agro
-Ruvestino sia stata la contrada delle murge, sulla quale questi ultimi
-hanno preteso il dritto di _riposo_ che gli Scrittori Doganali hanno
-dato per vero, ma la Casa d’Andria ha sempre acremente contraddetto.
-
-In fatti assumeva quest’ultima che l’unico dritto del Regio Tavoliere
-di Puglia sul territorio di Ruvo era la proprietà dell’erba vernina
-e della ghianda del bosco acquistata col contratto dell’anno 1552
-riportato innanzi alla pagina 201 e 202. Ma il preteso dritto di riposo
-sul demanio feudale delle murge mancava di qualunque titolo.
-
-Si replicava però dal Regio Tavoliere e dai Locati che il titolo
-suddetto non mancava, e che lo costituiva un contratto combinato
-nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca
-di Venosa e Conte di Ruvo, di cui innanzi si è parlato. Col precitato
-contratto (essi dicevano) vendè costui alla Regia Corte per annui
-ducati mille e cento l’erba del bosco di Ruvo dal dì della Vigilia
-del Santo Natale in avanti per uso del Regio Tavoliere di Puglia, e ’l
-dritto di _riposo_ nelle murge tanto di Ruvo che di Minervino[241].
-
-Si convalidava cotesto assunto con un notamento che si trova ne’
-Registri Aragonesi del Grande Archivio, dal quale si rileva che il
-detto Re Ferdinando I con lettera scritta da Foggia nel dì 10 Gennaio
-1473 ordinò che si fossero pagati a Pirro del Balzo Duca di Venosa
-_annui ducati 1100 per li SUOI ERBAGGI si piglia la Dogana delle
-pecore, così per accordo, cioè per lo Bosco e Demanio de Minervino,
-Bosco e Demanio de Rubo_[242]-[243].
-
-Si aggiugneva che lo stesso Pirro del Balzo con suo ricorso dato al Re
-nell’anno 1474 si dolse che un tale Cola Colletta Uffiziale Doganale
-abusava del suo incarico, e si permetteva di fidare animali grossi
-e piccioli de’ Paesi convicini ne’ suoi erbaggi di Ruvo e Minervino
-prima che vi fossero entrati gli animali del Regio Tavoliere. Il Re
-Ferdinando I nel dì 16 Maggio 1474 diè ordini precisi al Doganiere di
-Foggia che avesse fatto cessare cotesto abuso[244].
-
-Con questi documenti il Regio Tavoliere, ed i Locati giustificavano
-il loro dritto sulle murge di Ruvo. La Casa d’Andria non negava il
-contratto passato con Pirro del Balzo nell’anno 1473. Ma osservava
-che Federico di Aragona divenuto già Re di Napoli aveva venduta la
-città di Ruvo al Conte di Trivento _cum herbagiis, pascuis, fidis
-diffidis Bajulationibus_ etc. senza veruna riserba del preteso dritto
-di _riposo_ del Regio Tavoliere, il quale in conseguenza non poteva
-pretendere quelli erbaggi che il Re aveva venduti liberi da qualunque
-servitù.
-
-Confermava cotesto assunto coll’osservare che il Regio Tavoliere stava
-pagando i soli annui ducati 1750 convenuti collo strumento dell’anno
-1552 per l’erba e la ghianda del Bosco di Ruvo. Ma se fosse continuato
-il contratto dell’anno 1473 anche per lo riposo delle murge che son
-diverse dal Bosco, altra somma avrebbe seguitato a corrispondere la
-cassa del Tavoliere anche per tal causa, il che non essendovi, era
-chiaro che il contratto dell’anno 1473 per quella parte che riguardava
-il riposo delle murge era rimasto disciolto colla vendita fatta dal Re
-Federico della città di Ruvo, senza di questo peso.
-
-Or qualunque voglia credersi il merito della predetta quistione
-certamente non lieve elevata tra la Casa d’Andria, e ’l Regio
-Tavoliere, è notabile che quest’ultimo ripeteva il suo dritto sulle
-murge di Ruvo da un contratto passato nell’anno 1473 tra il Re
-Ferdinando I, di Aragona, e ’l feudatario di quella città. Il che dava
-un appoggio fortissimo al Duca d’Andria di assumere che il suo dritto
-sul demanio delle murge era garantito da un possesso di quattro secoli,
-il quale partiva da un fatto de’ passati Sovrani di questo Regno che lo
-avevano riconosciuto.
-
-Per l’esposte considerazioni, dico il vero, non ho veduto mai chiara
-la quistione promossa sulla qualità del demanio delle murge, e non
-sono stato mai convinto che non abbia potuto formare quella contrada
-un demanio feudale. Ho però opinato a questo modo per i soli terreni
-rimasti aspri e selvatici, non già per quelli che da tempo immemorabile
-si trovano dissodati, e ridotti a coltura con essersi su di essi
-stabilite le masserie di semina.
-
-Cotesti terreni coltivati non essendo stati mai soggetti a veruna
-prestazione feudale sia in generi, sia in danaro, è il fatto istesso
-quello che gli mostra liberi e franchi da qualunque suggezione feudale.
-Il che lo conferma anche un Registro del Re Carlo II di Angiò cioè
-una lettera Regia a favore _Judicis Angeli Andreæ de Rubo_. Ordinò con
-essa che non fosse stato questi molestato e turbato dal possesso di un
-territorio che aveva nel tenimento di Ruvo _in murgia juncati, quod
-dicitur lama cervaria, cum turribus, quæ dicuntur Guillelmi Aponis,
-et terras astantes, juxta lamam et turres prædictas_[245]. Cotesta
-contrada ritiene tuttavia il nome di _Giuncata_, luogo del trifinio tra
-Ruvo, Andria e ’l Garagnone di cui si è parlato innanzi alla pag. 168.
-
-Da cotesto registro ben si rileva che i cittadini di Ruvo da tempo
-antichissimo han posseduti nelle murge terreni di loro assoluta
-proprietà. Nelle cose antiche quando mancano le memorie chiare e
-precise della origine di esse, decide il fatto. Dalle circostanze
-premesse non manca certamente una ragione di dirsi che nel demanio
-delle murge di Ruvo sui terreni coltivati non vi ha mai il Barone
-rappresentato o esercitato verun dritto. Ma sulla parte selvatica ed
-agreste non può dirsi francamente lo stesso, perchè i fatti avvenuti
-nell’epoca specialmente de’ Sovrani Aragonesi possono far credere
-diversamente.
-
-Era questa per quanto a me pare l’antica posizione legale o sia la
-dotazione del feudo di Ruvo che può credersi legittima. Non so quali
-abusi abbiano potuto essere introdotti da coloro che possederono in
-feudo la nostra città prima dell’anno 1510, epoca dell’acquisto fattone
-dal Cardinale Oliviero Carafa, poichè mancano le memorie de’ fatti
-avvenuti in quel tempo. Certo è intanto che nel lunghissimo tratto
-di tempo che la stessa è stata in mano della famiglia Carafa non vi
-sono stati abusi gravezze e soverchierie che quella Popolazione non
-abbia avuto a soffrire fino all’ultima dramma. Anche l’aria che ivi si
-respirava si fece divenir feudale a forza di prepotenze. Spenta quindi
-la energia, l’industria e la specolazione agraria della popolazione
-suddetta, fu la stessa in ultimo ridotta alla miseria estrema e
-degradata allo stato di una popolazione di schiavi di una privata
-famiglia prepotentissima.
-
-La mia penna non è usa alla satira. Dico i fatti come sono avvenuti, e
-come gli ho rilevati da atti pubblici e da documenti positivi ai quali
-non vi è che ridire. L’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco Carafa
-è un ottimo uomo e stimabilissimo Cavaliere pe ’l quale ho tutto il
-rispetto. Niuna parte ha egli avuta alle gravezze che la mia Patria ha
-sofferte dai suoi Illustri Antenati. Anzi con una laudabile e virtuosa
-docilità si è prestato ad emendarle per quanto si è potuto, come nel
-susseguente capo anderemo a vederlo. Ma non è nel potere di alcuno
-il cancellare i fatti avvenuti, come non è tampoco a me permesso di
-trasandare que’ spiacevoli avvenimenti che formano parte della storia
-che ho impreso a scrivere.
-
-Per poter formare una idea della prepotenza della Casa d’Andria, a
-cui la nostra città non ebbe la forza di resistere, basta leggere ciò
-che dice il precitato Scrittore Doganale Stefano de Stefano del Bosco
-di Ruvo acquistato dal Regio Tavoliere, come innanzi si è detto, col
-contratto dell’anno 1552.
-
-_Il bosco di Ruvo dai Locati non solamente in nessun modo non si gode,
-ma non si conosce ov’egli sia sito; onde se lo spettabile Reggente
-Gastone nella relazione che fece nel 1681 al Marchese de Los Velez
-presso Ageta nel fine della Parte III all’annotazione di Moles a carte
-107 in princip. si doleva ivi_ (reca quì le precise parole del rapporto
-del Reggente Gastone Scritto in lingua Spagnuola, col quale diceva che
-i Locati non osavano porre il piede nel bosco di Ruvo per la potenza
-della Casa d’Andria, ed erano costretti a cederne l’erba alla stessa
-per un tozzo di pane), _ai tempi nostri detto Bosco di Ruvo è divenuto
-assai peggiore di quello che dal nostro Torquato ci vien descritto
-cotanto folto ed orribile che a chiunque tentava di entrarvi niegava
-l’ingresso_
-
- _Nè qui gregge od armento ai paschi all’ombra_
- _Guida bifolco mai, guida pastore,_
- _Nè v’entra peregrin se non smarrito_
- _Ma lunge passa, e lo dimostra a dito._
-
-_Conciosiachè quell’iperbolico bosco era almeno da’ passaggieri veduto:
-ma questo di Ruvo per cui dalla Regia Corte se ne pagano in ciascun
-anno ducati mille settecento cinquanta, come si disse nel proemio part.
-I art. IV n. 44, e se ne riscuotono dai Locati col venti per cento
-intorno a ducati 6300, non solo ai pastori che dovrebbero introdurvi
-le pecore è vietato l’ingresso: ma non sanno coloro che lo comprano nè
-men ov’egli si trovi; e se in quello del Poeta entravano i peregrini
-smarriti, in questo i pratici ed esperti Locati, benchè camminino per
-istrade piane e diritte, non ardiscono penetrarvi per dubbio di non
-perdersi e di non rinvenir più il modo da poter uscire da sì intricato
-laberinto_[246].
-
-_Laonde non ostante che nell’anno 1709 precedente istanza dello
-spettabile Signor Reggente Mazzaccara allor zelantissimo Avvocato
-Fiscale del Regal Patrimonio si fosse dalla Regia Giunta ordinato
-che sotto formidabili pene l’Illustre Duca d’Andria non ardisse_ nec
-directe, nec indirecte et nec per suppositas personas, _comprar dai
-Locati i pascoli di esso bosco, vedendosi poi che i poveri Locati
-con questo espediente perdevano altresì quel tozzo che per l’addietro
-avevano ricuperato, furono astretti, anche per opera di chi compariva
-per il suo privato interesse_ con veste di pastor lupo rapace,
-_ricorrere nella stessa Regia Giunta, e col motivo di non potersi
-avvalere di essi erbaggi di Ruvo e per la lontananza de’ luoghi, e
-per la qualità de’ paschi, e per la mancanza dell’acqua, e per altri
-mendicati pretesti, ottennero precedente relazione de’ due Magnifici
-Credenzieri di essa Regia Dogana che li fosse stato lecito tornarli
-a rivendere o al menzionato Illustre Duca d’Andria, o a chi meglio
-l’avesse potuto riuscire, come dagli atti e provisioni spedite presso
-l’Attuario Pietro Paolo de Fusco_[247].
-
-Così scriveva il precitato Scrittore nell’anno 1731 quando questo Regno
-era ancora sotto la dominazione dell’Imperatore Carlo VI. Passato lo
-stesso sotto il governo di Carlo III di gloriosa memoria, e cessata
-l’amministrazione de’ Vicerè sotto la quale era stato poco men di due
-secoli e mezzo, la Regia Autorità cominciò ad essere più rispettata,
-e la potenza de’ Grandi fu almeno più repressa. Portatasi maggiore
-attenzione e maggior rigore anche sull’amministrazione del Regio
-Tavoliere, il Bosco di Ruvo fu finalmente strappato dalle mani del
-Duca d’Andria. Li Locati cominciarono a valersene come prima. Veniva
-lo stesso assegnato per lo pascolo di quarantamila pecore, come lo dice
-lo stesso Scrittore, e fino ai nostri dì si è veduto sempre coverto di
-pecore de’ Locati Abruzzesi.
-
-Avendo però la Casa d’Andria perduto quel forte guadagno che faceva
-sull’erba e sulla ghianda di esso, pensò rifarsene con usura in un modo
-anche peggiore. Quel Bosco che nell’anno 1731 lo descriveva de Stefano
-così folto ed impenetrabile, al cadere del secolo XVIII era rimasto
-denudato in modo che aveva perduto quasi l’aspetto di bosco. Quando
-nella mia gioventù mi sono ivi recato al divertimento della caccia di
-cui è feracissimo, ebbi a notare che in moltissimi luoghi di esso si
-scuopriva un uomo alla distanza di un quarto, di un terzo, della metà
-di un miglio, ed in alcuni luoghi anche molto maggiore, cosa non mai
-avvenuta nel foltissimo bosco di Ruvo!
-
-La Casa d’Andria aveva fatto dare allo stesso un taglio spietato.
-Tutti i rami delle annosissime e grandiose querce che vi erano gli
-aveva fatti recidere con aver rimasti i nudi tronchi tagliati _a testa
-di Monaco_, giusta il linguaggio del luogo. Da un taglio così barbaro
-dato da anno in anno fu ritratta una immensa e sterminata quantità di
-legna che mente umana non la può concepire. Ridotte queste a carboni
-o vendute alle convicine Popolazioni ch’erano scarse di boschi, e
-specialmente agli Altamurani che non ne hanno affatto, fruttarono somme
-rilevantissime, poichè nella Provincia di Bari le legna, ed i carboni
-si pagano a caro prezzo.
-
-Un taglio di tal fatta era vietato dalle leggi. Una quercia tagliata
-a questo modo rimane colle fibre esposte nel tempo estivo ai cocenti
-raggi del sole e nell’inverno al gelo. Quindi o va a perire e seccarsi,
-o rimena i nuovi rami con molto languore. Oltre ciò li ramoscelli che
-rimenano vengono anche amareggiati dai morsi degli animali bovini, i
-quali trovando i tronchi recisi a non molta altezza, possono avidamente
-cibarsene.
-
-D’altronde avendo la Casa d’Andria col contratto dell’anno 1552
-venduta alla Regia Corte la ghianda di quel bosco, non l’era certamente
-permesso di recidere que’ rami che la producevano, e lasciare i tronchi
-degli alberi perfettamente denudati di essi. Il dritto di legnare nel
-detto bosco che gli era rimasto era limitato e ristretto al taglio
-delle legna non fruttifere e delle spine che in quella Provincia hanno
-anche un prezzo, e non già de’ rami verdi vegeti e ghiandiferi, i quali
-appartenevano al Re.
-
-Di cotesto sterminio del Bosco di Ruvo li Locati Abruzzesi non se ne
-risentirono affatto sia perchè non vollero compromettersi di nuovo
-colla Casa d’Andria, che gli aveva scottati molto bene per lo passato,
-sia piuttosto perchè vi trovavano il loro conto. Non contavano essi
-affatto sulla ghianda, ma bensì sull’erba la quale collo sfollamento
-del bosco veniva a rendersi più copiosa, più gentile ed anche più
-sicura, poichè l’ombra soverchia degli alberi può produrre un’erba
-velenosa per gli animali pecorini chiamata _tortora_ dai Naturali del
-luogo, la quale gli fa perire.
-
-Il taglio però dato al Bosco suddetto fu del massimo pregiudizio e
-dispetto per la popolazione di Ruvo che rappresentava su di esso i
-pieni usi civici di legnare e di tagliare le spine. Vero è che questi
-dritti erano rimasti anche annientati dalla prepotenza Baronale, perchè
-se nel bosco si trovavano i poveri a legnare o a tagliar spine, erano
-crudelmente bastonati dagli Armigeri Baronali a cavallo addetti alla
-custodia di esso. In quanto ai ricchi le legna loro non mancavano,
-specialmente per lo bisogno delle masserie di semina, ma le avevano
-medianti le larghe largizioni che facevano ai custodi istessi.
-
-Venendo però come venne il tempo in cui cotesti dritti compressi dalla
-forza sarebbero stati, come lo furono rivendicati, la devastazione
-del bosco già seguita fece mancar la materia all’esercizio di essi,
-poichè un bosco danneggiato a questo modo tempo vi occorre per
-rimettersi, ed è ben difficile che si rimetta nello stato primiero.
-Nè minor danno recò il guasto suddetto allo intero agro Ruvestino,
-poichè da quell’epoca in poi è stato lo stesso flagellato con frequenza
-da spaventevoli e sterminatrici gragnuole, le quali erano prima
-molto rare. Si sa ch’è questa la conseguenza inevitabile di quella
-mania di distruggere i boschi che ai tempi nostri si è pur troppo
-sconsigliatamente propagata, malgrado gli sforzi adoperati dal Governo
-per rifrenarla.
-
-Tanto avvenne pe ’l bosco. In quanto poi al demanio delle murge la
-resistenza opposta sempre dalla Casa d’Andria ai Locati Abruzzesi non
-era dettata dalla sola albagia e dal principio di non voler soggiacere
-ad una servitù che credeva non dovuta; ma vi prendeva anche parte
-l’interesse. Rilevanti somme di più migliaia di ducati l’anno la Casa
-d’Andria ritraeva dalla vendita dell’erba vernina delle murge. Un buon
-tratto di quel demanio veniva dalla stessa chiuso e difeso sotto la
-custodia de’ soliti Armigeri a cavallo. A coteste chiusure si dava
-il nome specioso di _parate_. L’erba vernina quindi delle parate la
-vendeva a suo profitto, ed era questa inaccessibile a chiunque non
-l’avesse comprata, poichè gli Armigeri suddetti sapevano bene menar le
-mani con coloro che si fossero alla stessa avvicinati coi loro animali
-con intenzioni diverse.
-
-Coteste _parate_ se impedivano il dritto di _riposo_ che pretendevano
-i Locati della Locazione di Salpi sulla intera contrada delle murge,
-era questo almeno un dritto controverso. Ma pregiudicavano anche il
-dritto de’ cittadini il quale era sicurissimo e non poteva essere
-contraddetto per qualunque plausibile pretesto, o ragione che la
-Forense sottigliezza avesse escogitata.
-
-Considerata anche la contrada delle murge come un demanio feudale,
-giusta la posizione della Casa d’Andria, erano sempre ed in ogni caso
-dovuti ai cittadini i pieni usi civici. Le note leggi emanate dal Re
-Ferdinando I di Aragona e dall’Imperator Carlo V vietavano severamente
-ai Baroni di chiudere e difendere qualunque porzione de’ demanj feudali
-in pregiudizio degli usi civici dovuti alle popolazioni. Le parate
-suddette sottraevano a questi usi la porzione maggiore della miglior
-erba delle murge. Quella che rimaneva fuori di esse non era bastante al
-bisogno ed al comodo de’ cittadini.
-
-In quanto poi all’erba estiva della contrada suddetta, la freschezza
-del sito la rendeva e la rende un pascolo estivo necessario ed
-indispensabile per la salute degli animali. Rimaneva quindi aperta
-all’uso de’ cittadini senza pagamento alcuno di fida. Era però tale
-e tanta la quantità degli animali forestieri che la Casa d’Andria
-vi fidava per far danaro, che di poco o niun sollievo riusciva quel
-pascolo agli animali de’ cittadini. Tanto più che a quelli dava la Casa
-d’Andria l’acqua delle sue peschiere, e questi n’erano privi e quindi
-molto poco potevano profittare dell’erba.
-
-Or cotesto dritto _di fida_ degli animali forestieri la Casa d’Andria
-lo aveva esteso abusivamente allo intero demanio di Ruvo, ed in
-conseguenza anche alle cinque contrade di sopra nominate coverte dalle
-masserie di semina de’ cittadini cioè alle _matine, strappete, ralle,
-monserino, e bel luogo_. Doppio era l’eccesso che da ciò ne risultava.
-Il primo che veniva ad esercitarsi cotesto dritto abusivo anche in
-quella parte del demanio ch’era sicuramente comunale. Il secondo
-perchè si esercitava su di terreni _appatronati_, poichè come innanzi
-si è detto il terreno di quelle contrade è quasi tutto coltivabile ed
-occupato dalle masserie di semina de’ cittadini.
-
-Intanto quelle misere contrade erano flagellate e devastate dagli
-animali de’ Locati Abruzzesi, da quelli de’ fidatarj del Barone e da
-una gran quantità di animali d’industrie della stessa Casa d’Andria!
-Non fia dunque meraviglia se fino a quarant’anni indietro le industrie
-armentizie de’ Ruvestini un tempo floridissime erano rimaste talmente
-estenuate che le carni del macello pel vitto degli abitanti o dovevano
-comprarsi dalla Casa d’Andria o cercarsi al di fuori!
-
-Si aggiunga a ciò che i pochi animali rimasti ai cittadini sia per
-la coltura de’ terreni, sia per l’industria venivano anche sommessi
-ad una estorsione quanto arbitraria, altrettanto scandalosa che la
-Casa d’Andria esigeva a titolo specioso di _cortesia_. Consisteva
-questa in una misura e mezza di grano per ogni bue, grana sei ed un
-terzo per ogni vacca, grana quindici per ogni cento pecore, e carlini
-trentacinque per ogni centinajo di porci. Cotesta bella _cortesia_, del
-pari che la _fida_ di cui si è testè ragionato andava tra l’esazioni
-della _Bagliva_, nome collettivo che comprendeva una grandine di
-arbitrarie imposte escogitate dalla sottigliezza Baronale per ismugnere
-per tutti i lati quella misera popolazione.
-
-Ne’ giudizj trattati nell’anno 1797, de’ quali si parlerà nel capo che
-sussiegue gli Avvocati della Casa d’Andria ebbero la poca avvedutezza
-di produrre un pubblico strumento del dì 6 Marzo 1594 stipulato dal
-Notajo Prospero _de Rufis_ di Bisceglia, col quale aveva data la stessa
-in affitto la Bagliva di Ruvo. Erano in quello strumento inseriti i
-_Capitoli_ delle moltiplici esazioni alla stessa annesse, le quali
-essendosi da me destramente rilevate, destarono una giusta indignazione
-nell’animo de’ Giudici. Ne cennerò quindi alcuni ben curiosi.
-
-Chiunque andava a caccia nel territorio di Ruvo pagar doveva la licenza
-al Baglivo. Chiunque poi si fosse trovato a cacciare nel bosco o pagar
-doveva la multa di dodici once d’oro o perdere un braccio!!! Chiunque
-voleva tenere aperta una bottega pagar doveva la licenza al Baglivo.
-Se si rinveniva un animale sperduto se lo appropriava il Baglivo. Li
-giocatori ed i bestemmiatori si componevano col Baglivo con una multa
-pecuniaria etc. etc. Capitoli veramente aurei!
-
-Ma fu bello anche il vedersi che a coteste famose esazioni bajulari
-erano annessi anche i diritti ed i proventi della Giurisdizione della
-Portolania, e de’ pesi e misure, la quale non era stata mai conceduta
-dal Re a cui apparteneva, ed aveva quindi bisogno di una concessione
-_speciale_. Allora che il Cardinale Oliviero Carafa acquistò il feudo
-di Ruvo nell’anno 1510 dai Conjugi D. Raimondo di Cardona e D. Isabella
-Requesens, ebbe conceduta la Giurisdizione delle prime e seconde cause
-civili e penali, ma non già quella della Portolania, e de’ pesi e
-misure.
-
-È risaputo che nell’anno 1609 fu con ordini generali prescritto che
-cotesta Giurisdizione, la quale apparteneva al Re si fosse venduta
-alle Università del Regno. Quindi il Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria si applicò a formare le istruzioni, e stabilire i regolamenti
-circa il modo in cui doveva essere esercitata dalle Università che
-andavano ad esserne investite. Le istruzioni suddette furono pubblicate
-nel dì 22 Gennajo 1613.
-
-Per ismentire quindi vie più l’assunto che la Giurisdizione suddetta
-fosse appartenuta alla Casa d’Andria, come sostenevano li suoi Avvocati
-sull’appoggio del precitato strumento che menavano innanzi, non mancai
-di riscontrare i _Libri del Real Patrimonio_, i quali si conservavano
-allora nel Tribunale suddetto, ed ora son passati nel Grande Archivio,
-onde acquistare una sicura conoscenza di ciò che si era del precitato
-anno 1609 operato per la Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi
-e Misure della città di Ruvo e trarne gli opportuni documenti. Trovai
-che si era la stessa venduta alla Università e che nella situazione de’
-fuochi dell’anno 1612 si erano messi a suo carico annui ducati 394.311
-per la Portolania, ed altri ducati 188.312 per i pesi e misure[248].
-
-Dal che venne a risultare lucidamente che per la detta Giurisdizione
-usurpata dalla Casa d’Andria, e spacciata come una _Giurisdizione
-feudale_, la città di Ruvo stava pagando allo Stato la forte somma
-di annui ducati 583.103 caricata sulla tassa de’ fuochi! Dimostrai
-inoltre che dopo ciò il Tribunale della Regia Camera della Sommaria
-nel dì 10 Dicembre 1629 ad istanza della nostra città aveva ordinato al
-Governatore di Ruvo detto allora _Capitaneo_ che non si fosse ingerito
-nella giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, ed avesse
-lasciata la Università nel libero esercizio di essa[249]. Ma cotesti
-ordini nulla erano valuti contro la prepotenza che rendeva tutto
-feudale!
-
-Negli aurei _Capitoli_ della Bagliva vi andava compresa anche la
-_sensalia_ sommessa del pari ad una tassa. Lungi però dall’esser
-stato questa giammai un dritto feudale, era stata anzi manifestamente
-usurpata alla università, cui apparteneva. Nelle capitolazioni
-dell’anno 1308 presentate dalla nostra città al Re Carlo II di Angiò
-innanzi riportate alla pagina 142 tra i dazj che impose a se stessa
-per potere far fronte ai pubblici pesi che le incumbevano, vi fu anche
-quello della _sensalia_ che la prepotenza Baronale la invertì in un
-dritto feudale, e la incluse tra le altre estorsioni della Bagliva.
-
-Dalle cose premesse è facile comprendere che cotesta _Bagliva_ era
-un vocabolo che includeva in se una moltiplicita di mezzi diretti
-a vessare, e scorticare la gente in tanti modi e per tante vie. In
-conseguenza non si poteva dare in affitto che a persone audaci,
-insolenti e fatte per taglieggiare e flagellare la popolazione
-coll’aura della prepotenza Baronale a di cui profitto tornavano le loro
-estorsioni.
-
-Da un altro antico strumento stipulato dal Notajo Nicolò _de
-Marinactiis_ di Corato ho rilevato che il Sindaco e gli Eletti
-della nostra città per liberare i cittadini dalle tante molestissime
-vessazioni che soffrivano dai Baglivi si videro nella necessità di
-prendere in affitto dal Duca d’Andria la Bagliva per conto della
-Università per la seguente ragione, _Quia ipsi Bajuli Bajulationem
-exercebant non sine molestia dictæ civitatis et hominum ipsius PROPTER
-EJUS ARDUA SOLITA ET CONSUETA CAPITULA._ Si caricò la città del
-pagamento di annui ducati seicento, ch’erano in quell’epoca una somma
-ben forte, per comprare la tranquillità e la quiete de’ suoi abitanti!
-Convenne anche in seguito rinnovarsi lo stesso ruinoso espediente con
-essersi portato l’affitto della Bagliva prima ad annui ducati ottocento
-ed indi a ducati mille. Si accrescevano le vessazioni per obbligare la
-città a redimerle a prezzo più caro! Nella Consulta della Regia Camera
-della Sommaria dell’anno 1600, di cui si è parlato innanzi nel capo X
-pag. 193 e 194 sono riportati i pesi ed esiti annui ch’erano a carico
-della Università. Tra questi vi è il seguente: _Al Duca d’Andria e
-Conte di Ruvo per l’affitto della sua bagliva, e per la strena ducati
-1110_. La _strena_ era un’altra estorsione la quale consisteva in un
-magnifico regalo che la Casa d’Andria esigeva nel primo dì dell’anno.
-
-Nè quì si arrestarono le usurpazioni. Colle già dette capitolazioni
-dell’anno 1308 aveva la città imposto ai cittadini un altro dazio
-civico sulle contrattazioni che si facevano in grosso di generi,
-derrate, mercanzie di ogni specie, e panni. Cotesto dazio nel
-linguaggio del nostro antico Foro era chiamato _plateatico_. Nelle
-dette capitolazioni si vede cotesto dazio imposto in una somma molto
-discreta, poichè si esigevano dalla città grana cinque per oncia sul
-valore de’ generi e delle mercanzie cadute in contrattazione pag. 141 e
-142.
-
-Ma cresciuti in seguito i bisogni della città fu questo dazio aumentato
-e portato fino alla forte somma di grana ventiquattro per oncia. Lo
-pruova ciò lo Stato discusso di quella Università formato nell’anno
-1626 dal Reggente del Collateral Consiglio Carlo Tapia, il quale si
-conserva nel Grande Archivio del Regno. Risulta da esso che cotesto
-dazio comunale si esigeva allora alla ragione di grana ventiquattro
-per oncia, e rendeva annui ducati ottocento. Per formarsi il pieno che
-mancava agli esiti comunali fu portato a grana trenta per oncia, e si
-ebbe un introito di altri ducati dugento l’anno.
-
-Colle stesse capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposti alla
-Popolazione altri due dazj di minore importanza. Il primo consisteva
-in una somma discreta che pagar dovevano i Macellaj per ciascun pezzo
-di animale grosso o piccolo che si macellava pag. 142. Cotesto dazio
-col linguaggio del tempo si chiamava _scannaggio_. Il secondo riportato
-anche nello Stato del Reggente Tapia, era quello di una _giumella_ su
-di ciascuno tomolo di mandorle, le quali formavano, come formano anche
-oggi uno de’ principali prodotti di quel territorio pag. 141.
-
-Or cotesti tre antichissimi dazj comunali il _plateatico_, lo
-_scannaggio_ e la _giumella delle mandorle_ tocchi dalla verga
-magica della prepotenza Baronale cangiarono natura. Dalle mani della
-Università passarono in quelle della Casa d’Andria e divennero dritti
-feudali! Ma coteste metamorfosi si rendevano ben fastidiose a quella
-misera Popolazione, poichè gli antichi pesi tuttavia continuavano in
-una mano assai più dura qual era quella del Barone. Il vuoto però che
-lasciavano coteste usurpazioni degli antichi dazj comunali bisognava
-che si fosse riempiuto con altre novelle imposte. Per tal ragione
-il dazio sul pane, che colpiva il Popolo più di ogni altro dazio, fu
-portato ad una somma molto gravosa ed intollerabile.
-
-Si propose la Casa d’Andria d’introdurre in Ruvo un’altra gravezza
-che si praticava anche da altri Feudatarj, cioè la esazione del
-passo. Consisteva questa in una somma che pagar doveva chiunque fosse
-passato con vetture e con animali. Cominciò cotesto novello abuso
-nell’anno 1602, come lo pruova una provvisione della Regia Camera della
-Sommaria dell’anno 1608 registrata nel Grande Archivio. Ci fa questa
-conoscere che i Coratini reclamarono contro cotesta abusiva esazione
-che dissero introdotta nell’anno 1602, alla quale venivano anch’essi
-obbligati[250]. Intanto la Casa d’Andria continuò in santa pace
-cotesta arbitraria ed illecita esazione fino a che il Re Ferdinando al
-cader del secolo passato abolì con una legge espressa tutti i passi
-che si esigevano dai Baroni come quelli che davano causa ad infinite
-soverchierie ed arrestavano il commercio interno.
-
-Non vi erano in Ruvo nè locande nè neviere Baronali. La Casa d’Andria
-formò una nuova locanda nel pomerio dell’antico castello dal lato
-occidentale che sporge alla campagna. Formò inoltre due grandi neviere
-costrutte in un fondo che ora è di mia proprietà. Fece sorgere cotesti
-novelli edificj col diritto proibitivo delle locande, e delle neviere
-introdotto e sostenuto dalla forza e dalla violenza. Venivano inoltre
-i cittadini obbligati a forza di bastonate a raccorre, e riporre la
-neve nelle neviere suddette, e la città obbligata a non consumare altra
-neve per l’uso della popolazione che quella delle neviere Ducali.
-Non mai satolla di guadagno era invogliata d’introdurre anche una
-privativa de’ molini. Ma come farsi? La libertà de’ molini era nella
-nostra città antichissima. Dalle precitate capitolazioni dell’anno 1308
-costa che vi erano in Ruvo molti molini particolari, ed i proprietarj
-di essi pagavano alla città una discreta prestazione per ogni _salma_
-di grano che in essi si macinava pag. 143. Col concorso però degli
-Amministratori comunali ligj del Barone s’immaginò il modo di eseguire
-cotesto nuovo progetto sotto plausibili apparenze, ma nella sostanza
-iniquo verso tante famiglie, alle quali l’avidità Baronale veniva a
-torre il pane.
-
-Venne escogitato il pretesto che la gabella della farina, per la quale
-si pagavano allora quattro carlini e mezzo a tomolo, e si esigeva ne’
-forni, veniva fraudata. Che per impedire le fraudi era indispensabile
-esigerla ne’ molini, e questi riunirgli in un solo luogo, ove si
-sarebbe situato l’esattore della gabella suddetta. Con questo specioso
-pretesto quindi ne fu stipulato pubblico strumento tra il Duca d’Andria
-D. Antonio Carafa da una parte, il Sindaco e gli Eletti della città di
-Ruvo dall’altra nel dì 15 Settembre 1615 dal Notajo Andrea Berarducci
-di Bisceglia.
-
-Fu con esso costituito il dritto proibitivo de’ molini a favore del
-Duca suddetto, ed ei si obbligò di stabilire come stabilì li nuovi
-molini in un luogo designato adiacente alla pubblica muraglia della
-città che servì di principale appoggio alla costruzione di essi. Da
-altro pubblico atto poi del dì 30 Dicembre 1616 stipulato dallo stesso
-Notajo risulta che i precitati Sindaco ed Eletti costituirono in Napoli
-loro Proccuratore un tal _Francesco Bruno_, cui diedero le facoltà
-opportune per ricorrere al Vicerè ed ottenere l’assenso sul detto
-contratto.
-
-In fine da altro strumento del dì 7 Ottobre dello stesso anno 1616
-stipulato dallo stesso Notajo costa che quel _Francesco Bruno_
-costituito Proccuratore dal Sindaco ed Eletti era Proccuratore ed
-Incaricato di affari del detto Duca. Dal che è facile conchiudere che i
-Sindaci ed Eletti di quel tempo non erano che tante macchine mosse dal
-Duca a sua volontà, e firmavano ad occhi chiusi tutte quelle carte che
-a lui piacevano.
-
-L’assenso sul precitato dritto proibitivo non fu ottenuto. E come
-avrebbe potuto ottenersi contro ogni regola di Diritto? Il protocollo
-però che conteneva lo strumento del dì 15 Settembre 1615 col quale il
-precitato dritto proibitivo fu costituito è scomparso dalla scheda di
-Notar Berarducci, e vi è tutta la ragion di credere che si sia fatto
-scomparire per torsi alla nostra città il titolo per poter rivendicare
-una coi frutti il precitato dritto proibitivo de’ molini da se
-costituito, ed usurpato dalla Casa d’Andria.
-
-Nell’indice generale però della scheda suddetta degli anni 1615 1616
-1617 1618 e 1619 vi è il seguente notamento: _Sig. Duca d’Andria
-coll’università di Ruvo per li molini fol. 61_. Cotesto notamento
-il quale pruova la esistenza di una convenzione allora stipulata
-unito alla procura del dì 30 Dicembre 1616, colla quale si cercò
-di farla convalidare con Regio Assenso non mai ottenuto, vale una
-dimostrazione che la privativa suddetta costituita dalla Università
-passò illegalmente nelle mani della Casa d’Andria. Cotesti documenti
-servirono di appoggio al giudizio istituito nell’anno 1797 per i molini
-suddetti come si dirà nel seguente capo.
-
-Dalle cose premesse è facile vedere che in mano della Casa d’Andria
-il feudo di Ruvo non era più nè quello che fu costituito dai Normanni
-ed indi dai Sovrani Angioini, nè quello che nell’anno 1510 fu dal
-Cardinale Oliviero Carafa comprato da D. Raimondo di Cardona e sua
-consorte. Man mano, e da tempo in tempo si vide lo stesso impinguato
-ed accresciuto di tutte le specolazioni abusive che aveva saputo la
-feudalità escogitare per succhiarsi il sangue delle Popolazioni. Alcuni
-pretesi dritti furono creati dal nulla, altri furono tolti colla forza
-alla povera Università e convertiti in dritti feudali! La conseguenza
-di tanti abusi fu la miseria di quella Popolazione angariata per tutti
-i lati.
-
-I mezzi coi quali furono tante gravezze introdotte e sostenute meritano
-anche di essere commemorati. Il primo di essi fu quello di aversi messa
-la Casa d’Andria in mano la nomina degli Amministratori Comunali. Si
-vide quindi introdotto l’abuso che la Università faceva la nomina del
-Sindaco e degli Eletti in doppia lista, ed il Barone sceglieva quelli
-che più gli piacevano. Valeva però ciò lo stesso che aversi sempre
-Amministratori ligj del Barone, sommessi alla di lui volontà e pronti
-a sagrificargli i dritti della città e della popolazione che avevano il
-sacro dovere di difendere e sostenere.
-
-Non ignoro che lo stesso abuso fu dalla prepotenza Baronale introdotto
-anche in altri luoghi. Molti giudizj vi sono stati per tal causa negli
-antichi Tribunali che cominciarono ai tempi nostri a reprimerlo.
-Ma non ho potuto mai comprendere come al tempo dei Vicerè abbia
-potuto lo stesso tollerarsi. Li passati Sovrani del nostro Regno
-non s’ingerirono mai nella elezione degli Amministratori comunali e
-furono religiosissimi nel lasciare alle Popolazioni la piena libertà
-di scegliere quelli che credevano meritevoli della loro fiducia. Nelle
-concessioni de’ feudi non si è veduto mai cotesto dritto conceduto
-ad alcuno, neppure ai Principi della Real Famiglia. Come dunque
-tollerarsi che si avessero i Baroni permesso di attentare sulla libertà
-dell’elezioni?
-
-Il secondo mezzo era la Giurisdizione criminale. Con essa faceva la
-Casa d’Andria perseguitare a dritto ed a torto quelle persone che non
-erano del suo gusto. Quest’arma terribile si adoperava anche con una
-doppia sevizia. La prima era il carcere orribile ed oscuro dell’antica
-Torre di Ruvo, comunque vietato severamente ai Baroni dalle antiche
-leggi del Regno. La seconda il trasporto de’ carcerati in altre lontane
-prigioni per vie più dispettargli e strapazzargli.
-
-Mi dicevano i vecchi che il nostro distinto ed illustre cittadino
-_Orazio Rocca_ perseguitato dal Duca d’Andria che voleva fargli gustare
-le delizie della Torre suddetta, ebbe a fuggir da Ruvo con mezza barba
-fatta e mezza nò, per sottrarsi agli Armigeri Baronali che già gli
-erano addosso. Venuto in Napoli la sua esimia virtù e dottrina lo fece
-divenire grande Avvocato ed indi Magistrato, Caporuota del Sacro Regio
-Consiglio, Delegato della Real Giurisdizione e decorato anche col
-titolo di Marchese trasmesso ai suoi discendenti. Fa però meraviglia
-come coi mezzi che gli davano li suoi talenti e l’eminente suo
-grado nulla abbia fatto per liberare la sua Patria dagli abusi della
-prepotenza Baronale de’ quali ei medesimo ne aveva fatto il saggio che
-ridondò per altro alla di lui esaltazione.
-
-Il terzo mezzo era la numerosa squadra degli Armigeri presi dalla gente
-più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano
-costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza da
-essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà
-Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili
-come lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva
-ammansata abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non
-lasciavano di essere baldanzosi boriosi ed insolenti.
-
-Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato di
-famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione
-della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni che
-si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone e de’
-luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano esse
-specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale
-amministrata da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in
-conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non
-poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano
-incaricate dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali,
-ed in tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro
-talento e di propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti
-che pretendevano essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’
-pesci, delle carni ed altri comestibili che si vendevano in piazza, de’
-quali dovevano esse essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi
-dedotti nel giudizio dell’anno 1750!
-
-Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina
-degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la Casa
-d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver mai
-pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro
-Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale.
-Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno
-1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche _De forma censuali seu
-catasto_ fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi
-alle sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute.
-Nel novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li
-beni burgensi della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima
-parzialità e deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj
-alla stessa, ricevettero il carico della bonatenenza in annui ducati
-434.79½. Cotesto pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni
-alla cassa comunale qual vuoto venne in essa a produrre?
-
-Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la
-feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le
-Popolazioni si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo.
-Ma non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città.
-Si portarono le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar
-potrebbe incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente
-da pubblici processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria.
-
-Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani
-moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora
-d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a
-quell’eccesso che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la
-Casa d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali
-della nostra città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla
-popolazione per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al
-pagamento de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo
-Stato.
-
-Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito
-fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare
-svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche, con
-avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua
-cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia
-fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre scoverta,
-ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi si
-erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè
-tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli
-Amministratori municipali.
-
-Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli
-Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca
-di Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di
-cotesta soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692
-e finì nell’anno 1736 col fallimento della povera Università di
-Ruvo e coll’essere caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il
-riportare quì la storia minuta del giudizio suddetto consegnata in
-più volumi di processi formati nel Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria. Continue, veementi ed amarissime furono le doglianze de’
-creditori suddetti contro la prepotenza della Casa d’Andria che si era
-impossessata anche delle rendite comunali, e gli defraudava di ciò che
-loro era dovuto.
-
-Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo
-Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse
-vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle
-rendite comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i
-conti, come risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui
-succedè dappoi l’attuario D. Gaetano Capaldo[251]. Questi ordini però
-erano presi a beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che
-il Tribunale della Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente
-Commessario della Regia Camera della Sommaria a suo discarico con
-rapporto del dì 16 Settembre 1716.
-
-Disse che _Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e
-vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla
-potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per
-lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa
-di peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città
-di Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli
-ordini di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli
-essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li
-creditori sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano
-sopra l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria
-Padrona, la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro
-quelli del Governo che a firmare scritture in caso di bisogno_[252].
-
-Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della propria
-debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza
-della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze de’
-Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente
-il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel
-vigore e quel tuono ch’era troppo necessario.
-
-D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese
-di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso
-col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori
-della Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era
-dovuto, e stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col
-Duca d’Andria che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò
-che loro spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur
-questa avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: _Il supplicante
-vedendosi inabilitato a poter esigere il suo dalla detta Università
-per la potenza di detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia,
-per essere suo feudo, a tal segno che il supplicante non ritrova
-commessario che vuole andare ad esigere da detta Università, e se mai
-se ne ritrova alcuno, pure questo per timore della vita si contentava
-prendersi qualche regalo dal detto Illustre Duca, e se ne tornava
-indietro, senza poter porre in esecuzione la sua incumbenza_[253].
-
-Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità ho
-voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro la
-prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj
-anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto
-del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose, poichè
-il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far pronta
-e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della
-Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria.
-
-Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza
-furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti
-della loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le
-ali, poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in
-patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle
-sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto
-Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi ai
-suoi creditori.
-
-Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera
-Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi
-arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva
-appropriate le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti.
-Convenne ripianare questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva
-coll’avanzo delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita
-patrimoniale era alla nostra città rimasto, fu una necessità che
-si fossero le gabelle tenute su di un piede che avessero potuto far
-fronte ai pesi correnti, e dare anche un avanzo per ripianare il debito
-arretrato.
-
-Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra città
-ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di Cordova, o
-dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da nemici, e
-le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa Baronale
-al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado ciò
-l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con avere
-di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa
-meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra
-città spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti
-de’ suoi abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi
-loro i mezzi di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di
-quel territorio. Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una
-picciola appendice assai curiosa.
-
-Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori della
-Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito
-arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora,
-ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione.
-Fu questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i
-rispettivi crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati.
-
-Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati
-1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di
-somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta
-alla sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non
-solo il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del
-patrimonio incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto
-lo portò in essa come semplice creditore fiscalario in annui ducati
-1137, senz’avergli però nulla attribuito per arretrati. Nulla il
-Duca Ettore Carafa, avo del Duca attuale, oppose a tal relazione, la
-quale perciò rimase ferma. Nè fino all’anno 1751 si presentò giammai
-a partecipare delle ripartizioni che si facevano tra i creditori
-d’interessi arretrati delle somme di avanzo, come innanzi si è
-detto[254].
-
-Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano fatta
-quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della
-Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati,
-si fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si
-asserì creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!!
-Disse che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736,
-cioè in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le
-querele degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di
-essere ammesso a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i
-creditori di arretrati dall’avanzo delle rendite della Università[255].
-
-Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i
-passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano
-prestati alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si
-è parlato, quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e
-minacciati da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso,
-non si sentirono comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca
-si aveva preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio
-de’ gravami dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè
-l’interesse privato.
-
-Quindi l’Avvocato della Università mosso da costoro, e provveduto
-da essi degli opportuni documenti non solo si oppose acremente al
-preteso credito arretrato di ducati 25600 che il Duca spacciava, ma
-con una dimanda riconvenzionale dedusse che doveva lo stesso essere
-condannato a restituire le forti somme che la sua Casa si aveva per
-tanti anni appropriate dalle rendite comunali con aver ridotta la
-povera Università in patrimonio. Era questo un discorso pieno di verità
-e di giustizia; ma il Duca Ettore seppe allontanare la tempesta. Avendo
-acchetato l’interesse privato che la suscitava, finì il giudizio de’
-gravami colla frivola transazione dell’anno 1751 di cui parlerò nel
-seguente capo.
-
-Essendosi con essa gli Amministratori della Università obbligati a
-non fare più alcuna ostilità al Duca per l’articolo testè enunciato,
-ne venne in conseguenza che quello stesso Avvocato della Università,
-il quale aveva attaccato così bene il preteso credito di duc. 25600
-che il Duca spacciava, quasi che avesse bevuta l’acqua di Lete, obliò
-perfettamente ciò che contro lo stesso aveva dedotto e lasciò fare al
-Duca ciò che voleva. Quindi per effetto di una manifesta prevaricazione
-si vide il Duca dall’anno 1753 in avanti figurare senza veruna
-contraddizione tra i creditori d’interessi arretrati nella rilevante
-somma di ducati 25600, e partecipare delle ripartizioni che si facevano
-delle somme di avanzo col consenso degli Avvocati _pro tempore_ della
-Università!
-
-Non debbo omettere che tra i nomi di costoro ho letto anche quello di
-un tal _D. Pietro Andreatini_. Quest’uomo io l’ho conosciuto nella
-qualità di Segretario della Casa d’Andria, ed in questo posto egli
-è morto. Si veda da ciò in quali mani era allora affidata la difesa
-della povera Università, e se il Segretario del Duca d’Andria avrebbe
-potuto giammai sostenere i dritti della stessa contro il suo Signore
-che gli dava da vivere! Ma la prevaricazione degli Amministratori della
-Università che continuò tuttavia anche dopo la transazione dell’anno
-1751, seguitò a sagrificare gl’interessi della stessa alla influenza
-Baronale.
-
-Morto il detto Andreatini, gli succedè nella difesa della Università
-il Dottor D. Lorenzo Scarongelli. Era egli Ruvestino, e quindi avrebbe
-dovuto prendere tutto l’interesse per non far rimanere a carico della
-sua patria un debito così enorme contraddetto fin dall’anno 1751
-e ribattuto da validissimi documenti. Ei però mancò a questo sacro
-dovere, fece quello stesso che aveva fatto l’Andreatini, e prestò il
-suo consenso alle ulteriori distribuzioni ch’ebbero luogo. Non fia
-ciò meraviglia, poichè era costui uno di quelli uomini servili usi a
-prestarsi a tutto ciò che voleva _Sua Eccellenza Padrone_.
-
-A buon conto la influenza della Casa d’Andria anche dopo l’anno 1751
-negli affari comunali continuò ad essere la stessa. Si venne anzi a
-rendere assai più pesante colla fissa permanenza che fece ne’ suoi
-feudi dopo l’anno 1760 il Duca fu D. Riccardo Carafa Padre del Duca
-attuale. La di lui Illustre consorte la Signora Duchessa D. Margherita
-Pignatelli che dominava in casa era di un carattere imperioso, e
-tempestoso. Nulla inoltre sapeva rimettere degli antichi abusi ed
-albagia della feudalità che il pensare del tempo, ed anche la mano del
-Governo andava ogni dì fiaccando. Si univa a ciò che per particolari
-impegni o protezioni si voleva anche un po’ soverchio mischiare ne’
-fatti privati che non la riguardavano punto.
-
-Queste cosucce per loro stesse disgustanti unite agli abusi ed
-alle gravezze positive che non erano punto rimaste corrette colla
-transazione dell’anno 1751, e tuttavia continuavano, disposero gli
-animi de’ migliori cittadini a scuotere una volta decisamente quel
-pesantissimo giogo. Essendo quindi avvenuta la morte di D. Lorenzo
-Scarongelli, fui nell’anno 1794 nominato con pubblico Parlamento
-Avvocato della nostra città. Fu la mia nomina proclamata dal voto
-concorde de’ miei concittadini perchè a tutti erano noti i miei
-sentimenti avversi a quello stato di degradazione a cui la nostra città
-era stata ridotta dalla prepotenza Baronale.
-
-Protesto però che questi sentimenti non si erano in me generati da
-qualche particolar risentimento o torto recato a me o alla mia famiglia
-dalla Casa d’Andria. Niun motivo ho avuto giammai di essere dolente di
-essa per questo lato. Questi sentimenti me gli ha dati la Natura. Sono
-nati e cresciuti con me. Gli ha nutriti il mio carattere avverso alle
-prepotenze ed alle ingiustizie, l’amore vero che ho avuto sempre per la
-mia cara patria, la intolleranza di vederla oppressa ed avvilita, e ’l
-vivo desiderio che ho sempre avuto di esaurire tutti i miei sforzi per
-sollevarla.
-
-Se non si fosse trattato di rivendicare i dritti della mia Patria,
-il che costituisce un sacro dovere per ogni buon cittadino, non mi
-sarei mai e poi mai impegnato ad assumere la difesa di qualunque altro
-giudizio contro la Illustre Famiglia Carafa di Andria. Eccomi dunque
-a dare un breve cenno delle operazioni da me fatte nella qualità di
-Avvocato della nostra città, e delle cause intraprese e menate a fine.
-Per potere però ciò fare è indispensabile premettere un cenno sullo
-stato in cui le cose rimasero colla transazione dell’anno 1751.
-
-
-
-
-CAPO XIII.
-
-_De’ Giudizj dell’anno 1750 1797 e 1804, e delle transazioni dell’anno
-1751 e 1805._
-
-
-Non vale la pena di fare una minuta sposizione del giudizio istituito
-contro la Casa d’Andria nell’anno 1750 e della transazione che ne
-susseguì nel dì 9 Luglio 1751 per mano del Notajo Giovanni Teodoro de
-Rienzo di Napoli. Possono queste carte far conoscere soltanto il giogo
-di ferro imposto alla nostra città dal Duca Ettore Carafa il vecchio
-avo del Duca attuale, il quale esasperò di gran lunga le gravezze
-introdotte dai suoi antenati; ma nulla presentano di vantaggioso per
-quella popolazione, la quale continuò tuttavia a rimanerne schiacciata
-dagli antichi abusi, ed estorsioni.
-
-Ho detto innanzi che il giudizio dell’anno 1750 lo suggerì il privato
-interesse, non già il vero zelo di sottrarre la propria patria ad
-una lunga e spogliatrice oppressione. È facile ciò ravvisarlo sotto
-un doppio rapporto. Il primo fu la tema delle forti significatorie,
-ond’erano minacciate le persone influenti che negli anni precorsi
-avevano avuta parte nell’amministrazione comunale, ed avevano prestata
-alla Casa d’Andria la mano perchè si avesse appropriate anche le
-rendite della Università.
-
-Il secondo fu la mira che avevano pochi proprietarj di masserie nella
-contrada delle murge di liberarle dalla suggezione delle parate che
-la Casa d’Andria faceva dell’erba vernina di esse. Per quest’oggetto
-si vide inviato in Napoli nella qualità di Deputato per promuovere
-l’enunciato giudizio il fu Dottor D. Saverio Modesti che possedeva la
-più vasta masseria delle murge, ed aveva una potente influenza nelle
-faccende comunali.
-
-Quando le operazioni di tal fatta sono suggerite da un fine indiretto
-è una necessità che falliscano. Introdotto il giudizio, in un anno e
-mezzo nulla fu operato. Si perdeva il tempo per attendersi a trarre
-dalle ostilità cominciate in nome della Università quel profitto che
-si poteva pe ’l privato interesse. Lo fa ciò intendere chiaramente lo
-stesso strumento di transazione dell’anno 1751. Il sindaco e gli Eletti
-nel ratificarlo dichiararono che il Deputato Modesti _aveva pregato e
-fatto pregare il detto Eccellentissimo Signor Duca d’Andria acciò si
-fosse devenuto ad un amichevole componimento_.
-
-È chiaro dunque che si era egli strisciato presso il Duca per carpirne
-ciò che faceva per se e per i suoi amici, e ’l Duca Ettore ch’era un
-uomo sommamente scaltro, e capiva bene la partita, seppe rappaciare
-l’interesse privato, e fece andar per aria quello della Università di
-Ruvo. Tra le azioni dedotte vi era anche quella, come innanzi ho detto,
-colla quale era stato il Duca convenuto a restituire tutte le somme
-che la sua Casa si aveva per tanti anni appropriate dalle rendite della
-Università, senza essersi pagati i creditori fiscalarj.
-
-E bene col capo VIII della transazione dell’anno 1751 il Duca prese
-a suo carico la difesa de’ passati amministratori ch’erano stati
-obbligati a rendere i conti, e si obbligò di pagare _de proprio_ le
-somme che sarebbero state loro significate. Si fece intanto obbligare
-la Università a non fargli più parti ostili con aver rinunziato a
-qualunque pretensione ed azione di ripetere le somme da lui esatte!
-Avvenne a tal modo il miracolo che il Duca debitore di grosse somme
-per la causa suddetta si vide figurare presso gli atti del patrimonio
-qual creditore della Università per interessi arretrati nella rilevante
-somma di ducati 25600, senza che niuno lo avesse contraddetto!!!
-
-Collo stesso giudizio si era dimandato anche che le così dette parate
-delle murge si fossero aperte al libero pascolo degli animali de’
-cittadini. Ma col Capo XVII della precitata transazione le parate
-rimasero ferme. Furono bensì da esse escluse le masserie di D.
-Saverio Modesti e degli altri particolari che facevano strepito, e si
-ampliarono in proporzione sul rimanente demanio aperto delle murge a
-spese degli usi civici che competevano alla popolazione!!!
-
-Appagato a tal modo l’interesse privato, tutto il di più andò _de
-plano_ a voglia del Duca. Tutti gli articoli essenziali che formavano
-l’oggetto del giudizio promosso rimasero risoluti a di lui favore. Sia
-per gittarsi polvere negli occhi, sia piuttosto per erubescenza furono
-accordate alla Università quelle cosucce frivolissime soltanto che non
-si potevano affatto sostenere, e che qualunque Magistrato, per quanto
-avesse voluto essere parziale, o indulgente per la feudalità, avrebbe
-abolite sotto la penna e senza veruna discussione. Anzi neppur le
-gravezze di questa specie furono per lo intero corrette ed emendate; ma
-rimasero in parte sullo stesso piede contro il divieto espresso delle
-leggi! Ecco un succinto prospetto degli articoli della transazione
-suddetta dai quali risulta cotesto concetto.
-
-Furono negati ai cittadini gli usi civici sull’erba estiva del bosco
-di Ruvo. Fu ai medesimi accordato soltanto il dritto di legnare _ad uso
-di sporga_ per lo stretto bisogno, mentre loro competevano i pieni usi
-civici. Ma questo patto non fu neppur rispettato, poichè gli Armigeri
-baronali addetti alla custodia del bosco se trovavano i cittadini in
-esso a legnare crudelmente gli flagellavano, come innanzi si è detto.
-Tutte l’esazioni abusive della Bagliva rimasero confermate, tranne
-soltanto la così detta _cortesia_ che fu abolita. Rimase abolita del
-pari la gabella della giumella delle mandorle usurpata alla Università,
-col rilascio però de’ frutti per tanti anni esatti con mala fede.
-Fu promessa la restituzione della Giurisdizione della Portolania,
-e de’ pesi e misure usurpata del pari alla Università col rilascio
-anche de’ frutti e proventi della stessa. Ma questo patto non fu
-neppure eseguito, poichè seguitò il Duca ad appropriarsi i proventi
-di cotesta Giurisdizione che gl’includeva nella Bagliva. I molini col
-dritto proibitivo rimasero al Duca, poichè si disse che mancavano alla
-Università i documenti per rivendicargli.
-
-Rimase abolito il dritto proibitivo delle Taverne e delle neviere, e
-convenuto che non avessero potuto i cittadini essere obbligati a forza
-di bastonate a raccorre e riporre la neve, e ad altre opere servili.
-Ma si obbligò la Università di non far con altri, meno che col Duca,
-il partito della neve che bisognava alla Popolazione. E poteva ciò
-esser permesso dalla legge? Fu rilasciata al Duca la bonatenenza non
-pagata giammai per i beni burgensi. Promise di non avocare più le cause
-dal Giudice locale ordinario, e delegarle ad altri a suo piacimento.
-Ma poteva ciò farlo? Cosa dunque venne con ciò ad accordare? Rimase
-vietato ai Ministri Baronali di carcerare e scarcerare le persone
-di loro privata autorità, e senza l’ordine del Giudice, tranne però
-i debitori dell’azienda Ducale, e ciò con manifesta violazione del
-Capitolo del Re Carlo I riportato innanzi alle pagine 138 e 139!
-
-Promise il Duca di non fare più danneggiare dai suoi animali le
-possessioni de’ cittadini. Grazia singolarissima! Promise di non
-valersi più del carcere orribile ed oscuro della Torre, e di non fare
-più trasportare i carcerati fuori di Ruvo. Ma si obbligò la Università
-di formare un carcere opportuno, mentre quest’obbligo incumbeva al
-Duca qual possessore della Giurisdizione civile e penale! Fu convenuto
-che il Governatore e Giudice di Ruvo esser dovesse laureato, quasi che
-fosse stato permesso al Duca di far fare decreti a chi non fosse stato
-Dottore! In fine rimase a lui finanche la nomina degli Amministratori
-comunali che costituiva il principio di tutti i disordini e delle
-prepotenze che si soffrivano, poichè veniva a questo modo a mancare chi
-avesse potuto sostenere i dritti della popolazione ove l’uopo lo avesse
-esatto.
-
-Dopo il breve cenno che si è premesso delle cose importantissime
-accordate al Duca colla transazione dell’anno 1751, e delle frivole
-ed inettissime concessioni fatte alla Università di quelle bagattelle
-soltanto che con una latitudine assai maggiore, e senza verun fastidio
-avrebbe ottenuto sotto la penna dalla giustizia de’ Magistrati, non
-possono non muovere la bile due cose.
-
-La prima sono le insulse e veramente ridicole buffonerie che si dissero
-nell’assertiva del precitato strumento di transazione per esagerare ed
-amplificare le supposte difficoltà e dubbiezze delle dimande proposte
-dalla Università e dal Duca accordate nel modo che testè si è detto!
-La seconda la importanza di tali concessioni che si pose in risalto con
-molto poco contegno, poichè si disse che i fortissimi rilasci fatti al
-Duca di somme rilevantissime o non pagate o ingiustamente appropriate
-si erano fatti _per piccola contemplazione di tante considerevoli cose
-che il detto Eccellentissimo Signor Duca si compiace di stabilire
-e convenire nel presente strumento con tanto vantaggio della
-Università!!!_
-
-Quali sono però le _considerevoli cose_ concedute dalla generosità
-Ducale? La promessa forse di un Governatore laureato, quella di non far
-più seppellire i cittadini nel fondo orribile ed oscuro della Torre,
-di non fargli strascinare in lontane prigioni, di non obbligargli più
-a forza di bastonate a raccorre e riporre la neve nelle sue neviere,
-e di non far più devastare le loro possessioni dai suoi animali.....?
-Qual discorso insulso nel tempo stesso ed insultante! Anche le cose
-accordate nel precitato strumento dell’anno 1751 non possono leggersi
-senza fremere, poichè si fecero rimanere in parte que’ medesimi abusi
-che avrebbero i Magistrati pienamente aboliti e proscritti. Lasciamo
-quindi cotesto monumento di prevaricazione, e venghiamo al giudizio
-dell’anno 1797 intrapreso con altri principj ed altri sentimenti.
-
-Due forti ostacoli si opponevano a questa bell’opra. Il primo era la
-somma povertà della cassa comunale impotente a far fronte alle forti
-spese che avrebbero esatte le cause da intraprendersi contro una
-famiglia allora potentissima. Il secondo che l’Archivio comunale si
-trovava sprovveduto dì qualunque documento memoria o notizia che avesse
-potuto porgere un filo a tale intrapresa. Quel Duca Ettore Carafa,
-che si permetteva tante violenze contrarie alle leggi, quante ce ne
-fanno apprendere il giudizio dell’anno 1750 e la transazione dell’anno
-1751, ne aveva commessa un altra anche più sonora per torre alla
-nostra città ogni mezzo di risorgere. Era in Ruvo un fatto pubblico e
-notorio contestato dai vecchi che gli armigeri Ducali avevano sorpreso
-l’archivio comunale e trasportate in Andria tutte le carte che in esso
-si conservavano.
-
-Incaricato quindi di avviare e sostenere que’ giudizj che le
-circostanze esigevano, senza documenti di sorta alcuna, vidi bene che
-non si trattava di regolare ordinare ed istruire le corrispondenti
-azioni, ma bensì di crearle e corredarle di que’ documenti che avessero
-potuto assicurarne la riuscita. Nondimeno l’amor di patria superò ambi
-li predetti ostacoli.
-
-Il primo di essi lo fece cessare il disinteresse e la generosità del
-Capitolo di Ruvo, e di un certo numero di famiglie maggiori possidenti
-che con esso si collegarono, e presero a loro carico le spese che
-occorrevano per i giudizj da intraprendersi. Contribuì il primo la
-somma di mille ducati. Contribuirono le seconde ciascuna in proporzione
-della possidenza rispettiva. Di questo tratto di vero patriottismo
-essendosi fatto un giusto elogio nel pubblico parlamento del dì 20
-Gennajo 1805 inserito nello strumento di transazione dello stesso anno,
-è ben dovuto che ne faccia onorevole menzione anche la storia.
-
-In quanto al secondo ostacolo non mi perdei di animo. Prima di fare
-qualunque mossa giudiziale mi applicai ad andar tentone rintracciando
-quelle notizie, e que’ documenti che avrebbero potuto esser utili
-e conducenti all’impegno assunto. Cominciai quindi dall’istruirmi
-perfettamente degli antichi processi formati nel Tribunale della Regia
-Camera della Sommaria dall’anno 1692 in poi tra i creditori fiscalarj
-e la Università, e successivamente tra i creditori suddetti, e gli
-amministratori obbligati a render conto della tenuta amministrazione.
-Trassi da essi utili notizie, ed i documenti opportuni per ribattere
-il preteso credito di fiscali arretrati in ducati 25600 per lo quale si
-faceva figurare la Casa d’Andria, e per farla anzi risultare debitrice
-di grosse somme.
-
-Impiegai nel tempo istesso circa un anno nel grande Archivio per
-una ricerca generale di quanto poteva riguardare la nostra città,
-onde potermi valere, come mi valsi di quelle carte che mi sembrarono
-utili. Le stesse diligenze praticai nell’archivio della Regia Dogana
-di Foggia, ove mi trattenni otto giorni per quest’oggetto. Coteste
-ricerche non furono infruttuose poichè mi fornirono un materiale
-sufficiente a formare un piano di attacco ragionato e ben sostenuto.
-
-Calcolai inoltre che altri lumi avrebbero potuto trarsi dalle antiche
-schede de’ Notaj tanto Ruvestini che delle Regie città convicine, de’
-quali la Casa d’Andria si era valuta ne’ tempi passati per istipulare
-i suoi atti pubblici[256]. Mi fu utilissima in tali ricerche la
-cooperazione di due cittadini zelantissimi pe ’l bene della comune
-patria. Uno di essi fu D. Francesco Devenuto, uomo di sveltissimi
-talenti e di somma abilità ed attività. L’altro fu il mio cognato D.
-Giuseppe Ursi versatissimo, minuto e diligente in simili ricerche, la
-di cui memoria mi è molto cara per i suoi ottimi sentimenti e pe ’l suo
-attaccamento alla mia persona ed alla mia famiglia.
-
-Alla loro cooperazione furono dovuti gl’interessantissimi documenti
-relativi al dritto proibitivo de’ molini che non si seppero o piuttosto
-non si vollero rintracciare nell’anno 1750, quelli coi quali era stata
-venduta nell’anno 1632 una parte dell’antica difesa comunale, ed altri
-ancora dai quali trassi utili schiarimenti ne’ giudizj che furono
-promossi. Riunite le carte suddette furono da me spiegate le seguenti
-azioni parte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria, e parte
-nel S. R. C. secondo la competenza rispettiva. Nella Regia Camera
-furono proposte le seguenti dimande
-
-I. Che si fosse cassato il già detto preteso credito di duc. 25600
-per lo quale si faceva figurare il Duca d’Andria presso gli atti del
-patrimonio, con essere lo stesso condannato a restituire tutte le somme
-che gli erano state collusivamente liberate in conto, e tutte le altre
-maggiori somme che la sua Casa si aveva malamente appropriate dalle
-rendite comunali esatte dall’anno 1692 all’anno 1735.
-
-II. Che senza tenersi conto del nullo e collusivo strumento di
-transazione dell’anno 1751 fosse stato condannato del pari a restituire
-i frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania e de’ pesi e
-misure, non che della gabella della giumella delle mandorle usurpate
-a danno della Università, ed al pagamento della bonatenenza non mai
-pagata per i beni burgensi fino all’epoca del catasto dell’anno 1752.
-
-III. Che fosse stato condannato a restituire i molini edificati sul
-suolo e nelle antiche muraglie della città, e ’l dritto proibitivo di
-essi stabilito dalla Università nell’anno 1615 per la propria utilità,
-una coi frutti.
-
-IV. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti lo
-scannaggio, dritto comunale costituito dalla Università colle
-capitolazioni dell’anno 1308 approvate dal Re Carlo II, ed usurpato
-dalla sua Casa.
-
-V. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti una grande
-stanza convertita in magazzino, la quale formava parte delle pubbliche
-carceri di proprietà comunale.
-
-VI. Che si fosse al Duca vietato di chiudersi l’erba vernina delle
-murge colle così dette _parate_ principalmente per essere il demanio
-delle murge un demanio comunale. Subordinatamente perchè in ogni caso,
-e supponendolo anche un demanio feudale, simili chiusure erano dalle
-leggi del Regno vietate ai Baroni in pregiudizio degli usi civici che
-competono alle popolazioni.
-
-VII. Che si fossero corretti tutti gli abusi della Bagliva col vietarsi
-principalmente ai Baglivi. Primo di fidare gli animali degli esteri
-ne’ terreni _appatronati_ siti nel demanio. Secondo col fidargli in
-tanta quantità che fosse venuto a mancare il pascolo agli animali de’
-cittadini.
-
-VIII. Che si fosse inoltre vietato al Duca d’ingombrare quel demanio
-con una quantità strabocchevole di animali proprj, con essergli
-permesso soltanto d’immetterne tanti, quanti il più ricco de’
-cittadini, giusta lo stile di giudicare de’ Tribunali supremi.
-
-IX. Che si fosse obbligato a pagare la bonatenenza non meno per i detti
-animali d’industria che pascolavano nel demanio, che per lo vasto fondo
-denominato _la Piantata_ di qualità burgense e non già feudale, come da
-lui si pretendeva.
-
-Altro giudizio fu istituito nello stesso Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria in linea penale per lo taglio dato dalla Casa d’Andria
-alle annose querce fruttifere del bosco di Ruvo in pregiudizio tanto
-degli usi civici che competevano alla popolazione di Ruvo, quanto del
-dritto di proprietà che il Re aveva degli alberi ghiandiferi in forza
-dello strumento dell’anno 1552 innanzi riportato.
-
-Sulle precitate dimande proposte in linea civile il Tribunale della
-Regia Camera impartì termine ordinario e questo fu compilato. Rispetto
-ai molini ordinò una perizia per verificarsi se erano essi edificati
-sul suolo e nell’antica muraglia della città. La perizia ordinata venne
-eseguita coll’intervento di uno de’ Magistrati della Regia Udienza
-Provinciale, e la nostra posizione rimase pienamente verificata.
-
-Per lo giudizio penale fu ordinata una informazione. Rimasti con essa
-concludentemente pruovati gl’immensi danni recati dalla Casa d’Andria
-agli alberi fruttiferi del Bosco, fu ordinata una perizia fiscale, e fu
-questa anche eseguita. In questo stato erano nell’anno 1798 i giudizj
-dedotti nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Quelli avviati
-nel S. R. C. furono i seguenti
-
-I. Che si fosse il Duca astenuto dal prendere qualunque ingerenza nella
-elezione degli uffiziali municipali.
-
-II. Che non avesse ulteriormente molestata la Università nel pieno
-esercizio della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure che
-a lei apparteneva a titolo di compra fattane dal Re.
-
-III. Che si fossero attribuiti ai cittadini di Ruvo i pieni usi civici
-di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo rimasta al Duca
-d’Andria col contratto dell’anno 1552.
-
-IV. Che si fosse il Duca astenuto dal nominare il Maestro della Fiera
-di S. Angelo che si celebra nella città di Ruvo.
-
-V. Finalmente che si fosse abolito il dritto _plateatico_ sulla
-contrattazione delle merci derrate e mercanzie che stava il Duca
-esigendo con averlo usurpato alla Università cui apparteneva in forza
-delle capitolazioni dell’anno 1308 e dello Stato del Reggente Tapia.
-
-La commessa di cotesto giudizio si ottenne in persona del Regio
-Consigliere allora ed indi illustre Segretario di Stato D. Giuseppe
-Zurlo, Magistrato di elevatissimi talenti, di vaste e belle cognizioni,
-di probità a tutta pruova, e non fatto per incensare gli abusi della
-feudalità. Proposta da lui la causa nel S. R. C. nell’anno 1798 furono
-decisi soltanto li primi tre capi. Fu la decisione favorevole alla
-Università; ma in quanto all’erba estiva del bosco di Ruvo ebbi a
-battermi molto acremente pe ’l seguente motivo.
-
-Si è detto innanzi alla pagina 202 che rimasto collo strumento
-dell’anno 1552 abolito l’uso civico del pascolo de’ bovi aratorj che
-i cittadini di Ruvo rappresentavano sul detto bosco, fu data alla
-Università in compensamento la facoltà di ampliare la sua difesa fino a
-quaranta carri. Incaricato il Consiglio Collaterale di dare esecuzione
-a tal determinazione, col suo decreto del dì 26 Ottobre 1552 disse
-che tale ampliazione si accordava _pro usu et pascuo dictorum bobum,
-attento quod boves dictæ civitatis nullo tempore dictum nemus ingredi,
-nec in eodem pasculari possunt_.
-
-Gli Avvocati del Duca beccando quelle parole _nullo tempore nemus
-ingredi nec in eodem pasculari possunt_, gonfiavano le pive, e volevano
-in coteste espressioni ravvisare un giudicato del Collateral Consiglio
-che aveva tolto ai Ruvestini in ogni tempo, ed in ogni stagione gli usi
-civici del bosco suddetto.
-
-Si replicava da me che il carattere di _giudicato_ compete soltanto
-a que’ decreti che i Magistrati emettono in un giudizio contraddetto.
-Che il Collateral Consiglio fu nell’anno 1552 semplicemente incaricato
-di autorizzare la città di Ruvo ad ampliare la sua antica difesa, non
-già a definire se aveva o nò dritto di pascere nel bosco feudale nella
-estiva stagione. Che non poteva lo stesso volerne più di quello ch’era
-contenuto nello strumento dell’anno 1552 stipulato tra il Vicerè Pietro
-di Toledo e ’l Duca d’Andria Fabrizio Carafa, al quale fu il Collateral
-Consiglio incaricato di dare esecuzione per la sola parte permissiva
-dell’ampliazione della predetta difesa comunale.
-
-Che l’ampliazione della difesa con esso accordata alla città di Ruvo
-era stata un compensamento del pascolo de’ bovi aratorj che veniva a
-perdere _tempore hyemali_, come precisamente si legge nel precitato
-strumento riportato alla detta pagina 202, non già nel tempo estivo,
-del che non si parlò in esso nè punto, nè poco. Che quindi subentrava
-la regola di Diritto _Iniquum est perimi pacto id de quo cogitatum non
-est_, e che un errore in cui cadde il Collateral Consiglio eccedendo
-i limiti dell’incarico ricevuto non poteva alterare il contenuto del
-precitato strumento dell’anno 1552 al quale soltanto doveva starsi.
-
-Queste ed altre osservazioni da me fatte convinsero il maggior numero;
-ma fu questo articolo deciso a favore della Università non senza
-un forte dibattimento. La decisione allora ottenuta ha portata la
-conseguenza che nella divisione de’ demanj che ha avuto luogo per
-effetto delle novelle leggi sono state risegate a favore della nostra
-città trentatre carri del bosco suddetto, o siano duemila moggia circa.
-
-Rimanevano a decidersi il quarto e ’l quinto capo per la nomina del
-Maestro di Fiera e per lo dritto _plateatico_, quando il Consigliere
-Zurlo fu promosso alla luminosa carica di Avvocato Fiscale della
-Regia Camera della Sommaria. Mi compiacqui del di lui ben meritato
-avanzamento, ma rimasi dolente di averlo perduto per Commessario
-della precitata causa nel S. R. C. Non tardò però a presentarmisi la
-occasione di racquistarlo per altra via. L’alta opinione che il Governo
-aveva di lui fece sì che cominciò a darsi qualche esempio che taluni
-giudizj tra Università e Baroni, che si volevano veder terminati senza
-lungherie giudiziali, furono per volontà del Re a lui particolarmente
-delegati.
-
-Massimo era in ciò il vantaggio delle Università. Venivano esse
-a rinfrancare il dispendio. Rimanevano a tal modo troncate le
-tergiversazioni forensi che costituivano il maggior presidio de’
-Baroni intenti sempre a prender tempo, e stancare i Comuni. In fine il
-dipendere nelle cause di questa specie da un Magistrato illuminato,
-giusto e non ligio del Baronaggio era una cosa molto desiderabile.
-Pensai quindi di battere la stessa strada e mi riuscì ottenerlo. Per
-disposizione Sovrana tanto li due punti di quistione non ancora decisi
-dal S. R. C. quanto tutti i capi dedotti nella Regia Camera della
-Sommaria furono delegati all’Avvocato Fiscale Zurlo.
-
-Passate quindi a lui le carte di ambi i giudizj, si applicò prima a
-decidere le due quistioni rimaste pendenti nel S. R. C. Con suo decreto
-dell’anno 1798 fu tolta al Duca la nomina del Maestro di fiera ed
-abolito il dritto _plateatico_. A tal modo tutte le dimande proposte
-nel S. R. C. rimasero esaurite con una piena e compiuta vittoria
-riportata dalla Università. Si accudiva da me per la decisione delle
-altre più gravi quistioni dedotte nel Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria, quando sopravvenne l’epoca fatale e memoranda dell’anno
-1799 che pose in iscompiglio tutto il Regno.
-
-Per una di quelle anomalie inconcepibili, ma inseparabili dalle
-rivoluzioni e dai tumulti popolari, la casa di quel rispettabile
-Magistrato fu saccheggiata dal cieco furore del Popolaccio Napolitano,
-ed ei medesimo non dovè stentar poco per poter riuscire a salvar la
-vita. Col saccheggiamento immeritamente da lui sofferto si dispersero
-anche que’ processi delle nostre cause che si trovavano presso
-di lui. La dispersione di essi, le fastidiose conseguenze delle
-terribili convulsioni dell’anno 1799 che gravitarono su di tutti, e la
-confiscazione di tutti li suoi beni che per effetto di esse soffrì la
-Casa d’Andria, arrestarono per necessità fino all’anno 1803 il corso
-de’ giudizj suddetti.
-
-Per i luttuosi avvenimenti preceduti figurava allora qual primogenito
-della sua illustre famiglia l’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco
-Carafa. A lui quindi furono, dietro il Trattato di Firenze, restituiti
-i feudi ed i beni di sua Casa ch’erano stati confiscati. Col Duca D.
-Francesco perciò furono nell’anno 1803 ripigliati li giudizj suddetti.
-Non costò poco imbarazzo la rifazione de’ processi dispersi nella
-casa del Signor Zurlo, e specialmente di quello de’ molini, nel quale
-vi era il rapporto de’ Periti adoperati, e la pianta di essi levata
-nell’anno 1798. Si ritornò innanzi al Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria, ed ivi alle dimande proposte nell’anno 1797 ne furono
-nell’anno 1804 aggiunte due altre.
-
-La prima di esse fu la seguente. Dell’antica difesa comunale, di
-cui si è innanzi parlato, ventotto carri si trovavano in mano della
-Casa d’Andria, senza che si fosse conosciuto a qual titolo le avesse
-possedute. In tale oscurità sull’appoggio de’ documenti rinvenuti nel
-Grande Archivio, ed innanzi riportati, e dello strumento dell’anno
-1552, col quale fu ampliata la difesa comunale eretta nell’anno 1510,
-stimai proporre un’azione di rivendicazione. Essendosi il Duca difeso
-coll’aver prodotti diversi documenti, coi quali sosteneva di essersi
-col prezzo dei detti carri ventotto estinta una porzione degli antichi
-debiti della Università, il giudizio cangiò figura. I contratti dal
-Duca allegati gli attaccai di nullità per difetto di legittimi solenni.
-Proposi subordinatamente ed in ogni caso l’azione di _reintegra_ in
-vigor della Prammatica XVIII _De administratione Universitatum_, perchè
-calcolai che il valore della difesa posseduta dalla Casa d’Andria
-montava al doppio del prezzo che si diceva pagato.
-
-La seconda fu la seguente. Appartengono al Monte della Pietà della
-città di Ruvo destinato al mantenimento de’ projetti quindici carri di
-terreno nella contrada delle murge. Da lunghissimi anni si trovavano
-questi in mano della Casa d’Andria per una prestazione tenuissima in
-danaro niente corrispondente al valore di essi, senza conoscersi a qual
-titolo se ne fosse impossessata. Essendo riuscite inutili le richieste
-amichevoli o per l’aumento dell’estaglio o per la restituzione de’
-terreni suddetti, convenne prendersi le vie giudiziali.
-
-Rinnovati li giudizj suddetti, l’attuale Signor Duca D. Francesco
-Carafa si regolò da uomo saggio e prudente. Istruito dal risultamento
-che avevano avuto le dimande proposte nel S. R. C. cercò ravvicinarsi
-ai Ruvestini, e proporre ai medesimi la combinazione amichevole
-degli altri giudizj anche più gravi ch’erano tuttavia pendenti. La
-disposizione degli animi era allora anche cangiata. Le gravissime
-sciagure piombate sulla Casa d’Andria per i luttuosi avvenimenti
-dell’anno 1799, e l’amarezza in cui viveva una illustre famiglia un
-tempo tanto potente, aveva raffreddato il risentimento generato dalle
-antiche prepotenze, ed eccitato un compatimento ed un sentimento di
-considerazione. Valga il vero in quel frangente ben tristo per la
-Casa d’Andria i Ruvestini non solo si guardarono dall’aggravare vie
-più li suoi malanni; ma si prestarono anche di tutto cuore a salvarle
-dalla confiscazione tutto ciò che avesse potuto dipendere dalla loro
-cooperazione.
-
-La proposta quindi di un accomodamento fu da essi bene accolta e da me
-applaudita perchè la mia maniera di pensare è stata avversa sempre ai
-litigj, ed anche perchè una ragionevole transazione avrebbe portato un
-più sollecito miglioramento agl’interessi comunali ed allo stato della
-popolazione. Si aprirono quindi le trattative e le discussioni tra me
-e gli Avvocati del Duca con reciproca buona intenzione e buona fede.
-E perchè il risultamento di esse fosse stato più sicuro, si prese una
-misura la quale riuscì utilissima. Per que’ punti ne’ quali le opinioni
-e le pretensioni rispettive non avessero potuto ravvicinarsi, si prese
-di accordo per conciliatore un uomo sommo, cioè il chiarissimo D.
-Francesco Ricciardi celebre Avvocato allora, di cui ho innanzi parlato
-con quella laude ch’è ben dovuta alla sua illustre e veneranda memoria.
-
-Se la Casa d’Andria avesse dovuto a rigor di Diritto restituire tutte
-le somme strappate alla Università, ed alla misera popolazione di Ruvo
-a forza di usurpazioni ed estorsioni, non sarebbe al certo bastato
-il doppio, o il triplo de’ beni che allora possedeva. Ma il portare
-le pretensioni tant’oltre sarebbe stato lo stesso che nulla voler
-combinare. Gli affari di questa specie non gli ho mai veduti terminati
-altrimenti che coll’essersi alzata la mano sul passato. La stessa
-Commissione delle cause feudali, contro la quale hanno gridato tanto
-i Baroni, tagliava senza risparmio, e spesso anche con eccesso sul
-presente; ma era indulgentissima sul passato. Come e donde appianarsi
-i guasti immensi recati alle popolazioni dai vizj intrinseci del
-sistema feudale, dalla ragion de’ tempi, e dalla debolezza del Governo
-dei Vicerè per le prepotenze de’ Magnati? Oltre che come liquidarsi
-le somme suddette dopo esserne passati secoli interi? Ove trovarsi i
-documenti opportuni a poterne fare la liquidazione?
-
-Con queste vedute, dopo lunghe discussioni fu da me combinata una
-transazione, la quale, mentre fece scomparire tutti gli abusi, e tutte
-le usurpazioni della feudalità, portò anche una qualche riparazione
-de’ guasti passati che le circostanze poterono permettere. Nell’accordo
-combinato non furono compresi i due ultimi giudizj relativi alla difesa
-un tempo comunale, ed ai terreni del Monte della Pietà, per i quali non
-era il processo ancora pienamente istruito. Per gli altri capi fu la
-convenzione consegnata per giusti motivi in due fogli distinti. In uno
-di essi furono convenuti i seguenti articoli.
-
-I. Fu restituito alla Università il dritto dello _scannaggio_.
-
-II. Si obbligò il Duca di pagare la bonatenenza tanto per lo vasto
-fondo denominato _la Piantata_, quanto per gli animali d’industria che
-pascolavano nel demanio.
-
-III. Fu restituito alla Università il magazzino ritagliato quindici
-anni innanzi dalle pubbliche carceri. Rimasero compensate le pigioni
-dovute dal Duca colla spesa fatta per ridurre quel locale ad uso di
-magazzino.
-
-IV. Per li frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania, e
-de’ pesi e misure, e della gabella della giumella delle mandorle, per
-la bonatenenza non pagata fino all’epoca del catasto dell’anno 1752,
-e per ogni altra pretensione che riguardava il passato, rinunziò il
-Duca al preteso credito d’interessi arretrati nella somma di ducati
-25600, e si obbligò inoltre di pagare alla Università ducati cinquemila
-colla dilazione di venti anni, e corrispondere intanto l’interesse alla
-ragione del cinque per cento franchi di ogni ritenuta.
-
-V. Rispetto ai molini si ebbe per vero I. Che si erano questi edificati
-sul suolo ed accanto all’antica muraglia della città. II. Che la spesa
-delle nuove fabbriche occorse, delle macchine e degli animali alle
-stesse addetti si era fatta dalla Casa d’Andria. III. Che il dritto
-proibitivo di essi lo aveva costituito la Università nell’anno 1615
-per la propria utilità. IV. Che tal privativa era utile mantenerla per
-assicurare e facilitare la esazione della gabella della farina.
-
-Si convenne quindi che avesse il Duca continuato a ritenere tanto
-i molini che la privativa di essi come una privativa comunale, con
-pagare alla Università annui ducati trecento dal dì quattro Maggio
-1804 in avanti per terzo e senza veruna ritenuta. Si obbligò inoltre di
-mantenere i molini sempre in buono stato di servizio, senza potersi mai
-alterare la prestazione di grana sedici a tomolo per la macina.
-
-Li premessi articoli di convenzione furono applauditi ed approvati
-dalla Università col pubblico Parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Furono
-dopo ciò presentati al Tribunale della Regia Camera della Sommaria per
-ottenerne l’approvazione. Quel Tribunale gli omologò con suo decreto
-di _expedit_ del dì 24 Aprile 1805. Dopo ciò ne fu stipulato pubblico
-strumento nel dì 21 Agosto 1805 dal Notajo D. Antonio di Marino di
-Napoli.
-
-Nell’altro foglio fu premessa una dichiarazione che senza venirsi ad
-una formale definizione della qualità del demanio di Ruvo, si venivano
-a prendere i seguenti temperamenti.
-
-I. Si convenne che le così dette _parate_ delle murge fossero rimaste
-sullo stesso piede in cui si trovavano, senza che si avessero potuto
-giammai nè ampliare, nè restringere.
-
-II. Fu dichiarato che nella continenza di esse si trovavano molte
-possessioni e terre seminatorie de’ particolari e de’ Luoghi pii. Fu
-quindi permesso ai proprietarj di esse di formare, senza pagamento
-alcuno, una mezzana per uso degli animali addetti alla coltura
-della estensione non maggiore di quella che accordano le Istruzioni
-Doganali e l’uso di Puglia. La stessa facoltà fu accordata a tutti li
-proprietarj di masserie di semina site nello intero demanio di Ruvo.
-
-III. In compensamento del dritto che avesse potuto competere alla
-Università e cittadini di Ruvo sui luoghi inclusi nelle _parate_, si
-obbligò il Duca di pagare alla cassa comunale annui ducati mille e
-cinquecento dal mese di Maggio dell’anno 1805 in avanti. Si convenne
-che la somma suddetta non avesse potuto giammai nè diminuirsi, nè
-accrescersi per qualunque pretesto o causa, ancor che i prezzi degli
-erbaggi venissero ad elevarsi o ribassarsi, ed ove anche la Casa
-d’Andria venisse a dire di non aver trovato a locargli.
-
-IV. Rispetto alla fida de’ forestieri che la Casa d’Andria stava
-esercitando in tutto il demanio fu stabilito in primo luogo per regola
-generale che non avesse potuto esercitarsi altrimenti che dopo essersi
-provveduto prima al pascolo degli animali de’ cittadini. Rimase
-questa in secondo luogo assolutamente vietata ed inibita ne’ terreni
-_appatronati_ tanto seminatorj che incolti siti nel demanio[257].
-
-V. La stessa disposizione fu estesa anche ai terreni seminatori de’
-particolari e de’ Luoghi pii siti nella contrada delle murge, non
-eccettuati quelli inclusi nelle parate, i quali nel tempo estivo
-rimangono aperti[258].
-
-Li premessi articoli furono del pari applauditi ed approvati col
-precitato parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Quindi dopo esser stati
-omologati dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria, nel dì 24
-Aprile 1805, come innanzi si è detto, gli altri articoli contenuti
-nel primo foglio fu questo secondo foglio consegnato in un pubblico
-strumento del dì 2 Maggio del predetto anno stipulato dallo stesso
-Notajo D. Antonio di Marino di Napoli.
-
-Ma perchè cotesta seconda convenzione non fu presentata anche
-all’approvazione del Tribunale della Regia Camera della Sommaria come
-si era fatto per la prima? Eccolo. Si riflettè che la materia che
-ne formava l’oggetto era ogni dì alle mani dell’Avvocato fiscale del
-Tribunale suddetto. Nella narrativa inoltre della stessa convenzione
-non aveva potuto farsi a meno di parlarsi delle pretensioni del Regio
-Tavoliere e de’ suoi Locati sul demanio delle murge di Ruvo.
-
-Ove dunque si fosse ciò avvertito dall’Avvocato fiscale, forse e
-senza forse il Regio Tavoliere ed i Locati sarebbero stati messi in
-causa. Si sarebbe risvegliata di nuovo a tal modo un’annosa quistione
-che fortunatamente dormiva da moltissimi lustri, e sarebbe rimasta
-da cotesto incidente arrestata ed intorbidata una convenzione che
-ha recato alla città ed alla popolazione di Ruvo vantaggi immensi. E
-perchè ne sia di ciò ognuno persuaso, e chi non lo ha capito ancora lo
-capisca, ecco le vedute che me la suggerirono.
-
-Due erano le quistioni che si elevavano sul demanio delle murge. La
-prima se era questo un demanio feudale o comunale. La seconda se in
-ogni caso si potevano sostenere dalla Casa d’Andria le così dette
-_parate_, o siano le chiusure di una buona porzione dell’erba vernina
-di esso che vendeva a suo profitto.
-
-Per la prima quistione si sosteneva da me la qualità comunale di quel
-demanio con tutti quelli argomenti che potevano suggerirmi i miei
-deboli talenti. Ma, mi piace la verità, cotesti argomenti venivano
-in conflitto col fatto permanente e col possesso immemorabile che
-la Casa d’Andria allegava prendendo ragione dal contratto passato
-nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona, e Pirro del Balzo
-Duca di Venosa e Conte di Ruvo, di cui ho innanzi lungamente ragionato
-alla pagina 214 e 215. Le stesse _parate_ dell’erba vernina, comunque
-abusive, e ’l dritto di _fida_ esercitato dalla Casa d’Andria nella
-contrada delle murge costituivano anche una pruova di quel possesso
-antichissimo che la stessa allegava.
-
-Per tutti gli altri capi dedotti gl’interessanti documenti rinvenuti
-mi avevano fornito un materiale sufficiente per poter dimostrare o la
-usurpazione de’ dritti comunali o l’abuso della feudalità. Ma per le
-murge, malgrado le più estese ed accurate ricerche praticate, nulla mi
-si era presentato di positivo e di concludente. In tal posizione non mi
-mancava il tatto per calcolare che un possesso accreditato e garantito
-da una rimota antichità, riconosciuto anche dal Re Ferdinando I di
-Aragona, e non fiaccato da documenti solidi e robusti avrebbe potuto
-imporre ai Magistrati, ed avrei potuto per questo assunto rimaner
-succumbente.
-
-Quindi nella trattativa aperta per un accomodamento feci uso della
-destrezza e dell’arte. M’ingegnai principalmente di trarre partito
-dalla seconda quistione, ove vedeva dal mio canto una superiorità
-decisa. Data anche per vera la qualità feudale del demanio delle murge,
-giusta l’avversa posizione, non avrebbe potuto augurarsi giammai la
-Casa d’Andria di poter sostenere le _parate_ a dispetto delle antiche
-leggi che vietavano rigorosamente ai Baroni la chiusura di qualunque
-parte de’ demanj feudali in pregiudizio degli usi civici che spettavano
-alle popolazioni. Sull’apertura delle parate quindi vigorosamente da me
-s’insisteva; ma non era questo che un falso attacco che non era affatto
-mio proponimento spingerlo innanzi da senno e fino all’estremo.
-
-Vedeva bene che se la causa si fosse portata alla decisione, le
-parate si sarebbero aperte, e la Casa d’Andria avrebbe perduto
-il considerevole profitto di più migliaja di ducati l’anno che ne
-ritraeva. Ma l’apertura di esse sarebbe tornata a vantaggio de’ soli
-proprietarj di animali d’industrie che avrebbero avuto nelle murge un
-libero e largo pascolo. Il maggior numero però di cotesti Signori, sia
-per avarizia o melensaggine, sia per non disgustare la Casa d’Andria,
-niuna parte aveva voluto prendere a questa laudabile impresa. Non
-meritava quindi di coglierne il frutto e di sedere ad una lauta mensa
-preparata col risico e colla borsa altrui.
-
-Per altro lato le mie vedute erano dirette a rendere la convenzione
-profittevole principalmente alla cassa comunale, poichè era come lo
-sono tuttavia convinto che quando questa è nello stato di opulenza, il
-vantaggio che ne risulta viene a diffondersi sulla intera popolazione,
-il bene della quale mi era principalmente a cuore. Coll’avere
-quindi minacciate fortemente le parate che costituivano il punto più
-debole per la Casa d’Andria, obbligai li suoi Avvocati a rendersi
-meno esigenti nella quistione sulla qualità del demanio suddetto,
-nella quale, non senza un fondamento forse di ragione, si credevano
-più forti. La Casa d’Andria, per non perdere del tutto la rendita
-considerevole delle parate, fu obbligata a dividerla colla Università e
-dovè condiscendere per forza a darne alla stessa la rilevante somma di
-annui ducati mille e cinquecento.
-
-A questo scopo erano dirette le mie linee. Se la causa si fosse decisa
-_per tramites juris_ le parate sarebbero saltate per aria. Ma qual
-guadagno vi avrebbe fatto la cassa comunale? Coll’avere però obbligata
-la Casa d’Andria a dividere la rendita di esse, oltre il profitto che
-la Università vi ha fatto, è venuta anche ad acquistare per convenzione
-nella contrada delle murge quella ragione di _condominio_ che niuna
-sicurezza vi era che avesse potuto conseguirla per le vie giudiziali.
-
-Cotesto dritto l’ha messa in grado d’imporre su gli animali de’
-cittadini che vanno ivi ora a pascolare una tassa che ha preso il nome
-di _dritto civico_. Frutta questa alla cassa comunale annui ducati
-duemila, i quali uniti agli annui ducati mille e cinquecento convenuti
-per le parate formano la somma ben vistosa di annui ducati tremila e
-cinquecento che la Università viene ora a ritrarre da quelle murge che
-non poteva prima neppur guardarle da lontano.
-
-Ma se la nostra città non avesse a tal modo acquistato il condominio di
-quella contrada, e le parate fossero rimaste aperte al libero uso degli
-animali de’ cittadini per effetto di un decreto del Giudice, avrebbe
-potuto forse imporre la tassa suddetta? No certamente. Possono i Comuni
-aver questo dritto ne’ demanj proprj e fino ad un certo segno, non
-già negli antichi demanj feudali, ne’ quali ciascuno de’ cittadini era
-ammesso a pascolare coi suoi animali per dritto proprio.
-
-Il dritto che le novelle leggi hanno accordato ai Comuni rispetto ai
-demanj feudali è stato quello della _divisione_. E bene se non vi fosse
-stata la convenzione dell’anno 1805 e ’l demanio delle murge avesse
-dovuto dividersi tra il Barone e la Università, cosa a quest’ultima
-avrebbe potuto spettarne? Avrebbe potuto averne il quarto, o tutto al
-più il terzo, come fu deciso per lo Bosco di Ruvo dal fu dottissimo e
-rispettabile Consigliere D. Domenico Acclavio Commessario allora per la
-divisione de’ demanj di quella Provincia. L’erbaggio degli altri due
-terzi sarebbe rimasto di libera ed assoluta disposizione del Barone,
-senza che i cittadini vi avessero potuto vantare più alcun dritto.
-
-Or la predetta tassa di annui ducati duemila si è potuto imporla perchè
-per effetto della convenzione dell’anno 1805 gli animali de’ cittadini
-pascolano nell’inverno in que’ luoghi delle murge che sono fuori delle
-parate e nella està, quando quel pascolo è assai più interessante e più
-ricercato, nella intera continenza di esse. Ma se cotesto pascolo fosse
-rimasto ristretto al solo terzo di quel demanio, avrebbe potuto forse
-esser tollerabile una tassa di ducati duemila?
-
-Per altro lato se quel demanio si fosse diviso nel modo predetto
-tra il Barone e la Università, avrebbero potuto giammai le industrie
-armentizie de’ Ruvestini giugnere a quel grado di floridezza a cui si
-vedono ora portate? L’aumento di esse dall’anno 1805 finora si può in
-vero dir prodigioso, ed è questo dovuto unicamente alla convenzione
-dell’anno 1805 che ha messo a disposizione de’ cittadini il pascolo
-estivo interessantissimo e preziosissimo della intera contrada delle
-murge. Cosa si sarebbe fatto col solo terzo di essa? Come avrebbero
-potuto in esso moltiplicarsi tanti animali quanti ora se ne vedono nel
-territorio di Ruvo?
-
-Se dunque la convenzione dell’anno 1805 arricchì la Cassa comunale,
-accrebbe anche notabilmente l’agiatezza de’ particolari e l’abbondanza
-della città ove mancavano prima finanche le carni pe ’l macello.
-Valgano le premesse osservazioni perchè chiunque non è giunto ancora
-a penetrare nel fondo della cosa, possa intendere ciò che allora fu
-operato con pieno accorgimento, valutarlo, rispettarlo, ed esser
-persuaso che dalla osservanza di quella convenzione dipende la
-floridezza delle industrie armentizie Ruvestine.
-
-Passando ora al di più che fu con essa convenuto, e stabilito furono
-prese anche le misure opportune per le devastazioni seguite nel bosco,
-per le quali pendeva, come innanzi si è detto, un giudizio criminale
-nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Si obbligò dunque
-il Duca per dodici anni continui a non fare in esso entrare alcun
-forestiere nè a legnare nè a pascere l’erba estiva, onde sotto il
-pretesto del pascolo non si fossero tagliate e trasportate le legna. Si
-obbligò inoltre di adoperare tutti i mezzi per far di nuovo rimboscare
-i luoghi danneggiati.
-
-Per lo stesso oggetto si convenne anche che per un uguale periodo di
-tempo l’uso civico di legnare che competeva ai cittadini per effetto
-del giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 si fosse esercitato colla
-maggiore moderazione possibile, e limitato a que’ designati luoghi
-meno danneggiati che si sarebbero di accordo definiti. Furono prese
-le misure le più efficaci per la severa custodia del bosco e per
-la sorveglianza necessaria. Si stabilì che chiunque fosse stato
-colpevole della recisione di querce fruttifere sarebbe stato tradotto
-irremissibilmente innanzi al Tribunale per farlo condannare alla pena
-stabilita dalle leggi allora in vigore.
-
-Ecco come l’Amministrazione comunale di allora che pensava sanamente
-prendeva efficacemente a cuore la conservazione del Bosco. E ciò lo
-fece mentre la popolazione di Ruvo per le leggi di quel tempo non vi
-aveva che i semplici usi civici contraddetti anche dal Barone, e non
-già quel dritto di proprietà che ha sulla terza parte di esso ora
-acquistato per effetto delle novelle leggi, dritto il quale avrebbe
-dovuto destare un maggiore interesse della moderna Amministrazione
-comunale per la conservazione del bosco.
-
-Coi mezzi di sopra espressi osservati ed eseguiti a tutto rigore si
-andò il bosco suddetto a rimettere poco a poco in uno stato plausibile.
-Una buona porzione di esso è ora anche assai migliorata. Ho detto
-innanzi che non picciole quote del bosco son passate dalle mani de’
-censuarj Abruzzesi a quelle de’ Ruvestini ed altri ricchi proprietarj
-di quella Provincia. Contano essi non solo sull’erba, ma anche
-sulla ghianda, e molto più sulle legna che formano ivi un articolo
-interessante.
-
-Quindi per la porzione maggiore che spettò al Duca d’Andria nella
-divisione de’ demanj, si son valuti dell’articolo 58 della legge
-del Tavoliere del dì 13 Gennajo 1817, col quale è prescritta
-_l’affrancazione coattiva dell’erba estiva_ e di qualunque altro dritto
-a cui vanno soggetti i terreni del Tavoliere. Affrancata dunque la
-_statonica_, e ’l dritto di legnare rimasto al Duca d’Andria sulle
-porzioni suddette, le han fatte e le fanno diligentemente custodire, e
-si vedono quindi ben rimboscate.
-
-Non è però così per li carri trentatre risegati a favore del Comune
-nella divisione de’ demanj. Quella porzione del bosco suddetto si è
-menata e si sta menando alla distruzione totale. La Casa d’Andria prima
-dell’anno 1797 ne fece recidere i rami per far danaro. Ora si stanno
-tagliando anche i tronchi dalle radici senza che la cassa comunale
-ne tragga alcun profitto! Cotesto guasto doloroso che cade sotto i
-sensi di chiunque volesse prendersi il fastidio di verificarlo, si
-trova anche pienamente pruovato con un processo formato nell’anno
-1837 ad istanza del fu Sindaco D. Pietro Cotugno che nell’entrare
-nell’amministrazione volle porsi in cautela, onde i danni suddetti non
-fossero stati imputati alla sua poca vigilanza. Questo processo sta
-nella Intendenza di Bari, e quale n’è stato il risultamento?
-
-Quel bosco che dar potrebbe alla cassa comunale quella stessa rendita
-vistosa e sicura che sta dando la porzione maggiore di esso spettata al
-Duca d’Andria, cosa frutta alla stessa? Da un rapporto del dì 17 Aprile
-1838 diretto dal Sig. Intendente della Provincia a S. E. il Ministro
-dell’Interno, e dai conti del Cassiere comunale risulta che in un
-decennio dall’anno 1826 all’anno 1836 l’introito fu di ducati 2800.38,
-e l’esito per lo contributo fondiario, e ’l soldo de’ guardaboschi
-fu di ducati 2840. Bel negozio in vero! È questa a buon conto una
-proprietà che la moderna amministrazione comunale vuol ritenerla
-unicamente per farla finire di distruggere ed annientare!
-
-Per chi dunque mi battei nell’ardua quistione ch’ebbi a sostenere
-nel S. R. C. nell’anno 1798 per gli usi civici del bosco di Ruvo,
-se la vittoria allora riportata, in vece di accrescere i proventi
-della cassa comunale deve servire ad una distruttrice depredazione? È
-questo però un discorso troppo spiacevole, il quale esige un più largo
-sviluppamento, che non potendo aver luogo in un cenno istorico, lo
-riserbo ad altro mio lavoro.
-
-Terminati nel modo di sopra esposto tutti i giudizj dedotti nell’anno
-1797, vi rimasero soltanto quelli istituiti nell’anno 1804 per i
-terreni del Monte della Pietà e per l’antica difesa comunale. Questi
-due giudizj dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria passarono
-alla Commissione delle cause feudali istallata ne’ primi anni del
-decennio del Governo Militare. Per i terreni del Monte della Pietà
-vedendo il Duca che gli mancava qualunque documento per potergli
-ritenere, gli rilasciò volontariamente, e finì la lite.
-
-Per li carri ventotto della difesa vi fu larga discussione tanto
-sull’azione principale della nullità de’ contratti dal Duca allegati,
-quanto sulla dimanda subordinata della _reintegra_ in vigor della
-Prammatica XVIII _De administratione Universitatum_.
-
-La Commissione feudale voleva far presto. Per far presto più d’una
-volta arbitrava. Le piacque in questo rincontro di seguire il giudizio
-di Salomone. La difesa suddetta fu divisa in due parti uguali. Quella
-più vicina all’abitato fu data alla nostra città. L’altra rimase al
-Duca. La porzione attribuita alla città non rende meno di annui ducati
-mille e dugento, ma può rendere anche più.
-
-Con questo giudicato della Commissione feudale rimasero esauriti tutti
-i giudizj da me diretti. Lascio ora ai miei concittadini il confronto
-tra le operazioni dell’anno 1750, e quelle dell’anno 1797.
-
-
-
-
-CAPO XIV.
-
-_Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo
-XVIII in poi._
-
-
-Dopo aver parlato del risultamento de’ giudizj promossi contro la
-Casa Baronale, il quale benchè seguito in epoche diverse esigeva un
-prospetto continuato, do un passo indietro per ripigliare il filo degli
-avvenimenti li più importanti che hanno avuto luogo nella nostra città
-dalla fine del secolo XVIII in poi. Prima dell’epoca troppo infausta
-e memoranda dell’anno 1799 che pose a soqquadro tutto il Regno, ed ha
-lasciate delle piaghe che non hanno potuto ancora rimarginarsi, fu in
-Ruvo eseguita una operazione molto utile all’agricoltura.
-
-Vi sono in quella città diverse Confraternite e Monti addetti al
-sollievo de’ poveri, i quali secondo la Polizia di quel tempo erano
-sotto la tutela di quel Tribunale che portava il nome di _Tribunale
-Misto_, perchè composto di Magistrati in parte secolari ed in parte
-Ecclesiastici. Erano cotesti Corpi Morali molto ricchi di beni fondi e
-specialmente di vigne, le quali hanno bisogno di una cura e vigilanza
-particolare. Amministrate però coteste proprietà da persone le quali
-non potevano avere un interesse diretto al miglioramento di esse,
-dovevano per necessità andare in discapito, come avviene a tutte le
-proprietà fondiarie de’ Corpi Morali, le quali hanno proprietarj che
-non possono amministrarle da loro stessi.
-
-Si prese la saggia risoluzione di concedere li fondi suddetti in
-enfiteusi perpetua. Si volle a tal modo assicurare in primo luogo
-una rendita certa, la quale non avesse potuto mai discapitare sia
-per la poca fedeltà ed esattezza degli Amministratori, sia per la
-poca diligenza di essi. Si pensò anche a promuoverne con questo
-mezzo il miglioramento il quale oltre la pubblica utilità che veniva
-a risultarne, assicurava vie più la rendita de’ canoni enfiteutici
-che sarebbero andati a costituirsi. Fu la cosa in vero molto bene
-ideata tanto sotto i precitati rapporti, quanto sotto quello del
-maggior vantaggio che reca allo Stato la moltiplicazione de’ piccioli
-proprietarj.
-
-Fu di tale operazione incaricato un Uomo di legge nostro concittadino
-dotato di bei talenti e cognizioni, di somma probità, e di un impegno
-sempre deciso pe ’l bene pubblico. Fu questi il Signor Commendatore D.
-Antonio Sancio, il quale dopo avere occupate altre luminose cariche
-sostenute con somma laude e rettitudine, è oggi Intendente della
-Provincia di Napoli e mio rispettabile amico[259]. La menò egli ad
-effetto col massimo zelo, e ’l risultamento è stato brillantissimo,
-poichè que’ fondi i quali erano condannati all’abbandono, si videro in
-pochi anni risorti ad uno stato floridissimo. Fu questo il primo passo
-che ivi si diè a quel progresso dell’agricoltura, ch’è andato dappoi
-sempre più innanzi in un modo meraviglioso.
-
-Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale
-dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato della
-nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel fervore i
-giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed impegnate
-al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa del Governo
-Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre dai miei
-consigli e dalla mia direzione.
-
-Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese
-era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale _Championnet_
-dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa.
-Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei
-opportuno tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e
-raccomandargli fortemente che avesse badato bene a prendere le misure
-le più efficaci per prevenire qualunque disordine e mantenere la
-pubblica tranquillità. Gl’inculcai principalmente e con calore che
-non avesse permessa affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner
-le cose nello stesso piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento
-naturale e regolare degli avvenimenti.
-
-Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi
-sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o
-soverchiamente calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita
-piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799
-propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili
-discordie, delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche
-tra quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse.
-
-Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte
-impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’
-disordini che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta
-per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per
-se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera
-vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città
-uno degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori
-dell’abitato, il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio.
-
-Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, i
-quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito
-a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo
-volgarmente detto _Ciriaco_. Qualche giorno dopo la piantazione
-dell’albero si era costui recato nella città di Trani sia per le sue
-faccende, sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno
-da Trani divulgò la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati
-gl’Inglesi, i quali cannoneggiavano e bombardavano quelle città che
-avevano piantato l’albero.
-
-Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle cose
-che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, _facili civitate ad
-accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt_[260]. Spaventato il
-basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe Inglesi
-ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a furia
-a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per nulla
-cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che siegue:
-_Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero potuto
-porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola che portiamo
-noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era lo stesso
-piantato dalle parrucche e non già dal Popolo._
-
-Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che
-questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa
-del popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal
-timore. Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per
-poter dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento,
-traviarono il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non
-fu quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e
-Giudice[261], il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene.
-Non costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire,
-durante lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui
-si erano macchiati altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto
-a stentare per salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della
-esazione delle contribuzioni che si pagavano allo Stato. Niuna parte
-costui aveva avuta alla piantazione dell albero, e non era fatto per
-qualunque opinione politica. Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole
-uffizio volevano gli anarchisti bruciarlo vivo.
-
-Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava
-molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città
-insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini
-comandata dal Generale _Duhems_. La mia patria mi era cara, come cari
-anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle
-allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano
-le città che davano loro la occasione di adoperar la forza.
-
-Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il giovane
-emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato in
-esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava
-a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati
-di una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello
-sbandato esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi,
-e delle altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico
-de’ Ruvestini, e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse
-contro la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte
-tuttavia pendenti come innanzi ho detto.
-
-Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la
-mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi
-fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi per
-rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal
-modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato
-fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero
-potuto essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si
-stava. Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col
-fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento
-de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di
-straordinario coraggio, e che si era molto distinto nella infelice
-campagna dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane
-Ruvestino che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti.
-
-Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo
-bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi di
-là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città,
-e delle disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa
-che la formavano il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad
-assicurarmi ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati
-da un sommovimento popolare non preveduto. Erano però intolleranti
-di stare sotto il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti
-e bestiali, poichè si sa che il Popolaccio _aut viliter servit,
-aut superbe imperat_. Erano quindi dispostissimi ad una vigorosa
-risoluzione che avesse rimesse le cose di nuovo nel loro antico stato
-regolare.
-
-Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per via
-di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio
-e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare
-nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno
-e l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo
-combinato e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre
-persone armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti
-chetamente la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti
-entrammo in essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l
-solito lavoro della campagna.
-
-La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile
-della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero
-suonate le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi
-rivoltuosi nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città
-il popolo sparso per la campagna. Si trattava di un colpo di mano
-abbastanza rischioso. Vi bisognava tutta la celerità per non farsi
-sorprendere da una moltitudine male avvezza ed abituata da trenta
-giorni e più a comandare e far da padrona, poichè _Nec cunctatione opus
-ubi periculosior sit quies, quam temeritas_[262].
-
-In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte e
-numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti
-e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti
-costoro vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle
-armi e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò
-subito la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza
-perdere di veduta qualche altro sito importante della città.
-
-Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto
-esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il
-lasciare questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione
-alcuna, altrettanto sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della
-città per lo mantenimento del buon ordine, al che era conducente
-una forza regolare e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi
-i migliori de’ soldati suddetti ed unirgli alla Guardia civica
-pagandosi a ciascuno di essi carlini tre al giorno. E poichè mancavano
-i fondi per pagarsi loro i soldi dalla cassa comunale, si supplì
-con una soscrizione volontaria di tutti i possidenti. Questa misura
-fu utilissima, poichè i soldati suddetti si prestarono con fedeltà
-zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. A misura che dopo
-il vespro si andò ritirando il Popolo dalla campagna nella città
-rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo ordine di cose che
-trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica Piazza i
-Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì le legittime
-Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi rispettare ed
-ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere docile e
-non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche abitudini.
-Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali era
-dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal umore fu
-inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione o
-di buona voglia o colla forza.
-
-Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della
-giustizia senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna,
-nè buon ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa
-dell’anarchia. Si trovava allora quella Provincia abbandonata a
-se stessa e senza le Autorità superiori alle quali avesse potuto
-ricorrersi per farlo supplire. Il Capo Politico di essa o sia
-il Preside che risedeva a Trani, ed i Magistrati di quella Regia
-Udienza Provinciale di cui il Preside era anche il Capo, erano stati
-sparpagliati dalla feroce e sanguinaria anarchia suscitata in quella
-città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora numerosissima. Se ne
-tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo.
-
-Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro
-Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a
-quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza
-accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti
-colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la
-ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si
-parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che
-correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del
-Regio Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da
-Ruvo.
-
-Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione
-quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre
-non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie
-insinuazioni, perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il
-bene della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con
-avere impreso a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa
-d’Andria che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in
-quella piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo
-nella pubblica Piazza.
-
-Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era
-vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal
-Governo un _Luogotenente_ che n’esercitava interinamente le funzioni.
-Questo posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto
-Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi
-dal solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali
-che le Regie avevano in quel tempo i loro _Mastrodatti_ detti oggi
-Cancellieri. Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era
-e dimandò che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò
-regolare, ma bisognò contentarlo, poichè in certi casi _lex est legem
-non servare_.
-
-Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui
-era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde
-prevenirsi qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre
-avevano preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato.
-Erano queste nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni
-dì disordini rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi
-dal Sindaco a tutte le città vicine che la nostra città era in buona
-corrispondenza ed amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi
-si sarebbero portati per causa di commercio o per altre loro faccende
-sarebbero stati bene ed amichevolmente accolti secondo il solito.
-
-Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate
-le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile tra gli
-uffizj municipali vi era anche quello del _Camerlengo_. Conservava
-questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano
-ogni sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto
-uscire al lavoro della campagna[263]. Provvedeva anche il Camerlengo
-una Guardia urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi.
-Si aumentava questa di numero quando le vicine campagne erano infestate
-da qualche forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla
-stessa chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città
-non sono mai mancati. Ottima istituzione!
-
-Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della
-città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e
-davano in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il
-mantenimento che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze
-del tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo
-possibile que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di
-nuovo la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le
-pattuglie notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro
-porte se ne tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e
-la Porta di Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di
-Guardia civica. Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche
-abbattute, si tenevano chiuse.
-
-Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia
-di giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva
-intenzione o facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora
-e si giustifichi la mania di distruggere le antiche mura e le porte
-delle città! Le sue forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per
-tralasciare i fatti più antichi, salvarono la ricca città di Bari dal
-saccheggiamento tentato più volte, e sempre in vano, dalle numerose
-torme armate de’ così detti suoi casali. Tenga Dio sempre lontano il
-flagello delle rivoluzioni. Ma non siamo stati noi forse testimonj
-di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima pace e perfetta
-tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini, _Præteritæ quippe
-res optima gerendarum rerum documenta sunt_[264].
-
-Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello
-avvenne disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti
-sotto le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e
-caddero con essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul
-luogo e trovai molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro.
-Niuno però osava muoversi a soccorrergli per la giusta tema che
-la rimanente muraglia gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi
-quegl’infelici infallibilmente periti. Avendo veduto che per
-incoraggiare gli astanti erano inutili le parole e le persuasive, mi
-spinsi innanzi di botto e montando sull’alto della breccia della caduta
-muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar le pietre che cuoprivano
-li cinque disgraziati muratori.
-
-Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone.
-In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono
-tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti.
-Fortunatamente si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi
-meno dalle contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli
-diligentemente medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo,
-e si ristabilirono tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che
-il discorso più eloquente che si può tenere al popolo è il proprio
-esempio.
-
-In questo stato erano le cose della nostra città allora quando
-terminati gli affari della Capitanata la colonna delle truppe
-Francesi spedita nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General
-_Broussier_ succeduto nel comando di essa al General _Duhems_ fissò
-il suo quartier generale a Barletta, perchè le due prime città della
-stessa a sei miglia ciascuna di distanza da Barletta, cioè Andria e
-Trani erano in armi preparate a far resistenza ai Francesi. Era anche
-con lui il Conte di Ruvo Ettore Carafa colla sua nascente legione,
-circostanza la quale lo rendeva potentissimo. Non posso che compiangere
-la sua sorte infelice, ma debbo rendere omaggio alla santa verità. Non
-solo ei non mostrò alcun risentimento coi Ruvestini; ma gli trattò anzi
-con benevolenza e cortesia. Con vera nobiltà di pensare non mischiò
-punto nelle cose pubbliche il privato interesse o risentimento.
-
-Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di
-Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai
-Francesi la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era
-stato anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna
-scusa il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro
-Regno pubblicata dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che
-non era Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato
-tanto de’ fatti avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di
-Bari, senz’avergli conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene
-prima con esattezza da quelle persone che gli conoscevano.
-
-Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi
-che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi
-e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune
-centinaja di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono
-per rinforzarla. Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che
-ne sarebbero da ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare
-quella città fino ad esporre la propria vita. Sono stato assicurato da
-persone ch’erano presso di lui e dagli Andriesi istessi che si portò
-fin anche solo a cavallo fin sotto le mura di Andria per parlare a
-quelli abitanti, e ne fu corrisposto a colpi di fucilate tirate sia
-dai cittadini istessi, sia dagli ospiti _casalini_ ivi sopraggiunti, i
-quali niuno interesse avevano alla salvezza di quella città.
-
-Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe
-potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e
-decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente
-esposto di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse
-stato riscaldato dall’amore della sua patria, e da un desiderio di
-salvarla così potente che non gli fece punto calcolare il pericolo
-della sua mossa[265]. Lo confermano ciò vie più i fatti che
-sussieguono.
-
-Il Generale _Broussier_ si recò di persona ad attaccare la città di
-Andria; ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto
-poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta
-circondata dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje,
-ma troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale
-suddetto da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in
-faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito
-dagli Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono
-a suonare a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si
-distribuì dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già
-dette.
-
-Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti
-levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi
-di attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte
-ch’erano chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole
-muraglia a colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa
-all’assalto. Ma il Generale suddetto, mentre le porte erano serrate,
-e non aveva pensato neppure a far preparare e condurre seco le scale
-da Barletta per potersi assaltare le muraglie, contro tutte le regole
-dell’arte della guerra fece avanzar la truppa in colonna contro la
-porta principale della città detta _porta del castello_ che mena a
-Trani.
-
-Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato
-alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da un
-abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che
-si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda
-scarica a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla
-testa della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a
-tiro di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della
-città. Cominciò allora un fuoco terribile colle continue scariche
-che partivano dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due
-ore con gran disuguaglianza. Non tutti gli aggressori avevano potuto
-avere la opportunità di prender posto dietro sicuri ripari. Non
-pochi di essi erano rimasti esposti a petto scoverto alle fucilate,
-mentre gli aggrediti appostati dietro la muraglia non potevano essere
-offesi in verun modo dal fuoco perfettamente inutile della fucileria
-Francese. Durò cotesto cattivo giuoco fino a che li Guastatori
-Francesi appressatisi sotto una grandine di palle alla già detta porta
-principale della città riuscirono a romperla non senza molto stento a
-colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa.
-
-L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi
-soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non
-solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di senso
-comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò una
-viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile contro
-una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona già di
-tutti i mezzi di distruzione[266].
-
-In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò
-finanche ginocchioni innanzi al General _Broussier_ per potere salvare
-la città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui
-inesorabile, perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente
-causata per altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe
-inoltre che il Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse
-contro di lui un rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale
-suddetto fu richiamato dal comando delle truppe spedite nelle Puglie.
-
-Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia
-posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci
-rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò che
-da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne di
-fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi, e
-dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci
-dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere
-imputabile che l’incendio della sua patria.
-
-Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella
-città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie
-circostanze che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender
-piede per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia.
-Il massimo numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di
-essi rifuggirono sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e
-grandioso Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa
-per la città[267]: secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee,
-che in essa vi sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo
-I pag. 26.
-
-Gli effetti li più preziosi de’ cittadini furono salvati coll’esser
-stati nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle
-campagne ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi
-possidenti che avevano preveduto quel disastro che venne la detta
-città a soffrire. D’altronde il saccheggiamento degli altri effetti
-meno preziosi rimasti nelle case non durò che poche ore. Le premurose
-insistenze del Conte di Ruvo, che riscuoteva dai Francesi tutto il
-riguardo per la sua illustre condizione pe’ suoi talenti e pe ’l
-suo sommo coraggio, fecero sì che il General _Broussier_ il giorno
-istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta. Il che diè anche
-l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli ed occuparsi di
-proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale fece perciò
-pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal furore de’
-soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne riferito,
-della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco i
-detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage che
-susseguì alla presa della città.
-
-Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata
-dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra
-che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in
-buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti
-di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi
-questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la
-custodia di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando
-mancano gli uomini che possano sostenergli?
-
-Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di
-Andria posero il General _Broussier_ in molta prevenzione, e lo resero
-più cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole
-dell’arte della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro
-pezzi di grossa artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro
-la porta della città che guarda l’occidente sulla strada di Barletta.
-Contro l’altra porta che guarda l’oriente detta la _porta di Bisceglia_
-furono situati gli obizzi che lanciavano nella città qualche granata
-per dar terrore, giacchè non avevano i Francesi larga provvisione di
-questi projettili.
-
-Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la
-stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione.
-Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico
-castello. Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata
-alla città, sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del
-castello. Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per
-bucare le case adiacenti alla porta contro la quale era piantata.
-
-Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria
-della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e
-meridionale della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul
-mare, e ’l lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco
-il castello. Si era appostata dietro le case che stavano fuori della
-città, e dietro i parieti de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo
-tiro di fucile. Mentre a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della
-Piazza, incomodava moltissimo coloro che la difendevano colle continue
-scariche di fucileria. Teneva inoltre pronte le scale trasportate
-da Barletta a bella posta per poter montare all’assalto quando fosse
-giunto il momento opportuno.
-
-In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che
-sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi
-fosse stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito
-che gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo
-tiro di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere
-davano un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che
-formava il massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non
-assuefatta a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al
-terzo giorno dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale
-alla crudeltà, ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più
-illustri cittadini. Tutti i marinari fuggirono al porto, ove tenevano
-maliziosamente pronte le barche per poter prendere il largo, e lasciare
-al macello i loro compagni d’armi.
-
-La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari,
-ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente
-l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di
-continuare la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata
-e coraggiosa. Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti
-vedendo cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente,
-dubitarono da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi
-a loro danno per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle
-muraglie. Essendosi però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero
-ne’ fossati, si appressarono alle stesse, appoggiarono le scale, ed
-entrarono nella città a loro bell’agio, senza quella resistenza che si
-è spacciata da chi ha scritto non bene informato delle cose, e senza
-che cotesta tranquillissima scalata fosse costata la perdita di un solo
-uomo.
-
-Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura de’
-marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la
-via del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate,
-le quali si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire
-che fossero essi scappati sui loro piccioli navigli detti _paranze_.
-Il vento però gli favorì e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere
-il largo colle loro famiglie, e col meglio che poterono trasportarsi.
-Molti però di essi avendo avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati
-in luoghi non lontani da Trani, furono colti dai Francesi ch’erano
-padroni del litorale e moschettati a centinaja come vili conigli.
-Quella strage rese in Trani per lunghi anni meno numerosa la gente di
-mare.
-
-Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria
-e della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la
-Piazza con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura
-nulla avevano sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho
-parlato[268]. Quando anche non fosse stato possibile continuarsi la
-resistenza, si avrebbe potuto ottenere facilmente una vantaggiosa
-capitolazione. I Francesi entrati nel Regno nell’anno 1799 non erano
-molti. Non volevano quindi perder gente, e non s’impegnavano a superar
-colla forza e collo spargimento del sangue ciò che potevano combinare
-colle trattative. Se i detti marinari quindi avessero tenuto fermo
-il piede e non fossero vilmente fuggiti, non sarebbero certamente i
-Francesi entrati in Trani colle armi alla mano.
-
-Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento
-che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, la
-quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì dai
-Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da un
-vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse
-in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo
-Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo
-spietato e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva
-guardarsi quella infelice città senza versar lagrime di amarezza.
-
-In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere
-accolte molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città.
-Molte altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di
-danaro di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il
-massimo bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri
-dalla nostra città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli
-fiamme ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale
-era a vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si
-erano cooperati a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro.
-
-Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo
-tranquillamente quel cangiamento di Governo che le circostanze del
-tempo e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un
-tal cangiamento però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci
-sofferti nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno.
-Quelli che stavano nella nostra Provincia essendo stati per tal causa
-richiamati frettolosamente in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad
-una contribuzione di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu
-questo per altro il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto.
-Caduto ben presto il Governo Repubblicano istallato dai Francesi,
-si ritornò sotto la dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con
-perfetta calma e tranquillità, e senza il minimo disordine. Abituato
-di nuovo il Popolo Ruvestino al buon ordine ed ammaestrato anche
-dagli avvenimenti precorsi, serbò quel contegno laudabile ch’era a
-desiderarsi.
-
-Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte,
-si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria e
-ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente parlato
-nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale
-si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione
-delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste
-formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e rese
-impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo
-sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra
-slogate o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo
-inconveniente qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più
-luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di
-tutti gli abitanti.
-
-La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva permesso
-per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un punto
-che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco
-Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico
-parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini
-in esso intervenuti. _Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima
-salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza
-di altre Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e
-delizioso lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo
-la sventura che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla
-succidezza enorme delle strade della città di estate e d’inverno
-per le acque che ristagnano in varie lagune. Quindi si corrompono e
-putrefanno, ristagno che deriva dalla cattiva struttura delle selciate.
-Da questa cagione reale ed effettiva ne avvengono le malattie non meno
-nella stagione di està e di autunno, che quasi di continuo in tutto
-il corso dell’anno, e ad evidenza si scorge che dopo minuta pioggia,
-spirando i venti australi ed umidi, si rende l’aere talmente infetto
-dal lezzo ch’esala dal mezzo delle strade ove tali acque putride
-ristagnano, che non vi ha persona la quale non va afflitta da dolori
-nella vita, conseguenza vera della respirata aria mal sana, e quindi
-non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera._
-
-Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti
-per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un novello
-carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e lo
-scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne
-avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto
-da me proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella
-Scienza idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva
-una spesa fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le
-selciate della città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a
-lungo e sarebbe forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento
-d’introito che la cassa comunale venne ad avere colla transazione
-dell’anno 1805 e coll’essersi indi guadagnata anche la causa della
-difesa, accelerò cotesto segnalato beneficio che quella Popolazione lo
-deve al zelo ed al disinteresse di que’ pochi, ma bravi cittadini che
-presero a petto loro la difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto
-vantaggio.
-
-Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate
-di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per lo
-futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia
-ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro, non
-hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove strade interne
-formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle ruote delle
-vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città e batte
-di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa quantità
-de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte le
-altre cose che bisognano all’uso della vita.
-
-Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una linea
-di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una maggior
-resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio di
-Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di _pietra livida_
-dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle strade
-Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa in
-durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette _basoli_, delle quali
-sono lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella
-contrada di _S. Lucia_. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il
-_Parco del Conte_ ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare
-quanta ne avesse voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito.
-
-Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna per
-trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data
-la celebre battaglia navale di _Trafalgar_ nella quale perderono la
-vita tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese _Nelson_, quanto
-quello della Squadra Spagnuola _Gravina_ ch’era Siciliano ed anche
-valentissimo uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si
-trovava compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di
-accelerare il mio ritorno in Napoli.
-
-Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò molto
-e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era in
-marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi e dai
-Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire dalla
-forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione
-di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si era
-quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi tempo in
-mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una carrozza, e
-’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio, onde attendere
-ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa mossa perchè
-calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per me in mezzo
-ad una popolazione buona, ed a me attaccata.
-
-Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del Re
-aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto
-nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato
-è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia della
-partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora
-il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la
-permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia
-suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire
-qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati istessi
-del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere un
-sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più attivi e
-zelanti nell’organizzarla.
-
-Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe stato
-neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta
-tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato
-neppure un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a
-quella commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di
-Governo, non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi
-quello per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il
-nuovo Governo, e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso
-dell’armata Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare
-l’esercizio dell’Avvocheria.
-
-Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per
-effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre
-Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini,
-e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui ho
-parlato innanzi nel Capo VI[269]. Il primo di essi dal nuovo Governo
-fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè coi
-nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di
-Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora
-ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in
-Ruvo.
-
-Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica Chiesa
-fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto
-per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli Agenti
-Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo
-Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione
-municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva dai membri
-di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio
-serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo stabilita
-in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite di
-detta città sotto il titolo di _S. Maria della Purificazione_ ebbe il
-permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita,
-a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi
-incaricata di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era
-conveniente.
-
-Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano _Monti_
-destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri.
-Coteste Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità
-de’ nostri antenati, davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere
-la misera gente, specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le
-copiose nevi impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col
-lavoro della campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte
-tanto in Napoli che nelle Provincie le _Commissioni di Pubblica
-Beneficenza_. Lo scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me
-pare, è stato quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie
-disposizioni di questa natura in una sola massa, e disporre di esse in
-quel modo che si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della
-Provincia, non già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove
-tali pie fondazioni si trovano ordinate.
-
-Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto
-l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione
-che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti.
-Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo
-che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi
-che alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non
-sarò mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di
-designate persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere
-invertite a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione
-ed estranee alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi
-convinto di valere ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro,
-i quali sulla roba che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi
-avevano pieno dritto di disporre di essa a favore di quelle persone o
-di quella classe di persone ch’erano loro più predilette.
-
-Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve peso,
-si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli.
-Dimando se cotesta _Pubblica Beneficenza_ è valuta per la nostra città
-quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri
-antenati? Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali
-potrebbero forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla
-Storia. Non posso però tradire la mia piena convinzione che i poveri
-della mia patria ne hanno riportato da cotesto novello ordine di cose
-un positivo discapito. È ciò inevitabile quando alla legge imposta
-dai fondatori di coteste pie istituzioni vien sostituito l’arbitrio
-di coloro che ne prendono ingerenza. Li poveri di Ruvo certamente
-anderebbero assai male se nelle loro maggiori urgenze non fossero
-soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj spesse volte
-suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della necessità, poichè
-la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi il calcolo vero,
-ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla considerazione
-del Governo.
-
-Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle
-delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ _bruchi_. In
-conseguenza anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi
-per essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di
-agosto dell’anno suddetto, e devastato fino all’anno 1813.
-
-Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera.
-Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa
-l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle
-già dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni
-saldi specialmente delle murge, si univano e marciavano in colonne ben
-compatte di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi
-per i quali passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati
-di qualunque specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano
-seminati, gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si
-fosse adoperata la falce.
-
-Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi,
-senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino
-incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche
-un edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e
-si gittavano indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno,
-s’immergevano in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano
-questi di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una
-colonna di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione,
-qual resistenza se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo
-nel mezzo di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato
-dal movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la
-formavano.
-
-Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure
-che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la
-forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli
-moscherini divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a
-formare oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la
-campagna, ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti
-divorando le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e
-rodendo non solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi.
-
-La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. Ne
-rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni.
-Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener
-chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si
-cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini.
-
-Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni
-afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria,
-e comprometteva finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli
-espedienti escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi
-furono anche diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di
-quel tempo tanto relativamente alle operazioni da farsi per conseguire
-quest’oggetto, quanto per la esazione e ripartizione tra i proprietarj
-de’ fondi rustici della spesa non lieve che queste esigevano. Era però
-la cosa per se stessa assai malagevole.
-
-Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi
-coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane
-per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano
-messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una
-quantità ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo
-alle masse immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini
-che sarebbe convenuto distruggere. Mancavano le braccia sufficienti
-all’uopo. Mancava anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima
-che si fossero resi alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna.
-
-Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano
-sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe,
-e distruggendole prima della _fetazione_. Con tal misura generalmente
-presa si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo.
-Ma non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita
-all’attenzione di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello
-che tenga Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato
-per anni ed anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse
-concorsa a liberarcene.
-
-Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano messe
-già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano le uova
-perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di libeccio che
-le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si osservò che
-i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi che non
-si potevano mangiare.
-
-Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città
-perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me
-non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui
-era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi
-aveva assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era
-conducente al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni
-richiesto. Ciò che fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso
-il Vescovado di Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre
-la mia attenzione un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che
-doveva mandarsi in esecuzione.
-
-Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare
-la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo non si
-estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto
-a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è stato
-mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei
-inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario.
-Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario di
-Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani Ruvestini
-avviati al Chericato.
-
-Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione de’
-Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi
-buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran
-penuria. Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi
-in ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione
-delle rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a
-tal modo per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj
-fondati con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non
-è facile averne quanti se ne vogliono.
-
-Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del
-precitato articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima
-per la nostra città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo
-stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che
-sarebbe stato ciò conducente alla istruzione non solo de’ Cherici,
-ma anche di tutta la Gioventù Ruvestina. Che la nostra città
-produceva talenti elevatissimi, i quali si perdevano per la mancanza
-delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto a fare molto guadagno
-se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate da Uomini
-rispettabili e versati nella istituzione ed educazione della Gioventù.
-
-La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta anche
-con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu quindi
-determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa de’
-soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo,
-sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti
-ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al
-Re l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato
-mi scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me
-eseguito, non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le
-circostanze che passo ad esporre.
-
-Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte
-del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora
-di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte
-della Corte di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio
-allora Apostolico, ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica
-rassegnata al Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo
-gustò molto bene il progetto con essa proposto. Il secondo però si
-atteneva strettamente alla lettera del Concordato, e voleva in ogni
-conto in Ruvo un Seminario. Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a
-cui rimase fermamente attaccato.
-
-Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre persuaso
-che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun altro
-poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che sarebbe
-stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno
-positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor
-Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto che la
-nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di proprio
-pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare il suo
-consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita una Casa
-de’ PP. delle Scuole Pie.
-
-Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era partita
-da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi.
-Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie nella città
-di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre 1819, ed
-indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820 relativo allo
-stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali Dominj al
-di qua del Faro.
-
-Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato
-di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento
-del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della
-Casa suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai
-stitichezza nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere
-per la esecuzione del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di
-Ruvo non voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento
-che si ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili.
-Valeva però ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta,
-perchè con annui ducati novecento non avrebbe potuto certamente
-sussistere una comunità di tal fatta.
-
-Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche questo
-articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj presso
-Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni, che gli
-avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga il vero
-ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante. Lo
-pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi che dalle
-sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra così santa.
-Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi giorni venne
-tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820 la Casa de’ PP.
-delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo conveniente,
-ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati essendo
-stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza, ed
-accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche un
-notabile aumento di rendita.
-
-Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig.
-Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole
-menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo
-di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare
-con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima
-alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai rapporti
-fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò fino
-all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a far
-restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani
-ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi.
-
-Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza
-il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina nelle
-Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi inteso
-con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace de’
-buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi
-neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!!
-Miserabili! A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno
-ricevuto? I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro
-figliuoli sono maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini.
-
-Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un altro
-articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi a
-carico di quel Comune nello stato discusso, o sia _budjet_, vi è quello
-di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali.
-Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due
-tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi
-frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto
-orribili che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili
-senza grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè
-a cavallo, nè a piedi.
-
-Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi avevano
-versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle strade
-Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro comodo!
-Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna, la
-quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato Ruvo Terlizzi
-e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte relative allo stesso
-si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle tignuole.
-
-Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche di
-quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi
-che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia
-fossero cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque
-lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state
-incomodate dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le
-consideravano altrimenti che come contribuenti per servire al loro
-comodo, ed alla loro delizia!
-
-Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo a
-due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore
-discapito. Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo
-che vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi
-recato di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un
-discorso positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu
-Sig. Conte di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto,
-uomo di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di
-rettissime intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente
-informato di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente
-penetrato.
-
-Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza
-ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa a
-Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano
-cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada
-tra Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date
-feci assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse
-messa mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada
-che ha rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne
-ha da ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso
-che ora vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua
-ricchezza. Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento
-de’ prodotti del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla
-marina per imbarcarsi, il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il
-passaggio inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo
-porta sempre un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora
-in fine moltiplicate in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava
-prima una strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella
-civiltà.
-
-Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova strada
-veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato
-a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta
-il nome di _Bel luogo_, la quale era una delle cinque contrade che
-formavano l’antico Demanio della città. _Respondent rebus nomina
-sæpe suis._ È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro
-Ruvestino, il quale prima della formazione della novella strada era
-poco conosciuto dagli stessi abitanti della nostra città. È questo
-elevatissimo, ed ha sottoposta una ben larga e spaziosa vallata coverta
-di piantazioni e di praterie, la quale termina alla marina, e diletta
-sommamente lo sguardo. Domina inoltre tutte le belle città messe sul
-litorale dell’Adriatico da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che
-il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato
-al pascolo delle bestie, si vede ora coverto di belle e ridenti
-piantazioni e casine di campagna che ne hanno accresciuto infinitamente
-il valore non meno che la vaghezza.
-
-Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando per
-le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si
-compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di
-_Bel luogo_ rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che
-questo gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio
-comtemplarlo. Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina
-a cavallo che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro
-territorio, volle essere informato del nome di quel sito incantevole,
-e de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a
-vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e
-traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva,
-ed esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì
-qualunque lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena
-soddisfazione.
-
-Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza
-che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima
-tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità fino
-a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata alle
-Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono in
-quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati. Non vi
-fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito, o che
-vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza.
-
-Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed aveano
-procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole
-e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le
-loro famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa
-considerazione avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu
-aperta tra essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne
-a formarsi un fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati
-congedati, ed ammogliati che partivano per l’esercito, durante il
-tempo che sarebbero rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che
-onora molto la umanità, ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che
-vi concorsero, e merita un luogo nella Storia, prese anche parte il
-Capitolo di Ruvo.
-
-Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820. Ne’
-terreni _appatronati_ seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era
-l’antica consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a
-pascere indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto
-dritto confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di
-Guerrera dell’anno 1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’
-parchi, e delle mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto
-_Atque in eis libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam
-dictæ civitatis_.
-
-Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli
-abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano
-nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli
-abusi Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati
-Abruzzesi colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il
-Demanio al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a
-valere moltissimo. Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla
-libertà è ordinariamente accompagnato da disordini e da inconvenienti.
-
-Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata
-fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed
-insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi
-Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato,
-ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole,
-ma numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’
-beccaj. Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le
-riserbe di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente
-colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi
-inevitabile venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne
-seguivano erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa
-di peggio.
-
-Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese
-altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità
-delle buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario
-allo Stato. E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi
-Pii censiti per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e
-1817, avevano anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del
-Tavoliere, e stavano corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni
-suddetti i canoni convenuti coll’aumento del decimo stabilito a favore
-de’ Pii Luoghi colla Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni
-del frutto naturale dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata
-gratuitamente e senza pagamento alcuno dagli animali di cotesti
-specolatori ai quali nulla la stessa costava!
-
-Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese
-indispensabile far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale
-permette la chiusura de’ terreni _appatronati_ demaniali ed aperti
-soggetti alla precitata consuetudine del pascolo civico. È risaputo
-che coll’articolo XLVII di essa è tal chiusura permessa senza
-pagamento alcuno se la consuetudine suddetta provviene da un dritto di
-_compascuo_. Coll’articolo XLVIII poi è prescritto che ove la stessa
-provvenga da una _riserva_ fattasi dal Comune sui terreni demaniali
-aperti occupati dalla coltura, n’è permessa anche la chiusura col
-pagarsi però alla Cassa comunale un censo a titolo di _affrancazione_.
-
-Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per
-più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione.
-L’Amministrazione comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva
-però altrimenti permetterla che per la via dell’_affrancazione_ ai
-termini del precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al
-contrario qualificando la già detta consuetudine per un dritto di
-_compascuo_ volevano la chiusura de’ loro terreni senza pagamento
-alcuno ai termini dell’articolo XLVII.
-
-Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto
-che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di
-questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo
-sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio
-animo disposto a contenderle il precitato dritto di _affrancazione_.
-D’altronde non era persuaso tampoco di quel _compascuo_ che con
-soverchia chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i
-Proprietarj di masserie dissidenti.
-
-Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto di
-compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita
-tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella
-specie di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro;
-ma bensì di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su
-tutti i fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque
-cittadino di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio
-suddetto. Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal
-fatta?
-
-Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi rendeva
-rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad apporsi
-ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente esigevano.
-Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva ciò che io ne
-pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare a troncare
-cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente della Provincia
-nella qualità di Commissario del Re per la divisione e chiusura de’
-demanj la dimanda per l’_affrancazione_ de’ terreni di mia proprietà
-siti nel Demanio ai termini del precitato articolo XLVIII della Legge
-de’ 3 Dicembre 1808.
-
-La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato,
-ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza
-del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè le analoghe
-disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione,
-di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier Giuseppe
-Cantatore di Ruvo.
-
-L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano
-il _compascuo_, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano
-sospesi ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a
-dimandare l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati
-a conformarsi agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed
-esposti a danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato
-beneficio accordato dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si
-sono accresciute in un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo
-si è migliorato, e si va migliorando sempre più alla giornata, la
-Cassa comunale ha ricevuto anche un rinforzo non lieve dai censi
-dell’affrancazione del Demanio.
-
-Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura notizia
-che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e soggetti
-al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre
-1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate le
-affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi i
-quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti.
-
-Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare del
-beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione
-di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore
-di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha
-raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi
-che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per
-un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza
-dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non
-curarlo di vantaggio.
-
-Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo
-civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che
-nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono
-di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano
-in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come _terreni
-demaniali azionali del Tavoliere_. Gli stessi titoli quindi stipulati
-colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti
-soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo
-dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non
-mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che
-hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo
-che per lo passato.
-
-Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella
-popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia
-umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto
-innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era
-derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si
-presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente
-era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’
-Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti
-dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso
-delle industrie armentizie.
-
-Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu
-assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle
-di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo
-stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella
-estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro
-animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello
-un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi
-sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe
-farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche
-quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole
-ugualmente a tutti i cittadini.
-
-La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche
-la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè
-sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi
-a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che
-l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle
-però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie
-di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze
-che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque
-esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro
-offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo.
-
-Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini
-dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa.
-Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che
-avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno
-comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia
-essi vi tengono per tutto l’anno.
-
-Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il
-comodo dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate
-scorrerie in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina
-all’abitato, ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame,
-il quale non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete.
-Qual pascolo quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da
-tante migliaja di denti? A buona ragione può dirsi che il _dritto
-civico_ ch’essi pagavano e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale
-lo pagavano e lo pagano più per l’aria fresca che sono nella necessità
-di andare ivi a respirare nella estiva stagione che per l’erba che vi
-trovano.
-
-Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’
-cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per
-tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge
-ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio.
-Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno
-1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi
-delle murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere
-acqua sufficiente per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare
-nella estiva stagione. Osservai che la spesa che sarebbe occorsa
-per la costruzione di esse non sarebbe stata priva di un vistoso
-fruttato, poichè nella Provincia di Bari, la quale è povera di acqua
-e soggetta alla siccità la fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione
-vantaggiosa.
-
-Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione comunale
-di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla costruzione
-delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne della
-città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta una
-giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il progetto
-obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle murge un
-laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di fabbriche
-che porta il nome di _lago di annaja_. Si pensò acquistarlo per conto
-del Comune, e la cosa fu molto bene ideata.
-
-Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che meglio
-di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua
-l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più calde
-premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la
-cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per
-lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per
-me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi.
-
-Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto
-ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre
-a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822
-rimase l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta
-pregevolissima proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi
-perpetua per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta.
-Abbondando inoltre il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie
-premure si contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto
-convalidato dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione
-comunale ritenuto il lago suddetto a titolo di affitto.
-
-Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida
-dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel
-Demanio delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati
-cinquanta al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827,
-essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne
-fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di
-un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi
-fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente
-mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali
-mentre avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero
-anche notabilmente accresciute le rendite della Cassa comunale.
-
-Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile
-al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora
-postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti
-dal privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così
-potenti, e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago
-di annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha
-saputo conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro
-dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale,
-non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una
-balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie
-nella contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune
-del lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano
-dell’erba, ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro
-gli antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque
-piovane, onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato.
-
-Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando,
-o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali
-proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per
-la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un
-tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta
-riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta
-legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia
-interrato, e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al
-Capitolo, senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena
-sposizione delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole
-alla popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e
-del vero concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno
-istorico, lo riserbo ad altro lavoro.
-
-Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto mi
-è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce
-con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge.
-Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente
-al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto e spazioso
-erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa
-comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta
-e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse!
-
-Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile
-flagello del _Cholera_, che aveva infettata la intera Provincia, fino
-al dì della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità,
-e gran concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di
-settembre. Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’
-primi casi del _Cholera_ in quella città. Valga ciò a convincere
-chiunque che con molta saviezza gli Scrittori della materia, e
-specialmente il Muratori hanno osservato che nelle circostanze di mali
-contagiosi (quale io reputo il _Cholera_ che che altri ne credano)
-sono perniciosissime le grandi unioni di popolo. Tanto peggio se vi si
-unisce anche la intemperanza che accompagna sempre le feste popolari.
-
-È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini non
-concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè quel
-terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu la
-conseguenza.
-
-Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano
-per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia
-anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia
-e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il
-morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la
-nostra città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone
-attaccate dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono
-dieci, o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità,
-malgrado la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del
-morbo suddetto.
-
-Osservai inoltre ch’entrato il _Cholera_ in una casa non si propagava
-ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia,
-mentre in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se
-sia ciò derivato dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni
-degli abitanti, o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe
-indovinarlo? Il Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico
-Cav. D. Lionardo Santoro dice con ragione di esser questo un morbo
-incomprensibile ed indefinibile.
-
-Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in ogni
-caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più cauti
-nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo danno
-sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 e
-1837.
-
-
-
-
-CAPO XV.
-
-_Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
-sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini
-introdotti nella moderna Amministrazione comunale._
-
-
-Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è
-detto abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni
-de’ cittadini, le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre
-piuttosto allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto
-moderno con maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta
-va ora prendendo un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che
-aveva cinquant’anni indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della
-Popolazione che va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile
-l’uscirsi fuori dell’antico recinto della città. Si sono quindi
-costrutte non poche nuove case e palagi ne’ lati orientale meridionale
-ed occidentale di essa, e se ne stanno tuttodì costruendo. Quali
-novelli edificj essendo di miglior gusto, vengono a renderla anche più
-bella.
-
-Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno
-stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente
-dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare
-di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia Viesti
-vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio nipote
-Giovannino di lui figliuolo ed erede.
-
-La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti
-attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli
-che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i
-vasi fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da
-me rimasti tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati
-mi ho ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie
-applicazioni.
-
-Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora
-Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo
-virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore
-alle inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed
-efficace cooperazione ha influito e valuta moltissimo nel facilitare
-gli acquisti fatti da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che
-la nostra famiglia si trova fortunatamente a possedere.
-
-Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo
-Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città,
-cioè al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato
-quello di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di
-contenere la detta nostra numerosa collezione.
-
-Sarà questo quindi un Museo prettamente _Ruvestino_, perchè fornito di
-vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare
-il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le scienze
-e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà
-distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi
-attira una nobile curiosità.
-
-Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe
-Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel suo
-erudito libercolo sulla _Magna Grecia_ alla pag. 52 la riporta
-a seimila anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le
-statistiche antiche che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo
-l’hanno riportata. Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava
-già la nostra città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va
-sempre più innanzi. Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe.
-
-Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni sembra
-in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che lo
-hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti
-dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata
-l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che
-coll’una e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente
-maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra.
-
-Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite
-dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più
-estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere
-dell’anno 1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli
-proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola
-schiacciata per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di
-compressione.
-
-Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti
-dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La
-chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo
-promiscuo degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha
-prodotti gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura.
-
-I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno
-oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a
-picciole partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che
-vivono colla sola giornata che guadagnano non sono molti.
-
-Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel tempo
-stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a
-migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho
-veduto io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato
-alla giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori
-Ruvestini, son passati a lavorare fino alla sera li terreni che
-tenevano da me a coltivare, o a migliorare.
-
-In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada
-consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di
-quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di
-quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento
-dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto
-anche l’aumento della popolazione.
-
-Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla
-miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel
-vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto
-l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con
-politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche in
-Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più povera
-e meschina come lo era una volta.
-
-La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio
-bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra
-coll’aratro nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa
-appartengono col linguaggio del luogo sono chiamati _Gualani_. Son
-essi indefessi al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza
-vizj. Travagliano dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa
-permanenza nelle masserie suddette, e non vanno alla città a vicenda
-che ogni quindici giorni la sera del Sabato, e vi restano la Domenica
-soltanto.
-
-Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. Al
-tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per loro
-stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine,
-ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. Tra
-i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di diverse
-razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi i
-primi una maggiore considerazione.
-
-Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato
-dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò
-sperare che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui
-ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure
-idearsi, non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la
-civiltà. Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose
-ed eleganti, si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i
-crivelli si è raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj
-capricciosi e molto graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa
-molto smercio anche al di fuori, e con queste due arti principali vive
-molta gente.
-
-La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata,
-e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle donne.
-L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono anche
-i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono
-molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è
-improbabile che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori
-detti da Virgilio _soli cantare periti_, poichè le abitudini di tal
-fatta passano volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono
-dal popolo.
-
-Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre
-una città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni
-elevatissimi i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di
-Gravina innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della
-Regina Giovanna I disse _Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles,
-divites, et prudentes_. Michele Antonio _Baudrand_ nella sua Geografia
-così ne parla, e ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata,
-ed abbia ivi conversato con persone istruite. _Rubi oppidum Apuliæ
-in Italia Antonino, quod Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs
-Regni Neapolitani in Provincia Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo
-Barensi, PARVA, SED SATIS CULTA, sub dominio utili Ducis Andriæ, et
-ejus Diecœsis non extenditur ultra urbis muros, vix sex militaribus
-distans a Vigilia in meridiem, et XVII a Bario in occasum, uti novem a
-Butunto, Andriam versus totidem, et Canusium viginti._
-
-Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre ne’
-secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne
-Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò di
-vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne
-molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e
-dottrina che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi
-limito però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico
-Cotugno mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della
-Letteratura Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un
-secolo se ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui,
-perchè le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo
-suo nome, di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio.
-
-La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino
-tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella
-Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’
-cittadini. Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se
-gli fosse formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato
-a futura memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di
-proccurarlo, e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola
-scritta io medesimo, venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini
-
- DOMINICO . COTUNNIO
- NEAPOLITANO . ÆSCULAPIO
- ANATOMICORUM . PRINCIPI
- OMNIGENA . ERUDITIONE . PRÆCLARO
- DICENDI . FACULTATE . NEMINI . SECUNDO
- LATINI . ET . ITALICI . SERMONIS
- SCRIPTORI . ELEGANTISSIMO
- SAPIENTIA . PRUDENTIA . BENEFICENTIA
- MORUM . SANCTITATE . ET . SUAVITATE
- INCOMPARABILI
- EGREGIO . ET . CELEBRI . VIRO
- CIVI . BENE . MERITO
- AD . VIRTUTIS . HONOREM
- AD . PATRIÆ . DECUS
- AD . RUBASTINÆ . IUVENTUTIS . EXEMPLUM
- DECURIONUM . ORDO
- HOC . MONUMENTUM . POSUIT
- NATUS . DIE . XXIX . IANUARII . MDCCXXXVI
- OBIIT . DIE . VI . OCTOBRIS . MDCCCXXII
-
-Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le città che
-possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non a tutti i
-luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità. Dai tre
-lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo è
-simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo
-gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto
-di vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato
-meridionale ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole.
-
-Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione
-del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle e
-copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette _cocevole_,
-o siano le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si
-coltivano colla zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa
-la bambagia. Dopo le cocevole vengono i giardini piantati di ogni
-sorta di frutta, e specialmente di ciriegie che sono in Ruvo di
-varie ed eccellenti qualità. Sono state esse per Ruvo sempre un
-capo d’industria. Quelle volte che mi sono ivi trovato al tempo
-delle ciriegie sono rimasto ammirato nel vedere la gran quantità
-de’ forestieri che venivano specialmente dalle città della Puglia a
-comprarle con molti animali da soma.
-
-Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni di
-seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente
-_campe_. I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per
-più anni della rendita principale di essi o non hanno più curato di
-sostituire le novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise
-in parte le antiche piante e destinato il terreno ad altri usi.
-
-A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. Questi
-casi non sono nuovi. Coteste _campe_ vi sono state anche in altri
-tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non
-perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro
-suolo pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto
-sempre entrare in Ruvo molto danaro.
-
-Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta
-di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che
-sono squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche
-le tenute coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti
-interessantissimi di quel territorio. È notabile che al principio
-di coteste vaste contrade, ed alla distanza di meno di un miglio
-dall’abitato ne’ luoghi denominati _Valle nuova_, volgarmente _Vardenò_
-la _Pozza_ e ’l _Pantano_, si trovano copiose sorgive di acqua dolce,
-le quali in tempo di siccità sono di grande ajuto alla Popolazione.
-
-I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte
-di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente
-ne’ palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla
-fermentazione. Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi
-addetti alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o
-alquanto più colorati detti _cerasuoli_. Tra i primi si distingue il
-vino denominato _colatamburro_, il quale è molto gustoso e ricercato
-dagli abitanti delle convicine città e specialmente dai Coratini. Si
-fa anche del buon moscado poco inferiore a quello di Trani, ove se
-ne fa molta quantità e molto smercio. Si fa pure il così detto vino
-_zagarese_, il quale è un vino dolce piuttosto di uva nera picciola e
-minuta che ha molto vigore e molta fraganza. È quello stesso vino che
-si fa anche sulla collina di Posillipo, ed è denominato _cacamosca_,
-molto in Napoli pregiato.
-
-Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed
-innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di
-essi vi prendeva molta parte l’_uva greca_ introdotta probabilmente
-dagli antichi coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a
-quel terreno meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò
-soverchio le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e
-poderosi, colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono
-opportune a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare
-hanno anzi guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali.
-
-Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e
-portano il nome di _Distretto_. Furono quindi rispettate anche dal
-decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso
-però di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle
-novelle leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti
-tirandosi sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura
-di terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato.
-Questa pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di _Ralle,
-Strappete_ e _Matine_. Hanno formato esse sempre la parte maggiore
-dell’antichissimo Demanio comunale, e la sede di numerose masserie
-di semina come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto
-coltivabile, tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano
-di quando in quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle
-e le Strappete, giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta
-di essi.
-
-Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia
-dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino
-all’altra vasta contrada di _Calentano_, la quale pare che formi parte
-delle Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una
-lunga striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo
-bosco feudale denominato il _Parco del Conte_, e finisce alla difesa
-comunale di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata
-nell’anno 1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo
-bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato _Foresta_, il quale
-cinge presso che tutto il lato meridionale di essa.
-
-La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone
-di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente
-all’Oriente. Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un
-tempo il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni
-memoria. Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia
-ne possiede un buon tratto che porta il nome di _lama dell’Ospedale_,
-forse perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed
-all’Ospedale di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del
-Castello e del territorio del Garagnone. Si noti però che in quella
-Regione si dà il nome di _lama_ a que’ canali per i quali scorre
-l’acqua piovana insieme raccolta. Quindi il nome di _lama_ da quel
-luogo ritenuto fino ai nostri giorni conferma la idea di essere stato
-un corso antichissimo di acqua.
-
-Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo
-torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente
-fatto. Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro
-mentre li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della
-lama suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran
-furia e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua,
-il quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle
-coste di essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo
-trasportando seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise,
-lepri e volpi che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine
-traversando prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio
-di Bitonto, era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari.
-Dal che è facile comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia
-nella contrada delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per
-lo quale passava un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua
-quella medesima direzione che lo stesso aveva.
-
-Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì
-si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia
-si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone _montosa
-et aspera_. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo.
-Continuo è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle
-vallate volgarmente dette _canali_ coverti di verdeggianti seminati.
-Ed ove lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi
-quelle colline popolate da un numero immenso di greggi e di armenti
-che vanno a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo
-preziosissimo ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto.
-
-Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre rende
-il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo
-dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada
-istessa denominato _lama d’api_ sotto la cura di un massajo bene
-istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di
-essi tengono nelle rispettive masserie.
-
-La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce
-da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del
-Garagnone, di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi,
-nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose e
-continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai
-terreni coltivati delle valli o siano _canali_ che intercedono tra
-una collina e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe
-voragini denominate _grave_ che vi sono in quella contrada. Coteste
-voragini sono di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e
-nel guardarle incutono terrore.
-
-Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini
-pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada
-delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge che sta
-in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone che
-traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi menzione,
-pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione. Non è
-improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono ora
-non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a coltura,
-e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza
-dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato
-quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una
-porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella
-straordinaria alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui
-innanzi ho parlato.
-
-Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio
-feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si
-vedevano, e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte
-abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti
-vogliono avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie
-forze, e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che
-possono dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e
-costituisce nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella
-Popolazione nella civiltà.
-
-Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore
-di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura.
-Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa
-ai giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni
-seminatorj, ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste
-varietà che rapidamente succedono l’una all’altra non possono non
-essere incantevoli. Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo
-spirito. Sì fatte combinazioni operate dalla mano possente della
-Natura non è facile trovarle replicate in altri luoghi. Non fia dunque
-meraviglia che gli Arcadi conquistatori della bella Regione denominata
-Peucezia dal loro Condottiere, incantati dalla vaghezza del sito di
-cui ho ragionato abbiano ivi edificata la nostra città, e decorata la
-stessa del nome di una delle più illustri città del loro Paese natio.
-Ben lo meritava la pregevole qualità e varietà di quel territorio così
-bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura, quanto alla pastorizia a
-cui erano essi principalmente inclinati.
-
-Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti
-Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il
-più eminente le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo
-sono i Ruvestini attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che
-menano alle loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi
-il vedersi che neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa
-adiacenti si può passeggiare con comodità, anzi senza positivo disagio
-per la gran quantità delle pietre che ingombra le pubbliche strade!
-
-Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la
-negligenza e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’
-terreni adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre
-si permettano di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e
-renderle assolutamente impraticabili[270]!
-
-Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette
-Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i
-quali si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi
-a rifargli di nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e
-disciolte si rovesciano su di esse. Massima poi è la indecenza e la
-laidezza di un altro abuso introdotto da non molti anni in qua, qual
-è quello di vedersi ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da
-passo in passo il letame che si lascia a fermentare per lo concime de’
-terreni. Oltre però il fetore che tramandano coteste immondezze, e la
-corruzione dell’aere che producono, simili sozzure disgustano la vista
-e muovono lo stomaco. Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la
-quale non merita veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi
-abitanti nella opinione e nel concetto de’ Forestieri che passano.
-
-Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini
-non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere
-forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza
-delle pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che
-amministrative si sono di proposito occupate di un articolo tanto
-interessante, e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati
-il quale non sia stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente
-punito.
-
-Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti
-municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal
-Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni
-articoli molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade,
-perchè vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente
-si peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle
-Autorità che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con
-una indifferenza quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi
-impunemente violati, e sono forse esse le prime a violargli?
-
-La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente
-porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali insultano
-positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi senza
-molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre gittate
-sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute
-dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un
-termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar
-di nuovo ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi
-al letame che si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade,
-ovunque questo si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio
-della Cassa comunale, oltre la esazione della multa stabilita dalla
-legge per tale contravvenzione.
-
-Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. Ve
-ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione
-come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto.
-La disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite
-patrimoniali vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da
-una genia d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini
-_Patriæ studium in ore, privatum in animo magis habent_, come bene a
-proposito diceva Livio[271].
-
-Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio
-operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche
-prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si
-cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando
-del Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di
-quelle che la feudalità si permetteva? È forse odioso il _Dispotismo
-Baronale_, e piacevole e soave il _Dispotismo Comunale_ esercitato
-da una fazione dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole
-che lo stesso sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio
-Tacito, _magis alii homines, quam alii mores_[272].
-
-Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare
-un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto
-paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si
-degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità.
-Cosa giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere
-sotto un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi
-all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde
-giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il
-flagello di essa.
-
-Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che il
-servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta
-usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai
-però ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi
-intriganti e prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione
-che non si sveglia a tempo, e fa prendere a questa gente una mano
-troppo lunga! Quai limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica
-ed insolente albagia?
-
-Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti
-nell’Amministrazione comunale di Ruvo, sul non poco male che si è
-fatto e sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto
-per lo spirito di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti
-osservazioni specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio
-delle murge, lo interramento del lago di annaja, e la distruzione del
-Bosco comunale. La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti
-tre articoli e le discussioni di Giurisprudenza, di Regolamenti
-amministrativi e di Economia Politica che vi han rapporto non potevano
-aver luogo in un breve cenno istorico.
-
-L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto
-alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti
-in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar
-la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo
-questa indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono
-preservati dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal
-santo amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a
-profitto le cose che saranno da me osservate e proposte.
-
-A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono,
-che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e che
-sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, di
-dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come più
-anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate do
-un sano e salutare consiglio.
-
-Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a quelle
-laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo
-stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non
-distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle
-cose passate, onde non far ricadere la nostra città sotto quelle
-stesse gravezze che produssero altra volta la miseria generale della
-popolazione, poichè come bene diceva Cicerone, _Nescire autem quod
-antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum_[273].
-
-
-
-
-AVVERTIMENTO.
-
-
-Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine _Achea-Arcadica_
-della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a
-prevenire qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe
-forse fare in contrario. Ho detto nel capo III che _Oenotro_ e
-_Peucezio_ figliuoli di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di
-Troja approdarono nelle nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi
-ed altre Genti del Peloponneso, e fondarono due Dominazioni, delle
-quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di _Peucezia_, ove la
-nostra città è sita.
-
-Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso cotesto
-racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati nel
-detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata dal
-nostro illustre Canonico Mazocchi[274] è stata, per tralasciarne altri,
-più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più luoghi
-della sua pregevole _Storia degli antichi Popoli Italiani_. Rispetto
-moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti.
-
-Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni
-positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati
-Scrittori i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto.
-Da ciò che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione
-dell’Italia si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della
-venuta de’ predetti figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si
-son credute da essi costituite. Si sa però che gli argomenti negativi
-non hanno sempre per loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere
-anche ch’è sempre malagevole il tacciare di soverchia credulità Uomini
-dottissimi dell’Antichità i quali vissero diciotto secoli e più prima
-di noi, e quindi potevano saperne assai più di quello che noi ne
-sappiamo, ed essere meglio al caso di discernere i veri fatti istorici
-dalle favolose narrazioni. Nella materia di cui si tratta l’autorità di
-coloro che hanno scritto in un epoca più vicina ai fatti che allegano
-prevale a quella de’ Scrittori più recenti.
-
-Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi
-Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci
-e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi
-facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi
-essi allucinati, ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente
-favolosi, i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’
-Scrittori ch’essi avevano alle mani, ma a noi mancano.
-
-Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi limito
-ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e Peucezio
-nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato ciò che
-da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città. Osservo
-in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano innanzi
-cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente
-della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero a
-stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti
-di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e
-ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza,
-sia perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di
-vivere semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i
-terreni vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non
-convenire in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti
-di Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti?
-
-Or la nostra città trovandosi fondata in una Regione bagnata dal
-mare Adriatico ed a poche miglia di distanza dal litorale di esso,
-è conseguenza che si trova in quel tratto di Paese che gli anzidetti
-moderni Scrittori non dissentono che sia stato occupato dalle Greche
-Colonie. Che che dunque voglia dirsi del loro avviso relativo alla
-venuta di Oenotro e Peucezio, la origine Grechesca della nostra città
-combacia anche bene colle già dette loro posizioni.
-
-Da queste vedute generali discendendo al particolare, gli antichi
-numerosissimi monumenti ivi disotterrati all’epoca nostra non
-lasciano su di ciò il minimo dubbio. Mi piace quì ripetere le dotte e
-sensatissime osservazioni dello stesso Mazocchi riportate nella mia
-prefazione alla pag. 6. _Scriptorum quorumlibet testimoniis longe
-exploratiora sunt nummorum, lapidum, ænearum tabularum monumenta,
-quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu
-dubitabit? Quod si pleraque Etruscis, Oscis, aut omnino peregrinis
-elementis exarata deprehenduntur, tunc antiquos Auctores omnes, vel si
-milleni fuerint, qui Græcam originem crepantibus buccis jactaverint,
-contemnerem_[275].
-
-Con ragione, poichè dagli antichi monumenti sorge la pruova di
-una verità di fatto positiva, la quale non può essere distrutta da
-qualunque testimonianza di Scrittori. Siccome nel criterio legale li
-monumenti pubblici antichi prevalgono sempre ai detti de’ testimonj,
-così vale la stessa regola anche nel criterio istorico[276]. Or negli
-antichi monumenti e nelle antiche monete Ruvestine tutto essendo
-prettamente Greco e niente affatto fuori che il Greco, non vi può
-essere quistione sulla origine Grechesca della nostra città.
-
-Se cotesti elementi però costituiscono la pruova incontrastabile della
-sua origine, non è meno vero che ugual valore, ed uguale influenza
-debbono avere nell’indagarsi anche quali degli antichi Popoli della
-Grecia han potuto fondarla. In questa parte interessantissima le
-sue antiche monete sono quelle che ci porgono il filo di Arianna
-per poterne attribuire la fondazione alle Greche Popolazioni del
-Peloponneso. Le più antiche di esse portano la leggenda Ρὑψ (Rhyps),
-quali son quelle riportate ai numeri 1 2 3 e 4 della prima tavola, e
-6 e 7 della seconda. Nelle più recenti il π vedesi cangiato in β come
-ho osservato alla pag. 95 in fine e 96. Portano quindi la leggenda
-ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, o ΡΥΒΑ abbreviato, da cui si è tratto il nome latino
-_Rubi_.
-
-Ma l’antico nome Ρὑψ imposto alla nostra Città dai primi suoi fondatori
-non potendo ripetersi da altro principio che dall’essersi voluto
-quì riprodurre l’antica ed illustre città dell’Acaja denominata
-_Rhypæ_, come l’ho concludentemente dimostrato nel capo V pag. 90
-a 97, ne risulta da ciò per necessaria conseguenza la sua origine
-Achea. Giova quì anche osservare che Porcio Catone nel suo libro _De
-originibus Italicarum urbium_, Lucio Sempronio ed altri Scrittori che
-la ingiuria del tempo ci ha tolti, convennero in uno sbarco di Greci
-nelle nostre Regioni partiti dall’Acaja prima della Guerra di Troja,
-come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso nel luogo di sopra
-riportato alla pagina 38[277]; il che combacia perfettamente colla
-premessa osservazione che viene suggerita dalle predette antiche monete
-Ruvestine.
-
-Vero è che colla solita Greca presuntuosità ei riprende li già detti
-Romani Scrittori per non essersi incaricati di far conoscere da quali
-città Greche siano essi partiti, sotto quale Condottiere, e per qual
-cagione abbiano lasciata la loro patria, e per non avere tampoco
-addotta alcuna testimonianza di qualche Greco Scrittore. Il loro
-silenzio però su di tali circostanze non basta a distruggere il fatto
-principale da essi contestato, cioè la venuta degli Achei nella Italia
-prima della guerra di Troja, cosa che uomini così dotti non avrebbero
-potuto certamente smaltirla senza verun fondamento.
-
-Il che tanto più è da dirsi quanto che la severa censura del Greco
-Scrittore è andata a finire coll’avere anch’egli convenuto che i Greci,
-quì sbarcati prima della guerra di Troja furono _Arcadi_. Ritenuto
-quindi il fatto principale come un fatto istorico, tutto il dippiù
-poco rileva. Quali delle Popolazioni Greche siano allora quì venute
-non è difficile indagarlo dagli antichi monumenti che contestino le
-loro costumanze ed i loro Riti ritenuti ne’ luoghi da esse occupati.
-Or tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini trovandosi sicure
-testimonianze che serbava la nostra città le costumanze ed i Riti
-Arcadici per le circostanze da me rilevate dalla pagina 74 alla pagina
-76, vi è tutta la ragione di dirsi che nella fondazione di essa vi
-ebbero parte anche gli Arcadi e che questi furono nel numero de’ Greci
-che Porcio Catone, Lucio Sempronio ed altri contestarono di essere
-partiti dall’Acaja prima della guerra di Troja.
-
-È risaputo quanto in simili indagini influisce la considerazione
-del culto delle Divinità, de’ Genj e degli Eroi che un’antica città
-serbava. Queste conghietture suggerite anche dagli antichi Scrittori
-sono state ritenute dagli Archeologi odierni per indagare la origine
-delle città antiche, com’è noto a chiunque abbia conoscenza della
-materia. Si aggiunga a ciò che Strabone nel luogo innanzi riportato
-alla pagina 42 fu di avviso che in generale i Greci che occuparono
-la Peucezia erano venuti dall’Arcadia. Non può credersi che uno
-Scrittore così grave lo abbia ciò detto a caso. Bisogna convenire che
-la sua opinione fu fondata o sull’autorità di altri Scrittori che la
-ingiuria del tempo ci ha tolti, o sulle antiche tradizioni ritenute
-dagli abitanti di quella Regione, essendo cosa regolare e naturale che
-i Popoli trapiantati dal loro Paese natio in altre lontane Regioni
-serbino le memorie della loro origine. Dopo tanti secoli e tante
-vicende sofferte dalla povera Italia si son queste oggi smarrite. Al
-tempo di Strabone però potevano gli abitanti della Peucezia ritenerle
-ancora, ed è da presumersi che le abbiano ritenute, ed egli che fu uno
-Scrittore accuratissimo e minutissimo le abbia raccolte.
-
-Lo sbarco quindi di Oenotro, e Peucezio nelle nostre Regioni o che sia
-un fatto istorico o che voglia credersi una favola, nulla ciò rileva
-a discapito delle cose da me dette sulla origine della nostra città.
-Se i Greci del Peloponneso che la fondarono non furono guidati da
-Oenotro e da Peucezio, si potrebbe forse dir perciò che non abbiano
-potuto ivi capitare sotto altri Condottieri? Non potendosi porre in
-dubbio le antiche emigrazioni de’ Greci nelle nostre Regioni e la
-occupazione fatta dalle Greche Colonie de’ luoghi adiacenti al mare,
-nulla importa per l’oggetto di cui si tratta il conoscersi anche i
-nomi de’ loro Capi. Le circostanze particolari da me rilevate per
-indagare i popoli della Grecia ch’ebbero parte alla fondazione della
-nostra città, risultando dalle sue monete e da altri antichi monumenti
-indipendentemente dalle testimonianze de’ Scrittori Greci e Latini
-delle quali mi son giovato, sono questi gli elementi più solidi e più
-sicuri in simili indagini, anche nel senso di que’ moderni Scrittori
-che hanno riputata favolosa la venuta de’ figliuoli di Licaone nelle
-nostre Regioni.
-
-
-
-
-INDICE DE’ CAPITOLI.
-
-
- CAPO I.
- _Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città
- di Ruvo_ PAG. 9
- CAPO II.
- _Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32
- CAPO III.
- _La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che
- vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35
- CAPO IV.
- _Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle
- arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua
- origine Arcadica_ 56
- CAPO V.
- _La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche
- dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90
- CAPO VI.
- _Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio
- edificata_ 99
- CAPO VII.
- _Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107
- CAPO VIII.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Angioina_ 122
- CAPO IX.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Aragonese_ 164
- CAPO X.
- _Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di
- Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale
- Dinastia Regnante_ 170
- CAPO XI.
- _De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia
- nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195
- CAPO XII.
- _Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte
- dalla prepotenza Baronale_ 209
- CAPO XIII.
- _De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno
- 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno
- 1805_ 239
- CAPO XIV.
- _Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine
- del secolo XVIII in poi_ 261
- CAPO XV.
- _Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
- sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio,
- e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione
- comunale_ 304
- AVVERTIMENTO
- _Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319
-
-
-
-
-INDICE GENERALE.
-
-
-A
-
-Acheloo fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume
-Acalandro detto oggi Salandrella pag. 93.
-
-Achille combatte ed uccide Pentesilea Regina delle Amazoni pag. 67 e 68.
-
-_Aletium_ antica città de’ Salentini — Vi è quistione se sia l’attuale
-città di Lecce pag. 10.
-
-Alfonso I di Aragona riordinò la Dogana delle pecore di Puglia e la
-fornì di erbaggi vernini pag. 195.
-
-Alfonso II di Aragona — Succedè nel Regno nell’anno 1794 Ferdinando
-I suo Genitore — Era generalmente odiato dai suoi sudditi —
-Nell’avvicinarsi l’armata di Carlo VIII Re di Francia le Provincie
-del Regno si sollevarono, ei perdè il suo coraggio, andò a ricoverarsi
-nella Sicilia, ove si ritirò in un Convento di Frati in Messina pag.
-170.
-
-Altamura antica città della Terra di Bari creduta da taluni la stessa
-che _Sub Lupatia_ pag. 47 — Il suo territorio confina con quello di
-Ruvo pag. 130.
-
-Amministrazione comunale — Suo vero carattere e difetti che la fanno
-degenerare pag. 317.
-
-Anchise e Venere sul monte Ida pag. 68 a 73.
-
-Andrea figliuolo di Carlo Re d’Ungheria, marito della Regina Giovanna
-I strangolato in Aversa e gittato ignominiosamente da una finestra pag.
-146 — Procedimento contro i rei di cotesto misfatto pag. 146 e 147.
-
-Andria città della Terra di Bari erroneamente creduta la stessa che
-la città denominata _Netium_ non mai esistita pag. 18 — Fu edificata
-da Pietro Normanno Conte di Trani, non già da Diomede pag. 23 e 24 —
-Etimologia del suo nome pag. 26 — Deve credersi surta nell’antico agro
-Ruvestino pag. 168 — Saccheggiata dai Tedeschi e Lombardi al tempo
-della Regina Giovanna I pag. 272 a 274 in nota — Terribile assedio
-in essa sostenuto da Francesco del Balzo al tempo di Ferdinando I
-di Aragona pag. 26 — Presa, saccheggiata ed incendiata dai Francesi
-nell’anno 1799 pag. 271 a 277.
-
-Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute nell’Italia prima della
-Guerra di Troja con Oenotro e Peucezio pag. 38 39 319 e seguenti —
-Altri Arcadi venuti dappoi con Evandro pag. 40 — Furono bene accolti
-perchè vi portarono la coltura, la musica, le belle arti e buone leggi
-pag. 74.
-
-Archita valente nel comando degli eserciti e nella scienza del Governo
-pag. 36.
-
-_Argos Hippium, Argyripa, Arpi_, antica città della Daunia fondata da
-Diomede pag. 12 55 e 92.
-
-Armigeri Baronali, strumenti efficaci delle prepotenze della Casa
-d’Andria pag. 230.
-
-Augustali — Loro Istituzione — Vi era in Ruvo un Collegio di Augustali
-pag. 109 e 110.
-
-
-B
-
-Bagliva di Ruvo — Riserbata al Re nelle concessioni in feudo dell’epoca
-Angioina pag. 134 e 135 — Nelle posteriori concessioni dall’epoca
-Aragonese in poi vi andò inclusa pag. 164 e seguenti, e pag. 185
-— Gravezze ed abusi introdotti dalla Casa d’Andria nell’esercizio
-de’ diritti bajulari pag. 222 a 224 — La città di Ruvo fu obbligata
-a prenderla in affitto dal Barone per forti somme, onde liberare i
-cittadini dalle vessazioni de’ Baglivi pag. 225.
-
-Bari _Barium_, e nell’Itinerario Gerosolimitano _Beroes_ antica città
-marittima della Peucezia pag. 19 20 21 42 e 43 — Tentarono in vano di
-saccheggiarla nell’anno 1799 gli abitanti de’ suoi casali pag. 270 —
-Occupata dai Francesi nell’anno 1799 pag. 273 in nota.
-
-Barletta _Barulum_, e nella Tavola Peutingeriana _Balulum_ o _Bardulos_
-— Antica città della Terra di Bari posteriore a Strabone, a Plinio ed
-a Tolomeo; ma anteriore ai Normanni — Fu restaurata o fortificata da
-Pietro Normanno Conte di Trani pag. 23 24 e 25 — Consalvo di Cordova
-assediato in Barletta dai Francesi nell’anno 1502 e 1503 pag. 176 —
-Nell’anno 1799 posero ivi i Francesi il loro quartiere generale pag.
-271.
-
-Bisceglia _Buxilia_ o _Vigiliæ_ — Città marittima della Terra di Bari
-meno antica di Barletta Trani e Giovinazzo, ma anteriore ai Normanni —
-Restaurata dal detto Conte di Trani Pietro pag. 25 e 26 — Posseduta al
-tempo del Re Ladislao da Federico Vrunforti col titolo di Conte pag.
-157.
-
-Bitonto, _Butuntus, Butuntinenses, Butuntinus ager, Botontones_
-— Antica città della Peucezia pag. 15 20 21 27 ed 83 — Sua antica
-confinazione col territorio di Ruvo pag. 85 ed 86 — Suo Vescovado unito
-a quello di Ruvo pag. 122.
-
-Bosco antichissimo di Ruvo — Conceduto in feudo nell’anno 1269 pag.
-123 e 212 — Nell’anno 1473 Ferdinando I di Aragona acquistò per uso
-del Regio Tavoliere di Puglia l’erba vernina di esso dalla Vigilia del
-S. Natale fino al dì 8 maggio pag. 214 — Nell’anno 1552 la Regia Corte
-acquistò per lo intero l’erba vernina e la ghianda del detto bosco e
-fu tolto ai Ruvestini il dritto di immettervi a pascere i bovi aratorj
-— Grave discapito che vennero da ciò a soffrirne pag. 202 e 203 — La
-prepotenza della Casa d’Andria rese il bosco suddetto inaccessibile ai
-Locati del Regio Tavoliere pag. 217 e 218. Taglio spietato dato dalla
-Casa d’Andria agli alberi di esso ed immenso profitto trattone pag.
-219 — Giudizio criminale istituito per tal causa dalla Università di
-Ruvo nell’anno 1797 pag. 246 — Misure prese colla transazione del dì 2
-maggio 1805 per farne seguire il rimboscamento pag. 258 e 259 — Per lo
-di più relativo al detto bosco vedi _Usi civici_.
-
-Brindisi antica città de’ Salentini pag. 9 — Assediata e presa da
-Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. 113.
-
-Bruchi — Il territorio di Ruvo invaso da queste locuste nell’anno 1808
-— Danni da esse recati alle Puglie — Mezzi adoperati per liberarsene —
-Come nell’anno 1813 cessò tale flagello pag. 286 a 288.
-
-
-C
-
-Calabria antica, e sua situazione pag. 40 e 41.
-
-Camera riservata o sia esenzione dall’alloggio militare ordinario
-accordato dalla Casa d’Andria nell’anno 1600 alla città di Ruvo
-mediante il pagamento di ducati ottomila pagina 192 e seguenti.
-
-Campi di Diomede pag. 54.
-
-Canne villaggio reso celebre dalla sconfitta che Annibale diè ai Romani
-in quel luogo detta pag. 54.
-
-Canosa antica città della Daunia messa sulla strada da Roma a Brindisi
-pag. 10 20 21 167 e 168 — Edificata da Diomede pag. 51 a 53 — Suo
-antico territorio pag. 168 — Rovinata dai Tedeschi e Lombardi al tempo
-della Regina Giovanna I pag. 272 nella nota.
-
-Cantalicio Gio: Battista giustamente censurato pag. 184.
-
-Capitolazioni dell’anno 1308 per i dazj civici della città di Ruvo pag.
-140 a 143 — Nuove capitolazioni dell’anno 1314 pag. 145.
-
-Carcere Baronale oscuro ed orribile dell’antica Torre di Ruvo pag.
-230 — Abolito colla transazione dell’anno 1751 pag. 242 — Stanza
-del carcere comunale usurpata dalla Casa d’Andria e restituita colla
-transazione dell’anno 1805 pag. 252.
-
-Carlo I di Angiò morto nell’anno 1285 pag. 135.
-
-Carlo II che gli succedè nel Regno cessò di vivere nell’anno 1309 pag.
-144.
-
-Carlo VIII Re di Francia entrato nel Regno festeggiato ed applaudito
-non seppe profittarne — Lega formata contro di lui e suo ritorno in
-Francia pag. 171 — Sua morte pag. 172.
-
-Caronda sommo Legislatore pag. 36.
-
-Carpino specie di pietra che si trova nel territorio di Ruvo — Usi ai
-quali può esser utile pag. 105 e 106.
-
-Casa comunale di Ruvo ricostrutta dalle fondamenta, ed iscrizione messa
-sulla facciata di essa pag. 190 — Progetto per la formazione di una
-novella Casa comunale più ampia, ed alienazione di detta Casa antica
-pag. 191.
-
-Casali della città di Ruvo ora distrutti, ed osservazioni circa il
-numero e ’l sito di essi pag. 123 a 134.
-
-Castello di S. Maria del Monte pag. 47.
-
-Castello e Torre antica di Ruvo — Descrizione dell’uno, e dell’altra
-pag. 159 a 163.
-
-Ceglia _Celia_ antica città della Peucezia messa sulla strada da Roma
-a Brindisi pag. 10 17 e 55 — Saccheggiata, ed incendiata dai Francesi
-nell’anno 1799 pag. 175 in nota.
-
-Censuazioni de’ beni fondi delle confraternite, ed altri pii luoghi
-laicali di Ruvo eseguite prima dell’anno 1799 colla massima utilità
-pubblica colla cooperazione dell’egregio cittadino D. Antonio Sancio
-pag. 261 e 262.
-
-Chiesa Cattedrale di Ruvo, e suo campanile pag. 154 e 155. Il campanile
-suddetto fortificato da Roberto Sanseverino al tempo della Regina
-Giovanna I, e ripigliato dagli Ungari detta pag. 155.
-
-Chiesa antichissima di S. Maria di Calentano nel territorio di Ruvo
-pag. 127 e 128.
-
-Ciriegie squisite dell’agro Ruvestino pag. 310.
-
-Città Greche dell’Italia molto ben governate — I Romani dopo la
-espulsione de’ Re richiesero alle stesse buone leggi pag. 36, e 37.
-
-Chiusura, ed affrancazione de’ terreni demaniali appatronati dell’agro
-Ruvestino pag. 294 e seguenti.
-
-Colatamburro specie di vino pregiatissimo che si fa in Ruvo pag. 311.
-
-_Cholera_ — Nell’anno 1836, e 1837 fece pochissimo danno alla
-Popolazione di Ruvo pag. 302 e 303.
-
-Combattimento seguito nell’anno 1503 tra i tredici Cavalieri Francesi
-usciti da Ruvo, ed i tredici Cavalieri Italiani usciti da Barletta
-in un campo designato tra Corato ed Andria — Monumento ivi messo per
-futura memoria, ed indi abbattuto dai Francesi pag. 175 e 176.
-
-Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano — Spedito la prima volta
-da Ferdinando il Cattolico in soccorso di Ferdinando II di Aragona
-pag. 171 — Spedito la seconda volta a richiesta del Re Federico di
-Aragona gli usò un tratto di perfidia pag. 173 — Ristretto ed assediato
-nella città di Barletta, non seppero i Francesi profittare della loro
-superiorità pag. 174 — Suo procedere iniquo e vile verso la città, e
-gli abitanti di Ruvo pag. 182 e 183 — Sua caduta ed umiliazione, e suo
-sepolcro ultimamente violato e profanato pag. 183 e 184 nella nota.
-
-Contea di Conversano — Al tempo de’ Normanni la città di Ruvo formava
-parte di essa pag. 84 e 114.
-
-Conventi di Ruvo e soppressione di due di essi — Quello de’ Domenicani
-una colla Chiesa fu dal Governo donato alla città pag. 284 — Questa
-l’ha ceduto ai PP. delle Scuole pie ivi stabiliti pag. 289.
-
-Corato nella Terra di Bari edificata da Pietro Normanno Conte di Trani
-pag. 23 e 24 — È surta nell’antico agro Ruvestino pag. 167 e seguenti.
-
-Cortesia nome specioso di una estorsione feudale abolita colla
-transazione dell’anno 1701 pag. 222 e 241.
-
-Crati fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Crati
-pag. 92 e 93.
-
-
-D
-
-Danza funebre dipinta in uno degli antichi sepolcri Ruvestini pag. 65 a
-67.
-
-Dauno valoroso Principe Illirico venuto nella Puglia, ove si costituì
-una dominazione che dal suo nome fu chiamata Daunia pag. 51.
-
-Demanio comunale di Ruvo, e denominazioni delle contrade che lo
-compongono pag. 222.
-
-Difesa comunale di Ruvo eretta nell’anno 1510 pag. 197 e 198 — Ampliata
-fino a quaranta carri nell’anno 1552, e venduta dalla università
-nell’anno 1632 per pagare i debiti contratti pag. 202 e 203 —
-Quattordici carri di essa rivendicati dalle mani della Casa d’Andria
-nell’anno 1810 pag. 260 e 261.
-
-Diomede valoroso Guerriero Greco che si costituì nella Daunia una
-Dominazione pag. 51 e 52 — Suoi compagni cangiati in uccelli pag. 52.
-
-Domenico Cotugno illustre e celebre cittadino di Ruvo pag. 308 e 309.
-
-Dritto Plateatico usurpato dalla Casa d’Andria alla università di Ruvo
-pag. 225 e 226 — Abolito con decreto dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe
-Zurlo dell’anno 1798 pag. 249.
-
-Dritto proibitivo de’ molini costituito dalla Università di Ruvo per
-sua utilità nell’anno 1615 ed usurpato dalla Casa d’Andria pag. 227 e
-228 — Restituito colla transazione dell’anno 1805 pag. 252 e 253.
-
-Dritto proibitivo delle Taverne e delle Neviere abusivamente introdotto
-dalla Casa d’Andria pag. 227 — Rimasto abolito colla transazione
-dell’anno 1751 pag. 241.
-
-Duca di _Monpensier_ Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. 171.
-
-Duca di _Némours_ Vicerè e Generale Supremo di Luigi XII Re di Francia
-in questo Regno pag. 174 — Era egli a Castellaneta e non a Canosa
-quando Consalvo di Cordova aggredì la città di Ruvo pag. 177 e 178 e
-seguenti.
-
-
-E
-
-_Egnatia_ — Antica città marittima della Peucezia sita sulla strada da
-Roma a Brindisi pag. 10 42 e 43.
-
-_Ehetium_ — Città ignota alla Geografia antica segnata nella Tavola
-Peutingeriana — Conghiettura su di essa del Sig. Millingen pag. 12 e
-13.
-
-Eraclea antica città della Grecia riprodotta nella Italia pag. 92.
-
-Ercole venerato dagli Arcadi, e quindi anche dagli antichi Ruvestini
-pag. 75 e 76.
-
-_Erdonia_ o _Herdonia_ antica città della Daunia messa sulla strada da
-Roma a Brindisi pag. 10 20 21 e 268.
-
-Ettore Carafa il vecchio Duca d’Andria tenne la città di Ruvo sotto un
-giogo di ferro pag. 239 — Le tolse con violenza anche le carte del suo
-Archivio pag. 243.
-
-Ettore Carafa il giovane Conte di Ruvo a torto imputato di aver fatto
-nell’anno 1799 incendiare dai Francesi la città di Andria sua patria
-pag. 271 e seguenti.
-
-Ettore Fieramosca capo de’ tredici Cavalieri Italiani che nell’anno
-1503 si batterono coi tredici Cavalieri Francesi pag. 175.
-
-
-F
-
-Fauno — Re saggio e prudente che dominava que’ luoghi, ove surse poi la
-città di Roma pag. 40.
-
-Federico di Aragona — Sue virtù, sua bontà e giubilo universale per la
-di lui elevazione al Trono di Napoli pag. 172 — Fu spogliato del Regno
-da Ferdinando il Cattolico e da Luigi XII Re di Francia pag. 173.
-
-Ferdinando I di Aragona — Morto nell’anno 1494, gli succedè nel Trono
-Alfonso II suo figliuolo primogenito pag. 170.
-
-Ferdinando II di Aragona — Sua elevazione al Trono — Sua fuga dal Regno
-per la invasione di Carlo VIII Re di Francia e suo sollecito ritorno
-in Napoli — Vantaggi da lui riportati sui Francesi quì rimasti e sua
-prematura morte pag. 171 e 172.
-
-Ferdinando il Cattolico — Sue mire sul Regno di Napoli per lungo tempo
-dissimulate pag. 171 — Accordo combinato tra lui e Luigi XII Re di
-Francia per torre il Regno di Napoli a Federico di Aragona — Vedi
-_Trattato segreto_.
-
-Feudalità — Distruttrice del genio del gusto e della specolazione
-agraria, ed apportatrice di avvilimento, di servitù, di suggezioni, ed
-estorsioni pag. 120.
-
-Fida abusivamente esercitata dai Baglivi Baronali nel demanio comunale
-di Ruvo, ed anche ne’ terreni appatronati siti in esso pag. 222 —
-Abolita colla transazione dell’anno 1805 pag. 253 e 254.
-
-Fineo cieco liberato dalle arpie dagli Argonauti pag. 76 e 77.
-
-
-G
-
-Gabelle comunali della città di Ruvo — Se le appropriò la Casa d’Andria
-dall’anno 1691 all’anno 1737 — Mancanza di pagamento de’ creditori
-Fiscalarj della stessa — Lunghe ed inutili querele di essi e fallimento
-della Università seguito per tal causa pag. 232 a 235 — Supposto
-credito di ducati 25600 della Casa d’Andria ammesso per collusione pag.
-235 a 237 — Abolito colla transazione dell’anno 1805 pag. 252.
-
-Gabella comunale della giumella delle mandorle usurpata dalla Casa
-d’Andria, e convertita in una esazione feudale pag. 226 — Abolita colla
-transazione dell’anno 1751 pag. 241.
-
-Garagnone antico casale ora distrutto in Terra di Bari — Apparteneva un
-tempo all’Ordine Gerosolimitano — È passato dopo per molte mani e per
-ultimo è stato posseduto dalla famiglia Mazzaccara — Vi è rimasto un
-antico castello nel sito del quale vi era l’antica città della Peucezia
-denominata _Silvium_ pag. 46 a 50 — Confina col territorio di Ruvo pag.
-131 — È diverso dal _Gorgoglione_ antico villaggio sito nella Provincia
-di Basilicata pag. 48 e 49.
-
-Giovanna I Regina di Napoli — Succedè nel Regno al Re Roberto suo avo
-— Si rese sospetta d’intelligenza nella morte violenta del Re Andrea
-suo primo marito pag. 146 — Sua fuga dal Regno all’avvicinamento di
-Lodovico Re d’Ungheria che s’impossessò di esso — Parlamento generale
-da lei convocato prima che fosse partita ed oggetto di esso pag. 151
-e 152 — Suo ritorno nel Regno e vantaggi da lei riportati pag. 148 —
-Pace conchiusa tra lei e ’l Re d’Ungheria colla mediazione del Papa
-nell’anno 1351 pag. 156.
-
-Giovinazzo città marittima della Terra di Bari anteriore alla venuta
-de’ Normanni detta _Natiolum_ nella Tavola Peutingeriana pag. 17 e 25.
-
-Giudizj istituiti nell’anno 1750 contro la Casa d’Andria suggeriti
-dal privato interesse, e quindi di niuno risultamento pag. 239 a 243
-— Altri giudizj istituiti nell’anno 1797 con vero sentimento patrio e
-loro vantaggioso risultamento pag. 243 e seguenti.
-
-Giurisdizione criminale — Arma terribile adoperata dalla Casa d’Andria
-per opprimere la Popolazione di Ruvo pag. 229 in fine e 230.
-
-Giurisdizione de’ pesi e misure e della Portolania acquistata dalla
-Università di Ruvo nell’anno 1609 a carissimo prezzo, ed usurpata dalla
-Casa d’Andria pag. 223 e 224 — Rivendicata con decreto del S. R. C.
-dell’anno 1798 pag. 247.
-
-Giuoco del pallone — Era prima in usanza nella città di Ruvo pag. 188.
-
-Grave — Nome di voragini profondissime nelle quali s’immettono le acque
-piovane della contrada delle murge pag. 313.
-
-Gravina città della Terra di Bari creduta l’antica _Blera_ o
-_Plera_ pag. 47 — Al tempo della Regina Giovanna I entrata in essa
-all’amichevole la masnada di Roberto e Ruggiero Sanseverino, soffrì
-dalla stessa ogni sorta di eccessi pag. 150 — Il suo territorio confina
-con quello di Ruvo pag. 132.
-
-Grazie al numero di tre compagne sempre di Venere pag. 72.
-
-Guardiola — Luogo sulla vecchia strada da Ruvo a Canosa, ove vi era la
-Mutazione _ad quintum decimum_ dell’Itinerario Gerosolimitano pag. 22 e
-23.
-
-Guicciardini Francesco — Errori ne’ quali è incorso nel riportare la
-espugnazione della città di Ruvo fatta da Consalvo di Cordova, e ’l
-combattimento de’ tredici Cavalieri Italiani con altrettanti Cavalieri
-Francesi pag. 177 e 178.
-
-
-I
-
-Iapigia propriamente detta e ’l promontorio Iapigio pag. 40 e 41 — La
-Iapigia e la Peucezia erano due Regioni diverse con Governi diversi
-pag. 42.
-
-Isole Diomedee _Trimetum_, oggi Isole di Tremiti pag. 53.
-
-Italia — Sue bellezze — Desiderata dall’Estere Nazioni che l’hanno
-desolata — Le Colonie Greche però vi portarono la coltura, le scienze e
-le belle arti pag. 35.
-
-
-L
-
-Ladislao Re — Sua lettera curiosa scritta a Federico Vrunforti Conte di
-Bisceglia, e feudatario di Ruvo e Terlizzi pag. 157 e 158.
-
-Lago di Annaja sito nelle Murge conceduto dal Capitolo di Ruvo
-alla Università in enfiteusi perpetua e rimasto interrato per la
-scioperatezza della moderna Amministrazione comunale pag. 298 a 302.
-
-Larissa antica città della Grecia riprodotta in Italia dai Greci che
-vennero a stabilirsi nella Campania pag. 91.
-
-Legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia — Storia degli
-articoli 37 38 e 39 di essa confermati dalla legge de’ 29 Gennajo 1817
-pag. 205 a 208 — Altra legge del dì 13 Gennajo 1817 sul Tavoliere di
-Puglia che ordinò l’affrancazione dell’erba estiva pag. 259.
-
-Locri antica città della Grecia quì riprodotta pag. 92.
-
-Lodovico Re d’Ungheria — Vedi _Giovanna I_ — Suo nobile rifiuto de’
-trecentomila fiorini che Papa Clemente aveva condannata la Regina a
-pagargli per le spese della guerra nella conchiusione della pace pag.
-156.
-
-Luigi XII Re di Francia — Di accordo con Ferdinando il Cattolico
-spogliò del Regno il buon Re Federico di Aragona — Vedi _Trattato
-segreto_.
-
-
-M
-
-Magna Grecia — Etimologia del suo nome e luoghi che la componevano pag.
-36 e 37.
-
-Marchio — Quello de’ cavalli e del bestiame gli Antichi lo imprimevano
-alla coscia, e quello de’ muli alla guancia pag. 62 e 63.
-
-Molfetta città marittima della Terra di Bari meno antica di Barletta,
-Trani, Giovinazzo e Bisceglia pag. 43.
-
-Monete antiche Ruvestine coi loro diversi tipi erroneamente attribuite
-una volta o alla città di _Basta_, o all’antica città dell’Acaja
-denominata _Rhypæ_ pag. 32 a 34 con due Tavole.
-
-Montepeloso città della Basilicata assediata e presa da Ruggiero con
-avervi fatto prigioniere di guerra Tancredi Conte di Conversano pag.
-117.
-
-Mura e porte della città riputate sempre come cose sacre ed inviolabili
-pag. 189 — Porzione delle antiche mura della città di Ruvo riedificata
-dalle fondamenta nell’anno 1516 pag. 186 e 187.
-
-Murge — Vasta contrada dell’antica Peucezia detta da Strabone _montosa
-et aspera_ pag. 43 — La maggior parte di essa non è atta alla coltura
-— Dà però eccellente pascolo specialmente estivo pag. 132 — Ha questa
-potuto costituire un tempo un demanio feudale pag. 213 e seguenti
-— Chiusure dell’erba vernina di quella contrada che faceva la Casa
-d’Andria abusivamente sotto il nome di _parate_ pag. 221 — Colla
-transazione dell’anno 1805 la rendita di esse fu divisa tra il Duca
-d’Andria e la Università, e l’erba estiva delle murge rimase al pieno
-comodo de’ cittadini pag. 253 e 254 — Profitto che ora trae la Cassa
-comunale dal demanio delle murge ed osservazioni su di esso pag. 255 a
-258 — Necessità precisa di provvederlo di conserve di acqua pag. 298 a
-300.
-
-Museo _Ruvestino_ della famiglia Jatta pag. 305.
-
-
-N
-
-Nardò _Neritum_ e nella Tavola Peutingeriana _Neretum_ — Antica città
-de’ Salentini — La parola _Neritini_ malamente alterata e mutilata nel
-testo di Plinio dal P. Arduino Gesuita pag. 13 a 16.
-
-_Netium_ Νήτιον — Nome ideale di un’antica città non mai esistita
-tra Celia e Canosa intrusa nel testo di Strabone dall’errore degli
-amanuensi in luogo della città di Ruvo pag. 10 a 27.
-
-Ninfe Arcadiche che allevarono il Dio Pane pag. 75.
-
-Nomina degli Amministratori comunali usurpata dalla Casa d’Andria,
-e mezzo principale della prepotenza Baronale pag. 229 — Vietata con
-giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 pag. 247.
-
-Nomina del Maestro della Fiera di S. Angelo che si celebra in
-Ruvo usurpata del pari dalla Casa d’Andria e vietata con decreto
-dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe Zurlo dell’anno 1798 pag. 249.
-
-
-O
-
-Il sig. _d’Obignì_ Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. 171.
-
-Oenotro figliuolo di Licaone Re dell’Arcadia — Molto prima della
-Guerra di Troja venne in Italia con molti Arcadi ed altre Genti del
-Peloponneso con suo fratello Peucezio — Si costituirono entrambi due
-dominazioni, delle quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di
-_Peucezia_ pag. 39 — Osservazioni sulla opinione di alcuni moderni
-Scrittori che hanno creduto favoloso cotesto racconto pag. 319 e
-seguenti.
-
-Ofanto _Aufidus_ — Fiume della Daunia, la di cui foce costituiva il
-confine tra la Daunia e la Peucezia pag. 43.
-
-Onorio Papa — Sollevò contro Ruggiero i Magnati e Baroni delle Puglie
-— Riconciliatosi indi con lui lo riconobbe per Duca di Puglia e di
-Calabria pag. 112 e 113.
-
-Orazio Rocca nato in Ruvo — Perseguitato dalla prepotenza Baronale
-fuggì in Napoli ove per i suoi talenti e la sua dottrina fu un insigne
-Magistrato pag. 230 — Cessò di vivere nell’anno 1742 pag. 308.
-
-Orti di Ruvo danno squisite e copiose verdure pag. 133 e 310.
-
-
-P
-
-_Pallantium_ — Antica città dell’Arcadia riprodotta da Evandro nel sito
-ove poi surse Roma — Fu in seguito chiamata _Palatium_ pag. 91.
-
-Signor _de la Palisse_ — Generale del Re di Francia Luigi XII —
-Comandava in Ruvo al tempo che fu espugnata quella città da Consalvo di
-Cordova — Si battè con valore e vi rimase ferito e prigioniero pag. 177
-a 179.
-
-Pane — Falsa deità venerata dagli Arcadi, ed in conseguenza anche dagli
-antichi Ruvestini ch’erano di origine Arcadica pag. 74 e 75.
-
-Parco del Conte antica difesa feudale sita nell’agro Ruvestino pag. 212.
-
-Partito Baronale che secondava in Ruvo le usurpazioni e le prepotenze
-della Casa d’Andria, ed insolenza di coloro che lo formavano pag. 230 e
-231.
-
-Passo — Nuova estorsione Baronale introdotta in Ruvo nell’anno 1602 —
-Rimase abolita colla legge generale abolitiva de’ passi emessa dal Re
-Ferdinando pag. 226 e 227.
-
-Pentesilea Regina delle Amazoni — Sua bellezza, sue bravate, suo
-armamento e sua morte per le mani di Achille pag. 67 e 68.
-
-Peucezio vedi _Oenotro_ — Peucezia da principio più estesa ed indi più
-ristretta pag. 40 — Suoi confini dal lato orientale e settentrionale
-pag. 40 e 42 — Suoi confini dal lato meridionale pag. 44 a 50, e dal
-lato occidentale pag. 52 a 55.
-
-Pie Istituzioni e Monti fondati in Ruvo per lo sollievo de’ poveri ora
-aggregati alla pubblica Beneficenza — Osservazioni su tale aggregazione
-pag. 284 a 286.
-
-Pitagora — Somma venerazione ed attaccamento per lui de’ suoi discepoli
-pag. 36.
-
-Platone pagò diecimila danari tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico
-pag. 37.
-
-Popolazione di Ruvo — Numero di essa pag. 303 — Suo prodigioso
-accrescimento e cagioni che lo hanno prodotto — Qualità fisiche e
-morali degli abitanti di Ruvo ora non più poveri come al tempo della
-feudalità pag. 305 a 306.
-
-Popoli — Nell’emigrare dal loro Paese natio hanno sempre ritenuto il
-culto che ivi si serbava pag. 77 e 78.
-
-Porte antiche della città di Ruvo ora abbattute pag. 269 — La porta
-detta di Noja arbitrariamente abbattuta nell’anno 1820 era la più
-solida, e meglio fortificata pag. 187.
-
-Promiscuità di erba ed acqua della città di Ruvo con Terlizzi e Corato,
-e sua spiegazione pag. 167 a 169.
-
-
-R
-
-_Ripen_ picciola città distrutta dell’Arcadia riportata da Omero pag.
-93.
-
-Roberto d’Angiò succeduto nel Regno a Carlo II nell’anno 1309 cessò di
-vivere nell’anno 1343 pag. 145.
-
-_Rudas_ — Antico lago ora disseccato che comunicava col mare Adriatico
-sito tra Barletta e Trani segnato nella Tavola Peutingeriana pag. 83 in
-nota.
-
-Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria, ed indi primo Re delle due
-Sicilie — Sue imprese nelle Puglie contro i Magnati e Baroni suoi
-nemici pag. 113 e seguenti — Sua morte pag. 118.
-
-Ruvo — _Rubi, Rubustini, Rubustinus ager_ — Antichissima città della
-Peucezia messa sulla strada che da Roma andava a Brindisi pag. 15 19
-20 21 27 ed 83 — Dev’essere sostituita all’ideale città denominata
-_Netium_ Νήτιον intrusa per errore degli amanuensi nel testo di
-Strabone pag. 19 a 23 — Malamente da taluno è stata denominata
-_Rubustum_ pag. 27 — Malamente si è fatto derivare il suo nome _a
-ruborum copia_ pag. 28 29 e 90 — Malamente è stata confusa con _Rufræ_
-della Campania, con _Rufrium_ degl’Irpini e con Ruvo della Montagna
-pag. 29 e 30 — È anche diversa da _Rudiæ_, patria del Poeta Ennio pag.
-30 e 31 — Fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute
-in Italia con Oenotro e Peucezio prima della Guerra di Troja pag. 33 a
-78 e 319 e seguenti — Si deve credere di maggiore antichità delle altre
-convicine città della Peucezia pag. 97 e 98 — Il nome Greco alla stessa
-imposto fu Ῥύψ (Rhyps) — Etimologia di esso pag. 90 a 98 — In qual sito
-fu da principio edificata e perchè lo cangiò in seguito e sua ridente
-situazione pag. 99 a 103 — L’attuale città di Ruvo è edificata sulle
-rovine dell’antica pag. 103 e 104 — Al tempo de’ Normanni era una città
-forte assediata e presa nell’anno 1129 da Ruggiero Duca di Puglia e di
-Calabria pag. 114 a 117 — Al tempo della Regina Giovanna I, dopo una
-coraggiosa resistenza fatta dai suoi abitanti fu presa, saccheggiata,
-e crudelmente trattata da Roberto e Ruggiero Sanseverino pag. 150 e
-151 — Fu dai Francesi occupata nell’anno 1501 pag. 174 — Nell’anno
-1503 fu sorpresa espugnata e saccheggiata da Consalvo di Cordova con
-detestabile iniquità pag. 178 a 183 — Avvenimenti seguiti ed operazioni
-fatte nella città di Ruvo nelle turbolenze dell’anno 1799 pag. 266 a
-270 — Misure prese nell’anno 1806 per lo mantenimento della pubblica
-tranquillità pag. 283 — Contegno ivi serbato nella effervescenza
-dell’anno 1820 e generosità de’ Ruvestini possidenti verso le famiglie
-de’ soldati congedati ed ammogliati che furono richiamati alle bandiere
-pag. 294 — La città di Ruvo è stata sempre una città colta pag. 308 —
-Miglioramento de’ suoi antichi edificj e novella ampliazione del suo
-antico recinto pag. 304.
-
-_Rhypæ_ — Una delle dodici antiche ed illustri città dell’Acaja, patria
-di Miscello che fondò Crotone, dalla quale la città di Ruvo prese il
-suo nome pag. 93 e 94.
-
-
-S
-
-Salentini, Iapigia, Messapia, Calabria nomi della medesima Regione oggi
-denominata Terra di Otranto pag. 40 e 41.
-
-Sancia Regina moglie del Re Roberto rimasta Balia del Regno si ritirò
-in un Convento e morì con gran fama di santità pag. 145 e 146 — Per lo
-di più vedi _Utili Possessori in feudo della città di Ruvo_.
-
-Sanseverino Roberto e Ruggiero pagarono a caro prezzo le indegnità
-commesse a danno della città di Ruvo e suoi abitanti al tempo della
-Regina Giovanna I pag. 153 e 154.
-
-Scannaggio dritto che si pagava dai macellaj usurpato dal Barone
-alla Università di Ruvo cui apparteneva pag. 226 — Restituito colla
-transazione dell’anno 1805 pag. 252.
-
-Sensalìa antico dazio comunale usurpato dal Barone ed annesso alla
-Bagliva pag. 224.
-
-Sepolcri antichi Ruvestini incavati nel vivo sasso e coverti con grandi
-tavole di pietra — Oggetti in essi rinvenuti pag. 53 — Storia de’
-scavamenti di essi pag. 56 e seguenti — Gli antichi sepolcri trovati
-nel sito attuale della città pruovano ch’era questo prima una campagna
-pag. 102.
-
-Silvio _Silvium Silvini_ — Antica ed ultima città della Peucezia dal
-lato meridionale pag. 43 — Era una città popolosa e considerevole
-e non una mansione pag. 43 e 44 — Detta _Silutum_ nella Tavola
-Peutingeriana pag. 45 — Sito preciso di essa pag. 46 — Per lo di più
-vedi _Garagnone_.
-
-Sorgive d’acqua dolce poco lungi dall’abitato di Ruvo pag. 310 —
-Copiosissime ed inesauste sorgive della contrada più lontana delle
-Matine pag. 133 — Conghiettura sulla origine di esse pag. 313.
-
-Statuette de’ tre Santi Protettori messe sulla diroccata Porta di Noja
-della città di Ruvo pag. 188 e nella nota.
-
-Stemma della città di Ruvo che dev’essere riformato pag. 90 e 91.
-
-Strade interne della città di Ruvo rinnovate e rese più regolari
-pag. 281 e seguenti — Strada nuova Provinciale da Canosa a Cisternino
-che passa per Ruvo — Sua bellezza ed utilità pag. 291 a 293 — Punto
-incantevole della detta strada denominato _Bel luogo_ pag. 293 e 294 —
-Disordini e sconcezze che deturpano le pubbliche strade del territorio
-di Ruvo pag. 315 e 316.
-
-Strena — Regalo che la Casa d’Andria esigeva dalla città di Ruvo il
-primo dì dell’anno pag. 225.
-
-Scuola Pitagorica che fioriva nelle città della Magna Grecia pag. 36.
-
-Scuole Pie stabilite in Ruvo in luogo del Seminario prescritto
-dall’ultimo Concordato colla S. Sede pag. 288 a 291.
-
-
-T
-
-Taranto antica città della Magna Grecia e seno Tarantino pag. 37 40 e
-41 — Tarantini valenti nella equitazione e nelle manovre di cavalleria
-pag. 63 — Fu presa da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. 113.
-
-Tavole Peutingeriane perchè così chiamate e di qual uso possono essere
-pag. 11 e 12.
-
-Tavoliere di Puglia e sui Locati Abruzzesi — Cosa è il dritto di
-_Riposo_ da essi preteso sulle murge di Ruvo pag. 195 e 196 — Cotesto
-dritto fu sempre contrastato dalla Casa d’Andria pag. 196 e 213 — Abusi
-gravissimi introdotti dai Locati Abruzzesi nel territorio di Ruvo pag.
-197 e seguenti — Iniquo decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno
-1549 pag. 199 e 200 — Altro simile decreto del Tribunale Doganale
-dell’anno 1642 pag. 204 — Resistenza de’ Ruvestini a cotesti abusi
-corretti finalmente dalla legge dell’anno 1806 sul Tavoliere di Puglia
-e dalle novelle leggi relative alla chiusura de’ Demanj pag. 205 a 209.
-
-Terlizzi città recente surta nell’agro Ruvestino vanamente presuntuosa
-di una rimota antichità, di cui manca ogni appoggio ed ogni memoria
-pag. 79 ad 89 e 167 a 169 — Quistioni di confini che vi sono state tra
-la città di Ruvo ed i Terlizzesi pag. 144 anche nella nota e pag. 191 e
-192.
-
-Terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino affrancati dalla
-servitù del pascolo civico pag. 294 e seguenti.
-
-Terreni del Monte della Pietà di Ruvo siti nelle murge usurpati dalla
-Casa d’Andria pag. 250 — Restituiti dietro il giudizio istituito
-nell’anno 1804 pag. 260.
-
-Territorio di Ruvo — Sue pregevoli qualità e varietà, e suoi prodotti
-colla descrizione di esso pag. 309 e seguenti — Ampio letto di un
-antichissimo torrente che lo fendeva pag. 312 — Conghietture sul
-torrente suddetto e sulle cagioni che lo fecero cessare pag. 313 e 314.
-
-Timeo gran Filosofo ed Astronomo della Magna Grecia e sommo Politico
-pag. 36.
-
-Transazione dell’anno 1751 tra la Università di Ruvo e la Casa d’Andria
-— Rimasero con essa sagrificati gl’interessi della prima pag. 239 a 242
-— Transazione dell’anno 1805 — Rimasero con essa corretti tutti gli
-abusi ed usurpazioni della feudalità pag. 251 e seguenti — Perchè fu
-la stessa consegnata in due scritture separate e distinte? — Motivi che
-suggerirono gli articoli stabiliti in quella del dì 2 Maggio 1805 pag.
-254 e seguenti.
-
-Trattato segreto tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII Re di Francia
-per ispogliare del Regno di Napoli il buon Re Federico di Aragona,
-e patti della divisione di esso pag. 172 e 173 — La poca avvedutezza
-colla quale furono essi scritti produsse la guerra tra loro pag. 173
-e 174 — Non seppero i Francesi profittare della loro superiorità e
-cacciare gli Spagnuoli dal Regno e diedero troppo tempo a Consalvo di
-Cordova di ricevere rinforzi di truppe e di danaro pag. 174 e 175.
-
-Traviamento e disordine della moderna Amministrazione Comunale
-Ruvestina per la influenza de’ partiti pag. 316 a 318.
-
-Trifinio tra Ruvo Terlizzi e Bitonto pag. 86 — Altro trifinio tra Ruvo
-Andria e ’l territorio del Garagnone pag. 168.
-
-Turia antica città della Grecia riprodotta nelle nostre Regioni pag. 92.
-
-
-U
-
-Uffizio del Camerlengo che vi era un tempo nella città di Ruvo in che
-consisteva pag. 269.
-
-Usi civici pieni di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di
-Ruvo guadagnati con decreto del S. R. C. dell’anno 1798, e risega fatta
-a favore del Comune per effetto di questo giudicato di carri trentatre
-del bosco suddetto pag. 247 e 248 — Pessimo stato in cui è ridotta
-quella parte del bosco che spetta al Comune, senza dare alcun profitto
-alla Cassa Comunale per effetto degl’intrighi pag. 259 e 260.
-
-Utili possessori in feudo della città di Ruvo che si son potuti
-conoscere — Al tempo di Ruggiero fu posseduta da Tancredi di Conversano
-pag. 114 e 115 — Costui la perdè per ribellione pag. 117 — Fu dappoi
-conceduta a Roberto di Basavilla Conte di Conversano e di Loritello
-pag. 118 e 119 — Passò poi a Berardo Conte di Loritello e di Conversano
-di cui non si conosce il cognome detta pag. 119 — Carlo I d’Angiò
-nell’anno 1269 la concedè ad Arnolfo de Colant pag. 123 e 124 — Da
-costui passò al suo figliuolo Giannotto pag. 135 — Fu indi posseduta
-da Arnolfo II de Colant pag. 136 — Passò indi a Roberto _de Juriaco_
-pag. 137 — Dopo di lui la possedè Galeraimo _de Juriaco_ che la perdè
-per contumacia pag. 137 e 144 — Oppressioni usate da uno di questi due
-alla città di Ruvo, e Lettera Regia del Re Carlo II dell’anno 1307 per
-reprimerle pag. 138 e 139 — Il Re Roberto ne investì la Regina Sancia
-sua consorte che nell’anno 1337 la possedeva ancora pag. 144 e 145 —
-La Regina Sancia la vendè al Conte di Terlizzi Gazone _de Denysiaco_
-che morì giustiziato come complice della morte del Re Andrea pag. 147
-— Dopo di lui la possedè a vita la sua vedova Margherita Pipina pag.
-147 e 148 — Lodovico Re d’Ungheria impossessatosi del Regno la concedè
-in feudo a Giovanni Chucz valoroso Ungaro pag. 149 — Non è chiaro se
-la Regina Giovanna I l’abbia conceduta contemporaneamente a Roberto
-Sanseverino suo partigiano pag. 156 — Al tempo del Re Ladislao la
-possedeva in feudo Villanuccio _de Vrunforti_ suo Consigliere — Morto
-costui senza successori in grado e devoluta alla Corona, il detto
-Re Ladislao la concedè ai nipoti del detto Villanuccio Antonio _de
-Sancto Angelo_ e Federico Vrunforti pag. 157 — Nell’anno 1404 Federico
-Vrunforti divenuto Conte di Bisceglia la possedeva ancora pag. 157 e
-158 — Si vede dopo conceduta a Carlo Ruffo, senza conoscersi l’epoca
-di tal concessione detta pag. 158 — Al tempo della Regina Giovanna II
-Giovanni Antonio Orsini la unì al Principato di Taranto detta pag.
-158 — La possedè dopo Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, da
-cui la ereditò nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini unica di lui
-figliuola maritata con Pirro del Balzo Principe di Altamura pag. 164
-e 165 — Isabella del Balzo figliuola di questi due, e maritata con
-Federico di Aragona figliuolo allora secondogenito del Re Ferdinando
-I venne ad ereditarla per essere i di lei genitori trapassati senza
-figliuoli maschi detta pag. 165 — Il detto Federico divenuto già Re,
-nell’anno 1499 vendè a Galzarano de Requesens Conte di Trivento e di
-Avellino detta pag. 165 — Questo contratto fu confermato da Ferdinando
-il Cattolico nell’anno 1504 pag. 185 — Al Conte di Trivento succedè
-l’unica sua figliuola Isabella che fu moglie di D. Raimondo di Cardona
-Vicerè di questo Regno. Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono
-la città di Ruvo al Cardinale Oliviero Carafa, da cui passò nell’anno
-1520 al Conte Antonio suo Nipote e da questi nell’anno 1528 al Conte
-Fabrizio di costui figliuolo, ed indi agli altri successori della
-famiglia Carafa che l’hanno posseduta fino ai nostri giorni detta pag.
-185.
-
-
-V
-
-Vasi fittili Ruvestini — Numero grandissimo, bellezza e varietà de’
-bicchieri detti _Rhyton_ pag. 61 e 62 — Forme moltiplici de’ vasi
-suddetti eleganti e capricciose pag. 63 e 64 — Stile grandioso nel
-tempo stesso e semplice degli antichi Dipintori Ruvestini, e loro
-istruzione e minutezza pag. 64 a 73 — I vasi di Ruvo non peccano di
-oscenità pag. 77 — Osservazioni su di alcuni vasi di Canino e di Ruvo
-pag. 76 a 78.
-
-Venere ed Anchise sul Monte Ida — Spiegazione di un pregevolissimo
-ed elegantissimo vaso Ruvestino erroneamente pubblicato da un Estero
-Archeologo come un vaso Nolano pag. 68 a 73.
-
-Venosa antica città, patria del Poeta Orazio — È rimasto in dubbio se
-apparteneva alla Peucezia, alla Daunia, o alla Lucania pag. 50 e 51.
-
-Venulo Ambasciatore di Turno a Diomede per dimandargli soccorso contro
-il Trojano Enea pag. 53 in nota.
-
-Vescovo di Ruvo intervenuto nell’anno 1071 alla consecrazione della
-Chiesa di Montecasino pag. 111 e 112 — Il Vescovo di Ruvo nell’anno
-1084 donò al Priore di Montepeloso la Chiesa di S. Sabino colle rendite
-de’ beni alla stessa annessi pag. 112 — Decime della Bagliva di Ruvo
-pagate dai Sovrani Angioini al Vescovo e Clero di Ruvo pag. 134.
-
-Vescovado di Ruvo e sua antichità pag. 120 e 121 — Fu sottratto alla
-sua soppressione ch’era sul tappeto, ed unito al Vescovado di Bitonto
-pag. 121 e 122.
-
-Vie che da Brindisi menavano a Roma descritte da Strabone pag. 10.
-
-Virgulti che nascono nel territorio di Ruvo adatti al lavoro de’
-panieri mentovati da Virgilio pag. 115.
-
-
-Z
-
-Zagarese nome di un vino pregiato che si fa in Ruvo pag. 311.
-
-Zelanti — Nome specioso che si attribuiscono gl’intriganti che cercano
-mischiarsi negli affari Comunali per poter profittare dominare, ed
-introdurre abusi più condannabili di quelli dell’abolita feudalità pag.
-317.
-
-Zeleuco sommo Legislatore pag. 36.
-
-Zona di Venere pag. 68 e 69.
-
-Zurlo Giuseppe — Insigne Magistrato e Consigliere Commessario del
-giudizio istituito nell’anno 1797 nel S. R. C. dalla Università di Ruvo
-contro la Casa d’Andria pag. 247 — Fu indi delegato dal Re per decidere
-anche gli altri giudizj dedotti nel Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria pag. 249 — Saccheggiamento della di lui casa seguito nell’anno
-1799, e dispersione de’ processi delle cause di Ruvo che convenne
-rifargli pag. 249 e 250.
-
-
-
-
- ERRORI. CORREZIONI.
-
- PAG. 6 LIN. 24 _Longe exploratiores sunt._ _Longe exploratiora
- sunt_
- PAG. 9 LIN. 15 }
- item pag. 95 } adequato adeguato
- lin. 17, e 27 }
- PAG. 35 LIN. 14 _Tam optima tauris colla_ _Tam opima tauris
- colla_
- PAG. 42 LIN. 32 _Ecloga CIV_ _Cap. IV_
- PAG. 48 LIN. 28 diresse sua lettere diresse sua lettera
- PAG. 55 LIN. 12 _Oppida Canusiam, Arpi_ _Oppida Canusium,
- Arpi_
- PAG. 61 LIN. 20 }
- Item pag. 76 } _Riton_ _Rhyton_
- lin. 8 }
- PAG. 99
- LIN. 9 e 24 PP. Riformati PP. Minori
- osservanti
- PAG. 104 LIN. 31 Panni lini Pannilini
- PAG. 134
- LIN. 19 e 28 Lagopensile Lagopesolo
- PAG. 141 LIN. 21 _Tabenarios_ _Tabernarios_
- Ibidem nella nota
- lin. 3 Accostare insieme Accostate insieme
- PAG. 149 LIN. 23 _Ad Dominum Vaivodam_ _Ad Dominum
- Vayvodam_
- PAG. 153 LIN. 23 Ch’era in attrasso di soldi Ch’era in ritardo
- di soldi
- PAG. 175
- LIN. 21 e 23 }
- Item pag. 275 } scomparire disparire
- lin. 34 }
- PAG. 188 Lin. 14 }
- Item pag. 190 } antrone androne
- lin. 3 }
- PAG. 216 LIN. 7 _lama capraria_ _lama cervaria_
- PAG. 240 LIN. 1 Transazione dell’anno 1750 Transazione
- dell’anno 1751.
- PAG. 267 LIN. 29 era scomparso era sparito
- PAG. 290 LIN. 8 sua annuenza suo consenso
- Ibidem lin. 10 annuito aderito
-
-
-AVVERTIMENTO.
-
-Alla pagina 101 verso primo, alla pagina 277 verso penultimo, ed alle
-pagine 315 e 316 in diversi luoghi ho usata nel plurale la parola
-_parieti_ nel mascolino, per adattarmi al linguaggio della Provincia,
-mentre sarebbe stato più Italiano il dirsi nel plurale le _parieti_ o
-le _pareti_.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS
-
-EDIDIT FRANCISCVS M. AVELLINIVS.
-
-
-CLARISSIMO AC DOCTISSIMO VIRO IOANNI IATTA.
-
-_Mitto ad Te, vir clarissime ac doctissime, Rubastinorum numorum
-catalogum excerptum ex opere _de Italiae veteris numismatis,_ cujus
-alteram paro editionem. Vt illum promulsidis loco, in publicum
-proferas, lubentissime adsentior. Quaedam tamen monenda sunt, ut ejus
-catalogi usus fieri possit. Primum igitur tenendum, me Rubastinorum
-numos ita numerasse, ut sub unoquoque numero plures quandoque
-complecterer, qui modulo tantum inter se paullulum differrent, ut ex.
-c. num. 2, qui numus modo quarti est moduli, modo quarto aliquanto
-majoris, modo quarti cum dimidio. Numero igitur moduli notitiam
-subjeci, simplicem aliquando, aliquando multiplicem. Deinde, descriptio
-numi duabus, quas vocant, _columnis_ ita est distincta, ut quae a
-sinistris legentis est, _posticae_, quae a dextris, _anticae_ typos,
-sigilla, litteras in area, et epigraphen indicet. Praecedit typus,
-qui alphabetico ordine indicatur in postica propter commodiorem
-catalogi usum: typi descriptioni subjiciuntur sigilla vel litterae in
-area; denique epigraphe quae semper ad legentis dextram exhibetur,
-ut omnes uno velati intuitu facile patere possint. Quum typus plane
-idem posticae vel anticae in sequente numo recurrit, indicavimus
-compendii caussa nota _id._ quae nempe _idem typus_ significat. Item
-cum sequentis numi epigraphe a superiore non variat, dedimus _ead.
-epigr._ idest _eadem epigraphe_. Moduli sunt ipsissimi Mionnetani,
-quorum _scalam_, ut vocant, in tabulis repetimus. Argenteos numos nota
-AR. indicavimus, qua qui carent omnes sunt aenei. Numorum descriptionem
-sequitur 1. scriptorum vel museorum, e quibus eorum notitiam hausimus,
-demonstratio: 2. notulae quaedam criticae atque exegeticae. Additae tua
-voluntate aeneae duae tabellae seriem Rubastinorum numorum exhibent,
-quantum fieri potuit, ditissimam: e quibus decem ad minimum, a ceteris
-variantes, tuo nunc primum e gazophylacio prodeunt. Vale, clarissime
-ac doctissime vir, Ruborum non minus ac totius Italiae nostrae Decus
-ac Gloria, meque tui a prima aetate observantissimum, quod facis,
-amare perge. Dabam VI id. oct. e suburbano meo Leucopetrano A. R. S.
-MDCCC[=XLIII]._
-
-
- EXPLICATIO NOTARVM.
-
- dm — dextrorsum.
-
- sm — sinistrorsum.
-
- _Typi posticae partis._ _Typi anticae partis._
-
- 1 (_mod._ 5½) _Vide tab. I fig. 1._
-
- Aquila sinistrorsum alis expansis | Caput barbatum laureatum
- fulmen unguibus tenet: | dextrorsum.
- _a sinistris in area_ ΡΥΨ |
-
- 2 (_mod._ 4, 4 +, 4½)
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 3 (_mod._ 3)
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 4 (_mod._ 5 —) _Vide tab. I fig. 2._
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.; _retro_ K.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 5 (_mod._ 3)
-
- — id. sm _a sinistris | Idem dm.
- in area_ ΡΥΨ |
-
- 6 (_mod._ 3 +, 4, 4½) _Vide tab. I fig. 3._
-
- — id. sm _in area a dextris_ | Idem dm; in area _ante os_
- lunula | lunula _retro_ Θ.
- _a sinistris_ ΡΥΨ |
-
- 7 (_mod._ 2)
-
- Clava, arcus, pharetra ΡΥ | Caput imberbe laureatum
- | dextrorsum.
-
- 8 (_mod._ 4 —, 4) _Vide tab. I fig. 4._
-
- Clava nodosa, et pharetra | Caput imberbe laureatum
- transversae dextrorsum, taenia | dextrorsum.
- sinistrorsum colligantur: |
- inferius arcus nervo superius |
- posito: _supra clavam_ ΡΥΨ; omnia |
- in corona e duobuslauri ramis |
- inferiore parte dextrorsum |
- colligatis. |
-
- 9 (_mod_. 3 —, 3, 3 +, 3½)
-
- — id. _supra clavam_ ΡΥΨ; omnia | Idem dm.
- in corona ut supra. |
-
- 10 AR. (_mod_. 1, 1 +) _Vide tab_. I _fig._ 5.
-
- Fulmen quatuor alis instructum, | Bucranium adversum, infulis ex
- quarum duae sursum, duae deorsum | utroque cornu dependentibus.
- _a sinistris_ Ρ, _a dextris_ Υ. |
-
- 11 AR. (_mod_. 1, 1 +) _Vide tab_. I _fig_. 6.
-
- Lyra, inferiore sui parte | Idem _supra_ ΡΥ
- globosa, taenia e dextris |
- dependente. |
-
- 12 (_mod_. 3 —, 3, 3 +)
-
- Mulier sinistrorsum stans dextra | Caput barbatum laureatum
- pateram, sinistra cornucopiae: | dextrorsum ΓΡ^ΟΣΕ^ΟΕ
- _a dextris_ ΡΥ |
-
- 13 (_mod_. 3 +) _Vide tab_. I _fig_. 7.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥ | Idem dm ΓΡΟ·ΣΕ....
-
- 14 (_mod_. 3) _Vide tab_. I _fig_. 8.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥ | Idem dm ΓΡ^ΟΣΣ^ΟΚ.
-
- 15 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. I _fig_. 9.
-
- — id. sm _epigr. detrita_ | Idem dm ΓΡ··ΣΣ^ΟΚ.
-
- 16 (_mod_. 4)
-
- Noctua ramo insistens _in area_ | Caput muliebre galeatum _in
- AI ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ | area_ Κ.
-
- 17 (_mod_. 3 +)
-
- — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. | Caput muliebre galea oblonga,
- epig_. | cristata, et duplici monili
- | ornatum dextrorsum, crinibus in
- | collum defluis.
-
- 18 (_mod_. 4 +) _Vide tab_. I _fig_. 10.
-
- — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. ep_. | Caput muliebre galea oblonga
- | cristata ornatum, crinibus ad
- | collum defluis, dextrorsum:
- | _supra_ Κ.
-
- 19 (_mod_. 3 —, 3, 3½)
-
- — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. ep_. | Idem _supra_ Κ.
-
- 20 AR. (_mod_. 2)
-
- Spica ΡΥ | Caput muliebre galeatum
- | dextrorsum.
-
- 21 AR. (_mod_. 2, 2½) _Vide tab_. II _fig._ 1.
-
- Spica duobus foliis inferius | Caput muliebre dextrorsum, galea
- instructa _a dextris_ cornucopiae | oblonga et monili ornatum,
- | crinibus ad collum defluis.
- _a sinistris_ ΡΥ |
-
- 22 AR. (_mod._ 1 +, 2) _Vide tab_. II _fig_. 2.
-
- — id. _a dextris_ cornucopiae, | Id. dm: praeterea in galea
- _a sinistris_ ΡΥ | astrum.
-
- 23 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 3.
-
- — id. _a dextris_ cornucopiae, | Idem dm sine astro.
- _a sinistris_ ΡΥ _ac deinde_ A |
- _majus_. |
-
- 24 AR. (_mod_. 2)
-
- — id. _in arca_ cornucopiae, | Caput muliebre galeatum.
- _infra_ T ΡΥ |
-
- 25 AR. (_mod_. 1 +, 2) _Vide tab._ II _fig._ 4, 5.
-
- Spica cum folio ad dextram | Caput muliebre galea oblonga
- inferius, cui impositum | ornatum dextrorsum, crinibus
- cornucopiae: | ad collum
- _a sinistris_ ΡΥ | defluis.
- [M=] |
-
- 26 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. II _fig_. 6.
-
- Victoria sinistrorsum stans, | Caput muliebre galea cristata
- dextra globulum (coronam? an | oblonga et torque ornatum,
- pateram?) sinistra palmae ramum; | crinibus ad collum defluis,
- _a dextris_ ΡΥΨ | dextrorsum.
-
- 27 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. II _fig._ 7.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥΨ | Idem dm _retro_ K.
-
- 28 (_mod_. 2 —, 2) _Vide tab_. II _fig_. 8.
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥΒΑ | Idem dm.
-
- 29 (_mod_. 1, 1 +, 1½)
-
- — id. sm _a dextris_ ΡΥΒΑ | Idem dm.
-
- 30 AR. (_mod_ 2) _Vide tab_. II _fig_. 9.
-
- Vir nudus (Hercules) dextrorsum | Caput muliebre dextrorsum galea
- d. genu flexo, dextri pedis | cristata et duplici torque
- calci insidens, dextro brachio | ornatum, crinibus ad collum
- leonem stringit in se adsurgentem | defluis: in galea mulier in
- _a dextris supra_ ΥΡ? | piscem desinens, duorum canum
- | capitibus ex inguine
- | erumpentibus, dextra elata,
- | sinistra extensa.
-
- 31 AR. (_mod_. 2 —, 2) _Vide tab_. II _fig_. 10.
-
- — id. _a dextris supra_ ΡΥ | Idem dm.
-
- 32 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 12.
-
- — id. _infra_ HOV (NOV) | Id. dm. sine torque (_pone_
- _a sinistris_ ΡΥ | cornucopiae, _supra_ ΔΩ).
-
- 33 AR. (_mod_. 2 —) _Vide tab_. II _fig._ 11.
-
- — id. _infra_ TOV, _a dextris | Idem dm.
- supra_ ΡΥ |
-
- 34 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 13.
-
- — id. dm _infra_ A, | Idem dm.
- _a dextris supra_ ΡΥ, |
- _a sinistris_ [M=] |
-
- 35 AR. (_mod_. 2)
-
- — id. dm: _in area_ clava. ΡΥΣΙ | Idem dm.
-
-
-_Scriptorum, vel museorum, e quibus numorum notitiam hausimus,
-demonstratio._
-
-1) E museo cl. viri Ioannis Iatta.
-
-2) _Pembrock_ part. 2 tab. 26, _Carellii_ tabulae anecdotae, _Real
-museo borbonico_ tom. III tav. 32 fig. 1.
-
-3) _Carellii_ Ital. vet. num. pag. 38.
-
-4) E museo cl. viri Ioannis Iatta.
-
-5) _Carell_. ibid., _Mionnet_ tom. II p. 199, qui etiam de nostro
-n. 3 intelligi potest, ac numo quartum _raritatis_, ut ajunt, gradum
-tribuit, atque octo _francorum_ pretium.
-
-6) _Eckhel_ numi veter. anecd. pag. 129 tab. 8 fig. 22, _Mus.
-Hedervar_. tom. I pag. 159, _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. pag.
-25, _Carellii_ tabulae anecd. Numus moduli 4½ est in museo cl. viri
-Ioannis Iatta.
-
-7) _Reynier_ précis pag. 26.
-
-8) _Pellerin_ suppl. I pag. 31 seq. tab. I fig. 10. Et e museo cl.
-Iatta.
-
-9) _Mionnet_ tom. II pag. 199, qui numo quintum raritatis gradum et
-decem francorum pretium tribuit, _Real museo borbon._ tom. III tab.
-32 fig. 3, _Carellii_ tabulae anecd., _Sestini_ descrizione di alcune
-medaglie greche del principe di Danimarca pag. III tab. I fig. 3. Item
-e museo cl. Iatta.
-
-10) _Monum. inediti di antiche e belle arti_ pag. 40 tab. I fig. 8,
-_Avellino_ opuscoli tom. II pag. 64 tab. 4 fig. 1, _Carellii_ tab.
-anecd. Item e museo cl. Iatta.
-
-11) _Eckhel_ doctr. tom. I pag. 142, e quo transcribit Mionnetus tom.
-I pag. 266, qui sextum raritatis gradum, et 30 francorum pretium numi
-statuit, _Mus. Hederv._ tom. I pag. 26 tab. 2 n. 20, _Millingen_ anc.
-coins pag. 40 tab. 4 fig. 10.
-
-12) _Hunter_ pag. 255 tab. 46 fig. 12, _Minervin._ del monte Vulture
-pag. 97, 99 tab. 3 fig. 6, _Mionnet_ suppl. tom. I pag. 267, cum sexto
-raritatis gradu, et 18 francorum pretio, _Carell._ Ital. vet. num. p.
-38 et tab. anecd., _Real museo borbon._ tom. III tab. 32 fig. 4.
-
-13) E museo cl. Iatta.
-
-14) Ex eodem museo.
-
-15) Ex eodem museo.
-
-16) _Mionnet_ descr. tom. I pag. 133 cum septimo raritatis gradu et 24
-francorum pretio.
-
-17) _Carellii_ tabulae anecdotae.
-
-18) E museo cl. Iatta.
-
-19) _Pellerin_ rec. tom. I pag. 72 seq. tab. X fig. 5, _Sestini_
-lettere prime tom. IV pag. 54 seq., _Real mus. borb._ tom. III tab. 32
-fig. 5, _Carellii_ tab. anecd.
-
-20) _Mus. Hedervar._ tom. I pag. 26, _Dumersan_ catal. d’Allier
-d’Hauter. pag. 9.
-
-21) E museo cl. Iatta.
-
-22) _Avellinii_ Ital. vet. num. tom. I pag. 54, _Carellii_ Ital. vet.
-num. pag. 38 et tabulae anecd.
-
-23) _Carellii_ tab. anecd.
-
-24) _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. p. 25.
-
-25) _Neumann_, num. popul. tom. II pag. 115 tab. 4 fig. 6, _Mionnet_
-descr. tom. I pag. 161, suppl. tom. 1 pag. 267 cum quinto raritatis
-gradu et 24 francorum pretio, _id._ poids des med. pag. 13 (pond. 18),
-_Carellii_ Ital. vet. num. pag. 38 (pond. 20), et tabul. anecd.
-
-26) _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, _Carellii_ Ital.
-vet. num. p. 12 et tab. anecd.
-
-27) E museo cl. Iatta.
-
-28) _Mionnet_ descr. tom. I pag. 133 cum sexto raritatis gradu et
-viginti francorum pretio, _Avellino_ giorn. num. tom. I pag. 51 tab.
-4 fig. 4 et _opusc._ tom. II p. 64 tab. 3 fig. 14, _Taylor Combe_ mus.
-britann. pag. 246 tab. 12 fig. 17.
-
-29) _Carell._ Ital. vet. num. pag. 38 et tabul. anecd.
-
-30) E museo cl. Iatta.
-
-31) _Carell._ tab. anecd., _Millingen_ anc. coins pag. 9 tab. 1 fig. 9.
-Item e museo cl. Iatta.
-
-32) _Sestini_ descriz. del museo Fontana parte 3 pag. 2 et 110 tab. 1
-fig. 6.
-
-33) _Sestini_ ib. fig. 4.
-
-34) _Sestini_ ib. fig. 5.
-
-35) _Avellinii_ Ital. vet. num. tom. I pag. 103 et supplem. pag. 25.
-
-
-ADNOTATIONES CRITICAE ATQVE EXEGETICAE IN CATALOGVM NVMORVM
-RVBASTINORVM.
-
-_Ad numum catalogi nostri 1 et sequentes 2, 3, 4, 5._
-
-Memorantur hi numi a Sestinio _descrizione d’alcune medaglie greche
-del principe di Danimarca_ pag. 111 et a Millingen _considérat. sur la
-numismatique d’Italie_ pag. 150. Eckhelius _doctr._ tom. II pag. 239,
-Pellerinii judicium sequutus, hos et ceteros numos cum inscriptione
-ΡΥΨ ad Rhypas Achajae urbem pertinere _sine dubio_ affirmavit; _cum
-ejus gentile sit_ Ρύψ. Quod judicium primus impugnavi _ad Ital. vet.
-num. supplem._ pag. 25, tum quod ex Apulia quidam ex his numis saepe
-ad me fuerint adlati, tum quod fabrica et typi eam numorum patriam
-haud respuant; praesertim quum numus cum Palladis et Victoriae typis
-occurrat (catal. nostri n. 26 ad 29) aliquando epigraphe ΡΥΨ, aliquando
-ΡΥΒΑ inscriptus; et Herculis armorum typus sit quoque in vicinarum
-urbium, Luceriae, Hydruntique numis obvius. Visum tum mihi τὸ Ρὺψ
-urbis ipsius apud indigenas nomen, quam _Rubos_ Latini dixere. Quod
-si Stephano gentile est Ρὺψ Achajae urbis, probare id videtur, quo se
-nomine Achajae Rhypenses appellabant, eodem Apulos Rubastinos non pro
-ἐθνικῷ, sed ad urbem ipsam denotandam usos. Ceterum esse hos Achajae
-Rhypenses Ruborum in Apulia conditores jure censuit clar. Millingen
-_l. c._, de qua re consulendus et cl. Iatta in opere quo de Ruborum
-origine et historia agit. Sententiam meam de his numis ΡΥΨ inscriptis
-sequuti sunt Sestinius, Carellius, Millingen _ll. cc._, ipse denique
-Mionnetus _supplem._ tom. IV pag. 159. Neque igitur imitandus est cl.
-Grotefendius, qui nuper videtur iterum ad Achajae Rhypas numos ΡΥΨ
-inscriptos revocare: vide ejus _Blätter für Münzkunde_ anni 1837 pag.
-107.
-
-
-_Ad numum cat. nostri 6._
-
-Eckhelius et musei Hedervariani descriptor ad Achajae Rhypas pro more
-hunc numum quoque referunt, sed jure ad Rubastinos spectare monet
-Sestinius _in catal. mus. hedervar. part. I castigat._ pag. 31. Idem
-(_descriz. d’alcune med. greche del Principe di Danimarca_ pag. III)
-similem citat numum e museo regis Bavariae. Fabrica numi rigidior, ita
-ut _barbaram_ dicere olim haud sim veritus, quum musei regii exemplar
-describerem. Videtur antiquior certe ceteris Ruborum numis.
-
-
-_Ad numum cat. n. 7._
-
-Soli Reynerio cognitus. An pro ΡΥ legendum ΔΥΡ vel ΥΔΡ, et numus
-Dyrrhachio vel Hydrunto restituendus?
-
-
-_Ad numum cat. n. 8._
-
-Pellerinius hunc quoque ad Rhypas Achajae refert; et Herculis caput
-jure in antica agnoscit.
-
-
-_Ad numum cat. n. 9._
-
-Mionnetus ad Rhypas quoque refert: numus ab eo editus quum sit 3
-moduli, alius a Pelleriniano esse videtur, qui 4 est moduli. Taeniae,
-qua pharetra et clava colligantur, non meminit Mionnetus, neque ea
-conspicitur in ectypo ejus quem edidi in _real museo borbonico_, ubi
-numum Rubis vindicavi; quibus tribuunt quoque Carellius et Sestinius.
-In ectypo Carelliano taenia ad pharetram pertinet, et fluitans post
-clavam exhibetur: rectius in Sestiniano, ut et in Pelleriniano, clava
-et pharetra taenia colligantur.
-
-
-_Ad numum cat. n. 10._
-
-Primus edidi. Ad Iovis cultum refertur, cui victima taurus.
-
-
-_Ad numum cat. n. 11._
-
-Primus e Neumanni museo edidit Eckhelius, ac non sine dubio Rubastinis
-tribuit. Hausit ex Eckhelio Mionnetus addita dubitationis nota?
-Idem, ut videtur, Neumanni exemplar in Hedervarianum museum illatum,
-et in ejus descriptione editum, e cujus ectypo apparet lyrae partem
-superiorem oblique effictam, et duas veluti taenias ex inferiore ejus
-demitti. In ectypo Millingeniano una tantum taenia dextrorsum dependet,
-et sic quoque in numo integerrimo apud cl. Iatta, unde nostrum ἔκτυπον
-exhibuimus tab. nostrae I fig. 6. Comparat Millingenius cum ΚΑ-νουσὶνων
-numo eodem typo insigni. Sed hunc numum ΚΑ inscriptum nihil vetat
-Caelio potius, quam Canusio, tribuere; ita ut videantur Caelini et
-Rubastini argentei minimae formae numi et in lyrae, et in Herculis
-leonem sternentis typis inter se convenire.
-
-
-_Ad numum cat. n. 12._
-
-Magna in legenda anticae epigraphe varietas. Apud Hunterum numus ad
-Achajae Rhypas quoque refertur, et epigraphe legitur ΓΡΟϹϹΟϹ. Eum
-mature Rubastinis vindicavit Minervinius, sed (mirum dictu!) epigraphes
-partem tantum sic legit ϹΕΟΕ, quod interpretatur _Voco_, idest, ut
-autumat, persice _aridam!_ Mionnetus praeter numi descriptionem e mea
-petitam, aliam dat e museo, ut ait, _de feu M. Beaucousin à Amiens_,
-legitque in antica ΣΡΟϹΕ^οΓ (sic) et in postica. BA pro ΡΥ-BA, quum
-in ceteris omnibus ΡΥ tantum legatur. Carellius in descriptione
-habet ΓΡοϹΕ^οΕ (sic), at in ectypo literae sic exhibentur ΓΡΟ ϹΕ Ε.
-Epigraphen ΓΡ^οϹΕ^οΕ eruisse jam visus sum e collatione duorum numorum
-musei Capyciolatri et regii: sed serius in alio musei regii numo legi
-.. ΡΟϹΕΟϹ. In tanta lectionis varietate vix est ut verus epigraphes
-sensus erui possit, qua magistratum indicari fere est tralatitium.
-Possis et bis notis sermonis ἐπιχωρὶου voces aliquas exprimi non sine
-quadam veri specie suspicari, haud temere pro Graecis accipiendas,
-etsi Graecis scriptas characteribus. Quod idem dicendum videtur et
-de numorum Salapiae nonnullis inscriptionibus, Graecis characteribus
-voces, ut videtur, minime Graecas exhibentibus. Memoratur vero hic
-numus et ab Eckhelio _doctr_. tom. I pag. 142 dubitante an Rubastinis
-sit accensendus, et a Sestinio _descrizione di alcune medaglie del
-principe di Danim_. p. III, et a Romanellio, qui Minervinium sequitur,
-topogr. tom. II pag. 63, et a Raoul-Rochette _memoir. de numismat._
-pag. 229 et 233, qui in postica urbis ipsius imaginem agnoscit libantis
-ritu, cui figurae (Τυχῆ πολέως) et cornucopiae accommodatur. Iam vero,
-dum haec prelo mandantur, nitidissimum numum similem mihi ostendit
-clarissimus atque amicissimus vir Nicolaus Ianuarii fil. Minervinius,
-in quo sine ulla dubitatione epigraphe sic legitur ΓΡ^οϹΕ^οΕ.
-
-
-_Ad numos cat. n. 13, 14, 15._
-
-Numi e museo cl. Iatta omnes in epigraphe anticae variant, cujus
-incertam significationem incertiorem tot varietatibus reddi, cuique
-manifestum.
-
-
-_Ad numum cat. n. 16._
-
-Numus hic solius Mionneti fide nititur. In omnibus aliis ΛΙ legitur in
-area posticae, non AI, ut legit Mionnetus perperam ut videtur.
-
-
-_Ad numos cat. n. 17, 18, 19._
-
-Primus numi hujus editor Pellerinius Bastae Calabriae urbi tribuit,
-ratus τῷ K anticae Calabriam designari, et τὸ ΛΙ in postica ΛΙμην
-explicandum. Sed jam numum Pellerinianum Rubastinis tribuendum esse
-docuit Magnanus, qui illum repetit _miscell. num_. tom. III tab. 39
-fig. 2, et post eum Mola in _observat. ad Neumanni opus_, editis in
-_effemeridi enciclopediche di Napoli_ anni 1794 martii mensis pag.
-81 (ubi perperam legit ΡΟΥΒΑΣΤΙΝΩΝ et numum similem memorat, in quo
-legit .. ΒΑΣΤΕΙΝ ..), Eckhelius _doctr_. tom. I pag. 142, Millingen
-_considerations_ etc. pag. 151, Romanellius _topogr_. tom. II p. 30,
-Sestinius _class. gen_. prior. edit. tom. II pag. 10 et 12. In priore
-Mionneti catalogo (_catal. d’une collect. d’empreint._ p. 8) notatur
-numi modulus 5, per errorem, ut videtur.
-
-
-_Ad numum cat. n. 22._
-
-Editum a me repetit Carellius in descriptione, in qua tamen modulus 1 +
-indicari videtur, neque astri in galea fit mentio; in tabulis vero duo
-hujus numi edita sunt exemplaria, 2 moduli, in quorum altero astrum in
-galea est sex radiorum, in altero octo. Millingen _considerat_. etc. p.
-151 hos numos Metapontinorum ait esse imitationem. Similem cum astro
-sex radiorum in galea e museo ejusdem cl. Nicolai Minervinii scribens
-haec sub oculis habeo.
-
-
-_Ad numum cat. n. 24._
-
-Numum a me editum excripsit Mionnetus _supplem_. tom. I p. 267,
-inopportuno addito (?), eique quintum raritatis gradum, et 24 francorum
-pretium tribuit.
-
-
-_Ad numum cat. n. 25._
-
-Neumannus, qui hunc numum, ab Alberto Fortis dono acceptum, primus
-edidit, inventum ait apud oppidum _Rionegro_, ad Vulturis montis
-pedes. Numorum Tarenti, Metaponti et Heracleae typos in eo agnoscit,
-et dubius haeret an τὸ ΣΙ intelligendum sit Σίρις et τὸ ΡΥ magistratus
-sit nomen. In descriptione perperam cornucopiae omittit in ectypo
-conspicuum. Mionnetus ad Metapontum primum retulit, mox ad Rubastinos,
-quibus iam dubius tribuerat Eckhelius _doctr_. tom. I p. 142, magis
-fidenter Sestinius _class. gen._ prior. edit. tom. II p. 10, et ego
-_Ital. vet. numism._ tom. I pag. 54. Ei vero numo quintum raritatis
-gradum et 24 francorum pretium tribuit Mionnetus. Mola in iis, quas
-jam citavimus, observationibus ad Neumanni opus (_efem. encicl.
-di Napoli_, marzo 1794 pag. 82) etiam Rubis hos numos se tribuisse
-testatur, addita caussa, quod nempe saepe solis ἀρχαιούσαις literis
-in numis urbium nomina exprimantur. Subdit tamen in edita a Fortis
-epistola de X Apuliae urbibus heracleoticos argenteos hos numos
-dici, et τὸ ΡΥ magistratus esse vel monetarii nomen; quam rem sub
-judice relinquit Mola. Nos vero et Rubis numos hos accensendos plane
-opinamur, et τού ΣΙ, quod aliquando in his legitur, explicationem
-dari posse veri profecto simillimam adfirmamus. Σίλουνιον enim,
-urbem Peucetiorum in mediterraneis extremam, memorat Strabo _geogr_.
-lib. VI p. 283 Casaub., ubi perperam Casaubonus de Sila Bruttiorum
-cogitans corruptum geographi locum arbitratur. Meminit quoque Diodorus
-_biblioth._ lib. XX cap. 80, e quo discimus urbem hanc, quam Σιλβιον
-vocat, atque in Iapygia ponit, anno urbis 447 a Samnitibus occupatam,
-et praesidio custoditam, a Romanis consulibus Q. Marcio, P. Cornelio
-post aliquot dierum obsidionem per vim tandem captam, plusquam quinque
-captivorum millibus, magnaque spoliorum copia ablata; quae res urbis
-et praestantiam et divitias ostendit. Hujus urbis populi _Silvini_
-Plinio dicti, qui sic memorat inter ceteros Apuliae populos, et
-conterminos: _Rubustini, Silvini_. Meminit et Antoninus _itinerar._
-pag. 121 Vesseling., qui post Venusiam collocat ad M. P. XX. Denique
-in tabula peutingeriana legitur corrupte _Silutum_ pro _Silvium_
-post Rubos et Venusiam, a qua M. P. XXV (non XX) distare indicatur.
-Holstenius vetustam hanc _Silvium_ eo loco positam arbitratus est,
-quem _Gorgoglione_ nunc dici asserit. Sed nunquam iis in locis hoc
-nomen auditum. Bene igitur Pratillus veram denominationem _Garagnone_
-restituit, quo nomine nunc locus appellatur, ubi et ex antiquis ruderum
-reliquiis et ex inita distantiae a Venusia ratione satis constat
-Silvium olim extitisse: cujus rei demonstratio petenda ex ipso cl.
-Iatta opere, quod de veteribus Rubis scripsit. Neque audiendus nuperus
-Parisinus Plinii editor (Lemairianae recensionis), qui ait X M. P.
-a _Garagnone_ septemtrionem versus reperiri vicum _Savigliano_, quem
-Silvio successisse e nominis affinitate colligit. Quae quum ita sint,
-perplacet sententia, quae in his literis ΣΙ ΡΥ Silvinos Rubastinosque
-memorari affirmat, vicinos populos origine, ut videtur, foedere ac
-ejusdem monetae communi usu conjunctos. Fuisse id Achaearum urbium
-proprium quodammodo institutum, docuit sane Polybius _histor._ lib.
-II cap. 37, et vel sola foederis achaici, quam vocant, numorum series
-probat. Fuisse vero Rubastinos nostros genere Achaeos (Rhyparum nempe
-colonos), uti jam diximus, plane verisimile.
-
-
-_Ad numum cat. n. 26._
-
-Coronam in Victoriae dextera olim descripsi: pro ea tamen Carellius
-globulum adgnoscit, quod plane insolens. In integrioribus hujus
-generis numis musei Iatta patera potius exprimi videtur, ut in ectypis
-exhibuimus. Et recte quidem Victoria libans, et sacra faciens, patera
-indicatur: sic et saepe βουθυτοῦσα.
-
-
-_Ad numos cat. n. 28, 29._
-
-Etiam in his numis ego et Taylor Combe coronam, Carellius globulum
-agnovit; verius patera est agnoscenda. In tabulis Carellii etiam
-duplici, ut videtur, torque ornatum muliebre caput apparet: in meo
-ectypo crines ad collum taenia religati videntur.
-
-
-_Ad numum cat. n. 31._
-
-Millingen _considerat_. pag. 151 numo modulum dat aliquanto minorem
-(1). Tarentinorum typos eo exprimi observat. Ceterum similis numus fuit
-et apud Emmanuelem Mola, qui ejus meminit in _observat. ad Neumannum_
-loco superius citato pag. 82. Comparandi vero hi Rubastinorum numi cum
-ceteris formae, et metalli, et typorum caussa plane similibus, quique
-ad Neapolim, et Arpos spectant, quos nempe edidi _Ital. vet. num._
-pag. 102 et _supplem_. p. 16, ubi conjeci Tarenti numos (quam urbem
-Graecarum atque Italicarum urbium, ut ita dicam, in medio positam,
-utrarumque emporium fuisse frequentatissimum Polybii testimonio docemur
-_histor_. lib. X cap. 1) vicinos populos ad commercii commoditatem
-saepe expressisse, eodem plane pacto quo Corinthiorum Pegasorum,
-Athenarum atque Alexandri tetradrachmorum typi plurium deinde urbium
-vel regum numis communes evasere. Vide quoque quae dixi _opusc_. tom.
-II pag. 48 seq. Innotuit postea similis Caelinorum numus cum epigraphe
-ΚΑΙ qui cum his Rubastinorum jure comparatur a Millingen _anc. coins_
-pag. 9. In simili numo apud cl. Iatta pro KAI legitur DAI. Vide nostrum
-_bullettino archeologico napoletano_ anno I pag. 130, et quae notavimus
-supra ad num. 11.
-
-
-_Ad numum cat. n. 32._
-
-In hujus numi descriptione legit Sestinius NOV, sed in ectypo exhibet
-HOV. Item in ectypo anticae nec cornucopiae nec ΔΩ occurrit, quod
-in descriptione indicatur. Patet ergo indiligenter in eo numo edendo
-versatum esse Sestinium.
-
-
-_Ad numum cat. n. 35._
-
-Habet a me Mionnetus _suppl_. tom. I pag. 267 addito, ut assolet, (?):
-sextum raritatis gradum, ac 30 francorum pretium assignat. Recole de
-duplici nomine Rubastinorum et Silvinorum quae diximus supra ad n. 25.
-
-
-_Quaedam de Rubastinorum numis in genere._
-
-De numis Rubastinorum in genere meminere Magnan _miscell. num._ tom.
-III pag. 6 ubi dicuntur _Rubastinorum seu Rubustinorum Apuliae nummi
-parvi graeci antiquissimi ex aere_, Sestinius _lettere prime_ tom. II
-p. III qui extare eos testatur in museo Ainslieano, Eckhelius _doctr_.
-tom. I qui RRR dicit, Sestinius _class. gen_. prioris edit, ubi AR. et
-AE. extare indicat cum inscriptionibus ΡΥ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, et magistratu
-simplice (sic enim τό ΣΙ interpretatur) et RR ait. Musei Hedervariani
-descriptor tom. I pag. 26 numos indicat AE. RRR (non describit tamen
-nisi argenteos). Scriptor _catalogi populor. urb. et regum quorum numi
-in museo regio off. monet. mediolanensis asservantur_ pag. 8 tres AE.
-ibi extare testatur. Sestinius in altera edit. _classium gener_. pag.
-15 numos autonomos dicit cum epigr. ΡΥ, ΡΥΒΑ, ΡΥΨ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ AR.
-et AE. RR iterumque subdit: _Magistratus simplex_. Henninio _manuel
-de numism._ tom. II pag. 81 dicuntur autonomi Rubastinorum Argentei
-et Aenei sextum raritatis gradum obtinere. Sestinius _descrizione
-di alcune medaglie del museo Fontana_ memorat tres in eo extantes
-Rubastinorum. Arnethus denique decem aeneos extare ait in museo,
-caesareo Vindobonensi (_synops. numor. graecor._ etc. pag. 6). Nobis
-numi Rubastinorum et Silyinorum rarissimis, ceteri raris accensendi
-videntur. Eorum seriem pene absolutam, omniumque ditissimam vidimus
-apud clar. Iatta, e qua eos solos numos citavimus in catalogo nostro,
-qui ab editis variantes sunt visi.
-
-
-
-
- FRANCISCI M. AVELLINII
- AD
- CL. VIRVM IOANNEM IATTA
- DE ARGENTEO ANECDOTO RVBASTINORVM NVMO
- EPISTOLA
-
- [Illustrazione]
-
-
-
-
-FRANCISCVS M. AVELLINIVS CLARISSIMO VIRO IOANNI IATTA
-
-S. P. D.
-
-
-Gratulor tibi, clarissime vir, Rubis tuis vel potius nostris, scientiae
-veterum numariae, mihi denique ipse de quantivis pretii ἀνεκδότῳ
-Rubastinorum argenteo numulo, quem modo in ipsa patria tua comparatum,
-redux inde Neapolim attulisti[278]. Vt ad praeclari hujus κειμηλίον
-explicationem quaedam adnotarem, quae mantissae loco catalogo meo
-numorum rubastinorum subtexi possent, jure tuo imperasti: neque ea in
-re, uti nec in ceteris omnibus, tuae de me expectationi deesse volui.
-Itaque pauca haec accipito, quibus, si libeat, nec meliora reperias,
-utaris.
-
-Caput in antica juvenile radiatum adversum Soli tribuendum nemo,
-opinor, diffitebitur: quo tamen typo nunquam alias in numis suis
-Rubastinos usos hucusque noveramus. Sed (quod plane animadversione
-dignum) ipsissimo hoc Solis adverso capite numos quosdam Alexandri
-Neoptolemi Epirotarum regis, Tarentinorum, et Metapontinorum in antica
-ornatos novimus, omnes parvi moduli, uti et hic noster est. Alexandri
-et Tarentinorum, quos memoravi, numi fulmen in aversa parte exhibent
-cum epigraphe in prioribus, qui aurei sunt, vel argentei, ΑΑΕΞ, vel
-ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ ΝΕΟΠΤΟ[279], in aliis, qui aurei tantum sunt, ΤΑΡΑΝΤΙΝΩΝ,
-vel ΤΑΡΑΝ.ΑΠΟΛ[280]. Metapontini vero aerei frumenti grana et caduceum
-in postica habent cum epigraphe ΜΕ[281].
-
-Iam qui similes hos inter se, cognatosque urbium vicinarum, regisque,
-qui apud eas diu est commoratus, numos comparaverit, facile concedet
-non casu quodam, sed consulto potius, probabilique de caussa ad illam
-typorum communionem esse deventum: quae caussa nunc restat indaganda.
-
-Et primum, quod ad eos spectat numos, qui et in anticae et in posticae
-typis plane similes, epigraphe tantum differunt, modo Alexandri
-Neoptolemi filii, atque Epirotarum regis, modo Tarentinorum nomen
-exhibentes, manifesta res esse videtur, cusos eos quo tempore Alexander
-ille, a Tarentinis accitus, in Italiam venit, contra Bruttios,
-Lucanosque pugnaturus[282]: qua occasione ut foedus atque amicitia
-Alexandrum inter et Tarentinos indicaretur, communio illa typorum est
-inducta[283]. Quos omnes, ut id quoque ὡς ἐν παρόδῳ moneam, radiatum
-nempe caput, et fulmen, ad unum eumdemque Solem, vel Apollinem,
-refero. Nam, ut de radiato capite taceam, fulmen Soli quoque convenire
-probant, non minus quae Macrobius habet de Heliopolitano deo, quem
-_eumdem Iovem Solemque esse_ affirmat, fingique ait _specie imberbi_,
-leva fulmen tenentem[284]; sed et Vibiae, Fontejaeque gentis numi, in
-quibus vel Iovem Axurem radiato capite[285], vel Apollinem Vejovem
-cum fulmine[286] agnoscimus. Plura de ea re alibi notavi quum regii
-musei gemmam illustrarem, in qua imberbis quoque Apollo exhibetur
-fulmen manu tenens: quae commentatio, etsi jam typis tradita, nondum
-tamen e typothetarum carceribus, dicam, an antris, in dias luminis
-auras est producta. Et ad rem facit, quod in numis Tarentinorum quoque
-ΑΠΟΛ magistratus nomen prope fulmen adscribatur, quod quocumque modo
-expleas (Apollodotum, Apollonium, Apollodorum etc.) semper ab Apolline
-(Sole) derivatum se ostendit; itaque ad Solis et caput et fulmen
-manifesto adludit, exemplo in Tarentinorum, aliarumque urbium numis,
-non infrequente. Quare numi hi ceteris antiquitatis monumentis sunt
-adjungendi, in quibus Soli fulmen tribuitur, quod symbolum et Victoriae
-Tarentinos tribuisse, ex aliis eorum numis docemur[287].
-
-Possem et eam, quam proposui, sententiam, de Alexandri Epirotae et
-Tarentinorum numorum inter se similitudine, etiam iis confirmare
-exemplis, quae e Pyrrhi, Alexandri ipsius in Epiri regno successoris,
-et plurium Italiae vel Siciliae urbium, in quibus haud multo post
-Alexandri mortem commoratus est, numis deducuntur. Sed prudens haec
-praetereo, ne longius haec epistola discurrat, quam propositum meum
-postulare videatur.
-
-Venio nunc ad rubastinum tuum numum ἀνέκδοτον, cum eodem Solis capite
-in antica, variante tantum postica. Hunc etiam ajo ad Alexandri
-Tarentinorumque cum Rubastinis amicitiam et foedus esse referendum.
-Quum enim Solis caput proprius non fuerit Rubastinorum numorum typus,
-neque, hoc excepto, in aliis inveniatur, restat ut illum e vicinae
-alicujus urbis numis expresserint: haec vero, praeter Tarentum, alia
-non succurrit. Itaque quovis posito pignore contendo, quo tempore
-Alexander suos cum Solis capite adverso numos Tarenti, ut videtur, et
-ipsi Tarentini similes cum suo nomine signaverunt; eodem ad amicitiam
-cum Alexandro et Tarentinis indicandam Rubastinorum numum Solis quoque
-capite ornatum esse percussum. Et sane perbelle cum his consentit
-historia. Ait Iustinus: _igitur cum_ (Alexander) _in Italiam venisset,
-primum illi bellum cum Apulis fuit: quorum cognito urbis fato, brevi
-post tempore pacem et amicitiam cum rege eorum fecit._ Quis dubitet in
-prima hac adversus Apulos expeditione Alexandrum vel Rubastinis amicis
-usum, vel saltem post initam cum eo pacem, quem regem Apulorum nominat
-Iustinus, cum iis quoque in amicitiam venisse? Quae res opportune a
-Rubastinis, illato in eorum numos Solis capite, quo utebatur Alexander
-ipse, est celebrata. Eo vero typo, ut hoc quoque addamus, Alexander
-ipse designatur, qui, uti oriens Sol (ab ortu enim in Italiam venerat)
-videbatur tunc Italiotis adfulgere, eos a barbarorum servitute
-vindicaturus.
-
-Eamdem vero, quam Rubastinus tuus, explicationem recipiunt et, quos
-memoravi, parvi aenei Metapontinorum numi cum eodem Solis capite
-in antica. De his haec addit Eckhelius, postquam Alexandri numum
-describit: _in museo caesareo est aeneus cum simillimo Solis capite
-cusus a Metapontinis Lucaniae, qua in regione Alexander stolido suo
-cum ejus tractus barbaris bello intentus diu versatus, ex qua ibi
-commoratione forte typi in utrorumque numis communis caussa petenda._
-Quam vellem meminisset tum vir summus Iustini diserte de Alexandro
-dicentis: _gessit et cum Bruttiis Lucanisque bellum: tum et cum
-Metapontinis, et cum Pediculis, et Romanis foedus amicitiamque fecit_.
-Quapropter receptae a Metapontinis in numis suis Solis (Alexandri)
-imaginis caussa non ejus in eorum regione commoratio, sed magis foedus
-atque amicitia fuit, plane ut Rubastinis. Adde quod usque ad belli
-exitum Epirotas Metaponti moratos probat Livius, quum narrat mortui
-Alexandri ossa a barbaris. _Metapontum ad hostes_ (Epirotas nempe)
-_remissa_[288].
-
-Certus inde jam colligi posse videtur numorum, de quibus locuti sumus,
-Alexandri, Tarentinorum, Rubaslinorum, Metapontinorumque συγχρόνισμος.
-Quum vero Alexander nostris in regionibus commoratus sit annis A. C.
-CCCXXXIV (urbis conditae 419) ad CCCXXXI (u. c. 422), ut rationes init
-Nicolayus[289], intra hos annos concludenda quoque est numorum eorum
-origo: neque eam aetatem respuit artis elegantia, qua nitent: immo
-plane iis temporibus convenire facile deprehenditur.
-
-Restat nunc ut nonnulla quoque de postica rubastini numi ἀνεκδότου
-adnotemus. Exhibet ea praeter sollemnes illas ἀρχαιούσας litteras ΡΥ,
-duplicem lunulam, cum globulis nonnullis, et solitarias praeterea
-litteras ΔΑ. Imitatos et hac postica esse Rubastinos Tarentinorum
-monetam plane constat, quum et in hac lunulae duae decussatim positae
-cum globulis quibusdam occurrant: quem typum nuper ad _bimaris_
-Tarenti portus sinusque indicandos trahi posse censuit amicissimus
-vir cl. Fiorellius[290]. Acutum id quidem, sed ad Rubastinorum numum
-explicandum plane inopportunum. Suspicor lunulas potius ad numi
-valorem referendas, qui fuisse videtur diobolaris. Nam et in aeneis
-Rubastinorum (obolis?) simplex in area lunula signatur. Vide catalogi
-nostri n. 6. Et sane Fiorellius ipse idem fere conjecit de pluribus
-spicis, de Dioscuris, de duabus tribusve lunulis, et de hordei grano
-bifariam diviso in Metaponti numis[291], plaudente cl. Cavedonio[292].
-Exstant Heracleae Lucaniae aenei minimae formae numi cum Herculis ad
-aram stantis typo: sunt et duplo majores simillimi cum duplice Hercule:
-quod cui non mirum videatur, vel joculare fortasse, et cum Plautinis
-illis comparandum:
-
- _Iam hoc Herculis est, Veneris fanum quod fuit._
- _Ita duo destituit signa hic cum clavis senex_[293].
-
-Si cogites tamen duplum esse numi cum duplice Hercule valorem,
-simplicem cum simplice, statim intelliges nullum in re adeo aperta
-difficultati locum esse. Haec vero si recto stant talo, globulos
-lunulis adjunctos non ad valorem numi, sed ad aliud quid indicandum
-pertinere, manifestum videri jure colligas.
-
-Litteras denique ΔA magistratus vel monetarii ἁρχαιούσας esse pro
-recepto more asserimus: neque id a Rubastinorum consuetudine abhorret,
-qui et in aliis numis (vid. cat. n. 32, 33, 34) alias quoque litteras
-ad magistratus vel monetarii nomen indicandum expressere. In earum
-tamen numero non esse τὸ ΣΙ (quo Silvium vicina urbs indicatur) jam
-alibi diximus, et tu probasti.
-
-Conjecturam vero de litteris hisce ΔA adscribere hoc loco non piget:
-quanti ea sit facienda, tu videris. Constat e Livii, aliorumque
-testimoniis, et ex ipsis Arpanorum, Salapinorumque numis _Dasii_, vel
-potius ΔAΞΟΥ nomen tota Apulia frequens, et ab iis praecipue usurpatum,
-qui regia quadam potestate in iis urbibus imperitabant, nobilissimoque
-Diomedis genere satos se esse jactabant[294].
-
-Quid ni igitur et de Dazo quodam Rubastino cogitemus? praesertim
-quum numulus exstet argenteus cum typo Herculis leonem sternentis,
-et epigraphe ΔΑΞΟΥ, quem quum ederem, propter hanc epigraphen Arpis
-tribui: typus vero et Rubastinis convenire potest. Adde quod, Iustino
-teste, Brundisium quoque Aetoli, qui Arpis commorabantur, ab Apulis
-repetebant, quasi a Diomede conditam[295]. Rubos tamen occupasse,
-nemo unquam veterum memoriae prodidit; et ipse Iustinus, qui foedus
-Alexandri, uti jam diximus, cum _Pediculis_ memorat, videtur hujus
-populi δημοκρατίαν agnoscere. Praestat itaque litteras ΔΑ rubastini
-numuli, quae et in Tarentinis quibusdam occurrunt, de quovis alio
-magistratus nomine interpretari.
-
-Antequam tamen manum, ut ajunt, de tabula, aureum denique, si Diis
-placet, Rubastinorum numum repertum tibi nuncio. Editum illum inveni
-in opere quod titulo _nouvelle galèrie mythologique_ praeteritis annis
-edere aggressus est cl. atque amicissimus collega Carolus Lenormantius
-tab. XIX fig. 9. Typorum et epigraphes ratione plane hic numus convenit
-cum n. cat. mei 25 tab. II fig. 4, 5, Silvinorum Rubastinorumque
-nominibus ornato. Aureum vero esse diserte in tabula Lenormantiana
-affirmatur. Quod si verum, jam Rubastinos tuos, adjuncto Silvinorum
-nomine, aurea quoque usos moneta, in compertis habemus. Sed, ut rem
-ingenue dicam, molesta nascitur suspicio, scalptoris forte incuria
-in ea tabula scriptum fuisse OR pro eo, quod scribere debebat, AR.
-Quod dubium ex ipso cl. auctoris textu diluere non potui, quum operis
-multis ab annis interrupti textus ad eam usque tabulam explicandam
-non pervenerit. Quare rogatum publice volumus cl. Lenormantium, ut
-hanc nobis sollicitudinem abstergat, aureique hujus, si vere exstat,
-Rubastinorum Silvinorumque numi fidem, atque αὐθεντίαν gravissimo
-suo testimonio det probatam, et quo ille in thesauro asservetur,
-benignissime doceat.
-
-Numi cat. n. 30 et seq. anticae caput, uti et similium Tarenti,
-Heracleae, Caelii, Palladi tribuendum ea de caussa opinatus est
-cl. Fiorellius (_osservazioni sopra talune medaglie_ p. 19), quod
-ea patrocinio suo Herculem semper foverit. Et sane in vasis quoque
-pictis saepissime Herculi cum leone pugnanti adstituitur. Klausenius
-vero (_Aeneas und die Penaten_ tom. I pag. 428) Minervam Salentinorum
-foederis Deam ait esse praecipuam, ideoque in numis vicinarum urbium
-(Vxenti) Herculem in aversa facie cum cornucopiae exhiberi (in
-Rubastinis est cornucopiae et spica, v. n. 21 seqq.) ad exprimendam
-felicitatem Deorum benevolentia hominum viribus partam, quae deos ipsos
-anteverterint. Eam vero fuisse rubastini agri felicitatem, ut populum
-ad summas olim divitias, et ad nobilissima quaeque studia capessenda
-provexerit, jure tu e praestantissimis ipsis rubastinorum tuorum artium
-monumentis probatum dedisti. Idem et Tritonis signum (sic vocat quae
-nobis Scylla dicitur) in galea Minervae scalptum ad ejus deae in mare
-potestatem refert (ib. pag. 429).
-
-Sed jam sat prata biberunt. Vale, vir clarissime, meque, ut facis, ama.
-
-Scripsi Neapoli V Kalendas septembres A. R. S. MDCCC[=XXXXIIII].
-
-
-
-
- HISTORIA
- DEL COMBATTIMENTO
-
- De’ tredici Italiani con altrettanti
- Francesi, fatto in Puglia tra
- Andria, e Quarati
-
- _E la vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno
- 1503 à 13 di Febraro,_
-
- Scritta da Autore di veduta, che v’intervenne
-
- In Napoli per Lazaro Scoriggio. 1633
-
-
-
- RISTAMPATA DA GABRIELE PORCELLI
- 1844.
-
-
-AL BENIGNO LETTORE.
-
-_Di questo combattimento tra tredici Francesi, et altrettanti Italiani,
-e della vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno 1503 trattano Gio:
-Battista Cantalicio Vescovo d’Adri, e Penna nella sua Consalvia,_ de
-bis recepta Parthenope, _scritta in verso heroico lib. 2. Francesco
-Guicciardini nel lib. 5. dell’Historia d’Italia, Paulo Giovio nel lib.
-2. della vita di Consalvo di Cordova Gran Capitano, Mambrin Roseo da
-Fabriano nell’aggiunta al compendio dell’Historia del Regno di Napoli
-lib. 8. Girolamo Zurita nell’Historia di Ferdinando Re Cattolico nel
-5. vol. delle sue opere lib. 5. cap. 12, et altri. Però detti Autori
-ne scrivono con molta brevità, e non raccontano tutti i particolari,
-che sono riferiti in questo libretto, anzi vi è qualche diversità fra
-di loro, et alcuni di essi fanno errore ne’ nomi, e ne’ cognomi, e
-nelle patrie di alcuni di detti tredici Italiani, che combatterono,
-il che tutto è avvenuto per non havere detti scrittori saputo l’intera
-verità delle cose, che succederno, essendo stati tutti forastieri del
-Regno, fuorchè il Cantalicio, che scrisse questo fatto brevissimamente
-in versi, però si ha da dare in tutto fede a quel che si riferisce
-in questo libretto, per essere stato composto, e stampato in Napoli
-nell’istesso anno, che il fatto succedè, vivendo tutti quegli che
-v’intervennero, ove anco si riferiscono tutte le lettere, e le
-scritture, che vi si fecero, dalle quali appare la verità del fatto,
-e quanto passò in quella gloriosa impresa, scritto de persona, che non
-solo v’intervenne, ma fù gran parte di quella, havendo copia di tutte
-le scritture, che vi furon fatte._
-
-
-
-
-IL COMBATTIMENTO
-
-delli tredici Italiani, e tredici Francesi fatto in Puglia tra Andria,
-e Quarata.
-
-E la vittoria ottenuta per gl’Italiani nell’anno 1503 à 13 di Febraio.
-
-
-Essendosi deliberato dal Cattolico Ferrando di Aragona Re di Spagna,
-e dal Cristianissimo Luigi Re di Francia per alcune loro raggioni
-privar del Regno il Serenissimo Federico d’Aragona Re di Napoli, per
-conseguir lor intento, de commun consenso destinorno dui eserciti
-alla volta di tal Regno, l’uno di Spagnuoli per la parte di Puglia
-sotto il governo di Consalvo Ferrando; l’altro di Francesi per la
-parte di Terra di Lavoro, sotto Monsignor d’Obegni Generali Capitani,
-i quali havendo la fortuna propitia, con poco, anzi nullo fastidio,
-s’insignorirono dell’una, e l’altra parte, e volendosi dopoi dividere
-il Regno tra loro, non essendo concordi, furon necessitati venire a
-rottura di guerra: Donde trovandosi le cose della fortuna in tal modo,
-et il Regno da tal guerra molto vessato, la maggior parte de’ Baroni
-del Regno, e de’ Cavalieri Italiani aderirono, e s’accostarono alla
-parte Spagnola, e mentre che le agitationi della guerra andassero pari,
-ne la fortuna havesse ancora cominciato ad inclinare ne dall’una, ne
-dall’altra parte; standosi l’esercito de Spagnuoli in Barletta, e quel
-de’ Francesi in Ruvo, et altre terre di Puglia, avvenne che un giorno
-trovandosi Carles de Togues titolato Monsignor de la Motta, Francese
-in Barletta, in casa di D. Diego di Mendozza Capitan nell’esercito
-Spagnuolo, in presenza di quello, e di D. Pietro di Crigno Prior
-di Messina, e d’Indico Lopez Hiala, e d’alcuni altri gentilhuomini
-Spagnuoli, havendosi cenato, com’è solito de’ Cavalieri, il detto
-Carles la Motta proruppe ad alcuni raggionamenti di guerra con l’Indico
-Lopez, e tra gli altri loro discorsi devennero a raggionamento del
-valore delle genti d’armi Italiane, e domandando lo Indico Lopez
-alla Motta, come tra Francesi esistimavano l’Italiani. Rispose la
-Motta, che loro non tenevano l’Italiani in alcuna esistimatione, e
-detto Indico Lopez disse, che havevano in Barletta buona compagnia
-di gente Italiana; donde la Motta rispose, che lo credeva bene, però
-che di gente Italiana essi non facevano conto niuno, perchè l’haveano
-abbattuti più volte, e che essi Francesi, quando fusse accaduto venire
-a giornata di battaglia, haveriano fatto stare l’Italiani, ch’erano
-in loro compagnia da banda a vedere; e così confortava li Spagnuoli
-circostanti, che si havesse a venire a giornata di combattere con
-Francesi, nell’ordine dell’esercito dovessero ponere l’Italiani
-avanti, perchè se l’Italiani havessero fatto il dovere, sariano
-stati ammazzati da Francesi, e si havessero rivoltati a fuggire, si
-dovessero ammazzare da Spagnuoli. Al che rispose l’Indico, che essi
-tenevano l’Italiani in buona riputazione, et in quelli confidavano,
-come alla propria natione Spagnuola, certificando, che l’Italiani,
-ch’erano in Barletta tenevano assai gana, e desiderio d’affrontarsi,
-et intropparsi con Francesi; e che confirmava, che haveriano fatto lo
-dovere, e che per uno Italiano a sodisfation dell’honor d’Italia era
-stato scritto a Francesi di combattere, e quelli non haveano risposto.
-Replicò la Motta, e disse che non lo credeva, ma pure se fusse scritto
-a Ruvo, che s’haveriano trovati non solamente uno, ma dieci Francesi,
-che haveriano combattuto con Italiani. E così lo Indico rispose, che
-certificava la Motta, et ogn’altro Francese, che sempre, che fossero
-trovati dieci huomini d’armi Francesi, che havessero voluto combattere
-con Italiani, che esso Indico Lopez prometteva trovare dieci huomini
-d’armi Italiani che haveriano combattuto con altrettanti Francesi.
-Alche rispose la Motta che esso prometteva sua fè, che gionto ch’era
-in Ruvo, trovaria diece huomini d’armi Francesi, che combatteriano
-con tanti altri Italiani. Replicò medesimamente Indico Lopez ch’esso
-prometteva sua fè, di trovare dieci huomini d’armi Italiani, che
-haverian combattuto con tanti altri Francesi, e quando la Motta havesse
-trovati detti combattenti Francesi, l’havesse avvisato, alche s’offerse
-la Motta assai volentieri, perchè dubitava, che dicendo tal cosa in
-Ruvo, se burlarian de’ fatti suoi. Ma perchè tali parole erano state
-dopo cena, determinarono, che la matina seguente di ciò si parlasse;
-e pervenuti alla matina seguente, la Motta essendo in procinto di
-partire da Barletta per tornar in Ruvo, disse ad Indico Lopez, se
-stava nel medesimo proposito del raggionamento della sera passata, al
-qual rispose Indico Lopez, che ben si trovava in tal proposito, e quel
-replicò, che non saria mancato alla promessa, e così la Motta si partì
-da Barletta, e si condusse in Ruvo, e dopoi scrisse lettere ad Indico
-Lopez del tenor seguente.
-
-»Signor Indico Lopez, a vostra buona gratia mi racomando. Mi ricordo
-ben, che V. S. mi disse, e promise sua fè, di trovare dieci huomini
-d’armi Italiani, che combattessero con dieci huomini Francesi, e
-così io promisi mia fè a V. S. di trovar l’huomini d’armi Francesi
-per il medesimo effetto, quai molto facilmente hò trovati, e se il
-numero de dieci vi paresse poco, ne troverò più, si quella mi scriva
-quattro, o cinque giorni avanti, et il luogo, et il dì destinato, tutto
-risolutamente, e con effetto senza che si ponga il fatto in lungo. E
-se loro dimandassero querele, noi non volemo combattere, se non sotto
-justa querela; e si a loro piacerà, ciascuno porterà cento corone, e
-chi guadagnarà la vittoria, riporterà in premio le cento corone, e le
-spoglie, cioè l’armi, et i cavalli: e questa serà la querela, a fine
-che chi perde, se ne vada alla leggera. Altro non scrivo, son sempre al
-piacer di V. S. Da Ruvo a 28 di Gennajo 1503. Di V. S. Servitor con mio
-honor — La Motta«.
-
-Le sopradette lettere della Motta, fur consegnate per lo Trombetta
-Francese ad Indico Lopez, al quale parve far intendere ad alcuni
-Italiani, quanto per la Motta con parole, e con scritto gli era stato
-esposto, e consultandosi com’era debito, le predette occorrenze con
-Prospero Colonna, e quel considerando in tal causa doversi procedere
-con i convenienti modi, fece aggregation de Cavalieri, esponendo ogni
-particolarità delle cose predette, quali furono disputate, e discusse
-con ogni oportuna diligenza, tanto circa le parole prolate per la
-Motta, quanto anco circa la continentia della sua lettera. E benchè
-per le parole usate per la Motta, s’havesse potuto fondare giustissima
-querela per gl’Italiani, pure per estinguere ogni alteratione, ch’era
-per succedere con Spagnuoli, donde haveriano potuto emergere pernitiose
-dissentioni, et ancora perchè la Motta escludeva espressamente non
-voler combattere, se non _sub justa quærela_, proponendo quella delle
-cento corone, e le spoglie: e non ostante che si conoscesse apertamente
-detta querela non esser degna, ne conveniente a Cavalieri; pure ad
-evitare ogni imputatione di subterfugio, si concluse, che destramente,
-e con attitudine s’attendesse a pigliar la difensione, tenendosi ferma
-speranza, se ne dovesse ottenere gloriosa vittoria, secondo infinite
-volte havevano conseguito altri Italiani provocati da Francesi, per
-lo che molti Italiani supplicaro, e fero instanza per intrar a tal
-impresa; Ma perchè Hettorre Fieramosca li giorni passati havea pigliato
-la querela contra Monsignor Frumet Luogotenente del Vicerè Francese,
-confutando la particola delle sue lettere, nelle quali diceva non
-doversi più fidar, nè d’Italiani, nè de Spagnuoli, e riprobandolo,
-come mendace, havendo prorotto così nel suo scrivere, e lo Monsignor
-di Frumet non havea risposto al detto Hettorre, et attento che nel
-progresso del parlare de la Motta con Indico Lopez era fatta mentione
-di tal materia, per le antedette cause, et altri degni respetti, fu
-determinato si concedesse la predetta defensione al detto Hettorre
-Fieramosca, e suoi compagni, e che si rispondesse a la Motta per lo
-Indico Lopez come ad esso apparteneva, e per lo prenominato Ettorre nel
-modo che segue.
-
-
-_Lettera d’Indico Lopez a la Motta._
-
-»La Motta. Ho ricevuto vostre lettere date in Ruvo a 28 del presente
-mese di Gennajo, per le quali scrivete del combattere di dieci Francesi
-contra diece Italiani. Rispondo che quanto contiene in dette vostre
-lettere, l’ho fatto intendere ad alcuni Italiani, e perchè quelli per
-loro lettere scrivono a voi sopra tal materia pienamente, però non
-mi estendo in altro, persuadendomi fermamente, che troverete, come
-ho detto, l’Italiani ferventissimi a sodisfare al loro honore. — Da
-Barletta a 29 di Gennaro 1503 — Di V. S. — Indico Lopez«.
-
-
-_Lettera di Hettorre Fieramosca a la Motta._
-
-»La Motta. Lo Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni Italiani
-haver ricevute lettere vostre de’ 28 del presente mese di Gennaro,
-per le quali dicete haver trovati dieci huomini d’armi Francesi per
-combattere con diece huomini d’armi Italiani, cento corone, e le
-spoglie, cioè l’armi, e cavalli. Vi dico, che quantunque questa non sia
-querela conveniente à Cavalieri; per farvi conoscere come gl’Italiani
-son huomini, che amano la conservation dell’honor loro; Io, e diece
-altri huomini d’armi Italiani, che faranno il numero d’undeci, semo
-per difendere dette cento corone, armi, e cavalli, e sodisfare alla
-requisition vostra. Declarate dunque luogo comune con uguale segurtà, e
-la giornata, avisando tre dì prima, a tale possiamo comparire a tempo —
-Da Barletta a’ 29 Gennaro 1503. — Hettorre Fieramosca«.
-
-
-_Lettera de la Motta ad Hettorre Fieramosca._
-
-»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere scritte a 29 di
-Gennajo, per le quale mi scrive che il Signor Indico Lopez ha fatto
-intendere ad alcuni Italiani haver ricevuto lettere mie alli 28 del
-presente mese, nelle quali io scriveva, haver trovati diece huomini
-d’armi Francesi per combattere con dieci huomini d’armi Italiani,
-cento corone, e le spoglie: Io ho scritto le lettere al Signor Indico
-Lopez, perchè sua Signoria, trovandomi loco in Barletta, mi parlò che
-haveano de huomini da bene Italiani, gli risposi che lo credeva bene,
-e così mi disse che haveano disfidato Monsignor di Frumet con dieci
-huomini d’armi Francesi, gli risposi che se havessero mandato qua in
-Ruvo, io li haveria trovati, e mi disse se io mi confidava trovare
-diece Francesi che sua Signoria si confidava trovarne diece huomini da
-bene Italiani. Io li promisi trovar diece huomini da bene Francesi,
-come ho fatto: e toccando alle cento corone, cavalli, et armi che mi
-scrivete non sia sufficiente querela à Cavalieri: Io scrissi al Signor
-Indico Lopez, che noi non volevamo combattere, se non sotto iusta
-querela, e così per non havere altra querela al presente, scrissi a
-sua Signoria che piacendo a loro, combatteriamo cento corone, e le
-spoglie per ciascuno: In quanto mi scrivete, che Italiani amano la
-conservatione del loro honore, e che voi, e dieci huomini d’armi che
-faranno undici, siete per difendere le dette cento corone, armi, e
-cavalli, credo siate huomini da bene, e che le difenderete bene, e che
-accettiate il combattere, piace assai a me, et a miei compagni; e così
-noi da nostra banda siamo per difender l’honor nostro, le cento corone,
-armi, e cavalli. Quanto mi scrivete, lo luogo sia comune, e di ugual
-sicuritate: Lo luogo sarà fra Andri, e Corato. Lo dì sarà da hoggi a
-dodici dì, che saranno li undici di Febraro. Et aviserò tre dì avanti
-che sarà all’otto del detto, e vi manderò li nomi delli gentilhuomini,
-che combatteranno, e così mi mandarete voi, e venuti li nomi, mandaremo
-nostri ostaggi in Andri, e li vostri manderete in Corato per ugual
-securità di tutte due le bande. Da Ruvo all’ultimo di Gennaio 1503.
-E perchè sono stato pregato da due altri Gentilhuomini, che voleriano
-essere del combattere, vi sforzerete trovarne due altri, che saranno
-tredici per banda — La Motta«.
-
-Sopra le particole delle premisse precedenti lettere, fu tra li
-Cavalieri Italiani disputato, si incumbeva doversi reprovare Carles
-la Motta, considerando che le parole da quello dette in vilipendio
-d’Italiani nel raggionamento fatto con lo Signor Indico Lopez,
-dissentivano dal tenor delle sopradette particole, e dimostravano
-disditta: E benchè per tal contradittione la Motta s’havesse potuto
-reprovare, pure per haversi accettata la querela per esso proposta,
-e per le cause allegate nella prima discussione, e per molti altri
-rispetti, fu pretermisso estendersi in questo altrimenti: E similmente
-fu ventilata l’altra particola delle predette lettere de la Motta, in
-la querela pretendeva voler difendere l’honor loro, cento corone, armi,
-e cavalli, perchè alcuni Cavalieri esperti rivocavano in dubio, se la
-Motta in aumento di sue raggioni potria subintrare alla difensione,
-e trahere quella a loro parte: Et essendo detti, e replicati molti
-argomenti sovra tal materia, finalmente fu concluso, che la difensione
-per nissun modo competeva a la Motta, havendo esso proposto la querela,
-e dimostrava nelle sue agitationi tener luogo di Procuratore.
-
-
-_Lettere d’Hettorre Fieramosca responsive a la Motta._
-
-»La Motta. Ho inteso quanto scrivete per vostre lettere dell’ultimo
-del prossimo passato mese di Gennajo, per le quali tra le altre parti
-d’esse lettere replicate sovra il combattere de’ vostri compagni
-Francesi, contra altrettanti Italiani, che per non aver altra querela,
-havete scritto al Signor Indico Lopez, che combatterete cento corone,
-e le spoglie per ciascuno, e che avete piacer assai, che io, e miei
-compagni habbiamo accettato il combattere, e che lo luogo commune
-serà per lo campo infra Andri, e Corato, e che lo dì serà all’undici
-di Febraro, e che avisarete all’otto di detto mese, che serà tre dì
-avanti, e manderete i nomi delli Gentilhuomini che combatteranno, e
-così io habbia a mandare i nomi de’ miei compagni a voi, e che havuti
-li nomi, manderete li ostaggi vostri in Andri, e che noi habbiamo a
-mandare li nostri in Corato per ugual sigurtà di tutte le due bande.
-Rispondo; Io e miei compagni havemo accettato di buona volontà la
-querela che voi proposta avete, quantunque non sia querela conveniente
-à Cavalieri, per farvi solo conoscere come gl’Italiani amano la
-conservation del loro honore, e così stamo parati di sostentare di
-buon animo, e difendere le cento corone per ciascuno, armi, e cavalli:
-E quando haverete mandati i nomi delli huomini, che pretendono
-combattere, io manderò a voi i nomi de’ miei compagni, e delli ostaggi
-che mandarete in Andri, similmente corrisponderemo in mandar li
-nostri in Ruvo, e non in Corato per esservi la peste; avvertendovi,
-che bisogna specificatamente nominare il luogo comune infra Andri, e
-Corato: e se oltra la securtà dell’ostaggi vi parerà che lo campo si
-assicuri per li superiori, declaratelo, e provedete dal canto vostro,
-che noi provederemo dal nostro. Quanto alla parte che scrivete, esser
-stato pregato da due altri Gentilhuomini, che vorriano essere del
-combattere, e che io ne debbia trovar due altri, che saranno al numero
-di tredici per banda. Rispondo che siamo al numero di tredici, secondo
-scrivete, e pronti ad ogni vostra requisitione — Da Barletta a 2 di
-Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.
-
-
-_Replicatione de la Motta ad Hettorre Fieramosca._
-
-»Hettorre Fieramosca. Ho inteso quanto per vostre lettere delli 2 di
-Febraro ne scrivete, replicando, che voi, e vostri compagni di buona
-volontà avete accettata la querela per me proposta; replicando ancora,
-non essere stata conveniente a Cavalieri; ma per farne conoscere,
-che gl’Italiani son huomini, che amano la conservatione del loro
-honore, che state parati a sostentar di buon animo le cento corone
-per ciascuno, le armi, e cavalli: Vi rispondo, senza più replicar,
-che io, e miei compagni siamo similmente paratissimi a difendere le
-nostre cento corone, arme, e cavalli per ciascuno da nostra banda,
-così bene come voi. In quanto a quello che mi scrivete, che quando
-io haverò mandato i nomi de’ Gentilhuomini, che pretendono combattere
-con voi, che manderete i nomi de’ vostri, io vi manderò li nomi Lunedì
-prossimo futuro, e li ostaggi li manderò Domenica, che serà oggi ad
-otto in Barletta, e voi li manderete in Ruvo, per ugual suspitione
-della peste, secondo in vostre lettere scrivete. Del specificare, e
-nominare il luogo proprio, serà come ho scritto fra Andri, e Corato,
-la dove combatterono Baiardo, e D. Alonso. Quanto mi scrivete, se
-oltre la securtà degli ostaggi mi paresse che ’l campo si assecurasse
-per i Superiori, che lo declari, e proveda da mia banda, che voi
-provederestivo dalla vostra. Noi manderemo li ostaggi, e manderemo
-l’assecuramento de Monsignor de la Palizza nostro Superiore in questa
-banda, e promettemo la fè nostra, che da nostra banda non ci serà
-inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono
-da qua sotto lo governo di Monsignor de la Palizza, ne di tutti gli
-altri che sono al servizio del Christianissimo Re in questo Regno: E
-similmente ne manderete voi l’assecuramento de’ vostri Superiori, e
-prometterete la fè vostra, non c’esser inganno, ne soverchiaria alcuna
-delle genti che servono li Cattolici Re, e Regina in questo Regno. Del
-numero delli tredici, ne scrivete, ne piace. Del dì del combattere,
-che vi havemo scritto, che saria stato alli undici del presente, non
-pensavo fosse stato il Sabbato, nel qual giorno alcuni di nostri hanno
-divotione, e desiderano guardarlo, e così la Domenica communemente la
-guardaremo tutti; si che non dispiacendovi, serà Lunedì, che seranno
-li tredici del presente mese di Febraro. Ne declararete quanti Giudici
-volete siano per banda, per vedere, e come volete che vengano armati, o
-disarmati, il tutto ne darete per aviso — Da Ruvo a 5 di Febraro 1503 —
-la Motta.
-
-
-_Lettere de la Motta ad Hettorre Fieramosca._
-
-»Hettorre Fieramosca. Perchè, come vi ho scritto, hoggi che è Lunedì,
-mandarvi li nomi de’ Gentilhuomini, che seranno del nostro combattere,
-ve li mando, e sono questi — Marco de Frange — Giraut de Forzes — Gran
-Jan de Aste — Martellin de Sambris — Pier de Ligie — Jacobo della
-Fuontiena — Eliot de Baraut — Giovan de Landes — Saccet de Saccet —
-Francisco de Pisa — Jacopo de Guigne — Nanti de la Frasce — Carles de
-Togues, detto Monsignor de la Motta — Et avisarete per vostre lettere,
-e mandarete i nomi de’ vostri, e de quanti ostaggi volete che mandiamo
-da vostra banda, e ne manderete al presente la sicurtà dell’ostaggi,
-acciò possano venire sicuramente, e per quello ne porterà sicurtà
-de’ nostri, ve manderemo la sicurtà de’ vostri ostaggi, e per loro la
-sicurtà de vostra banda, e senza altro scrivere, lunedì che saranno
-li tredici del presente, ne troverete nello loco nominato nelle mie
-lettere — Da Ruvo a 6 di Febraro 1503 — la Motta.
-
-
-_Lettere di Hettorre Fieramosca di Capua._
-
-»La Motta. Ho ricevuto due vostre lettere date in Ruvo a cinque, et
-a sei del presente, nelle quali havete mandato li nomi delli huomini
-pretendono combattere, e scrivete la prorogatione della giornata
-alli tredici del detto mese, e che manderete i vostri ostaggi
-domenica prima che verrà, per quelli manderete la sicurtà di tutta
-vostra banda, e che io, e miei compagni habbiamo a mandare i nostri
-ostaggi in Ruvo, per evitare la suspition della peste, e con loro la
-securtà de nostra parte, e specificate lo proprio loco infra Andri,
-e Corato, dove combatterono Don Alonso, e Baiardo, e che oltre li
-ostaggi, manderete lo assecuramento di Monsignor della Palizza vostro
-superiore, e promettete la fè vostra, che da vostra banda non serà
-inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono
-quà sotto lo governo di Monsignor della Palizza, ne da tutte le altre
-genti, che sono al servitio del Cristianissimo in questo Regno: E che
-similmente noi debbiamo mandare lo assecuramento, e nostra fè, che non
-ci sia inganno, ne soverchiaria alcuna de tutte le genti d’armi delle
-Cattoliche Maestà Re, e Regina in questo Regno. Et oltre di ciò dicete,
-che s’habbia a declarare quanti Giudici si hanno da eligere per banda,
-e che per quelli porteranno la sicurtà de’ vostri ostaggi manderete la
-sicurtà de’ nostri. E finalmente concludete, che senz’altro scrivere,
-lunedì che saranno i tredici del presente, vi troverete nel luogo
-nominato in vostre lettere; et io volendo corrispondere a vostre
-requisitioni, vi mando particolarmente i nomi de’ miei compagni che
-siamo al numero di tredici, e son questi — Guglielmo d’Albamonte —
-Mariano d’Abignenti da Sarno — Francisco Salamone — Giovanni Capoccio
-da Roma — Marco de Napoli — Giovan de Roma — Lodovico d’Abenavole de
-Capua — Hettorre Romano — Bartolomeo Fanfullo — Romanello — Riczio
-de Parma — Moele de Paliano — Fieramosca di Capua — Et anco mandamo
-guidatico, et assecuramento per li ostaggi vostri, che possano venire
-in Barletta, e per lo presente (come havete offerto) mandarete simil
-guidatico, et assecuramento per li ostaggi nostri, che si possano
-condurre in Ruvo: Et in lo modo, et ordine, che manderete li ostaggi
-vostri in Barletta con la sicurtà di Monsignor de la Palizza, e
-de tutta vostra banda, mandaremo nostri ostaggi in Ruvo, con lo
-assecuramento del Signore Don Diego de Mendozza, e de tutta nostra
-banda: e promettemo nostra fè, che da nostra banda non sarà inganno, ne
-soverchiaria alcuna da questa gente d’armi, nè da tutte altre che sono
-al servizio delle Cattoliche Maestà in questo Regno. Dell’elettione
-delli Giudici, sapete che bisogna, siano huomini per tal officio, di
-conditione, prattichi, et esperti, però quando avisarete distintamente
-la elettione da voi fatta, io, e miei compagni provederemo a tale
-effetto oportunamente, e vi avisaremo de nostra elettione, et avertite
-che gli huomini, che han da venire a vedere, siano di ugual numero così
-dalla parte vostra come dalla nostra, e se deve declarar, et determinar
-per li Superiori, che assecurano il campo. Potrete dunque far opera,
-che Monsignor de la Palizza habbia a significarlo al Signor D. Diego de
-Mendozza, e per commune loro disposizione s’habbia a declarare quanti
-han da venire dall’una, e l’altra parte. Che finalmente concludeti, che
-senz’altro scrivere, Lunedì che saranno li tredici dell’instante mese,
-vi trovarete al luogo destinato dalle vostre lettere: Vi rispondo, che
-in la medema forma, io, e miei compagni, compareremo con li cavalli
-copertati, e con le persone nostre armate de tutt’armi, con lanze,
-spade, stocchi, et altre armi manuperabili, a sostentar, e difendere,
-secondo ho scritto per altre mie lettere — Da Barletta a dì 7 di
-Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.
-
-E ’l tenor dell’assecuramento del Signor D. Diego de Mendozza siegue in
-tal modo.
-
-
-_»Don Diecus de Mendozza Serenissimarum, et Catholicarum Majestatum
-armorum Capitaneus etc._
-
-»Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici
-Italiani ne haveno fatto intendere doverno comparere in la giornata
-deputata per la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi, quai
-pretendono combatter contro essi Italiani in lo campo intra loro
-specificato, fra Andri, e Corato, e per segurtà dell’una, e l’altra
-parte se haveno da mandare ostaggi reciprocamente, et acciò quelli
-seran mandati per la Motta, e suoi compagni Francesi, non abbiano
-a dubitare di pater molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per
-tenor della presente, _sub verbo, et fide nobilium_, guidamo, ed
-assecuramo li Gentilhuomini, che per li predetti la Motta, e suoi
-compagni seranno destinati per ostaggi, che possano venir liberi, e
-securamente in Barletta, e commorar in detta Terra, secondo la forma
-de loro obbligationi, e conventioni; e dopoi detti ostaggi possano
-ritornare in Ruvo senza impedimento, ne danno alcuno in loro persone,
-ne in robbe, declarando a tutti, e singoli Capitanei, stipendiarii,
-soldati, pedoni, et altre genti d’armi suddite delle Cattoliche Maestà,
-et imponendoli da parte di quelle, che debbiano osservare alli predetti
-ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto, _juxta_ sua
-serie, e tenore, e così nello venire di detti ostaggi in Barletta,
-e commorar in detta Terra, come ancora nel ritornare in Ruvo. Non
-facendo il contrario per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, et
-indignatione di dette Cattoliche Maestà, et evitare la pena della vita.
-E per declaratione della verità, cautela, e securtà di tutti ostaggi
-havemo spedite le presenti subscritte di nostra propria mano, e con la
-impressione del nostro solito sigillo — Di Barletta a 7 di Febraro 1503
-— _Don Diecus de Mendozza_.
-
-
-_Lettere de la Motta responsive ad Hettorre._
-
-»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere, e quelle intese,
-e rispondo hoggi, che sono li undici del presente mese di Febraro
-risolutamente, come per voler effettuar, e mandar lo negotio a
-porto, vi mando li presenti Gentilhuomini per ostaggi da nostra
-banda, quai sono Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble, a tal
-che con securtà possiate venire. Perloche voi manderete i vostri
-ostaggi per nostra securtà, acciò con gratia di nostro Signore Iddio
-lunedì primo che saran li tredici del presente mese, ambe le parti
-si possano condurre in lo loco appontato, dove combattero Monsignor
-Baiardo, e D. Afonso fra Andri, e Corato. E perchè in dette lettere ci
-dimandate l’assecuramento dell’Illustre Monsignor della Palizza nostro
-Superiore, a sua Illustre Signoria non have parso di farlo; Però vi
-dicemo, che senza dubio alcuno vogliate liberamente venire, che vi
-promettemo la fè nostra, possate securamente venire, che ne da noi, ne
-da nostra banda, ne da gente, sono in questo Regno al servitio della
-Cristianissima Maestà, vi sarà usata soverchiaria alcuna, dovendovi
-donar il campo sicuro; E quando dubitassivo dell’opposito, e si facesse
-soverchiarla, da mò ci donamo per vostri prigioni: E dovendosi far
-questo medesimo per voi, ne prometterete, per voi, e vostre bande, e
-tutte genti sono in questo Regno per servizio delle Cattoliche Maestà
-Re, e Regina d’Ispagna. E volendo dar effetto al sopradetto, non ci
-accade altra securtà, ne dilation di tempo, per havermo una con miei
-compagni in detto tempo deliberato in detto luogo comparere con li
-cavalli copertati, e nostre persone armate de tutte arme necessarie,
-dovendovi trovar in detto luoco, e dì alle dieceotto hore, o vero
-avante, acciò s’habbia tempo di posser eseguire i nostri desiderii,
-fandovi intendere, che noi condurremo là quattro Giudici eletti da
-nostra banda, e tredici altri huomini ne condurranno li cavalli, e
-sedici Gentilhuomini verranno à vedere, per li quali tutti prenominati
-non vi sarà altro che porti armi, eccetto noi deputati al combattere,
-e li quattro Giudici, e li altri Gentilhuomini verranno a vedere, e li
-ventisei che meneranno li cavalli, e condurranno l’elmetti, veneranno
-disarmati; Però vi dicemo, se volete, tutti li sopradetti vengono in
-nostra compagnia à detto numero, se hanno da comprendere nel medesimo
-assecuramento, come noi altri: E volendo voi condurre altrettanti
-in simil modo dal canto, e banda vostra, declaramo se intendano nel
-medesimo assecuramento per noi, e nostra banda, venendono in vostra
-compagnia. Ancora vi mandamo li nomi delli Giudici, secondo qui da
-basso vederete notati — Da Ruvo à gli 11 di Febraro 1503 — La Motta —
-Li nomi delli Giudici sono questi — Monsignor de Bruglie — Monsignor de
-Murabrat — Monsignor de Bruet — Etum Sutte.
-
-El tenor dell’assecuration de Monsignor della Palizza siegue in tal
-modo.
-
-»_Jacobus de Cabannes Dominus Politico Christianissimi Regis
-Zamburlanus, ac Provinciarum Terræ Bari, et Aprutii Gubernator._ Perche
-la Motta, e suoi compagni al numero di tredici, ne han fatto intendere
-doverno comparere in la giornata deputata per essi, et altrettanti
-Italiani, à causa che pretendono combattere in lo campo specificato fra
-Andri, e Corato, e per securtà dell’una, e dell’altra parte si devono
-mandar l’ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seranno mandati da
-Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, non abbiano a dubitar di patir
-molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor della presente _sub
-verbo, et fide nobilium_, guidamo, et assecuramo due Gentilhuomini,
-e tre famegli per uno, che per li predetti Hettorre, e suoi compagni
-seranno destinati per ostaggi, che possano venire liberi, e sicuri in
-Ruvo, e commorar in detta terra, secondo la forma de loro obligatione,
-e conventioni; E dopoi detti due ostaggi, e famegli ritornar in
-Barletta senza impedimento alcuno, o danno in loro persone, e robbe,
-declarando a tutti, e singuli Capitanei, stipendiarii, e soldati della
-Cristianissima Maestà, et imponendoli da parte di essa, che debbiano
-osservar alli predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e
-salvocondotto _juxta_ la sua serie, e tenore, così nello venir di detti
-ostaggi in Ruvo, e commorar in detta terra, come ancora nel ritornar in
-Barletta, non fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar
-l’ira, et indignatione di detta Maestà, e fuggir la pena della vita.
-E per declaration della verità, cautela, e securtà di detti ostaggi,
-havemo espedita la presente securtà di nostra propria mano, e con la
-impression del nostro solito sigillo — Da Ruvo alli 11 di Febraro
-1503 — _Cabannes — Dominus Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao
-Mandatario_.
-
-
-_Lettere d’Hettorre responsive à la Motta._
-
-»La Motta. Per vostre lettere dell’undeci del presente mese di Febraro,
-qual ho ricevute nel medesimo dì ad hora tarda, hò visto che scrivete,
-che per voler effettuar la causa a porto, mandate li Gentilhuomini
-per ostaggi da vostra banda, cioè Monsignor de Musnai, e Monsignor
-Dummoble; e che noi habbiamo a mandar nostri ostaggi per securtà
-vostra; et havete mandati li nomi delli Giudici, per voi eletti, cioè
-Monsignor de Bruglie, e Monsignor Murabrat, e Monsignor de Bruet,
-Etum Sutte; e che à Monsignor della Palizza vostro Superiore non
-ha parso voler far lo assecuramento, significandone, che in vostra
-compagnia verranno tredici persone, che ve porteranno li elmetti, e
-tredici altri, che vi porteranno li cavalli, e che oltre li predetti
-verranno sedici Gentilhuomini a vedere. Respondemo che mandamo li
-nostri ostaggi, e sono Angelo Galeoto Gentilhuomo Napolitano, et
-Albernatio Gentilhuomo Spagnuolo, e per vostra cautela con loro la
-securtà dell’Illustrissimo Gran Capitano per lo campo per voi, e
-vostri compagni, per tredici persone vi porteranno l’elmetti, e tredici
-altri vi condurranno vostri cavalli, e per li quattro Giudici da voi
-eletti, e nominati in vostre lettere de cinque dell’instante. E perchè
-sapete apparer per vostre lettere, per le quali dichiarastivo, che
-manderestivo l’assecuramento del campo di Monsignor de la Palizza
-vostro Superiore, et anco per vostre lettere de sei del presente
-scrivete che Domenica prima futura manderestivo li ostaggi, e per
-loro la securtà de tutta nostra banda, e che noi similmente dovessimo
-mandar nostri ostaggi, e per loro la securtà de nostra banda. Però
-stamo in gran admiratione, che non abbiate adempito il tenor de vostre
-lettere, massime circa il mandar dell’assecuramento predetto del
-campo, e di tutta vostra banda, insieme con li vostri ostaggi. E che
-al presente allegate non parer à Monsignor de la Palizza far detto
-assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per
-voi offerta, e declarata, ne date causa d’admiratione, e suspitione;
-et ancora havete lasciato di mandar l’assecuramento delli Giudici per
-noi eletti, quai sono Messer Francesco Zurlo, Messer Diego de Vela,
-Messer Francesco Spinola, e Messer Alonso Lopes. E perche non dovete
-ignorare, che li assicuramenti del campo, e delli Giudici sono delli
-principali, e più necessarii provedimenti, che si richiedono in tal
-causa. Per tanto replicamo per le presenti che vogliate mandare el
-predetto assecuramento del campo de Monsignor de la Palizza, come
-per vostre lettere havete scritto, et ordinato, e con l’assecuramento
-delli Giudici, nello modo, e forma, che insieme con lo presente noi
-mandamo a voi dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano per maggior
-vostra cautela, declarandove, che siamo contenti dell’assecuramento
-de Monsignor de la Palizza per evitar ogni calunnia, et à tal effetto
-questa sera ne conduremo in Andri. Quanto alla parte, che scrivete, che
-verranno con voi sedici altri Gentilhuomini a vedere. Rispondemo che
-lo Illustrissimo Signore Gran Capitano hà prohibito, et espressamente
-comandato, che non debbiamo condurre, ne admettere in nostra compagnia,
-eccetto tredici persone, che porteranno li elmetti, tredici altre,
-che conduranno li cavalli, e quattro Giudici disarmati, come spetta
-à loro officio, secondo la continentia dell’assecuramento fatto dal
-Illustrissimo Signor Gran Capitano, qual ve mandamo, e non possemo
-in alcun modo presumere altramente — Da Barletta à 12 di Febr. 1503 —
-Hettorre Fieramosca.
-
-El tenor dell’assecuramento dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano
-segue in tal modo
-
-»_Consalvus Fernandus Dux terræ novæ Serenissimarum, et Catholicarum
-Majestatum Regis, et Reginæ Hispaniæ, Siciliæ citra, et ultra Farum,
-Hierusalem etc. in hoc Regno Locumtenens, et Capitaneus etc._ Perchè
-Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici, alla
-giornata deputata da la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi
-pretendono combattere tra loro nello campo specificato fra Andri,
-e Corato, nello luoco, dove combatterono D. Alonso, e Baiardo; Et
-oltre la cautela dell’ostaggi reciprocamente prestiti, e guidati
-per l’Illustrissimo D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento
-del campo; Donde noi per maggior efficacia per tenor della presente
-declaramo per quanto spetta alla banda del prenominato Hettorre, e
-suoi compagni Italiani, _authoritate qua fungimur_ delle Cattoliche,
-e Serenissime Maestà assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato,
-dove combatterono detti Don Alonso, e Baiardo per tutta la predetta
-giornata, che seran li tredici dell’instante mese di Febraro, statuita
-per detti Francesi, che da nullo stipendiario, Capitano, armigero,
-pedone, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche Maestà di
-qualunque conditione, e stato, per alcun modo serà dato impedimento,
-molestia, ne perturbatione alli predetti la Motta, e suoi compagni
-Francesi, et à tredici persone, che porteranno loro elmetti, e
-tredici altri che condurranno loro cavalli: e similmente guidamo, et
-assecuramo Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de
-Bruet, et Etum Sutte Giudici eletti per li prefati la Motta, e suoi
-compagni Francesi, acciocche con Messer Francesco Zurlo, Messer Diego
-de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso Lopes Giudici eletti
-per li prenominati Hettorre, e suoi compagni con nostra volontà,
-consenso, et autorità, possano giudicare, e pienamente esercitare
-loro officio. Comandando, ordinando, et imponendo da parte delle
-Cattoliche Maestà, e nostra, a tutti, e singoli Capitanei, armigeri,
-stipendiarii, soldati, pedoni, gente d’armi, et altri sudditi delle
-Cattoliche Maestà, di qualsivoglia condition, e grado che niun debbia
-per alcun modo _directe, vel indirecte, tacite, vel expresse_, dare
-impedimento, molestia, e peturbatione, ne usare alcuna perturbatione,
-o soverchiarla al detto combattere, ne infringere, o vero contravenire
-al presente assecuramento, _immo_ quello inviolabilmente osservare,
-secondo la sua serie, e tenore, non fando lo contrario, per quanto
-ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione delle Cattoliche
-Maestà, e fuggire la pena della vita. _In cujus rei testimonium, ac
-securitatem, et cautelam, quorum interest_, havemo fatto le presenti
-lettere suscritte di nostra propria mano, con la impression del nostro
-solito sigillo — Datum in Barletta alli 11 di Febraro 1503 — _Consalvus
-Ferrandus_«.
-
-Radunati insieme li tredici Cavalieri Italiani in Andri, et ivi con
-loro, Prospero Colonna, e ’l Duca di Termoli, et altri Cavalieri
-Italiani, e Spagnuoli la domenica di sera alli dodeci del mese, fu
-conchiuso, che senz’altro lo lunedì seguente, ch’era la giornata
-deputata con lo nome del Signor Iddio si dovessero presentar al
-campo: Ma perche mai si può far cosa alcuna per l’huomini senza il
-favor del Signor, che ’l tutto vede, et opera, lo lunedì matino li
-tredici Cavalieri accompagnati da gli prenominati andarono alla messa
-devotissimamente, volendo procedere in una cosa di tanta importanza, e
-fama christianamente, e con sollennità di religione, sperando non per
-questo haverseli aggiungere più animo di quel che haveano, ma da un tal
-debito, et honor restar confirmatissimi in quello haveano deliberato.
-E così communicato il Prete, al fin della messa, lo Hettor Fieramosca
-andò da Prospero Colonna, e lo pregò li concedesse, posser richiedere
-li suoi compagni d’un sollenne giuramento, lo che piacque al Prospero
-Colonna: e così Hettor se voltò a suoi compagni, humanissimamente
-pregandoli gli piacesse giurare quel medesimo, che lui giurava, al
-che risposero quei Cavalieri, ch’eran contentissimi seguirlo in ogni
-fortuna. Lui se inginocchiò avanti l’altare, dove il Prete ancor
-diceva la messa, e poste le mani gionte sopra l’Evangelio giurò ad alta
-voce, voler prima morire, che uscir dal campo per sua volontà, altro
-che vincitore, e prima eligersi la morte, che mai rendersi per vinto
-con sua bocca; e poi vedendo alcuni de’ suoi compagni haver bisogno
-d’ajuto, far in tal caso, come desiderasse, fosse fatto in persona
-sua, per ricuperation de’ suoi compagni, ancorchè sapesse di perder
-la vita. Fatto tal giuramento diede luogo a gli altri, quai di buona
-voglia fero il simile giuramento, et anco di stare ad un volere, ad
-un’eseguire, per quanto la buona sorte, e forza di ciascuno bastasse.
-Partiti dalla messa, se n’andaro alla stanza di Prospero Colonna, dove
-fero giontamente colatione, e poi se n’andorno allegramente ad armare,
-et armati montorno à cavallo, havendo aspettato lo salvo condotto
-che doveva mandar la Motta, e così s’avviaro nell’ordine che segue;
-ma perchè l’assecuramento promesso da Monsignor de la Motta non era
-venuto, for tutti di parere che se ne dovessero protestare, e fu fatta
-la protestation infrascritta.
-
-
-_Protestation fatta per Hettorre Fieramosca, e suoi compagni._
-
-»_In Dei nomine amen. Anno a nativitate Redemptoris nostri Jesu
-Christi millesimo quingentesimo tertio. Pontificatus vero Beatissimi in
-Christo Patris, et Domini nostri Domini Alexandri divina providentia
-Papæ Sexti Anno XI. die vero 13 mensis Februarii in civitate Andri._
-In presentia di me Antonio de Musco _Apostolica authoritate publico
-Notario_, e dell’infrascritti testimonii. Per lo presente pubblico
-documento facemo noto, e manifesto come essendo comparso avante di
-noi lo magnifico Hettorre Fieramosca, tanto per suo proprio nome,
-quanto per l’infrascritti suoi compagni circostanti, e consentienti
-che sono Guglielmo Albamonte Siciliano, Francesco Salamone Siciliano,
-Gioan Capocci da Roma, Marco Corallaro da Napoli, Giovanni Braccalone
-da Roma, Lodovico d’Abenavole da Capua, Hettor Giovenale Romano,
-Bartolomeo Fanfulla da Parma, Romanello da Forli, Pietro Riczio da
-Parma, Mariano d’Abignenti da Sarno, e Moele da Paliano, e dice che
-Carles de Togues titolato la Motta Francese per sue lettere dirette
-ad esso Hettorre have declarato, che mandaria lo assecuramento del
-campo spedito per Monsignor de la Palizza suo superiore, e che dopoi
-el prefato Carles la Motta per altre sue lettere have scritto ad esso
-Hettorre, per le quali allegava non haver parso à Monsignor della
-Palizza far detto assecuramento, nondimeno per esso Hettorre essere
-stato replicato a la Motta, per lettere, che quello sapea apparere per
-due sue lettere de cinque, e de sei del detto mese, haver promesso
-l’assecuratione del campo, e de tutta sua banda, e che al presente
-allegasse non parer à Monsignor de la Palizza far detto assecuramento
-del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per esso la
-Motta offerta, e declarata, dava causa admiratione, e suspitione ad
-esso Hettorre, e suoi compagni. E considerando, che l’assecuration del
-campo, e delli Giudici sia uno delli principali, e più necessarii, et
-oportuni provedimenti, che se richiede in lor causa: Però de nuovo
-fa istanza al prefato Carles, che debbia mandar l’assecuramento
-predetto del campo, e delli Giudici eletti per esso Hettorre, e
-compagni, secondo la forma dell’assecuration qual essi mandavano al
-prefato Carles la Motta e suoi compagni, espedita per l’Illustrissimo
-Sig. Gran Capitano Luogotenente Generale delle Cattoliche Maestà per
-assecuramento di detto campo, e delli Giudici eletti per lo detto
-Carles, e suoi compagni: Declarando ancora, che se contentavano esso
-Hettorre, e suoi compagni del detto assecuramento, se dovesse far da
-Monsignor de la Palizza, per quietar ogni calunnia, notificandoli, che
-per abbreviar il camino, la sera se conduccano in Andri, aspettando lo
-assecuramento, aviso, e requisition d’esso Carles la Motta; Essendo
-esso Hettorre, e suoi compagni in tal espedition armati, ad ordine,
-e pronti, si protestano, che non sia attribuita à loro negligentia, o
-mora, ne ad alcuna tergiversazione; ma solo si debbia imputare à detto
-Carles. E standosi in tal protestatione, essendo circa diecesette hore,
-sopragiunse il Trombetta destinato da la Motta, e consegnò al detto
-Hettorre, e compagni l’assecuramento de Monsignor de la Palizza; Dopo
-della recettion del quale, subito detto Hettorre, e compagni, senza
-perdere alcun momento di tempo si posero in camino a comparer al campo,
-richiedendo me sopradetto Notario, che delle cose predette, hora,
-tempo, e recettion di detto assecuramento, e della celerità del partir
-loro al comparir in detto campo, et altri gesti, ne dovesse far publico
-documento, in testimonio della verità. Donde io predetto Notario,
-volendo sodisfar alla predetta richiesta, come giusta, e ragionevole,
-de tutte le prenarrate cose, ho fatto lo presente publico documento, à
-chiarezza della verità scritto de mia propria mano, e roborato del mio
-solito segno, essendo presente nel medesimo luogo l’Illustrissimo Marco
-Antonio Colonna, Giovanne Carrafa Conte di Policastro, li Magnifici
-Indico Lopes Hiala, Gismundo de Sanguine, e Martin Lopes, Testimonii
-rogati alle cose predette«.
-
-El tenor dell’assecuration di Monsignor de la Palizza siegue in tal modo
-
-»_Jacobus de Cabannes Dominus Palitiæ Christianissimi Regis
-Zamburlanus, ac Provinciarum terræ Bari, et Aprutii Gubernator etc._
-Perchè la Motta, e suoi compagni al numero di tredici Francesi, han
-da comparire alli tredici del presente mese di Febraro alla giornata
-deputata per Hettor Fieramosca, e tanti altri suoi compagni Italiani,
-pretendenti combattere contro esso la Motta, e compagni in lo campo
-fra loro specificato fra Andri, e Corato, in lo luoco, dove combattero
-D. Alonso, e Baiardo, et oltre la cautela delli ostaggi reciprocamente
-prestiti, e guidati per noi, e lo Signor D. Diego de Mendozza, bisogna
-l’assecuramento del campo: Onde noi per maggior efficacia, per tenor
-della presente declaramo, per quanto spetta alla banda del prenominato
-la Motta e compagni Francesi, _authoritate qua fungimur_ del
-Christianissimo Rè, assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato, dove
-combattero D. Alonso, e Baiardo per tutta la giornata delli tredici
-dell’instante mese di Febraro, statuta per detti Italiani, che da nullo
-Capitanio, armigero, stipendiario, pedone, gente d’armi, e sudditi
-della Cristianissima Maestà, de qualunque condition, e stato, in alcun
-modo non serà dato impaccio, impedimento, molestia, ne perturbation
-alcuna alli predetti Hettorre Fieramosca, e compagni Italiani, et
-alle tredici persone, che porteranno loro elmetti, et a tredici altri
-che conduran loro cavalli, e similmente guidamo, et assicuramo Messer
-Francesco Zurlo, Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso
-Lopes, Giudici eletti per li prenominati Hettorre e compagni, acciocchè
-insieme con Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor
-de Bruet, et Etum Sutte, Giudici eletti per li predetti la Motta,
-e suoi compagni, con nostra volontà, consenso, et autorità possano
-giudicare, et esercitare pienamente lor officio; Comandando, imponendo,
-et ordinando da parte della Christianissima Maestà, e nostra, à tutti,
-e singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, pedoni, gente d’armi,
-e sudditi della Christianissima Maestà di qualunque conditione, e
-grado, che nessuno debbia per alcun modo _directe, vel indirecte_
-dar impedimento, o molestia, perturbatione, o nocumento alcuno, ò
-vero usare soverchiaria alcuna al detto combattere, ne infringere, e
-contravenire al presente assecuramento, _immo_ osservar quello, secondo
-la sua serie, e tenore, non fando il contrario, per quanto ciascuno
-desidera evitare l’ira, e la indignatione della Christianissima Maestà,
-e fuggire la pena della vita. _In cujus rei fidem, et testimonium, ac
-securitatem, et cautelam quorum interest_, havemo fatte le presenti
-lettere suscritte di nostra propria mano, e con la impression del
-nostro solito sigillo — Da Ruvo à 12 Febraro 1503 — _Cabannes — Dominus
-Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario_«.
-
-
-_Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre Fieramosca, e
-compagni Italiani, e del combattimento, e vittoria conseguita._
-
-Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer al
-campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti li tredici
-cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti, l’uno
-appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo
-il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li
-combattitori a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora.
-Seguivano appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli
-elmetti, e le lanze delli prenominati combattitori, e continuavano
-il camino verso detto campo; et essendo vicino a quello un miglio,
-trovaro quattro Giudici Italiani, quali fero intendere ch’erano stati
-insieme con quattro Giudici Francesi, e che haveano segnato il campo,
-et ordinati li patti del combattere, ma che li combattitori Francesi
-insino a quell’hora non erano gionti, onde parve ad Hettorre, e
-compagni procedere avanti, e condotti vicino al campo ad un mezzo tiro
-di balestra, Hettorre, e compagni smontaro da cavallo, e fatta oratione
-al Motor di sù, dopoi Hettorre parlò a suoi compagni nel modo, che
-segue.
-
-
-_Oratione d’Hettorre à suoi compagni._
-
-»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche
-parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura vi
-è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino a qui
-allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e demostrato
-chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso Cavaliero si
-mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor vostro esser sì
-grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser sol di voi stata
-fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto, e contento, ma
-perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi al campo, in questo
-spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso manifestarvi el presaggio
-dell’animo mio, il quale vi rende certi de indubitata vittoria in
-questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi a conquistar
-quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne promette. Altri ne
-tempi passati han combattuto per natural, et inveterata inimicitia,
-altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta, alcun altri
-per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni di fortuna, altri per
-amor di donne, e chi per un’occorrenza, e chi per un’altra, secondo che
-l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi combatterete con la buon’hora
-principalmente per la gloria, ch’è lo più pretioso, et honorato
-preggio, che dalla fortuna si potesse proponere à gli valenti huomini:
-Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi
-da ogni caso di vil morte, fandovi famosi esempi, e perpetue materie de
-gloriosi raggionamenti appresso li nostri posteri. Oltra di ciò dovete
-sapere, che non solo portate hoggi questo sì vostro particolar honore
-in su le vostre braccia, ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di
-tutta la nation Italiana, e nome Latino, e perciò non si manchi per
-voi ridurla in quell’altezza di fama, che fu al tempo, che diede legge
-al mondo, e tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali
-dall’antico tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno
-danneggiati, e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco
-in noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer
-à portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria
-con precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che
-horsù Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice
-augurio avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè
-son certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri,
-che le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento,
-e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli
-copertati, ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla
-coscia, e se avviaro verso il campo.
-
-Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato
-l’assecuramento del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire
-a sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere
-la gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto
-accompagnati da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi,
-si conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente
-la messa, quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita
-la messa Monsignor de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni,
-et altri Cavalieri Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si
-ristororno tutti di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti
-s’andò ad armare de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati
-si radunaro tutti giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la
-Motta voltosi a Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse
-concedere, che potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni,
-lo che volentieri essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo.
-
-
-_Oration de la Motta à suoi compagni._
-
-»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può pigliar
-giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non dubito,
-che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da far prova,
-ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre insino
-a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi dovete
-ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar à
-Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation Italiana,
-quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute, e come le
-armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana, et
-havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo tempo
-occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie a farvi
-acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi rendo certo, che
-discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati, li quali
-han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è parso ridurvi à
-memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia considerare che hoggi
-sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta la nostra nation
-Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando noi vincitori di
-questa impresa come son certo, che con l’ajuto di nostro Signore così
-sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri sempre vivi, et in
-tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà per tutte l’età
-della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno premio se ci promette
-di questa impresa, vogliamo con lo nostro animo invitto far tutto lo
-nostro potere d’acquistar tanto premio. E benchè tal vittoria non sia
-cosa nuova alla nation nostra, havendomo noi havuta di prossimo simil
-vittoria contra la nation Spagnuola, questa serà più gloriosa, perchè
-la nation Italiana s’è vantata sempre in questo generoso esercitio
-d’armi, valer, e posser star a fronte alla nostra nation Francesa.
-Di modo, che vincendo questa, ne trovaremo vincitori di tutti. Non
-mi occorre dir altro, perchè son certissimo, che non può mancar, che
-ciascun de voi farà più che quel ch’in ciò io spero, e desidero«.
-E qui pose fine al suo ragionamento. E levatosi ciascuno in piedi,
-s’abbracciorno, e baciorno tutti. E tolto combiato da Monsignor de la
-Palizza, e da altri Cavalieri Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno
-montò à cavallo, e se ordinorno nel proceder in questo modo.
-
-Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e
-la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci
-Gentilhuomini, che ciascun de loro portava similmente la lanza,
-e l’elmetto di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito
-intervallo, seguivano poi li dodici combattenti armati di tutte armi
-senza elmetti, similmente de doi in doi, con lo medesimo ordine, et
-appresso seguiva la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di
-sua persona, et appresso seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de
-la persona de gli altri combattitori, de doi in doi, con intervallo
-debito, portati tutti da Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine
-presero il camino verso il designato campo, et avvicinatisi a quello
-per un breve spatio, havendo visti gli altri Cavalieri Italiani,
-ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano il campo, smontati da gli
-cavalli, che portavano, s’inginocchiorno tutti, e fatta con le man
-gionte verso il cielo la debita oratione, ciascuno si fè allacciar
-l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, e postasi la lancia al
-debito luogo, con grandissima letitia similmente andorno loro à torno
-il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo si fermorno in un luogo
-all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. Donde lo Hettorre
-gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel campo, perchè
-così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni Francesi con
-loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, entrorno nel
-campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi li
-Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il
-simile verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi
-più tardare, se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli
-si cominciorno a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo
-l’una, e l’altra parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar
-di galoppo, et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri
-Francesi si partirono in due parti, da una banda sette, e dall’altra
-sei, e con impeto à tutta briglia andavano verso gl’Italiani, li quai
-vedendo questo, cinque de loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri
-otto sovra li sette, e postesi le lanze alla resta, s’incontrorno, e
-per essere stato il spatio pigliato, invalido, spezzorno alcune lanze
-con poco, o nullo effetto. Pure gl’Italiani furono uniti, e li Francesi
-in disordine, e postosi per ciascuno mano à gli stocchi, et accette,
-che portavano, si cominciò la battaglia alla stretta, e combattendosi
-per l’una, e l’altra parte valorosamente, gli Francesi trovandosi
-disordinati, for costretti ridursi in un cantone del campo, e con
-alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo impeto andaro
-verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per un quarto d’hora,
-per la parte Italiana fu posto a terra un Francese nominato Gran Jan
-d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu soccorso da gli
-altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli altri
-valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi
-la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a
-terra due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de
-Sambris, e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli
-combattitori Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta,
-non mancava Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e
-dove vedeva il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun
-di loro dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la
-battaglia in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno
-nominato Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i
-quali dismontorno a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò
-ivi nel suolo del campo, l’altro uno scheltro[296] che lui aveva, si
-defensavano molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi
-da gli altri Italiani, quai con loro cavalli havendoli attorniati,
-non comportavano che quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria
-Francesa. Gran Jan d’Aste, il quale prima era stato posto a terra,
-trovandosi ferito, ne potendosi più difendere, come havea fatto, e
-bene, similmente si rendio prigione alla parte Italiana: Donde Hettorre
-vedendo, che la parte Francesa era cominciata ad inclinare per la
-perdita de gli tre compagni, con coraggioso animo fatto un corpo con
-gli altri compagni, di novo assaliro li detti Francesi remanenti,
-nel qual impeto abbattero a terra un altro Francese nominato Nantì
-de la Frasce, et un altro per nome Giraut de Forzes uscì dal campo, e
-foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani vedendosi la fortuna
-fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto si avventaro
-adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, fu buttato
-a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ rimanenti
-cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu pigliato
-prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno de
-gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo;
-gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno
-di quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia,
-et un altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio
-dal cavallo fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da
-Hettorre per forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si
-trovava à piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto
-da gli cavalli Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e
-combattere a piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un
-altro Italiano fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò
-dall’una all’altra banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano
-di gran lunga superiori, con maggior animo combattendo, cacciaro
-del campo un altro Francese, rimanendone solamente tre, de li quali
-doi se ne trovavano a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se
-defensassero, pure li doi a cavallo, non potendo resistere à tanto
-numero di combattenti Italiani, et al lor vigore, l’uno si rendio
-prigione, e l’altro fu per forza cacciato dal campo, restandovi solo
-quell’a piè, il quale fuggendo per il campo, hebbe tante ponte di
-stocchi, e colpi d’accette, che non potendo resistere, gli fu forza
-rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo.
-
-Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con
-Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di
-mezz’hora andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante
-trombe, et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria
-esprimere, e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso
-Barletta, gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che
-nel caminare si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni
-Francesi fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari
-a piedi con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in
-testa, et armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri
-vincitori l’uno poi l’altro con debita distantia, similmente armati,
-e con l’elmetto in testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta
-allegrezza, caminando alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando,
-il qual venia ad Andri ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta
-vittoria. Appresso loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi,
-e poi da tre in tre gli altri Capitani, e Gentilhuomini che havean
-condotti li cavalli, e l’elmetti, e le lanze à detti vincitori. E così
-caminando s’incontrorno con Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di
-Termole, che venivano per honorar li vincitori, dove gionti insieme, et
-alzate le visiere degli elmi, strettamente si abbracciorno, e baciorno
-tutti, et à pena si poteva satiare di tanta commune allegrezza, e con
-tal gratulatione, e sommo piacere passando più oltre se li fè incontro
-D. Diego de Mendozza, e molti altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani
-tutti allegrandosi di tanta honorata vittoria. In ultimo gli venne
-incontro il Gran Capitanio à cavallo ben in ordine con tutta la gente
-d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, il quale affrontandosi
-con Hettorre, con allegrezza inestimabile gli disse queste parole.
-_Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri Spagnuoli_,
-volendogli significare che per Hettorre, e compagni in quella giornata
-era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, e tolta la
-gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati un per
-uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò subito un
-concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti
-con gridi mirabili, ciascuno dicendo, _Italia Italia, Spagna Spagna_,
-e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che si
-trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore,
-e dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio
-con Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito
-ordine accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e
-tutto il rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di
-Barletta, et essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta,
-dove fu fatta tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi
-rimase campana, che non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo
-d’artigliaria vi fu, che non fusse stato più d’una volta tirato, di
-modo che per li tanti suoni, e bombi d’artiglieria, e per li gridi
-_Italia Italia, Spagna Spagna_, pareva che quella terra volesse
-rovinarsi. Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le
-musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati,
-non se potrian per umana lingua narrare a compimento, et in questo
-modo caminando, giunsero alla maggior Chiesa, essendoli prima venuto
-il Clero incontro ben in ordine con una pomposa processione, e con una
-divotissima figura della Madonna, ove smontorno tutti, e fer la debita
-oratione, rendendo gratie infinite all’immortal Iddio, et alla gloriosa
-sua Madre della felice vittoria acquistata. Dopoi rimontati à cavallo,
-e voltati per altre strade della terra con grandissima festa, ciascuno
-se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto honore, non senza immortal
-fama dell’honore, e vigor Italiano.
-
-
- IL FINE.
-
-
-
-
-NOTA DELL’EDITORE.
-
-
-Nel ristampare il premesso libriccino secondo l’antica edizione
-dell’anno 1633 ho riportata la sola parte istorica del famoso
-combattimento tra i tredici Cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi
-colla medesima ortografia e punteggiamento che vi è nell’originale,
-il quale in verità non è affatto piacevole. Ho corretto solo nel
-frontespizio del libro suddetto, ed alla pagina 5 un errore di stampa
-che vi è nella indicazione del giorno della pugna che si dice seguita
-nel dì 16 Febbrajo 1503, mentre la stessa ebbe luogo nel dì 13
-Febbrajo. Ho lasciate diverse Poesie Latine scritte in quella occasione
-in onore de’ prodi Guerrieri Italiani, e principalmente di Ettore
-Fieramosca; siccome anche talune avvertenze sui nomi de’ predetti
-Cavalieri Italiani che presero parte al combattimento.
-
-Coteste medesime Poesie ed avvertenze si vedono anche ristampate
-nell’altra edizione dello stesso libro fatta in Napoli nell’anno 1721
-dal Tipografo _Felice Mosca_ coll’aggiunta de’ luoghi di que’ Scrittori
-tanto Napolitani che Esteri, i quali di quel celebre fatto d’armi hanno
-concisamente parlato. Nella stessa edizione dell’anno 1721 si legge
-anche la iscrizione latina in versi esametri e pentametri incisa in una
-lapide apposta al monumento eretto nel luogo istesso del combattimento,
-il quale si crede atterrato dappoi dai Francesi, come ho detto alle
-pagine 175 e 176 del mio _Cenno storico_.
-
-Nell’ultimo viaggio fatto a Ruvo nel passato mese di Maggio, essendomi
-fermato una sera in Andria, cadde il discorso sul monumento suddetto.
-D. Pasquale Fasoli Sindaco attuale di quella città, e mio Nipote,
-perchè ha in moglie, la figliuola del fu mio fratello Giulio, e tutti
-gli altri ch’erano presenti mi confermarono la generale opinione che
-quel monumento fosse stato abbattuto di soppiatto e di nottetempo
-dai Francesi nell’anno 1805 al tempo che l’armata Francese _di
-Osservazione_ occupava que’ luoghi, e ’l Reggimento num. 42 che ne
-formava parte era stanziato in Andria.
-
-Mi soggiunse anche il detto Signor Fasoli che il monumento suddetto
-si trovava eretto in una masseria di semina denominata _S. Elia_
-che attualmente appartiene al Capitolo della Chiesa Arcivescovile di
-Trani, ed è sita nel tenimento della città di Trani a tre miglia di
-distanza tanto da Andria che da Corato. Che allora che venne lo stesso
-diroccato, la lapide già detta colla iscrizione si era trovata rotta
-e mancante nella parte superiore del lato sinistro di un pezzo di
-quattr’once circa, per cui i primi versi della iscrizione sono mancanti
-delle lettere finali. Che la lapide suddetta al momento formava parte
-di un muro delle diverse fabbriche rustiche costrutte nella detta
-masseria _S. Elia_.
-
-Mi fece conoscere in fine che trovandosi Sindaco della detta città di
-Andria, aveva creduto poco conveniente a se ed al Corpo Municipale,
-a cui ha l’onore di presedere che il monumento suddetto fosse
-rimasto ulteriormente atterrato. Che quindi aveva diretto di uffizio
-all’attuale Signor Intendente della Provincia un rapporto, col quale
-gli aveva dimandato il permesso di rimetterlo di nuovo a proprie spese.
-Nel ciò sentire non potei non rimanere sommamente compiaciuto del
-sentimento veramente Italiano mostrato a tal modo da una persona che
-strettamente mi appartiene, e che amo e stimo moltissimo per le sue
-ottime qualità, e per l’affettuoso attaccamento che ha alla mia persona
-ed alla mia famiglia.
-
-Quel discorso intanto mi eccitò la voglia di rivedere dopo tanti anni
-quel luogo tanto per l’Italia memorando. Mi condusse ivi il dì seguente
-lo stesso Signor Fasoli. Trovai che il monumento di cui si tratta
-non è del tutto abbattuto. Vi rimane tuttavia fuori terra una linea
-dell’antica fabbrica formata di grandi e solidissime pietre lavorate
-che servivano allo stesso di base. Passai indi nel sito fabbricato
-della masseria _S. Elia_, ed osservai che la già detta lapide formava
-parte di un muro de’ diversi edificj rustici ivi costrutti, ed era
-situata a pochissima altezza dal suolo; il che la faceva rimanere
-esposta ad altri guasti che avrebbe potuto soffrire dalla indiscrezione
-della gente di campagna. Non potè ciò non recarmi ammirazione!
-
-Avendo letta la iscrizione suddetta venni ad assicurarmi ch’era quella
-stessa che nel libretto ristampato da Felice Mosca nell’anno 1721 si
-vede riportata alla pag. 187. Dice ivi l’Editore sulla testimonianza
-dello Scrittore _Giovanni Antonio Goffredo_ che la lapide suddetta
-fu apposta nell’Epitaffio eretto nell’anno 1583 sul luogo istesso del
-combattimento per ordine del Cav. Ferrante Caracciolo Duca di Airola,
-Preside allora della Terra di Bari e della Terra di Otranto[297]. Il
-tenore della iscrizione suddetta è il seguente
-
- _Quis quis es, egregiis animum si tangeris ausis,_
- _Perlege magnorum maxima facta Ducum._
- _Hic tres atque decem forti concurrere campo_
- _Ausonio Gallis nobilis egit amor._
- _Certantes utros bello Mars claret, et utros_
- _Viribus, atque animis auctet, alatque magis,_
- _Par numerus, paria arma, pares ætatibus, et quos_
- _Pro patria pariter laude perisse juvet._
- _Fortuna, et virtus litem generosa diremit,_
- _Et quae pars victrix debuit esse fecit[298]._
- _Hic stravere Itali justo in certamine Gallos,_
- _Hic dedit Italiæ Gallia victa manus._
-
-In verità un fatto d’armi tanto celebre e classico avrebbe meritato una
-penna migliore. Ad ogni modo è sempre laudabile sommamente la buona
-intenzione, e ’l patriottismo del Duca di Airola nell’aver voluto a
-tal modo onorarne e perpetuarne la memoria. Non sarebbe forse fuor di
-proposito che alla iscrizione suddetta ne venisse sostituita un’altra
-dello stesso metro, che la metto in nota, la quale potrebbe un poco
-meglio corrispondere alle circostanze del fatto riportate nel precitato
-libriccino[299]. Ritornando ora alla onorevole proposta del Sindaco
-Fasoli per la restaurazione del monumento suddetto, si è veduta questa
-ritardata per più mesi per la seguente circostanza.
-
-Il Signor Intendente della Provincia, benchè fosse stato animato
-da uguale impegno perchè la cosa avesse avuto il suo effetto, volle
-abbondare di civiltà e di riguardo verso il Capitolo di Trani. Quindi
-con sua lettera di uffizio diretta a quel degnissimo Monsignor
-Arcivescovo gli fece conoscere la dimanda del Signor Fasoli, onde
-si fosse compiaciuto di passarla a notizia del Capitolo, sentire
-le intenzioni dello stesso e comunicargliele. Quel Collegio rispose
-coll’aver dato il suo consenso colla condizione espressa però che nella
-esecuzione de’ lavori si avesse dovuto rimettere semplicemente l’antica
-lapide senz’altra aggiunta, e si fossero chiamati i suoi Deputati per
-essere presenti alla proposta ricostruzione del monumento suddetto.
-
-Il Sindaco Fasoli però non trovò per sè conveniente il ricevere leggi
-da chi non aveva verun dritto di dettarle, ed avere de’ Soprastanti
-per un’opera che sarebbe andata ad eseguirsi colla borsa sua, non
-con quella del Capitolo di Trani. Fece quindi osservare al Signor
-Intendente che quest’ultimo comunque si trovi ora proprietario di
-quello stesso fondo, nel quale tre secoli indietro il detto antico
-monumento in parte tuttavia esistente fu costrutto dalla Pubblica
-Autorità, non perciò il sito da esso occupato può appartenergli.
-Che il suolo occupato dai monumenti pubblici è di pubblica ragione,
-costituisce una proprietà dello Stato, e non può riputarsi giammai di
-privato dominio.
-
-Che quindi mancava al Capitolo suddetto qualunque dritto e qualunque
-titolo per pretendere di dettar leggi e condizioni, e di presedere
-anche alla ricostruzione da lui proposta. Che anzi abusivamente si
-aveva appropriati gli avanzi del distrutto monumento, i quali non gli
-appartenevano. Soggiunse quindi che tutto ciò che può riguardare i
-monumenti pubblici che costituiscono una proprietà dello Stato, deve
-dipendere esclusivamente dalle disposizioni e dai regolamenti suggeriti
-dal Capo Politico della Provincia, o da S. E. il Signor Ministro
-dell’Interno, non già dalle velleità di qualunque privato, o Corpo
-Morale.
-
-Queste giuste e ben fondate osservazioni del Signor Fasoli il Signor
-Intendente le comunicò al Capitolo suddetto, il quale non potè non
-sentirsene imbarazzato. Conseguenza quindi di tal diverbio è stata che
-il Capitolo unitamente al Sindaco di Trani son venuti a dichiarare
-che trovandosi il monumento suddetto nel tenimento di quella città,
-come innanzi si è detto, si sarebbero essi prestati a restaurarlo
-sollecitamente.
-
-Quindi il detto Signor Intendente con sua lettera di uffizio diretta
-al Sindaco Fasoli del dì otto Agosto 1844 num. 2292 gli ha partecipato
-il risultamento suddetto, e gli ha soggiunto di aver creduto giusto
-d’inerire alla proposta del Sindaco di Trani a motivo che il sito
-del fondo _S. Elia_ è nel tenimento di quella città: di aver quindi
-ordinata la regolare e celere esecuzione de’ lavori. Gli ha collo
-stesso uffizio espresso anche il meritato elogio per aver spinta una
-operazione da lui applaudita come gloriosa alla nostra Provincia, e
-diretta a far risorgere un antico oggetto di tanto cara ricordanza.
-
-Sono anch’io contento appieno che il mio giusto desiderio di veder
-rimesso di nuovo quel monumento di gloria pe ’l nome Italiano verrà
-a rimanere appagato in un modo molto per me soddisfacente, attesa
-la parte attiva che vi ha presa una persona che mi appartiene, ed ha
-saputo prevenire i miei pensamenti prima che gli avesse conosciuti.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- L’autore al suo nipote Giovannino Jatta Pag. 3
-
- Introduzione 5
-
- INDICE DE’ CAPITOLI.
-
- CAPO I.
- _Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città
- di Ruvo_ PAG. 9
- CAPO II.
- _Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32
- CAPO III.
- _La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che
- vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35
- CAPO IV.
- _Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle
- arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua
- origine Arcadica_ 56
- CAPO V.
- _La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche
- dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90
- CAPO VI.
- _Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata_ 99
- CAPO VII.
- _Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107
- CAPO VIII.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Angioina_ 122
- CAPO IX.
- _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia
- Aragonese_ 164
- CAPO X.
- _Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di
- Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale
- Dinastia Regnante_ 170
- CAPO XI.
- _De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia
- nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195
- CAPO XII.
- _Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte
- dalla prepotenza Baronale_ 209
- CAPO XIII.
- _De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno
- 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno
- 1805_ 239
- CAPO XIV.
- _Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine
- del secolo XVIII in poi_ 261
- CAPO XV.
- _Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
- sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio,
- e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione
- comunale_ 304
- AVVERTIMENTO
- _Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319
-
- Indice generale 329
-
- RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS 1
-
- FRANCISCI M. AVELLINII EPISTOLA 21
-
- HISTORIA DEL COMBATTIMENTO DE’ TREDICI ITALIANI CON
- ALTRETTANTI FRANCESI 1
-
- NOTA DELL’EDITORE 35
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] _Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses Diatriba I cap. V.
-§. 2._
-
-[2] _Ptolomæus lib. 4 cap. I._
-
-[3] _Strabo lib. VI pag. 282._
-
-[4] Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano
-quarantacinque miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma
-e Brindisi? È chiaro che si deve quì leggere _CCCLX M. Pass._
-
-[5] _Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580._
-
-[6] _Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58._
-
-[7] _Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana
-pag. 709 ad 715._
-
-[8] _James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne
-Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148._
-
-[9] _Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590._
-
-[10] Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di
-Plinio in un modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti
-in tutte le altre edizioni della stessa opera. Quindi li capi citati
-dai Scrittori secondo le antiche edizioni non battono con quelli che
-si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad evitare
-l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’
-capi della sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe
-potuto in vero risparmiarsi questo fastidio, il quale serve solo ad
-imbarazzare chi legge senza veruna utilità, e lasciare la numerazione
-de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre edizioni.
-
-[11] In altre edizioni vi è quì anche la parola _Aquini_.
-
-[12] In altre edizioni si legge _Deculani_, non _Æculani_.
-
-[13] In altre edizioni si legge _Etinates_, non _Meritanes_.
-
-[14] In tutte le altre edizioni si legge quì _Neritini_, e non già
-_Netini_, vocabolo alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino,
-come saremo or ora a vederlo. Nelle altre edizioni dopo la parola
-_Neritini_, vi è anche la parola _Matini_ che quì manca.
-
-[15] Non vi può esser dubbio che colla parola _Rubustini_ sono
-indicati gli abitanti della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i
-Comentatori di Plinio, e con essi anche il P. Arduino.
-
-[16] Convengono essi del pari che sotto il nome di _Butuntinenses_
-sono indicati gli abitanti della città di _Bitonto_, antica città
-della Peucezia. Il Vesselingio anzi nelle sue note all’Itinerario di
-Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di aver veduta anche una
-moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario
-sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima
-inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi
-citato alla pagina 149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si
-comprende però come Plinio abbia situato Bitonto tra le città della
-Calabria, mentre non è distante da Ruvo più di nove miglia, e tanto
-negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto nella Tavola
-Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.
-
-[17] In altre edizioni manca la parola _Paltonenses_.
-
-[18] Non già _Nerentini_, ma bensì _Neritini_ si legge nelle altre
-edizioni. Tal lettura poi la presentano, non già _libri quidam_, come
-dice quì l’Arduino; ma bensì tutte le altre edizioni di Plinio, non
-esclusa la bellissima edizione anche di Parigi dell’anno 1545, che l’ho
-pure nel mio Studio.
-
-[19] Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la
-investigazione del sito dell’antica _Celia_ che Luca Olstenio l’ha
-così bene situata a poche miglia al di là di Bari. Quest’antica città
-è oggi uno de’ così detti _Casali_ di Bari che ritiene tuttavia il
-nome di _Ceglia_ che viene da _Celia_. È questa città segnata anche
-nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel
-Commentario sulle tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag.
-38 parla di Celia, e ne reca una moneta con Greca leggenda. Reca le
-sue monete con tipi diversi anche il Signor Millingen nel precitato
-suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore testimonianza
-che _Ceglia_ sia l’antica _Celia_ sono gli eccellenti e magnifici vasi
-fittili Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi
-disotterrati ai tempi nostri.
-
-[20] Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον
-proposta anche da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse
-alla stessa sostituirsi la città che nella Tavola Peutingeriana è
-chiamata _Natiolum_ quasi come un diminutivo di _Netium_. Ma l’Olstenio
-che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei medesimo da
-questo suo primo avviso, poichè riflettè che il _Natiolum_ della Tavola
-Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani
-nel sito dell’attuale città di _Giovinazzo_, e non già dentro terra tra
-Celia e Canosa. Al che aggiungo che cotesta novella città della Tavola
-Peutingeriana al tempo di Strabone non esisteva ancora.
-
-[21] Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata
-innanzi.
-
-[22] _Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575._
-
-[23] _Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo _Netium_, et verbo_
-Andria.
-
-[24] _Baudrand Geographia verbo_ Netium.
-
-[25] _Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95._
-
-[26] La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata
-nell’Itinerario di Antonino che come un luogo di passaggio, e di
-riposo, e non già di fermata, giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici
-miglia di cammino, e da Bitonto a Bari altre dodici miglia. Ventitre
-miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, non di due
-giornate.
-
-[27] _Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII._
-
-[28] L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è
-resa troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La
-novella bellissima strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo,
-Terlizzi, Bitonto etc. molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre
-di essere più gaja, offre un comodo che nulla fa desiderare. È quindi
-quella la strada che da tutti oggi è battuta.
-
-[29] _Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ._
-
-[30] _Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II._
-
-[31] _Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186._
-
-[32] _Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia
-di Bari._
-
-[33] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251._
-
-[34] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297._
-
-[35] _Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV._
-
-[36] _Frontinus de Coloniis capi XIII._
-
-[37] _Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo_ Rubi.
-
-[38] _Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483._
-
-[39] _Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533._
-
-[40] _Cicero Oratio pro Archita cap. X._
-
-[41] _Strabo lib. VI pag. 281 in fine._
-
-[42] _Pomponius Mela De situ Orbis lib. II._
-
-[43] _Silius Italicus lib. XII vers. 397._
-
-[44] _Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39._
-
-[45] _Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I._
-
-[46] _Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V._
-
-[47] _Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300._
-
-[48] Jamblico nel capo XXIX dice così: _Per hæc utique studia tota
-Italia Philosophis repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ
-causa Magna Græcia cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis,
-et Legislatoribus clarescentibus_.
-
-Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i
-suoi discepoli erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni,
-_ut non amplius in suas domos discedere sustinerent; sed una cum
-liberis, et conjugibus ingenti Homacoio ædificato condiderint illam,
-quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: leges quoque,
-ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter quæ
-quidquam facere illicitum sibi duxerunt_.
-
-[49] _Cicero Tusculan. lib. I cap. 16._
-
-[50] _Idem Tusculan. lib. II. cap. 17._
-
-[51] _Gellius N. A. lib. III cap. 17._
-
-[52] Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che
-componevano la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la
-Scillatica, la Sibaritica, la Eracleese, la Metapontina e la Tarantina,
-alle quali aggiungono taluni anche la Petelina dalla città denominata
-_Petelia_ che Virgilio la crede una picciola città fondata da
-Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.
-
-[53] È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di
-Porcio Catone non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso
-le notizie opportune di tante città della Italia, la origine delle
-quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi Geografi è rimasta in una
-perfetta oscurità.
-
-[54] Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX
-sez. IV §. 566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni
-prima della Guerra di Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto
-riportato da Dionigi di Alicarnasso, cioè nella venuta nell’Italia di
-Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non convenire venendo lo
-stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci e
-Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.
-
-[55] _Dionys. Halicarnassi lib. I._
-
-[56] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III._
-
-[57] _Idem loco supra citato cap. XLIII._
-
-[58] _Strabo lib. VI pag. 277 ad 282._
-
-[59] _Plinius lib. III cap. XI._
-
-[60] _Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV._
-
-[61] _Strabo dicto lib. VI pag. 283._
-
-[62] _Ptolomæi Geographia lib. I cap. I._
-
-[63] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714._
-
-[64] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._
-
-[65] _Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570._
-
-[66] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6._
-
-[67] Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche
-ivi si trovano buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma
-non sono persuaso appieno che sia questa l’antica città chiamata _Sub
-Lupatia_ nell’Itinerario di Antonino, poichè non corrispondono le
-distanze in esso indicate.
-
-[68] _Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis.
-Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604._
-
-[69] _Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a
-t._
-
-[70] _Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128._
-
-[71] _Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205._
-
-[72] Si noti che il Garagnone è chiamato _Castrum_, vocabolo il quale
-corrisponde all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.
-
-[73] _Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94._
-
-[74] _Fasciculus 86 fol. 55._
-
-[75] Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente
-a ciò che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era
-governato dal Nobile Fra Rengaldo _Ordinis Sacræ Domus Hospitalis_.
-
-[76] _Ptolomæus lib. III cap. I._
-
-[77] _Plinius lib. III cap. XI._
-
-[78] _Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ._
-
-[79] Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca
-nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di
-Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei
-stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce.
-
-[80] Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate _Isole di
-Tremiti_ e da Cornelio Tacito _Trimetum lib. IV Annalium cap. 7_.
-Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che
-siano cinque; ma Strabone n’enumera due.
-
-[81] _Strabo lib. VI pag. 284._
-
-[82] Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV
-delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome
-_Venulo_ essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella
-guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò
-mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira
-di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome _Acmene_ di
-carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in
-invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio?
-Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto
-un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor
-numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono
-ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli
-crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte
-toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro
-XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso
-fatta da _Venulo_ ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui
-prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che
-i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo
-di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui
-sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel
-modo predetto.
-
- _Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,_
- _Et socii amissi petierunt æthera pennis,_
- _Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum_
- _Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent._
-
-[83] _Livii Histor. lib. XXV cap. 12._
-
-[84] _Arnobius lib. IV pag. 119._
-
-[85] _Silius Italicus lib. VIII vers. 242._
-
-[86] _Idem lib. IX vers. 60 et sequent._
-
-[87] _Plinius lib. III cap. XI._
-
-[88] _Ptolomæus lib. III cap. I._
-
-[89] Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di
-conservare le antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono
-D. Giuseppe Caputi ha conservati tutti i vasi che si trovarono ne’
-suoi fondi suburbani in occasione di essersi scavato il terreno per
-piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi sono pero
-tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno
-riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi,
-e ’l fu mio cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed
-amanti dell’onore della nostra Patria. Non posso che lodare sommamente
-questo loro sentimento che lo avrei desiderato anche in altri che hanno
-preferito l’interesse, benchè non fossero stati bisognosi.
-
-[90] _Anacreon De amatoribus Odarium._
-
-[91] _Apulej asinus aureus lib. II._
-
-[92] _Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4
-Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122._
-
-[93] _Virgil. Georg. 1 vers. 262._
-
-[94] _Idem Georg. III vers. 157._
-
-[95] _Tacitus Annalium lib. III._
-
-[96] _Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442
-Planche XV._
-
-[97] _Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I._
-
-[98] Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v.
-214, e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il
-modo in cui avesse potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore
-più caldo. Venere rispose che veniva volentieri a prestarsi alla di lei
-richiesta.
-
- _Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum_
- _Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:_
- _Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,_
- _Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum._
- _Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit_
- _Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui_
- _Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto_
- _Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis._
-
-[99] _Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque,
-Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262._
-
-[100] Ibidem Planche XLIX L. A.
-
-[101] _Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ
-formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam
-Eurybates. Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc
-imberbis. Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit.
-Electra heræ calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ
-Homerus in Iliade usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad
-muros euntes facit. Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo,
-mæstus ut qui maxime: Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel
-prius quam inscriptionem legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25._
-
-[102] _Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35._
-
-[103] _Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24._
-
-[104] _Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26._
-
-[105] _Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces._
-
-[106] _Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151._
-
-[107] _Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26._
-
-[108] _Idem Georg. III vers. 392._
-
-[109] _Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30._
-
-[110] _Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6._
-
-[111] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168,
-et 169._
-
-[112] _Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem._
-
-[113] Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle
-stomachevoli oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto,
-di Vulci, e di Canino. Le pitture oscene le condanna giustamente
-Aristotile _Polit. VII 15 (vulg. 17)_, le ripruova con indignazione
-Properzio _eleg. II 5 vers. 19 et sequ._ Il gusto di Tiberio per queste
-pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro
-le stesse S. Clemente Alessandrino _in Protrept. pag. 52, e 53_. La
-continenza, e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto
-la morale tanto degli antichi abitanti della nostra città che de’
-Pittori.
-
-[114] Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in
-seguito è questa città chiamata _Terlitium_, e non _Turricium_. Nelle
-carte della Geografia antica pubblicate da diversi Scrittori manca
-questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri Pubblici, e nelle
-carte Geografiche recenti è chiamata _Terlizzi_. Non si cangiano i nomi
-delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare
-ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.
-
-[115] Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario
-che passa tra un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo
-Canonico Mazocchi non sognò mai di ripetere l’antichità di quella città
-dalle sole tavole ivi rinvenute, ma anche dalla Storia, dalla Geografia
-antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, e sodo Scrittore
-fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, sia
-sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che
-sull’appoggio di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete,
-le quali non possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un
-vasellino trovato per azzardo in un sepolcro, siasi elevata una Torre,
-e creata una supposta antica città sconosciuta del tutto agli antichi
-Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro ha
-potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che
-un sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città
-recente. Per ragionarsi a questo modo bisogna aver la testa molto
-riscaldata.
-
-[116] Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi
-che nell’Italiano si dice _Terlizzi_, e non _Terlizzo_, e che i
-Popolari dicono _Terrizz_, e non _Turrizzo_. Il linguaggio popolare del
-luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.
-
-[117] Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi
-degli _uomini dottissimi_ che gli fecero pervenire la copia di cotesta
-lapide, e ’l luogo ove possa la stessa essere osservata da chi ne sia
-curioso. Non si comprende poi come nella parola mutilata _Turri_...
-abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome della città
-chiamata _Turricium_ creata solo dalla forza della sua immaginazione!
-Molto meno ci ha fatto sapere come il suo _Turricium_ possa combinarsi
-colla parola FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero
-il seguente risultamento _Filius Turricii_. Corrisponde lo stesso a
-meraviglia al concetto del Signor Martorelli!!! In fine non è cosa meno
-lepida il vedersi che da una pretesa lapide che segna l’anno DCCCVI ne
-abbia egli inferito che il suo _Turricium_ già esisteva _inter Apuliæ
-urbes felicioribus sæculis!_ Belle visioni!
-
-[118] È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse
-ai tempi di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il
-primo nel luogo riportato innanzi al Capo III ci fece conoscere un per
-uno i nomi delle antiche città della Peucezia, tra le quali _Ruvo_
-e _Bitonto_. E ’l _Turricium_ di Martorelli dov’è? È ben curioso
-anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata _Turricium_
-era edificata _prope viam Trajanam!_ La via Trajana però, di cui si
-vedono ancora gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo
-stesso modo che si vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e
-nell’Itinerario Gerosolimitano. La città di Terlizzi è a due miglia di
-distanza dalla via Trajana al lato sinistro di essa. Come si è potuto
-portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono sotto i
-sensi?
-
-[119] _Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena._
-
-[120] Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto _Rudas_ non si
-vede riportato col solito segno che distingue le città. Si vede bensì
-tal nome scritto vicino ad una laguna che sembra un lago, il quale
-comunica col mare Adriatico per mezzo di un canale segnato nella Tavola
-suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. Quindi cotesto
-antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso
-pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda _lama_, o
-sia vallone che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora
-passa la bella strada consolare della marina per mezzo di un ponte ben
-lungo e magnifico ch’è convenuto ivi formarsi con una spesa non lieve.
-
-[121] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._
-
-[122] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t._
-
-[123] Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città
-adoperato ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo
-Stemma antico non si conosce), è una pianta di _Rovo fiorito_ messo
-in una testa. È chiaro che i nostri colti Antenati adottarono nel ciò
-fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora però che si è venuto
-a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna che
-cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si
-prenda dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia
-del suo nome, come saremo or ora a vederlo.
-
-[124] _Dionys. Halicarnass. lib. I._
-
-[125] _Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43._
-
-[126] _Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246._
-
-[127] _Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9._
-
-[128] _Strabo lib. VIII p. 360. Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap.
-31. Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii._
-
-[129] _Strabo lib. VIII pag. 386._
-
-[130] _Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145._
-
-[131] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine._
-
-[132] _Strabo lib. VIII pag. 387._
-
-[133] _Idem pag. 388._
-
-[134] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25._
-
-[135] _Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6._
-
-[136] _Herodotus lib. I cap. 145._
-
-[137] _Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne
-Italie. Rubi in Peucetia pag. 150._
-
-[138] _Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528._
-
-[139] _Dionys Halicarnass. lib. I._
-
-[140] _Virgilius Eclog. X. vers. 31._
-
-[141] _Frontinus De coloniis cap. XIII._
-
-[142] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV._
-
-[143] _Tacitus Annalium I cap. 54._
-
-[144] _Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI._
-
-[145] _Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII._
-
-[146] _Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis._
-
-[147] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47._
-
-[148] _Idem Tom. V pag. 77._
-
-[149] _Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno 850
-usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag.
-45._
-
-[150] Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto
-il Vescovo di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni
-della sua Chiesa. Molto meno s’intende il perchè volle esigere la
-scorta di un uomo a cavallo tutte le volte che si recava non solo a
-Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo di Ruvo
-sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il
-perchè esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa
-bisogna dire che vi siano stati allora tra le due città altri rapporti
-Ecclesiastici a noi ignoti.
-
-[151] _Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et
-sequent. et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V
-pag. 618 et 619._
-
-[152] _Virgilius Georg. lib. I vers. 266._
-
-[153] _Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo_ Rubeus.
-
-[154] Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che
-l’Abate Telesino nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e
-seguenti del libro II della sua Storia lo chiama _Alexander Comes_.
-
-[155] _Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital.
-Scriptor. Tom. VII pag. 186._
-
-[156] _Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag.
-109 et 115._
-
-[157] _Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco
-Beneventanus loco supra citato pag. 115._
-
-[158] _Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit.
-E._
-
-[159] _Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom. V
-pag. 262 et sequent._
-
-[160] _Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B._
-
-[161] _Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum Ital.
-Script. Tom. VII pag. 977 lit. D._
-
-[162] _Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis._
-
-[163] _Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio
-Post mortem Baronis lib. III tit. 25._
-
-[164] Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che
-copiò e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che
-quì è chiamato _Rodulfus de Colna_ ne’ Registri posteriori che saranno
-più giù riportati è chiamato _Arnulfus de Colant_. Anzi è notabile che
-in una Lettera Regia scritta al Giustiziere della Terra di Bari nello
-stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di Molfetta nel
-territorio di Ruvo si legge così. _Ranulfi de Colant Domini Terræ Rubi.
-Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187_ a t.
-
-[165] _Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I._
-
-[166] La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una
-lapide che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura
-della Sacrestia; ma sono stato assicurato che stava prima nella scala
-dell’abitazione del Cappellano. Che non molti anni indietro uno de’
-passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento da quel sito,
-e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra molto
-più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue
-
- MCCCCXXXIII
- HOC OPVS DEVOVIT FIERI
- FRATER ANDREAS DE CVRNIMO
- AD HONOREM
- B. M. V. MATRIS DE CALENTANO
- MAGISTER PALMIRI
- FECIT
-
-[167] _Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t._
-
-[168] _Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t. Anni
-1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42._
-
-[169] _Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t._
-
-[170] _Dicto Regest. fol. 21 a t._
-
-[171] _Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82._
-
-[172] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t._
-
-[173] Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data
-nella Lettera del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato
-alla esecuzione degli ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati
-al servizio militare avrebbero potuto trovarsi a S. Germano undici
-giorni prima del dì 25 Gennajo, data della lettera, colla quale veniva
-loro ciò ordinato?
-
-[174] _Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113._
-
-[175] _Fasciculus 86 fol. 55._
-
-[176] Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca
-di quella informazione senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della
-Terra di Bari di cui innanzi ho parlato. Costando dai Registri di Carlo
-II testè riportati che la città di Ruvo nell’anno 1291 era tuttavia
-posseduta dalla famiglia _de Colant_, e da quelli del Re Roberto che
-nell’anno 1310 Galeraimo _de Juriaco_ aveva perduta quella città per
-contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è
-riportato come Feudatario di Ruvo Roberto _de Juriaco_ è dell’epoca del
-Re Carlo II. Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario
-di Ruvo, e nell’anno 1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo
-di Ruvo era passato a Galeraimo che lo perde per la sua contumacia.
-Un registro dunque che parla del detto Roberto è del tempo intermedio,
-quando regnava ancora Carlo II.
-
-[177] Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo
-a cui era stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle
-cose dette innanzi risulta che non poteva questi esser altri che
-Roberto, o Galeraimo _de Juriaco_.
-
-[178] Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con
-migliore ortografia al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice
-delle nostre antiche leggi. Pruova lo stesso gli abusi della prepotenza
-Baronale a cui fu nella necessità di apporre un freno.
-
-[179] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227._
-
-[180] Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di
-cui quì si parla. _Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel
-concavo di ambe le mani per lo lungo accostate insieme_ quantum cavis
-manibus continetur.
-
-[181] Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo
-quelle officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori
-antichi di belle e capricciose forme.
-
-[182] Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole
-non s’intendono.
-
-[183] _Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115._
-
-[184] Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò
-di quello di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul
-territorio di Ruvo e cercava usurparlo a danno suo e degli abitanti
-della città di Ruvo. Quindi scrisse il Re nel dì 14 dicembre 1269 una
-lettera molto energica al Giustiziere della Terra di Bari perchè si
-fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà
-avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al
-Feudatario di Terlizzi _sub certa pœna_, e nel suo nome che non avesse
-più osato di stendere le mani sul territorio di Ruvo. _Regest. Caroli I
-anni 1269 lit. D fol. 109 a t._
-
-[185] _Regest. Regis Roberti anni 1309 lit. H fol. 304 a t._
-
-[186] _Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129._
-
-[187] _Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone nel
-principio del libro XXIII della sua Storia Civile._
-
-[188] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547._
-
-[189] È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si
-volle minutamente riportare la storia delle discussioni seguite sulla
-dimanda di Margherita Pipina attese le circostanze delicatissime nelle
-quali la Regina si trovava in faccia al Pubblico. Si fece ciò per
-allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire la vedova
-di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere
-che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura
-discussione.
-
-[190] _Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10._
-
-[191] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610._
-
-[192] _Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637._
-
-[193] _Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli
-altri Scrittori da lui citati._
-
-[194] _Polybii Histor. lib. V._
-
-[195] _Muratorius loco supra citato pag. 585._
-
-[196] _Muratorius ibidem pag. 680._
-
-[197] Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella
-conservazione di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono
-mantenimento de’ vasti tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però
-che sono stato in Ruvo ho veduto non senza un positivo rancore che
-le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’ tetti erano stati
-per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato
-a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio
-malcontento. Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio
-D. Domenico Chieco di essersi già dato l’opportuno riparo a questo
-grave inconveniente che avrebbe potuto trarsi dietro conseguenze assai
-fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo suddetto nel tratto
-successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi quella
-stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito
-anderò a dire.
-
-[198] _Muratorius loco supra citato pag. 652._
-
-[199] _Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e lib.
-III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII cap.
-I._
-
-[200] _Fasciculus XI fol. 176 et 177._
-
-[201] _Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151._
-
-[202] _Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla
-Famiglia Orsini._
-
-[203] I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’
-Quinternioni. È chiaro però che la città di Ruvo con altri feudi di
-sopra riportati pervenne a Gabriele del Balzo Orsini dal Principato di
-Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe di Taranto a cui
-apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo innanzi
-citato alla pag. 158.
-
-[204] _Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e
-Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle
-Provincie di Capitanata e Bari fol. 172._
-
-[205] _Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj
-innanzi citati._
-
-[206] _Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di
-Capitanata e Bari fol. 172._
-
-[207] _Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A
-Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209._
-
-[208] _Tacitus Annalium lib. IV._
-
-[209] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib.
-II. Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno
-di Napoli lib. XXIX cap. IV._
-
-[210] Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo
-dell’Impero Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa
-battaglia di _Jena_ guadagnata da Napolione Buonaparte contro i
-Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna di _Rosbacch_, trofeo
-della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande Re di
-Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano
-essi perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria
-militare di Federico che seppe guadagnarla?
-
-[211] La città di Castellaneta non è _vicina_ a Barletta; ma bensì alla
-distanza di ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi
-nel fatto di cui si parla non bene riportato dal Guicciardini come più
-giù saremo a vederlo.
-
-[212] Ruvo, non _Rubos_, non è stata mai una _Terra_; ma in tutti i
-tempi è stata sempre considerata come una città distante da Barletta
-sedici miglia e non già dodici.
-
-[213] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V._
-
-[214] Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo
-Giovio dice di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di
-Consalvo, sia stata quella che tredici anni dopo nell’anno 1516 fu dai
-Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di miglior costruzione, come
-più giù saremo a vederlo.
-
-[215] _Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II._
-
-[216] _Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani
-di Gravier Tom. VI._
-
-[217] _Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105._
-
-[218] _Tacitus Histor. lib. I._
-
-[219] Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro
-giornale delle due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la
-rubrica di _Spagna_ ha recato il seguente articolo dell’_Heraldo_
-(foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo di Cordova fece
-edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata,
-ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada,
-il suo ritratto in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto
-Monastero rispettato dai Francesi nella invasione dell’anno 1810 per
-i tanti pregevoli monumenti di belle arti che vi erano, è rimasto
-ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: _Ma ciò ancora più
-imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella
-principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la
-sua spada al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i
-modiglioni. Dopo tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba
-dell’eroe venne aperta ed i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là;
-una delle sue mandibole con tre denti è per caso rimasta con qualche
-altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto a tale racconto,
-diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835, la spada
-di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi._ Dio mi guardi dal
-compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un
-avvenimento di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed
-ove anzi si pecca di soverchio orgoglio nel vanto degli uomini di
-guerra prodi e famosi che ha prodotti, non può non farmi una forte
-impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia di Dio
-gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a danno
-della nostra povera città.
-
-[220] _Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143._
-
-[221] _Quinternione XXI fol. 212._
-
-[222] Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e
-Giovanni _de Mapono_ dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII
-pag. 130 si dice che la casa data dal Vescovo e dal Clero era sita _in
-loco Porte de Noha_. Quale sia stata la Porta che portava questo nome
-lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta dalla Università di
-Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio Pincerna
-di Ruvo ove si legge così: _Accessimus ad domos ipsius Universitatis A
-PORTA DE NOJA juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas
-pro actis publicis peragendis_. La casa della Università quì indicata
-stava appunto nel sito di questa porta come saremo or ora a vederlo.
-Cotesta proccura sta al foglio 121 del Protocollo di quell’anno del
-detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua scheda quando io lo
-lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro il di lui
-successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico
-nome della porta suddetta era _Porta di Noja_.
-
-[223] Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una
-costumanza delle antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro
-porte la statua di Minerva. Dal che prese cotesta Dea anche il nome di
-Πολιάς o Πολιοχος _urbis custos_.
-
-[224] _L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif._
-
-[225] _L. ff. Ne quid in loco sacro._
-
-[226] Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati
-parecchi con figure a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo.
-Io ne ho tre, e D. Salvatore Fenicia uno. So con sicurezza di esserne
-passati altri anche all’Estero. A cotesti vasi allude la parola
-_sculpta_.
-
-[227] Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine
-città vanno a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà
-dell’aere che ivi si respira, e la ridente situazione della nostra
-città.
-
-[228] _Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110 fol. 24 a t._
-
-[229] _Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103._
-
-[230] Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano
-ai Baroni un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della
-Sovranità. Non erano i Baroni _Signori_ degli uomini de’ loro feudi,
-ma erano anch’essi sudditi del Re come tutti gli altri. Cotesto titolo
-quindi di _Signori_ peccava di soverchia baldanza.
-
-[231] _Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per
-gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63._
-
-[232] _Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42._
-
-[233] Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D.
-Isabella de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona.
-Ecco perchè si dice quì _la cità vostra de Rubo_.
-
-[234] _Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera
-Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23._
-
-[235] Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui
-innanzi si è parlato.
-
-[236] _Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni
-Doganali fol. 113._
-
-[237] _De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia
-Part. I cap. V n. 22 pag. 217._
-
-[238] Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai
-regolamenti del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si
-chiamavano _disordini_.
-
-[239] Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel
-feudo era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita
-che lo stesso aveva data nell’anno della morte del suo predecessore.
-Cotesto pagamento si chiamava _Relevium_. Per liquidarsene l’importo
-il Tribunale della Regia Camera della Sommaria prendeva informazione
-della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che componevano
-il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere
-quali questi erano.
-
-[240] Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno
-1808 dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo
-adiacente denominato la _Piantata_ di qualità burgense, di cui vi sarà
-in seguito la occasione di far menzione.
-
-[241] Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla
-detta pag. 201 Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò
-di cotesto antico contratto, e quindi fece la seguente dichiarazione:
-_Pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim pro
-servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem Excellenti
-Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo nemore
-non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni
-cujuslibet_. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati
-mille e cento convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano
-per l’erba del Bosco di Ruvo ed altri seicento per quella delle murge
-di Ruvo e Minervino.
-
-[242] _Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122._
-
-[243] Per _demanio de Rubo_ si deve quì intendere il demanio
-delle murge. Primo perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla
-convenzione dell’anno 1473 passata tra il Re Ferdinando I di Aragona e
-Pirro del Balzo dicono che il _riposo_ per le pecore del Tavoliere fu
-accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il rimanente demanio
-di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle masserie di
-semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun
-dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere.
-
-[244] _Commun. XVIII ann. 1473 e 1474._
-
-[245] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222._
-
-[246] L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene
-a che alludono. Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese
-entrato in quel bosco valendosi del proprio dritto non si era trovato
-più nè vivo, nè morto. Gli antichi Duchi di Andria non sono stati coi
-Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti come lo furono i Padroni di
-masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente.
-
-[247] _Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36._
-
-[248] In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per
-_fuochi_. Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia
-formava un fuoco. Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero
-de’ fuochi risultava la somma che pagar doveva il Comune. Quindi il
-prezzo della Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi e Misure fu
-caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva allo Stato
-secondo il numero de’ fuochi.
-
-[249] _Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t._
-
-[250] _Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q Scanz. I
-n. 166 fol. 160 retro et 161._
-
-[251] _Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc._
-
-[252] _Fol. 216 detti atti._
-
-[253] _Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città
-di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42._
-
-[254] _Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in
-Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25._
-
-[255] _Fol. 44 e 48 detti atti._
-
-[256] Pe ’l noto Capitolo _Non sine prudentis_ del Re Ladislao
-dell’anno 1403 era vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare
-atti a favore de’ Baroni, ed erano questi obbligati a valersi di Notaj
-di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si era valuta de’ Notaj
-delle Regie città convicine.
-
-[257] Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida
-nelle cinque vastissime contrade demaniali denominate _le matine,
-le strappete, le ralle, monserino_ e _bel luogo_, perchè in esse il
-terreno è tutto _appatronato_ ed occupato dalle masserie di semina de’
-cittadini.
-
-[258] Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più
-venuti fidatarj forestieri del Barone nella contrada delle murge, e
-quel pascolo estivo preziosissimo è rimasto per lo intero al pieno
-comodo de’ cittadini. Stabilita col patto IV la preferenza degli
-animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge la
-fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che
-sono sparsi in tutti i punti di quella contrada, si venne a rendere
-impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri in tutta la continenza
-delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli animali
-forestieri.
-
-[259] Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico
-Teologo D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio
-ed uomo dottissimo, mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’
-miei primi studj di Umanità, ne’ quali fui istituito in Ruvo da un
-Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne occupò colla massima
-cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui memoria.
-La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo
-Sancio che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto
-del mio profitto e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia
-istruzione.
-
-[260] _Tacitus Historiarum lib. I._
-
-[261] Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione
-Civile e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione
-di diversi Feudatari tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il
-perchè vi era allora in Ruvo un Governatore e Giudice destinato dal Re.
-
-[262] _Tacitus Histor. lib. I._
-
-[263] Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di
-chiudersi la sera le porte della città si parla anche nello strumento
-di transazione stipulato col Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel
-Capo precedente.
-
-[264] _Polyb. Histor. lib. III._
-
-[265] Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La
-popolazione della città di Andria è per se stessa molto ostinata
-ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione soffrì un gravissimo disastro
-al tempo della Regina Giovanna I minutamente descritto da Domenico
-di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori _Rerum
-Italicarum Scriptores tom. XII_ pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e
-Lombardi ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di
-settemila tra fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver
-consumato e devastato quanto vi era in quella povera città presero
-la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere per loro stessi, e
-per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono
-quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato
-_Malispiritus_ Comandante della Città di Andria, come si è detto
-innanzi al capo VIII pag. 155.
-
-Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere
-al Comandante suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro,
-e gli assicurò che sarebbe concorso a tutto ciò che si era da essi
-determinato; ma soggiunse. _Quia vero civitas Andriæ dominio suo erat
-valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum non fieret
-civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed
-mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque
-necessaria eos emere permittebat._ Se ne contentarono i Tedeschi, e
-quindi si accamparono come amici in una pianura fuori della città.
-Il Comandante suddetto rientrato in essa fece tutto conoscere ai suoi
-abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe accampate tutto
-ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento.
-
-I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro,
-sospettarono un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri
-richiesti. Ne rimase di ciò indignato il Comandante suddetto, e non
-mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano la città ad un grave
-disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare per forza ciò che
-ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate
-rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella
-città i loro messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri,
-e qual colpa avevano commessa a danno de’ suoi abitanti per meritare
-un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente risposto dai popolari che non
-volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero quindi le porte, e gli
-Andriesi si posero in armi.
-
-Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto
-oltraggio, fu presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e
-devastare la città. Vi erano però tra esse alcuni Capitani Tedeschi, i
-quali avendo ricevuti per le loro compagnie con anticipazione i soldi
-fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio del
-Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito
-_quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur_.
-Rimasti fermi in tal proponimento, si diressero _a Giannotto Brancasio_
-nobile Andriese, gli fecero conoscere le intenzioni de’ loro compagni
-di depredare la città, lo animarono a difenderla vigorosamente, e si
-offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e prestarsi alla
-loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile,
-ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono.
-Quindi li Capitani suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri,
-non vollero prender parte a tale aggressione, e si accamparono in una
-pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare.
-
-Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi
-nell’assaltare la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano
-i primi rivolti i loro sforzi contro quella porta della città che
-porta il nome di _porta del castello_, perchè era quello il punto più
-debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi straordinarj
-coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo
-mentre surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e
-’l Comandante _Malospirito_, poichè i primi lo chiamavano traditore,
-ed intelligente dell’aggressione che la città stava soffrendo, e ’l
-secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare il
-detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da
-ambe le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi
-nel castello per salvare la sua vita. I soldati della guarnigione
-irritati dal vedere maltrattato a tal modo il loro Capo cominciarono
-a tirare dalla sommità del castello colle balestre e coi sassi contro
-i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse
-ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi
-ed i Lombardi entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che
-rifugge l’animo dal commemorargli.
-
-Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in
-mezzo a tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria
-soffrì quel lagrimevole disastro per la ostinazione de’ suoi popolari
-non suscettiva di veruna scusa, poichè il negare i viveri a chi
-vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un esercito che può
-prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, e
-cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una
-popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno
-1799 era mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa
-avversione per i Francesi?
-
-[266] Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila
-e cinquecento nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia,
-e molto poco considerata. Troppo ci vuole per poter perire tanta gente
-in un conflitto di sola fucileria, senza l’artiglieria e senza venirsi
-alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita nelle Puglie fu appena
-di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se avesse perduti
-in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero
-de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però
-sta in contrario, poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna
-proseguì le sue operazioni guerresche con avere espugnata la città
-di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche sollevata, occupata Bari,
-saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica Celia) che le
-opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia
-di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze
-che in seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che
-mal converrebbero alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi
-la perdita tutto al più di qualche centinajo di uomini, giacchè a
-niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso degli estinti, i
-quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di
-bruciare i cadaveri.
-
-[267] Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere
-Monache cacciate dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di
-Ruvo ne prese tutta la cura, e nel partire da Andria le affidò al suo
-Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero come fu da costui
-eseguito col massimo e laudabile zelo.
-
-[268] Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi
-giorni dopo l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune
-famiglie amiche. Avendo avuta la curiosità di osservare i luoghi ove
-si era combattuto, mi assicurai che le muraglie niun danno avevano
-sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. Ma le
-baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia
-della gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate
-dalle palle della fucileria degli assedianti entrate per i vani delle
-cannoniere.
-
-[269] Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi _PP.
-Riformati_. Son essi però _Minori Osservanti_.
-
-[270] La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’
-luoghi obbliga i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per
-poterne migliorare la coltura. Cotesta operazione che col linguaggio
-del luogo si chiama _scatenare_ è per se stessa utilissima. Non è però
-tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle
-strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le
-pietre suddette rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi
-stessi donde vengono estratte di parieti a secco più alti e più forti
-del solito che si pratica in quella Provincia. Sarebbe ciò anche
-conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono
-ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più
-avanzato non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna
-vergognosa e molto riprensibile che per farsi il misero risparmio
-di poche grana la canna si abbia la temerità e la indiscrezione di
-gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche strade! Ed è
-anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con
-indifferenza dalle Autorità municipali!
-
-[271] _Livii Histor. lib. XVI cap. 29._
-
-[272] _Tacitus Histor. lib. II._
-
-[273] _Cicero Orator. cap. XXIV._
-
-[274] _Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II
-Section. VI §. I pag. 85._
-
-[275] _Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia cap. V
-§. 2 pag. 24._
-
-[276] _Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus
-censuit. L. 10 ff. de Probationibus._
-
-[277] _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato,
-qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque
-Sempronius et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante
-Trojanum bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione
-Græca, quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ,
-aut quo casu patrias sedes reliquerint._
-
-[278] _Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum
-numorum catalogo, dono dedit _cl. Ioanni Iatta_ egregius rubastinus
-medicus, et studiosus antiquitatum cultor_ Vitus Tambone.
-
-[279] Millingen _supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc.
-Italie pl. II f. 5_, Eckhel _sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3_.
-
-[280] Avellinii _Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl.
-p. 31_, Milling. _l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13_.
-
-[281] Eckh. _l. c._ Avell. _l. c. tom. II p. 17 n. 158_.
-
-[282] _A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus,
-sollicitatus._ Iustin. _lib. XII c. 2. Confer quoque_ Strabonis _lib.
-VI pag. 280 Casaub._, Livium _lib. VIII cap. 17 et 24_, Gellium _noct.
-attic. lib. XVII cap. 21_, Aristotel. δικαιὠματα πολέων _apud_ Ammonium
-_in_ νῆες. _Vide_ Niebuhrii _histor. rom. gallicae versionis tom. III
-pag. 144 seqq. edit. Bruxell._
-
-[283] Milling. _anc. coins p. 11 seq._
-
-[284] _Saturn. lib. I c. 23._
-
-[285] Eck. _doctr. tom. V p. 348_, Emeric-David _Jupiter t. II p. 376
-seq._, Creuzer _Symbolik tom. III p. 149, 3. edit._
-
-[286] Gell. _noct. att. lib. V c._ 12, Eck. _doctr. tom. V p._ 219.
-
-[287] _Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam
-perperam_ Hunterus _Agrigentinis tribuit: dedit iterum_ Milling. _anc.
-coins p._ 12, _tab._ 1 _f._ 18 _seq_.
-
-[288] _Lib. VIII c._ 24.
-
-[289] _Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p._ 350 seq. _Aliter tamen
-expeditionis et mortis Alexandri annos statuit_ Frölichius _reg. vet.
-num. p._ 33.
-
-[290] _Osservazioni sopra talune monete pag._ 20.
-
-[291] _L. c. p._ 62 _seq_.
-
-[292] _Bullet. arch. napol. anno II p._ 117.
-
-[293] Plauti _Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice
-Hercule confer_ Luciani _mortuor. dial. 16_.
-
-[294] _De Dasio Altinio Arpano vide_ Liv. _lib. XXIV cap. 45_, Sil.
-Ital. _lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem_
-Livium _lib. XXVI c. 38_, Appian. _bell. annib. cap. 45 et 47, et_
-Valerium Maximum _lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui
-Annibali Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem_ Livio _lib. XXI
-cap. 48. Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55._
-
-[295] _Lib. XII c_. 2.
-
-[296] _Schidone._
-
-[297] _Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata
-Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag.
-26_.
-
-[298] Si deve quì leggere piuttosto _fuit_, non _fecit_.
-
-[299]
-
- _Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis_
- _Infixa est animo, Lector, honosque tuo,_
- _Si gesta Heroum monumento digna perenni_
- _Vera tibi præbent gaudia, siste gradum._
- _Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,_
- _Ob laudis stimulum, conseruere manus,_
- _Congressique pares numero, et florentibus annis,_
- _Attamen haud similes viribus, atque animo._
- _Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes_
- _Experta est nostras in sua damna manus._
- _Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,_
- _Sed non pugnatum Marte, manuque pari._
- _Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,_
- _Armaque Victori tristis, equosque dedit,_
- _Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota_
- _Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit._
- _Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,_
- _Italia æternum quæ resonabit io._
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
-pag. a348 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.
-
-La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da
-una barra. Un ^ indica che la lettera seguente è in apice.
-
-Per comodità di consultazione l'indice dei capitoli, nell'originale
-relativo solo alla prima parte del testo, è stato trascritto e
-integrato a fine volume così da fornire un'indicazione completa.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CENNO STORICO SULL'ANTICHISSIMA
-CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA ***
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-</head>
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-<div lang='en' xml:lang='en'>
-<p style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of <span lang='it' xml:lang='it'>Cenno storico sull&#039;antichissima città di Ruvo nella Peucezia</span>, by Giovanni Jatta</p>
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
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-country where you are located before using this eBook.
-</div>
-</div>
-
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: <span lang='it' xml:lang='it'>Cenno storico sull&#039;antichissima città di Ruvo nella Peucezia</span></p>
-<p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Giovanni Jatta</p>
-<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Release Date: October 18, 2022 [eBook #69176]</p>
-<p style='display:block; text-indent:0; margin:1em 0'>Language: Italian</p>
- <p style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:0; margin-left:2em; text-indent:-2em; text-align:left'>Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)</p>
-<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>CENNO STORICO SULL&#039;ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA</span> ***</div>
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-CENNO STORICO<br />
-SULL'ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO<br />
-NELLA PEUCEZIA
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="figcenter"><a id="fill-a000"></a>
- <img src="images/ill-a000.jpg" alt="" />
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-CENNO STORICO<br />
-<span class="small">SULL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO</span><br />
-<span class="x-small">NELLA PEUCEZIA</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-DEL GIURECONSULTO NAPOLITANO
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large g">
-<b>GIOVANNI JATTA</b>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-COLLA GIUNTA
-</p>
-
-<p class="istoria x-large">
-Della breve istoria del famoso combattimento
-de’ tredici Cavalieri Italiani con
-altrettanti Francesi seguito nelle vicinanze
-della detta città nel dì 13 Febbraio
-1503.
-</p>
-
-<p class="pad4">
-IN NAPOLI 1844<br />
-<span class="small">DALLA TIPOGRAFIA DI PORCELLI<br />
-<i>Strada Mannesi num. 46.</i></span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a3">[a3]</span>
-</p>
-
-<h2 id="dedica">L’AUTORE
-<span class="smaller">AL SUO NIPOTE GIOVANNINO JATTA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-<i>Eccoti il mio <span class="upright">Cenno Istorico</span> sull’antichissima città
-di Ruvo che ti ho promesso. Sarà forse questa l’ultima mia
-produzione letteraria. Il peso degli anni aggravato vie più
-dalle forti e continue traversie di salute che sto soffrendo,
-a grandissimo stento ha potuto permettermi di soddisfare
-questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo indirizzo
-a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del
-santo amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi
-se io l’ho sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure
-allo stesso modo.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel
-bujo che teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine.
-Mi lusingo di averlo fatto non senza un successo che riempie
-il mio cuore di gioja, e compensa largamente il travaglio
-non lieve che mi è ciò costato. Manca al mio lavoro
-quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata; ma
-i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua
-energia, ed illanguidiscono l’applicazione.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi
-mancante nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me
-cominciata per l’onore della nostra Patria. Continuando con
-<span class="pagenum" id="Page_a4">[a4]</span>
-fervore ad istruirti nelle Lettere, facendo di esse la tua
-passione e la tua delizia, ed incitando il tuo cuore a questa
-santa emulazione, potrai porti in grado d’illustrare vie
-più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle cognizioni,
-delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io
-ho terminata. La tua posizione, le tue circostanze, il mio
-nome istesso che tu porti ti chiameranno un giorno a prender
-parte nelle cose relative alla nostra Patria. Cerca sempre
-di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi per sostenerne
-l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti, per
-promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi,
-ed i partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù
-dell’uomo dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui
-devi tu aspirare. Sii sempre unito ai veri e bravi cittadini
-che sinceramente divideranno con te questi nobili e virtuosi
-sentimenti. Guardati da chiunque con mentito zelo ha la Patria
-solo nella bocca, e nel cuore il proprio interesse. Sarebbe
-desiderabile che questa razza di uomini non vi fosse;
-ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a
-profitto questo mio avviso.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal
-tuo amore e rispetto per me che la Popolazione di Ruvo
-dalle tue operazioni abbia sempre a lodarsi di averti io allevato
-con que’ medesimi sentimenti diretti al vero bene della
-comune Patria che in ogni tempo ha in me costantemente
-sperimentati.</i>
-</p>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a5">[a5]</span>
-</p>
-
-<p>
-<a id="intro"></a>È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le
-notizie istoriche relative all’antichissima città di Ruvo mia patria
-che ho sempre amata, ed amo sommamente. Ma quando
-li miei anni erano verdi e la mia salute robusta, prima le
-occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri della Magistratura
-non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili
-ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio,
-mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza
-positiva del materiale che bisogna per potersi tessere
-una Storia.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono
-rimaste nella oscurità sia perchè sono mancate le occasioni
-che avrebbero potuto dare agli antichi Scrittori la opportunità
-di parlar di esse, sia perchè le opere di coloro che ne han
-parlato non sono sventuratamente giunte fino a noi. La città
-di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico Scrittore.
-Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche
-città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione,
-delle sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze
-e nelle belle arti, e di ogni altra circostanza che possa rendere
-ragguardevole una città nulla si conosce dagli antichi
-Scrittori.
-</p>
-
-<p>
-Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime
-<span class="pagenum" id="Page_a6">[a6]</span>
-possono attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia
-animato dall’impegno positivo d’illustrare una città. Quindi
-è che i Commentatori degli antichi Scrittori, e coloro che
-hanno scritto sulla Geografia antica non hanno dati della città
-di Ruvo che cenni molto brevi e secchi, e talvolta anche assurdi,
-ed incoerenti come anderemo a vederlo nel prosieguo
-del mio discorso.
-</p>
-
-<p>
-Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato,
-si è che Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia
-antica un’opera elaborata ed erudita e non ha omesse
-le città le più meschine ed oscure, non ha onorata la città
-di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella Carta della <i>Magna
-Grecia</i> che ci ha data alla fine della Sezione III capo IX del
-lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia nomenclatura
-alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo luogo!
-</p>
-
-<p>
-Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte
-in gran numero, ed altre già pubblicate pruovano con piena
-sicurezza ch’era Ruvo una delle più antiche città Greche dell’Italia.
-Il chiarissimo Canonico Mazocchi bene a proposito,
-osserva che per potersi distinguere le nostre antiche città Greche
-da quelle fondate dagli antichi abitanti delle nostre Regioni,
-bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi
-Scrittori, e soggiugne: <i>At Scriptorum quorumlibet testimoniis
-longe exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum
-ænearum monumenta, quæ si Græca fuerint, ecquis
-de Græcanico earum urbium conditu dubitabit<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>?</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a7">[a7]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra
-città tra le altre città Greche, delle quali fece la enumerazione,
-causa ne fu il silenzio degli antichi Scrittori su tal
-circostanza, e ’l non esser state all’epoca in cui egli scrisse
-pubblicate ancora o conosciute le antiche monete Greche Ruvestine,
-le quali hanno scoperta dappoi la sua origine. Nè si erano
-a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che all’epoca
-nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li numerosissimi
-vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende
-Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza
-delle forme, e per la nobiltà e perfezione del pennello, che
-per la ricercatezza delle favole non ovvie che vi sono dipinte.
-</p>
-
-<p>
-Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano
-i vasi di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati,
-si hanno attirata la giusta ammirazione di tutti gli Archeologi
-di Europa, e pruovano a trabocco due circostanze.
-La prima che nella città di Ruvo fiorivano in grado eminente
-le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti giustificano
-la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena
-istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè
-meno pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento,
-di bronzo, e di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse
-ed eleganti forme.
-</p>
-
-<p>
-La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche
-e ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si
-trovano riposti ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di
-quello che si pagano adesso, ed un lusso funerario così profuso
-non potevano usarlo che le persone distinte e doviziose.
-</p>
-
-<p>
-Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della
-<span class="pagenum" id="Page_a8">[a8]</span>
-città, e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle
-diverse trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi
-portano anche più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione
-di credere che la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre
-Genti dell’Acaja che prima della guerra di Troja vennero a
-stabilirsi nella Italia sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio,
-e mi lusingo di poterlo concludentemente dimostrare.
-</p>
-
-<p>
-In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che
-hanno potuto aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare
-che m’imbatto in una oscurità anche maggiore. Scarsissime
-sono le notizie che si possono trarre dalle Cronache. Mi è
-quindi impossibile scrivere una storia ordinata. Debbo per necessità
-limitarmi a quelle poche cose che la mia avanzata
-età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han potuto
-permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città
-di Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali
-infervorati dallo stesso impegno d’illustrare vie più la commune
-Patria, si applichino a dilatare per l’onore della stessa
-quella via che sono stato io il primo ad aprirla.
-</p>
-
-<p>
-Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran
-parte negli avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto
-superstite di coloro che potevano esserne bene informati,
-sono al caso di poterne parlare con quella verità, e minutezza
-che a niun altro sarebbe facile. Cercherò quindi farlo
-nel modo che possa riuscire anche utile e profittevole ai
-miei concittadini tanto presenti che futuri.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a9">[a9]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap1">CAPO I.
-<span class="smaller"><i>Degli antichi Scrittori che hanno parlato
-della città di Ruvo.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela,
-e Tolomeo non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il
-primo al suo libercolo Geografico fu <i>De situ Orbis</i>. Non si occupò
-quindi di altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo
-allora conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime
-sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta
-descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al
-suo libercolo, poichè disse: <i>Dicam autem alias plura, et exactius: nunc
-autem ut quæque erunt clarissima, et strictim</i>.
-</p>
-
-<p>
-Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città
-principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè sicuramente
-antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco.
-Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di
-esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla <i>Corografia</i>, nel
-che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo
-nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di cui
-attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di lui silenzio
-rispetto alla nostra città non fosse derivato da una manifesta alterazione
-sofferta dal seguente luogo della sua dottissima, ed accuratissima
-opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto nominata
-doveva per necessità parlarsi.
-</p>
-
-<p>
-Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si
-andava a Roma, e dice: <i>Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui
-<span class="pagenum" id="Page_a10">[a10]</span>
-Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via
-urbes sunt Egnatia, Celia, <span class="smcap">Netium</span>, Canusium, Herdonia</i><a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. Descrive
-poi l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e
-soggiugne: <i>Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam
-usque jam Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum,
-usque Venusiam reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est
-stadiorum CCCLX</i><a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava
-l’antica Peucezia, quel <i>Netium</i> che si vede situato tra Celia e Canosa
-ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto
-che <i>Netium</i> Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica
-intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una
-emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno
-di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza
-della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che
-porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire
-quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque
-a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione
-interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.
-</p>
-
-<p>
-Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì
-<i>Celia</i>, soggiugne: <i>De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium Plinii</i>.
-Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un <i>forte</i> per altro, non può
-aver luogo. L’<i>Aletium</i> di cui parla Plinio nel luogo che sarà più giù
-riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro Cellario ha opinato che
-sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi, ed Otranto<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. Ma il Canonico
-Mazocchi opina che sia questo un nome intruso, o corrotto nel
-testo di Plinio<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>. Comunque ciò sia, non si potrebbe situare giammai
-<span class="pagenum" id="Page_a11">[a11]</span>
-tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una città la quale, ove
-sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia all’antica Calabria a cento
-miglia e più di distanza da Celia.
-</p>
-
-<p>
-Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον
-fa la seguente osservazione. <i>Netium nusquam in isto tractu nominatam
-reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce</i> Κανυσιον <i>orta sit illa</i>
-και Νήτιον, <i>quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent</i>. Ma è una idea
-molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento
-della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe
-tampoco a provare la non esistenza della città denominata <i>Netium</i> per
-la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore,
-come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre
-antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione.
-Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata
-<i>Netium nusquam in hoc tractu reperio nominatam</i>.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò
-che aveva detto Casaubono, ed osserva: <i>Putat Casaubonus</i> τό Νήτιον
-<i>esse male repetitum ex</i> Κανυσιον <i>quod apud Ptolomæum non notatur ea
-urbs, seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu
-post Celiam</i> Ehetium, <i>puto non esse vocem expungendam hoc loco ex
-Strabone</i> Νήτιον; <i>sed vel corruptam esse ex</i> Ehetium <i>tabularum, vel</i> Ehetium
-<i>corruptum in Tabulis ex</i> Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta
-da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’<i>Ehetium</i>
-della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.
-</p>
-
-<p>
-Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare <i>ignotum per ignotum</i>.
-Se sconosciuto agli antichi Scrittori è il <i>Netium</i> intruso nel testo di
-Strabone, ignoto è del pari l’<i>Ehetium</i> della Tavola Peutingeriana. D’altronde
-non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere argomenti
-per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi in
-primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove
-città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo.
-Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando
-le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.
-</p>
-
-<p>
-In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane
-<span class="pagenum" id="Page_a12">[a12]</span>
-furono pubblicate da <i>Marco Vesero</i>. Nella sua prefazione alle stesse ei ci
-fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di <i>Corrado Peutingero</i>, da
-cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece costui molto conto,
-e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei le crede un <i>Itinerario
-militare</i> formato ai tempi di Teodosio, non già da un Geografo,
-o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati nelle Armate
-di quel tempo che si chiamavano <i>Metatores</i>. Si adoperavano costoro
-a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di essi Vegezio nel
-lib. I cap. 7.
-</p>
-
-<p>
-Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza
-Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o
-mancanti, o corrotti<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella
-sua prefazione alla <i>Geografia antica</i>. Nè sono queste osservazioni che
-possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane per ravvisarsi
-a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate. Facendosi
-poi alle stesse attenzione, <i>passim</i> si scorge la corruzione de’ nomi de’
-luoghi, e delle città in esse riportate.
-</p>
-
-<p>
-Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè
-talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può
-trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però
-si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono capo
-nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta standosi
-anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica Peucezia
-quell’<i>Ehetium</i> del Palmerio si vede in essa situato tra Celia e Taranto,
-e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che nella Tavola
-suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può aver che
-fare col preteso <i>Netium</i> di Strabone che verrebbe a ricadere nel lato occidentale
-di essa. Osta la posizione de’ luoghi.
-</p>
-
-<p>
-Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor <i>Millingen</i> ha opinato che
-l’<i>Ehetium</i> della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica città della
-Peucezia denominata <i>Azetium</i>, le di cui monete portano la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ
-<span class="pagenum" id="Page_a13">[a13]</span>
-ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo incerte. Egli
-crede che gli <i>Azetini</i> debbono essere lo stesso Popolo riportato da Plinio
-sotto il nome di <i>Ægetini</i> nel libro III cap. XI. Crede in fine che
-cotesta città doveva stare nel sito attuale di <i>Rutigliano</i> perchè nel territorio
-di Rutigliano dice di essersi trovate molte monete colla detta
-leggenda<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Ma data anche per vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano
-sta al di là di Celia verso Taranto come l’<i>Ehetium</i> della Tavola
-Peutingeriana. Quindi la emendazione proposta dal Palmerio manca di
-fondamento.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino,
-di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica <i>ab Æquotutico Hydrunto
-ad Trajectum</i> sulla parola <i>Herdonia</i> propone un’altra emendazione
-della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice delle altre
-che si son premesse. <i>Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio Romam tendentibus
-duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis per Peucetios, qui
-Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque Beneventum, in qua
-via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et Canusium, et
-Herdonia. Legendum enim</i> Neritum <i>arbitror, unde Plinius</i> Neritinos, <i>non</i>
-Netium.
-</p>
-
-<p>
-Ma il sostituire la parola <i>Neritum</i> al preteso <i>Netium</i> di Strabone
-è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta emendazione
-tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era nella Daunia,
-come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare la città denominata
-<i>Neritum</i> da Tolomeo, e <i>Neretum</i> nella Tavola Peutingeriana.
-Ma questa città che porta oggi il nome di <i>Nardò</i> formava parte dell’antica
-Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia e più di distanza da Celia,
-come lo ha ben dimostrato Cristofaro Cellario<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>, e come lo pruova
-anche lo stesso luogo di Plinio a cui il Surita si è riportato. Osta quindi
-alla detta emendazione la situazione de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo
-<span class="pagenum" id="Page_a14">[a14]</span>
-ha contentato anche il P. Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla
-Storia Naturale di questo Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741.
-Ha egli proposta una giustificazione della parola <i>Netium</i> intrusa nel testo
-di Strabone, la quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto
-ragionando nella edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III;
-ma nelle altre edizioni è il capo XI del lib. III<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Vi sono inoltre
-in cotesta edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a
-notarle una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio
-come si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune
-che saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.
-</p>
-
-<p>
-Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda
-Regione ha allogati <i>Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos</i>. Sotto il
-nome di <i>Apulia</i> vi ha compresa tanto la Daunia, che la Peucezia. Dopo
-aver riportate le città marittime della detta seconda Regione, passa ad
-enumerare le Popolazioni delle città interne, e dice; <i>Beneventum auspicatius
-mutalo nomine, quæ quondam appellata Maleventum, Auseculani<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>,
-Aquiloni, Abellinates cognomine Protropi, Compsani, Caudini,
-Ligures, qui cognominantur Corneliani, et qui Bebiani; Vescellani,
-Æculani<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>, Aletrini, Abellinates cognominati Marsi, Atrani,
-Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani, Borcani, Collatini, Corinenses, et
-nobiles clade Romana Cannenses, Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses,
-Hyrini, Larinates cognomine Frentani, Merinates<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>, ex Gargano;
-<span class="pagenum" id="Page_a15">[a15]</span>
-Mateolani, Netini<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> <span class="smcap">Rubustini</span><a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>, Silvini, Strabellini, Turmentini,
-Vibinates, Venusini, Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini,
-Argentini, Butuntinenses<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>, Deciani, Grumbestini, Norbanenses,
-Paltonenses<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>, Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini,
-<span class="smcap">Neretini</span>, Valentini, Veretini.</i>
-</p>
-
-<p>
-Ora è quì notabile che la parola <i>Neritini</i> in tutte le altre edizioni
-di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta
-si vede unita ai <i>Rubustini</i>, ed ai <i>Silvini</i>. La seconda è allogata ne’ <i>Salentini</i>.
-Ma non essendovi nell’antica Geografia due città di questo stesso
-nome, e la città denominata <i>Neritum</i>, o <i>Neretum</i> trovandosi solo ne’ Salentini
-e non altrove, bisogna dire che sia stato questo un nome erroneamente
-raddoppiato nel testo di Plinio, come ha bene a proposito
-osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che sarò or ora a riportare.
-Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si vede riunito ai <i>Rubustini</i>
-ed ai <i>Silvini</i>, e ritenerlo nel luogo che sussiegue, ove si vede allogato
-ne’ <i>Salentini</i> ai quali realmente apparteneva, come appartiene anche
-oggi la città di <i>Nardò</i> ch’è l’antico <i>Neritum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare,
-<span class="pagenum" id="Page_a16">[a16]</span>
-per dare esistenza a quel <i>Netium</i> che niuno ha saputo vedere ove sia
-stato, ha troncata e mutilata la parola <i>Neritini</i> che si legge in tutte
-l’edizioni di Plinio unita ai <i>Rubustini</i> ed ai <i>Silvini</i>, e ne ha formata
-la parola <i>Netini</i> di sua assoluta creazione. Quindi nella nota undecima
-sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente osservazione: <i>Netini a Netio
-oppido prope Canusium, Herdoniamque, Nήτιον Straboni lib. VI pag.
-282, Nerentinos, quos hic libri quidam addunt<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> expunximus, cum inferius
-Salentinis, ut sane oportuit, reddantur.</i>
-</p>
-
-<p>
-Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta.
-Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione
-della parola <i>Neritini</i> di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena
-ad introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta
-a tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone
-da un errore degli amanuensi.
-</p>
-
-<p>
-In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della
-parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente un’<i>ambiguità</i>.
-Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul preteso <i>Netium</i>,
-quanto sull’antica città di <i>Celia</i>. Passa a rassegna le due opposte
-opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola Nήτιον, e
-le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre il nodo
-di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione di tanti
-Uomini per altro dottissimi.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas
-recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam,
-Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi,
-quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib,
-III cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit,
-quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque
-millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie via
-<span class="pagenum" id="Page_a17">[a17]</span>
-publica ducit</i><a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. <i>Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum agrum denominat,
-et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum</i> Ael. Munic.
-Coel. Ant., <i>quasi</i> Ælium Municipium Cælium Antoninianum. <i>Sed</i> Νήτιον <i>Netium
-est quod maxime locorum scrutatores vexat. Strabonis verba sunt</i> έφ’ ή
-οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον, καί Κανύσιον, καί Ερδονία.
-Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium, et Canusium, et Herdonia.
-<i>Casaubono videntur expungendæ voces</i> καί Νήτιον, <i>tanquam ex una</i> Κανύσιον
-<i>bis perperam exscripta natæ, quod violentum consilium est merito improbatum
-ab Holstenio: qui primum quidem ad</i> Natiolum <i>Tabulæ, quasi
-inde deminutum referebat; sed quod hoc in alia via deprehendebat, sententiam
-postea mutavit<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>, nec vero certiorem aliam substituit, nisi quod
-dicit</i> Νήτιον <i>Strabonis esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet</i><a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>.
-<i>Harduinus Plinii lib. III cap. XI</i> Netinos <i>inseruit, ex Codice veteri an
-ingenio suo non ostendit, ubi priores</i> Neretinos <i>legerunt, qui paulo post
-repetuntur, et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur.
-<span class="pagenum" id="Page_a18">[a18]</span>
-Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et</i> Netinos <i>reliquit tanquam
-lectionem genuinam</i><a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che
-vi è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di
-esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero
-che il preteso <i>Netium</i> di Strabone sia lo stesso che l’attuale città di
-<i>Andria</i> sita tra Ruvo e Canosa<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>. Ma Michele Antonio Baudrand
-nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: <i>Netium oppidum Apuliæ
-Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat Surita</i>.
-Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice: <i>Netium
-oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam
-Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit
-Surita ad Antonini Itinerarium</i><a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra mentovati
-tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di Strabone
-è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo P. Arduino,
-il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che non ebbe
-mai alterando, e mutilando la parola <i>Neritinos</i> che si legge nel luogo
-di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta questa verità,
-ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione, le loro
-opinioni in questa parte sono cadute in una positiva divergenza, la quale
-non può non destar meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la
-parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è la
-distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva fare
-colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον era indispensabile
-sostituire a questa un’altra città intermedia di fermata tra Canosa
-e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta osservazione; ma la città
-intermedia di fermata che hanno sostituita al preteso Νήτιον o si è trovata
-<span class="pagenum" id="Page_a19">[a19]</span>
-meramente ideale, o l’hanno presa da una Regione diversa e lontanissima,
-e quindi non suscettiva di essere allogata tra Celia e Canosa.
-</p>
-
-<p>
-Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia
-fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città
-intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non
-fosse mancata, ed era questa la città di <i>Ruvo</i>. Quindi quel Νήτιον altro
-non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone in
-quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto <i>Rubi</i>. A confermare
-questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu come innanzi
-si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato. Quindi non si
-può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito a descrivere l’andamento
-della strada che da Brindisi menava a Roma traversando la Peucezia,
-avesse omessa una città non ignobile, qual era sicuramente la città
-di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada suddetta da lui descritta.
-</p>
-
-<p>
-Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione
-del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti osservazioni
-tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea posizione del
-testo di Strabone le città di fermata sulla strada suddetta da lui indicate
-sarebbero <i>Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia</i>. Or questa stessa
-strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi con molta
-lepidezza da lui descritto. Il solo divario nelle fermate che in esso vi
-è fu che in vece di pernottare a <i>Celia</i> andò a pernottare a Bari che,
-come innanzi si è detto, è a poche miglia di distanza dall’antica <i>Celia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a
-quel <i>Netium</i> ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare
-a <i>Ruvo</i> ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra
-Canosa e Bari.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum</i></p>
-<p class="i01"><i>Carpentes iter, et factum corruptius imbre.</i></p>
-<p class="i01"><i>Postea tempestas melior, via pejor ad usque</i></p>
-<p class="i01"><i>Bari mœnia piscosi</i><a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia.
-<span class="pagenum" id="Page_a20">[a20]</span>
-Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine della
-stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio.
-</p>
-
-<p>
-Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e
-Canosa fosse stato quel <i>Netium</i>, che da taluni si è spacciato con poca
-riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di <i>Andria</i>, ne sarebbe
-da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi assolutamente
-incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria vi è
-la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa quella
-di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico, o nuovo si
-trova un cammino di due giornate ripartito con una simile insensatezza?
-</p>
-
-<p>
-Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino
-da Celia al preteso <i>Netium</i> secondo il sistema di viaggiare di quel
-tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di aver
-fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino <i>utpote longum carpentes iter</i>.
-Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto più
-lungo sarebbe stato il cammino da Celia a <i>Netium</i> (Andria), essendovi
-una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti quindi si rende
-chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto, ed intruso in
-quel luogo di Strabone ove vi era scritto <i>Rubi</i>, vera ed unica città di
-fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada da Roma a Brindisi
-che imprese egli a descrivere.
-</p>
-
-<p>
-Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario dell’Imperatore
-Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma fino ad
-Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la prima che
-traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta quindi la
-stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così riportata.
-<i>Ecas</i> (Troja) <i>M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio M. P.
-XXV. <span class="smcap">Rubos</span> M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> Barium M. P. XII.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a21">[a21]</span>
-</p>
-
-<p>
-Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte
-le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come il
-luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia
-lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi
-dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia
-da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari.
-</p>
-
-<p>
-Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data
-dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi
-ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia fino
-a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino. In
-cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da Gerusalemme
-a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove si pernottava
-detti <i>Mansiones</i> nell’Itinerario di Antonino, ma anche quelli ne’
-quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali da tiro che
-nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo <i>Mutationes</i>, come
-anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella prefazione allo stesso
-premessa.
-</p>
-
-<p>
-Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora
-si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città
-di Bari indicata col nome di <i>Beroes</i>, si vengono a segnare gli altri luoghi
-da Bari in qua, e si dice così: <i>Civitas Beroes M. XI. Mutatio
-Botontones</i> (Bitonto) <i>M. XI. Civitas <span class="smcap">Rubos</span> M. XI. Mutatio ad quintum
-decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis</i>
-(Erdonia) <i>M. XV etc.</i>
-</p>
-
-<p>
-Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata intermedio
-tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed
-in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto <i>Netium</i> di
-Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato lo
-istesso che l’attuale città di Andria.
-</p>
-
-<p>
-Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso
-Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della <i>Mutazione</i>, o sia del
-cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo reca
-così <i>Mutatio ad quintum decimum</i>. Risulta da ciò chiaramente che cotesto
-luogo anonimo della <i>Mutazione</i> suddetta non doveva esser altro che
-<span class="pagenum" id="Page_a22">[a22]</span>
-un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo di
-cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo cangiamento
-delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si cangia
-la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade Consolari.
-</p>
-
-<p>
-Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione:
-<i>Porro</i> Mansio <i>quid sit nullus puto ignorat</i>. Mutationes <i>sunt veredorum,
-vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque pabulis
-instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ peregrinantibus
-necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris, ut XI Cod.
-Theodos. tit. I cap. IX.</i>
-</p>
-
-<p>
-Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana
-vi fosse stata a mezza via la pretesa città denominata <i>Netium</i> (ora Andria),
-la <i>Mutazione</i> si sarebbe situata nella città suddetta, e non già in
-un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello stesso Itinerario
-il luogo della <i>Mutazione</i> tra Bari e Ruvo si vede stabilito nella città
-di Bitonto che sta alla metà del cammino tra l’una e l’altra. Si vede
-lo stesso replicato anche in tutti gli altri luoghi, ne’ quali tra due città
-di fermata ove i viandanti pernottavano dette <i>Mansiones</i>, vi era una città
-intermedia ove situar si poteva la <i>Mutazione</i> delle vetture o degli animali.
-</p>
-
-<p>
-Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti
-e gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine,
-e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può
-supplire con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad
-una campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto <i>Netium</i>,
-si sarebbe ivi situato il luogo della <i>Mutazione</i>, e non già in
-mezzo ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi.
-Le <i>Mutazioni</i> si situavano a tal modo quando non si poteva fare
-altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città.
-</p>
-
-<p>
-Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla <i>Via Appia</i> ha creduto
-che il luogo della Mutazione <i>ad quintum decimum</i> tra Ruvo e Canosa
-segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle vicinanze
-di quell’antica osteria che porta oggi il nome di <i>Guardiola</i> messa
-a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a Canosa.
-Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze della
-<span class="pagenum" id="Page_a23">[a23]</span>
-osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono i tratti
-delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per quel luogo<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica
-osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario,
-se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione <i>ad
-quintum decimum</i> indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è conservata
-per osteria ne’ tempi posteriori<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. Ma questo istesso esclude la esistenza
-del preteso <i>Netium</i> di Strabone che si vuol credere lo stesso che
-l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra convincentissima ragione.
-</p>
-
-<p>
-La predetta osteria detta <i>Guardiola</i> è lungi da Andria due miglia
-e mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava
-pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non
-poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è discosto
-due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie più
-che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città denominata
-<i>Netium</i> sulla strada consolare che da Brindisi menava a Roma è
-manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non vi era
-alcuna città per la quale fosse la stessa passata.
-</p>
-
-<p>
-Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso
-<i>Netium</i> di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città
-molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò
-Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat</i></p>
-<p class="i01"><i>Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset</i></p>
-<p class="i01"><i>Ditior his Petrus consanguinitate propinquus.</i></p>
-<p class="i01"><i>Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris</i><a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a24">[a24]</span>
-</p>
-
-<p>
-Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani
-nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi tra
-loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle loro
-armi<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò di
-accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria, Corato,
-e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani ch’era in
-quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico Gio. Antonio
-Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di Andria,
-Corato, Bisceglia e Barletta<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna
-Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella città
-edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di Andro
-sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta storietta
-coll’addurre anche ciò che ne han detto <i>Arrigo Bavo</i> nella descrizione
-del Regno di Napoli, e <i>Ferdinando Ughellio</i> nella sua Italia Sacra,
-i quali convengono che fu la città suddetta edificata da Pietro Normanno
-Conte di Trani<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>. È una cosa questa per altro che si confuta
-da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e suggerita solo
-dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo.
-</p>
-
-<p>
-Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III,
-le città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da Diomede
-nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese
-giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria
-non si sarebbero fatte tante dispute su quel <i>Netium</i> di Strabone di cui
-ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica città Diomedea
-l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome di <i>Andria</i>
-o <i>Andro</i>, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia antica.
-</p>
-
-<p>
-Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia
-siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste
-<span class="pagenum" id="Page_a25">[a25]</span>
-due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni
-nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi di sopra
-trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate le due
-novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e fortificate
-le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero pos’egli una differenza
-tra le prime e le seconde, e cercò questa di esprimerla nel miglior
-modo che seppe farlo col mediocre latino in cui si vede scritto il precitato
-suo poemetto proprio della poca nitidezza dello stile di quel tempo.
-</p>
-
-<p>
-Parlando di Andria disse <i>condidit hic Andrum</i>. Passando a parlar
-di Corato soggiunse <i>fabricavit et inde Coretum</i>. Ma per Bisceglia e Barletta
-si valse del vocabolo <i>ædificavit</i>, e disse <i>Buxiliam, Barolum maris
-ædificavit in oris</i>. Le parole <i>condidit</i> e <i>fabricavit</i> fanno intendere che
-il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città fatte di pianta. La
-parola <i>ædificavit</i> di cui si valse per Bisceglia e Barletta esprime il concetto
-che le abbia semplicemente restaurate, ampliate, o fortificate. Ond’è
-che Gotofredo Guglielmo Leibnizio nella sua prefazione al Poemetto
-di Guglielmo Appulo sulla parola <i>ædificavit</i> fa la seguente osservazione:
-<i>Munisse puto hoc noster ædificare appellat</i><a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse
-al tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto
-che le predette due città già esistevano molto prima della venuta de’
-Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone, di Plinio,
-e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè per tralasciare
-altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola Peutingeriana
-sotto il nome di <i>Balulum</i>, ed in altre edizioni di <i>Bardulos</i>, il quale
-fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di <i>Barulum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nella stessa Tavola vi sono anche <i>Turenum</i> Trani, e <i>Natiolum</i>
-Giovinazzo. Non vi è <i>Buxilia</i>, detta da altri <i>Vigiliæ</i>, perchè questa
-nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser
-dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni, poichè
-dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia <i>medii ævi</i> colla carta
-Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del Muratori, sono
-<span class="pagenum" id="Page_a26">[a26]</span>
-citate le autorità, le quali contestano che <i>Sergius (alias Georgius)
-subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus Vigiliarum</i><a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla
-della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo che
-nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re Ferdinando
-I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio che
-la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle armi trovavano
-uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali abbonda:
-<i>Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat quod Andria
-non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen duxisse illam
-credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas continebant</i><a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>.
-Da tutt’altro quindi che dal <i>Netium</i> di Strabone, o dall’Isola denominata
-<i>Andro</i> si è ripetuta la etimologia del suo nome.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che furono
-abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro antichità.
-A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le monete
-che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri pregevoli
-oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo
-esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta
-a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso <i>Netium</i>
-di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di Andria non
-è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole di essere annoverata
-tra le migliori città della Provincia di Bari.
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione
-sulla parola <i>Netium</i> di Strabone. Si è dimostrato concludentemente che
-cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli amanuensi,
-i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo che
-per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di fermata
-tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso
-a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa
-da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla pubblica
-<span class="pagenum" id="Page_a27">[a27]</span>
-Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta da
-questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.
-</p>
-
-<p>
-Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro <i>de Coloniis</i>.
-Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore non fu
-di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’ terreni colonici.
-Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni seguite nella
-Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da lui chiamate
-<i>Provincia Apuliæ</i>, e <i>Provincia Calabriæ</i>. Nella prima riportò i terreni colonici
-delle città della Daunia, tra le quali si vede allogato <i>l’agro Lucerino,
-Venosino, Salpino, Canosino</i> etc. Nella seconda poi si leggono
-i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro Ruvestino: <i>Brondisinus
-ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera in saltibus sunt assignata,
-dividuntur sicut supra legitur Provinciam esse divisam. Botontinus, Celinus,
-Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus, Orianus, <span class="smcap">Rubustinus</span>, Rodinus,
-Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus, Ydruntinus ea lege,
-et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime autem vicinorum exempla
-sumenda sunt, et consuetudines regionum intuendæ, ut secundum signorum
-ordinem, atque rationem veritas declaretur</i><a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo
-è sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi
-Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione latina
-(giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu <i>Rubi</i>. Non bene a
-proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate nell’anno
-1694 nella Tipografia del Seminario di Padova <i>Auctore N. Sanson
-Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo</i> si vede la nostra
-città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome di <i>Rubustum</i>.
-È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese questo nome dai <i>Rubustini</i>
-di Plinio, e dal <i>Rubustinus ager</i> di Giulio Frontino. Ma non
-avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario di Antonino, dall’Itinerario
-Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola Peutingeriana è la nostra
-città chiamata <i>Rubi</i> e non già <i>Rubustum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore
-<span class="pagenum" id="Page_a28">[a28]</span>
-assai più grave allora che sulla parola <i>Rubi</i> fece la seguente osservazione:
-<i>Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia,
-seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94</i><a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. Fa veramente
-meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver
-avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel
-suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a pernottare
-a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città
-della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto
-Stefano giustamente redarguito da <i>Baudrand</i> nelle sue note al Lessico Geografico
-di Ferrario, ove sulla parola <i>Rubi</i> osserva: <i>In Thesauro linguæ
-latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs Apuliæ</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo nella
-Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata anche
-nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere attribuiti
-li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. <i>Rubi est etiam
-oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum. Horat.
-in Serm. I sat. 5 etc.</i> Ma oltre che una città di questo nome non è mai
-esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere invocata la
-testimonianza di Orazio che ha parlato di <i>Ruvo</i> della Peucezia, non già
-di cotesto ideale Ruvo della Campania.
-</p>
-
-<p>
-Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra
-città con <i>Rufræ</i> della Campania, e con <i>Rufrium</i> degl’Irpini. A coteste
-sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle loro note
-sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola <i>Rubos</i> in esso riportata
-osserva: <i>Plinius lib. III cap. XI Rubustinos populos recenset, qui
-in exemplari Toletano Rubisini cognominantur. Horatius Canusio se Rubos
-venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94. Quo loco miror cur venerit in mentem
-Dionysio Lambino egregio ejus Auctoris Commentatori affirmare eam
-urbem esse Campaniæ, præsertim ipso attestante Canusio, quod Dauniorum
-Apulorum oppidum erat, Rubos pervenisse, et qui antea prædixerat</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Incipit ex illo Montes Apulia notos</i></p>
-<p class="i01"><i>Ostentare mihi, quos torret Atabulus.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a29">[a29]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il secondo poi dice: <i>Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii
-Sipontini editam die VII Januarii, qui <span class="upright">Rubos</span> cum <span class="upright">Rufris</span> Virgilii,
-et <span class="upright">Rufrio</span> Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit, ita nec
-obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271 Rufrium,
-et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis. Rubustini
-in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de Coloniis pagina
-127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in Chronico
-Lupi Protospatæ anno MLXXXII</i>.
-</p>
-
-<p>
-Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per
-altro eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della
-sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il seguente
-titolo <i>Græcia magna, sive pars ultima Italiæ</i>. In cotesta carta
-vedesi molto bene la nostra città allogata <i>in Apulia Peucetia</i> tra Canosa
-e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata col doppio
-nome <i>Rubi Rufrum</i>, mentre cotesto <i>Rufrum</i> è alla stessa perfettamente
-estraneo!
-</p>
-
-<p>
-Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in contraddizione
-di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto della città
-della Campania chiamata <i>Rufræ</i>, quanto del <i>Rufrium</i> degl’Irpini, come ha
-potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia dell’altra alla nostra città
-che nella sua carta l’ha egli stesso allogata in una Regione diversa,
-qual è la Peucezia? Della prima di esse dice così: <i>Supra Theanum in
-ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio lib. VII vers. 739</i> = Quique Rufras
-Batulumque tenent, atque arva Celennæ. <i>Obscura nomina: Campaniæ tamen
-cum ceteris quæ præcedunt, quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi.</i> Rufras,
-Batulumque castella Campaniæ a Samnitibus condita. <i>Holstenius auctor
-est Præsentiani in Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est</i>
-</p>
-
-<p class="center">
-M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO<br />
-RUFRANI COLONI<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Per la seconda poi osserva: <i>Tandem in extremo Hirpinorum ultra
-Compsam Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum
-est, cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras
-<span class="pagenum" id="Page_a30">[a30]</span>
-a Rufrio supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus,
-Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII
-cap. XXV</i>. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria
-oppida in potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. <i>Samnio attribuit,
-sed laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites
-sunt, comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod
-credit Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum</i><a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>.
-</p>
-
-<p>
-O che però <i>Rufræ</i> e <i>Rufrium</i> siano una stessa cosa, o che siano
-due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza,
-manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di Ruvo
-della Peucezia. Quel <i>Ruvo</i> di cui ha quì parlato Cluverio non è la nostra
-città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta anche questo
-nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata volgarmente
-detta <i>Ruvo della Montagna</i>, per distinguerla dalla nostra città riputata
-per una delle città della Marina. Con poca riflessione quindi il Cellario
-ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla nostra città quel
-doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure.
-</p>
-
-<p>
-L’unico suo nome latino ha <i>Rubi</i> che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi
-tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta
-corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede segnato
-ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si parlerà
-in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della Geografia
-antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha data il
-Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori delle
-cose Italiche.
-</p>
-
-<p>
-Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve
-n’è stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la
-Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un cittadino
-tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città coll’altra
-antica città chiamata <i>Rudiæ</i>, la quale era sita nell’antica Calabria
-tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio.
-</p>
-
-<p>
-Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato
-<span class="pagenum" id="Page_a31">[a31]</span>
-<i>Pater Ennius</i>, disse: <i>Rudium hominem Majores nostri in Civitatem receperunt</i><a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>.
-Strabone dice: <i>Tarentum versus compendioso itinere per
-Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ</i><a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Presso
-Pomponio Mela si legge: <i>Et Ennio cive nobiles Rudiæ</i><a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>, e Silio
-Italico dice di lui
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno</i><a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato
-che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno fatto
-conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione Greca, o pure
-una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è rimasta in una
-perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana, l’hanno pienamente
-e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi rinvenute,
-delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno esse di guida
-alle ulteriori mie investigazioni.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a32">[a32]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap2">CAPO II.
-<span class="smaller"><i>Delle antiche monete della città di Ruvo.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò
-a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi
-oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato riserbato
-alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni specie, i quali
-hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi non meno la origine
-Greca della nostra città, che la sua opulenza, la sua coltura, e ’l
-gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle arti.
-</p>
-
-<p>
-Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il
-nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a segno
-che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città fra
-quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche moneta
-Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla città detta
-<i>Basta</i>, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata <i>Rhypæ</i>, di cui
-avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel capo V.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Magnan</i> fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo
-la moneta malamente creduta di <i>Basta</i> la quale presenta da una parte
-una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata di
-Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>. È questa però una delle
-monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel detto
-capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno antiche,
-e con <i>tipi</i> diversi sono state pubblicate dal chiarissimo Cavalier Francesco
-Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio rispettabile
-amico.
-</p>
-
-<p>
-A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle
-che si attribuivano a <i>Rhypæ</i>. Il di lui avviso è stato applaudito e seguito
-da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che non forma
-ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano o la leggenda
-<span class="pagenum" id="Page_a33">[a33]</span>
-intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende abbreviate ΡΥΨ
-che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ.
-</p>
-
-<p>
-Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato
-crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio
-materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della città
-di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie le
-proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito fino
-a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari tutte in
-Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed
-alle monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova
-vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione di
-coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si trovarono
-ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito pienamente cotesto
-errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo confermano in
-un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il Signor Cavalier
-Avellino.
-</p>
-
-<p>
-Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’
-medesimi <i>tipi</i> che si osservano nelle altre monete riportate dal detto
-Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri Scrittori.
-Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua perspicacia e
-profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune variazioni, le quali
-hanno richiamata la sua attenzione.
-</p>
-
-<p>
-Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio
-Cenno istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che
-replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una
-penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole
-tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la
-illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino
-che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva precedentemente
-scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con
-averne formato e dato alle stampe un <i>catalogo</i> che con somma cortesia
-mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho alligato
-alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle predette
-due tavole.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a34">[a34]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni sulle
-dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da me raccolte.
-Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete Ruvestine,
-le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito osservarle e
-paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben fondate ragioni
-ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città di Ruvo e l’altra
-antica città della Peucezia denominata <i>Silvium</i> con essa confinante, della
-quale avrò la occasione di parlare di proposito nel capo che sussiegue.
-Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13 della II Tavola.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate
-nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor
-Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da
-esse ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti
-per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera
-etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi abitanti
-e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla bontà
-e fertilità del suo vasto territorio.
-</p>
-
-<p>
-Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da
-me riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto
-bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa parte
-portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione che
-si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel Capo
-quarto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a34a">[a34a]</span>
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="fill-a034aa"></a>
-<p class="caption"><i>Tav. I.</i>
- <img src="images/ill-a034aa.jpg" alt="" />
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="figcenter break-before"><a id="fill-a034ab"></a>
- <img src="images/ill-a034ab.jpg" alt="" />
-<p class="caption"><i>And. Russo dis. ed inc.</i></p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a34c">[a34c]</span>
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="fill-a034ca"></a>
-<p class="caption"><i>Tav. II.</i></p>
- <img src="images/ill-a034ca.jpg" alt="" />
-</div>
-</div>
-
-<div class="figcenter break-before"><a id="fill-a034cb"></a>
- <img src="images/ill-a034cb.jpg" alt="" />
-<p class="caption"><i>And. Russo dis. ed inc.</i></p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a35">[a35]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap3">CAPO III.
-<span class="smaller"><i>La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che
-vennero nella Italia prima della Guerra di Troja.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico
-elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’
-suoi pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese
-per la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la
-bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’
-quali la Natura l’è stata prodiga<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. <i>Jam vero tanta
-ei vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi, tam
-aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica silvarum
-genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium, olearumque
-fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris colla, tot lacus,
-tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens, tot maria,
-portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et tanquam ad
-juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque ingenia, ritusque,
-ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes. Ipsi de ea
-judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam partem ex
-ea appellando Græciam magnam</i><a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono
-sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia infiniti
-malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli settentrionali
-dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la ignoranza, la
-barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la moltitudine delle antiche
-Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi vi portò i lumi, le
-scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale fu utilissima a dirozzare
-i suoi antichi abitanti che non senza un fondamento di ragione i Greci
-gli chiamavano <i>Barbari</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a36">[a36]</span>
-</p>
-
-<p>
-Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava
-formando per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano.
-Persuaso lo stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande
-un Popolo sono necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma
-spedì li suoi Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia,
-per dimandare alle stesse quelle leggi che fossero state per se più
-opportune, e cotesta saggia missione ebbe il suo effetto<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre
-Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono
-in esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente
-tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo
-gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini
-illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.
-</p>
-
-<p>
-Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica
-han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di <i>Magna
-Grecia</i>, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi delle
-Regioni abitate dalle Greche città<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. Che che però ne sia della etimologia
-del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual è Cicerone,
-lasciò scritto: <i>Pythagoras, qui cum Superbo regnante in Italiam
-venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina,
-tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum
-nomen, ut nulli alii docti viderentur</i><a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. Ed in altro luogo: <i>Platonem
-<span class="pagenum" id="Page_a37">[a37]</span>
-ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in ea, tum alios
-multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse</i><a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Ed in vero A. Gellio
-ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco, comprò per
-diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano tre libri
-di Filoleo Filosofo Pitagorico<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata
-ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare <i>Locrese, Scillatico</i>,
-e <i>Tarantino</i><a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>, o pure sotto questo nome siano andate comprese
-anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal discussione non
-è del presente argomento. Si può osservare ciò che ne ha dottamente
-scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole
-di Eraclea ove ha esaurita la materia.
-</p>
-
-<p>
-Pare ch’egli ammetta la così detta <i>Magna Grecia</i> nelle principali
-città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa e disseminata
-in tutte le altre non poche città della Italia abitate da Colonie
-Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste città partecipavano
-della stessa coltura e delle stesse istituzioni. Facendosi attenzione
-a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani spedirono i loro
-Legati per aver buone leggi <i>partim ad Græcas urbes, quæ sunt in Italia,
-partim Athenas</i>. Non alle sole città quindi della così detta Magna
-Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città Greche della Italia;
-il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama di essere ben governate.
-Oltre che li monumenti delle belle arti che si sono trovati anche
-nelle altre città Greche che non formavano parte della così detta
-<i>Magna Grecia</i>, sono una sicura testimonianza che pari in esse era anche
-la coltura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a38">[a38]</span>
-</p>
-
-<p>
-L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi
-tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non
-è mio proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate
-altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto
-di que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la
-città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa.
-Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto
-di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della Italia.
-</p>
-
-<p>
-Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano
-Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò
-ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate
-le diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti <i>Aborigini</i>, soggiunse
-ciò che siegue. <i>Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his
-Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium,
-Luciusque Sempronius, et alii<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Græcos esse affirmant profectos ex
-Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec tamen diserte tradunt
-ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint: ac ne tempus quidem,
-aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint, fabulamque
-sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam confirmant testimonio.
-Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum est. Quod si istorum sana
-est narratio, non possunt esse coloni alterius generis, quam Arcadici. Nam
-hi primi Græcorum, trajecto sinu Ionio, domicilium in Italia statuerunt
-deducti ab Oenotro Lycaonis filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo
-primis Peloponnesi Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe,
-ex qua, et Jove fertur natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et
-hujus filia Dejanira. Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon,
-cujus Oenotrus fuit filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum
-est<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>. Et tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit
-<span class="pagenum" id="Page_a39">[a39]</span>
-autem Oenotrus a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum
-enim essent Lycaoni XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam.
-Hanc ob causam Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata
-trajecit mare Jonium, unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante
-eos bona parte popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam.
-Adjunxerunt se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager
-proprius. Itaque Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ
-Promontorium suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum
-incolæ dicti sunt Peucetii</i><a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua
-Gente passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora <i>Ausonio</i>
-ed indi <i>Tirreno</i>. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo
-nome fu quella parte della Italia chiamata <i>Oenotria</i>. Nelle cose da lui
-dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a niuno secondo
-nel tessere le genealogie. <i>Qui de Regibus Arcadiæ sic loquitur.
-Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene Nais Nympha,
-a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum filiis, locisque,
-quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et Peucetii sic memorat.
-Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia, ac Peucetius,
-a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio.</i>
-</p>
-
-<p>
-Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava
-Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri
-numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia, fortificarono
-le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne: <i>At
-natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis, classe
-in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra de Regis nomine
-Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia deducta</i><a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a40">[a40]</span>
-</p>
-
-<p>
-Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione
-di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita sessant’anni
-prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia denominata
-<i>Pallantium</i>. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di Mercurio
-e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono
-questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora
-in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono vicino
-al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla
-anche Pausania<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con
-una porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò <i>super
-Japygiæ Promontorium in sinu Jonio</i>, cioè nel seno Tarantino, e che
-dal suo nome prese la Regione il nome di <i>Peucezia</i>. Si estese questa
-per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però
-coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era intorno
-al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si stabilirono.
-Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata <i>Messapia,
-Japigia, Salentini, Calabria</i>. In fine qualunque sia stata la estensione
-primitiva del Paese denominato <i>Peucetia</i>, rimase questa in seguito
-ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome di <i>Terra
-di Bari</i>.
-</p>
-
-<p>
-Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver
-descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto passa a
-dire: <i>Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam Græci dixere.
-Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium habitant Promontorium,
-alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem sunt Peucetii,
-Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid post Calabriam est
-Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi dicerentur, maxime Peucetii</i>.
-</p>
-
-<p>
-Si osservi che allora si chiamava <i>Calabria</i> non già quella Regione
-che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo
-ai <i>Bruzj</i>, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui parla
-Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale da
-Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio
-<span class="pagenum" id="Page_a41">[a41]</span>
-detto oggi <i>Terra d’Otranto</i>. Cotesto Istmo finisce al Promontorio detto
-dagli antichi <i>Salentino</i> o <i>Japigio</i>, oggi <i>Capo di S. Maria di Leuca</i>.
-<i>Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a Brundusio Tarentum
-usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio circa Japygium
-Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis CC fere Tarentum
-ortum solis versus.</i>
-</p>
-
-<p>
-Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto fondata
-da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e floridezza,
-ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal lusso.
-Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque soggetto alla
-siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano, e la diversità
-della loro origine, dalla quale erano surte le diverse nomenclature imposte
-a quella penisola. Quindi conchiude: <i>Communi vocabulo Messapiam,
-Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant</i>. In fine passa a parlare
-delle due strade che da Brindisi menavano a Roma delle quali si è largamente
-ragionato nel capo primo<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dice lo stesso anche Plinio: <i>Connectitur secunda Regio (Italiæ)
-amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui
-Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm, contributa
-eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P. a Lacinio
-Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens. Græci
-Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri fratre,
-in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt. Latitudo Peninsulæ
-a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass. patet,
-multoque brevius a portu Sasina</i>. Passa indi a riportare le antiche città
-della Penisola suddetta<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella
-venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone da
-Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola, la quale
-prese dappoi il nome di <i>Messapia, Japigia, Calabria</i> e <i>Salentina</i> formò
-parte da principio anche della Peucezia <i>a Peucetio Oenotri fratre</i>.
-<span class="pagenum" id="Page_a42">[a42]</span>
-L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare il nome alla detta
-penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo Stato ne formò due,
-o per dir meglio formò due confederazioni diverse di città Greche tra
-loro distinte.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno
-di Siracusa <i>cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit</i><a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>.
-Il che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente.
-Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava
-parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli
-Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine
-Arcadica ne viene in conseguenza.
-</p>
-
-<p>
-Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora
-ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha parlato
-piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per l’argomento
-che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini, mi
-mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di Ruvo
-formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per necessità
-fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da quella Regione
-come lo erano stati dalla Japigia.
-</p>
-
-<p>
-Dice dunque il precitato Scrittore: <i>A Brundusio autem prætervehenti
-Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium
-tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem Noto.
-Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert: in mediterraneis
-usque ad Silvium tota est montosa, et aspera Apennini montis
-multas partes recipiens: <span class="smcap lowercase">INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR IMMIGRASSE</span></i><a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>.
-Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella dominazione acquistata
-da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa la sola notizia
-che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi.
-</p>
-
-<p>
-Questo Scrittore indica <i>Egnazia</i> e <i>Bari</i> come le ultime due città
-della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo le
-sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo Bari
-<span class="pagenum" id="Page_a43">[a43]</span>
-ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari sono
-surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono Giovinazzo,
-Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e la
-meno antica è Molfetta.
-</p>
-
-<p>
-Strabone si è limitato alle sole due città marittime <i>Egnazia</i> e <i>Bari</i>.
-Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato tra la città
-di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica Peucezia. Con migliore
-accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito Tolomeo, il quale
-dice: <i>Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis
-ostium</i><a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. Il che protende com’era regolare i confini della Peucezia
-fino alla foce dell’Ofanto.
-</p>
-
-<p>
-Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino
-all’antica città chiamata <i>Silvium</i> dice Strabone che quella Regione <i>usque
-ad Silvium tota est montosa et aspera</i>, perchè occupata da una diramazione
-degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta contrada che
-porta oggi il nome di <i>Murge</i>, coverta tutta di alture che formano un
-masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per la sua asperità
-a ciò che questo Scrittore ne ha detto.
-</p>
-
-<p>
-L’antica città denominata <i>Silvium</i> che ha egli indicata come l’ultima
-città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi
-ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di Strabone
-sia viziato, e che cotesto <i>Silvium</i> non sia mai esistito. Ma nell’Itinerario
-di Antonino nel tratto di strada <i>a Benevento Tarentum</i> si
-legge anche questo luogo: <i>Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI.
-Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. <span class="smcap">Silvium</span> M. P. XX.
-Blera M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII.
-Tarento M. P. XX.</i>
-</p>
-
-<p>
-Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza
-della detta città; ma crede di doversi leggere <i>Silvianum</i> e non <i>Silvium</i>,
-poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri antichi esemplari,
-i quali sono in questa parte per necessità erronei. Pietro Vesselingio poi
-nelle sue note allo stesso Itinerario ha opinato che <i>Silvium</i> non sia stata
-<span class="pagenum" id="Page_a44">[a44]</span>
-una città, ma bensì un luogo di semplice fermata detto dai Scrittori Latini
-<i>Mansio</i>, come si è innanzi avvertito; ed aggiugne sull’autorità di
-Luca Olstenio che sia stato quello stesso luogo che porta oggi il nome
-di <i>Gorgoglione</i>.
-</p>
-
-<p>
-Non posso però convenire che <i>Silvium</i> sia stata una <i>Mansione</i>, e
-non una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario
-di Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono
-riportati col distintivo <i>Vicus</i>. Quelli che avevano abitanti, ma non
-formavano comunità sono chiamati <i>Castellum</i> o <i>Villa</i>. Quelli in fine,
-ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero ai
-viandanti ed alle vetture, sono chiamati <i>Mansiones</i>. Ond’è che nell’Itinerario
-suddetto non vedendosi <i>Silvium</i> indicato con alcuno di questi nomi,
-è necessità conchiudere che sia stata una città come tutte le altre
-che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti distintivi.
-</p>
-
-<p>
-La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina
-15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione
-dell’Italia annovera anche i <i>Silvini</i>. Pruova ciò concludentemente che il
-<i>Silvium</i> di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era una <i>Mansione</i>,
-come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che aveva un numero
-di abitanti meritevole di entrare nella classe delle <i>Popolazioni</i> da Plinio
-enumerate.
-</p>
-
-<p>
-La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro
-Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. <i>In Italia
-Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere conjunctas
-expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur cum validis
-copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem castra
-locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum aliquot
-obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam quinque
-captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt</i><a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>.
-Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole.
-</p>
-
-<p>
-Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata <i>Silutum</i>
-a venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere
-<span class="pagenum" id="Page_a45">[a45]</span>
-il <i>Silvium</i> che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia
-lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque
-miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto derivare
-dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è che
-nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse portata
-il nome di <i>Silutum</i>. Quindi <i>Silutum</i> e <i>Silvium</i> debbono credersi una
-stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore della dotta Dissertazione
-e della Carta corografica dell’Italia recata dal Muratori, ed innanzi
-citata, il quale osserva <i>Silvium in Peutingeriana Silutum dicitur</i><a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione
-l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate nell’Itinerario
-di Antonino le tre città <i>Venusia, Silutum, Sublupatia</i>. Manca
-solo <i>Blera</i> o <i>Plera</i> che nel detto Itinerario sta in mezzo tra <i>Silvium</i> e
-<i>Sub Lupatia</i>. Cotesta mancanza ha potuto derivare o da una omissione
-del disegnatore della Tavola Peutingeriana, o da un cangiamento che il
-tempo aveva portato sia ai luoghi, sia all’andamento della strada consolare.
-La sostanza però della cosa è la stessa, poichè la Tavola suddetta
-ci presenta in una continuazione sulla detta strada di Taranto le
-tre città <i>Venusia, Silutum, Sublupatia</i>. Dal che è a conchiudersi che il
-<i>Silutum</i> della Tavola è lo stesso che il <i>Silvium</i> di Strabone e dell’Itinerario
-di Antonino.
-</p>
-
-<p>
-Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi riportato
-sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: <i>Silvini ab oppido
-Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283</i> Σιλούιον
-<i>vocatur, nunc dicitur</i> il Gorgoglione. Cristofaro Cellario così parla
-della stessa città: <i>Apud hos montes fuisse Silvium oppidum ex Strabonis
-descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195 sicut Barium sit extremum
-in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in mediterraneis ad Silvium
-usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius
-interpretatur locum, qui nunc</i> il Gorgoglione <i>appellatur</i><a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto
-<span class="pagenum" id="Page_a46">[a46]</span>
-nella Regione <i>montosa et aspera</i> di Strabone quel sito chiamato <i>il
-Gorgoglione</i> di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli altri
-di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa. Vi è quì
-sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo. Osservo quindi
-che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione <i>montosa et aspera</i>
-della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico feudo un tempo della
-Famiglia Mazzaccara denominato <i>il Garagnone</i> sito nel punto medio tra
-Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione di territorio, parte
-del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e parte nella fertile pianura
-che passate le murge s’incontra nell’andare a Spinazzola ed a
-Venosa.
-</p>
-
-<p>
-Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello
-che porta il nome di <i>Castello del Garagnone</i>. Pratilli sulla via
-Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata
-l’antica città denominata <i>Silvium</i>, e soggiugne: <i>Presso questo luogo del
-Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle ammonticchiate
-e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal terreno sepolte.
-Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica, ma in un marmo
-a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione etc.</i><a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo,
-poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui
-veduto l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi
-una così detta <i>Panetteria</i> messavi dal proprietario di esso per provvedere
-di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti
-campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito
-dell’antica città chiamata <i>Silvium</i> indicato da Strabone. Dice questo Scrittore
-che la già detta contrada della Peucezia <i>montosa et aspera</i> si estendeva
-<i>usque ad Silvium</i>. Il castello del Garagnone è nel sito preciso ove
-termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e fertile pianura
-alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato.
-</p>
-
-<p>
-Questo dunque e non altro è il <i>Silvium</i> di Strabone, e non già il
-<i>Gorgoglione</i> erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del <i>Garagnone</i>.
-<span class="pagenum" id="Page_a47">[a47]</span>
-Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia da Venosa
-a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre undici miglia
-segna da Silvio a <i>Blera</i>, o come altri vogliono a <i>Plera</i>, che Pietro
-Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale città di <i>Gravina ex itineris
-ductu, et intervallis</i>. Altre quattordici miglia segna lo stesso Itinerario
-da Blera a <i>Sub Lupatia</i> che nella Tavola Peutingeriana è detta
-<i>Sublupatia</i>. Gli Scrittori predetti hanno osservato che quest’ultima antica
-città sia l’attuale città di <i>Altamura</i><a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata
-dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra designato
-giusta le indicazioni date da Strabone di un castello antichissimo pruova
-colla massima evidenza di esser stato quello un tempo un luogo abitato
-e fortificato. Accresce molto peso a queste osservazioni la seguente
-circostanza.
-</p>
-
-<p>
-Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del
-Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò
-in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del Monte,
-ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle alture delle
-Murge dodici miglia lungi da Ruvo, <i>pervenimus ad casale Guaranioni distans
-ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes ibidem, quia jam
-hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus</i>. Indi soggiugne: <i>Judex
-autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus advenerat cum tribus, aut quatuor
-sociis ad receptionem officii prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum
-Ordinis Sacræ Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato,
-quod nobilitate sua et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus
-dicti Casalis viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui
-curialiter id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai
-præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti</i><a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a48">[a48]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio,
-o sia <i>Casale</i> tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe
-potuto dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più
-la conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia
-esiste vi doveva essere la città denominata <i>Silvium</i> distrutta dappoi
-dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più tampoco,
-e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato <i>il Gorgoglione</i>.
-</p>
-
-<p>
-Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel
-<i>Gorgoglione</i> di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale. Vi
-è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico, il quale
-porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una Regione ben
-lontana dal sito dell’antica città denominala <i>Silvium</i> oggi <i>Castello del
-Garagnone</i> come risulta dai seguenti documenti.
-</p>
-
-<p>
-Carlo Borrelli nel suo libro intitolato <i>Vindex Neapolitanæ Nobilitatis</i>
-ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si conserva nel
-Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’ Feudatarj e Suffeudatarj
-che al tempo del Re Guglielmo il Buono contribuirono la loro
-quota de’ soldati per la spedizione di Terra Santa. Nel riportarsi in esso
-i Feudatarj e Suffeudatarj della Provincia di Basilicata si legge la seguente
-Rubrica: <i>Comitatus Montis Caveosi</i> = <i>Isti sunt Barones, qui
-tenent feuda de Comitatu Montis C.</i>
-</p>
-
-<p>
-Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e Castelli
-in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che appartenevano
-alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un certo,
-<i>Patritius, qui tenet feudum <span class="smcap">Gurgulionis</span>, quod est feudum II militum</i>.
-Della Terra di <i>Gorgoglione</i> si parla anche in un Registro di Carlo II
-di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si rileva da esso
-che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al Giustiziere della
-Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero rilasciate le contribuzioni
-fiscali agli uomini ed alle Università <i>Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis,
-et Tulbii</i> (Tolve) in considerazione de’ danni sofferti nella guerra
-dai suoi nemici<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. Da altro Registro di Giovanna II dell’anno 1415
-che si conserva del pari nel Grande Archivio, si rileva che la Terra
-<span class="pagenum" id="Page_a49">[a49]</span>
-<i>Gurgulionis</i> nella Provincia di Basilicata era tassata per cinque once
-l’anno, sulle quali le fu dalla Regina rilasciata un’oncia e quindici
-tarì<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata <i>Gorgoglione</i>
-era nel cuore della Basilicata, e formava parte della Contea di
-Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di quella Provincia.
-Il <i>Garagnone</i> al contrario sta nella parte estrema della Provincia di Bari,
-cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò la città denominata
-<i>Silvium</i>, come lo provano li seguenti Registri Angioini.
-</p>
-
-<p>
-Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273
-scritta da Corato fece sentire <i>Magistro Juris</i> che risedeva in Barletta,
-<i>Quod Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis
-S. Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet
-pleno jure</i>. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire innanzi
-alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che credevano
-avere <i>super prædicto casali, seu feudo</i><a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu
-da lui scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla
-quale gli disse che Fra Bernardo <i>de Bellaffario</i> Luogotenente del Priore
-dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva
-esposto che <i>Castrum Guaralionem<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> in decreta tui Justitiariatus Provincia
-situm</i> era franco dal pagamento del servizio militare per concessione
-e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che avendo quindi
-dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le disposizioni opportune<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una
-informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari per
-ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In cotesta
-<span class="pagenum" id="Page_a50">[a50]</span>
-informazione si legge ciò che siegue: <i>Et in Guaranione invenit idem
-Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis Jerosolimitani
-de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio pro eodem
-loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias triginta</i><a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>-<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle
-mani dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori
-è stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni
-ha ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il
-che lo compruovano li seguenti notamenti del <i>Cedolare</i> della Provincia
-di Bari che si conservano nel Grande Archivio.
-</p>
-
-<p>
-Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore
-del <i>Garignone</i>. Nell’anno 1528 fu conceduto a <i>Filiberto de Chalon
-Principe di Orangia</i> lo stato di Gravina <i>et Castrum Garignoni</i>. Nell’anno
-1536 passò il feudo del <i>Garagnone</i> a Fortunato Grimaldi che
-fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in adoa
-Ercole Grimaldi <i>pro Castro Garagnoni inhabitato</i>. Nell’anno 1643 il Principe
-di Cellamare acquistò <i>Castrum Guaragnone inhabitatum</i>. Nell’anno
-1705 D. Giulia Nicastro acquistò <i>Castrum Guaragnone</i>. Nell’anno 1710
-Tommaso Mazzaccara acquistò il detto <i>Castrum Guaragnone</i>. Alla Famiglia
-Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità è stato il Garagnone
-spropriato dai suoi creditori.
-</p>
-
-<p>
-Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica
-città della Peucezia denominata <i>Silvium</i> stava nel sito denominato il <i>Gorgoglione</i>.
-Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro della Basilicata,
-molto lungi da quella linea che si trova indicata da Strabone,
-dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la quale
-corrisponde perfettamente al <i>Castello del Garagnone</i>.
-</p>
-
-<p>
-Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica <i>Silvio</i> come
-<span class="pagenum" id="Page_a51">[a51]</span>
-l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese
-fino a Venosa<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè
-disse: <i>Dauniorum coloniæ Luceria, <span class="smcap">Venusia</span>, Oppida Canusium, Arpi</i><a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>.
-Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni
-altro esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio
-se questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . </span> <i>sequor hunc Lucanus an Appulus anceps</i>,</p>
-<p class="i01"><i>Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus</i></p>
-<p class="i01"><i>Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:</i></p>
-<p class="i01"><i>Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;</i></p>
-<p class="i01"><i>Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum</i></p>
-<p class="i01"><i>Incuteret violenta</i><a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto.
-L’ultima città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa
-o che sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia
-formato parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone)
-è circa venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia.
-Rimane ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia,
-ov’era in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato
-era Ruvo l’ultima città della stessa.
-</p>
-
-<p>
-Prese la Daunia il suo nome da <i>Dauno</i> valoroso Principe Illirico,
-il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni insorte,
-venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi si costituì
-una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione anche Diomede
-insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone. Dopo aver
-egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi distinto con
-belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi dalla sua Patria.
-</p>
-
-<p>
-Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si
-batteva con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto
-Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in
-<span class="pagenum" id="Page_a52">[a52]</span>
-cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la
-Dea in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè
-al di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie
-adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per tal
-cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo
-esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la
-protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno,
-lo ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero,
-ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia.
-</p>
-
-<p>
-Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi
-riportato, continua a dire: <i>Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur
-Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis
-temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed
-omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem
-fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam
-de his adseverandum</i>. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’
-confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al
-tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto
-se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia.
-</p>
-
-<p>
-Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine
-occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè
-Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce
-dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta
-anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. <i>A Bario
-ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC.
-Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>.
-In propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a
-mari in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent,
-quondam Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ
-<span class="pagenum" id="Page_a53">[a53]</span>
-sunt minores. Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa
-nominata fuit. Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et
-multa alia extant vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur
-dominationem, utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs,
-hodie humilis est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari
-duæ sunt insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse
-ferunt desertam<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum,
-ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse,
-et vitam vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines
-probos, fugaque flagitiosorum</i><a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>-<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella
-<span class="pagenum" id="Page_a54">[a54]</span>
-Daunia, una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè <i>Argiripa</i>
-e <i>Canosa</i>, e fa indi menzione anche del <i>Campo di Diomede</i>. Era
-questo poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio
-di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale
-ai Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia
-che compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione
-che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato <i>Vates
-Illustris</i> ne’ seguenti termini: <i>Amnem Trojugena Cannam Romane fuge,
-ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque
-credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia occisa
-tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus,
-atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua, nam
-mihi ita Jupiter fatus</i><a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Arnobio anche dice: <i>Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati
-sunt</i><a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. E Silio Italico: <i>Infaustum Phrygiis Diomedis nomine campum</i><a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>.
-Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere l’altro
-Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre predizioni
-che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente discorso
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram</i></p>
-<p class="i01"><i>Fata cano vates, sistes ni crastina signa,</i></p>
-<p class="i01"><i>Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ</i></p>
-<p class="i01"><i>Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sed te, si perstas, insignes nomine Campi</i><a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col
-quale confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella
-città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo
-di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia al
-di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che s’incontrava
-nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da Brindisi
-a Roma.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a55">[a55]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia
-marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime non
-vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: <i>Hinc Apulia Dauniorum
-cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ Hannibalis
-meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus Dauniorum
-finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a Salentino,
-sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ, Lacus
-Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque
-Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum
-genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ
-loca nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria,
-Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium
-Diomede condente, mox Argyrippa dictum</i><a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia
-Daunia con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. <i>Apulorum
-Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus
-mons. Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi
-fluminis ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria
-Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum
-mediterraneæ civitates Venusia, Celia</i><a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata
-<i>Provincia Apuliæ</i> e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia di Calabria,
-l’agro <i>Canosino</i> lo riportò nella prima, e l’agro <i>Rubustino</i> nella
-seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato che la città di Ruvo
-era nella Peucezia e di Greca fondazione, non vi può esser dubbio
-sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli Arcadi occuparono quella
-Regione prima della Guerra di Troja, e vi si sostennero, per cui ritenne
-sempre la stessa il nome di <i>Peucezia</i> preso da quello del Condottiere
-degli Arcadi ed altre genti del Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi.
-Onde con ragione disse Strabone: <i>Incolæ ex Arcadia videntur
-immigrasse</i>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a56">[a56]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap4">CAPO IV.
-<span class="smaller"><i>Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti antiche
-trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci.
-Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a
-questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano
-prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini
-di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi sepolcri,
-crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di creta,
-gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani, ove
-i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non pochi
-pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono cangiati!
-Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di doversi
-convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque!
-</p>
-
-<p>
-La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi
-oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano
-cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se n’erano
-anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di qual merito
-essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se sono stati pubblicati
-si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati rinvenuti. Ne’
-vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo pennello che
-rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte la Chimera.
-Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la stessa favola.
-Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di Hamilton non
-potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che lo stesso ha
-col mio.
-</p>
-
-<p>
-Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento,
-e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che moderni,
-quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure di
-Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro conformi
-<span class="pagenum" id="Page_a57">[a57]</span>
-che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i vasi dipinti
-dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti potersi
-trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del disegno, delle figure,
-delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e di tutte le più minute
-circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di Hamilton sia stato
-trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali sono stati pubblicati
-senza che siasi conosciuto o indicato il luogo ove si son trovati.
-</p>
-
-<p>
-Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione
-fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari,
-ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’
-buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce
-tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse
-da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe
-potuto estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non
-aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto innanzi,
-perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo decennio
-di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto all’Archeologia,
-e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna opinione
-perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva, o non
-veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti.
-</p>
-
-<p>
-Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro
-somma eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte
-gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio
-nello scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche
-mura della città nel largo detto di <i>Porta Nuova</i> o di <i>Porta di
-Noja</i>, della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di
-cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi da
-lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco. Si
-trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per ornamento
-del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono
-trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme con
-altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo di S. M.
-il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti antiche.
-</p>
-
-<p>
-La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli
-<span class="pagenum" id="Page_a58">[a58]</span>
-che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non
-privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal
-de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose in
-fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti cominciò
-allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore e fu
-portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi un poco
-soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il quale non si può
-smuovere e profondare senza moltissimo travaglio. Gli antichi sepolcri
-di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati ed incavati nel vivo sasso
-di maggiore o minore ampiezza secondo la qualità della persona sepolta,
-e la quantità degli oggetti che vi si riponevano.
-</p>
-
-<p>
-Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti,
-cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti ed
-altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più frequenti
-quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze, gambali,
-lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione ho anche
-una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati anche oggetti
-di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri, e nel Real
-Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben conservata, di
-squisito lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una
-gran tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non
-fosse stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo
-sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento.
-Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso. In
-que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti di terra,
-di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori, si è dovuto
-scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di profondità. Il
-farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza veruna sicurezza di
-trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i specolatori.
-</p>
-
-<p>
-Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente
-che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali
-scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali sogliono
-trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi la
-<span class="pagenum" id="Page_a59">[a59]</span>
-quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente che vi
-accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano l’aspetto
-di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di frutta, di comestibili
-e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse volte avveniva
-che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera. Si proseguivano
-allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i sepolcri scoverti non
-fossero stati la notte da altri vuotati, e la campagna suddetta si mostrava
-in più luoghi illuminata.
-</p>
-
-<p>
-Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno
-destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso
-illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto.
-Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero riuniti
-in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser pareggiata
-da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per la
-eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti scavamenti
-suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del guadagno, non
-era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj de’ vasi suddetti
-questo sentimento sia patrio, sia letterario.
-</p>
-
-<p>
-Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi
-tesori sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero
-fatti passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure
-che l’onore e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria,
-com’era avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli
-tutti, quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un
-privato non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario
-che fece uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali
-avrebbero potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di
-lunghissimi anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto:
-nel che fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato
-dagli stessi sentimenti, e prematura morte mi ha rapito.
-</p>
-
-<p>
-Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono
-i seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che
-seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano
-era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj lasciato
-<span class="pagenum" id="Page_a60">[a60]</span>
-a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti fu di
-molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria, non è meno
-vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati gli scavamenti
-suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo Ruvestino. Ne
-seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si volevano vendere
-ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non si fossero scoverte,
-ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi convicini. Coloro
-che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori, dalle mani de’ quali mi
-è convenuto ricuperarne parecchi che non erano a lasciarsi; ma il maggior
-numero di essi probabilmente è passato all’Estero.
-</p>
-
-<p>
-Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche
-amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè sapevano
-bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì
-per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano a
-ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio di quello
-che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata confessata dagli
-stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza era che vi ha degli
-uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non sanno che invidiare
-negli altri quella elevatezza di pensare di cui non son essi capaci.
-Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo ben caro dai
-Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere conservati.
-Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra Marsia ed Apollo,
-e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo rimasti spogliati
-delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali due vasi sono bellissimi.
-</p>
-
-<p>
-È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi
-illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano pregevoli.
-Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di
-essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante
-cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere
-acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita
-di vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la
-quale esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà
-delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere
-<span class="pagenum" id="Page_a61">[a61]</span>
-che ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole,
-sia del tempo in cui furono dipinti.
-</p>
-
-<p>
-Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano.
-Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per qualche
-testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso, o
-vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto prendere
-una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla per
-vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi che ho
-comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo il dare
-ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento di spesa
-che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza, onde non
-perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la Collezione
-che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti oggetti che
-avessi potuto.
-</p>
-
-<p>
-A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me,
-ed al fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti
-sono stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole
-una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema
-di esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe ’l
-numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti <i>Rhyton</i> de’ quali
-è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra delle antiche
-città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e di tante diverse specie,
-quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi rinvenuti non si fossero
-sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero passati all’Estero, qual
-collezione spettacolosa avrebbero potuto formare! Gli stessi scavamenti
-Nolani che sono stati i meno sterili di questi pregevoli oggetti, non
-ne hanno dati che pochi, e di specie limitate, e non così varie come
-quelli di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste
-umane, tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima
-di Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono
-anche con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli,
-di montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse
-<span class="pagenum" id="Page_a62">[a62]</span>
-specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di
-cervi, e due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione,
-una di tigre, ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli,
-e due da dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla
-coi suoi due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi
-sono inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello,
-un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro
-con quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini
-interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati
-a terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però
-le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una gran
-quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette <i>terre cotte</i><a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da
-me acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non
-mi è occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci,
-e Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva
-il marchio alla coscia
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Equi solent inustum</i></p>
-<p class="i01"><i>Coxis habere signum</i><a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Si legge in Apulejo <i>Nec non et equum illum quoque meum notæ
-dorsalis cognitione recuperavimus</i><a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>. Il chiarissimo Canonico Mazocchi
-<span class="pagenum" id="Page_a63">[a63]</span>
-ha dette molte belle cose sui cavalli denominati <i>Koppatias</i>, e <i>Samphoras</i>
-dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere greche<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio
-pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe che
-girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli delle
-quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta. Uno di
-essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo Tarantino,
-poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il Delfino,
-ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare quanto
-i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle manovre di
-cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di figura sferica
-con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio agli Archeologi
-l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli antichi Scrittori
-per i buoni cavalli che producevano abbia potuto appartenere il
-cavallo marchiato a questo modo.
-</p>
-
-<p>
-Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis</i><a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a></p>
-<p class="i01"><i>Post partum cura in vitulos traducitur omnis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Continuoque notas, et nomina gentis inurunt</i><a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano
-ai muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia,
-come si pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso
-degli altri Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo
-ha fatto apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io
-posseggo, la quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.
-</p>
-
-<p>
-Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di
-Ruvo non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità
-delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli
-e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia
-<span class="pagenum" id="Page_a64">[a64]</span>
-degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi, e spesso
-anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano volentieri ne’ vasellini
-delle altre antiche città Greche. Io ne ho riuniti moltissimi veramente
-vistosi. Ma quanti altri han dovuto scapparmi!
-</p>
-
-<p>
-Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per
-una doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche
-trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici di
-quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri. La seconda
-perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella stessa
-creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che attualmente
-si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa creta che dà
-oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a lavorare vasi di
-creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti forme, ricercati
-specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima Provincia di Basilicata.
-Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli Antichi, poichè come bene
-osserva Cornelio Tacito <i>Sed nostra quoque æetas multa laudis, et artium
-imitanda posteris tulit</i><a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile,
-e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza,
-e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero <i>non manierato</i>.
-Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in
-Napoli per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi
-anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce
-così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza,
-ed importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo
-Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere
-anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo
-ove io lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di
-essi che mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza
-Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di
-Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa
-<span class="pagenum" id="Page_a65">[a65]</span>
-attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti nelle
-mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero. Quest’oggetto
-fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide misure
-tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si ammirano
-non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati. Hanno questi
-riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che vi era di scelti
-vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza. Ha fatto inoltre il
-Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto proprio non senza
-un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno essi fruttato al detto
-Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una Commissione incaricata
-di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti pregevoli di antichità
-che si trovano non siano venduti agli Esteri senza la intelligenza della
-Direzione del Real Museo. È tutto ciò risultato a sommo onore della
-nostra città, ed ha pienamente appagati i miei voti.
-</p>
-
-<p>
-Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica
-Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico
-D. Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di
-una casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini.
-Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di
-pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto
-in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del sepolcro.
-Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi oggetti
-che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona distinta.
-Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti trovati
-nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.
-</p>
-
-<p>
-Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla
-massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto
-giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che i
-due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove giovani
-donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si trovò
-mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane danzatore.
-Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che regola
-la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona la lira.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a66">[a66]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una
-lunga tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa
-e le spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il
-taglio, e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati
-di strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo
-hanno la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color
-rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle tempia.
-Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due giovani
-vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la quale
-è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto i due
-giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra, blanda,
-seria, e molto grave.
-</p>
-
-<p>
-Di cotesta danza funebre il sig. <i>Raul-Rochette</i> avendone avuta da
-Ruvo una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno
-1836<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo
-genere. Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche
-dipinti ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son
-trovati con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa,
-e possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che
-avesse parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva
-per le mani lo avrebbe esatto.
-</p>
-
-<p>
-Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono
-le donne suddette, dice <i>Qui se tiennent par la main en dansant</i>.
-Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia, ed
-al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che
-viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle
-odierne scuole di ballo è chiamato <i>la catena</i>.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi
-dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità
-a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta.
-Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è
-<span class="pagenum" id="Page_a67">[a67]</span>
-poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle
-illustrazioni degli Archeologi.
-</p>
-
-<p>
-Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito,
-e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi
-ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi creduto
-giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di qualunque
-particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo consigliai
-che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai bene
-l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece, e debbo
-attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta illustrazione
-a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la prima volta sotto
-gli occhi una danza funebre.
-</p>
-
-<p>
-Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la perfezione
-del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma anche
-la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che si
-vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti
-della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non
-isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative ai fatti,
-o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori. Potrei ciò compruovarlo
-colle corrispondenti osservazioni su di molti vasi di Ruvo;
-ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia collezione.
-</p>
-
-<p>
-In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le
-mura di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni
-venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro
-I dell’Eneide vers. 494 e seguenti. <i>Quinto Smirneo</i>, detto anche
-<i>Quinto Calabro</i> che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse
-nella Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile
-portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa
-a descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla
-battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento
-suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo: <i>Mox
-ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto.</i>
-</p>
-
-<p>
-Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata
-la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di
-<span class="pagenum" id="Page_a68">[a68]</span>
-lei armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo.
-Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei
-fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato che
-tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle minutezze
-che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore.
-</p>
-
-<p>
-Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile
-asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:</i></p>
-<p class="i01"><i>Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Veluti si quis verubus ad ignem flammantem</i></p>
-<p class="i01"><i>Viscera transfigit, cœnam festine apparans.</i></p>
-<p class="i01"><i>Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo</i></p>
-<p class="i01"><i>Penitus transadegit ementa hasta</i></p>
-<p class="i01"><i>Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che
-combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta di
-Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare
-avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di
-sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad
-incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo
-preciso descritto dal precitato Poeta.
-</p>
-
-<p>
-Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del
-pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era
-istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento
-della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della
-qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad un
-tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.
-</p>
-
-<p>
-L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un
-letto elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la
-Dea coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha
-nelle mani la di lei famosa <i>zona</i><a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>. Le tre Grazie sono occupate al
-<span class="pagenum" id="Page_a69">[a69]</span>
-di lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani
-una ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta ha
-nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino. La terza
-curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che possa idearsi attende
-a calzarle una pianella molto elegante al piè dritto. Sotto il letto
-vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si vede un giovane guerriero
-nobilmente vestito con berretto frigio, ed elegantissimi calzari,
-il quale sotto il braccio sinistro ha due lance poggiate a terra ed inclinate
-sulla parte sinistra del petto, e della spalla. Si vede lo stesso
-confuso ed attonito che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo
-della sua veste che solleva colla mano dritta.
-</p>
-
-<p>
-Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal
-bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso
-che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida
-ove questi dimorava, fingendosi la figlia di <i>Otreo</i> che aspirava alle di
-lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte
-nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il mattino
-si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito,
-ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col
-lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto
-minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.
-</p>
-
-<p>
-Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato
-Inno di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti
-<span class="pagenum" id="Page_a70">[a70]</span>
-dal gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le
-sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza
-del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due
-minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla
-istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise
-nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a
-conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che
-abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che
-corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,</i></p>
-<p class="i01"><i>Timuitque, et oculos declinando vertit alibi.</i></p>
-<p class="i01"><i>Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et illam precatus, verba alata dixit etc.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto
-di Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto
-a questo modo
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Vestibus mollibus stratum: et insuper</i></p>
-<p class="i01"><i>Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quos ipse occiderat in montibus aliis.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente
-coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto
-sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano
-che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno
-di Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto
-fosse stato una perfetta copia di esso.
-</p>
-
-<p>
-Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso
-anni indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il
-lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere.
-</p>
-
-<p>
-Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato
-come <i>une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes
-qui soient encore sorties des fouilles <span class="smcap">de Nola</span></i><a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>! Il che mi ha molto
-<span class="pagenum" id="Page_a71">[a71]</span>
-e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio
-di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo
-io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un
-vaso di Nola.
-</p>
-
-<p>
-Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto
-alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta
-diminuita per metà<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>, come ne hanno convenuto anche tutti
-coloro che ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro.
-</p>
-
-<p>
-Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione data
-dal Sig. <i>Raul-Rochette</i> al vaso suddetto, credo di aver detto abbastanza
-per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di Omero. Nondimeno
-vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo che la spiegazione
-suddetta non possa essere adatta al dipinto del vaso di cui si
-tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni archeologiche.
-</p>
-
-<p>
-È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta erudizione
-si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via facile,
-e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva certamente
-essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra descritto
-vi è dipinta la <i>Toletta di Elena</i>, e che quel Principe Frigio che sta
-nell’atteggiamento innanzi cennato sia <i>Paride</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di
-Pausania ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto
-che vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però
-la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto possa
-avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il Signor
-Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare da se stesso
-se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto che presenta
-la cosa medesima, metto in nota le precise parole di Pausania<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a72">[a72]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba
-che si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere?
-Come attribuirsi ad Elena la famosa <i>zona</i> di Venere che l’ha nelle mani
-un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul
-letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso, e
-dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè trascritto.
-</p>
-
-<p>
-Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre
-giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica le
-tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso Pausania<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>.
-Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena,
-ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore <i>Gratiæ vero
-Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt</i><a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>. Ci fa Plinio inoltre conoscere
-che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre <i>inter
-Gratias, et Cupidines</i><a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. È quindi risaputo che le Grazie erano sempre
-compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a Venere
-lo erano ordinariamente anche alle Grazie<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>.
-</p>
-
-<p>
-D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva
-nel Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva
-Paride mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il
-viso col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione
-di tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise
-rimpetto a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma
-non già per Paride rimpetto ad Elena.
-</p>
-
-<p>
-Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso
-<span class="pagenum" id="Page_a73">[a73]</span>
-letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse un’altra
-stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta bene tal posizione
-a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè si trovava nella
-casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual era Anchise, ove non
-vi potevano essere gabinetti opportuni per adornarsi le Principesse, e ’l
-Pittore si adattò maestrevolmente a tal circostanza.
-</p>
-
-<p>
-Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere
-levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e quindi
-si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel piccolo
-quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che un’urna
-di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose, e
-fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far entrare
-nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello.
-</p>
-
-<p>
-Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena,
-l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo
-triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse
-avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua <i>toletta</i>, che il proprio letto!
-</p>
-
-<p>
-Mi scuserà quindi il Sig. <i>Raul-Rochette</i> se per questi ragionevoli
-motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al pregevolissimo
-vaso Ruvestino, e non già <i>Nolano</i>, come a lui è piaciuto
-dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la minutezza degli
-altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato il chiarissimo
-Sig. <i>Millingen. Malgré le silence des Historiens à l’égard de cette
-Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent des temoignages
-incontestables de son opulence, et du gout éclairé de ses habitans pour
-les beaux artes</i>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent
-par leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le
-grand intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à
-présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une grande
-beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent cultivés
-avec un egal succes</i><a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a74">[a74]</span>
-</p>
-
-<p>
-Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri
-oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della origine
-Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando a
-parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia con Oenotro,
-e Peucezio dice <i>Dicuntur etiam Graecarum literarum usum prædictæ
-Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse, instrumenta quoque
-musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis non nisi
-pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has invento musico: leges
-etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex parte mitem, ac
-mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave alia emolumenta
-contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse apud suos hospites</i>.
-</p>
-
-<p>
-È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno
-per bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città
-di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi grandiosi
-per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son essi
-privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca ne’ vasi
-Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche degli
-ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa un’antica
-città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i
-quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti
-le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate.
-</p>
-
-<p>
-Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono
-state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due
-molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo
-stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire:
-<i>Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan</i>. Dice lo stesso
-anche Virgilio.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi</i></p>
-<p class="i01"><i>Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>.</i></p>
-<p class="i01"><i>Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit</i></p>
-<p class="i01"><i>In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a75">[a75]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si legge inoltre presso Pausania: <i>Panos lapideum signum, cui Synois
-cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et
-seorsim ab illis Pana creditur aluisse</i><a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>. Erano queste le Ninfe Arcadiche,
-dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale
-Comite nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: <i>Hunc memoriæ prodidit
-Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a
-Synoe Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem,
-omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in
-hujus esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte
-educatus</i><a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che
-si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra
-città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli
-Arcadi.
-</p>
-
-<p>
-Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine
-o le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva
-dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo
-che ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti di
-Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di quell’Eroe
-elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi ho parlato
-colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere Diodoro Siculo
-che quell’Eroe aveva gli Arcadi <i>in perpetuam belli societatem</i>, e
-che fu da essi assistito anche nella spedizione contro i figliuoli di <i>Eurito</i>
-chiamati <i>Toxeo, Molione</i> e <i>Pizio</i> che gli avevano negata Jole da
-lui presa per forza dopo avergli uccisi<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>. Avevano quindi gli Arcadi
-un culto anche per Ercole, e vedendosi questo ritenuto tanto nelle monete
-che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma vie più la origine Arcadica
-della nostra città.
-</p>
-
-<p>
-Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni
-hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro
-<span class="pagenum" id="Page_a76">[a76]</span>
-Paese natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi
-la origine Grechesca di una città, <i>Primum et præcipuum locum tribuo
-ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ.
-Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam
-eis censent immutandum iræ divinæ metu</i>. Lo conferma coll’esempio
-di molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro
-culto rispettivo<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti <i>Rhyton</i> rinvenuti
-in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche,
-di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi gli animali
-familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli uomini di
-avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono inclinati, molto
-più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro agiatezza, come
-ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro Ruvestino opportunissimo
-anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri colle figure di cotesti
-animali che rendevano più liete le mense degli antichi abitanti della
-nostra città, contestano anche i loro costumi Arcadici.
-</p>
-
-<p>
-Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente osservazione.
-Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò mentr’era
-ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in grandissimo
-numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati pubblicati
-dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno di essi
-vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da altri
-Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore che dipinse
-il vaso.
-</p>
-
-<p>
-Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale
-per la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello.
-È in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli
-Argonauti. Si vede la nave <i>Argo</i> ligata al lido del mare. Tra gli Argonauti
-sbarcati vi sono i due Guerrieri alati <i>Calai</i> e <i>Zete</i> figliuoli di
-Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi impugnate,
-inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle loro mani
-<span class="pagenum" id="Page_a77">[a77]</span>
-le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al cieco Fineo
-che siede alla stessa.
-</p>
-
-<p>
-Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo
-di esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale
-rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere
-H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi
-ho parlato.
-</p>
-
-<p>
-Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del
-Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser
-dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto
-non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose
-sono da essi superati<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo
-è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome
-chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di
-Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come
-han fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini.
-</p>
-
-<p>
-Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si
-sono trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come
-si mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro.
-Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia
-stato un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè
-ho avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso
-stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me, ed
-acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima eleganza
-dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito
-di uomini, e di donne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a78">[a78]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte
-della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar maestria
-la disfida tra <i>Tamiri</i>, o <i>Tamiride</i>, e le Muse in presenza di
-Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha
-questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali era
-fregiato.
-</p>
-
-<p>
-Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario
-di Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante,
-è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore
-ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura sulla creta.
-Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui metalli ha
-l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e di tutti gli
-altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose ch’entrano nel
-quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene, per separare
-l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca l’effetto di presentarle
-all’occhio di chi le guarda nel posto di avanti, di dietro,
-di lato etc. come l’uopo lo esige.
-</p>
-
-<p>
-Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si
-cerca cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore
-de’ vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire
-questo svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed
-alle cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata,
-e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in tutto
-lo ha sicuramente ottenuto in gran parte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a79">[a79]</span>
-</p>
-
-<h3>DIGRESSIONE
-<span class="smaller"><i>Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito
-ad altra città novella surta nell’agro Ruvestino.</i></span></h3>
-</div>
-
-<p>
-Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo
-mi rimane a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla
-penna del nostro Letterato Grecista <i>Giacomo Martorelli</i>. Mentre cotesto
-vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia
-leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata
-attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola millanteria
-lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che un picciolissimo
-oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali ha la nostra
-città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè sensata, nè laudabile
-il vestire il corvo colle penne del pavone.
-</p>
-
-<p>
-Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un
-antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere un
-libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo <i>De Regia theca
-calamaria</i>. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo stesso è
-pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta dai Letterati
-suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora stravaganza
-in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino la rimota
-antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e quindi sconosciuta
-a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo ora di far conoscere
-questa frottola per quello che vale. Credo di non poterlo far meglio
-che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo tratto di delirio di
-un uomo per altro dottissimo colle opportune osservazioni.
-</p>
-
-<p>
-<i>Prope urbem Turricium<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> hoc jam</i> πολυβὸητον <i>vasculum anno 1745
-<span class="pagenum" id="Page_a80">[a80]</span>
-erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum rusculum
-exercebat in vico, qui vulgo</i> Mons viridis <i>nomine salutatur, nihilque
-longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor millia pass
-ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos, quos Horatius
-in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie urbem, quæ
-vulgo audit</i> Altus murus <i>(vetus nomen firment indigenæ). Turricium,
-licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem famam sibi
-conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium dederit,
-ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida, quod monumentum
-vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit, uti Eugubium
-et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc Græcanicas
-(quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario condecorat),
-et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa
-vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua
-taceam</i><a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>. <i>Scias nunc communi Italorum lingua appellari</i> Terlizzo,
-<i>sed Populares vocitant</i> Turrizzo, <i>et Turris est pro urbis signo</i> διακριτικῶ<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum,
-nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me transmissum
-<span class="pagenum" id="Page_a81">[a81]</span>
-est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia ulla
-vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:</i>
-</p>
-
-<p class="center">
- · · · · · I · VIÆ · FIL · TVRRI · · · · · ·<br />
- · · · · I · IT · · · · · · DCCCVI · · · ·<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Extrema hæc</i> ςοικεῖα <i>legas</i> occubuit. <i>Verum alteram epigraphen,
-quæ in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto
-fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit
-propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum
-Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum
-in voce</i> Phœnicius, <i>inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas,
-queis carent Typographi</i>.
-</p>
-
-<p class="center">
-C · PHENICIVS · CVRVVS · SICVLVS · C · F · M<br />
-D · TRA · IMP<br />
-AD · V · P · CONS · OP · PRÆ<br />
-IS<br />
-CVM · SALT · TVRRICII · ADVENIS<br />
-NON · MAI · PER · AB · IOVE · PER<br />
-REP · EXHOR · TEMP ·<br />
-VIX · A · XXXIX ·
-</p>
-
-<p>
-<i>Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius
-<span class="pagenum" id="Page_a82">[a82]</span>
-Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus:
-is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit,
-repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX.</i>
-</p>
-
-<p>
-Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al
-proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: <i>Sed a
-semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile, extructumque
-prope Trajanam viam<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>, quare licet sit urbs vetustate sat
-spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit, illius
-fama longius pervagatura est, eritque ejus</i> λογος απανταχοῦ, <i>uti de
-alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517</i><a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>. Quanta ampollosità!
-</p>
-
-<p>
-Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la
-quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza
-della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera, bisogna
-non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già
-di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio <i>cum saltum
-Turricii advenisset</i>. Il convertire un bosco in una nobile città pareggia,
-siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso Cavaliere
-Spagnuolo del Signor <i>Cervantes</i> che gli faceva convertire i molini a
-vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati!
-</p>
-
-<p>
-L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola
-forza della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità
-<span class="pagenum" id="Page_a83">[a83]</span>
-degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto.
-Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle
-città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò tra
-esse <i>Rubustinos</i> et <i>Butuntinenses</i>, ma non già <i>Terlitienses</i> o <i>Turricienses</i>.
-Presso Giulio Frontino si trova nominato <i>Ager Rubustinus et Botontinus</i>,
-ma non già <i>ager Turriciensis</i>. Nell’Itinerario di Antonino sulla
-strada consolare che da Roma menava a Brindisi vi sono <i>Rubos et Butuntus</i>,
-ma non già <i>Turricium</i>. Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono
-<i>Botontones et Rubos</i>; ma non <i>Turricium</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi
-di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi
-di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè <i>Natiolum, Turenum,
-Balulum</i> o <i>Bardulos</i>, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra
-le città interne vi sono <i>Rubos</i> et <i>Botontones</i>, ma non <i>Terlitium</i> o <i>Turricium</i>.
-Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato occidentale però
-e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede in essa segnato
-che un solo luogo chiamato <i>Rudas</i>, il quale non si sa qual esser possa,
-perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella Regione<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia
-Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare dalle
-cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta in feudo
-unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente. Non è chiaro
-però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’ Normanni, poichè
-sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un villaggio che cominciava
-a sorgere nel territorio di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a84">[a84]</span>
-</p>
-
-<p>
-In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di
-Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione
-di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica:
-<i>De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu
-Cupersani</i>. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti da
-quella Contea si leggono anche i seguenti; <i>Girinus Andriæ, sicut dixit,
-tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse dixit est
-feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV — Paganus Nobilis
-tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi Malenepotis, et
-est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites IV — Danes Andriæ
-tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus Morellanus et Guillelmus
-de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum I militis et cum
-augmento obtulit milites II.</i>
-</p>
-
-<p>
-La picciola <i>terra</i> posseduta dal nobile <i>Pagano</i>, la quale formava
-un feudo di due militi, si dice che stava in <i>Rubo, et Terlitio</i>. Ma non
-si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo pezzo
-di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva riportarsi
-nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin d’allora
-fossero state queste due città distinte e separate. Questa circostanza
-quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in quel tempo
-un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino e formava
-parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione divenne ne’
-tempi posteriori più considerevole.
-</p>
-
-<p>
-Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che
-cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente sconosciuta
-non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed alla
-Geografia del <i>Medio evo</i>. L’Autore della dotta Dissertazione, e della
-carta Corografica <i>Medii ævi</i> che va tra le Opere del Muratori riporta
-le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è parlato, aggiugne
-le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca de’ Normanni, ma
-tra queste ultime non si vede quel <i>Terlitium</i>, o <i>Turricium</i> che ha fatto
-tanto gonfiar le pive al solo Martorelli<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a85">[a85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo
-di Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo
-IX un certo <i>Fabio Terlitio</i> con altri coloni Ruvestini abbiano cominciato
-ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo
-Municipale, o sia dal <i>Senato</i> di Ruvo, al quale fu imposto il nome
-<i>Terlitium</i> dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però una
-carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi di
-verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo ove
-fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità, apparteneva
-sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla novella
-Popolazione di Terlizzi.
-</p>
-
-<p>
-Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi
-di Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il
-mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari.
-Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e
-Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava
-a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta
-strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto
-il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada consolare
-e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre sole
-città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo poichè
-fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due ultime
-città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da esse poche
-miglia, e quindi anche oggi sono considerate come <i>città della marina</i>.
-</p>
-
-<p>
-La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica
-strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser
-surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era
-diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto territorio
-racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal lato del
-mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè quel territorio
-che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo appartiene oggi
-in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi posteriori. Non è però difficile
-l’indagare a quale delle dette tre città sia appartenuto quel sito
-in cui si vede edificata la novella città di Terlizzi. Basta il solo ajuto
-<span class="pagenum" id="Page_a86">[a86]</span>
-del buon senso per decidere ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e
-dalla nostra città è stata dotata del terreno che attualmente possiede.
-</p>
-
-<p>
-La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo
-e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette
-miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta nel
-territorio di Ruvo, e che la contrada di <i>Monteverde</i>, ove il calamajo
-Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza da Ruvo
-sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico agro Ruvestino
-ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di Terlizzi.
-</p>
-
-<p>
-Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra
-Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica
-via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è
-per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel
-punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica
-confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia
-nelle contrade delle <i>Strappete</i>, delle <i>Matine</i>, e delle <i>Murge</i>. Il che fa
-conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di Terlizzi
-che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale in tutta
-la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava prima con
-quello di Bitonto.
-</p>
-
-<p>
-Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva
-che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra
-di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di Bitonto
-dovevano far pascolare i loro animali <i>In sterpeto Bitontii, quod silva
-dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro defensa
-pro parte Curiæ nostræ custoditur</i><a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>. Cotesto bosco quindi denominato
-sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino, Ruvestino e
-Terlizzese.
-</p>
-
-<p>
-Non può cotesto <i>sterpeto</i> esser altro che quello il quale porta oggi
-il nome di <i>Bosco di S. Leo</i> poco lungi dal luogo del territorio di Ruvo
-denominato <i>S. Eugenia</i>. Apparteneva lo stesso, forse per sovrana concessione
-di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani di Bitonto
-<span class="pagenum" id="Page_a87">[a87]</span>
-sotto il titolo di <i>S. Leo</i>. La natura, e la qualità del terreno, e delle
-piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono molto bene al suo
-antico nome di <i>sterpeto</i>. Il bosco suddetto colla soppressione di quel
-Convento devoluto al demanio lo ha acquistato la Famiglia Siciliani di
-Giovinazzo. È da credersi però che quando si teneva per uso delle Regie
-razze di animali esser doveva più vasto di quello che lo è al presente.
-</p>
-
-<p>
-Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio che
-il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato dall’antico
-agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S. Leo in
-su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino, molto al di là
-del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione suddetta progredisce
-a linea continuata lungo le contrade dell’agro Ruvestino denominate
-<i>le Strappete</i> (o sia sterpeto), <i>le Matine e le Murge</i>, confinazione
-la quale doveva estendersi allo stesso modo fino al mare Adriatico ai
-tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando non vi era ancora
-Terlizzi edificata al di qua della linea della detta antica confinazione
-verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa.
-</p>
-
-<p>
-Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal
-Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato
-<i>Turricium</i> messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso dal
-fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di Ruvo,
-ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica strada
-consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla distanza
-di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco aggregato
-dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò <i>Parco di Terlizzi</i>.
-Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti coloni
-Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia
-gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia.
-</p>
-
-<p>
-Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta
-(se questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato <i>Turricium</i>.
-Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia
-potuto essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè
-lo stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi
-<span class="pagenum" id="Page_a88">[a88]</span>
-fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere
-anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine
-che il nome <i>Terlitium</i> attribuito alla novella città abbia potuto esser preso
-da quello del Bosco <i>Turricium</i>, sul suolo del quale fu forse edificata. Ma
-dalla esistenza di un bosco denominato <i>Turricium</i> al tempo di Trajano
-il volerne inferire che fosse stata questa una nobilissima città da niuno
-conosciuta, nè da veruno antico Scrittore o Geografo nominata, è una
-maniera di argomentare la quale non so se debba destar sorpresa, o
-compassione.
-</p>
-
-<p>
-D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro
-trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della rimota
-antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra, poichè
-quello può essere antico, e questa recente. Come si son trovati
-nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza dalla città,
-così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi. Gli antichi abitanti
-della nostra città avevano sicuramente le loro case di campagna.
-Come le avevano in quella parte del territorio che attualmente appartiene
-a Ruvo, così le avevano anche in quella parte di esso che ne’ tempi
-posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed assegnata a Terlizzi.
-Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la sepoltura nelle loro
-ville dove si son trovati nel morire, o dove han voluto che fossero
-stati sepolti.
-</p>
-
-<p>
-Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un
-tempo anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico
-sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica
-a dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di essa
-parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non comprendere
-che le città veramente antiche serbano sempre in loro stesse le testimonianze,
-ed i monumenti della loro antichità. Non tutto può distruggere
-il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo dispetto. In qual
-Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come ve ne sono tante
-di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri ricchi di preziosi
-vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si son trovati e si trovano
-ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo intorno all’abitato?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a89">[a89]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di
-una città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene,
-perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a
-Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste
-vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera buffoneria
-atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore che si
-è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il quale
-per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di antichità
-Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa.
-</p>
-
-<p>
-Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa,
-attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla necessità,
-attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga una volta per
-sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia illustre patria nel
-di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa riconoscente del bene della
-sua esistenza.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a90">[a90]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap5">CAPO V.
-<span class="smaller"><i>La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche
-dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Non è cosa facile il dar ragione delle nomenclature delle antiche
-città. Poche son quelle per le quali si può affermare che abbiano preso
-il loro nome sia da quello del fondatore rispettivo, sia da circostanze
-locali che lo abbiano suggerito, sia in fine da rilevanti avvenimenti che
-abbiano avuto luogo nel sito di esse. Pe ’l massimo numero delle città
-la origine del loro nome rimane ravvolta nella profonda caligine del
-tempo.
-</p>
-
-<p>
-Qualche Commentatore di Orazio nelle sue annotazioni sulla parola
-<i>Rubos</i>, ove il Poeta pernottò nel suo viaggio da Roma a Brindisi, dice
-che questa città abbia preso il suo nome <i>a copia ruborum</i>, come erroneamente
-ha detto anche Roberto Stefano confutato nel capo primo. È
-facile il vedere la frivolezza di cotesta etimologia. I roveti si trovano
-da per tutto ove il terreno non è coltivato per lo intero, e molto di
-esso si lascia ai boschi ed ai paschi. L’agro Ruvestino non ha una
-quantità di roveti maggiore di quelli che vi sono in altri luoghi.
-</p>
-
-<p>
-Li Commentatori suddetti per altro hanno scritto in un’epoca in
-cui non si erano ancora pubblicate le antiche monete Ruvestine, le quali
-hanno messo in chiaro di esser questa un’antica città Greca. Quindi la
-etimologia del suo nome malamente si è tratta dal Latino <i>Rubi</i>, mentre
-si deve prendere dalla leggenda Greca Ρύψ che vi è nelle più antiche
-di esse. Messa dunque la sicura origine Greca della città suddetta,
-le conghietture relative al suo nome non possono e non debbono
-partire da altre considerazioni, meno che da quelle che può suggerire
-la sua origine<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a91">[a91]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si sa che i condottieri delle straniere Colonie venute a stabilirsi
-nella Italia hanno dato sovente il loro nome non solo alle città da essi
-fondate, come Cuma, Taranto ed altre, ma anche alle Regioni da essi
-conquistate, come si è detto innanzi della <i>Peucezia</i>, della <i>Oenotria</i>,
-della <i>Daunia</i> e di altre. Ma fu anche costume delle Colonie Greche quì
-stabilite di riprodurre i nomi delle città della loro Patria originaria che
-avevano lasciata per la necessità di andare a proccurarsi altrove il proprio
-sostentamento.
-</p>
-
-<p>
-Quindi Dionigi di Alicarnasso ci fa sapere che i Greci venuti dal
-Peloponneso nella Campania <i>Inter ceteras urbes condidere Larissam Pelloponnesiacæ
-illius cognomine, quæ quondam Metropolis ipsorum fuerat</i>.
-Parlando indi della seconda spedizione degli Arcadi condotta da Evandro,
-come innanzi si è detto, e partita dalla città dell’Arcadia denominata
-<i>Pallantium</i>, dice che essendosi questi stabiliti vicino al Tevere
-nel luogo ove surse dappoi la città di Roma, edificarono una picciola
-città e soggiugne: <i>Huic Oppidulo a veteri Patria nomen apponunt Pallantium,
-nunc vero Palatium a Romanis dicitur corrupta voce injuria
-temporum</i><a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dice lo stesso anche Pausania parlando di Evandro. <i>Hunc in coloniam
-missum, deducta a Pallantio in locum Tiberi proximum Arcadum
-manu, oppidum condidisse, quod urbis Romæ postea pars fuerit: appellatum
-vero de Arcadici Oppidi nomine ab ipso Evandro, et Inquilinorum
-comitatu Pallantium, quod nomen consecuta cetas duabus literis L
-et N submotis, immutavit</i><a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a92">[a92]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si è inoltre osservato innanzi coll’autorità di Plinio e di Strabone
-che Diomede fondò nella Daunia la città di <i>Argos Hippium</i>, detta poi
-<i>Argyripa</i>, ed in fine <i>Arpi</i>, per riprodurre quì il nome della Greca città
-<i>Argos</i>, onde disse di lui Virgilio.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ille urbem Argyripam patriæ cognomine gentis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Victor Gargani condebat Japygis agris</i><a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quindi Servio su di altro luogo del Poeta osserva. <i>Diomedes in
-Apulia condidit civitatem, quam Patriæ suæ nomine appellavit, et Argos
-Ippion dixit, quod nomen postea vetustate corruptum est, et factum
-ut civitas Argyripa diceretur, quod rursus corruptum Arpos dixit Plinius
-lib. III Cap. XI</i><a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso dir si deve delle città <i>Eraclea</i>, e <i>Locri</i> riprodotte similmente
-dalla Grecia in Italia, ed anche di <i>Turio</i> che ben si può
-dire denominata dalla Greca città <i>Thuria</i> di cui fanno menzione Strabone,
-Pausania, Stefano Bizantino, ed altri<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. Nè solo delle città
-Greche si videro quì riprodotti i nomi; ma anche de’ fiumi della Grecia.
-Il fiume <i>Crati</i> che scorre ove prima vi era la città di Sibari, ed
-indi quella di Turio, e che viene formato dalla unione di due fiumi,
-prese tal nome da un fiume della Grecia, di cui dice Strabone. <i>Ad
-Achaicas porro Ægas fluvius est Crathis, qui ex duobus fluminibus auctus
-a permixtione, seu temperatione nomen habet, ut et Italiæ Crathis</i><a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si legge lo stesso anche presso Erodoto. <i>Inde Ægira, et Æga in
-qua est Crathis fluvius perennis, a quo Italicus ille vocatus est</i><a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>.
-Pausania similmente parlando del Monte <i>Crati</i> della Grecia, dice <i>In eo
-<span class="pagenum" id="Page_a93">[a93]</span>
-Monte Chratidis amnis fontes sunt. Labitur is in mare præter Ægas, desertum
-ætate mea vicum, Achæorum olim urbem. Ab eo nomen accepit
-Crathis Italiæ in Brutiis fluvius</i><a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso dir si deve del fiume Acheloo della Etolia, da cui prese
-il nome il nostro fiume chiamato da Strabone, e da Plinio <i>Acalandro</i>,
-il quale porta oggi il nome di <i>Salandrella</i>, e scorre per i campi dell’antica
-Eraclea.
-</p>
-
-<p>
-Vi è quindi tutta la ragione di dirsi che la città di Ruvo abbia
-allo stesso modo preso il suo nome da altra antica città della Grecia
-che si volle quì riprodurre. Rimane solo ad indagarsi quale di esse coloro
-che la fondarono abbiano avuto in mira nell’imporle il suo nome.
-</p>
-
-<p>
-Ci fa sapere Strabone che nel Peloponneso, donde partirono Oenotro
-e Peucezio coi loro seguaci vi erano due antiche città, dalle
-quali ha potuto derivare benissimo il nome imposto alla nostra città.
-Della prima di esse sita nell’Acaja dice così <i>Quod ad reliquas sive urbes,
-sive portiones Achajæ attinet <span class="smcap">Rypes</span> non habitantur: regionem, cui Rypidi
-nomen fuit Æginenses, ac Pharienses occuparunt, et Æschilus alicubi
-hæc habet</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sacramque Buran, et Ceraunias Rypas,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>Fuit hæc Myscelli patria, qui Crotonem condidit. Sed et Leuctrum pagus
-fuit Rypidis ad urbem Rypas pertinens</i><a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dopo avere indi parlato delle città dell’Arcadia distrutte in tutto,
-o in parte soggiugne <i>Quæ vero Homerus refert</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ripen ac Stratiam, et ventosæ mænia Ænispæ,</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>eas neque facile, neque ulla cum utilitate inveneris cum sint desertæ</i><a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>.
-Il che pruova anche ch’erano queste città di poca considerazione. Di <i>Ripen</i>
-fa menzione anche Pausania riportandosi allo stesso modo ad Omero<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Le già dette due città cioè <i>Rypes</i> e <i>Ripen</i> che al tempo di Strabone
-erano distrutte, prima della Guerra di Troja allora che Oenotro e Peucezio
-<span class="pagenum" id="Page_a94">[a94]</span>
-vennero nella Italia vi erano sicuramente. Da una di esse bisogna
-dire che prese la città di Ruvo il suo nome. Penetrandosi però nel fondo
-della cosa deve dirsi che lo prese dalla prima e non dalla seconda, e
-ciò per una doppia ragione. La prima perchè il nome della nostra città
-si trova sempre nel plurale come quello di Ρύπες presso Strabone, Erodoto,
-e Pausania, e di Ρύπαι presso Stefano Bizantino, come saremo or
-ora a vederlo. Ond’è che anche nel Latino la versione del suo nome si
-è fatta nel plurale, e si è chiamata <i>Rubi</i>.
-</p>
-
-<p>
-La seconda perchè la città della Grecia da Eschilo chiamata Ρύπας
-era assai più illustre della picciola città detta Ρίπεν di Omero, ed i
-Greci riproducevano quì i nomi delle città cospicue del loro Paese natio,
-non già delle ignobili Bicocche. Quindi Tommaso Pinedo nelle sue
-note a Stefano Bizantino <i>De Urbibus</i> sulla parola Ρύπαι osserva: <i>Rhypæ
-urbs Achaica. Una de duodecim Achæorum urbibus famigeratis auctore
-Pausania in Achaicis, et</i> Ρύπαι <i>et</i> Ρύπες <i>dicitur Straboni lib. IX, Pausaniæ
-libro citato. Ejus tantum ruinæ ætate Pausaniæ extabant, ut ipse
-refert eodem libro</i>. Ed in vero Pausania nel riportare nominalmente le
-predette dodici illustri città dell’Acaja, tra le quali Ρύπες, dice così:
-<i>Sunt vero eæ urbes apud universos Græcos notæ et illustres</i><a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Anche
-Erodoto le riporta una per una, e tra esse vi è Ρύπες<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si aggiunga a ciò che il Ρίπεν di Omero è scritto coll’ι, e ’l Ρύπας
-di Eschilo è scritto coll’ύ allo stesso modo che si legge in tutte
-le monete Ruvestine. Quindi nella versione del nome della nostra città
-si è detto <i>Rubi</i> e non <i>Riba</i> come avrebbe dovuto dirsi se il suo nome
-si fosse preso da Ρίπεν di Omero. È questo anche un forte argomento
-per credersi che i Greci del Peloponneso guidati da Peucezio vollero
-quì riprodurre una delle dodici più illustri città del loro Paese natio.
-</p>
-
-<p>
-Nè si dica che nel luogo di Pausania testè citato si legga Ρίπες
-e non Ρύπες, poichè fu questo un errore di amanuense avvertito e corretto
-dal dotto Federico Sylburgio nelle sue annotazioni a Pausania, il
-quale in altri luoghi scrisse il nome di questa città sempre coll’ύ e non
-<span class="pagenum" id="Page_a95">[a95]</span>
-coll’ι. <i>In Achaicarum urbium cathalogo mendosa sunt quædam nomina.
-Pro</i> Ρίπες <i>enim scribendum</i> Ρύπες <i>per</i> ύ, <i>ut non infra tantum cap. 18
-et 23, sed etiam apud Herodotum et Strabonem, et confirmat etiam ordo
-alphabeticus apud Stephanum. Imo apud eundem Stephanum non modo</i>
-Ρύπες <i>appellantur cives ipsi, sed etiam urbs</i>.
-</p>
-
-<p>
-In fatti Pausania nel capo XVIII dello stesso libro VII parla di nuovo
-di quella città e dice così: <i>Augustus deinde vel quod ad navium appulsum
-Patras valde esse appositas judicaret, vel alia quacumque de causa,
-emigrare illam multitudinem ex illis oppidis Patras jussit. Quin eodem
-Rhypis Acheorum urbe funditus eversa, multitudinem omnem traduxit.</i>
-E più giù nel capo XXIII. <i>Paululum supra militarem viam cernuntur
-Rhypum ruinæ.</i> In ambi questi luoghi si legge Ρύπας Ρύπων non Ρίπας
-Ριπων. Quindi anche Luca Olstenio nelle sue note a Stefano Bizantino
-sulla parola Ρύπαι allega questo secondo luogo di Pausania ed osserva:
-Ρύπαι <i>autem videntur dictæ Pausaniæ</i>.
-</p>
-
-<p>
-Pare dunque che questa e non altra esser debba la conghiettura
-naturale ed adeguata sulla origine ed etimologia del nome della nostra
-città. Non si può questo ripetere dal nome del condottiere della Colonia,
-come per altre città si è detto, poichè si sa che il condottiere
-de’ Greci ivi stabiliti fu <i>Peucezio</i>, e questi diè il suo nome alla Regione
-da lui conquistata, non già alle nuove città che furono in essa fondate.
-Manca inoltre qualunque altra circostanza locale, la quale possa avere
-un’analogia o un rapporto col nome Greco alla stessa imposto.
-</p>
-
-<p>
-Si sa che le città hanno preso sovente i loro nomi dai fiumi, dai
-laghi, dai fonti, dai monti etc. alle stesse adiacenti. Nulla vi è in Ruvo
-e sue adiacenze che abbia potuto influire nella sua nomenclatura. In
-tal posizione la spiegazione più plausibile ed adeguata della origine del
-suo nome è quella di ripeterlo dalla riproduzione che si volle quì fare
-di una delle dodici più illustri città dell’Acaja.
-</p>
-
-<p>
-Nè varrebbe il dirsi in contrario che Ρύπες è scritto col π e Ρύβαςτεινων
-o Ρύβα abbreviato che si legge nelle monete di Ruvo è scritto
-col β, il quale si è ritenuto anche nella nomenclatura latina <i>Rubi</i>. Non
-sono queste che picciole variazioni, le quali nulla decidono. Le ha potuto
-queste suggerire o il capriccio di coloro che vissero nell’età posteriori,
-<span class="pagenum" id="Page_a96">[a96]</span>
-o la corruzione del nome primitivo della città indotta dal tempo.
-Si è detto innanzi che la città di <i>Argos Hippium</i> fondata da Diomede
-nella Daunia fu dappoi chiamata <i>Argyripa</i>, ed in fine <i>Arpi</i>, e che <i>Pallantium</i>
-fondata da Evandro fu poi chiamata <i>Palatium</i>. Potrebbe lo stesso
-osservarsi anche per molte altre città. Qual meraviglia è dunque che il
-Ρύπας della nostra città siasi dappoi cangiato in Ρύβας?
-</p>
-
-<p>
-È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono
-scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che
-in alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue
-Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4
-della Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed
-illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era
-estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non
-fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno
-tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo di
-fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui appartengono.
-</p>
-
-<p>
-Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più
-dubbio che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre
-città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel
-riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente derivativo
-di essa πολίτης Ρύψ <i>civis Rhypæus</i>. Il Ρύψ quindi che si legge
-nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che viene dalla
-detta antica città dell’Acaja.
-</p>
-
-<p>
-Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle
-antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. <i>Ses monnaies nous apprennent
-en effet que son veritable nom ètait</i> Ρύψ <i>(Rhyps), nom identique
-avec le nominatif de</i> Ρύπες, <i>une des douze villes de l’Achaje et
-Patrie de Myscellus fondateur de Croton</i><a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete
-Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città dell’Acaja
-<span class="pagenum" id="Page_a97">[a97]</span>
-denominata <i>Rhypæ</i>, e questo errore fu redarguito dal Signor
-Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi
-nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà
-alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della nostra
-città.
-</p>
-
-<p>
-Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città
-abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città dell’Acaja
-chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di Scetticismo.
-Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli nella
-descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo <i>non lascia
-riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine!</i> In questo tratto
-però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa diligenza, ed
-esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo che di Ruvo avevano
-parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino, e Strabone<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>!
-</p>
-
-<p>
-Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto.
-In quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco
-parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da
-me nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo
-Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta
-città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città.
-Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si brigava
-di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva.
-</p>
-
-<p>
-Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità
-colle altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate
-più antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli,
-potrebbe azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima
-della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono
-qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi
-non preponderare per la maggiore antichità della mia Patria.
-</p>
-
-<p>
-Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero
-di riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro patria.
-Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma perchè
-la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo natìo non
-<span class="pagenum" id="Page_a98">[a98]</span>
-era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso.
-Abbandonarono quindi la loro patria costretti dall’impero della
-necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo sostentamento,
-e portarono seco loro l’amore di essa.
-</p>
-
-<p>
-L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini.
-La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla
-luce, ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i
-nostri primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal
-tempo nè dalla lontananza. <i>Dulcis amor Patriæ.</i> Per questo santo amore
-l’uomo affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio
-sangue.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni
-Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione,
-ed ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso
-modo i loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette
-dodici illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non
-potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro.
-</p>
-
-<p>
-Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia
-han potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi
-Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il
-nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi
-si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano
-fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella
-ch’era per loro o la più nobile, o la più cara.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero la città della Daunia <i>Argos Hippium</i> fu fondata dallo
-stesso Diomede, la città <i>Pallantium</i> fu fondata dallo stesso Evandro,
-la città di <i>Larissa</i> fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che capitarono
-nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città della
-Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari. Deve
-credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle conghietture
-che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore dell’uomo.
-Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione, non
-avrebbe deciso <i>ex cathedra</i> che la città di Ruvo sia la meno antica di
-quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? <i>Quantum est in rebus
-inane!</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a99">[a99]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap6">CAPO VI.
-<span class="smaller"><i>Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai
-più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza visibile
-ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre e perfetto
-a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno ivi a ristabilirsi,
-tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto. L’abitato attuale
-però occupa non già il vertice della collina, ma bensì il declivio
-di essa che guarda il mezzodì. La sommità della collina è al Nord della
-città lungi un quarto di miglio. È la stessa attualmente occupata da una
-magnifica Chiesa, e da un Convento di PP. Minori osservanti sotto il titolo di
-<i>S. Angelo</i>.
-</p>
-
-<p>
-Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono
-incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi
-espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare
-Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono edificate
-sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i venti, e specialmente
-i venti boreali dominano talmente quel punto che coloro i quali
-volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a prezzo ben caro il vantaggio
-della veduta la più bella, e la più gaja che possa desiderarsi.
-Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa permanenza debbono essere
-molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria che potrebbero loro essere
-funesti.
-</p>
-
-<p>
-La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni
-nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato
-di essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè la
-ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del detto
-Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre lati della
-città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente. Si è ciò fatto
-con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto all’impeto
-de’ venti.
-</p>
-
-<p>
-Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al
-<span class="pagenum" id="Page_a100">[a100]</span>
-già detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità
-della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte
-le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che
-l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al declivio
-della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti a quegl’incomodi,
-ed a quelle malattie che per le cause di sopra espresse
-si rendevano inevitabili allora che il sito della città era sul vertice della
-collina.
-</p>
-
-<p>
-Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi
-di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò,
-come innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che
-<i>Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E
-poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium:
-qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi quod
-summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent</i><a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Leggiamo
-anche presso Virgilio
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . . . </span><i>Cantabitis Arcades inquit</i></p>
-<p class="i01"><i>Montibus hæc vestris: soli cantare periti</i></p>
-<p class="i01"><i>Arcades</i>. . .<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve
-stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro sede
-sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata.
-</p>
-
-<p>
-Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione
-confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della
-<i>Puglia pietrosa</i>. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che per
-poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura, vi occorre
-una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai proprietarj dei
-fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed ai giardini danno
-maggior rendita.
-</p>
-
-<p>
-Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi
-per poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi
-<span class="pagenum" id="Page_a101">[a101]</span>
-istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo delle
-siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si formano
-per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino parlando
-de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere i fondi rustici,
-dice che ciò si fa col costruire <i>muros, macerias, congeries, et collectione
-petrarum</i><a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli
-per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e per
-tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto Convento
-di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La quantità delle
-pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra contrada pietrosa
-dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero estratte dai fondi,
-per esaurirle non basterebbe formare un pariete ordinario, ma converrebbe
-costruirsi muraglioni immensi di non facile esecuzione e di non
-lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa sconfidare i proprietarj suddetti
-dall’intraprenderne il miglioramento.
-</p>
-
-<p>
-Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito precisamente
-nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto Convento
-di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa
-per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio
-ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia,
-aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare
-nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione eseguita
-solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte spesa. Fu tale
-la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne consumate molte
-nel solido e straordinario pariete da lui costrutto lungo la strada pubblica,
-ne rimasero tante che mancava il sito ove riporle. Gli convenne
-quindi gittarle sulle antiche macerie che vi erano nel fondo istesso le
-quali occupano una porzione non indifferente di esso, e nel guardarle
-desta positiva meraviglia che in picciolo spazio siano uscite dalla terra
-tante pietre!
-</p>
-
-<p>
-Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle fabbriche
-<span class="pagenum" id="Page_a102">[a102]</span>
-dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’ tempi posteriori.
-Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre di fabbrica
-accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti dell’arte.
-Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono ivi di passo
-in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso, il quale in
-quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova a pochi palmi
-di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti alle abitazioni
-che un tempo ivi vi erano.
-</p>
-
-<p>
-Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa
-straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni
-adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città
-traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina sotto
-un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la seguente
-circostanza.
-</p>
-
-<p>
-È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri
-antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo della
-Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo genitore
-volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne le fondamenta
-si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne trovò trent’anni
-indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori Caputi, la
-quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica piazza. Parlo
-solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli occhi proprj li
-due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia età virile, giacchè
-altri sepolcri si sono scavati anche in altri luoghi dell’abitato attuale
-della nostra città, de’ quali non posso dare un conto particolare.
-</p>
-
-<p>
-È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato.
-Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri,
-bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione
-della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città suddetta
-fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo. Giova
-anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero tanto ne’ due
-sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro de’ Signori Caputi.
-</p>
-
-<p>
-Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi <i>scannellato</i>, ma
-rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il che
-<span class="pagenum" id="Page_a103">[a103]</span>
-pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della prima
-fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel lusso
-funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente scoverti.
-Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si era resa già
-adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della collina al sito
-che attualmente occupa, il quale al tempo della prima fondazione esser
-doveva sicuramente una campagna.
-</p>
-
-<p>
-Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o
-cadute, o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide
-fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta
-di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate
-su di altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe
-dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di
-essa, sia una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo
-che circa venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo
-risoluto di formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra
-antica casa paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del
-suolo che alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla
-stessa.
-</p>
-
-<p>
-Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla profondità
-di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente addetta
-al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte suddetta, e
-colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega suddetta fornita
-di un pavimento <i>a lastrico</i> così solido e forte che per tagliarlo in pezzi
-regolari che io volli conservare ebbe a durarsi molto stento, e si spuntarono
-molti piconi e scalpelli.
-</p>
-
-<p>
-Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al
-piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra
-stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che
-molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti <i>jusi</i> col linguaggio del
-Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi accedere
-bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano queste
-abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al livello delle
-strade della città dalle quali ad essi si accede.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a104">[a104]</span>
-</p>
-
-<p>
-Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case
-suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano
-delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate dalle
-guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non altrimenti
-le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche senza solide
-fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi edificj di
-Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si son fatte.
-Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che ne’ tempi
-passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte di essa.
-</p>
-
-<p>
-Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase
-che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che si
-vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al piano
-di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal Vesuvio
-avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese sotterranee
-quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo stesso sia avvenuto
-nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che li detti bassi
-detti <i>jusi</i> addetti all’abitazione degli uomini e non delle bestie, nella
-prima loro costruzione siansi edificati sotterra. D’altronde gli antichi
-edificj che si son trovati molto sottoposti al piano attuale della città
-pruovano concludentemente che doveva esser questo anticamente molto
-più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle ruine delle antiche abitazioni.
-</p>
-
-<p>
-L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho
-parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei concittadini.
-La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la crassa
-ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno essi perduta
-l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori possedevano in
-grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di quella Popolazione, la
-quale è per tal cagione obbligata a privarsi del comodo de’ terrazzi tanto
-utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio sollievo, che per asciugare
-i pannilini dei bucato, per seccare le frutta e per esporre al sole tutto
-ciò che ha bisogno de’ suoi benefici raggi.
-</p>
-
-<p>
-È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano,
-anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da
-<span class="pagenum" id="Page_a105">[a105]</span>
-un tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni
-lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale di cotesto
-inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali consiste nella
-calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze minute. Queste però,
-mentre non possono sorbire la calce liquida, ed impregnarsi bene
-di essa perchè non sono porose, hanno anche per necessità le loro punte,
-ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio rodono e scompongono la
-massa del lastrico non ligata per se stessa ed unita insieme a perfezione
-per la mancanza di elementi soffici che possano sorbire bene la calce
-liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca e troppo esile doppiezza che
-si dà a cotesta cattiva pasta.
-</p>
-
-<p>
-La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca
-in Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola
-e pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella
-bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale
-ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo
-ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno resistito
-anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel lastrico in
-pezzi regolari per conservargli.
-</p>
-
-<p>
-A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi della
-composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso formato
-di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che in quella
-Regione è chiamata <i>carpino</i>. Bisogna quì osservare che la pietra suddetta
-per se stessa porosa è di tre specie. La prima di esse, comunque anche
-porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi a trebbiare le messi
-facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja de’ grossi pezzi di essa lavorati
-ed adattati a questo uso. Resistendo anche molto bene al fuoco,
-è utile adoperarla nella formazione de’ focolari, poichè le pietre ordinarie
-rimangono presto dal fuoco o spaccate, o calcinate.
-</p>
-
-<p>
-La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo
-maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la seconda.
-Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza. Sorbisce
-i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si presta a
-formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola. Venni da
-<span class="pagenum" id="Page_a106">[a106]</span>
-ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire benissimo
-il così detto <i>lapillo</i> che si adopra in Napoli e contorni nella formazione
-de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia.
-</p>
-
-<p>
-Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto
-ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando giustamente
-de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro paese.
-Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e lo
-tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci gittare
-il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in Napoli.
-Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe stato anche
-migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia attenzione
-non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine contratta da tutti
-i muratori di quella Provincia di fare lastrici troppo sottili, mentre l’antico
-lastrico di cui ho parlato ha una doppiezza uguale a quelli che si
-fanno in Napoli e contorni.
-</p>
-
-<p>
-Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà
-de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto
-nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o ch’è
-troppo vero ciò che disse Orazio <i>Naturam expellas furca, tamen usque
-recurret</i>. Valga però questa digressione a tenere avvertiti i miei concittadini
-onde non si facciano più raggirare dalla loro ciarlataneria. Insulta
-questa anche la Provvidenza, la quale ha largamente provveduto
-l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere necessario o utile ai bisogni
-della vita umana.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a107">[a107]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap7">CAPO VII.
-<span class="smaller"><i>Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del tempo
-sulla origine della nostra città, che non senza una ragione Paciucchelli
-la dice <i>antichissima e quindi oscura</i>, rendeva assai scabrosa la indagine
-di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi, i quali non
-si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo che la cuopriva,
-hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla sua nomenclatura
-che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui fiorirono li detti antichi
-Scrittori erano illuminati. Da ciò che hanno lasciato scritto sulla
-Regione in cui la nostra città è sita, e sulle Greche colonie dalle quali
-fu questa occupata ed abitata, dalle sue antiche monete, e dai pregevolissimi
-monumenti delle belle arti antiche ivi rinvenuti, ho potuto
-prendere quelle fiaccole le quali mi hanno messo in grado di spingere
-innanzi i miei passi in mezzo a tanta oscurità.
-</p>
-
-<p>
-Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione
-e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di Occidente
-portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli settentrionali
-non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la coltura, donde
-attingersi una storia ordinata della nostra città? Attesa la ragione de’ tempi
-e la qualità de’ Scrittori che poteva la stessa produrre, non è poco
-che si conoscono almeno in generale i fatti principali avvenuti nella Italia.
-</p>
-
-<p>
-Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro <i>Della via Appia</i>
-tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto parlar
-di se, reca ciò che siegue: <i>Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti senza
-che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo ed ajuto,
-ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati altrove a
-far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per lo furore de’
-Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al rapporto de’
-Cronologi di quel tempo</i><a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Si è da alcuno detto anche che fu dai Goti
-distrutta ed uguagliata al suolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a108">[a108]</span>
-</p>
-
-<p>
-Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non
-abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali soggiacquero
-tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò forte argomento
-la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che l’attuale
-città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica città. È anche
-notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti era una città considerevole,
-niun vestigio è rimasto fuori terra di fabbriche le quali presentino
-una rimota antichità, il che pruova di esser queste rimaste tutte
-distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli e da altri si son dette queste
-cose senza essersi citati gli Scrittori dai quali si son tratte. A tal
-modo in vero si può dire tutto ciò che si vuole.
-</p>
-
-<p>
-Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me
-lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse i
-fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate a parlare
-di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la più importante,
-giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano ordinariamente
-la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori si trova
-per alcuna di esse qualche cenno.
-</p>
-
-<p>
-Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non
-ne son dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa
-per la mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima
-origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso.
-Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio a rintracciare
-le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da barbare Nazioni,
-ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti che sarei costretto
-cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in un profondo
-oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite a tante ruine,
-mentre tante altre città sono state distrutte, senza essere più risorte.
-Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se pur se ne possono aver
-le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia più tempo minori anni, e
-più valida salute di me. Mi limiterò quindi a quelle poche notizie che
-vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza innoltrarmi di vantaggio nelle
-ricerche di que’ tempi che precederono la loro dominazione, nelle quali
-certamente il profitto non avrebbe potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio
-che sarebbero costate.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a109">[a109]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli
-nel luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo,
-la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una
-donna al suo defunto marito che si dice <i>liberto di Cesare</i>, senza che
-si conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa
-di più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità
-Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano.
-</p>
-
-<p class="center">
-IMP CÆS M ANTO<br />
-ni GORDIANO PIO<br />
-FEL AVG<br />
-PON MAX<br />
-TRIB P II<br />
-COS PROC<br />
-DECVRIONES<br />
-ET AVGVST<br />
-EX ÆRE COL<br />
-LATO
-</p>
-
-<p>
-La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con
-essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio
-che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che cotesta
-lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o di altro
-pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano. Senza
-di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser stata
-messa <i>ex ære collato</i> de’ Decurioni e degli Augustali. La sola e semplice
-lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non avrebbero
-meritato un vanto di tal fatta.
-</p>
-
-<p>
-Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio
-di Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore
-di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto
-dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa
-sapere Cornelio Tacito: <i>Idem annus novas cæremonias recepit addito sodalium
-Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis Sabinorum
-<span class="pagenum" id="Page_a110">[a110]</span>
-sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus civitatis
-unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et Germanicus
-adjiciuntur</i><a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. Fu questa perciò riputata una dignità ed una onorificenza.
-Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima che fosse
-stato Imperatore, <i>Senatus quoque ut ad numerum sodalium Augustalium
-sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit</i><a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. Dice lo stesso anche
-di Galba, il quale prima che fosse stato elevato all’Impero, <i>inter
-sodales Augustales fuit cooptatus</i><a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama <i>nuova cerimonia</i>
-suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione
-di coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri
-Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli
-onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto
-luogo di Cornelio Tacito osserva: <i>Idque exemplum placuit deinceps in
-omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii, Hadrianales,
-Antonini passim in Historiis memorantur.</i> Lo stesso dice Levino
-Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio. <i>Quemadmodum
-ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina traxere,
-ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani.</i>
-</p>
-
-<p>
-È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito
-anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo una
-carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba Brissonio,
-il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da Tiberio <i>In
-urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni, seni, et aliquando
-plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95. Gruterus Inscript.
-p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori Magister Augustalis.
-Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius ad Inscript.
-p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti. Noris. Cenotaph.
-Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed et aliquando
-jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI 7
-<span class="pagenum" id="Page_a111">[a111]</span>
-p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam
-Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur, ceu
-contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6 p. 77
-et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium Sacerdotium,
-sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius apud
-Gruterum p. XIX 6</i><a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli Augustali
-uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento all’Imperator
-Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo suggerito l’adulazione
-o qualche beneficio fatto alla nostra città dall’Imperatore suddetto.
-Passo ora a riportare le poche cose che vi sono dell’epoca de’ Normanni,
-mancandomi ogni notizia particolare relativa alla nostra città del
-tempo che la precede. Avrei potuto in vero toccare quella parte che ha
-la stessa per necessità avuta negli avvenimenti generali seguiti in quella
-Regione. Ma questi appartengono alla Storia del Regno, e trovandosi
-da altri già esposti, non amo replicare le cose risapute, ed uscire dal
-mio argomento.
-</p>
-
-<p>
-Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e della
-dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30 ottobre
-1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che <i>interfuere
-tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi quadraginta</i>.
-Tra i primi vi è <i>Archiepiscopus Tranensis</i>, il che pruova anche
-che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro Normanno, era
-fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito Guglielmo Appulo
-la chiama <i>præclari nominis urbem</i>. Tra i secondi si leggono: <i>Episcopus
-Cannensis, Rubesanus</i> (di Ruvo), <i>Monorbinensis, Juvenaciensis,
-Monopolitanus</i>, luoghi tutti che appartengono alla Terra di Bari
-secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>.
-</p>
-
-<p>
-L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali,
-gli Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla
-consecrazione della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo
-<span class="pagenum" id="Page_a112">[a112]</span>
-che vi fu da tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere
-uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi
-intervenuti, e tra questi ultimi vi è <i>Guilelmus, sive Guibertus Episcopus
-Rubesanus</i><a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: <i>Anno 1082 Episcopus
-Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini,
-quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor libras
-ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem ad
-suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad Canusium</i><a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>.
-La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l Vescovo
-di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa
-e percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica
-più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera,
-nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo
-la volontà di recarsi a Bari o a Canosa<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia <i>De rebus gestis Rogerii
-Siciliæ Regis</i> dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati
-della Puglia tra i quali <i>Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus
-Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis
-Comes, aliique complures</i>. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il
-Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella
-città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto con
-buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad assediare
-<span class="pagenum" id="Page_a113">[a113]</span>
-Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non potendo
-più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si resero
-a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni suoi nemici.
-</p>
-
-<p>
-Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti
-marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi
-col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato <i>Vado petroso</i>.
-Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del fiume
-suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel campo di
-persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo. Nè mancò di
-maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a discaricarlo dalla
-scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per Duca di Puglia e di
-Calabria.
-</p>
-
-<p>
-Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto
-i Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi
-di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si ritirarono,
-e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche
-con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero
-insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona,
-e fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria.
-</p>
-
-<p>
-Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però
-veduto ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza,
-ed avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare
-l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre
-città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano
-per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno
-e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la
-spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici.
-</p>
-
-<p>
-Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di
-ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli aveva
-tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso esercito,
-dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò ad assediare
-la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato che l’assedio
-di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta impresa a miglior
-<span class="pagenum" id="Page_a114">[a114]</span>
-tempo, e credè più opportuno sommettere le altre città e castelli
-de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese chiamato Castrum
-che preso da lui l’anno precedente aveva seguito di nuovo le parti di
-Tancredi di Conversano, pose l’assedio a <i>Monte alto</i>.
-</p>
-
-<p>
-Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: <i>Capto itaque Monte
-alto <span class="smcap">Rubeam præfati tancredi urbem</span> invasurus properat, qua demum
-devicta, Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps,
-necnon Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori
-consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso
-Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus
-deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent</i>. Soggiugne
-inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di <i>Salpi</i><a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole <i>Rubeam
-urbem</i> abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si
-occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia.
-In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli
-inoltre che <i>Rubea urbs</i> dipendeva da Tancredi di Conversano collegato
-col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo ed
-Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti. È notabile
-inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i soldati per
-la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il Buono, del quale
-si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a quell’epoca la nostra
-città continuava tuttavia a formar parte della Contea di Conversano. Il
-che pruova che alla stessa era unita anche al tempo di Ruggiero e quindi
-apparteneva a Tancredi di Conversano.
-</p>
-
-<p>
-La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può
-dir buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo
-del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione
-alla stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato
-<span class="pagenum" id="Page_a115">[a115]</span>
-delle occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque
-la città di Ruvo si valse dell’espressioni <i>Rubeam urbem</i> ad esempio di
-Virgilio che disse parimenti.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga</i><a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; <i>Rubea virga, quæ
-abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius</i> Inde Rubos fessi pervenimus;
-<i>idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur</i>. A Servio è conforme
-anche Basilio Fabro<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>. Li Commentatori di Orazio sul precitato
-verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag. 19 osservano:
-<i>Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat. In agro Rubeo
-vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur. Virgil. Georg.
-lib. I vers. 266.</i>
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di
-lentisco molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci
-e per le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro
-de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità non
-meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città convicine.
-Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio dato alle
-piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più atti al lavoro.
-Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati <i>vinchioni</i>
-forse dal latino <i>vimen</i>, poichè il linguaggio popolare Ruvestino ha ritenuti
-diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino. È ciò avvenuto
-come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre antiche città Greche,
-le quali passate dappoi sotto la dominazione Romana, si parlava
-in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio li Canosini gli chiama
-<i>bilingui</i>.
-</p>
-
-<p>
-L’Abate Telesino nella sua <i>allocuzione</i> a Ruggiero stampata alla
-fine della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di
-Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe ’l
-Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per indicare
-la città di Ruvo, disse <i>Rubeam urbem</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a116">[a116]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi
-attenzione alla Cronaca di <i>Romualdo Salernitano</i>. Sono in essa riportati
-gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di circostanze,
-il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi. Dice quindi lo
-Scrittore suddetto che Ruggiero <i>Conversanenses obsedit, eorumque civitates,
-et castella viriliter expugnavit</i>. Si valse del plurale <i>Conversanenses</i>,
-perchè Tancredi aveva anche un fratello di nome <i>Alessandro</i><a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>,
-come si rileva da ciò che viene in seguito a dire. <i>Quumque Dominus
-Tancredus corporis molestaretur infirmitate, et Ducis Rogerii molestaretur
-oppressione, tandem cum Domino Alexandro fratre suo, et cum Domino
-Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis, idest decimo die Augusti
-(MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio, reddentes Terras
-ab cisdem comprehensas.</i> Nel riportare le fazioni di guerra che avevano
-avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero <i>cum exercitu adveniens
-comprehendit Salpim, et civitatem <span class="smcap">Rubum</span></i><a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. Il che toglie ogni dubbio
-che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo
-de’ Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e
-che abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo
-luogo importano l’espressioni, <i>qua demum devicta</i>, le quali fanno intendere
-lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere.
-Nè si oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo
-Salernitano che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, <i>ut fertur, traditione
-civium</i>. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero
-usò l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè
-come osserva <i>Ugone Falcando</i> nel proemio della sua Storia Sicula
-Ruggiero <i>id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes
-contereret</i>. Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che
-<span class="pagenum" id="Page_a117">[a117]</span>
-avesse presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione
-che si aveva della fortezza di essa.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto
-dal racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati
-ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che <i>tantam
-potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei
-subjiciuntur</i>. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città
-fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di essa.
-</p>
-
-<p>
-Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto
-in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in generale
-nella sua Cronaca <i>Falcone Beneventano</i> contemporaneo anche di Ruggiero,
-dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente contro
-Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore, e che
-tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi nemici le
-sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e barbarie<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico
-di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto acerba,
-anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con manifesta parzialità.
-Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero, e fece di esse un
-magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia. Quindi pare che il
-primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il raziocinio naturale però
-fa capire che una città presa colla forza delle armi (<i>qua demum devicta</i>)
-dopo una vigorosa resistenza opposta ad una soldatesca irritata
-ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. <i>Væ victis.</i>
-</p>
-
-<p>
-Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro,
-ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale
-rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo vigorosamente
-attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche dal
-detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue forze
-per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e prigioniero.
-Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli condonò
-<span class="pagenum" id="Page_a118">[a118]</span>
-nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in
-un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea
-di Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto
-ne formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano
-si rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153,
-era Conte di Conversano <i>Roberto di Basavilla</i>, del quale dice ciò che
-siegue: <i>Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui cum
-patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni administratione
-successit. Hic autem post mortem patris, convocatis Magnatibus
-Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui Curiæ Robertus
-de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater ejusdem
-Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello concessit,
-et cum in Apulia cum honore emisit</i><a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto
-congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno in
-disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per gl’intrighi
-de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col linguaggio della
-verità da <i>Ugone Falcando</i> nel principio della sua Storia Sicula<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. Vedendo
-quindi in positivo pericolo tanto la sua libertà che la sua vita,
-fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle. Trasse nella ribellione molti
-Baroni e tutte le città della Puglia, ove aveva molto credito, e diè
-molto fastidio al Re Guglielmo I, come seguita a narrarlo il precitato
-Scrittore.
-</p>
-
-<p>
-Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere
-alla forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi.
-Tutte le città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non
-vi può esser dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la
-<span class="pagenum" id="Page_a119">[a119]</span>
-nostra città, ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto
-Guglielmo I nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo
-Guglielmo II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da
-tutti i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come
-il precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò
-in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea
-di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il precitato
-Romualdo Salernitano<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati
-per la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il
-Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di Ruvo
-formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non si dice
-chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però dalla Storia
-ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui anche
-apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta.
-</p>
-
-<p>
-Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia
-stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e passato
-il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate
-nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da
-S. Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e
-primo anno del Regno di Federico II, <i>Imperatrix</i> (cioè la vedova di
-Corrado) <i>filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu
-dicti Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad
-se duci jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare</i><a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>. Sappiamo
-da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto <i>Berardo</i>. Se
-sia stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi
-è riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano
-è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo
-ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla Contea
-<span class="pagenum" id="Page_a120">[a120]</span>
-di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se separato
-e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero indicarlo.
-Che tal separazione però era già seguita all’epoca della Dinastia Angioina
-anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso il passaggio
-dai secoli felici della nostra città a quelli della feudalità. Allora
-l’agricoltura e la industria che produceva la sua opulenza faceva in
-essa fiorire nel grado il più eminente le scienze e le belle arti, delle
-quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La feudalità al contrario
-spenta la industria, e con essa anche il gusto e ’l genio, fu apportatrice
-di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed estorsioni, delle quali
-i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del medio evo, e ne’ Scrittori
-feudisti bastano a far raccapricciare, e non potevano produrre altro che
-avvilimento e miseria. La Storia però deve seguire il tempo.
-</p>
-
-<p>
-Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca
-de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado,
-del quale dice Ferdinando Ughellio: <i>Hujus civitatis maximum
-ornamentum esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit,
-quæ S. Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen
-anno salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem
-Petro consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum
-gessit, cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono</i><a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio
-di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino
-esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino
-al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443
-fu in Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo,
-e che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni
-Vescovo di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato
-che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare
-in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo
-mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa la
-<span class="pagenum" id="Page_a121">[a121]</span>
-rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in ciò può influire
-la maggiore o minore antichità del suo Vescovado. Cotesta indagine
-dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica, ed in quella de’
-Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei concittadini il quale
-volesse occuparsi di proposito ad illustrare cotesto argomento.
-</p>
-
-<p>
-A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del
-nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel pericolo
-di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S. Sede.
-Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue rendite
-accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno de’ passati
-Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli della Mensa
-Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore.
-</p>
-
-<p>
-Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato
-quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi
-perchè la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere
-una calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado.
-Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale
-che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con
-molta efficacia.
-</p>
-
-<p>
-Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima
-memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini
-entrambi molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della
-nostra città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria
-molto opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a
-S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia
-e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione dell’antichità
-era molto valutata in simili discussioni.
-</p>
-
-<p>
-Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa
-esigeva. I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado
-di Ruvo fu conservato ed unito a quello di Bitonto <i>æque principaliter</i>
-con Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno
-1818. E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico
-del secondo, prese il Vescovo il titolo di <i>Vescovo di Ruvo</i> e <i>Bitonto</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_a122">[a122]</span>
-e non già di <i>Bitonto</i> e <i>Ruvo</i> come pretendevano i Signori Bitontini
-troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata
-una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della
-Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi Vescovadi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap8">CAPO VIII.
-<span class="smaller"><i>Notizie della città di Ruvo al tempo
-della Dinastia Angioina.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca
-de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia di un
-Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari delle città
-quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino di essere tramandati
-alla posterità, o non siano mossi da motivi di predilezione a
-parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre dall’archivio comunale.
-Oltre la somma difficoltà che vi è che possa qualsivoglia città conservare
-documenti che rimontino ad un’epoca molto rimota, le antiche carte
-che si conservavano nell’archivio della nostra città prima della metà del
-passato secolo le furono tolte a viva forza dalla prepotenza del Duca
-d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a dirlo.
-</p>
-
-<p>
-In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio
-del Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico
-II scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni
-si erano introdotti i pubblici Registri chiamati <i>Defetarj</i>, ne’ quali erano
-notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo. Cotesti
-Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il primo
-per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per conoscersi
-i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con un certo numero
-di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti Registri anche al tempo
-del detto Imperatore Federico sotto altro nome poichè nelle sue Costituzioni
-che vanno registrate nel Codice delle nostre antiche leggi sono
-<span class="pagenum" id="Page_a123">[a123]</span>
-chiamati <i>Quaterniones Curiæ, Quaterniones Dohanæ nostræ, Quaterniones
-Dohanæ nostræ Baronum</i><a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle
-città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra
-le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni
-come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si
-son dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio
-del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati <i>Archivium
-Magnæ Curiæ Regiæ Syclæ</i>, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi
-riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti
-mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi
-dunque a riportare le poche notizie che da essi si hanno.
-</p>
-
-<p>
-Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della concessione
-in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di Angiò. Dice
-in esso il Re che per ricompensare <i>grandia, grata, et accepta servitia
-quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et fidelis noster Serenitati
-nostræ exhibuit</i><a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>, veniva a donargli <i>Castrum Rubi cum Foresta
-<span class="smcap lowercase">ET CASALIBUS</span> territoriis et omnia bona sua in Justitiariatu Terræ Bari,
-et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu Basilicatæ cum hominibus
-vassallis possessionibus vineis terris cultis et incultis planis montibus pratis
-nemoribus pascuis omnibus etiam aquis aquarumque decursibus aliisque
-juribus jurisdictionibus et pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium
-et quæ de servitio in servitium etc.</i>
-</p>
-
-<p>
-Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città aveva
-allora i suoi <i>Casali</i> espressamente compresi nella precitata concessione.
-<span class="pagenum" id="Page_a124">[a124]</span>
-Si seguitò quindi a dire <i>Deliberatione mera et speciali investientes ipsum
-Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de Castris <span class="smcap">et Casalibus
-supradictis</span> ita quod tam ipse quam ipsi prædicti heredes sui dicta Castra
-<span class="smcap">et Casalia</span> a nobis nostrisque in Regno Siciliæ heredibus et successoribus
-perpetuo in capite teneantur etc.</i>
-</p>
-
-<p>
-Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. <i>Exceptis
-nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus fidelitate
-feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum Castrorum
-<span class="smcap">et Casalium</span> etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro quibus
-corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel exilii
-debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum <span class="smcap">et Casalium</span>
-hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram Curiam exigentur.
-Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato Curiæ nostræ
-cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem Castris
-<span class="smcap">et Casalibus</span> recipient et expendent. Defensis insuper quæ a quibuscumque
-personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum <span class="smcap">et Casalium</span>
-hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et castigatio
-ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam nobis
-quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum possint
-libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum <span class="smcap">et Casalium</span>
-eorumdem</i><a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di
-Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si parla
-degli <i>uomini</i> di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti avevano
-una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto di far pascere
-anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però de’ già detti
-Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi nel detto Privilegio,
-ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da noi molto lontana,
-se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile l’indagare in quali
-punti del territorio di Ruvo esser potevano situati cotesti villaggi utilissimi
-sempre alla economia agraria.
-</p>
-
-<p>
-Il plurale <i>Casalibus</i> adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I
-<span class="pagenum" id="Page_a125">[a125]</span>
-pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle indagini
-che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li casali
-suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia stato situato
-nella contrada delle <i>matine</i> a sei miglia di distanza dalla città,
-l’altro nella contrada denominata <i>calentano</i> a quattro miglia di distanza,
-e l’altro in quella delle <i>strappete</i> ch’è in un sito medio tra l’una
-e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza dalla città.
-</p>
-
-<p>
-Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria
-di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta
-moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena
-a Gravina, il quale porta tuttavia il nome di <i>casali</i>. Lo stesso nome
-portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta,
-i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva al
-fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia Modesti
-ora estinta.
-</p>
-
-<p>
-Il nome di <i>casali</i> ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni
-sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di Gravina
-uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa conghiettura
-le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di campagna
-affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora solcati dall’aratro
-siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’ miei terreni inoltre
-si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri di povera gente, monete
-antiche, ed anche una pietra di anello pregevole per la sua incisione
-e per una leggenda greca, la quale essendo stata a me occultata dal
-mio massajo, venni dopo a sapere ch’era passata in altre mani.
-</p>
-
-<p>
-È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente
-il nome di <i>casali</i> vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente
-dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata
-la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre
-suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un
-forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per
-rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato a
-farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una quantità
-di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che dalle
-<span class="pagenum" id="Page_a126">[a126]</span>
-fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo in quel
-sito.
-</p>
-
-<p>
-Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della
-masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre tuttavia
-incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi di picciole
-case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila, ed altre
-isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati da quel lato ve
-ne sono stati di quelli formati con casse di pietra di tufo incavato ad
-un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si chiamano <i>pile</i>. Due di
-esse si vedono situate accanto al pozzo delle matine detto <i>del manganello</i>
-e si fanno ora servire per abbeverare gli animali.
-</p>
-
-<p>
-Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi lontani,
-poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo, dovevano
-costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le stesse
-servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio suddetto.
-Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche un cimitero
-di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi dieci pieno di
-ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a conchiudere che doveva
-esservi in quel sito uno de’ casali situato parte sui terreni della
-mia masseria, e parte su quelli della masseria del Signor Montaruli dall’uno
-e dall’altro lato della pubblica strada di Gravina.
-</p>
-
-<p>
-Rispetto poi al luogo denominato <i>calentano</i> tutte le circostanze
-concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro villaggio
-forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in epoca
-meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa un
-miglio, il quale porta il nome di <i>casali di calentano</i>. Oltre le immense
-macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette volgarmente <i>specchioni</i>,
-si vede anche il terreno coperto di pezzi di tufo, di embrici
-rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa credere la disabitazione
-meno antica. Si vedono inoltre molte pietre assestate dal martello, lavorate
-dal picone, o incrostate da fortissimo cemento.
-</p>
-
-<p>
-Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è
-basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò
-nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria
-<span class="pagenum" id="Page_a127">[a127]</span>
-di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo di
-terreno denominato <i>casali di calentano</i>. Li periti di consenso nominati
-per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di essa il valore
-di dieci moggia di terreno in compenso di quello che rimaneva ingombrato
-dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine in quel luogo
-trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera gente.
-</p>
-
-<p>
-Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata
-di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine
-Annunziata che porta il nome di <i>S. Maria di Calentano</i>, con una comoda
-abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della
-Chiesa suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti
-l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di
-Ruvo, l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che
-doveva esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più
-cura degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati.
-</p>
-
-<p>
-Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra
-immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche
-molto bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano
-ivi a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse
-sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate
-anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto
-da tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle
-convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può
-dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni,
-le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro
-Ruvestino.
-</p>
-
-<p>
-Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo
-ha presa cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi
-mantiene un Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con
-aversi dal Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj.
-È notabile che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La
-elezione di esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e
-S. Paolo. Tale elezione si fa nel Capitolo <i>Preminenziale</i>, cioè coll’intervento
-delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta
-<span class="pagenum" id="Page_a128">[a128]</span>
-delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti
-segreti. Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto
-gli conferisce il titolo di <i>Cappellano di S. Maria di Calentano</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti
-che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee
-prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose
-masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle vicinanze
-della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può arguire che
-allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel sito rimase
-o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre cagioni, e
-gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo obliato il culto
-di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche dalle convicine
-Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni.
-</p>
-
-<p>
-Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una
-antica Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso
-il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente. Essendosi,
-malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto della lontana
-Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che cotesta antica
-usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che conservarono per
-la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di calentano che si ritirarono
-nella città.
-</p>
-
-<p>
-Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata
-<i>le strappete</i> alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito
-medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a
-poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro
-un poco meno. Il primo porta il nome di <i>casali di Siniscalchi</i>, e l’altro
-secondo di <i>casali di Covelli</i> dai nomi degli antichi proprietarj di essi.
-Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte della vasta masseria di
-semina posseduta dai Signori Chieco miei congiunti, e da essi acquistata
-con diversi contratti.
-</p>
-
-<p>
-Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa
-quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia incalcinate.
-Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri bianchi
-e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si son anche ivi
-<span class="pagenum" id="Page_a129">[a129]</span>
-sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali ultimamente fu
-rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in quando similmente
-disotterrate antiche monete di rame, di argento ed alcune di oro, delle
-quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti oggetti sono sempre
-fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad averne notizia che
-quando son essi già passati in altre mani.
-</p>
-
-<p>
-Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente informato
-dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco che
-ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie investigazioni,
-viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due piccioli villaggi
-a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è cosa nuova, o un
-solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli avanzi delle antiche
-abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due precitati pezzi di terreno
-cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri ivi rinvenuti in gran numero
-formano una convincente testimonianza dell’antica abitazione di que’
-luoghi, poichè ove si trovano i morti bisogna che vi siano stati anche
-i vivi.
-</p>
-
-<p>
-Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie dall’Archivio
-Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il
-Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale richiesta
-nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che si
-serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che gli
-viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una
-conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate nelle
-carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca della disabitazione
-di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale Signor Arcidiacono
-D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura e di entusiasmo per le
-cose patrie, onde avesse fatte praticare nell’Archivio suddetto le opportune
-diligenze, come si è fatto.
-</p>
-
-<p>
-Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica
-pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre
-1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino
-<i>Cobello de Concilio</i> in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo
-e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni <i>de Mapono</i> di Ruvo
-<span class="pagenum" id="Page_a130">[a130]</span>
-dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti proprietà,
-cioè il Vescovo e ’l Capitolo, <i>Domum unam ortatam sitam intus
-in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam ipsius
-Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et alios
-confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........ et
-puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum</i>.
-</p>
-
-<p>
-E ’l detto Giovanni <i>de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri
-et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi, et
-pertinentiis Stiliti in loco <span class="smcap">Sancte Marie de Calentano</span>, et Sancti Pauli,
-et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta
-reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini Episcopi,
-Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate omnium
-cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem,
-et cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus
-et utilitatibus eorundem et introitibus etc.</i>
-</p>
-
-<p>
-Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte
-le sue possidenze si trova il seguente notamento: <i>Tenimentum <span class="smcap">Sanctæ
-Mariæ de Calentano</span>, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco
-Calentani spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum
-secundum divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum
-Rubensem ex una parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ
-ex parte altera, prout patet ex contractu publico celebrato inter nos
-subscriptos nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo
-sub anno Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die....
-mensis Junii Sextæ Indictionis.</i> Di cotesto strumento non si è potuto
-avere veruna traccia.
-</p>
-
-<p>
-Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono
-trarsi. La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano
-di cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura
-che sia la stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione
-nel precitato diploma di Carlo I di Angiò<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>. La seconda che i
-<span class="pagenum" id="Page_a131">[a131]</span>
-terreni ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo
-di Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e
-colla disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati,
-una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa,
-de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il Capitolo
-vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione del
-Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a circa
-settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge sul Tavoliere
-di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in quell’epoca
-in possesso di essi, come terreni <i>azionali</i> del Tavoliere suddetto
-appartenenti ai Luoghi Pii.
-</p>
-
-<p>
-Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi
-villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa
-e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato Registro
-di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i villaggi,
-avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di <i>casali</i>,
-e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle antiche
-abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le conghietture
-suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri luoghi più opportuni
-di quelli che ho cennati per la situazione de’ casali suddetti.
-Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il territorio di Ruvo
-dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale quello stesso ch’era
-<span class="pagenum" id="Page_a132">[a132]</span>
-al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai lati suddetti lo avevano
-molti secoli prima ristretto e raccorciato le dotazioni di terreno
-date alle novelle città surte dal lato del mare Adriatico e da quello dell’Ofanto.
-</p>
-
-<p>
-Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel
-lato veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte
-il suo antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina
-ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta
-da Strabone <i>montosa et aspera</i> che porta oggi il nome di <i>Murge</i>. Cotesta
-contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile,
-perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto
-opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la freschezza
-dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto negata
-alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le vallate dette
-volgarmente <i>canali</i>, ove le correnti di acqua hanno trasportato copiosissimo
-terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi anche in quella
-contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le masserie di semina.
-</p>
-
-<p>
-Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo
-bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi
-coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata la
-situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino. Essendo
-quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si allontana
-dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate di agricoltori
-e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte intorno al bosco
-suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il centro delle industrie
-armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi di appoggio alle
-vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i quali è diviso.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i rapporti,
-come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai
-nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale. Vi
-sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle masserie
-di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati dall’aratro,
-come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero almeno in
-<span class="pagenum" id="Page_a133">[a133]</span>
-parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute degli abitanti
-di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto?
-</p>
-
-<p>
-In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile
-sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un villaggio.
-La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di Ruvo,
-e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra
-loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche
-de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine.
-</p>
-
-<p>
-Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura. Mentre
-tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano strabocchevolmente
-di pietre, nella massima parte de’ terreni delle matine non
-ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come i terreni
-della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano copiosissime
-sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di dieci o dodici
-palmi, ed in taluni luoghi anche minore.
-</p>
-
-<p>
-Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite
-verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città.
-Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente pietroso
-spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle conserve
-di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi frequenti
-possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero attendersi
-dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se venissero
-preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio si ritrarrebbe
-dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni inesauste e
-continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime verdure inoltre
-potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio, da un terreno
-netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in tutte le stagioni?
-</p>
-
-<p>
-Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione
-stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città
-coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo
-prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine città
-di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che manca il
-terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare l’agro Ruvestino,
-<span class="pagenum" id="Page_a134">[a134]</span>
-perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati? Perchè non
-rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi che prima vi erano?
-Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero a popolargli?
-Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che verrebbero a stabilirsi?
-</p>
-
-<p>
-Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269
-facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri Registri
-Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla stessa il dritto
-della <i>Bagliva</i> che il Re lo ritenne per se, forse a riflesso del pascolo
-che si riserbò in quel territorio per gli animali delle sue razze; quale
-dritto di Bagliva passato dappoi in mano del Barone per le posteriori
-concessioni, recò alla Popolazione di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo
-a vederlo al suo luogo. È sicuro che cotesto dritto lo abbia il
-Re per se ritenuto. Primo perchè nelle clausole della detta concessione
-la Bagliva non si vede affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno
-1268 che precedè la concessione suddetta, ma anche negli anni
-susseguenti cotesto dritto continuò a rimanere di Regia appartenenza.
-</p>
-
-<p>
-In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo
-a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo
-I ordinò <i>Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii</i>
-che si fossero ai ricorrenti pagate le decime <i>super Bajulatione Rubi</i><a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>.
-Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche
-con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277,
-e 1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del
-luogo donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo
-ed al Clero di Ruvo <i>decimas proventuum Bajulationis Rubi</i><a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>.
-Gli stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno
-1304, e benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il
-notamento nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del
-Registro disperso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a135">[a135]</span>
-</p>
-
-<p>
-Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati amministrativi
-della Provincia, mentre la nostra città si trovava già conceduta
-in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin dall’anno
-1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di
-Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla
-per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che
-dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata
-al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia <i>de Colant</i>
-che nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente
-fu detta <i>de Colna</i>.
-</p>
-
-<p>
-Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della
-Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere
-informazione della rendita che dava <i>Castrum Rubi ex foresta, et
-terris convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro</i> e da qualsivogliano
-altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era conceduta
-in feudo <i>Arnulfo de Colant</i><a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>. Con altra lettera dello stesso
-anno concedè il Re al detto <i>de Colant</i> in pagamento de’ suoi soldi che
-doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che andava dovendo
-<i>Universitas Rubi</i><a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice
-così: <i>Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres
-quondam Arnulfi de Colant familiaris noster</i>, ch’essendo morto il di lui
-genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in vigore,
-assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati siti in diverse
-Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del detto
-anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie suddette,
-tra i quali: <i>Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod ipsum assicurare
-faciat ab hominibus Terræ Rubi</i><a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto
-possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè
-nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già
-<span class="pagenum" id="Page_a136">[a136]</span>
-morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia
-dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva la
-università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il Re spedì
-ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè avesse sollecitata
-la informazione a lui commessa sull’assunto<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da
-Capua al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di
-quella Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati
-coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a
-S. Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena
-della perdita de’ loro beni<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>. Con altra lettera del dì 20 Aprile dello
-stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente a tutti i
-Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu soggiunto
-bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro soldati nel termine
-di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato loro comunicato
-l’ordine suddetto.
-</p>
-
-<p>
-In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi
-de’ feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono
-tra questi <i>Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus
-Guiso Guinardus Dominus Losili et Terlitii</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>. Dal che viene a rilevarsi
-che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto
-<i>Arnolfo II</i> forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo.
-</p>
-
-<p>
-Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo
-uscì dalle mani della famiglia <i>de Colant</i>. Che abbia però dopo l’anno
-1291 avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri.
-</p>
-
-<p>
-Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra
-di Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo,
-<span class="pagenum" id="Page_a137">[a137]</span>
-della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò che
-siegue: <i>Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est Dominus
-Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa feudali
-de servitio quinque militum.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas
-partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius militis
-pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro
-bonis feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque,
-quorum quilibet tenetur servire Curiæ</i><a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente
-notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la
-città di Ruvo da Roberto <i>de Juriaco</i> era passata a <i>Galeraimo de Juriaco</i>
-forse suo figliuolo. <i>Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob absentiam
-a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus.
-Anno 1310 lit. A fol. 238 a t.</i> Tal notizia della contumacia di Galeraimo
-de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re Roberto
-di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra città
-dalla famiglia <i>de Colant</i> passò alla famiglia <i>de Juriaco</i> e fu posseduta
-da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da Galeraimo
-che si rese contumace<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a138">[a138]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ad uno di questi due quindi si debbono attribuire le gravezze e
-le oppressioni usate alla nostra città, le quali diedero causa alle querele
-dalla stessa rassegnate al Re Carlo II, ed alla seguente lettera del
-dì 4 Maggio 1307 spedita da Gravina da Roberto Duca allora di Calabria
-e Vicario Generale di suo Padre, la quale merita di essere quì
-trascritta per i sentimenti di giustizia che in essa risplendono. <i>Robertus
-primogenitus Illustris Jerusalem et Siciliæ Regis Dux Calabriæ ac ejus
-in Regno Siciliæ Vicarius Generalis. Justitiariis Terræ Bari præsenti et
-futuris devotis suis etc. Scribimus per alias nostras literas Domino Rubi
-et officialibus ejus præsentibus et futuris in serie subsequenti = Robertus
-primogenitus illustris Jerusalem, et Siciliæ Regis Dux Calabriæ, et in
-Regno Siciliæ Vicarius generalis domino Rubi, et officialibus suis tam
-præsentibus, quam futuris salutem et dilectionem sinceram<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>. Dudum
-claræ memoriæ dominus avus noster Jerusalem et Siciliæ Rex ad compescendas
-insolentias Terreriorum</i> (i Feudatarj) <i>Capitulum edidit continentie
-infrascripte = Terrerii videlicet Comites Barones et Feudatarii tam
-Ultramontani quam Latini nullos de personis capiant nec privatum carcerem
-faciant, tormenta vel injurias alias quascumque non inferant vasallis
-eorum vel aliis quibuscumque, nullas destitutiones extorsiones vel violentias
-faciant, defensas pro parte ipsorum non exigant nec de defensis
-cognoscant vel se aliquatenus intromittant cum impositio defensarum debeat
-fieri per invocationem nostri nominis et cognitio et exactio earum
-spectet solum ad nostram Curiam vel ad Justitiarios Regionum. Nulli de
-contrata sub patrocinio et recommendatione eorum recipiant gabellas redituum
-et proventus terrarum suarum non vendant invitis. Et si contingat eos
-ad credentiam committere, tantum a credenzeriis recipiant meros et puros
-proventus et redditus quos secundum temporis qualitatem receperint vel
-recipere potuerint. Nec etiam recipiant ad habitationem in terris eorum
-homines demanii. Et si contra factum fuerit pro tormentis seu captione
-personæ pena privati carceris teneantur. Pro aliis vero injuriis pro qualitate
-<span class="pagenum" id="Page_a139">[a139]</span>
-delicti per Magistrum Justitiarium seu Justitiarios Regionum penis
-legitimis puniantur. Pro destitutionibus vero extorsionibus et violentiis plectantur
-pena constitutionibus comprehensa, destitutis et violentiam passis
-ante omnia in pristinum statum redactis, et eisdem restitutis extortis, pro
-usurpatione earundem defensarum nostro arbitrio puniantur restituto prius
-sine difficultate quidquid propterea abstulerunt. Et si quos sub patrocinio
-vel recommendatione, vel aliquos de Terra Demanii receperint similiter ad
-habitandum in Terris eorum secundum formam novæ Constitutionis puniantur<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>
-= Verum quia homines ipsius Terræ Rubi contra tenorem præscripti
-Capituli in plerisque asserunt sepius se gravari, devotioni vestræ sub
-pena contenta mandati præter penas alias in capitulo ipso contentas mandamus
-expressius quatenus hujusmodi Capitulum observantes tenaciter contra
-ejus tenorem præfatos homines nullatenus molestetis. Injungimus namque
-per alias literas nostras Justitiariis Regionis præsenti et futuris ut
-nisi a gravaminibus resipiscatis propositis vos ad id coerceant per juris
-remedia opportuna. Præsentibus preter opportunam inspectionem earum remanentibus
-præsentanti efficaciter in antea valituris. Data Gravinæ per
-Nicolaum Frictia de Ravello Locumtenentem Prothonotarii Regni Siciliæ
-anno Domini M. trecentesimo septimo. Die quarta Maji quinte indictionis
-= Quo circa devotioni vestre precipiendo mandamus quatenus ubi prædictus
-Dominus prefate Terre contra seriem Capituli memorati excedens
-a gravaminibus ipsis nequaquam destiterit, contra eum ad penas in capitulo
-ipso contentas, præterquam in eo casu in quo certa ex ipsius penis
-superioris reservatur arbitrio prout juris fuerit auctoritate presentium procedatis.
-Officiales vero prefatos per impositiones aliarum formidabilium penarum
-et exactiones illarum si et quatenus in easdem inciderint a similibus
-gravaminibus compescatis. Ita quod nos exinde ulterior querimonia non
-fatiget. Præsentibus post opportunam inspectionem earum remanentibus presentanti.
-Data Gravinæ per eundem Nicolaum Frictia de Ravello anno
-<span class="pagenum" id="Page_a140">[a140]</span>
-Domini M. trecentesimo septimo die 4 Maji quintæ indictionis</i><a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Furono in vero queste disposizioni piene di giustizia, ed anche
-energiche. Ma non potevano certamente portare un rimedio ai guasti
-già sofferti dalla nostra città sotto la compressione Baronale. Una idea
-delle strettezze alle quali era la stessa ridotta si può formare da un altro
-Registro dello stesso Re Carlo II dell’anno 1308, il quale ci fa
-conoscere i gravosissimi e molestissimi dazj che fu costretta d’imporre
-a se stessa per far fronte ai pesi che le incumbevano, e forse anche
-alla necessità che la stringeva per le dette vessazioni, ed estorsioni sofferte.
-Questo documento lo recherò per lo intero non meno per appagare
-la curiosità di chi legge, ma anche perchè mi giovai di esso con successo
-ne’ giudizj ch’ebbi a sostenere contro la Casa d’Andria, de’ quali
-parlerò in seguito.
-</p>
-
-<p>
-<i>Karolus II etc. Universis præsentis scripti seriem inspecturis tam præsentibus,
-quam futuris. Dum nostræ Reipublicæ augmenta continue foventes
-appetimus, subjectorum commoda per solertes tramites procuramus. Venit
-sane ad præsentiam nostram Judex Judicis Guiscardi de Terra Rubi
-fidelis noster Syndacus ad hæc constitutus per universitatem hominum dictæ
-Terræ Rubi, ut constat per quoddam scriptum publicum Universitatis
-ejusdem, et exponens asseruit quod homines ipsius Terræ Rubi fideles nostri
-pro bono communi tendentes ad melius, et statum eorum olim ex imminentibus
-variis sæpe turbatum opportunæ reparationis ordinare judicio
-cupientes ad pacem, et materiam tollere scandalorum, attento quod interdum
-pro munerum, et aliorum onerum impositione fiscalium, interdum
-pro distributione illorum, interdum pro emergentibus inde multifariam exequendis
-querelatio, murmur, sisma, suspectio, persæpe dissidium, et in
-populo scandala periculosa surgebant. Provide statuerunt communi concorditer
-deliberatione habita et consensu capitula, sive ut eorum alludamus
-vocabulo, dacia sub distincta per quæ solutiones fiscalium aliorumque succrescunt
-in Terra ipsa vicissitudine sua tam fiscalium, quam privatorum
-similiter executiones debito agendorum absque solito singulorum gravamine
-ac onere supportentur taliter ut audivimus exinde ordinato quod pauca et
-<span class="pagenum" id="Page_a141">[a141]</span>
-modica supererant fiscalia, vel privata negotia emergentia hominibus dictæ
-Terræ, et specialiter collecta fiscalis pro tempore imponenda, et alia necessaria
-dictæ Terræ, quæ de ipsa super adjecta pecunia, quam datium
-nominant non deducuntur, ut expedit, et solvuntur. Quæ quidem prout
-continentur in quodam scripto publico inde Curiæ nostræ ostenso sunt ista.
-In primis quod pro qualibet uncia, quæ percipitur de introytu omnium
-bonorum cujuslibet civis Rubi solvantur grana quindecim, excepto campo
-et vineis. Item pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum,
-cumini et aliorum leguminum, ac salis, quæ vendentur per cives Rubi
-in Rubo, et in tenimento ejus, vel ubicumque, detur jumella una<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>:
-per exteros Rubi, vel in tenimento ejus sive ad minutum, sive ad grossum
-venduntur, detur per venditorem jumella dimidia. A tempore vero
-arearum ipsarum in antea quilibet civis Rubi det Datiariis pro quolibet
-tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum, et aliarum leguminum quarumcumque,
-quæ perceperit ex satis suis pro quolibet anno jumellam unam,
-ita quod per jumellam magistro salis nullum præjudicium generetur. Item
-pro qualibet salma vini musti, quæ percipitur ex vineis Rubi solvant patroni
-cives granum unum, et dimidium. Illi vero qui non habent vineas
-proprias, et laborant vineas alienas ad partem solvant prout recipient ad
-rationem prædictam. Item pro quolibet urceolo vini quod venditur ad minutum
-tam per tabernarios, quam per personam quamlibet aliam de Terra
-prædicta, solvat venditor quartam partem grani auri unius, quæ quarta
-pars grani diminuatur de urceolo vini venditi. Item quilibet Terrigena
-mercator pannorum solvat pro qualibet uncia percepta per cum pro pannis
-venditis grana quinque. Item quilibet civis mercator casei, sive recocti,
-animalium, victualium et quarumlibet rerum aliarum ubicumque emerit
-pro qualibet uncia solvenda per eum in emptione mercimoniorum suorum
-quorumcumque solvat grana quinque si fuerit civis. Exterus vero in
-Rubo et in tenimento ejus de eo quod vendiderit vel emerit pro qualibet
-uncia solvat grana duo, exceptis victualibus et sale de quibus detur jumella
-<span class="pagenum" id="Page_a142">[a142]</span>
-una per venditorem, prout superius est expressum. Exceptis etiam
-stractionariis ementibus de prædictis mercibus si eas vendiderint ad minutum.
-Item quilibet civis panem faciens solvat in furno pro quolibet thumino
-panis facti granum unum. Item quilibet stractionarius civis Rubi pro
-quolibet rotulo casei, recocti, carnium salatarum, lardi, sepi olei et cujuslibet
-mercis venditæ per eum ad pondus........ vel ad mensuram parvam,
-solvat quartam partem grani, quæ quarta pars grani minuatur de
-rotulo et mensura, in quibus ponderabuntur merces de consensu et voluntate
-universitatis. Item quilibet civis Rubi pro qualibet salma quarteriarum,
-ollarum, garaffarum....... urceolorum, et alterius operis de creta, quod
-magister ipsarum operum vendiderit, solvat ipse magister granum unum<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>.
-Si vero ipse Magister portaverit salmam ipsius operis ad vendendum solvat
-granum medium, et si alius emerit a magistro de prædictis rebus solvat
-pro qualibet salma granum medium ubicumque eam vendiderit. Item
-quilibet carpenterius, corduanerius, confettarius, et ferrarius civis pro qualibet
-uncia recipienda per eum solvat grana decem. Item quilibet Buccerius
-civis qui solvebat pro quolibet rotulo carnis quartam partem grani
-solvat pro quolibet porco seu scrofa grana decem pro quolibet castrato ove
-vel capra grana quatuor, pro qualibet vacca vel bove tarenum unum.
-Item quilibet civis delator lapidum solvat pro quolibet centenario ipsorum
-lapidum delatorum per eum granum medium. Item quilibet civis pro quolibet
-jumento vel equo viaticario solvat pro quolibet anno tarenos duos et
-medium. Item patroni cives vaccarum solvant pro qualibet vacca fœta domita,
-vel indomita grana tria. Item patroni cives jumentorum solvant similiter
-pro quolibet jumento fœto et indomito grana decem, exceptis jumentis,
-quæ sunt in agro. Pastores autem habentes jumenta pro quolibet
-jumento sive domitum, sive indomitum sit, et etiamsi fœtum fuerit, vel
-non, solvant grana decem, et pro quolibet asino grana quinque. Item quilibet
-civis exercens officium sensariæ solvat sextam partem pecuniæ, quam
-lucratus fuerit ex officio ipso, de quo lucro teneatur jurare ipse sensarius.
-<span class="pagenum" id="Page_a143">[a143]</span>
-Item quilibet frascarius et calcararius vendens ligna, plantas et calcem
-solvat pro qualibet ebdomada qua res ipsas vendiderit granum unum.
-Item patroni cives molendinorum solvant pro qualibet salma frumenti moliti
-in eorum molendinis granum medium, excepto frumento molito pro
-victu eorum, pro quo nihil solvant. Item quilibet civis viaticarius, seu quilibet
-alius deferens fructus, vel herbas, pisces, circulos vegetum, vel res
-alias quascumque ad usum hominum cum operis, seu equis suis solvat pro
-qualibet salma granum unum ubicumque eam vendiderit, exceptis leguminibus
-victualibus et sale, de quibus detur jumella una per venditorem
-ut supra est expressum. Si vero caseum et vinum mustum tempore vindemiarum
-et victualia tempore arearum detulerit, solvat pro quolibet animali,
-quo res ipsas detulerit, granum unum per diem. Ipsorum ergo hominum
-nobis supplicatione subjuncta, ut hujusmodi ordinationes et statuta
-eorum velimus debita firmitate vallare, prout tota forma scripta in præsenti
-quaterna pro nominibus fundorum mutato<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> ubi legitur in iis litteris
-<span class="upright">mandato ipsius Curiæ requirendo, aut etiam expectando, et quia
-hoc</span> etc. Hic vero legitur <span class="upright">mandato ipsius Curiæ requirendo</span> etc. <span class="upright">Quia hoc</span>
-etc. Datum Neapoli per Nicolaum Friczia de Ravello etc. Anno Domini
-MCCCVIII die octava Julii sextæ indictionis. Regnorum nostrorum anno
-XXIII</i><a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Valga cotesto documento per farci conoscere le imposte comunali
-che in quel tempo erano in usanza. Quelle contenute nelle trascritte Capitolazioni
-non potevano non essere fastidiose tanto al Comune che doveva
-esigerle, quanto a coloro che dovevano pagarle. Con tal sistema
-daziario era inevitabile che tutte le classi de’ Cittadini Proprietarj, Negozianti,
-Venditori tanto all’ingrosso che a minuto, Artefici, Fornaj,
-Molinari, Mulattieri, Legnajuoli, Agricoltori, Pastori etc. fossero stati
-ogni momento alle prese cogli esattori o appaltatori comunali di tanti
-diversi e minuti dazj per l’opposto interesse che avevano i primi di
-pagare il meno possibile, ed i secondi di esigere il più che avessero
-potuto. Non si può credere certamente felice lo stato di una città costretta
-<span class="pagenum" id="Page_a144">[a144]</span>
-a ricorrere a questi mezzi. Lo stesso tenore del Diplomi contesta
-i disturbi, i dissidj, ed i scandali ch’erano ivi avvenuti a causa
-delle pubbliche imposte. Ma erano questi i regali della feudalità.
-</p>
-
-<p>
-Il Re Carlo II cessò di vivere nell’anno 1309, e gli succedè nel
-Regno il di lui figliuolo Roberto. Nel Repertorio generale delle carte
-Angioine si trova notato il seguente registro disperso. <i>Terlitii et Rubi
-tenimentum et pascua communia anno 1310 et 1311 lit. A fol. 472.</i>
-La esistenza di cotesto Registro sarebbe stata utilissima attese le continue
-ed interminabili molestie che la irrequietezza de’ Terlizzesi ha recate
-in ogni tempo alla nostra città a causa de’ confini del territorio
-rispettivo, essendo stati questi ultimi intenti sempre ad estendergli invadendo
-ed usurpando l’agro Ruvestino<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel dì 16 Giugno 1311 fu dal Re Roberto spedito il seguente privilegio
-a favore della Regina Sancia di Aragona sua consorte. Dichiarò
-con esso il Re ch’era di lei debitore <i>de summa duo milium unciarum
-auri annui redditus assignandi dictæ Reginæ in civitate et bonis fiscalibus
-Regni nostri Siciliæ pro dote et dotario per nos sibi olim legitime constituto,
-necnon et certa provisione pecuniæ per nos annua sibi facta</i>.
-Venne quindi per tal causa a darle ed assegnarle <i>civitatem Rubi sitam
-in Justitiariatu Terræ Bari per contumaciam Galerami de Yuriaco ad
-manus nostræ Curiæ rationabiliter devolutam cum hominibus vassallis juribus
-et omnibus pertinentiis suis pro valore annuo unciarum auri ducentarum
-computando in dote, et dotario, et provisione jam dictis. Investientes
-ipsam per nostrum anulum præsentialiter de eadem ac volentes expresse
-quod ipsa per se et ministros suos praedictam civitatem Rubi habeat
-teneat et possideat pro præfato valore annuo etc.</i><a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a145">[a145]</span>
-</p>
-
-<p>
-La nostra città migliorò certamente la sua condizione coll’essere
-uscita dalle mani di Feudatarj che la opprimevano e scorticavano, e coll’essere
-passata sotto il governo di una Regina virtuosissima e religiosissima.
-Da un altro Registro dello stesso Re Roberto del dì 22 Febbrajo
-1314 si viene a conoscere che fece la città suddetta le sue nuove
-Capitolazioni relativamente ai dazj comunali imposti a se stessa. Non si
-rileva dal detto Registro quali queste fossero state. È però a credersi che
-quella popolazione avendo cominciato a respirare sotto il governo assai più
-umano della Regina abbia migliorate e modificate quelle dell’anno 1308
-innanzi trascritte le quali in verità erano durissime. Dal precitato Registro
-si conosce solo che il Re sanzionò le novelle Capitolazioni con
-dichiarazione espressa di doversi la Università di Ruvo obbligare di rifare
-alla Regia Corte ed alla Regina Sancia quel danno che agl’interessi
-fiscali, e della Regina suddetta sarebbe venuto a risultarne nella
-esecuzione di esse<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>. Il che conferma vie più la idea che dovevano
-coteste capitolazioni essere più vantaggiose per la popolazione suddetta.
-</p>
-
-<p>
-Nel detto Repertorio generale sussiegue il seguente notamento: <i>Sancia
-Regina habet confirmationem infrascriptarum Terrarum ab omni feudali
-servitio liberarum, videlicet Rubi etc. 1316 lit. B fol. 316</i>. Il Registro
-esiste, ma è mutilato, e manca il foglio citato con moltissimi
-altri per le vicende innanzi espresse. Vi è anche nel detto Repertorio il
-seguente notamento di altro Registro disperso: <i>Rubi Terra in dominio
-Reginæ Sanciæ 1336 et 1337 lit. B fol. 14</i>. Cotesto notamento ci fa
-apprendere che fino all’anno 1337 la nostra città continuava ad essere
-posseduta dalla Regina suddetta, giacchè da altro Registro che sarà or
-ora riportato si rileva che fu la stessa dalla Regina venduta al Conte di
-Terlizzi, il che non potè aver luogo che dopo l’anno 1337.
-</p>
-
-<p>
-Il saggio Re Roberto cessò di vivere nel dì 20 Gennajo 1343,
-non già dell’anno 1342 come taluni han creduto. Col suo testamento
-del dì 16 del detto mese lasciò Balia del Regno la detta Regina Sancia
-di Aragona sua consorte. Vedendo ella però che colla morte del
-suo ottimo marito la sua splendida Corte era caduta nella confusione,
-<span class="pagenum" id="Page_a146">[a146]</span>
-ed anche perchè era infastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monistero
-di S. Croce da lei medesima edificato, dove appena finito l’anno
-morì con grandissima fama di santità<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Aveva Roberto per vedute politiche conchiuso il matrimonio tra
-Giovanna sua Nipote che andava a succedergli nel Regno, ed Andrea
-figliuolo di Carlo Re d’Ungheria suo congiunto, il quale aveva preso
-perciò il titolo di Duca di Calabria. Fu questo però un nodo stretto con
-tristissimi auspicj. Il giovane Andrea per se stesso di poca levatura conversando
-solo con un Frate ed altri Ungari quì rimasti presso di lui,
-non potè dirozzarsi. Si rese quindi pesantissimo alla Regina sua consorte
-allevata con altra coltura alla Corte del Re Roberto. Giovanna
-dunque o s’infastidì di lui, o con soverchia facilità diè ascolto alle suggestioni
-di uomini perversi che sventuratamente fomentavano vie più la
-discordia tra i due sposi. Mentre Andrea andava ad assumere il titolo
-di Re, e con esso quel potere che gli era annesso, avvenne che essendosi
-portato colla Regina a diporto in Aversa fu una notte strangolato
-e gittato dagli esecutori dell’orribile misfatto ignominiosamente per
-una finestra.
-</p>
-
-<p>
-Molto grave fu il sospetto della intelligenza della Regina nell’assassinio
-del suo sventurato marito, che attirò in seguito sulla nostra
-povera città una terribile calamità. Mi piacerebbe che coloro i quali
-si sono sforzati di discolparnela vi fossero riusciti. Ma prescindendo dagli
-Storici del Regno che le imputano questa colpa, mi fa molto peso
-ciò che leggo in uno Scrittore sensatissimo, e non uso a malignare altrui,
-qual è Muratori. <i>Fuere qui Joannam de hujusmodi crimine purgare
-conati sunt, sed illi judicio meo Æthiopem lavandum et dealbandum suscepere</i><a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si aprì intanto una inquisizione contro coloro che avevano avuta
-parte o reità nella morte del Re Andrea. Non potè la Regina da ciò
-dissentire. Il Gran Giustiziere del Regno Bertrando del Balzo Conte
-<span class="pagenum" id="Page_a147">[a147]</span>
-di Montescaglioso e di Andria, avendo trovato colpevole <i>Gazzone de
-Denysiaco</i> Conte di Terlizzi e Gran Maresciallo, lo fece arrestare, con
-esser stato indi costui condannato a morte e giustiziato con altri complici
-dello stesso misfatto. Da un Registro dunque della detta Giovanna
-I del dì 24 Ottobre 1346 si rileva ciò che siegue. Si dice che la
-Regina Sancia aveva venduta la città di Ruvo con Regio assenso al
-detto Conte di Terlizzi. Non si dice l’epoca del contratto, ma ho innanzi
-osservato che dovè ciò seguire dopo l’anno 1337. Si soggiugne
-che essendo stato il Conte di Terlizzi arrestato e sommesso ad un processo
-capitale gli erano stati sequestrati anche tutti i beni tra i quali
-la città di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Che la di lui moglie <i>Margherita Pipina</i> era ricorsa alla Regina ed
-aveva esposto che per patto espresso stipulato nel contratto passato colla
-Regina Sancia si era dichiarato che le rendite della detta città di Ruvo
-avrebbe dovuto ella goderle durante sua vita, e dopo sua morte sarebbe
-passato quel feudo agli eredi del marito. Che quindi doveva la città
-suddetta rimanere esclusa dal sequestro e darsi a lei per godersela durante
-sua vita. Che la Regina aveva fatto esaminare l’affare <i>a Matteo de
-Porta de Salerno milite; et Joanne Siripandi de Neapoli Juris Civilis Professoribus
-Magnæ Curiæ nostræ Magistris Rationalibus</i>, e costoro erano
-stati di avviso che la dimanda della detta <i>Pipina</i> era ben fondata.
-</p>
-
-<p>
-Che seguita la condanna e la morte del Conte di Terlizzi aveva
-la Regina sommessa la dimanda suddetta al novello esame di un Consiglio
-composto dai suddetti de Porta e Siripandi, da altri Giureconsulti,
-e dagli Avvocati e Proccuratori Fiscali. Che cotesti Signori erano
-stati concordi nell’opinare che la dimanda di Margherita Pipina era ben
-giustificata, e quindi doveva ella godere le rendite della città di Ruvo
-durante sua vita<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>. Dopo ciò la Regina venne ad ordinare che si fosse
-<span class="pagenum" id="Page_a148">[a148]</span>
-tolto il sequestro, e dato alla ricorrente il possesso della città suddetta
-durante sua vita sotto l’obbligo della fedeltà e del feudale servizio, e
-colla condizione espressa di doversi ne’ Regj Quaternioni registrare tra
-due mesi la grazia ottenuta a pena di decadenza<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Intanto il Re d’Ungheria Lodovico fratello di Andrea essendo stato
-pienamente informato di quanto era quì avvenuto, ne rimase fortemente
-commosso ed irritato. Fremendo di sdegno venne in Italia nell’anno
-1347 con poderoso esercito, per vendicare la morte di suo fratello, ed
-entrò ostilmente nel Regno. Mancava alla Regina il coraggio e la forza
-di resistergli. Vedeva inoltre che le Popolazioni del Regno non erano
-disposte a levarsi in armi in sua difesa, perchè fortemente prevenute
-della di lei intelligenza nella morte del marito. Il miglior partito quindi
-che seppe prendere fu quello di abbandonare il Regno ed andarsene ne’
-suoi Stati di Provenza. Il Re d’Ungheria quindi entrò nel Regno senza
-resistenza, prese aspra ma giusta vendetta di coloro che avevano avuta
-parte nell’assassinio di suo fratello, e dopo aver sommesso tutto il Regno
-alla sua dominazione, se ne ritornò in Ungheria.
-</p>
-
-<p>
-Saputosi ciò dalla profuga Regina cominciò a prendere coraggio ed
-a trattare coi suoi aderenti quì lasciati circa i mezzi di ricuperare il
-perduto Regno. Animata dalle loro promesse non tardò a presentarsi
-quì ella medesima con dieci galee che le riuscì di armare. Fu ben accolta
-dai Napolitani che mal soffrivano gli Ungari. La sua presenza infervorò
-il suo partito. Molte città ritornarono spontaneamente alla di
-lei ubbidienza. Altre città che si mantennero fedeli al Re d’Ungheria
-venivano man mano sommesse colla forza delle armi. Gli affari del Re
-d’Ungheria andavano quì assai male, il che l’obbligò a ritornare di
-nuovo nel Regno nell’anno 1350.
-</p>
-
-<p>
-Gli avvenimenti seguiti in quel tempo nella Puglia si trovano descritti
-in un libro intitolato: <i>Dominici de Gravina Chronicon de Rebus
-in Apulia gestis</i>. Dobbiamo cotesta istoria alla indefessa diligenza del
-Muratori che riuscì ad averne una copia dall’unico Codice di essa che
-si conserva nella Biblioteca Cesarea di Vienna accresciuta vie più di manoscritti
-<span class="pagenum" id="Page_a149">[a149]</span>
-dalle cure dell’Imperatore Carlo VI. Manca però il Codice suddetto
-del suo principio, ove si parlava anche de’ fatti del Re Roberto,
-e della sua fine ove parlar si doveva dell’esito della guerra suddetta
-dopo la seconda venuta del Re Lodovico nell’anno 1350.
-</p>
-
-<p>
-La detta breve istoria fu scritta da un Notajo di Gravina detta
-perciò <i>Dominici de Gravina Chronicon</i>. Avendo ei seguite le parti del
-Re d’Ungheria, e mantenuta per quanto potè la città di Gravina coi
-suoi amici ed aderenti sotto la di lui dipendenza, fu ciò cagione di
-tutte le sue sventure che da Notajo lo fecero divenir soldato. Il Muratori
-fa conto di questa Cronaca, perchè si vedono in essa riportati
-i fatti con ingenuità e schiettezza.
-</p>
-
-<p>
-Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata limitrofa
-colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle armi
-della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico
-e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che dipendeva
-da essi anche una numerosa schiera di <i>Malandrini</i>, i quali son
-sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far bottino.
-La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà dal Re
-Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero. Come
-variano le cose del Mondo!
-</p>
-
-<p>
-Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i
-già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città di Gravina,
-ei si recò a Barletta <i>ad Dominum Vayvodam</i>, cioè al Comandante
-Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso di soldati.
-Soggiugne indi: <i>Tardavit autem talis succursus per dies et dies me
-remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino quod civitas
-Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata præfato Domino
-Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto Severino erant
-penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto Domino se teneret,
-tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto viriliter
-tenebatur, et cum hominibus civitatis continue prœliabatur</i><a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro
-<span class="pagenum" id="Page_a150">[a150]</span>
-forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno che
-gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione de’ suoi
-compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro assenza i
-Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far loro alcuna
-resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si trattennero quindi
-ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò furono i Gravinesi esenti
-dalle uccisioni, dalle depredazioni ed estorsioni, dalle carcerazioni,
-dalle confische, dai maltrattamenti e dalle violenze usate da quella pessima
-gente alle donne le più belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo
-racconto. <i>Amoverunt inde dictum exercitum et versus Rubum militavit
-audacter. Erat autem castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas
-vero non, sed pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad
-quod dum nocte pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui
-adventus, subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas
-Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes. Tamen
-in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo debito
-contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant. Sed
-quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia, quia sic
-permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et unius mulieris
-terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis vexarentur. Sic
-placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non viderent, quin diversis
-delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut autem inimicus exercitus
-Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus quod civitas ipsa
-Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus idem exercitus in facie castri
-constitutus contra cives dictæ Terræ potenter insurgit, et viri Rubi potenter
-assistunt, et durante prœlio usque ad horam meridiei transactam,
-intra quod temporis spatium hinc inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi
-cives Rubenses in salutem uxorum et filiorum intercederent potius,
-quam ad defensionem communem, cessit finaliter victoria Domino Roberto
-jam dicto, et violenter idem exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt
-omnes cives per Terram illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi.
-O quam terribilis ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum
-generis utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti
-sunt pretio redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et
-<span class="pagenum" id="Page_a151">[a151]</span>
-plurimæ mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ
-quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium miserorum
-in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii autem
-qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta Terra, propter
-consecutum recessum exercitus, diversis tormentis exponuntur, et evulsione
-dentium compuniuntur quasi ad ultimam paupertatem. Igitur universa
-ipsa civitate prædata et consumta, castrum ipsum et campanile potenter
-muniri præcepit, et annonas plurimas in eis immitti, opportunos stipendiarios
-immittens in eisdem fortelitiis campanilis et castri. Retulerunt mihi
-viri cives Guaranioni quod tota robba civitatis ipsius per ipsum casale
-ad partes Basilicatæ transivit animalium, et rerum mobilium sine fine.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus
-Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua Hungari
-septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus custodientibus
-Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez
-sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit etc.</i>
-Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni?
-A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le
-città del proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente
-crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare
-i Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la dominazione
-del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria
-elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza, a
-cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei
-ordine espresso.
-</p>
-
-<p>
-Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre
-al Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò
-prima un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i
-Baroni, i Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città
-di Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò
-a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta
-<span class="pagenum" id="Page_a152">[a152]</span>
-resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori
-calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei prestato,
-ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle città e
-dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del Trombetta<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>.
-Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero di somma
-laude.
-</p>
-
-<p>
-Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero
-Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi
-e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno
-di una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che
-gli aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa
-Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò
-anche di Politica.
-</p>
-
-<p>
-Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini.
-Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano
-stretti tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo
-castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il
-mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti anche
-molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se moltissimi
-de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro mogli ed i
-loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati dal campo di
-battaglia.
-</p>
-
-<p>
-Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo
-Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino
-avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini i
-quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la
-fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non
-avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione
-così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto
-la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente e
-fedele. <i>Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis præstat:
-<span class="pagenum" id="Page_a153">[a153]</span>
-hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic voluntate</i><a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di
-partito questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero
-per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche
-Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era presentato
-al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero Sanseverino
-Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della luminosa carica di suo
-Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto e Ruggiero Sanseverino
-Conte di Tricarico animati dal favorevole incontro del loro stretto congiunto,
-si presentarono anch’essi, furono dal Re molto graziosamente
-accolti, e gli prestarono il giuramento di fedeltà<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. Essendo però stati
-tra i primi che lo violarono, non potevano certamente valutare in altri
-quel sentimento che avevano essi calpestato.
-</p>
-
-<p>
-Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno
-della nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze
-degli Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi
-guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri
-di guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli
-al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la
-loro ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento
-per la seguente circostanza.
-</p>
-
-<p>
-Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi
-ch’era in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte
-del loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero
-Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto
-anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il
-detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i
-soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i prigionieri
-suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi in
-cattive mani.
-</p>
-
-<p>
-Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una
-<span class="pagenum" id="Page_a154">[a154]</span>
-crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano loro
-la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano le membra
-con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi furono
-costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini per ciascuno.
-Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed umiliò col
-seguente rimprovero: <i>Licet sacramentum vestrum nullius sit fidei, quum
-alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse sibi fideles, quo meremini
-decollari propter jusjurandum confractum et proditionem per vos
-commissam, quare in prœlio vestra proditio vos præcipitavit ab equis,
-iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum præstare jurantes quod
-amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non rebelles</i>. Furono quindi costretti
-a prestar di nuovo il giuramento di fedeltà sul Santo Vangelo<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>.
-Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio!
-</p>
-
-<p>
-Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto
-risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio de’
-Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del castello,
-fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona provigione
-di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia, e resiste ancora
-ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato della sua cupola.
-Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima formata tanto nella
-parte esterna quanto nella parte interna di pietre quadrate ben lavorate
-e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono ornati di pietre ben
-lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta sul lato sinistro di quella
-Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto anche il Palazzo Vescovile
-ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del campanile. A dire il vero
-però non credo un vantaggio per me che anche la mia casa paterna sta
-poco lungi dal campanile suddetto.
-</p>
-
-<p>
-La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate
-anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva
-di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi ornati.
-Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco Gotico
-egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute da due
-<span class="pagenum" id="Page_a155">[a155]</span>
-leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi sono due
-grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata altezza vi
-è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed ornato nel mezzo
-di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle mura laterali della
-Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste anche di animali.
-</p>
-
-<p>
-De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve
-ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva
-suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima.
-Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione. Debbono
-cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente, attesa la
-conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore all’epoca de’ Normanni<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di
-Ruvo fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino
-fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della
-guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome <i>Malispiritus</i>
-Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino di Altamura,
-il quale seguiva anche le parti della Regina tentò ritorlo agli
-Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè riuscirvi,
-perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero dargli ajuto
-a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano non era
-amico del Palatino suddetto<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a156">[a156]</span>
-</p>
-
-<p>
-Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè
-la Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo
-bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò
-di nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città
-che si tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per
-farlo rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima
-durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il trattato
-nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata la
-Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra. Ma il
-Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per ambizione,
-o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di suo
-fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non cercava
-altro<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346
-rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina
-vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce quando
-la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla Cronaca
-di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re d’Ungheria
-la concedè in feudo a <i>Giovanni Chucz</i> Ungaro valoroso e riputato
-guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149.
-</p>
-
-<p>
-Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto
-lo stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo
-canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si
-esprime così: <i>Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz)
-se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto tenebatur</i>.
-Espressioni le quali pare che importino di esserne egli divenuto
-contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però niun
-cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca. Andiamo
-dunque innanzi ai registri posteriori.
-</p>
-
-<p>
-Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che
-il Re Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio <i>Civitatis
-<span class="pagenum" id="Page_a157">[a157]</span>
-Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi consiliario
-et fideli nostro dilecto dum vixit</i>. Ch’essendo morto costui senza
-successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti devoluti alla Corona.
-Venne quindi a farne una novella concessione <i>viris nobilibus Antonio
-de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico de Vrunforti nepotibus quondam
-Villanucii prædicti</i>, e ciò in considerazione degl’importanti servigj resi
-da entrambi specialmente nella guerra tanto a se che al fu suo genitore.
-</p>
-
-<p>
-Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove
-uno di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto
-nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere
-fatta con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi
-suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l feudale
-servizio, al quale i concessionarj erano tenuti<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto <i>Federico
-de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto</i>
-una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere
-che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare,
-e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi a dolersi
-che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo nome nelle
-Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi sudditi,
-<i>quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus justitiæ in puniendis
-delictis, extorsiones et exactiones commiserunt illicitas, et committunt
-profecto nostris sensibus odiosas</i>.
-</p>
-
-<p>
-Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari
-e di Principato <i>citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes et
-possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem Vigiliarum
-in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et civitatem Rubi,
-et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu adoha per te ipsi Curiæ
-nostræ præstanda; necnon et utique Balius et Baliatico nomine et
-pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii Comitis Sarni filii quondam
-Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo dicti Ungari, civitatem
-Sarni de dicta Provincia Principatus citra</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a158">[a158]</span>
-</p>
-
-<p>
-Soggiunse che i detti Regj Ufficiali <i>aggravaverunt et aggravant vassallos
-nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et vexando
-inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem, adeo quod sub
-colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt ipsos fideles nostros, omnem
-ipsorum substantiam sitientes, et pariter absorbentes</i>. Quindi per tali considerazioni
-e per esimere da tali vessazioni le città possedute dal detto
-Federico, venne il Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale
-per Bisceglia Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi
-casali durante il <i>Baliato</i> di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia
-minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la giurisdizione
-ordinaria<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re
-Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di
-rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì giustamente
-vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della loro
-autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato questo
-nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili anomalie, le
-quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla i bricconi. Non si
-conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia <i>Vrunforti</i> abbia posseduta
-la città di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Nel Repertorio generale de’ <i>fascicoli</i> al fol. 183 vi è il seguente
-altro notamento: <i>Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro Justitiario
-concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127</i>. Mancando però il fascicolo,
-non si conosce l’epoca di tal concessione.
-</p>
-
-<p>
-Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio.
-Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella
-dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto
-al tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche
-la città di Ruvo<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a>. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi
-che anderò a riportare nel Capo seguente.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a159">[a159]</span>
-</p>
-
-<h3>DIGRESSIONE
-<span class="smaller"><i>Sull’antico Castello di Ruvo.</i></span></h3>
-</div>
-
-<p>
-Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato
-che <i>castrum Rubi erat castrum fortissimum</i>. Non è quindi fuori di
-proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello stesso
-che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava il nome
-di <i>Palazzo del Castello</i>. È lo stesso edificato su di un rialto adiacente
-all’antica porta della città che guardava l’occidente sulla strada de’ Cappuccini
-denominata <i>Porta del Castello</i> ora abbattuta come tutte le altre.
-Dalla parte della città è l’edificio suddetto preceduto da uno spianato
-detto <i>largo del Castello</i> o <i>di S. Rocco</i> per la Chiesa che vi è di quel
-Santo Protettore della città suddetta.
-</p>
-
-<p>
-Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì.
-Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate
-simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della
-campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima
-altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da
-una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello ed
-avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o un
-<i>pomerio</i> ridotto ne’ tempi posteriori a giardino.
-</p>
-
-<p>
-Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida
-munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran
-parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in
-su alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte
-e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di <i>scarpetta</i>,
-e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato anche <i>largo
-della scarpetta</i>.
-</p>
-
-<p>
-A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso
-tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è parlato,
-sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La
-porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di
-una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre
-<span class="pagenum" id="Page_a160">[a160]</span>
-semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono pezzi
-di macigno ben grandi e ben connessi tra loro.
-</p>
-
-<p>
-Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni, la
-quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione che
-le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per tutti
-i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica, il che
-le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l parapetto
-di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo ai soldati
-il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli del bastione
-istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono.
-</p>
-
-<p>
-A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che
-gli girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo
-il nome di <i>Rivellino</i>, nome militare di fortificazione. Quindi nella rivela
-de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della città di Ruvo
-dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si vedono cotesti
-edificj rivelati nel modo che siegue. <i>Il Castello, seu Palazzo Baronale,
-con sua torre antica con rivellino intorno.</i>
-</p>
-
-<p>
-Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani.
-Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue fondamenta
-e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al parapetto
-del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era profondo,
-oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura di esse la
-impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare quindi che il
-piano suddetto non sia servito ad altro che per un magazzino della Guarnigione.
-Il secondo piano è al livello del già detto corridojo scoverto,
-col quale comunica per mezzo di una porta. Il primo piano dal secondo
-e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di fabbrica fortissime formate
-con molta maestria. Nel centro di ciascuna di esse si vede lasciato
-un vano circolare di bastante ampiezza. È probabile che cotesti vani
-si siano lasciati ad oggetto di situarvi una scala a lumaca sia di fabbrica,
-sia di legno per la comunicazione interna tra un piano e l’altro.
-</p>
-
-<p>
-Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che
-chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello spazio
-un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò chiaramente
-<span class="pagenum" id="Page_a161">[a161]</span>
-i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella muraglia.
-In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di essa
-ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla sinistra
-una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la quale
-si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza tetto. Il
-pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben connesse per
-dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e balestriere.
-</p>
-
-<p>
-Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra
-il terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere
-altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla sommità
-di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi non è
-uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò
-la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi
-spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro
-muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre
-suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la
-stupenda ed estesissima veduta che di là si gode.
-</p>
-
-<p>
-Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi
-ho detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto
-all’antico fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto
-al corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal
-tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava fino
-al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser altro che
-una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la Guarnigione.
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina
-il castello di Ruvo lo chiamò <i>Castrum fortissimum</i>, e nelle concessioni
-in feudo della nostra città si vede conceduta <i>Civitas Ruborum
-cum suo castro, et fortellitio</i>. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo
-in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano certamente
-di facile espugnazione.
-</p>
-
-<p>
-Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che
-della torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè
-si può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti contemporaneamente
-o in tempi diversi. La diversità della fabbrica dell’uno
-<span class="pagenum" id="Page_a162">[a162]</span>
-e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per credergli surti
-in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è tanto antica che non
-si può decidere quale de’ predetti due edificj debba credersi anteriore.
-Non è però improbabile il dirsi che le fortificazioni predette in tutto o
-in parte vi fossero state al tempo di Ruggiero non meno per l’antichità
-ch’esse mostrano, ma anche perchè da ciò che si è detto nel capo precedente
-era Ruvo fin da quel tempo una città forte.
-</p>
-
-<p>
-Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre
-suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo
-piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo scoverto
-che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo della
-muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi e larga
-circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato ch’è la
-stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due scudi di uguale
-dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio. Nell’altro vi è
-un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le zampe, ha la lingua
-fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla schiena giusta la seguente
-figura
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="fill-a162"></a>
- <img src="images/ill-a162.jpg" alt="" />
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a163">[a163]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo
-per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però
-rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere se
-la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della torre,
-o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato di osservarla
-abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata, ciò però
-non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta diligenza che non
-si apprenda in essa, dopo di esserne passati più secoli, veruna alterazione.
-Prescindendo da ciò, non è facile tampoco l’indovinare a chi possano
-appartenere le armi scolpite nella lapide suddetta. In quanto alle antiche
-famiglie nobili Napolitane li nostri Scrittori Scipione Mazzella nel
-suo libro intitolato <i>Descrizione del Regno di Napoli</i>, e Carlo Borrelli
-nel precitato suo libro intitolato <i>Vindex Neapolitanæ Nobilitatis</i> ci hanno
-fatto conoscere le armi ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono
-di queste alcune, specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in
-quella stessa posizione in cui si vede nella nostra lapide.
-</p>
-
-<p>
-È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo
-col lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello
-scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva
-anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i
-titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili
-Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo luogo
-non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa una
-indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi non attacco
-alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo scuoprimento
-della origine della nostra città.
-</p>
-
-<p>
-In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le
-sue conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico stemma
-della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un simbolo
-della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede nelle
-sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse alludere
-alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque possa riuscire
-a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione sarà da me
-applaudito di tutto cuore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a164">[a164]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap9">CAPO IX.
-<span class="smaller"><i>Notizie della città di Ruvo al tempo
-della Dinastia Aragonese.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Dai Registri del grande Archivio si rilevano i seguenti fatti. Nell’anno
-1454 Donata del Balzo Orsini figliuola primogenita di Gabriele
-del Balzo Orsini Duca di Venosa, e figliuolo secondogenito di Ramondello
-del Balzo Orsini Principe di Taranto, espose al Re Alfonso Primo
-di Aragona che il suo defunto genitore aveva possedute le seguenti
-città e terre, cioè Venosa col titolo di Duca, Lavello, Lacedogna,
-Minervino, Ruvo e Vico co’ suoi casali nominati Castiello, S. Nicola
-e S. Suosso, Montelione, Laurenzana, Castello Vellotto, Flumari,
-Vallata, Guardia Lombarda, Pulcarino, Rocchetta <i>Sancti Antonii</i>, Carbonara,
-Monte acuto, Carpignano, li casali di Trentola, Lauriano e
-Capodrise col Territorio detto di Pietra Palomba <i>Cum omnibus ipsarum
-civitatum, terrarum et locorum castris, seu fortellitiis, hominibus, vassallis,
-vassallorumque redditibus, mero, mixtoque imperio, et gladii potestate,
-Banco Justitiæ, et cognitione causarum civilium, criminalium et
-mixtarum, Bajulationibus et integro eorum statu</i>.
-</p>
-
-<p>
-Disse che i feudi suddetti a lei spettavano per la morte del suo
-genitore a titolo di legittima successione, e ne dimandò la investitura.
-Il detto Re Alfonso I con suo Privilegio del dì 1.º Giugno dell’anno
-suddetto le confermò li feudi di sopra enunciati <i>pro se, suisque heredibus,
-et successoribus cum omnibus prædictis juribus et jurisdictionibus,
-prout melius et plenius tenuit, et possedit dictus quondam Gabrielius pater
-vigore suorum privilegiorum<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>, tenenda omnia prædicta in feudum etc.</i><a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a165">[a165]</span>
-</p>
-
-<p>
-La detta Donata del Balzo Orsini prese per marito Pirro del Balzo
-Principe di Altamura, Conte di Monte Scaglioso e Gran Contestabile
-del Regno e gli portò in dote li feudi suddetti. Per tal ragione nelle
-carte Aragonesi e dai Scrittori della Materia Doganale il detto Pirro
-del Balzo si trova intitolato Duca di Venosa e di Minervino, e Conte
-di Ruvo. Ai conjugi suddetti il Re Ferdinando I di Aragona figliuolo
-di Alfonso nell’anno 1458 confermò li feudi che rispettivamente possedevano,
-tra i quali la città di Ruvo<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Isabella del Balzo fu figliuola del detto Pirro del Balzo e di Donata
-del Balzo Orsini. Ebb’ella per marito Federico di Aragona figliuolo
-secondogenito del Re Ferdinando I di Aragona. Per la morte de’ suoi
-genitori senza figliuoli maschi, tra gli altri feudi da lei ereditati vi fu
-anche la città di Ruvo. Fu per la nostra città sicuramente un vantaggio
-l’esser passata sotto la dominazione di un Principe distintissimo per le
-sue virtù e per la bontà de’ costumi. Ma ciò durò ben poco.
-</p>
-
-<p>
-Divenuto Federico Re di Napoli nell’anno 1496, pressato forse
-dalle dolorose circostanze delle quali si parlerà nel seguente capo, vendè
-nell’anno 1499 la città suddetta a <i>Galzarano de Requesens</i> Conte di Trivento
-e di Avellino. Questo contratto non trovandosi registrato ne’ Regj
-Quinternioni, i notamenti ch’esistono nel Grande Archivio lo giustificano
-riportandosi ad un antico processo formato nella Regia Camera della
-Sommaria tra il Regio Fisco e ’l Duca d’Andria e Conte di Ruvo per
-l’assegnamento de’ fuochi della detta città, nel quale il privilegio suddetto
-erasi prodotto<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Bisogna ora dare un passo indietro per riportare
-i seguenti registri anche dell’epoca di cui sto ragionando.
-</p>
-
-<p>
-Nel Repertorio de’ Registri <i>Curiæ</i>, nel Registro <i>Licterarum Regiarum
-Primo</i> dell’anno 1478 Cam. I Lettera S Scanzia 4 n. 5 fol. 42
-a t. vi è la seguente notizia. <i>Università di Curati, et Ruvo communità
-d’acqua et herba 1478 Rex Ferdinandus.</i>
-</p>
-
-<p>
-Nel detto Repertorio sotto il Registro <i>Licterarum clausarum Curiæ</i>
-<span class="pagenum" id="Page_a166">[a166]</span>
-IX dell’anno 1478 Cam. I lettera S Scanzia I n. 8 fol. 74 si legge
-<i>Ruvo et Corato per l’acqua et herba comune</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nel Repertorio de’ Registri <i>Partium</i> fol. 17 a t. sotto il Registro
-<i>Partium</i> XIX dell’anno 1479 Cam. 5 Lit. A Scanz. I n. 29 si legge
-<i>Università di Quaratæ immunità per la fida d’animali in loro territorio,
-et communità di acqua et erba con l’Università di Rubo</i>.
-</p>
-
-<p>
-Li già detti tre Registri mancano; ma li trascritti notamenti rimasti
-ne’ repertorj bastano a pruovare di esservi stata un tempo comunità
-di acqua ed erba tra le due Popolazioni di Ruvo e di Corato. Lo
-conferma ciò anche il seguente Registro tuttavia esistente dello stesso
-anno 1479.
-</p>
-
-<p>
-Giacomo Caracciolo utile Signore in quel tempo della terra di <i>Quarata</i>,
-e la università, ed uomini di essa esposero al detto Re Ferdinando
-che <i>avendo dicta Terra, et Università et homini di quella comunità
-de acqua et herba con la Università et homini de la cità de Rubo,
-et quella se usano, et usase gran tempo, et l’uno con li altri pacifice
-secundo loro antiqua consuetudine, privilegj et capitoli mostrase, al presente
-per Cola Cometta de questa nostra Dohana le si vogliono innovare
-cosa non solita, nè seguita per gli altri Officiali de dicta nostra Dohana,
-dal che ne seguerea non poco danno et interesse a dicti exponenti. Unde
-de ciò ne hanno fatto supplicare vogliamo alla loro indempnità de opportuno
-rimedio provedere non se li debbia a dicti supplicanti innovare cosa
-alcuna in prejudicio de’ dicti loro capitoli, privilegj, et consuetudine,
-per lo dicto Cola, et altri Officiali de dicta Dohana in la dicta loro comunità
-de acqua et herba, ante lassarreli persistere et gaudere si come
-per lo passato avevano facto, et al presente fanno in dicta comunità</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sussiegue il Rescritto del Re che si vede inserito alla lettera, col
-quale venne ordinato che nulla si fosse innovato contro la esposta comunione
-di acqua ed erba. In fine vi è una provvisione del Tribunale
-della Regia Camera della Sommaria del dì 12 Settembre 1479 colla
-quale fu ordinata la piena ed esatta esecuzione del precitato Real Rescritto<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a167">[a167]</span>
-</p>
-
-<h3>CONSIDERAZIONI
-<span class="smaller"><i>Sulla comunità di acqua ed erba della città di Ruvo
-con Corato e Terlizzi.</i></span></h3>
-</div>
-
-<p>
-Dal Registro del Re Roberto dell’anno 1310 e 1311 riportato innanzi
-alla pag. 144 si è veduto che tra Ruvo e Terlizzi vi era la stessa
-comunione di acqua ed erba. Perchè la nostra città è stata una volta in
-comunione colle due terre di Corato e di Terlizzi, e non già colle convicine
-città di Bitonto, di Altamura e di Gravina? Pare che la cosa
-si spieghi da se stessa. In quanto a Terlizzi ch’è alla distanza di due
-miglia da Ruvo, basta un solo colpo d’occhio di chiunque non voglia
-rinunziare al raziocinio per decidere di esser quella una novella Popolazione
-nata nell’antico estesissimo agro Ruvestino, e che quanto la
-stessa ha e possiede non può ripeterlo che dalla nostra città.
-</p>
-
-<p>
-In quanto poi a Corato pare che non possa porsi tampoco in dubbio
-che sia surta del pari nel territorio di Ruvo, e che il terreno alla
-stessa assegnato dal Conte Pietro Normanno dal quale fu edificata sia
-stato ritagliato anche dall’agro Ruvestino. Si è innanzi dimostrato che
-dal lato occidentale era Ruvo l’ultima città della Peucezia, come Canosa
-era la prima città della Daunia che s’incontrava partendo da Ruvo.
-Queste due città erano tra loro confinanti, poichè tra l’una e l’altra
-non vi era veruna città intermedia, e quel <i>Netium</i> per lo quale si
-è fatto tanto rumore, l’ho dimostrato nel Capo I un nome meramente
-ideale.
-</p>
-
-<p>
-Corato sta in mezzo tra Ruvo e Canosa, alla distanza però di tre
-in quattro miglia da Ruvo e di diciassette miglia da Canosa. A quale
-dunque delle dette due antiche città deve credersi che sia appartenuto
-quel suolo sul quale si trova Corato edificata? Il buon senso e ’l raziocinio
-naturale lo attribuisce alla città più vicina. Ma facendosi attenzione
-alla Geografia antica non è questa che una verità di fatto.
-</p>
-
-<p>
-Si è dimostrato innanzi nel capo III che il territorio dell’antica
-Peucezia si estendeva fino alla foce dell’Ofanto, e che sulla riva dritta
-dell’Ofanto vi aveva la Daunia soltanto la città di Canosa e ’l villaggio
-di Canne sito nel campo di Diomede reso famoso dalla sanguinosa sconfitta
-<span class="pagenum" id="Page_a168">[a168]</span>
-de’ Romani. È facile da ciò l’intendere che l’agro Canosino dal lato
-della Peucezia non poteva, e non doveva essere molto esteso, altrimenti
-come avrebbe potuto verificarsi che i confini di essa si estendevano fino
-all’Ofanto? La città di Canosa sta sull’Ofanto.
-</p>
-
-<p>
-Il forte dunque dell’agro Canosino esser doveva sulla sinistra dell’Ofanto,
-ove dopo Canosa s’incontrava l’altra antica città chiamata
-<i>Herdonia</i>, di cui si vedono oggi soltanto gli avanzi, poco lungi dai
-quali è surto il meschino villaggio che porta il nome di <i>Ordona</i>. Tra
-Canosa ed Erdonia non vi era altra città intermedia, poichè Cerignola
-che ora sta tra Canosa ed Ordona è una città novella.
-</p>
-
-<p>
-Or tra Canosa ed Erdonia secondo l’itinerario di Antonino vi era
-la distanza di venticinque miglia, e secondo l’itinerario Gerosolimitano
-di ventisei miglia. Da quel lato dunque ch’era estesissimo innoltrar si
-doveva l’antico agro Canosino, e dal lato della Peucezia non poteva
-esser maggiore di quello che lo è al presente, nè si può credere mai
-che si fosse esteso fin sotto le mura di Ruvo ove fu edificata Corato.
-</p>
-
-<p>
-Dal che ne discende che Corato deve per necessità credersi edificata
-nell’agro Ruvestino, e che da questo sia stata risegata quella dotazione
-di terreno che fu alla stessa assegnata. Per le premesse osservazioni
-pare che debba dirsi lo stesso anche pe ’l territorio di Andria,
-almeno per quella parte di esso ch’è dal lato di Ruvo, giacchè dal lato
-del Garagnone col quale Andria è confinante, è molto probabile che vada
-oggi inclusa nel suo territorio una buona porzione di quello che apparteneva
-all’antica città denominata <i>Silvium</i>, di cui ho lungamente parlato
-nel Capo III, ed ho dimostrato che quell’antica città era nel sito preciso,
-ove oggi sta il castello del Garagnone.
-</p>
-
-<p>
-In fatti nella parte estrema delle murge di Ruvo vi è un trifinio
-che mette in contatto il territorio di Ruvo quello del Garagnone e quello
-di Andria; il che rende probabile che cotesta novella città edificata al
-tempo de’ Normanni abbia presa una porzione del suo territorio anche
-dall’antico agro <i>Silvino</i>, detto oggi <i>Garagnone</i>. Cotesto trifinio è segnato
-con tre termini lapidei nella parte estrema delle murge di Ruvo
-nel sito chiamato <i>Taverna nuova</i> e <i>Giuncata</i> di cui parlerò in seguito.
-</p>
-
-<p>
-Ritornando ora a quella promiscuità di acqua e di erba in cui la
-città di Ruvo era un tempo con Corato e Terlizzi, osservo che simili
-<span class="pagenum" id="Page_a169">[a169]</span>
-promiscuità contratte tra due popolazioni tra loro confinanti sono sempre
-partite dal calcolo della reciproca utilità, e dalla uguaglianza del
-comodo rispettivo che sarebbe venuto a risultarne. Tale avrebbe potuto
-essere la promiscuità che la nostra città avesse per avventura contratta
-colla città di Bitonto, Altamura o Gravina provvedute del pari di un
-esteso territorio. Ma quale utilità avrebbe potuto ritrarre dal porre il
-suo vasto territorio in comunione con Terlizzi e Corato?
-</p>
-
-<p>
-Non aveva la prima, come non ha ora tampoco che un territorio
-ristrettissimo, il quale non era fornito di altro pascolo, meno che del
-picciolo bosco denominato <i>Parco di Terlizzi</i> ora ridotto a coltura. Rimpetto
-al vasto territorio di Ruvo non era questo che un punto matematico.
-Rispetto poi a Corato ha la stessa un territorio più ampio di quello
-di Terlizzi, ed è provveduta anche di paschi più estesi; ma non paragonabili
-affatto a quelli dell’agro Ruvestino. È chiaro quindi per se
-stesso che la promiscuità suddetta non la dettò l’interesse, poichè nulla
-vi era in essa a guadagnare per la città di Ruvo, ed in tutti i tempi
-i Coratini ed i Terlizzesi hanno avuto bisogno del territorio di Ruvo,
-non mai i Ruvestini di quello di Corato e di Terlizzi.
-</p>
-
-<p>
-Tale comunione quindi la dettò unicamente la benevolenza, l’affezione
-e l’affinità de’ Ruvestini colle due novelle Popolazioni surte nel
-loro territorio, e formate probabilmente almeno in parte dai loro concittadini
-che andarono a stabilirsi a Corato ed a Terlizzi. È perciò che
-nell’ultimo Registro Aragonese dell’anno 1779 testè trascritto la Università
-ed Uomini di Corato dicevano che tal promiscuità la stavano
-godendo in forza di <i>antiqua consuetudine privilegj e capitoli</i>.
-</p>
-
-<p>
-Le parole <i>privilegj e capitoli</i> nel nostro antico linguaggio legale
-valgono lo stesso che <i>concessione</i>. Capitoli e Privilegj sono denominate
-le grazie accordate dai nostri passati Sovrani alla città di Napoli ed a
-tutto il Regno. Ond’è che la stessa Università di Corato colla sua dimanda
-innanzi trascritta venne ingenuamente a dichiarare che la promiscuità
-suddetta la ripeteva da una concessione della città di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Cotesta promiscuità non vi è più da un tempo che sorpassa ogni
-memoria. Dovè rimanere disciolta per giusti motivi che s’ignorano. Essendovi
-stata però una volta, e formando parte della storia della nostra
-città, era regolare indagare i motivi che la suggerirono.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a170">[a170]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap10">CAPO X.
-<span class="smaller"><i>Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando
-il Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città avvenuti
-nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare la storia
-della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui passò questo
-Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando I di Aragona
-nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui figliuolo
-primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli nel dì 8 Maggio
-dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo quella procella
-già preparata che la prudenza e la destrezza del suo genitore aveva
-tenuta per qualche tempo sospesa.
-</p>
-
-<p>
-Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati
-dagli Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX
-della sua Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi.
-Appena le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto
-il Regno si pose in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi
-tutto l’Abruzzo alzò la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono
-Alfonso, e gli fecero obliare quella gloria militare che si aveva acquistata
-in tante guerre alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la
-maggior forza di un Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò
-quindi il Regno al suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze,
-ed andò a cercare un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò
-indi a Messina, e si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita
-austera.
-</p>
-
-<p>
-Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica;
-si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso
-odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà.
-Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi
-col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli.
-Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495
-sciolse le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col
-<span class="pagenum" id="Page_a171">[a171]</span>
-suo Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico
-per ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto,
-perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva
-fino a quel punto profondamente dissimulate.
-</p>
-
-<p>
-Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno
-suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato
-ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli disposizioni.
-Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali erano
-dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre ed insolenza
-disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben presto
-in avversione e malcontento.
-</p>
-
-<p>
-In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’
-progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto.
-Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile,
-cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola
-decorò col nome di <i>Gran Capitano</i> prima che le sue operazioni
-militari avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo
-colle sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi.
-</p>
-
-<p>
-Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile
-lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re
-di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì
-tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia colle
-sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con una fiera
-battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane appostate al
-fiume Taro.
-</p>
-
-<p>
-Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor <i>Monpensier</i>
-di Casa Borbone e del Signor <i>d’Obignì</i> di Nazione Scozzese.
-I Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia
-per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad eseguirlo,
-e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni e
-venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare colle
-sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier coi
-Francesi per opporsi allo sbarco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a172">[a172]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi,
-occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero festevolmente
-nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto anno
-1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man mano
-i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a ripigliare
-Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella
-età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496.
-</p>
-
-<p>
-Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo
-Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di
-rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto
-era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione
-al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che
-per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII
-si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla massima
-benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito
-dalla fortuna.
-</p>
-
-<p>
-Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel
-suo paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di
-tornei e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e
-del Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose
-fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli.
-Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò
-dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo
-sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di
-lui, e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso
-da Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle
-di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente
-la pecora in bocca del lupo.
-</p>
-
-<p>
-Tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII era stato già conchiuso
-un segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato
-ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso stabilito
-che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a Federico
-il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al Re
-di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la
-<span class="pagenum" id="Page_a173">[a173]</span>
-Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata
-della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli
-e di Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria
-e di Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l
-titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di
-essi avrebbe atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno
-fosse stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe
-rimasto nel massimo segreto.
-</p>
-
-<p>
-Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu
-da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito
-di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete
-istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche un
-tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal Re
-Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle per la
-sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso; ma in
-realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista di quella
-porzione del Regno che col segreto trattato era stata attribuita al Re
-di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il buon Re Federico
-assai degno di una sorte migliore.
-</p>
-
-<p>
-Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re
-a discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, <i>Arduum
-est eodem loci potentiam et concordiam esse</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. Nel segreto trattato
-non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le
-Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro
-e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia,
-a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle
-di Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti
-gli voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata.
-</p>
-
-<p>
-A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè
-ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia
-ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata <i>Puglia
-Daunia</i>, come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo
-<span class="pagenum" id="Page_a174">[a174]</span>
-tardi erano venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto
-la volevano per loro.
-</p>
-
-<p>
-Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi
-onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero
-ed ottennero un colloquio tra il Duca <i>di Némours</i> Vicerè di Luigi
-XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla
-però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse
-attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse innovato
-contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di
-Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo
-accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente
-rilasciata la Capitanata.
-</p>
-
-<p>
-Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la
-Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche
-città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli
-rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre furono
-occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e
-con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di
-poterlo impedire<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche dai
-Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante per la
-guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti e di cavalli
-sotto il comando del Signor <i>de la Palisse</i>, il quale aveva sotto li
-suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli avvenimenti
-che passo ad esporre.
-</p>
-
-<p>
-Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi,
-ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi
-la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli
-Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal vantaggiosa
-posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi
-di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè occasione
-<span class="pagenum" id="Page_a175">[a175]</span>
-ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad
-incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici.
-</p>
-
-<p>
-Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere
-chiamato <i>Carlo de Togues</i> intitolato <i>Signor de la Motte</i>. Mentre stava
-costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito Spagnuolo con
-disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca Cavaliere Capuano
-che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi Italiani sotto
-il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta al nome Italiano
-mandò al <i>Signor de la Motte</i> quella disfida, a cui susseguì il famoso
-combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi usciti da Ruvo, ed altrettanti
-Italiani usciti da Barletta, il quale ebbe luogo in un campo designato
-tra Andria e Corato poche miglia lungi da Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece apprendere
-che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere gl’Italiani
-superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l valore. Per
-eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso fu sul luogo
-istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo con analoga
-iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più volte nella
-mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza. Ora però non
-vi è più.
-</p>
-
-<p>
-Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che
-hanno occupati que’ luoghi<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. Se la cosa va così, non hanno potuto essi
-certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le
-notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi
-riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali che
-Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento tanto
-<span class="pagenum" id="Page_a176">[a176]</span>
-per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non si pensi
-affatto!
-</p>
-
-<p>
-Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini,
-Paolo Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però
-ne hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso
-non che la intera corrispondenza di lettere tra <i>Ettore Fieramosca</i> e ’l
-Signor <i>de la Motte</i> si ha da un libriccino stampato o piuttosto ristampato
-in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo stile non
-elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato presente ai
-fatti che ha fedelmente riportati.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho
-avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare
-Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono
-determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico per un
-doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il moltiplicare
-le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte le circostanze
-di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo perchè i
-preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben può dirsi
-che formano parte della storia di essa.
-</p>
-
-<p>
-Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento,
-quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto
-rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate
-che vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini,
-dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli
-Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta ben
-fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad encomiare
-la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando tutte le privazioni
-ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva a bada colla speranza
-di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente racconto, il quale
-per altro pecca di poca esattezza in diverse circostanze che non mancherò
-di rilevare.
-</p>
-
-<p>
-<i>In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e
-per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli che fino
-<span class="pagenum" id="Page_a177">[a177]</span>
-a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di Castellaneta,
-Terra vicina a Barletta<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a> disperati per i danni ed ingiurie che pativano
-da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano, prese popolarmente
-l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo avendo notizia
-che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie e trecento fanti
-alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta dodici miglia<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a>
-faceva guardie negligenti, uscito una notte da Barletta, et condottosi a
-Rubos, et piantate con grandissima celerità le artiglierie, le quali per
-essere il cammino piano aveva facilmente condotte seco, l’assaltò con
-tale impeto che i Francesi i quali si aspettavano ogni altra cosa, spaventati
-dall’assalto improvviso, fatta debole difesa, si perderono rimanendo
-cogli altri Palissa prigione, e ’l giorno medesimo se ne ritornò
-Consalvo a Barletta, senza pericolo di ricevere nel ritirarsi da Nemurs,
-il quale pochi dì innanzi era venuto a Canosa, danno alcuno, perchè
-le genti sue alloggiate per tenere Barletta assediata da più lati, e forse
-per maggiore loro comodità in più luoghi, non poterono essere a tempo
-a congregarsi.</i> Passa dopo ciò a riportare il già detto famoso combattimento
-de’ tredici Cavalieri Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di
-esso come di un fatto posteriore alla espugnazione della detta città di
-Ruvo<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima
-nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa
-fu vivissima, e ’l Signor <i>de la Palisse</i> che gli comandava non merita di
-essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre presente
-nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche ferito.
-La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata quando
-il Duca di <i>Némours</i> era già ritornato a Canosa, mentre questi era partito
-<span class="pagenum" id="Page_a178">[a178]</span>
-per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare la ingiuria
-fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo profittò della
-di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta per tentare sulla
-città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così bene.
-</p>
-
-<p>
-La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento
-de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla espugnazione
-della nostra città, mentre non vi può esser dubbio che l’abbia
-preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la circostanza che i tredici
-Cavalieri Francesi furono scelti dalla cavalleria che stava alloggiata
-in Ruvo, la quale dappoi colla presa della città rimase prigioniera di
-guerra, come lo stesso Guicciardini lo ha detto. Andiamo dunque a
-rettificare cotesti errori colla testimonianza di altri Scrittori meglio informati
-de’ fatti allora avvenuti.
-</p>
-
-<p>
-Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già
-detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti
-Italiani, passa a dire che mentre il Duca di <i>Némours</i> stava sotto le
-mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini,
-gli pervenne un messo. <i>Is attulerat Consalvum Barolo profectum
-Rubos ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione
-certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito,
-noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones Barolitanos
-non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos advolavit.
-Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut prostrato
-ingenti ruina muro<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>, collata veluti acie dimicaretur, et non uno in
-loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur. Certatum est per septem
-horas summa contentione; nam Palicia infracto animo, ubi periculum
-posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat. Cum pro vallo
-cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus opposuisset, et per
-sagittarios Vascones idoneis locis dispositos crebra vulnera subeuntibus inferebantur.
-<span class="pagenum" id="Page_a179">[a179]</span>
-Sed ipso demum Palicia vulnerato, et cataphractis incumbentium
-hostium impetu pondereque prostratis potius, quam interfectis, Hispani
-in oppidum irruperunt: cum alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri
-coronam cepissent. Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit
-Francisci Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ
-decus datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus
-muri pinnam apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis,
-reliqui Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter
-ceteros Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta
-Hispano, qui ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens,
-in officio sibi permanendum esse censuerat.</i> Passa poi a dire ciò che Consalvo
-fece dopo, del che si parlerà in seguito<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni,
-e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di
-Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la
-immortalità con un suo Poemetto intitolato <i>Consalvia</i>, il quale servì
-solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore Grammatico.
-È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale n’è
-stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali era
-stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento de’
-tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne a
-Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi avuti dai
-Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza del Duca di
-<i>Némours</i> per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la fazione seguita
-a Ruvo ne’ seguenti termini:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ipse quoque interea ne duceret ocia noster</i></p>
-<p class="i01"><i>Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,</i></p>
-<p class="i01"><i>Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat</i></p>
-<p class="i01"><i>Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,</i></p>
-<p class="i01"><i>Deque sagittifera numero bis gente ducentos.</i></p>
-<p class="i01"><i>Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,</i></p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_a180">[a180]</span></p>
-<p class="i01"><i>Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes</i></p>
-<p class="i01"><i>Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,</i></p>
-<p class="i01"><i>Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,</i></p>
-<p class="i01"><i>Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes</i></p>
-<p class="i01"><i>Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem</i></p>
-<p class="i01"><i>Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,</i></p>
-<p class="i01"><i>Urbe manu forti nostri potiuntur adepta.</i></p>
-<p class="i01"><i>Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,</i></p>
-<p class="i01"><i>Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,</i></p>
-<p class="i01"><i>Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,</i></p>
-<p class="i01"><i>Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che Spagnuoli,
-i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a dire
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit</i></p>
-<p class="i01"><i>Strenuus, atque acer muris insignia primus</i></p>
-<p class="i01"><i>Intulit, et sociis aditus reseravit apertos.</i></p>
-<p class="i01"><i>Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti</i></p>
-<p class="i01"><i>Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente</i></p>
-<p class="i01"><i>Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et conjecta super tot vertice tela repellis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Judicioque tuo melius mutata repente</i></p>
-<p class="i01"><i>Hostibus oppressos diffregit machina muros.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam</i></p>
-<p class="i01"><i>Margariton meruit per fortia prœlia laudem</i></p>
-<p class="i01"><i>Inter Parthenopes juvenes non infima fama.</i></p>
-<p class="i01"><i>Exportata Rubis igitur quam maxima præda</i></p>
-<p class="i01"><i>Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis</i></p>
-<p class="i01"><i>Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens</i></p>
-<p class="i01"><i>Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et quæcumque fuit victis ablata supellex.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire</i></p>
-<p class="i01"><i>Obsessi ducant si de obsidione triumphos.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo
-<span class="pagenum" id="Page_a181">[a181]</span>
-di andare a cercare il Duca di <i>Némours</i> passando più oltre, ma
-ne fu trattenuto dal seguente riflesso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc</i></p>
-<p class="i01"><i>Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,</i></p>
-<p class="i01"><i>Proregemque sequi, qui signa minantia contra</i></p>
-<p class="i01"><i>Castellaneti tunc mœnia versa ferebat.</i></p>
-<p class="i01"><i>Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,</i></p>
-<p class="i01"><i>Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,</i></p>
-<p class="i01"><i>Verteret in rixas victricia castra suorum</i><a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie del
-Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di affrettare
-il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con tutte le
-truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di <i>Némours</i>
-che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il Guicciardini
-nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il quale
-seguita a dire: <i>Sequentique die, non plane toto direpto oppido, eadem
-usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius, qui ex
-itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu, festinanter adventabat,
-de Paliciæ calamitate doceretur</i>.
-</p>
-
-<p>
-Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia
-di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo stesso
-modo. <i>Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da Barletta,
-e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi, luogo
-importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi Monsieur
-de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si mosse verso
-Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio che gli aveva
-dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando quello ch’era
-avvenuto.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria,
-e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto
-<span class="pagenum" id="Page_a182">[a182]</span>
-prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto questo
-se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza</i><a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è
-detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il
-Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto morale,
-poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che commise
-Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro città occupata
-dai Francesi non già perchè fossero stati questi da essi chiamati,
-ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe dovuto opporsi
-a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in Barletta, e fu
-ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai vantaggi riportati
-non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era facile l’annientare
-la poca forza che gli era rimasta.
-</p>
-
-<p>
-Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la
-città di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor <i>de la Palisse</i>, e dai
-soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco
-e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche
-gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La vittoria
-riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò che apparteneva
-ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le sostanze
-de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche delle vittovaglie,
-del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era necessario alla vita,
-come non senza una positiva impudenza glie ne ha fatto un vanto
-il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto di menare prigionieri
-a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui combattuto per
-estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di tutto, come ci fa
-anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato. Quale viltà! Qual
-sordidezza!
-</p>
-
-<p>
-Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato
-Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono
-quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve
-<span class="pagenum" id="Page_a183">[a183]</span>
-di una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio
-dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella
-povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua soldatesca?
-A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua cassa
-vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa?
-</p>
-
-<p>
-La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente
-cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto di
-vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi citato
-che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando ciò
-che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche la guerra
-però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’ riguardi che
-son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare non deve operare
-come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli capita nelle
-mani.
-</p>
-
-<p>
-Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado
-gl’importanti servigj resi <i>per fas et per nefas</i> a Ferdinando il Cattolico,
-ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta nel Regno
-di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una umiliante
-oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il caso. Vi concorre
-sovente anche la mano occulta della Provvidenza che confonde la superbia
-degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata pena. <i>Non enim</i>
-(diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) <i>approbatum est non esse curæ
-Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo casus, eventusque
-rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur</i><a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>-<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a184">[a184]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico
-siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della
-iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che l’Eroe
-dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj però de’ grandi
-Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano destramente o si passano
-sotto un prudente silenzio; ma non si esaltano, ma non si encomiano
-e si applaudiscono come ha fatto il Cantalicio senza veruna dignità
-e contegno.
-</p>
-
-<p>
-Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore
-della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in quel
-tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la Pirateria
-come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella dedica
-che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo
-stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella
-bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. <i>Decebat propterea me
-tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis immortalitatem
-consequi!</i> Il merito di un concetto di tal fatta lo valutino quelli
-Uomini rispettabili che sono investiti della stessa alta Dignità Chiesastica.
-Andiamo innanzi.
-</p>
-
-<p>
-In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città di
-Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva
-venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento,
-<span class="pagenum" id="Page_a185">[a185]</span>
-e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso
-con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’
-servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò tutti
-i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche <i>Civitas Rubi Provincia
-Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque reddititus
-feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus, vineis, olivetis,
-jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis, tenimentis, territoriis,
-querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus, silvis, redditibus, bajulationibus
-etc.</i><a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>.
-</p>
-
-<p>
-A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella
-per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno.
-Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero Carafa.
-<i>Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus vaxallis,
-bajulationibus</i>, e con tutte le altre clausole generali. Su di questo
-contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato l’assenso
-nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo 1520 si
-ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al Conte Antonio
-Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno 1523
-risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo figliuolo<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>.
-Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra città non essendo
-uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia, non interessa conoscere
-la serie degl’individui di essa che l’hanno posseduta in feudo
-fino ai nostri giorni.
-</p>
-
-<p>
-L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano
-gli altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior
-numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la nostra
-città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono gl’intollerabili
-abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati Abruzzesi
-del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e di eccessi
-che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa. Da
-queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed ogni
-<span class="pagenum" id="Page_a186">[a186]</span>
-industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra città spogliata
-de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni e depredazioni che
-la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo fallimento.
-</p>
-
-<p>
-Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in
-due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte
-della storia della nostra città, non possono essere trasandati. Chiamandomi
-essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di quella Popolazione
-sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti risultati dalla conculcazione
-di essi, è utile che siano queste cose conosciute dai miei concittadini
-tanto presenti che futuri.
-</p>
-
-<p>
-Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono
-le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno
-spesso risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente
-ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul
-territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi,
-quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale
-che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che
-avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi.
-</p>
-
-<p>
-Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca
-previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato
-le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto che
-soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe torto.
-È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista esperienza,
-poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di Cordova
-di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono stato. Oltre
-i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano i Francesi
-in una città ben fortificata <i>Qui tunc fortissima habebat castra Rubis</i>,
-si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non poterono altrimenti
-penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di muraglia sotto i
-colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri punti colla scalata.
-</p>
-
-<p>
-Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte
-guarda il <i>sud</i> ed in parte l’<i>est</i>, il quale era rimasto allora forse danneggiato,
-si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione però di
-esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e bastioni che
-<span class="pagenum" id="Page_a187">[a187]</span>
-cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le mura del già
-detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono solidissime e rivestite
-al di fuori di pietre quadrate ben connesse e ben lavorate, a
-differenza dell’antica muraglia, la quale era formata per lo intero di
-fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto dalle torri, delle
-quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre quadrate. Ma coteste
-torri insiem colle mura, tranne solo qualche piccolo pezzo che n’è
-rimasto, son oggi scomparse del tutto.
-</p>
-
-<p>
-Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni
-merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche
-porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi
-e solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era
-chiamata <i>Portanò</i> che può corrispondere o a <i>Porta nuova</i>, perchè di
-nuovo riedificata, o piuttosto a <i>Porta di Noja</i>, perchè di là si usciva per
-prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di Bari<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. Delle
-dette porte della città era questa la più solida e meglio fortificata. Aveva
-anche la così detta <i>Saracina</i> per mezzo della quale poteva rimaner
-munita di una seconda porta ferrata ad un solo pezzo che sarebbe discesa
-colle catene dalla parte superiore dell’edificio. Vi era su di essa
-lo Stemma della città sotto del quale si leggeva il seguente distico non
-senza ragione motteggiato di ampollosità dal Pratilli:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Si modo non eadem splendida fama patet.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a188">[a188]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le quali
-fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore all’aggressione
-di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi era anche una fortificazione
-ben solida con delle feritoje e colle statuette de’ tre Santi Protettori
-della città S. Cleto, S. Biase e S. Rocco ch’è il più venerato
-dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed è da essi onorato di una
-sontuosa festa<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica
-casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra
-riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala
-scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle pubbliche
-carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi consisteva
-in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica annona.
-Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta suddetta
-della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una porzione
-di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla convocazione
-de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e Giudice locale
-amministrava la Giustizia civile e penale.
-</p>
-
-<p>
-La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano
-la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali
-sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di
-quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le beccherie
-che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra fu formato
-uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio utilissimo
-alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in Ruvo fino
-al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È ora andato
-in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che prima
-erano in pratica.
-</p>
-
-<p>
-La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini dell’anno
-1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa diroccata.
-Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza del
-<span class="pagenum" id="Page_a189">[a189]</span>
-Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative superiori,
-da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime si spacciò
-il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non senza un grave
-pericolo avrebbe potuto lasciarsi così.
-</p>
-
-<p>
-Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava
-aver occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci
-secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri cittadini
-che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si cominciò
-a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera circolazione
-dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute degli
-abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si passa
-volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione gli antichi
-abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della collina, ove
-fu da principio la città edificata, e formarsi nuove abitazioni più al
-basso di essa.
-</p>
-
-<p>
-Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità
-essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla
-nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati Magistrati
-Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel potere di decretare
-ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia di tutti i
-tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore che si è potuto
-fare ad una città è stato quello di atterrarle le sue mura e le sue
-Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava il nome di città soltanto
-a quella, <i>quæ muris cingitur</i><a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>. Le mura e le Porte delle città
-furono da essi considerate come luoghi <i>sacri</i> ed intangibili<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Ci tocca
-ora ammirare la moderna sapienza distruggitrice di quelle mura, e di
-quelle Porte che hanno tante volte salvate le città dai più gravi disastri!
-E si stanno smaltendo queste frottole mentre la città di Parigi
-che ha un milione di abitanti ed un circuito immenso si sta attualmente
-cingendo di muraglie e di bastioni!
-</p>
-
-<p>
-Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi
-<span class="pagenum" id="Page_a190">[a190]</span>
-dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi
-parlato. Le fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza.
-Avendo perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta
-della città che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario
-abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta
-colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno
-de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo
-presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in
-luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata
-Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati
-incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata della
-novella casa comunale che guarda il largo denominato di <i>Porta di Noja</i>.
-Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza i veri
-pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile territorio
-che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti sono i
-seguenti.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Hospes, me Græci quondam tenuere coloni.</i></p>
-<p class="i01"><i>Antiquas inter non certe ignobilis urbes,</i></p>
-<p class="i01"><i>Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes</i></p>
-<p class="i01"><i>Excolui, quod sculpta<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> probant, et picta decore</i></p>
-<p class="i01"><i>Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis.</i></p>
-<p class="i01"><i>Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,</i></p>
-<p class="i01"><i>Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina.</i></p>
-<p class="i01"><i>Ægrotos sano<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>, validorum corpora firmo.</i></p>
-<p class="i01"><i>Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare
-era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati
-<span class="pagenum" id="Page_a191">[a191]</span>
-sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto
-per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò
-alla Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio,
-si pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia
-e più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo,
-e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia <i>Avitaja</i>,
-ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque cotesto
-edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno spendendo
-bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed adattarlo
-agli usi dell’Amministrazione comunale.
-</p>
-
-<p>
-Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione
-della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi determinato
-di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le subastazioni.
-Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio, che
-non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse.
-Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora
-al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose
-de’ Comuni.
-</p>
-
-<p>
-Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel
-Grande Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi
-nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno
-1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la
-Università di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di
-Terlizzi dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale
-nel dì 24 Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze
-relative all’esame testimoniale che si stava compilando<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio
-suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso
-condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente
-riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi fiscali<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>.
-Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano siti
-<span class="pagenum" id="Page_a192">[a192]</span>
-perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate. Pruova
-però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni de’ Terlizzesi.
-</p>
-
-<p>
-Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i
-soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università nelle
-case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il privilegio di
-esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi che avessero
-voluto, e farlo <i>Camera riservata</i>. Era questo il vocabolo col quale era
-tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre a smugnere
-il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più giù anderemo
-a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo carissimo
-un tal favore.
-</p>
-
-<p>
-Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e
-Conte di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte
-di Lemos Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini
-di Ruvo aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua <i>Camera riservata;
-et volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai
-Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia</i><a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>, dimandò quindi il permesso
-che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò che
-dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa sull’assunto
-non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del dì 5
-Giugno accordò tal permesso.
-</p>
-
-<p>
-Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico
-parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja <i>Governatore e
-Giudice Baronale</i>, al quale era vietato dalla legge di prender parte in
-un atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento
-suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini.
-Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo
-stesso affare, e nulla si era combinato perchè <i>l’offerta fatta a detto
-Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in conto
-<span class="pagenum" id="Page_a193">[a193]</span>
-alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita venire
-alla detta transazione</i>.
-</p>
-
-<p>
-Pose in veduta quanti <i>disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà
-si taceno</i>, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del detto
-alloggio, e propose che si fosse fatta <i>all’Illustrissimo Signor Duca
-nostro Padrone</i> una offerta più vantaggiosa. La deliberazione presa fu
-che si fossero al Duca offerti ducati diecimila <i>con queste condizioni e
-patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig. Duca, e Conte
-di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, <span class="upright">quod absit</span>, venessero a
-vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et affittare questa Città di
-Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone, creditore, o affittatore non
-ne venesse a fare camera perpetua, o non ne potesse fare camera, o per
-volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia altro che potesse occorrere <span class="upright">de jure
-et de facto</span> a non essere Camera ordinaria questa Città, onde ne patisse
-alloggiamenti ordinarj, o vero contro la forza di questa convenzione detto
-Illustrissimo Sig. Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera
-ordinaria perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per
-qualsivogli altro che potesse occorrere <span class="upright">de jure et de facto</span> questa Città ne
-venesse a patire detti alloggi ordinarj, che <span class="upright">tunc et eo casu, imo ex nunc
-prout ex tunc</span> detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare di restituire
-detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti e da patire
-a questa università</i>. E poichè li detti ducati diecimila da offerirsi mancavano,
-fu risoluto anche di contrarsi un debito.
-</p>
-
-<p>
-Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo
-stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle
-imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università montavano
-ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del pane
-che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto per annui
-ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non ampio
-della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti coll’annualità
-al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque
-della nostra città non era affatto felice.
-</p>
-
-<p>
-Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione
-presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con
-<span class="pagenum" id="Page_a194">[a194]</span>
-sua decretazione del dì 4 Settembre rispose <i>Regia Camera Summariæ
-de supplicatis se informet, et referat</i>. Si presentò il Duca a quel Tribunale,
-giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno
-di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di guadagno.
-Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio Assenso
-si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra il Principe
-di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese di Morcone
-e la Università di detta Terra. Allegando questi due esempj insistè che
-fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la convenzione fatta tra
-lui, e la città di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale,
-con sua <i>Consulta</i> del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè
-che stanti li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe
-potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata
-tra il Duca d’Andria e la Università di Ruvo <i>per la somma però di
-ducati 8000 <span class="upright">tantum</span> e non più</i>. Soggiunse bensì <i>Non lasciando però di
-dire a V. E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare
-questa porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna
-Prammatica, o ordine che <span class="upright">ex nunc in antea</span> non si facciano simili accordi,
-et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle Università</i><a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta osservazione,
-giacchè il novello debito contratto dalla nostra città per
-tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali estorsioni
-che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse a quella rovina
-di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a ragionare del dritto
-del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino, e de’ gravissimi
-abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali rovinarono l’agricoltura
-non meno che la pastorizia della nostra povera città.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a195">[a195]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap11">CAPO XI.
-<span class="smaller"><i>De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia
-nell’agro Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si
-propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a
-dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi che
-dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la estiva stagione,
-scendevano nell’inverno nella Regione più temperata della Puglia.
-Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti stipulati con
-particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste compre vennero
-eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata di corrispondere
-a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano presi un’annua
-rendita determinata proporzionata al valore dell’erba rispettivamente
-ceduta.
-</p>
-
-<p>
-Gli erbaggi a tal modo acquistati per la dotazione del Tavoliere
-presero varj nomi. Altri furono chiamati erbaggi <i>ordinarj</i>, altri <i>straordinarj</i>,
-altri <i>soliti</i>, altri <i>insoliti</i> <i>etc.</i> Alcuni di essi furono destinati al
-<i>ristoro</i> degli animali, ed altri al <i>riposo</i>. Rimetto agli Scrittori della materia
-Doganale la spiegazione di cotesti vocaboli. Per l’argomento che
-mi ho proposto interessa conoscersi cosa essi intendono pe ’l dritto di
-<i>riposo</i>.
-</p>
-
-<p>
-È lo stesso così definito: <i>I riposi sono alcuni paschi che da luogo
-in luogo sono stati comprati dalla Regia Corte affinchè nel viaggio che
-fanno le pecore nel mese di Settembre e di Ottobre dal Sannio in Puglia,
-e per opposto, possano ivi a spese della Regia Corte che ne paga il
-prezzo ai padroni, per tre o quattro giorni, e secondo sarà necessario,
-comodamente riposarsi, conforme nota il Reggente Moles</i> De Dohana Menæpecudum
-Apuliæ §. <i>8 n. 52 e 53. I menzionati riposi si connumerano
-tra gli erbaggi ordinarj e straordinarj soliti, e non solo servono
-alle pecore come le taverne ai passaggieri; ma quei che sono più vicini
-al Regal Tavoliere furono istituiti, affinchè dette pecore non abbiano immediatamente
-bisogno di entrare a scommettere l’erba di detto Regal Tavoliere:
-<span class="pagenum" id="Page_a196">[a196]</span>
-ma possano aspettare il ripartimento generale per entrare a godere
-quelli erbaggi che dal Doganiere saranno loro prescritti</i><a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>. Dal
-che è facile vedere che di tutti i diritti del Tavoliere il <i>riposo</i> è il meno
-pesante per i proprietarj de’ fondi, come quello che si riduce al pascolo
-per un tempo molto limitato.
-</p>
-
-<p>
-Ha preteso il Tavoliere che per effetto di un contratto passato tra
-il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca di Venosa e
-di Minervino, e Conte di Ruvo di cui innanzi si è parlato nel Capo
-IX abbia acquistato un doppio dritto sul territorio di Ruvo. Il primo
-fu quello di pascere l’erba di quel bosco feudale dal dì della Vigilia
-del S. Natale fino al dì otto Maggio di ciascun anno. Il secondo fu il
-dritto di <i>riposo</i> sulle murge di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Pe ’l primo di questi due dritti non vi fu mai quistione. Il secondo
-Stefano de Stefano lo dà per sicuro, e quindi nel luogo testè citato
-tra i principali riposi del Tavoliere annovera <i>le murge di Minervino,
-Andria, Quarata, Ruvo e Bitonto in Terra di Bari</i>. La Casa d’Andria
-però ha sempre rispetto alle murge di Ruvo opposta a cotesto dritto
-un’acre resistenza, come anderemo più giù a vederlo.
-</p>
-
-<p>
-Ma dato anche per vero ciò che dice il precitato Scrittore, il dritto
-del Tavoliere avrebbe potuto colpire la sola contrada delle murge detta
-da Strabone <i>montosa et aspera</i>, ed essere limitato al solo <i>riposo</i>, cioè
-al trattenimento di pochi giorni nel passare le pecore per que’ luoghi
-tanto nel venire dagli Abruzzi, quanto nel far ivi ritorno.
-</p>
-
-<p>
-A tutt’altro modo però veniva cotesto preteso dritto esercitato dai
-Locati Abruzzesi, sia per la resistenza che trovavano nelle murge dal
-canto del Barone, sia per quelle soverchierie, alle quali soggiace sempre
-il più debole. Si gittarono essi sul rimanente demanio fuori delle
-murge più vicino all’abitato, e sicuramente comunale, ove stavano e
-stanno tuttavia le numerose masserie de’ cittadini. Vi si fermavano per
-tutto lo inverno, e lo ingombravano con tante pecore che ai poveri
-proprietarj delle masserie suddette non lasciavano un filo di erba per lo
-sollievo de’ loro animali!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a197">[a197]</span>
-</p>
-
-<p>
-Cotesto ristucchevole abuso lo contesta un processetto che si conserva
-nel grande Archivio. Nell’anno 1509 la città di Ruvo spinta dalla
-disperazione diè un ricorso al Vicerè di quel tempo D. Raimondo di
-Cardona, e dimandò il permesso di chiudersi nel suo demanio una mezzana,
-o sia difesa per lo pascolo de’ bovi aratorj. Giova recare i precisi
-termini del ricorso suddetto per vedere a quali strettezze i Ruvestini
-erano ridotti da cotesta abusiva invasione.
-</p>
-
-<p>
-<i>Illustrissimo Signore — Per essere lo territorio de la cità vostra de
-Rubo<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> molto de bisogno a la Regia Dohana che se ne serve per restauro,
-in detto territorio veneno tante pecore che al bestiame de la cità
-non resta da pascere cosa alcuna, et tutto loro bestiame se more de fame
-per non restarli uno filo de herba, ed è loro ultima desfazione. Et
-perchè in le altre Terre de Puglia resta alcuna meczana per lo bestiame
-de li citatini per concessione ne teneno, et non ce stanno tante pecore,
-quante in Rubo; per tanto supplica Vostra Signoria Illustrissima proveda
-che per uso del bestiame de li citatini li conceda una meczana in loco
-appartato de le pecore che possano usarla per loro uso, senza che lo
-bestiame de ditta Dohana li dona impaczo; altrimenti detta cità vene a
-ruinarse per non possere manutenere loro bestiame per le vettuaglie fanno
-li citatini, et se veneriano a morire de fame, et patere grandissima penuria.
-Et è cosa solita concederese a le altre Terre dove pratica la Dohana,
-ut Deus.</i>
-</p>
-
-<p>
-Il Vicerè con sua decretazione del dì 17 Dicembre 1509 rinviò
-cotesto ricorso alla Regia Camera della Sommaria per le provvidenze
-corrispondenti. Quel Tribunale con sua provvisione del dì 19 del detto
-mese ed anno diè al Doganiere di Foggia li seguenti ordini. <i>Vi dicimo
-et ordinamo che al recepere de epsa, essendo così come se expone, vogliate
-provedere de donare a dicti exponenti tanta mezana in loco appartato
-de le pecore per uso de loro bestiame, et provedere che possano
-<span class="pagenum" id="Page_a198">[a198]</span>
-quella usare senza che lo bestiame de dicta Dohana le abbia a donare
-impaczo, de modo che dicto loro bestiame non venga ad perire per non
-avere herba.</i>
-</p>
-
-<p>
-Il Doganiere di allora <i>Annibale Caput</i> tenendo presenti la dimanda
-a lui diretta dalla città di Ruvo, la trascritta Provvisione della Regia
-Camera, e le dilucidazioni a lui date sull’assunto da un suo Incaricato,
-con lettera del dì 13 Febbrajo 1510 diretta <i>Egregiis viris Sindico
-Universitatis et hominibus civitatis Rubi nobis tanquam fratribus carissimis</i>,
-fece loro sentire ciò che siegue. <i>Et perciò noy ordinamo per l’allegata
-ad Alfonso de Civita Ducale Officiale de questa Regia Dohana
-de Puglia, quale tenemo in quella espressa cità per servizio de la Regia
-Corte, ve voglia consignare il loco de dicta mezana, cioè dal muro
-recluso per derecto fino a la Cappella. Et da l’altro capo de dicto muro
-fino al arbore de la mendola, la quale mendola haverà ad restare fore.
-Et da la dicta amendola per quatro referendo a dicta Cappella. Quale
-territorio, seu mezana porrite farvela serrare et conservare per lo effecto
-predicto, et se in dicti confine nce fossero altre confine più volgare et declarative,
-ne li farite intendere per mezo de dicto Alfonso, aczò quando
-ve ne farimo spedire la patente per più cautela et quiete vostra, nce lo
-possiamo declarare</i><a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ecco come fu eretta la Difesa della nostra città nella contrada demaniale
-denominata lo <i>sterpeto</i> volgarmente detta <i>strappete</i>. Ma non poteva
-questa supplire al bisogno degli animali addetti alla coltura, e sparsi
-sulla superficie di un demanio vastissimo. Come menarsi cotesti animali
-a pascere da un punto all’altro di esso ed alla distanza di più miglia?
-Debbono essi dopo il travaglio avere il necessario ristoro nel luogo
-istesso ove lavorano il terreno. La necessità obbligò i Ruvestini a scuotere
-il giogo durissimo de’ Locati Abruzzesi. Da per tutto nelle masserie
-di semina furono chiusi i parchi e le mezzane indispensabili agli
-animali addetti alla coltura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a199">[a199]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gl’ingordi Abruzzesi incominciarono a strepitare e gridare <i>alla
-usurpazione</i>, mentre non era questa che una giusta reazione contro l’abuso
-e la soverchieria. A tutt’altro modo però guardarono la cosa due Magistrati
-Fiscali spediti nelle Puglie con incarico di rintegrare al Regio
-Tavoliere tutto ciò che fosse stato usurpato a danno dello stesso. Furono
-questi il Luogotenente della Regia Camera della Sommaria D. Francesco
-Revertera Spagnuolo di Nazione, e ’l Presidente D. Alfonso Guerrera.
-Gli schiamazzi de’ Locati Abruzzesi contro i Ruvestini fecero incomodare
-cotesti Signori a conferirsi di persona nel territorio di Ruvo.
-Quindi tra le altre operazioni da essi fatte vi fu anche il seguente Decreto
-pubblicato in Foggia nel dì 5 Marzo 1549.
-</p>
-
-<p>
-<i>Super parchis et clausuris civitatis Ruborum, die 5 Martii 1549
-in Terra Fogiæ. Viso territorio civitatis Ruborum, et visis oculari inspectione
-dictis parchis et clausuris. Visa etiam provisione alias facta per
-Regiam Cameram Summariæ sub die 20 Septembris 1517 Regia in Curia
-VIII fol. 104. Fuit provisum et decretum, prout præsenti decreto providetur
-per Excellentem Dominum Franciscum Reverterium Regium Consiliarium
-Regiæ Cameræ Summariæ Locumtenentem, ac per Magnificum
-Dominum Alphonsum Guerrerium ejusdem Regiæ Cameræ Præsidentem et
-Commissarium Generalem in Reintegratione Dohanæ Menæpecudum, deputatos
-per Illustrem Dominum Regni Proregem, quod omnia parca et
-clausuræ constructa et constructæ pro usu herbarum in dicto territorio demoliantur
-et aperiantur, atque in eis libere pasculari possint tam pecudes
-et animalia Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis; atque de cetero nullatenus
-fiant parca, neque clausuræ. Ea vero parca et clausuræ quæ
-sunt pro vineis, olivetis et amygdaletis remaneant pro usu civitatis et ejus
-civium, et de cetero non fiant parca, et clausuræ pro dicta causa, neque
-amplientur, atque in loco ubi est tracturium dictæ Dohanæ Regiæ,
-aperiantur et ibi possint animalia Regiæ Dohanæ pasculari et immorari
-prout opus fuerit. Quo vero ad parcum jumentorum, sive equorum Excellentis
-Comitis Ruborum fuit provisum quod supersedeatur donec fuerit
-facta relatio Illustrissimo Domino Proregi, juxta decretationem factam in
-calce memorialis oblati S. E. pro parte dicti Comitis. Mezzana vero constructa
-in dicto territorio pro usu et pascuo bobum aratoriorum dictæ civitatis
-<span class="pagenum" id="Page_a200">[a200]</span>
-et civium, remaneat<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>, et quod nullatenus possit ampliari, et
-quod illa parca, et clausuræ, quæ factæ sunt causa seminandi frumentum,
-et alia victualia, recollecto semine aperiantur, et in restopiis, et
-nocchiariis possint pasculari Regia Dohana, et animalia dictæ civitatis.
-Hoc eorum in scriptis interponentibus decretum. Lectum latum etc.</i><a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>. Questo
-decreto è riportato anche dai Scrittori Doganali.
-</p>
-
-<p>
-Se il trascritto decreto non formasse parte della Storia e de’ Registri
-del Tavoliere, stenterei a credere che realmente sia stato lo stesso
-emesso in un Paese riputato sempre per la sapienza de’ suoi Magistrati!
-Non è lo stesso a ben definirlo che un tristo monumento d’ingiustizia
-e di barbarie, poichè ammesso anche il <i>riposo</i> preteso dal Tavoliere,
-una servitù costituita sulla sola contrada delle <i>murge</i> non si poteva
-estendere a tutto il Demanio Ruvestino, ed un dritto di sua natura
-limitato al pascolo di pochi giorni, non si poteva e non si doveva
-renderlo illimitato ed arbitrario.
-</p>
-
-<p>
-Non minore fu la barbarie nell’essersi pronunziata la distruzione
-dell’agricoltura coll’essersi disfatti i parchi indispensabili al ristoro de’
-bovi aratori, coll’essersi vietate le novelle piantazioni di vigne, di mandorle,
-e di ulivi che costituivano e costituiscono le ricche produzioni
-del territorio Ruvestino, e coll’essersi lasciato alla discrezione delle bestie
-quel terreno fertilissimo che la Natura ha destinato al nutrimento
-degli uomini! Cotesto decreto che pecca della più ruvida barbarie fa
-un’onta positiva agli autori di esso.
-</p>
-
-<p>
-Nè quì si arrestarono i malanni ch’ebbe la nostra città a soffrire
-per questo lato. Si è detto innanzi che il Regio Tavoliere aveva acquistato
-da Pirro del Balzo Duca di Venosa e Conte di Ruvo il dritto di
-far pascere dagli animali de’ Locati l’erba del vastissimo Bosco di Ruvo
-dal dì della Vigilia del S. Natale fino al dì otto di Maggio, mediante
-il pagamento di annui ducati cinquecento. Si era così fatto perchè avesse
-<span class="pagenum" id="Page_a201">[a201]</span>
-potuto il Barone fino alla Vigilia di Natale far pascere la ghianda che
-lo stesso produceva in gran copia. Era però ciò fastidioso all’Amministrazione
-del Regio Tavoliere, perchè gli animali porcini ch’entravano
-a pascere le ghiande maltrattavano l’erba. Si volle torre questa suggezione.
-Piacque al Governo di acquistare in modo assoluto l’erbaggio vernino
-del bosco suddetto, e disporre di esso a suo piacere col pagare
-al Conte di Ruvo anche il prezzo della ghianda.
-</p>
-
-<p>
-In un pubblico strumento del dì 17 Marzo 1552 stipulato dal Notajo
-Sebastiano Canore di Napoli si costituirono da una parte il Vicerè
-allora di questo Regno D. Pietro di Toledo e dall’altra il Conte di Ruvo
-D. Fabrizio Carafa. Dichiarò quest’ultimo che possedeva in feudo <i>quoddam
-nemus situm in pertinentiis dictæ civitatis Ruborum juxta suos veriores
-confines, pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim
-pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem
-excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo
-nemore non possunt intrare pecudes nisi in vigilia Nativitatis Christi anni
-cujuslibet.</i>
-</p>
-
-<p>
-Si seguitò a dire che la Regia Corte voleva acquistare totalmente
-l’erba vernina e la ghianda del Bosco suddetto con piena facoltà di far
-entrare in esso a pascere gli animali nel dì 15 Settembre di ciascun anno
-fino al dì di S. Angelo del mese di Maggio, mediante il pagamento di
-altri annui ducati mille dugento cinquanta. Essendosi tal proposta accettata
-dal Conte di Ruvo, vendè costui alla Regia Corte per annui ducati
-1250 <i>dictum jus glandium, herbam et pascuum, ac jus aquandi, et
-pernoctandi, et omne aliud jus spectans, et pertinens, et quod spectare
-et pertinere posset in dicto nemore ex nunc in antea, et in perpetuum tenere
-et possidere, et in dictum nemus quolibet anno intrari facere pecudes,
-et alia animalia quæcumque a dicto die 15 Semptembris anni cujuslibet,
-et tenere per totum diem festum S. Angeli de Mense Maj, ut
-supra, dictisque herbis, pascuo, et glandibus, et aquis in dicto nemore
-existentibus gaudere, et uti frui, atque vendere, et alienare, et aliter
-disponere pro ipsius Regiæ Curiæ arbitrio voluntatis, absque contradictione
-et obstaculo aliquo et impedimento etc.</i> Quindi nel bosco suddetto vi rimase
-una promiscuità di diritti tra la Regia Corte e ’l Barone. La prima
-rimase padrona assoluta dell’erba vernina e della ghianda. Seguitò il secondo
-<span class="pagenum" id="Page_a202">[a202]</span>
-a ritenere l’erba estiva e ’l taglio delle legna non fruttifere di
-ghianda.
-</p>
-
-<p>
-I cittadini di Ruvo avevano il dritto d’immettere a pascere i bovi
-aratorj nel bosco suddetto. Cotesto dritto lo aveva reso importantissimo
-il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 innanzi riportato.
-Il bosco di Ruvo era, come lo è tuttavia circondato dalle masserie di
-semina allo stesso adiacenti. Aperti e vietati dal decreto suddetto i parchi
-e le mezzane per l’uso de’ bovi aratorj che si erano in esse formate,
-questi poveri animali trovavano almeno un ristoro nel bosco, ove si lasciavano
-la sera dopo il travaglio. Ma questo sollievo fu anche tolto
-ai medesimi.
-</p>
-
-<p>
-Pietro di Toledo volle esimere il bosco anche da questa suggezione
-comunque garantita dalla Natura e dalla legge. E ciò che più sorprende,
-cotesto dritto sacro de’ cittadini di Ruvo rimase abolito con un
-tratto di arbitrio, senza essersi intesi neppure i Rappresentanti di quella
-città! Si legge nel detto strumento dell’anno 1552 anche il seguente
-articolo: <i>Itaque nullum genus animalium possit nemus ingredi elapso die
-15 Septembris, nisi tantum animalia Dohanæ in locationem intrantia. Verum
-pro usu bobus dictæ universitatis solitis ingredi, et pasculari in dicto
-nemore tempore hyemali, amplietur defensa magna, seu partem etc.
-dictæ universitatis, ut dicto tempore hyemali possint supradicta animalia
-dictæ universitatis commodius pasculari.</i>
-</p>
-
-<p>
-Convenne però ubbidire. Quindi l’ampliazione della difesa comunale
-eretta nell’anno 1510, come innanzi si è detto, venne eseguita
-con decreto del Collateral Consiglio del dì 26 Ottobre 1552, dal quale
-risulta che la detta antica difesa di carri quattordici rimase ampliata di
-altri carri ventisei e fu portata a carri quaranta. Questo decreto è riportato
-dal Sig. <i>de Dominicis</i> nel suo libro sulla Dogana di Puglia<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il compenso dato alla città di Ruvo per la perdita di un dritto
-tanto interessante per i suoi cittadini fu veramente generoso! Le fu permesso
-ciò che non poteva per giustizia esserle negato, cioè l’ampliazione
-della difesa in quella parte del demanio ch’era indubitatamente di
-<span class="pagenum" id="Page_a203">[a203]</span>
-qualità comunale, ed era quindi nel dritto di tenerla aperta o chiusa
-come meglio avrebbe creduto conveniente ai suoi interessi ed alla sua
-economia!
-</p>
-
-<p>
-Cotesto compenso però meramente illusorio non alleviò per nulla
-il gravissimo discapito che vennero a risentirne i poveri proprietarj delle
-masserie di semina dalla perdita del pascolo del bosco per i bovi aratorj.
-Cosa giovar poteva l’ampliazione dalla difesa comunale a quelle
-masserie che nel massimo numero erano a più miglia di distanza da essa?
-Li bovi aratorj debbono avere il loro ristoro sul luogo istesso ove
-travagliano. Non possono essere inviati a paschi lontani con defaticargli
-vie più, e col torsi al lavoro della terra quel tempo che occorre per
-andare e venire. Fu questo a buon linguaggio l’ultimo crollo che ricevè
-la industria de’ Ruvestini.
-</p>
-
-<p>
-Per altro lato il già detto ideale compenso durò anche ben poco.
-L’appoggio, debolissimo per altro, della difesa comunale venne anche
-a mancare. La povera città di Ruvo oppressa per un lato e smunta
-dalla prepotenza Baronale, ed angustiata per l’altro dalle circostanze
-del tempo ben difficili, cadde nella massima povertà fu obbligata a contrarre
-molti debiti, ed indi a vendersi la difesa suddetta per potergli
-pagare. Avvenne ciò nell’anno 1632, poichè da diversi strumenti stipulati
-in quell’anno dal Notajo Giuseppe Ferri di Ruvo risulta che la
-Università di Ruvo diè la difesa suddetta in pagamento a diversi suoi
-creditori. Ecco perduto anche questo appoggio per i bovi aratorj.
-</p>
-
-<p>
-Quando gli uomini si veggono ridotti alla estrema necessità perdono
-la pazienza. Li proprietarj di masserie, malgrado il decreto di Revertera
-e di Guerrera, chiusero di nuovo con parchi e mezzane quell’erba ch’era
-indispensabile al ristoro de’ loro bovi aratorj. Ma gli Abruzzesi della Locazione
-di Salpi ai quali il bosco di Ruvo era stato assegnato non se
-ne stettero. Avendone nell’anno 1641 dato ricorso al Tribunale Doganale,
-fu spedito sul luogo il Credenziere della Regia Dogana Guglielmo
-Corcione per prendere informazione <i>de’ disordini</i><a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> ivi avvenuti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a204">[a204]</span>
-</p>
-
-<p>
-Da un processetto da costui formato contro diciannove proprietarj di
-masserie nominalmente in esso riportati risulta che si erano fatte da costoro
-le mezzane nelle contrade demaniali <i>le matine, la cavata</i> (parte delle
-matine) <i>le strappete, le ralle e monserino</i>, e che in questa ultima contrada
-si erano anche piantate nuove vigne in contravvenzione del Decreto
-di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 che le aveva vietate.
-</p>
-
-<p>
-Quindi nel dì 16 Marzo 1642 da quel Tribunale Doganale fu contro
-i pretesi contravventori emesso il seguente decreto: <i>Per Regiam
-Dohanalem Audientiam visis actis, et in contumaciam prædictorum disordinantium,
-fuit provisum et decretum quod disordinantes prædicti condemnentur,
-prout condemnantur ad solvendum Regiæ Curiæ et Locatis pro
-disordine prædicto ad usum pasculi commisso in Demanio Ruborum Regiæ
-Curiæ ad rationem ducatorum quatuor pro qualibet versura, et aliorum
-ducatorum duorum pro emenda Locatorum servata forma provisionum Regiæ
-Cameræ Summariæ, et Instructionum Regiæ Dohanæ, pro quibus
-exequantur realiter et personaliter, et describantur in libro Proventuum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il già detto processetto si conserva nell’Archivio Doganale di Foggia,
-ove io l’ho letto, e me ne ho presa anche una copia conforme.
-Il suo titolo però è erroneo, poichè si legge in esso così: <i>Ruvo 1641
-in 1642. Informazione de’ disordini commessi dai naturali di Ruvo nel
-Bosco ut ex actis</i>. Li pretesi disordini però verificati dal Credenziere
-Corcione nel corpo del processo si trovarono nelle masserie di campo
-site nelle precitate contrade demaniali di sopra nominate e molto diverse
-dal Bosco.
-</p>
-
-<p>
-Nel Bosco di Ruvo non vi sono state mai masserie di semina, e
-non vi è una sola zolla di terreno smossa dall’aratro o dalla zappa. Ma
-è cosa ben dura il vedere come i poveri Ruvestini erano perseguitati e
-condannati a pagare gravose multe per essersi valuti di un dritto che
-loro accordava la Natura e la Legge sul proprio territorio, e senza il
-quale non avrebbero potuto sussistere! A lungo andare però gli abusi
-e le soverchierie si convertono in dritto. Così va il Mondo.
-</p>
-
-<p>
-Dopo l’anno 1642 non è a mia notizia che vi fossero stati altri
-simili procedimenti giudiziali barbari ed abusivi come quelli de’ quali ho
-finora parlato. Continuarono però sempre i Locati Abruzzesi a tener fermo
-<span class="pagenum" id="Page_a205">[a205]</span>
-il piede nelle già dette contrade demaniali dell’agro Ruvestino, come
-continuò la resistenza de’ Proprietarj delle masserie per rendere meno
-pesante il più che fosse stato possibile gli abusi di un dritto usurpato
-a loro danno. Vi è stata quindi sempre tra i primi ed i secondi una
-guerra aperta, poichè l’impero della necessità rendeva arditi i proprietarj
-delle masserie. Questo stato di violenza è durato fino ai nostri giorni
-e lo fece cessare la pubblicazione della legge del dì 21 Maggio 1806
-sul Tavoliere di Puglia, la quale venne ad indurre un nuovo ordine di
-cose più propizio all’agricoltura ed alle specolazioni agrarie.
-</p>
-
-<p>
-Non vi ha dubbio che grande è stato il discapito sofferto dalla nostra
-città a causa degli abusi di sopra esposti, i quali avevano annientata
-la industria e l’agiatezza de’ suoi abitanti ed arrestato l’aumento
-della popolazione. Ma spesse volte la mano della Provvidenza dai più
-gravi malanni fa sorgere quel bene che meno si avrebbe potuto prevedere.
-Quasi tutti i terreni seminatorj del precitato agro demaniale Ruvestino
-coll’andar del tempo erano caduti nelle mani di Corpi Morali Chiesastici
-e Laicali. Pochissima quantità di essi apparteneva ai particolari.
-</p>
-
-<p>
-Quindi le antiche masserie di semina di quel territorio le coltivavano
-li Ruvestini non più come proprietarj di esse, ma bensì come fittuarj
-delle Chiese, degli Ordini Religiosi o delle Confraternite. È facile
-l’intendere che tal circostanza esser non poteva propizia al progresso
-dell’agricoltura ed al miglioramento de’ terreni, il quale può suggerirlo
-l’amore della proprietà estraneo ai semplici fittuarj.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto svantaggio fu corretto dagli articoli 37 38 e 39 della precitata
-legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia. Fu con essi
-ordinato che i fittuarj de’ terreni <i>azionali</i> del Tavoliere appartenenti ai
-Pii Luoghi, non esclusa la Religione di Malta, avessero potuto rendersi
-perpetui censuarj di essi pagando a titolo di <i>entratura</i> alla Cassa
-del Tavoliere tre annate di estaglio. Sotto il nome di <i>terreni azionali</i>
-intese la legge comprendere tutti i fondi de’ Pii Luoghi sui quali il Regio
-Tavoliere vi avesse esercitato un dritto qualunque di pascolo, anche
-di semplice <i>riposo</i>. Li già detti articoli avendo influito a produrre
-nel nostro Regno un prodigioso miglioramento dell’agricoltura, è utile
-riportare la storia di essi, la quale non può a tutti esser nota.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a206">[a206]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora che il Governo di quel tempo era occupato a formare, ed
-indi a discutere la legge suddetta che richiamò le sue prime cure, ebbi
-la opportunità di essere a giorno delle cose che cadevano in discussione.
-Mi applicai quindi a scrivere una memoria ragionata colla quale proposi
-che quella censuazione ch’era sul tappeto per i terreni fiscali proprj
-del Tavoliere, si fosse estesa anche ai detti terreni <i>azionali</i> de’ Pii
-Luoghi, per i quali il Regio Tavoliere non aveva un dritto di proprietà,
-ma semplicemente la servitù attiva del pascolo convenuta coi
-proprietarj di essi in diversi modi, e con diversi patti introdotti dalle
-usanze, e dai Regolamenti del Tavoliere. Presi per base de’ miei ragionamenti
-la utilità pubblica che ne sarebbe risultata per tutti i lati col
-miglioramento di quelle proprietà fondiarie che nelle mani de’ Corpi Morali
-sarebbero rimaste in perpetuo languore.
-</p>
-
-<p>
-Rafforzai i miei argomenti coll’esempio delle leggi dette di <i>ammortizzazione</i>
-emesse dal Re Ferdinando nell’anno 1769 e seguenti. Erano
-stati con esse dichiarati allodiali de’ fittajuoli i beni fondi de’ Pii Luoghi
-loro conceduti con lunghi affitti. Brillantissimi n’erano stati i risultamenti
-primo coll’essersi moltiplicati i piccioli proprietarj più utili sempre
-allo Stato; secondo col notabile miglioramento di tanti fondi per
-lo innanzi molto mal tenuti. Osservai quindi che lo stesso effetto avrebbe
-prodotto la censuazione de’ terreni azionali del Tavoliere.
-</p>
-
-<p>
-Mi avvidi intanto che queste verità le capivano tutti coloro che
-avevano parte alla formazione della legge, ma non tutti erano disposti
-a volerle gustare. Veniva tal progetto acremente contraddetto dai Francesi
-che avevano allora parte al Governo e più di ogni altro dal Ministro
-Saliceti ch’era potentissimo. Il motivo di tal contraddizione che
-sembrava incomprensibile, si venne indi a conoscere, ed era il seguente.
-</p>
-
-<p>
-Non era lontana la soppressione degli Ordini Religiosi possidenti
-e la incamerazione al demanio de’ beni dell’Ordine Gerosolimitano. Tra
-i fondi <i>azionali</i> del Tavoliere ve n’erano molti che appartenevano tanto
-ai primi che al secondo. Calcolavano quindi i Francesi che devoluti cotesti
-fondi al demanio si sarebbero esposti in vendita, e si sarebbe ritratta
-da essi una forte somma di danaro contante, mentre la proposta
-censuazione non avrebbe potuto dar altro che un’annua rendita di canoni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a207">[a207]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per questa veduta particolare finanziera troppo misera in vero passavano
-essi di sopra alla utilità pubblica che sarebbe venuta a risultarne
-dalla censuazione de’ terreni non solo degli Ordini Religiosi che sarebbero
-rimasti soppressi, ma anche de’ Vescovadi, Capitoli, Badie, Congregazioni
-Laicali ed altri Pii Luoghi non compresi nella imminente soppressione!
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente però nella formazione della legge suddetta era stato
-chiamato a prendervi una parte principale un insigne e sommo nostro
-Giureconsulto istruitissimo delle cose del Tavoliere. Alla profonda conoscenza
-ch’egli aveva anche del Diritto Pubblico e della Economia Politica,
-univa una bell’anima ed uno spirito sempre pronto e sempre deciso
-a promuovere il vero bene e la prosperità del nostro Paese. Fu
-questi il chiarissimo D. Francesco Ricciardi che ben meritò una piazza
-prima nel Consiglio di Stato, ed indi nel Ministero da lui sostenuto
-con tanta gloria, e ’l titolo di Conte di Camaldoli, il di cui nome solo
-vale un elogio, e la di cui memoria è a tutti cara e veneranda.
-</p>
-
-<p>
-Al suo profondo sapere, alla robustezza de’ suoi ragionamenti, ed
-anche alla sua destrezza, non che alla buona intenzione di que’ Napolitani
-che sedevano allora nel Consiglio di Stato, e guardarono la cosa
-sotto il suo vero punto di veduta, si deve attribuire l’ammissione de’
-precitati tre dibattutissimi articoli. Le vedute finanziere che i Francesi
-mettevano unicamente a calcolo furono appagate col pagamento delle tre
-annate di entratura messo per condizione della censuazione, le quali per
-altro fruttarono alla cassa del Tavoliere somme non lievi.
-</p>
-
-<p>
-Malgrado però cotesto pagamento messo per condizione della censuazione,
-gli articoli suddetti furono accolti con applauso e profittarono
-di essi colla massima alacrità tutti i fittuarj de’ terreni azionali de’
-Pii Luoghi, nè ve ne fu un solo che avesse omesso di proporne la dimanda.
-Al tempo della Restaurazione fu riconosciuta anche la somma
-utilità degli articoli suddetti. Rimasero quindi confermati col Real Decreto
-del dì 29 Gennaro 1817. Si volle con esso un aumento del dieci
-per cento sui canoni convenuti a favore de’ Pii Luoghi diretti Padroni
-de’ fondi. Si volle anche il pagamento di una quarta annata di entratura
-alla cassa del Tavoliere. Niuno però si negò a subire cotesti nuovi
-<span class="pagenum" id="Page_a208">[a208]</span>
-carichi largamente compensati dagl’immensi miglioramenti fatti ne’ fondi
-suddetti dopo le censuazioni dell’anno 1806. Quando le leggi, malgrado
-che non siano coattive, vengono dalla generalità spontaneamente eseguite,
-è questa una pruova infallibile della sapienza ed utilità di esse.
-</p>
-
-<p>
-La Giunta del Tavoliere destinata allora per la esecuzione della
-precitata legge nell’accordare le censuazioni che a folla venivano dimandate,
-si atteneva al fatto puramente materiale. Aveva per <i>azionali</i> que’
-terreni ne’ quali il Regio Tavoliere e per esso i Locati si trovavano nell’attuale
-possesso di esercitare un dritto qualunque di pascolo. E poichè
-non vi poteva esser dubbio ch’era questa la condizione di tutti i
-terreni siti nel demanio di Ruvo, quindi tutte le dimande proposte per
-i terreni de’ Luoghi pii che in esso erano siti, furono accolte senza esitazione.
-Nè vi fu un solo fittuario di essi che non avesse profittato
-tanto della legge dell’anno 1806, quanto di quella dell’anno 1817.
-</p>
-
-<p>
-Ecco come da un dritto sicuramente abusivo nel suo principio, il
-quale costò tante vessazioni e tanti affanni ai nostri antenati, n’è derivato
-un bene immenso ed inestimabile. Senza di ciò non sarebbero mai
-più ritornati nelle mani de’ particolari que’ terreni fertilissimi, i quali
-formavano un tempo, come formano anche oggi la ricchezza e la opulenza
-della nostra città. Ed in vero dall’epoca della legge del Tavoliere,
-la quale ha troncati anche tutti gli antichi e barbari abusi, fino al
-presente giorno si vedono ivi notabilmente accresciute le piantazioni, i
-terreni seminatorj sono stati molto migliorati, e tuttavia si migliorano,
-e l’agricoltura fiorisce e va innanzi a meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-Il maggior beneficio però che ci hanno fatto le novelle leggi del
-Tavoliere, e della chiusura de’ terreni demaniali, è stato quello di averci
-liberati per sempre dai molestissimi ospiti Abruzzesi che venivano a far
-da Padroni sulle nostre proprietà, quasi che fossero stati essi i veri eredi
-degli Arcadi che le conquistarono colle loro armi! Troncati gli antichi
-abusi, abolita la promiscuità di pascolo tra i cittadini ed i Locati anche
-sui terreni seminatorj del demanio abusivamente sanzionata dal decreto
-di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549, e permessa dalla legge del
-dì 3 Dicembre 1808 la chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti,
-non è rimasto ai Locati suddetti nell’agro Ruvestino che quel dritto
-<span class="pagenum" id="Page_a209">[a209]</span>
-soltanto ch’era puramente legittimo, cioè il pascolo vernino di quel bosco
-che il Regio Tavoliere acquistò dal Conte di Ruvo col contratto dell’anno
-1552 di cui innanzi si è parlato.
-</p>
-
-<p>
-Quel pascolo però era dagli Abruzzesi ricercato quando per i precitati
-abusi introdotti era loro permesso di uscire dal bosco e gittarsi
-con un numero immenso di animali sulle masserie de’ poveri Ruvestini
-site nel demanio e devastarle senza misericordia. Limitato e ristretto,
-com’era regolare, il loro dritto al solo pascolo del Bosco purgato dagli
-antichi abusi, pare che quell’erbaggio, comunque eccellente, non
-gli abbia più solleticati. Quindi i Locati Abruzzesi ai quali rimase lo
-stesso censito per lo intero nell’anno 1806, lo hanno lasciato e lo vanno
-lasciando man mano. Molte porzioni del detto bosco sono state da essi
-alienate e cedute parte ai Ruvestini istessi, e parte ad altri ricchi proprietarj
-di quella Provincia. Nè tarderà forse molto che uscirà lo stesso
-per lo intero dalle loro mani. Sarebbe però desiderabile che ritornasse
-tutto ai Ruvestini per i quali la Natura lo aveva destinato, ma la feudalità
-lo tolse alle loro industrie armentizie.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap12">CAPO XII.
-<span class="smaller"><i>Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte
-dalla prepotenza Baronale.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Prima che i Barbari del Nord ci avessero fatto il regalo della feudalità
-il vasto territorio di Ruvo costituiva il patrimonio della città e
-de’ suoi abitanti, che lo animavano coll’agricoltura e colla pastorizia sicure
-sorgenti di quella ricchezza che ben la pruovano i grandiosi monumenti
-delle belle arti ivi disotterrati all’epoca nostra. Ed in vero
-la spiga del grano, la testa del bue e ’l corno dell’abbondanza che si
-osservano nelle antiche monete Ruvestine riportate nelle due tavole annesse
-al capo II fanno sicura testimonianza dello stato floridissimo in
-cui doveva esser ivi l’agricoltura.
-</p>
-
-<p>
-Per le città cadute sotto il giogo della feudalità non è facile definire
-ciò che da principio fu dato al feudo, e ciò che rimase alla popolazione,
-<span class="pagenum" id="Page_a210">[a210]</span>
-e porre quindi una linea di separazione certa e sicura tra
-l’uno e l’altro. Mancano i pubblici Registri delle primitive concessioni,
-e quando anche vi fossero, tali concessioni in feudo si facevano in
-quel tempo colle solite clausole generali, dalle quali nulla poteva definirsi
-di ciò che nel particolare precisamente si era dato. Quindi nelle
-indagini di tal fatta è bisognato spesso farla quasi da indovino.
-</p>
-
-<p>
-Non si può dire che le concessioni de’ feudi fossero state mere dignità
-ventose, perchè i Capi Condottieri delle Orde Settentrionali dovevano
-dividere la preda coi loro compagni d’armi, e dare loro i mezzi
-di vivere bene. Dovevano inoltre porgli in grado di servire nella guerra
-con un determinato numero di soldati ed a loro spese quando l’uopo
-lo avesse esatto, poichè era questo in quel tempo l’obbligo de’ feudatarj,
-ed i Regj eserciti gli formavano le forze riunite de’ Baroni, circostanza
-la quale gli rendeva anche potentissimi.
-</p>
-
-<p>
-Non si può dire tampoco che nulla si fosse lasciato alle popolazioni
-vinte e soggiogate, poichè sarebbe stato ciò lo stesso che farle
-perire e distruggere con esse anche i feudi conceduti. In questa materia
-quindi bisogna tenere una via di mezzo. Si deve distinguere ciò ch’è
-stato usurpato da ciò ch’è stato, o ha potuto essere conceduto. Comunque
-tali concessioni traggano la loro origine dalla violenza e dalla
-forza, nondimeno divenne questa una legge. <i>Hoc jus invaluit.</i> Il dirsi
-dunque o che tutto sia stato del feudo o che tutto sia stato della popolazione
-sono due proposizioni che le ho trovate sempre esagerate e
-viziose.
-</p>
-
-<p>
-Li nostri antichi Tribunali convinti di queste verità nelle quistioni
-di questa specie, mentre mancavano le primitive concessioni de’ feudi,
-e quelle che vi erano de’ tempi posteriori non contenevano che clausole
-generali, per distinguere ciò che fosse stato conceduto da ciò che fosse
-stato usurpato, si attenevano agli antichi documenti dai quali avesse
-potuto risultare la pruova di un possesso annoso e non contraddetto,
-tra i quali documenti vi erano anche i <i>rilevj</i> pagati alla Regia Corte<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a211">[a211]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quali dunque erano le cose sicuramente feudali della città di Ruvo?
-Per la generalità di esse mancano nelle carte antiche gli elementi
-che possano indicarle. Colla lettera Regia del Re Carlo I dell’anno 1272
-riportata innanzi alla pagina 135 fu ordinato al Giustiziere della Terra
-di Bari di prendere informazione della rendita che si ritraeva dai corpi,
-e dritti feudali <i>Castri Rubi</i>. Ma non sono in essa questi indicati, nè si
-conosce se la informazione dal Re ordinata siasi presa, e quale ne sia
-stato il risultamento.
-</p>
-
-<p>
-Nella informazione senza data presa al tempo del Re Carlo II de’
-Feudatarj della Provincia di Bari riportata innanzi alla pag. 137 si dice
-che il Feudatario di Ruvo era tenuto <i>pro feudali servitio quinque militum</i>;
-ma non si conosce da qual calcolo di rendite o di proventi componenti
-il feudo nasceva il peso suddetto al feudatario imposto.
-</p>
-
-<p>
-Nella concessione fatta dal Re Roberto nell’anno 1311 della città
-di Ruvo alla Regina Sancia sua consorte le venne questa assegnata in
-conto del di lei dotario per l’annua rendita di once dugento come si
-è veduto innanzi alla pag. 144. Ma non si conosce tampoco da quali
-corpi e dritti feudali cotesta rendita provveniva. Si può solo da questo
-documento arguire che la rendita suddetta per la quale la città di Ruvo
-le venne assegnata non era indiscreta, e quindi li proventi feudali che
-allora si esigevano esser non dovevano tanto esagerati, quanto lo divennero
-dappoi a forza di abusi e di prepotenze sotto i successivi Feudatarj.
-</p>
-
-<p>
-In fine nella concessione della nostra città fatta nell’anno 1387 dal
-Re Ladislao ad Antonio Santangelo e Federico Vrunforti riportata innanzi
-alla pagina 157 fu ordinato anche che si fosse presa tra sei mesi
-la informazione della rendita che dalla stessa si ritraeva; ma di cotesta
-informazione manca qualunque notizia. Colla stessa concessione inoltre
-<span class="pagenum" id="Page_a212">[a212]</span>
-fu imposto ai concessionarj il peso di pagare al Re venti once d’oro
-per ciascun servizio militare: ma non è spiegato su di quali elementi
-cotesta tassa sia stata regolata.
-</p>
-
-<p>
-Nella oscurità che presentano le dette carte antiche ciò ch’è sicuro
-è la qualità feudale dell’antichissimo, e vasto bosco di Ruvo della
-estensione di sei in settemila moggia. Ed in vero nella precitata concessione
-dell’anno 1269 fatta da Carlo I di Angiò ad Arnolfo de Colant
-gli fu dato <i>Castrum Rubi cum foresta</i>, e nella già detta sua lettera dell’anno
-1272 ordinò che si fosse presa informazione della rendita che
-dava <i>Castrum Rubi ex foresta, et terris convicinis, et circumadjacentibus
-dicto Castro</i>. Ond’è che il detto Bosco in tutti i Rilevj è riportato
-come feudale, e l’erba di esso è stata venduta dai Feudatarj di Ruvo
-alla Regia Corte per uso del Tavoliere di Puglia col contratto dell’anno
-1473, di cui sarò tra poco a ragionare, e dell’anno 1552, di cui
-ho parlato innanzi alla pagina 201 e 202.
-</p>
-
-<p>
-Era sicuramente feudale anche un’altra picciola difesa poco lontana
-dalla città denominata <i>Parco del Conte</i>, la quale probabilmente era una
-<i>ex terris convicinis et circumadjacentibus dicto castro</i>, delle quali si parla
-nella precitata lettera di Carlo I dell’anno 1272. Cotesta difesa nel decreto
-di Revertera dell’anno 1549 è chiamato <i>parcum jumentorum sive
-equorum</i> perchè in essa la Casa d’Andria teneva la sua razza de’ cavalli.
-Cotesta difesa fu rispettata col decreto suddetto come si è veduto innanzi
-alla pagina 199, ed è riportata in tutti i Rilevj come un corpo
-feudale<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dagli stessi antichi rilevj risulta similmente che apparteneva al feudo
-anche la Bagliva. Vero è che dai Registri di Carlo I e di Carlo II riportati
-alla pagina 134 risulta che cotesto dritto fu escluso dalle concessioni
-in feudo da essi fatte e se lo riserbò il Re, e che la concessione
-fatta da Ladislao nell’anno 1387 (pag. 157) fu rimessiva alle precedenti
-<span class="pagenum" id="Page_a213">[a213]</span>
-concessioni. Non è meno vero però che nelle posteriori concessioni dall’epoca
-Aragonese in poi riportate innanzi nel Capo IX e X, vi andò
-compresa anche la Bagliva, poichè si sa che le concessioni Aragonesi
-furono in questa parte più larghe delle Angioine.
-</p>
-
-<p>
-Non si può quindi dubitare della feudalità di cotesto dritto. Si
-deve bensì intendere lo stesso limitato e ristretto a que’ cancelli che
-dalle antiche Leggi del Regno erano prefissi ai dritti bajulari, e non
-già esteso a quelle avanie abusi ed estorsioni che furono in seguito introdotte
-dalla prepotenza Baronale, come anderemo a vederlo or ora.
-</p>
-
-<p>
-Vi è anche tutta la ragione di credere o almeno di dubitare fortemente
-che abbia potuto costituire un demanio del feudo quella parte
-della contrada delle murge di Ruvo ch’è rimasta tuttavia aspra e selvatica,
-perchè negata alla coltura. Nella precitata concessione di Carlo
-I di Angiò dell’anno 1269 fu la città di Ruvo conceduta <i>cum pratis
-pascuis</i> etc. e si riserbò il Re sui paschi conceduti il dritto di farvi
-pascere gli animali delle sue razze. Si sa che coteste riserbe apposte
-nelle concessioni de’ Sovrani Angioini riguardavano principalmente i demanj
-de’ feudi conceduti, ed inducono quindi la presunzione che nel territorio
-di Ruvo vi doveva essere un demanio feudale compreso nella concessione
-suddetta, sul quale avrebbe potuto tal riserba esercitarsi.
-</p>
-
-<p>
-Negli antichi giudizj che hanno avuto luogo tra i Duchi di Andria
-e Conti di Ruvo da una parte, e ’l Regio Tavoliere e suoi Locati dall’altra,
-si è avuto per vero che un demanio feudale dell’agro Ruvestino
-sia stata la contrada delle murge, sulla quale questi ultimi hanno preteso
-il dritto di <i>riposo</i> che gli Scrittori Doganali hanno dato per vero,
-ma la Casa d’Andria ha sempre acremente contraddetto.
-</p>
-
-<p>
-In fatti assumeva quest’ultima che l’unico dritto del Regio Tavoliere
-di Puglia sul territorio di Ruvo era la proprietà dell’erba vernina
-e della ghianda del bosco acquistata col contratto dell’anno 1552 riportato
-innanzi alla pagina 201 e 202. Ma il preteso dritto di riposo sul
-demanio feudale delle murge mancava di qualunque titolo.
-</p>
-
-<p>
-Si replicava però dal Regio Tavoliere e dai Locati che il titolo
-suddetto non mancava, e che lo costituiva un contratto combinato nell’anno
-1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca
-di Venosa e Conte di Ruvo, di cui innanzi si è parlato. Col precitato
-<span class="pagenum" id="Page_a214">[a214]</span>
-contratto (essi dicevano) vendè costui alla Regia Corte per annui ducati
-mille e cento l’erba del bosco di Ruvo dal dì della Vigilia del
-Santo Natale in avanti per uso del Regio Tavoliere di Puglia, e ’l dritto
-di <i>riposo</i> nelle murge tanto di Ruvo che di Minervino<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si convalidava cotesto assunto con un notamento che si trova ne’
-Registri Aragonesi del Grande Archivio, dal quale si rileva che il detto
-Re Ferdinando I con lettera scritta da Foggia nel dì 10 Gennaio 1473
-ordinò che si fossero pagati a Pirro del Balzo Duca di Venosa <i>annui
-ducati 1100 per li <span class="smcap lowercase">SUOI ERBAGGI</span> si piglia la Dogana delle pecore, così
-per accordo, cioè per lo Bosco e Demanio de Minervino, Bosco e Demanio
-de Rubo</i><a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>-<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si aggiugneva che lo stesso Pirro del Balzo con suo ricorso dato
-al Re nell’anno 1474 si dolse che un tale Cola Colletta Uffiziale Doganale
-abusava del suo incarico, e si permetteva di fidare animali grossi
-e piccioli de’ Paesi convicini ne’ suoi erbaggi di Ruvo e Minervino prima
-che vi fossero entrati gli animali del Regio Tavoliere. Il Re Ferdinando
-I nel dì 16 Maggio 1474 diè ordini precisi al Doganiere di
-Foggia che avesse fatto cessare cotesto abuso<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a215">[a215]</span>
-</p>
-
-<p>
-Con questi documenti il Regio Tavoliere, ed i Locati giustificavano
-il loro dritto sulle murge di Ruvo. La Casa d’Andria non negava
-il contratto passato con Pirro del Balzo nell’anno 1473. Ma osservava
-che Federico di Aragona divenuto già Re di Napoli aveva venduta
-la città di Ruvo al Conte di Trivento <i>cum herbagiis, pascuis, fidis
-diffidis Bajulationibus</i> etc. senza veruna riserba del preteso dritto
-di <i>riposo</i> del Regio Tavoliere, il quale in conseguenza non poteva
-pretendere quelli erbaggi che il Re aveva venduti liberi da qualunque
-servitù.
-</p>
-
-<p>
-Confermava cotesto assunto coll’osservare che il Regio Tavoliere
-stava pagando i soli annui ducati 1750 convenuti collo strumento dell’anno
-1552 per l’erba e la ghianda del Bosco di Ruvo. Ma se fosse
-continuato il contratto dell’anno 1473 anche per lo riposo delle murge
-che son diverse dal Bosco, altra somma avrebbe seguitato a corrispondere
-la cassa del Tavoliere anche per tal causa, il che non essendovi,
-era chiaro che il contratto dell’anno 1473 per quella parte che riguardava
-il riposo delle murge era rimasto disciolto colla vendita fatta dal
-Re Federico della città di Ruvo, senza di questo peso.
-</p>
-
-<p>
-Or qualunque voglia credersi il merito della predetta quistione certamente
-non lieve elevata tra la Casa d’Andria, e ’l Regio Tavoliere,
-è notabile che quest’ultimo ripeteva il suo dritto sulle murge di Ruvo
-da un contratto passato nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I, di Aragona,
-e ’l feudatario di quella città. Il che dava un appoggio fortissimo
-al Duca d’Andria di assumere che il suo dritto sul demanio delle murge
-era garantito da un possesso di quattro secoli, il quale partiva da
-un fatto de’ passati Sovrani di questo Regno che lo avevano riconosciuto.
-</p>
-
-<p>
-Per l’esposte considerazioni, dico il vero, non ho veduto mai chiara
-la quistione promossa sulla qualità del demanio delle murge, e non
-sono stato mai convinto che non abbia potuto formare quella contrada
-un demanio feudale. Ho però opinato a questo modo per i soli terreni
-rimasti aspri e selvatici, non già per quelli che da tempo immemorabile
-si trovano dissodati, e ridotti a coltura con essersi su di essi stabilite
-le masserie di semina.
-</p>
-
-<p>
-Cotesti terreni coltivati non essendo stati mai soggetti a veruna
-<span class="pagenum" id="Page_a216">[a216]</span>
-prestazione feudale sia in generi, sia in danaro, è il fatto istesso quello
-che gli mostra liberi e franchi da qualunque suggezione feudale. Il che
-lo conferma anche un Registro del Re Carlo II di Angiò cioè una lettera
-Regia a favore <i>Judicis Angeli Andreæ de Rubo</i>. Ordinò con essa
-che non fosse stato questi molestato e turbato dal possesso di un territorio
-che aveva nel tenimento di Ruvo <i>in murgia juncati, quod dicitur
-lama cervaria, cum turribus, quæ dicuntur Guillelmi Aponis, et terras
-astantes, juxta lamam et turres prædictas</i><a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>. Cotesta contrada ritiene
-tuttavia il nome di <i>Giuncata</i>, luogo del trifinio tra Ruvo, Andria
-e ’l Garagnone di cui si è parlato innanzi alla pag. 168.
-</p>
-
-<p>
-Da cotesto registro ben si rileva che i cittadini di Ruvo da tempo
-antichissimo han posseduti nelle murge terreni di loro assoluta proprietà.
-Nelle cose antiche quando mancano le memorie chiare e precise della
-origine di esse, decide il fatto. Dalle circostanze premesse non manca
-certamente una ragione di dirsi che nel demanio delle murge di Ruvo
-sui terreni coltivati non vi ha mai il Barone rappresentato o esercitato
-verun dritto. Ma sulla parte selvatica ed agreste non può dirsi francamente
-lo stesso, perchè i fatti avvenuti nell’epoca specialmente de’ Sovrani
-Aragonesi possono far credere diversamente.
-</p>
-
-<p>
-Era questa per quanto a me pare l’antica posizione legale o sia
-la dotazione del feudo di Ruvo che può credersi legittima. Non so quali
-abusi abbiano potuto essere introdotti da coloro che possederono in feudo
-la nostra città prima dell’anno 1510, epoca dell’acquisto fattone dal
-Cardinale Oliviero Carafa, poichè mancano le memorie de’ fatti avvenuti
-in quel tempo. Certo è intanto che nel lunghissimo tratto di tempo che
-la stessa è stata in mano della famiglia Carafa non vi sono stati abusi
-gravezze e soverchierie che quella Popolazione non abbia avuto a soffrire
-fino all’ultima dramma. Anche l’aria che ivi si respirava si fece divenir
-feudale a forza di prepotenze. Spenta quindi la energia, l’industria
-e la specolazione agraria della popolazione suddetta, fu la stessa in ultimo
-ridotta alla miseria estrema e degradata allo stato di una popolazione
-di schiavi di una privata famiglia prepotentissima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a217">[a217]</span>
-</p>
-
-<p>
-La mia penna non è usa alla satira. Dico i fatti come sono avvenuti,
-e come gli ho rilevati da atti pubblici e da documenti positivi
-ai quali non vi è che ridire. L’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco
-Carafa è un ottimo uomo e stimabilissimo Cavaliere pe ’l quale ho
-tutto il rispetto. Niuna parte ha egli avuta alle gravezze che la mia Patria
-ha sofferte dai suoi Illustri Antenati. Anzi con una laudabile e virtuosa
-docilità si è prestato ad emendarle per quanto si è potuto, come
-nel susseguente capo anderemo a vederlo. Ma non è nel potere di alcuno
-il cancellare i fatti avvenuti, come non è tampoco a me permesso
-di trasandare que’ spiacevoli avvenimenti che formano parte della storia
-che ho impreso a scrivere.
-</p>
-
-<p>
-Per poter formare una idea della prepotenza della Casa d’Andria,
-a cui la nostra città non ebbe la forza di resistere, basta leggere ciò
-che dice il precitato Scrittore Doganale Stefano de Stefano del Bosco
-di Ruvo acquistato dal Regio Tavoliere, come innanzi si è detto, col
-contratto dell’anno 1552.
-</p>
-
-<p>
-<i>Il bosco di Ruvo dai Locati non solamente in nessun modo non si
-gode, ma non si conosce ov’egli sia sito; onde se lo spettabile Reggente
-Gastone nella relazione che fece nel 1681 al Marchese de Los Velez
-presso Ageta nel fine della Parte III all’annotazione di Moles a carte
-107 in princip. si doleva ivi</i> (reca quì le precise parole del rapporto
-del Reggente Gastone Scritto in lingua Spagnuola, col quale diceva che
-i Locati non osavano porre il piede nel bosco di Ruvo per la potenza
-della Casa d’Andria, ed erano costretti a cederne l’erba alla stessa per
-un tozzo di pane), <i>ai tempi nostri detto Bosco di Ruvo è divenuto assai
-peggiore di quello che dal nostro Torquato ci vien descritto cotanto folto
-ed orribile che a chiunque tentava di entrarvi niegava l’ingresso</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nè qui gregge od armento ai paschi all’ombra</i></p>
-<p class="i01"><i>Guida bifolco mai, guida pastore,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nè v’entra peregrin se non smarrito</i></p>
-<p class="i01"><i>Ma lunge passa, e lo dimostra a dito.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>Conciosiachè quell’iperbolico bosco era almeno da’ passaggieri veduto: ma
-questo di Ruvo per cui dalla Regia Corte se ne pagano in ciascun anno
-ducati mille settecento cinquanta, come si disse nel proemio part. I art.
-<span class="pagenum" id="Page_a218">[a218]</span>
-IV n. 44, e se ne riscuotono dai Locati col venti per cento intorno a ducati
-6300, non solo ai pastori che dovrebbero introdurvi le pecore è
-vietato l’ingresso: ma non sanno coloro che lo comprano nè men ov’egli
-si trovi; e se in quello del Poeta entravano i peregrini smarriti, in questo
-i pratici ed esperti Locati, benchè camminino per istrade piane e diritte,
-non ardiscono penetrarvi per dubbio di non perdersi e di non rinvenir
-più il modo da poter uscire da sì intricato laberinto</i><a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Laonde non ostante che nell’anno 1709 precedente istanza dello
-spettabile Signor Reggente Mazzaccara allor zelantissimo Avvocato Fiscale
-del Regal Patrimonio si fosse dalla Regia Giunta ordinato che sotto formidabili
-pene l’Illustre Duca d’Andria non ardisse</i> nec directe, nec indirecte
-et nec per suppositas personas, <i>comprar dai Locati i pascoli di
-esso bosco, vedendosi poi che i poveri Locati con questo espediente perdevano
-altresì quel tozzo che per l’addietro avevano ricuperato, furono
-astretti, anche per opera di chi compariva per il suo privato interesse</i>
-con veste di pastor lupo rapace, <i>ricorrere nella stessa Regia Giunta, e
-col motivo di non potersi avvalere di essi erbaggi di Ruvo e per la lontananza
-de’ luoghi, e per la qualità de’ paschi, e per la mancanza dell’acqua,
-e per altri mendicati pretesti, ottennero precedente relazione de’
-due Magnifici Credenzieri di essa Regia Dogana che li fosse stato lecito
-tornarli a rivendere o al menzionato Illustre Duca d’Andria, o a chi
-meglio l’avesse potuto riuscire, come dagli atti e provisioni spedite presso
-l’Attuario Pietro Paolo de Fusco</i><a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Così scriveva il precitato Scrittore nell’anno 1731 quando questo
-Regno era ancora sotto la dominazione dell’Imperatore Carlo VI. Passato
-lo stesso sotto il governo di Carlo III di gloriosa memoria, e cessata
-l’amministrazione de’ Vicerè sotto la quale era stato poco men di
-<span class="pagenum" id="Page_a219">[a219]</span>
-due secoli e mezzo, la Regia Autorità cominciò ad essere più rispettata,
-e la potenza de’ Grandi fu almeno più repressa. Portatasi maggiore
-attenzione e maggior rigore anche sull’amministrazione del Regio Tavoliere,
-il Bosco di Ruvo fu finalmente strappato dalle mani del Duca
-d’Andria. Li Locati cominciarono a valersene come prima. Veniva lo
-stesso assegnato per lo pascolo di quarantamila pecore, come lo dice
-lo stesso Scrittore, e fino ai nostri dì si è veduto sempre coverto di
-pecore de’ Locati Abruzzesi.
-</p>
-
-<p>
-Avendo però la Casa d’Andria perduto quel forte guadagno che
-faceva sull’erba e sulla ghianda di esso, pensò rifarsene con usura in
-un modo anche peggiore. Quel Bosco che nell’anno 1731 lo descriveva
-de Stefano così folto ed impenetrabile, al cadere del secolo XVIII era
-rimasto denudato in modo che aveva perduto quasi l’aspetto di bosco.
-Quando nella mia gioventù mi sono ivi recato al divertimento della caccia
-di cui è feracissimo, ebbi a notare che in moltissimi luoghi di
-esso si scuopriva un uomo alla distanza di un quarto, di un terzo, della
-metà di un miglio, ed in alcuni luoghi anche molto maggiore, cosa non
-mai avvenuta nel foltissimo bosco di Ruvo!
-</p>
-
-<p>
-La Casa d’Andria aveva fatto dare allo stesso un taglio spietato.
-Tutti i rami delle annosissime e grandiose querce che vi erano gli aveva
-fatti recidere con aver rimasti i nudi tronchi tagliati <i>a testa di Monaco</i>,
-giusta il linguaggio del luogo. Da un taglio così barbaro dato da anno
-in anno fu ritratta una immensa e sterminata quantità di legna che mente
-umana non la può concepire. Ridotte queste a carboni o vendute alle
-convicine Popolazioni ch’erano scarse di boschi, e specialmente agli Altamurani
-che non ne hanno affatto, fruttarono somme rilevantissime, poichè
-nella Provincia di Bari le legna, ed i carboni si pagano a caro prezzo.
-</p>
-
-<p>
-Un taglio di tal fatta era vietato dalle leggi. Una quercia tagliata
-a questo modo rimane colle fibre esposte nel tempo estivo ai cocenti
-raggi del sole e nell’inverno al gelo. Quindi o va a perire e seccarsi,
-o rimena i nuovi rami con molto languore. Oltre ciò li ramoscelli che
-rimenano vengono anche amareggiati dai morsi degli animali bovini, i
-quali trovando i tronchi recisi a non molta altezza, possono avidamente
-cibarsene.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a220">[a220]</span>
-</p>
-
-<p>
-D’altronde avendo la Casa d’Andria col contratto dell’anno 1552
-venduta alla Regia Corte la ghianda di quel bosco, non l’era certamente
-permesso di recidere que’ rami che la producevano, e lasciare i
-tronchi degli alberi perfettamente denudati di essi. Il dritto di legnare
-nel detto bosco che gli era rimasto era limitato e ristretto al taglio delle
-legna non fruttifere e delle spine che in quella Provincia hanno anche un
-prezzo, e non già de’ rami verdi vegeti e ghiandiferi, i quali appartenevano
-al Re.
-</p>
-
-<p>
-Di cotesto sterminio del Bosco di Ruvo li Locati Abruzzesi non
-se ne risentirono affatto sia perchè non vollero compromettersi di nuovo
-colla Casa d’Andria, che gli aveva scottati molto bene per lo passato,
-sia piuttosto perchè vi trovavano il loro conto. Non contavano essi
-affatto sulla ghianda, ma bensì sull’erba la quale collo sfollamento del
-bosco veniva a rendersi più copiosa, più gentile ed anche più sicura,
-poichè l’ombra soverchia degli alberi può produrre un’erba velenosa per
-gli animali pecorini chiamata <i>tortora</i> dai Naturali del luogo, la quale
-gli fa perire.
-</p>
-
-<p>
-Il taglio però dato al Bosco suddetto fu del massimo pregiudizio
-e dispetto per la popolazione di Ruvo che rappresentava su di esso
-i pieni usi civici di legnare e di tagliare le spine. Vero è che questi
-dritti erano rimasti anche annientati dalla prepotenza Baronale, perchè
-se nel bosco si trovavano i poveri a legnare o a tagliar spine,
-erano crudelmente bastonati dagli Armigeri Baronali a cavallo addetti
-alla custodia di esso. In quanto ai ricchi le legna loro non mancavano,
-specialmente per lo bisogno delle masserie di semina, ma le avevano
-medianti le larghe largizioni che facevano ai custodi istessi.
-</p>
-
-<p>
-Venendo però come venne il tempo in cui cotesti dritti compressi
-dalla forza sarebbero stati, come lo furono rivendicati, la devastazione
-del bosco già seguita fece mancar la materia all’esercizio di essi, poichè
-un bosco danneggiato a questo modo tempo vi occorre per rimettersi,
-ed è ben difficile che si rimetta nello stato primiero. Nè minor
-danno recò il guasto suddetto allo intero agro Ruvestino, poichè da
-quell’epoca in poi è stato lo stesso flagellato con frequenza da spaventevoli
-e sterminatrici gragnuole, le quali erano prima molto rare. Si sa
-<span class="pagenum" id="Page_a221">[a221]</span>
-ch’è questa la conseguenza inevitabile di quella mania di distruggere
-i boschi che ai tempi nostri si è pur troppo sconsigliatamente propagata,
-malgrado gli sforzi adoperati dal Governo per rifrenarla.
-</p>
-
-<p>
-Tanto avvenne pe ’l bosco. In quanto poi al demanio delle murge
-la resistenza opposta sempre dalla Casa d’Andria ai Locati Abruzzesi
-non era dettata dalla sola albagia e dal principio di non voler soggiacere
-ad una servitù che credeva non dovuta; ma vi prendeva anche parte
-l’interesse. Rilevanti somme di più migliaia di ducati l’anno la Casa
-d’Andria ritraeva dalla vendita dell’erba vernina delle murge. Un buon
-tratto di quel demanio veniva dalla stessa chiuso e difeso sotto la custodia
-de’ soliti Armigeri a cavallo. A coteste chiusure si dava il nome
-specioso di <i>parate</i>. L’erba vernina quindi delle parate la vendeva a suo
-profitto, ed era questa inaccessibile a chiunque non l’avesse comprata,
-poichè gli Armigeri suddetti sapevano bene menar le mani con coloro
-che si fossero alla stessa avvicinati coi loro animali con intenzioni diverse.
-</p>
-
-<p>
-Coteste <i>parate</i> se impedivano il dritto di <i>riposo</i> che pretendevano
-i Locati della Locazione di Salpi sulla intera contrada delle murge, era
-questo almeno un dritto controverso. Ma pregiudicavano anche il dritto
-de’ cittadini il quale era sicurissimo e non poteva essere contraddetto per
-qualunque plausibile pretesto, o ragione che la Forense sottigliezza
-avesse escogitata.
-</p>
-
-<p>
-Considerata anche la contrada delle murge come un demanio feudale,
-giusta la posizione della Casa d’Andria, erano sempre ed in ogni
-caso dovuti ai cittadini i pieni usi civici. Le note leggi emanate dal
-Re Ferdinando I di Aragona e dall’Imperator Carlo V vietavano severamente
-ai Baroni di chiudere e difendere qualunque porzione de’ demanj
-feudali in pregiudizio degli usi civici dovuti alle popolazioni. Le
-parate suddette sottraevano a questi usi la porzione maggiore della miglior
-erba delle murge. Quella che rimaneva fuori di esse non era bastante
-al bisogno ed al comodo de’ cittadini.
-</p>
-
-<p>
-In quanto poi all’erba estiva della contrada suddetta, la freschezza
-del sito la rendeva e la rende un pascolo estivo necessario ed indispensabile
-per la salute degli animali. Rimaneva quindi aperta all’uso de’
-<span class="pagenum" id="Page_a222">[a222]</span>
-cittadini senza pagamento alcuno di fida. Era però tale e tanta la quantità
-degli animali forestieri che la Casa d’Andria vi fidava per far danaro,
-che di poco o niun sollievo riusciva quel pascolo agli animali
-de’ cittadini. Tanto più che a quelli dava la Casa d’Andria l’acqua delle
-sue peschiere, e questi n’erano privi e quindi molto poco potevano
-profittare dell’erba.
-</p>
-
-<p>
-Or cotesto dritto <i>di fida</i> degli animali forestieri la Casa d’Andria
-lo aveva esteso abusivamente allo intero demanio di Ruvo, ed in conseguenza
-anche alle cinque contrade di sopra nominate coverte dalle masserie
-di semina de’ cittadini cioè alle <i>matine, strappete, ralle, monserino,
-e bel luogo</i>. Doppio era l’eccesso che da ciò ne risultava. Il
-primo che veniva ad esercitarsi cotesto dritto abusivo anche in quella
-parte del demanio ch’era sicuramente comunale. Il secondo perchè si
-esercitava su di terreni <i>appatronati</i>, poichè come innanzi si è detto il
-terreno di quelle contrade è quasi tutto coltivabile ed occupato dalle
-masserie di semina de’ cittadini.
-</p>
-
-<p>
-Intanto quelle misere contrade erano flagellate e devastate dagli animali
-de’ Locati Abruzzesi, da quelli de’ fidatarj del Barone e da una
-gran quantità di animali d’industrie della stessa Casa d’Andria! Non
-fia dunque meraviglia se fino a quarant’anni indietro le industrie armentizie
-de’ Ruvestini un tempo floridissime erano rimaste talmente estenuate
-che le carni del macello pel vitto degli abitanti o dovevano comprarsi
-dalla Casa d’Andria o cercarsi al di fuori!
-</p>
-
-<p>
-Si aggiunga a ciò che i pochi animali rimasti ai cittadini sia per
-la coltura de’ terreni, sia per l’industria venivano anche sommessi ad
-una estorsione quanto arbitraria, altrettanto scandalosa che la Casa d’Andria
-esigeva a titolo specioso di <i>cortesia</i>. Consisteva questa in una misura
-e mezza di grano per ogni bue, grana sei ed un terzo per ogni
-vacca, grana quindici per ogni cento pecore, e carlini trentacinque per
-ogni centinajo di porci. Cotesta bella <i>cortesia</i>, del pari che la <i>fida</i> di
-cui si è testè ragionato andava tra l’esazioni della <i>Bagliva</i>, nome collettivo
-che comprendeva una grandine di arbitrarie imposte escogitate
-dalla sottigliezza Baronale per ismugnere per tutti i lati quella misera
-popolazione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a223">[a223]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ne’ giudizj trattati nell’anno 1797, de’ quali si parlerà nel capo
-che sussiegue gli Avvocati della Casa d’Andria ebbero la poca avvedutezza
-di produrre un pubblico strumento del dì 6 Marzo 1594 stipulato
-dal Notajo Prospero <i>de Rufis</i> di Bisceglia, col quale aveva data la
-stessa in affitto la Bagliva di Ruvo. Erano in quello strumento inseriti i
-<i>Capitoli</i> delle moltiplici esazioni alla stessa annesse, le quali essendosi
-da me destramente rilevate, destarono una giusta indignazione nell’animo
-de’ Giudici. Ne cennerò quindi alcuni ben curiosi.
-</p>
-
-<p>
-Chiunque andava a caccia nel territorio di Ruvo pagar doveva la
-licenza al Baglivo. Chiunque poi si fosse trovato a cacciare nel bosco
-o pagar doveva la multa di dodici once d’oro o perdere un braccio!!!
-Chiunque voleva tenere aperta una bottega pagar doveva la licenza
-al Baglivo. Se si rinveniva un animale sperduto se lo appropriava
-il Baglivo. Li giocatori ed i bestemmiatori si componevano col Baglivo
-con una multa pecuniaria etc. etc. Capitoli veramente aurei!
-</p>
-
-<p>
-Ma fu bello anche il vedersi che a coteste famose esazioni bajulari
-erano annessi anche i diritti ed i proventi della Giurisdizione della Portolania,
-e de’ pesi e misure, la quale non era stata mai conceduta dal
-Re a cui apparteneva, ed aveva quindi bisogno di una concessione
-<i>speciale</i>. Allora che il Cardinale Oliviero Carafa acquistò il feudo di
-Ruvo nell’anno 1510 dai Conjugi D. Raimondo di Cardona e D. Isabella
-Requesens, ebbe conceduta la Giurisdizione delle prime e seconde
-cause civili e penali, ma non già quella della Portolania, e de’ pesi e
-misure.
-</p>
-
-<p>
-È risaputo che nell’anno 1609 fu con ordini generali prescritto
-che cotesta Giurisdizione, la quale apparteneva al Re si fosse venduta
-alle Università del Regno. Quindi il Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria si applicò a formare le istruzioni, e stabilire i regolamenti circa
-il modo in cui doveva essere esercitata dalle Università che andavano
-ad esserne investite. Le istruzioni suddette furono pubblicate nel dì 22
-Gennajo 1613.
-</p>
-
-<p>
-Per ismentire quindi vie più l’assunto che la Giurisdizione suddetta
-fosse appartenuta alla Casa d’Andria, come sostenevano li suoi Avvocati
-sull’appoggio del precitato strumento che menavano innanzi, non
-<span class="pagenum" id="Page_a224">[a224]</span>
-mancai di riscontrare i <i>Libri del Real Patrimonio</i>, i quali si conservavano
-allora nel Tribunale suddetto, ed ora son passati nel Grande Archivio,
-onde acquistare una sicura conoscenza di ciò che si era del precitato
-anno 1609 operato per la Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi
-e Misure della città di Ruvo e trarne gli opportuni documenti. Trovai
-che si era la stessa venduta alla Università e che nella situazione de’ fuochi
-dell’anno 1612 si erano messi a suo carico annui ducati 394.311
-per la Portolania, ed altri ducati 188.312 per i pesi e misure<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dal che venne a risultare lucidamente che per la detta Giurisdizione
-usurpata dalla Casa d’Andria, e spacciata come una <i>Giurisdizione
-feudale</i>, la città di Ruvo stava pagando allo Stato la forte somma di
-annui ducati 583.103 caricata sulla tassa de’ fuochi! Dimostrai inoltre
-che dopo ciò il Tribunale della Regia Camera della Sommaria nel
-dì 10 Dicembre 1629 ad istanza della nostra città aveva ordinato al Governatore
-di Ruvo detto allora <i>Capitaneo</i> che non si fosse ingerito nella
-giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, ed avesse lasciata
-la Università nel libero esercizio di essa<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Ma cotesti ordini nulla
-erano valuti contro la prepotenza che rendeva tutto feudale!
-</p>
-
-<p>
-Negli aurei <i>Capitoli</i> della Bagliva vi andava compresa anche la <i>sensalia</i>
-sommessa del pari ad una tassa. Lungi però dall’esser stato questa
-giammai un dritto feudale, era stata anzi manifestamente usurpata
-alla università, cui apparteneva. Nelle capitolazioni dell’anno 1308 presentate
-dalla nostra città al Re Carlo II di Angiò innanzi riportate alla
-pagina 142 tra i dazj che impose a se stessa per potere far fronte ai
-pubblici pesi che le incumbevano, vi fu anche quello della <i>sensalia</i> che
-la prepotenza Baronale la invertì in un dritto feudale, e la incluse tra
-le altre estorsioni della Bagliva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a225">[a225]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose premesse è facile comprendere che cotesta <i>Bagliva</i> era
-un vocabolo che includeva in se una moltiplicita di mezzi diretti a vessare,
-e scorticare la gente in tanti modi e per tante vie. In conseguenza
-non si poteva dare in affitto che a persone audaci, insolenti e
-fatte per taglieggiare e flagellare la popolazione coll’aura della prepotenza
-Baronale a di cui profitto tornavano le loro estorsioni.
-</p>
-
-<p>
-Da un altro antico strumento stipulato dal Notajo Nicolò <i>de Marinactiis</i>
-di Corato ho rilevato che il Sindaco e gli Eletti della nostra
-città per liberare i cittadini dalle tante molestissime vessazioni che soffrivano
-dai Baglivi si videro nella necessità di prendere in affitto dal Duca
-d’Andria la Bagliva per conto della Università per la seguente ragione,
-<i>Quia ipsi Bajuli Bajulationem exercebant non sine molestia dictæ civitatis
-et hominum ipsius <span class="smcap lowercase">PROPTER EJUS ARDUA SOLITA ET CONSUETA CAPITULA</span>.</i>
-Si caricò la città del pagamento di annui ducati seicento, ch’erano in
-quell’epoca una somma ben forte, per comprare la tranquillità e la
-quiete de’ suoi abitanti! Convenne anche in seguito rinnovarsi lo stesso
-ruinoso espediente con essersi portato l’affitto della Bagliva prima ad
-annui ducati ottocento ed indi a ducati mille. Si accrescevano le vessazioni
-per obbligare la città a redimerle a prezzo più caro! Nella Consulta
-della Regia Camera della Sommaria dell’anno 1600, di cui si è
-parlato innanzi nel capo X pag. 193 e 194 sono riportati i pesi ed esiti
-annui ch’erano a carico della Università. Tra questi vi è il seguente: <i>Al
-Duca d’Andria e Conte di Ruvo per l’affitto della sua bagliva, e per la
-strena ducati 1110</i>. La <i>strena</i> era un’altra estorsione la quale consisteva
-in un magnifico regalo che la Casa d’Andria esigeva nel primo dì dell’anno.
-</p>
-
-<p>
-Nè quì si arrestarono le usurpazioni. Colle già dette capitolazioni
-dell’anno 1308 aveva la città imposto ai cittadini un altro dazio civico
-sulle contrattazioni che si facevano in grosso di generi, derrate, mercanzie
-di ogni specie, e panni. Cotesto dazio nel linguaggio del nostro
-antico Foro era chiamato <i>plateatico</i>. Nelle dette capitolazioni si vede
-cotesto dazio imposto in una somma molto discreta, poichè si esigevano
-dalla città grana cinque per oncia sul valore de’ generi e delle mercanzie
-cadute in contrattazione pag. 141 e 142.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a226">[a226]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma cresciuti in seguito i bisogni della città fu questo dazio aumentato
-e portato fino alla forte somma di grana ventiquattro per oncia.
-Lo pruova ciò lo Stato discusso di quella Università formato nell’anno
-1626 dal Reggente del Collateral Consiglio Carlo Tapia, il quale
-si conserva nel Grande Archivio del Regno. Risulta da esso che cotesto
-dazio comunale si esigeva allora alla ragione di grana ventiquattro
-per oncia, e rendeva annui ducati ottocento. Per formarsi il pieno che
-mancava agli esiti comunali fu portato a grana trenta per oncia, e si ebbe
-un introito di altri ducati dugento l’anno.
-</p>
-
-<p>
-Colle stesse capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposti alla
-Popolazione altri due dazj di minore importanza. Il primo consisteva
-in una somma discreta che pagar dovevano i Macellaj per ciascun pezzo
-di animale grosso o piccolo che si macellava pag. 142. Cotesto dazio
-col linguaggio del tempo si chiamava <i>scannaggio</i>. Il secondo riportato
-anche nello Stato del Reggente Tapia, era quello di una <i>giumella</i> su di
-ciascuno tomolo di mandorle, le quali formavano, come formano anche
-oggi uno de’ principali prodotti di quel territorio pag. 141.
-</p>
-
-<p>
-Or cotesti tre antichissimi dazj comunali il <i>plateatico</i>, lo <i>scannaggio</i>
-e la <i>giumella delle mandorle</i> tocchi dalla verga magica della prepotenza
-Baronale cangiarono natura. Dalle mani della Università passarono in
-quelle della Casa d’Andria e divennero dritti feudali! Ma coteste metamorfosi
-si rendevano ben fastidiose a quella misera Popolazione, poichè
-gli antichi pesi tuttavia continuavano in una mano assai più dura
-qual era quella del Barone. Il vuoto però che lasciavano coteste usurpazioni
-degli antichi dazj comunali bisognava che si fosse riempiuto con
-altre novelle imposte. Per tal ragione il dazio sul pane, che colpiva il
-Popolo più di ogni altro dazio, fu portato ad una somma molto gravosa
-ed intollerabile.
-</p>
-
-<p>
-Si propose la Casa d’Andria d’introdurre in Ruvo un’altra gravezza
-che si praticava anche da altri Feudatarj, cioè la esazione del
-passo. Consisteva questa in una somma che pagar doveva chiunque fosse
-passato con vetture e con animali. Cominciò cotesto novello abuso nell’anno
-1602, come lo pruova una provvisione della Regia Camera della
-Sommaria dell’anno 1608 registrata nel Grande Archivio. Ci fa questa
-<span class="pagenum" id="Page_a227">[a227]</span>
-conoscere che i Coratini reclamarono contro cotesta abusiva esazione che
-dissero introdotta nell’anno 1602, alla quale venivano anch’essi obbligati<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>.
-Intanto la Casa d’Andria continuò in santa pace cotesta arbitraria
-ed illecita esazione fino a che il Re Ferdinando al cader del secolo
-passato abolì con una legge espressa tutti i passi che si esigevano
-dai Baroni come quelli che davano causa ad infinite soverchierie ed arrestavano
-il commercio interno.
-</p>
-
-<p>
-Non vi erano in Ruvo nè locande nè neviere Baronali. La Casa
-d’Andria formò una nuova locanda nel pomerio dell’antico castello dal
-lato occidentale che sporge alla campagna. Formò inoltre due grandi neviere
-costrutte in un fondo che ora è di mia proprietà. Fece sorgere
-cotesti novelli edificj col diritto proibitivo delle locande, e delle neviere
-introdotto e sostenuto dalla forza e dalla violenza. Venivano inoltre
-i cittadini obbligati a forza di bastonate a raccorre, e riporre la neve
-nelle neviere suddette, e la città obbligata a non consumare altra neve
-per l’uso della popolazione che quella delle neviere Ducali. Non mai
-satolla di guadagno era invogliata d’introdurre anche una privativa de’
-molini. Ma come farsi? La libertà de’ molini era nella nostra città antichissima.
-Dalle precitate capitolazioni dell’anno 1308 costa che vi erano
-in Ruvo molti molini particolari, ed i proprietarj di essi pagavano alla
-città una discreta prestazione per ogni <i>salma</i> di grano che in essi si
-macinava pag. 143. Col concorso però degli Amministratori comunali
-ligj del Barone s’immaginò il modo di eseguire cotesto nuovo progetto
-sotto plausibili apparenze, ma nella sostanza iniquo verso tante famiglie,
-alle quali l’avidità Baronale veniva a torre il pane.
-</p>
-
-<p>
-Venne escogitato il pretesto che la gabella della farina, per la
-quale si pagavano allora quattro carlini e mezzo a tomolo, e si esigeva
-ne’ forni, veniva fraudata. Che per impedire le fraudi era indispensabile
-esigerla ne’ molini, e questi riunirgli in un solo luogo, ove si sarebbe
-situato l’esattore della gabella suddetta. Con questo specioso pretesto
-<span class="pagenum" id="Page_a228">[a228]</span>
-quindi ne fu stipulato pubblico strumento tra il Duca d’Andria
-D. Antonio Carafa da una parte, il Sindaco e gli Eletti della città di
-Ruvo dall’altra nel dì 15 Settembre 1615 dal Notajo Andrea Berarducci
-di Bisceglia.
-</p>
-
-<p>
-Fu con esso costituito il dritto proibitivo de’ molini a favore del
-Duca suddetto, ed ei si obbligò di stabilire come stabilì li nuovi molini
-in un luogo designato adiacente alla pubblica muraglia della città
-che servì di principale appoggio alla costruzione di essi. Da altro pubblico
-atto poi del dì 30 Dicembre 1616 stipulato dallo stesso Notajo
-risulta che i precitati Sindaco ed Eletti costituirono in Napoli loro Proccuratore
-un tal <i>Francesco Bruno</i>, cui diedero le facoltà opportune per
-ricorrere al Vicerè ed ottenere l’assenso sul detto contratto.
-</p>
-
-<p>
-In fine da altro strumento del dì 7 Ottobre dello stesso anno 1616
-stipulato dallo stesso Notajo costa che quel <i>Francesco Bruno</i> costituito
-Proccuratore dal Sindaco ed Eletti era Proccuratore ed Incaricato di affari
-del detto Duca. Dal che è facile conchiudere che i Sindaci ed Eletti
-di quel tempo non erano che tante macchine mosse dal Duca a sua volontà,
-e firmavano ad occhi chiusi tutte quelle carte che a lui piacevano.
-</p>
-
-<p>
-L’assenso sul precitato dritto proibitivo non fu ottenuto. E come
-avrebbe potuto ottenersi contro ogni regola di Diritto? Il protocollo
-però che conteneva lo strumento del dì 15 Settembre 1615 col quale il
-precitato dritto proibitivo fu costituito è scomparso dalla scheda di Notar
-Berarducci, e vi è tutta la ragion di credere che si sia fatto scomparire
-per torsi alla nostra città il titolo per poter rivendicare una coi
-frutti il precitato dritto proibitivo de’ molini da se costituito, ed usurpato
-dalla Casa d’Andria.
-</p>
-
-<p>
-Nell’indice generale però della scheda suddetta degli anni 1615
-1616 1617 1618 e 1619 vi è il seguente notamento: <i>Sig. Duca d’Andria
-coll’università di Ruvo per li molini fol. 61</i>. Cotesto notamento il
-quale pruova la esistenza di una convenzione allora stipulata unito alla
-procura del dì 30 Dicembre 1616, colla quale si cercò di farla convalidare
-con Regio Assenso non mai ottenuto, vale una dimostrazione che la privativa
-suddetta costituita dalla Università passò illegalmente nelle mani
-<span class="pagenum" id="Page_a229">[a229]</span>
-della Casa d’Andria. Cotesti documenti servirono di appoggio al giudizio
-istituito nell’anno 1797 per i molini suddetti come si dirà nel
-seguente capo.
-</p>
-
-<p>
-Dalle cose premesse è facile vedere che in mano della Casa d’Andria
-il feudo di Ruvo non era più nè quello che fu costituito dai Normanni
-ed indi dai Sovrani Angioini, nè quello che nell’anno 1510 fu
-dal Cardinale Oliviero Carafa comprato da D. Raimondo di Cardona e
-sua consorte. Man mano, e da tempo in tempo si vide lo stesso impinguato
-ed accresciuto di tutte le specolazioni abusive che aveva saputo
-la feudalità escogitare per succhiarsi il sangue delle Popolazioni. Alcuni
-pretesi dritti furono creati dal nulla, altri furono tolti colla forza alla
-povera Università e convertiti in dritti feudali! La conseguenza di tanti
-abusi fu la miseria di quella Popolazione angariata per tutti i lati.
-</p>
-
-<p>
-I mezzi coi quali furono tante gravezze introdotte e sostenute meritano
-anche di essere commemorati. Il primo di essi fu quello di aversi
-messa la Casa d’Andria in mano la nomina degli Amministratori Comunali.
-Si vide quindi introdotto l’abuso che la Università faceva la nomina
-del Sindaco e degli Eletti in doppia lista, ed il Barone sceglieva
-quelli che più gli piacevano. Valeva però ciò lo stesso che aversi sempre
-Amministratori ligj del Barone, sommessi alla di lui volontà e pronti
-a sagrificargli i dritti della città e della popolazione che avevano il sacro
-dovere di difendere e sostenere.
-</p>
-
-<p>
-Non ignoro che lo stesso abuso fu dalla prepotenza Baronale introdotto
-anche in altri luoghi. Molti giudizj vi sono stati per tal causa negli
-antichi Tribunali che cominciarono ai tempi nostri a reprimerlo. Ma non
-ho potuto mai comprendere come al tempo dei Vicerè abbia potuto lo
-stesso tollerarsi. Li passati Sovrani del nostro Regno non s’ingerirono
-mai nella elezione degli Amministratori comunali e furono religiosissimi
-nel lasciare alle Popolazioni la piena libertà di scegliere quelli che credevano
-meritevoli della loro fiducia. Nelle concessioni de’ feudi non si
-è veduto mai cotesto dritto conceduto ad alcuno, neppure ai Principi
-della Real Famiglia. Come dunque tollerarsi che si avessero i Baroni
-permesso di attentare sulla libertà dell’elezioni?
-</p>
-
-<p>
-Il secondo mezzo era la Giurisdizione criminale. Con essa faceva
-<span class="pagenum" id="Page_a230">[a230]</span>
-la Casa d’Andria perseguitare a dritto ed a torto quelle persone che
-non erano del suo gusto. Quest’arma terribile si adoperava anche con
-una doppia sevizia. La prima era il carcere orribile ed oscuro dell’antica
-Torre di Ruvo, comunque vietato severamente ai Baroni dalle antiche
-leggi del Regno. La seconda il trasporto de’ carcerati in altre lontane
-prigioni per vie più dispettargli e strapazzargli.
-</p>
-
-<p>
-Mi dicevano i vecchi che il nostro distinto ed illustre cittadino
-<i>Orazio Rocca</i> perseguitato dal Duca d’Andria che voleva fargli gustare
-le delizie della Torre suddetta, ebbe a fuggir da Ruvo con mezza barba
-fatta e mezza nò, per sottrarsi agli Armigeri Baronali che già gli erano
-addosso. Venuto in Napoli la sua esimia virtù e dottrina lo fece divenire
-grande Avvocato ed indi Magistrato, Caporuota del Sacro Regio
-Consiglio, Delegato della Real Giurisdizione e decorato anche col titolo
-di Marchese trasmesso ai suoi discendenti. Fa però meraviglia come coi
-mezzi che gli davano li suoi talenti e l’eminente suo grado nulla abbia
-fatto per liberare la sua Patria dagli abusi della prepotenza Baronale
-de’ quali ei medesimo ne aveva fatto il saggio che ridondò per altro alla
-di lui esaltazione.
-</p>
-
-<p>
-Il terzo mezzo era la numerosa squadra degli Armigeri presi dalla
-gente più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano
-costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza
-da essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà
-Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili come
-lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva ammansata
-abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non lasciavano
-di essere baldanzosi boriosi ed insolenti.
-</p>
-
-<p>
-Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato
-di famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione
-della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni
-che si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone
-e de’ luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano
-esse specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale amministrata
-da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in
-conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non
-<span class="pagenum" id="Page_a231">[a231]</span>
-poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano incaricate
-dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali, ed in
-tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro talento e di
-propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti che pretendevano
-essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’ pesci, delle carni ed
-altri comestibili che si vendevano in piazza, de’ quali dovevano esse
-essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi dedotti nel giudizio
-dell’anno 1750!
-</p>
-
-<p>
-Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina
-degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la
-Casa d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver
-mai pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro
-Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale.
-Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno
-1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche <i>De forma censuali
-seu catasto</i> fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi alle
-sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute. Nel
-novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li beni burgensi
-della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima parzialità e
-deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj alla stessa, ricevettero
-il carico della bonatenenza in annui ducati 434.79½. Cotesto
-pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni alla cassa comunale
-qual vuoto venne in essa a produrre?
-</p>
-
-<p>
-Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la
-feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le Popolazioni
-si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo. Ma
-non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città. Si portarono
-le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar potrebbe
-incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente da pubblici
-processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera della Sommaria.
-</p>
-
-<p>
-Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani
-moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora
-d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a quell’eccesso
-<span class="pagenum" id="Page_a232">[a232]</span>
-che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la Casa
-d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali della nostra
-città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla popolazione
-per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al pagamento
-de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo Stato.
-</p>
-
-<p>
-Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito
-fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare
-svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche,
-con avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua
-cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia
-fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre
-scoverta, ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi
-si erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè
-tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli
-Amministratori municipali.
-</p>
-
-<p>
-Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli
-Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca di
-Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di cotesta
-soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692 e finì nell’anno
-1736 col fallimento della povera Università di Ruvo e coll’essere
-caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il riportare quì la
-storia minuta del giudizio suddetto consegnata in più volumi di processi
-formati nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Continue,
-veementi ed amarissime furono le doglianze de’ creditori suddetti contro
-la prepotenza della Casa d’Andria che si era impossessata anche delle
-rendite comunali, e gli defraudava di ciò che loro era dovuto.
-</p>
-
-<p>
-Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo
-Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse
-vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle rendite
-comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i conti, come
-risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui succedè dappoi
-l’attuario D. Gaetano Capaldo<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Questi ordini però erano presi a
-<span class="pagenum" id="Page_a233">[a233]</span>
-beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che il Tribunale della
-Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente Commessario della Regia
-Camera della Sommaria a suo discarico con rapporto del dì 16 Settembre
-1716.
-</p>
-
-<p>
-Disse che <i>Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e
-vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla
-potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per
-lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa di
-peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città di
-Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli ordini
-di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli
-essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li creditori
-sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano sopra
-l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria Padrona,
-la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro quelli del
-Governo che a firmare scritture in caso di bisogno</i><a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della
-propria debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza
-della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze
-de’ Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente
-il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel
-vigore e quel tuono ch’era troppo necessario.
-</p>
-
-<p>
-D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese
-di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso
-col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori della
-Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era dovuto, e
-stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col Duca d’Andria
-che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò che loro
-spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur questa
-avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: <i>Il supplicante vedendosi inabilitato
-a poter esigere il suo dalla detta Università per la potenza di
-detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia, per essere suo feudo,
-<span class="pagenum" id="Page_a234">[a234]</span>
-a tal segno che il supplicante non ritrova commessario che vuole andare
-ad esigere da detta Università, e se mai se ne ritrova alcuno, pure questo
-per timore della vita si contentava prendersi qualche regalo dal detto
-Illustre Duca, e se ne tornava indietro, senza poter porre in esecuzione
-la sua incumbenza</i><a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità
-ho voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro
-la prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj
-anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto
-del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose,
-poichè il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far
-pronta e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della
-Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria.
-</p>
-
-<p>
-Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza
-furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti della
-loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le ali,
-poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in
-patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle
-sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto
-Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi
-ai suoi creditori.
-</p>
-
-<p>
-Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera
-Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi
-arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva appropriate
-le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti. Convenne ripianare
-questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva coll’avanzo
-delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita patrimoniale era alla
-nostra città rimasto, fu una necessità che si fossero le gabelle tenute su
-di un piede che avessero potuto far fronte ai pesi correnti, e dare anche
-un avanzo per ripianare il debito arretrato.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra
-<span class="pagenum" id="Page_a235">[a235]</span>
-città ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di
-Cordova, o dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da
-nemici, e le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa
-Baronale al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado
-ciò l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con
-avere di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa
-meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra città
-spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti de’ suoi
-abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi loro i mezzi
-di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di quel territorio.
-Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una picciola appendice
-assai curiosa.
-</p>
-
-<p>
-Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori
-della Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito
-arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora,
-ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione. Fu
-questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i rispettivi
-crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati.
-</p>
-
-<p>
-Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati
-1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di
-somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta alla
-sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non solo
-il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del patrimonio
-incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto lo portò in essa
-come semplice creditore fiscalario in annui ducati 1137, senz’avergli
-però nulla attribuito per arretrati. Nulla il Duca Ettore Carafa, avo del
-Duca attuale, oppose a tal relazione, la quale perciò rimase ferma. Nè
-fino all’anno 1751 si presentò giammai a partecipare delle ripartizioni
-che si facevano tra i creditori d’interessi arretrati delle somme di avanzo,
-come innanzi si è detto<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano
-<span class="pagenum" id="Page_a236">[a236]</span>
-fatta quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della
-Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati, si
-fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si asserì
-creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!! Disse
-che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736, cioè
-in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le querele
-degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di essere ammesso
-a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i creditori di
-arretrati dall’avanzo delle rendite della Università<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i
-passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano prestati
-alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si è parlato,
-quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e minacciati
-da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso, non si sentirono
-comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca si aveva
-preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio de’ gravami
-dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè l’interesse
-privato.
-</p>
-
-<p>
-Quindi l’Avvocato della Università mosso da costoro, e provveduto
-da essi degli opportuni documenti non solo si oppose acremente al preteso
-credito arretrato di ducati 25600 che il Duca spacciava, ma con
-una dimanda riconvenzionale dedusse che doveva lo stesso essere condannato
-a restituire le forti somme che la sua Casa si aveva per tanti anni
-appropriate dalle rendite comunali con aver ridotta la povera Università
-in patrimonio. Era questo un discorso pieno di verità e di giustizia;
-ma il Duca Ettore seppe allontanare la tempesta. Avendo acchetato l’interesse
-privato che la suscitava, finì il giudizio de’ gravami colla frivola
-transazione dell’anno 1751 di cui parlerò nel seguente capo.
-</p>
-
-<p>
-Essendosi con essa gli Amministratori della Università obbligati a
-non fare più alcuna ostilità al Duca per l’articolo testè enunciato, ne
-venne in conseguenza che quello stesso Avvocato della Università, il quale
-aveva attaccato così bene il preteso credito di duc. 25600 che il Duca
-<span class="pagenum" id="Page_a237">[a237]</span>
-spacciava, quasi che avesse bevuta l’acqua di Lete, obliò perfettamente
-ciò che contro lo stesso aveva dedotto e lasciò fare al Duca ciò che voleva.
-Quindi per effetto di una manifesta prevaricazione si vide il Duca
-dall’anno 1753 in avanti figurare senza veruna contraddizione tra i creditori
-d’interessi arretrati nella rilevante somma di ducati 25600, e partecipare
-delle ripartizioni che si facevano delle somme di avanzo col
-consenso degli Avvocati <i>pro tempore</i> della Università!
-</p>
-
-<p>
-Non debbo omettere che tra i nomi di costoro ho letto anche quello
-di un tal <i>D. Pietro Andreatini</i>. Quest’uomo io l’ho conosciuto nella
-qualità di Segretario della Casa d’Andria, ed in questo posto egli è
-morto. Si veda da ciò in quali mani era allora affidata la difesa della
-povera Università, e se il Segretario del Duca d’Andria avrebbe potuto
-giammai sostenere i dritti della stessa contro il suo Signore che gli dava
-da vivere! Ma la prevaricazione degli Amministratori della Università
-che continuò tuttavia anche dopo la transazione dell’anno 1751, seguitò
-a sagrificare gl’interessi della stessa alla influenza Baronale.
-</p>
-
-<p>
-Morto il detto Andreatini, gli succedè nella difesa della Università
-il Dottor D. Lorenzo Scarongelli. Era egli Ruvestino, e quindi
-avrebbe dovuto prendere tutto l’interesse per non far rimanere a carico
-della sua patria un debito così enorme contraddetto fin dall’anno 1751
-e ribattuto da validissimi documenti. Ei però mancò a questo sacro dovere,
-fece quello stesso che aveva fatto l’Andreatini, e prestò il suo
-consenso alle ulteriori distribuzioni ch’ebbero luogo. Non fia ciò meraviglia,
-poichè era costui uno di quelli uomini servili usi a prestarsi
-a tutto ciò che voleva <i>Sua Eccellenza Padrone</i>.
-</p>
-
-<p>
-A buon conto la influenza della Casa d’Andria anche dopo l’anno
-1751 negli affari comunali continuò ad essere la stessa. Si venne
-anzi a rendere assai più pesante colla fissa permanenza che fece ne’ suoi
-feudi dopo l’anno 1760 il Duca fu D. Riccardo Carafa Padre del Duca
-attuale. La di lui Illustre consorte la Signora Duchessa D. Margherita
-Pignatelli che dominava in casa era di un carattere imperioso, e tempestoso.
-Nulla inoltre sapeva rimettere degli antichi abusi ed albagia
-della feudalità che il pensare del tempo, ed anche la mano del Governo
-andava ogni dì fiaccando. Si univa a ciò che per particolari impegni o
-<span class="pagenum" id="Page_a238">[a238]</span>
-protezioni si voleva anche un po’ soverchio mischiare ne’ fatti privati che
-non la riguardavano punto.
-</p>
-
-<p>
-Queste cosucce per loro stesse disgustanti unite agli abusi ed alle
-gravezze positive che non erano punto rimaste corrette colla transazione
-dell’anno 1751, e tuttavia continuavano, disposero gli animi de’ migliori
-cittadini a scuotere una volta decisamente quel pesantissimo giogo. Essendo
-quindi avvenuta la morte di D. Lorenzo Scarongelli, fui nell’anno
-1794 nominato con pubblico Parlamento Avvocato della nostra città.
-Fu la mia nomina proclamata dal voto concorde de’ miei concittadini
-perchè a tutti erano noti i miei sentimenti avversi a quello stato di degradazione
-a cui la nostra città era stata ridotta dalla prepotenza Baronale.
-</p>
-
-<p>
-Protesto però che questi sentimenti non si erano in me generati da
-qualche particolar risentimento o torto recato a me o alla mia famiglia
-dalla Casa d’Andria. Niun motivo ho avuto giammai di essere dolente
-di essa per questo lato. Questi sentimenti me gli ha dati la Natura.
-Sono nati e cresciuti con me. Gli ha nutriti il mio carattere avverso
-alle prepotenze ed alle ingiustizie, l’amore vero che ho avuto sempre
-per la mia cara patria, la intolleranza di vederla oppressa ed avvilita,
-e ’l vivo desiderio che ho sempre avuto di esaurire tutti i miei sforzi
-per sollevarla.
-</p>
-
-<p>
-Se non si fosse trattato di rivendicare i dritti della mia Patria, il
-che costituisce un sacro dovere per ogni buon cittadino, non mi sarei
-mai e poi mai impegnato ad assumere la difesa di qualunque altro giudizio
-contro la Illustre Famiglia Carafa di Andria. Eccomi dunque a dare
-un breve cenno delle operazioni da me fatte nella qualità di Avvocato
-della nostra città, e delle cause intraprese e menate a fine. Per potere
-però ciò fare è indispensabile premettere un cenno sullo stato in cui le
-cose rimasero colla transazione dell’anno 1751.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a239">[a239]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap13">CAPO XIII.
-<span class="smaller"><i>De’ Giudizj dell’anno 1750 1797 e 1804, e delle transazioni
-dell’anno 1751 e 1805.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Non vale la pena di fare una minuta sposizione del giudizio istituito
-contro la Casa d’Andria nell’anno 1750 e della transazione che
-ne susseguì nel dì 9 Luglio 1751 per mano del Notajo Giovanni Teodoro
-de Rienzo di Napoli. Possono queste carte far conoscere soltanto il
-giogo di ferro imposto alla nostra città dal Duca Ettore Carafa il vecchio
-avo del Duca attuale, il quale esasperò di gran lunga le gravezze
-introdotte dai suoi antenati; ma nulla presentano di vantaggioso per quella
-popolazione, la quale continuò tuttavia a rimanerne schiacciata dagli
-antichi abusi, ed estorsioni.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto innanzi che il giudizio dell’anno 1750 lo suggerì il privato
-interesse, non già il vero zelo di sottrarre la propria patria ad
-una lunga e spogliatrice oppressione. È facile ciò ravvisarlo sotto un
-doppio rapporto. Il primo fu la tema delle forti significatorie, ond’erano
-minacciate le persone influenti che negli anni precorsi avevano avuta parte
-nell’amministrazione comunale, ed avevano prestata alla Casa d’Andria
-la mano perchè si avesse appropriate anche le rendite della Università.
-</p>
-
-<p>
-Il secondo fu la mira che avevano pochi proprietarj di masserie
-nella contrada delle murge di liberarle dalla suggezione delle parate che
-la Casa d’Andria faceva dell’erba vernina di esse. Per quest’oggetto si
-vide inviato in Napoli nella qualità di Deputato per promuovere l’enunciato
-giudizio il fu Dottor D. Saverio Modesti che possedeva la più vasta
-masseria delle murge, ed aveva una potente influenza nelle faccende
-comunali.
-</p>
-
-<p>
-Quando le operazioni di tal fatta sono suggerite da un fine indiretto
-è una necessità che falliscano. Introdotto il giudizio, in un anno
-e mezzo nulla fu operato. Si perdeva il tempo per attendersi a trarre
-dalle ostilità cominciate in nome della Università quel profitto che si
-poteva pe ’l privato interesse. Lo fa ciò intendere chiaramente lo stesso
-<span class="pagenum" id="Page_a240">[a240]</span>
-strumento di transazione dell’anno 1751. Il sindaco e gli Eletti nel ratificarlo
-dichiararono che il Deputato Modesti <i>aveva pregato e fatto pregare
-il detto Eccellentissimo Signor Duca d’Andria acciò si fosse devenuto
-ad un amichevole componimento</i>.
-</p>
-
-<p>
-È chiaro dunque che si era egli strisciato presso il Duca per carpirne
-ciò che faceva per se e per i suoi amici, e ’l Duca Ettore ch’era
-un uomo sommamente scaltro, e capiva bene la partita, seppe rappaciare
-l’interesse privato, e fece andar per aria quello della Università
-di Ruvo. Tra le azioni dedotte vi era anche quella, come innanzi ho
-detto, colla quale era stato il Duca convenuto a restituire tutte le somme
-che la sua Casa si aveva per tanti anni appropriate dalle rendite
-della Università, senza essersi pagati i creditori fiscalarj.
-</p>
-
-<p>
-E bene col capo VIII della transazione dell’anno 1751 il Duca
-prese a suo carico la difesa de’ passati amministratori ch’erano stati obbligati
-a rendere i conti, e si obbligò di pagare <i>de proprio</i> le somme che
-sarebbero state loro significate. Si fece intanto obbligare la Università a
-non fargli più parti ostili con aver rinunziato a qualunque pretensione ed
-azione di ripetere le somme da lui esatte! Avvenne a tal modo il miracolo
-che il Duca debitore di grosse somme per la causa suddetta si vide
-figurare presso gli atti del patrimonio qual creditore della Università
-per interessi arretrati nella rilevante somma di ducati 25600, senza
-che niuno lo avesse contraddetto!!!
-</p>
-
-<p>
-Collo stesso giudizio si era dimandato anche che le così dette parate
-delle murge si fossero aperte al libero pascolo degli animali de’
-cittadini. Ma col Capo XVII della precitata transazione le parate rimasero
-ferme. Furono bensì da esse escluse le masserie di D. Saverio
-Modesti e degli altri particolari che facevano strepito, e si ampliarono
-in proporzione sul rimanente demanio aperto delle murge a spese degli
-usi civici che competevano alla popolazione!!!
-</p>
-
-<p>
-Appagato a tal modo l’interesse privato, tutto il di più andò <i>de
-plano</i> a voglia del Duca. Tutti gli articoli essenziali che formavano
-l’oggetto del giudizio promosso rimasero risoluti a di lui favore. Sia
-per gittarsi polvere negli occhi, sia piuttosto per erubescenza furono
-accordate alla Università quelle cosucce frivolissime soltanto che non si
-<span class="pagenum" id="Page_a241">[a241]</span>
-potevano affatto sostenere, e che qualunque Magistrato, per quanto
-avesse voluto essere parziale, o indulgente per la feudalità, avrebbe
-abolite sotto la penna e senza veruna discussione. Anzi neppur le gravezze
-di questa specie furono per lo intero corrette ed emendate; ma
-rimasero in parte sullo stesso piede contro il divieto espresso delle leggi!
-Ecco un succinto prospetto degli articoli della transazione suddetta
-dai quali risulta cotesto concetto.
-</p>
-
-<p>
-Furono negati ai cittadini gli usi civici sull’erba estiva del bosco
-di Ruvo. Fu ai medesimi accordato soltanto il dritto di legnare <i>ad uso
-di sporga</i> per lo stretto bisogno, mentre loro competevano i pieni usi
-civici. Ma questo patto non fu neppur rispettato, poichè gli Armigeri
-baronali addetti alla custodia del bosco se trovavano i cittadini in esso
-a legnare crudelmente gli flagellavano, come innanzi si è detto.
-Tutte l’esazioni abusive della Bagliva rimasero confermate, tranne soltanto
-la così detta <i>cortesia</i> che fu abolita. Rimase abolita del pari la gabella
-della giumella delle mandorle usurpata alla Università, col rilascio
-però de’ frutti per tanti anni esatti con mala fede. Fu promessa la restituzione
-della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure usurpata
-del pari alla Università col rilascio anche de’ frutti e proventi della stessa.
-Ma questo patto non fu neppure eseguito, poichè seguitò il Duca
-ad appropriarsi i proventi di cotesta Giurisdizione che gl’includeva nella
-Bagliva. I molini col dritto proibitivo rimasero al Duca, poichè si disse
-che mancavano alla Università i documenti per rivendicargli.
-</p>
-
-<p>
-Rimase abolito il dritto proibitivo delle Taverne e delle neviere,
-e convenuto che non avessero potuto i cittadini essere obbligati a forza
-di bastonate a raccorre e riporre la neve, e ad altre opere servili. Ma
-si obbligò la Università di non far con altri, meno che col Duca, il
-partito della neve che bisognava alla Popolazione. E poteva ciò esser
-permesso dalla legge? Fu rilasciata al Duca la bonatenenza non pagata
-giammai per i beni burgensi. Promise di non avocare più le cause dal
-Giudice locale ordinario, e delegarle ad altri a suo piacimento. Ma poteva
-ciò farlo? Cosa dunque venne con ciò ad accordare? Rimase vietato
-ai Ministri Baronali di carcerare e scarcerare le persone di loro
-privata autorità, e senza l’ordine del Giudice, tranne però i debitori
-<span class="pagenum" id="Page_a242">[a242]</span>
-dell’azienda Ducale, e ciò con manifesta violazione del Capitolo del Re
-Carlo I riportato innanzi alle pagine 138 e 139!
-</p>
-
-<p>
-Promise il Duca di non fare più danneggiare dai suoi animali le
-possessioni de’ cittadini. Grazia singolarissima! Promise di non valersi
-più del carcere orribile ed oscuro della Torre, e di non fare più trasportare
-i carcerati fuori di Ruvo. Ma si obbligò la Università di formare
-un carcere opportuno, mentre quest’obbligo incumbeva al Duca qual
-possessore della Giurisdizione civile e penale! Fu convenuto che il Governatore
-e Giudice di Ruvo esser dovesse laureato, quasi che fosse stato
-permesso al Duca di far fare decreti a chi non fosse stato Dottore! In
-fine rimase a lui finanche la nomina degli Amministratori comunali che
-costituiva il principio di tutti i disordini e delle prepotenze che si soffrivano,
-poichè veniva a questo modo a mancare chi avesse potuto sostenere
-i dritti della popolazione ove l’uopo lo avesse esatto.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il breve cenno che si è premesso delle cose importantissime
-accordate al Duca colla transazione dell’anno 1751, e delle frivole ed
-inettissime concessioni fatte alla Università di quelle bagattelle soltanto
-che con una latitudine assai maggiore, e senza verun fastidio avrebbe
-ottenuto sotto la penna dalla giustizia de’ Magistrati, non possono non
-muovere la bile due cose.
-</p>
-
-<p>
-La prima sono le insulse e veramente ridicole buffonerie che si
-dissero nell’assertiva del precitato strumento di transazione per esagerare
-ed amplificare le supposte difficoltà e dubbiezze delle dimande proposte
-dalla Università e dal Duca accordate nel modo che testè si è
-detto! La seconda la importanza di tali concessioni che si pose in risalto
-con molto poco contegno, poichè si disse che i fortissimi rilasci
-fatti al Duca di somme rilevantissime o non pagate o ingiustamente appropriate
-si erano fatti <i>per piccola contemplazione di tante considerevoli
-cose che il detto Eccellentissimo Signor Duca si compiace di stabilire e
-convenire nel presente strumento con tanto vantaggio della Università!!!</i>
-</p>
-
-<p>
-Quali sono però le <i>considerevoli cose</i> concedute dalla generosità Ducale?
-La promessa forse di un Governatore laureato, quella di non far
-più seppellire i cittadini nel fondo orribile ed oscuro della Torre, di
-non fargli strascinare in lontane prigioni, di non obbligargli più a forza
-<span class="pagenum" id="Page_a243">[a243]</span>
-di bastonate a raccorre e riporre la neve nelle sue neviere, e di
-non far più devastare le loro possessioni dai suoi animali.....? Qual
-discorso insulso nel tempo stesso ed insultante! Anche le cose accordate
-nel precitato strumento dell’anno 1751 non possono leggersi senza
-fremere, poichè si fecero rimanere in parte que’ medesimi abusi che avrebbero
-i Magistrati pienamente aboliti e proscritti. Lasciamo quindi cotesto
-monumento di prevaricazione, e venghiamo al giudizio dell’anno
-1797 intrapreso con altri principj ed altri sentimenti.
-</p>
-
-<p>
-Due forti ostacoli si opponevano a questa bell’opra. Il primo era
-la somma povertà della cassa comunale impotente a far fronte alle forti
-spese che avrebbero esatte le cause da intraprendersi contro una famiglia
-allora potentissima. Il secondo che l’Archivio comunale si trovava
-sprovveduto dì qualunque documento memoria o notizia che avesse potuto
-porgere un filo a tale intrapresa. Quel Duca Ettore Carafa, che si
-permetteva tante violenze contrarie alle leggi, quante ce ne fanno apprendere
-il giudizio dell’anno 1750 e la transazione dell’anno 1751,
-ne aveva commessa un altra anche più sonora per torre alla nostra città
-ogni mezzo di risorgere. Era in Ruvo un fatto pubblico e notorio contestato
-dai vecchi che gli armigeri Ducali avevano sorpreso l’archivio
-comunale e trasportate in Andria tutte le carte che in esso si conservavano.
-</p>
-
-<p>
-Incaricato quindi di avviare e sostenere que’ giudizj che le circostanze
-esigevano, senza documenti di sorta alcuna, vidi bene che non
-si trattava di regolare ordinare ed istruire le corrispondenti azioni, ma
-bensì di crearle e corredarle di que’ documenti che avessero potuto assicurarne
-la riuscita. Nondimeno l’amor di patria superò ambi li predetti
-ostacoli.
-</p>
-
-<p>
-Il primo di essi lo fece cessare il disinteresse e la generosità del
-Capitolo di Ruvo, e di un certo numero di famiglie maggiori possidenti
-che con esso si collegarono, e presero a loro carico le spese che
-occorrevano per i giudizj da intraprendersi. Contribuì il primo la somma
-di mille ducati. Contribuirono le seconde ciascuna in proporzione
-della possidenza rispettiva. Di questo tratto di vero patriottismo essendosi
-fatto un giusto elogio nel pubblico parlamento del dì 20 Gennajo
-<span class="pagenum" id="Page_a244">[a244]</span>
-1805 inserito nello strumento di transazione dello stesso anno, è ben
-dovuto che ne faccia onorevole menzione anche la storia.
-</p>
-
-<p>
-In quanto al secondo ostacolo non mi perdei di animo. Prima di
-fare qualunque mossa giudiziale mi applicai ad andar tentone rintracciando
-quelle notizie, e que’ documenti che avrebbero potuto esser utili e conducenti
-all’impegno assunto. Cominciai quindi dall’istruirmi perfettamente
-degli antichi processi formati nel Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria dall’anno 1692 in poi tra i creditori fiscalarj e la Università,
-e successivamente tra i creditori suddetti, e gli amministratori obbligati
-a render conto della tenuta amministrazione. Trassi da essi utili notizie,
-ed i documenti opportuni per ribattere il preteso credito di fiscali
-arretrati in ducati 25600 per lo quale si faceva figurare la Casa d’Andria,
-e per farla anzi risultare debitrice di grosse somme.
-</p>
-
-<p>
-Impiegai nel tempo istesso circa un anno nel grande Archivio per
-una ricerca generale di quanto poteva riguardare la nostra città, onde
-potermi valere, come mi valsi di quelle carte che mi sembrarono utili.
-Le stesse diligenze praticai nell’archivio della Regia Dogana di Foggia,
-ove mi trattenni otto giorni per quest’oggetto. Coteste ricerche
-non furono infruttuose poichè mi fornirono un materiale sufficiente a formare
-un piano di attacco ragionato e ben sostenuto.
-</p>
-
-<p>
-Calcolai inoltre che altri lumi avrebbero potuto trarsi dalle antiche
-schede de’ Notaj tanto Ruvestini che delle Regie città convicine,
-de’ quali la Casa d’Andria si era valuta ne’ tempi passati per istipulare
-i suoi atti pubblici<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>. Mi fu utilissima in tali ricerche la cooperazione
-di due cittadini zelantissimi pe ’l bene della comune patria. Uno di essi
-fu D. Francesco Devenuto, uomo di sveltissimi talenti e di somma abilità
-ed attività. L’altro fu il mio cognato D. Giuseppe Ursi versatissimo,
-minuto e diligente in simili ricerche, la di cui memoria mi è
-molto cara per i suoi ottimi sentimenti e pe ’l suo attaccamento alla mia
-persona ed alla mia famiglia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a245">[a245]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alla loro cooperazione furono dovuti gl’interessantissimi documenti
-relativi al dritto proibitivo de’ molini che non si seppero o piuttosto
-non si vollero rintracciare nell’anno 1750, quelli coi quali era stata
-venduta nell’anno 1632 una parte dell’antica difesa comunale, ed altri
-ancora dai quali trassi utili schiarimenti ne’ giudizj che furono promossi.
-Riunite le carte suddette furono da me spiegate le seguenti azioni
-parte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria, e parte nel
-S. R. C. secondo la competenza rispettiva. Nella Regia Camera furono
-proposte le seguenti dimande
-</p>
-
-<p>
-I. Che si fosse cassato il già detto preteso credito di duc. 25600
-per lo quale si faceva figurare il Duca d’Andria presso gli atti del patrimonio,
-con essere lo stesso condannato a restituire tutte le somme che
-gli erano state collusivamente liberate in conto, e tutte le altre maggiori
-somme che la sua Casa si aveva malamente appropriate dalle rendite
-comunali esatte dall’anno 1692 all’anno 1735.
-</p>
-
-<p>
-II. Che senza tenersi conto del nullo e collusivo strumento di transazione
-dell’anno 1751 fosse stato condannato del pari a restituire i
-frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania e de’ pesi e misure,
-non che della gabella della giumella delle mandorle usurpate a danno
-della Università, ed al pagamento della bonatenenza non mai pagata per
-i beni burgensi fino all’epoca del catasto dell’anno 1752.
-</p>
-
-<p>
-III. Che fosse stato condannato a restituire i molini edificati sul
-suolo e nelle antiche muraglie della città, e ’l dritto proibitivo di essi stabilito
-dalla Università nell’anno 1615 per la propria utilità, una coi frutti.
-</p>
-
-<p>
-IV. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti lo scannaggio,
-dritto comunale costituito dalla Università colle capitolazioni
-dell’anno 1308 approvate dal Re Carlo II, ed usurpato dalla sua Casa.
-</p>
-
-<p>
-V. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti una grande
-stanza convertita in magazzino, la quale formava parte delle pubbliche
-carceri di proprietà comunale.
-</p>
-
-<p>
-VI. Che si fosse al Duca vietato di chiudersi l’erba vernina delle
-murge colle così dette <i>parate</i> principalmente per essere il demanio delle
-murge un demanio comunale. Subordinatamente perchè in ogni caso, e
-supponendolo anche un demanio feudale, simili chiusure erano dalle leggi
-<span class="pagenum" id="Page_a246">[a246]</span>
-del Regno vietate ai Baroni in pregiudizio degli usi civici che competono
-alle popolazioni.
-</p>
-
-<p>
-VII. Che si fossero corretti tutti gli abusi della Bagliva col vietarsi
-principalmente ai Baglivi. Primo di fidare gli animali degli esteri
-ne’ terreni <i>appatronati</i> siti nel demanio. Secondo col fidargli in tanta
-quantità che fosse venuto a mancare il pascolo agli animali de’ cittadini.
-</p>
-
-<p>
-VIII. Che si fosse inoltre vietato al Duca d’ingombrare quel demanio
-con una quantità strabocchevole di animali proprj, con essergli
-permesso soltanto d’immetterne tanti, quanti il più ricco de’ cittadini,
-giusta lo stile di giudicare de’ Tribunali supremi.
-</p>
-
-<p>
-IX. Che si fosse obbligato a pagare la bonatenenza non meno per
-i detti animali d’industria che pascolavano nel demanio, che per lo vasto
-fondo denominato <i>la Piantata</i> di qualità burgense e non già feudale,
-come da lui si pretendeva.
-</p>
-
-<p>
-Altro giudizio fu istituito nello stesso Tribunale della Regia Camera
-della Sommaria in linea penale per lo taglio dato dalla Casa d’Andria
-alle annose querce fruttifere del bosco di Ruvo in pregiudizio tanto
-degli usi civici che competevano alla popolazione di Ruvo, quanto del
-dritto di proprietà che il Re aveva degli alberi ghiandiferi in forza dello
-strumento dell’anno 1552 innanzi riportato.
-</p>
-
-<p>
-Sulle precitate dimande proposte in linea civile il Tribunale della
-Regia Camera impartì termine ordinario e questo fu compilato. Rispetto
-ai molini ordinò una perizia per verificarsi se erano essi edificati sul
-suolo e nell’antica muraglia della città. La perizia ordinata venne eseguita
-coll’intervento di uno de’ Magistrati della Regia Udienza Provinciale,
-e la nostra posizione rimase pienamente verificata.
-</p>
-
-<p>
-Per lo giudizio penale fu ordinata una informazione. Rimasti con
-essa concludentemente pruovati gl’immensi danni recati dalla Casa d’Andria
-agli alberi fruttiferi del Bosco, fu ordinata una perizia fiscale, e
-fu questa anche eseguita. In questo stato erano nell’anno 1798 i giudizj
-dedotti nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Quelli
-avviati nel S. R. C. furono i seguenti
-</p>
-
-<p>
-I. Che si fosse il Duca astenuto dal prendere qualunque ingerenza
-nella elezione degli uffiziali municipali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a247">[a247]</span>
-</p>
-
-<p>
-II. Che non avesse ulteriormente molestata la Università nel pieno
-esercizio della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure che
-a lei apparteneva a titolo di compra fattane dal Re.
-</p>
-
-<p>
-III. Che si fossero attribuiti ai cittadini di Ruvo i pieni usi civici
-di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo rimasta al Duca
-d’Andria col contratto dell’anno 1552.
-</p>
-
-<p>
-IV. Che si fosse il Duca astenuto dal nominare il Maestro della
-Fiera di S. Angelo che si celebra nella città di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-V. Finalmente che si fosse abolito il dritto <i>plateatico</i> sulla contrattazione
-delle merci derrate e mercanzie che stava il Duca esigendo
-con averlo usurpato alla Università cui apparteneva in forza delle capitolazioni
-dell’anno 1308 e dello Stato del Reggente Tapia.
-</p>
-
-<p>
-La commessa di cotesto giudizio si ottenne in persona del Regio
-Consigliere allora ed indi illustre Segretario di Stato D. Giuseppe Zurlo,
-Magistrato di elevatissimi talenti, di vaste e belle cognizioni, di
-probità a tutta pruova, e non fatto per incensare gli abusi della feudalità.
-Proposta da lui la causa nel S. R. C. nell’anno 1798 furono
-decisi soltanto li primi tre capi. Fu la decisione favorevole alla Università;
-ma in quanto all’erba estiva del bosco di Ruvo ebbi a battermi
-molto acremente pe ’l seguente motivo.
-</p>
-
-<p>
-Si è detto innanzi alla pagina 202 che rimasto collo strumento
-dell’anno 1552 abolito l’uso civico del pascolo de’ bovi aratorj che i
-cittadini di Ruvo rappresentavano sul detto bosco, fu data alla Università
-in compensamento la facoltà di ampliare la sua difesa fino a quaranta
-carri. Incaricato il Consiglio Collaterale di dare esecuzione a tal determinazione,
-col suo decreto del dì 26 Ottobre 1552 disse che tale ampliazione
-si accordava <i>pro usu et pascuo dictorum bobum, attento quod
-boves dictæ civitatis nullo tempore dictum nemus ingredi, nec in eodem
-pasculari possunt</i>.
-</p>
-
-<p>
-Gli Avvocati del Duca beccando quelle parole <i>nullo tempore nemus
-ingredi nec in eodem pasculari possunt</i>, gonfiavano le pive, e volevano
-in coteste espressioni ravvisare un giudicato del Collateral Consiglio che
-aveva tolto ai Ruvestini in ogni tempo, ed in ogni stagione gli usi
-civici del bosco suddetto.
-</p>
-
-<p>
-Si replicava da me che il carattere di <i>giudicato</i> compete soltanto a
-<span class="pagenum" id="Page_a248">[a248]</span>
-que’ decreti che i Magistrati emettono in un giudizio contraddetto. Che
-il Collateral Consiglio fu nell’anno 1552 semplicemente incaricato di
-autorizzare la città di Ruvo ad ampliare la sua antica difesa, non già
-a definire se aveva o nò dritto di pascere nel bosco feudale nella estiva
-stagione. Che non poteva lo stesso volerne più di quello ch’era contenuto
-nello strumento dell’anno 1552 stipulato tra il Vicerè Pietro di
-Toledo e ’l Duca d’Andria Fabrizio Carafa, al quale fu il Collateral Consiglio
-incaricato di dare esecuzione per la sola parte permissiva dell’ampliazione
-della predetta difesa comunale.
-</p>
-
-<p>
-Che l’ampliazione della difesa con esso accordata alla città di Ruvo
-era stata un compensamento del pascolo de’ bovi aratorj che veniva a perdere
-<i>tempore hyemali</i>, come precisamente si legge nel precitato strumento
-riportato alla detta pagina 202, non già nel tempo estivo, del che non si
-parlò in esso nè punto, nè poco. Che quindi subentrava la regola di Diritto
-<i>Iniquum est perimi pacto id de quo cogitatum non est</i>, e che un
-errore in cui cadde il Collateral Consiglio eccedendo i limiti dell’incarico
-ricevuto non poteva alterare il contenuto del precitato strumento
-dell’anno 1552 al quale soltanto doveva starsi.
-</p>
-
-<p>
-Queste ed altre osservazioni da me fatte convinsero il maggior numero;
-ma fu questo articolo deciso a favore della Università non senza
-un forte dibattimento. La decisione allora ottenuta ha portata la conseguenza
-che nella divisione de’ demanj che ha avuto luogo per effetto
-delle novelle leggi sono state risegate a favore della nostra città trentatre
-carri del bosco suddetto, o siano duemila moggia circa.
-</p>
-
-<p>
-Rimanevano a decidersi il quarto e ’l quinto capo per la nomina
-del Maestro di Fiera e per lo dritto <i>plateatico</i>, quando il Consigliere
-Zurlo fu promosso alla luminosa carica di Avvocato Fiscale della Regia
-Camera della Sommaria. Mi compiacqui del di lui ben meritato avanzamento,
-ma rimasi dolente di averlo perduto per Commessario della precitata
-causa nel S. R. C. Non tardò però a presentarmisi la occasione di
-racquistarlo per altra via. L’alta opinione che il Governo aveva di lui
-fece sì che cominciò a darsi qualche esempio che taluni giudizj tra Università
-e Baroni, che si volevano veder terminati senza lungherie giudiziali,
-furono per volontà del Re a lui particolarmente delegati.
-</p>
-
-<p>
-Massimo era in ciò il vantaggio delle Università. Venivano esse a
-<span class="pagenum" id="Page_a249">[a249]</span>
-rinfrancare il dispendio. Rimanevano a tal modo troncate le tergiversazioni
-forensi che costituivano il maggior presidio de’ Baroni intenti sempre
-a prender tempo, e stancare i Comuni. In fine il dipendere nelle
-cause di questa specie da un Magistrato illuminato, giusto e non ligio
-del Baronaggio era una cosa molto desiderabile. Pensai quindi di battere
-la stessa strada e mi riuscì ottenerlo. Per disposizione Sovrana tanto li
-due punti di quistione non ancora decisi dal S. R. C. quanto tutti i capi
-dedotti nella Regia Camera della Sommaria furono delegati all’Avvocato
-Fiscale Zurlo.
-</p>
-
-<p>
-Passate quindi a lui le carte di ambi i giudizj, si applicò prima
-a decidere le due quistioni rimaste pendenti nel S. R. C. Con suo decreto
-dell’anno 1798 fu tolta al Duca la nomina del Maestro di fiera
-ed abolito il dritto <i>plateatico</i>. A tal modo tutte le dimande proposte
-nel S. R. C. rimasero esaurite con una piena e compiuta vittoria riportata
-dalla Università. Si accudiva da me per la decisione delle altre
-più gravi quistioni dedotte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria,
-quando sopravvenne l’epoca fatale e memoranda dell’anno 1799
-che pose in iscompiglio tutto il Regno.
-</p>
-
-<p>
-Per una di quelle anomalie inconcepibili, ma inseparabili dalle rivoluzioni
-e dai tumulti popolari, la casa di quel rispettabile Magistrato
-fu saccheggiata dal cieco furore del Popolaccio Napolitano, ed ei medesimo
-non dovè stentar poco per poter riuscire a salvar la vita. Col
-saccheggiamento immeritamente da lui sofferto si dispersero anche que’
-processi delle nostre cause che si trovavano presso di lui. La dispersione
-di essi, le fastidiose conseguenze delle terribili convulsioni dell’anno
-1799 che gravitarono su di tutti, e la confiscazione di tutti li
-suoi beni che per effetto di esse soffrì la Casa d’Andria, arrestarono
-per necessità fino all’anno 1803 il corso de’ giudizj suddetti.
-</p>
-
-<p>
-Per i luttuosi avvenimenti preceduti figurava allora qual primogenito
-della sua illustre famiglia l’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco
-Carafa. A lui quindi furono, dietro il Trattato di Firenze, restituiti
-i feudi ed i beni di sua Casa ch’erano stati confiscati. Col Duca
-D. Francesco perciò furono nell’anno 1803 ripigliati li giudizj suddetti.
-Non costò poco imbarazzo la rifazione de’ processi dispersi nella casa
-<span class="pagenum" id="Page_a250">[a250]</span>
-del Signor Zurlo, e specialmente di quello de’ molini, nel quale vi era
-il rapporto de’ Periti adoperati, e la pianta di essi levata nell’anno 1798.
-Si ritornò innanzi al Tribunale della Regia Camera della Sommaria, ed
-ivi alle dimande proposte nell’anno 1797 ne furono nell’anno 1804 aggiunte
-due altre.
-</p>
-
-<p>
-La prima di esse fu la seguente. Dell’antica difesa comunale, di
-cui si è innanzi parlato, ventotto carri si trovavano in mano della Casa
-d’Andria, senza che si fosse conosciuto a qual titolo le avesse possedute.
-In tale oscurità sull’appoggio de’ documenti rinvenuti nel Grande
-Archivio, ed innanzi riportati, e dello strumento dell’anno 1552, col
-quale fu ampliata la difesa comunale eretta nell’anno 1510, stimai proporre
-un’azione di rivendicazione. Essendosi il Duca difeso coll’aver
-prodotti diversi documenti, coi quali sosteneva di essersi col prezzo dei
-detti carri ventotto estinta una porzione degli antichi debiti della Università,
-il giudizio cangiò figura. I contratti dal Duca allegati gli attaccai
-di nullità per difetto di legittimi solenni. Proposi subordinatamente
-ed in ogni caso l’azione di <i>reintegra</i> in vigor della Prammatica
-XVIII <i>De administratione Universitatum</i>, perchè calcolai che il valore
-della difesa posseduta dalla Casa d’Andria montava al doppio del
-prezzo che si diceva pagato.
-</p>
-
-<p>
-La seconda fu la seguente. Appartengono al Monte della Pietà della
-città di Ruvo destinato al mantenimento de’ projetti quindici carri di terreno
-nella contrada delle murge. Da lunghissimi anni si trovavano questi
-in mano della Casa d’Andria per una prestazione tenuissima in danaro
-niente corrispondente al valore di essi, senza conoscersi a qual
-titolo se ne fosse impossessata. Essendo riuscite inutili le richieste amichevoli
-o per l’aumento dell’estaglio o per la restituzione de’ terreni
-suddetti, convenne prendersi le vie giudiziali.
-</p>
-
-<p>
-Rinnovati li giudizj suddetti, l’attuale Signor Duca D. Francesco
-Carafa si regolò da uomo saggio e prudente. Istruito dal risultamento
-che avevano avuto le dimande proposte nel S. R. C. cercò ravvicinarsi
-ai Ruvestini, e proporre ai medesimi la combinazione amichevole degli
-altri giudizj anche più gravi ch’erano tuttavia pendenti. La disposizione
-degli animi era allora anche cangiata. Le gravissime sciagure piombate
-<span class="pagenum" id="Page_a251">[a251]</span>
-sulla Casa d’Andria per i luttuosi avvenimenti dell’anno 1799, e l’amarezza
-in cui viveva una illustre famiglia un tempo tanto potente, aveva
-raffreddato il risentimento generato dalle antiche prepotenze, ed eccitato
-un compatimento ed un sentimento di considerazione. Valga il vero
-in quel frangente ben tristo per la Casa d’Andria i Ruvestini non solo
-si guardarono dall’aggravare vie più li suoi malanni; ma si prestarono
-anche di tutto cuore a salvarle dalla confiscazione tutto ciò che avesse
-potuto dipendere dalla loro cooperazione.
-</p>
-
-<p>
-La proposta quindi di un accomodamento fu da essi bene accolta
-e da me applaudita perchè la mia maniera di pensare è stata avversa
-sempre ai litigj, ed anche perchè una ragionevole transazione avrebbe
-portato un più sollecito miglioramento agl’interessi comunali ed allo
-stato della popolazione. Si aprirono quindi le trattative e le discussioni
-tra me e gli Avvocati del Duca con reciproca buona intenzione e buona
-fede. E perchè il risultamento di esse fosse stato più sicuro, si prese
-una misura la quale riuscì utilissima. Per que’ punti ne’ quali le opinioni
-e le pretensioni rispettive non avessero potuto ravvicinarsi, si prese di
-accordo per conciliatore un uomo sommo, cioè il chiarissimo D. Francesco
-Ricciardi celebre Avvocato allora, di cui ho innanzi parlato con
-quella laude ch’è ben dovuta alla sua illustre e veneranda memoria.
-</p>
-
-<p>
-Se la Casa d’Andria avesse dovuto a rigor di Diritto restituire tutte
-le somme strappate alla Università, ed alla misera popolazione di Ruvo
-a forza di usurpazioni ed estorsioni, non sarebbe al certo bastato il
-doppio, o il triplo de’ beni che allora possedeva. Ma il portare le pretensioni
-tant’oltre sarebbe stato lo stesso che nulla voler combinare.
-Gli affari di questa specie non gli ho mai veduti terminati altrimenti
-che coll’essersi alzata la mano sul passato. La stessa Commissione delle
-cause feudali, contro la quale hanno gridato tanto i Baroni, tagliava
-senza risparmio, e spesso anche con eccesso sul presente; ma era indulgentissima
-sul passato. Come e donde appianarsi i guasti immensi
-recati alle popolazioni dai vizj intrinseci del sistema feudale, dalla ragion
-de’ tempi, e dalla debolezza del Governo dei Vicerè per le prepotenze
-de’ Magnati? Oltre che come liquidarsi le somme suddette dopo
-esserne passati secoli interi? Ove trovarsi i documenti opportuni a
-poterne fare la liquidazione?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a252">[a252]</span>
-</p>
-
-<p>
-Con queste vedute, dopo lunghe discussioni fu da me combinata
-una transazione, la quale, mentre fece scomparire tutti gli abusi, e
-tutte le usurpazioni della feudalità, portò anche una qualche riparazione
-de’ guasti passati che le circostanze poterono permettere. Nell’accordo
-combinato non furono compresi i due ultimi giudizj relativi alla
-difesa un tempo comunale, ed ai terreni del Monte della Pietà, per i
-quali non era il processo ancora pienamente istruito. Per gli altri capi
-fu la convenzione consegnata per giusti motivi in due fogli distinti. In
-uno di essi furono convenuti i seguenti articoli.
-</p>
-
-<p>
-I. Fu restituito alla Università il dritto dello <i>scannaggio</i>.
-</p>
-
-<p>
-II. Si obbligò il Duca di pagare la bonatenenza tanto per lo vasto
-fondo denominato <i>la Piantata</i>, quanto per gli animali d’industria
-che pascolavano nel demanio.
-</p>
-
-<p>
-III. Fu restituito alla Università il magazzino ritagliato quindici
-anni innanzi dalle pubbliche carceri. Rimasero compensate le pigioni
-dovute dal Duca colla spesa fatta per ridurre quel locale ad uso di
-magazzino.
-</p>
-
-<p>
-IV. Per li frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania,
-e de’ pesi e misure, e della gabella della giumella delle mandorle, per
-la bonatenenza non pagata fino all’epoca del catasto dell’anno 1752, e
-per ogni altra pretensione che riguardava il passato, rinunziò il Duca
-al preteso credito d’interessi arretrati nella somma di ducati 25600, e
-si obbligò inoltre di pagare alla Università ducati cinquemila colla dilazione
-di venti anni, e corrispondere intanto l’interesse alla ragione del
-cinque per cento franchi di ogni ritenuta.
-</p>
-
-<p>
-V. Rispetto ai molini si ebbe per vero I. Che si erano questi edificati
-sul suolo ed accanto all’antica muraglia della città. II. Che la
-spesa delle nuove fabbriche occorse, delle macchine e degli animali alle
-stesse addetti si era fatta dalla Casa d’Andria. III. Che il dritto proibitivo
-di essi lo aveva costituito la Università nell’anno 1615 per la
-propria utilità. IV. Che tal privativa era utile mantenerla per assicurare
-e facilitare la esazione della gabella della farina.
-</p>
-
-<p>
-Si convenne quindi che avesse il Duca continuato a ritenere tanto
-i molini che la privativa di essi come una privativa comunale, con pagare
-alla Università annui ducati trecento dal dì quattro Maggio 1804
-<span class="pagenum" id="Page_a253">[a253]</span>
-in avanti per terzo e senza veruna ritenuta. Si obbligò inoltre di mantenere
-i molini sempre in buono stato di servizio, senza potersi mai
-alterare la prestazione di grana sedici a tomolo per la macina.
-</p>
-
-<p>
-Li premessi articoli di convenzione furono applauditi ed approvati
-dalla Università col pubblico Parlamento del dì 20 Gennajo 1805.
-Furono dopo ciò presentati al Tribunale della Regia Camera della Sommaria
-per ottenerne l’approvazione. Quel Tribunale gli omologò con suo
-decreto di <i>expedit</i> del dì 24 Aprile 1805. Dopo ciò ne fu stipulato
-pubblico strumento nel dì 21 Agosto 1805 dal Notajo D. Antonio di
-Marino di Napoli.
-</p>
-
-<p>
-Nell’altro foglio fu premessa una dichiarazione che senza venirsi
-ad una formale definizione della qualità del demanio di Ruvo, si venivano
-a prendere i seguenti temperamenti.
-</p>
-
-<p>
-I. Si convenne che le così dette <i>parate</i> delle murge fossero rimaste
-sullo stesso piede in cui si trovavano, senza che si avessero potuto
-giammai nè ampliare, nè restringere.
-</p>
-
-<p>
-II. Fu dichiarato che nella continenza di esse si trovavano molte
-possessioni e terre seminatorie de’ particolari e de’ Luoghi pii. Fu quindi
-permesso ai proprietarj di esse di formare, senza pagamento alcuno,
-una mezzana per uso degli animali addetti alla coltura della estensione
-non maggiore di quella che accordano le Istruzioni Doganali e l’uso di
-Puglia. La stessa facoltà fu accordata a tutti li proprietarj di masserie
-di semina site nello intero demanio di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-III. In compensamento del dritto che avesse potuto competere alla
-Università e cittadini di Ruvo sui luoghi inclusi nelle <i>parate</i>, si obbligò
-il Duca di pagare alla cassa comunale annui ducati mille e cinquecento
-dal mese di Maggio dell’anno 1805 in avanti. Si convenne che la somma
-suddetta non avesse potuto giammai nè diminuirsi, nè accrescersi
-per qualunque pretesto o causa, ancor che i prezzi degli erbaggi venissero
-ad elevarsi o ribassarsi, ed ove anche la Casa d’Andria venisse
-a dire di non aver trovato a locargli.
-</p>
-
-<p>
-IV. Rispetto alla fida de’ forestieri che la Casa d’Andria stava esercitando
-in tutto il demanio fu stabilito in primo luogo per regola generale
-che non avesse potuto esercitarsi altrimenti che dopo essersi provveduto
-<span class="pagenum" id="Page_a254">[a254]</span>
-prima al pascolo degli animali de’ cittadini. Rimase questa in
-secondo luogo assolutamente vietata ed inibita ne’ terreni <i>appatronati</i>
-tanto seminatorj che incolti siti nel demanio<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>.
-</p>
-
-<p>
-V. La stessa disposizione fu estesa anche ai terreni seminatori de’
-particolari e de’ Luoghi pii siti nella contrada delle murge, non eccettuati
-quelli inclusi nelle parate, i quali nel tempo estivo rimangono
-aperti<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Li premessi articoli furono del pari applauditi ed approvati col
-precitato parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Quindi dopo esser stati
-omologati dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria, nel dì 24
-Aprile 1805, come innanzi si è detto, gli altri articoli contenuti nel primo
-foglio fu questo secondo foglio consegnato in un pubblico strumento
-del dì 2 Maggio del predetto anno stipulato dallo stesso Notajo D. Antonio
-di Marino di Napoli.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè cotesta seconda convenzione non fu presentata anche all’approvazione
-del Tribunale della Regia Camera della Sommaria come
-si era fatto per la prima? Eccolo. Si riflettè che la materia che ne formava
-l’oggetto era ogni dì alle mani dell’Avvocato fiscale del Tribunale
-suddetto. Nella narrativa inoltre della stessa convenzione non aveva
-potuto farsi a meno di parlarsi delle pretensioni del Regio Tavoliere e
-de’ suoi Locati sul demanio delle murge di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Ove dunque si fosse ciò avvertito dall’Avvocato fiscale, forse e
-<span class="pagenum" id="Page_a255">[a255]</span>
-senza forse il Regio Tavoliere ed i Locati sarebbero stati messi in causa.
-Si sarebbe risvegliata di nuovo a tal modo un’annosa quistione che fortunatamente
-dormiva da moltissimi lustri, e sarebbe rimasta da cotesto
-incidente arrestata ed intorbidata una convenzione che ha recato alla
-città ed alla popolazione di Ruvo vantaggi immensi. E perchè ne sia
-di ciò ognuno persuaso, e chi non lo ha capito ancora lo capisca, ecco
-le vedute che me la suggerirono.
-</p>
-
-<p>
-Due erano le quistioni che si elevavano sul demanio delle murge.
-La prima se era questo un demanio feudale o comunale. La seconda se
-in ogni caso si potevano sostenere dalla Casa d’Andria le così dette
-<i>parate</i>, o siano le chiusure di una buona porzione dell’erba vernina di
-esso che vendeva a suo profitto.
-</p>
-
-<p>
-Per la prima quistione si sosteneva da me la qualità comunale di
-quel demanio con tutti quelli argomenti che potevano suggerirmi i miei
-deboli talenti. Ma, mi piace la verità, cotesti argomenti venivano in
-conflitto col fatto permanente e col possesso immemorabile che la Casa
-d’Andria allegava prendendo ragione dal contratto passato nell’anno
-1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona, e Pirro del Balzo Duca
-di Venosa e Conte di Ruvo, di cui ho innanzi lungamente ragionato alla
-pagina 214 e 215. Le stesse <i>parate</i> dell’erba vernina, comunque abusive,
-e ’l dritto di <i>fida</i> esercitato dalla Casa d’Andria nella contrada delle
-murge costituivano anche una pruova di quel possesso antichissimo che
-la stessa allegava.
-</p>
-
-<p>
-Per tutti gli altri capi dedotti gl’interessanti documenti rinvenuti
-mi avevano fornito un materiale sufficiente per poter dimostrare o la
-usurpazione de’ dritti comunali o l’abuso della feudalità. Ma per le
-murge, malgrado le più estese ed accurate ricerche praticate, nulla mi
-si era presentato di positivo e di concludente. In tal posizione non mi
-mancava il tatto per calcolare che un possesso accreditato e garantito
-da una rimota antichità, riconosciuto anche dal Re Ferdinando I di
-Aragona, e non fiaccato da documenti solidi e robusti avrebbe potuto
-imporre ai Magistrati, ed avrei potuto per questo assunto rimaner succumbente.
-</p>
-
-<p>
-Quindi nella trattativa aperta per un accomodamento feci uso della
-<span class="pagenum" id="Page_a256">[a256]</span>
-destrezza e dell’arte. M’ingegnai principalmente di trarre partito dalla
-seconda quistione, ove vedeva dal mio canto una superiorità decisa.
-Data anche per vera la qualità feudale del demanio delle murge, giusta
-l’avversa posizione, non avrebbe potuto augurarsi giammai la Casa
-d’Andria di poter sostenere le <i>parate</i> a dispetto delle antiche leggi che
-vietavano rigorosamente ai Baroni la chiusura di qualunque parte de’
-demanj feudali in pregiudizio degli usi civici che spettavano alle popolazioni.
-Sull’apertura delle parate quindi vigorosamente da me s’insisteva;
-ma non era questo che un falso attacco che non era affatto mio
-proponimento spingerlo innanzi da senno e fino all’estremo.
-</p>
-
-<p>
-Vedeva bene che se la causa si fosse portata alla decisione, le
-parate si sarebbero aperte, e la Casa d’Andria avrebbe perduto il considerevole
-profitto di più migliaja di ducati l’anno che ne ritraeva. Ma
-l’apertura di esse sarebbe tornata a vantaggio de’ soli proprietarj di
-animali d’industrie che avrebbero avuto nelle murge un libero e largo
-pascolo. Il maggior numero però di cotesti Signori, sia per avarizia
-o melensaggine, sia per non disgustare la Casa d’Andria, niuna parte
-aveva voluto prendere a questa laudabile impresa. Non meritava quindi
-di coglierne il frutto e di sedere ad una lauta mensa preparata col risico
-e colla borsa altrui.
-</p>
-
-<p>
-Per altro lato le mie vedute erano dirette a rendere la convenzione
-profittevole principalmente alla cassa comunale, poichè era come
-lo sono tuttavia convinto che quando questa è nello stato di opulenza,
-il vantaggio che ne risulta viene a diffondersi sulla intera popolazione,
-il bene della quale mi era principalmente a cuore. Coll’avere
-quindi minacciate fortemente le parate che costituivano il punto più debole
-per la Casa d’Andria, obbligai li suoi Avvocati a rendersi meno
-esigenti nella quistione sulla qualità del demanio suddetto, nella quale,
-non senza un fondamento forse di ragione, si credevano più forti. La
-Casa d’Andria, per non perdere del tutto la rendita considerevole delle
-parate, fu obbligata a dividerla colla Università e dovè condiscendere
-per forza a darne alla stessa la rilevante somma di annui ducati mille
-e cinquecento.
-</p>
-
-<p>
-A questo scopo erano dirette le mie linee. Se la causa si fosse decisa
-<span class="pagenum" id="Page_a257">[a257]</span>
-<i>per tramites juris</i> le parate sarebbero saltate per aria. Ma qual guadagno
-vi avrebbe fatto la cassa comunale? Coll’avere però obbligata la
-Casa d’Andria a dividere la rendita di esse, oltre il profitto che la
-Università vi ha fatto, è venuta anche ad acquistare per convenzione
-nella contrada delle murge quella ragione di <i>condominio</i> che niuna sicurezza
-vi era che avesse potuto conseguirla per le vie giudiziali.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto dritto l’ha messa in grado d’imporre su gli animali de’
-cittadini che vanno ivi ora a pascolare una tassa che ha preso il nome
-di <i>dritto civico</i>. Frutta questa alla cassa comunale annui ducati duemila,
-i quali uniti agli annui ducati mille e cinquecento convenuti per le
-parate formano la somma ben vistosa di annui ducati tremila e cinquecento
-che la Università viene ora a ritrarre da quelle murge che non
-poteva prima neppur guardarle da lontano.
-</p>
-
-<p>
-Ma se la nostra città non avesse a tal modo acquistato il condominio
-di quella contrada, e le parate fossero rimaste aperte al libero uso
-degli animali de’ cittadini per effetto di un decreto del Giudice, avrebbe
-potuto forse imporre la tassa suddetta? No certamente. Possono i Comuni
-aver questo dritto ne’ demanj proprj e fino ad un certo segno,
-non già negli antichi demanj feudali, ne’ quali ciascuno de’ cittadini era
-ammesso a pascolare coi suoi animali per dritto proprio.
-</p>
-
-<p>
-Il dritto che le novelle leggi hanno accordato ai Comuni rispetto ai
-demanj feudali è stato quello della <i>divisione</i>. E bene se non vi fosse stata
-la convenzione dell’anno 1805 e ’l demanio delle murge avesse dovuto dividersi
-tra il Barone e la Università, cosa a quest’ultima avrebbe potuto
-spettarne? Avrebbe potuto averne il quarto, o tutto al più il terzo,
-come fu deciso per lo Bosco di Ruvo dal fu dottissimo e rispettabile
-Consigliere D. Domenico Acclavio Commessario allora per la divisione
-de’ demanj di quella Provincia. L’erbaggio degli altri due terzi sarebbe
-rimasto di libera ed assoluta disposizione del Barone, senza che i cittadini
-vi avessero potuto vantare più alcun dritto.
-</p>
-
-<p>
-Or la predetta tassa di annui ducati duemila si è potuto imporla
-perchè per effetto della convenzione dell’anno 1805 gli animali de’ cittadini
-pascolano nell’inverno in que’ luoghi delle murge che sono fuori
-delle parate e nella està, quando quel pascolo è assai più interessante
-<span class="pagenum" id="Page_a258">[a258]</span>
-e più ricercato, nella intera continenza di esse. Ma se cotesto pascolo
-fosse rimasto ristretto al solo terzo di quel demanio, avrebbe potuto
-forse esser tollerabile una tassa di ducati duemila?
-</p>
-
-<p>
-Per altro lato se quel demanio si fosse diviso nel modo predetto
-tra il Barone e la Università, avrebbero potuto giammai le industrie
-armentizie de’ Ruvestini giugnere a quel grado di floridezza a cui si vedono
-ora portate? L’aumento di esse dall’anno 1805 finora si può in
-vero dir prodigioso, ed è questo dovuto unicamente alla convenzione
-dell’anno 1805 che ha messo a disposizione de’ cittadini il pascolo estivo
-interessantissimo e preziosissimo della intera contrada delle murge. Cosa
-si sarebbe fatto col solo terzo di essa? Come avrebbero potuto in esso
-moltiplicarsi tanti animali quanti ora se ne vedono nel territorio di Ruvo?
-</p>
-
-<p>
-Se dunque la convenzione dell’anno 1805 arricchì la Cassa comunale,
-accrebbe anche notabilmente l’agiatezza de’ particolari e l’abbondanza
-della città ove mancavano prima finanche le carni pe ’l macello.
-Valgano le premesse osservazioni perchè chiunque non è giunto ancora
-a penetrare nel fondo della cosa, possa intendere ciò che allora fu operato
-con pieno accorgimento, valutarlo, rispettarlo, ed esser persuaso
-che dalla osservanza di quella convenzione dipende la floridezza delle
-industrie armentizie Ruvestine.
-</p>
-
-<p>
-Passando ora al di più che fu con essa convenuto, e stabilito furono
-prese anche le misure opportune per le devastazioni seguite nel bosco,
-per le quali pendeva, come innanzi si è detto, un giudizio criminale nel
-Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Si obbligò dunque il
-Duca per dodici anni continui a non fare in esso entrare alcun forestiere
-nè a legnare nè a pascere l’erba estiva, onde sotto il pretesto del pascolo
-non si fossero tagliate e trasportate le legna. Si obbligò inoltre di
-adoperare tutti i mezzi per far di nuovo rimboscare i luoghi danneggiati.
-</p>
-
-<p>
-Per lo stesso oggetto si convenne anche che per un uguale periodo
-di tempo l’uso civico di legnare che competeva ai cittadini per effetto
-del giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 si fosse esercitato colla maggiore
-moderazione possibile, e limitato a que’ designati luoghi meno danneggiati
-che si sarebbero di accordo definiti. Furono prese le misure le
-più efficaci per la severa custodia del bosco e per la sorveglianza necessaria.
-<span class="pagenum" id="Page_a259">[a259]</span>
-Si stabilì che chiunque fosse stato colpevole della recisione di
-querce fruttifere sarebbe stato tradotto irremissibilmente innanzi al Tribunale
-per farlo condannare alla pena stabilita dalle leggi allora in vigore.
-</p>
-
-<p>
-Ecco come l’Amministrazione comunale di allora che pensava sanamente
-prendeva efficacemente a cuore la conservazione del Bosco. E
-ciò lo fece mentre la popolazione di Ruvo per le leggi di quel tempo
-non vi aveva che i semplici usi civici contraddetti anche dal Barone,
-e non già quel dritto di proprietà che ha sulla terza parte di esso ora
-acquistato per effetto delle novelle leggi, dritto il quale avrebbe dovuto
-destare un maggiore interesse della moderna Amministrazione comunale
-per la conservazione del bosco.
-</p>
-
-<p>
-Coi mezzi di sopra espressi osservati ed eseguiti a tutto rigore si
-andò il bosco suddetto a rimettere poco a poco in uno stato plausibile.
-Una buona porzione di esso è ora anche assai migliorata. Ho detto innanzi
-che non picciole quote del bosco son passate dalle mani de’ censuarj
-Abruzzesi a quelle de’ Ruvestini ed altri ricchi proprietarj di quella
-Provincia. Contano essi non solo sull’erba, ma anche sulla ghianda, e
-molto più sulle legna che formano ivi un articolo interessante.
-</p>
-
-<p>
-Quindi per la porzione maggiore che spettò al Duca d’Andria nella
-divisione de’ demanj, si son valuti dell’articolo 58 della legge del Tavoliere
-del dì 13 Gennajo 1817, col quale è prescritta <i>l’affrancazione
-coattiva dell’erba estiva</i> e di qualunque altro dritto a cui vanno soggetti i
-terreni del Tavoliere. Affrancata dunque la <i>statonica</i>, e ’l dritto di legnare
-rimasto al Duca d’Andria sulle porzioni suddette, le han fatte e le fanno
-diligentemente custodire, e si vedono quindi ben rimboscate.
-</p>
-
-<p>
-Non è però così per li carri trentatre risegati a favore del Comune
-nella divisione de’ demanj. Quella porzione del bosco suddetto si è menata
-e si sta menando alla distruzione totale. La Casa d’Andria prima
-dell’anno 1797 ne fece recidere i rami per far danaro. Ora si stanno
-tagliando anche i tronchi dalle radici senza che la cassa comunale ne
-tragga alcun profitto! Cotesto guasto doloroso che cade sotto i sensi di
-chiunque volesse prendersi il fastidio di verificarlo, si trova anche pienamente
-pruovato con un processo formato nell’anno 1837 ad istanza del
-fu Sindaco D. Pietro Cotugno che nell’entrare nell’amministrazione volle
-<span class="pagenum" id="Page_a260">[a260]</span>
-porsi in cautela, onde i danni suddetti non fossero stati imputati alla
-sua poca vigilanza. Questo processo sta nella Intendenza di Bari, e quale
-n’è stato il risultamento?
-</p>
-
-<p>
-Quel bosco che dar potrebbe alla cassa comunale quella stessa rendita
-vistosa e sicura che sta dando la porzione maggiore di esso spettata
-al Duca d’Andria, cosa frutta alla stessa? Da un rapporto del
-dì 17 Aprile 1838 diretto dal Sig. Intendente della Provincia a S. E.
-il Ministro dell’Interno, e dai conti del Cassiere comunale risulta che
-in un decennio dall’anno 1826 all’anno 1836 l’introito fu di ducati
-2800.38, e l’esito per lo contributo fondiario, e ’l soldo de’ guardaboschi
-fu di ducati 2840. Bel negozio in vero! È questa a buon conto
-una proprietà che la moderna amministrazione comunale vuol ritenerla
-unicamente per farla finire di distruggere ed annientare!
-</p>
-
-<p>
-Per chi dunque mi battei nell’ardua quistione ch’ebbi a sostenere
-nel S. R. C. nell’anno 1798 per gli usi civici del bosco di Ruvo, se
-la vittoria allora riportata, in vece di accrescere i proventi della cassa
-comunale deve servire ad una distruttrice depredazione? È questo però
-un discorso troppo spiacevole, il quale esige un più largo sviluppamento,
-che non potendo aver luogo in un cenno istorico, lo riserbo
-ad altro mio lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Terminati nel modo di sopra esposto tutti i giudizj dedotti nell’anno
-1797, vi rimasero soltanto quelli istituiti nell’anno 1804 per
-i terreni del Monte della Pietà e per l’antica difesa comunale. Questi
-due giudizj dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria passarono
-alla Commissione delle cause feudali istallata ne’ primi anni del decennio
-del Governo Militare. Per i terreni del Monte della Pietà vedendo
-il Duca che gli mancava qualunque documento per potergli ritenere, gli
-rilasciò volontariamente, e finì la lite.
-</p>
-
-<p>
-Per li carri ventotto della difesa vi fu larga discussione tanto sull’azione
-principale della nullità de’ contratti dal Duca allegati, quanto
-sulla dimanda subordinata della <i>reintegra</i> in vigor della Prammatica XVIII
-<i>De administratione Universitatum</i>.
-</p>
-
-<p>
-La Commissione feudale voleva far presto. Per far presto più d’una
-volta arbitrava. Le piacque in questo rincontro di seguire il giudizio
-<span class="pagenum" id="Page_a261">[a261]</span>
-di Salomone. La difesa suddetta fu divisa in due parti uguali. Quella
-più vicina all’abitato fu data alla nostra città. L’altra rimase al Duca.
-La porzione attribuita alla città non rende meno di annui ducati mille
-e dugento, ma può rendere anche più.
-</p>
-
-<p>
-Con questo giudicato della Commissione feudale rimasero esauriti
-tutti i giudizj da me diretti. Lascio ora ai miei concittadini il confronto
-tra le operazioni dell’anno 1750, e quelle dell’anno 1797.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h2 id="cap14">CAPO XIV.
-<span class="smaller"><i>Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo
-dalla fine del secolo XVIII in poi.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Dopo aver parlato del risultamento de’ giudizj promossi contro la
-Casa Baronale, il quale benchè seguito in epoche diverse esigeva un
-prospetto continuato, do un passo indietro per ripigliare il filo degli
-avvenimenti li più importanti che hanno avuto luogo nella nostra città
-dalla fine del secolo XVIII in poi. Prima dell’epoca troppo infausta e
-memoranda dell’anno 1799 che pose a soqquadro tutto il Regno, ed
-ha lasciate delle piaghe che non hanno potuto ancora rimarginarsi, fu
-in Ruvo eseguita una operazione molto utile all’agricoltura.
-</p>
-
-<p>
-Vi sono in quella città diverse Confraternite e Monti addetti al
-sollievo de’ poveri, i quali secondo la Polizia di quel tempo erano sotto
-la tutela di quel Tribunale che portava il nome di <i>Tribunale Misto</i>,
-perchè composto di Magistrati in parte secolari ed in parte Ecclesiastici.
-Erano cotesti Corpi Morali molto ricchi di beni fondi e specialmente
-di vigne, le quali hanno bisogno di una cura e vigilanza particolare.
-Amministrate però coteste proprietà da persone le quali non
-potevano avere un interesse diretto al miglioramento di esse, dovevano
-per necessità andare in discapito, come avviene a tutte le proprietà fondiarie
-de’ Corpi Morali, le quali hanno proprietarj che non possono amministrarle
-da loro stessi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a262">[a262]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si prese la saggia risoluzione di concedere li fondi suddetti in enfiteusi
-perpetua. Si volle a tal modo assicurare in primo luogo una rendita
-certa, la quale non avesse potuto mai discapitare sia per la poca
-fedeltà ed esattezza degli Amministratori, sia per la poca diligenza di
-essi. Si pensò anche a promuoverne con questo mezzo il miglioramento
-il quale oltre la pubblica utilità che veniva a risultarne, assicurava vie
-più la rendita de’ canoni enfiteutici che sarebbero andati a costituirsi.
-Fu la cosa in vero molto bene ideata tanto sotto i precitati rapporti,
-quanto sotto quello del maggior vantaggio che reca allo Stato la moltiplicazione
-de’ piccioli proprietarj.
-</p>
-
-<p>
-Fu di tale operazione incaricato un Uomo di legge nostro concittadino
-dotato di bei talenti e cognizioni, di somma probità, e di un
-impegno sempre deciso pe ’l bene pubblico. Fu questi il Signor Commendatore
-D. Antonio Sancio, il quale dopo avere occupate altre luminose
-cariche sostenute con somma laude e rettitudine, è oggi Intendente
-della Provincia di Napoli e mio rispettabile amico<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>. La menò
-egli ad effetto col massimo zelo, e ’l risultamento è stato brillantissimo,
-poichè que’ fondi i quali erano condannati all’abbandono, si videro in
-pochi anni risorti ad uno stato floridissimo. Fu questo il primo passo
-che ivi si diè a quel progresso dell’agricoltura, ch’è andato dappoi
-sempre più innanzi in un modo meraviglioso.
-</p>
-
-<p>
-Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale
-dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato
-della nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel
-fervore i giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed
-<span class="pagenum" id="Page_a263">[a263]</span>
-impegnate al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa
-del Governo Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre
-dai miei consigli e dalla mia direzione.
-</p>
-
-<p>
-Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese
-era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale <i>Championnet</i>
-dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa.
-Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei opportuno
-tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e raccomandargli
-fortemente che avesse badato bene a prendere le misure le più efficaci
-per prevenire qualunque disordine e mantenere la pubblica tranquillità.
-Gl’inculcai principalmente e con calore che non avesse permessa
-affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner le cose nello stesso
-piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento naturale e regolare
-degli avvenimenti.
-</p>
-
-<p>
-Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi
-sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o soverchiamente
-calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita
-piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799
-propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili discordie,
-delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche tra
-quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse.
-</p>
-
-<p>
-Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte
-impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’ disordini
-che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta
-per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per
-se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera
-vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città uno
-degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori dell’abitato,
-il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio.
-</p>
-
-<p>
-Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri,
-i quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito
-a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo
-volgarmente detto <i>Ciriaco</i>. Qualche giorno dopo la piantazione dell’albero
-si era costui recato nella città di Trani sia per le sue faccende,
-<span class="pagenum" id="Page_a264">[a264]</span>
-sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno da Trani divulgò
-la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati gl’Inglesi, i quali
-cannoneggiavano e bombardavano quelle città che avevano piantato l’albero.
-</p>
-
-<p>
-Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle
-cose che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, <i>facili civitate
-ad accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt</i><a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>. Spaventato
-il basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe
-Inglesi ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a
-furia a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per
-nulla cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che
-siegue: <i>Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero
-potuto porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola
-che portiamo noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era
-lo stesso piantato dalle parrucche e non già dal Popolo.</i>
-</p>
-
-<p>
-Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che
-questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa del
-popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal timore.
-Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per poter
-dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento, traviarono
-il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non fu
-quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e Giudice<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>,
-il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene. Non
-costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire, durante
-lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui si erano macchiati
-altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto a stentare per
-salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della esazione delle contribuzioni
-che si pagavano allo Stato. Niuna parte costui aveva avuta
-<span class="pagenum" id="Page_a265">[a265]</span>
-alla piantazione dell albero, e non era fatto per qualunque opinione politica.
-Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole uffizio volevano gli anarchisti
-bruciarlo vivo.
-</p>
-
-<p>
-Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava
-molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città
-insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini comandata
-dal Generale <i>Duhems</i>. La mia patria mi era cara, come cari
-anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle
-allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano
-le città che davano loro la occasione di adoperar la forza.
-</p>
-
-<p>
-Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il
-giovane emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato
-in esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava
-a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati di
-una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello sbandato
-esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi, e delle
-altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico de’ Ruvestini,
-e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse contro
-la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte tuttavia
-pendenti come innanzi ho detto.
-</p>
-
-<p>
-Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la
-mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi
-fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi
-per rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal
-modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato
-fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero potuto
-essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si stava.
-Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col
-fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento
-de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di straordinario
-coraggio, e che si era molto distinto nella infelice campagna
-dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane Ruvestino
-che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti.
-</p>
-
-<p>
-Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo
-<span class="pagenum" id="Page_a266">[a266]</span>
-bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi
-di là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città, e delle
-disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa che la formavano
-il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad assicurarmi
-ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati da un sommovimento
-popolare non preveduto. Erano però intolleranti di stare sotto
-il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti e bestiali, poichè
-si sa che il Popolaccio <i>aut viliter servit, aut superbe imperat</i>. Erano
-quindi dispostissimi ad una vigorosa risoluzione che avesse rimesse le
-cose di nuovo nel loro antico stato regolare.
-</p>
-
-<p>
-Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per
-via di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio
-e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare
-nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno e
-l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo combinato
-e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre persone
-armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti chetamente
-la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti entrammo in
-essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l solito lavoro
-della campagna.
-</p>
-
-<p>
-La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile
-della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero suonate
-le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi rivoltuosi
-nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città il popolo sparso
-per la campagna. Si trattava di un colpo di mano abbastanza rischioso.
-Vi bisognava tutta la celerità per non farsi sorprendere da una moltitudine
-male avvezza ed abituata da trenta giorni e più a comandare e
-far da padrona, poichè <i>Nec cunctatione opus ubi periculosior sit quies,
-quam temeritas</i><a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte
-e numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti
-e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti costoro
-<span class="pagenum" id="Page_a267">[a267]</span>
-vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle armi
-e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò subito
-la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza perdere di
-veduta qualche altro sito importante della città.
-</p>
-
-<p>
-Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto
-esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il lasciare
-questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione alcuna, altrettanto
-sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della città per lo
-mantenimento del buon ordine, al che era conducente una forza regolare
-e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi i migliori de’ soldati suddetti
-ed unirgli alla Guardia civica pagandosi a ciascuno di essi carlini
-tre al giorno. E poichè mancavano i fondi per pagarsi loro i soldi
-dalla cassa comunale, si supplì con una soscrizione volontaria di tutti
-i possidenti. Questa misura fu utilissima, poichè i soldati suddetti si
-prestarono con fedeltà zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine.
-A misura che dopo il vespro si andò ritirando il Popolo dalla
-campagna nella città rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo
-ordine di cose che trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica
-Piazza i Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì
-le legittime Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi
-rispettare ed ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere
-docile e non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche
-abitudini. Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali
-era dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal
-umore fu inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione
-o di buona voglia o colla forza.
-</p>
-
-<p>
-Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della giustizia
-senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna, nè buon
-ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa dell’anarchia.
-Si trovava allora quella Provincia abbandonata a se stessa e senza
-le Autorità superiori alle quali avesse potuto ricorrersi per farlo supplire.
-Il Capo Politico di essa o sia il Preside che risedeva a Trani,
-ed i Magistrati di quella Regia Udienza Provinciale di cui il Preside
-era anche il Capo, erano stati sparpagliati dalla feroce e sanguinaria
-<span class="pagenum" id="Page_a268">[a268]</span>
-anarchia suscitata in quella città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora
-numerosissima. Se ne tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo.
-</p>
-
-<p>
-Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro
-Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a
-quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza
-accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti
-colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la
-ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si
-parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che
-correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del Regio
-Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione
-quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre
-non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie insinuazioni,
-perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il bene
-della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con avere impreso
-a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa d’Andria
-che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in quella
-piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo nella
-pubblica Piazza.
-</p>
-
-<p>
-Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era
-vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal
-Governo un <i>Luogotenente</i> che n’esercitava interinamente le funzioni. Questo
-posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto
-Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi dal
-solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali che
-le Regie avevano in quel tempo i loro <i>Mastrodatti</i> detti oggi Cancellieri.
-Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era e dimandò
-che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò regolare, ma
-bisognò contentarlo, poichè in certi casi <i>lex est legem non servare</i>.
-</p>
-
-<p>
-Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui
-era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde prevenirsi
-qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre avevano
-preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato. Erano queste
-<span class="pagenum" id="Page_a269">[a269]</span>
-nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni dì disordini
-rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi dal Sindaco a
-tutte le città vicine che la nostra città era in buona corrispondenza ed
-amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi si sarebbero portati
-per causa di commercio o per altre loro faccende sarebbero stati
-bene ed amichevolmente accolti secondo il solito.
-</p>
-
-<p>
-Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate
-le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile
-tra gli uffizj municipali vi era anche quello del <i>Camerlengo</i>. Conservava
-questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano ogni
-sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto uscire
-al lavoro della campagna<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. Provvedeva anche il Camerlengo una Guardia
-urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi. Si aumentava
-questa di numero quando le vicine campagne erano infestate da qualche
-forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla stessa
-chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città non sono mai
-mancati. Ottima istituzione!
-</p>
-
-<p>
-Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della
-città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e davano
-in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il mantenimento
-che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze del
-tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo possibile
-que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di nuovo
-la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le pattuglie
-notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro porte se ne
-tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e la Porta di
-Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di Guardia civica.
-Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche abbattute,
-si tenevano chiuse.
-</p>
-
-<p>
-Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia di
-<span class="pagenum" id="Page_a270">[a270]</span>
-giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva intenzione o
-facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora e si giustifichi
-la mania di distruggere le antiche mura e le porte delle città! Le sue
-forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per tralasciare i fatti più antichi,
-salvarono la ricca città di Bari dal saccheggiamento tentato più
-volte, e sempre in vano, dalle numerose torme armate de’ così detti suoi
-casali. Tenga Dio sempre lontano il flagello delle rivoluzioni. Ma non
-siamo stati noi forse testimonj di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima
-pace e perfetta tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini,
-<i>Præteritæ quippe res optima gerendarum rerum documenta sunt</i><a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello avvenne
-disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti sotto
-le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e caddero con
-essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul luogo e trovai
-molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro. Niuno però osava
-muoversi a soccorrergli per la giusta tema che la rimanente muraglia
-gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi quegl’infelici infallibilmente
-periti. Avendo veduto che per incoraggiare gli astanti erano inutili le
-parole e le persuasive, mi spinsi innanzi di botto e montando sull’alto
-della breccia della caduta muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar
-le pietre che cuoprivano li cinque disgraziati muratori.
-</p>
-
-<p>
-Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone.
-In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono
-tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti. Fortunatamente
-si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi meno dalle
-contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli diligentemente
-medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo, e si ristabilirono
-tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che il discorso più eloquente
-che si può tenere al popolo è il proprio esempio.
-</p>
-
-<p>
-In questo stato erano le cose della nostra città allora quando terminati
-gli affari della Capitanata la colonna delle truppe Francesi spedita
-nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General <i>Broussier</i> succeduto
-<span class="pagenum" id="Page_a271">[a271]</span>
-nel comando di essa al General <i>Duhems</i> fissò il suo quartier generale
-a Barletta, perchè le due prime città della stessa a sei miglia ciascuna
-di distanza da Barletta, cioè Andria e Trani erano in armi preparate
-a far resistenza ai Francesi. Era anche con lui il Conte di Ruvo
-Ettore Carafa colla sua nascente legione, circostanza la quale lo rendeva
-potentissimo. Non posso che compiangere la sua sorte infelice, ma debbo
-rendere omaggio alla santa verità. Non solo ei non mostrò alcun risentimento
-coi Ruvestini; ma gli trattò anzi con benevolenza e cortesia.
-Con vera nobiltà di pensare non mischiò punto nelle cose pubbliche il
-privato interesse o risentimento.
-</p>
-
-<p>
-Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di
-Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai Francesi
-la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era stato
-anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna scusa
-il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro Regno pubblicata
-dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che non era
-Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato tanto de’ fatti
-avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di Bari, senz’avergli
-conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene prima con
-esattezza da quelle persone che gli conoscevano.
-</p>
-
-<p>
-Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi
-che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi
-e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune centinaja
-di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono per rinforzarla.
-Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che ne sarebbero da
-ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare quella città fino ad
-esporre la propria vita. Sono stato assicurato da persone ch’erano presso
-di lui e dagli Andriesi istessi che si portò fin anche solo a cavallo fin
-sotto le mura di Andria per parlare a quelli abitanti, e ne fu corrisposto
-a colpi di fucilate tirate sia dai cittadini istessi, sia dagli ospiti
-<i>casalini</i> ivi sopraggiunti, i quali niuno interesse avevano alla salvezza
-di quella città.
-</p>
-
-<p>
-Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe
-potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e
-<span class="pagenum" id="Page_a272">[a272]</span>
-decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente esposto
-di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse stato riscaldato
-dall’amore della sua patria, e da un desiderio di salvarla così potente
-che non gli fece punto calcolare il pericolo della sua mossa<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>.
-Lo confermano ciò vie più i fatti che sussieguono.
-</p>
-
-<p>
-Il Generale <i>Broussier</i> si recò di persona ad attaccare la città di Andria;
-ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto
-poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta circondata
-dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje, ma
-<span class="pagenum" id="Page_a273">[a273]</span>
-troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale suddetto
-da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in
-faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito dagli
-<span class="pagenum" id="Page_a274">[a274]</span>
-Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono a suonare
-a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si distribuì
-dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già dette.
-</p>
-
-<p>
-Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti
-levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi di
-attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte ch’erano
-chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole muraglia a
-colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa all’assalto. Ma il Generale
-suddetto, mentre le porte erano serrate, e non aveva pensato
-neppure a far preparare e condurre seco le scale da Barletta per potersi
-assaltare le muraglie, contro tutte le regole dell’arte della guerra
-fece avanzar la truppa in colonna contro la porta principale della città
-detta <i>porta del castello</i> che mena a Trani.
-</p>
-
-<p>
-Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato
-alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da
-un abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che
-si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda scarica
-a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla testa
-della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a tiro
-di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della città. Cominciò
-allora un fuoco terribile colle continue scariche che partivano
-dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due ore con gran disuguaglianza.
-Non tutti gli aggressori avevano potuto avere la opportunità
-di prender posto dietro sicuri ripari. Non pochi di essi erano rimasti
-esposti a petto scoverto alle fucilate, mentre gli aggrediti appostati dietro
-la muraglia non potevano essere offesi in verun modo dal fuoco perfettamente
-inutile della fucileria Francese. Durò cotesto cattivo giuoco
-<span class="pagenum" id="Page_a275">[a275]</span>
-fino a che li Guastatori Francesi appressatisi sotto una grandine di palle
-alla già detta porta principale della città riuscirono a romperla non senza
-molto stento a colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa.
-</p>
-
-<p>
-L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi
-soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non
-solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di
-senso comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò
-una viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile
-contro una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona
-già di tutti i mezzi di distruzione<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò
-finanche ginocchioni innanzi al General <i>Broussier</i> per potere salvare la
-città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui inesorabile,
-perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente causata per
-altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe inoltre che il
-Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse contro di lui un
-rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale suddetto fu richiamato
-dal comando delle truppe spedite nelle Puglie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a276">[a276]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia
-posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci
-rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò
-che da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne
-di fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi,
-e dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci
-dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere
-imputabile che l’incendio della sua patria.
-</p>
-
-<p>
-Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella
-città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie circostanze
-che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender piede
-per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia. Il massimo
-numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di essi rifuggirono
-sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e grandioso
-Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa per la città<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>:
-secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee, che in essa vi
-sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo I pag. 26.
-</p>
-
-<p>
-Gli effetti li più preziosi de’ cittadini furono salvati coll’esser stati
-nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle campagne
-ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi possidenti che
-avevano preveduto quel disastro che venne la detta città a soffrire. D’altronde
-il saccheggiamento degli altri effetti meno preziosi rimasti nelle
-case non durò che poche ore. Le premurose insistenze del Conte di Ruvo,
-che riscuoteva dai Francesi tutto il riguardo per la sua illustre condizione
-pe’ suoi talenti e pe ’l suo sommo coraggio, fecero sì che il
-General <i>Broussier</i> il giorno istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta.
-Il che diè anche l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli
-ed occuparsi di proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale
-fece perciò pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal
-<span class="pagenum" id="Page_a277">[a277]</span>
-furore de’ soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne
-riferito, della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco
-i detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage
-che susseguì alla presa della città.
-</p>
-
-<p>
-Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata
-dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra
-che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in
-buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti
-di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi
-questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la custodia
-di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando
-mancano gli uomini che possano sostenergli?
-</p>
-
-<p>
-Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di
-Andria posero il General <i>Broussier</i> in molta prevenzione, e lo resero più
-cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole dell’arte
-della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro pezzi di grossa
-artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro la porta della città
-che guarda l’occidente sulla strada di Barletta. Contro l’altra porta che
-guarda l’oriente detta la <i>porta di Bisceglia</i> furono situati gli obizzi che
-lanciavano nella città qualche granata per dar terrore, giacchè non avevano
-i Francesi larga provvisione di questi projettili.
-</p>
-
-<p>
-Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la
-stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione.
-Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico castello.
-Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata alla città,
-sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del castello.
-Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per bucare le
-case adiacenti alla porta contro la quale era piantata.
-</p>
-
-<p>
-Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria
-della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e meridionale
-della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul mare, e ’l
-lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco il castello. Si
-era appostata dietro le case che stavano fuori della città, e dietro i parieti
-de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo tiro di fucile. Mentre
-<span class="pagenum" id="Page_a278">[a278]</span>
-a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della Piazza, incomodava
-moltissimo coloro che la difendevano colle continue scariche di fucileria.
-Teneva inoltre pronte le scale trasportate da Barletta a bella posta
-per poter montare all’assalto quando fosse giunto il momento opportuno.
-</p>
-
-<p>
-In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che
-sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi fosse
-stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito che
-gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo tiro
-di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere davano
-un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che formava il
-massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non assuefatta
-a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al terzo giorno
-dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale alla crudeltà,
-ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più illustri cittadini. Tutti
-i marinari fuggirono al porto, ove tenevano maliziosamente pronte le
-barche per poter prendere il largo, e lasciare al macello i loro compagni
-d’armi.
-</p>
-
-<p>
-La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari,
-ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente
-l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di continuare
-la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata e coraggiosa.
-Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti vedendo
-cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente, dubitarono
-da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi a loro danno
-per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle muraglie. Essendosi
-però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero ne’ fossati, si appressarono
-alle stesse, appoggiarono le scale, ed entrarono nella città a loro
-bell’agio, senza quella resistenza che si è spacciata da chi ha scritto non
-bene informato delle cose, e senza che cotesta tranquillissima scalata
-fosse costata la perdita di un solo uomo.
-</p>
-
-<p>
-Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura
-de’ marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la via
-del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate, le quali
-si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire che fossero essi
-<span class="pagenum" id="Page_a279">[a279]</span>
-scappati sui loro piccioli navigli detti <i>paranze</i>. Il vento però gli favorì
-e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere il largo colle loro famiglie,
-e col meglio che poterono trasportarsi. Molti però di essi avendo
-avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati in luoghi non lontani da
-Trani, furono colti dai Francesi ch’erano padroni del litorale e moschettati
-a centinaja come vili conigli. Quella strage rese in Trani per
-lunghi anni meno numerosa la gente di mare.
-</p>
-
-<p>
-Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria e
-della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la Piazza
-con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura nulla avevano
-sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho parlato<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>. Quando
-anche non fosse stato possibile continuarsi la resistenza, si avrebbe
-potuto ottenere facilmente una vantaggiosa capitolazione. I Francesi entrati
-nel Regno nell’anno 1799 non erano molti. Non volevano quindi perder
-gente, e non s’impegnavano a superar colla forza e collo spargimento
-del sangue ciò che potevano combinare colle trattative. Se i detti
-marinari quindi avessero tenuto fermo il piede e non fossero vilmente
-fuggiti, non sarebbero certamente i Francesi entrati in Trani colle armi
-alla mano.
-</p>
-
-<p>
-Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento
-che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene,
-la quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì
-dai Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da
-un vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse
-in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo
-Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo spietato
-<span class="pagenum" id="Page_a280">[a280]</span>
-e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva guardarsi
-quella infelice città senza versar lagrime di amarezza.
-</p>
-
-<p>
-In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere accolte
-molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città. Molte
-altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di danaro
-di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il massimo
-bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri dalla nostra
-città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli fiamme
-ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale era a
-vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si erano cooperati
-a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro.
-</p>
-
-<p>
-Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo tranquillamente
-quel cangiamento di Governo che le circostanze del tempo
-e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un tal cangiamento
-però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci sofferti
-nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno. Quelli che stavano
-nella nostra Provincia essendo stati per tal causa richiamati frettolosamente
-in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad una contribuzione
-di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu questo per altro
-il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto. Caduto ben presto
-il Governo Repubblicano istallato dai Francesi, si ritornò sotto la
-dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con perfetta calma e tranquillità,
-e senza il minimo disordine. Abituato di nuovo il Popolo Ruvestino
-al buon ordine ed ammaestrato anche dagli avvenimenti precorsi,
-serbò quel contegno laudabile ch’era a desiderarsi.
-</p>
-
-<p>
-Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte,
-si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria
-e ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente
-parlato nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale
-si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione
-delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste
-formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e
-rese impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo
-<span class="pagenum" id="Page_a281">[a281]</span>
-sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra slogate
-o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo inconveniente
-qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più
-luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di
-tutti gli abitanti.
-</p>
-
-<p>
-La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva
-permesso per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un
-punto che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco
-Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico
-parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini
-in esso intervenuti. <i>Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima
-salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza di altre
-Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e delizioso
-lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo la sventura
-che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla succidezza
-enorme delle strade della città di estate e d’inverno per le acque che ristagnano
-in varie lagune. Quindi si corrompono e putrefanno, ristagno
-che deriva dalla cattiva struttura delle selciate. Da questa cagione reale
-ed effettiva ne avvengono le malattie non meno nella stagione di està e
-di autunno, che quasi di continuo in tutto il corso dell’anno, e ad evidenza
-si scorge che dopo minuta pioggia, spirando i venti australi ed
-umidi, si rende l’aere talmente infetto dal lezzo ch’esala dal mezzo delle
-strade ove tali acque putride ristagnano, che non vi ha persona la quale
-non va afflitta da dolori nella vita, conseguenza vera della respirata
-aria mal sana, e quindi non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera.</i>
-</p>
-
-<p>
-Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti
-per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un
-novello carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e
-lo scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne
-avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto da me
-proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella Scienza
-idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva una spesa
-fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le selciate della
-<span class="pagenum" id="Page_a282">[a282]</span>
-città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a lungo e sarebbe
-forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento d’introito che
-la cassa comunale venne ad avere colla transazione dell’anno 1805 e
-coll’essersi indi guadagnata anche la causa della difesa, accelerò cotesto
-segnalato beneficio che quella Popolazione lo deve al zelo ed al disinteresse
-di que’ pochi, ma bravi cittadini che presero a petto loro la
-difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto vantaggio.
-</p>
-
-<p>
-Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate
-di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per
-lo futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia
-ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro,
-non hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove
-strade interne formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle
-ruote delle vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città
-e batte di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa
-quantità de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte
-le altre cose che bisognano all’uso della vita.
-</p>
-
-<p>
-Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una
-linea di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una
-maggior resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio
-di Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di <i>pietra livida</i>
-dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle
-strade Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa
-in durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette <i>basoli</i>, delle quali sono
-lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella contrada
-di <i>S. Lucia</i>. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il <i>Parco del Conte</i>
-ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare quanta ne avesse
-voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito.
-</p>
-
-<p>
-Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna
-per trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data
-la celebre battaglia navale di <i>Trafalgar</i> nella quale perderono la vita
-tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese <i>Nelson</i>, quanto quello
-della Squadra Spagnuola <i>Gravina</i> ch’era Siciliano ed anche valentissimo
-uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si trovava
-<span class="pagenum" id="Page_a283">[a283]</span>
-compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di accelerare
-il mio ritorno in Napoli.
-</p>
-
-<p>
-Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò
-molto e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era
-in marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi
-e dai Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire
-dalla forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione
-di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si
-era quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi
-tempo in mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una
-carrozza, e ’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio,
-onde attendere ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa
-mossa perchè calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per
-me in mezzo ad una popolazione buona, ed a me attaccata.
-</p>
-
-<p>
-Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del
-Re aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto
-nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato
-è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia
-della partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora
-il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la
-permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia
-suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire
-qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati
-istessi del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere
-un sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più
-attivi e zelanti nell’organizzarla.
-</p>
-
-<p>
-Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe
-stato neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta
-tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato neppure
-un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a quella
-commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di Governo,
-non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi quello
-per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il nuovo Governo,
-e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso dell’armata
-<span class="pagenum" id="Page_a284">[a284]</span>
-Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare l’esercizio
-dell’Avvocheria.
-</p>
-
-<p>
-Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per
-effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre
-Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini,
-e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui
-ho parlato innanzi nel Capo VI<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>. Il primo di essi dal nuovo Governo
-fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè
-coi nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di
-Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora
-ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in
-Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica
-Chiesa fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto
-per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli
-Agenti Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo
-Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione
-municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva
-dai membri di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio
-serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo
-stabilita in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite
-di detta città sotto il titolo di <i>S. Maria della Purificazione</i> ebbe il
-permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita,
-a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi incaricata
-di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era conveniente.
-</p>
-
-<p>
-Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano <i>Monti</i>
-destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri. Coteste
-Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità de’ nostri antenati,
-davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere la misera gente,
-specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le copiose nevi
-<span class="pagenum" id="Page_a285">[a285]</span>
-impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col lavoro della
-campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte tanto in
-Napoli che nelle Provincie le <i>Commissioni di Pubblica Beneficenza</i>. Lo
-scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me pare, è stato
-quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie disposizioni di
-questa natura in una sola massa, e disporre di esse in quel modo che
-si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della Provincia, non
-già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove tali pie fondazioni
-si trovano ordinate.
-</p>
-
-<p>
-Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto
-l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione
-che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti.
-Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo
-che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi che
-alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non sarò
-mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di designate
-persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere invertite
-a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione ed estranee
-alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi convinto di valere
-ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro, i quali sulla roba
-che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi avevano pieno dritto
-di disporre di essa a favore di quelle persone o di quella classe di persone
-ch’erano loro più predilette.
-</p>
-
-<p>
-Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve
-peso, si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli.
-Dimando se cotesta <i>Pubblica Beneficenza</i> è valuta per la nostra città
-quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri antenati?
-Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali potrebbero
-forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla Storia. Non posso
-però tradire la mia piena convinzione che i poveri della mia patria ne
-hanno riportato da cotesto novello ordine di cose un positivo discapito.
-È ciò inevitabile quando alla legge imposta dai fondatori di coteste pie
-istituzioni vien sostituito l’arbitrio di coloro che ne prendono ingerenza.
-Li poveri di Ruvo certamente anderebbero assai male se nelle loro maggiori
-<span class="pagenum" id="Page_a286">[a286]</span>
-urgenze non fossero soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj
-spesse volte suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della
-necessità, poichè la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi
-il calcolo vero, ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla
-considerazione del Governo.
-</p>
-
-<p>
-Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle
-delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ <i>bruchi</i>. In conseguenza
-anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi per
-essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di agosto dell’anno
-suddetto, e devastato fino all’anno 1813.
-</p>
-
-<p>
-Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera.
-Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa
-l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle già
-dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni saldi specialmente
-delle murge, si univano e marciavano in colonne ben compatte
-di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi per i quali
-passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati di qualunque
-specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano seminati,
-gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si fosse adoperata
-la falce.
-</p>
-
-<p>
-Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi,
-senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino
-incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche un
-edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e si gittavano
-indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno, s’immergevano
-in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano questi
-di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una colonna
-di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione, qual resistenza
-se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo nel mezzo
-di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato dal
-movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la formavano.
-</p>
-
-<p>
-Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure
-che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la
-forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli moscherini
-<span class="pagenum" id="Page_a287">[a287]</span>
-divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a formare
-oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la campagna,
-ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti divorando
-le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e rodendo non
-solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi.
-</p>
-
-<p>
-La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto.
-Ne rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni.
-Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener
-chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si
-cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini.
-</p>
-
-<p>
-Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni
-afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria, e comprometteva
-finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli espedienti
-escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi furono anche
-diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di quel tempo tanto
-relativamente alle operazioni da farsi per conseguire quest’oggetto, quanto
-per la esazione e ripartizione tra i proprietarj de’ fondi rustici della
-spesa non lieve che queste esigevano. Era però la cosa per se stessa
-assai malagevole.
-</p>
-
-<p>
-Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi
-coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane
-per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano
-messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una quantità
-ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo alle masse
-immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini che sarebbe convenuto
-distruggere. Mancavano le braccia sufficienti all’uopo. Mancava
-anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima che si fossero resi
-alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna.
-</p>
-
-<p>
-Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano
-sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe,
-e distruggendole prima della <i>fetazione</i>. Con tal misura generalmente presa
-si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo. Ma
-non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita all’attenzione
-di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello che tenga
-<span class="pagenum" id="Page_a288">[a288]</span>
-Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato per anni ed
-anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse concorsa a liberarcene.
-</p>
-
-<p>
-Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano
-messe già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano
-le uova perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di
-libeccio che le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si
-osservò che i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi
-che non si potevano mangiare.
-</p>
-
-<p>
-Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città
-perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me
-non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui
-era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi aveva
-assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era conducente
-al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni richiesto. Ciò che
-fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso il Vescovado di
-Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre la mia attenzione
-un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che doveva mandarsi
-in esecuzione.
-</p>
-
-<p>
-Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare
-la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo
-non si estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto
-a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è
-stato mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei
-inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario.
-Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario
-di Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani
-Ruvestini avviati al Chericato.
-</p>
-
-<p>
-Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione
-de’ Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi
-buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran penuria.
-Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi in
-ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione delle
-rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a tal modo
-<span class="pagenum" id="Page_a289">[a289]</span>
-per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj fondati
-con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non è facile
-averne quanti se ne vogliono.
-</p>
-
-<p>
-Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del precitato
-articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima per la nostra
-città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo stabilimento di una
-Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che sarebbe stato ciò conducente
-alla istruzione non solo de’ Cherici, ma anche di tutta la Gioventù
-Ruvestina. Che la nostra città produceva talenti elevatissimi, i quali si
-perdevano per la mancanza delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto
-a fare molto guadagno se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate
-da Uomini rispettabili e versati nella istituzione ed educazione
-della Gioventù.
-</p>
-
-<p>
-La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta
-anche con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu
-quindi determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa
-de’ soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo,
-sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti
-ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al Re
-l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato mi
-scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me eseguito,
-non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le circostanze
-che passo ad esporre.
-</p>
-
-<p>
-Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte
-del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di
-Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte della Corte
-di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio allora Apostolico,
-ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica rassegnata al
-Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo gustò molto bene
-il progetto con essa proposto. Il secondo però si atteneva strettamente
-alla lettera del Concordato, e voleva in ogni conto in Ruvo un Seminario.
-Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a cui rimase fermamente
-attaccato.
-</p>
-
-<p>
-Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre
-<span class="pagenum" id="Page_a290">[a290]</span>
-persuaso che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun
-altro poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che
-sarebbe stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno
-positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor
-Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto
-che la nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di
-proprio pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare
-il suo consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita
-una Casa de’ PP. delle Scuole Pie.
-</p>
-
-<p>
-Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era
-partita da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi.
-Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie
-nella città di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre
-1819, ed indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820
-relativo allo stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali
-Dominj al di qua del Faro.
-</p>
-
-<p>
-Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato
-di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento
-del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della Casa
-suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai stitichezza
-nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere per la esecuzione
-del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di Ruvo non
-voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento che si
-ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili. Valeva però
-ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta, perchè con annui
-ducati novecento non avrebbe potuto certamente sussistere una comunità
-di tal fatta.
-</p>
-
-<p>
-Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche
-questo articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj
-presso Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni,
-che gli avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga
-il vero ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante.
-Lo pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi
-che dalle sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra
-<span class="pagenum" id="Page_a291">[a291]</span>
-così santa. Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi
-giorni venne tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820
-la Casa de’ PP. delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo
-conveniente, ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati
-essendo stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza,
-ed accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche
-un notabile aumento di rendita.
-</p>
-
-<p>
-Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig.
-Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole
-menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo
-di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare
-con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima
-alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai
-rapporti fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò
-fino all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a
-far restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani
-ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi.
-</p>
-
-<p>
-Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza
-il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina
-nelle Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi
-inteso con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace
-de’ buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi
-neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!! Miserabili!
-A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno ricevuto?
-I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro figliuoli sono
-maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un
-altro articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi
-a carico di quel Comune nello stato discusso, o sia <i>budjet</i>, vi è quello
-di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali.
-Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due
-tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi
-frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto orribili
-che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili senza
-<span class="pagenum" id="Page_a292">[a292]</span>
-grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè a
-cavallo, nè a piedi.
-</p>
-
-<p>
-Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi
-avevano versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle
-strade Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro
-comodo! Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna,
-la quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato
-Ruvo Terlizzi e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte
-relative allo stesso si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle
-tignuole.
-</p>
-
-<p>
-Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche
-di quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi
-che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia fossero
-cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque
-lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state incomodate
-dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le consideravano
-altrimenti che come contribuenti per servire al loro comodo,
-ed alla loro delizia!
-</p>
-
-<p>
-Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo
-a due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore discapito.
-Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo che
-vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi recato
-di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un discorso
-positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu Sig. Conte
-di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto, uomo
-di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di rettissime
-intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente informato
-di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente penetrato.
-</p>
-
-<p>
-Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza
-ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa
-a Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano
-cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada tra
-Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date feci
-assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse messa
-<span class="pagenum" id="Page_a293">[a293]</span>
-mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada che ha
-rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne ha da
-ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso che ora
-vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua ricchezza.
-Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento de’ prodotti
-del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla marina per imbarcarsi,
-il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il passaggio
-inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo porta sempre
-un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora in fine moltiplicate
-in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava prima una
-strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella civiltà.
-</p>
-
-<p>
-Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova
-strada veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato
-a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta
-il nome di <i>Bel luogo</i>, la quale era una delle cinque contrade che formavano
-l’antico Demanio della città. <i>Respondent rebus nomina sæpe suis.</i>
-È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro Ruvestino, il
-quale prima della formazione della novella strada era poco conosciuto
-dagli stessi abitanti della nostra città. È questo elevatissimo, ed ha sottoposta
-una ben larga e spaziosa vallata coverta di piantazioni e di
-praterie, la quale termina alla marina, e diletta sommamente lo sguardo.
-Domina inoltre tutte le belle città messe sul litorale dell’Adriatico
-da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che il decreto di Revertera
-e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato al pascolo delle bestie,
-si vede ora coverto di belle e ridenti piantazioni e casine di campagna
-che ne hanno accresciuto infinitamente il valore non meno che la
-vaghezza.
-</p>
-
-<p>
-Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando
-per le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si
-compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di <i>Bel
-luogo</i> rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che questo
-gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio comtemplarlo.
-Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina a cavallo
-che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro territorio,
-<span class="pagenum" id="Page_a294">[a294]</span>
-volle essere informato del nome di quel sito incantevole, e
-de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a
-vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e
-traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva, ed
-esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì qualunque
-lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena soddisfazione.
-</p>
-
-<p>
-Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza
-che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima
-tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità
-fino a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata
-alle Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono
-in quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati.
-Non vi fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito,
-o che vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza.
-</p>
-
-<p>
-Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed
-aveano procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole
-e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le loro
-famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa considerazione
-avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu aperta tra
-essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne a formarsi un
-fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati congedati, ed ammogliati
-che partivano per l’esercito, durante il tempo che sarebbero
-rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che onora molto la umanità,
-ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che vi concorsero, e merita
-un luogo nella Storia, prese anche parte il Capitolo di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820.
-Ne’ terreni <i>appatronati</i> seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era l’antica
-consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a pascere
-indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto dritto
-confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di Guerrera dell’anno
-1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’ parchi, e delle
-mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto <i>Atque in eis
-libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a295">[a295]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli
-abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano
-nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli abusi
-Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati Abruzzesi
-colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il Demanio
-al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a valere moltissimo.
-Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla libertà è ordinariamente
-accompagnato da disordini e da inconvenienti.
-</p>
-
-<p>
-Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata
-fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed
-insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi
-Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato,
-ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole, ma
-numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’ beccaj.
-Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le riserbe
-di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente
-colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi inevitabile
-venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne seguivano
-erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa di
-peggio.
-</p>
-
-<p>
-Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese
-altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità delle
-buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario allo Stato.
-E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi Pii censiti
-per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e 1817, avevano
-anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del Tavoliere, e stavano
-corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni suddetti i canoni convenuti
-coll’aumento del decimo stabilito a favore de’ Pii Luoghi colla
-Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni del frutto naturale
-dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata gratuitamente e senza
-pagamento alcuno dagli animali di cotesti specolatori ai quali nulla la
-stessa costava!
-</p>
-
-<p>
-Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese indispensabile
-far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale permette
-<span class="pagenum" id="Page_a296">[a296]</span>
-la chiusura de’ terreni <i>appatronati</i> demaniali ed aperti soggetti alla precitata
-consuetudine del pascolo civico. È risaputo che coll’articolo XLVII
-di essa è tal chiusura permessa senza pagamento alcuno se la consuetudine
-suddetta provviene da un dritto di <i>compascuo</i>. Coll’articolo XLVIII
-poi è prescritto che ove la stessa provvenga da una <i>riserva</i> fattasi dal
-Comune sui terreni demaniali aperti occupati dalla coltura, n’è permessa
-anche la chiusura col pagarsi però alla Cassa comunale un censo
-a titolo di <i>affrancazione</i>.
-</p>
-
-<p>
-Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per
-più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione. L’Amministrazione
-comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva però
-altrimenti permetterla che per la via dell’<i>affrancazione</i> ai termini del
-precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al contrario qualificando
-la già detta consuetudine per un dritto di <i>compascuo</i> volevano la
-chiusura de’ loro terreni senza pagamento alcuno ai termini dell’articolo
-XLVII.
-</p>
-
-<p>
-Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto
-che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di
-questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo
-sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio
-animo disposto a contenderle il precitato dritto di <i>affrancazione</i>. D’altronde
-non era persuaso tampoco di quel <i>compascuo</i> che con soverchia
-chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i Proprietarj
-di masserie dissidenti.
-</p>
-
-<p>
-Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto
-di compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita
-tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella specie
-di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro; ma bensì
-di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su tutti i
-fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque cittadino
-di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio suddetto.
-Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal fatta?
-</p>
-
-<p>
-Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi
-rendeva rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad
-<span class="pagenum" id="Page_a297">[a297]</span>
-apporsi ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente
-esigevano. Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva
-ciò che io ne pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare
-a troncare cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente
-della Provincia nella qualità di Commissario del Re per la divisione
-e chiusura de’ demanj la dimanda per l’<i>affrancazione</i> de’ terreni
-di mia proprietà siti nel Demanio ai termini del precitato articolo
-XLVIII della Legge de’ 3 Dicembre 1808.
-</p>
-
-<p>
-La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato,
-ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza
-del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè
-le analoghe disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione,
-di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier
-Giuseppe Cantatore di Ruvo.
-</p>
-
-<p>
-L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano
-il <i>compascuo</i>, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano sospesi
-ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a dimandare
-l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati a conformarsi
-agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed esposti a
-danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato beneficio accordato
-dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si sono accresciute in
-un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo si è migliorato, e si va
-migliorando sempre più alla giornata, la Cassa comunale ha ricevuto
-anche un rinforzo non lieve dai censi dell’affrancazione del Demanio.
-</p>
-
-<p>
-Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura
-notizia che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e
-soggetti al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre
-1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate
-le affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi
-i quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti.
-</p>
-
-<p>
-Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare
-del beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione
-di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore
-di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha
-<span class="pagenum" id="Page_a298">[a298]</span>
-raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi
-che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per
-un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza dell’Amministrazione
-comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non curarlo
-di vantaggio.
-</p>
-
-<p>
-Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al
-pascolo civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto
-che nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti
-sono di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli
-tenevano in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come <i>terreni
-demaniali azionali del Tavoliere</i>. Gli stessi titoli quindi stipulati
-colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti soggetta
-un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo
-dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non mancano
-gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che hanno
-contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo che
-per lo passato.
-</p>
-
-<p>
-Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella
-popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia umana,
-avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto innanzi
-che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era derivata dall’agricoltura
-e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si presta a
-meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente era rimasta
-distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’ Locati Abruzzesi,
-e molto più dagli abusi interminabili introdotti dalla Bagliva Baronale
-ch’era di un positivo ostacolo al progresso delle industrie armentizie.
-</p>
-
-<p>
-Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu
-assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle di
-nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo stesso
-al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella estiva stagione
-la intera contrada delle murge è addetta ai loro animali, ed era
-ciò che principalmente interessava, essendo quello un pascolo estivo
-preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi sussistere. Ma si è
-<span class="pagenum" id="Page_a299">[a299]</span>
-fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe farsi? Nò certamente.
-Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche quell’erbaggio
-interessantissimo nello stato di rendersi profittevole ugualmente a
-tutti i cittadini.
-</p>
-
-<p>
-La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche
-la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè sorgive
-per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi a pascolare.
-L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che l’acqua piovana
-raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle però che ivi
-vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie di semina stabilite
-nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze che cotesti
-Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque esuberante
-ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro offerto. Perchè tanta
-ripugnanza? È facile intenderlo.
-</p>
-
-<p>
-Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini
-dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa.
-Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che
-avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno comodo,
-e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia essi vi
-tengono per tutto l’anno.
-</p>
-
-<p>
-Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il comodo
-dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate scorrerie
-in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina all’abitato,
-ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame, il quale
-non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete. Qual pascolo
-quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da tante migliaja di
-denti? A buona ragione può dirsi che il <i>dritto civico</i> ch’essi pagavano
-e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale lo pagavano e lo pagano
-più per l’aria fresca che sono nella necessità di andare ivi a respirare
-nella estiva stagione che per l’erba che vi trovano.
-</p>
-
-<p>
-Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’
-cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per
-tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge
-ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio.
-<span class="pagenum" id="Page_a300">[a300]</span>
-Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno
-1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi delle
-murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere acqua sufficiente
-per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare nella estiva stagione.
-Osservai che la spesa che sarebbe occorsa per la costruzione di
-esse non sarebbe stata priva di un vistoso fruttato, poichè nella Provincia
-di Bari, la quale è povera di acqua e soggetta alla siccità la
-fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione vantaggiosa.
-</p>
-
-<p>
-Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione
-comunale di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla
-costruzione delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne
-della città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta
-una giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il
-progetto obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle
-murge un laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di
-fabbriche che porta il nome di <i>lago di annaja</i>. Si pensò acquistarlo
-per conto del Comune, e la cosa fu molto bene ideata.
-</p>
-
-<p>
-Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che
-meglio di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua
-l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più
-calde premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la
-cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per
-lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per
-me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi.
-</p>
-
-<p>
-Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto
-ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre
-a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822 rimase
-l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta pregevolissima
-proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi perpetua
-per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta. Abbondando inoltre
-il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie premure si
-contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto convalidato
-dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione comunale ritenuto
-il lago suddetto a titolo di affitto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a301">[a301]</span>
-</p>
-
-<p>
-Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida
-dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel Demanio
-delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati cinquanta
-al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827,
-essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne
-fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di
-un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi
-fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente
-mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali mentre
-avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero anche notabilmente
-accresciute le rendite della Cassa comunale.
-</p>
-
-<p>
-Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile
-al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora
-postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti dal
-privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così potenti,
-e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago di
-annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha saputo
-conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro
-dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale,
-non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una
-balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie nella
-contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune del
-lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano dell’erba,
-ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro gli
-antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque piovane,
-onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato.
-</p>
-
-<p>
-Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando,
-o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali
-proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per
-la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un
-tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta
-riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta
-legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia interrato,
-e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al Capitolo,
-<span class="pagenum" id="Page_a302">[a302]</span>
-senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena sposizione
-delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole alla
-popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e del vero
-concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno istorico,
-lo riserbo ad altro lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto
-mi è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce
-con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge.
-Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente
-al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto
-e spazioso erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa
-comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta
-e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse!
-</p>
-
-<p>
-Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile flagello
-del <i>Cholera</i>, che aveva infettata la intera Provincia, fino al dì
-della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità, e gran
-concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di settembre.
-Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’ primi casi
-del <i>Cholera</i> in quella città. Valga ciò a convincere chiunque che con
-molta saviezza gli Scrittori della materia, e specialmente il Muratori
-hanno osservato che nelle circostanze di mali contagiosi (quale io reputo
-il <i>Cholera</i> che che altri ne credano) sono perniciosissime le grandi
-unioni di popolo. Tanto peggio se vi si unisce anche la intemperanza
-che accompagna sempre le feste popolari.
-</p>
-
-<p>
-È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini
-non concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè
-quel terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu
-la conseguenza.
-</p>
-
-<p>
-Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano
-per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia
-anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia
-e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il
-morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la nostra
-città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone attaccate
-<span class="pagenum" id="Page_a303">[a303]</span>
-dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono dieci,
-o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità, malgrado
-la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del morbo
-suddetto.
-</p>
-
-<p>
-Osservai inoltre ch’entrato il <i>Cholera</i> in una casa non si propagava
-ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia, mentre
-in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se sia ciò derivato
-dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni degli abitanti,
-o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe indovinarlo? Il
-Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico Cav. D. Lionardo
-Santoro dice con ragione di esser questo un morbo incomprensibile ed
-indefinibile.
-</p>
-
-<p>
-Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in
-ogni caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più
-cauti nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo
-danno sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836
-e 1837.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a304">[a304]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap15">CAPO XV.
-<span class="smaller"><i>Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione,
-sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui
-disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è detto
-abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni de’ cittadini,
-le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre piuttosto
-allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto moderno con
-maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta va ora prendendo
-un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che aveva cinquant’anni
-indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della Popolazione che
-va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile l’uscirsi fuori dell’antico
-recinto della città. Si sono quindi costrutte non poche nuove case
-e palagi ne’ lati orientale meridionale ed occidentale di essa, e se ne
-stanno tuttodì costruendo. Quali novelli edificj essendo di miglior gusto,
-vengono a renderla anche più bella.
-</p>
-
-<p>
-Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno
-stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente
-dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare
-di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia
-Viesti vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio
-nipote Giovannino di lui figliuolo ed erede.
-</p>
-
-<p>
-La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti
-attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli
-che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i vasi
-fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da me rimasti
-tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati mi ho
-ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie applicazioni.
-</p>
-
-<p>
-Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora
-Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo
-<span class="pagenum" id="Page_a305">[a305]</span>
-virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore alle
-inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed efficace cooperazione
-ha influito e valuta moltissimo nel facilitare gli acquisti fatti
-da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che la nostra famiglia si
-trova fortunatamente a possedere.
-</p>
-
-<p>
-Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo
-Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città, cioè
-al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato quello
-di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di contenere la
-detta nostra numerosa collezione.
-</p>
-
-<p>
-Sarà questo quindi un Museo prettamente <i>Ruvestino</i>, perchè fornito
-di vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare
-il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le
-scienze e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà
-distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi attira
-una nobile curiosità.
-</p>
-
-<p>
-Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe
-Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel
-suo erudito libercolo sulla <i>Magna Grecia</i> alla pag. 52 la riporta a seimila
-anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le statistiche antiche
-che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo l’hanno riportata.
-Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava già la nostra
-città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va sempre più innanzi.
-Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni
-sembra in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che
-lo hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti
-dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata
-l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che coll’una
-e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente
-maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra.
-</p>
-
-<p>
-Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite
-dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più
-estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere dell’anno
-<span class="pagenum" id="Page_a306">[a306]</span>
-1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli
-proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola schiacciata
-per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di compressione.
-</p>
-
-<p>
-Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti
-dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La
-chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo promiscuo
-degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha prodotti
-gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura.
-</p>
-
-<p>
-I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno
-oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a picciole
-partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che vivono colla
-sola giornata che guadagnano non sono molti.
-</p>
-
-<p>
-Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel
-tempo stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a
-migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho veduto
-io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato alla
-giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori Ruvestini,
-son passati a lavorare fino alla sera li terreni che tenevano da me
-a coltivare, o a migliorare.
-</p>
-
-<p>
-In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada
-consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di
-quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di
-quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento
-dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto anche
-l’aumento della popolazione.
-</p>
-
-<p>
-Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla
-miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel
-vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto
-l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con
-politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche
-in Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più
-povera e meschina come lo era una volta.
-</p>
-
-<p>
-La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio
-bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra coll’aratro
-<span class="pagenum" id="Page_a307">[a307]</span>
-nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa appartengono
-col linguaggio del luogo sono chiamati <i>Gualani</i>. Son essi indefessi
-al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza vizj. Travagliano
-dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa permanenza nelle masserie
-suddette, e non vanno alla città a vicenda che ogni quindici giorni
-la sera del Sabato, e vi restano la Domenica soltanto.
-</p>
-
-<p>
-Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori.
-Al tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per
-loro stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine,
-ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi.
-Tra i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di
-diverse razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi
-i primi una maggiore considerazione.
-</p>
-
-<p>
-Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato
-dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò sperare
-che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui
-ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure idearsi,
-non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la civiltà.
-Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose ed eleganti,
-si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i crivelli si è
-raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj capricciosi e molto
-graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa molto smercio anche al
-di fuori, e con queste due arti principali vive molta gente.
-</p>
-
-<p>
-La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata,
-e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle
-donne. L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono
-anche i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono
-molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è improbabile
-che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori detti
-da Virgilio <i>soli cantare periti</i>, poichè le abitudini di tal fatta passano
-volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono dal popolo.
-</p>
-
-<p>
-Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre una
-città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni elevatissimi
-i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di Gravina
-<span class="pagenum" id="Page_a308">[a308]</span>
-innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della Regina Giovanna
-I disse <i>Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes</i>.
-Michele Antonio <i>Baudrand</i> nella sua Geografia così ne parla, e
-ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata, ed abbia ivi conversato
-con persone istruite. <i>Rubi oppidum Apuliæ in Italia Antonino, quod
-Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs Regni Neapolitani in Provincia
-Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo Barensi, <span class="smcap lowercase">PARVA, SED SATIS
-CULTA</span>, sub dominio utili Ducis Andriæ, et ejus Diecœsis non extenditur
-ultra urbis muros, vix sex militaribus distans a Vigilia in meridiem,
-et XVII a Bario in occasum, uti novem a Butunto, Andriam versus
-totidem, et Canusium viginti.</i>
-</p>
-
-<p>
-Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre
-ne’ secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne
-Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò
-di vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne
-molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e dottrina
-che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi limito
-però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico Cotugno
-mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della Letteratura
-Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un secolo se
-ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui, perchè
-le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo suo nome,
-di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio.
-</p>
-
-<p>
-La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino
-tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella
-Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’ cittadini.
-Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se gli fosse
-formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato a futura
-memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di proccurarlo,
-e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola scritta io medesimo,
-venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a309">[a309]</span>
-</p>
-
-<p class="center">
-DOMINICO · COTUNNIO<br />
-NEAPOLITANO · ÆSCULAPIO<br />
-ANATOMICORUM · PRINCIPI<br />
-OMNIGENA · ERUDITIONE · PRÆCLARO<br />
-DICENDI · FACULTATE · NEMINI · SECUNDO<br />
-LATINI · ET · ITALICI · SERMONIS<br />
-SCRIPTORI · ELEGANTISSIMO<br />
-SAPIENTIA · PRUDENTIA · BENEFICENTIA<br />
-MORUM · SANCTITATE · ET · SUAVITATE<br />
-INCOMPARABILI<br />
-EGREGIO · ET · CELEBRI · VIRO<br />
-CIVI · BENE · MERITO<br />
-AD · VIRTUTIS · HONOREM<br />
-AD · PATRIÆ · DECUS<br />
-AD · RUBASTINÆ · IUVENTUTIS · EXEMPLUM<br />
-DECURIONUM · ORDO<br />
-HOC · MONUMENTUM · POSUIT<br />
-NATUS · DIE · XXIX · IANUARII · MDCCXXXVI<br />
-OBIIT · DIE · VI · OCTOBRIS · MDCCCXXII
-</p>
-
-<p>
-Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le
-città che possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non
-a tutti i luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità.
-Dai tre lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo
-è simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo
-gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto di
-vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato meridionale
-ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole.
-</p>
-
-<p>
-Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione
-del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle
-<span class="pagenum" id="Page_a310">[a310]</span>
-e copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette <i>cocevole</i>, o siano
-le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si coltivano colla
-zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa la bambagia. Dopo
-le cocevole vengono i giardini piantati di ogni sorta di frutta, e specialmente
-di ciriegie che sono in Ruvo di varie ed eccellenti qualità.
-Sono state esse per Ruvo sempre un capo d’industria. Quelle volte che
-mi sono ivi trovato al tempo delle ciriegie sono rimasto ammirato nel
-vedere la gran quantità de’ forestieri che venivano specialmente dalle città
-della Puglia a comprarle con molti animali da soma.
-</p>
-
-<p>
-Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni
-di seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente <i>campe</i>.
-I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per più anni
-della rendita principale di essi o non hanno più curato di sostituire le
-novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise in parte le antiche
-piante e destinato il terreno ad altri usi.
-</p>
-
-<p>
-A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza.
-Questi casi non sono nuovi. Coteste <i>campe</i> vi sono state anche in altri
-tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non
-perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro suolo
-pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto sempre
-entrare in Ruvo molto danaro.
-</p>
-
-<p>
-Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta
-di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che sono
-squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche le tenute
-coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti interessantissimi
-di quel territorio. È notabile che al principio di coteste vaste contrade,
-ed alla distanza di meno di un miglio dall’abitato ne’ luoghi denominati
-<i>Valle nuova</i>, volgarmente <i>Vardenò</i> la <i>Pozza</i> e ’l <i>Pantano</i>, si
-trovano copiose sorgive di acqua dolce, le quali in tempo di siccità sono
-di grande ajuto alla Popolazione.
-</p>
-
-<p>
-I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte
-di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente ne’
-palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla fermentazione.
-Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi addetti
-<span class="pagenum" id="Page_a311">[a311]</span>
-alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o alquanto
-più colorati detti <i>cerasuoli</i>. Tra i primi si distingue il vino denominato
-<i>colatamburro</i>, il quale è molto gustoso e ricercato dagli abitanti delle
-convicine città e specialmente dai Coratini. Si fa anche del buon moscado
-poco inferiore a quello di Trani, ove se ne fa molta quantità e
-molto smercio. Si fa pure il così detto vino <i>zagarese</i>, il quale è un
-vino dolce piuttosto di uva nera picciola e minuta che ha molto vigore
-e molta fraganza. È quello stesso vino che si fa anche sulla collina di
-Posillipo, ed è denominato <i>cacamosca</i>, molto in Napoli pregiato.
-</p>
-
-<p>
-Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed
-innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di essi
-vi prendeva molta parte l’<i>uva greca</i> introdotta probabilmente dagli antichi
-coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a quel terreno
-meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò soverchio
-le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e poderosi,
-colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono opportune
-a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare hanno anzi
-guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali.
-</p>
-
-<p>
-Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e
-portano il nome di <i>Distretto</i>. Furono quindi rispettate anche dal decreto
-di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso però
-di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle novelle
-leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti tirandosi
-sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura di
-terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato. Questa
-pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di <i>Ralle, Strappete</i>
-e <i>Matine</i>. Hanno formato esse sempre la parte maggiore dell’antichissimo
-Demanio comunale, e la sede di numerose masserie di semina
-come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto coltivabile,
-tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano di quando in
-quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle e le Strappete,
-giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta di essi.
-</p>
-
-<p>
-Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia
-dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino all’altra
-<span class="pagenum" id="Page_a312">[a312]</span>
-vasta contrada di <i>Calentano</i>, la quale pare che formi parte delle
-Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una lunga
-striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo bosco
-feudale denominato il <i>Parco del Conte</i>, e finisce alla difesa comunale
-di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata nell’anno
-1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo
-bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato <i>Foresta</i>, il quale
-cinge presso che tutto il lato meridionale di essa.
-</p>
-
-<p>
-La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone
-di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente all’Oriente.
-Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un tempo
-il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni memoria.
-Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia ne possiede
-un buon tratto che porta il nome di <i>lama dell’Ospedale</i>, forse
-perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed all’Ospedale
-di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del Castello e del
-territorio del Garagnone. Si noti però che in quella Regione si dà il nome
-di <i>lama</i> a que’ canali per i quali scorre l’acqua piovana insieme raccolta.
-Quindi il nome di <i>lama</i> da quel luogo ritenuto fino ai nostri giorni
-conferma la idea di essere stato un corso antichissimo di acqua.
-</p>
-
-<p>
-Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo
-torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente fatto.
-Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro mentre
-li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della lama
-suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran furia
-e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua, il
-quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle coste di
-essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo trasportando
-seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise, lepri e volpi
-che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine traversando
-prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio di Bitonto,
-era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari. Dal che è facile
-comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia nella contrada
-delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per lo quale passava
-<span class="pagenum" id="Page_a313">[a313]</span>
-un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua quella medesima
-direzione che lo stesso aveva.
-</p>
-
-<p>
-Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì
-si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia
-si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone <i>montosa
-et aspera</i>. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo. Continuo
-è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle vallate
-volgarmente dette <i>canali</i> coverti di verdeggianti seminati. Ed ove
-lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi quelle colline
-popolate da un numero immenso di greggi e di armenti che vanno
-a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo preziosissimo
-ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto.
-</p>
-
-<p>
-Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre
-rende il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo
-dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada
-istessa denominato <i>lama d’api</i> sotto la cura di un massajo bene
-istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di essi tengono
-nelle rispettive masserie.
-</p>
-
-<p>
-La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce
-da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del Garagnone,
-di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi,
-nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose
-e continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai
-terreni coltivati delle valli o siano <i>canali</i> che intercedono tra una collina
-e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe voragini denominate
-<i>grave</i> che vi sono in quella contrada. Coteste voragini sono
-di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e nel guardarle
-incutono terrore.
-</p>
-
-<p>
-Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini
-pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada
-delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge
-che sta in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone
-che traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi
-menzione, pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione.
-<span class="pagenum" id="Page_a314">[a314]</span>
-Non è improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono
-ora non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a
-coltura, e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza
-dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato
-quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una
-porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella straordinaria
-alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui innanzi ho
-parlato.
-</p>
-
-<p>
-Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio
-feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si vedevano,
-e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte
-abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti vogliono
-avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie forze,
-e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che possono
-dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e costituisce
-nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella Popolazione
-nella civiltà.
-</p>
-
-<p>
-Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore
-di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura.
-Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa ai
-giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni seminatorj,
-ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste varietà che rapidamente
-succedono l’una all’altra non possono non essere incantevoli.
-Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo spirito. Sì fatte combinazioni
-operate dalla mano possente della Natura non è facile trovarle replicate
-in altri luoghi. Non fia dunque meraviglia che gli Arcadi conquistatori
-della bella Regione denominata Peucezia dal loro Condottiere,
-incantati dalla vaghezza del sito di cui ho ragionato abbiano ivi
-edificata la nostra città, e decorata la stessa del nome di una delle più
-illustri città del loro Paese natio. Ben lo meritava la pregevole qualità
-e varietà di quel territorio così bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura,
-quanto alla pastorizia a cui erano essi principalmente inclinati.
-</p>
-
-<p>
-Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti
-Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il più eminente
-<span class="pagenum" id="Page_a315">[a315]</span>
-le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo sono i Ruvestini
-attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che menano alle
-loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi il vedersi che
-neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa adiacenti si può passeggiare
-con comodità, anzi senza positivo disagio per la gran quantità
-delle pietre che ingombra le pubbliche strade!
-</p>
-
-<p>
-Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la negligenza
-e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’ terreni
-adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre si permettano
-di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e renderle
-assolutamente impraticabili<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>!
-</p>
-
-<p>
-Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette
-Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i quali
-si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi a rifargli di
-nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e disciolte si rovesciano
-su di esse. Massima poi è la indecenza e la laidezza di un altro
-abuso introdotto da non molti anni in qua, qual è quello di vedersi
-ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da passo in passo il
-letame che si lascia a fermentare per lo concime de’ terreni. Oltre però
-il fetore che tramandano coteste immondezze, e la corruzione dell’aere
-che producono, simili sozzure disgustano la vista e muovono lo stomaco.
-<span class="pagenum" id="Page_a316">[a316]</span>
-Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la quale non merita
-veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi abitanti nella opinione
-e nel concetto de’ Forestieri che passano.
-</p>
-
-<p>
-Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini
-non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere
-forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza delle
-pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che amministrative
-si sono di proposito occupate di un articolo tanto interessante,
-e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati il quale non sia
-stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente punito.
-</p>
-
-<p>
-Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti
-municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal
-Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni articoli
-molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade, perchè
-vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente si
-peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle Autorità
-che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con una indifferenza
-quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi impunemente
-violati, e sono forse esse le prime a violargli?
-</p>
-
-<p>
-La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente
-porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali
-insultano positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi
-senza molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre
-gittate sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute
-dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un
-termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar di nuovo
-ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi al letame che
-si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade, ovunque questo
-si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio della Cassa comunale,
-oltre la esazione della multa stabilita dalla legge per tale contravvenzione.
-</p>
-
-<p>
-Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi.
-Ve ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione
-come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto. La
-<span class="pagenum" id="Page_a317">[a317]</span>
-disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite patrimoniali
-vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da una genia
-d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini <i>Patriæ studium
-in ore, privatum in animo magis habent</i>, come bene a proposito
-diceva Livio<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio
-operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche
-prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si
-cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando del
-Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di quelle
-che la feudalità si permetteva? È forse odioso il <i>Dispotismo Baronale</i>,
-e piacevole e soave il <i>Dispotismo Comunale</i> esercitato da una fazione
-dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole che lo stesso
-sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio Tacito, <i>magis
-alii homines, quam alii mores</i><a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare
-un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto
-paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si
-degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità. Cosa
-giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere sotto
-un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi
-all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde
-giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il flagello
-di essa.
-</p>
-
-<p>
-Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che
-il servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta
-usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai però
-ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi intriganti e
-prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione che non si sveglia
-a tempo, e fa prendere a questa gente una mano troppo lunga! Quai
-limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica ed insolente albagia?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a318">[a318]</span>
-</p>
-
-<p>
-Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti nell’Amministrazione
-comunale di Ruvo, sul non poco male che si è fatto e
-sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto per lo spirito
-di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti osservazioni
-specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio delle murge, lo
-interramento del lago di annaja, e la distruzione del Bosco comunale.
-La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti tre articoli e le discussioni
-di Giurisprudenza, di Regolamenti amministrativi e di Economia
-Politica che vi han rapporto non potevano aver luogo in un breve
-cenno istorico.
-</p>
-
-<p>
-L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto
-alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti
-in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar
-la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo questa
-indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono preservati
-dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal santo
-amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a profitto
-le cose che saranno da me osservate e proposte.
-</p>
-
-<p>
-A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono,
-che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e
-che sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire,
-di dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come
-più anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate
-do un sano e salutare consiglio.
-</p>
-
-<p>
-Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a
-quelle laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo
-stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non
-distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle cose passate,
-onde non far ricadere la nostra città sotto quelle stesse gravezze
-che produssero altra volta la miseria generale della popolazione, poichè
-come bene diceva Cicerone, <i>Nescire autem quod antea quam natus sis
-acciderit, id est semper esse puerum</i><a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a319">[a319]</span>
-</p>
-
-<h2 id="avvert">AVVERTIMENTO.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine <i>Achea-Arcadica</i>
-della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a prevenire
-qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe forse
-fare in contrario. Ho detto nel capo III che <i>Oenotro</i> e <i>Peucezio</i> figliuoli
-di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di Troja approdarono nelle
-nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi ed altre Genti del Peloponneso,
-e fondarono due Dominazioni, delle quali una prese il nome
-di <i>Oenotria</i> e l’altra di <i>Peucezia</i>, ove la nostra città è sita.
-</p>
-
-<p>
-Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso
-cotesto racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati
-nel detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata
-dal nostro illustre Canonico Mazocchi<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> è stata, per tralasciarne
-altri, più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più
-luoghi della sua pregevole <i>Storia degli antichi Popoli Italiani</i>. Rispetto
-moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti.
-</p>
-
-<p>
-Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni
-positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati Scrittori
-i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto. Da ciò
-che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione dell’Italia
-si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della venuta de’ predetti
-figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si son credute da essi
-costituite. Si sa però che gli argomenti negativi non hanno sempre per
-loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere anche ch’è sempre malagevole
-il tacciare di soverchia credulità Uomini dottissimi dell’Antichità
-i quali vissero diciotto secoli e più prima di noi, e quindi potevano
-saperne assai più di quello che noi ne sappiamo, ed essere meglio al
-caso di discernere i veri fatti istorici dalle favolose narrazioni. Nella
-materia di cui si tratta l’autorità di coloro che hanno scritto in un epoca
-più vicina ai fatti che allegano prevale a quella de’ Scrittori più recenti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a320">[a320]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi
-Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci
-e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi
-facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi essi allucinati,
-ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente favolosi,
-i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’ Scrittori ch’essi
-avevano alle mani, ma a noi mancano.
-</p>
-
-<p>
-Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi
-limito ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e
-Peucezio nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato
-ciò che da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città.
-Osservo in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano
-innanzi cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente
-della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero
-a stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti
-di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e
-ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza, sia
-perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di vivere
-semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i terreni
-vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non convenire
-in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti di
-Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti?
-</p>
-
-<p>
-Or la nostra città trovandosi fondata in una Regione bagnata dal
-mare Adriatico ed a poche miglia di distanza dal litorale di esso, è
-conseguenza che si trova in quel tratto di Paese che gli anzidetti moderni
-Scrittori non dissentono che sia stato occupato dalle Greche Colonie.
-Che che dunque voglia dirsi del loro avviso relativo alla venuta
-di Oenotro e Peucezio, la origine Grechesca della nostra città combacia
-anche bene colle già dette loro posizioni.
-</p>
-
-<p>
-Da queste vedute generali discendendo al particolare, gli antichi
-numerosissimi monumenti ivi disotterrati all’epoca nostra non lasciano
-su di ciò il minimo dubbio. Mi piace quì ripetere le dotte e sensatissime
-osservazioni dello stesso Mazocchi riportate nella mia prefazione
-alla pag. 6. <i>Scriptorum quorumlibet testimoniis longe exploratiora sunt
-<span class="pagenum" id="Page_a321">[a321]</span>
-nummorum, lapidum, ænearum tabularum monumenta, quæ si Græca
-fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu dubitabit? Quod si
-pleraque Etruscis, Oscis, aut omnino peregrinis elementis exarata deprehenduntur,
-tunc antiquos Auctores omnes, vel si milleni fuerint, qui
-Græcam originem crepantibus buccis jactaverint, contemnerem</i><a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Con ragione, poichè dagli antichi monumenti sorge la pruova di
-una verità di fatto positiva, la quale non può essere distrutta da qualunque
-testimonianza di Scrittori. Siccome nel criterio legale li monumenti
-pubblici antichi prevalgono sempre ai detti de’ testimonj, così vale
-la stessa regola anche nel criterio istorico<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>. Or negli antichi monumenti
-e nelle antiche monete Ruvestine tutto essendo prettamente Greco
-e niente affatto fuori che il Greco, non vi può essere quistione sulla
-origine Grechesca della nostra città.
-</p>
-
-<p>
-Se cotesti elementi però costituiscono la pruova incontrastabile della
-sua origine, non è meno vero che ugual valore, ed uguale influenza
-debbono avere nell’indagarsi anche quali degli antichi Popoli della Grecia
-han potuto fondarla. In questa parte interessantissima le sue antiche
-monete sono quelle che ci porgono il filo di Arianna per poterne attribuire
-la fondazione alle Greche Popolazioni del Peloponneso. Le più antiche
-di esse portano la leggenda Ρὑψ (Rhyps), quali son quelle riportate
-ai numeri 1 2 3 e 4 della prima tavola, e 6 e 7 della seconda. Nelle
-più recenti il π vedesi cangiato in β come ho osservato alla pag. 95
-in fine e 96. Portano quindi la leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, o ΡΥΒΑ
-abbreviato, da cui si è tratto il nome latino <i>Rubi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma l’antico nome Ρὑψ imposto alla nostra Città dai primi suoi
-fondatori non potendo ripetersi da altro principio che dall’essersi voluto
-quì riprodurre l’antica ed illustre città dell’Acaja denominata <i>Rhypæ</i>,
-come l’ho concludentemente dimostrato nel capo V pag. 90 a 97,
-ne risulta da ciò per necessaria conseguenza la sua origine Achea. Giova
-<span class="pagenum" id="Page_a322">[a322]</span>
-quì anche osservare che Porcio Catone nel suo libro <i>De originibus Italicarum
-urbium</i>, Lucio Sempronio ed altri Scrittori che la ingiuria del
-tempo ci ha tolti, convennero in uno sbarco di Greci nelle nostre Regioni
-partiti dall’Acaja prima della Guerra di Troja, come ce lo fa
-conoscere Dionigi di Alicarnasso nel luogo di sopra riportato alla pagina
-38<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>; il che combacia perfettamente colla premessa osservazione
-che viene suggerita dalle predette antiche monete Ruvestine.
-</p>
-
-<p>
-Vero è che colla solita Greca presuntuosità ei riprende li già detti
-Romani Scrittori per non essersi incaricati di far conoscere da quali città
-Greche siano essi partiti, sotto quale Condottiere, e per qual cagione
-abbiano lasciata la loro patria, e per non avere tampoco addotta alcuna
-testimonianza di qualche Greco Scrittore. Il loro silenzio però su di
-tali circostanze non basta a distruggere il fatto principale da essi contestato,
-cioè la venuta degli Achei nella Italia prima della guerra di
-Troja, cosa che uomini così dotti non avrebbero potuto certamente smaltirla
-senza verun fondamento.
-</p>
-
-<p>
-Il che tanto più è da dirsi quanto che la severa censura del Greco
-Scrittore è andata a finire coll’avere anch’egli convenuto che i Greci,
-quì sbarcati prima della guerra di Troja furono <i>Arcadi</i>. Ritenuto quindi
-il fatto principale come un fatto istorico, tutto il dippiù poco rileva.
-Quali delle Popolazioni Greche siano allora quì venute non è difficile
-indagarlo dagli antichi monumenti che contestino le loro costumanze ed
-i loro Riti ritenuti ne’ luoghi da esse occupati. Or tanto nelle monete
-che ne’ vasi fittili Ruvestini trovandosi sicure testimonianze che serbava
-la nostra città le costumanze ed i Riti Arcadici per le circostanze da me
-rilevate dalla pagina 74 alla pagina 76, vi è tutta la ragione di dirsi
-che nella fondazione di essa vi ebbero parte anche gli Arcadi e che questi
-<span class="pagenum" id="Page_a323">[a323]</span>
-furono nel numero de’ Greci che Porcio Catone, Lucio Sempronio ed
-altri contestarono di essere partiti dall’Acaja prima della guerra di Troja.
-</p>
-
-<p>
-È risaputo quanto in simili indagini influisce la considerazione del
-culto delle Divinità, de’ Genj e degli Eroi che un’antica città serbava.
-Queste conghietture suggerite anche dagli antichi Scrittori sono state ritenute
-dagli Archeologi odierni per indagare la origine delle città antiche,
-com’è noto a chiunque abbia conoscenza della materia. Si aggiunga
-a ciò che Strabone nel luogo innanzi riportato alla pagina 42 fu di
-avviso che in generale i Greci che occuparono la Peucezia erano venuti
-dall’Arcadia. Non può credersi che uno Scrittore così grave lo abbia
-ciò detto a caso. Bisogna convenire che la sua opinione fu fondata o
-sull’autorità di altri Scrittori che la ingiuria del tempo ci ha tolti, o
-sulle antiche tradizioni ritenute dagli abitanti di quella Regione, essendo
-cosa regolare e naturale che i Popoli trapiantati dal loro Paese
-natio in altre lontane Regioni serbino le memorie della loro origine.
-Dopo tanti secoli e tante vicende sofferte dalla povera Italia si son queste
-oggi smarrite. Al tempo di Strabone però potevano gli abitanti della
-Peucezia ritenerle ancora, ed è da presumersi che le abbiano ritenute,
-ed egli che fu uno Scrittore accuratissimo e minutissimo le abbia raccolte.
-</p>
-
-<p>
-Lo sbarco quindi di Oenotro, e Peucezio nelle nostre Regioni o che
-sia un fatto istorico o che voglia credersi una favola, nulla ciò rileva a
-discapito delle cose da me dette sulla origine della nostra città. Se i Greci
-del Peloponneso che la fondarono non furono guidati da Oenotro e da Peucezio,
-si potrebbe forse dir perciò che non abbiano potuto ivi capitare
-sotto altri Condottieri? Non potendosi porre in dubbio le antiche emigrazioni
-de’ Greci nelle nostre Regioni e la occupazione fatta dalle Greche
-Colonie de’ luoghi adiacenti al mare, nulla importa per l’oggetto di cui si
-tratta il conoscersi anche i nomi de’ loro Capi. Le circostanze particolari da
-me rilevate per indagare i popoli della Grecia ch’ebbero parte alla fondazione
-della nostra città, risultando dalle sue monete e da altri antichi monumenti
-indipendentemente dalle testimonianze de’ Scrittori Greci e Latini
-delle quali mi son giovato, sono questi gli elementi più solidi e più sicuri
-in simili indagini, anche nel senso di que’ moderni Scrittori che hanno
-riputata favolosa la venuta de’ figliuoli di Licaone nelle nostre Regioni.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a325">[a325]</span>
-</p>
-
-<h3>
-INDICE DE’ CAPITOLI.
-</h3>
-</div>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO I.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo</i></td> <td class="pag"><span class="smcap lowercase">PAG.</span> 9</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO II.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Delle antiche monete della città di Ruvo</i></td> <td class="pag">32</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO III.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella Italia prima della Guerra di Troja</i></td> <td class="pag">35</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO IV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua origine Arcadica</i></td> <td class="pag">56</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO V.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori</i></td> <td class="pag">90</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_a326">[a326]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO VI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata</i></td> <td class="pag">99</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO VII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni</i></td> <td class="pag">107</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO VIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina</i></td> <td class="pag">122</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO IX.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese</i></td> <td class="pag">164</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO X.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante</i></td> <td class="pag">170</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti</i></td> <td class="pag">195</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_a327">[a327]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla prepotenza Baronale</i></td> <td class="pag">209</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno 1805</i></td> <td class="pag">239</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XIV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo XVIII in poi</i></td> <td class="pag">261</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale</i></td> <td class="pag">304</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">AVVERTIMENTO</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore</i></td> <td class="pag">319</td>
- </tr>
-</table>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a329">[a329]</span>
-</p>
-
-<h2 id="indgen">INDICE GENERALE.</h2>
-</div>
-
-<div class="generale">
-<h3>A</h3>
-
-<p>
-Acheloo fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Acalandro
-detto oggi Salandrella pag. <a href="#Page_a93">93</a>.
-</p>
-
-<p>
-Achille combatte ed uccide Pentesilea Regina delle Amazoni pag. <a href="#Page_a67">67</a> e <a href="#Page_a68">68</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Aletium</i> antica città de’ Salentini — Vi è quistione se sia l’attuale città di
-Lecce pag. <a href="#Page_a10">10</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alfonso I di Aragona riordinò la Dogana delle pecore di Puglia e la fornì
-di erbaggi vernini pag. <a href="#Page_a195">195</a>.
-</p>
-
-<p>
-Alfonso II di Aragona — Succedè nel Regno nell’anno 1794 Ferdinando
-I suo Genitore — Era generalmente odiato dai suoi sudditi — Nell’avvicinarsi
-l’armata di Carlo VIII Re di Francia le Provincie del Regno
-si sollevarono, ei perdè il suo coraggio, andò a ricoverarsi nella
-Sicilia, ove si ritirò in un Convento di Frati in Messina pag. <a href="#Page_a170">170</a>.
-</p>
-
-<p>
-Altamura antica città della Terra di Bari creduta da taluni la stessa che <i>Sub
-Lupatia</i> pag. <a href="#Page_a47">47</a> — Il suo territorio confina con quello di Ruvo pag. <a href="#Page_a130">130</a>.
-</p>
-
-<p>
-Amministrazione comunale — Suo vero carattere e difetti che la fanno degenerare
-pag. <a href="#Page_a317">317</a>.
-</p>
-
-<p>
-Anchise e Venere sul monte Ida pag. <a href="#Page_a68">68</a> a <a href="#Page_a73">73</a>.
-</p>
-
-<p>
-Andrea figliuolo di Carlo Re d’Ungheria, marito della Regina Giovanna I
-strangolato in Aversa e gittato ignominiosamente da una finestra pag.
-<a href="#Page_a146">146</a> — Procedimento contro i rei di cotesto misfatto pag. <a href="#Page_a146">146</a> e <a href="#Page_a147">147</a>.
-</p>
-
-<p>
-Andria città della Terra di Bari erroneamente creduta la stessa che la città
-denominata <i>Netium</i> non mai esistita pag. <a href="#Page_a18">18</a> — Fu edificata da Pietro
-Normanno Conte di Trani, non già da Diomede pag. <a href="#Page_a23">23</a> e <a href="#Page_a24">24</a> — Etimologia
-del suo nome pag. <a href="#Page_a26">26</a> — Deve credersi surta nell’antico agro
-Ruvestino pag. <a href="#Page_a168">168</a> — Saccheggiata dai Tedeschi e Lombardi al tempo
-della Regina Giovanna I pag. <a href="#Page_a272">272</a> a <a href="#Page_a274">274</a> in nota — Terribile assedio in
-essa sostenuto da Francesco del Balzo al tempo di Ferdinando I di Aragona
-<span class="pagenum" id="Page_a330">[a330]</span>
-pag. <a href="#Page_a26">26</a> — Presa, saccheggiata ed incendiata dai Francesi nell’anno
-1799 pag. <a href="#Page_a271">271</a> a <a href="#Page_a277">277</a>.
-</p>
-
-<p>
-Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute nell’Italia prima della Guerra
-di Troja con Oenotro e Peucezio pag. <a href="#Page_a38">38</a>, <a href="#Page_a39">39</a>, <a href="#Page_a319">319</a> e seguenti — Altri Arcadi
-venuti dappoi con Evandro pag. <a href="#Page_a40">40</a> — Furono bene accolti perchè
-vi portarono la coltura, la musica, le belle arti e buone leggi pag. <a href="#Page_a74">74</a>.
-</p>
-
-<p>
-Archita valente nel comando degli eserciti e nella scienza del Governo pag. <a href="#Page_a36">36</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Argos Hippium, Argyripa, Arpi</i>, antica città della Daunia fondata da Diomede
-pag. <a href="#Page_a12">12</a>, <a href="#Page_a55">55</a> e <a href="#Page_a92">92</a>.
-</p>
-
-<p>
-Armigeri Baronali, strumenti efficaci delle prepotenze della Casa d’Andria
-pag. <a href="#Page_a230">230</a>.
-</p>
-
-<p>
-Augustali — Loro Istituzione — Vi era in Ruvo un Collegio di Augustali
-pag. <a href="#Page_a109">109</a> e <a href="#Page_a110">110</a>.
-</p>
-
-<h3>B</h3>
-
-<p>
-Bagliva di Ruvo — Riserbata al Re nelle concessioni in feudo dell’epoca
-Angioina pag. <a href="#Page_a134">134</a> e <a href="#Page_a135">135</a> — Nelle posteriori concessioni dall’epoca Aragonese
-in poi vi andò inclusa pag. <a href="#Page_a164">164</a> e seguenti, e pag. <a href="#Page_a185">185</a> — Gravezze
-ed abusi introdotti dalla Casa d’Andria nell’esercizio de’ diritti bajulari
-pag. <a href="#Page_a222">222</a> a <a href="#Page_a224">224</a> — La città di Ruvo fu obbligata a prenderla in
-affitto dal Barone per forti somme, onde liberare i cittadini dalle vessazioni
-de’ Baglivi pag. <a href="#Page_a225">225</a>.
-</p>
-
-<p>
-Bari <i>Barium</i>, e nell’Itinerario Gerosolimitano <i>Beroes</i> antica città marittima
-della Peucezia pag. <a href="#Page_a19">19</a>, <a href="#Page_a20">20</a>, <a href="#Page_a21">21</a>, <a href="#Page_a42">42</a> e <a href="#Page_a43">43</a> — Tentarono in vano di saccheggiarla
-nell’anno 1799 gli abitanti de’ suoi casali pag. <a href="#Page_a270">270</a> — Occupata
-dai Francesi nell’anno 1799 pag. <a href="#Page_a273">273</a> in nota.
-</p>
-
-<p>
-Barletta <i>Barulum</i>, e nella Tavola Peutingeriana <i>Balulum</i> o <i>Bardulos</i> — Antica
-città della Terra di Bari posteriore a Strabone, a Plinio ed a Tolomeo;
-ma anteriore ai Normanni — Fu restaurata o fortificata da Pietro
-Normanno Conte di Trani pag. <a href="#Page_a23">23</a>, <a href="#Page_a24">24</a> e <a href="#Page_a25">25</a> — Consalvo di Cordova
-assediato in Barletta dai Francesi nell’anno 1502 e 1503 pag. <a href="#Page_a176">176</a> — Nell’anno
-1799 posero ivi i Francesi il loro quartiere generale pag. <a href="#Page_a271">271</a>.
-</p>
-
-<p>
-Bisceglia <i>Buxilia</i> o <i>Vigiliæ</i> — Città marittima della Terra di Bari meno
-antica di Barletta Trani e Giovinazzo, ma anteriore ai Normanni — Restaurata
-dal detto Conte di Trani Pietro pag. <a href="#Page_a25">25</a> e <a href="#Page_a26">26</a> — Posseduta al
-<span class="pagenum" id="Page_a331">[a331]</span>
-tempo del Re Ladislao da Federico Vrunforti col titolo di Conte pag. <a href="#Page_a157">157</a>.
-</p>
-
-<p>
-Bitonto, <i>Butuntus, Butuntinenses, Butuntinus ager, Botontones</i> — Antica
-città della Peucezia pag. <a href="#Page_a15">15</a>, <a href="#Page_a20">20</a>, <a href="#Page_a21">21</a>, <a href="#Page_a27">27</a> ed <a href="#Page_a83">83</a> — Sua antica confinazione
-col territorio di Ruvo pag. <a href="#Page_a85">85</a> ed <a href="#Page_a86">86</a> — Suo Vescovado unito a quello
-di Ruvo pag. <a href="#Page_a122">122</a>.
-</p>
-
-<p>
-Bosco antichissimo di Ruvo — Conceduto in feudo nell’anno 1269 pag. <a href="#Page_a123">123</a>
-e <a href="#Page_a212">212</a> — Nell’anno 1473 Ferdinando I di Aragona acquistò per uso del
-Regio Tavoliere di Puglia l’erba vernina di esso dalla Vigilia del S. Natale
-fino al dì 8 maggio pag. <a href="#Page_a214">214</a> — Nell’anno 1552 la Regia Corte acquistò
-per lo intero l’erba vernina e la ghianda del detto bosco e fu
-tolto ai Ruvestini il dritto di immettervi a pascere i bovi aratorj — Grave
-discapito che vennero da ciò a soffrirne pag. <a href="#Page_a202">202</a> e <a href="#Page_a203">203</a> — La prepotenza
-della Casa d’Andria rese il bosco suddetto inaccessibile ai Locati
-del Regio Tavoliere pag. <a href="#Page_a217">217</a> e <a href="#Page_a218">218</a>. Taglio spietato dato dalla Casa
-d’Andria agli alberi di esso ed immenso profitto trattone pag. <a href="#Page_a219">219</a> — Giudizio
-criminale istituito per tal causa dalla Università di Ruvo nell’anno
-1797 pag. <a href="#Page_a246">246</a> — Misure prese colla transazione del dì 2 maggio
-1805 per farne seguire il rimboscamento pag. <a href="#Page_a258">258</a> e <a href="#Page_a259">259</a> — Per lo
-di più relativo al detto bosco vedi <i>Usi civici</i>.
-</p>
-
-<p>
-Brindisi antica città de’ Salentini pag. <a href="#Page_a9">9</a> — Assediata e presa da Ruggiero
-Duca di Puglia e di Calabria pag. <a href="#Page_a113">113</a>.
-</p>
-
-<p>
-Bruchi — Il territorio di Ruvo invaso da queste locuste nell’anno 1808 — Danni
-da esse recati alle Puglie — Mezzi adoperati per liberarsene — Come
-nell’anno 1813 cessò tale flagello pag. <a href="#Page_a286">286</a> a <a href="#Page_a288">288</a>.
-</p>
-
-<h3>C</h3>
-
-<p>
-Calabria antica, e sua situazione pag. <a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a41">41</a>.
-</p>
-
-<p>
-Camera riservata o sia esenzione dall’alloggio militare ordinario accordato
-dalla Casa d’Andria nell’anno 1600 alla città di Ruvo mediante il pagamento
-di ducati ottomila pagina <a href="#Page_a192">192</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Campi di Diomede pag. <a href="#Page_a54">54</a>.
-</p>
-
-<p>
-Canne villaggio reso celebre dalla sconfitta che Annibale diè ai Romani in
-quel luogo detta pag. <a href="#Page_a54">54</a>.
-</p>
-
-<p>
-Canosa antica città della Daunia messa sulla strada da Roma a Brindisi pag.
-<a href="#Page_a10">10</a>, <a href="#Page_a20">20</a>, <a href="#Page_a21">21</a>, <a href="#Page_a167">167</a> e <a href="#Page_a168">168</a> — Edificata da Diomede pag. <a href="#Page_a51">51</a> a <a href="#Page_a53">53</a> — Suo antico
-<span class="pagenum" id="Page_a332">[a332]</span>
-territorio pag. <a href="#Page_a168">168</a> — Rovinata dai Tedeschi e Lombardi al tempo
-della Regina Giovanna I pag. <a href="#Page_a272">272</a> nella nota.
-</p>
-
-<p>
-Cantalicio Gio: Battista giustamente censurato pag. <a href="#Page_a184">184</a>.
-</p>
-
-<p>
-Capitolazioni dell’anno 1308 per i dazj civici della città di Ruvo pag. <a href="#Page_a140">140</a>
-a <a href="#Page_a143">143</a> — Nuove capitolazioni dell’anno 1314 pag. <a href="#Page_a145">145</a>.
-</p>
-
-<p>
-Carcere Baronale oscuro ed orribile dell’antica Torre di Ruvo pag. <a href="#Page_a230">230</a> — Abolito
-colla transazione dell’anno 1751 pag. <a href="#Page_a242">242</a> — Stanza del carcere
-comunale usurpata dalla Casa d’Andria e restituita colla transazione dell’anno
-1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a>.
-</p>
-
-<p>
-Carlo I di Angiò morto nell’anno 1285 pag. <a href="#Page_a135">135</a>.
-</p>
-
-<p>
-Carlo II che gli succedè nel Regno cessò di vivere nell’anno 1309 pag. <a href="#Page_a144">144</a>.
-</p>
-
-<p>
-Carlo VIII Re di Francia entrato nel Regno festeggiato ed applaudito non
-seppe profittarne — Lega formata contro di lui e suo ritorno in Francia
-pag. <a href="#Page_a171">171</a> — Sua morte pag. <a href="#Page_a172">172</a>.
-</p>
-
-<p>
-Caronda sommo Legislatore pag. <a href="#Page_a36">36</a>.
-</p>
-
-<p>
-Carpino specie di pietra che si trova nel territorio di Ruvo — Usi ai quali
-può esser utile pag. <a href="#Page_a105">105</a> e <a href="#Page_a106">106</a>.
-</p>
-
-<p>
-Casa comunale di Ruvo ricostrutta dalle fondamenta, ed iscrizione messa
-sulla facciata di essa pag. <a href="#Page_a190">190</a> — Progetto per la formazione di una novella
-Casa comunale più ampia, ed alienazione di detta Casa antica pag. <a href="#Page_a191">191</a>.
-</p>
-
-<p>
-Casali della città di Ruvo ora distrutti, ed osservazioni circa il numero
-e ’l sito di essi pag. <a href="#Page_a123">123</a> a <a href="#Page_a134">134</a>.
-</p>
-
-<p>
-Castello di S. Maria del Monte pag. <a href="#Page_a47">47</a>.
-</p>
-
-<p>
-Castello e Torre antica di Ruvo — Descrizione dell’uno, e dell’altra pag.
-<a href="#Page_a159">159</a> a <a href="#Page_a163">163</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ceglia <i>Celia</i> antica città della Peucezia messa sulla strada da Roma a Brindisi
-pag. <a href="#Page_a10">10</a>, <a href="#Page_a17">17</a> e <a href="#Page_a55">55</a> — Saccheggiata, ed incendiata dai Francesi nell’anno
-1799 pag. <a href="#Page_a175">175</a> in nota.
-</p>
-
-<p>
-Censuazioni de’ beni fondi delle confraternite, ed altri pii luoghi laicali di
-Ruvo eseguite prima dell’anno 1799 colla massima utilità pubblica colla
-cooperazione dell’egregio cittadino D. Antonio Sancio pag. <a href="#Page_a261">261</a> e <a href="#Page_a262">262</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chiesa Cattedrale di Ruvo, e suo campanile pag. <a href="#Page_a154">154</a> e <a href="#Page_a155">155</a>. Il campanile
-suddetto fortificato da Roberto Sanseverino al tempo della Regina
-Giovanna I, e ripigliato dagli Ungari detta pag. <a href="#Page_a155">155</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chiesa antichissima di S. Maria di Calentano nel territorio di Ruvo pag.
-<a href="#Page_a127">127</a> e <a href="#Page_a128">128</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a333">[a333]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ciriegie squisite dell’agro Ruvestino pag. <a href="#Page_a310">310</a>.
-</p>
-
-<p>
-Città Greche dell’Italia molto ben governate — I Romani dopo la espulsione
-de’ Re richiesero alle stesse buone leggi pag. <a href="#Page_a36">36</a>, e <a href="#Page_a37">37</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chiusura, ed affrancazione de’ terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino
-pag. <a href="#Page_a294">294</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Colatamburro specie di vino pregiatissimo che si fa in Ruvo pag. <a href="#Page_a311">311</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Cholera</i> — Nell’anno 1836, e 1837 fece pochissimo danno alla Popolazione
-di Ruvo pag. <a href="#Page_a302">302</a> e <a href="#Page_a303">303</a>.
-</p>
-
-<p>
-Combattimento seguito nell’anno 1503 tra i tredici Cavalieri Francesi usciti
-da Ruvo, ed i tredici Cavalieri Italiani usciti da Barletta in un campo
-designato tra Corato ed Andria — Monumento ivi messo per futura memoria,
-ed indi abbattuto dai Francesi pag. <a href="#Page_a175">175</a> e <a href="#Page_a176">176</a>.
-</p>
-
-<p>
-Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano — Spedito la prima volta da
-Ferdinando il Cattolico in soccorso di Ferdinando II di Aragona pag.
-<a href="#Page_a171">171</a> — Spedito la seconda volta a richiesta del Re Federico di Aragona
-gli usò un tratto di perfidia pag. <a href="#Page_a173">173</a> — Ristretto ed assediato nella città
-di Barletta, non seppero i Francesi profittare della loro superiorità pag.
-<a href="#Page_a174">174</a> — Suo procedere iniquo e vile verso la città, e gli abitanti di Ruvo
-pag. <a href="#Page_a182">182</a> e <a href="#Page_a183">183</a> — Sua caduta ed umiliazione, e suo sepolcro ultimamente
-violato e profanato pag. <a href="#Page_a183">183</a> e <a href="#Page_a184">184</a> nella nota.
-</p>
-
-<p>
-Contea di Conversano — Al tempo de’ Normanni la città di Ruvo formava
-parte di essa pag. <a href="#Page_a84">84</a> e <a href="#Page_a114">114</a>.
-</p>
-
-<p>
-Conventi di Ruvo e soppressione di due di essi — Quello de’ Domenicani
-una colla Chiesa fu dal Governo donato alla città pag. <a href="#Page_a284">284</a> — Questa
-l’ha ceduto ai PP. delle Scuole pie ivi stabiliti pag. <a href="#Page_a289">289</a>.
-</p>
-
-<p>
-Corato nella Terra di Bari edificata da Pietro Normanno Conte di Trani
-pag. <a href="#Page_a23">23</a> e <a href="#Page_a24">24</a> — È surta nell’antico agro Ruvestino pag. <a href="#Page_a167">167</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Cortesia nome specioso di una estorsione feudale abolita colla transazione
-dell’anno 1701 pag. <a href="#Page_a222">222</a> e <a href="#Page_a241">241</a>.
-</p>
-
-<p>
-Crati fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Crati pag.
-<a href="#Page_a92">92</a> e <a href="#Page_a93">93</a>.
-</p>
-
-<h3>D</h3>
-
-<p>
-Danza funebre dipinta in uno degli antichi sepolcri Ruvestini pag. <a href="#Page_a65">65</a> a <a href="#Page_a67">67</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dauno valoroso Principe Illirico venuto nella Puglia, ove si costituì una
-dominazione che dal suo nome fu chiamata Daunia pag. <a href="#Page_a51">51</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a334">[a334]</span>
-</p>
-
-<p>
-Demanio comunale di Ruvo, e denominazioni delle contrade che lo compongono
-pag. <a href="#Page_a222">222</a>.
-</p>
-
-<p>
-Difesa comunale di Ruvo eretta nell’anno 1510 pag. <a href="#Page_a197">197</a> e <a href="#Page_a198">198</a> — Ampliata
-fino a quaranta carri nell’anno 1552, e venduta dalla università nell’anno
-1632 per pagare i debiti contratti pag. <a href="#Page_a202">202</a> e <a href="#Page_a203">203</a> — Quattordici carri
-di essa rivendicati dalle mani della Casa d’Andria nell’anno 1810 pag.
-<a href="#Page_a260">260</a> e <a href="#Page_a261">261</a>.
-</p>
-
-<p>
-Diomede valoroso Guerriero Greco che si costituì nella Daunia una Dominazione
-pag. <a href="#Page_a51">51</a> e <a href="#Page_a52">52</a> — Suoi compagni cangiati in uccelli pag. <a href="#Page_a52">52</a>.
-</p>
-
-<p>
-Domenico Cotugno illustre e celebre cittadino di Ruvo pag. <a href="#Page_a308">308</a> e <a href="#Page_a309">309</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dritto Plateatico usurpato dalla Casa d’Andria alla università di Ruvo pag.
-<a href="#Page_a225">225</a> e <a href="#Page_a226">226</a> — Abolito con decreto dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe
-Zurlo dell’anno 1798 pag. <a href="#Page_a249">249</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dritto proibitivo de’ molini costituito dalla Università di Ruvo per sua utilità
-nell’anno 1615 ed usurpato dalla Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a227">227</a> e <a href="#Page_a228">228</a> — Restituito
-colla transazione dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a> e <a href="#Page_a253">253</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dritto proibitivo delle Taverne e delle Neviere abusivamente introdotto
-dalla Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a227">227</a> — Rimasto abolito colla transazione dell’anno
-1751 pag. <a href="#Page_a241">241</a>.
-</p>
-
-<p>
-Duca di <i>Monpensier</i> Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. <a href="#Page_a171">171</a>.
-</p>
-
-<p>
-Duca di <i>Némours</i> Vicerè e Generale Supremo di Luigi XII Re di Francia in
-questo Regno pag. <a href="#Page_a174">174</a> — Era egli a Castellaneta e non a Canosa quando
-Consalvo di Cordova aggredì la città di Ruvo pag. <a href="#Page_a177">177</a> e <a href="#Page_a178">178</a> e seguenti.
-</p>
-
-<h3>E</h3>
-
-<p>
-<i>Egnatia</i> — Antica città marittima della Peucezia sita sulla strada da Roma
-a Brindisi pag. <a href="#Page_a10">10</a> <a href="#Page_a42">42</a> e <a href="#Page_a43">43</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Ehetium</i> — Città ignota alla Geografia antica segnata nella Tavola Peutingeriana — Conghiettura
-su di essa del Sig. Millingen pag. <a href="#Page_a12">12</a> e <a href="#Page_a13">13</a>.
-</p>
-
-<p>
-Eraclea antica città della Grecia riprodotta nella Italia pag. <a href="#Page_a92">92</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ercole venerato dagli Arcadi, e quindi anche dagli antichi Ruvestini pag.
-<a href="#Page_a75">75</a> e <a href="#Page_a76">76</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Erdonia</i> o <i>Herdonia</i> antica città della Daunia messa sulla strada da Roma
-a Brindisi pag. <a href="#Page_a10">10</a> <a href="#Page_a20">20</a> <a href="#Page_a21">21</a> e <a href="#Page_a268">268</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ettore Carafa il vecchio Duca d’Andria tenne la città di Ruvo sotto un
-<span class="pagenum" id="Page_a335">[a335]</span>
-giogo di ferro pag. <a href="#Page_a239">239</a> — Le tolse con violenza anche le carte del suo
-Archivio pag. <a href="#Page_a243">243</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ettore Carafa il giovane Conte di Ruvo a torto imputato di aver fatto nell’anno
-1799 incendiare dai Francesi la città di Andria sua patria pag.
-<a href="#Page_a271">271</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Ettore Fieramosca capo de’ tredici Cavalieri Italiani che nell’anno 1503 si
-batterono coi tredici Cavalieri Francesi pag. <a href="#Page_a175">175</a>.
-</p>
-
-<h3>F</h3>
-
-<p>
-Fauno — Re saggio e prudente che dominava que’ luoghi, ove surse poi
-la città di Roma pag. <a href="#Page_a40">40</a>.
-</p>
-
-<p>
-Federico di Aragona — Sue virtù, sua bontà e giubilo universale per la
-di lui elevazione al Trono di Napoli pag. <a href="#Page_a172">172</a> — Fu spogliato del Regno
-da Ferdinando il Cattolico e da Luigi XII Re di Francia pag. <a href="#Page_a173">173</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ferdinando I di Aragona — Morto nell’anno 1494, gli succedè nel Trono
-Alfonso II suo figliuolo primogenito pag. <a href="#Page_a170">170</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ferdinando II di Aragona — Sua elevazione al Trono — Sua fuga dal
-Regno per la invasione di Carlo VIII Re di Francia e suo sollecito ritorno
-in Napoli — Vantaggi da lui riportati sui Francesi quì rimasti e
-sua prematura morte pag. <a href="#Page_a171">171</a> e <a href="#Page_a172">172</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ferdinando il Cattolico — Sue mire sul Regno di Napoli per lungo tempo
-dissimulate pag. <a href="#Page_a171">171</a> — Accordo combinato tra lui e Luigi XII Re di
-Francia per torre il Regno di Napoli a Federico di Aragona — Vedi
-<i>Trattato segreto</i>.
-</p>
-
-<p>
-Feudalità — Distruttrice del genio del gusto e della specolazione agraria,
-ed apportatrice di avvilimento, di servitù, di suggezioni, ed estorsioni
-pag. <a href="#Page_a120">120</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fida abusivamente esercitata dai Baglivi Baronali nel demanio comunale di
-Ruvo, ed anche ne’ terreni appatronati siti in esso pag. <a href="#Page_a222">222</a> — Abolita
-colla transazione dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a253">253</a> e <a href="#Page_a254">254</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fineo cieco liberato dalle arpie dagli Argonauti pag. <a href="#Page_a76">76</a> e <a href="#Page_a77">77</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a336">[a336]</span>
-</p>
-
-<h3>G</h3>
-
-<p>
-Gabelle comunali della città di Ruvo — Se le appropriò la Casa d’Andria
-dall’anno 1691 all’anno 1737 — Mancanza di pagamento de’ creditori
-Fiscalarj della stessa — Lunghe ed inutili querele di essi e fallimento della
-Università seguito per tal causa pag. <a href="#Page_a232">232</a> a <a href="#Page_a235">235</a> — Supposto credito di
-ducati 25600 della Casa d’Andria ammesso per collusione pag. <a href="#Page_a235">235</a> a <a href="#Page_a237">237</a> — Abolito
-colla transazione dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a>.
-</p>
-
-<p>
-Gabella comunale della giumella delle mandorle usurpata dalla Casa d’Andria,
-e convertita in una esazione feudale pag. <a href="#Page_a226">226</a> — Abolita colla transazione
-dell’anno 1751 pag. <a href="#Page_a241">241</a>.
-</p>
-
-<p>
-Garagnone antico casale ora distrutto in Terra di Bari — Apparteneva un
-tempo all’Ordine Gerosolimitano — È passato dopo per molte mani e
-per ultimo è stato posseduto dalla famiglia Mazzaccara — Vi è rimasto
-un antico castello nel sito del quale vi era l’antica città della Peucezia
-denominata <i>Silvium</i> pag. <a href="#Page_a46">46</a> a <a href="#Page_a50">50</a> — Confina col territorio di Ruvo pag.
-<a href="#Page_a131">131</a> — È diverso dal <i>Gorgoglione</i> antico villaggio sito nella Provincia di
-Basilicata pag. <a href="#Page_a48">48</a> e <a href="#Page_a49">49</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giovanna I Regina di Napoli — Succedè nel Regno al Re Roberto suo
-avo — Si rese sospetta d’intelligenza nella morte violenta del Re Andrea
-suo primo marito pag. <a href="#Page_a146">146</a> — Sua fuga dal Regno all’avvicinamento di
-Lodovico Re d’Ungheria che s’impossessò di esso — Parlamento generale
-da lei convocato prima che fosse partita ed oggetto di esso pag. <a href="#Page_a151">151</a>
-e <a href="#Page_a152">152</a> — Suo ritorno nel Regno e vantaggi da lei riportati pag. <a href="#Page_a148">148</a> — Pace
-conchiusa tra lei e ’l Re d’Ungheria colla mediazione del Papa nell’anno
-1351 pag. <a href="#Page_a156">156</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giovinazzo città marittima della Terra di Bari anteriore alla venuta de’
-Normanni detta <i>Natiolum</i> nella Tavola Peutingeriana pag. <a href="#Page_a17">17</a> e <a href="#Page_a25">25</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giudizj istituiti nell’anno 1750 contro la Casa d’Andria suggeriti dal privato
-interesse, e quindi di niuno risultamento pag. <a href="#Page_a239">239</a> a <a href="#Page_a243">243</a> — Altri
-giudizj istituiti nell’anno 1797 con vero sentimento patrio e loro vantaggioso
-risultamento pag. <a href="#Page_a243">243</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Giurisdizione criminale — Arma terribile adoperata dalla Casa d’Andria
-per opprimere la Popolazione di Ruvo pag. <a href="#Page_a229">229</a> in fine e <a href="#Page_a230">230</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giurisdizione de’ pesi e misure e della Portolania acquistata dalla Università
-di Ruvo nell’anno 1609 a carissimo prezzo, ed usurpata dalla Casa
-<span class="pagenum" id="Page_a337">[a337]</span>
-d’Andria pag. <a href="#Page_a223">223</a> e <a href="#Page_a224">224</a> — Rivendicata con decreto del S. R. C. dell’anno
-1798 pag. <a href="#Page_a247">247</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giuoco del pallone — Era prima in usanza nella città di Ruvo pag. <a href="#Page_a188">188</a>.
-</p>
-
-<p>
-Grave — Nome di voragini profondissime nelle quali s’immettono le acque
-piovane della contrada delle murge pag. <a href="#Page_a313">313</a>.
-</p>
-
-<p>
-Gravina città della Terra di Bari creduta l’antica <i>Blera</i> o <i>Plera</i> pag. <a href="#Page_a47">47</a> — Al
-tempo della Regina Giovanna I entrata in essa all’amichevole la masnada
-di Roberto e Ruggiero Sanseverino, soffrì dalla stessa ogni sorta di eccessi
-pag. <a href="#Page_a150">150</a> — Il suo territorio confina con quello di Ruvo pag. <a href="#Page_a132">132</a>.
-</p>
-
-<p>
-Grazie al numero di tre compagne sempre di Venere pag. <a href="#Page_a72">72</a>.
-</p>
-
-<p>
-Guardiola — Luogo sulla vecchia strada da Ruvo a Canosa, ove vi era la
-Mutazione <i>ad quintum decimum</i> dell’Itinerario Gerosolimitano pag. <a href="#Page_a22">22</a> e <a href="#Page_a23">23</a>.
-</p>
-
-<p>
-Guicciardini Francesco — Errori ne’ quali è incorso nel riportare la espugnazione
-della città di Ruvo fatta da Consalvo di Cordova, e ’l combattimento
-de’ tredici Cavalieri Italiani con altrettanti Cavalieri Francesi
-pag. <a href="#Page_a177">177</a> e <a href="#Page_a178">178</a>.
-</p>
-
-<h3>I</h3>
-
-<p>
-Iapigia propriamente detta e ’l promontorio Iapigio pag. <a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a41">41</a> — La
-Iapigia e la Peucezia erano due Regioni diverse con Governi diversi pag. <a href="#Page_a42">42</a>.
-</p>
-
-<p>
-Isole Diomedee <i>Trimetum</i>, oggi Isole di Tremiti pag. <a href="#Page_a53">53</a>.
-</p>
-
-<p>
-Italia — Sue bellezze — Desiderata dall’Estere Nazioni che l’hanno desolata — Le
-Colonie Greche però vi portarono la coltura, le scienze
-e le belle arti pag. <a href="#Page_a35">35</a>.
-</p>
-
-<h3>L</h3>
-
-<p>
-Ladislao Re — Sua lettera curiosa scritta a Federico Vrunforti Conte di
-Bisceglia, e feudatario di Ruvo e Terlizzi pag. <a href="#Page_a157">157</a> e <a href="#Page_a158">158</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lago di Annaja sito nelle Murge conceduto dal Capitolo di Ruvo alla Università
-in enfiteusi perpetua e rimasto interrato per la scioperatezza della
-moderna Amministrazione comunale pag. <a href="#Page_a298">298</a> a <a href="#Page_a302">302</a>.
-</p>
-
-<p>
-Larissa antica città della Grecia riprodotta in Italia dai Greci che vennero
-a stabilirsi nella Campania pag. <a href="#Page_a91">91</a>.
-</p>
-
-<p>
-Legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia — Storia degli articoli
-<a href="#Page_a37">37</a> <a href="#Page_a38">38</a> e <a href="#Page_a39">39</a> di essa confermati dalla legge de’ 29 Gennajo 1817 pag.
-<span class="pagenum" id="Page_a338">[a338]</span>
-<a href="#Page_a205">205</a> a <a href="#Page_a208">208</a> — Altra legge del dì 13 Gennajo 1817 sul Tavoliere di Puglia
-che ordinò l’affrancazione dell’erba estiva pag. <a href="#Page_a259">259</a>.
-</p>
-
-<p>
-Locri antica città della Grecia quì riprodotta pag. <a href="#Page_a92">92</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lodovico Re d’Ungheria — Vedi <i>Giovanna I</i> — Suo nobile rifiuto de’ trecentomila
-fiorini che Papa Clemente aveva condannata la Regina a pagargli
-per le spese della guerra nella conchiusione della pace pag. <a href="#Page_a156">156</a>.
-</p>
-
-<p>
-Luigi XII Re di Francia — Di accordo con Ferdinando il Cattolico spogliò
-del Regno il buon Re Federico di Aragona — Vedi <i>Trattato segreto</i>.
-</p>
-
-<h3>M</h3>
-
-<p>
-Magna Grecia — Etimologia del suo nome e luoghi che la componevano
-pag. <a href="#Page_a36">36</a> e <a href="#Page_a37">37</a>.
-</p>
-
-<p>
-Marchio — Quello de’ cavalli e del bestiame gli Antichi lo imprimevano
-alla coscia, e quello de’ muli alla guancia pag. <a href="#Page_a62">62</a> e <a href="#Page_a63">63</a>.
-</p>
-
-<p>
-Molfetta città marittima della Terra di Bari meno antica di Barletta, Trani,
-Giovinazzo e Bisceglia pag. <a href="#Page_a43">43</a>.
-</p>
-
-<p>
-Monete antiche Ruvestine coi loro diversi tipi erroneamente attribuite una
-volta o alla città di <i>Basta</i>, o all’antica città dell’Acaja denominata <i>Rhypæ</i>
-pag. <a href="#Page_a32">32</a> a <a href="#Page_a34">34</a> con due Tavole.
-</p>
-
-<p>
-Montepeloso città della Basilicata assediata e presa da Ruggiero con avervi
-fatto prigioniere di guerra Tancredi Conte di Conversano pag. <a href="#Page_a117">117</a>.
-</p>
-
-<p>
-Mura e porte della città riputate sempre come cose sacre ed inviolabili
-pag. <a href="#Page_a189">189</a> — Porzione delle antiche mura della città di Ruvo riedificata
-dalle fondamenta nell’anno 1516 pag. <a href="#Page_a186">186</a> e <a href="#Page_a187">187</a>.
-</p>
-
-<p>
-Murge — Vasta contrada dell’antica Peucezia detta da Strabone <i>montosa
-et aspera</i> pag. <a href="#Page_a43">43</a> — La maggior parte di essa non è atta alla coltura — Dà
-però eccellente pascolo specialmente estivo pag. <a href="#Page_a132">132</a> — Ha questa potuto
-costituire un tempo un demanio feudale pag. <a href="#Page_a213">213</a> e seguenti — Chiusure
-dell’erba vernina di quella contrada che faceva la Casa d’Andria
-abusivamente sotto il nome di <i>parate</i> pag. <a href="#Page_a221">221</a> — Colla transazione dell’anno
-1805 la rendita di esse fu divisa tra il Duca d’Andria e la Università,
-e l’erba estiva delle murge rimase al pieno comodo de’ cittadini
-pag. <a href="#Page_a253">253</a> e <a href="#Page_a254">254</a> — Profitto che ora trae la Cassa comunale dal demanio
-delle murge ed osservazioni su di esso pag. <a href="#Page_a255">255</a> a <a href="#Page_a258">258</a> — Necessità precisa
-di provvederlo di conserve di acqua pag. <a href="#Page_a298">298</a> a <a href="#Page_a300">300</a>.
-</p>
-
-<p>
-Museo <i>Ruvestino</i> della famiglia Jatta pag. <a href="#Page_a305">305</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a339">[a339]</span>
-</p>
-
-<h3>N</h3>
-
-<p>
-Nardò <i>Neritum</i> e nella Tavola Peutingeriana <i>Neretum</i> — Antica città de’ Salentini — La
-parola <i>Neritini</i> malamente alterata e mutilata nel testo di
-Plinio dal P. Arduino Gesuita pag. <a href="#Page_a13">13</a> a <a href="#Page_a16">16</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Netium</i> Νήτιον — Nome ideale di un’antica città non mai esistita tra Celia
-e Canosa intrusa nel testo di Strabone dall’errore degli amanuensi
-in luogo della città di Ruvo pag. <a href="#Page_a10">10</a> a <a href="#Page_a27">27</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ninfe Arcadiche che allevarono il Dio Pane pag. <a href="#Page_a75">75</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nomina degli Amministratori comunali usurpata dalla Casa d’Andria, e mezzo
-principale della prepotenza Baronale pag. <a href="#Page_a229">229</a> — Vietata con giudicato
-del S. R. C. dell’anno 1798 pag. <a href="#Page_a247">247</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nomina del Maestro della Fiera di S. Angelo che si celebra in Ruvo usurpata
-del pari dalla Casa d’Andria e vietata con decreto dell’Avvocato
-Fiscale D. Giuseppe Zurlo dell’anno 1798 pag. <a href="#Page_a249">249</a>.
-</p>
-
-<h3>O</h3>
-
-<p>
-Il sig. <i>d’Obignì</i> Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. <a href="#Page_a171">171</a>.
-</p>
-
-<p>
-Oenotro figliuolo di Licaone Re dell’Arcadia — Molto prima della Guerra
-di Troja venne in Italia con molti Arcadi ed altre Genti del Peloponneso
-con suo fratello Peucezio — Si costituirono entrambi due dominazioni,
-delle quali una prese il nome di <i>Oenotria</i> e l’altra di <i>Peucezia</i>
-pag. <a href="#Page_a39">39</a> — Osservazioni sulla opinione di alcuni moderni Scrittori che
-hanno creduto favoloso cotesto racconto pag. <a href="#Page_a319">319</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Ofanto <i>Aufidus</i> — Fiume della Daunia, la di cui foce costituiva il confine
-tra la Daunia e la Peucezia pag. <a href="#Page_a43">43</a>.
-</p>
-
-<p>
-Onorio Papa — Sollevò contro Ruggiero i Magnati e Baroni delle Puglie — Riconciliatosi
-indi con lui lo riconobbe per Duca di Puglia e di Calabria
-pag. <a href="#Page_a112">112</a> e <a href="#Page_a113">113</a>.
-</p>
-
-<p>
-Orazio Rocca nato in Ruvo — Perseguitato dalla prepotenza Baronale fuggì
-in Napoli ove per i suoi talenti e la sua dottrina fu un insigne Magistrato
-pag. <a href="#Page_a230">230</a> — Cessò di vivere nell’anno 1742 pag. <a href="#Page_a308">308</a>.
-</p>
-
-<p>
-Orti di Ruvo danno squisite e copiose verdure pag. <a href="#Page_a133">133</a> e <a href="#Page_a310">310</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a340">[a340]</span>
-</p>
-
-<h3>P</h3>
-
-<p>
-<i>Pallantium</i> — Antica città dell’Arcadia riprodotta da Evandro nel sito ove
-poi surse Roma — Fu in seguito chiamata <i>Palatium</i> pag. <a href="#Page_a91">91</a>.
-</p>
-
-<p>
-Signor <i>de la Palisse</i> — Generale del Re di Francia Luigi XII — Comandava
-in Ruvo al tempo che fu espugnata quella città da Consalvo di Cordova — Si
-battè con valore e vi rimase ferito e prigioniero pag. <a href="#Page_a177">177</a> a <a href="#Page_a179">179</a>.
-</p>
-
-<p>
-Pane — Falsa deità venerata dagli Arcadi, ed in conseguenza anche dagli
-antichi Ruvestini ch’erano di origine Arcadica pag. <a href="#Page_a74">74</a> e <a href="#Page_a75">75</a>.
-</p>
-
-<p>
-Parco del Conte antica difesa feudale sita nell’agro Ruvestino pag. <a href="#Page_a212">212</a>.
-</p>
-
-<p>
-Partito Baronale che secondava in Ruvo le usurpazioni e le prepotenze della
-Casa d’Andria, ed insolenza di coloro che lo formavano pag. <a href="#Page_a230">230</a> e <a href="#Page_a231">231</a>.
-</p>
-
-<p>
-Passo — Nuova estorsione Baronale introdotta in Ruvo nell’anno 1602 — Rimase
-abolita colla legge generale abolitiva de’ passi emessa dal Re Ferdinando
-pag. <a href="#Page_a226">226</a> e <a href="#Page_a227">227</a>.
-</p>
-
-<p>
-Pentesilea Regina delle Amazoni — Sua bellezza, sue bravate, suo armamento
-e sua morte per le mani di Achille pag. <a href="#Page_a67">67</a> e <a href="#Page_a68">68</a>.
-</p>
-
-<p>
-Peucezio vedi <i>Oenotro</i> — Peucezia da principio più estesa ed indi più ristretta
-pag. <a href="#Page_a40">40</a> — Suoi confini dal lato orientale e settentrionale pag.
-<a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a42">42</a> — Suoi confini dal lato meridionale pag. <a href="#Page_a44">44</a> a <a href="#Page_a50">50</a>, e dal lato
-occidentale pag. <a href="#Page_a52">52</a> a <a href="#Page_a55">55</a>.
-</p>
-
-<p>
-Pie Istituzioni e Monti fondati in Ruvo per lo sollievo de’ poveri ora aggregati
-alla pubblica Beneficenza — Osservazioni su tale aggregazione pag.
-<a href="#Page_a284">284</a> a <a href="#Page_a286">286</a>.
-</p>
-
-<p>
-Pitagora — Somma venerazione ed attaccamento per lui de’ suoi discepoli
-pag. <a href="#Page_a36">36</a>.
-</p>
-
-<p>
-Platone pagò diecimila danari tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico pag. <a href="#Page_a37">37</a>.
-</p>
-
-<p>
-Popolazione di Ruvo — Numero di essa pag. <a href="#Page_a303">303</a> — Suo prodigioso accrescimento
-e cagioni che lo hanno prodotto — Qualità fisiche e morali
-degli abitanti di Ruvo ora non più poveri come al tempo della feudalità
-pag. <a href="#Page_a305">305</a> a <a href="#Page_a306">306</a>.
-</p>
-
-<p>
-Popoli — Nell’emigrare dal loro Paese natio hanno sempre ritenuto il culto
-che ivi si serbava pag. <a href="#Page_a77">77</a> e <a href="#Page_a78">78</a>.
-</p>
-
-<p>
-Porte antiche della città di Ruvo ora abbattute pag. <a href="#Page_a269">269</a> — La porta detta
-di Noja arbitrariamente abbattuta nell’anno 1820 era la più solida, e
-meglio fortificata pag. <a href="#Page_a187">187</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a341">[a341]</span>
-</p>
-
-<p>
-Promiscuità di erba ed acqua della città di Ruvo con Terlizzi e Corato, e
-sua spiegazione pag. <a href="#Page_a167">167</a> a <a href="#Page_a169">169</a>.
-</p>
-
-<h3>R</h3>
-
-<p>
-<i>Ripen</i> picciola città distrutta dell’Arcadia riportata da Omero pag. <a href="#Page_a93">93</a>.
-</p>
-
-<p>
-Roberto d’Angiò succeduto nel Regno a Carlo II nell’anno 1309 cessò di
-vivere nell’anno 1343 pag. <a href="#Page_a145">145</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Rudas</i> — Antico lago ora disseccato che comunicava col mare Adriatico sito
-tra Barletta e Trani segnato nella Tavola Peutingeriana pag. <a href="#Page_a83">83</a> in nota.
-</p>
-
-<p>
-Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria, ed indi primo Re delle due Sicilie — Sue
-imprese nelle Puglie contro i Magnati e Baroni suoi nemici
-pag. <a href="#Page_a113">113</a> e seguenti — Sua morte pag. <a href="#Page_a118">118</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ruvo — <i>Rubi, Rubustini, Rubustinus ager</i> — Antichissima città della Peucezia
-messa sulla strada che da Roma andava a Brindisi pag. <a href="#Page_a15">15</a> <a href="#Page_a19">19</a> <a href="#Page_a20">20</a>
-<a href="#Page_a21">21</a> <a href="#Page_a27">27</a> ed <a href="#Page_a83">83</a> — Dev’essere sostituita all’ideale città denominata <i>Netium</i>
-Νήτιον intrusa per errore degli amanuensi nel testo di Strabone pag. <a href="#Page_a19">19</a>
-a <a href="#Page_a23">23</a> — Malamente da taluno è stata denominata <i>Rubustum</i> pag. <a href="#Page_a27">27</a> — Malamente
-si è fatto derivare il suo nome <i>a ruborum copia</i> pag. <a href="#Page_a28">28</a> <a href="#Page_a29">29</a>
-e <a href="#Page_a90">90</a> — Malamente è stata confusa con <i>Rufræ</i> della Campania, con <i>Rufrium</i>
-degl’Irpini e con Ruvo della Montagna pag. <a href="#Page_a29">29</a> e <a href="#Page_a30">30</a> — È anche
-diversa da <i>Rudiæ</i>, patria del Poeta Ennio pag. <a href="#Page_a30">30</a> e <a href="#Page_a31">31</a> — Fu fondata
-dagli Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute in Italia con Oenotro
-e Peucezio prima della Guerra di Troja pag. <a href="#Page_a33">33</a> a <a href="#Page_a78">78</a> e <a href="#Page_a319">319</a> e seguenti — Si
-deve credere di maggiore antichità delle altre convicine città
-della Peucezia pag. <a href="#Page_a97">97</a> e <a href="#Page_a98">98</a> — Il nome Greco alla stessa imposto fu Ῥύψ
-(Rhyps) — Etimologia di esso pag. <a href="#Page_a90">90</a> a <a href="#Page_a98">98</a> — In qual sito fu da principio
-edificata e perchè lo cangiò in seguito e sua ridente situazione pag.
-<a href="#Page_a99">99</a> a <a href="#Page_a103">103</a> — L’attuale città di Ruvo è edificata sulle rovine dell’antica
-pag. <a href="#Page_a103">103</a> e <a href="#Page_a104">104</a> — Al tempo de’ Normanni era una città forte assediata
-e presa nell’anno 1129 da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag.
-<a href="#Page_a114">114</a> a <a href="#Page_a117">117</a> — Al tempo della Regina Giovanna I, dopo una coraggiosa
-resistenza fatta dai suoi abitanti fu presa, saccheggiata, e crudelmente
-trattata da Roberto e Ruggiero Sanseverino pag. <a href="#Page_a150">150</a> e <a href="#Page_a151">151</a> — Fu dai
-Francesi occupata nell’anno 1501 pag. <a href="#Page_a174">174</a> — Nell’anno 1503 fu sorpresa
-espugnata e saccheggiata da Consalvo di Cordova con detestabile
-<span class="pagenum" id="Page_a342">[a342]</span>
-iniquità pag. <a href="#Page_a178">178</a> a <a href="#Page_a183">183</a> — Avvenimenti seguiti ed operazioni fatte nella
-città di Ruvo nelle turbolenze dell’anno 1799 pag. <a href="#Page_a266">266</a> a <a href="#Page_a270">270</a> — Misure
-prese nell’anno 1806 per lo mantenimento della pubblica tranquillità pag.
-<a href="#Page_a283">283</a> — Contegno ivi serbato nella effervescenza dell’anno 1820 e generosità
-de’ Ruvestini possidenti verso le famiglie de’ soldati congedati ed
-ammogliati che furono richiamati alle bandiere pag. <a href="#Page_a294">294</a> — La città di
-Ruvo è stata sempre una città colta pag. <a href="#Page_a308">308</a> — Miglioramento de’ suoi
-antichi edificj e novella ampliazione del suo antico recinto pag. <a href="#Page_a304">304</a>.
-</p>
-
-<p>
-<i>Rhypæ</i> — Una delle dodici antiche ed illustri città dell’Acaja, patria di
-Miscello che fondò Crotone, dalla quale la città di Ruvo prese il suo
-nome pag. <a href="#Page_a93">93</a> e <a href="#Page_a94">94</a>.
-</p>
-
-<h3>S</h3>
-
-<p>
-Salentini, Iapigia, Messapia, Calabria nomi della medesima Regione oggi
-denominata Terra di Otranto pag. <a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a41">41</a>.
-</p>
-
-<p>
-Sancia Regina moglie del Re Roberto rimasta Balia del Regno si ritirò in
-un Convento e morì con gran fama di santità pag. <a href="#Page_a145">145</a> e <a href="#Page_a146">146</a> — Per lo
-di più vedi <i>Utili Possessori in feudo della città di Ruvo</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sanseverino Roberto e Ruggiero pagarono a caro prezzo le indegnità commesse
-a danno della città di Ruvo e suoi abitanti al tempo della Regina
-Giovanna I pag. <a href="#Page_a153">153</a> e <a href="#Page_a154">154</a>.
-</p>
-
-<p>
-Scannaggio dritto che si pagava dai macellaj usurpato dal Barone alla Università
-di Ruvo cui apparteneva pag. <a href="#Page_a226">226</a> — Restituito colla transazione
-dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a>.
-</p>
-
-<p>
-Sensalìa antico dazio comunale usurpato dal Barone ed annesso alla Bagliva
-pag. <a href="#Page_a224">224</a>.
-</p>
-
-<p>
-Sepolcri antichi Ruvestini incavati nel vivo sasso e coverti con grandi tavole
-di pietra — Oggetti in essi rinvenuti pag. <a href="#Page_a53">53</a> — Storia de’ scavamenti
-di essi pag. <a href="#Page_a56">56</a> e seguenti — Gli antichi sepolcri trovati nel sito
-attuale della città pruovano ch’era questo prima una campagna pag. <a href="#Page_a102">102</a>.
-</p>
-
-<p>
-Silvio <i>Silvium Silvini</i> — Antica ed ultima città della Peucezia dal lato meridionale
-pag. <a href="#Page_a43">43</a> — Era una città popolosa e considerevole e non una
-mansione pag. <a href="#Page_a43">43</a> e <a href="#Page_a44">44</a> — Detta <i>Silutum</i> nella Tavola Peutingeriana pag.
-<a href="#Page_a45">45</a> — Sito preciso di essa pag. <a href="#Page_a46">46</a> — Per lo di più vedi <i>Garagnone</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sorgive d’acqua dolce poco lungi dall’abitato di Ruvo pag. <a href="#Page_a310">310</a> — Copiosissime
-<span class="pagenum" id="Page_a343">[a343]</span>
-ed inesauste sorgive della contrada più lontana delle Matine
-pag. <a href="#Page_a133">133</a> — Conghiettura sulla origine di esse pag. <a href="#Page_a313">313</a>.
-</p>
-
-<p>
-Statuette de’ tre Santi Protettori messe sulla diroccata Porta di Noja della
-città di Ruvo pag. <a href="#Page_a188">188</a> e nella nota.
-</p>
-
-<p>
-Stemma della città di Ruvo che dev’essere riformato pag. <a href="#Page_a90">90</a> e <a href="#Page_a91">91</a>.
-</p>
-
-<p>
-Strade interne della città di Ruvo rinnovate e rese più regolari pag. <a href="#Page_a281">281</a>
-e seguenti — Strada nuova Provinciale da Canosa a Cisternino che passa
-per Ruvo — Sua bellezza ed utilità pag. <a href="#Page_a291">291</a> a <a href="#Page_a293">293</a> — Punto incantevole
-della detta strada denominato <i>Bel luogo</i> pag. <a href="#Page_a293">293</a> e <a href="#Page_a294">294</a> — Disordini
-e sconcezze che deturpano le pubbliche strade del territorio di Ruvo
-pag. <a href="#Page_a315">315</a> e <a href="#Page_a316">316</a>.
-</p>
-
-<p>
-Strena — Regalo che la Casa d’Andria esigeva dalla città di Ruvo il primo
-dì dell’anno pag. <a href="#Page_a225">225</a>.
-</p>
-
-<p>
-Scuola Pitagorica che fioriva nelle città della Magna Grecia pag. <a href="#Page_a36">36</a>.
-</p>
-
-<p>
-Scuole Pie stabilite in Ruvo in luogo del Seminario prescritto dall’ultimo
-Concordato colla S. Sede pag. <a href="#Page_a288">288</a> a <a href="#Page_a291">291</a>.
-</p>
-
-<h3>T</h3>
-
-<p>
-Taranto antica città della Magna Grecia e seno Tarantino pag. <a href="#Page_a37">37</a> <a href="#Page_a40">40</a> e
-<a href="#Page_a41">41</a> — Tarantini valenti nella equitazione e nelle manovre di cavalleria
-pag. <a href="#Page_a63">63</a> — Fu presa da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. <a href="#Page_a113">113</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tavole Peutingeriane perchè così chiamate e di qual uso possono essere
-pag. <a href="#Page_a11">11</a> e <a href="#Page_a12">12</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tavoliere di Puglia e sui Locati Abruzzesi — Cosa è il dritto di <i>Riposo</i>
-da essi preteso sulle murge di Ruvo pag. <a href="#Page_a195">195</a> e <a href="#Page_a196">196</a> — Cotesto dritto
-fu sempre contrastato dalla Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a196">196</a> e <a href="#Page_a213">213</a> — Abusi gravissimi
-introdotti dai Locati Abruzzesi nel territorio di Ruvo pag. <a href="#Page_a197">197</a>
-e seguenti — Iniquo decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549
-pag. <a href="#Page_a199">199</a> e <a href="#Page_a200">200</a> — Altro simile decreto del Tribunale Doganale dell’anno
-1642 pag. <a href="#Page_a204">204</a> — Resistenza de’ Ruvestini a cotesti abusi corretti finalmente
-dalla legge dell’anno 1806 sul Tavoliere di Puglia e dalle novelle
-leggi relative alla chiusura de’ Demanj pag. <a href="#Page_a205">205</a> a <a href="#Page_a209">209</a>.
-</p>
-
-<p>
-Terlizzi città recente surta nell’agro Ruvestino vanamente presuntuosa di
-una rimota antichità, di cui manca ogni appoggio ed ogni memoria pag. <a href="#Page_a79">79</a>
-ad <a href="#Page_a89">89</a> e <a href="#Page_a167">167</a> a <a href="#Page_a169">169</a> — Quistioni di confini che vi sono state tra la città
-<span class="pagenum" id="Page_a344">[a344]</span>
-di Ruvo ed i Terlizzesi pag. <a href="#Page_a144">144</a> anche nella nota e pag. <a href="#Page_a191">191</a> e <a href="#Page_a192">192</a>.
-</p>
-
-<p>
-Terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino affrancati dalla servitù
-del pascolo civico pag. <a href="#Page_a294">294</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Terreni del Monte della Pietà di Ruvo siti nelle murge usurpati dalla Casa
-d’Andria pag. <a href="#Page_a250">250</a> — Restituiti dietro il giudizio istituito nell’anno 1804
-pag. <a href="#Page_a260">260</a>.
-</p>
-
-<p>
-Territorio di Ruvo — Sue pregevoli qualità e varietà, e suoi prodotti colla
-descrizione di esso pag. <a href="#Page_a309">309</a> e seguenti — Ampio letto di un antichissimo
-torrente che lo fendeva pag. <a href="#Page_a312">312</a> — Conghietture sul torrente suddetto
-e sulle cagioni che lo fecero cessare pag. <a href="#Page_a313">313</a> e <a href="#Page_a314">314</a>.
-</p>
-
-<p>
-Timeo gran Filosofo ed Astronomo della Magna Grecia e sommo Politico
-pag. <a href="#Page_a36">36</a>.
-</p>
-
-<p>
-Transazione dell’anno 1751 tra la Università di Ruvo e la Casa d’Andria — Rimasero
-con essa sagrificati gl’interessi della prima pag. <a href="#Page_a239">239</a> a <a href="#Page_a242">242</a> — Transazione
-dell’anno 1805 — Rimasero con essa corretti tutti gli abusi
-ed usurpazioni della feudalità pag. <a href="#Page_a251">251</a> e seguenti — Perchè fu la stessa
-consegnata in due scritture separate e distinte? — Motivi che suggerirono
-gli articoli stabiliti in quella del dì 2 Maggio 1805 pag. <a href="#Page_a254">254</a> e seguenti.
-</p>
-
-<p>
-Trattato segreto tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII Re di Francia
-per ispogliare del Regno di Napoli il buon Re Federico di Aragona, e
-patti della divisione di esso pag. <a href="#Page_a172">172</a> e <a href="#Page_a173">173</a> — La poca avvedutezza colla
-quale furono essi scritti produsse la guerra tra loro pag. <a href="#Page_a173">173</a> e <a href="#Page_a174">174</a> — Non
-seppero i Francesi profittare della loro superiorità e cacciare gli Spagnuoli
-dal Regno e diedero troppo tempo a Consalvo di Cordova di ricevere
-rinforzi di truppe e di danaro pag. <a href="#Page_a174">174</a> e <a href="#Page_a175">175</a>.
-</p>
-
-<p>
-Traviamento e disordine della moderna Amministrazione Comunale Ruvestina
-per la influenza de’ partiti pag. <a href="#Page_a316">316</a> a <a href="#Page_a318">318</a>.
-</p>
-
-<p>
-Trifinio tra Ruvo Terlizzi e Bitonto pag. <a href="#Page_a86">86</a> — Altro trifinio tra Ruvo
-Andria e ’l territorio del Garagnone pag. <a href="#Page_a168">168</a>.
-</p>
-
-<p>
-Turia antica città della Grecia riprodotta nelle nostre Regioni pag. <a href="#Page_a92">92</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a345">[a345]</span>
-</p>
-
-<h3>U</h3>
-
-<p>
-Uffizio del Camerlengo che vi era un tempo nella città di Ruvo in che consisteva
-pag. <a href="#Page_a269">269</a>.
-</p>
-
-<p>
-Usi civici pieni di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo
-guadagnati con decreto del S. R. C. dell’anno 1798, e risega fatta a
-favore del Comune per effetto di questo giudicato di carri trentatre del
-bosco suddetto pag. <a href="#Page_a247">247</a> e <a href="#Page_a248">248</a> — Pessimo stato in cui è ridotta quella
-parte del bosco che spetta al Comune, senza dare alcun profitto alla
-Cassa Comunale per effetto degl’intrighi pag. <a href="#Page_a259">259</a> e <a href="#Page_a260">260</a>.
-</p>
-
-<p>
-Utili possessori in feudo della città di Ruvo che si son potuti conoscere — Al
-tempo di Ruggiero fu posseduta da Tancredi di Conversano pag. <a href="#Page_a114">114</a>
-e <a href="#Page_a115">115</a> — Costui la perdè per ribellione pag. <a href="#Page_a117">117</a> — Fu dappoi conceduta
-a Roberto di Basavilla Conte di Conversano e di Loritello pag. <a href="#Page_a118">118</a>
-e <a href="#Page_a119">119</a> — Passò poi a Berardo Conte di Loritello e di Conversano di cui
-non si conosce il cognome detta pag. <a href="#Page_a119">119</a> — Carlo I d’Angiò nell’anno
-1269 la concedè ad Arnolfo de Colant pag. <a href="#Page_a123">123</a> e <a href="#Page_a124">124</a> — Da costui passò
-al suo figliuolo Giannotto pag. <a href="#Page_a135">135</a> — Fu indi posseduta da Arnolfo II
-de Colant pag. <a href="#Page_a136">136</a> — Passò indi a Roberto <i>de Juriaco</i> pag. <a href="#Page_a137">137</a> — Dopo
-di lui la possedè Galeraimo <i>de Juriaco</i> che la perdè per contumacia
-pag. <a href="#Page_a137">137</a> e <a href="#Page_a144">144</a> — Oppressioni usate da uno di questi due alla città
-di Ruvo, e Lettera Regia del Re Carlo II dell’anno 1307 per reprimerle
-pag. <a href="#Page_a138">138</a> e <a href="#Page_a139">139</a> — Il Re Roberto ne investì la Regina Sancia sua
-consorte che nell’anno 1337 la possedeva ancora pag. <a href="#Page_a144">144</a> e <a href="#Page_a145">145</a> — La
-Regina Sancia la vendè al Conte di Terlizzi Gazone <i>de Denysiaco</i> che
-morì giustiziato come complice della morte del Re Andrea pag. <a href="#Page_a147">147</a> — Dopo
-di lui la possedè a vita la sua vedova Margherita Pipina pag. <a href="#Page_a147">147</a>
-e <a href="#Page_a148">148</a> — Lodovico Re d’Ungheria impossessatosi del Regno la concedè
-in feudo a Giovanni Chucz valoroso Ungaro pag. <a href="#Page_a149">149</a> — Non è chiaro
-se la Regina Giovanna I l’abbia conceduta contemporaneamente a Roberto
-Sanseverino suo partigiano pag. <a href="#Page_a156">156</a> — Al tempo del Re Ladislao
-la possedeva in feudo Villanuccio <i>de Vrunforti</i> suo Consigliere — Morto
-costui senza successori in grado e devoluta alla Corona, il detto Re Ladislao
-la concedè ai nipoti del detto Villanuccio Antonio <i>de Sancto Angelo</i>
-e Federico Vrunforti pag. <a href="#Page_a157">157</a> — Nell’anno 1404 Federico Vrunforti
-divenuto Conte di Bisceglia la possedeva ancora pag. <a href="#Page_a157">157</a> e <a href="#Page_a158">158</a> — Si
-<span class="pagenum" id="Page_a346">[a346]</span>
-vede dopo conceduta a Carlo Ruffo, senza conoscersi l’epoca di tal
-concessione detta pag. <a href="#Page_a158">158</a> — Al tempo della Regina Giovanna II Giovanni
-Antonio Orsini la unì al Principato di Taranto detta pag. <a href="#Page_a158">158</a> — La
-possedè dopo Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, da cui la
-ereditò nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini unica di lui figliuola maritata
-con Pirro del Balzo Principe di Altamura pag. <a href="#Page_a164">164</a> e <a href="#Page_a165">165</a> — Isabella
-del Balzo figliuola di questi due, e maritata con Federico di Aragona
-figliuolo allora secondogenito del Re Ferdinando I venne ad ereditarla
-per essere i di lei genitori trapassati senza figliuoli maschi detta
-pag. <a href="#Page_a165">165</a> — Il detto Federico divenuto già Re, nell’anno 1499 vendè a
-Galzarano de Requesens Conte di Trivento e di Avellino detta pag. <a href="#Page_a165">165</a> — Questo
-contratto fu confermato da Ferdinando il Cattolico nell’anno 1504
-pag. <a href="#Page_a185">185</a> — Al Conte di Trivento succedè l’unica sua figliuola Isabella
-che fu moglie di D. Raimondo di Cardona Vicerè di questo Regno. Li
-conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono la città di Ruvo al Cardinale
-Oliviero Carafa, da cui passò nell’anno 1520 al Conte Antonio suo Nipote
-e da questi nell’anno 1528 al Conte Fabrizio di costui figliuolo,
-ed indi agli altri successori della famiglia Carafa che l’hanno posseduta fino
-ai nostri giorni detta pag. <a href="#Page_a185">185</a>.
-</p>
-
-<h3>V</h3>
-
-<p>
-Vasi fittili Ruvestini — Numero grandissimo, bellezza e varietà de’ bicchieri
-detti <i>Rhyton</i> pag. <a href="#Page_a61">61</a> e <a href="#Page_a62">62</a> — Forme moltiplici de’ vasi suddetti eleganti e
-capricciose pag. <a href="#Page_a63">63</a> e <a href="#Page_a64">64</a> — Stile grandioso nel tempo stesso e semplice
-degli antichi Dipintori Ruvestini, e loro istruzione e minutezza pag. <a href="#Page_a64">64</a>
-a <a href="#Page_a73">73</a> — I vasi di Ruvo non peccano di oscenità pag. <a href="#Page_a77">77</a> — Osservazioni
-su di alcuni vasi di Canino e di Ruvo pag. <a href="#Page_a76">76</a> a <a href="#Page_a78">78</a>.
-</p>
-
-<p>
-Venere ed Anchise sul Monte Ida — Spiegazione di un pregevolissimo ed
-elegantissimo vaso Ruvestino erroneamente pubblicato da un Estero Archeologo
-come un vaso Nolano pag. <a href="#Page_a68">68</a> a <a href="#Page_a73">73</a>.
-</p>
-
-<p>
-Venosa antica città, patria del Poeta Orazio — È rimasto in dubbio se
-apparteneva alla Peucezia, alla Daunia, o alla Lucania pag. <a href="#Page_a50">50</a> e <a href="#Page_a51">51</a>.
-</p>
-
-<p>
-Venulo Ambasciatore di Turno a Diomede per dimandargli soccorso contro
-il Trojano Enea pag. <a href="#Page_a53">53</a> in nota.
-</p>
-
-<p>
-Vescovo di Ruvo intervenuto nell’anno 1071 alla consecrazione della Chiesa
-<span class="pagenum" id="Page_a347">[a347]</span>
-di Montecasino pag. <a href="#Page_a111">111</a> e <a href="#Page_a112">112</a> — Il Vescovo di Ruvo nell’anno 1084
-donò al Priore di Montepeloso la Chiesa di S. Sabino colle rendite de’
-beni alla stessa annessi pag. <a href="#Page_a112">112</a> — Decime della Bagliva di Ruvo pagate
-dai Sovrani Angioini al Vescovo e Clero di Ruvo pag. <a href="#Page_a134">134</a>.
-</p>
-
-<p>
-Vescovado di Ruvo e sua antichità pag. <a href="#Page_a120">120</a> e <a href="#Page_a121">121</a> — Fu sottratto alla sua
-soppressione ch’era sul tappeto, ed unito al Vescovado di Bitonto pag.
-<a href="#Page_a121">121</a> e <a href="#Page_a122">122</a>.
-</p>
-
-<p>
-Vie che da Brindisi menavano a Roma descritte da Strabone pag. <a href="#Page_a10">10</a>.
-</p>
-
-<p>
-Virgulti che nascono nel territorio di Ruvo adatti al lavoro de’ panieri mentovati
-da Virgilio pag. <a href="#Page_a115">115</a>.
-</p>
-
-<h3>Z</h3>
-
-<p>
-Zagarese nome di un vino pregiato che si fa in Ruvo pag. <a href="#Page_a311">311</a>.
-</p>
-
-<p>
-Zelanti — Nome specioso che si attribuiscono gl’intriganti che cercano mischiarsi
-negli affari Comunali per poter profittare dominare, ed introdurre
-abusi più condannabili di quelli dell’abolita feudalità pag. <a href="#Page_a317">317</a>.
-</p>
-
-<p>
-Zeleuco sommo Legislatore pag. <a href="#Page_a36">36</a>.
-</p>
-
-<p>
-Zona di Venere pag. <a href="#Page_a68">68</a> e <a href="#Page_a69">69</a>.
-</p>
-
-<p>
-Zurlo Giuseppe — Insigne Magistrato e Consigliere Commessario del giudizio
-istituito nell’anno 1797 nel S. R. C. dalla Università di Ruvo contro
-la Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a247">247</a> — Fu indi delegato dal Re per decidere
-anche gli altri giudizj dedotti nel Tribunale della Regia Camera della
-Sommaria pag. <a href="#Page_a249">249</a> — Saccheggiamento della di lui casa seguito nell’anno
-1799, e dispersione de’ processi delle cause di Ruvo che convenne rifargli
-pag. <a href="#Page_a249">249</a> e <a href="#Page_a250">250</a>.
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_a348">[a348]</span>
-</p>
-
-<table class="errata" summary="">
- <tr>
- <td>&#160;</td> <td>&#160;</td> <td>&#160;</td> <td>&#160;</td> <td>ERRORI.</td> <td>CORREZIONI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="6">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">6</td> <td>LIN.</td> <td class="num">24</td> <td><i>Longe exploratiores sunt.</i></td> <td><i>Longe exploratiora sunt</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">9</td> <td>LIN.</td> <td class="num">15</td> <td rowspan="2" class="double">}&#160;adequato</td> <td rowspan="2" class="double">adeguato</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>item pag.</td> <td class="num">95</td> <td>lin.</td> <td class="num">17, e 27</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">35</td> <td>LIN.</td> <td class="num">14</td> <td><i>Tam optima tauris colla</i></td> <td><i>Tam opima tauris colla</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">42</td> <td>LIN.</td> <td class="num">32</td> <td><i>Ecloga CIV</i></td> <td><i>Cap. IV</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">48</td> <td>LIN.</td> <td class="num">28</td> <td>diresse sua lettere</td> <td>diresse sua lettera</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">55</td> <td>LIN.</td> <td class="num">12</td> <td><i>Oppida Canusiam, Arpi</i></td> <td><i>Oppida Canusium, Arpi</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">61</td> <td>LIN.</td> <td class="num">20</td> <td rowspan="2" class="double">}&#160;<i>Riton</i></td> <td rowspan="2" class="double"><i>Rhyton</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Item pag.</td> <td class="num">76</td> <td>lin.</td> <td class="num">8</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">99</td> <td>LIN.</td> <td class="num">9 e 24</td> <td>PP. Riformati</td> <td>PP. Minori osservanti</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">104</td> <td>LIN.</td> <td class="num">31</td> <td>Panni lini</td> <td>Pannilini</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">134</td> <td>LIN.</td> <td class="num">19 e 28</td> <td>Lagopensile</td> <td>Lagopesolo</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">141</td> <td>LIN.</td> <td class="num">21</td> <td><i>Tabenarios</i></td> <td><i>Tabernarios</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ibidem nella nota</td><td>&#160;</td> <td>lin.</td> <td class="num">3</td> <td>Accostare insieme</td> <td>Accostate insieme</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">149</td> <td>LIN.</td> <td class="num">23</td> <td><i>Ad Dominum Vaivodam</i></td> <td><i>Ad Dominum Vayvodam</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">153</td> <td>LIN.</td> <td class="num">23</td> <td>Ch’era in attrasso di soldi</td> <td>Ch’era in ritardo di soldi</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">175</td> <td>LIN.</td> <td class="num">21 e 23</td> <td rowspan="2" class="double">}&#160;scomparire</td> <td rowspan="2" class="double">disparire</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Item pag.</td> <td class="num">275</td> <td>lin.</td> <td class="num">34</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">188</td> <td>Lin.</td> <td class="num">14</td> <td rowspan="2" class="double">}&#160;antrone</td> <td rowspan="2" class="double">androne</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Item pag.</td> <td class="num">190</td> <td>lin.</td> <td class="num">3</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">216</td> <td>LIN.</td> <td class="num">7</td> <td><i>lama capraria</i></td> <td><i>lama cervaria</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">240</td> <td>LIN.</td> <td class="num">1</td> <td>Transazione dell’anno 1750</td> <td>Transazione dell’anno 1751.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">267</td> <td>LIN.</td> <td class="num">29</td> <td>era scomparso</td> <td>era sparito</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>PAG.</td> <td class="num">290</td> <td>LIN.</td> <td class="num">8</td> <td>sua annuenza</td> <td>suo consenso</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ibidem</td> <td>&#160;</td> <td>lin.</td> <td class="num">10</td> <td>annuito</td> <td>aderito</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p class="center">
-AVVERTIMENTO.
-</p>
-
-<p>
-Alla pagina 101 verso primo, alla pagina 277 verso penultimo,
-ed alle pagine 315 e 316 in diversi luoghi ho usata
-nel plurale la parola <i>parieti</i> nel mascolino, per adattarmi al linguaggio
-della Provincia, mentre sarebbe stato più Italiano il dirsi
-nel plurale le <i>parieti</i> o le <i>pareti</i>.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE.
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b001">[b001]</span>
-</p>
-
-<h2 id="catalog">RVBASTINORVM
-NVMORVM
-CATALOGVS
-<span class="smaller">EDIDIT
-FRANCISCVS M. AVELLINIVS.</span></h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b003">[b003]</span>
-</p>
-
-<h3>CLARISSIMO
-AC DOCTISSIMO VIRO
-IOANNI IATTA.</h3>
-</div>
-
-<p>
-<i>Mitto ad Te, vir clarissime ac doctissime, Rubastinorum
-numorum catalogum excerptum ex opere <span class="upright">de Italiae
-veteris numismatis,</span> cujus alteram paro editionem. Vt illum
-promulsidis loco, in publicum proferas, lubentissime
-adsentior. Quaedam tamen monenda sunt, ut ejus catalogi
-usus fieri possit. Primum igitur tenendum, me Rubastinorum
-numos ita numerasse, ut sub unoquoque numero plures
-quandoque complecterer, qui modulo tantum inter se
-paullulum differrent, ut ex. c. num. 2, qui numus modo
-quarti est moduli, modo quarto aliquanto majoris, modo
-quarti cum dimidio. Numero igitur moduli notitiam subjeci,
-simplicem aliquando, aliquando multiplicem. Deinde,
-descriptio numi duabus, quas vocant, <span class="upright">columnis</span> ita est distincta,
-ut quae a sinistris legentis est, <span class="upright">posticae</span>, quae a
-dextris, <span class="upright">anticae</span> typos, sigilla, litteras in area, et epigraphen
-indicet. Praecedit typus, qui alphabetico ordine indicatur
-in postica propter commodiorem catalogi usum: typi
-descriptioni subjiciuntur sigilla vel litterae in area; denique
-epigraphe quae semper ad legentis dextram exhibetur, ut
-omnes uno velati intuitu facile patere possint. Quum typus plane
-idem posticae vel anticae in sequente numo recurrit, indicavimus
-<span class="pagenum" id="Page_b004">[b004]</span>
-compendii caussa nota <span class="upright">id.</span> quae nempe <span class="upright">idem typus</span>
-significat. Item cum sequentis numi epigraphe a superiore
-non variat, dedimus <span class="upright">ead. epigr.</span> idest <span class="upright">eadem epigraphe</span>. Moduli
-sunt ipsissimi Mionnetani, quorum <span class="upright">scalam</span>, ut vocant,
-in tabulis repetimus. Argenteos numos nota AR. indicavimus,
-qua qui carent omnes sunt aenei. Numorum descriptionem
-sequitur 1. scriptorum vel museorum, e quibus eorum notitiam
-hausimus, demonstratio: 2. notulae quaedam criticae atque
-exegeticae. Additae tua voluntate aeneae duae tabellae seriem
-Rubastinorum numorum exhibent, quantum fieri potuit, ditissimam:
-e quibus decem ad minimum, a ceteris variantes,
-tuo nunc primum e gazophylacio prodeunt. Vale, clarissime
-ac doctissime vir, Ruborum non minus ac totius Italiae nostrae
-Decus ac Gloria, meque tui a prima aetate observantissimum,
-quod facis, amare perge. Dabam VI id. oct. e
-suburbano meo Leucopetrano A. R. S. MDCCC<span class="over">XLIII</span>.</i>
-</p>
-
-<p class="center pad2">
-EXPLICATIO NOTARVM.
-</p>
-
-<p class="center">
-dm — dextrorsum.
-</p>
-
-<p class="center">
-sm — sinistrorsum.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b005">[b005]</span>
-</p>
-
-<table class="catal" summary="">
- <tr>
- <td class="center"><i>Typi posticae partis.</i></td> <td class="center"><i>Typi anticae partis.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">1 (<i>mod.</i> 5½) <i>Vide tab. I fig. 1.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Aquila sinistrorsum alis expansis fulmen unguibus tenet:<br /> <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Caput barbatum laureatum dextrorsum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">2 (<i>mod.</i> 4, 4 +, 4½)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">3 (<i>mod.</i> 3)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">4 (<i>mod.</i> 5 —) <i>Vide tab. I fig. 2.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.; <i>retro</i> K.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">5 (<i>mod.</i> 3)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">6 (<i>mod.</i> 3 +, 4, 4½) <i>Vide tab. I fig. 3.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>in area a dextris</i> lunula<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm; in area <i>ante os</i> lunula <i>retro</i> Θ.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">7 (<i>mod.</i> 2)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Clava, arcus, pharetra ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput imberbe laureatum dextrorsum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">8 (<i>mod.</i> 4 —, 4) <i>Vide tab. I fig. 4.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Clava nodosa, et pharetra transversae dextrorsum, taenia sinistrorsum colligantur: inferius arcus nervo superius posito: <i>supra clavam</i> ΡΥΨ; omnia in corona e duobus lauri ramis inferiore parte dextrorsum colligatis.</td> <td class="bbl">Caput imberbe laureatum dextrorsum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b006">[b006]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">9 (<i>mod</i>. 3 —, 3, 3 +, 3½)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>supra clavam</i> ΡΥΨ; omnia in corona ut supra.</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">10 AR. (<i>mod</i>. 1, 1 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig.</i> 5.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Fulmen quatuor alis instructum, quarum duae sursum, duae deorsum <i>a sinistris</i> Ρ, <i>a dextris</i> Υ.</td> <td class="bbl">Bucranium adversum, infulis ex utroque cornu dependentibus.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">11 AR. (<i>mod</i>. 1, 1 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 6.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Lyra, inferiore sui parte globosa, taenia e dextris dependente.</td> <td class="bbl">Idem <i>supra</i> ΡΥ</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">12 (<i>mod</i>. 3 —, 3, 3 +)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Mulier sinistrorsum stans dextra pateram, sinistra cornucopiae:<br /> <i>a dextris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput barbatum laureatum dextrorsum ΓΡ<sup>Ο</sup>ΣΕ<sup>Ο</sup>Ε</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">13 (<i>mod</i>. 3 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 7.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm ΓΡΟ.ΣΕ....</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">14 (<i>mod</i>. 3) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 8.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm ΓΡ<sup>Ο</sup>ΣΣ<sup>Ο</sup>Κ.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">15 (<i>mod</i>. 3 —) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 9.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>epigr. detrita</i></td> <td class="bbl">Idem dm ΓΡ··ΣΣ<sup>Ο</sup>Κ.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">16 (<i>mod</i>. 4)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Noctua ramo insistens <i>in area</i> AI ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galeatum <i>in area</i> Κ.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b007">[b007]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">17 (<i>mod</i>. 3 +)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. dm <i>in area</i> ΛΙ, <i>ead. epig</i>.</td> <td class="bbl">Caput muliebre galea oblonga, cristata, et duplici monili ornatum dextrorsum, crinibus in collum defluis.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">18 (<i>mod</i>. 4 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 10.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. dm <i>in area</i> ΛΙ, <i>ead. ep</i>.</td> <td class="bbl">Caput muliebre galea oblonga cristata ornatum, crinibus ad collum defluis, dextrorsum: <i>supra</i> Κ.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">19 (<i>mod</i>. 3 —, 3, 3½)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. dm <i>in area</i> ΛΙ, <i>ead. ep</i>.</td> <td class="bbl">Idem <i>supra</i> Κ.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">20 AR. (<i>mod</i>. 2)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spica ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galeatum dextrorsum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">21 AR. (<i>mod</i>. 2, 2½) <i>Vide tab</i>. II <i>fig.</i> 1.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spica duobus foliis inferius instructa <i>a dextris</i> cornucopiae<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput muliebre dextrorsum, galea oblonga et monili ornatum, crinibus ad collum defluis.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">22 AR. (<i>mod.</i> 1 +, 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 2.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>a dextris</i> cornucopiae, <i>a sinistris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Id. dm: praeterea in galea astrum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">23 AR. (<i>mod</i>. 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 3.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>a dextris</i> cornucopiae, <i>a sinistris</i> ΡΥ <i>ac deinde</i> A <i>majus</i>.</td> <td class="bbl">Idem dm sine astro.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b008">[b008]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">24 AR. (<i>mod</i>. 2)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>in area</i> cornucopiae, <i>infra</i> T ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galeatum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">25 AR. (<i>mod</i>. 1 +, 2) <i>Vide tab.</i> II <i>fig.</i> 4, 5.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spica cum folio ad dextram inferius, cui impositum cornucopiae:<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥ <span class="over">M</span></td> <td class="bbl">Caput muliebre galea oblonga ornatum dextrorsum, crinibus ad collum defluis.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">26 (<i>mod</i>. 3 —) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 6.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Victoria sinistrorsum stans, dextra globulum (coronam? an pateram?) sinistra palmae ramum;<br /> <i>a dextris</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galea cristata oblonga et torque ornatum, crinibus ad collum defluis, dextrorsum.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">27 (<i>mod</i>. 3 —) <i>Vide tab</i>. II <i>fig.</i> 7.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm <i>retro</i> K.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">28 (<i>mod</i>. 2 —, 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 8.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥΒΑ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">29 (<i>mod</i>. 1, 1 +, 1½)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥΒ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b009">[b009]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">30 AR. (<i>mod</i> 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 9.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Vir nudus (Hercules) dextrorsum d. genu flexo, dextri pedis calci insidens, dextro brachio leonem stringit in se adsurgentem<br /> <i>a dextris supra</i> ΥΡ?</td> <td class="bbl">Caput muliebre dextrorsum galea cristata et duplici torque ornatum, crinibus ad collum defluis: in galea mulier in piscem desinens, duorum canum capitibus ex inguine erumpentibus, dextra elata, sinistra extensa.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">31 AR. (<i>mod</i>. 2 —, 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 10.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>a dextris supra</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">32 AR. (<i>mod</i>. 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 12.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>infra</i> HOV (NOV)<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Id. dm. sine torque (<i>pone</i> cornucopiae, <i>supra</i> ΔΩ).</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">33 AR. (<i>mod</i>. 2 —) <i>Vide tab</i>. II <i>fig.</i> 11.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. <i>infra</i> TOV, <i>a dextris supra</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">34 AR. (<i>mod</i>. 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 13.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. dm <i>infra</i> A,<br /> <i>a dextris supra</i> ΡΥ, <i>a sinistris</i> <span class="over">M</span></td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">35 AR. (<i>mod</i>. 2)</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>— id. dm: <i>in area</i> clava. ΡΥΣΙ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td>
- </tr>
-</table>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b011">[b011]</span>
-</p>
-
-<h3><i>Scriptorum, vel museorum, e quibus numorum notitiam
-hausimus, demonstratio.</i></h3>
-</div>
-
-<p>
-1) E museo cl. viri Ioannis Iatta.
-</p>
-
-<p>
-2) <i>Pembrock</i> part. 2 tab. 26, <i>Carellii</i> tabulae anecdotae, <i>Real museo
-borbonico</i> tom. III tav. 32 fig. 1.
-</p>
-
-<p>
-3) <i>Carellii</i> Ital. vet. num. pag. 38.
-</p>
-
-<p>
-4) E museo cl. viri Ioannis Iatta.
-</p>
-
-<p>
-5) <i>Carell</i>. ibid., <i>Mionnet</i> tom. II p. 199, qui etiam de nostro
-n. 3 intelligi potest, ac numo quartum <i>raritatis</i>, ut ajunt, gradum tribuit,
-atque octo <i>francorum</i> pretium.
-</p>
-
-<p>
-6) <i>Eckhel</i> numi veter. anecd. pag. 129 tab. 8 fig. 22, <i>Mus. Hedervar</i>.
-tom. I pag. 159, <i>Avellinii</i> ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, <i>Carellii</i>
-tabulae anecd. Numus moduli 4½ est in museo cl. viri Ioannis Iatta.
-</p>
-
-<p>
-7) <i>Reynier</i> précis pag. 26.
-</p>
-
-<p>
-8) <i>Pellerin</i> suppl. I pag. 31 seq. tab. I fig. 10. Et e museo cl.
-Iatta.
-</p>
-
-<p>
-9) <i>Mionnet</i> tom. II pag. 199, qui numo quintum raritatis gradum
-et decem francorum pretium tribuit, <i>Real museo borbon.</i> tom. III tab. 32
-fig. 3, <i>Carellii</i> tabulae anecd., <i>Sestini</i> descrizione di alcune medaglie greche
-del principe di Danimarca pag. III tab. I fig. 3. Item e museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-10) <i>Monum. inediti di antiche e belle arti</i> pag. 40 tab. I fig. 8,
-<i>Avellino</i> opuscoli tom. II pag. 64 tab. 4 fig. 1, <i>Carellii</i> tab. anecd.
-Item e museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-11) <i>Eckhel</i> doctr. tom. I pag. 142, e quo transcribit Mionnetus
-tom. I pag. 266, qui sextum raritatis gradum, et 30 francorum pretium
-numi statuit, <i>Mus. Hederv.</i> tom. I pag. 26 tab. 2 n. 20, <i>Millingen</i>
-anc. coins pag. 40 tab. 4 fig. 10.
-</p>
-
-<p>
-12) <i>Hunter</i> pag. 255 tab. 46 fig. 12, <i>Minervin.</i> del monte Vulture
-pag. 97, 99 tab. 3 fig. 6, <i>Mionnet</i> suppl. tom. I pag. 267, cum
-sexto raritatis gradu, et 18 francorum pretio, <i>Carell.</i> Ital. vet. num.
-p. 38 et tab. anecd., <i>Real museo borbon.</i> tom. III tab. 32 fig. 4.
-</p>
-
-<p>
-13) E museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-14) Ex eodem museo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b012">[b012]</span>
-</p>
-
-<p>
-15) Ex eodem museo.
-</p>
-
-<p>
-16) <i>Mionnet</i> descr. tom. I pag. 133 cum septimo raritatis gradu
-et 24 francorum pretio.
-</p>
-
-<p>
-17) <i>Carellii</i> tabulae anecdotae.
-</p>
-
-<p>
-18) E museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-19) <i>Pellerin</i> rec. tom. I pag. 72 seq. tab. X fig. 5, <i>Sestini</i> lettere
-prime tom. IV pag. 54 seq., <i>Real mus. borb.</i> tom. III tab. 32
-fig. 5, <i>Carellii</i> tab. anecd.
-</p>
-
-<p>
-20) <i>Mus. Hedervar.</i> tom. I pag. 26, <i>Dumersan</i> catal. d’Allier
-d’Hauter. pag. 9.
-</p>
-
-<p>
-21) E museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-22) <i>Avellinii</i> Ital. vet. num. tom. I pag. 54, <i>Carellii</i> Ital. vet.
-num. pag. 38 et tabulae anecd.
-</p>
-
-<p>
-23) <i>Carellii</i> tab. anecd.
-</p>
-
-<p>
-24) <i>Avellinii</i> ad Ital. vet. num. suppl. p. 25.
-</p>
-
-<p>
-25) <i>Neumann</i>, num. popul. tom. II pag. 115 tab. 4 fig. 6, <i>Mionnet</i>
-descr. tom. I pag. 161, suppl. tom. 1 pag. 267 cum quinto raritatis
-gradu et 24 francorum pretio, <i>id.</i> poids des med. pag. 13 (pond.
-18), <i>Carellii</i> Ital. vet. num. pag. 38 (pond. 20), et tabul. anecd.
-</p>
-
-<p>
-26) <i>Avellinii</i> ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, <i>Carellii</i> Ital. vet.
-num. p. 12 et tab. anecd.
-</p>
-
-<p>
-27) E museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-28) <i>Mionnet</i> descr. tom. I pag. 133 cum sexto raritatis gradu et
-viginti francorum pretio, <i>Avellino</i> giorn. num. tom. I pag. 51 tab. 4
-fig. 4 et <i>opusc.</i> tom. II p. 64 tab. 3 fig. 14, <i>Taylor Combe</i> mus. britann.
-pag. 246 tab. 12 fig. 17.
-</p>
-
-<p>
-29) <i>Carell.</i> Ital. vet. num. pag. 38 et tabul. anecd.
-</p>
-
-<p>
-30) E museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-31) <i>Carell.</i> tab. anecd., <i>Millingen</i> anc. coins pag. 9 tab. 1 fig. 9.
-Item e museo cl. Iatta.
-</p>
-
-<p>
-32) <i>Sestini</i> descriz. del museo Fontana parte 3 pag. 2 et 110 tab.
-1 fig. 6.
-</p>
-
-<p>
-33) <i>Sestini</i> ib. fig. 4.
-</p>
-
-<p>
-34) <i>Sestini</i> ib. fig. 5.
-</p>
-
-<p>
-35) <i>Avellinii</i> Ital. vet. num. tom. I pag. 103 et supplem. pag. 25.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b013">[b013]</span>
-</p>
-
-<h3>ADNOTATIONES CRITICAE ATQVE EXEGETICAE IN CATALOGVM
-NVMORVM RVBASTINORVM.</h3>
-</div>
-
-<h4><i>Ad numum catalogi nostri 1 et sequentes 2, 3, 4, 5.</i></h4>
-
-<p>
-Memorantur hi numi a Sestinio <i>descrizione d’alcune medaglie greche
-del principe di Danimarca</i> pag. 111 et a Millingen <i>considérat. sur
-la numismatique d’Italie</i> pag. 150. Eckhelius <i>doctr.</i> tom. II pag. 239,
-Pellerinii judicium sequutus, hos et ceteros numos cum inscriptione ΡΥΨ
-ad Rhypas Achajae urbem pertinere <i>sine dubio</i> affirmavit; <i>cum ejus gentile
-sit</i> Ρύψ. Quod judicium primus impugnavi <i>ad Ital. vet. num. supplem.</i>
-pag. 25, tum quod ex Apulia quidam ex his numis saepe ad me
-fuerint adlati, tum quod fabrica et typi eam numorum patriam haud respuant;
-praesertim quum numus cum Palladis et Victoriae typis occurrat
-(catal. nostri n. 26 ad 29) aliquando epigraphe ΡΥΨ, aliquando
-ΡΥΒΑ inscriptus; et Herculis armorum typus sit quoque in vicinarum
-urbium, Luceriae, Hydruntique numis obvius. Visum tum mihi τὸ Ρὺψ urbis
-ipsius apud indigenas nomen, quam <i>Rubos</i> Latini dixere. Quod si Stephano
-gentile est Ρὺψ Achajae urbis, probare id videtur, quo se nomine
-Achajae Rhypenses appellabant, eodem Apulos Rubastinos non pro ἐθνικῷ,
-sed ad urbem ipsam denotandam usos. Ceterum esse hos Achajae
-Rhypenses Ruborum in Apulia conditores jure censuit clar. Millingen <i>l. c.</i>,
-de qua re consulendus et cl. Iatta in opere quo de Ruborum origine
-et historia agit. Sententiam meam de his numis ΡΥΨ inscriptis sequuti
-sunt Sestinius, Carellius, Millingen <i>ll. cc.</i>, ipse denique Mionnetus <i>supplem.</i>
-tom. IV pag. 159. Neque igitur imitandus est cl. Grotefendius,
-qui nuper videtur iterum ad Achajae Rhypas numos ΡΥΨ inscriptos revocare:
-vide ejus <i>Blätter für Münzkunde</i> anni 1837 pag. 107.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. nostri 6.</i></h4>
-
-<p>
-Eckhelius et musei Hedervariani descriptor ad Achajae Rhypas pro
-more hunc numum quoque referunt, sed jure ad Rubastinos spectare
-monet Sestinius <i>in catal. mus. hedervar. part. I castigat.</i> pag. 31. Idem
-<span class="pagenum" id="Page_b014">[b014]</span>
-(<i>descriz. d’alcune med. greche del Principe di Danimarca</i> pag. III) similem
-citat numum e museo regis Bavariae. Fabrica numi rigidior, ita
-ut <i>barbaram</i> dicere olim haud sim veritus, quum musei regii exemplar
-describerem. Videtur antiquior certe ceteris Ruborum numis.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 7.</i></h4>
-
-<p>
-Soli Reynerio cognitus. An pro ΡΥ legendum ΔΥΡ vel ΥΔΡ, et
-numus Dyrrhachio vel Hydrunto restituendus?
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 8.</i></h4>
-
-<p>
-Pellerinius hunc quoque ad Rhypas Achajae refert; et Herculis caput
-jure in antica agnoscit.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 9.</i></h4>
-
-<p>
-Mionnetus ad Rhypas quoque refert: numus ab eo editus quum sit
-3 moduli, alius a Pelleriniano esse videtur, qui 4 est moduli. Taeniae,
-qua pharetra et clava colligantur, non meminit Mionnetus, neque ea conspicitur
-in ectypo ejus quem edidi in <i>real museo borbonico</i>, ubi numum
-Rubis vindicavi; quibus tribuunt quoque Carellius et Sestinius. In ectypo
-Carelliano taenia ad pharetram pertinet, et fluitans post clavam
-exhibetur: rectius in Sestiniano, ut et in Pelleriniano, clava et pharetra
-taenia colligantur.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 10.</i></h4>
-
-<p>
-Primus edidi. Ad Iovis cultum refertur, cui victima taurus.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 11.</i></h4>
-
-<p>
-Primus e Neumanni museo edidit Eckhelius, ac non sine dubio Rubastinis
-tribuit. Hausit ex Eckhelio Mionnetus addita dubitationis nota?
-Idem, ut videtur, Neumanni exemplar in Hedervarianum museum illatum,
-<span class="pagenum" id="Page_b015">[b015]</span>
-et in ejus descriptione editum, e cujus ectypo apparet lyrae partem
-superiorem oblique effictam, et duas veluti taenias ex inferiore ejus
-demitti. In ectypo Millingeniano una tantum taenia dextrorsum dependet,
-et sic quoque in numo integerrimo apud cl. Iatta, unde nostrum ἔκτυπον
-exhibuimus tab. nostrae I fig. 6. Comparat Millingenius cum ΚΑ-νουσὶνων
-numo eodem typo insigni. Sed hunc numum ΚΑ inscriptum
-nihil vetat Caelio potius, quam Canusio, tribuere; ita ut videantur
-Caelini et Rubastini argentei minimae formae numi et in lyrae, et in
-Herculis leonem sternentis typis inter se convenire.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 12.</i></h4>
-
-<p>
-Magna in legenda anticae epigraphe varietas. Apud Hunterum numus
-ad Achajae Rhypas quoque refertur, et epigraphe legitur ΓΡΟϹϹΟϹ.
-Eum mature Rubastinis vindicavit Minervinius, sed (mirum dictu!) epigraphes
-partem tantum sic legit ϹΕΟΕ, quod interpretatur <i>Voco</i>, idest,
-ut autumat, persice <i>aridam!</i> Mionnetus praeter numi descriptionem e
-mea petitam, aliam dat e museo, ut ait, <i>de feu M. Beaucousin à
-Amiens</i>, legitque in antica ΣΡΟϹΕ<sup>ο</sup>Γ (sic) et in postica. BA pro ΡΥ-BA,
-quum in ceteris omnibus ΡΥ tantum legatur. Carellius in descriptione
-habet ΓΡοϹΕ<sup>ο</sup>Ε (sic), at in ectypo literae sic exhibentur ΓΡΟ
-ϹΕ Ε. Epigraphen ΓΡ<sup>ο</sup>ϹΕ<sup>ο</sup>Ε eruisse jam visus sum e collatione duorum
-numorum musei Capyciolatri et regii: sed serius in alio musei regii
-numo legi .. ΡΟϹΕΟϹ. In tanta lectionis varietate vix est ut verus
-epigraphes sensus erui possit, qua magistratum indicari fere est
-tralatitium. Possis et bis notis sermonis ἐπιχωρὶου voces aliquas exprimi
-non sine quadam veri specie suspicari, haud temere pro Graecis
-accipiendas, etsi Graecis scriptas characteribus. Quod idem dicendum
-videtur et de numorum Salapiae nonnullis inscriptionibus, Graecis characteribus
-voces, ut videtur, minime Graecas exhibentibus. Memoratur
-vero hic numus et ab Eckhelio <i>doctr</i>. tom. I pag. 142 dubitante an Rubastinis
-sit accensendus, et a Sestinio <i>descrizione di alcune medaglie del
-principe di Danim</i>. p. III, et a Romanellio, qui Minervinium sequitur,
-topogr. tom. II pag. 63, et a Raoul-Rochette <i>memoir. de numismat.</i>
-pag. 229 et 233, qui in postica urbis ipsius imaginem agnoscit libantis
-<span class="pagenum" id="Page_b016">[b016]</span>
-ritu, cui figurae (Τυχῆ πολέως) et cornucopiae accommodatur. Iam
-vero, dum haec prelo mandantur, nitidissimum numum similem mihi
-ostendit clarissimus atque amicissimus vir Nicolaus Ianuarii fil. Minervinius,
-in quo sine ulla dubitatione epigraphe sic legitur ΓΡ<sup>ο</sup>ϹΕ<sup>ο</sup>Ε.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numos cat. n. 13, 14, 15.</i></h4>
-
-<p>
-Numi e museo cl. Iatta omnes in epigraphe anticae variant, cujus
-incertam significationem incertiorem tot varietatibus reddi, cuique manifestum.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 16.</i></h4>
-
-<p>
-Numus hic solius Mionneti fide nititur. In omnibus aliis ΛΙ legitur
-in area posticae, non AI, ut legit Mionnetus perperam ut videtur.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numos cat. n. 17, 18, 19.</i></h4>
-
-<p>
-Primus numi hujus editor Pellerinius Bastae Calabriae urbi tribuit,
-ratus τῷ K anticae Calabriam designari, et τὸ ΛΙ in postica ΛΙμην explicandum.
-Sed jam numum Pellerinianum Rubastinis tribuendum esse
-docuit Magnanus, qui illum repetit <i>miscell. num</i>. tom. III tab. 39 fig.
-2, et post eum Mola in <i>observat. ad Neumanni opus</i>, editis in <i>effemeridi
-enciclopediche di Napoli</i> anni 1794 martii mensis pag. 81 (ubi perperam
-legit ΡΟΥΒΑΣΤΙΝΩΝ et numum similem memorat, in quo legit
-.. ΒΑΣΤΕΙΝ ..), Eckhelius <i>doctr</i>. tom. I pag. 142, Millingen
-<i>considerations</i> etc. pag. 151, Romanellius <i>topogr</i>. tom. II p. 30, Sestinius
-<i>class. gen</i>. prior. edit. tom. II pag. 10 et 12. In priore Mionneti
-catalogo (<i>catal. d’une collect. d’empreint.</i> p. 8) notatur numi modulus
-5, per errorem, ut videtur.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 22.</i></h4>
-
-<p>
-Editum a me repetit Carellius in descriptione, in qua tamen modulus
-1 + indicari videtur, neque astri in galea fit mentio; in tabulis
-vero duo hujus numi edita sunt exemplaria, 2 moduli, in quorum
-<span class="pagenum" id="Page_b017">[b017]</span>
-altero astrum in galea est sex radiorum, in altero octo. Millingen <i>considerat</i>.
-etc. p. 151 hos numos Metapontinorum ait esse imitationem.
-Similem cum astro sex radiorum in galea e museo ejusdem cl. Nicolai
-Minervinii scribens haec sub oculis habeo.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 24.</i></h4>
-
-<p>
-Numum a me editum excripsit Mionnetus <i>supplem</i>. tom. I p. 267,
-inopportuno addito (?), eique quintum raritatis gradum, et 24 francorum
-pretium tribuit.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 25.</i></h4>
-
-<p>
-Neumannus, qui hunc numum, ab Alberto Fortis dono acceptum,
-primus edidit, inventum ait apud oppidum <i>Rionegro</i>, ad Vulturis montis
-pedes. Numorum Tarenti, Metaponti et Heracleae typos in eo agnoscit,
-et dubius haeret an τὸ ΣΙ intelligendum sit Σίρις et τὸ ΡΥ magistratus
-sit nomen. In descriptione perperam cornucopiae omittit in ectypo
-conspicuum. Mionnetus ad Metapontum primum retulit, mox ad
-Rubastinos, quibus iam dubius tribuerat Eckhelius <i>doctr</i>. tom. I p.
-142, magis fidenter Sestinius <i>class. gen.</i> prior. edit. tom. II p. 10,
-et ego <i>Ital. vet. numism.</i> tom. I pag. 54. Ei vero numo quintum
-raritatis gradum et 24 francorum pretium tribuit Mionnetus. Mola in
-iis, quas jam citavimus, observationibus ad Neumanni opus (<i>efem.
-encicl. di Napoli</i>, marzo 1794 pag. 82) etiam Rubis hos numos
-se tribuisse testatur, addita caussa, quod nempe saepe solis ἀρχαιούσαις
-literis in numis urbium nomina exprimantur. Subdit tamen in
-edita a Fortis epistola de X Apuliae urbibus heracleoticos argenteos
-hos numos dici, et τὸ ΡΥ magistratus esse vel monetarii nomen;
-quam rem sub judice relinquit Mola. Nos vero et Rubis numos hos
-accensendos plane opinamur, et τού ΣΙ, quod aliquando in his legitur,
-explicationem dari posse veri profecto simillimam adfirmamus.
-Σίλουνιον enim, urbem Peucetiorum in mediterraneis extremam, memorat
-Strabo <i>geogr</i>. lib. VI p. 283 Casaub., ubi perperam Casaubonus
-de Sila Bruttiorum cogitans corruptum geographi locum arbitratur. Meminit
-<span class="pagenum" id="Page_b018">[b018]</span>
-quoque Diodorus <i>biblioth.</i> lib. XX cap. 80, e quo discimus urbem
-hanc, quam Σιλβιον vocat, atque in Iapygia ponit, anno urbis
-447 a Samnitibus occupatam, et praesidio custoditam, a Romanis consulibus
-Q. Marcio, P. Cornelio post aliquot dierum obsidionem per
-vim tandem captam, plusquam quinque captivorum millibus, magnaque
-spoliorum copia ablata; quae res urbis et praestantiam et divitias
-ostendit. Hujus urbis populi <i>Silvini</i> Plinio dicti, qui sic memorat inter
-ceteros Apuliae populos, et conterminos: <i>Rubustini, Silvini</i>. Meminit
-et Antoninus <i>itinerar.</i> pag. 121 Vesseling., qui post Venusiam collocat
-ad M. P. XX. Denique in tabula peutingeriana legitur corrupte
-<i>Silutum</i> pro <i>Silvium</i> post Rubos et Venusiam, a qua M. P. XXV (non
-XX) distare indicatur. Holstenius vetustam hanc <i>Silvium</i> eo loco positam
-arbitratus est, quem <i>Gorgoglione</i> nunc dici asserit. Sed nunquam
-iis in locis hoc nomen auditum. Bene igitur Pratillus veram denominationem
-<i>Garagnone</i> restituit, quo nomine nunc locus appellatur, ubi et ex
-antiquis ruderum reliquiis et ex inita distantiae a Venusia ratione satis constat
-Silvium olim extitisse: cujus rei demonstratio petenda ex ipso cl. Iatta
-opere, quod de veteribus Rubis scripsit. Neque audiendus nuperus Parisinus
-Plinii editor (Lemairianae recensionis), qui ait X M. P. a <i>Garagnone</i>
-septemtrionem versus reperiri vicum <i>Savigliano</i>, quem Silvio
-successisse e nominis affinitate colligit. Quae quum ita sint, perplacet
-sententia, quae in his literis ΣΙ ΡΥ Silvinos Rubastinosque memorari
-affirmat, vicinos populos origine, ut videtur, foedere ac ejusdem monetae
-communi usu conjunctos. Fuisse id Achaearum urbium proprium
-quodammodo institutum, docuit sane Polybius <i>histor.</i> lib. II cap. 37,
-et vel sola foederis achaici, quam vocant, numorum series probat. Fuisse
-vero Rubastinos nostros genere Achaeos (Rhyparum nempe colonos),
-uti jam diximus, plane verisimile.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 26.</i></h4>
-
-<p>
-Coronam in Victoriae dextera olim descripsi: pro ea tamen Carellius
-globulum adgnoscit, quod plane insolens. In integrioribus hujus generis
-numis musei Iatta patera potius exprimi videtur, ut in ectypis exhibuimus.
-<span class="pagenum" id="Page_b019">[b019]</span>
-Et recte quidem Victoria libans, et sacra faciens, patera indicatur:
-sic et saepe βουθυτοῦσα.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numos cat. n. 28, 29.</i></h4>
-
-<p>
-Etiam in his numis ego et Taylor Combe coronam, Carellius globulum
-agnovit; verius patera est agnoscenda. In tabulis Carellii etiam
-duplici, ut videtur, torque ornatum muliebre caput apparet: in meo
-ectypo crines ad collum taenia religati videntur.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 31.</i></h4>
-
-<p>
-Millingen <i>considerat</i>. pag. 151 numo modulum dat aliquanto minorem (1).
-Tarentinorum typos eo exprimi observat. Ceterum similis numus
-fuit et apud Emmanuelem Mola, qui ejus meminit in <i>observat. ad
-Neumannum</i> loco superius citato pag. 82. Comparandi vero hi Rubastinorum
-numi cum ceteris formae, et metalli, et typorum caussa plane
-similibus, quique ad Neapolim, et Arpos spectant, quos nempe edidi
-<i>Ital. vet. num.</i> pag. 102 et <i>supplem</i>. p. 16, ubi conjeci Tarenti numos
-(quam urbem Graecarum atque Italicarum urbium, ut ita dicam, in
-medio positam, utrarumque emporium fuisse frequentatissimum Polybii
-testimonio docemur <i>histor</i>. lib. X cap. 1) vicinos populos ad commercii
-commoditatem saepe expressisse, eodem plane pacto quo Corinthiorum
-Pegasorum, Athenarum atque Alexandri tetradrachmorum typi
-plurium deinde urbium vel regum numis communes evasere. Vide quoque
-quae dixi <i>opusc</i>. tom. II pag. 48 seq. Innotuit postea similis Caelinorum
-numus cum epigraphe ΚΑΙ qui cum his Rubastinorum jure comparatur
-a Millingen <i>anc. coins</i> pag. 9. In simili numo apud cl. Iatta
-pro KAI legitur DAI. Vide nostrum <i>bullettino archeologico napoletano</i>
-anno I pag. 130, et quae notavimus supra ad num. 11.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 32.</i></h4>
-
-<p>
-In hujus numi descriptione legit Sestinius NOV, sed in ectypo
-exhibet HOV. Item in ectypo anticae nec cornucopiae nec ΔΩ occurrit,
-<span class="pagenum" id="Page_b020">[b020]</span>
-quod in descriptione indicatur. Patet ergo indiligenter in eo numo
-edendo versatum esse Sestinium.
-</p>
-
-<h4><i>Ad numum cat. n. 35.</i></h4>
-
-<p>
-Habet a me Mionnetus <i>suppl</i>. tom. I pag. 267 addito, ut assolet,
-(?): sextum raritatis gradum, ac 30 francorum pretium assignat.
-Recole de duplici nomine Rubastinorum et Silvinorum quae diximus supra
-ad n. 25.
-</p>
-
-<h4><i>Quaedam de Rubastinorum numis in genere.</i></h4>
-
-<p>
-De numis Rubastinorum in genere meminere Magnan <i>miscell. num.</i>
-tom. III pag. 6 ubi dicuntur <i>Rubastinorum seu Rubustinorum Apuliae
-nummi parvi graeci antiquissimi ex aere</i>, Sestinius <i>lettere prime</i> tom. II
-p. III qui extare eos testatur in museo Ainslieano, Eckhelius <i>doctr</i>.
-tom. I qui RRR dicit, Sestinius <i>class. gen</i>. prioris edit, ubi AR. et
-AE. extare indicat cum inscriptionibus ΡΥ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, et magistratu
-simplice (sic enim τό ΣΙ interpretatur) et RR ait. Musei
-Hedervariani descriptor tom. I pag. 26 numos indicat AE. RRR (non
-describit tamen nisi argenteos). Scriptor <i>catalogi populor. urb. et regum
-quorum numi in museo regio off. monet. mediolanensis asservantur</i>
-pag. 8 tres AE. ibi extare testatur. Sestinius in altera edit. <i>classium
-gener</i>. pag. 15 numos autonomos dicit cum epigr. ΡΥ, ΡΥΒΑ,
-ΡΥΨ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ AR. et AE. RR iterumque subdit: <i>Magistratus
-simplex</i>. Henninio <i>manuel de numism.</i> tom. II pag. 81 dicuntur
-autonomi Rubastinorum Argentei et Aenei sextum raritatis gradum
-obtinere. Sestinius <i>descrizione di alcune medaglie del museo Fontana</i> memorat
-tres in eo extantes Rubastinorum. Arnethus denique decem aeneos
-extare ait in museo, caesareo Vindobonensi (<i>synops. numor. graecor.</i>
-etc. pag. 6). Nobis numi Rubastinorum et Silyinorum rarissimis, ceteri
-raris accensendi videntur. Eorum seriem pene absolutam, omniumque
-ditissimam vidimus apud clar. Iatta, e qua eos solos numos citavimus
-in catalogo nostro, qui ab editis variantes sunt visi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b021">[b021]</span>
-</p>
-
-<p class="title">
-FRANCISCI M. AVELLINII<br />
-AD<br />
-CL. VIRVM IOANNEM IATTA<br />
-DE ARGENTEO ANECDOTO RVBASTINORVM NVMO<br />
-EPISTOLA
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="fill-b021"></a>
- <img src="images/ill-b021.jpg" alt="" />
-</div>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b023">[b023]</span>
-</p>
-
-<h2 id="epistola"><span class="smaller">FRANCISCVS M. AVELLINIVS</span>
-CLARISSIMO VIRO IOANNI IATTA
-<span class="smaller">S. P. D.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Gratulor tibi, clarissime vir, Rubis tuis vel potius nostris, scientiae
-veterum numariae, mihi denique ipse de quantivis pretii ἀνεκδότῳ
-Rubastinorum argenteo numulo, quem modo in ipsa patria tua comparatum,
-redux inde Neapolim attulisti<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>. Vt ad praeclari hujus κειμηλίον
-explicationem quaedam adnotarem, quae mantissae loco catalogo meo numorum
-rubastinorum subtexi possent, jure tuo imperasti: neque ea in
-re, uti nec in ceteris omnibus, tuae de me expectationi deesse volui.
-Itaque pauca haec accipito, quibus, si libeat, nec meliora reperias, utaris.
-</p>
-
-<p>
-Caput in antica juvenile radiatum adversum Soli tribuendum nemo,
-opinor, diffitebitur: quo tamen typo nunquam alias in numis suis Rubastinos
-usos hucusque noveramus. Sed (quod plane animadversione dignum)
-ipsissimo hoc Solis adverso capite numos quosdam Alexandri Neoptolemi
-Epirotarum regis, Tarentinorum, et Metapontinorum in antica ornatos
-novimus, omnes parvi moduli, uti et hic noster est. Alexandri et Tarentinorum,
-quos memoravi, numi fulmen in aversa parte exhibent cum
-epigraphe in prioribus, qui aurei sunt, vel argentei, ΑΑΕΞ, vel ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ
-<span class="pagenum" id="Page_b024">[b024]</span>
-ΝΕΟΠΤΟ<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>, in aliis, qui aurei tantum sunt, ΤΑΡΑΝΤΙΝΩΝ,
-vel ΤΑΡΑΝ.ΑΠΟΛ<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>. Metapontini vero aerei frumenti grana
-et caduceum in postica habent cum epigraphe ΜΕ<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Iam qui similes hos inter se, cognatosque urbium vicinarum, regisque,
-qui apud eas diu est commoratus, numos comparaverit, facile concedet
-non casu quodam, sed consulto potius, probabilique de caussa
-ad illam typorum communionem esse deventum: quae caussa nunc restat
-indaganda.
-</p>
-
-<p>
-Et primum, quod ad eos spectat numos, qui et in anticae et in
-posticae typis plane similes, epigraphe tantum differunt, modo Alexandri
-Neoptolemi filii, atque Epirotarum regis, modo Tarentinorum nomen
-exhibentes, manifesta res esse videtur, cusos eos quo tempore Alexander
-ille, a Tarentinis accitus, in Italiam venit, contra Bruttios, Lucanosque
-pugnaturus<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>: qua occasione ut foedus atque amicitia Alexandrum
-inter et Tarentinos indicaretur, communio illa typorum est inducta<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>.
-Quos omnes, ut id quoque ὡς ἐν παρόδῳ moneam, radiatum
-nempe caput, et fulmen, ad unum eumdemque Solem, vel Apollinem,
-refero. Nam, ut de radiato capite taceam, fulmen Soli quoque convenire
-probant, non minus quae Macrobius habet de Heliopolitano deo, quem
-<i>eumdem Iovem Solemque esse</i> affirmat, fingique ait <i>specie imberbi</i>, leva
-fulmen tenentem<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>; sed et Vibiae, Fontejaeque gentis numi, in quibus
-<span class="pagenum" id="Page_b025">[b025]</span>
-vel Iovem Axurem radiato capite<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>, vel Apollinem Vejovem cum
-fulmine<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> agnoscimus. Plura de ea re alibi notavi quum regii musei
-gemmam illustrarem, in qua imberbis quoque Apollo exhibetur fulmen
-manu tenens: quae commentatio, etsi jam typis tradita, nondum tamen
-e typothetarum carceribus, dicam, an antris, in dias luminis auras est
-producta. Et ad rem facit, quod in numis Tarentinorum quoque ΑΠΟΛ
-magistratus nomen prope fulmen adscribatur, quod quocumque modo
-expleas (Apollodotum, Apollonium, Apollodorum etc.) semper ab Apolline
-(Sole) derivatum se ostendit; itaque ad Solis et caput et fulmen
-manifesto adludit, exemplo in Tarentinorum, aliarumque urbium numis,
-non infrequente. Quare numi hi ceteris antiquitatis monumentis sunt
-adjungendi, in quibus Soli fulmen tribuitur, quod symbolum et Victoriae
-Tarentinos tribuisse, ex aliis eorum numis docemur<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Possem et eam, quam proposui, sententiam, de Alexandri Epirotae
-et Tarentinorum numorum inter se similitudine, etiam iis confirmare
-exemplis, quae e Pyrrhi, Alexandri ipsius in Epiri regno successoris,
-et plurium Italiae vel Siciliae urbium, in quibus haud multo post Alexandri
-mortem commoratus est, numis deducuntur. Sed prudens haec
-praetereo, ne longius haec epistola discurrat, quam propositum meum
-postulare videatur.
-</p>
-
-<p>
-Venio nunc ad rubastinum tuum numum ἀνέκδοτον, cum eodem Solis
-capite in antica, variante tantum postica. Hunc etiam ajo ad Alexandri
-Tarentinorumque cum Rubastinis amicitiam et foedus esse referendum.
-Quum enim Solis caput proprius non fuerit Rubastinorum numorum typus,
-neque, hoc excepto, in aliis inveniatur, restat ut illum e vicinae alicujus
-urbis numis expresserint: haec vero, praeter Tarentum, alia non succurrit.
-<span class="pagenum" id="Page_b026">[b026]</span>
-Itaque quovis posito pignore contendo, quo tempore Alexander
-suos cum Solis capite adverso numos Tarenti, ut videtur, et ipsi Tarentini
-similes cum suo nomine signaverunt; eodem ad amicitiam cum
-Alexandro et Tarentinis indicandam Rubastinorum numum Solis quoque
-capite ornatum esse percussum. Et sane perbelle cum his consentit
-historia. Ait Iustinus: <i>igitur cum</i> (Alexander) <i>in Italiam venisset, primum
-illi bellum cum Apulis fuit: quorum cognito urbis fato, brevi post
-tempore pacem et amicitiam cum rege eorum fecit.</i> Quis dubitet in prima
-hac adversus Apulos expeditione Alexandrum vel Rubastinis amicis
-usum, vel saltem post initam cum eo pacem, quem regem Apulorum
-nominat Iustinus, cum iis quoque in amicitiam venisse? Quae res opportune
-a Rubastinis, illato in eorum numos Solis capite, quo utebatur Alexander
-ipse, est celebrata. Eo vero typo, ut hoc quoque addamus, Alexander
-ipse designatur, qui, uti oriens Sol (ab ortu enim in Italiam venerat)
-videbatur tunc Italiotis adfulgere, eos a barbarorum servitute vindicaturus.
-</p>
-
-<p>
-Eamdem vero, quam Rubastinus tuus, explicationem recipiunt et,
-quos memoravi, parvi aenei Metapontinorum numi cum eodem Solis capite
-in antica. De his haec addit Eckhelius, postquam Alexandri numum
-describit: <i>in museo caesareo est aeneus cum simillimo Solis capite cusus
-a Metapontinis Lucaniae, qua in regione Alexander stolido suo cum ejus
-tractus barbaris bello intentus diu versatus, ex qua ibi commoratione forte
-typi in utrorumque numis communis caussa petenda.</i> Quam vellem meminisset
-tum vir summus Iustini diserte de Alexandro dicentis: <i>gessit et
-cum Bruttiis Lucanisque bellum: tum et cum Metapontinis, et cum Pediculis,
-et Romanis foedus amicitiamque fecit</i>. Quapropter receptae a Metapontinis
-in numis suis Solis (Alexandri) imaginis caussa non ejus in eorum
-regione commoratio, sed magis foedus atque amicitia fuit, plane ut
-Rubastinis. Adde quod usque ad belli exitum Epirotas Metaponti moratos
-probat Livius, quum narrat mortui Alexandri ossa a barbaris. <i>Metapontum
-ad hostes</i> (Epirotas nempe) <i>remissa</i><a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b027">[b027]</span>
-</p>
-
-<p>
-Certus inde jam colligi posse videtur numorum, de quibus locuti
-sumus, Alexandri, Tarentinorum, Rubaslinorum, Metapontinorumque
-συγχρόνισμος. Quum vero Alexander nostris in regionibus commoratus
-sit annis A. C. CCCXXXIV (urbis conditae 419) ad CCCXXXI (u. c.
-422), ut rationes init Nicolayus<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>, intra hos annos concludenda quoque
-est numorum eorum origo: neque eam aetatem respuit artis elegantia,
-qua nitent: immo plane iis temporibus convenire facile deprehenditur.
-</p>
-
-<p>
-Restat nunc ut nonnulla quoque de postica rubastini numi ἀνεκδότου
-adnotemus. Exhibet ea praeter sollemnes illas ἀρχαιούσας litteras
-ΡΥ, duplicem lunulam, cum globulis nonnullis, et solitarias praeterea
-litteras ΔΑ. Imitatos et hac postica esse Rubastinos Tarentinorum monetam
-plane constat, quum et in hac lunulae duae decussatim positae cum
-globulis quibusdam occurrant: quem typum nuper ad <i>bimaris</i> Tarenti
-portus sinusque indicandos trahi posse censuit amicissimus vir cl. Fiorellius<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>.
-Acutum id quidem, sed ad Rubastinorum numum explicandum
-plane inopportunum. Suspicor lunulas potius ad numi valorem referendas,
-qui fuisse videtur diobolaris. Nam et in aeneis Rubastinorum
-(obolis?) simplex in area lunula signatur. Vide catalogi nostri n. 6.
-Et sane Fiorellius ipse idem fere conjecit de pluribus spicis, de Dioscuris,
-de duabus tribusve lunulis, et de hordei grano bifariam diviso in
-Metaponti numis<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>, plaudente cl. Cavedonio<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>. Exstant Heracleae Lucaniae
-aenei minimae formae numi cum Herculis ad aram stantis typo:
-sunt et duplo majores simillimi cum duplice Hercule: quod cui non mirum
-videatur, vel joculare fortasse, et cum Plautinis illis comparandum:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_b028">[b028]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Iam hoc Herculis est, Veneris fanum quod fuit.</i></p>
-<p class="i01"><i>Ita duo destituit signa hic cum clavis senex</i><a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Si cogites tamen duplum esse numi cum duplice Hercule valorem,
-simplicem cum simplice, statim intelliges nullum in re adeo aperta difficultati
-locum esse. Haec vero si recto stant talo, globulos lunulis adjunctos
-non ad valorem numi, sed ad aliud quid indicandum pertinere,
-manifestum videri jure colligas.
-</p>
-
-<p>
-Litteras denique ΔA magistratus vel monetarii ἁρχαιούσας esse pro
-recepto more asserimus: neque id a Rubastinorum consuetudine abhorret,
-qui et in aliis numis (vid. cat. n. 32, 33, 34) alias quoque litteras
-ad magistratus vel monetarii nomen indicandum expressere. In earum
-tamen numero non esse τὸ ΣΙ (quo Silvium vicina urbs indicatur)
-jam alibi diximus, et tu probasti.
-</p>
-
-<p>
-Conjecturam vero de litteris hisce ΔA adscribere hoc loco non piget:
-quanti ea sit facienda, tu videris. Constat e Livii, aliorumque
-testimoniis, et ex ipsis Arpanorum, Salapinorumque numis <i>Dasii</i>, vel
-potius ΔAΞΟΥ nomen tota Apulia frequens, et ab iis praecipue usurpatum,
-qui regia quadam potestate in iis urbibus imperitabant, nobilissimoque
-Diomedis genere satos se esse jactabant<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Quid ni igitur et de Dazo quodam Rubastino cogitemus? praesertim
-quum numulus exstet argenteus cum typo Herculis leonem sternentis, et
-epigraphe ΔΑΞΟΥ, quem quum ederem, propter hanc epigraphen Arpis
-tribui: typus vero et Rubastinis convenire potest. Adde quod, Iustino
-<span class="pagenum" id="Page_b029">[b029]</span>
-teste, Brundisium quoque Aetoli, qui Arpis commorabantur, ab Apulis
-repetebant, quasi a Diomede conditam<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>. Rubos tamen occupasse, nemo
-unquam veterum memoriae prodidit; et ipse Iustinus, qui foedus Alexandri,
-uti jam diximus, cum <i>Pediculis</i> memorat, videtur hujus populi
-δημοκρατίαν agnoscere. Praestat itaque litteras ΔΑ rubastini numuli, quae
-et in Tarentinis quibusdam occurrunt, de quovis alio magistratus nomine
-interpretari.
-</p>
-
-<p>
-Antequam tamen manum, ut ajunt, de tabula, aureum denique,
-si Diis placet, Rubastinorum numum repertum tibi nuncio. Editum illum
-inveni in opere quod titulo <i>nouvelle galèrie mythologique</i> praeteritis annis
-edere aggressus est cl. atque amicissimus collega Carolus Lenormantius
-tab. XIX fig. 9. Typorum et epigraphes ratione plane hic numus convenit
-cum n. cat. mei 25 tab. II fig. 4, 5, Silvinorum Rubastinorumque
-nominibus ornato. Aureum vero esse diserte in tabula Lenormantiana
-affirmatur. Quod si verum, jam Rubastinos tuos, adjuncto Silvinorum
-nomine, aurea quoque usos moneta, in compertis habemus. Sed, ut rem
-ingenue dicam, molesta nascitur suspicio, scalptoris forte incuria in ea
-tabula scriptum fuisse OR pro eo, quod scribere debebat, AR. Quod dubium
-ex ipso cl. auctoris textu diluere non potui, quum operis multis
-ab annis interrupti textus ad eam usque tabulam explicandam non pervenerit.
-Quare rogatum publice volumus cl. Lenormantium, ut hanc nobis
-sollicitudinem abstergat, aureique hujus, si vere exstat, Rubastinorum
-Silvinorumque numi fidem, atque αὐθεντίαν gravissimo suo testimonio det
-probatam, et quo ille in thesauro asservetur, benignissime doceat.
-</p>
-
-<p>
-Numi cat. n. 30 et seq. anticae caput, uti et similium Tarenti, Heracleae,
-Caelii, Palladi tribuendum ea de caussa opinatus est cl. Fiorellius
-(<i>osservazioni sopra talune medaglie</i> p. 19), quod ea patrocinio suo Herculem
-semper foverit. Et sane in vasis quoque pictis saepissime Herculi cum
-leone pugnanti adstituitur. Klausenius vero (<i>Aeneas und die Penaten</i> tom. I
-pag. 428) Minervam Salentinorum foederis Deam ait esse praecipuam, ideoque
-in numis vicinarum urbium (Vxenti) Herculem in aversa facie cum
-<span class="pagenum" id="Page_b030">[b030]</span>
-cornucopiae exhiberi (in Rubastinis est cornucopiae et spica, v. n. 21
-seqq.) ad exprimendam felicitatem Deorum benevolentia hominum viribus
-partam, quae deos ipsos anteverterint. Eam vero fuisse rubastini agri felicitatem,
-ut populum ad summas olim divitias, et ad nobilissima quaeque
-studia capessenda provexerit, jure tu e praestantissimis ipsis rubastinorum
-tuorum artium monumentis probatum dedisti. Idem et Tritonis
-signum (sic vocat quae nobis Scylla dicitur) in galea Minervae
-scalptum ad ejus deae in mare potestatem refert (ib. pag. 429).
-</p>
-
-<p>
-Sed jam sat prata biberunt. Vale, vir clarissime, meque, ut facis,
-ama.
-</p>
-
-<p>
-Scripsi Neapoli V Kalendas septembres A. R. S. MDCCC<span class="over">XXXXIIII</span>.
-</p>
-
-<div class="titlepage">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c001">[c001]</span>
-</p>
-
-<h2 id="disfida">HISTORIA
-DEL COMBATTIMENTO</h2>
-
-<p class="istoria x-large">
-De’ tredici Italiani con altrettanti
-Francesi, fatto in Puglia tra
-Andria, e Quarati
-</p>
-
-<p class="istoria">
-<i>E la vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno
-1503 à 13 di Febraro,</i>
-</p>
-
-<p>
-Scritta da Autore di veduta, che v’intervenne
-</p>
-
-<p class="pad4">
-In Napoli per Lazaro Scoriggio. 1633
-</p>
-
-<p>
-RISTAMPATA DA GABRIELE PORCELLI
-1844.
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c003">[c003]</span>
-</p>
-
-<h3>AL BENIGNO LETTORE.</h3>
-</div>
-
-<p>
-<i>Di questo combattimento tra tredici Francesi, et altrettanti
-Italiani, e della vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno
-1503 trattano Gio: Battista Cantalicio Vescovo d’Adri,
-e Penna nella sua Consalvia,</i> de bis recepta Parthenope,
-<i>scritta in verso heroico lib. 2. Francesco Guicciardini nel
-lib. 5. dell’Historia d’Italia, Paulo Giovio nel lib. 2. della
-vita di Consalvo di Cordova Gran Capitano, Mambrin Roseo
-da Fabriano nell’aggiunta al compendio dell’Historia del
-Regno di Napoli lib. 8. Girolamo Zurita nell’Historia di
-Ferdinando Re Cattolico nel 5. vol. delle sue opere lib. 5.
-cap. 12, et altri. Però detti Autori ne scrivono con molta
-brevità, e non raccontano tutti i particolari, che sono riferiti
-in questo libretto, anzi vi è qualche diversità fra di
-loro, et alcuni di essi fanno errore ne’ nomi, e ne’ cognomi,
-e nelle patrie di alcuni di detti tredici Italiani, che
-combatterono, il che tutto è avvenuto per non havere detti
-scrittori saputo l’intera verità delle cose, che succederno,
-essendo stati tutti forastieri del Regno, fuorchè il Cantalicio,
-che scrisse questo fatto brevissimamente in versi, però
-si ha da dare in tutto fede a quel che si riferisce in questo
-libretto, per essere stato composto, e stampato in Napoli nell’istesso anno,
-<span class="pagenum" id="Page_c004">[c004]</span>
-che il fatto succedè, vivendo tutti quegli
-che v’intervennero, ove anco si riferiscono tutte le lettere,
-e le scritture, che vi si fecero, dalle quali appare la verità
-del fatto, e quanto passò in quella gloriosa impresa, scritto
-de persona, che non solo v’intervenne, ma fù gran parte
-di quella, havendo copia di tutte le scritture, che vi furon
-fatte.</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c005">[c005]</span>
-</p>
-
-<h2 id="combattimento">IL COMBATTIMENTO
-<span class="smaller">delli tredici Italiani, e tredici Francesi fatto in Puglia
-tra Andria, e Quarata.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-E la vittoria ottenuta per gl’Italiani nell’anno 1503
-à 13 di Febraio.
-</p>
-
-<p>
-Essendosi deliberato dal Cattolico Ferrando di Aragona Re di Spagna,
-e dal Cristianissimo Luigi Re di Francia per alcune loro raggioni
-privar del Regno il Serenissimo Federico d’Aragona Re di Napoli, per conseguir
-lor intento, de commun consenso destinorno dui eserciti alla volta
-di tal Regno, l’uno di Spagnuoli per la parte di Puglia sotto il governo
-di Consalvo Ferrando; l’altro di Francesi per la parte di Terra
-di Lavoro, sotto Monsignor d’Obegni Generali Capitani, i quali havendo
-la fortuna propitia, con poco, anzi nullo fastidio, s’insignorirono dell’una,
-e l’altra parte, e volendosi dopoi dividere il Regno tra loro,
-non essendo concordi, furon necessitati venire a rottura di guerra: Donde
-trovandosi le cose della fortuna in tal modo, et il Regno da tal guerra
-molto vessato, la maggior parte de’ Baroni del Regno, e de’ Cavalieri
-Italiani aderirono, e s’accostarono alla parte Spagnola, e mentre che le
-agitationi della guerra andassero pari, ne la fortuna havesse ancora cominciato
-ad inclinare ne dall’una, ne dall’altra parte; standosi l’esercito
-de Spagnuoli in Barletta, e quel de’ Francesi in Ruvo, et altre terre
-di Puglia, avvenne che un giorno trovandosi Carles de Togues titolato
-Monsignor de la Motta, Francese in Barletta, in casa di D. Diego di
-Mendozza Capitan nell’esercito Spagnuolo, in presenza di quello, e di
-D. Pietro di Crigno Prior di Messina, e d’Indico Lopez Hiala, e d’alcuni
-altri gentilhuomini Spagnuoli, havendosi cenato, com’è solito de’
-Cavalieri, il detto Carles la Motta proruppe ad alcuni raggionamenti di
-guerra con l’Indico Lopez, e tra gli altri loro discorsi devennero a
-raggionamento del valore delle genti d’armi Italiane, e domandando lo
-<span class="pagenum" id="Page_c006">[c006]</span>
-Indico Lopez alla Motta, come tra Francesi esistimavano l’Italiani. Rispose
-la Motta, che loro non tenevano l’Italiani in alcuna esistimatione,
-e detto Indico Lopez disse, che havevano in Barletta buona compagnia
-di gente Italiana; donde la Motta rispose, che lo credeva bene,
-però che di gente Italiana essi non facevano conto niuno, perchè l’haveano
-abbattuti più volte, e che essi Francesi, quando fusse accaduto
-venire a giornata di battaglia, haveriano fatto stare l’Italiani, ch’erano
-in loro compagnia da banda a vedere; e così confortava li Spagnuoli
-circostanti, che si havesse a venire a giornata di combattere con Francesi,
-nell’ordine dell’esercito dovessero ponere l’Italiani avanti, perchè
-se l’Italiani havessero fatto il dovere, sariano stati ammazzati da Francesi,
-e si havessero rivoltati a fuggire, si dovessero ammazzare da Spagnuoli.
-Al che rispose l’Indico, che essi tenevano l’Italiani in buona
-riputazione, et in quelli confidavano, come alla propria natione Spagnuola,
-certificando, che l’Italiani, ch’erano in Barletta tenevano assai
-gana, e desiderio d’affrontarsi, et intropparsi con Francesi; e che
-confirmava, che haveriano fatto lo dovere, e che per uno Italiano a
-sodisfation dell’honor d’Italia era stato scritto a Francesi di combattere,
-e quelli non haveano risposto. Replicò la Motta, e disse che non
-lo credeva, ma pure se fusse scritto a Ruvo, che s’haveriano trovati
-non solamente uno, ma dieci Francesi, che haveriano combattuto con
-Italiani. E così lo Indico rispose, che certificava la Motta, et ogn’altro
-Francese, che sempre, che fossero trovati dieci huomini d’armi
-Francesi, che havessero voluto combattere con Italiani, che esso Indico
-Lopez prometteva trovare dieci huomini d’armi Italiani che haveriano
-combattuto con altrettanti Francesi. Alche rispose la Motta che esso
-prometteva sua fè, che gionto ch’era in Ruvo, trovaria diece huomini
-d’armi Francesi, che combatteriano con tanti altri Italiani. Replicò medesimamente
-Indico Lopez ch’esso prometteva sua fè, di trovare dieci
-huomini d’armi Italiani, che haverian combattuto con tanti altri Francesi,
-e quando la Motta havesse trovati detti combattenti Francesi, l’havesse
-avvisato, alche s’offerse la Motta assai volentieri, perchè dubitava,
-che dicendo tal cosa in Ruvo, se burlarian de’ fatti suoi. Ma perchè
-tali parole erano state dopo cena, determinarono, che la matina
-<span class="pagenum" id="Page_c007">[c007]</span>
-seguente di ciò si parlasse; e pervenuti alla matina seguente, la Motta
-essendo in procinto di partire da Barletta per tornar in Ruvo, disse ad
-Indico Lopez, se stava nel medesimo proposito del raggionamento della
-sera passata, al qual rispose Indico Lopez, che ben si trovava in tal
-proposito, e quel replicò, che non saria mancato alla promessa, e così
-la Motta si partì da Barletta, e si condusse in Ruvo, e dopoi scrisse
-lettere ad Indico Lopez del tenor seguente.
-</p>
-
-<p>
-»Signor Indico Lopez, a vostra buona gratia mi racomando. Mi
-ricordo ben, che V. S. mi disse, e promise sua fè, di trovare dieci
-huomini d’armi Italiani, che combattessero con dieci huomini Francesi,
-e così io promisi mia fè a V. S. di trovar l’huomini d’armi
-Francesi per il medesimo effetto, quai molto facilmente hò trovati,
-e se il numero de dieci vi paresse poco, ne troverò più, si quella
-mi scriva quattro, o cinque giorni avanti, et il luogo, et il dì destinato,
-tutto risolutamente, e con effetto senza che si ponga il fatto
-in lungo. E se loro dimandassero querele, noi non volemo combattere,
-se non sotto justa querela; e si a loro piacerà, ciascuno porterà
-cento corone, e chi guadagnarà la vittoria, riporterà in premio
-le cento corone, e le spoglie, cioè l’armi, et i cavalli: e questa
-serà la querela, a fine che chi perde, se ne vada alla leggera. Altro
-non scrivo, son sempre al piacer di V. S. Da Ruvo a 28 di Gennajo
-1503. Di V. S. Servitor con mio honor — La Motta«.
-</p>
-
-<p>
-Le sopradette lettere della Motta, fur consegnate per lo Trombetta
-Francese ad Indico Lopez, al quale parve far intendere ad alcuni Italiani,
-quanto per la Motta con parole, e con scritto gli era stato esposto,
-e consultandosi com’era debito, le predette occorrenze con Prospero
-Colonna, e quel considerando in tal causa doversi procedere con i convenienti
-modi, fece aggregation de Cavalieri, esponendo ogni particolarità
-delle cose predette, quali furono disputate, e discusse con ogni
-oportuna diligenza, tanto circa le parole prolate per la Motta, quanto
-anco circa la continentia della sua lettera. E benchè per le parole
-usate per la Motta, s’havesse potuto fondare giustissima querela per
-gl’Italiani, pure per estinguere ogni alteratione, ch’era per succedere
-con Spagnuoli, donde haveriano potuto emergere pernitiose dissentioni,
-<span class="pagenum" id="Page_c008">[c008]</span>
-et ancora perchè la Motta escludeva espressamente non voler combattere,
-se non <i>sub justa quærela</i>, proponendo quella delle cento corone,
-e le spoglie: e non ostante che si conoscesse apertamente detta querela
-non esser degna, ne conveniente a Cavalieri; pure ad evitare ogni imputatione
-di subterfugio, si concluse, che destramente, e con attitudine
-s’attendesse a pigliar la difensione, tenendosi ferma speranza, se
-ne dovesse ottenere gloriosa vittoria, secondo infinite volte havevano
-conseguito altri Italiani provocati da Francesi, per lo che molti Italiani
-supplicaro, e fero instanza per intrar a tal impresa; Ma perchè
-Hettorre Fieramosca li giorni passati havea pigliato la querela contra
-Monsignor Frumet Luogotenente del Vicerè Francese, confutando la particola
-delle sue lettere, nelle quali diceva non doversi più fidar, nè
-d’Italiani, nè de Spagnuoli, e riprobandolo, come mendace, havendo
-prorotto così nel suo scrivere, e lo Monsignor di Frumet non havea
-risposto al detto Hettorre, et attento che nel progresso del parlare de
-la Motta con Indico Lopez era fatta mentione di tal materia, per le
-antedette cause, et altri degni respetti, fu determinato si concedesse la
-predetta defensione al detto Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, e
-che si rispondesse a la Motta per lo Indico Lopez come ad esso apparteneva,
-e per lo prenominato Ettorre nel modo che segue.
-</p>
-
-<h3><i>Lettera d’Indico Lopez a la Motta.</i></h3>
-
-<p>
-»La Motta. Ho ricevuto vostre lettere date in Ruvo a 28 del
-presente mese di Gennajo, per le quali scrivete del combattere di
-dieci Francesi contra diece Italiani. Rispondo che quanto contiene in
-dette vostre lettere, l’ho fatto intendere ad alcuni Italiani, e perchè
-quelli per loro lettere scrivono a voi sopra tal materia pienamente,
-però non mi estendo in altro, persuadendomi fermamente, che
-troverete, come ho detto, l’Italiani ferventissimi a sodisfare al loro
-honore. — Da Barletta a 29 di Gennaro 1503 — Di V. S. — Indico
-Lopez«.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c009">[c009]</span>
-</p>
-
-<h3><i>Lettera di Hettorre Fieramosca a la Motta.</i></h3>
-
-<p>
-»La Motta. Lo Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni
-Italiani haver ricevute lettere vostre de’ 28 del presente mese di Gennaro,
-per le quali dicete haver trovati dieci huomini d’armi Francesi
-per combattere con diece huomini d’armi Italiani, cento corone,
-e le spoglie, cioè l’armi, e cavalli. Vi dico, che quantunque questa
-non sia querela conveniente à Cavalieri; per farvi conoscere come
-gl’Italiani son huomini, che amano la conservation dell’honor loro;
-Io, e diece altri huomini d’armi Italiani, che faranno il numero
-d’undeci, semo per difendere dette cento corone, armi, e cavalli,
-e sodisfare alla requisition vostra. Declarate dunque luogo comune
-con uguale segurtà, e la giornata, avisando tre dì prima, a tale possiamo
-comparire a tempo — Da Barletta a’ 29 Gennaro 1503. — Hettorre
-Fieramosca«.
-</p>
-
-<h3><i>Lettera de la Motta ad Hettorre Fieramosca.</i></h3>
-
-<p>
-»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere scritte a 29 di
-Gennajo, per le quale mi scrive che il Signor Indico Lopez ha fatto
-intendere ad alcuni Italiani haver ricevuto lettere mie alli 28 del presente
-mese, nelle quali io scriveva, haver trovati diece huomini d’armi
-Francesi per combattere con dieci huomini d’armi Italiani, cento
-corone, e le spoglie: Io ho scritto le lettere al Signor Indico Lopez,
-perchè sua Signoria, trovandomi loco in Barletta, mi parlò che
-haveano de huomini da bene Italiani, gli risposi che lo credeva bene,
-e così mi disse che haveano disfidato Monsignor di Frumet con
-dieci huomini d’armi Francesi, gli risposi che se havessero mandato
-qua in Ruvo, io li haveria trovati, e mi disse se io mi confidava
-trovare diece Francesi che sua Signoria si confidava trovarne diece
-huomini da bene Italiani. Io li promisi trovar diece huomini da bene
-Francesi, come ho fatto: e toccando alle cento corone, cavalli,
-et armi che mi scrivete non sia sufficiente querela à Cavalieri: Io
-<span class="pagenum" id="Page_c010">[c010]</span>
-scrissi al Signor Indico Lopez, che noi non volevamo combattere, se non
-sotto iusta querela, e così per non havere altra querela al presente,
-scrissi a sua Signoria che piacendo a loro, combatteriamo cento corone,
-e le spoglie per ciascuno: In quanto mi scrivete, che Italiani
-amano la conservatione del loro honore, e che voi, e dieci huomini
-d’armi che faranno undici, siete per difendere le dette cento corone,
-armi, e cavalli, credo siate huomini da bene, e che le difenderete
-bene, e che accettiate il combattere, piace assai a me, et a
-miei compagni; e così noi da nostra banda siamo per difender l’honor
-nostro, le cento corone, armi, e cavalli. Quanto mi scrivete,
-lo luogo sia comune, e di ugual sicuritate: Lo luogo sarà fra Andri,
-e Corato. Lo dì sarà da hoggi a dodici dì, che saranno li undici
-di Febraro. Et aviserò tre dì avanti che sarà all’otto del detto,
-e vi manderò li nomi delli gentilhuomini, che combatteranno, e così
-mi mandarete voi, e venuti li nomi, mandaremo nostri ostaggi in
-Andri, e li vostri manderete in Corato per ugual securità di tutte
-due le bande. Da Ruvo all’ultimo di Gennaio 1503. E perchè sono
-stato pregato da due altri Gentilhuomini, che voleriano essere del combattere,
-vi sforzerete trovarne due altri, che saranno tredici per banda — La
-Motta«.
-</p>
-
-<p>
-Sopra le particole delle premisse precedenti lettere, fu tra li Cavalieri
-Italiani disputato, si incumbeva doversi reprovare Carles la Motta,
-considerando che le parole da quello dette in vilipendio d’Italiani
-nel raggionamento fatto con lo Signor Indico Lopez, dissentivano dal
-tenor delle sopradette particole, e dimostravano disditta: E benchè per
-tal contradittione la Motta s’havesse potuto reprovare, pure per haversi
-accettata la querela per esso proposta, e per le cause allegate nella prima
-discussione, e per molti altri rispetti, fu pretermisso estendersi in
-questo altrimenti: E similmente fu ventilata l’altra particola delle predette
-lettere de la Motta, in la querela pretendeva voler difendere l’honor
-loro, cento corone, armi, e cavalli, perchè alcuni Cavalieri esperti
-rivocavano in dubio, se la Motta in aumento di sue raggioni potria subintrare
-alla difensione, e trahere quella a loro parte: Et essendo detti,
-<span class="pagenum" id="Page_c011">[c011]</span>
-e replicati molti argomenti sovra tal materia, finalmente fu concluso,
-che la difensione per nissun modo competeva a la Motta, havendo
-esso proposto la querela, e dimostrava nelle sue agitationi tener luogo
-di Procuratore.
-</p>
-
-<h3><i>Lettere d’Hettorre Fieramosca responsive a la Motta.</i></h3>
-
-<p>
-»La Motta. Ho inteso quanto scrivete per vostre lettere dell’ultimo
-del prossimo passato mese di Gennajo, per le quali tra le altre
-parti d’esse lettere replicate sovra il combattere de’ vostri compagni
-Francesi, contra altrettanti Italiani, che per non aver altra querela,
-havete scritto al Signor Indico Lopez, che combatterete cento
-corone, e le spoglie per ciascuno, e che avete piacer assai, che
-io, e miei compagni habbiamo accettato il combattere, e che lo luogo
-commune serà per lo campo infra Andri, e Corato, e che lo
-dì serà all’undici di Febraro, e che avisarete all’otto di detto mese,
-che serà tre dì avanti, e manderete i nomi delli Gentilhuomini
-che combatteranno, e così io habbia a mandare i nomi de’ miei compagni
-a voi, e che havuti li nomi, manderete li ostaggi vostri in
-Andri, e che noi habbiamo a mandare li nostri in Corato per ugual
-sigurtà di tutte le due bande. Rispondo; Io e miei compagni havemo
-accettato di buona volontà la querela che voi proposta avete,
-quantunque non sia querela conveniente à Cavalieri, per farvi solo
-conoscere come gl’Italiani amano la conservation del loro honore, e
-così stamo parati di sostentare di buon animo, e difendere le cento
-corone per ciascuno, armi, e cavalli: E quando haverete mandati
-i nomi delli huomini, che pretendono combattere, io manderò a voi
-i nomi de’ miei compagni, e delli ostaggi che mandarete in Andri,
-similmente corrisponderemo in mandar li nostri in Ruvo, e non in
-Corato per esservi la peste; avvertendovi, che bisogna specificatamente
-nominare il luogo comune infra Andri, e Corato: e se oltra
-la securtà dell’ostaggi vi parerà che lo campo si assicuri per li superiori,
-declaratelo, e provedete dal canto vostro, che noi provederemo
-dal nostro. Quanto alla parte che scrivete, esser stato pregato
-<span class="pagenum" id="Page_c012">[c012]</span>
-da due altri Gentilhuomini, che vorriano essere del combattere,
-e che io ne debbia trovar due altri, che saranno al numero di tredici
-per banda. Rispondo che siamo al numero di tredici, secondo
-scrivete, e pronti ad ogni vostra requisitione — Da Barletta a 2 di
-Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«.
-</p>
-
-<h3><i>Replicatione de la Motta ad Hettorre Fieramosca.</i></h3>
-
-<p>
-»Hettorre Fieramosca. Ho inteso quanto per vostre lettere delli 2
-di Febraro ne scrivete, replicando, che voi, e vostri compagni di
-buona volontà avete accettata la querela per me proposta; replicando
-ancora, non essere stata conveniente a Cavalieri; ma per farne conoscere,
-che gl’Italiani son huomini, che amano la conservatione del
-loro honore, che state parati a sostentar di buon animo le cento corone
-per ciascuno, le armi, e cavalli: Vi rispondo, senza più replicar,
-che io, e miei compagni siamo similmente paratissimi a difendere
-le nostre cento corone, arme, e cavalli per ciascuno da nostra
-banda, così bene come voi. In quanto a quello che mi scrivete,
-che quando io haverò mandato i nomi de’ Gentilhuomini, che pretendono
-combattere con voi, che manderete i nomi de’ vostri, io vi
-manderò li nomi Lunedì prossimo futuro, e li ostaggi li manderò Domenica,
-che serà oggi ad otto in Barletta, e voi li manderete in
-Ruvo, per ugual suspitione della peste, secondo in vostre lettere
-scrivete. Del specificare, e nominare il luogo proprio, serà come
-ho scritto fra Andri, e Corato, la dove combatterono Baiardo, e
-D. Alonso. Quanto mi scrivete, se oltre la securtà degli ostaggi mi
-paresse che ’l campo si assecurasse per i Superiori, che lo declari,
-e proveda da mia banda, che voi provederestivo dalla vostra. Noi
-manderemo li ostaggi, e manderemo l’assecuramento de Monsignor de
-la Palizza nostro Superiore in questa banda, e promettemo la fè nostra,
-che da nostra banda non ci serà inganno, ne soverchiaria alcuna, ne
-da questa gente d’armi che sono da qua sotto lo governo di Monsignor
-de la Palizza, ne di tutti gli altri che sono al servizio del Christianissimo
-Re in questo Regno: E similmente ne manderete voi l’assecuramento
-<span class="pagenum" id="Page_c013">[c013]</span>
-de’ vostri Superiori, e prometterete la fè vostra, non c’esser
-inganno, ne soverchiaria alcuna delle genti che servono li Cattolici
-Re, e Regina in questo Regno. Del numero delli tredici, ne
-scrivete, ne piace. Del dì del combattere, che vi havemo scritto,
-che saria stato alli undici del presente, non pensavo fosse stato il
-Sabbato, nel qual giorno alcuni di nostri hanno divotione, e desiderano
-guardarlo, e così la Domenica communemente la guardaremo tutti;
-si che non dispiacendovi, serà Lunedì, che seranno li tredici del
-presente mese di Febraro. Ne declararete quanti Giudici volete siano
-per banda, per vedere, e come volete che vengano armati, o disarmati,
-il tutto ne darete per aviso — Da Ruvo a 5 di Febraro 1503 — la
-Motta.
-</p>
-
-<h3><i>Lettere de la Motta ad Hettorre Fieramosca.</i></h3>
-
-<p>
-»Hettorre Fieramosca. Perchè, come vi ho scritto, hoggi che è
-Lunedì, mandarvi li nomi de’ Gentilhuomini, che seranno del nostro
-combattere, ve li mando, e sono questi — Marco de Frange — Giraut
-de Forzes — Gran Jan de Aste — Martellin de Sambris — Pier
-de Ligie — Jacobo della Fuontiena — Eliot de Baraut — Giovan de
-Landes — Saccet de Saccet — Francisco de Pisa — Jacopo de Guigne — Nanti
-de la Frasce — Carles de Togues, detto Monsignor de
-la Motta — Et avisarete per vostre lettere, e mandarete i nomi de’
-vostri, e de quanti ostaggi volete che mandiamo da vostra banda,
-e ne manderete al presente la sicurtà dell’ostaggi, acciò possano venire
-sicuramente, e per quello ne porterà sicurtà de’ nostri, ve manderemo
-la sicurtà de’ vostri ostaggi, e per loro la sicurtà de vostra
-banda, e senza altro scrivere, lunedì che saranno li tredici del presente,
-ne troverete nello loco nominato nelle mie lettere — Da Ruvo
-a 6 di Febraro 1503 — la Motta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c014">[c014]</span>
-</p>
-
-<h3><i>Lettere di Hettorre Fieramosca di Capua.</i></h3>
-
-<p>
-»La Motta. Ho ricevuto due vostre lettere date in Ruvo a cinque,
-et a sei del presente, nelle quali havete mandato li nomi delli huomini
-pretendono combattere, e scrivete la prorogatione della giornata
-alli tredici del detto mese, e che manderete i vostri ostaggi domenica
-prima che verrà, per quelli manderete la sicurtà di tutta vostra
-banda, e che io, e miei compagni habbiamo a mandare i nostri
-ostaggi in Ruvo, per evitare la suspition della peste, e con loro la
-securtà de nostra parte, e specificate lo proprio loco infra Andri, e
-Corato, dove combatterono Don Alonso, e Baiardo, e che oltre li
-ostaggi, manderete lo assecuramento di Monsignor della Palizza vostro
-superiore, e promettete la fè vostra, che da vostra banda non
-serà inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che
-sono quà sotto lo governo di Monsignor della Palizza, ne da tutte
-le altre genti, che sono al servitio del Cristianissimo in questo Regno:
-E che similmente noi debbiamo mandare lo assecuramento, e
-nostra fè, che non ci sia inganno, ne soverchiaria alcuna de tutte
-le genti d’armi delle Cattoliche Maestà Re, e Regina in questo Regno.
-Et oltre di ciò dicete, che s’habbia a declarare quanti Giudici
-si hanno da eligere per banda, e che per quelli porteranno la sicurtà
-de’ vostri ostaggi manderete la sicurtà de’ nostri. E finalmente concludete,
-che senz’altro scrivere, lunedì che saranno i tredici del presente,
-vi troverete nel luogo nominato in vostre lettere; et io volendo
-corrispondere a vostre requisitioni, vi mando particolarmente
-i nomi de’ miei compagni che siamo al numero di tredici, e son questi — Guglielmo
-d’Albamonte — Mariano d’Abignenti da Sarno — Francisco
-Salamone — Giovanni Capoccio da Roma — Marco de Napoli — Giovan
-de Roma — Lodovico d’Abenavole de Capua — Hettorre
-Romano — Bartolomeo Fanfullo — Romanello — Riczio de Parma — Moele
-de Paliano — Fieramosca di Capua — Et anco mandamo
-guidatico, et assecuramento per li ostaggi vostri, che possano
-venire in Barletta, e per lo presente (come havete offerto) mandarete
-simil guidatico, et assecuramento per li ostaggi nostri, che si
-<span class="pagenum" id="Page_c015">[c015]</span>
-possano condurre in Ruvo: Et in lo modo, et ordine, che manderete
-li ostaggi vostri in Barletta con la sicurtà di Monsignor de la
-Palizza, e de tutta vostra banda, mandaremo nostri ostaggi in Ruvo,
-con lo assecuramento del Signore Don Diego de Mendozza, e
-de tutta nostra banda: e promettemo nostra fè, che da nostra banda
-non sarà inganno, ne soverchiaria alcuna da questa gente d’armi, nè
-da tutte altre che sono al servizio delle Cattoliche Maestà in questo
-Regno. Dell’elettione delli Giudici, sapete che bisogna, siano huomini
-per tal officio, di conditione, prattichi, et esperti, però quando avisarete
-distintamente la elettione da voi fatta, io, e miei compagni provederemo
-a tale effetto oportunamente, e vi avisaremo de nostra elettione,
-et avertite che gli huomini, che han da venire a vedere, siano
-di ugual numero così dalla parte vostra come dalla nostra, e se deve declarar,
-et determinar per li Superiori, che assecurano il campo. Potrete
-dunque far opera, che Monsignor de la Palizza habbia a significarlo
-al Signor D. Diego de Mendozza, e per commune loro disposizione
-s’habbia a declarare quanti han da venire dall’una, e l’altra parte.
-Che finalmente concludeti, che senz’altro scrivere, Lunedì che saranno
-li tredici dell’instante mese, vi trovarete al luogo destinato
-dalle vostre lettere: Vi rispondo, che in la medema forma, io, e
-miei compagni, compareremo con li cavalli copertati, e con le persone
-nostre armate de tutt’armi, con lanze, spade, stocchi, et altre
-armi manuperabili, a sostentar, e difendere, secondo ho scritto
-per altre mie lettere — Da Barletta a dì 7 di Febraro 1503 — Hettorre
-Fieramosca«.
-</p>
-
-<p>
-E ’l tenor dell’assecuramento del Signor D. Diego de Mendozza
-siegue in tal modo.
-</p>
-
-<h3><i>»Don Diecus de Mendozza Serenissimarum, et Catholicarum
-Majestatum armorum Capitaneus etc.</i></h3>
-
-<p>
-»Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici
-Italiani ne haveno fatto intendere doverno comparere in la giornata
-deputata per la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi, quai pretendono
-<span class="pagenum" id="Page_c016">[c016]</span>
-combatter contro essi Italiani in lo campo intra loro specificato,
-fra Andri, e Corato, e per segurtà dell’una, e l’altra parte
-se haveno da mandare ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seran
-mandati per la Motta, e suoi compagni Francesi, non abbiano a dubitare
-di pater molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor
-della presente, <i>sub verbo, et fide nobilium</i>, guidamo, ed assecuramo
-li Gentilhuomini, che per li predetti la Motta, e suoi compagni seranno
-destinati per ostaggi, che possano venir liberi, e securamente
-in Barletta, e commorar in detta Terra, secondo la forma de loro
-obbligationi, e conventioni; e dopoi detti ostaggi possano ritornare
-in Ruvo senza impedimento, ne danno alcuno in loro persone, ne
-in robbe, declarando a tutti, e singoli Capitanei, stipendiarii, soldati,
-pedoni, et altre genti d’armi suddite delle Cattoliche Maestà,
-et imponendoli da parte di quelle, che debbiano osservare alli predetti
-ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto, <i>juxta</i>
-sua serie, e tenore, e così nello venire di detti ostaggi in Barletta,
-e commorar in detta Terra, come ancora nel ritornare in Ruvo.
-Non facendo il contrario per quanto ciascuno desidera evitare l’ira,
-et indignatione di dette Cattoliche Maestà, et evitare la pena della
-vita. E per declaratione della verità, cautela, e securtà di tutti
-ostaggi havemo spedite le presenti subscritte di nostra propria mano,
-e con la impressione del nostro solito sigillo — Di Barletta a 7 di
-Febraro 1503 — <i>Don Diecus de Mendozza</i>.
-</p>
-
-<h3><i>Lettere de la Motta responsive ad Hettorre.</i></h3>
-
-<p>
-»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere, e quelle intese,
-e rispondo hoggi, che sono li undici del presente mese di Febraro
-risolutamente, come per voler effettuar, e mandar lo negotio
-a porto, vi mando li presenti Gentilhuomini per ostaggi da nostra
-banda, quai sono Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble,
-a tal che con securtà possiate venire. Perloche voi manderete i vostri
-ostaggi per nostra securtà, acciò con gratia di nostro Signore
-Iddio lunedì primo che saran li tredici del presente mese, ambe le
-<span class="pagenum" id="Page_c017">[c017]</span>
-parti si possano condurre in lo loco appontato, dove combattero Monsignor
-Baiardo, e D. Afonso fra Andri, e Corato. E perchè in dette
-lettere ci dimandate l’assecuramento dell’Illustre Monsignor della Palizza
-nostro Superiore, a sua Illustre Signoria non have parso di
-farlo; Però vi dicemo, che senza dubio alcuno vogliate liberamente
-venire, che vi promettemo la fè nostra, possate securamente venire,
-che ne da noi, ne da nostra banda, ne da gente, sono in questo
-Regno al servitio della Cristianissima Maestà, vi sarà usata soverchiaria
-alcuna, dovendovi donar il campo sicuro; E quando dubitassivo
-dell’opposito, e si facesse soverchiarla, da mò ci donamo
-per vostri prigioni: E dovendosi far questo medesimo per voi, ne
-prometterete, per voi, e vostre bande, e tutte genti sono in questo
-Regno per servizio delle Cattoliche Maestà Re, e Regina d’Ispagna.
-E volendo dar effetto al sopradetto, non ci accade altra securtà,
-ne dilation di tempo, per havermo una con miei compagni in detto
-tempo deliberato in detto luogo comparere con li cavalli copertati,
-e nostre persone armate de tutte arme necessarie, dovendovi trovar
-in detto luoco, e dì alle dieceotto hore, o vero avante, acciò s’habbia
-tempo di posser eseguire i nostri desiderii, fandovi intendere,
-che noi condurremo là quattro Giudici eletti da nostra banda, e tredici
-altri huomini ne condurranno li cavalli, e sedici Gentilhuomini
-verranno à vedere, per li quali tutti prenominati non vi sarà altro
-che porti armi, eccetto noi deputati al combattere, e li quattro Giudici,
-e li altri Gentilhuomini verranno a vedere, e li ventisei che
-meneranno li cavalli, e condurranno l’elmetti, veneranno disarmati;
-Però vi dicemo, se volete, tutti li sopradetti vengono in nostra compagnia
-à detto numero, se hanno da comprendere nel medesimo assecuramento,
-come noi altri: E volendo voi condurre altrettanti in
-simil modo dal canto, e banda vostra, declaramo se intendano nel
-medesimo assecuramento per noi, e nostra banda, venendono in vostra
-compagnia. Ancora vi mandamo li nomi delli Giudici, secondo
-qui da basso vederete notati — Da Ruvo à gli 11 di Febraro 1503 — La
-Motta — Li nomi delli Giudici sono questi — Monsignor de Bruglie — Monsignor
-de Murabrat — Monsignor de Bruet — Etum Sutte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c018">[c018]</span>
-</p>
-
-<p>
-El tenor dell’assecuration de Monsignor della Palizza siegue in tal
-modo.
-</p>
-
-<p>
-»<i>Jacobus de Cabannes Dominus Politico Christianissimi Regis Zamburlanus,
-ac Provinciarum Terræ Bari, et Aprutii Gubernator.</i> Perche
-la Motta, e suoi compagni al numero di tredici, ne han fatto intendere
-doverno comparere in la giornata deputata per essi, et altrettanti
-Italiani, à causa che pretendono combattere in lo campo
-specificato fra Andri, e Corato, e per securtà dell’una, e dell’altra
-parte si devono mandar l’ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seranno
-mandati da Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, non abbiano
-a dubitar di patir molestia, pericolo, ne detrimento alcuno.
-Per tenor della presente <i>sub verbo, et fide nobilium</i>, guidamo, et
-assecuramo due Gentilhuomini, e tre famegli per uno, che per li predetti
-Hettorre, e suoi compagni seranno destinati per ostaggi, che
-possano venire liberi, e sicuri in Ruvo, e commorar in detta terra,
-secondo la forma de loro obligatione, e conventioni; E dopoi
-detti due ostaggi, e famegli ritornar in Barletta senza impedimento
-alcuno, o danno in loro persone, e robbe, declarando a tutti, e
-singuli Capitanei, stipendiarii, e soldati della Cristianissima Maestà,
-et imponendoli da parte di essa, che debbiano osservar alli
-predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto <i>juxta</i>
-la sua serie, e tenore, così nello venir di detti ostaggi in Ruvo,
-e commorar in detta terra, come ancora nel ritornar in Barletta, non
-fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione
-di detta Maestà, e fuggir la pena della vita. E per declaration
-della verità, cautela, e securtà di detti ostaggi, havemo espedita
-la presente securtà di nostra propria mano, e con la impression
-del nostro solito sigillo — Da Ruvo alli 11 di Febraro 1503 — <i>Cabannes — Dominus
-Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c019">[c019]</span>
-</p>
-
-<h3><i>Lettere d’Hettorre responsive à la Motta.</i></h3>
-
-<p>
-»La Motta. Per vostre lettere dell’undeci del presente mese di
-Febraro, qual ho ricevute nel medesimo dì ad hora tarda, hò visto
-che scrivete, che per voler effettuar la causa a porto, mandate li
-Gentilhuomini per ostaggi da vostra banda, cioè Monsignor de Musnai,
-e Monsignor Dummoble; e che noi habbiamo a mandar nostri
-ostaggi per securtà vostra; et havete mandati li nomi delli Giudici,
-per voi eletti, cioè Monsignor de Bruglie, e Monsignor Murabrat,
-e Monsignor de Bruet, Etum Sutte; e che à Monsignor della Palizza
-vostro Superiore non ha parso voler far lo assecuramento, significandone,
-che in vostra compagnia verranno tredici persone, che ve
-porteranno li elmetti, e tredici altri, che vi porteranno li cavalli, e
-che oltre li predetti verranno sedici Gentilhuomini a vedere. Respondemo
-che mandamo li nostri ostaggi, e sono Angelo Galeoto Gentilhuomo
-Napolitano, et Albernatio Gentilhuomo Spagnuolo, e per
-vostra cautela con loro la securtà dell’Illustrissimo Gran Capitano per
-lo campo per voi, e vostri compagni, per tredici persone vi porteranno
-l’elmetti, e tredici altri vi condurranno vostri cavalli, e per
-li quattro Giudici da voi eletti, e nominati in vostre lettere de cinque
-dell’instante. E perchè sapete apparer per vostre lettere, per le
-quali dichiarastivo, che manderestivo l’assecuramento del campo di
-Monsignor de la Palizza vostro Superiore, et anco per vostre lettere de
-sei del presente scrivete che Domenica prima futura manderestivo li
-ostaggi, e per loro la securtà de tutta nostra banda, e che noi similmente
-dovessimo mandar nostri ostaggi, e per loro la securtà de nostra
-banda. Però stamo in gran admiratione, che non abbiate adempito il
-tenor de vostre lettere, massime circa il mandar dell’assecuramento predetto
-del campo, e di tutta vostra banda, insieme con li vostri ostaggi.
-E che al presente allegate non parer à Monsignor de la Palizza
-far detto assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria,
-e per voi offerta, e declarata, ne date causa d’admiratione,
-e suspitione; et ancora havete lasciato di mandar l’assecuramento
-delli Giudici per noi eletti, quai sono Messer Francesco Zurlo, Messer
-<span class="pagenum" id="Page_c020">[c020]</span>
-Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, e Messer Alonso Lopes.
-E perche non dovete ignorare, che li assicuramenti del campo,
-e delli Giudici sono delli principali, e più necessarii provedimenti,
-che si richiedono in tal causa. Per tanto replicamo per le presenti
-che vogliate mandare el predetto assecuramento del campo de Monsignor
-de la Palizza, come per vostre lettere havete scritto, et ordinato,
-e con l’assecuramento delli Giudici, nello modo, e forma, che
-insieme con lo presente noi mandamo a voi dell’Illustrissimo Signor
-Gran Capitano per maggior vostra cautela, declarandove, che siamo
-contenti dell’assecuramento de Monsignor de la Palizza per evitar
-ogni calunnia, et à tal effetto questa sera ne conduremo in Andri.
-Quanto alla parte, che scrivete, che verranno con voi sedici altri Gentilhuomini
-a vedere. Rispondemo che lo Illustrissimo Signore Gran
-Capitano hà prohibito, et espressamente comandato, che non debbiamo
-condurre, ne admettere in nostra compagnia, eccetto tredici
-persone, che porteranno li elmetti, tredici altre, che conduranno
-li cavalli, e quattro Giudici disarmati, come spetta à loro officio,
-secondo la continentia dell’assecuramento fatto dal Illustrissimo Signor
-Gran Capitano, qual ve mandamo, e non possemo in alcun modo
-presumere altramente — Da Barletta à 12 di Febr. 1503 — Hettorre
-Fieramosca.
-</p>
-
-<p>
-El tenor dell’assecuramento dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano
-segue in tal modo
-</p>
-
-<p>
-»<i>Consalvus Fernandus Dux terræ novæ Serenissimarum, et Catholicarum
-Majestatum Regis, et Reginæ Hispaniæ, Siciliæ citra, et ultra
-Farum, Hierusalem etc. in hoc Regno Locumtenens, et Capitaneus
-etc.</i> Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di
-tredici, alla giornata deputata da la Motta, et altrettanti suoi compagni
-Francesi pretendono combattere tra loro nello campo specificato
-fra Andri, e Corato, nello luoco, dove combatterono D. Alonso, e
-Baiardo; Et oltre la cautela dell’ostaggi reciprocamente prestiti, e
-guidati per l’Illustrissimo D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento
-del campo; Donde noi per maggior efficacia per tenor della
-presente declaramo per quanto spetta alla banda del prenominato Hettorre,
-<span class="pagenum" id="Page_c021">[c021]</span>
-e suoi compagni Italiani, <i>authoritate qua fungimur</i> delle Cattoliche,
-e Serenissime Maestà assecuramo detto luogo fra Andri, e
-Corato, dove combatterono detti Don Alonso, e Baiardo per tutta
-la predetta giornata, che seran li tredici dell’instante mese di Febraro,
-statuita per detti Francesi, che da nullo stipendiario, Capitano,
-armigero, pedone, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche
-Maestà di qualunque conditione, e stato, per alcun modo serà dato
-impedimento, molestia, ne perturbatione alli predetti la Motta, e
-suoi compagni Francesi, et à tredici persone, che porteranno loro
-elmetti, e tredici altri che condurranno loro cavalli: e similmente
-guidamo, et assecuramo Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat,
-Monsignor de Bruet, et Etum Sutte Giudici eletti per li prefati
-la Motta, e suoi compagni Francesi, acciocche con Messer Francesco
-Zurlo, Messer Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et
-Alonso Lopes Giudici eletti per li prenominati Hettorre, e suoi compagni
-con nostra volontà, consenso, et autorità, possano giudicare,
-e pienamente esercitare loro officio. Comandando, ordinando,
-et imponendo da parte delle Cattoliche Maestà, e nostra, a tutti, e
-singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, soldati, pedoni, gente d’armi,
-et altri sudditi delle Cattoliche Maestà, di qualsivoglia condition,
-e grado che niun debbia per alcun modo <i>directe, vel indirecte,
-tacite, vel expresse</i>, dare impedimento, molestia, e peturbatione, ne
-usare alcuna perturbatione, o soverchiarla al detto combattere, ne infringere,
-o vero contravenire al presente assecuramento, <i>immo</i> quello
-inviolabilmente osservare, secondo la sua serie, e tenore, non fando
-lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione
-delle Cattoliche Maestà, e fuggire la pena della vita. <i>In cujus rei testimonium,
-ac securitatem, et cautelam, quorum interest</i>, havemo fatto
-le presenti lettere suscritte di nostra propria mano, con la impression
-del nostro solito sigillo — Datum in Barletta alli 11 di Febraro
-1503 — <i>Consalvus Ferrandus</i>«.
-</p>
-
-<p>
-Radunati insieme li tredici Cavalieri Italiani in Andri, et ivi con
-loro, Prospero Colonna, e ’l Duca di Termoli, et altri Cavalieri Italiani,
-e Spagnuoli la domenica di sera alli dodeci del mese, fu conchiuso, che
-<span class="pagenum" id="Page_c022">[c022]</span>
-senz’altro lo lunedì seguente, ch’era la giornata deputata con lo nome
-del Signor Iddio si dovessero presentar al campo: Ma perche mai si
-può far cosa alcuna per l’huomini senza il favor del Signor, che ’l tutto
-vede, et opera, lo lunedì matino li tredici Cavalieri accompagnati da
-gli prenominati andarono alla messa devotissimamente, volendo procedere
-in una cosa di tanta importanza, e fama christianamente, e con sollennità
-di religione, sperando non per questo haverseli aggiungere più
-animo di quel che haveano, ma da un tal debito, et honor restar
-confirmatissimi in quello haveano deliberato. E così communicato il Prete,
-al fin della messa, lo Hettor Fieramosca andò da Prospero Colonna, e
-lo pregò li concedesse, posser richiedere li suoi compagni d’un sollenne
-giuramento, lo che piacque al Prospero Colonna: e così Hettor
-se voltò a suoi compagni, humanissimamente pregandoli gli piacesse
-giurare quel medesimo, che lui giurava, al che risposero quei Cavalieri,
-ch’eran contentissimi seguirlo in ogni fortuna. Lui se inginocchiò
-avanti l’altare, dove il Prete ancor diceva la messa, e poste le
-mani gionte sopra l’Evangelio giurò ad alta voce, voler prima morire,
-che uscir dal campo per sua volontà, altro che vincitore, e prima eligersi
-la morte, che mai rendersi per vinto con sua bocca; e poi vedendo
-alcuni de’ suoi compagni haver bisogno d’ajuto, far in tal caso,
-come desiderasse, fosse fatto in persona sua, per ricuperation de’
-suoi compagni, ancorchè sapesse di perder la vita. Fatto tal giuramento
-diede luogo a gli altri, quai di buona voglia fero il simile giuramento,
-et anco di stare ad un volere, ad un’eseguire, per quanto la buona
-sorte, e forza di ciascuno bastasse. Partiti dalla messa, se n’andaro
-alla stanza di Prospero Colonna, dove fero giontamente colatione, e poi
-se n’andorno allegramente ad armare, et armati montorno à cavallo,
-havendo aspettato lo salvo condotto che doveva mandar la Motta, e così
-s’avviaro nell’ordine che segue; ma perchè l’assecuramento promesso
-da Monsignor de la Motta non era venuto, for tutti di parere che se
-ne dovessero protestare, e fu fatta la protestation infrascritta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c023">[c023]</span>
-</p>
-
-<h3><i>Protestation fatta per Hettorre Fieramosca,
-e suoi compagni.</i></h3>
-
-<p>
-»<i>In Dei nomine amen. Anno a nativitate Redemptoris nostri Jesu
-Christi millesimo quingentesimo tertio. Pontificatus vero Beatissimi in
-Christo Patris, et Domini nostri Domini Alexandri divina providentia
-Papæ Sexti Anno XI. die vero 13 mensis Februarii in civitate Andri.</i>
-In presentia di me Antonio de Musco <i>Apostolica authoritate publico
-Notario</i>, e dell’infrascritti testimonii. Per lo presente pubblico documento
-facemo noto, e manifesto come essendo comparso avante di
-noi lo magnifico Hettorre Fieramosca, tanto per suo proprio nome,
-quanto per l’infrascritti suoi compagni circostanti, e consentienti
-che sono Guglielmo Albamonte Siciliano, Francesco Salamone Siciliano,
-Gioan Capocci da Roma, Marco Corallaro da Napoli, Giovanni
-Braccalone da Roma, Lodovico d’Abenavole da Capua, Hettor
-Giovenale Romano, Bartolomeo Fanfulla da Parma, Romanello
-da Forli, Pietro Riczio da Parma, Mariano d’Abignenti da Sarno,
-e Moele da Paliano, e dice che Carles de Togues titolato la Motta
-Francese per sue lettere dirette ad esso Hettorre have declarato, che
-mandaria lo assecuramento del campo spedito per Monsignor de la
-Palizza suo superiore, e che dopoi el prefato Carles la Motta per
-altre sue lettere have scritto ad esso Hettorre, per le quali allegava
-non haver parso à Monsignor della Palizza far detto assecuramento,
-nondimeno per esso Hettorre essere stato replicato a la Motta, per
-lettere, che quello sapea apparere per due sue lettere de cinque, e
-de sei del detto mese, haver promesso l’assecuratione del campo,
-e de tutta sua banda, e che al presente allegasse non parer à Monsignor
-de la Palizza far detto assecuramento del campo, essendo cosa
-tanto debita, e necessaria, e per esso la Motta offerta, e declarata,
-dava causa admiratione, e suspitione ad esso Hettorre, e suoi compagni.
-E considerando, che l’assecuration del campo, e delli Giudici
-sia uno delli principali, e più necessarii, et oportuni provedimenti,
-che se richiede in lor causa: Però de nuovo fa istanza al prefato
-<span class="pagenum" id="Page_c024">[c024]</span>
-Carles, che debbia mandar l’assecuramento predetto del campo,
-e delli Giudici eletti per esso Hettorre, e compagni, secondo la forma
-dell’assecuration qual essi mandavano al prefato Carles la Motta
-e suoi compagni, espedita per l’Illustrissimo Sig. Gran Capitano Luogotenente
-Generale delle Cattoliche Maestà per assecuramento di detto
-campo, e delli Giudici eletti per lo detto Carles, e suoi compagni: Declarando
-ancora, che se contentavano esso Hettorre, e suoi compagni
-del detto assecuramento, se dovesse far da Monsignor de la Palizza,
-per quietar ogni calunnia, notificandoli, che per abbreviar il camino,
-la sera se conduccano in Andri, aspettando lo assecuramento, aviso,
-e requisition d’esso Carles la Motta; Essendo esso Hettorre, e suoi
-compagni in tal espedition armati, ad ordine, e pronti, si protestano,
-che non sia attribuita à loro negligentia, o mora, ne ad alcuna
-tergiversazione; ma solo si debbia imputare à detto Carles. E standosi
-in tal protestatione, essendo circa diecesette hore, sopragiunse
-il Trombetta destinato da la Motta, e consegnò al detto Hettorre,
-e compagni l’assecuramento de Monsignor de la Palizza; Dopo della
-recettion del quale, subito detto Hettorre, e compagni, senza perdere
-alcun momento di tempo si posero in camino a comparer al campo,
-richiedendo me sopradetto Notario, che delle cose predette, hora,
-tempo, e recettion di detto assecuramento, e della celerità del partir
-loro al comparir in detto campo, et altri gesti, ne dovesse far
-publico documento, in testimonio della verità. Donde io predetto
-Notario, volendo sodisfar alla predetta richiesta, come giusta, e ragionevole,
-de tutte le prenarrate cose, ho fatto lo presente publico
-documento, à chiarezza della verità scritto de mia propria mano, e
-roborato del mio solito segno, essendo presente nel medesimo luogo
-l’Illustrissimo Marco Antonio Colonna, Giovanne Carrafa Conte di Policastro,
-li Magnifici Indico Lopes Hiala, Gismundo de Sanguine,
-e Martin Lopes, Testimonii rogati alle cose predette«.
-</p>
-
-<p>
-El tenor dell’assecuration di Monsignor de la Palizza siegue in tal
-modo
-</p>
-
-<p>
-»<i>Jacobus de Cabannes Dominus Palitiæ Christianissimi Regis Zamburlanus,
-ac Provinciarum terræ Bari, et Aprutii Gubernator etc.</i> Perchè
-<span class="pagenum" id="Page_c025">[c025]</span>
-la Motta, e suoi compagni al numero di tredici Francesi, han da
-comparire alli tredici del presente mese di Febraro alla giornata deputata
-per Hettor Fieramosca, e tanti altri suoi compagni Italiani,
-pretendenti combattere contro esso la Motta, e compagni in lo campo
-fra loro specificato fra Andri, e Corato, in lo luoco, dove combattero
-D. Alonso, e Baiardo, et oltre la cautela delli ostaggi reciprocamente
-prestiti, e guidati per noi, e lo Signor D. Diego de Mendozza,
-bisogna l’assecuramento del campo: Onde noi per maggior efficacia,
-per tenor della presente declaramo, per quanto spetta alla
-banda del prenominato la Motta e compagni Francesi, <i>authoritate qua
-fungimur</i> del Christianissimo Rè, assecuramo detto luogo fra Andri,
-e Corato, dove combattero D. Alonso, e Baiardo per tutta la giornata
-delli tredici dell’instante mese di Febraro, statuta per detti Italiani,
-che da nullo Capitanio, armigero, stipendiario, pedone, gente
-d’armi, e sudditi della Cristianissima Maestà, de qualunque condition,
-e stato, in alcun modo non serà dato impaccio, impedimento,
-molestia, ne perturbation alcuna alli predetti Hettorre Fieramosca,
-e compagni Italiani, et alle tredici persone, che porteranno loro elmetti,
-et a tredici altri che conduran loro cavalli, e similmente guidamo,
-et assicuramo Messer Francesco Zurlo, Diego de Vela, Messer
-Francesco Spinola, et Alonso Lopes, Giudici eletti per li prenominati
-Hettorre e compagni, acciocchè insieme con Monsignor de
-Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de Bruet, et Etum Sutte,
-Giudici eletti per li predetti la Motta, e suoi compagni, con nostra
-volontà, consenso, et autorità possano giudicare, et esercitare pienamente
-lor officio; Comandando, imponendo, et ordinando da parte
-della Christianissima Maestà, e nostra, à tutti, e singoli Capitanei,
-armigeri, stipendiarii, pedoni, gente d’armi, e sudditi della Christianissima
-Maestà di qualunque conditione, e grado, che nessuno debbia
-per alcun modo <i>directe, vel indirecte</i> dar impedimento, o molestia,
-perturbatione, o nocumento alcuno, ò vero usare soverchiaria
-alcuna al detto combattere, ne infringere, e contravenire al presente
-assecuramento, <i>immo</i> osservar quello, secondo la sua serie, e tenore,
-non fando il contrario, per quanto ciascuno desidera evitare l’ira,
-<span class="pagenum" id="Page_c026">[c026]</span>
-e la indignatione della Christianissima Maestà, e fuggire la pena della
-vita. <i>In cujus rei fidem, et testimonium, ac securitatem, et cautelam
-quorum interest</i>, havemo fatte le presenti lettere suscritte di nostra
-propria mano, e con la impression del nostro solito sigillo — Da
-Ruvo à 12 Febraro 1503 — <i>Cabannes — Dominus Gubernator mandavit
-mihi Joanni Nicolao Mandatario</i>«.
-</p>
-
-<h3><i>Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre
-Fieramosca, e compagni Italiani, e del combattimento,
-e vittoria conseguita.</i></h3>
-
-<p>
-Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer
-al campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti
-li tredici cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti,
-l’uno appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo
-il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li combattitori
-a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora. Seguivano
-appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli elmetti, e le lanze
-delli prenominati combattitori, e continuavano il camino verso detto
-campo; et essendo vicino a quello un miglio, trovaro quattro Giudici
-Italiani, quali fero intendere ch’erano stati insieme con quattro Giudici
-Francesi, e che haveano segnato il campo, et ordinati li patti del combattere,
-ma che li combattitori Francesi insino a quell’hora non erano
-gionti, onde parve ad Hettorre, e compagni procedere avanti, e condotti
-vicino al campo ad un mezzo tiro di balestra, Hettorre, e compagni
-smontaro da cavallo, e fatta oratione al Motor di sù, dopoi Hettorre
-parlò a suoi compagni nel modo, che segue.
-</p>
-
-<h3><i>Oratione d’Hettorre à suoi compagni.</i></h3>
-
-<p>
-»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche
-parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura
-vi è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino
-<span class="pagenum" id="Page_c027">[c027]</span>
-a qui allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e
-demostrato chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso
-Cavaliero si mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor
-vostro esser sì grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser
-sol di voi stata fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto,
-e contento, ma perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi
-al campo, in questo spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso
-manifestarvi el presaggio dell’animo mio, il quale vi rende certi de
-indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi
-a conquistar quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne
-promette. Altri ne tempi passati han combattuto per natural, et inveterata
-inimicitia, altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta,
-alcun altri per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni
-di fortuna, altri per amor di donne, e chi per un’occorrenza, e
-chi per un’altra, secondo che l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi
-combatterete con la buon’hora principalmente per la gloria, ch’è lo
-più pretioso, et honorato preggio, che dalla fortuna si potesse proponere
-à gli valenti huomini: Questa vi infiamma, questa vi accompagna
-all’immortalità, liberandovi da ogni caso di vil morte, fandovi
-famosi esempi, e perpetue materie de gloriosi raggionamenti appresso
-li nostri posteri. Oltra di ciò dovete sapere, che non solo portate
-hoggi questo sì vostro particolar honore in su le vostre braccia,
-ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di tutta la nation Italiana,
-e nome Latino, e perciò non si manchi per voi ridurla in quell’altezza
-di fama, che fu al tempo, che diede legge al mondo, e
-tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali dall’antico
-tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno danneggiati,
-e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco in
-noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer à
-portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria con
-precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che horsù
-Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice augurio
-avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè son
-certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri, che
-<span class="pagenum" id="Page_c028">[c028]</span>
-le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento,
-e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli copertati,
-ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla coscia,
-e se avviaro verso il campo.
-</p>
-
-<p>
-Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato l’assecuramento
-del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire a
-sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere la
-gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto accompagnati
-da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi, si
-conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente la messa,
-quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita la messa Monsignor
-de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni, et altri Cavalieri
-Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si ristororno tutti
-di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti s’andò ad armare
-de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati si radunaro tutti
-giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la Motta voltosi a
-Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse concedere, che
-potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni, lo che volentieri
-essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo.
-</p>
-
-<h3><i>Oration de la Motta à suoi compagni.</i></h3>
-
-<p>
-»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può
-pigliar giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non
-dubito, che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da
-far prova, ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre
-insino a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi
-dovete ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar
-à Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation
-Italiana, quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute,
-e come le armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana,
-et havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo
-tempo occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie
-a farvi acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi
-<span class="pagenum" id="Page_c029">[c029]</span>
-rendo certo, che discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati,
-li quali han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è
-parso ridurvi à memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia
-considerare che hoggi sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta
-la nostra nation Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando
-noi vincitori di questa impresa come son certo, che con l’ajuto di
-nostro Signore così sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri
-sempre vivi, et in tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà
-per tutte l’età della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno
-premio se ci promette di questa impresa, vogliamo con lo nostro
-animo invitto far tutto lo nostro potere d’acquistar tanto premio.
-E benchè tal vittoria non sia cosa nuova alla nation nostra, havendomo
-noi havuta di prossimo simil vittoria contra la nation Spagnuola,
-questa serà più gloriosa, perchè la nation Italiana s’è vantata
-sempre in questo generoso esercitio d’armi, valer, e posser star
-a fronte alla nostra nation Francesa. Di modo, che vincendo questa,
-ne trovaremo vincitori di tutti. Non mi occorre dir altro, perchè son
-certissimo, che non può mancar, che ciascun de voi farà più che
-quel ch’in ciò io spero, e desidero«. E qui pose fine al suo ragionamento.
-E levatosi ciascuno in piedi, s’abbracciorno, e baciorno
-tutti. E tolto combiato da Monsignor de la Palizza, e da altri Cavalieri
-Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno montò à cavallo, e se ordinorno
-nel proceder in questo modo.
-</p>
-
-<p>
-Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e
-la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci Gentilhuomini,
-che ciascun de loro portava similmente la lanza, e l’elmetto
-di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito intervallo, seguivano
-poi li dodici combattenti armati di tutte armi senza elmetti, similmente
-de doi in doi, con lo medesimo ordine, et appresso seguiva
-la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di sua persona, et appresso
-seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de la persona de gli altri
-combattitori, de doi in doi, con intervallo debito, portati tutti da
-Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine presero il camino verso il designato
-campo, et avvicinatisi a quello per un breve spatio, havendo
-<span class="pagenum" id="Page_c030">[c030]</span>
-visti gli altri Cavalieri Italiani, ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano
-il campo, smontati da gli cavalli, che portavano, s’inginocchiorno
-tutti, e fatta con le man gionte verso il cielo la debita oratione,
-ciascuno si fè allacciar l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo,
-e postasi la lancia al debito luogo, con grandissima letitia similmente
-andorno loro à torno il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo
-si fermorno in un luogo all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani.
-Donde lo Hettorre gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel
-campo, perchè così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni
-Francesi con loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno,
-entrorno nel campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi
-li Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il simile
-verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi più tardare,
-se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli si cominciorno
-a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo l’una, e l’altra
-parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar di galoppo,
-et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri Francesi si partirono
-in due parti, da una banda sette, e dall’altra sei, e con impeto à tutta
-briglia andavano verso gl’Italiani, li quai vedendo questo, cinque de
-loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri otto sovra li sette, e postesi
-le lanze alla resta, s’incontrorno, e per essere stato il spatio pigliato,
-invalido, spezzorno alcune lanze con poco, o nullo effetto. Pure
-gl’Italiani furono uniti, e li Francesi in disordine, e postosi per ciascuno
-mano à gli stocchi, et accette, che portavano, si cominciò la battaglia
-alla stretta, e combattendosi per l’una, e l’altra parte valorosamente,
-gli Francesi trovandosi disordinati, for costretti ridursi in un
-cantone del campo, e con alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo
-impeto andaro verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per
-un quarto d’hora, per la parte Italiana fu posto a terra un Francese
-nominato Gran Jan d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu
-soccorso da gli altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli
-altri valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi
-la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a terra
-due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de Sambris,
-<span class="pagenum" id="Page_c031">[c031]</span>
-e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli combattitori
-Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta, non mancava
-Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e dove vedeva
-il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun di loro
-dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la battaglia
-in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno nominato
-Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i quali dismontorno
-a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò ivi nel
-suolo del campo, l’altro uno scheltro<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> che lui aveva, si defensavano
-molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi da gli altri Italiani,
-quai con loro cavalli havendoli attorniati, non comportavano che
-quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria Francesa. Gran Jan d’Aste,
-il quale prima era stato posto a terra, trovandosi ferito, ne potendosi
-più difendere, come havea fatto, e bene, similmente si rendio prigione
-alla parte Italiana: Donde Hettorre vedendo, che la parte Francesa era
-cominciata ad inclinare per la perdita de gli tre compagni, con coraggioso
-animo fatto un corpo con gli altri compagni, di novo assaliro
-li detti Francesi remanenti, nel qual impeto abbattero a terra un altro
-Francese nominato Nantì de la Frasce, et un altro per nome Giraut de
-Forzes uscì dal campo, e foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani
-vedendosi la fortuna fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto
-si avventaro adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo,
-fu buttato a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’
-rimanenti cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu
-pigliato prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno
-de gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo;
-gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno di
-quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia, et un
-altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio dal cavallo
-fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da Hettorre per
-forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si trovava à
-piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto da gli cavalli
-<span class="pagenum" id="Page_c032">[c032]</span>
-Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e combattere a
-piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un altro Italiano
-fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò dall’una all’altra
-banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano di gran lunga superiori,
-con maggior animo combattendo, cacciaro del campo un altro
-Francese, rimanendone solamente tre, de li quali doi se ne trovavano
-a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se defensassero, pure li
-doi a cavallo, non potendo resistere à tanto numero di combattenti Italiani,
-et al lor vigore, l’uno si rendio prigione, e l’altro fu per forza
-cacciato dal campo, restandovi solo quell’a piè, il quale fuggendo per il
-campo, hebbe tante ponte di stocchi, e colpi d’accette, che non potendo
-resistere, gli fu forza rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo.
-</p>
-
-<p>
-Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con
-Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di mezz’hora
-andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante trombe,
-et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria esprimere,
-e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso Barletta,
-gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che nel caminare
-si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni Francesi
-fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari a piedi
-con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in testa, et
-armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri vincitori l’uno
-poi l’altro con debita distantia, similmente armati, e con l’elmetto in
-testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta allegrezza, caminando
-alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando, il qual venia ad Andri
-ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta vittoria. Appresso
-loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi, e poi da tre in tre gli
-altri Capitani, e Gentilhuomini che havean condotti li cavalli, e l’elmetti,
-e le lanze à detti vincitori. E così caminando s’incontrorno con
-Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di Termole, che venivano per honorar
-li vincitori, dove gionti insieme, et alzate le visiere degli elmi,
-strettamente si abbracciorno, e baciorno tutti, et à pena si poteva satiare
-di tanta commune allegrezza, e con tal gratulatione, e sommo piacere
-passando più oltre se li fè incontro D. Diego de Mendozza, e molti
-<span class="pagenum" id="Page_c033">[c033]</span>
-altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani tutti allegrandosi di tanta honorata
-vittoria. In ultimo gli venne incontro il Gran Capitanio à cavallo ben
-in ordine con tutta la gente d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra,
-il quale affrontandosi con Hettorre, con allegrezza inestimabile
-gli disse queste parole. <i>Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri
-Spagnuoli</i>, volendogli significare che per Hettorre, e compagni in
-quella giornata era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana,
-e tolta la gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati
-un per uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò
-subito un concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti
-con gridi mirabili, ciascuno dicendo, <i>Italia Italia, Spagna Spagna</i>,
-e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che
-si trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore, e
-dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio con
-Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito ordine
-accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e tutto il
-rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di Barletta, et
-essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta, dove fu fatta
-tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi rimase campana, che
-non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo d’artigliaria vi fu,
-che non fusse stato più d’una volta tirato, di modo che per li tanti suoni,
-e bombi d’artiglieria, e per li gridi <i>Italia Italia, Spagna Spagna</i>,
-pareva che quella terra volesse rovinarsi. Li fuochi per le strade, li
-lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che
-per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare
-a compimento, et in questo modo caminando, giunsero alla maggior
-Chiesa, essendoli prima venuto il Clero incontro ben in ordine con una
-pomposa processione, e con una divotissima figura della Madonna, ove
-smontorno tutti, e fer la debita oratione, rendendo gratie infinite all’immortal
-Iddio, et alla gloriosa sua Madre della felice vittoria acquistata.
-Dopoi rimontati à cavallo, e voltati per altre strade della terra con
-grandissima festa, ciascuno se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto
-honore, non senza immortal fama dell’honore, e vigor Italiano.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-IL FINE.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c035">[c035]</span>
-</p>
-
-<h2 id="notaed">NOTA DELL’EDITORE.</h2>
-</div>
-
-<p>
-Nel ristampare il premesso libriccino secondo l’antica edizione dell’anno
-1633 ho riportata la sola parte istorica del famoso combattimento
-tra i tredici Cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi colla medesima ortografia
-e punteggiamento che vi è nell’originale, il quale in verità non
-è affatto piacevole. Ho corretto solo nel frontespizio del libro suddetto,
-ed alla pagina 5 un errore di stampa che vi è nella indicazione del
-giorno della pugna che si dice seguita nel dì 16 Febbrajo 1503, mentre
-la stessa ebbe luogo nel dì 13 Febbrajo. Ho lasciate diverse Poesie
-Latine scritte in quella occasione in onore de’ prodi Guerrieri Italiani,
-e principalmente di Ettore Fieramosca; siccome anche talune avvertenze
-sui nomi de’ predetti Cavalieri Italiani che presero parte al combattimento.
-</p>
-
-<p>
-Coteste medesime Poesie ed avvertenze si vedono anche ristampate
-nell’altra edizione dello stesso libro fatta in Napoli nell’anno 1721
-dal Tipografo <i>Felice Mosca</i> coll’aggiunta de’ luoghi di que’ Scrittori tanto
-Napolitani che Esteri, i quali di quel celebre fatto d’armi hanno concisamente
-parlato. Nella stessa edizione dell’anno 1721 si legge anche la
-iscrizione latina in versi esametri e pentametri incisa in una lapide apposta
-al monumento eretto nel luogo istesso del combattimento, il quale
-si crede atterrato dappoi dai Francesi, come ho detto alle pagine 175
-e 176 del mio <i>Cenno storico</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nell’ultimo viaggio fatto a Ruvo nel passato mese di Maggio, essendomi
-fermato una sera in Andria, cadde il discorso sul monumento
-suddetto. D. Pasquale Fasoli Sindaco attuale di quella città, e mio Nipote,
-perchè ha in moglie, la figliuola del fu mio fratello Giulio, e tutti
-<span class="pagenum" id="Page_c036">[c036]</span>
-gli altri ch’erano presenti mi confermarono la generale opinione che quel
-monumento fosse stato abbattuto di soppiatto e di nottetempo dai Francesi
-nell’anno 1805 al tempo che l’armata Francese <i>di Osservazione</i> occupava
-que’ luoghi, e ’l Reggimento num. 42 che ne formava parte era
-stanziato in Andria.
-</p>
-
-<p>
-Mi soggiunse anche il detto Signor Fasoli che il monumento suddetto
-si trovava eretto in una masseria di semina denominata <i>S. Elia</i>
-che attualmente appartiene al Capitolo della Chiesa Arcivescovile di Trani,
-ed è sita nel tenimento della città di Trani a tre miglia di distanza
-tanto da Andria che da Corato. Che allora che venne lo stesso diroccato,
-la lapide già detta colla iscrizione si era trovata rotta e mancante
-nella parte superiore del lato sinistro di un pezzo di quattr’once circa,
-per cui i primi versi della iscrizione sono mancanti delle lettere finali.
-Che la lapide suddetta al momento formava parte di un muro delle
-diverse fabbriche rustiche costrutte nella detta masseria <i>S. Elia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Mi fece conoscere in fine che trovandosi Sindaco della detta città
-di Andria, aveva creduto poco conveniente a se ed al Corpo Municipale,
-a cui ha l’onore di presedere che il monumento suddetto fosse
-rimasto ulteriormente atterrato. Che quindi aveva diretto di uffizio all’attuale
-Signor Intendente della Provincia un rapporto, col quale gli
-aveva dimandato il permesso di rimetterlo di nuovo a proprie spese. Nel
-ciò sentire non potei non rimanere sommamente compiaciuto del sentimento
-veramente Italiano mostrato a tal modo da una persona che strettamente
-mi appartiene, e che amo e stimo moltissimo per le sue ottime
-qualità, e per l’affettuoso attaccamento che ha alla mia persona ed alla
-mia famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Quel discorso intanto mi eccitò la voglia di rivedere dopo tanti anni
-quel luogo tanto per l’Italia memorando. Mi condusse ivi il dì seguente
-lo stesso Signor Fasoli. Trovai che il monumento di cui si tratta non
-è del tutto abbattuto. Vi rimane tuttavia fuori terra una linea dell’antica
-fabbrica formata di grandi e solidissime pietre lavorate che servivano
-allo stesso di base. Passai indi nel sito fabbricato della masseria <i>S. Elia</i>,
-ed osservai che la già detta lapide formava parte di un muro de’ diversi
-<span class="pagenum" id="Page_c037">[c037]</span>
-edificj rustici ivi costrutti, ed era situata a pochissima altezza dal suolo;
-il che la faceva rimanere esposta ad altri guasti che avrebbe potuto
-soffrire dalla indiscrezione della gente di campagna. Non potè ciò non
-recarmi ammirazione!
-</p>
-
-<p>
-Avendo letta la iscrizione suddetta venni ad assicurarmi ch’era quella
-stessa che nel libretto ristampato da Felice Mosca nell’anno 1721 si
-vede riportata alla pag. 187. Dice ivi l’Editore sulla testimonianza dello
-Scrittore <i>Giovanni Antonio Goffredo</i> che la lapide suddetta fu apposta
-nell’Epitaffio eretto nell’anno 1583 sul luogo istesso del combattimento
-per ordine del Cav. Ferrante Caracciolo Duca di Airola, Preside allora
-della Terra di Bari e della Terra di Otranto<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>. Il tenore della iscrizione
-suddetta è il seguente
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quis quis es, egregiis animum si tangeris ausis,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Perlege magnorum maxima facta Ducum.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic tres atque decem forti concurrere campo</i></p>
-<p class="i02"> <i>Ausonio Gallis nobilis egit amor.</i></p>
-<p class="i01"><i>Certantes utros bello Mars claret, et utros</i></p>
-<p class="i02"> <i>Viribus, atque animis auctet, alatque magis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Par numerus, paria arma, pares ætatibus, et quos</i></p>
-<p class="i02"> <i>Pro patria pariter laude perisse juvet.</i></p>
-<p class="i01"><i>Fortuna, et virtus litem generosa diremit,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et quae pars victrix debuit esse fecit<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic stravere Itali justo in certamine Gallos,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Hic dedit Italiæ Gallia victa manus.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-In verità un fatto d’armi tanto celebre e classico avrebbe meritato
-una penna migliore. Ad ogni modo è sempre laudabile sommamente la
-buona intenzione, e ’l patriottismo del Duca di Airola nell’aver voluto
-a tal modo onorarne e perpetuarne la memoria. Non sarebbe forse fuor di
-proposito che alla iscrizione suddetta ne venisse sostituita un’altra dello
-stesso metro, che la metto in nota, la quale potrebbe un poco meglio corrispondere
-<span class="pagenum" id="Page_c038">[c038]</span>
-alle circostanze del fatto riportate nel precitato libriccino<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>.
-Ritornando ora alla onorevole proposta del Sindaco Fasoli per la restaurazione
-del monumento suddetto, si è veduta questa ritardata per più mesi
-per la seguente circostanza.
-</p>
-
-<p>
-Il Signor Intendente della Provincia, benchè fosse stato animato da
-uguale impegno perchè la cosa avesse avuto il suo effetto, volle abbondare
-di civiltà e di riguardo verso il Capitolo di Trani. Quindi con sua
-lettera di uffizio diretta a quel degnissimo Monsignor Arcivescovo gli
-fece conoscere la dimanda del Signor Fasoli, onde si fosse compiaciuto
-di passarla a notizia del Capitolo, sentire le intenzioni dello stesso e
-comunicargliele. Quel Collegio rispose coll’aver dato il suo consenso
-colla condizione espressa però che nella esecuzione de’ lavori si avesse
-dovuto rimettere semplicemente l’antica lapide senz’altra aggiunta, e si
-fossero chiamati i suoi Deputati per essere presenti alla proposta ricostruzione
-del monumento suddetto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c039">[c039]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Sindaco Fasoli però non trovò per sè conveniente il ricevere
-leggi da chi non aveva verun dritto di dettarle, ed avere de’ Soprastanti
-per un’opera che sarebbe andata ad eseguirsi colla borsa sua, non con
-quella del Capitolo di Trani. Fece quindi osservare al Signor Intendente
-che quest’ultimo comunque si trovi ora proprietario di quello stesso
-fondo, nel quale tre secoli indietro il detto antico monumento in parte
-tuttavia esistente fu costrutto dalla Pubblica Autorità, non perciò il sito
-da esso occupato può appartenergli. Che il suolo occupato dai monumenti
-pubblici è di pubblica ragione, costituisce una proprietà dello
-Stato, e non può riputarsi giammai di privato dominio.
-</p>
-
-<p>
-Che quindi mancava al Capitolo suddetto qualunque dritto e qualunque
-titolo per pretendere di dettar leggi e condizioni, e di presedere
-anche alla ricostruzione da lui proposta. Che anzi abusivamente si
-aveva appropriati gli avanzi del distrutto monumento, i quali non gli
-appartenevano. Soggiunse quindi che tutto ciò che può riguardare i monumenti
-pubblici che costituiscono una proprietà dello Stato, deve dipendere
-esclusivamente dalle disposizioni e dai regolamenti suggeriti dal
-Capo Politico della Provincia, o da S. E. il Signor Ministro dell’Interno,
-non già dalle velleità di qualunque privato, o Corpo Morale.
-</p>
-
-<p>
-Queste giuste e ben fondate osservazioni del Signor Fasoli il Signor
-Intendente le comunicò al Capitolo suddetto, il quale non potè
-non sentirsene imbarazzato. Conseguenza quindi di tal diverbio è stata che
-il Capitolo unitamente al Sindaco di Trani son venuti a dichiarare che trovandosi
-il monumento suddetto nel tenimento di quella città, come innanzi
-si è detto, si sarebbero essi prestati a restaurarlo sollecitamente.
-</p>
-
-<p>
-Quindi il detto Signor Intendente con sua lettera di uffizio diretta
-al Sindaco Fasoli del dì otto Agosto 1844 num. 2292 gli ha partecipato
-il risultamento suddetto, e gli ha soggiunto di aver creduto giusto
-d’inerire alla proposta del Sindaco di Trani a motivo che il sito
-del fondo <i>S. Elia</i> è nel tenimento di quella città: di aver quindi ordinata
-la regolare e celere esecuzione de’ lavori. Gli ha collo stesso uffizio
-espresso anche il meritato elogio per aver spinta una operazione
-da lui applaudita come gloriosa alla nostra Provincia, e diretta a far
-risorgere un antico oggetto di tanto cara ricordanza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_c040">[c040]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sono anch’io contento appieno che il mio giusto desiderio di veder
-rimesso di nuovo quel monumento di gloria pe ’l nome Italiano verrà
-a rimanere appagato in un modo molto per me soddisfacente, attesa la
-parte attiva che vi ha presa una persona che mi appartiene, ed ha saputo
-prevenire i miei pensamenti prima che gli avesse conosciuti.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE.
-</p>
-
-<div class="somm">
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td>L’autore al suo nipote Giovannino Jatta</td> <td class="pag"><a href="#dedica">Pag. 3</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Introduzione</td> <td class="pag"><a href="#intro">5</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">INDICE DE’ CAPITOLI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO I.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo</i></td> <td><span class="smcap lowercase">PAG.</span> <a href="#cap1">9</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO II.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Delle antiche monete della città di Ruvo</i></td> <td class="pag"><a href="#cap2">32</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO III.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella Italia prima della Guerra di Troja</i></td> <td class="pag"><a href="#cap3">35</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO IV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua origine Arcadica</i></td> <td class="pag"><a href="#cap4">56</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO V.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori</i></td> <td class="pag"><a href="#cap5">90</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO VI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata</i></td> <td class="pag"><a href="#cap6">99</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO VII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni</i></td> <td class="pag"><a href="#cap7">107</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO VIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina</i></td> <td class="pag"><a href="#cap8">122</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO IX.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese</i></td> <td class="pag"><a href="#cap9">164</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO X.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante</i></td> <td class="pag"><a href="#cap10">170</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti</i></td> <td class="pag"><a href="#cap11">195</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla prepotenza Baronale</i></td> <td class="pag"><a href="#cap12">209</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno 1805</i></td> <td class="pag"><a href="#cap13">239</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XIV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo XVIII in poi</i></td> <td class="pag"><a href="#cap14">261</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPO XV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale</i></td> <td class="pag"><a href="#cap15">304</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">AVVERTIMENTO</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore</i></td> <td class="pag"><a href="#avvert">319</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Indice generale</td> <td class="pag"><a href="#indgen">329</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS</td> <td class="pag"><a href="#catalog">1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>FRANCISCI M. AVELLINII EPISTOLA</td> <td class="pag"><a href="#epistola">21</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>HISTORIA DEL COMBATTIMENTO DE’ TREDICI ITALIANI CON ALTRETTANTI FRANCESI</td> <td class="pag"><a href="#disfida">1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">&#160;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>NOTA DELL’EDITORE</td> <td class="pag"><a href="#notaed">35</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&#160;&#160;</span><i>Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses
-Diatriba I cap. V. §. 2.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&#160;&#160;</span><i>Ptolomæus lib. 4 cap. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VI pag. 282.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&#160;&#160;</span>Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano quarantacinque
-miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma e Brindisi? È chiaro
-che si deve quì leggere <i>CCCLX M. Pass.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&#160;&#160;</span><i>Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&#160;&#160;</span><i>Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&#160;&#160;</span><i>Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana
-pag. 709 ad 715.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&#160;&#160;</span><i>James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne
-Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&#160;&#160;</span><i>Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&#160;&#160;</span>Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di Plinio in un
-modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti in tutte le altre edizioni
-della stessa opera. Quindi li capi citati dai Scrittori secondo le antiche edizioni non
-battono con quelli che si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad
-evitare l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’ capi della
-sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe potuto in vero risparmiarsi
-questo fastidio, il quale serve solo ad imbarazzare chi legge senza veruna
-utilità, e lasciare la numerazione de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre
-edizioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&#160;&#160;</span>In altre edizioni vi è quì anche la parola <i>Aquini</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&#160;&#160;</span>In altre edizioni si legge <i>Deculani</i>, non <i>Æculani</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&#160;&#160;</span>In altre edizioni si legge <i>Etinates</i>, non <i>Meritanes</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&#160;&#160;</span>In tutte le altre edizioni si legge quì <i>Neritini</i>, e non già <i>Netini</i>, vocabolo
-alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino, come saremo or ora a vederlo.
-Nelle altre edizioni dopo la parola <i>Neritini</i>, vi è anche la parola <i>Matini</i>
-che quì manca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&#160;&#160;</span>Non vi può esser dubbio che colla parola <i>Rubustini</i> sono indicati gli abitanti
-della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i Comentatori di Plinio, e con
-essi anche il P. Arduino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&#160;&#160;</span>Convengono essi del pari che sotto il nome di <i>Butuntinenses</i> sono indicati
-gli abitanti della città di <i>Bitonto</i>, antica città della Peucezia. Il Vesselingio
-anzi nelle sue note all’Itinerario di Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di
-aver veduta anche una moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo
-Commentario sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima
-inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi citato alla pagina
-149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si comprende però come Plinio
-abbia situato Bitonto tra le città della Calabria, mentre non è distante da Ruvo
-più di nove miglia, e tanto negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto
-nella Tavola Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&#160;&#160;</span>In altre edizioni manca la parola <i>Paltonenses</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&#160;&#160;</span>Non già <i>Nerentini</i>, ma bensì <i>Neritini</i> si legge nelle altre edizioni. Tal lettura
-poi la presentano, non già <i>libri quidam</i>, come dice quì l’Arduino; ma bensì
-tutte le altre edizioni di Plinio, non esclusa la bellissima edizione anche di Parigi
-dell’anno 1545, che l’ho pure nel mio Studio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&#160;&#160;</span>Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la investigazione
-del sito dell’antica <i>Celia</i> che Luca Olstenio l’ha così bene situata a poche miglia
-al di là di Bari. Quest’antica città è oggi uno de’ così detti <i>Casali</i> di Bari che ritiene
-tuttavia il nome di <i>Ceglia</i> che viene da <i>Celia</i>. È questa città segnata anche
-nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel Commentario sulle
-tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag. 38 parla di Celia, e ne reca
-una moneta con Greca leggenda. Reca le sue monete con tipi diversi anche il Signor
-Millingen nel precitato suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore
-testimonianza che <i>Ceglia</i> sia l’antica <i>Celia</i> sono gli eccellenti e magnifici vasi fittili
-Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi disotterrati ai tempi
-nostri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&#160;&#160;</span>Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον proposta anche
-da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse alla stessa sostituirsi la
-città che nella Tavola Peutingeriana è chiamata <i>Natiolum</i> quasi come un diminutivo
-di <i>Netium</i>. Ma l’Olstenio che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei
-medesimo da questo suo primo avviso, poichè riflettè che il <i>Natiolum</i> della Tavola
-Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani nel sito dell’attuale
-città di <i>Giovinazzo</i>, e non già dentro terra tra Celia e Canosa. Al che aggiungo
-che cotesta novella città della Tavola Peutingeriana al tempo di Strabone
-non esisteva ancora.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&#160;&#160;</span>Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata innanzi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&#160;&#160;</span><i>Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&#160;&#160;</span><i>Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo <span class="upright">Netium</span>, et verbo</i>
-Andria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&#160;&#160;</span><i>Baudrand Geographia verbo</i> Netium.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&#160;&#160;</span><i>Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&#160;&#160;</span>La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata nell’Itinerario
-di Antonino che come un luogo di passaggio, e di riposo, e non già di fermata,
-giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici miglia di cammino, e da Bitonto a Bari
-altre dodici miglia. Ventitre miglia sono il cammino regolare di una sola giornata,
-non di due giornate.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&#160;&#160;</span><i>Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&#160;&#160;</span>L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è resa
-troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La novella bellissima
-strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto etc.
-molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre di essere più gaja, offre un comodo
-che nulla fa desiderare. È quindi quella la strada che da tutti oggi è battuta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&#160;&#160;</span><i>Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&#160;&#160;</span><i>Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&#160;&#160;</span><i>Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&#160;&#160;</span><i>Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia
-di Bari.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&#160;&#160;</span><i>Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&#160;&#160;</span><i>Frontinus de Coloniis capi XIII.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&#160;&#160;</span><i>Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo</i> Rubi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&#160;&#160;</span><i>Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&#160;&#160;</span><i>Cicero Oratio pro Archita cap. X.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VI pag. 281 in fine.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&#160;&#160;</span><i>Pomponius Mela De situ Orbis lib. II.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&#160;&#160;</span><i>Silius Italicus lib. XII vers. 397.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&#160;&#160;</span><i>Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&#160;&#160;</span><i>Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&#160;&#160;</span><i>Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&#160;&#160;</span><i>Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&#160;&#160;</span>Jamblico nel capo XXIX dice così: <i>Per hæc utique studia tota Italia Philosophis
-repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ causa Magna Græcia
-cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis, et Legislatoribus clarescentibus</i>.
-</p>
-
-<p>
-Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i suoi discepoli
-erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni, <i>ut non amplius in suas
-domos discedere sustinerent; sed una cum liberis, et conjugibus ingenti Homacoio
-ædificato condiderint illam, quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia:
-leges quoque, ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter
-quæ quidquam facere illicitum sibi duxerunt</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&#160;&#160;</span><i>Cicero Tusculan. lib. I cap. 16.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem Tusculan. lib. II. cap. 17.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&#160;&#160;</span><i>Gellius N. A. lib. III cap. 17.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&#160;&#160;</span>Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che componevano
-la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la Scillatica, la Sibaritica, la
-Eracleese, la Metapontina e la Tarantina, alle quali aggiungono taluni anche la
-Petelina dalla città denominata <i>Petelia</i> che Virgilio la crede una picciola città fondata
-da Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&#160;&#160;</span>È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di Porcio Catone
-non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso le notizie opportune di
-tante città della Italia, la origine delle quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi
-Geografi è rimasta in una perfetta oscurità.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&#160;&#160;</span>Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX sez. IV §.
-566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni prima della Guerra di
-Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto riportato da Dionigi di Alicarnasso,
-cioè nella venuta nell’Italia di Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non
-convenire venendo lo stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci
-e Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&#160;&#160;</span><i>Dionys. Halicarnassi lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem loco supra citato cap. XLIII.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VI pag. 277 ad 282.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&#160;&#160;</span><i>Plinius lib. III cap. XI.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&#160;&#160;</span><i>Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo dicto lib. VI pag. 283.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&#160;&#160;</span><i>Ptolomæi Geographia lib. I cap. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&#160;&#160;</span><i>Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&#160;&#160;</span><i>Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&#160;&#160;</span><i>Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&#160;&#160;</span>Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche ivi si trovano
-buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma non sono persuaso appieno
-che sia questa l’antica città chiamata <i>Sub Lupatia</i> nell’Itinerario di Antonino, poichè
-non corrispondono le distanze in esso indicate.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&#160;&#160;</span><i>Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis. Muratorius
-Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&#160;&#160;</span><i>Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&#160;&#160;</span>Si noti che il Garagnone è chiamato <i>Castrum</i>, vocabolo il quale corrisponde
-all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&#160;&#160;</span><i>Fasciculus 86 fol. 55.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&#160;&#160;</span>Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente a ciò
-che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era governato dal Nobile
-Fra Rengaldo <i>Ordinis Sacræ Domus Hospitalis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&#160;&#160;</span><i>Ptolomæus lib. III cap. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&#160;&#160;</span><i>Plinius lib. III cap. XI.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&#160;&#160;</span><i>Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&#160;&#160;</span>Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca nel mare
-tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di Strabone navigabile, e che
-la città di Canosa vi aveva un porto sei stadj o siano tre quarti di un miglio lungi
-dalla sua foce.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&#160;&#160;</span>Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate <i>Isole di Tremiti</i> e da
-Cornelio Tacito <i>Trimetum lib. IV Annalium cap. 7</i>. Tolomeo alla fine del capo
-I del libro III della sua Geografia dice che siano cinque; ma Strabone n’enumera
-due.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VI pag. 284.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&#160;&#160;</span>Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV delle Metamorfosi
-favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome <i>Venulo</i> essendosi presentato
-a Diomede per dimandargli soccorso nella guerra in cui si trovava impegnato
-col Trojano Enea, Diomede si scusò mettendogli in veduta tutte le traversie
-che aveva sofferte per l’ira di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni
-di nome <i>Acmene</i> di carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe
-in invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio? Il di
-lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto un gran Duce grande
-anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor numero furono applauditi e dal
-maggior numero de’ suoi compagni furono ripresi. Mentre si accingeva a rispondere
-gli mancò la voce, gli crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La
-stessa sorte toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro XI
-dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso fatta da <i>Venulo</i>
-ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui prudente risposta. Fa menzione
-anche della stessa favola; ma cenna che i di lui compagni erano stati già cangiati
-in uccelli prima dell’arrivo di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le
-traversie da lui sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel
-modo predetto.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et socii amissi petierunt æthera pennis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum</i></p>
-<p class="i01"><i>Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&#160;&#160;</span><i>Livii Histor. lib. XXV cap. 12.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&#160;&#160;</span><i>Arnobius lib. IV pag. 119.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&#160;&#160;</span><i>Silius Italicus lib. VIII vers. 242.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem lib. IX vers. 60 et sequent.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&#160;&#160;</span><i>Plinius lib. III cap. XI.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&#160;&#160;</span><i>Ptolomæus lib. III cap. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&#160;&#160;</span>Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di conservare le
-antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono D. Giuseppe Caputi ha conservati
-tutti i vasi che si trovarono ne’ suoi fondi suburbani in occasione di essersi
-scavato il terreno per piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi
-sono pero tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno
-riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, e ’l fu mio
-cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed amanti dell’onore della
-nostra Patria. Non posso che lodare sommamente questo loro sentimento che lo avrei
-desiderato anche in altri che hanno preferito l’interesse, benchè non fossero stati
-bisognosi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&#160;&#160;</span><i>Anacreon De amatoribus Odarium.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&#160;&#160;</span><i>Apulej asinus aureus lib. II.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&#160;&#160;</span><i>Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4
-Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&#160;&#160;</span><i>Virgil. Georg. 1 vers. 262.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem Georg. III vers. 157.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Annalium lib. III.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&#160;&#160;</span><i>Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442
-Planche XV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&#160;&#160;</span><i>Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&#160;&#160;</span>Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v. 214,
-e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il modo in cui avesse
-potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore più caldo. Venere rispose che
-veniva volentieri a prestarsi alla di lei richiesta.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum</i></p>
-<p class="i01"><i>Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:</i></p>
-<p class="i01"><i>Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,</i></p>
-<p class="i01"><i>Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit</i></p>
-<p class="i01"><i>Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui</i></p>
-<p class="i01"><i>Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto</i></p>
-<p class="i01"><i>Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&#160;&#160;</span><i>Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque,
-Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&#160;&#160;</span>Ibidem Planche XLIX L. A.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&#160;&#160;</span><i>Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ
-formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam Eurybates.
-Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc imberbis.
-Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit. Electra heræ
-calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ Homerus in Iliade
-usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad muros euntes facit.
-Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo, mæstus ut qui maxime:
-Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel prius quam inscriptionem
-legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&#160;&#160;</span><i>Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&#160;&#160;</span><i>Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&#160;&#160;</span><i>Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&#160;&#160;</span><i>Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem Georg. III vers. 392.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&#160;&#160;</span><i>Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&#160;&#160;</span><i>Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168,
-et 169.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&#160;&#160;</span><i>Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&#160;&#160;</span>Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle stomachevoli
-oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto, di Vulci, e di Canino. Le
-pitture oscene le condanna giustamente Aristotile <i>Polit. VII 15 (vulg. 17)</i>, le
-ripruova con indignazione Properzio <i>eleg. II 5 vers. 19 et sequ.</i> Il gusto di Tiberio
-per queste pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro
-le stesse S. Clemente Alessandrino <i>in Protrept. pag. 52, e 53</i>. La continenza,
-e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto la morale tanto degli
-antichi abitanti della nostra città che de’ Pittori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&#160;&#160;</span>Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in seguito è questa
-città chiamata <i>Terlitium</i>, e non <i>Turricium</i>. Nelle carte della Geografia antica
-pubblicate da diversi Scrittori manca questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri
-Pubblici, e nelle carte Geografiche recenti è chiamata <i>Terlizzi</i>. Non si cangiano
-i nomi delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare
-ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&#160;&#160;</span>Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario che passa tra
-un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo Canonico Mazocchi non
-sognò mai di ripetere l’antichità di quella città dalle sole tavole ivi rinvenute, ma
-anche dalla Storia, dalla Geografia antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre,
-e sodo Scrittore fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità,
-sia sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che sull’appoggio
-di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete, le quali non
-possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un vasellino trovato per azzardo
-in un sepolcro, siasi elevata una Torre, e creata una supposta antica città sconosciuta
-del tutto agli antichi Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro
-ha potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che un
-sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città recente. Per ragionarsi
-a questo modo bisogna aver la testa molto riscaldata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&#160;&#160;</span>Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi che nell’Italiano
-si dice <i>Terlizzi</i>, e non <i>Terlizzo</i>, e che i Popolari dicono <i>Terrizz</i>, e non
-<i>Turrizzo</i>. Il linguaggio popolare del luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&#160;&#160;</span>Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi degli <i>uomini
-dottissimi</i> che gli fecero pervenire la copia di cotesta lapide, e ’l luogo ove possa
-la stessa essere osservata da chi ne sia curioso. Non si comprende poi come nella
-parola mutilata <i>Turri</i>... abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome
-della città chiamata <i>Turricium</i> creata solo dalla forza della sua immaginazione!
-Molto meno ci ha fatto sapere come il suo <i>Turricium</i> possa combinarsi colla parola
-FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero il seguente risultamento
-<i>Filius Turricii</i>. Corrisponde lo stesso a meraviglia al concetto del Signor
-Martorelli!!! In fine non è cosa meno lepida il vedersi che da una pretesa lapide
-che segna l’anno DCCCVI ne abbia egli inferito che il suo <i>Turricium</i> già esisteva
-<i>inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis!</i> Belle visioni!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&#160;&#160;</span>È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse ai tempi
-di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il primo nel luogo riportato
-innanzi al Capo III ci fece conoscere un per uno i nomi delle antiche città
-della Peucezia, tra le quali <i>Ruvo</i> e <i>Bitonto</i>. E ’l <i>Turricium</i> di Martorelli dov’è?
-È ben curioso anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata <i>Turricium</i>
-era edificata <i>prope viam Trajanam!</i> La via Trajana però, di cui si vedono ancora
-gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo stesso modo che si
-vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e nell’Itinerario Gerosolimitano.
-La città di Terlizzi è a due miglia di distanza dalla via Trajana al lato sinistro di
-essa. Come si è potuto portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono
-sotto i sensi?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&#160;&#160;</span><i>Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&#160;&#160;</span>Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto <i>Rudas</i> non si vede riportato
-col solito segno che distingue le città. Si vede bensì tal nome scritto vicino ad una
-laguna che sembra un lago, il quale comunica col mare Adriatico per mezzo di
-un canale segnato nella Tavola suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani.
-Quindi cotesto antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso
-pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda <i>lama</i>, o sia vallone
-che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora passa la bella strada
-consolare della marina per mezzo di un ponte ben lungo e magnifico ch’è convenuto
-ivi formarsi con una spesa non lieve.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&#160;&#160;</span>Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città adoperato
-ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo Stemma antico non si conosce),
-è una pianta di <i>Rovo fiorito</i> messo in una testa. È chiaro che i nostri
-colti Antenati adottarono nel ciò fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora
-però che si è venuto a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna
-che cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si prenda
-dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia del suo nome, come
-saremo or ora a vederlo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&#160;&#160;</span><i>Dionys. Halicarnass. lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&#160;&#160;</span><i>Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&#160;&#160;</span><i>Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VIII p. 360.
-Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap. 31.
-Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VIII pag. 386.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&#160;&#160;</span><i>Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&#160;&#160;</span><i>Strabo lib. VIII pag. 387.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem pag. 388.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&#160;&#160;</span><i>Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&#160;&#160;</span><i>Herodotus lib. I cap. 145.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&#160;&#160;</span><i>Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne Italie.
-Rubi in Peucetia pag. 150.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&#160;&#160;</span><i>Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&#160;&#160;</span><i>Dionys Halicarnass. lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&#160;&#160;</span><i>Virgilius Eclog. X. vers. 31.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&#160;&#160;</span><i>Frontinus De coloniis cap. XIII.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&#160;&#160;</span><i>Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Annalium I cap. 54.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&#160;&#160;</span><i>Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&#160;&#160;</span><i>Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem Tom. V pag. 77.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&#160;&#160;</span><i>Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno
-850 usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto
-Tom. V pag. 45.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&#160;&#160;</span>Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto il Vescovo
-di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni della sua Chiesa. Molto
-meno s’intende il perchè volle esigere la scorta di un uomo a cavallo tutte le volte
-che si recava non solo a Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo
-di Ruvo sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il perchè
-esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa bisogna dire che
-vi siano stati allora tra le due città altri rapporti Ecclesiastici a noi ignoti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&#160;&#160;</span><i>Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et sequent.
-et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V
-pag. 618 et 619.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&#160;&#160;</span><i>Virgilius Georg. lib. I vers. 266.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&#160;&#160;</span><i>Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo</i> Rubeus.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&#160;&#160;</span>Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che l’Abate Telesino
-nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e seguenti del libro II della
-sua Storia lo chiama <i>Alexander Comes</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&#160;&#160;</span><i>Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital.
-Scriptor. Tom. VII pag. 186.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&#160;&#160;</span><i>Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom.
-V pag. 109 et 115.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&#160;&#160;</span><i>Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco
-Beneventanus loco supra citato pag. 115.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&#160;&#160;</span><i>Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit. E.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&#160;&#160;</span><i>Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom.
-V pag. 262 et sequent.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&#160;&#160;</span><i>Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&#160;&#160;</span><i>Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum
-Ital. Script. Tom. VII pag. 977 lit. D.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&#160;&#160;</span><i>Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&#160;&#160;</span><i>Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio
-Post mortem Baronis lib. III tit. 25.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&#160;&#160;</span>Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che copiò
-e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che quì è chiamato <i>Rodulfus
-de Colna</i> ne’ Registri posteriori che saranno più giù riportati è chiamato <i>Arnulfus
-de Colant</i>. Anzi è notabile che in una Lettera Regia scritta al Giustiziere
-della Terra di Bari nello stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di
-Molfetta nel territorio di Ruvo si legge così. <i>Ranulfi de Colant Domini Terræ
-Rubi. Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187</i> a t.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&#160;&#160;</span>La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una lapide
-che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura della Sacrestia; ma
-sono stato assicurato che stava prima nella scala dell’abitazione del Cappellano. Che
-non molti anni indietro uno de’ passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento
-da quel sito, e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra
-molto più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue
-</p>
-
-<p class="center">
-MCCCCXXXIII<br />
-HOC OPVS DEVOVIT FIERI<br />
-FRATER ANDREAS DE CVRNIMO<br />
-AD HONOREM<br />
-B. M. V. MATRIS DE CALENTANO<br />
-MAGISTER PALMIRI<br />
-FECIT
-</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t.
-Anni 1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&#160;&#160;</span><i>Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&#160;&#160;</span><i>Dicto Regest. fol. 21 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&#160;&#160;</span>Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data nella Lettera
-del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato alla esecuzione degli
-ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati al servizio militare avrebbero
-potuto trovarsi a S. Germano undici giorni prima del dì 25 Gennajo, data della
-lettera, colla quale veniva loro ciò ordinato?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&#160;&#160;</span><i>Fasciculus 86 fol. 55.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&#160;&#160;</span>Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca di quella informazione
-senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della Terra di Bari di cui innanzi ho
-parlato. Costando dai Registri di Carlo II testè riportati che la città di Ruvo
-nell’anno 1291 era tuttavia posseduta dalla famiglia <i>de Colant</i>, e da quelli del
-Re Roberto che nell’anno 1310 Galeraimo <i>de Juriaco</i> aveva perduta quella città
-per contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è riportato
-come Feudatario di Ruvo Roberto <i>de Juriaco</i> è dell’epoca del Re Carlo II.
-Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario di Ruvo, e nell’anno
-1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo di Ruvo era passato a Galeraimo
-che lo perde per la sua contumacia. Un registro dunque che parla del detto
-Roberto è del tempo intermedio, quando regnava ancora Carlo II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&#160;&#160;</span>Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo a cui era
-stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle cose dette innanzi risulta
-che non poteva questi esser altri che Roberto, o Galeraimo <i>de Juriaco</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&#160;&#160;</span>Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con migliore ortografia
-al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice delle nostre antiche leggi. Pruova
-lo stesso gli abusi della prepotenza Baronale a cui fu nella necessità di apporre
-un freno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&#160;&#160;</span>Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di cui quì
-si parla. <i>Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel concavo di ambe
-le mani per lo lungo accostate insieme</i> quantum cavis manibus continetur.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&#160;&#160;</span>Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo quelle
-officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori antichi di belle e capricciose
-forme.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&#160;&#160;</span>Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole non s’intendono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&#160;&#160;</span>Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò di quello
-di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul territorio di Ruvo e cercava
-usurparlo a danno suo e degli abitanti della città di Ruvo. Quindi scrisse il
-Re nel dì 14 dicembre 1269 una lettera molto energica al Giustiziere della Terra
-di Bari perchè si fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà
-avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al Feudatario di Terlizzi
-<i>sub certa pœna</i>, e nel suo nome che non avesse più osato di stendere le mani
-sul territorio di Ruvo. <i>Regest. Caroli I anni 1269 lit. D fol. 109 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Regis Roberti anni 1309 lit. H fol. 304 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&#160;&#160;</span><i>Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone
-nel principio del libro XXIII della sua Storia Civile.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&#160;&#160;</span>È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si volle minutamente
-riportare la storia delle discussioni seguite sulla dimanda di Margherita
-Pipina attese le circostanze delicatissime nelle quali la Regina si trovava in faccia
-al Pubblico. Si fece ciò per allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire
-la vedova di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere
-che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura discussione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&#160;&#160;</span><i>Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&#160;&#160;</span><i>Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli altri
-Scrittori da lui citati.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&#160;&#160;</span><i>Polybii Histor. lib. V.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius loco supra citato pag. 585.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius ibidem pag. 680.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&#160;&#160;</span>Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella conservazione
-di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono mantenimento de’ vasti
-tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però che sono stato in Ruvo ho veduto
-non senza un positivo rancore che le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’
-tetti erano stati per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato
-a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio malcontento.
-Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio D. Domenico Chieco
-di essersi già dato l’opportuno riparo a questo grave inconveniente che avrebbe potuto
-trarsi dietro conseguenze assai fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo
-suddetto nel tratto successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi
-quella stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito anderò
-a dire.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&#160;&#160;</span><i>Muratorius loco supra citato pag. 652.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&#160;&#160;</span><i>Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e
-lib. III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII
-cap. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&#160;&#160;</span><i>Fasciculus XI fol. 176 et 177.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&#160;&#160;</span><i>Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla
-Famiglia Orsini.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&#160;&#160;</span>I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’ Quinternioni. È chiaro
-però che la città di Ruvo con altri feudi di sopra riportati pervenne a Gabriele
-del Balzo Orsini dal Principato di Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe
-di Taranto a cui apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo
-innanzi citato alla pag. 158.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&#160;&#160;</span><i>Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e
-Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle
-Provincie di Capitanata e Bari fol. 172.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&#160;&#160;</span><i>Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj
-innanzi citati.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&#160;&#160;</span><i>Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di Capitanata
-e Bari fol. 172.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&#160;&#160;</span><i>Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A
-Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Annalium lib. IV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&#160;&#160;</span><i>Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib. II.
-Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno di
-Napoli lib. XXIX cap. IV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&#160;&#160;</span>Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo dell’Impero
-Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa battaglia di <i>Jena</i> guadagnata
-da Napolione Buonaparte contro i Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna
-di <i>Rosbacch</i>, trofeo della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande
-Re di Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano essi
-perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria militare di Federico
-che seppe guadagnarla?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&#160;&#160;</span>La città di Castellaneta non è <i>vicina</i> a Barletta; ma bensì alla distanza di
-ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi nel fatto di cui si parla
-non bene riportato dal Guicciardini come più giù saremo a vederlo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&#160;&#160;</span>Ruvo, non <i>Rubos</i>, non è stata mai una <i>Terra</i>; ma in tutti i tempi è stata
-sempre considerata come una città distante da Barletta sedici miglia e non già dodici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&#160;&#160;</span><i>Guicciardini Storia d’Italia lib. V.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&#160;&#160;</span>Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo Giovio dice
-di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di Consalvo, sia stata quella che tredici
-anni dopo nell’anno 1516 fu dai Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di
-miglior costruzione, come più giù saremo a vederlo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&#160;&#160;</span><i>Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&#160;&#160;</span><i>Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani
-di Gravier Tom. VI.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&#160;&#160;</span><i>Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Histor. lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&#160;&#160;</span>Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro giornale delle
-due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la rubrica di <i>Spagna</i> ha recato il
-seguente articolo dell’<i>Heraldo</i> (foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo
-di Cordova fece edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata,
-ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada, il suo ritratto
-in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto Monastero rispettato dai
-Francesi nella invasione dell’anno 1810 per i tanti pregevoli monumenti di belle arti
-che vi erano, è rimasto ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: <i>Ma ciò
-ancora più imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella
-principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la sua spada
-al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i modiglioni. Dopo
-tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba dell’eroe venne aperta ed
-i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là; una delle sue mandibole con tre denti
-è per caso rimasta con qualche altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto
-a tale racconto, diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835,
-la spada di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi.</i> Dio mi guardi dal
-compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un avvenimento
-di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed ove anzi si pecca di soverchio
-orgoglio nel vanto degli uomini di guerra prodi e famosi che ha prodotti, non
-può non farmi una forte impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia
-di Dio gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a
-danno della nostra povera città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&#160;&#160;</span><i>Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&#160;&#160;</span><i>Quinternione XXI fol. 212.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&#160;&#160;</span>Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e Giovanni <i>de
-Mapono</i> dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII pag. 130 si dice che la casa
-data dal Vescovo e dal Clero era sita <i>in loco Porte de Noha</i>. Quale sia stata la
-Porta che portava questo nome lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta
-dalla Università di Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio
-Pincerna di Ruvo ove si legge così: <i>Accessimus ad domos ipsius Universitatis
-<span class="smcap">a Porta de Noja</span> juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas pro
-actis publicis peragendis</i>. La casa della Università quì indicata stava appunto nel
-sito di questa porta come saremo or ora a vederlo. Cotesta proccura sta al foglio
-121 del Protocollo di quell’anno del detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua
-scheda quando io lo lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro
-il di lui successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico
-nome della porta suddetta era <i>Porta di Noja</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&#160;&#160;</span>Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una costumanza delle
-antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro porte la statua di Minerva. Dal
-che prese cotesta Dea anche il nome di Πολιάς o Πολιοχος <i>urbis custos</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&#160;&#160;</span><i>L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&#160;&#160;</span><i>L. ff. Ne quid in loco sacro.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&#160;&#160;</span>Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati parecchi con figure
-a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo. Io ne ho tre, e D. Salvatore
-Fenicia uno. So con sicurezza di esserne passati altri anche all’Estero. A cotesti
-vasi allude la parola <i>sculpta</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&#160;&#160;</span>Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine città vanno
-a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà dell’aere che ivi si respira,
-e la ridente situazione della nostra città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&#160;&#160;</span><i>Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110
-fol. 24 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&#160;&#160;</span><i>Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&#160;&#160;</span>Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano ai Baroni
-un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della Sovranità. Non erano i
-Baroni <i>Signori</i> degli uomini de’ loro feudi, ma erano anch’essi sudditi del Re come
-tutti gli altri. Cotesto titolo quindi di <i>Signori</i> peccava di soverchia baldanza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&#160;&#160;</span><i>Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per
-gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&#160;&#160;</span><i>Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&#160;&#160;</span>Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D. Isabella
-de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona. Ecco perchè si dice
-quì <i>la cità vostra de Rubo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&#160;&#160;</span><i>Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera
-Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&#160;&#160;</span>Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui innanzi si
-è parlato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&#160;&#160;</span><i>Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni
-Doganali fol. 113.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&#160;&#160;</span><i>De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia
-Part. I cap. V n. 22 pag. 217.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&#160;&#160;</span>Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai regolamenti
-del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si chiamavano <i>disordini</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&#160;&#160;</span>Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel feudo
-era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita che lo stesso aveva
-data nell’anno della morte del suo predecessore. Cotesto pagamento si chiamava <i>Relevium</i>.
-Per liquidarsene l’importo il Tribunale della Regia Camera della Sommaria
-prendeva informazione della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che
-componevano il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere
-quali questi erano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&#160;&#160;</span>Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno 1808
-dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo adiacente denominato
-la <i>Piantata</i> di qualità burgense, di cui vi sarà in seguito la occasione di far menzione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&#160;&#160;</span>Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla detta pag. 201
-Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò di cotesto antico contratto,
-e quindi fece la seguente dichiarazione: <i>Pro cujus nemoris herba et pascuo
-dicta Regia Curia annuatim pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ
-solvit eidem Excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti,
-in quo nemore non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni
-cujuslibet</i>. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati mille e cento
-convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano per l’erba del Bosco di
-Ruvo ed altri seicento per quella delle murge di Ruvo e Minervino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&#160;&#160;</span><i>Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&#160;&#160;</span>Per <i>demanio de Rubo</i> si deve quì intendere il demanio delle murge. Primo
-perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla convenzione dell’anno 1473 passata
-tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo dicono che il <i>riposo</i> per
-le pecore del Tavoliere fu accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il
-rimanente demanio di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle
-masserie di semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun
-dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&#160;&#160;</span><i>Commun. XVIII ann. 1473 e 1474.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&#160;&#160;</span>L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene a che alludono.
-Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese entrato in quel bosco
-valendosi del proprio dritto non si era trovato più nè vivo, nè morto. Gli antichi
-Duchi di Andria non sono stati coi Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti
-come lo furono i Padroni di masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&#160;&#160;</span><i>Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&#160;&#160;</span>In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per <i>fuochi</i>.
-Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia formava un fuoco.
-Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero de’ fuochi risultava la somma
-che pagar doveva il Comune. Quindi il prezzo della Giurisdizione della Portolania,
-e de’ Pesi e Misure fu caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva
-allo Stato secondo il numero de’ fuochi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&#160;&#160;</span><i>Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&#160;&#160;</span><i>Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q
-Scanz. I n. 166 fol. 160 retro et 161.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&#160;&#160;</span><i>Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&#160;&#160;</span><i>Fol. 216 detti atti.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&#160;&#160;</span><i>Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città
-di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&#160;&#160;</span><i>Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in
-Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&#160;&#160;</span><i>Fol. 44 e 48 detti atti.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&#160;&#160;</span>Pe ’l noto Capitolo <i>Non sine prudentis</i> del Re Ladislao dell’anno 1403 era
-vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare atti a favore de’ Baroni, ed erano
-questi obbligati a valersi di Notaj di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si
-era valuta de’ Notaj delle Regie città convicine.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&#160;&#160;</span>Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida nelle cinque
-vastissime contrade demaniali denominate <i>le matine, le strappete, le ralle, monserino</i>
-e <i>bel luogo</i>, perchè in esse il terreno è tutto <i>appatronato</i> ed occupato
-dalle masserie di semina de’ cittadini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&#160;&#160;</span>Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più venuti fidatarj
-forestieri del Barone nella contrada delle murge, e quel pascolo estivo preziosissimo
-è rimasto per lo intero al pieno comodo de’ cittadini. Stabilita col patto
-IV la preferenza degli animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge
-la fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che sono sparsi in tutti
-i punti di quella contrada, si venne a rendere impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri
-in tutta la continenza delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli
-animali forestieri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&#160;&#160;</span>Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico Teologo
-D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio ed uomo dottissimo,
-mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’ miei primi studj di Umanità, ne’
-quali fui istituito in Ruvo da un Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne
-occupò colla massima cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui
-memoria. La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo Sancio
-che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto del mio profitto
-e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia istruzione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Historiarum lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&#160;&#160;</span>Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione Civile
-e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione di diversi Feudatari
-tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il perchè vi era allora in Ruvo un
-Governatore e Giudice destinato dal Re.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Histor. lib. I.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&#160;&#160;</span>Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di chiudersi
-la sera le porte della città si parla anche nello strumento di transazione stipulato col
-Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel Capo precedente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&#160;&#160;</span><i>Polyb. Histor. lib. III.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&#160;&#160;</span>Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La popolazione
-della città di Andria è per se stessa molto ostinata ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione
-soffrì un gravissimo disastro al tempo della Regina Giovanna I minutamente
-descritto da Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori
-<i>Rerum Italicarum Scriptores tom. XII</i> pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e Lombardi
-ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di settemila tra
-fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver consumato e devastato quanto
-vi era in quella povera città presero la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere
-per loro stessi, e per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono
-quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato <i>Malispiritus</i>
-Comandante della Città di Andria, come si è detto innanzi al capo VIII
-pag. 155.
-</p>
-
-<p>
-Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere al Comandante
-suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro, e gli assicurò che sarebbe
-concorso a tutto ciò che si era da essi determinato; ma soggiunse. <i>Quia vero civitas
-Andriæ dominio suo erat valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum
-non fieret civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed
-mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque necessaria
-eos emere permittebat.</i> Se ne contentarono i Tedeschi, e quindi si accamparono come
-amici in una pianura fuori della città. Il Comandante suddetto rientrato in essa
-fece tutto conoscere ai suoi abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe
-accampate tutto ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento.
-</p>
-
-<p>
-I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro, sospettarono
-un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri richiesti. Ne rimase di ciò
-indignato il Comandante suddetto, e non mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano
-la città ad un grave disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare
-per forza ciò che ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate
-rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella città i loro
-messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri, e qual colpa avevano commessa
-a danno de’ suoi abitanti per meritare un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente
-risposto dai popolari che non volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero
-quindi le porte, e gli Andriesi si posero in armi.
-</p>
-
-<p>
-Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto oltraggio, fu
-presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e devastare la città. Vi erano però tra
-esse alcuni Capitani Tedeschi, i quali avendo ricevuti per le loro compagnie con
-anticipazione i soldi fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio
-del Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito
-<i>quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur</i>. Rimasti fermi
-in tal proponimento, si diressero <i>a Giannotto Brancasio</i> nobile Andriese, gli fecero
-conoscere le intenzioni de’ loro compagni di depredare la città, lo animarono a
-difenderla vigorosamente, e si offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e
-prestarsi alla loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile,
-ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono. Quindi li Capitani
-suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri, non vollero prender parte a tale
-aggressione, e si accamparono in una pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare.
-</p>
-
-<p>
-Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi nell’assaltare
-la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano i primi rivolti i loro
-sforzi contro quella porta della città che porta il nome di <i>porta del castello</i>, perchè
-era quello il punto più debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi
-straordinarj coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo mentre
-surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e ’l Comandante <i>Malospirito</i>,
-poichè i primi lo chiamavano traditore, ed intelligente dell’aggressione che la città
-stava soffrendo, e ’l secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare
-il detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da ambe
-le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi nel castello per salvare
-la sua vita. I soldati della guarnigione irritati dal vedere maltrattato a tal modo
-il loro Capo cominciarono a tirare dalla sommità del castello colle balestre e
-coi sassi contro i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse
-ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi ed i Lombardi
-entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che rifugge l’animo dal commemorargli.
-</p>
-
-<p>
-Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in mezzo a
-tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria soffrì quel lagrimevole
-disastro per la ostinazione de’ suoi popolari non suscettiva di veruna scusa,
-poichè il negare i viveri a chi vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un
-esercito che può prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza,
-e cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una
-popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno 1799 era
-mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa avversione per i Francesi?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&#160;&#160;</span>Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila e cinquecento
-nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia, e molto poco considerata.
-Troppo ci vuole per poter perire tanta gente in un conflitto di sola fucileria,
-senza l’artiglieria e senza venirsi alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita
-nelle Puglie fu appena di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se
-avesse perduti in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero
-de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però sta in contrario,
-poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna proseguì le sue operazioni
-guerresche con avere espugnata la città di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche
-sollevata, occupata Bari, saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica
-Celia) che le opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia
-di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze che in
-seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che mal converrebbero
-alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi la perdita tutto al più di qualche
-centinajo di uomini, giacchè a niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso
-degli estinti, i quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di
-bruciare i cadaveri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&#160;&#160;</span>Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere Monache cacciate
-dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di Ruvo ne prese tutta la cura, e
-nel partire da Andria le affidò al suo Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero
-come fu da costui eseguito col massimo e laudabile zelo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&#160;&#160;</span>Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi giorni dopo
-l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune famiglie amiche. Avendo avuta
-la curiosità di osservare i luoghi ove si era combattuto, mi assicurai che le muraglie
-niun danno avevano sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato.
-Ma le baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia della
-gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate dalle palle della fucileria
-degli assedianti entrate per i vani delle cannoniere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&#160;&#160;</span>Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi <i>PP. Riformati</i>.
-Son essi però <i>Minori Osservanti</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&#160;&#160;</span>La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’ luoghi obbliga
-i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per poterne migliorare la coltura. Cotesta
-operazione che col linguaggio del luogo si chiama <i>scatenare</i> è per se stessa utilissima.
-Non è però tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle
-strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le pietre suddette
-rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi stessi donde vengono estratte di
-parieti a secco più alti e più forti del solito che si pratica in quella Provincia.
-Sarebbe ciò anche conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono
-ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più avanzato
-non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna vergognosa e molto
-riprensibile che per farsi il misero risparmio di poche grana la canna si abbia la
-temerità e la indiscrezione di gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche
-strade! Ed è anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con
-indifferenza dalle Autorità municipali!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&#160;&#160;</span><i>Livii Histor. lib. XVI cap. 29.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&#160;&#160;</span><i>Tacitus Histor. lib. II.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&#160;&#160;</span><i>Cicero Orator. cap. XXIV.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&#160;&#160;</span><i>Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II Section.
-VI §. I pag. 85.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&#160;&#160;</span><i>Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia
-cap. V §. 2 pag. 24.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&#160;&#160;</span><i>Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus censuit.
-L. 10 ff. de Probationibus.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&#160;&#160;</span><i>Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato,
-qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius
-et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante Trojanum
-bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca,
-quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ, aut
-quo casu patrias sedes reliquerint.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&#160;&#160;</span><i>Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum
-numorum catalogo, dono dedit <span class="upright">cl. Ioanni Iatta</span> egregius rubastinus medicus,
-et studiosus antiquitatum cultor</i> Vitus Tambone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&#160;&#160;</span>Millingen <i>supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc.
-Italie pl. II f. 5</i>, Eckhel <i>sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&#160;&#160;</span>Avellinii <i>Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl.
-p. 31</i>, Milling. <i>l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&#160;&#160;</span>Eckh. <i>l. c.</i> Avell. <i>l. c. tom. II p. 17 n. 158</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&#160;&#160;</span><i>A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus, sollicitatus.</i>
-Iustin. <i>lib. XII c. 2. Confer quoque</i> Strabonis <i>lib. VI pag. 280 Casaub.</i>,
-Livium <i>lib. VIII cap. 17 et 24</i>, Gellium <i>noct. attic. lib. XVII cap.
-21</i>, Aristotel. δικαιὠματα πολέων <i>apud</i> Ammonium <i>in</i> νῆες. <i>Vide</i> Niebuhrii
-<i>histor. rom. gallicae versionis tom. III pag. 144 seqq. edit. Bruxell.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&#160;&#160;</span>Milling. <i>anc. coins p. 11 seq.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&#160;&#160;</span><i>Saturn. lib. I c. 23.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&#160;&#160;</span>Eck. <i>doctr. tom. V p. 348</i>, Emeric-David <i>Jupiter t. II p. 376
-seq.</i>, Creuzer <i>Symbolik tom. III p. 149, 3. edit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&#160;&#160;</span>Gell. <i>noct. att. lib. V c.</i> 12, Eck. <i>doctr. tom. V p.</i> 219.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&#160;&#160;</span><i>Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam
-perperam</i> Hunterus <i>Agrigentinis tribuit: dedit iterum</i> Milling. <i>anc. coins
-p.</i> 12, <i>tab.</i> 1 <i>f.</i> 18 <i>seq</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&#160;&#160;</span><i>Lib. VIII c.</i> 24.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&#160;&#160;</span><i>Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p.</i> 350 seq. <i>Aliter tamen
-expeditionis et mortis Alexandri annos statuit</i> Frölichius <i>reg. vet. num.
-p.</i> 33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&#160;&#160;</span><i>Osservazioni sopra talune monete pag.</i> 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&#160;&#160;</span><i>L. c. p.</i> 62 <i>seq</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&#160;&#160;</span><i>Bullet. arch. napol. anno II p.</i> 117.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&#160;&#160;</span>Plauti <i>Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice
-Hercule confer</i> Luciani <i>mortuor. dial. 16</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&#160;&#160;</span><i>De Dasio Altinio Arpano vide</i> Liv. <i>lib. XXIV cap. 45</i>, Sil.
-Ital. <i>lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem</i> Livium
-<i>lib. XXVI c. 38</i>, Appian. <i>bell. annib. cap. 45 et 47, et</i> Valerium
-Maximum <i>lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui Annibali
-Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem</i> Livio <i>lib. XXI cap. 48.
-Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&#160;&#160;</span><i>Lib. XII c</i>. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&#160;&#160;</span><i>Schidone.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&#160;&#160;</span><i>Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata
-Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag. 26</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&#160;&#160;</span>Si deve quì leggere piuttosto <i>fuit</i>, non <i>fecit</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&#160;&#160;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis</i></p>
-<p class="i02"> <i>Infixa est animo, Lector, honosque tuo,</i></p>
-<p class="i01"><i>Si gesta Heroum monumento digna perenni</i></p>
-<p class="i02"> <i>Vera tibi præbent gaudia, siste gradum.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Ob laudis stimulum, conseruere manus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Congressique pares numero, et florentibus annis,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Attamen haud similes viribus, atque animo.</i></p>
-<p class="i01"><i>Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes</i></p>
-<p class="i02"> <i>Experta est nostras in sua damna manus.</i></p>
-<p class="i01"><i>Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Sed non pugnatum Marte, manuque pari.</i></p>
-<p class="i01"><i>Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Armaque Victori tristis, equosque dedit,</i></p>
-<p class="i01"><i>Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota</i></p>
-<p class="i02"> <i>Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit.</i></p>
-<p class="i01"><i>Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Italia æternum quæ resonabit io.</i></p>
-</div></div>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. <a href="#Page_a348">a348</a> (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.
-</p>
-
-<p>
-Per comodità di consultazione l'indice dei capitoli, nell'originale relativo solo alla prima parte del testo, è stato trascritto e integrato a fine volume così da fornire un'indicazione completa.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-<div lang='en' xml:lang='en'>
-<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>CENNO STORICO SULL&#039;ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA</span> ***</div>
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-Section 5. General Information About Project Gutenberg&#8482; electronic works
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-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg&#8482; concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg&#8482; eBooks with only a loose network of
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-</div>
-
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-Project Gutenberg&#8482; eBooks are often created from several printed
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-facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>.
-</div>
-
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-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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