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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Cenno storico sull'antichissima città di Ruvo nella Peucezia - -Author: Giovanni Jatta - -Release Date: October 18, 2022 [eBook #69176] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CENNO STORICO -SULL'ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA *** - - - [Illustrazione: (Ritratto dell'Autore)] - - CENNO STORICO - SULL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO - NELLA PEUCEZIA - - - DEL GIURECONSULTO NAPOLITANO - - GIOVANNI JATTA - - - COLLA GIUNTA - - Della breve istoria del famoso combattimento - de’ tredici Cavalieri Italiani con - altrettanti Francesi seguito nelle vicinanze - della detta città nel dì 13 Febbraio - 1503. - - - - IN NAPOLI 1844 - DALLA TIPOGRAFIA DI PORCELLI - _Strada Mannesi num. 46._ - - - - -L’AUTORE - -AL SUO NIPOTE GIOVANNINO JATTA. - - -_Eccoti il mio _Cenno Istorico_ sull’antichissima città di Ruvo che ti -ho promesso. Sarà forse questa l’ultima mia produzione letteraria. Il -peso degli anni aggravato vie più dalle forti e continue traversie di -salute che sto soffrendo, a grandissimo stento ha potuto permettermi -di soddisfare questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo -indirizzo a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del santo -amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi se io l’ho -sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure allo stesso modo._ - -_Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel bujo che -teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine. Mi lusingo di averlo -fatto non senza un successo che riempie il mio cuore di gioja, e -compensa largamente il travaglio non lieve che mi è ciò costato. Manca -al mio lavoro quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata; -ma i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua -energia, ed illanguidiscono l’applicazione._ - -_Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi mancante -nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me cominciata per -l’onore della nostra Patria. Continuando con fervore ad istruirti -nelle Lettere, facendo di esse la tua passione e la tua delizia, ed -incitando il tuo cuore a questa santa emulazione, potrai porti in grado -d’illustrare vie più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle -cognizioni, delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro._ - -_Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io ho terminata. La -tua posizione, le tue circostanze, il mio nome istesso che tu porti ti -chiameranno un giorno a prender parte nelle cose relative alla nostra -Patria. Cerca sempre di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi -per sostenerne l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti, -per promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi, ed i -partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi._ - -_È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù dell’uomo -dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui devi tu aspirare. Sii -sempre unito ai veri e bravi cittadini che sinceramente divideranno -con te questi nobili e virtuosi sentimenti. Guardati da chiunque con -mentito zelo ha la Patria solo nella bocca, e nel cuore il proprio -interesse. Sarebbe desiderabile che questa razza di uomini non vi -fosse; ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a profitto -questo mio avviso._ - -_Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal tuo amore e -rispetto per me che la Popolazione di Ruvo dalle tue operazioni abbia -sempre a lodarsi di averti io allevato con que’ medesimi sentimenti -diretti al vero bene della comune Patria che in ogni tempo ha in me -costantemente sperimentati._ - - - - -È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le notizie istoriche -relative all’antichissima città di Ruvo mia patria che ho sempre amata, -ed amo sommamente. Ma quando li miei anni erano verdi e la mia salute -robusta, prima le occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri -della Magistratura non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili -ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio, -mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza positiva del -materiale che bisogna per potersi tessere una Storia. - -Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono rimaste nella -oscurità sia perchè sono mancate le occasioni che avrebbero potuto dare -agli antichi Scrittori la opportunità di parlar di esse, sia perchè -le opere di coloro che ne han parlato non sono sventuratamente giunte -fino a noi. La città di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico -Scrittore. Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche -città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione, delle -sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze e nelle belle arti, -e di ogni altra circostanza che possa rendere ragguardevole una città -nulla si conosce dagli antichi Scrittori. - -Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime possono -attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia animato dall’impegno -positivo d’illustrare una città. Quindi è che i Commentatori degli -antichi Scrittori, e coloro che hanno scritto sulla Geografia antica -non hanno dati della città di Ruvo che cenni molto brevi e secchi, -e talvolta anche assurdi, ed incoerenti come anderemo a vederlo nel -prosieguo del mio discorso. - -Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato, si è che -Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia antica un’opera -elaborata ed erudita e non ha omesse le città le più meschine ed -oscure, non ha onorata la città di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella -Carta della _Magna Grecia_ che ci ha data alla fine della Sezione -III capo IX del lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia -nomenclatura alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo -luogo! - -Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte in gran numero, -ed altre già pubblicate pruovano con piena sicurezza ch’era Ruvo una -delle più antiche città Greche dell’Italia. Il chiarissimo Canonico -Mazocchi bene a proposito, osserva che per potersi distinguere le -nostre antiche città Greche da quelle fondate dagli antichi abitanti -delle nostre Regioni, bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi -Scrittori, e soggiugne: _At Scriptorum quorumlibet testimoniis longe -exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum ænearum monumenta, -quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu -dubitabit[1]?_ - -Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra città tra le -altre città Greche, delle quali fece la enumerazione, causa ne fu il -silenzio degli antichi Scrittori su tal circostanza, e ’l non esser -state all’epoca in cui egli scrisse pubblicate ancora o conosciute le -antiche monete Greche Ruvestine, le quali hanno scoperta dappoi la sua -origine. Nè si erano a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che -all’epoca nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li -numerosissimi vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende -Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza delle forme, e -per la nobiltà e perfezione del pennello, che per la ricercatezza delle -favole non ovvie che vi sono dipinte. - -Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano i vasi -di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati, si hanno attirata la -giusta ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, e pruovano a -trabocco due circostanze. La prima che nella città di Ruvo fiorivano -in grado eminente le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti -giustificano la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena -istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè meno -pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento, di bronzo, e -di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse ed eleganti forme. - -La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche e -ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si trovano riposti -ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di quello che si pagano -adesso, ed un lusso funerario così profuso non potevano usarlo che le -persone distinte e doviziose. - -Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della città, -e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle diverse -trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi portano anche -più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione di credere che -la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti dell’Acaja -che prima della guerra di Troja vennero a stabilirsi nella Italia -sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, e mi lusingo di poterlo -concludentemente dimostrare. - -In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che hanno potuto -aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare che m’imbatto in una -oscurità anche maggiore. Scarsissime sono le notizie che si possono -trarre dalle Cronache. Mi è quindi impossibile scrivere una storia -ordinata. Debbo per necessità limitarmi a quelle poche cose che la -mia avanzata età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han -potuto permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città di -Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali infervorati dallo -stesso impegno d’illustrare vie più la commune Patria, si applichino a -dilatare per l’onore della stessa quella via che sono stato io il primo -ad aprirla. - -Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran parte negli -avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto superstite di coloro -che potevano esserne bene informati, sono al caso di poterne parlare -con quella verità, e minutezza che a niun altro sarebbe facile. -Cercherò quindi farlo nel modo che possa riuscire anche utile e -profittevole ai miei concittadini tanto presenti che futuri. - - - - -CAPO I. - -_Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo._ - - -Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo -non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al -suo libercolo Geografico fu _De situ Orbis_. Non si occupò quindi di -altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora -conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime -sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta -descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo -libercolo, poichè disse: _Dicam autem alias plura, et exactius: nunc -autem ut quæque erunt clarissima, et strictim_. - -Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città -principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè -sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco. -Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di -esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla _Corografia_, -nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2]. - -Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo -nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di -cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di -lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una -manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima, -ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto -nominata doveva per necessità parlarsi. - -Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si -andava a Roma, e dice: _Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui -Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via -urbes sunt Egnatia, Celia, NETIUM, Canusium, Herdonia_[3]. Descrive poi -l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne: -_Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam -Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam -reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX_[4]. - -Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava -l’antica Peucezia, quel _Netium_ che si vede situato tra Celia e Canosa -ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto -che _Netium_ Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica -intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una -emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno -di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza -della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che -porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire -quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque -a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione -interessantissima per l’argomento che mi ho proposto. - -Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì -_Celia_, soggiugne: _De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium -Plinii_. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un _forte_ per -altro, non può aver luogo. L’_Aletium_ di cui parla Plinio nel luogo -che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro -Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi, -ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome -intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si -potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una -città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia -all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia. - -Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον -fa la seguente osservazione. _Netium nusquam in isto tractu nominatam -reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce_ Κανυσιον _orta sit illa_ -και Νήτιον, _quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent_. Ma è una idea -molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento -della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe -tampoco a provare la non esistenza della città denominata _Netium_ per -la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore, -come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre -antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione. -Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata _Netium -nusquam in hoc tractu reperio nominatam_. - -Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che -aveva detto Casaubono, ed osserva: _Putat Casaubonus_ τό Νήτιον _esse -male repetitum ex_ Κανυσιον _quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs, -seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post -Celiam_ Ehetium, _puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone_ -Νήτιον; _sed vel corruptam esse ex_ Ehetium _tabularum, vel_ Ehetium -_corruptum in Tabulis ex_ Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta -da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’_Ehetium_ -della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa. - -Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare _ignotum per ignotum_. Se -sconosciuto agli antichi Scrittori è il _Netium_ intruso nel testo di -Strabone, ignoto è del pari l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana. -D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere -argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi -in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove -città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di -Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando -le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori. - -In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane -furono pubblicate da _Marco Vesero_. Nella sua prefazione alle stesse -ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di _Corrado -Peutingero_, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece -costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei -le crede un _Itinerario militare_ formato ai tempi di Teodosio, non già -da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati -nelle Armate di quel tempo che si chiamavano _Metatores_. Si -adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di -essi Vegezio nel lib. I cap. 7. - -Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza -Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o -mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella -sua prefazione alla _Geografia antica_. Nè sono queste osservazioni -che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane -per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate. -Facendosi poi alle stesse attenzione, _passim_ si scorge la corruzione -de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate. - -Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè -talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può -trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però -si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono -capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta -standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica -Peucezia quell’_Ehetium_ del Palmerio si vede in essa situato tra Celia -e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che -nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può -aver che fare col preteso _Netium_ di Strabone che verrebbe a ricadere -nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi. - -Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor _Millingen_ ha opinato -che l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica -città della Peucezia denominata _Azetium_, le di cui monete portano -la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo -incerte. Egli crede che gli _Azetini_ debbono essere lo stesso Popolo -riportato da Plinio sotto il nome di _Ægetini_ nel libro III cap. -XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale -di _Rutigliano_ perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi -trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per -vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia -verso Taranto come l’_Ehetium_ della Tavola Peutingeriana. Quindi la -emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento. - -Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino, -di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica _ab Æquotutico -Hydrunto ad Trajectum_ sulla parola _Herdonia_ propone un’altra -emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice -delle altre che si son premesse. _Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio -Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis -per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque -Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et -Canusium, et Herdonia. Legendum enim_ Neritum _arbitror, unde Plinius_ -Neritinos, _non_ Netium. - -Ma il sostituire la parola _Neritum_ al preteso _Netium_ di Strabone -è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta -emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era -nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare -la città denominata _Neritum_ da Tolomeo, e _Neretum_ nella Tavola -Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di _Nardò_ -formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia -e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro -Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il -Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione -de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P. -Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo -Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una -giustificazione della parola _Netium_ intrusa nel testo di Strabone, la -quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella -edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre -edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta -edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle -una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come -si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che -saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà. - -Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda -Regione ha allogati _Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos_. -Sotto il nome di _Apulia_ vi ha compresa tanto la Daunia, che la -Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda -Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e -dice; _Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata -Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine -Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani, -et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates -cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani, -Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses, -Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates -cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14] -RUBUSTINI[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini, -Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini, -Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17], -Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, NERETINI, -Valentini, Veretini._ - -Ora è quì notabile che la parola _Neritini_ in tutte le altre edizioni -di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta -si vede unita ai _Rubustini_, ed ai _Silvini_. La seconda è allogata -ne’ _Salentini_. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città -di questo stesso nome, e la città denominata _Neritum_, o _Neretum_ -trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato -questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha -bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che -sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si -vede riunito ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e ritenerlo nel luogo che -sussiegue, ove si vede allogato ne’ _Salentini_ ai quali realmente -apparteneva, come appartiene anche oggi la città di _Nardò_ ch’è -l’antico _Neritum_. - -Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per -dare esistenza a quel _Netium_ che niuno ha saputo vedere ove sia -stato, ha troncata e mutilata la parola _Neritini_ che si legge in -tutte l’edizioni di Plinio unita ai _Rubustini_ ed ai _Silvini_, e -ne ha formata la parola _Netini_ di sua assoluta creazione. Quindi -nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente -osservazione: _Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque, -Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam -addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit, -reddantur._ - -Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta. -Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione -della parola _Neritini_ di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad -introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a -tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone -da un errore degli amanuensi. - -In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della -parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente -un’_ambiguità_. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul -preteso _Netium_, quanto sull’antica città di _Celia_. Passa a rassegna -le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola -Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre -il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione -di tanti Uomini per altro dottissimi. - -_Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas -recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam, -Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi, -quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III -cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit, -quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque -millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie -via publica ducit_[19]. _Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum -agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum_ -Ael. Munic. Coel. Ant., _quasi_ Ælium Municipium Cælium Antoninianum. -_Sed_ Νήτιον _Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat. -Strabonis verba sunt_ έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον, -καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium, -et Canusium, et Herdonia. _Casaubono videntur expungendæ voces_ καί -Νήτιον, _tanquam ex una_ Κανύσιον _bis perperam exscripta natæ, quod -violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum -quidem ad_ Natiolum _Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod -hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec -vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit_ Νήτιον _Strabonis -esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet_[21]. _Harduinus Plinii lib. -III cap. XI_ Netinos _inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non -ostendit, ubi priores_ Neretinos _legerunt, qui paulo post repetuntur, -et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur. -Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et_ Netinos _reliquit -tanquam lectionem genuinam_[22]. - -Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi -è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di -esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero -che il preteso _Netium_ di Strabone sia lo stesso che l’attuale città -di _Andria_ sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand -nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: _Netium oppidum Apuliæ -Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat -Surita_. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice: -_Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam -Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit -Surita ad Antonini Itinerarium_[24]. - -Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra -mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di -Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo -P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che -non ebbe mai alterando, e mutilando la parola _Neritinos_ che si legge -nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta -questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione, -le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva -divergenza, la quale non può non destar meraviglia. - -Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la -parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è -la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva -fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον -era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di -fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta -osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita -al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da -una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere -allogata tra Celia e Canosa. - -Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia -fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città -intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non -fosse mancata, ed era questa la città di _Ruvo_. Quindi quel Νήτιον -altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone -in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto _Rubi_. A -confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu -come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato. -Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito -a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma -traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual -era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada -suddetta da lui descritta. - -Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione -del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti -osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea -posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada -suddetta da lui indicate sarebbero _Egnatia, Celia, Netium, Canusium, -Herdonia_. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio -da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo -divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare -a _Celia_ andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a -poche miglia di distanza dall’antica _Celia_. - -Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a quel -_Netium_ ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare a -_Ruvo_ ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra -Canosa e Bari. - - _Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum_ - _Carpentes iter, et factum corruptius imbre._ - _Postea tempestas melior, via pejor ad usque_ - _Bari mœnia piscosi_[25]. - -Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e -Celia. Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine -della stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio. - -Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e -Canosa fosse stato quel _Netium_, che da taluni si è spacciato con poca -riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di _Andria_, -ne sarebbe da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi -assolutamente incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria -vi è la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa -quella di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico, -o nuovo si trova un cammino di due giornate ripartito con una simile -insensatezza? - -Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino -da Celia al preteso _Netium_ secondo il sistema di viaggiare di quel -tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di -aver fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino _utpote longum carpentes -iter_. Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto -più lungo sarebbe stato il cammino da Celia a _Netium_ (Andria), -essendovi una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti -quindi si rende chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto, -ed intruso in quel luogo di Strabone ove vi era scritto _Rubi_, vera ed -unica città di fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada -da Roma a Brindisi che imprese egli a descrivere. - -Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario -dell’Imperatore Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma -fino ad Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la -prima che traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta -quindi la stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così -riportata. _Ecas_ (Troja) _M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio -M. P. XXV. RUBOS M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI[26] Barium M. P. XII._ - -Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte -le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come -il luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia -lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi -dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia -da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari. - -Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data -dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi -ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia -fino a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino. -In cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da -Gerusalemme a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove -si pernottava detti _Mansiones_ nell’Itinerario di Antonino, ma anche -quelli ne’ quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali -da tiro che nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo -_Mutationes_, come anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella -prefazione allo stesso premessa. - -Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora -si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città -di Bari indicata col nome di _Beroes_, si vengono a segnare gli altri -luoghi da Bari in qua, e si dice così: _Civitas Beroes M. XI. Mutatio -Botontones_ (Bitonto) _M. XI. Civitas RUBOS M. XI. Mutatio ad quintum -decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis_ -(Erdonia) _M. XV etc._ - -Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata -intermedio tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed -in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto _Netium_ di -Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato -lo istesso che l’attuale città di Andria. - -Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso -Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della _Mutazione_, o sia -del cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo -reca così _Mutatio ad quintum decimum_. Risulta da ciò chiaramente che -cotesto luogo anonimo della _Mutazione_ suddetta non doveva esser altro -che un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo -di cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo -cangiamento delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si -cangia la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade -Consolari. - -Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione: -_Porro_ Mansio _quid sit nullus puto ignorat_. Mutationes _sunt -veredorum, vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque -pabulis instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ -peregrinantibus necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris, -ut XI Cod. Theodos. tit. I cap. IX._ - -Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana vi -fosse stata a mezza via la pretesa città denominata _Netium_ (ora -Andria), la _Mutazione_ si sarebbe situata nella città suddetta, e -non già in un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello -stesso Itinerario il luogo della _Mutazione_ tra Bari e Ruvo si vede -stabilito nella città di Bitonto che sta alla metà del cammino tra -l’una e l’altra. Si vede lo stesso replicato anche in tutti gli altri -luoghi, ne’ quali tra due città di fermata ove i viandanti pernottavano -dette _Mansiones_, vi era una città intermedia ove situar si poteva la -_Mutazione_ delle vetture o degli animali. - -Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti e -gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine, -e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può supplire -con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad una -campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto _Netium_, -si sarebbe ivi situato il luogo della _Mutazione_, e non già in mezzo -ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi. -Le _Mutazioni_ si situavano a tal modo quando non si poteva fare -altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città. - -Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla _Via Appia_ ha creduto -che il luogo della Mutazione _ad quintum decimum_ tra Ruvo e Canosa -segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle -vicinanze di quell’antica osteria che porta oggi il nome di _Guardiola_ -messa a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a -Canosa. Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze -della osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono -i tratti delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per -quel luogo[27]. - -Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica -osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario, -se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione _ad -quintum decimum_ indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è -conservata per osteria ne’ tempi posteriori[28]. Ma questo istesso -esclude la esistenza del preteso _Netium_ di Strabone che si vuol -credere lo stesso che l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra -convincentissima ragione. - -La predetta osteria detta _Guardiola_ è lungi da Andria due miglia e -mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava -pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non -poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è -discosto due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie -più che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città -denominata _Netium_ sulla strada consolare che da Brindisi menava a -Roma è manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non -vi era alcuna città per la quale fosse la stessa passata. - -Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso -_Netium_ di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città -molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò -Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno: - - _Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat_ - _Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset_ - _Ditior his Petrus consanguinitate propinquus._ - _Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,_ - _Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris_[29]. - -Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani -nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi -tra loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle -loro armi[30]. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò -di accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria, -Corato, e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani -ch’era in quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico -Gio. Antonio Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di -Andria, Corato, Bisceglia e Barletta[31]. - -L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna -Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella -città edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di -Andro sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta -storietta coll’addurre anche ciò che ne han detto _Arrigo Bavo_ nella -descrizione del Regno di Napoli, e _Ferdinando Ughellio_ nella sua -Italia Sacra, i quali convengono che fu la città suddetta edificata -da Pietro Normanno Conte di Trani[32]. È una cosa questa per altro che -si confuta da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e -suggerita solo dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo. - -Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, le -città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da -Diomede nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese -giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria -non si sarebbero fatte tante dispute su quel _Netium_ di Strabone di -cui ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica -città Diomedea l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome -di _Andria_ o _Andro_, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia -antica. - -Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia -siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste -due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’ -Normanni nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi -di sopra trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate -le due novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e -fortificate le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero -pos’egli una differenza tra le prime e le seconde, e cercò questa di -esprimerla nel miglior modo che seppe farlo col mediocre latino in cui -si vede scritto il precitato suo poemetto proprio della poca nitidezza -dello stile di quel tempo. - -Parlando di Andria disse _condidit hic Andrum_. Passando a parlar -di Corato soggiunse _fabricavit et inde Coretum_. Ma per Bisceglia e -Barletta si valse del vocabolo _ædificavit_, e disse _Buxiliam, Barolum -maris ædificavit in oris_. Le parole _condidit_ e _fabricavit_ fanno -intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città -fatte di pianta. La parola _ædificavit_ di cui si valse per Bisceglia -e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate, -ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio -nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola -_ædificavit_ fa la seguente osservazione: _Munisse puto hoc noster -ædificare appellat_[33]. - -Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al -tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto -che le predette due città già esistevano molto prima della venuta -de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone, -di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè -per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola -Peutingeriana sotto il nome di _Balulum_, ed in altre edizioni di -_Bardulos_, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di -_Barulum_. - -Nella stessa Tavola vi sono anche _Turenum_ Trani, e _Natiolum_ -Giovinazzo. Non vi è _Buxilia_, detta da altri _Vigiliæ_, perchè questa -nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser -dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni, -poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia _medii ævi_ -colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del -Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che _Sergius -(alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus -Vigiliarum_[34]. - -Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla -della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo -che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re -Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio -che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle -armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali -abbonda: _Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat -quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen -duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas -continebant_[35]. Da tutt’altro quindi che dal _Netium_ di Strabone, o -dall’Isola denominata _Andro_ si è ripetuta la etimologia del suo nome. - -Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che -furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro -antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le -monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri -pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo -esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta -a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso -_Netium_ di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di -Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole -di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari. - -Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione -sulla parola _Netium_ di Strabone. Si è dimostrato concludentemente -che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli -amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo -che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di -fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso -a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa -da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla -pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta -da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto. - -Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro _de -Coloniis_. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore -non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’ -terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni -seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da -lui chiamate _Provincia Apuliæ_, e _Provincia Calabriæ_. Nella prima -riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si -vede allogato _l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino_ etc. Nella -seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro -Ruvestino: _Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera -in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam -esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus, -Orianus, RUBUSTINUS, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus, -Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime -autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum -intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas -declaretur_[36]. - -Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è -sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi -Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione -latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu _Rubi_. Non -bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate -nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova _Auctore N. -Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo_ si vede -la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome -di _Rubustum_. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese -questo nome dai _Rubustini_ di Plinio, e dal _Rubustinus ager_ di -Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario -di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola -Peutingeriana è la nostra città chiamata _Rubi_ e non già _Rubustum_. - -Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai -più grave allora che sulla parola _Rubi_ fece la seguente osservazione: -_Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia, -seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94_[37]. Fa veramente -meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver -avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel -suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a -pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città -della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto -Stefano giustamente redarguito da _Baudrand_ nelle sue note al Lessico -Geografico di Ferrario, ove sulla parola _Rubi_ osserva: _In Thesauro -linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs -Apuliæ_. - -Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo -nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata -anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere -attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. _Rubi -est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum. -Horat. in Serm. I sat. 5 etc._ Ma oltre che una città di questo nome -non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere -invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di _Ruvo_ della -Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania. - -Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra -città con _Rufræ_ della Campania, e con _Rufrium_ degl’Irpini. A -coteste sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle -loro note sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola _Rubos_ -in esso riportata osserva: _Plinius lib. III cap. XI Rubustinos -populos recenset, qui in exemplari Toletano Rubisini cognominantur. -Horatius Canusio se Rubos venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94. -Quo loco miror cur venerit in mentem Dionysio Lambino egregio ejus -Auctoris Commentatori affirmare eam urbem esse Campaniæ, præsertim -ipso attestante Canusio, quod Dauniorum Apulorum oppidum erat, Rubos -pervenisse, et qui antea prædixerat_ - - _Incipit ex illo Montes Apulia notos_ - _Ostentare mihi, quos torret Atabulus._ - -Il secondo poi dice: _Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii -Sipontini editam die VII Januarii, qui _Rubos_ cum _Rufris_ Virgilii, -et _Rufrio_ Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit, -ita nec obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271 -Rufrium, et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis. -Rubustini in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de -Coloniis pagina 127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in -Chronico Lupi Protospatæ anno MLXXXII_. - -Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per altro -eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della -sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il -seguente titolo _Græcia magna, sive pars ultima Italiæ_. In cotesta -carta vedesi molto bene la nostra città allogata _in Apulia Peucetia_ -tra Canosa e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata -col doppio nome _Rubi Rufrum_, mentre cotesto _Rufrum_ è alla stessa -perfettamente estraneo! - -Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in -contraddizione di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto -della città della Campania chiamata _Rufræ_, quanto del _Rufrium_ -degl’Irpini, come ha potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia -dell’altra alla nostra città che nella sua carta l’ha egli stesso -allogata in una Regione diversa, qual è la Peucezia? Della prima di -esse dice così: _Supra Theanum in ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio -lib. VII vers. 739_ = Quique Rufras Batulumque tenent, atque arva -Celennæ. _Obscura nomina: Campaniæ tamen cum ceteris quæ præcedunt, -quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi._ Rufras, Batulumque castella -Campaniæ a Samnitibus condita. _Holstenius auctor est Præsentiani in -Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est_ - - M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO - RUFRANI COLONI[38]. - -Per la seconda poi osserva: _Tandem in extremo Hirpinorum ultra Compsam -Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum est, -cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras a Rufrio -supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus, -Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII cap. -XXV_. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria oppida in -potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. _Samnio attribuit, sed -laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites sunt, -comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod credit -Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum_[39]. - -O che però _Rufræ_ e _Rufrium_ siano una stessa cosa, o che siano -due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza, -manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di -Ruvo della Peucezia. Quel _Ruvo_ di cui ha quì parlato Cluverio non -è la nostra città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta -anche questo nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata -volgarmente detta _Ruvo della Montagna_, per distinguerla dalla nostra -città riputata per una delle città della Marina. Con poca riflessione -quindi il Cellario ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla -nostra città quel doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure. - -L’unico suo nome latino ha _Rubi_ che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi -tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta -corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede -segnato ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si -parlerà in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della -Geografia antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha -data il Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori -delle cose Italiche. - -Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve n’è -stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la -Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un -cittadino tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città -coll’altra antica città chiamata _Rudiæ_, la quale era sita nell’antica -Calabria tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio. - -Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato -_Pater Ennius_, disse: _Rudium hominem Majores nostri in Civitatem -receperunt_[40]. Strabone dice: _Tarentum versus compendioso itinere -per Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ_[41]. Presso -Pomponio Mela si legge: _Et Ennio cive nobiles Rudiæ_[42], e Silio -Italico dice di lui - - _Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,_ - _Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno_[43]. - -Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato -che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno -fatto conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione -Greca, o pure una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è -rimasta in una perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana, -l’hanno pienamente e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi -rinvenute, delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno -esse di guida alle ulteriori mie investigazioni. - - - - -CAPO II. - -_Delle antiche monete della città di Ruvo._ - - -Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò -a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi -oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato -riserbato alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni -specie, i quali hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi -non meno la origine Greca della nostra città, che la sua opulenza, la -sua coltura, e ’l gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle -arti. - -Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il -nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a -segno che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città -fra quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche -moneta Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla -città detta _Basta_, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata -_Rhypæ_, di cui avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel -capo V. - -Il _Magnan_ fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo -la moneta malamente creduta di _Basta_ la quale presenta da una parte -una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata -di Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ[44]. È questa però una delle -monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel -detto capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno -antiche, e con _tipi_ diversi sono state pubblicate dal chiarissimo -Cavalier Francesco Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio -rispettabile amico. - -A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle -che si attribuivano a _Rhypæ_. Il di lui avviso è stato applaudito -e seguito da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che -non forma ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano -o la leggenda intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende -abbreviate ΡΥΨ che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ. - -Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato -crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio -materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della -città di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie -le proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito -fino a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari -tutte in Ruvo. - -Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed alle -monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova -vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione -di coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si -trovarono ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito -pienamente cotesto errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo -confermano in un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il -Signor Cavalier Avellino. - -Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’ -medesimi _tipi_ che si osservano nelle altre monete riportate dal -detto Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri -Scrittori. Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua -perspicacia e profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune -variazioni, le quali hanno richiamata la sua attenzione. - -Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio Cenno -istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che -replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una -penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole -tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la -illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino -che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva -precedentemente scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con -averne formato e dato alle stampe un _catalogo_ che con somma cortesia -mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho -alligato alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle -predette due tavole. - -Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni -sulle dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da -me raccolte. Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete -Ruvestine, le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito -osservarle e paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben -fondate ragioni ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città -di Ruvo e l’altra antica città della Peucezia denominata _Silvium_ con -essa confinante, della quale avrò la occasione di parlare di proposito -nel capo che sussiegue. Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13 -della II Tavola. - -Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate -nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor -Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da esse -ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti -per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera -etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi -abitanti e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla -bontà e fertilità del suo vasto territorio. - -Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da me -riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto -bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa -parte portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione -che si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel -Capo quarto. - - [Illustrazione: _Tav. I._] - - [Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._] - - [Illustrazione: _Tav. II._] - - [Illustrazione: _And. Russo dis. ed inc._] - - - - -CAPO III. - -_La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella -Italia prima della Guerra di Troja._ - - -Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico -elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi -pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per -la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la -bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’ -quali la Natura l’è stata prodiga[45]. - -Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. _Jam vero tanta ei -vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi, -tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica -silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium, -olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris -colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens, -tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et -tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque -ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes. -Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam -partem ex ea appellando Græciam magnam_[46]. - -Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono -sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia -infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli -settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la -ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la -moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi -vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale -fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un -fondamento di ragione i Greci gli chiamavano _Barbari_. - -Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando -per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo -stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono -necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi -Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare -alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e -cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47]. - -Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre -Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in -esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente -tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo -gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini -illustri che lungo sarebbe l’enumerargli. - -Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica -han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di _Magna -Grecia_, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi -delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della -etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual -è Cicerone, lasciò scritto: _Pythagoras, qui cum Superbo regnante in -Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina, -tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum -nomen, ut nulli alii docti viderentur_[49]. Ed in altro luogo: -_Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in -ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse_[50]. Ed in -vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco, -comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano -tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51]. - -Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata -ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare _Locrese, -Scillatico_, e _Tarantino_[52], o pure sotto questo nome siano andate -comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal -discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che -ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo -Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia. - -Pare ch’egli ammetta la così detta _Magna Grecia_ nelle principali -città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa -e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate -da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste -città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni. -Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani -spedirono i loro Legati per aver buone leggi _partim ad Græcas urbes, -quæ sunt in Italia, partim Athenas_. Non alle sole città quindi della -così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città -Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama -di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che -si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte -della così detta _Magna Grecia_, sono una sicura testimonianza che pari -in esse era anche la coltura. - -L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi -tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio -proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate -altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di -que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la -città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa. -Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto -di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della -Italia. - -Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano -Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò -ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le -diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti _Aborigini_, -soggiunse ciò che siegue. _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, -et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus -Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse -affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec -tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint: -ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes -reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam -confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum -est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni -alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu -Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis -filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi -Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur -natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira. -Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit -filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et -tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus -a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni -XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam -Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium, -unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte -popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt -se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque -Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium -suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti -sunt Peucetii_[55]. - -Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua Gente -passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora _Ausonio_ -ed indi _Tirreno_. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo -nome fu quella parte della Italia chiamata _Oenotria_. Nelle cose -da lui dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a -niuno secondo nel tessere le genealogie. _Qui de Regibus Arcadiæ sic -loquitur. Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene -Nais Nympha, a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum -filiis, locisque, quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et -Peucetii sic memorat. Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia, -ac Peucetius, a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio._ - -Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava -Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri -numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia, -fortificarono le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne: -_At natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis, -classe in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra -de Regis nomine Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia -deducta_[56]. - -Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione -di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita -sessant’anni prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia -denominata _Pallantium_. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di -Mercurio e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono -questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora -in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono -vicino al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla -anche Pausania[57]. - -Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con una -porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò _super -Japygiæ Promontorium in sinu Jonio_, cioè nel seno Tarantino, e che -dal suo nome prese la Regione il nome di _Peucezia_. Si estese questa -per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però -coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era -intorno al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si -stabilirono. Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata -_Messapia, Japigia, Salentini, Calabria_. In fine qualunque sia stata -la estensione primitiva del Paese denominato _Peucetia_, rimase questa -in seguito ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome -di _Terra di Bari_. - -Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver -descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto -passa a dire: _Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam -Græci dixere. Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium -habitant Promontorium, alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem -sunt Peucetii, Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid -post Calabriam est Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi -dicerentur, maxime Peucetii_. - -Si osservi che allora si chiamava _Calabria_ non già quella Regione -che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo -ai _Bruzj_, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui -parla Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale -da Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio -detto oggi _Terra d’Otranto_. Cotesto Istmo finisce al Promontorio -detto dagli antichi _Salentino_ o _Japigio_, oggi _Capo di S. Maria -di Leuca_. _Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a -Brundusio Tarentum usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio -circa Japygium Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis -CC fere Tarentum ortum solis versus._ - -Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto -fondata da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e -floridezza, ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal -lusso. Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque -soggetto alla siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano, -e la diversità della loro origine, dalla quale erano surte le diverse -nomenclature imposte a quella penisola. Quindi conchiude: _Communi -vocabulo Messapiam, Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant_. In -fine passa a parlare delle due strade che da Brindisi menavano a Roma -delle quali si è largamente ragionato nel capo primo[58]. - -Dice lo stesso anche Plinio: _Connectitur secunda Regio (Italiæ) -amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui -Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm, -contributa eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P. -a Lacinio Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens. -Græci Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri -fratre, in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt. -Latitudo Peninsulæ a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass. -patet, multoque brevius a portu Sasina_. Passa indi a riportare le -antiche città della Penisola suddetta[59]. - -Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella -venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone -da Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola, -la quale prese dappoi il nome di _Messapia, Japigia, Calabria_ e -_Salentina_ formò parte da principio anche della Peucezia _a Peucetio -Oenotri fratre_. L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare -il nome alla detta penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo -Stato ne formò due, o per dir meglio formò due confederazioni diverse -di città Greche tra loro distinte. - -Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno di -Siracusa _cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit_[60]. Il -che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente. -Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava -parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli -Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine -Arcadica ne viene in conseguenza. - -Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora -ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha -parlato piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per -l’argomento che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini, -mi mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di -Ruvo formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per -necessità fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da -quella Regione come lo erano stati dalla Japigia. - -Dice dunque il precitato Scrittore: _A Brundusio autem prætervehenti -Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium -tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem -Noto. Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert: -in mediterraneis usque ad Silvium tota est montosa, et aspera -Apennini montis multas partes recipiens: INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR -IMMIGRASSE_[61]. Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella -dominazione acquistata da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa -la sola notizia che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi. - -Questo Scrittore indica _Egnazia_ e _Bari_ come le ultime due città -della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo -le sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo -Bari ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari -sono surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono -Giovinazzo, Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e -la meno antica è Molfetta. - -Strabone si è limitato alle sole due città marittime _Egnazia_ e -_Bari_. Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato -tra la città di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica -Peucezia. Con migliore accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito -Tolomeo, il quale dice: _Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia, -Barium, Aufidi fluminis ostium_[62]. Il che protende com’era regolare i -confini della Peucezia fino alla foce dell’Ofanto. - -Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino -all’antica città chiamata _Silvium_ dice Strabone che quella Regione -_usque ad Silvium tota est montosa et aspera_, perchè occupata da una -diramazione degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta -contrada che porta oggi il nome di _Murge_, coverta tutta di alture che -formano un masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per -la sua asperità a ciò che questo Scrittore ne ha detto. - -L’antica città denominata _Silvium_ che ha egli indicata come l’ultima -città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi -ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di -Strabone sia viziato, e che cotesto _Silvium_ non sia mai esistito. Ma -nell’Itinerario di Antonino nel tratto di strada _a Benevento Tarentum_ -si legge anche questo luogo: _Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI. -Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. SILVIUM M. P. XX. Blera -M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. Tarento M. P. -XX._ - -Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza -della detta città; ma crede di doversi leggere _Silvianum_ e non -_Silvium_, poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri -antichi esemplari, i quali sono in questa parte per necessità erronei. -Pietro Vesselingio poi nelle sue note allo stesso Itinerario ha -opinato che _Silvium_ non sia stata una città, ma bensì un luogo di -semplice fermata detto dai Scrittori Latini _Mansio_, come si è innanzi -avvertito; ed aggiugne sull’autorità di Luca Olstenio che sia stato -quello stesso luogo che porta oggi il nome di _Gorgoglione_. - -Non posso però convenire che _Silvium_ sia stata una _Mansione_, e non -una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario di -Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono -riportati col distintivo _Vicus_. Quelli che avevano abitanti, ma -non formavano comunità sono chiamati _Castellum_ o _Villa_. Quelli in -fine, ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero -ai viandanti ed alle vetture, sono chiamati _Mansiones_. Ond’è che -nell’Itinerario suddetto non vedendosi _Silvium_ indicato con alcuno -di questi nomi, è necessità conchiudere che sia stata una città come -tutte le altre che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti -distintivi. - -La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina -15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione -dell’Italia annovera anche i _Silvini_. Pruova ciò concludentemente -che il _Silvium_ di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era -una _Mansione_, come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che -aveva un numero di abitanti meritevole di entrare nella classe delle -_Popolazioni_ da Plinio enumerate. - -La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro -Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. _In -Italia Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere -conjunctas expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur -cum validis copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem -castra locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum -aliquot obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam -quinque captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt_[63]. -Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole. - -Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata _Silutum_ a -venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere -il _Silvium_ che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia -lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque -miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto -derivare dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è -che nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse -portata il nome di _Silutum_. Quindi _Silutum_ e _Silvium_ debbono -credersi una stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore -della dotta Dissertazione e della Carta corografica dell’Italia -recata dal Muratori, ed innanzi citata, il quale osserva _Silvium in -Peutingeriana Silutum dicitur_[64]. - -Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione -l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate -nell’Itinerario di Antonino le tre città _Venusia, Silutum, -Sublupatia_. Manca solo _Blera_ o _Plera_ che nel detto Itinerario -sta in mezzo tra _Silvium_ e _Sub Lupatia_. Cotesta mancanza ha potuto -derivare o da una omissione del disegnatore della Tavola Peutingeriana, -o da un cangiamento che il tempo aveva portato sia ai luoghi, sia -all’andamento della strada consolare. La sostanza però della cosa è -la stessa, poichè la Tavola suddetta ci presenta in una continuazione -sulla detta strada di Taranto le tre città _Venusia, Silutum, -Sublupatia_. Dal che è a conchiudersi che il _Silutum_ della Tavola è -lo stesso che il _Silvium_ di Strabone e dell’Itinerario di Antonino. - -Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi -riportato sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: _Silvini -ab oppido Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283_ -Σιλούιον _vocatur, nunc dicitur_ il Gorgoglione. Cristofaro Cellario -così parla della stessa città: _Apud hos montes fuisse Silvium -oppidum ex Strabonis descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195 -sicut Barium sit extremum in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in -mediterraneis ad Silvium usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio -lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius interpretatur locum, qui nunc_ il -Gorgoglione _appellatur_[65]. - -Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto -nella Regione _montosa et aspera_ di Strabone quel sito chiamato _il -Gorgoglione_ di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli -altri di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa. -Vi è quì sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo. -Osservo quindi che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione -_montosa et aspera_ della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico -feudo un tempo della Famiglia Mazzaccara denominato _il Garagnone_ -sito nel punto medio tra Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione -di territorio, parte del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e -parte nella fertile pianura che passate le murge s’incontra nell’andare -a Spinazzola ed a Venosa. - -Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello -che porta il nome di _Castello del Garagnone_. Pratilli sulla via -Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata -l’antica città denominata _Silvium_, e soggiugne: _Presso questo -luogo del Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle -ammonticchiate e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal -terreno sepolte. Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica, -ma in un marmo a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione -etc._[66]. - -Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo, -poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui veduto -l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi una -così detta _Panetteria_ messavi dal proprietario di esso per provvedere -di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti -campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito -dell’antica città chiamata _Silvium_ indicato da Strabone. Dice questo -Scrittore che la già detta contrada della Peucezia _montosa et aspera_ -si estendeva _usque ad Silvium_. Il castello del Garagnone è nel sito -preciso ove termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e -fertile pianura alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato. - -Questo dunque e non altro è il _Silvium_ di Strabone, e non già il -_Gorgoglione_ erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del -_Garagnone_. Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia -da Venosa a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre -undici miglia segna da Silvio a _Blera_, o come altri vogliono a -_Plera_, che Pietro Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale -città di _Gravina ex itineris ductu, et intervallis_. Altre quattordici -miglia segna lo stesso Itinerario da Blera a _Sub Lupatia_ che nella -Tavola Peutingeriana è detta _Sublupatia_. Gli Scrittori predetti -hanno osservato che quest’ultima antica città sia l’attuale città di -_Altamura_[67]. - -Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata -dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra -designato giusta le indicazioni date da Strabone di un castello -antichissimo pruova colla massima evidenza di esser stato quello un -tempo un luogo abitato e fortificato. Accresce molto peso a queste -osservazioni la seguente circostanza. - -Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del -Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò -in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del -Monte, ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle -alture delle Murge dodici miglia lungi da Ruvo, _pervenimus ad casale -Guaranioni distans ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes -ibidem, quia jam hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus_. -Indi soggiugne: _Judex autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus -advenerat cum tribus, aut quatuor sociis ad receptionem officii -prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum Ordinis Sacræ -Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato, quod nobilitate sua -et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus dicti Casalis -viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui curialiter -id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai -præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti_[68]. - -Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio, o sia -_Casale_ tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe potuto -dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più la -conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia -esiste vi doveva essere la città denominata _Silvium_ distrutta -dappoi dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più -tampoco, e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato _il -Gorgoglione_. - -Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel -_Gorgoglione_ di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale. -Vi è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico, -il quale porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una -Regione ben lontana dal sito dell’antica città denominala _Silvium_ -oggi _Castello del Garagnone_ come risulta dai seguenti documenti. - -Carlo Borrelli nel suo libro intitolato _Vindex Neapolitanæ -Nobilitatis_ ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si -conserva nel Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’ -Feudatarj e Suffeudatarj che al tempo del Re Guglielmo il Buono -contribuirono la loro quota de’ soldati per la spedizione di Terra -Santa. Nel riportarsi in esso i Feudatarj e Suffeudatarj della -Provincia di Basilicata si legge la seguente Rubrica: _Comitatus Montis -Caveosi_ = _Isti sunt Barones, qui tenent feuda de Comitatu Montis C._ - -Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e -Castelli in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che -appartenevano alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un -certo, _Patritius, qui tenet feudum GURGULIONIS, quod est feudum II -militum_. Della Terra di _Gorgoglione_ si parla anche in un Registro -di Carlo II di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si -rileva da esso che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al -Giustiziere della Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero -rilasciate le contribuzioni fiscali agli uomini ed alle Università -_Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis, et Tulbii_ (Tolve) in considerazione -de’ danni sofferti nella guerra dai suoi nemici[69]. Da altro Registro -di Giovanna II dell’anno 1415 che si conserva del pari nel Grande -Archivio, si rileva che la Terra _Gurgulionis_ nella Provincia di -Basilicata era tassata per cinque once l’anno, sulle quali le fu dalla -Regina rilasciata un’oncia e quindici tarì[70]. - -Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata -_Gorgoglione_ era nel cuore della Basilicata, e formava parte della -Contea di Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di -quella Provincia. Il _Garagnone_ al contrario sta nella parte estrema -della Provincia di Bari, cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò -la città denominata _Silvium_, come lo provano li seguenti Registri -Angioini. - -Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273 scritta -da Corato fece sentire _Magistro Juris_ che risedeva in Barletta, _Quod -Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis S. -Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet -pleno jure_. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire -innanzi alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che -credevano avere _super prædicto casali, seu feudo_[71]. - -Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu da lui -scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla quale -gli disse che Fra Bernardo _de Bellaffario_ Luogotenente del Priore -dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva -esposto che _Castrum Guaralionem[72] in decreta tui Justitiariatus -Provincia situm_ era franco dal pagamento del servizio militare -per concessione e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che -avendo quindi dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le -disposizioni opportune[73]. - -Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una -informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari -per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In -cotesta informazione si legge ciò che siegue: _Et in Guaranione invenit -idem Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis -Jerosolimitani de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio -pro eodem loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias -triginta_[74]-[75]. - -Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle mani -dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori è -stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni ha -ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il che -lo compruovano li seguenti notamenti del _Cedolare_ della Provincia di -Bari che si conservano nel Grande Archivio. - -Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore -del _Garignone_. Nell’anno 1528 fu conceduto a _Filiberto de Chalon -Principe di Orangia_ lo stato di Gravina _et Castrum Garignoni_. -Nell’anno 1536 passò il feudo del _Garagnone_ a Fortunato Grimaldi -che fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in -adoa Ercole Grimaldi _pro Castro Garagnoni inhabitato_. Nell’anno 1643 -il Principe di Cellamare acquistò _Castrum Guaragnone inhabitatum_. -Nell’anno 1705 D. Giulia Nicastro acquistò _Castrum Guaragnone_. -Nell’anno 1710 Tommaso Mazzaccara acquistò il detto _Castrum -Guaragnone_. Alla Famiglia Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità -è stato il Garagnone spropriato dai suoi creditori. - -Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica città -della Peucezia denominata _Silvium_ stava nel sito denominato il -_Gorgoglione_. Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro -della Basilicata, molto lungi da quella linea che si trova indicata da -Strabone, dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la -quale corrisponde perfettamente al _Castello del Garagnone_. - -Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica _Silvio_ come -l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese -fino a Venosa[76]. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè -disse: _Dauniorum coloniæ Luceria, VENUSIA, Oppida Canusium, Arpi_[77]. -Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni altro -esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio se -questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania - - . . . . . _sequor hunc Lucanus an Appulus anceps_, - _Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus_ - _Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:_ - _Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;_ - _Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum_ - _Incuteret violenta_[78]. - -Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto. L’ultima -città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa o che -sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia formato -parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone) è circa -venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia. Rimane -ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia, ov’era -in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato era Ruvo -l’ultima città della stessa. - -Prese la Daunia il suo nome da _Dauno_ valoroso Principe Illirico, -il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni -insorte, venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi -si costituì una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione -anche Diomede insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone. -Dopo aver egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi -distinto con belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi -dalla sua Patria. - -Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si batteva -con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto -Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in -cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la Dea -in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè al -di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie -adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per -tal cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo -esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la -protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno, lo -ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero, -ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia. - -Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi -riportato, continua a dire: _Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur -Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis -temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed -omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem -fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam -de his adseverandum_. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’ -confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al -tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto -se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia. - -Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine -occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè -Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce -dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta -anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. _A Bario -ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC. -Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio[79]. In -propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a mari -in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent, quondam -Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ sunt minores. -Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa nominata fuit. -Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et multa alia extant -vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur dominationem, -utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs, hodie humilis -est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari duæ sunt -insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse ferunt -desertam[80]; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum, -ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse, et vitam -vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines probos, -fugaque flagitiosorum_[81]-[82]. - -Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella Daunia, -una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè _Argiripa_ -e _Canosa_, e fa indi menzione anche del _Campo di Diomede_. Era questo -poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio -di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale ai -Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia che -compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione -che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato _Vates -Illustris_ ne’ seguenti termini: _Amnem Trojugena Cannam Romane fuge, -ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque -credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia -occisa tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus, -atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua, -nam mihi ita Jupiter fatus_[83]. - -Arnobio anche dice: _Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati -sunt_[84]. E Silio Italico: _Infaustum Phrygiis Diomedis nomine -campum_[85]. Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere -l’altro Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre -predizioni che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente -discorso - - _Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram_ - _Fata cano vates, sistes ni crastina signa,_ - _Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ_ - _Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,_ - _Sed te, si perstas, insignes nomine Campi_[86]. - -Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col quale -confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella -città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo -di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia -al di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che -s’incontrava nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da -Brindisi a Roma. - -Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia -marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime -non vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: _Hinc Apulia -Dauniorum cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ -Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus -Dauniorum finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a -Salentino, sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ, -Lacus Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque -Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum -genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ loca -nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria, -Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede -condente, mox Argyrippa dictum_[87]. - -Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia Daunia -con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. _Apulorum -Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus mons. -Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis -ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria -Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum -mediterraneæ civitates Venusia, Celia_[88]. - -Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata -_Provincia Apuliæ_ e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia -di Calabria, l’agro _Canosino_ lo riportò nella prima, e l’agro -_Rubustino_ nella seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato -che la città di Ruvo era nella Peucezia e di Greca fondazione, non -vi può esser dubbio sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli -Arcadi occuparono quella Regione prima della Guerra di Troja, e vi si -sostennero, per cui ritenne sempre la stessa il nome di _Peucezia_ -preso da quello del Condottiere degli Arcadi ed altre genti del -Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. Onde con ragione disse -Strabone: _Incolæ ex Arcadia videntur immigrasse_. - - - - -CAPO IV. - -_Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti -antiche trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica._ - - -Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci. -Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a -questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano -prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini -di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi -sepolcri, crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di -creta, gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani, -ove i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non -pochi pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono -cangiati! Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di -doversi convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque! - -La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi -oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano -cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se -n’erano anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di -qual merito essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se -sono stati pubblicati si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati -rinvenuti. Ne’ vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo -pennello che rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte -la Chimera. Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la -stessa favola. Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di -Hamilton non potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che -lo stesso ha col mio. - -Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento, -e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che -moderni, quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure -di Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro -conformi che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i -vasi dipinti dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti -potersi trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del -disegno, delle figure, delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e -di tutte le più minute circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di -Hamilton sia stato trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali -sono stati pubblicati senza che siasi conosciuto o indicato il luogo -ove si son trovati. - -Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione -fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari, -ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’ -buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce -tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse -da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe potuto -estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non -aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto -innanzi, perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo -decennio di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto -all’Archeologia, e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna -opinione perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva, -o non veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti. - -Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro somma -eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte -gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio nello -scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche -mura della città nel largo detto di _Porta Nuova_ o di _Porta di Noja_, -della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di -cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi -da lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco. -Si trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per -ornamento del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono -trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme -con altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo -di S. M. il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti -antiche. - -La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli -che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non -privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal -de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose -in fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti -cominciò allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore -e fu portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi -un poco soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il -quale non si può smuovere e profondare senza moltissimo travaglio. -Gli antichi sepolcri di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati -ed incavati nel vivo sasso di maggiore o minore ampiezza secondo la -qualità della persona sepolta, e la quantità degli oggetti che vi si -riponevano. - -Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti, -cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti -ed altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più -frequenti quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze, -gambali, lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione -ho anche una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati -anche oggetti di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri, -e nel Real Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben -conservata, di squisito lavoro. - -Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una gran -tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non fosse -stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo -sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento. -Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso. -In que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti -di terra, di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori, -si è dovuto scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di -profondità. Il farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza -veruna sicurezza di trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i -specolatori. - -Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente -che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali -scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali -sogliono trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi -la quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente -che vi accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano -l’aspetto di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di -frutta, di comestibili e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse -volte avveniva che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera. -Si proseguivano allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i -sepolcri scoverti non fossero stati la notte da altri vuotati, e la -campagna suddetta si mostrava in più luoghi illuminata. - -Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno -destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso -illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto. -Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero -riuniti in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser -pareggiata da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per -la eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti -scavamenti suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del -guadagno, non era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj -de’ vasi suddetti questo sentimento sia patrio, sia letterario. - -Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi tesori -sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero fatti -passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore -e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era -avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli tutti, -quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato -non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario che fece -uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali avrebbero -potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di lunghissimi -anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che -fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato dagli stessi -sentimenti, e prematura morte mi ha rapito. - -Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono i -seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che -seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano -era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj -lasciato a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti -fu di molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria, -non è meno vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati -gli scavamenti suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo -Ruvestino. Ne seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si -volevano vendere ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non -si fossero scoverte, ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi -convicini. Coloro che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori, -dalle mani de’ quali mi è convenuto ricuperarne parecchi che non erano -a lasciarsi; ma il maggior numero di essi probabilmente è passato -all’Estero. - -Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche -amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè -sapevano bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì -per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano -a ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio -di quello che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata -confessata dagli stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza -era che vi ha degli uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non -sanno che invidiare negli altri quella elevatezza di pensare di cui non -son essi capaci. Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo -ben caro dai Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere -conservati. Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra -Marsia ed Apollo, e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo -rimasti spogliati delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali -due vasi sono bellissimi. - -È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi -illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano -pregevoli. Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di -essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante -cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere -acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita di -vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la quale -esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà -delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere che -ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole, -sia del tempo in cui furono dipinti. - -Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano. -Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per -qualche testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso, -o vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto -prendere una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla -per vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi -che ho comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo -il dare ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento -di spesa che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza, -onde non perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la -Collezione che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti -oggetti che avessi potuto. - -A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, ed al -fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti sono -stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole -una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema di -esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe -’l numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti _Rhyton_ -de’ quali è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra -delle antiche città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e -di tante diverse specie, quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi -rinvenuti non si fossero sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero -passati all’Estero, qual collezione spettacolosa avrebbero potuto -formare! Gli stessi scavamenti Nolani che sono stati i meno sterili -di questi pregevoli oggetti, non ne hanno dati che pochi, e di specie -limitate, e non così varie come quelli di Ruvo. - -Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste umane, -tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima di -Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono anche -con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, di -montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse -specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di cervi, e -due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, una di tigre, -ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, e due da -dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla coi suoi -due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi sono -inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello, -un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro con -quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini -interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati a -terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però -le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una -gran quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette _terre -cotte_[89]. - -Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da me -acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non mi è -occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, e -Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva -il marchio alla coscia - - _Equi solent inustum_ - _Coxis habere signum_[90]. - -Si legge in Apulejo _Nec non et equum illum quoque meum notæ dorsalis -cognitione recuperavimus_[91]. Il chiarissimo Canonico Mazocchi -ha dette molte belle cose sui cavalli denominati _Koppatias_, e -_Samphoras_ dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere -greche[92]. - -Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio -pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe -che girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli -delle quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta. -Uno di essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo -Tarantino, poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il -Delfino, ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare -quanto i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle -manovre di cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di -figura sferica con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio -agli Archeologi l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli -antichi Scrittori per i buoni cavalli che producevano abbia potuto -appartenere il cavallo marchiato a questo modo. - -Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame - - _Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis_[93] - _Post partum cura in vitulos traducitur omnis,_ - _Continuoque notas, et nomina gentis inurunt_[94]. - -Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai -muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si -pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri -Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto -apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la -quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra. - -Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo -non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità -delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli -e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia -degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi, -e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano -volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne -ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto -scapparmi! - -Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una -doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche -trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici -di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri. -La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella -stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che -attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa -creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a -lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti -forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima -Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli -Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito _Sed nostra quoque -æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit_[95]. - -Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile, -e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza, -e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero _non manierato_. -Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli -per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi -anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce -così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed -importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo -Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere -anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io -lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che -mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza -Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo. - -Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa -attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti -nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero. -Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide -misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si -ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati. -Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che -vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza. -Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto -proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno -essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una -Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti -pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri -senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò -risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i -miei voti. - -Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica -Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D. -Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una -casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini. -Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di -pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto -in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del -sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi -oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona -distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti -trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza. - -Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla -massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto -giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che -i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove -giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si -trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane -danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che -regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona -la lira. - -Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga -tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le -spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio, -e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di -strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno -la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color -rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle -tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due -giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la -quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto -i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra, -blanda, seria, e molto grave. - -Di cotesta danza funebre il sig. _Raul-Rochette_ avendone avuta da Ruvo -una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno -1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere. -Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti -ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati -con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e -possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse -parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le -mani lo avrebbe esatto. - -Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono -le donne suddette, dice _Qui se tiennent par la main en dansant_. -Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia, -ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che -viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle -odierne scuole di ballo è chiamato _la catena_. - -Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi -dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità -a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta. -Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è -poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle -illustrazioni degli Archeologi. - -Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito, -e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi -ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi -creduto giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di -qualunque particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo -consigliai che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai -bene l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece, -e debbo attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta -illustrazione a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la -prima volta sotto gli occhi una danza funebre. - -Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la -perfezione del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma -anche la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che -si vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti -della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non -isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative -ai fatti, o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori. -Potrei ciò compruovarlo colle corrispondenti osservazioni su di molti -vasi di Ruvo; ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia -collezione. - -In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le mura -di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni -venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro I -dell’Eneide vers. 494 e seguenti. _Quinto Smirneo_, detto anche _Quinto -Calabro_ che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse nella -Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile -portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa a -descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla -battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento -suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo: -_Mox ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto._ - -Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata -la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di lei -armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo. -Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei -fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato -che tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle -minutezze che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore. - -Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile -asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così. - - _Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:_ - _Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,_ - _Veluti si quis verubus ad ignem flammantem_ - _Viscera transfigit, cœnam festine apparans._ - _Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo_ - _Penitus transadegit ementa hasta_ - _Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97]._ - -Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che -combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta -di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare -avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di -sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad -incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo -preciso descritto dal precitato Poeta. - -Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del -pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era -istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento -della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della -qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad -un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera. - -L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto -elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea -coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle -mani la di lei famosa _zona_[98]. Le tre Grazie sono occupate al di -lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una -ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta -ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino. -La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che -possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè -dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si -vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed -elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance -poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della -spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso, -e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano -dritta. - -Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal -bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso -che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida -ove questi dimorava, fingendosi la figlia di _Otreo_ che aspirava alle -di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte -nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il -mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito, -ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col -lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto -minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato. - -Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno -di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal -gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le -sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza -del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due -minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla -istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise -nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a -conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che -abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che -corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero - - _Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,_ - _Timuitque, et oculos declinando vertit alibi._ - _Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,_ - _Et illam precatus, verba alata dixit etc._ - -La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto di -Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto -a questo modo - - _Vestibus mollibus stratum: et insuper_ - _Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,_ - _Quos ipse occiderat in montibus aliis._ - -Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente -coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto -sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano -che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno di -Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto -fosse stato una perfetta copia di esso. - -Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso anni -indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il -lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere. - -Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato -come _une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes -qui soient encore sorties des fouilles DE NOLA_[99]! Il che mi ha molto -e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio -di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo -io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un vaso -di Nola. - -Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto -alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta -diminuita per metà[100], come ne hanno convenuto anche tutti coloro che -ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro. - -Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione -data dal Sig. _Raul-Rochette_ al vaso suddetto, credo di aver detto -abbastanza per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di -Omero. Nondimeno vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo -che la spiegazione suddetta non possa essere adatta al dipinto del -vaso di cui si tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni -archeologiche. - -È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta -erudizione si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via -facile, e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva -certamente essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra -descritto vi è dipinta la _Toletta di Elena_, e che quel Principe -Frigio che sta nell’atteggiamento innanzi cennato sia _Paride_. - -Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di Pausania -ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto che -vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però -la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto -possa avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il -Signor Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare -da se stesso se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto -che presenta la cosa medesima, metto in nota le precise parole di -Pausania[101]. - -Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba che -si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? Come -attribuirsi ad Elena la famosa _zona_ di Venere che l’ha nelle mani -un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul -letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso, -e dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè -trascritto. - -Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre -giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica -le tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso -Pausania[102]. Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena, -ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore _Gratiæ vero -Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt_[103]. Ci fa Plinio inoltre -conoscere che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre -_inter Gratias, et Cupidines_[104]. È quindi risaputo che le Grazie -erano sempre compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a -Venere lo erano ordinariamente anche alle Grazie[105]. - -D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva nel -Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva Paride -mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il viso -col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione di -tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise rimpetto -a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma non già per -Paride rimpetto ad Elena. - -Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso -letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse -un’altra stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta -bene tal posizione a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè -si trovava nella casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual -era Anchise, ove non vi potevano essere gabinetti opportuni per -adornarsi le Principesse, e ’l Pittore si adattò maestrevolmente a tal -circostanza. - -Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere -levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e -quindi si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel -piccolo quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che -un’urna di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose, -e fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far -entrare nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello. - -Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena, -l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo -triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse -avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua _toletta_, che il -proprio letto! - -Mi scuserà quindi il Sig. _Raul-Rochette_ se per questi ragionevoli -motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al -pregevolissimo vaso Ruvestino, e non già _Nolano_, come a lui è -piaciuto dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la -minutezza degli altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato -il chiarissimo Sig. _Millingen. Malgré le silence des Historiens à -l’égard de cette Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent -des temoignages incontestables de son opulence, et du gout éclairé de -ses habitans pour les beaux artes_. - -_Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent par -leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le grand -intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à -présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une -grande beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent -cultivés avec un egal succes_[106]. - -Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri -oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della -origine Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando -a parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia -con Oenotro, e Peucezio dice _Dicuntur etiam Graecarum literarum -usum prædictæ Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse, -instrumenta quoque musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis -non nisi pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has -invento musico: leges etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex -parte mitem, ac mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave -alia emolumenta contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse -apud suos hospites_. - -È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno per -bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città -di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi -grandiosi per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son -essi privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca -ne’ vasi Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche -degli ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa -un’antica città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i -quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti -le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate. - -Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono -state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due -molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo -stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire: -_Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan_. Dice lo -stesso anche Virgilio. - - _Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi_ - _Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem[107]._ - _Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit_ - _In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem[108]._ - -Si legge inoltre presso Pausania: _Panos lapideum signum, cui Synois -cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et seorsim ab -illis Pana creditur aluisse_[109]. Erano queste le Ninfe Arcadiche, -dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale Comite -nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: _Hunc memoriæ prodidit -Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a Synoe -Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem, -omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in hujus -esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte -educatus_[110]. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che -si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra -città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli -Arcadi. - -Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine o -le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva -dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo che -ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti -di Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di -quell’Eroe elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi -ho parlato colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere -Diodoro Siculo che quell’Eroe aveva gli Arcadi _in perpetuam belli -societatem_, e che fu da essi assistito anche nella spedizione contro -i figliuoli di _Eurito_ chiamati _Toxeo, Molione_ e _Pizio_ che gli -avevano negata Jole da lui presa per forza dopo avergli uccisi[111]. -Avevano quindi gli Arcadi un culto anche per Ercole, e vedendosi questo -ritenuto tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma -vie più la origine Arcadica della nostra città. - -Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni -hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro Paese -natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi la -origine Grechesca di una città, _Primum et præcipuum locum tribuo -ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ. -Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam -eis censent immutandum iræ divinæ metu_. Lo conferma coll’esempio di -molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro -culto rispettivo[112]. - -Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti _Rhyton_ -rinvenuti in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche, -di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi -gli animali familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli -uomini di avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono -inclinati, molto più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro -agiatezza, come ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro -Ruvestino opportunissimo anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri -colle figure di cotesti animali che rendevano più liete le mense degli -antichi abitanti della nostra città, contestano anche i loro costumi -Arcadici. - -Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente -osservazione. Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò -mentr’era ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in -grandissimo numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati -pubblicati dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno -di essi vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da -altri Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore -che dipinse il vaso. - -Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale per -la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. È -in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli -Argonauti. Si vede la nave _Argo_ ligata al lido del mare. Tra gli -Argonauti sbarcati vi sono i due Guerrieri alati _Calai_ e _Zete_ -figliuoli di Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi -impugnate, inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle -loro mani le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al -cieco Fineo che siede alla stessa. - -Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo di -esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale -rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere -H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi ho -parlato. - -Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del -Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser -dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto -non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose sono -da essi superati[113]. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo -è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome -chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di -Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come han -fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini. - -Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si sono -trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come si -mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro. -Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia stato -un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè ho -avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso -stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me, -ed acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima -eleganza dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito -di uomini, e di donne. - -Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte -della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar -maestria la disfida tra _Tamiri_, o _Tamiride_, e le Muse in presenza -di Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha -questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali -era fregiato. - -Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario di -Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante, -è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore -ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura -sulla creta. Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui -metalli ha l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e -di tutti gli altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose -ch’entrano nel quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene, -per separare l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca -l’effetto di presentarle all’occhio di chi le guarda nel posto di -avanti, di dietro, di lato etc. come l’uopo lo esige. - -Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si cerca -cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore de’ -vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire questo -svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed alle -cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata, -e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in -tutto lo ha sicuramente ottenuto in gran parte. - - -DIGRESSIONE - -_Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito ad altra -città novella surta nell’agro Ruvestino._ - -Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo mi rimane -a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla penna -del nostro Letterato Grecista _Giacomo Martorelli_. Mentre cotesto -vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia -leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata -attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola -millanteria lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che -un picciolissimo oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali -ha la nostra città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè -sensata, nè laudabile il vestire il corvo colle penne del pavone. - -Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un -antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere -un libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo _De Regia -theca calamaria_. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo -stesso è pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta -dai Letterati suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora -stravaganza in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino -la rimota antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e -quindi sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo -ora di far conoscere questa frottola per quello che vale. Credo di non -poterlo far meglio che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo -tratto di delirio di un uomo per altro dottissimo colle opportune -osservazioni. - -_Prope urbem Turricium[114] hoc jam_ πολυβὸητον _vasculum anno 1745 -erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum -rusculum exercebat in vico, qui vulgo_ Mons viridis _nomine salutatur, -nihilque longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor -millia pass ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos, -quos Horatius in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie -urbem, quæ vulgo audit_ Altus murus _(vetus nomen firment indigenæ). -Turricium, licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem -famam sibi conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium -dederit, ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida, -quod monumentum vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit, -uti Eugubium et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc -Græcanicas (quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario -condecorat), et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa -vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua -taceam_[115]. _Scias nunc communi Italorum lingua appellari_ Terlizzo, -_sed Populares vocitant_ Turrizzo, _et Turris est pro urbis signo_ -διακριτικῶ[116]. - -_Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum, -nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me -transmissum est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia -ulla vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:_ - - . . . . I . VIÆ . FIL . TVRRI . . . - . . . I . IT . . . . . DCCCVI . .[117]. - -_Extrema hæc_ ςοικεῖα _legas_ occubuit. _Verum alteram epigraphen, quæ -in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto -fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit -propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum -Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum in -voce_ Phœnicius, _inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas, queis -carent Typographi_. - - C . PHENICIVS . CVRVVS . SICVLVS . C . F . M - D . TRA . IMP - AD . V . P . CONS . OP . PRÆ - IS - CVM . SALT . TVRRICII . ADVENIS - NON . MAI . PER . AB . IOVE . PER - REP . EXHOR . TEMP . - VIX . A . XXXIX . - -_Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius -Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus: -is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit, -repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX._ - -Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al -proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: _Sed a -semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile, -extructumque prope Trajanam viam[118], quare licet sit urbs vetustate -sat spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit, -illius fama longius pervagatura est, eritque ejus_ λογος απανταχοῦ, -_uti de alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517_[119]. -Quanta ampollosità! - -Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la -quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza -della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera, -bisogna non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già -di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio _cum saltum -Turricii advenisset_. Il convertire un bosco in una nobile città -pareggia, siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso -Cavaliere Spagnuolo del Signor _Cervantes_ che gli faceva convertire i -molini a vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati! - -L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola forza -della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità -degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto. -Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle -città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò -tra esse _Rubustinos_ et _Butuntinenses_, ma non già _Terlitienses_ -o _Turricienses_. Presso Giulio Frontino si trova nominato -_Ager Rubustinus et Botontinus_, ma non già _ager Turriciensis_. -Nell’Itinerario di Antonino sulla strada consolare che da Roma menava -a Brindisi vi sono _Rubos et Butuntus_, ma non già _Turricium_. -Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono _Botontones et Rubos_; ma non -_Turricium_. - -Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi -di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi -di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè _Natiolum, -Turenum, Balulum_ o _Bardulos_, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra -le città interne vi sono _Rubos_ et _Botontones_, ma non _Terlitium_ -o _Turricium_. Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato -occidentale però e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede -in essa segnato che un solo luogo chiamato _Rudas_, il quale non si sa -qual esser possa, perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella -Regione[120]. - -Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia -Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare -dalle cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta -in feudo unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente. -Non è chiaro però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’ -Normanni, poichè sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un -villaggio che cominciava a sorgere nel territorio di Ruvo. - -In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di -Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione -di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica: -_De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu -Cupersani_. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti -da quella Contea si leggono anche i seguenti; _Girinus Andriæ, sicut -dixit, tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse -dixit est feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV — -Paganus Nobilis tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi -Malenepotis, et est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites -IV — Danes Andriæ tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus -Morellanus et Guillelmus de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum -I militis et cum augmento obtulit milites II._ - -La picciola _terra_ posseduta dal nobile _Pagano_, la quale formava -un feudo di due militi, si dice che stava in _Rubo, et Terlitio_. Ma -non si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo -pezzo di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva -riportarsi nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin -d’allora fossero state queste due città distinte e separate. Questa -circostanza quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in -quel tempo un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino -e formava parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione -divenne ne’ tempi posteriori più considerevole. - -Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che -cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente -sconosciuta non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed -alla Geografia del _Medio evo_. L’Autore della dotta Dissertazione, e -della carta Corografica _Medii ævi_ che va tra le Opere del Muratori -riporta le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è -parlato, aggiugne le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca -de’ Normanni, ma tra queste ultime non si vede quel _Terlitium_, o -_Turricium_ che ha fatto tanto gonfiar le pive al solo Martorelli[121]. - -Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo di -Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo -IX un certo _Fabio Terlitio_ con altri coloni Ruvestini abbiano -cominciato ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo -Municipale, o sia dal _Senato_ di Ruvo, al quale fu imposto il nome -_Terlitium_ dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però -una carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi -di verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo -ove fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità, -apparteneva sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla -novella Popolazione di Terlizzi. - -Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi di -Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il -mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari. -Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e -Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava -a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta -strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto -il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada -consolare e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre -sole città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo -poichè fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due -ultime città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da -esse poche miglia, e quindi anche oggi sono considerate come _città -della marina_. - -La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica -strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser -surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era -diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto -territorio racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal -lato del mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè -quel territorio che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo -appartiene oggi in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi -posteriori. Non è però difficile l’indagare a quale delle dette tre -città sia appartenuto quel sito in cui si vede edificata la novella -città di Terlizzi. Basta il solo ajuto del buon senso per decidere -ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e dalla nostra città è stata -dotata del terreno che attualmente possiede. - -La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo -e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette -miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta -nel territorio di Ruvo, e che la contrada di _Monteverde_, ove il -calamajo Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza -da Ruvo sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico -agro Ruvestino ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di -Terlizzi. - -Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra -Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica -via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è -per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel -punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica -confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia -nelle contrade delle _Strappete_, delle _Matine_, e delle _Murge_. Il -che fa conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di -Terlizzi che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale -in tutta la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava -prima con quello di Bitonto. - -Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva -che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra -di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di -Bitonto dovevano far pascolare i loro animali _In sterpeto Bitontii, -quod silva dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro -defensa pro parte Curiæ nostræ custoditur_[122]. Cotesto bosco quindi -denominato sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino, -Ruvestino e Terlizzese. - -Non può cotesto _sterpeto_ esser altro che quello il quale porta oggi -il nome di _Bosco di S. Leo_ poco lungi dal luogo del territorio -di Ruvo denominato _S. Eugenia_. Apparteneva lo stesso, forse per -sovrana concessione di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani -di Bitonto sotto il titolo di _S. Leo_. La natura, e la qualità del -terreno, e delle piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono -molto bene al suo antico nome di _sterpeto_. Il bosco suddetto colla -soppressione di quel Convento devoluto al demanio lo ha acquistato -la Famiglia Siciliani di Giovinazzo. È da credersi però che quando si -teneva per uso delle Regie razze di animali esser doveva più vasto di -quello che lo è al presente. - -Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio -che il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato -dall’antico agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S. -Leo in su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino, -molto al di là del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione -suddetta progredisce a linea continuata lungo le contrade dell’agro -Ruvestino denominate _le Strappete_ (o sia sterpeto), _le Matine e le -Murge_, confinazione la quale doveva estendersi allo stesso modo fino -al mare Adriatico ai tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando -non vi era ancora Terlizzi edificata al di qua della linea della detta -antica confinazione verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa. - -Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal -Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato -_Turricium_ messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso -dal fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di -Ruvo, ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica -strada consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla -distanza di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco -aggregato dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò _Parco di -Terlizzi_. Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti -coloni Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia -gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia. - -Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta (se -questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato _Turricium_. -Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia potuto -essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè lo -stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi -fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere -anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine -che il nome _Terlitium_ attribuito alla novella città abbia potuto -esser preso da quello del Bosco _Turricium_, sul suolo del quale fu -forse edificata. Ma dalla esistenza di un bosco denominato _Turricium_ -al tempo di Trajano il volerne inferire che fosse stata questa una -nobilissima città da niuno conosciuta, nè da veruno antico Scrittore -o Geografo nominata, è una maniera di argomentare la quale non so se -debba destar sorpresa, o compassione. - -D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro -trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della -rimota antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra, -poichè quello può essere antico, e questa recente. Come si son -trovati nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza -dalla città, così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi. -Gli antichi abitanti della nostra città avevano sicuramente le loro -case di campagna. Come le avevano in quella parte del territorio che -attualmente appartiene a Ruvo, così le avevano anche in quella parte -di esso che ne’ tempi posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed -assegnata a Terlizzi. Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la -sepoltura nelle loro ville dove si son trovati nel morire, o dove han -voluto che fossero stati sepolti. - -Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un tempo -anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico -sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica a -dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di -essa parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non -comprendere che le città veramente antiche serbano sempre in loro -stesse le testimonianze, ed i monumenti della loro antichità. Non -tutto può distruggere il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo -dispetto. In qual Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come -ve ne sono tante di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri -ricchi di preziosi vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si -son trovati e si trovano ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo -intorno all’abitato? - -Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di una -città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene, -perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a -Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste -vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera -buffoneria atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore -che si è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il -quale per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di -antichità Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa. - -Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa, -attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla -necessità, attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga -una volta per sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia -illustre patria nel di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa -riconoscente del bene della sua esistenza. - - - - -CAPO V. - -_La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla -stessa imposto dai suoi primi fondatori._ - - -Non è cosa facile il dar ragione delle nomenclature delle antiche -città. Poche son quelle per le quali si può affermare che abbiano preso -il loro nome sia da quello del fondatore rispettivo, sia da circostanze -locali che lo abbiano suggerito, sia in fine da rilevanti avvenimenti -che abbiano avuto luogo nel sito di esse. Pe ’l massimo numero delle -città la origine del loro nome rimane ravvolta nella profonda caligine -del tempo. - -Qualche Commentatore di Orazio nelle sue annotazioni sulla parola -_Rubos_, ove il Poeta pernottò nel suo viaggio da Roma a Brindisi, -dice che questa città abbia preso il suo nome _a copia ruborum_, come -erroneamente ha detto anche Roberto Stefano confutato nel capo primo. -È facile il vedere la frivolezza di cotesta etimologia. I roveti si -trovano da per tutto ove il terreno non è coltivato per lo intero, e -molto di esso si lascia ai boschi ed ai paschi. L’agro Ruvestino non ha -una quantità di roveti maggiore di quelli che vi sono in altri luoghi. - -Li Commentatori suddetti per altro hanno scritto in un’epoca in cui -non si erano ancora pubblicate le antiche monete Ruvestine, le quali -hanno messo in chiaro di esser questa un’antica città Greca. Quindi la -etimologia del suo nome malamente si è tratta dal Latino _Rubi_, mentre -si deve prendere dalla leggenda Greca Ρύψ che vi è nelle più antiche -di esse. Messa dunque la sicura origine Greca della città suddetta, le -conghietture relative al suo nome non possono e non debbono partire -da altre considerazioni, meno che da quelle che può suggerire la sua -origine[123]. - -Si sa che i condottieri delle straniere Colonie venute a stabilirsi -nella Italia hanno dato sovente il loro nome non solo alle città da -essi fondate, come Cuma, Taranto ed altre, ma anche alle Regioni da -essi conquistate, come si è detto innanzi della _Peucezia_, della -_Oenotria_, della _Daunia_ e di altre. Ma fu anche costume delle -Colonie Greche quì stabilite di riprodurre i nomi delle città della -loro Patria originaria che avevano lasciata per la necessità di andare -a proccurarsi altrove il proprio sostentamento. - -Quindi Dionigi di Alicarnasso ci fa sapere che i Greci venuti dal -Peloponneso nella Campania _Inter ceteras urbes condidere Larissam -Pelloponnesiacæ illius cognomine, quæ quondam Metropolis ipsorum -fuerat_. Parlando indi della seconda spedizione degli Arcadi condotta -da Evandro, come innanzi si è detto, e partita dalla città dell’Arcadia -denominata _Pallantium_, dice che essendosi questi stabiliti vicino -al Tevere nel luogo ove surse dappoi la città di Roma, edificarono -una picciola città e soggiugne: _Huic Oppidulo a veteri Patria nomen -apponunt Pallantium, nunc vero Palatium a Romanis dicitur corrupta voce -injuria temporum_[124]. - -Dice lo stesso anche Pausania parlando di Evandro. _Hunc in coloniam -missum, deducta a Pallantio in locum Tiberi proximum Arcadum manu, -oppidum condidisse, quod urbis Romæ postea pars fuerit: appellatum vero -de Arcadici Oppidi nomine ab ipso Evandro, et Inquilinorum comitatu -Pallantium, quod nomen consecuta cetas duabus literis L et N submotis, -immutavit_[125]. - -Si è inoltre osservato innanzi coll’autorità di Plinio e di Strabone -che Diomede fondò nella Daunia la città di _Argos Hippium_, detta poi -_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, per riprodurre quì il nome della Greca -città _Argos_, onde disse di lui Virgilio. - - _Ille urbem Argyripam patriæ cognomine gentis,_ - _Victor Gargani condebat Japygis agris_[126]. - -Quindi Servio su di altro luogo del Poeta osserva. _Diomedes in Apulia -condidit civitatem, quam Patriæ suæ nomine appellavit, et Argos Ippion -dixit, quod nomen postea vetustate corruptum est, et factum ut civitas -Argyripa diceretur, quod rursus corruptum Arpos dixit Plinius lib. III -Cap. XI_[127]. - -Lo stesso dir si deve delle città _Eraclea_, e _Locri_ riprodotte -similmente dalla Grecia in Italia, ed anche di _Turio_ che ben si -può dire denominata dalla Greca città _Thuria_ di cui fanno menzione -Strabone, Pausania, Stefano Bizantino, ed altri[128]. Nè solo delle -città Greche si videro quì riprodotti i nomi; ma anche de’ fiumi -della Grecia. Il fiume _Crati_ che scorre ove prima vi era la città -di Sibari, ed indi quella di Turio, e che viene formato dalla unione -di due fiumi, prese tal nome da un fiume della Grecia, di cui dice -Strabone. _Ad Achaicas porro Ægas fluvius est Crathis, qui ex duobus -fluminibus auctus a permixtione, seu temperatione nomen habet, ut et -Italiæ Crathis_[129]. - -Si legge lo stesso anche presso Erodoto. _Inde Ægira, et Æga in qua -est Crathis fluvius perennis, a quo Italicus ille vocatus est_[130]. -Pausania similmente parlando del Monte _Crati_ della Grecia, dice _In -eo Monte Chratidis amnis fontes sunt. Labitur is in mare præter Ægas, -desertum ætate mea vicum, Achæorum olim urbem. Ab eo nomen accepit -Crathis Italiæ in Brutiis fluvius_[131]. - -Lo stesso dir si deve del fiume Acheloo della Etolia, da cui prese il -nome il nostro fiume chiamato da Strabone, e da Plinio _Acalandro_, -il quale porta oggi il nome di _Salandrella_, e scorre per i campi -dell’antica Eraclea. - -Vi è quindi tutta la ragione di dirsi che la città di Ruvo abbia allo -stesso modo preso il suo nome da altra antica città della Grecia che si -volle quì riprodurre. Rimane solo ad indagarsi quale di esse coloro che -la fondarono abbiano avuto in mira nell’imporle il suo nome. - -Ci fa sapere Strabone che nel Peloponneso, donde partirono Oenotro e -Peucezio coi loro seguaci vi erano due antiche città, dalle quali ha -potuto derivare benissimo il nome imposto alla nostra città. Della -prima di esse sita nell’Acaja dice così _Quod ad reliquas sive urbes, -sive portiones Achajæ attinet RYPES non habitantur: regionem, cui -Rypidi nomen fuit Æginenses, ac Pharienses occuparunt, et Æschilus -alicubi hæc habet_ - - Sacramque Buran, et Ceraunias Rypas, - -_Fuit hæc Myscelli patria, qui Crotonem condidit. Sed et Leuctrum pagus -fuit Rypidis ad urbem Rypas pertinens_[132]. - -Dopo avere indi parlato delle città dell’Arcadia distrutte in tutto, o -in parte soggiugne _Quæ vero Homerus refert_ - - _Ripen ac Stratiam, et ventosæ mænia Ænispæ,_ - -_eas neque facile, neque ulla cum utilitate inveneris cum sint -desertæ_[133]. Il che pruova anche ch’erano queste città di poca -considerazione. Di _Ripen_ fa menzione anche Pausania riportandosi allo -stesso modo ad Omero[134]. - -Le già dette due città cioè _Rypes_ e _Ripen_ che al tempo di Strabone -erano distrutte, prima della Guerra di Troja allora che Oenotro e -Peucezio vennero nella Italia vi erano sicuramente. Da una di esse -bisogna dire che prese la città di Ruvo il suo nome. Penetrandosi però -nel fondo della cosa deve dirsi che lo prese dalla prima e non dalla -seconda, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè il nome della -nostra città si trova sempre nel plurale come quello di Ρύπες presso -Strabone, Erodoto, e Pausania, e di Ρύπαι presso Stefano Bizantino, -come saremo or ora a vederlo. Ond’è che anche nel Latino la versione -del suo nome si è fatta nel plurale, e si è chiamata _Rubi_. - -La seconda perchè la città della Grecia da Eschilo chiamata Ρύπας -era assai più illustre della picciola città detta Ρίπεν di Omero, ed -i Greci riproducevano quì i nomi delle città cospicue del loro Paese -natio, non già delle ignobili Bicocche. Quindi Tommaso Pinedo nelle -sue note a Stefano Bizantino _De Urbibus_ sulla parola Ρύπαι osserva: -_Rhypæ urbs Achaica. Una de duodecim Achæorum urbibus famigeratis -auctore Pausania in Achaicis, et_ Ρύπαι _et_ Ρύπες _dicitur Straboni -lib. IX, Pausaniæ libro citato. Ejus tantum ruinæ ætate Pausaniæ -extabant, ut ipse refert eodem libro_. Ed in vero Pausania nel -riportare nominalmente le predette dodici illustri città dell’Acaja, -tra le quali Ρύπες, dice così: _Sunt vero eæ urbes apud universos -Græcos notæ et illustres_[135]. Anche Erodoto le riporta una per una, e -tra esse vi è Ρύπες[136]. - -Si aggiunga a ciò che il Ρίπεν di Omero è scritto coll’ι, e ’l Ρύπας -di Eschilo è scritto coll’ύ allo stesso modo che si legge in tutte le -monete Ruvestine. Quindi nella versione del nome della nostra città si -è detto _Rubi_ e non _Riba_ come avrebbe dovuto dirsi se il suo nome si -fosse preso da Ρίπεν di Omero. È questo anche un forte argomento per -credersi che i Greci del Peloponneso guidati da Peucezio vollero quì -riprodurre una delle dodici più illustri città del loro Paese natio. - -Nè si dica che nel luogo di Pausania testè citato si legga Ρίπες e non -Ρύπες, poichè fu questo un errore di amanuense avvertito e corretto dal -dotto Federico Sylburgio nelle sue annotazioni a Pausania, il quale -in altri luoghi scrisse il nome di questa città sempre coll’ύ e non -coll’ι. _In Achaicarum urbium cathalogo mendosa sunt quædam nomina. -Pro_ Ρίπες _enim scribendum_ Ρύπες _per_ ύ, _ut non infra tantum cap. -18 et 23, sed etiam apud Herodotum et Strabonem, et confirmat etiam -ordo alphabeticus apud Stephanum. Imo apud eundem Stephanum non modo_ -Ρύπες _appellantur cives ipsi, sed etiam urbs_. - -In fatti Pausania nel capo XVIII dello stesso libro VII parla di -nuovo di quella città e dice così: _Augustus deinde vel quod ad navium -appulsum Patras valde esse appositas judicaret, vel alia quacumque de -causa, emigrare illam multitudinem ex illis oppidis Patras jussit. -Quin eodem Rhypis Acheorum urbe funditus eversa, multitudinem omnem -traduxit._ E più giù nel capo XXIII. _Paululum supra militarem viam -cernuntur Rhypum ruinæ._ In ambi questi luoghi si legge Ρύπας Ρύπων -non Ρίπας Ριπων. Quindi anche Luca Olstenio nelle sue note a Stefano -Bizantino sulla parola Ρύπαι allega questo secondo luogo di Pausania ed -osserva: Ρύπαι _autem videntur dictæ Pausaniæ_. - -Pare dunque che questa e non altra esser debba la conghiettura naturale -ed adeguata sulla origine ed etimologia del nome della nostra città. -Non si può questo ripetere dal nome del condottiere della Colonia, come -per altre città si è detto, poichè si sa che il condottiere de’ Greci -ivi stabiliti fu _Peucezio_, e questi diè il suo nome alla Regione da -lui conquistata, non già alle nuove città che furono in essa fondate. -Manca inoltre qualunque altra circostanza locale, la quale possa avere -un’analogia o un rapporto col nome Greco alla stessa imposto. - -Si sa che le città hanno preso sovente i loro nomi dai fiumi, dai -laghi, dai fonti, dai monti etc. alle stesse adiacenti. Nulla vi è in -Ruvo e sue adiacenze che abbia potuto influire nella sua nomenclatura. -In tal posizione la spiegazione più plausibile ed adeguata della -origine del suo nome è quella di ripeterlo dalla riproduzione che si -volle quì fare di una delle dodici più illustri città dell’Acaja. - -Nè varrebbe il dirsi in contrario che Ρύπες è scritto col π e -Ρύβαςτεινων o Ρύβα abbreviato che si legge nelle monete di Ruvo è -scritto col β, il quale si è ritenuto anche nella nomenclatura latina -_Rubi_. Non sono queste che picciole variazioni, le quali nulla -decidono. Le ha potuto queste suggerire o il capriccio di coloro -che vissero nell’età posteriori, o la corruzione del nome primitivo -della città indotta dal tempo. Si è detto innanzi che la città di -_Argos Hippium_ fondata da Diomede nella Daunia fu dappoi chiamata -_Argyripa_, ed in fine _Arpi_, e che _Pallantium_ fondata da Evandro fu -poi chiamata _Palatium_. Potrebbe lo stesso osservarsi anche per molte -altre città. Qual meraviglia è dunque che il Ρύπας della nostra città -siasi dappoi cangiato in Ρύβας? - -È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono -scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che in -alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue -Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4 della -Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed -illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era -estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non -fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno -tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo -di fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui -appartengono. - -Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più dubbio -che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre -città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel -riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente -derivativo di essa πολίτης Ρύψ _civis Rhypæus_. Il Ρύψ quindi che si -legge nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che -viene dalla detta antica città dell’Acaja. - -Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle -antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. _Ses monnaies nous -apprennent en effet que son veritable nom ètait_ Ρύψ _(Rhyps), nom -identique avec le nominatif de_ Ρύπες, _une des douze villes de -l’Achaje et Patrie de Myscellus fondateur de Croton_[137]. - -Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete -Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città -dell’Acaja denominata _Rhypæ_, e questo errore fu redarguito dal Signor -Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi -nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà -alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della -nostra città. - -Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città -abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città -dell’Acaja chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di -Scetticismo. Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli -nella descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo -_non lascia riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine!_ In -questo tratto però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa -diligenza, ed esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo -che di Ruvo avevano parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino, -e Strabone[138]! - -Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto. In -quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco -parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da me -nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo -Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta -città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città. -Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si -brigava di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva. - -Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità colle -altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate più -antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli, potrebbe -azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima -della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono -qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi non -preponderare per la maggiore antichità della mia Patria. - -Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero di -riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro -patria. Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma -perchè la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo -natìo non era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere -Dionigi di Alicarnasso. Abbandonarono quindi la loro patria costretti -dall’impero della necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo -sostentamento, e portarono seco loro l’amore di essa. - -L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini. -La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla luce, -ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i nostri -primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal tempo nè -dalla lontananza. _Dulcis amor Patriæ._ Per questo santo amore l’uomo -affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio sangue. - -Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni -Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione, ed -ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso modo i -loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette dodici -illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non -potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro. - -Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia han -potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi -Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il -nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi -si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano -fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella -ch’era per loro o la più nobile, o la più cara. - -Ed in vero la città della Daunia _Argos Hippium_ fu fondata dallo -stesso Diomede, la città _Pallantium_ fu fondata dallo stesso Evandro, -la città di _Larissa_ fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che -capitarono nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città -della Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari. -Deve credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle -conghietture che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore -dell’uomo. Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione, -non avrebbe deciso _ex cathedra_ che la città di Ruvo sia la meno -antica di quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? _Quantum est -in rebus inane!_ - - - - -CAPO VI. - -_Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata._ - - -Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai -più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza -visibile ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre -e perfetto a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno -ivi a ristabilirsi, tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto. -L’abitato attuale però occupa non già il vertice della collina, ma -bensì il declivio di essa che guarda il mezzodì. La sommità della -collina è al Nord della città lungi un quarto di miglio. È la stessa -attualmente occupata da una magnifica Chiesa, e da un Convento di PP. -Minori osservanti sotto il titolo di _S. Angelo_. - -Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono -incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi -espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare -Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono -edificate sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i -venti, e specialmente i venti boreali dominano talmente quel punto -che coloro i quali volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a -prezzo ben caro il vantaggio della veduta la più bella, e la più gaja -che possa desiderarsi. Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa -permanenza debbono essere molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria -che potrebbero loro essere funesti. - -La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni -nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato di -essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè -la ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del -detto Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre -lati della città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente. -Si è ciò fatto con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto -all’impeto de’ venti. - -Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al già -detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità -della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte -le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che -l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al -declivio della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti -a quegl’incomodi, ed a quelle malattie che per le cause di sopra -espresse si rendevano inevitabili allora che il sito della città era -sul vertice della collina. - -Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi -di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, come -innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che -_Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E -poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium: -qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi -quod summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent_[139]. -Leggiamo anche presso Virgilio - - . . . . . . . _Cantabitis Arcades inquit_ - _Montibus hæc vestris: soli cantare periti_ - _Arcades_. . .[140]. - -Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve -stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro -sede sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata. - -Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione -confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della -_Puglia pietrosa_. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che -per poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura, -vi occorre una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai -proprietarj dei fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed -ai giardini danno maggior rendita. - -Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi per -poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi -istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo -delle siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si -formano per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino -parlando de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere -i fondi rustici, dice che ciò si fa col costruire _muros, macerias, -congeries, et collectione petrarum_[141]. - -Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli -per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e -per tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto -Convento di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La -quantità delle pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra -contrada pietrosa dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero -estratte dai fondi, per esaurirle non basterebbe formare un pariete -ordinario, ma converrebbe costruirsi muraglioni immensi di non facile -esecuzione e di non lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa -sconfidare i proprietarj suddetti dall’intraprenderne il miglioramento. - -Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito -precisamente nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto -Convento di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa -per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio -ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia, -aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare -nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione -eseguita solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte -spesa. Fu tale la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne -consumate molte nel solido e straordinario pariete da lui costrutto -lungo la strada pubblica, ne rimasero tante che mancava il sito ove -riporle. Gli convenne quindi gittarle sulle antiche macerie che vi -erano nel fondo istesso le quali occupano una porzione non indifferente -di esso, e nel guardarle desta positiva meraviglia che in picciolo -spazio siano uscite dalla terra tante pietre! - -Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle -fabbriche dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’ -tempi posteriori. Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre -di fabbrica accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti -dell’arte. Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono -ivi di passo in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso, -il quale in quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova -a pochi palmi di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti -alle abitazioni che un tempo ivi vi erano. - -Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa -straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni -adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città -traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina -sotto un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la -seguente circostanza. - -È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri -antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo -della Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo -genitore volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne -le fondamenta si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne -trovò trent’anni indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori -Caputi, la quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica -piazza. Parlo solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli -occhi proprj li due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia -età virile, giacchè altri sepolcri si sono scavati anche in altri -luoghi dell’abitato attuale della nostra città, de’ quali non posso -dare un conto particolare. - -È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato. -Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri, -bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione -della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città -suddetta fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo. -Giova anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero -tanto ne’ due sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro -de’ Signori Caputi. - -Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi _scannellato_, ma -rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il -che pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della -prima fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel -lusso funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente -scoverti. Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si -era resa già adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della -collina al sito che attualmente occupa, il quale al tempo della prima -fondazione esser doveva sicuramente una campagna. - -Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o cadute, -o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide -fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta -di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate su di -altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe -dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di essa, sia -una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo che circa -venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo risoluto di -formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra antica casa -paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del suolo che -alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla stessa. - -Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla -profondità di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente -addetta al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte -suddetta, e colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega -suddetta fornita di un pavimento _a lastrico_ così solido e forte che -per tagliarlo in pezzi regolari che io volli conservare ebbe a durarsi -molto stento, e si spuntarono molti piconi e scalpelli. - -Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al -piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra -stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che -molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti _jusi_ col linguaggio -del Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi -accedere bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano -queste abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al -livello delle strade della città dalle quali ad essi si accede. - -Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case -suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano -delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate -dalle guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non -altrimenti le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche -senza solide fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi -edificj di Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si -son fatte. Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che -ne’ tempi passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte -di essa. - -Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase -che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che -si vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al -piano di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal -Vesuvio avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese -sotterranee quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo -stesso sia avvenuto nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che -li detti bassi detti _jusi_ addetti all’abitazione degli uomini e non -delle bestie, nella prima loro costruzione siansi edificati sotterra. -D’altronde gli antichi edificj che si son trovati molto sottoposti al -piano attuale della città pruovano concludentemente che doveva esser -questo anticamente molto più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle -ruine delle antiche abitazioni. - -L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho -parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei -concittadini. La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la -crassa ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno -essi perduta l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori -possedevano in grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di -quella Popolazione, la quale è per tal cagione obbligata a privarsi del -comodo de’ terrazzi tanto utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio -sollievo, che per asciugare i pannilini dei bucato, per seccare le -frutta e per esporre al sole tutto ciò che ha bisogno de’ suoi benefici -raggi. - -È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano, -anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da un -tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni -lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale -di cotesto inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali -consiste nella calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze -minute. Queste però, mentre non possono sorbire la calce liquida, -ed impregnarsi bene di essa perchè non sono porose, hanno anche per -necessità le loro punte, ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio -rodono e scompongono la massa del lastrico non ligata per se stessa -ed unita insieme a perfezione per la mancanza di elementi soffici che -possano sorbire bene la calce liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca -e troppo esile doppiezza che si dà a cotesta cattiva pasta. - -La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca in -Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola e -pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella -bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale -ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo -ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno -resistito anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel -lastrico in pezzi regolari per conservargli. - -A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi -della composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso -formato di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che -in quella Regione è chiamata _carpino_. Bisogna quì osservare che -la pietra suddetta per se stessa porosa è di tre specie. La prima di -esse, comunque anche porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi -a trebbiare le messi facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja -de’ grossi pezzi di essa lavorati ed adattati a questo uso. Resistendo -anche molto bene al fuoco, è utile adoperarla nella formazione de’ -focolari, poichè le pietre ordinarie rimangono presto dal fuoco o -spaccate, o calcinate. - -La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo -maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la -seconda. Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza. -Sorbisce i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si -presta a formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola. -Venni da ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire -benissimo il così detto _lapillo_ che si adopra in Napoli e contorni -nella formazione de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia. - -Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto -ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando -giustamente de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro -paese. Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e -lo tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci -gittare il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in -Napoli. Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe -stato anche migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia -attenzione non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine -contratta da tutti i muratori di quella Provincia di fare lastrici -troppo sottili, mentre l’antico lastrico di cui ho parlato ha una -doppiezza uguale a quelli che si fanno in Napoli e contorni. - -Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà -de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto -nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o -ch’è troppo vero ciò che disse Orazio _Naturam expellas furca, tamen -usque recurret_. Valga però questa digressione a tenere avvertiti -i miei concittadini onde non si facciano più raggirare dalla loro -ciarlataneria. Insulta questa anche la Provvidenza, la quale ha -largamente provveduto l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere -necessario o utile ai bisogni della vita umana. - - - - -CAPO VII. - -_Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni._ - - -Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del -tempo sulla origine della nostra città, che non senza una ragione -Paciucchelli la dice _antichissima e quindi oscura_, rendeva assai -scabrosa la indagine di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi, -i quali non si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo -che la cuopriva, hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla -sua nomenclatura che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui -fiorirono li detti antichi Scrittori erano illuminati. Da ciò che -hanno lasciato scritto sulla Regione in cui la nostra città è sita, e -sulle Greche colonie dalle quali fu questa occupata ed abitata, dalle -sue antiche monete, e dai pregevolissimi monumenti delle belle arti -antiche ivi rinvenuti, ho potuto prendere quelle fiaccole le quali mi -hanno messo in grado di spingere innanzi i miei passi in mezzo a tanta -oscurità. - -Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione -e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di -Occidente portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli -settentrionali non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la -coltura, donde attingersi una storia ordinata della nostra città? -Attesa la ragione de’ tempi e la qualità de’ Scrittori che poteva la -stessa produrre, non è poco che si conoscono almeno in generale i fatti -principali avvenuti nella Italia. - -Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro _Della via Appia_ -tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto -parlar di se, reca ciò che siegue: _Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti -senza che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo -ed ajuto, ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati -altrove a far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per -lo furore de’ Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al -rapporto de’ Cronologi di quel tempo_[142]. Si è da alcuno detto anche -che fu dai Goti distrutta ed uguagliata al suolo. - -Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non -abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali -soggiacquero tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò -forte argomento la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che -l’attuale città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica -città. È anche notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti -era una città considerevole, niun vestigio è rimasto fuori terra di -fabbriche le quali presentino una rimota antichità, il che pruova di -esser queste rimaste tutte distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli -e da altri si son dette queste cose senza essersi citati gli Scrittori -dai quali si son tratte. A tal modo in vero si può dire tutto ciò che -si vuole. - -Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me -lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse -i fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate -a parlare di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la -più importante, giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano -ordinariamente la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori -si trova per alcuna di esse qualche cenno. - -Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non ne son -dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa per la -mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima -origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso. -Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio -a rintracciare le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da -barbare Nazioni, ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti -che sarei costretto cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in -un profondo oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite -a tante ruine, mentre tante altre città sono state distrutte, senza -essere più risorte. Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se -pur se ne possono aver le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia -più tempo minori anni, e più valida salute di me. Mi limiterò quindi -a quelle poche notizie che vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza -innoltrarmi di vantaggio nelle ricerche di que’ tempi che precederono -la loro dominazione, nelle quali certamente il profitto non avrebbe -potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio che sarebbero costate. - -Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli nel -luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo, -la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una donna -al suo defunto marito che si dice _liberto di Cesare_, senza che si -conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa di -più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità -Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano. - - IMP CÆS M ANTO - ni GORDIANO PIO - FEL AVG - PON MAX - TRIB P II - COS PROC - DECVRIONES - ET AVGVST - EX ÆRE COL - LATO - -La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con -essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio -che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che -cotesta lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o -di altro pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano. -Senza di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser -stata messa _ex ære collato_ de’ Decurioni e degli Augustali. La sola -e semplice lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non -avrebbero meritato un vanto di tal fatta. - -Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio di -Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore -di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto -dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa -sapere Cornelio Tacito: _Idem annus novas cæremonias recepit addito -sodalium Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis -Sabinorum sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus -civitatis unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et -Germanicus adjiciuntur_[143]. Fu questa perciò riputata una dignità ed -una onorificenza. Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima -che fosse stato Imperatore, _Senatus quoque ut ad numerum sodalium -Augustalium sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit_[144]. -Dice lo stesso anche di Galba, il quale prima che fosse stato elevato -all’Impero, _inter sodales Augustales fuit cooptatus_[145]. - -Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama _nuova cerimonia_ -suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione di -coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri -Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli -onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto -luogo di Cornelio Tacito osserva: _Idque exemplum placuit deinceps -in omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii, -Hadrianales, Antonini passim in Historiis memorantur._ Lo stesso dice -Levino Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio. -_Quemadmodum ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina -traxere, ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani._ - -È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito -anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo -una carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba -Brissonio, il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da -Tiberio _In urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni, -seni, et aliquando plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95. -Gruterus Inscript. p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori -Magister Augustalis. Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius -ad Inscript. p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti. -Noris. Cenotaph. Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed -et aliquando jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI -7 p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam -Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur, -ceu contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6 -p. 77 et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium -Sacerdotium, sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius -apud Gruterum p. XIX 6_[146]. - -Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli -Augustali uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento -all’Imperator Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo -suggerito l’adulazione o qualche beneficio fatto alla nostra città -dall’Imperatore suddetto. Passo ora a riportare le poche cose che -vi sono dell’epoca de’ Normanni, mancandomi ogni notizia particolare -relativa alla nostra città del tempo che la precede. Avrei potuto in -vero toccare quella parte che ha la stessa per necessità avuta negli -avvenimenti generali seguiti in quella Regione. Ma questi appartengono -alla Storia del Regno, e trovandosi da altri già esposti, non amo -replicare le cose risapute, ed uscire dal mio argomento. - -Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e -della dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30 -ottobre 1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che -_interfuere tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi -quadraginta_. Tra i primi vi è _Archiepiscopus Tranensis_, il che -pruova anche che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro -Normanno, era fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito -Guglielmo Appulo la chiama _præclari nominis urbem_. Tra i secondi si -leggono: _Episcopus Cannensis, Rubesanus_ (di Ruvo), _Monorbinensis, -Juvenaciensis, Monopolitanus_, luoghi tutti che appartengono alla Terra -di Bari secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno[147]. - -L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali, gli -Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla consecrazione -della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo che vi fu da -tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere -uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi -intervenuti, e tra questi ultimi vi è _Guilelmus, sive Guibertus -Episcopus Rubesanus_[148]. - -Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: _Anno 1082 Episcopus -Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini, -quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor -libras ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem -ad suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad -Canusium_[149]. La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l -Vescovo di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa e -percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica -più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera, -nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo -la volontà di recarsi a Bari o a Canosa[150]. - -Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia _De rebus gestis Rogerii -Siciliæ Regis_ dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati -della Puglia tra i quali _Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus -Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis -Comes, aliique complures_. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il -Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella -città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto -con buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad -assediare Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non -potendo più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si -resero a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni -suoi nemici. - -Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti -marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi -col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato _Vado -petroso_. Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del -fiume suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel -campo di persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo. -Nè mancò di maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a -discaricarlo dalla scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per -Duca di Puglia e di Calabria. - -Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto i -Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi -di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si -ritirarono, e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche -con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero -insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona, e -fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria. - -Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però veduto -ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza, ed -avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare -l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre -città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano -per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno -e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la -spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici. - -Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di -ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli -aveva tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso -esercito, dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò -ad assediare la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato -che l’assedio di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta -impresa a miglior tempo, e credè più opportuno sommettere le altre -città e castelli de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese -chiamato Castrum che preso da lui l’anno precedente aveva seguito -di nuovo le parti di Tancredi di Conversano, pose l’assedio a _Monte -alto_. - -Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: _Capto itaque Monte alto -RUBEAM PRÆFATI TANCREDI URBEM invasurus properat, qua demum devicta, -Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps, necnon -Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori -consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso -Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus -deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent_. -Soggiugne inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di -_Salpi_[151]. - -Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole _Rubeam -urbem_ abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si -occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia. -In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli -inoltre che _Rubea urbs_ dipendeva da Tancredi di Conversano collegato -col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo -ed Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti. -È notabile inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i -soldati per la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il -Buono, del quale si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a -quell’epoca la nostra città continuava tuttavia a formar parte della -Contea di Conversano. Il che pruova che alla stessa era unita anche al -tempo di Ruggiero e quindi apparteneva a Tancredi di Conversano. - -La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può dir -buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo -del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione alla -stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato delle -occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque la -città di Ruvo si valse dell’espressioni _Rubeam urbem_ ad esempio di -Virgilio che disse parimenti. - - _Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga_[152]. - -Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; _Rubea virga, quæ -abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius_ Inde Rubos fessi -pervenimus; _idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur_. A Servio -è conforme anche Basilio Fabro[153]. Li Commentatori di Orazio sul -precitato verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag. -19 osservano: _Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat. -In agro Rubeo vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur. -Virgil. Georg. lib. I vers. 266._ - -Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di lentisco -molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci e per -le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro -de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità -non meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città -convicine. Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio -dato alle piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più -atti al lavoro. Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati -_vinchioni_ forse dal latino _vimen_, poichè il linguaggio popolare -Ruvestino ha ritenuti diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino. -È ciò avvenuto come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre -antiche città Greche, le quali passate dappoi sotto la dominazione -Romana, si parlava in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio -li Canosini gli chiama _bilingui_. - -L’Abate Telesino nella sua _allocuzione_ a Ruggiero stampata alla fine -della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di -Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe -’l Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per -indicare la città di Ruvo, disse _Rubeam urbem_. - -Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi -attenzione alla Cronaca di _Romualdo Salernitano_. Sono in essa -riportati gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di -circostanze, il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi. -Dice quindi lo Scrittore suddetto che Ruggiero _Conversanenses obsedit, -eorumque civitates, et castella viriliter expugnavit_. Si valse del -plurale _Conversanenses_, perchè Tancredi aveva anche un fratello di -nome _Alessandro_[154], come si rileva da ciò che viene in seguito a -dire. _Quumque Dominus Tancredus corporis molestaretur infirmitate, -et Ducis Rogerii molestaretur oppressione, tandem cum Domino Alexandro -fratre suo, et cum Domino Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis, -idest decimo die Augusti (MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio, -reddentes Terras ab cisdem comprehensas._ Nel riportare le fazioni di -guerra che avevano avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero _cum -exercitu adveniens comprehendit Salpim, et civitatem RUBUM_[155]. Il -che toglie ogni dubbio che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo. - -Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo de’ -Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e che -abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo luogo -importano l’espressioni, _qua demum devicta_, le quali fanno intendere -lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere. Nè si -oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo Salernitano -che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, _ut fertur, traditione -civium_. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero usò -l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè come -osserva _Ugone Falcando_ nel proemio della sua Storia Sicula Ruggiero -_id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes contereret_. -Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che avesse -presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione che -si aveva della fortezza di essa. - -Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto dal -racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati -ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che _tantam -potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei -subjiciuntur_. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città -fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di -essa. - -Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto -in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in -generale nella sua Cronaca _Falcone Beneventano_ contemporaneo anche di -Ruggiero, dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente -contro Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore, -e che tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi -nemici le sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e -barbarie[156]. - -Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico -di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto -acerba, anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con -manifesta parzialità. Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero, -e fece di esse un magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia. -Quindi pare che il primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il -raziocinio naturale però fa capire che una città presa colla forza -delle armi (_qua demum devicta_) dopo una vigorosa resistenza opposta -ad una soldatesca irritata ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. _Væ -victis._ - -Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro, -ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale -rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo -vigorosamente attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche -dal detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue -forze per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e -prigioniero. Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli -condonò nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in -un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi[157]. - -Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea di -Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto ne -formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano si -rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153, -era Conte di Conversano _Roberto di Basavilla_, del quale dice ciò che -siegue: _Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui -cum patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni -administratione successit. Hic autem post mortem patris, convocatis -Magnatibus Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui -Curiæ Robertus de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater -ejusdem Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello -concessit, et cum in Apulia cum honore emisit_[158]. - -Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto -congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno -in disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per -gl’intrighi de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col -linguaggio della verità da _Ugone Falcando_ nel principio della sua -Storia Sicula[159]. Vedendo quindi in positivo pericolo tanto la sua -libertà che la sua vita, fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle. -Trasse nella ribellione molti Baroni e tutte le città della Puglia, -ove aveva molto credito, e diè molto fastidio al Re Guglielmo I, come -seguita a narrarlo il precitato Scrittore. - -Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere alla -forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. Tutte le -città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non vi può esser -dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la nostra città, -ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto Guglielmo I -nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo Guglielmo -II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da tutti -i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come il -precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò -in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea -di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il -precitato Romualdo Salernitano[160]. - -Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati per -la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il -Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di -Ruvo formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non -si dice chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però -dalla Storia ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui -anche apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta. - -Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia -stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e -passato il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate -nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da S. -Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e primo -anno del Regno di Federico II, _Imperatrix_ (cioè la vedova di Corrado) -_filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu dicti -Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad se duci -jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare_[161]. Sappiamo -da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto _Berardo_. Se sia -stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi è -riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano -è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo. - -Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo -ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla -Contea di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se -separato e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero -indicarlo. Che tal separazione però era già seguita all’epoca della -Dinastia Angioina anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso -il passaggio dai secoli felici della nostra città a quelli della -feudalità. Allora l’agricoltura e la industria che produceva la sua -opulenza faceva in essa fiorire nel grado il più eminente le scienze -e le belle arti, delle quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La -feudalità al contrario spenta la industria, e con essa anche il gusto e -’l genio, fu apportatrice di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed -estorsioni, delle quali i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del -medio evo, e ne’ Scrittori feudisti bastano a far raccapricciare, e non -potevano produrre altro che avvilimento e miseria. La Storia però deve -seguire il tempo. - -Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca -de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, del -quale dice Ferdinando Ughellio: _Hujus civitatis maximum ornamentum -esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, quæ S. -Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen anno -salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem Petro -consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum gessit, -cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono_[162]. - -Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio -di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino -esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino -al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 fu in -Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, e -che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni -Vescovo di Ruvo. - -Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato -che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare -in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo -mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa -la rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in -ciò può influire la maggiore o minore antichità del suo Vescovado. -Cotesta indagine dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica, -ed in quella de’ Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei -concittadini il quale volesse occuparsi di proposito ad illustrare -cotesto argomento. - -A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del -nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel -pericolo di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S. -Sede. Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue -rendite accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno -de’ passati Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli -della Mensa Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore. - -Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato -quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi perchè -la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere una -calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado. -Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale -che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con molta -efficacia. - -Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima -memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini entrambi -molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della nostra -città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria molto -opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a -S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia -e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione -dell’antichità era molto valutata in simili discussioni. - -Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa esigeva. -I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado di Ruvo -fu conservato ed unito a quello di Bitonto _æque principaliter_ con -Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno 1818. -E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico del -secondo, prese il Vescovo il titolo di _Vescovo di Ruvo_ e _Bitonto_, -e non già di _Bitonto_ e _Ruvo_ come pretendevano i Signori Bitontini -troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata -una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della -Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi -Vescovadi. - - - - -CAPO VIII. - -_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina._ - - -Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca -de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia -di un Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari -delle città quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino -di essere tramandati alla posterità, o non siano mossi da motivi -di predilezione a parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre -dall’archivio comunale. Oltre la somma difficoltà che vi è che possa -qualsivoglia città conservare documenti che rimontino ad un’epoca molto -rimota, le antiche carte che si conservavano nell’archivio della nostra -città prima della metà del passato secolo le furono tolte a viva forza -dalla prepotenza del Duca d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a -dirlo. - -In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio del -Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico II -scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni si erano -introdotti i pubblici Registri chiamati _Defetarj_, ne’ quali erano -notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo. -Cotesti Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il -primo per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per -conoscersi i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con -un certo numero di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti -Registri anche al tempo del detto Imperatore Federico sotto altro nome -poichè nelle sue Costituzioni che vanno registrate nel Codice delle -nostre antiche leggi sono chiamati _Quaterniones Curiæ, Quaterniones -Dohanæ nostræ, Quaterniones Dohanæ nostræ Baronum_[163]. - -Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle -città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra -le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni -come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si son -dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio -del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati _Archivium Magnæ -Curiæ Regiæ Syclæ_, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi -riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti -mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi dunque -a riportare le poche notizie che da essi si hanno. - -Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della -concessione in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di -Angiò. Dice in esso il Re che per ricompensare _grandia, grata, et -accepta servitia quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et -fidelis noster Serenitati nostræ exhibuit_[164], veniva a donargli -_Castrum Rubi cum Foresta ET CASALIBUS territoriis et omnia bona sua in -Justitiariatu Terræ Bari, et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu -Basilicatæ cum hominibus vassallis possessionibus vineis terris cultis -et incultis planis montibus pratis nemoribus pascuis omnibus etiam -aquis aquarumque decursibus aliisque juribus jurisdictionibus et -pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium et quæ de servitio in -servitium etc._ - -Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città -aveva allora i suoi _Casali_ espressamente compresi nella precitata -concessione. Si seguitò quindi a dire _Deliberatione mera et speciali -investientes ipsum Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de -Castris ET CASALIBUS SUPRADICTIS ita quod tam ipse quam ipsi prædicti -heredes sui dicta Castra ET CASALIA a nobis nostrisque in Regno Siciliæ -heredibus et successoribus perpetuo in capite teneantur etc._ - -Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. _Exceptis -nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus -fidelitate feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum -Castrorum ET CASALIUM etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro -quibus corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel -exilii debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum ET -CASALIUM hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram -Curiam exigentur. Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato -Curiæ nostræ cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem -Castris ET CASALIBUS recipient et expendent. Defensis insuper quæ -a quibuscumque personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum ET -CASALIUM hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et -castigatio ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam -nobis quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum -possint libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum -ET CASALIUM eorumdem_[165]. - -Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di -Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si -parla degli _uomini_ di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti -avevano una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto -di far pascere anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però -de’ già detti Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi -nel detto Privilegio, ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da -noi molto lontana, se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile -l’indagare in quali punti del territorio di Ruvo esser potevano situati -cotesti villaggi utilissimi sempre alla economia agraria. - -Il plurale _Casalibus_ adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I -pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle -indagini che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li -casali suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia -stato situato nella contrada delle _matine_ a sei miglia di distanza -dalla città, l’altro nella contrada denominata _calentano_ a quattro -miglia di distanza, e l’altro in quella delle _strappete_ ch’è in un -sito medio tra l’una e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza -dalla città. - -Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria -di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta -moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena a -Gravina, il quale porta tuttavia il nome di _casali_. Lo stesso nome -portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta, -i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva -al fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia -Modesti ora estinta. - -Il nome di _casali_ ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni -sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di -Gravina uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa -conghiettura le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di -campagna affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora -solcati dall’aratro siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’ -miei terreni inoltre si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri -di povera gente, monete antiche, ed anche una pietra di anello -pregevole per la sua incisione e per una leggenda greca, la quale -essendo stata a me occultata dal mio massajo, venni dopo a sapere -ch’era passata in altre mani. - -È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente il -nome di _casali_ vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente -dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata -la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre -suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un -forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per -rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato -a farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una -quantità di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che -dalle fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo -in quel sito. - -Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della -masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre -tuttavia incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi -di picciole case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila, -ed altre isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati -da quel lato ve ne sono stati di quelli formati con casse di pietra -di tufo incavato ad un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si -chiamano _pile_. Due di esse si vedono situate accanto al pozzo delle -matine detto _del manganello_ e si fanno ora servire per abbeverare gli -animali. - -Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi -lontani, poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo, -dovevano costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le -stesse servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio -suddetto. Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche -un cimitero di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi -dieci pieno di ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a -conchiudere che doveva esservi in quel sito uno de’ casali situato -parte sui terreni della mia masseria, e parte su quelli della masseria -del Signor Montaruli dall’uno e dall’altro lato della pubblica strada -di Gravina. - -Rispetto poi al luogo denominato _calentano_ tutte le circostanze -concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro -villaggio forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in -epoca meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa -un miglio, il quale porta il nome di _casali di calentano_. Oltre -le immense macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette -volgarmente _specchioni_, si vede anche il terreno coperto di pezzi -di tufo, di embrici rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa -credere la disabitazione meno antica. Si vedono inoltre molte pietre -assestate dal martello, lavorate dal picone, o incrostate da fortissimo -cemento. - -Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è -basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò -nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria -di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo -di terreno denominato _casali di calentano_. Li periti di consenso -nominati per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di -essa il valore di dieci moggia di terreno in compenso di quello che -rimaneva ingombrato dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine -in quel luogo trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera -gente. - -Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata -di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine -Annunziata che porta il nome di _S. Maria di Calentano_, con una comoda -abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della Chiesa -suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti -l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di Ruvo, -l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che doveva -esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più cura -degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati. - -Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra -immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche molto -bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano ivi -a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse -sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate -anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto da -tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle -convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può -dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni, -le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro -Ruvestino. - -Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo ha presa -cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi mantiene un -Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con aversi dal -Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. È notabile -che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La elezione di -esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo. -Tale elezione si fa nel Capitolo _Preminenziale_, cioè coll’intervento -delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta -delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti segreti. -Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto gli -conferisce il titolo di _Cappellano di S. Maria di Calentano_. - -Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti -che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee -prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose -masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle -vicinanze della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può -arguire che allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel -sito rimase o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre -cagioni, e gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo -obliato il culto di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche -dalle convicine Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni. - -Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una antica -Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso -il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente. -Essendosi, malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto -della lontana Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che -cotesta antica usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che -conservarono per la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di -calentano che si ritirarono nella città. - -Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata -_le strappete_ alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito -medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a -poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro -un poco meno. Il primo porta il nome di _casali di Siniscalchi_, -e l’altro secondo di _casali di Covelli_ dai nomi degli antichi -proprietarj di essi. Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte -della vasta masseria di semina posseduta dai Signori Chieco miei -congiunti, e da essi acquistata con diversi contratti. - -Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa -quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia -incalcinate. Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri -bianchi e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si -son anche ivi sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali -ultimamente fu rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in -quando similmente disotterrate antiche monete di rame, di argento ed -alcune di oro, delle quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti -oggetti sono sempre fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad -averne notizia che quando son essi già passati in altre mani. - -Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente -informato dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco -che ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie -investigazioni, viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due -piccioli villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è -cosa nuova, o un solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli -avanzi delle antiche abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due -precitati pezzi di terreno cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri -ivi rinvenuti in gran numero formano una convincente testimonianza -dell’antica abitazione di que’ luoghi, poichè ove si trovano i morti -bisogna che vi siano stati anche i vivi. - -Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie -dall’Archivio Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il -Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale -richiesta nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che -si serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che -gli viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una -conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate -nelle carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca -della disabitazione di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale -Signor Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura -e di entusiasmo per le cose patrie, onde avesse fatte praticare -nell’Archivio suddetto le opportune diligenze, come si è fatto. - -Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica -pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre -1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino -_Cobello de Concilio_ in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo -e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni _de Mapono_ di Ruvo -dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti -proprietà, cioè il Vescovo e ’l Capitolo, _Domum unam ortatam sitam -intus in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam -ipsius Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et -alios confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........ -et puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum_. - -E ’l detto Giovanni _de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri -et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi, -et pertinentiis Stiliti in loco SANCTE MARIE DE CALENTANO, et Sancti -Pauli, et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta -reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini -Episcopi, Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate -omnium cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, et -cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus -et utilitatibus eorundem et introitibus etc._ - -Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte le -sue possidenze si trova il seguente notamento: _Tenimentum SANCTÆ MARIÆ -DE CALENTANO, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco Calentani -spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum secundum -divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum Rubensem ex una -parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ ex parte altera, -prout patet ex contractu publico celebrato inter nos subscriptos -nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo sub anno -Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... mensis -Junii Sextæ Indictionis._ Di cotesto strumento non si è potuto avere -veruna traccia. - -Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono trarsi. -La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano di -cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura che sia la -stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione nel -precitato diploma di Carlo I di Angiò[166]. La seconda che i terreni -ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo di -Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e colla -disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati, -una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa, -de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il -Capitolo vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione -del Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a -circa settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge -sul Tavoliere di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in -quell’epoca in possesso di essi, come terreni _azionali_ del Tavoliere -suddetto appartenenti ai Luoghi Pii. - -Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi -villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa -e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato -Registro di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i -villaggi, avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di -_casali_, e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle -antiche abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le -conghietture suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri -luoghi più opportuni di quelli che ho cennati per la situazione de’ -casali suddetti. Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il -territorio di Ruvo dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale -quello stesso ch’era al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai -lati suddetti lo avevano molti secoli prima ristretto e raccorciato le -dotazioni di terreno date alle novelle città surte dal lato del mare -Adriatico e da quello dell’Ofanto. - -Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel lato -veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte il suo -antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina -ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta da -Strabone _montosa et aspera_ che porta oggi il nome di _Murge_. Cotesta -contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile, -perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto -opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la -freschezza dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto -negata alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le -vallate dette volgarmente _canali_, ove le correnti di acqua hanno -trasportato copiosissimo terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi -anche in quella contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le -masserie di semina. - -Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo -bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi -coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata -la situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino. -Essendo quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si -allontana dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate -di agricoltori e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte -intorno al bosco suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il -centro delle industrie armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi -di appoggio alle vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i -quali è diviso. - -Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i -rapporti, come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai -nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale. -Vi sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle -masserie di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati -dall’aratro, come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero -almeno in parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute -degli abitanti di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto? - -In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile -sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un -villaggio. La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di -Ruvo, e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra -loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche -de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine. - -Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura. -Mentre tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano -strabocchevolmente di pietre, nella massima parte de’ terreni delle -matine non ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come -i terreni della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano -copiosissime sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di -dieci o dodici palmi, ed in taluni luoghi anche minore. - -Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite -verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città. -Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente -pietroso spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle -conserve di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi -frequenti possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero -attendersi dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se -venissero preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio -si ritrarrebbe dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni -inesauste e continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime -verdure inoltre potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio, -da un terreno netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in -tutte le stagioni? - -Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione -stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città -coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo -prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine -città di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che -manca il terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare -l’agro Ruvestino, perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati? -Perchè non rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi -che prima vi erano? Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero -a popolargli? Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che -verrebbero a stabilirsi? - -Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269 -facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri -Registri Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla -stessa il dritto della _Bagliva_ che il Re lo ritenne per se, forse -a riflesso del pascolo che si riserbò in quel territorio per gli -animali delle sue razze; quale dritto di Bagliva passato dappoi in -mano del Barone per le posteriori concessioni, recò alla Popolazione -di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo a vederlo al suo luogo. -È sicuro che cotesto dritto lo abbia il Re per se ritenuto. Primo -perchè nelle clausole della detta concessione la Bagliva non si vede -affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno 1268 che precedè -la concessione suddetta, ma anche negli anni susseguenti cotesto dritto -continuò a rimanere di Regia appartenenza. - -In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo -a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo I ordinò -_Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii_ che si -fossero ai ricorrenti pagate le decime _super Bajulatione Rubi_[167]. -Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche -con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, e -1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del luogo -donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo -ed al Clero di Ruvo _decimas proventuum Bajulationis Rubi_[168]. Gli -stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno 1304, e -benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il notamento -nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del Registro -disperso. - -Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati -amministrativi della Provincia, mentre la nostra città si trovava già -conceduta in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin -dall’anno 1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di -Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla -per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che -dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata -al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia _de Colant_ che -nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente fu -detta _de Colna_. - -Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della -Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere -informazione della rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris -convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro_ e da qualsivogliano -altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era -conceduta in feudo _Arnulfo de Colant_[169]. Con altra lettera dello -stesso anno concedè il Re al detto _de Colant_ in pagamento de’ suoi -soldi che doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che -andava dovendo _Universitas Rubi_[170]. - -In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice così: -_Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres -quondam Arnulfi de Colant familiaris noster_, ch’essendo morto il -di lui genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in -vigore, assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati -siti in diverse Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del -detto anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie -suddette, tra i quali: _Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod -ipsum assicurare faciat ab hominibus Terræ Rubi_[171]. - -Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto -possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè -nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già -morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia -dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva -la università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il -Re spedì ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè -avesse sollecitata la informazione a lui commessa sull’assunto[172]. - -Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da Capua -al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di quella -Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati -coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a S. -Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena -della perdita de’ loro beni[173]. Con altra lettera del dì 20 Aprile -dello stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente -a tutti i Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu -soggiunto bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro -soldati nel termine di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato -loro comunicato l’ordine suddetto. - -In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi de’ -feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono -tra questi _Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus Guiso -Guinardus Dominus Losili et Terlitii_[174]. Dal che viene a rilevarsi -che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto -_Arnolfo II_ forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo. - -Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo uscì -dalle mani della famiglia _de Colant_. Che abbia però dopo l’anno 1291 -avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri. - -Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra di -Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro -Rotondo, della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò -che siegue: _Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est -Dominus Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa -feudali de servitio quinque militum._ - -_Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas -partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet._ - -_Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius -militis pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ._ - -_Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro bonis -feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque, -quorum quilibet tenetur servire Curiæ_[175]. - -Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente -notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la -città di Ruvo da Roberto _de Juriaco_ era passata a _Galeraimo de -Juriaco_ forse suo figliuolo. _Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob -absentiam a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus. -Anno 1310 lit. A fol. 238 a t._ Tal notizia della contumacia di -Galeraimo de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re -Roberto di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra -città dalla famiglia _de Colant_ passò alla famiglia _de Juriaco_ e -fu posseduta da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da -Galeraimo che si rese contumace[176]. - -Ad uno di questi due quindi si debbono attribuire le gravezze e le -oppressioni usate alla nostra città, le quali diedero causa alle -querele dalla stessa rassegnate al Re Carlo II, ed alla seguente -lettera del dì 4 Maggio 1307 spedita da Gravina da Roberto Duca allora -di Calabria e Vicario Generale di suo Padre, la quale merita di essere -quì trascritta per i sentimenti di giustizia che in essa risplendono. -_Robertus primogenitus Illustris Jerusalem et Siciliæ Regis Dux -Calabriæ ac ejus in Regno Siciliæ Vicarius Generalis. Justitiariis -Terræ Bari præsenti et futuris devotis suis etc. Scribimus per alias -nostras literas Domino Rubi et officialibus ejus præsentibus et futuris -in serie subsequenti = Robertus primogenitus illustris Jerusalem, et -Siciliæ Regis Dux Calabriæ, et in Regno Siciliæ Vicarius generalis -domino Rubi, et officialibus suis tam præsentibus, quam futuris salutem -et dilectionem sinceram[177]. Dudum claræ memoriæ dominus avus noster -Jerusalem et Siciliæ Rex ad compescendas insolentias Terreriorum_ -(i Feudatarj) _Capitulum edidit continentie infrascripte = Terrerii -videlicet Comites Barones et Feudatarii tam Ultramontani quam Latini -nullos de personis capiant nec privatum carcerem faciant, tormenta -vel injurias alias quascumque non inferant vasallis eorum vel aliis -quibuscumque, nullas destitutiones extorsiones vel violentias faciant, -defensas pro parte ipsorum non exigant nec de defensis cognoscant vel -se aliquatenus intromittant cum impositio defensarum debeat fieri per -invocationem nostri nominis et cognitio et exactio earum spectet solum -ad nostram Curiam vel ad Justitiarios Regionum. Nulli de contrata sub -patrocinio et recommendatione eorum recipiant gabellas redituum et -proventus terrarum suarum non vendant invitis. Et si contingat eos ad -credentiam committere, tantum a credenzeriis recipiant meros et puros -proventus et redditus quos secundum temporis qualitatem receperint vel -recipere potuerint. Nec etiam recipiant ad habitationem in terris eorum -homines demanii. Et si contra factum fuerit pro tormentis seu captione -personæ pena privati carceris teneantur. Pro aliis vero injuriis pro -qualitate delicti per Magistrum Justitiarium seu Justitiarios Regionum -penis legitimis puniantur. Pro destitutionibus vero extorsionibus et -violentiis plectantur pena constitutionibus comprehensa, destitutis -et violentiam passis ante omnia in pristinum statum redactis, et -eisdem restitutis extortis, pro usurpatione earundem defensarum -nostro arbitrio puniantur restituto prius sine difficultate quidquid -propterea abstulerunt. Et si quos sub patrocinio vel recommendatione, -vel aliquos de Terra Demanii receperint similiter ad habitandum in -Terris eorum secundum formam novæ Constitutionis puniantur[178] = Verum -quia homines ipsius Terræ Rubi contra tenorem præscripti Capituli -in plerisque asserunt sepius se gravari, devotioni vestræ sub pena -contenta mandati præter penas alias in capitulo ipso contentas mandamus -expressius quatenus hujusmodi Capitulum observantes tenaciter contra -ejus tenorem præfatos homines nullatenus molestetis. Injungimus namque -per alias literas nostras Justitiariis Regionis præsenti et futuris ut -nisi a gravaminibus resipiscatis propositis vos ad id coerceant per -juris remedia opportuna. Præsentibus preter opportunam inspectionem -earum remanentibus præsentanti efficaciter in antea valituris. Data -Gravinæ per Nicolaum Frictia de Ravello Locumtenentem Prothonotarii -Regni Siciliæ anno Domini M. trecentesimo septimo. Die quarta Maji -quinte indictionis = Quo circa devotioni vestre precipiendo mandamus -quatenus ubi prædictus Dominus prefate Terre contra seriem Capituli -memorati excedens a gravaminibus ipsis nequaquam destiterit, contra -eum ad penas in capitulo ipso contentas, præterquam in eo casu in -quo certa ex ipsius penis superioris reservatur arbitrio prout juris -fuerit auctoritate presentium procedatis. Officiales vero prefatos per -impositiones aliarum formidabilium penarum et exactiones illarum si -et quatenus in easdem inciderint a similibus gravaminibus compescatis. -Ita quod nos exinde ulterior querimonia non fatiget. Præsentibus post -opportunam inspectionem earum remanentibus presentanti. Data Gravinæ -per eundem Nicolaum Frictia de Ravello anno Domini M. trecentesimo -septimo die 4 Maji quintæ indictionis_[179]. - -Furono in vero queste disposizioni piene di giustizia, ed anche -energiche. Ma non potevano certamente portare un rimedio ai guasti già -sofferti dalla nostra città sotto la compressione Baronale. Una idea -delle strettezze alle quali era la stessa ridotta si può formare da un -altro Registro dello stesso Re Carlo II dell’anno 1308, il quale ci fa -conoscere i gravosissimi e molestissimi dazj che fu costretta d’imporre -a se stessa per far fronte ai pesi che le incumbevano, e forse anche -alla necessità che la stringeva per le dette vessazioni, ed estorsioni -sofferte. Questo documento lo recherò per lo intero non meno per -appagare la curiosità di chi legge, ma anche perchè mi giovai di esso -con successo ne’ giudizj ch’ebbi a sostenere contro la Casa d’Andria, -de’ quali parlerò in seguito. - -_Karolus II etc. Universis præsentis scripti seriem inspecturis tam -præsentibus, quam futuris. Dum nostræ Reipublicæ augmenta continue -foventes appetimus, subjectorum commoda per solertes tramites -procuramus. Venit sane ad præsentiam nostram Judex Judicis Guiscardi de -Terra Rubi fidelis noster Syndacus ad hæc constitutus per universitatem -hominum dictæ Terræ Rubi, ut constat per quoddam scriptum publicum -Universitatis ejusdem, et exponens asseruit quod homines ipsius -Terræ Rubi fideles nostri pro bono communi tendentes ad melius, et -statum eorum olim ex imminentibus variis sæpe turbatum opportunæ -reparationis ordinare judicio cupientes ad pacem, et materiam tollere -scandalorum, attento quod interdum pro munerum, et aliorum onerum -impositione fiscalium, interdum pro distributione illorum, interdum -pro emergentibus inde multifariam exequendis querelatio, murmur, -sisma, suspectio, persæpe dissidium, et in populo scandala periculosa -surgebant. Provide statuerunt communi concorditer deliberatione -habita et consensu capitula, sive ut eorum alludamus vocabulo, dacia -sub distincta per quæ solutiones fiscalium aliorumque succrescunt in -Terra ipsa vicissitudine sua tam fiscalium, quam privatorum similiter -executiones debito agendorum absque solito singulorum gravamine ac -onere supportentur taliter ut audivimus exinde ordinato quod pauca et -modica supererant fiscalia, vel privata negotia emergentia hominibus -dictæ Terræ, et specialiter collecta fiscalis pro tempore imponenda, -et alia necessaria dictæ Terræ, quæ de ipsa super adjecta pecunia, -quam datium nominant non deducuntur, ut expedit, et solvuntur. Quæ -quidem prout continentur in quodam scripto publico inde Curiæ nostræ -ostenso sunt ista. In primis quod pro qualibet uncia, quæ percipitur -de introytu omnium bonorum cujuslibet civis Rubi solvantur grana -quindecim, excepto campo et vineis. Item pro quolibet tumino frumenti, -ordei, fabarum, cicerum, cumini et aliorum leguminum, ac salis, quæ -vendentur per cives Rubi in Rubo, et in tenimento ejus, vel ubicumque, -detur jumella una[180]: per exteros Rubi, vel in tenimento ejus sive -ad minutum, sive ad grossum venduntur, detur per venditorem jumella -dimidia. A tempore vero arearum ipsarum in antea quilibet civis Rubi -det Datiariis pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum, -et aliarum leguminum quarumcumque, quæ perceperit ex satis suis pro -quolibet anno jumellam unam, ita quod per jumellam magistro salis -nullum præjudicium generetur. Item pro qualibet salma vini musti, -quæ percipitur ex vineis Rubi solvant patroni cives granum unum, et -dimidium. Illi vero qui non habent vineas proprias, et laborant vineas -alienas ad partem solvant prout recipient ad rationem prædictam. Item -pro quolibet urceolo vini quod venditur ad minutum tam per tabernarios, -quam per personam quamlibet aliam de Terra prædicta, solvat venditor -quartam partem grani auri unius, quæ quarta pars grani diminuatur de -urceolo vini venditi. Item quilibet Terrigena mercator pannorum solvat -pro qualibet uncia percepta per cum pro pannis venditis grana quinque. -Item quilibet civis mercator casei, sive recocti, animalium, victualium -et quarumlibet rerum aliarum ubicumque emerit pro qualibet uncia -solvenda per eum in emptione mercimoniorum suorum quorumcumque solvat -grana quinque si fuerit civis. Exterus vero in Rubo et in tenimento -ejus de eo quod vendiderit vel emerit pro qualibet uncia solvat grana -duo, exceptis victualibus et sale de quibus detur jumella una per -venditorem, prout superius est expressum. Exceptis etiam stractionariis -ementibus de prædictis mercibus si eas vendiderint ad minutum. Item -quilibet civis panem faciens solvat in furno pro quolibet thumino -panis facti granum unum. Item quilibet stractionarius civis Rubi pro -quolibet rotulo casei, recocti, carnium salatarum, lardi, sepi olei et -cujuslibet mercis venditæ per eum ad pondus........ vel ad mensuram -parvam, solvat quartam partem grani, quæ quarta pars grani minuatur -de rotulo et mensura, in quibus ponderabuntur merces de consensu et -voluntate universitatis. Item quilibet civis Rubi pro qualibet salma -quarteriarum, ollarum, garaffarum....... urceolorum, et alterius operis -de creta, quod magister ipsarum operum vendiderit, solvat ipse magister -granum unum[181]. Si vero ipse Magister portaverit salmam ipsius operis -ad vendendum solvat granum medium, et si alius emerit a magistro de -prædictis rebus solvat pro qualibet salma granum medium ubicumque eam -vendiderit. Item quilibet carpenterius, corduanerius, confettarius, -et ferrarius civis pro qualibet uncia recipienda per eum solvat grana -decem. Item quilibet Buccerius civis qui solvebat pro quolibet rotulo -carnis quartam partem grani solvat pro quolibet porco seu scrofa grana -decem pro quolibet castrato ove vel capra grana quatuor, pro qualibet -vacca vel bove tarenum unum. Item quilibet civis delator lapidum -solvat pro quolibet centenario ipsorum lapidum delatorum per eum granum -medium. Item quilibet civis pro quolibet jumento vel equo viaticario -solvat pro quolibet anno tarenos duos et medium. Item patroni cives -vaccarum solvant pro qualibet vacca fœta domita, vel indomita grana -tria. Item patroni cives jumentorum solvant similiter pro quolibet -jumento fœto et indomito grana decem, exceptis jumentis, quæ sunt -in agro. Pastores autem habentes jumenta pro quolibet jumento sive -domitum, sive indomitum sit, et etiamsi fœtum fuerit, vel non, solvant -grana decem, et pro quolibet asino grana quinque. Item quilibet civis -exercens officium sensariæ solvat sextam partem pecuniæ, quam lucratus -fuerit ex officio ipso, de quo lucro teneatur jurare ipse sensarius. -Item quilibet frascarius et calcararius vendens ligna, plantas et -calcem solvat pro qualibet ebdomada qua res ipsas vendiderit granum -unum. Item patroni cives molendinorum solvant pro qualibet salma -frumenti moliti in eorum molendinis granum medium, excepto frumento -molito pro victu eorum, pro quo nihil solvant. Item quilibet civis -viaticarius, seu quilibet alius deferens fructus, vel herbas, pisces, -circulos vegetum, vel res alias quascumque ad usum hominum cum operis, -seu equis suis solvat pro qualibet salma granum unum ubicumque eam -vendiderit, exceptis leguminibus victualibus et sale, de quibus detur -jumella una per venditorem ut supra est expressum. Si vero caseum -et vinum mustum tempore vindemiarum et victualia tempore arearum -detulerit, solvat pro quolibet animali, quo res ipsas detulerit, granum -unum per diem. Ipsorum ergo hominum nobis supplicatione subjuncta, -ut hujusmodi ordinationes et statuta eorum velimus debita firmitate -vallare, prout tota forma scripta in præsenti quaterna pro nominibus -fundorum mutato[182] ubi legitur in iis litteris _mandato ipsius Curiæ -requirendo, aut etiam expectando, et quia hoc_ etc. Hic vero legitur -_mandato ipsius Curiæ requirendo_ etc. _Quia hoc_ etc. Datum Neapoli -per Nicolaum Friczia de Ravello etc. Anno Domini MCCCVIII die octava -Julii sextæ indictionis. Regnorum nostrorum anno XXIII_[183]. - -Valga cotesto documento per farci conoscere le imposte comunali che -in quel tempo erano in usanza. Quelle contenute nelle trascritte -Capitolazioni non potevano non essere fastidiose tanto al Comune che -doveva esigerle, quanto a coloro che dovevano pagarle. Con tal sistema -daziario era inevitabile che tutte le classi de’ Cittadini Proprietarj, -Negozianti, Venditori tanto all’ingrosso che a minuto, Artefici, -Fornaj, Molinari, Mulattieri, Legnajuoli, Agricoltori, Pastori etc. -fossero stati ogni momento alle prese cogli esattori o appaltatori -comunali di tanti diversi e minuti dazj per l’opposto interesse che -avevano i primi di pagare il meno possibile, ed i secondi di esigere il -più che avessero potuto. Non si può credere certamente felice lo stato -di una città costretta a ricorrere a questi mezzi. Lo stesso tenore -del Diplomi contesta i disturbi, i dissidj, ed i scandali ch’erano -ivi avvenuti a causa delle pubbliche imposte. Ma erano questi i regali -della feudalità. - -Il Re Carlo II cessò di vivere nell’anno 1309, e gli succedè nel -Regno il di lui figliuolo Roberto. Nel Repertorio generale delle carte -Angioine si trova notato il seguente registro disperso. _Terlitii et -Rubi tenimentum et pascua communia anno 1310 et 1311 lit. A fol. 472._ -La esistenza di cotesto Registro sarebbe stata utilissima attese le -continue ed interminabili molestie che la irrequietezza de’ Terlizzesi -ha recate in ogni tempo alla nostra città a causa de’ confini del -territorio rispettivo, essendo stati questi ultimi intenti sempre ad -estendergli invadendo ed usurpando l’agro Ruvestino[184]. - -Nel dì 16 Giugno 1311 fu dal Re Roberto spedito il seguente privilegio -a favore della Regina Sancia di Aragona sua consorte. Dichiarò con -esso il Re ch’era di lei debitore _de summa duo milium unciarum auri -annui redditus assignandi dictæ Reginæ in civitate et bonis fiscalibus -Regni nostri Siciliæ pro dote et dotario per nos sibi olim legitime -constituto, necnon et certa provisione pecuniæ per nos annua sibi -facta_. Venne quindi per tal causa a darle ed assegnarle _civitatem -Rubi sitam in Justitiariatu Terræ Bari per contumaciam Galerami de -Yuriaco ad manus nostræ Curiæ rationabiliter devolutam cum hominibus -vassallis juribus et omnibus pertinentiis suis pro valore annuo -unciarum auri ducentarum computando in dote, et dotario, et provisione -jam dictis. Investientes ipsam per nostrum anulum præsentialiter -de eadem ac volentes expresse quod ipsa per se et ministros suos -praedictam civitatem Rubi habeat teneat et possideat pro præfato valore -annuo etc._[185]. - -La nostra città migliorò certamente la sua condizione coll’essere -uscita dalle mani di Feudatarj che la opprimevano e scorticavano, e -coll’essere passata sotto il governo di una Regina virtuosissima e -religiosissima. Da un altro Registro dello stesso Re Roberto del dì 22 -Febbrajo 1314 si viene a conoscere che fece la città suddetta le sue -nuove Capitolazioni relativamente ai dazj comunali imposti a se stessa. -Non si rileva dal detto Registro quali queste fossero state. È però -a credersi che quella popolazione avendo cominciato a respirare sotto -il governo assai più umano della Regina abbia migliorate e modificate -quelle dell’anno 1308 innanzi trascritte le quali in verità erano -durissime. Dal precitato Registro si conosce solo che il Re sanzionò -le novelle Capitolazioni con dichiarazione espressa di doversi la -Università di Ruvo obbligare di rifare alla Regia Corte ed alla Regina -Sancia quel danno che agl’interessi fiscali, e della Regina suddetta -sarebbe venuto a risultarne nella esecuzione di esse[186]. Il che -conferma vie più la idea che dovevano coteste capitolazioni essere più -vantaggiose per la popolazione suddetta. - -Nel detto Repertorio generale sussiegue il seguente notamento: _Sancia -Regina habet confirmationem infrascriptarum Terrarum ab omni feudali -servitio liberarum, videlicet Rubi etc. 1316 lit. B fol. 316_. Il -Registro esiste, ma è mutilato, e manca il foglio citato con moltissimi -altri per le vicende innanzi espresse. Vi è anche nel detto Repertorio -il seguente notamento di altro Registro disperso: _Rubi Terra in -dominio Reginæ Sanciæ 1336 et 1337 lit. B fol. 14_. Cotesto notamento -ci fa apprendere che fino all’anno 1337 la nostra città continuava ad -essere posseduta dalla Regina suddetta, giacchè da altro Registro che -sarà or ora riportato si rileva che fu la stessa dalla Regina venduta -al Conte di Terlizzi, il che non potè aver luogo che dopo l’anno 1337. - -Il saggio Re Roberto cessò di vivere nel dì 20 Gennajo 1343, non già -dell’anno 1342 come taluni han creduto. Col suo testamento del dì 16 -del detto mese lasciò Balia del Regno la detta Regina Sancia di Aragona -sua consorte. Vedendo ella però che colla morte del suo ottimo marito -la sua splendida Corte era caduta nella confusione, ed anche perchè era -infastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monistero di S. Croce da -lei medesima edificato, dove appena finito l’anno morì con grandissima -fama di santità[187]. - -Aveva Roberto per vedute politiche conchiuso il matrimonio tra Giovanna -sua Nipote che andava a succedergli nel Regno, ed Andrea figliuolo -di Carlo Re d’Ungheria suo congiunto, il quale aveva preso perciò -il titolo di Duca di Calabria. Fu questo però un nodo stretto con -tristissimi auspicj. Il giovane Andrea per se stesso di poca levatura -conversando solo con un Frate ed altri Ungari quì rimasti presso di -lui, non potè dirozzarsi. Si rese quindi pesantissimo alla Regina sua -consorte allevata con altra coltura alla Corte del Re Roberto. Giovanna -dunque o s’infastidì di lui, o con soverchia facilità diè ascolto alle -suggestioni di uomini perversi che sventuratamente fomentavano vie -più la discordia tra i due sposi. Mentre Andrea andava ad assumere -il titolo di Re, e con esso quel potere che gli era annesso, avvenne -che essendosi portato colla Regina a diporto in Aversa fu una -notte strangolato e gittato dagli esecutori dell’orribile misfatto -ignominiosamente per una finestra. - -Molto grave fu il sospetto della intelligenza della Regina -nell’assassinio del suo sventurato marito, che attirò in seguito sulla -nostra povera città una terribile calamità. Mi piacerebbe che coloro -i quali si sono sforzati di discolparnela vi fossero riusciti. Ma -prescindendo dagli Storici del Regno che le imputano questa colpa, mi -fa molto peso ciò che leggo in uno Scrittore sensatissimo, e non uso -a malignare altrui, qual è Muratori. _Fuere qui Joannam de hujusmodi -crimine purgare conati sunt, sed illi judicio meo Æthiopem lavandum et -dealbandum suscepere_[188]. - -Si aprì intanto una inquisizione contro coloro che avevano avuta -parte o reità nella morte del Re Andrea. Non potè la Regina da ciò -dissentire. Il Gran Giustiziere del Regno Bertrando del Balzo Conte -di Montescaglioso e di Andria, avendo trovato colpevole _Gazzone de -Denysiaco_ Conte di Terlizzi e Gran Maresciallo, lo fece arrestare, -con esser stato indi costui condannato a morte e giustiziato con altri -complici dello stesso misfatto. Da un Registro dunque della detta -Giovanna I del dì 24 Ottobre 1346 si rileva ciò che siegue. Si dice -che la Regina Sancia aveva venduta la città di Ruvo con Regio assenso -al detto Conte di Terlizzi. Non si dice l’epoca del contratto, ma ho -innanzi osservato che dovè ciò seguire dopo l’anno 1337. Si soggiugne -che essendo stato il Conte di Terlizzi arrestato e sommesso ad un -processo capitale gli erano stati sequestrati anche tutti i beni tra i -quali la città di Ruvo. - -Che la di lui moglie _Margherita Pipina_ era ricorsa alla Regina ed -aveva esposto che per patto espresso stipulato nel contratto passato -colla Regina Sancia si era dichiarato che le rendite della detta -città di Ruvo avrebbe dovuto ella goderle durante sua vita, e dopo -sua morte sarebbe passato quel feudo agli eredi del marito. Che quindi -doveva la città suddetta rimanere esclusa dal sequestro e darsi a lei -per godersela durante sua vita. Che la Regina aveva fatto esaminare -l’affare _a Matteo de Porta de Salerno milite; et Joanne Siripandi -de Neapoli Juris Civilis Professoribus Magnæ Curiæ nostræ Magistris -Rationalibus_, e costoro erano stati di avviso che la dimanda della -detta _Pipina_ era ben fondata. - -Che seguita la condanna e la morte del Conte di Terlizzi aveva la -Regina sommessa la dimanda suddetta al novello esame di un Consiglio -composto dai suddetti de Porta e Siripandi, da altri Giureconsulti, -e dagli Avvocati e Proccuratori Fiscali. Che cotesti Signori erano -stati concordi nell’opinare che la dimanda di Margherita Pipina era -ben giustificata, e quindi doveva ella godere le rendite della città -di Ruvo durante sua vita[189]. Dopo ciò la Regina venne ad ordinare -che si fosse tolto il sequestro, e dato alla ricorrente il possesso -della città suddetta durante sua vita sotto l’obbligo della fedeltà -e del feudale servizio, e colla condizione espressa di doversi ne’ -Regj Quaternioni registrare tra due mesi la grazia ottenuta a pena di -decadenza[190]. - -Intanto il Re d’Ungheria Lodovico fratello di Andrea essendo stato -pienamente informato di quanto era quì avvenuto, ne rimase fortemente -commosso ed irritato. Fremendo di sdegno venne in Italia nell’anno -1347 con poderoso esercito, per vendicare la morte di suo fratello, -ed entrò ostilmente nel Regno. Mancava alla Regina il coraggio e la -forza di resistergli. Vedeva inoltre che le Popolazioni del Regno -non erano disposte a levarsi in armi in sua difesa, perchè fortemente -prevenute della di lei intelligenza nella morte del marito. Il miglior -partito quindi che seppe prendere fu quello di abbandonare il Regno -ed andarsene ne’ suoi Stati di Provenza. Il Re d’Ungheria quindi -entrò nel Regno senza resistenza, prese aspra ma giusta vendetta di -coloro che avevano avuta parte nell’assassinio di suo fratello, e dopo -aver sommesso tutto il Regno alla sua dominazione, se ne ritornò in -Ungheria. - -Saputosi ciò dalla profuga Regina cominciò a prendere coraggio ed a -trattare coi suoi aderenti quì lasciati circa i mezzi di ricuperare il -perduto Regno. Animata dalle loro promesse non tardò a presentarsi quì -ella medesima con dieci galee che le riuscì di armare. Fu ben accolta -dai Napolitani che mal soffrivano gli Ungari. La sua presenza infervorò -il suo partito. Molte città ritornarono spontaneamente alla di lei -ubbidienza. Altre città che si mantennero fedeli al Re d’Ungheria -venivano man mano sommesse colla forza delle armi. Gli affari del Re -d’Ungheria andavano quì assai male, il che l’obbligò a ritornare di -nuovo nel Regno nell’anno 1350. - -Gli avvenimenti seguiti in quel tempo nella Puglia si trovano descritti -in un libro intitolato: _Dominici de Gravina Chronicon de Rebus in -Apulia gestis_. Dobbiamo cotesta istoria alla indefessa diligenza del -Muratori che riuscì ad averne una copia dall’unico Codice di essa che -si conserva nella Biblioteca Cesarea di Vienna accresciuta vie più di -manoscritti dalle cure dell’Imperatore Carlo VI. Manca però il Codice -suddetto del suo principio, ove si parlava anche de’ fatti del Re -Roberto, e della sua fine ove parlar si doveva dell’esito della guerra -suddetta dopo la seconda venuta del Re Lodovico nell’anno 1350. - -La detta breve istoria fu scritta da un Notajo di Gravina detta perciò -_Dominici de Gravina Chronicon_. Avendo ei seguite le parti del Re -d’Ungheria, e mantenuta per quanto potè la città di Gravina coi suoi -amici ed aderenti sotto la di lui dipendenza, fu ciò cagione di tutte -le sue sventure che da Notajo lo fecero divenir soldato. Il Muratori fa -conto di questa Cronaca, perchè si vedono in essa riportati i fatti con -ingenuità e schiettezza. - -Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata -limitrofa colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle -armi della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte -di Tricarico e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che -dipendeva da essi anche una numerosa schiera di _Malandrini_, i quali -son sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far -bottino. La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà -dal Re Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero. -Come variano le cose del Mondo! - -Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i -già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città -di Gravina, ei si recò a Barletta _ad Dominum Vayvodam_, cioè al -Comandante Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso -di soldati. Soggiugne indi: _Tardavit autem talis succursus per dies -et dies me remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino -quod civitas Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata -præfato Domino Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto -Severino erant penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto -Domino se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino -Roberto viriliter tenebatur, et cum hominibus civitatis continue -prœliabatur_[191]. - -Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro -forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno -che gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione -de’ suoi compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro -assenza i Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far -loro alcuna resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si -trattennero quindi ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò -furono i Gravinesi esenti dalle uccisioni, dalle depredazioni ed -estorsioni, dalle carcerazioni, dalle confische, dai maltrattamenti -e dalle violenze usate da quella pessima gente alle donne le più -belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo racconto. _Amoverunt -inde dictum exercitum et versus Rubum militavit audacter. Erat autem -castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas vero non, sed -pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad quod dum nocte -pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui adventus, -subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas -Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes. -Tamen in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo -debito contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant. -Sed quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia, -quia sic permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et -unius mulieris terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis -vexarentur. Sic placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non -viderent, quin diversis delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut -autem inimicus exercitus Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus -quod civitas ipsa Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus -idem exercitus in facie castri constitutus contra cives dictæ Terræ -potenter insurgit, et viri Rubi potenter assistunt, et durante prœlio -usque ad horam meridiei transactam, intra quod temporis spatium hinc -inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi cives Rubenses in salutem -uxorum et filiorum intercederent potius, quam ad defensionem communem, -cessit finaliter victoria Domino Roberto jam dicto, et violenter idem -exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt omnes cives per Terram -illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. O quam terribilis -ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum generis -utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti sunt pretio -redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et plurimæ -mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ -quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium -miserorum in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii -autem qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta -Terra, propter consecutum recessum exercitus, diversis tormentis -exponuntur, et evulsione dentium compuniuntur quasi ad ultimam -paupertatem. Igitur universa ipsa civitate prædata et consumta, castrum -ipsum et campanile potenter muniri præcepit, et annonas plurimas in -eis immitti, opportunos stipendiarios immittens in eisdem fortelitiis -campanilis et castri. Retulerunt mihi viri cives Guaranioni quod tota -robba civitatis ipsius per ipsum casale ad partes Basilicatæ transivit -animalium, et rerum mobilium sine fine._ - -_Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus -Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua -Hungari septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus -custodientibus Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez -sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit -etc._ Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza[192]. - -Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni? -A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le città del -proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente -crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare i -Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la -dominazione del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria -elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza, -a cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei -ordine espresso. - -Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre al -Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò prima -un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i Baroni, i -Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città di -Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò -a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta -resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori -calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei -prestato, ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle -città e dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del -Trombetta[193]. Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero -di somma laude. - -Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero -Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi -e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno di -una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che gli -aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa -Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò -anche di Politica. - -Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini. -Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano stretti -tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo -castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il -mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti -anche molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se -moltissimi de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro -mogli ed i loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati -dal campo di battaglia. - -Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo -Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino -avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini -i quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la -fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non -avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione -così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto -la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente -e fedele. _Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis -præstat: hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic -voluntate_[194]. - -Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di partito -questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero -per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche -Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era -presentato al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero -Sanseverino Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della -luminosa carica di suo Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto -e Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico animati dal favorevole -incontro del loro stretto congiunto, si presentarono anch’essi, furono -dal Re molto graziosamente accolti, e gli prestarono il giuramento -di fedeltà[195]. Essendo però stati tra i primi che lo violarono, non -potevano certamente valutare in altri quel sentimento che avevano essi -calpestato. - -Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno della -nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze degli -Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi -guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri di -guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli -al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la loro -ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento per -la seguente circostanza. - -Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi ch’era -in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte del -loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero -Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto -anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il -detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i -soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i -prigionieri suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi -in cattive mani. - -Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una -crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano -loro la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano -le membra con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi -furono costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini -per ciascuno. Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed -umiliò col seguente rimprovero: _Licet sacramentum vestrum nullius -sit fidei, quum alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse -sibi fideles, quo meremini decollari propter jusjurandum confractum -et proditionem per vos commissam, quare in prœlio vestra proditio vos -præcipitavit ab equis, iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum -præstare jurantes quod amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non -rebelles_. Furono quindi costretti a prestar di nuovo il giuramento di -fedeltà sul Santo Vangelo[196]. Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio! - -Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto -risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio -de’ Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del -castello, fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona -provigione di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia, -e resiste ancora ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato -della sua cupola. Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima -formata tanto nella parte esterna quanto nella parte interna di pietre -quadrate ben lavorate e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono -ornati di pietre ben lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta -sul lato sinistro di quella Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto -anche il Palazzo Vescovile ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del -campanile. A dire il vero però non credo un vantaggio per me che anche -la mia casa paterna sta poco lungi dal campanile suddetto. - -La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate -anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva -di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi -ornati. Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco -Gotico egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute -da due leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi -sono due grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata -altezza vi è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed -ornato nel mezzo di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle -mura laterali della Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste -anche di animali. - -De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve -ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva -suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima. -Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione. -Debbono cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente, -attesa la conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore -all’epoca de’ Normanni[197]. - -Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di Ruvo -fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino -fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della -guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome -_Malispiritus_ Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino -di Altamura, il quale seguiva anche le parti della Regina tentò -ritorlo agli Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè -riuscirvi, perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero -dargli ajuto a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano -non era amico del Palatino suddetto[198]. - -Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè la -Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo -bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò di -nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città che si -tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per farlo -rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima -durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il -trattato nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata -la Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra. -Ma il Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per -ambizione, o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di -suo fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non -cercava altro[199]. - -Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346 -rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina -vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce -quando la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla -Cronaca di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re -d’Ungheria la concedè in feudo a _Giovanni Chucz_ Ungaro valoroso e -riputato guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149. - -Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto lo -stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo -canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si -esprime così: _Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz) -se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto -tenebatur_. Espressioni le quali pare che importino di esserne egli -divenuto contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però -niun cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca. -Andiamo dunque innanzi ai registri posteriori. - -Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che il Re -Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio _Civitatis -Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi -consiliario et fideli nostro dilecto dum vixit_. Ch’essendo morto -costui senza successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti -devoluti alla Corona. Venne quindi a farne una novella concessione -_viris nobilibus Antonio de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico -de Vrunforti nepotibus quondam Villanucii prædicti_, e ciò in -considerazione degl’importanti servigj resi da entrambi specialmente -nella guerra tanto a se che al fu suo genitore. - -Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove uno -di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto -nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere fatta -con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi -suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l -feudale servizio, al quale i concessionarj erano tenuti[200]. - -Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto _Federico -de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto_ -una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere -che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare, -e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi -a dolersi che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo -nome nelle Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi -sudditi, _quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus -justitiæ in puniendis delictis, extorsiones et exactiones commiserunt -illicitas, et committunt profecto nostris sensibus odiosas_. - -Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari -e di Principato _citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes -et possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem -Vigiliarum in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et -civitatem Rubi, et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu -adoha per te ipsi Curiæ nostræ præstanda; necnon et utique Balius et -Baliatico nomine et pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii -Comitis Sarni filii quondam Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo -dicti Ungari, civitatem Sarni de dicta Provincia Principatus citra_. - -Soggiunse che i detti Regj Ufficiali _aggravaverunt et aggravant -vassallos nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et -vexando inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem, -adeo quod sub colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt -ipsos fideles nostros, omnem ipsorum substantiam sitientes, et -pariter absorbentes_. Quindi per tali considerazioni e per esimere -da tali vessazioni le città possedute dal detto Federico, venne il -Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale per Bisceglia -Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi casali -durante il _Baliato_ di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia -minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la -giurisdizione ordinaria[201]. - -Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re -Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di -rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì -giustamente vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della -loro autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato -questo nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili -anomalie, le quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla -i bricconi. Non si conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia -_Vrunforti_ abbia posseduta la città di Ruvo. - -Nel Repertorio generale de’ _fascicoli_ al fol. 183 vi è il seguente -altro notamento: _Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro -Justitiario concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127_. Mancando però -il fascicolo, non si conosce l’epoca di tal concessione. - -Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio. -Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella -dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto al -tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche la città di -Ruvo[202]. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi che -anderò a riportare nel Capo seguente. - - -DIGRESSIONE - -_Sull’antico Castello di Ruvo._ - -Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato -che _castrum Rubi erat castrum fortissimum_. Non è quindi fuori di -proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello -stesso che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava -il nome di _Palazzo del Castello_. È lo stesso edificato su di un -rialto adiacente all’antica porta della città che guardava l’occidente -sulla strada de’ Cappuccini denominata _Porta del Castello_ ora -abbattuta come tutte le altre. Dalla parte della città è l’edificio -suddetto preceduto da uno spianato detto _largo del Castello_ o _di -S. Rocco_ per la Chiesa che vi è di quel Santo Protettore della città -suddetta. - -Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì. -Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate -simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della -campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima -altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da -una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello -ed avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o -un _pomerio_ ridotto ne’ tempi posteriori a giardino. - -Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida -munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran -parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in su -alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte -e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di -_scarpetta_, e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato -anche _largo della scarpetta_. - -A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso -tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è -parlato, sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La -porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di -una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre -semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono -pezzi di macigno ben grandi e ben connessi tra loro. - -Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni, -la quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione -che le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per -tutti i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica, -il che le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l -parapetto di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo -ai soldati il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli -del bastione istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono. - -A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che gli -girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo il -nome di _Rivellino_, nome militare di fortificazione. Quindi nella -rivela de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della -città di Ruvo dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si -vedono cotesti edificj rivelati nel modo che siegue. _Il Castello, seu -Palazzo Baronale, con sua torre antica con rivellino intorno._ - -Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani. -Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue -fondamenta e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al -parapetto del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era -profondo, oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura -di esse la impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare -quindi che il piano suddetto non sia servito ad altro che per un -magazzino della Guarnigione. Il secondo piano è al livello del già -detto corridojo scoverto, col quale comunica per mezzo di una porta. -Il primo piano dal secondo e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di -fabbrica fortissime formate con molta maestria. Nel centro di ciascuna -di esse si vede lasciato un vano circolare di bastante ampiezza. È -probabile che cotesti vani si siano lasciati ad oggetto di situarvi -una scala a lumaca sia di fabbrica, sia di legno per la comunicazione -interna tra un piano e l’altro. - -Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che -chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello -spazio un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò -chiaramente i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella -muraglia. In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di -essa ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla -sinistra una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la -quale si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza -tetto. Il pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben -connesse per dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e -balestriere. - -Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra il -terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere -altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla -sommità di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi -non è uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò -la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi -spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro -muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre -suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la -stupenda ed estesissima veduta che di là si gode. - -Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi ho -detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto all’antico -fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto al -corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal -tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava -fino al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser -altro che una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la -Guarnigione. - -Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina il -castello di Ruvo lo chiamò _Castrum fortissimum_, e nelle concessioni -in feudo della nostra città si vede conceduta _Civitas Ruborum cum suo -castro, et fortellitio_. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo -in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano -certamente di facile espugnazione. - -Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che della -torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè si -può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti -contemporaneamente o in tempi diversi. La diversità della fabbrica -dell’uno e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per -credergli surti in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è -tanto antica che non si può decidere quale de’ predetti due edificj -debba credersi anteriore. Non è però improbabile il dirsi che le -fortificazioni predette in tutto o in parte vi fossero state al tempo -di Ruggiero non meno per l’antichità ch’esse mostrano, ma anche perchè -da ciò che si è detto nel capo precedente era Ruvo fin da quel tempo -una città forte. - -Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre -suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo -piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo -scoverto che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo -della muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi -e larga circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato -ch’è la stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due -scudi di uguale dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio. -Nell’altro vi è un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le -zampe, ha la lingua fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla -schiena giusta la seguente figura - - [Illustrazione] - -Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo -per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però -rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere -se la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della -torre, o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato -di osservarla abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata, -ciò però non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta -diligenza che non si apprenda in essa, dopo di esserne passati più -secoli, veruna alterazione. Prescindendo da ciò, non è facile tampoco -l’indovinare a chi possano appartenere le armi scolpite nella lapide -suddetta. In quanto alle antiche famiglie nobili Napolitane li nostri -Scrittori Scipione Mazzella nel suo libro intitolato _Descrizione del -Regno di Napoli_, e Carlo Borrelli nel precitato suo libro intitolato -_Vindex Neapolitanæ Nobilitatis_ ci hanno fatto conoscere le armi -ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono di queste alcune, -specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in quella stessa -posizione in cui si vede nella nostra lapide. - -È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo col -lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello -scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva -anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i -titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo. - -Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili -Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo -luogo non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa -una indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi -non attacco alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo -scuoprimento della origine della nostra città. - -In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le sue -conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico -stemma della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un -simbolo della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede -nelle sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse -alludere alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque -possa riuscire a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione -sarà da me applaudito di tutto cuore. - - - - -CAPO IX. - -_Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese._ - - -Dai Registri del grande Archivio si rilevano i seguenti fatti. -Nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini figliuola primogenita di -Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, e figliuolo secondogenito -di Ramondello del Balzo Orsini Principe di Taranto, espose al -Re Alfonso Primo di Aragona che il suo defunto genitore aveva -possedute le seguenti città e terre, cioè Venosa col titolo di Duca, -Lavello, Lacedogna, Minervino, Ruvo e Vico co’ suoi casali nominati -Castiello, S. Nicola e S. Suosso, Montelione, Laurenzana, Castello -Vellotto, Flumari, Vallata, Guardia Lombarda, Pulcarino, Rocchetta -_Sancti Antonii_, Carbonara, Monte acuto, Carpignano, li casali di -Trentola, Lauriano e Capodrise col Territorio detto di Pietra Palomba -_Cum omnibus ipsarum civitatum, terrarum et locorum castris, seu -fortellitiis, hominibus, vassallis, vassallorumque redditibus, mero, -mixtoque imperio, et gladii potestate, Banco Justitiæ, et cognitione -causarum civilium, criminalium et mixtarum, Bajulationibus et integro -eorum statu_. - -Disse che i feudi suddetti a lei spettavano per la morte del -suo genitore a titolo di legittima successione, e ne dimandò la -investitura. Il detto Re Alfonso I con suo Privilegio del dì 1.º Giugno -dell’anno suddetto le confermò li feudi di sopra enunciati _pro se, -suisque heredibus, et successoribus cum omnibus prædictis juribus et -jurisdictionibus, prout melius et plenius tenuit, et possedit dictus -quondam Gabrielius pater vigore suorum privilegiorum[203], tenenda -omnia prædicta in feudum etc._[204]. - -La detta Donata del Balzo Orsini prese per marito Pirro del Balzo -Principe di Altamura, Conte di Monte Scaglioso e Gran Contestabile -del Regno e gli portò in dote li feudi suddetti. Per tal ragione nelle -carte Aragonesi e dai Scrittori della Materia Doganale il detto Pirro -del Balzo si trova intitolato Duca di Venosa e di Minervino, e Conte -di Ruvo. Ai conjugi suddetti il Re Ferdinando I di Aragona figliuolo -di Alfonso nell’anno 1458 confermò li feudi che rispettivamente -possedevano, tra i quali la città di Ruvo[205]. - -Isabella del Balzo fu figliuola del detto Pirro del Balzo e di Donata -del Balzo Orsini. Ebb’ella per marito Federico di Aragona figliuolo -secondogenito del Re Ferdinando I di Aragona. Per la morte de’ suoi -genitori senza figliuoli maschi, tra gli altri feudi da lei ereditati -vi fu anche la città di Ruvo. Fu per la nostra città sicuramente -un vantaggio l’esser passata sotto la dominazione di un Principe -distintissimo per le sue virtù e per la bontà de’ costumi. Ma ciò durò -ben poco. - -Divenuto Federico Re di Napoli nell’anno 1496, pressato forse dalle -dolorose circostanze delle quali si parlerà nel seguente capo, vendè -nell’anno 1499 la città suddetta a _Galzarano de Requesens_ Conte di -Trivento e di Avellino. Questo contratto non trovandosi registrato -ne’ Regj Quinternioni, i notamenti ch’esistono nel Grande Archivio lo -giustificano riportandosi ad un antico processo formato nella Regia -Camera della Sommaria tra il Regio Fisco e ’l Duca d’Andria e Conte -di Ruvo per l’assegnamento de’ fuochi della detta città, nel quale -il privilegio suddetto erasi prodotto[206]. Bisogna ora dare un passo -indietro per riportare i seguenti registri anche dell’epoca di cui sto -ragionando. - -Nel Repertorio de’ Registri _Curiæ_, nel Registro _Licterarum Regiarum -Primo_ dell’anno 1478 Cam. I Lettera S Scanzia 4 n. 5 fol. 42 a t. vi -è la seguente notizia. _Università di Curati, et Ruvo communità d’acqua -et herba 1478 Rex Ferdinandus._ - -Nel detto Repertorio sotto il Registro _Licterarum clausarum Curiæ_ IX -dell’anno 1478 Cam. I lettera S Scanzia I n. 8 fol. 74 si legge _Ruvo -et Corato per l’acqua et herba comune_. - -Nel Repertorio de’ Registri _Partium_ fol. 17 a t. sotto il Registro -_Partium_ XIX dell’anno 1479 Cam. 5 Lit. A Scanz. I n. 29 si legge -_Università di Quaratæ immunità per la fida d’animali in loro -territorio, et communità di acqua et erba con l’Università di Rubo_. - -Li già detti tre Registri mancano; ma li trascritti notamenti rimasti -ne’ repertorj bastano a pruovare di esservi stata un tempo comunità di -acqua ed erba tra le due Popolazioni di Ruvo e di Corato. Lo conferma -ciò anche il seguente Registro tuttavia esistente dello stesso anno -1479. - -Giacomo Caracciolo utile Signore in quel tempo della terra di -_Quarata_, e la università, ed uomini di essa esposero al detto Re -Ferdinando che _avendo dicta Terra, et Università et homini di quella -comunità de acqua et herba con la Università et homini de la cità de -Rubo, et quella se usano, et usase gran tempo, et l’uno con li altri -pacifice secundo loro antiqua consuetudine, privilegj et capitoli -mostrase, al presente per Cola Cometta de questa nostra Dohana le si -vogliono innovare cosa non solita, nè seguita per gli altri Officiali -de dicta nostra Dohana, dal che ne seguerea non poco danno et interesse -a dicti exponenti. Unde de ciò ne hanno fatto supplicare vogliamo alla -loro indempnità de opportuno rimedio provedere non se li debbia a dicti -supplicanti innovare cosa alcuna in prejudicio de’ dicti loro capitoli, -privilegj, et consuetudine, per lo dicto Cola, et altri Officiali -de dicta Dohana in la dicta loro comunità de acqua et herba, ante -lassarreli persistere et gaudere si come per lo passato avevano facto, -et al presente fanno in dicta comunità_. - -Sussiegue il Rescritto del Re che si vede inserito alla lettera, col -quale venne ordinato che nulla si fosse innovato contro la esposta -comunione di acqua ed erba. In fine vi è una provvisione del Tribunale -della Regia Camera della Sommaria del dì 12 Settembre 1479 colla -quale fu ordinata la piena ed esatta esecuzione del precitato Real -Rescritto[207]. - - -CONSIDERAZIONI - -_Sulla comunità di acqua ed erba della città di Ruvo con Corato e -Terlizzi._ - -Dal Registro del Re Roberto dell’anno 1310 e 1311 riportato innanzi -alla pag. 144 si è veduto che tra Ruvo e Terlizzi vi era la stessa -comunione di acqua ed erba. Perchè la nostra città è stata una volta -in comunione colle due terre di Corato e di Terlizzi, e non già colle -convicine città di Bitonto, di Altamura e di Gravina? Pare che la cosa -si spieghi da se stessa. In quanto a Terlizzi ch’è alla distanza di due -miglia da Ruvo, basta un solo colpo d’occhio di chiunque non voglia -rinunziare al raziocinio per decidere di esser quella una novella -Popolazione nata nell’antico estesissimo agro Ruvestino, e che quanto -la stessa ha e possiede non può ripeterlo che dalla nostra città. - -In quanto poi a Corato pare che non possa porsi tampoco in dubbio che -sia surta del pari nel territorio di Ruvo, e che il terreno alla stessa -assegnato dal Conte Pietro Normanno dal quale fu edificata sia stato -ritagliato anche dall’agro Ruvestino. Si è innanzi dimostrato che dal -lato occidentale era Ruvo l’ultima città della Peucezia, come Canosa -era la prima città della Daunia che s’incontrava partendo da Ruvo. -Queste due città erano tra loro confinanti, poichè tra l’una e l’altra -non vi era veruna città intermedia, e quel _Netium_ per lo quale si -è fatto tanto rumore, l’ho dimostrato nel Capo I un nome meramente -ideale. - -Corato sta in mezzo tra Ruvo e Canosa, alla distanza però di tre in -quattro miglia da Ruvo e di diciassette miglia da Canosa. A quale -dunque delle dette due antiche città deve credersi che sia appartenuto -quel suolo sul quale si trova Corato edificata? Il buon senso e ’l -raziocinio naturale lo attribuisce alla città più vicina. Ma facendosi -attenzione alla Geografia antica non è questa che una verità di fatto. - -Si è dimostrato innanzi nel capo III che il territorio dell’antica -Peucezia si estendeva fino alla foce dell’Ofanto, e che sulla riva -dritta dell’Ofanto vi aveva la Daunia soltanto la città di Canosa e -’l villaggio di Canne sito nel campo di Diomede reso famoso dalla -sanguinosa sconfitta de’ Romani. È facile da ciò l’intendere che -l’agro Canosino dal lato della Peucezia non poteva, e non doveva -essere molto esteso, altrimenti come avrebbe potuto verificarsi che i -confini di essa si estendevano fino all’Ofanto? La città di Canosa sta -sull’Ofanto. - -Il forte dunque dell’agro Canosino esser doveva sulla sinistra -dell’Ofanto, ove dopo Canosa s’incontrava l’altra antica città chiamata -_Herdonia_, di cui si vedono oggi soltanto gli avanzi, poco lungi dai -quali è surto il meschino villaggio che porta il nome di _Ordona_. Tra -Canosa ed Erdonia non vi era altra città intermedia, poichè Cerignola -che ora sta tra Canosa ed Ordona è una città novella. - -Or tra Canosa ed Erdonia secondo l’itinerario di Antonino vi era la -distanza di venticinque miglia, e secondo l’itinerario Gerosolimitano -di ventisei miglia. Da quel lato dunque ch’era estesissimo innoltrar -si doveva l’antico agro Canosino, e dal lato della Peucezia non poteva -esser maggiore di quello che lo è al presente, nè si può credere mai -che si fosse esteso fin sotto le mura di Ruvo ove fu edificata Corato. - -Dal che ne discende che Corato deve per necessità credersi edificata -nell’agro Ruvestino, e che da questo sia stata risegata quella -dotazione di terreno che fu alla stessa assegnata. Per le premesse -osservazioni pare che debba dirsi lo stesso anche pe ’l territorio -di Andria, almeno per quella parte di esso ch’è dal lato di Ruvo, -giacchè dal lato del Garagnone col quale Andria è confinante, è molto -probabile che vada oggi inclusa nel suo territorio una buona porzione -di quello che apparteneva all’antica città denominata _Silvium_, di cui -ho lungamente parlato nel Capo III, ed ho dimostrato che quell’antica -città era nel sito preciso, ove oggi sta il castello del Garagnone. - -In fatti nella parte estrema delle murge di Ruvo vi è un trifinio che -mette in contatto il territorio di Ruvo quello del Garagnone e quello -di Andria; il che rende probabile che cotesta novella città edificata -al tempo de’ Normanni abbia presa una porzione del suo territorio anche -dall’antico agro _Silvino_, detto oggi _Garagnone_. Cotesto trifinio -è segnato con tre termini lapidei nella parte estrema delle murge di -Ruvo nel sito chiamato _Taverna nuova_ e _Giuncata_ di cui parlerò in -seguito. - -Ritornando ora a quella promiscuità di acqua e di erba in cui la -città di Ruvo era un tempo con Corato e Terlizzi, osservo che simili -promiscuità contratte tra due popolazioni tra loro confinanti sono -sempre partite dal calcolo della reciproca utilità, e dalla uguaglianza -del comodo rispettivo che sarebbe venuto a risultarne. Tale avrebbe -potuto essere la promiscuità che la nostra città avesse per avventura -contratta colla città di Bitonto, Altamura o Gravina provvedute del -pari di un esteso territorio. Ma quale utilità avrebbe potuto ritrarre -dal porre il suo vasto territorio in comunione con Terlizzi e Corato? - -Non aveva la prima, come non ha ora tampoco che un territorio -ristrettissimo, il quale non era fornito di altro pascolo, meno che del -picciolo bosco denominato _Parco di Terlizzi_ ora ridotto a coltura. -Rimpetto al vasto territorio di Ruvo non era questo che un punto -matematico. Rispetto poi a Corato ha la stessa un territorio più ampio -di quello di Terlizzi, ed è provveduta anche di paschi più estesi; ma -non paragonabili affatto a quelli dell’agro Ruvestino. È chiaro quindi -per se stesso che la promiscuità suddetta non la dettò l’interesse, -poichè nulla vi era in essa a guadagnare per la città di Ruvo, ed -in tutti i tempi i Coratini ed i Terlizzesi hanno avuto bisogno del -territorio di Ruvo, non mai i Ruvestini di quello di Corato e di -Terlizzi. - -Tale comunione quindi la dettò unicamente la benevolenza, l’affezione -e l’affinità de’ Ruvestini colle due novelle Popolazioni surte nel -loro territorio, e formate probabilmente almeno in parte dai loro -concittadini che andarono a stabilirsi a Corato ed a Terlizzi. È perciò -che nell’ultimo Registro Aragonese dell’anno 1779 testè trascritto la -Università ed Uomini di Corato dicevano che tal promiscuità la stavano -godendo in forza di _antiqua consuetudine privilegj e capitoli_. - -Le parole _privilegj e capitoli_ nel nostro antico linguaggio legale -valgono lo stesso che _concessione_. Capitoli e Privilegj sono -denominate le grazie accordate dai nostri passati Sovrani alla città di -Napoli ed a tutto il Regno. Ond’è che la stessa Università di Corato -colla sua dimanda innanzi trascritta venne ingenuamente a dichiarare -che la promiscuità suddetta la ripeteva da una concessione della città -di Ruvo. - -Cotesta promiscuità non vi è più da un tempo che sorpassa ogni memoria. -Dovè rimanere disciolta per giusti motivi che s’ignorano. Essendovi -stata però una volta, e formando parte della storia della nostra città, -era regolare indagare i motivi che la suggerirono. - - - - -CAPO X. - -_Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il -Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante._ - - -Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città -avvenuti nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare -la storia della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui -passò questo Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando -I di Aragona nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui -figliuolo primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli -nel dì 8 Maggio dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo -quella procella già preparata che la prudenza e la destrezza del suo -genitore aveva tenuta per qualche tempo sospesa. - -Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati dagli -Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX della sua -Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi. Appena -le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto il Regno si pose -in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi tutto l’Abruzzo alzò -la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono Alfonso, e gli fecero -obliare quella gloria militare che si aveva acquistata in tante guerre -alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la maggior forza di un -Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò quindi il Regno al -suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze, ed andò a cercare -un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò indi a Messina, e -si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita austera. - -Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica; -si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso -odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà. -Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi -col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli. -Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495 sciolse -le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col suo -Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico per -ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto, -perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva -fino a quel punto profondamente dissimulate. - -Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno -suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato -ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli -disposizioni. Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali -erano dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre -ed insolenza disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben -presto in avversione e malcontento. - -In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’ -progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto. -Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile, -cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola -decorò col nome di _Gran Capitano_ prima che le sue operazioni militari -avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo colle -sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi. - -Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile -lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re -di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì -tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia -colle sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con -una fiera battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane -appostate al fiume Taro. - -Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor _Monpensier_ -di Casa Borbone e del Signor _d’Obignì_ di Nazione Scozzese. I -Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia -per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad -eseguirlo, e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni -e venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare -colle sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier -coi Francesi per opporsi allo sbarco. - -Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi, -occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero -festevolmente nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto -anno 1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man -mano i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a -ripigliare Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella -età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496. - -Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo -Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di -rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto -era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione -al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che -per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII -si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla -massima benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito -dalla fortuna. - -Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel suo -paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di tornei -e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e del -Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose -fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli. -Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò -dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo -sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di lui, -e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso da -Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle -di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente -la pecora in bocca del lupo. - -Tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII era stato già conchiuso un -segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato -ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso -stabilito che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a -Federico il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al -Re di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la -Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata -della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli e di -Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria e di -Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l titolo di -Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di essi avrebbe -atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno fosse -stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe -rimasto nel massimo segreto. - -Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu -da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito -di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete -istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche -un tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal -Re Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle -per la sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso; -ma in realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista -di quella porzione del Regno che col segreto trattato era stata -attribuita al Re di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il -buon Re Federico assai degno di una sorte migliore. - -Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re a -discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, _Arduum -est eodem loci potentiam et concordiam esse_[208]. Nel segreto trattato -non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le -Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro -e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia, -a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle di -Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti gli -voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata. - -A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè -ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia -ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata _Puglia Daunia_, -come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo tardi erano -venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto la volevano -per loro. - -Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi -onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero -ed ottennero un colloquio tra il Duca _di Némours_ Vicerè di Luigi -XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla -però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse -attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse -innovato contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di -Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo -accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente -rilasciata la Capitanata. - -Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la -Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche -città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli -rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre -furono occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e -con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di -poterlo impedire[209]. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche -dai Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante -per la guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti -e di cavalli sotto il comando del Signor _de la Palisse_, il quale -aveva sotto li suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli -avvenimenti che passo ad esporre. - -Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi, -ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi -la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli -Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal -vantaggiosa posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi -di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè -occasione ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad -incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici. - -Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere -chiamato _Carlo de Togues_ intitolato _Signor de la Motte_. Mentre -stava costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito -Spagnuolo con disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca -Cavaliere Capuano che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi -Italiani sotto il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta -al nome Italiano mandò al _Signor de la Motte_ quella disfida, a cui -susseguì il famoso combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi -usciti da Ruvo, ed altrettanti Italiani usciti da Barletta, il quale -ebbe luogo in un campo designato tra Andria e Corato poche miglia lungi -da Ruvo. - -L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece -apprendere che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere -gl’Italiani superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l -valore. Per eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso -fu sul luogo istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo -con analoga iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più -volte nella mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza. -Ora però non vi è più. - -Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che hanno -occupati que’ luoghi[210]. Se la cosa va così, non hanno potuto essi -certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le -notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi -riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali -che Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento -tanto per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non -si pensi affatto! - -Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, Paolo -Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però ne -hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso -non che la intera corrispondenza di lettere tra _Ettore Fieramosca_ e -’l Signor _de la Motte_ si ha da un libriccino stampato o piuttosto -ristampato in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo -stile non elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato -presente ai fatti che ha fedelmente riportati. - -Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho -avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare -Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono -determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico -per un doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il -moltiplicare le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte -le circostanze di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo -perchè i preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben -può dirsi che formano parte della storia di essa. - -Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento, -quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto -rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate che -vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini, -dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli -Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta -ben fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad -encomiare la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando -tutte le privazioni ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva -a bada colla speranza di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente -racconto, il quale per altro pecca di poca esattezza in diverse -circostanze che non mancherò di rilevare. - -_In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e -per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli -che fino a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di -Castellaneta, Terra vicina a Barletta[211] disperati per i danni ed -ingiurie che pativano da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano, -prese popolarmente l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo -avendo notizia che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie -e trecento fanti alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta -dodici miglia[212] faceva guardie negligenti, uscito una notte da -Barletta, et condottosi a Rubos, et piantate con grandissima celerità -le artiglierie, le quali per essere il cammino piano aveva facilmente -condotte seco, l’assaltò con tale impeto che i Francesi i quali si -aspettavano ogni altra cosa, spaventati dall’assalto improvviso, fatta -debole difesa, si perderono rimanendo cogli altri Palissa prigione, e -’l giorno medesimo se ne ritornò Consalvo a Barletta, senza pericolo di -ricevere nel ritirarsi da Nemurs, il quale pochi dì innanzi era venuto -a Canosa, danno alcuno, perchè le genti sue alloggiate per tenere -Barletta assediata da più lati, e forse per maggiore loro comodità in -più luoghi, non poterono essere a tempo a congregarsi._ Passa dopo ciò -a riportare il già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri -Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di esso come di un fatto -posteriore alla espugnazione della detta città di Ruvo[213]. - -Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima -nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa -fu vivissima, e ’l Signor _de la Palisse_ che gli comandava non merita -di essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre -presente nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche -ferito. La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata -quando il Duca di _Némours_ era già ritornato a Canosa, mentre questi -era partito per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare -la ingiuria fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo -profittò della di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta -per tentare sulla città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così -bene. - -La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento -de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla -espugnazione della nostra città, mentre non vi può esser dubbio -che l’abbia preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la -circostanza che i tredici Cavalieri Francesi furono scelti dalla -cavalleria che stava alloggiata in Ruvo, la quale dappoi colla presa -della città rimase prigioniera di guerra, come lo stesso Guicciardini -lo ha detto. Andiamo dunque a rettificare cotesti errori colla -testimonianza di altri Scrittori meglio informati de’ fatti allora -avvenuti. - -Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già detto -famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti -Italiani, passa a dire che mentre il Duca di _Némours_ stava sotto le -mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini, -gli pervenne un messo. _Is attulerat Consalvum Barolo profectum Rubos -ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione -certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito, -noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones -Barolitanos non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos -advolavit. Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut -prostrato ingenti ruina muro[214], collata veluti acie dimicaretur, -et non uno in loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur. -Certatum est per septem horas summa contentione; nam Palicia infracto -animo, ubi periculum posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat. -Cum pro vallo cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus -opposuisset, et per sagittarios Vascones idoneis locis dispositos -crebra vulnera subeuntibus inferebantur. Sed ipso demum Palicia -vulnerato, et cataphractis incumbentium hostium impetu pondereque -prostratis potius, quam interfectis, Hispani in oppidum irruperunt: cum -alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri coronam cepissent. -Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit Francisci -Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ decus -datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus muri pinnam -apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis, reliqui -Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter ceteros -Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta Hispano, qui -ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens, in officio sibi -permanendum esse censuerat._ Passa poi a dire ciò che Consalvo fece -dopo, del che si parlerà in seguito[215]. - -Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni, -e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di -Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la -immortalità con un suo Poemetto intitolato _Consalvia_, il quale servì -solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore -Grammatico. È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale -n’è stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali -era stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento -de’ tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne -a Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi -avuti dai Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza -del Duca di _Némours_ per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la -fazione seguita a Ruvo ne’ seguenti termini: - - _Ipse quoque interea ne duceret ocia noster_ - _Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,_ - _Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat_ - _Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,_ - _Deque sagittifera numero bis gente ducentos._ - _Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,_ - _Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,_ - _Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes_ - _Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,_ - _Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,_ - _Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes_ - _Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem_ - _Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,_ - _Urbe manu forti nostri potiuntur adepta._ - _Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,_ - _Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,_ - _Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,_ - _Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ._ - -Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che -Spagnuoli, i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a -dire - - _Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit_ - _Strenuus, atque acer muris insignia primus_ - _Intulit, et sociis aditus reseravit apertos._ - _Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti_ - _Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente_ - _Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,_ - _Et conjecta super tot vertice tela repellis,_ - _Judicioque tuo melius mutata repente_ - _Hostibus oppressos diffregit machina muros._ - _Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam_ - _Margariton meruit per fortia prœlia laudem_ - _Inter Parthenopes juvenes non infima fama._ - _Exportata Rubis igitur quam maxima præda_ - _Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis_ - _Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens_ - _Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,_ - _Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,_ - _Et quæcumque fuit victis ablata supellex._ - _Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire_ - _Obsessi ducant si de obsidione triumphos._ - -Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo -di andare a cercare il Duca di _Némours_ passando più oltre, ma ne fu -trattenuto dal seguente riflesso: - - _Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc_ - _Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,_ - _Proregemque sequi, qui signa minantia contra_ - _Castellaneti tunc mœnia versa ferebat._ - _Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,_ - _Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,_ - _Verteret in rixas victricia castra suorum_[216]. - -Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie -del Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di -affrettare il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con -tutte le truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di -_Némours_ che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il -Guicciardini nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il -quale seguita a dire: _Sequentique die, non plane toto direpto oppido, -eadem usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius, -qui ex itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu, -festinanter adventabat, de Paliciæ calamitate doceretur_. - -Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia -di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo -stesso modo. _Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da -Barletta, e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi, -luogo importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi -Monsieur de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si -mosse verso Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio -che gli aveva dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando -quello ch’era avvenuto._ - -_Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria, -e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto -prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto -questo se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza_[217]. - -Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è -detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il -Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto -morale, poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che -commise Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro -città occupata dai Francesi non già perchè fossero stati questi da -essi chiamati, ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe -dovuto opporsi a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in -Barletta, e fu ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai -vantaggi riportati non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era -facile l’annientare la poca forza che gli era rimasta. - -Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la città -di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor _de la Palisse_, e dai -soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco -e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche -gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La -vittoria riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò -che apparteneva ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le -sostanze de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche -delle vittovaglie, del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era -necessario alla vita, come non senza una positiva impudenza glie ne ha -fatto un vanto il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto -di menare prigionieri a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui -combattuto per estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di -tutto, come ci fa anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato. -Quale viltà! Qual sordidezza! - -Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato -Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono -quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve di -una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio -dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella -povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua -soldatesca? A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua -cassa vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa? - -La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente -cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto -di vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi -citato che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando -ciò che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche -la guerra però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’ -riguardi che son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare -non deve operare come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli -capita nelle mani. - -Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado -gl’importanti servigj resi _per fas et per nefas_ a Ferdinando il -Cattolico, ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta -nel Regno di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una -umiliante oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il -caso. Vi concorre sovente anche la mano occulta della Provvidenza che -confonde la superbia degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata -pena. _Non enim_ (diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) _approbatum -est non esse curæ Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo -casus, eventusque rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque -noscantur_[218]-[219]. - -Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico -siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della -iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che -l’Eroe dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj -però de’ grandi Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano -destramente o si passano sotto un prudente silenzio; ma non si -esaltano, ma non si encomiano e si applaudiscono come ha fatto il -Cantalicio senza veruna dignità e contegno. - -Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore -della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in -quel tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la -Pirateria come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella -dedica che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo -stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella -bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. _Decebat propterea -me tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis -immortalitatem consequi!_ Il merito di un concetto di tal fatta lo -valutino quelli Uomini rispettabili che sono investiti della stessa -alta Dignità Chiesastica. Andiamo innanzi. - -In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città -di Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva -venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento, -e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso -con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’ -servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò -tutti i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche _Civitas Rubi -Provincia Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque -reddititus feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus, -vineis, olivetis, jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis, -tenimentis, territoriis, querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus, -silvis, redditibus, bajulationibus etc._[220]. - -A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella -per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno. -Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero -Carafa. _Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus -vaxallis, bajulationibus_, e con tutte le altre clausole generali. -Su di questo contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato -l’assenso nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo -1520 si ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al -Conte Antonio Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno -1523 risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo -figliuolo[221]. Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra -città non essendo uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia, -non interessa conoscere la serie degl’individui di essa che l’hanno -posseduta in feudo fino ai nostri giorni. - -L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano gli -altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior -numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la -nostra città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono -gl’intollerabili abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati -Abruzzesi del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e -di eccessi che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa. -Da queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed -ogni industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra -città spogliata de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni -e depredazioni che la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo -fallimento. - -Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in -due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte -della storia della nostra città, non possono essere trasandati. -Chiamandomi essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di -quella Popolazione sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti -risultati dalla conculcazione di essi, è utile che siano queste cose -conosciute dai miei concittadini tanto presenti che futuri. - -Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono -le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno spesso -risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente -ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul -territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi, -quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale -che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che -avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi. - -Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca -previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato -le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto -che soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe -torto. È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista -esperienza, poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di -Cordova di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono -stato. Oltre i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano -i Francesi in una città ben fortificata _Qui tunc fortissima habebat -castra Rubis_, si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non -poterono altrimenti penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di -muraglia sotto i colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri -punti colla scalata. - -Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte guarda -il _sud_ ed in parte l’_est_, il quale era rimasto allora forse -danneggiato, si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione -però di esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e -bastioni che cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le -mura del già detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono -solidissime e rivestite al di fuori di pietre quadrate ben connesse e -ben lavorate, a differenza dell’antica muraglia, la quale era formata -per lo intero di fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto -dalle torri, delle quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre -quadrate. Ma coteste torri insiem colle mura, tranne solo qualche -piccolo pezzo che n’è rimasto, son oggi scomparse del tutto. - -Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni -merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche -porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi e -solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era -chiamata _Portanò_ che può corrispondere o a _Porta nuova_, perchè -di nuovo riedificata, o piuttosto a _Porta di Noja_, perchè di là -si usciva per prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di -Bari[222]. Delle dette porte della città era questa la più solida e -meglio fortificata. Aveva anche la così detta _Saracina_ per mezzo -della quale poteva rimaner munita di una seconda porta ferrata ad un -solo pezzo che sarebbe discesa colle catene dalla parte superiore -dell’edificio. Vi era su di essa lo Stemma della città sotto del -quale si leggeva il seguente distico non senza ragione motteggiato di -ampollosità dal Pratilli: - - _Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,_ - _Si modo non eadem splendida fama patet._ - -Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le -quali fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore -all’aggressione di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi -era anche una fortificazione ben solida con delle feritoje e colle -statuette de’ tre Santi Protettori della città S. Cleto, S. Biase e S. -Rocco ch’è il più venerato dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed -è da essi onorato di una sontuosa festa[223]. - -Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica -casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra -riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala -scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle -pubbliche carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi -consisteva in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica -annona. Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta -suddetta della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una -porzione di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla -convocazione de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e -Giudice locale amministrava la Giustizia civile e penale. - -La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano -la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali -sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di -quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le -beccherie che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra -fu formato uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio -utilissimo alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in -Ruvo fino al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È -ora andato in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che -prima erano in pratica. - -La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini -dell’anno 1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa -diroccata. Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza -del Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative -superiori, da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime -si spacciò il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non -senza un grave pericolo avrebbe potuto lasciarsi così. - -Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava aver -occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci -secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri -cittadini che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si -cominciò a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera -circolazione dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute -degli abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si -passa volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione -gli antichi abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della -collina, ove fu da principio la città edificata, e formarsi nuove -abitazioni più al basso di essa. - -Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità -essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla -nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati -Magistrati Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel -potere di decretare ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia -di tutti i tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore -che si è potuto fare ad una città è stato quello di atterrarle le -sue mura e le sue Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava -il nome di città soltanto a quella, _quæ muris cingitur_[224]. Le -mura e le Porte delle città furono da essi considerate come luoghi -_sacri_ ed intangibili[225]. Ci tocca ora ammirare la moderna sapienza -distruggitrice di quelle mura, e di quelle Porte che hanno tante volte -salvate le città dai più gravi disastri! E si stanno smaltendo queste -frottole mentre la città di Parigi che ha un milione di abitanti ed un -circuito immenso si sta attualmente cingendo di muraglie e di bastioni! - -Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi -dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi parlato. Le -fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. Avendo -perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta della città -che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario -abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta -colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno -de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo -presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in -luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata -Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati -incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata -della novella casa comunale che guarda il largo denominato di _Porta -di Noja_. Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza -i veri pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile -territorio che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti -sono i seguenti. - - _Hospes, me Græci quondam tenuere coloni._ - _Antiquas inter non certe ignobilis urbes,_ - _Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes_ - _Excolui, quod sculpta[226] probant, et picta decore_ - _Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis._ - _Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,_ - _Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina._ - _Ægrotos sano[227], validorum corpora firmo._ - _Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam._ - -Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare -era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati -sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto -per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò alla -Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio, si -pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia e -più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo, -e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia -_Avitaja_, ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque -cotesto edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno -spendendo bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed -adattarlo agli usi dell’Amministrazione comunale. - -Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione -della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi -determinato di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le -subastazioni. Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio, -che non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse. -Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora -al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose de’ -Comuni. - -Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel Grande -Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi -nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno -1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la Università -di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di Terlizzi -dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale nel dì 24 -Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze relative all’esame -testimoniale che si stava compilando[228]. - -Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio -suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso -condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente -riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi -fiscali[229]. Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano -siti perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate. -Pruova però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni -de’ Terlizzesi. - -Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i -soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università -nelle case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il -privilegio di esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi -che avessero voluto, e farlo _Camera riservata_. Era questo il vocabolo -col quale era tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre -a smugnere il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più -giù anderemo a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo -carissimo un tal favore. - -Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e Conte -di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte di Lemos -Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini di Ruvo -aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua _Camera riservata; et -volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai -Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia_[230], dimandò quindi il -permesso che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò -che dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa -sull’assunto non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del -dì 5 Giugno accordò tal permesso. - -Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico -parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja _Governatore e Giudice -Baronale_, al quale era vietato dalla legge di prender parte in un -atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento -suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini. -Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo stesso -affare, e nulla si era combinato perchè _l’offerta fatta a detto -Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in -conto alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita -venire alla detta transazione_. - -Pose in veduta quanti _disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà -si taceno_, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del -detto alloggio, e propose che si fosse fatta _all’Illustrissimo Signor -Duca nostro Padrone_ una offerta più vantaggiosa. La deliberazione -presa fu che si fossero al Duca offerti ducati diecimila _con queste -condizioni e patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig. -Duca, e Conte di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, _quod -absit_, venessero a vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et -affittare questa Città di Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone, -creditore, o affittatore non ne venesse a fare camera perpetua, o non -ne potesse fare camera, o per volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia -altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ a non essere Camera -ordinaria questa Città, onde ne patisse alloggiamenti ordinarj, o -vero contro la forza di questa convenzione detto Illustrissimo Sig. -Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera ordinaria -perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per qualsivogli -altro che potesse occorrere _de jure et de facto_ questa Città ne -venesse a patire detti alloggi ordinarj, che _tunc et eo casu, imo ex -nunc prout ex tunc_ detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare -di restituire detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti -e da patire a questa università_. E poichè li detti ducati diecimila da -offerirsi mancavano, fu risoluto anche di contrarsi un debito. - -Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo -stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle -imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università -montavano ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del -pane che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto -per annui ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non -ampio della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti -coll’annualità al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque -della nostra città non era affatto felice. - -Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione -presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con sua -decretazione del dì 4 Settembre rispose _Regia Camera Summariæ de -supplicatis se informet, et referat_. Si presentò il Duca a quel -Tribunale, giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno -di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di -guadagno. Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio -Assenso si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra -il Principe di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese -di Morcone e la Università di detta Terra. Allegando questi due -esempj insistè che fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la -convenzione fatta tra lui, e la città di Ruvo. - -La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale, -con sua _Consulta_ del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè che stanti -li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe -potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata tra il -Duca d’Andria e la Università di Ruvo _per la somma però di ducati 8000 -_tantum_ e non più_. Soggiunse bensì _Non lasciando però di dire a V. -E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare questa -porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna -Prammatica, o ordine che _ex nunc in antea_ non si facciano simili -accordi, et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle -Università_[231]. - -Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta -osservazione, giacchè il novello debito contratto dalla nostra città -per tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali -estorsioni che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse -a quella rovina di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a -ragionare del dritto del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino, -e de’ gravissimi abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali -rovinarono l’agricoltura non meno che la pastorizia della nostra povera -città. - - - - -CAPO XI. - -_De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro -Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti._ - - -Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si -propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a -dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi -che dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la -estiva stagione, scendevano nell’inverno nella Regione più temperata -della Puglia. Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti -stipulati con particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste -compre vennero eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata -di corrispondere a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano -presi un’annua rendita determinata proporzionata al valore dell’erba -rispettivamente ceduta. - -Gli erbaggi a tal modo acquistati per la dotazione del Tavoliere -presero varj nomi. Altri furono chiamati erbaggi _ordinarj_, altri -_straordinarj_, altri _soliti_, altri _insoliti_ _etc._ Alcuni di essi -furono destinati al _ristoro_ degli animali, ed altri al _riposo_. -Rimetto agli Scrittori della materia Doganale la spiegazione di cotesti -vocaboli. Per l’argomento che mi ho proposto interessa conoscersi cosa -essi intendono pe ’l dritto di _riposo_. - -È lo stesso così definito: _I riposi sono alcuni paschi che da luogo -in luogo sono stati comprati dalla Regia Corte affinchè nel viaggio -che fanno le pecore nel mese di Settembre e di Ottobre dal Sannio in -Puglia, e per opposto, possano ivi a spese della Regia Corte che ne -paga il prezzo ai padroni, per tre o quattro giorni, e secondo sarà -necessario, comodamente riposarsi, conforme nota il Reggente Moles_ -De Dohana Menæpecudum Apuliæ §. _8 n. 52 e 53. I menzionati riposi si -connumerano tra gli erbaggi ordinarj e straordinarj soliti, e non solo -servono alle pecore come le taverne ai passaggieri; ma quei che sono -più vicini al Regal Tavoliere furono istituiti, affinchè dette pecore -non abbiano immediatamente bisogno di entrare a scommettere l’erba di -detto Regal Tavoliere: ma possano aspettare il ripartimento generale -per entrare a godere quelli erbaggi che dal Doganiere saranno loro -prescritti_[232]. Dal che è facile vedere che di tutti i diritti del -Tavoliere il _riposo_ è il meno pesante per i proprietarj de’ fondi, -come quello che si riduce al pascolo per un tempo molto limitato. - -Ha preteso il Tavoliere che per effetto di un contratto passato tra -il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca di Venosa e di -Minervino, e Conte di Ruvo di cui innanzi si è parlato nel Capo IX -abbia acquistato un doppio dritto sul territorio di Ruvo. Il primo fu -quello di pascere l’erba di quel bosco feudale dal dì della Vigilia -del S. Natale fino al dì otto Maggio di ciascun anno. Il secondo fu il -dritto di _riposo_ sulle murge di Ruvo. - -Pe ’l primo di questi due dritti non vi fu mai quistione. Il secondo -Stefano de Stefano lo dà per sicuro, e quindi nel luogo testè citato -tra i principali riposi del Tavoliere annovera _le murge di Minervino, -Andria, Quarata, Ruvo e Bitonto in Terra di Bari_. La Casa d’Andria -però ha sempre rispetto alle murge di Ruvo opposta a cotesto dritto -un’acre resistenza, come anderemo più giù a vederlo. - -Ma dato anche per vero ciò che dice il precitato Scrittore, il dritto -del Tavoliere avrebbe potuto colpire la sola contrada delle murge detta -da Strabone _montosa et aspera_, ed essere limitato al solo _riposo_, -cioè al trattenimento di pochi giorni nel passare le pecore per que’ -luoghi tanto nel venire dagli Abruzzi, quanto nel far ivi ritorno. - -A tutt’altro modo però veniva cotesto preteso dritto esercitato dai -Locati Abruzzesi, sia per la resistenza che trovavano nelle murge dal -canto del Barone, sia per quelle soverchierie, alle quali soggiace -sempre il più debole. Si gittarono essi sul rimanente demanio fuori -delle murge più vicino all’abitato, e sicuramente comunale, ove stavano -e stanno tuttavia le numerose masserie de’ cittadini. Vi si fermavano -per tutto lo inverno, e lo ingombravano con tante pecore che ai poveri -proprietarj delle masserie suddette non lasciavano un filo di erba per -lo sollievo de’ loro animali! - -Cotesto ristucchevole abuso lo contesta un processetto che si conserva -nel grande Archivio. Nell’anno 1509 la città di Ruvo spinta dalla -disperazione diè un ricorso al Vicerè di quel tempo D. Raimondo -di Cardona, e dimandò il permesso di chiudersi nel suo demanio una -mezzana, o sia difesa per lo pascolo de’ bovi aratorj. Giova recare i -precisi termini del ricorso suddetto per vedere a quali strettezze i -Ruvestini erano ridotti da cotesta abusiva invasione. - -_Illustrissimo Signore — Per essere lo territorio de la cità vostra -de Rubo[233] molto de bisogno a la Regia Dohana che se ne serve per -restauro, in detto territorio veneno tante pecore che al bestiame -de la cità non resta da pascere cosa alcuna, et tutto loro bestiame -se more de fame per non restarli uno filo de herba, ed è loro ultima -desfazione. Et perchè in le altre Terre de Puglia resta alcuna meczana -per lo bestiame de li citatini per concessione ne teneno, et non ce -stanno tante pecore, quante in Rubo; per tanto supplica Vostra Signoria -Illustrissima proveda che per uso del bestiame de li citatini li -conceda una meczana in loco appartato de le pecore che possano usarla -per loro uso, senza che lo bestiame de ditta Dohana li dona impaczo; -altrimenti detta cità vene a ruinarse per non possere manutenere loro -bestiame per le vettuaglie fanno li citatini, et se veneriano a morire -de fame, et patere grandissima penuria. Et è cosa solita concederese a -le altre Terre dove pratica la Dohana, ut Deus._ - -Il Vicerè con sua decretazione del dì 17 Dicembre 1509 rinviò -cotesto ricorso alla Regia Camera della Sommaria per le provvidenze -corrispondenti. Quel Tribunale con sua provvisione del dì 19 del detto -mese ed anno diè al Doganiere di Foggia li seguenti ordini. _Vi dicimo -et ordinamo che al recepere de epsa, essendo così come se expone, -vogliate provedere de donare a dicti exponenti tanta mezana in loco -appartato de le pecore per uso de loro bestiame, et provedere che -possano quella usare senza che lo bestiame de dicta Dohana le abbia a -donare impaczo, de modo che dicto loro bestiame non venga ad perire per -non avere herba._ - -Il Doganiere di allora _Annibale Caput_ tenendo presenti la dimanda -a lui diretta dalla città di Ruvo, la trascritta Provvisione della -Regia Camera, e le dilucidazioni a lui date sull’assunto da un suo -Incaricato, con lettera del dì 13 Febbrajo 1510 diretta _Egregiis -viris Sindico Universitatis et hominibus civitatis Rubi nobis tanquam -fratribus carissimis_, fece loro sentire ciò che siegue. _Et perciò -noy ordinamo per l’allegata ad Alfonso de Civita Ducale Officiale de -questa Regia Dohana de Puglia, quale tenemo in quella espressa cità -per servizio de la Regia Corte, ve voglia consignare il loco de dicta -mezana, cioè dal muro recluso per derecto fino a la Cappella. Et da -l’altro capo de dicto muro fino al arbore de la mendola, la quale -mendola haverà ad restare fore. Et da la dicta amendola per quatro -referendo a dicta Cappella. Quale territorio, seu mezana porrite -farvela serrare et conservare per lo effecto predicto, et se in dicti -confine nce fossero altre confine più volgare et declarative, ne li -farite intendere per mezo de dicto Alfonso, aczò quando ve ne farimo -spedire la patente per più cautela et quiete vostra, nce lo possiamo -declarare_[234]. - -Ecco come fu eretta la Difesa della nostra città nella contrada -demaniale denominata lo _sterpeto_ volgarmente detta _strappete_. -Ma non poteva questa supplire al bisogno degli animali addetti alla -coltura, e sparsi sulla superficie di un demanio vastissimo. Come -menarsi cotesti animali a pascere da un punto all’altro di esso ed -alla distanza di più miglia? Debbono essi dopo il travaglio avere -il necessario ristoro nel luogo istesso ove lavorano il terreno. La -necessità obbligò i Ruvestini a scuotere il giogo durissimo de’ Locati -Abruzzesi. Da per tutto nelle masserie di semina furono chiusi i parchi -e le mezzane indispensabili agli animali addetti alla coltura. - -Gl’ingordi Abruzzesi incominciarono a strepitare e gridare _alla -usurpazione_, mentre non era questa che una giusta reazione contro -l’abuso e la soverchieria. A tutt’altro modo però guardarono la cosa -due Magistrati Fiscali spediti nelle Puglie con incarico di rintegrare -al Regio Tavoliere tutto ciò che fosse stato usurpato a danno dello -stesso. Furono questi il Luogotenente della Regia Camera della Sommaria -D. Francesco Revertera Spagnuolo di Nazione, e ’l Presidente D. Alfonso -Guerrera. Gli schiamazzi de’ Locati Abruzzesi contro i Ruvestini fecero -incomodare cotesti Signori a conferirsi di persona nel territorio -di Ruvo. Quindi tra le altre operazioni da essi fatte vi fu anche il -seguente Decreto pubblicato in Foggia nel dì 5 Marzo 1549. - -_Super parchis et clausuris civitatis Ruborum, die 5 Martii 1549 -in Terra Fogiæ. Viso territorio civitatis Ruborum, et visis oculari -inspectione dictis parchis et clausuris. Visa etiam provisione alias -facta per Regiam Cameram Summariæ sub die 20 Septembris 1517 Regia in -Curia VIII fol. 104. Fuit provisum et decretum, prout præsenti decreto -providetur per Excellentem Dominum Franciscum Reverterium Regium -Consiliarium Regiæ Cameræ Summariæ Locumtenentem, ac per Magnificum -Dominum Alphonsum Guerrerium ejusdem Regiæ Cameræ Præsidentem et -Commissarium Generalem in Reintegratione Dohanæ Menæpecudum, deputatos -per Illustrem Dominum Regni Proregem, quod omnia parca et clausuræ -constructa et constructæ pro usu herbarum in dicto territorio -demoliantur et aperiantur, atque in eis libere pasculari possint tam -pecudes et animalia Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis; atque de cetero -nullatenus fiant parca, neque clausuræ. Ea vero parca et clausuræ quæ -sunt pro vineis, olivetis et amygdaletis remaneant pro usu civitatis -et ejus civium, et de cetero non fiant parca, et clausuræ pro dicta -causa, neque amplientur, atque in loco ubi est tracturium dictæ Dohanæ -Regiæ, aperiantur et ibi possint animalia Regiæ Dohanæ pasculari -et immorari prout opus fuerit. Quo vero ad parcum jumentorum, sive -equorum Excellentis Comitis Ruborum fuit provisum quod supersedeatur -donec fuerit facta relatio Illustrissimo Domino Proregi, juxta -decretationem factam in calce memorialis oblati S. E. pro parte dicti -Comitis. Mezzana vero constructa in dicto territorio pro usu et pascuo -bobum aratoriorum dictæ civitatis et civium, remaneat[235], et quod -nullatenus possit ampliari, et quod illa parca, et clausuræ, quæ -factæ sunt causa seminandi frumentum, et alia victualia, recollecto -semine aperiantur, et in restopiis, et nocchiariis possint pasculari -Regia Dohana, et animalia dictæ civitatis. Hoc eorum in scriptis -interponentibus decretum. Lectum latum etc._[236]. Questo decreto è -riportato anche dai Scrittori Doganali. - -Se il trascritto decreto non formasse parte della Storia e de’ Registri -del Tavoliere, stenterei a credere che realmente sia stato lo stesso -emesso in un Paese riputato sempre per la sapienza de’ suoi Magistrati! -Non è lo stesso a ben definirlo che un tristo monumento d’ingiustizia -e di barbarie, poichè ammesso anche il _riposo_ preteso dal Tavoliere, -una servitù costituita sulla sola contrada delle _murge_ non si poteva -estendere a tutto il Demanio Ruvestino, ed un dritto di sua natura -limitato al pascolo di pochi giorni, non si poteva e non si doveva -renderlo illimitato ed arbitrario. - -Non minore fu la barbarie nell’essersi pronunziata la distruzione -dell’agricoltura coll’essersi disfatti i parchi indispensabili al -ristoro de’ bovi aratori, coll’essersi vietate le novelle piantazioni -di vigne, di mandorle, e di ulivi che costituivano e costituiscono le -ricche produzioni del territorio Ruvestino, e coll’essersi lasciato -alla discrezione delle bestie quel terreno fertilissimo che la Natura -ha destinato al nutrimento degli uomini! Cotesto decreto che pecca -della più ruvida barbarie fa un’onta positiva agli autori di esso. - -Nè quì si arrestarono i malanni ch’ebbe la nostra città a soffrire per -questo lato. Si è detto innanzi che il Regio Tavoliere aveva acquistato -da Pirro del Balzo Duca di Venosa e Conte di Ruvo il dritto di far -pascere dagli animali de’ Locati l’erba del vastissimo Bosco di Ruvo -dal dì della Vigilia del S. Natale fino al dì otto di Maggio, mediante -il pagamento di annui ducati cinquecento. Si era così fatto perchè -avesse potuto il Barone fino alla Vigilia di Natale far pascere la -ghianda che lo stesso produceva in gran copia. Era però ciò fastidioso -all’Amministrazione del Regio Tavoliere, perchè gli animali porcini -ch’entravano a pascere le ghiande maltrattavano l’erba. Si volle torre -questa suggezione. Piacque al Governo di acquistare in modo assoluto -l’erbaggio vernino del bosco suddetto, e disporre di esso a suo piacere -col pagare al Conte di Ruvo anche il prezzo della ghianda. - -In un pubblico strumento del dì 17 Marzo 1552 stipulato dal Notajo -Sebastiano Canore di Napoli si costituirono da una parte il Vicerè -allora di questo Regno D. Pietro di Toledo e dall’altra il Conte di -Ruvo D. Fabrizio Carafa. Dichiarò quest’ultimo che possedeva in feudo -_quoddam nemus situm in pertinentiis dictæ civitatis Ruborum juxta -suos veriores confines, pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia -Curia annuatim pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit -eidem excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, -in quo nemore non possunt intrare pecudes nisi in vigilia Nativitatis -Christi anni cujuslibet._ - -Si seguitò a dire che la Regia Corte voleva acquistare totalmente -l’erba vernina e la ghianda del Bosco suddetto con piena facoltà di far -entrare in esso a pascere gli animali nel dì 15 Settembre di ciascun -anno fino al dì di S. Angelo del mese di Maggio, mediante il pagamento -di altri annui ducati mille dugento cinquanta. Essendosi tal proposta -accettata dal Conte di Ruvo, vendè costui alla Regia Corte per annui -ducati 1250 _dictum jus glandium, herbam et pascuum, ac jus aquandi, et -pernoctandi, et omne aliud jus spectans, et pertinens, et quod spectare -et pertinere posset in dicto nemore ex nunc in antea, et in perpetuum -tenere et possidere, et in dictum nemus quolibet anno intrari facere -pecudes, et alia animalia quæcumque a dicto die 15 Semptembris anni -cujuslibet, et tenere per totum diem festum S. Angeli de Mense Maj, -ut supra, dictisque herbis, pascuo, et glandibus, et aquis in dicto -nemore existentibus gaudere, et uti frui, atque vendere, et alienare, -et aliter disponere pro ipsius Regiæ Curiæ arbitrio voluntatis, absque -contradictione et obstaculo aliquo et impedimento etc._ Quindi nel -bosco suddetto vi rimase una promiscuità di diritti tra la Regia Corte -e ’l Barone. La prima rimase padrona assoluta dell’erba vernina e della -ghianda. Seguitò il secondo a ritenere l’erba estiva e ’l taglio delle -legna non fruttifere di ghianda. - -I cittadini di Ruvo avevano il dritto d’immettere a pascere i -bovi aratorj nel bosco suddetto. Cotesto dritto lo aveva reso -importantissimo il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 -innanzi riportato. Il bosco di Ruvo era, come lo è tuttavia circondato -dalle masserie di semina allo stesso adiacenti. Aperti e vietati dal -decreto suddetto i parchi e le mezzane per l’uso de’ bovi aratorj che -si erano in esse formate, questi poveri animali trovavano almeno un -ristoro nel bosco, ove si lasciavano la sera dopo il travaglio. Ma -questo sollievo fu anche tolto ai medesimi. - -Pietro di Toledo volle esimere il bosco anche da questa suggezione -comunque garantita dalla Natura e dalla legge. E ciò che più sorprende, -cotesto dritto sacro de’ cittadini di Ruvo rimase abolito con un tratto -di arbitrio, senza essersi intesi neppure i Rappresentanti di quella -città! Si legge nel detto strumento dell’anno 1552 anche il seguente -articolo: _Itaque nullum genus animalium possit nemus ingredi elapso -die 15 Septembris, nisi tantum animalia Dohanæ in locationem intrantia. -Verum pro usu bobus dictæ universitatis solitis ingredi, et pasculari -in dicto nemore tempore hyemali, amplietur defensa magna, seu partem -etc. dictæ universitatis, ut dicto tempore hyemali possint supradicta -animalia dictæ universitatis commodius pasculari._ - -Convenne però ubbidire. Quindi l’ampliazione della difesa comunale -eretta nell’anno 1510, come innanzi si è detto, venne eseguita con -decreto del Collateral Consiglio del dì 26 Ottobre 1552, dal quale -risulta che la detta antica difesa di carri quattordici rimase ampliata -di altri carri ventisei e fu portata a carri quaranta. Questo decreto -è riportato dal Sig. _de Dominicis_ nel suo libro sulla Dogana di -Puglia[237]. - -Il compenso dato alla città di Ruvo per la perdita di un dritto tanto -interessante per i suoi cittadini fu veramente generoso! Le fu permesso -ciò che non poteva per giustizia esserle negato, cioè l’ampliazione -della difesa in quella parte del demanio ch’era indubitatamente di -qualità comunale, ed era quindi nel dritto di tenerla aperta o chiusa -come meglio avrebbe creduto conveniente ai suoi interessi ed alla sua -economia! - -Cotesto compenso però meramente illusorio non alleviò per nulla il -gravissimo discapito che vennero a risentirne i poveri proprietarj -delle masserie di semina dalla perdita del pascolo del bosco per i -bovi aratorj. Cosa giovar poteva l’ampliazione dalla difesa comunale a -quelle masserie che nel massimo numero erano a più miglia di distanza -da essa? Li bovi aratorj debbono avere il loro ristoro sul luogo -istesso ove travagliano. Non possono essere inviati a paschi lontani -con defaticargli vie più, e col torsi al lavoro della terra quel tempo -che occorre per andare e venire. Fu questo a buon linguaggio l’ultimo -crollo che ricevè la industria de’ Ruvestini. - -Per altro lato il già detto ideale compenso durò anche ben poco. -L’appoggio, debolissimo per altro, della difesa comunale venne anche a -mancare. La povera città di Ruvo oppressa per un lato e smunta dalla -prepotenza Baronale, ed angustiata per l’altro dalle circostanze -del tempo ben difficili, cadde nella massima povertà fu obbligata -a contrarre molti debiti, ed indi a vendersi la difesa suddetta -per potergli pagare. Avvenne ciò nell’anno 1632, poichè da diversi -strumenti stipulati in quell’anno dal Notajo Giuseppe Ferri di Ruvo -risulta che la Università di Ruvo diè la difesa suddetta in pagamento -a diversi suoi creditori. Ecco perduto anche questo appoggio per i bovi -aratorj. - -Quando gli uomini si veggono ridotti alla estrema necessità perdono la -pazienza. Li proprietarj di masserie, malgrado il decreto di Revertera -e di Guerrera, chiusero di nuovo con parchi e mezzane quell’erba ch’era -indispensabile al ristoro de’ loro bovi aratorj. Ma gli Abruzzesi -della Locazione di Salpi ai quali il bosco di Ruvo era stato assegnato -non se ne stettero. Avendone nell’anno 1641 dato ricorso al Tribunale -Doganale, fu spedito sul luogo il Credenziere della Regia Dogana -Guglielmo Corcione per prendere informazione _de’ disordini_[238] ivi -avvenuti. - -Da un processetto da costui formato contro diciannove proprietarj -di masserie nominalmente in esso riportati risulta che si erano -fatte da costoro le mezzane nelle contrade demaniali _le matine, la -cavata_ (parte delle matine) _le strappete, le ralle e monserino_, e -che in questa ultima contrada si erano anche piantate nuove vigne in -contravvenzione del Decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 -che le aveva vietate. - -Quindi nel dì 16 Marzo 1642 da quel Tribunale Doganale fu contro -i pretesi contravventori emesso il seguente decreto: _Per Regiam -Dohanalem Audientiam visis actis, et in contumaciam prædictorum -disordinantium, fuit provisum et decretum quod disordinantes prædicti -condemnentur, prout condemnantur ad solvendum Regiæ Curiæ et Locatis -pro disordine prædicto ad usum pasculi commisso in Demanio Ruborum -Regiæ Curiæ ad rationem ducatorum quatuor pro qualibet versura, -et aliorum ducatorum duorum pro emenda Locatorum servata forma -provisionum Regiæ Cameræ Summariæ, et Instructionum Regiæ Dohanæ, pro -quibus exequantur realiter et personaliter, et describantur in libro -Proventuum_. - -Il già detto processetto si conserva nell’Archivio Doganale di Foggia, -ove io l’ho letto, e me ne ho presa anche una copia conforme. Il -suo titolo però è erroneo, poichè si legge in esso così: _Ruvo 1641 -in 1642. Informazione de’ disordini commessi dai naturali di Ruvo -nel Bosco ut ex actis_. Li pretesi disordini però verificati dal -Credenziere Corcione nel corpo del processo si trovarono nelle masserie -di campo site nelle precitate contrade demaniali di sopra nominate e -molto diverse dal Bosco. - -Nel Bosco di Ruvo non vi sono state mai masserie di semina, e non vi -è una sola zolla di terreno smossa dall’aratro o dalla zappa. Ma è -cosa ben dura il vedere come i poveri Ruvestini erano perseguitati e -condannati a pagare gravose multe per essersi valuti di un dritto che -loro accordava la Natura e la Legge sul proprio territorio, e senza il -quale non avrebbero potuto sussistere! A lungo andare però gli abusi e -le soverchierie si convertono in dritto. Così va il Mondo. - -Dopo l’anno 1642 non è a mia notizia che vi fossero stati altri simili -procedimenti giudiziali barbari ed abusivi come quelli de’ quali ho -finora parlato. Continuarono però sempre i Locati Abruzzesi a tener -fermo il piede nelle già dette contrade demaniali dell’agro Ruvestino, -come continuò la resistenza de’ Proprietarj delle masserie per rendere -meno pesante il più che fosse stato possibile gli abusi di un dritto -usurpato a loro danno. Vi è stata quindi sempre tra i primi ed i -secondi una guerra aperta, poichè l’impero della necessità rendeva -arditi i proprietarj delle masserie. Questo stato di violenza è durato -fino ai nostri giorni e lo fece cessare la pubblicazione della legge -del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia, la quale venne ad -indurre un nuovo ordine di cose più propizio all’agricoltura ed alle -specolazioni agrarie. - -Non vi ha dubbio che grande è stato il discapito sofferto dalla nostra -città a causa degli abusi di sopra esposti, i quali avevano annientata -la industria e l’agiatezza de’ suoi abitanti ed arrestato l’aumento -della popolazione. Ma spesse volte la mano della Provvidenza dai -più gravi malanni fa sorgere quel bene che meno si avrebbe potuto -prevedere. Quasi tutti i terreni seminatorj del precitato agro -demaniale Ruvestino coll’andar del tempo erano caduti nelle mani -di Corpi Morali Chiesastici e Laicali. Pochissima quantità di essi -apparteneva ai particolari. - -Quindi le antiche masserie di semina di quel territorio le coltivavano -li Ruvestini non più come proprietarj di esse, ma bensì come fittuarj -delle Chiese, degli Ordini Religiosi o delle Confraternite. È facile -l’intendere che tal circostanza esser non poteva propizia al progresso -dell’agricoltura ed al miglioramento de’ terreni, il quale può -suggerirlo l’amore della proprietà estraneo ai semplici fittuarj. - -Cotesto svantaggio fu corretto dagli articoli 37 38 e 39 della -precitata legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia. Fu con -essi ordinato che i fittuarj de’ terreni _azionali_ del Tavoliere -appartenenti ai Pii Luoghi, non esclusa la Religione di Malta, -avessero potuto rendersi perpetui censuarj di essi pagando a titolo di -_entratura_ alla Cassa del Tavoliere tre annate di estaglio. Sotto il -nome di _terreni azionali_ intese la legge comprendere tutti i fondi -de’ Pii Luoghi sui quali il Regio Tavoliere vi avesse esercitato un -dritto qualunque di pascolo, anche di semplice _riposo_. Li già detti -articoli avendo influito a produrre nel nostro Regno un prodigioso -miglioramento dell’agricoltura, è utile riportare la storia di essi, la -quale non può a tutti esser nota. - -Allora che il Governo di quel tempo era occupato a formare, ed indi -a discutere la legge suddetta che richiamò le sue prime cure, ebbi la -opportunità di essere a giorno delle cose che cadevano in discussione. -Mi applicai quindi a scrivere una memoria ragionata colla quale proposi -che quella censuazione ch’era sul tappeto per i terreni fiscali proprj -del Tavoliere, si fosse estesa anche ai detti terreni _azionali_ de’ -Pii Luoghi, per i quali il Regio Tavoliere non aveva un dritto di -proprietà, ma semplicemente la servitù attiva del pascolo convenuta -coi proprietarj di essi in diversi modi, e con diversi patti introdotti -dalle usanze, e dai Regolamenti del Tavoliere. Presi per base de’ miei -ragionamenti la utilità pubblica che ne sarebbe risultata per tutti i -lati col miglioramento di quelle proprietà fondiarie che nelle mani de’ -Corpi Morali sarebbero rimaste in perpetuo languore. - -Rafforzai i miei argomenti coll’esempio delle leggi dette di -_ammortizzazione_ emesse dal Re Ferdinando nell’anno 1769 e seguenti. -Erano stati con esse dichiarati allodiali de’ fittajuoli i beni fondi -de’ Pii Luoghi loro conceduti con lunghi affitti. Brillantissimi -n’erano stati i risultamenti primo coll’essersi moltiplicati i -piccioli proprietarj più utili sempre allo Stato; secondo col notabile -miglioramento di tanti fondi per lo innanzi molto mal tenuti. Osservai -quindi che lo stesso effetto avrebbe prodotto la censuazione de’ -terreni azionali del Tavoliere. - -Mi avvidi intanto che queste verità le capivano tutti coloro che -avevano parte alla formazione della legge, ma non tutti erano disposti -a volerle gustare. Veniva tal progetto acremente contraddetto dai -Francesi che avevano allora parte al Governo e più di ogni altro dal -Ministro Saliceti ch’era potentissimo. Il motivo di tal contraddizione -che sembrava incomprensibile, si venne indi a conoscere, ed era il -seguente. - -Non era lontana la soppressione degli Ordini Religiosi possidenti e -la incamerazione al demanio de’ beni dell’Ordine Gerosolimitano. Tra i -fondi _azionali_ del Tavoliere ve n’erano molti che appartenevano tanto -ai primi che al secondo. Calcolavano quindi i Francesi che devoluti -cotesti fondi al demanio si sarebbero esposti in vendita, e si sarebbe -ritratta da essi una forte somma di danaro contante, mentre la proposta -censuazione non avrebbe potuto dar altro che un’annua rendita di -canoni. - -Per questa veduta particolare finanziera troppo misera in vero -passavano essi di sopra alla utilità pubblica che sarebbe venuta -a risultarne dalla censuazione de’ terreni non solo degli Ordini -Religiosi che sarebbero rimasti soppressi, ma anche de’ Vescovadi, -Capitoli, Badie, Congregazioni Laicali ed altri Pii Luoghi non compresi -nella imminente soppressione! - -Fortunatamente però nella formazione della legge suddetta era stato -chiamato a prendervi una parte principale un insigne e sommo nostro -Giureconsulto istruitissimo delle cose del Tavoliere. Alla profonda -conoscenza ch’egli aveva anche del Diritto Pubblico e della Economia -Politica, univa una bell’anima ed uno spirito sempre pronto e sempre -deciso a promuovere il vero bene e la prosperità del nostro Paese. Fu -questi il chiarissimo D. Francesco Ricciardi che ben meritò una piazza -prima nel Consiglio di Stato, ed indi nel Ministero da lui sostenuto -con tanta gloria, e ’l titolo di Conte di Camaldoli, il di cui nome -solo vale un elogio, e la di cui memoria è a tutti cara e veneranda. - -Al suo profondo sapere, alla robustezza de’ suoi ragionamenti, ed anche -alla sua destrezza, non che alla buona intenzione di que’ Napolitani -che sedevano allora nel Consiglio di Stato, e guardarono la cosa -sotto il suo vero punto di veduta, si deve attribuire l’ammissione -de’ precitati tre dibattutissimi articoli. Le vedute finanziere che i -Francesi mettevano unicamente a calcolo furono appagate col pagamento -delle tre annate di entratura messo per condizione della censuazione, -le quali per altro fruttarono alla cassa del Tavoliere somme non lievi. - -Malgrado però cotesto pagamento messo per condizione della censuazione, -gli articoli suddetti furono accolti con applauso e profittarono di -essi colla massima alacrità tutti i fittuarj de’ terreni azionali -de’ Pii Luoghi, nè ve ne fu un solo che avesse omesso di proporne la -dimanda. Al tempo della Restaurazione fu riconosciuta anche la somma -utilità degli articoli suddetti. Rimasero quindi confermati col Real -Decreto del dì 29 Gennaro 1817. Si volle con esso un aumento del -dieci per cento sui canoni convenuti a favore de’ Pii Luoghi diretti -Padroni de’ fondi. Si volle anche il pagamento di una quarta annata -di entratura alla cassa del Tavoliere. Niuno però si negò a subire -cotesti nuovi carichi largamente compensati dagl’immensi miglioramenti -fatti ne’ fondi suddetti dopo le censuazioni dell’anno 1806. Quando -le leggi, malgrado che non siano coattive, vengono dalla generalità -spontaneamente eseguite, è questa una pruova infallibile della sapienza -ed utilità di esse. - -La Giunta del Tavoliere destinata allora per la esecuzione della -precitata legge nell’accordare le censuazioni che a folla venivano -dimandate, si atteneva al fatto puramente materiale. Aveva per -_azionali_ que’ terreni ne’ quali il Regio Tavoliere e per esso i -Locati si trovavano nell’attuale possesso di esercitare un dritto -qualunque di pascolo. E poichè non vi poteva esser dubbio ch’era questa -la condizione di tutti i terreni siti nel demanio di Ruvo, quindi tutte -le dimande proposte per i terreni de’ Luoghi pii che in esso erano -siti, furono accolte senza esitazione. Nè vi fu un solo fittuario di -essi che non avesse profittato tanto della legge dell’anno 1806, quanto -di quella dell’anno 1817. - -Ecco come da un dritto sicuramente abusivo nel suo principio, il quale -costò tante vessazioni e tanti affanni ai nostri antenati, n’è derivato -un bene immenso ed inestimabile. Senza di ciò non sarebbero mai più -ritornati nelle mani de’ particolari que’ terreni fertilissimi, i quali -formavano un tempo, come formano anche oggi la ricchezza e la opulenza -della nostra città. Ed in vero dall’epoca della legge del Tavoliere, -la quale ha troncati anche tutti gli antichi e barbari abusi, fino al -presente giorno si vedono ivi notabilmente accresciute le piantazioni, -i terreni seminatorj sono stati molto migliorati, e tuttavia si -migliorano, e l’agricoltura fiorisce e va innanzi a meraviglia. - -Il maggior beneficio però che ci hanno fatto le novelle leggi del -Tavoliere, e della chiusura de’ terreni demaniali, è stato quello -di averci liberati per sempre dai molestissimi ospiti Abruzzesi che -venivano a far da Padroni sulle nostre proprietà, quasi che fossero -stati essi i veri eredi degli Arcadi che le conquistarono colle loro -armi! Troncati gli antichi abusi, abolita la promiscuità di pascolo -tra i cittadini ed i Locati anche sui terreni seminatorj del demanio -abusivamente sanzionata dal decreto di Revertera e di Guerrera -dell’anno 1549, e permessa dalla legge del dì 3 Dicembre 1808 la -chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti, non è rimasto -ai Locati suddetti nell’agro Ruvestino che quel dritto soltanto ch’era -puramente legittimo, cioè il pascolo vernino di quel bosco che il Regio -Tavoliere acquistò dal Conte di Ruvo col contratto dell’anno 1552 di -cui innanzi si è parlato. - -Quel pascolo però era dagli Abruzzesi ricercato quando per i precitati -abusi introdotti era loro permesso di uscire dal bosco e gittarsi con -un numero immenso di animali sulle masserie de’ poveri Ruvestini site -nel demanio e devastarle senza misericordia. Limitato e ristretto, -com’era regolare, il loro dritto al solo pascolo del Bosco purgato -dagli antichi abusi, pare che quell’erbaggio, comunque eccellente, non -gli abbia più solleticati. Quindi i Locati Abruzzesi ai quali rimase -lo stesso censito per lo intero nell’anno 1806, lo hanno lasciato -e lo vanno lasciando man mano. Molte porzioni del detto bosco sono -state da essi alienate e cedute parte ai Ruvestini istessi, e parte -ad altri ricchi proprietarj di quella Provincia. Nè tarderà forse -molto che uscirà lo stesso per lo intero dalle loro mani. Sarebbe però -desiderabile che ritornasse tutto ai Ruvestini per i quali la Natura -lo aveva destinato, ma la feudalità lo tolse alle loro industrie -armentizie. - - - - -CAPO XII. - -_Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla -prepotenza Baronale._ - - -Prima che i Barbari del Nord ci avessero fatto il regalo della -feudalità il vasto territorio di Ruvo costituiva il patrimonio -della città e de’ suoi abitanti, che lo animavano coll’agricoltura -e colla pastorizia sicure sorgenti di quella ricchezza che ben la -pruovano i grandiosi monumenti delle belle arti ivi disotterrati -all’epoca nostra. Ed in vero la spiga del grano, la testa del bue -e ’l corno dell’abbondanza che si osservano nelle antiche monete -Ruvestine riportate nelle due tavole annesse al capo II fanno sicura -testimonianza dello stato floridissimo in cui doveva esser ivi -l’agricoltura. - -Per le città cadute sotto il giogo della feudalità non è facile -definire ciò che da principio fu dato al feudo, e ciò che rimase alla -popolazione, e porre quindi una linea di separazione certa e sicura -tra l’uno e l’altro. Mancano i pubblici Registri delle primitive -concessioni, e quando anche vi fossero, tali concessioni in feudo si -facevano in quel tempo colle solite clausole generali, dalle quali -nulla poteva definirsi di ciò che nel particolare precisamente si era -dato. Quindi nelle indagini di tal fatta è bisognato spesso farla quasi -da indovino. - -Non si può dire che le concessioni de’ feudi fossero state mere dignità -ventose, perchè i Capi Condottieri delle Orde Settentrionali dovevano -dividere la preda coi loro compagni d’armi, e dare loro i mezzi di -vivere bene. Dovevano inoltre porgli in grado di servire nella guerra -con un determinato numero di soldati ed a loro spese quando l’uopo lo -avesse esatto, poichè era questo in quel tempo l’obbligo de’ feudatarj, -ed i Regj eserciti gli formavano le forze riunite de’ Baroni, -circostanza la quale gli rendeva anche potentissimi. - -Non si può dire tampoco che nulla si fosse lasciato alle popolazioni -vinte e soggiogate, poichè sarebbe stato ciò lo stesso che farle -perire e distruggere con esse anche i feudi conceduti. In questa -materia quindi bisogna tenere una via di mezzo. Si deve distinguere ciò -ch’è stato usurpato da ciò ch’è stato, o ha potuto essere conceduto. -Comunque tali concessioni traggano la loro origine dalla violenza e -dalla forza, nondimeno divenne questa una legge. _Hoc jus invaluit._ -Il dirsi dunque o che tutto sia stato del feudo o che tutto sia stato -della popolazione sono due proposizioni che le ho trovate sempre -esagerate e viziose. - -Li nostri antichi Tribunali convinti di queste verità nelle quistioni -di questa specie, mentre mancavano le primitive concessioni de’ -feudi, e quelle che vi erano de’ tempi posteriori non contenevano che -clausole generali, per distinguere ciò che fosse stato conceduto da -ciò che fosse stato usurpato, si attenevano agli antichi documenti dai -quali avesse potuto risultare la pruova di un possesso annoso e non -contraddetto, tra i quali documenti vi erano anche i _rilevj_ pagati -alla Regia Corte[239]. - -Quali dunque erano le cose sicuramente feudali della città di Ruvo? -Per la generalità di esse mancano nelle carte antiche gli elementi che -possano indicarle. Colla lettera Regia del Re Carlo I dell’anno 1272 -riportata innanzi alla pagina 135 fu ordinato al Giustiziere della -Terra di Bari di prendere informazione della rendita che si ritraeva -dai corpi, e dritti feudali _Castri Rubi_. Ma non sono in essa questi -indicati, nè si conosce se la informazione dal Re ordinata siasi presa, -e quale ne sia stato il risultamento. - -Nella informazione senza data presa al tempo del Re Carlo II de’ -Feudatarj della Provincia di Bari riportata innanzi alla pag. 137 si -dice che il Feudatario di Ruvo era tenuto _pro feudali servitio quinque -militum_; ma non si conosce da qual calcolo di rendite o di proventi -componenti il feudo nasceva il peso suddetto al feudatario imposto. - -Nella concessione fatta dal Re Roberto nell’anno 1311 della città -di Ruvo alla Regina Sancia sua consorte le venne questa assegnata in -conto del di lei dotario per l’annua rendita di once dugento come si è -veduto innanzi alla pag. 144. Ma non si conosce tampoco da quali corpi -e dritti feudali cotesta rendita provveniva. Si può solo da questo -documento arguire che la rendita suddetta per la quale la città di Ruvo -le venne assegnata non era indiscreta, e quindi li proventi feudali -che allora si esigevano esser non dovevano tanto esagerati, quanto lo -divennero dappoi a forza di abusi e di prepotenze sotto i successivi -Feudatarj. - -In fine nella concessione della nostra città fatta nell’anno 1387 -dal Re Ladislao ad Antonio Santangelo e Federico Vrunforti riportata -innanzi alla pagina 157 fu ordinato anche che si fosse presa tra sei -mesi la informazione della rendita che dalla stessa si ritraeva; ma di -cotesta informazione manca qualunque notizia. Colla stessa concessione -inoltre fu imposto ai concessionarj il peso di pagare al Re venti once -d’oro per ciascun servizio militare: ma non è spiegato su di quali -elementi cotesta tassa sia stata regolata. - -Nella oscurità che presentano le dette carte antiche ciò ch’è sicuro -è la qualità feudale dell’antichissimo, e vasto bosco di Ruvo della -estensione di sei in settemila moggia. Ed in vero nella precitata -concessione dell’anno 1269 fatta da Carlo I di Angiò ad Arnolfo de -Colant gli fu dato _Castrum Rubi cum foresta_, e nella già detta sua -lettera dell’anno 1272 ordinò che si fosse presa informazione della -rendita che dava _Castrum Rubi ex foresta, et terris convicinis, et -circumadjacentibus dicto Castro_. Ond’è che il detto Bosco in tutti i -Rilevj è riportato come feudale, e l’erba di esso è stata venduta dai -Feudatarj di Ruvo alla Regia Corte per uso del Tavoliere di Puglia col -contratto dell’anno 1473, di cui sarò tra poco a ragionare, e dell’anno -1552, di cui ho parlato innanzi alla pagina 201 e 202. - -Era sicuramente feudale anche un’altra picciola difesa poco lontana -dalla città denominata _Parco del Conte_, la quale probabilmente era -una _ex terris convicinis et circumadjacentibus dicto castro_, delle -quali si parla nella precitata lettera di Carlo I dell’anno 1272. -Cotesta difesa nel decreto di Revertera dell’anno 1549 è chiamato -_parcum jumentorum sive equorum_ perchè in essa la Casa d’Andria teneva -la sua razza de’ cavalli. Cotesta difesa fu rispettata col decreto -suddetto come si è veduto innanzi alla pagina 199, ed è riportata in -tutti i Rilevj come un corpo feudale[240]. - -Dagli stessi antichi rilevj risulta similmente che apparteneva al feudo -anche la Bagliva. Vero è che dai Registri di Carlo I e di Carlo II -riportati alla pagina 134 risulta che cotesto dritto fu escluso dalle -concessioni in feudo da essi fatte e se lo riserbò il Re, e che la -concessione fatta da Ladislao nell’anno 1387 (pag. 157) fu rimessiva -alle precedenti concessioni. Non è meno vero però che nelle posteriori -concessioni dall’epoca Aragonese in poi riportate innanzi nel Capo IX -e X, vi andò compresa anche la Bagliva, poichè si sa che le concessioni -Aragonesi furono in questa parte più larghe delle Angioine. - -Non si può quindi dubitare della feudalità di cotesto dritto. Si deve -bensì intendere lo stesso limitato e ristretto a que’ cancelli che -dalle antiche Leggi del Regno erano prefissi ai dritti bajulari, e non -già esteso a quelle avanie abusi ed estorsioni che furono in seguito -introdotte dalla prepotenza Baronale, come anderemo a vederlo or ora. - -Vi è anche tutta la ragione di credere o almeno di dubitare fortemente -che abbia potuto costituire un demanio del feudo quella parte della -contrada delle murge di Ruvo ch’è rimasta tuttavia aspra e selvatica, -perchè negata alla coltura. Nella precitata concessione di Carlo I di -Angiò dell’anno 1269 fu la città di Ruvo conceduta _cum pratis pascuis_ -etc. e si riserbò il Re sui paschi conceduti il dritto di farvi -pascere gli animali delle sue razze. Si sa che coteste riserbe apposte -nelle concessioni de’ Sovrani Angioini riguardavano principalmente i -demanj de’ feudi conceduti, ed inducono quindi la presunzione che nel -territorio di Ruvo vi doveva essere un demanio feudale compreso nella -concessione suddetta, sul quale avrebbe potuto tal riserba esercitarsi. - -Negli antichi giudizj che hanno avuto luogo tra i Duchi di Andria -e Conti di Ruvo da una parte, e ’l Regio Tavoliere e suoi Locati -dall’altra, si è avuto per vero che un demanio feudale dell’agro -Ruvestino sia stata la contrada delle murge, sulla quale questi ultimi -hanno preteso il dritto di _riposo_ che gli Scrittori Doganali hanno -dato per vero, ma la Casa d’Andria ha sempre acremente contraddetto. - -In fatti assumeva quest’ultima che l’unico dritto del Regio Tavoliere -di Puglia sul territorio di Ruvo era la proprietà dell’erba vernina -e della ghianda del bosco acquistata col contratto dell’anno 1552 -riportato innanzi alla pagina 201 e 202. Ma il preteso dritto di riposo -sul demanio feudale delle murge mancava di qualunque titolo. - -Si replicava però dal Regio Tavoliere e dai Locati che il titolo -suddetto non mancava, e che lo costituiva un contratto combinato -nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca -di Venosa e Conte di Ruvo, di cui innanzi si è parlato. Col precitato -contratto (essi dicevano) vendè costui alla Regia Corte per annui -ducati mille e cento l’erba del bosco di Ruvo dal dì della Vigilia -del Santo Natale in avanti per uso del Regio Tavoliere di Puglia, e ’l -dritto di _riposo_ nelle murge tanto di Ruvo che di Minervino[241]. - -Si convalidava cotesto assunto con un notamento che si trova ne’ -Registri Aragonesi del Grande Archivio, dal quale si rileva che il -detto Re Ferdinando I con lettera scritta da Foggia nel dì 10 Gennaio -1473 ordinò che si fossero pagati a Pirro del Balzo Duca di Venosa -_annui ducati 1100 per li SUOI ERBAGGI si piglia la Dogana delle -pecore, così per accordo, cioè per lo Bosco e Demanio de Minervino, -Bosco e Demanio de Rubo_[242]-[243]. - -Si aggiugneva che lo stesso Pirro del Balzo con suo ricorso dato al Re -nell’anno 1474 si dolse che un tale Cola Colletta Uffiziale Doganale -abusava del suo incarico, e si permetteva di fidare animali grossi -e piccioli de’ Paesi convicini ne’ suoi erbaggi di Ruvo e Minervino -prima che vi fossero entrati gli animali del Regio Tavoliere. Il Re -Ferdinando I nel dì 16 Maggio 1474 diè ordini precisi al Doganiere di -Foggia che avesse fatto cessare cotesto abuso[244]. - -Con questi documenti il Regio Tavoliere, ed i Locati giustificavano -il loro dritto sulle murge di Ruvo. La Casa d’Andria non negava il -contratto passato con Pirro del Balzo nell’anno 1473. Ma osservava -che Federico di Aragona divenuto già Re di Napoli aveva venduta la -città di Ruvo al Conte di Trivento _cum herbagiis, pascuis, fidis -diffidis Bajulationibus_ etc. senza veruna riserba del preteso dritto -di _riposo_ del Regio Tavoliere, il quale in conseguenza non poteva -pretendere quelli erbaggi che il Re aveva venduti liberi da qualunque -servitù. - -Confermava cotesto assunto coll’osservare che il Regio Tavoliere stava -pagando i soli annui ducati 1750 convenuti collo strumento dell’anno -1552 per l’erba e la ghianda del Bosco di Ruvo. Ma se fosse continuato -il contratto dell’anno 1473 anche per lo riposo delle murge che son -diverse dal Bosco, altra somma avrebbe seguitato a corrispondere la -cassa del Tavoliere anche per tal causa, il che non essendovi, era -chiaro che il contratto dell’anno 1473 per quella parte che riguardava -il riposo delle murge era rimasto disciolto colla vendita fatta dal Re -Federico della città di Ruvo, senza di questo peso. - -Or qualunque voglia credersi il merito della predetta quistione -certamente non lieve elevata tra la Casa d’Andria, e ’l Regio -Tavoliere, è notabile che quest’ultimo ripeteva il suo dritto sulle -murge di Ruvo da un contratto passato nell’anno 1473 tra il Re -Ferdinando I, di Aragona, e ’l feudatario di quella città. Il che dava -un appoggio fortissimo al Duca d’Andria di assumere che il suo dritto -sul demanio delle murge era garantito da un possesso di quattro secoli, -il quale partiva da un fatto de’ passati Sovrani di questo Regno che lo -avevano riconosciuto. - -Per l’esposte considerazioni, dico il vero, non ho veduto mai chiara -la quistione promossa sulla qualità del demanio delle murge, e non -sono stato mai convinto che non abbia potuto formare quella contrada -un demanio feudale. Ho però opinato a questo modo per i soli terreni -rimasti aspri e selvatici, non già per quelli che da tempo immemorabile -si trovano dissodati, e ridotti a coltura con essersi su di essi -stabilite le masserie di semina. - -Cotesti terreni coltivati non essendo stati mai soggetti a veruna -prestazione feudale sia in generi, sia in danaro, è il fatto istesso -quello che gli mostra liberi e franchi da qualunque suggezione feudale. -Il che lo conferma anche un Registro del Re Carlo II di Angiò cioè -una lettera Regia a favore _Judicis Angeli Andreæ de Rubo_. Ordinò con -essa che non fosse stato questi molestato e turbato dal possesso di un -territorio che aveva nel tenimento di Ruvo _in murgia juncati, quod -dicitur lama cervaria, cum turribus, quæ dicuntur Guillelmi Aponis, -et terras astantes, juxta lamam et turres prædictas_[245]. Cotesta -contrada ritiene tuttavia il nome di _Giuncata_, luogo del trifinio tra -Ruvo, Andria e ’l Garagnone di cui si è parlato innanzi alla pag. 168. - -Da cotesto registro ben si rileva che i cittadini di Ruvo da tempo -antichissimo han posseduti nelle murge terreni di loro assoluta -proprietà. Nelle cose antiche quando mancano le memorie chiare e -precise della origine di esse, decide il fatto. Dalle circostanze -premesse non manca certamente una ragione di dirsi che nel demanio -delle murge di Ruvo sui terreni coltivati non vi ha mai il Barone -rappresentato o esercitato verun dritto. Ma sulla parte selvatica ed -agreste non può dirsi francamente lo stesso, perchè i fatti avvenuti -nell’epoca specialmente de’ Sovrani Aragonesi possono far credere -diversamente. - -Era questa per quanto a me pare l’antica posizione legale o sia la -dotazione del feudo di Ruvo che può credersi legittima. Non so quali -abusi abbiano potuto essere introdotti da coloro che possederono in -feudo la nostra città prima dell’anno 1510, epoca dell’acquisto fattone -dal Cardinale Oliviero Carafa, poichè mancano le memorie de’ fatti -avvenuti in quel tempo. Certo è intanto che nel lunghissimo tratto -di tempo che la stessa è stata in mano della famiglia Carafa non vi -sono stati abusi gravezze e soverchierie che quella Popolazione non -abbia avuto a soffrire fino all’ultima dramma. Anche l’aria che ivi si -respirava si fece divenir feudale a forza di prepotenze. Spenta quindi -la energia, l’industria e la specolazione agraria della popolazione -suddetta, fu la stessa in ultimo ridotta alla miseria estrema e -degradata allo stato di una popolazione di schiavi di una privata -famiglia prepotentissima. - -La mia penna non è usa alla satira. Dico i fatti come sono avvenuti, e -come gli ho rilevati da atti pubblici e da documenti positivi ai quali -non vi è che ridire. L’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco Carafa -è un ottimo uomo e stimabilissimo Cavaliere pe ’l quale ho tutto il -rispetto. Niuna parte ha egli avuta alle gravezze che la mia Patria ha -sofferte dai suoi Illustri Antenati. Anzi con una laudabile e virtuosa -docilità si è prestato ad emendarle per quanto si è potuto, come nel -susseguente capo anderemo a vederlo. Ma non è nel potere di alcuno -il cancellare i fatti avvenuti, come non è tampoco a me permesso di -trasandare que’ spiacevoli avvenimenti che formano parte della storia -che ho impreso a scrivere. - -Per poter formare una idea della prepotenza della Casa d’Andria, a -cui la nostra città non ebbe la forza di resistere, basta leggere ciò -che dice il precitato Scrittore Doganale Stefano de Stefano del Bosco -di Ruvo acquistato dal Regio Tavoliere, come innanzi si è detto, col -contratto dell’anno 1552. - -_Il bosco di Ruvo dai Locati non solamente in nessun modo non si gode, -ma non si conosce ov’egli sia sito; onde se lo spettabile Reggente -Gastone nella relazione che fece nel 1681 al Marchese de Los Velez -presso Ageta nel fine della Parte III all’annotazione di Moles a carte -107 in princip. si doleva ivi_ (reca quì le precise parole del rapporto -del Reggente Gastone Scritto in lingua Spagnuola, col quale diceva che -i Locati non osavano porre il piede nel bosco di Ruvo per la potenza -della Casa d’Andria, ed erano costretti a cederne l’erba alla stessa -per un tozzo di pane), _ai tempi nostri detto Bosco di Ruvo è divenuto -assai peggiore di quello che dal nostro Torquato ci vien descritto -cotanto folto ed orribile che a chiunque tentava di entrarvi niegava -l’ingresso_ - - _Nè qui gregge od armento ai paschi all’ombra_ - _Guida bifolco mai, guida pastore,_ - _Nè v’entra peregrin se non smarrito_ - _Ma lunge passa, e lo dimostra a dito._ - -_Conciosiachè quell’iperbolico bosco era almeno da’ passaggieri veduto: -ma questo di Ruvo per cui dalla Regia Corte se ne pagano in ciascun -anno ducati mille settecento cinquanta, come si disse nel proemio part. -I art. IV n. 44, e se ne riscuotono dai Locati col venti per cento -intorno a ducati 6300, non solo ai pastori che dovrebbero introdurvi -le pecore è vietato l’ingresso: ma non sanno coloro che lo comprano nè -men ov’egli si trovi; e se in quello del Poeta entravano i peregrini -smarriti, in questo i pratici ed esperti Locati, benchè camminino per -istrade piane e diritte, non ardiscono penetrarvi per dubbio di non -perdersi e di non rinvenir più il modo da poter uscire da sì intricato -laberinto_[246]. - -_Laonde non ostante che nell’anno 1709 precedente istanza dello -spettabile Signor Reggente Mazzaccara allor zelantissimo Avvocato -Fiscale del Regal Patrimonio si fosse dalla Regia Giunta ordinato -che sotto formidabili pene l’Illustre Duca d’Andria non ardisse_ nec -directe, nec indirecte et nec per suppositas personas, _comprar dai -Locati i pascoli di esso bosco, vedendosi poi che i poveri Locati -con questo espediente perdevano altresì quel tozzo che per l’addietro -avevano ricuperato, furono astretti, anche per opera di chi compariva -per il suo privato interesse_ con veste di pastor lupo rapace, -_ricorrere nella stessa Regia Giunta, e col motivo di non potersi -avvalere di essi erbaggi di Ruvo e per la lontananza de’ luoghi, e -per la qualità de’ paschi, e per la mancanza dell’acqua, e per altri -mendicati pretesti, ottennero precedente relazione de’ due Magnifici -Credenzieri di essa Regia Dogana che li fosse stato lecito tornarli -a rivendere o al menzionato Illustre Duca d’Andria, o a chi meglio -l’avesse potuto riuscire, come dagli atti e provisioni spedite presso -l’Attuario Pietro Paolo de Fusco_[247]. - -Così scriveva il precitato Scrittore nell’anno 1731 quando questo Regno -era ancora sotto la dominazione dell’Imperatore Carlo VI. Passato lo -stesso sotto il governo di Carlo III di gloriosa memoria, e cessata -l’amministrazione de’ Vicerè sotto la quale era stato poco men di due -secoli e mezzo, la Regia Autorità cominciò ad essere più rispettata, -e la potenza de’ Grandi fu almeno più repressa. Portatasi maggiore -attenzione e maggior rigore anche sull’amministrazione del Regio -Tavoliere, il Bosco di Ruvo fu finalmente strappato dalle mani del -Duca d’Andria. Li Locati cominciarono a valersene come prima. Veniva -lo stesso assegnato per lo pascolo di quarantamila pecore, come lo dice -lo stesso Scrittore, e fino ai nostri dì si è veduto sempre coverto di -pecore de’ Locati Abruzzesi. - -Avendo però la Casa d’Andria perduto quel forte guadagno che faceva -sull’erba e sulla ghianda di esso, pensò rifarsene con usura in un modo -anche peggiore. Quel Bosco che nell’anno 1731 lo descriveva de Stefano -così folto ed impenetrabile, al cadere del secolo XVIII era rimasto -denudato in modo che aveva perduto quasi l’aspetto di bosco. Quando -nella mia gioventù mi sono ivi recato al divertimento della caccia di -cui è feracissimo, ebbi a notare che in moltissimi luoghi di esso si -scuopriva un uomo alla distanza di un quarto, di un terzo, della metà -di un miglio, ed in alcuni luoghi anche molto maggiore, cosa non mai -avvenuta nel foltissimo bosco di Ruvo! - -La Casa d’Andria aveva fatto dare allo stesso un taglio spietato. -Tutti i rami delle annosissime e grandiose querce che vi erano gli -aveva fatti recidere con aver rimasti i nudi tronchi tagliati _a testa -di Monaco_, giusta il linguaggio del luogo. Da un taglio così barbaro -dato da anno in anno fu ritratta una immensa e sterminata quantità di -legna che mente umana non la può concepire. Ridotte queste a carboni -o vendute alle convicine Popolazioni ch’erano scarse di boschi, e -specialmente agli Altamurani che non ne hanno affatto, fruttarono somme -rilevantissime, poichè nella Provincia di Bari le legna, ed i carboni -si pagano a caro prezzo. - -Un taglio di tal fatta era vietato dalle leggi. Una quercia tagliata -a questo modo rimane colle fibre esposte nel tempo estivo ai cocenti -raggi del sole e nell’inverno al gelo. Quindi o va a perire e seccarsi, -o rimena i nuovi rami con molto languore. Oltre ciò li ramoscelli che -rimenano vengono anche amareggiati dai morsi degli animali bovini, i -quali trovando i tronchi recisi a non molta altezza, possono avidamente -cibarsene. - -D’altronde avendo la Casa d’Andria col contratto dell’anno 1552 -venduta alla Regia Corte la ghianda di quel bosco, non l’era certamente -permesso di recidere que’ rami che la producevano, e lasciare i tronchi -degli alberi perfettamente denudati di essi. Il dritto di legnare nel -detto bosco che gli era rimasto era limitato e ristretto al taglio -delle legna non fruttifere e delle spine che in quella Provincia hanno -anche un prezzo, e non già de’ rami verdi vegeti e ghiandiferi, i quali -appartenevano al Re. - -Di cotesto sterminio del Bosco di Ruvo li Locati Abruzzesi non se ne -risentirono affatto sia perchè non vollero compromettersi di nuovo -colla Casa d’Andria, che gli aveva scottati molto bene per lo passato, -sia piuttosto perchè vi trovavano il loro conto. Non contavano essi -affatto sulla ghianda, ma bensì sull’erba la quale collo sfollamento -del bosco veniva a rendersi più copiosa, più gentile ed anche più -sicura, poichè l’ombra soverchia degli alberi può produrre un’erba -velenosa per gli animali pecorini chiamata _tortora_ dai Naturali del -luogo, la quale gli fa perire. - -Il taglio però dato al Bosco suddetto fu del massimo pregiudizio e -dispetto per la popolazione di Ruvo che rappresentava su di esso i -pieni usi civici di legnare e di tagliare le spine. Vero è che questi -dritti erano rimasti anche annientati dalla prepotenza Baronale, perchè -se nel bosco si trovavano i poveri a legnare o a tagliar spine, erano -crudelmente bastonati dagli Armigeri Baronali a cavallo addetti alla -custodia di esso. In quanto ai ricchi le legna loro non mancavano, -specialmente per lo bisogno delle masserie di semina, ma le avevano -medianti le larghe largizioni che facevano ai custodi istessi. - -Venendo però come venne il tempo in cui cotesti dritti compressi dalla -forza sarebbero stati, come lo furono rivendicati, la devastazione -del bosco già seguita fece mancar la materia all’esercizio di essi, -poichè un bosco danneggiato a questo modo tempo vi occorre per -rimettersi, ed è ben difficile che si rimetta nello stato primiero. -Nè minor danno recò il guasto suddetto allo intero agro Ruvestino, -poichè da quell’epoca in poi è stato lo stesso flagellato con frequenza -da spaventevoli e sterminatrici gragnuole, le quali erano prima -molto rare. Si sa ch’è questa la conseguenza inevitabile di quella -mania di distruggere i boschi che ai tempi nostri si è pur troppo -sconsigliatamente propagata, malgrado gli sforzi adoperati dal Governo -per rifrenarla. - -Tanto avvenne pe ’l bosco. In quanto poi al demanio delle murge la -resistenza opposta sempre dalla Casa d’Andria ai Locati Abruzzesi non -era dettata dalla sola albagia e dal principio di non voler soggiacere -ad una servitù che credeva non dovuta; ma vi prendeva anche parte -l’interesse. Rilevanti somme di più migliaia di ducati l’anno la Casa -d’Andria ritraeva dalla vendita dell’erba vernina delle murge. Un buon -tratto di quel demanio veniva dalla stessa chiuso e difeso sotto la -custodia de’ soliti Armigeri a cavallo. A coteste chiusure si dava -il nome specioso di _parate_. L’erba vernina quindi delle parate la -vendeva a suo profitto, ed era questa inaccessibile a chiunque non -l’avesse comprata, poichè gli Armigeri suddetti sapevano bene menar le -mani con coloro che si fossero alla stessa avvicinati coi loro animali -con intenzioni diverse. - -Coteste _parate_ se impedivano il dritto di _riposo_ che pretendevano -i Locati della Locazione di Salpi sulla intera contrada delle murge, -era questo almeno un dritto controverso. Ma pregiudicavano anche il -dritto de’ cittadini il quale era sicurissimo e non poteva essere -contraddetto per qualunque plausibile pretesto, o ragione che la -Forense sottigliezza avesse escogitata. - -Considerata anche la contrada delle murge come un demanio feudale, -giusta la posizione della Casa d’Andria, erano sempre ed in ogni caso -dovuti ai cittadini i pieni usi civici. Le note leggi emanate dal Re -Ferdinando I di Aragona e dall’Imperator Carlo V vietavano severamente -ai Baroni di chiudere e difendere qualunque porzione de’ demanj feudali -in pregiudizio degli usi civici dovuti alle popolazioni. Le parate -suddette sottraevano a questi usi la porzione maggiore della miglior -erba delle murge. Quella che rimaneva fuori di esse non era bastante al -bisogno ed al comodo de’ cittadini. - -In quanto poi all’erba estiva della contrada suddetta, la freschezza -del sito la rendeva e la rende un pascolo estivo necessario ed -indispensabile per la salute degli animali. Rimaneva quindi aperta -all’uso de’ cittadini senza pagamento alcuno di fida. Era però tale -e tanta la quantità degli animali forestieri che la Casa d’Andria -vi fidava per far danaro, che di poco o niun sollievo riusciva quel -pascolo agli animali de’ cittadini. Tanto più che a quelli dava la Casa -d’Andria l’acqua delle sue peschiere, e questi n’erano privi e quindi -molto poco potevano profittare dell’erba. - -Or cotesto dritto _di fida_ degli animali forestieri la Casa d’Andria -lo aveva esteso abusivamente allo intero demanio di Ruvo, ed in -conseguenza anche alle cinque contrade di sopra nominate coverte dalle -masserie di semina de’ cittadini cioè alle _matine, strappete, ralle, -monserino, e bel luogo_. Doppio era l’eccesso che da ciò ne risultava. -Il primo che veniva ad esercitarsi cotesto dritto abusivo anche in -quella parte del demanio ch’era sicuramente comunale. Il secondo -perchè si esercitava su di terreni _appatronati_, poichè come innanzi -si è detto il terreno di quelle contrade è quasi tutto coltivabile ed -occupato dalle masserie di semina de’ cittadini. - -Intanto quelle misere contrade erano flagellate e devastate dagli -animali de’ Locati Abruzzesi, da quelli de’ fidatarj del Barone e da -una gran quantità di animali d’industrie della stessa Casa d’Andria! -Non fia dunque meraviglia se fino a quarant’anni indietro le industrie -armentizie de’ Ruvestini un tempo floridissime erano rimaste talmente -estenuate che le carni del macello pel vitto degli abitanti o dovevano -comprarsi dalla Casa d’Andria o cercarsi al di fuori! - -Si aggiunga a ciò che i pochi animali rimasti ai cittadini sia per -la coltura de’ terreni, sia per l’industria venivano anche sommessi -ad una estorsione quanto arbitraria, altrettanto scandalosa che la -Casa d’Andria esigeva a titolo specioso di _cortesia_. Consisteva -questa in una misura e mezza di grano per ogni bue, grana sei ed un -terzo per ogni vacca, grana quindici per ogni cento pecore, e carlini -trentacinque per ogni centinajo di porci. Cotesta bella _cortesia_, del -pari che la _fida_ di cui si è testè ragionato andava tra l’esazioni -della _Bagliva_, nome collettivo che comprendeva una grandine di -arbitrarie imposte escogitate dalla sottigliezza Baronale per ismugnere -per tutti i lati quella misera popolazione. - -Ne’ giudizj trattati nell’anno 1797, de’ quali si parlerà nel capo che -sussiegue gli Avvocati della Casa d’Andria ebbero la poca avvedutezza -di produrre un pubblico strumento del dì 6 Marzo 1594 stipulato dal -Notajo Prospero _de Rufis_ di Bisceglia, col quale aveva data la stessa -in affitto la Bagliva di Ruvo. Erano in quello strumento inseriti i -_Capitoli_ delle moltiplici esazioni alla stessa annesse, le quali -essendosi da me destramente rilevate, destarono una giusta indignazione -nell’animo de’ Giudici. Ne cennerò quindi alcuni ben curiosi. - -Chiunque andava a caccia nel territorio di Ruvo pagar doveva la licenza -al Baglivo. Chiunque poi si fosse trovato a cacciare nel bosco o pagar -doveva la multa di dodici once d’oro o perdere un braccio!!! Chiunque -voleva tenere aperta una bottega pagar doveva la licenza al Baglivo. -Se si rinveniva un animale sperduto se lo appropriava il Baglivo. Li -giocatori ed i bestemmiatori si componevano col Baglivo con una multa -pecuniaria etc. etc. Capitoli veramente aurei! - -Ma fu bello anche il vedersi che a coteste famose esazioni bajulari -erano annessi anche i diritti ed i proventi della Giurisdizione della -Portolania, e de’ pesi e misure, la quale non era stata mai conceduta -dal Re a cui apparteneva, ed aveva quindi bisogno di una concessione -_speciale_. Allora che il Cardinale Oliviero Carafa acquistò il feudo -di Ruvo nell’anno 1510 dai Conjugi D. Raimondo di Cardona e D. Isabella -Requesens, ebbe conceduta la Giurisdizione delle prime e seconde cause -civili e penali, ma non già quella della Portolania, e de’ pesi e -misure. - -È risaputo che nell’anno 1609 fu con ordini generali prescritto che -cotesta Giurisdizione, la quale apparteneva al Re si fosse venduta -alle Università del Regno. Quindi il Tribunale della Regia Camera della -Sommaria si applicò a formare le istruzioni, e stabilire i regolamenti -circa il modo in cui doveva essere esercitata dalle Università che -andavano ad esserne investite. Le istruzioni suddette furono pubblicate -nel dì 22 Gennajo 1613. - -Per ismentire quindi vie più l’assunto che la Giurisdizione suddetta -fosse appartenuta alla Casa d’Andria, come sostenevano li suoi Avvocati -sull’appoggio del precitato strumento che menavano innanzi, non mancai -di riscontrare i _Libri del Real Patrimonio_, i quali si conservavano -allora nel Tribunale suddetto, ed ora son passati nel Grande Archivio, -onde acquistare una sicura conoscenza di ciò che si era del precitato -anno 1609 operato per la Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi -e Misure della città di Ruvo e trarne gli opportuni documenti. Trovai -che si era la stessa venduta alla Università e che nella situazione de’ -fuochi dell’anno 1612 si erano messi a suo carico annui ducati 394.311 -per la Portolania, ed altri ducati 188.312 per i pesi e misure[248]. - -Dal che venne a risultare lucidamente che per la detta Giurisdizione -usurpata dalla Casa d’Andria, e spacciata come una _Giurisdizione -feudale_, la città di Ruvo stava pagando allo Stato la forte somma -di annui ducati 583.103 caricata sulla tassa de’ fuochi! Dimostrai -inoltre che dopo ciò il Tribunale della Regia Camera della Sommaria -nel dì 10 Dicembre 1629 ad istanza della nostra città aveva ordinato al -Governatore di Ruvo detto allora _Capitaneo_ che non si fosse ingerito -nella giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, ed avesse -lasciata la Università nel libero esercizio di essa[249]. Ma cotesti -ordini nulla erano valuti contro la prepotenza che rendeva tutto -feudale! - -Negli aurei _Capitoli_ della Bagliva vi andava compresa anche la -_sensalia_ sommessa del pari ad una tassa. Lungi però dall’esser -stato questa giammai un dritto feudale, era stata anzi manifestamente -usurpata alla università, cui apparteneva. Nelle capitolazioni -dell’anno 1308 presentate dalla nostra città al Re Carlo II di Angiò -innanzi riportate alla pagina 142 tra i dazj che impose a se stessa -per potere far fronte ai pubblici pesi che le incumbevano, vi fu anche -quello della _sensalia_ che la prepotenza Baronale la invertì in un -dritto feudale, e la incluse tra le altre estorsioni della Bagliva. - -Dalle cose premesse è facile comprendere che cotesta _Bagliva_ era -un vocabolo che includeva in se una moltiplicita di mezzi diretti -a vessare, e scorticare la gente in tanti modi e per tante vie. In -conseguenza non si poteva dare in affitto che a persone audaci, -insolenti e fatte per taglieggiare e flagellare la popolazione -coll’aura della prepotenza Baronale a di cui profitto tornavano le loro -estorsioni. - -Da un altro antico strumento stipulato dal Notajo Nicolò _de -Marinactiis_ di Corato ho rilevato che il Sindaco e gli Eletti -della nostra città per liberare i cittadini dalle tante molestissime -vessazioni che soffrivano dai Baglivi si videro nella necessità di -prendere in affitto dal Duca d’Andria la Bagliva per conto della -Università per la seguente ragione, _Quia ipsi Bajuli Bajulationem -exercebant non sine molestia dictæ civitatis et hominum ipsius PROPTER -EJUS ARDUA SOLITA ET CONSUETA CAPITULA._ Si caricò la città del -pagamento di annui ducati seicento, ch’erano in quell’epoca una somma -ben forte, per comprare la tranquillità e la quiete de’ suoi abitanti! -Convenne anche in seguito rinnovarsi lo stesso ruinoso espediente con -essersi portato l’affitto della Bagliva prima ad annui ducati ottocento -ed indi a ducati mille. Si accrescevano le vessazioni per obbligare la -città a redimerle a prezzo più caro! Nella Consulta della Regia Camera -della Sommaria dell’anno 1600, di cui si è parlato innanzi nel capo X -pag. 193 e 194 sono riportati i pesi ed esiti annui ch’erano a carico -della Università. Tra questi vi è il seguente: _Al Duca d’Andria e -Conte di Ruvo per l’affitto della sua bagliva, e per la strena ducati -1110_. La _strena_ era un’altra estorsione la quale consisteva in un -magnifico regalo che la Casa d’Andria esigeva nel primo dì dell’anno. - -Nè quì si arrestarono le usurpazioni. Colle già dette capitolazioni -dell’anno 1308 aveva la città imposto ai cittadini un altro dazio -civico sulle contrattazioni che si facevano in grosso di generi, -derrate, mercanzie di ogni specie, e panni. Cotesto dazio nel -linguaggio del nostro antico Foro era chiamato _plateatico_. Nelle -dette capitolazioni si vede cotesto dazio imposto in una somma molto -discreta, poichè si esigevano dalla città grana cinque per oncia sul -valore de’ generi e delle mercanzie cadute in contrattazione pag. 141 e -142. - -Ma cresciuti in seguito i bisogni della città fu questo dazio aumentato -e portato fino alla forte somma di grana ventiquattro per oncia. Lo -pruova ciò lo Stato discusso di quella Università formato nell’anno -1626 dal Reggente del Collateral Consiglio Carlo Tapia, il quale si -conserva nel Grande Archivio del Regno. Risulta da esso che cotesto -dazio comunale si esigeva allora alla ragione di grana ventiquattro -per oncia, e rendeva annui ducati ottocento. Per formarsi il pieno che -mancava agli esiti comunali fu portato a grana trenta per oncia, e si -ebbe un introito di altri ducati dugento l’anno. - -Colle stesse capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposti alla -Popolazione altri due dazj di minore importanza. Il primo consisteva -in una somma discreta che pagar dovevano i Macellaj per ciascun pezzo -di animale grosso o piccolo che si macellava pag. 142. Cotesto dazio -col linguaggio del tempo si chiamava _scannaggio_. Il secondo riportato -anche nello Stato del Reggente Tapia, era quello di una _giumella_ su -di ciascuno tomolo di mandorle, le quali formavano, come formano anche -oggi uno de’ principali prodotti di quel territorio pag. 141. - -Or cotesti tre antichissimi dazj comunali il _plateatico_, lo -_scannaggio_ e la _giumella delle mandorle_ tocchi dalla verga -magica della prepotenza Baronale cangiarono natura. Dalle mani della -Università passarono in quelle della Casa d’Andria e divennero dritti -feudali! Ma coteste metamorfosi si rendevano ben fastidiose a quella -misera Popolazione, poichè gli antichi pesi tuttavia continuavano in -una mano assai più dura qual era quella del Barone. Il vuoto però che -lasciavano coteste usurpazioni degli antichi dazj comunali bisognava -che si fosse riempiuto con altre novelle imposte. Per tal ragione -il dazio sul pane, che colpiva il Popolo più di ogni altro dazio, fu -portato ad una somma molto gravosa ed intollerabile. - -Si propose la Casa d’Andria d’introdurre in Ruvo un’altra gravezza -che si praticava anche da altri Feudatarj, cioè la esazione del -passo. Consisteva questa in una somma che pagar doveva chiunque fosse -passato con vetture e con animali. Cominciò cotesto novello abuso -nell’anno 1602, come lo pruova una provvisione della Regia Camera della -Sommaria dell’anno 1608 registrata nel Grande Archivio. Ci fa questa -conoscere che i Coratini reclamarono contro cotesta abusiva esazione -che dissero introdotta nell’anno 1602, alla quale venivano anch’essi -obbligati[250]. Intanto la Casa d’Andria continuò in santa pace -cotesta arbitraria ed illecita esazione fino a che il Re Ferdinando al -cader del secolo passato abolì con una legge espressa tutti i passi -che si esigevano dai Baroni come quelli che davano causa ad infinite -soverchierie ed arrestavano il commercio interno. - -Non vi erano in Ruvo nè locande nè neviere Baronali. La Casa d’Andria -formò una nuova locanda nel pomerio dell’antico castello dal lato -occidentale che sporge alla campagna. Formò inoltre due grandi neviere -costrutte in un fondo che ora è di mia proprietà. Fece sorgere cotesti -novelli edificj col diritto proibitivo delle locande, e delle neviere -introdotto e sostenuto dalla forza e dalla violenza. Venivano inoltre -i cittadini obbligati a forza di bastonate a raccorre, e riporre la -neve nelle neviere suddette, e la città obbligata a non consumare altra -neve per l’uso della popolazione che quella delle neviere Ducali. -Non mai satolla di guadagno era invogliata d’introdurre anche una -privativa de’ molini. Ma come farsi? La libertà de’ molini era nella -nostra città antichissima. Dalle precitate capitolazioni dell’anno 1308 -costa che vi erano in Ruvo molti molini particolari, ed i proprietarj -di essi pagavano alla città una discreta prestazione per ogni _salma_ -di grano che in essi si macinava pag. 143. Col concorso però degli -Amministratori comunali ligj del Barone s’immaginò il modo di eseguire -cotesto nuovo progetto sotto plausibili apparenze, ma nella sostanza -iniquo verso tante famiglie, alle quali l’avidità Baronale veniva a -torre il pane. - -Venne escogitato il pretesto che la gabella della farina, per la quale -si pagavano allora quattro carlini e mezzo a tomolo, e si esigeva ne’ -forni, veniva fraudata. Che per impedire le fraudi era indispensabile -esigerla ne’ molini, e questi riunirgli in un solo luogo, ove si -sarebbe situato l’esattore della gabella suddetta. Con questo specioso -pretesto quindi ne fu stipulato pubblico strumento tra il Duca d’Andria -D. Antonio Carafa da una parte, il Sindaco e gli Eletti della città di -Ruvo dall’altra nel dì 15 Settembre 1615 dal Notajo Andrea Berarducci -di Bisceglia. - -Fu con esso costituito il dritto proibitivo de’ molini a favore del -Duca suddetto, ed ei si obbligò di stabilire come stabilì li nuovi -molini in un luogo designato adiacente alla pubblica muraglia della -città che servì di principale appoggio alla costruzione di essi. Da -altro pubblico atto poi del dì 30 Dicembre 1616 stipulato dallo stesso -Notajo risulta che i precitati Sindaco ed Eletti costituirono in Napoli -loro Proccuratore un tal _Francesco Bruno_, cui diedero le facoltà -opportune per ricorrere al Vicerè ed ottenere l’assenso sul detto -contratto. - -In fine da altro strumento del dì 7 Ottobre dello stesso anno 1616 -stipulato dallo stesso Notajo costa che quel _Francesco Bruno_ -costituito Proccuratore dal Sindaco ed Eletti era Proccuratore ed -Incaricato di affari del detto Duca. Dal che è facile conchiudere che i -Sindaci ed Eletti di quel tempo non erano che tante macchine mosse dal -Duca a sua volontà, e firmavano ad occhi chiusi tutte quelle carte che -a lui piacevano. - -L’assenso sul precitato dritto proibitivo non fu ottenuto. E come -avrebbe potuto ottenersi contro ogni regola di Diritto? Il protocollo -però che conteneva lo strumento del dì 15 Settembre 1615 col quale il -precitato dritto proibitivo fu costituito è scomparso dalla scheda di -Notar Berarducci, e vi è tutta la ragion di credere che si sia fatto -scomparire per torsi alla nostra città il titolo per poter rivendicare -una coi frutti il precitato dritto proibitivo de’ molini da se -costituito, ed usurpato dalla Casa d’Andria. - -Nell’indice generale però della scheda suddetta degli anni 1615 1616 -1617 1618 e 1619 vi è il seguente notamento: _Sig. Duca d’Andria -coll’università di Ruvo per li molini fol. 61_. Cotesto notamento -il quale pruova la esistenza di una convenzione allora stipulata -unito alla procura del dì 30 Dicembre 1616, colla quale si cercò -di farla convalidare con Regio Assenso non mai ottenuto, vale una -dimostrazione che la privativa suddetta costituita dalla Università -passò illegalmente nelle mani della Casa d’Andria. Cotesti documenti -servirono di appoggio al giudizio istituito nell’anno 1797 per i molini -suddetti come si dirà nel seguente capo. - -Dalle cose premesse è facile vedere che in mano della Casa d’Andria -il feudo di Ruvo non era più nè quello che fu costituito dai Normanni -ed indi dai Sovrani Angioini, nè quello che nell’anno 1510 fu dal -Cardinale Oliviero Carafa comprato da D. Raimondo di Cardona e sua -consorte. Man mano, e da tempo in tempo si vide lo stesso impinguato -ed accresciuto di tutte le specolazioni abusive che aveva saputo la -feudalità escogitare per succhiarsi il sangue delle Popolazioni. Alcuni -pretesi dritti furono creati dal nulla, altri furono tolti colla forza -alla povera Università e convertiti in dritti feudali! La conseguenza -di tanti abusi fu la miseria di quella Popolazione angariata per tutti -i lati. - -I mezzi coi quali furono tante gravezze introdotte e sostenute meritano -anche di essere commemorati. Il primo di essi fu quello di aversi messa -la Casa d’Andria in mano la nomina degli Amministratori Comunali. Si -vide quindi introdotto l’abuso che la Università faceva la nomina del -Sindaco e degli Eletti in doppia lista, ed il Barone sceglieva quelli -che più gli piacevano. Valeva però ciò lo stesso che aversi sempre -Amministratori ligj del Barone, sommessi alla di lui volontà e pronti -a sagrificargli i dritti della città e della popolazione che avevano il -sacro dovere di difendere e sostenere. - -Non ignoro che lo stesso abuso fu dalla prepotenza Baronale introdotto -anche in altri luoghi. Molti giudizj vi sono stati per tal causa negli -antichi Tribunali che cominciarono ai tempi nostri a reprimerlo. -Ma non ho potuto mai comprendere come al tempo dei Vicerè abbia -potuto lo stesso tollerarsi. Li passati Sovrani del nostro Regno -non s’ingerirono mai nella elezione degli Amministratori comunali e -furono religiosissimi nel lasciare alle Popolazioni la piena libertà -di scegliere quelli che credevano meritevoli della loro fiducia. Nelle -concessioni de’ feudi non si è veduto mai cotesto dritto conceduto -ad alcuno, neppure ai Principi della Real Famiglia. Come dunque -tollerarsi che si avessero i Baroni permesso di attentare sulla libertà -dell’elezioni? - -Il secondo mezzo era la Giurisdizione criminale. Con essa faceva la -Casa d’Andria perseguitare a dritto ed a torto quelle persone che non -erano del suo gusto. Quest’arma terribile si adoperava anche con una -doppia sevizia. La prima era il carcere orribile ed oscuro dell’antica -Torre di Ruvo, comunque vietato severamente ai Baroni dalle antiche -leggi del Regno. La seconda il trasporto de’ carcerati in altre lontane -prigioni per vie più dispettargli e strapazzargli. - -Mi dicevano i vecchi che il nostro distinto ed illustre cittadino -_Orazio Rocca_ perseguitato dal Duca d’Andria che voleva fargli gustare -le delizie della Torre suddetta, ebbe a fuggir da Ruvo con mezza barba -fatta e mezza nò, per sottrarsi agli Armigeri Baronali che già gli -erano addosso. Venuto in Napoli la sua esimia virtù e dottrina lo fece -divenire grande Avvocato ed indi Magistrato, Caporuota del Sacro Regio -Consiglio, Delegato della Real Giurisdizione e decorato anche col -titolo di Marchese trasmesso ai suoi discendenti. Fa però meraviglia -come coi mezzi che gli davano li suoi talenti e l’eminente suo -grado nulla abbia fatto per liberare la sua Patria dagli abusi della -prepotenza Baronale de’ quali ei medesimo ne aveva fatto il saggio che -ridondò per altro alla di lui esaltazione. - -Il terzo mezzo era la numerosa squadra degli Armigeri presi dalla gente -più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano -costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza da -essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà -Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili -come lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva -ammansata abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non -lasciavano di essere baldanzosi boriosi ed insolenti. - -Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato di -famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione -della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni che -si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone e de’ -luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano esse -specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale -amministrata da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in -conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non -poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano -incaricate dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali, -ed in tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro -talento e di propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti -che pretendevano essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’ -pesci, delle carni ed altri comestibili che si vendevano in piazza, de’ -quali dovevano esse essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi -dedotti nel giudizio dell’anno 1750! - -Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina -degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la Casa -d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver mai -pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro -Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale. -Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno -1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche _De forma censuali seu -catasto_ fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi -alle sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute. -Nel novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li -beni burgensi della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima -parzialità e deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj -alla stessa, ricevettero il carico della bonatenenza in annui ducati -434.79½. Cotesto pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni -alla cassa comunale qual vuoto venne in essa a produrre? - -Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la -feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le -Popolazioni si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo. -Ma non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città. -Si portarono le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar -potrebbe incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente -da pubblici processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera -della Sommaria. - -Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani -moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora -d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a -quell’eccesso che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la -Casa d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali -della nostra città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla -popolazione per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al -pagamento de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo -Stato. - -Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito -fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare -svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche, con -avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua -cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia -fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre scoverta, -ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi si -erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè -tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli -Amministratori municipali. - -Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli -Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca -di Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di -cotesta soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692 -e finì nell’anno 1736 col fallimento della povera Università di -Ruvo e coll’essere caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il -riportare quì la storia minuta del giudizio suddetto consegnata in -più volumi di processi formati nel Tribunale della Regia Camera della -Sommaria. Continue, veementi ed amarissime furono le doglianze de’ -creditori suddetti contro la prepotenza della Casa d’Andria che si era -impossessata anche delle rendite comunali, e gli defraudava di ciò che -loro era dovuto. - -Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo -Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse -vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle -rendite comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i -conti, come risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui -succedè dappoi l’attuario D. Gaetano Capaldo[251]. Questi ordini però -erano presi a beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che -il Tribunale della Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente -Commessario della Regia Camera della Sommaria a suo discarico con -rapporto del dì 16 Settembre 1716. - -Disse che _Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e -vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla -potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per -lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa -di peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città -di Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli -ordini di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli -essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li -creditori sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano -sopra l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria -Padrona, la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro -quelli del Governo che a firmare scritture in caso di bisogno_[252]. - -Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della propria -debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza -della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze de’ -Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente -il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel -vigore e quel tuono ch’era troppo necessario. - -D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese -di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso -col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori -della Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era -dovuto, e stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col -Duca d’Andria che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò -che loro spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur -questa avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: _Il supplicante -vedendosi inabilitato a poter esigere il suo dalla detta Università -per la potenza di detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia, -per essere suo feudo, a tal segno che il supplicante non ritrova -commessario che vuole andare ad esigere da detta Università, e se mai -se ne ritrova alcuno, pure questo per timore della vita si contentava -prendersi qualche regalo dal detto Illustre Duca, e se ne tornava -indietro, senza poter porre in esecuzione la sua incumbenza_[253]. - -Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità ho -voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro la -prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj -anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto -del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose, poichè -il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far pronta -e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della -Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria. - -Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza -furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti -della loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le -ali, poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in -patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle -sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto -Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi ai -suoi creditori. - -Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera -Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi -arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva -appropriate le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti. -Convenne ripianare questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva -coll’avanzo delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita -patrimoniale era alla nostra città rimasto, fu una necessità che -si fossero le gabelle tenute su di un piede che avessero potuto far -fronte ai pesi correnti, e dare anche un avanzo per ripianare il debito -arretrato. - -Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra città -ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di Cordova, o -dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da nemici, e -le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa Baronale -al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado ciò -l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con avere -di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa -meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra -città spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti -de’ suoi abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi -loro i mezzi di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di -quel territorio. Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una -picciola appendice assai curiosa. - -Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori della -Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito -arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora, -ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione. -Fu questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i -rispettivi crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati. - -Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati -1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di -somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta -alla sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non -solo il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del -patrimonio incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto -lo portò in essa come semplice creditore fiscalario in annui ducati -1137, senz’avergli però nulla attribuito per arretrati. Nulla il -Duca Ettore Carafa, avo del Duca attuale, oppose a tal relazione, la -quale perciò rimase ferma. Nè fino all’anno 1751 si presentò giammai -a partecipare delle ripartizioni che si facevano tra i creditori -d’interessi arretrati delle somme di avanzo, come innanzi si è -detto[254]. - -Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano fatta -quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della -Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati, -si fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si -asserì creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!! -Disse che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736, -cioè in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le -querele degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di -essere ammesso a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i -creditori di arretrati dall’avanzo delle rendite della Università[255]. - -Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i -passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano -prestati alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si -è parlato, quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e -minacciati da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso, -non si sentirono comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca -si aveva preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio -de’ gravami dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè -l’interesse privato. - -Quindi l’Avvocato della Università mosso da costoro, e provveduto -da essi degli opportuni documenti non solo si oppose acremente al -preteso credito arretrato di ducati 25600 che il Duca spacciava, ma -con una dimanda riconvenzionale dedusse che doveva lo stesso essere -condannato a restituire le forti somme che la sua Casa si aveva per -tanti anni appropriate dalle rendite comunali con aver ridotta la -povera Università in patrimonio. Era questo un discorso pieno di verità -e di giustizia; ma il Duca Ettore seppe allontanare la tempesta. Avendo -acchetato l’interesse privato che la suscitava, finì il giudizio de’ -gravami colla frivola transazione dell’anno 1751 di cui parlerò nel -seguente capo. - -Essendosi con essa gli Amministratori della Università obbligati a -non fare più alcuna ostilità al Duca per l’articolo testè enunciato, -ne venne in conseguenza che quello stesso Avvocato della Università, -il quale aveva attaccato così bene il preteso credito di duc. 25600 -che il Duca spacciava, quasi che avesse bevuta l’acqua di Lete, obliò -perfettamente ciò che contro lo stesso aveva dedotto e lasciò fare al -Duca ciò che voleva. Quindi per effetto di una manifesta prevaricazione -si vide il Duca dall’anno 1753 in avanti figurare senza veruna -contraddizione tra i creditori d’interessi arretrati nella rilevante -somma di ducati 25600, e partecipare delle ripartizioni che si facevano -delle somme di avanzo col consenso degli Avvocati _pro tempore_ della -Università! - -Non debbo omettere che tra i nomi di costoro ho letto anche quello di -un tal _D. Pietro Andreatini_. Quest’uomo io l’ho conosciuto nella -qualità di Segretario della Casa d’Andria, ed in questo posto egli -è morto. Si veda da ciò in quali mani era allora affidata la difesa -della povera Università, e se il Segretario del Duca d’Andria avrebbe -potuto giammai sostenere i dritti della stessa contro il suo Signore -che gli dava da vivere! Ma la prevaricazione degli Amministratori della -Università che continuò tuttavia anche dopo la transazione dell’anno -1751, seguitò a sagrificare gl’interessi della stessa alla influenza -Baronale. - -Morto il detto Andreatini, gli succedè nella difesa della Università -il Dottor D. Lorenzo Scarongelli. Era egli Ruvestino, e quindi avrebbe -dovuto prendere tutto l’interesse per non far rimanere a carico della -sua patria un debito così enorme contraddetto fin dall’anno 1751 -e ribattuto da validissimi documenti. Ei però mancò a questo sacro -dovere, fece quello stesso che aveva fatto l’Andreatini, e prestò il -suo consenso alle ulteriori distribuzioni ch’ebbero luogo. Non fia -ciò meraviglia, poichè era costui uno di quelli uomini servili usi a -prestarsi a tutto ciò che voleva _Sua Eccellenza Padrone_. - -A buon conto la influenza della Casa d’Andria anche dopo l’anno 1751 -negli affari comunali continuò ad essere la stessa. Si venne anzi a -rendere assai più pesante colla fissa permanenza che fece ne’ suoi -feudi dopo l’anno 1760 il Duca fu D. Riccardo Carafa Padre del Duca -attuale. La di lui Illustre consorte la Signora Duchessa D. Margherita -Pignatelli che dominava in casa era di un carattere imperioso, e -tempestoso. Nulla inoltre sapeva rimettere degli antichi abusi ed -albagia della feudalità che il pensare del tempo, ed anche la mano del -Governo andava ogni dì fiaccando. Si univa a ciò che per particolari -impegni o protezioni si voleva anche un po’ soverchio mischiare ne’ -fatti privati che non la riguardavano punto. - -Queste cosucce per loro stesse disgustanti unite agli abusi ed -alle gravezze positive che non erano punto rimaste corrette colla -transazione dell’anno 1751, e tuttavia continuavano, disposero gli -animi de’ migliori cittadini a scuotere una volta decisamente quel -pesantissimo giogo. Essendo quindi avvenuta la morte di D. Lorenzo -Scarongelli, fui nell’anno 1794 nominato con pubblico Parlamento -Avvocato della nostra città. Fu la mia nomina proclamata dal voto -concorde de’ miei concittadini perchè a tutti erano noti i miei -sentimenti avversi a quello stato di degradazione a cui la nostra città -era stata ridotta dalla prepotenza Baronale. - -Protesto però che questi sentimenti non si erano in me generati da -qualche particolar risentimento o torto recato a me o alla mia famiglia -dalla Casa d’Andria. Niun motivo ho avuto giammai di essere dolente di -essa per questo lato. Questi sentimenti me gli ha dati la Natura. Sono -nati e cresciuti con me. Gli ha nutriti il mio carattere avverso alle -prepotenze ed alle ingiustizie, l’amore vero che ho avuto sempre per la -mia cara patria, la intolleranza di vederla oppressa ed avvilita, e ’l -vivo desiderio che ho sempre avuto di esaurire tutti i miei sforzi per -sollevarla. - -Se non si fosse trattato di rivendicare i dritti della mia Patria, -il che costituisce un sacro dovere per ogni buon cittadino, non mi -sarei mai e poi mai impegnato ad assumere la difesa di qualunque altro -giudizio contro la Illustre Famiglia Carafa di Andria. Eccomi dunque -a dare un breve cenno delle operazioni da me fatte nella qualità di -Avvocato della nostra città, e delle cause intraprese e menate a fine. -Per potere però ciò fare è indispensabile premettere un cenno sullo -stato in cui le cose rimasero colla transazione dell’anno 1751. - - - - -CAPO XIII. - -_De’ Giudizj dell’anno 1750 1797 e 1804, e delle transazioni dell’anno -1751 e 1805._ - - -Non vale la pena di fare una minuta sposizione del giudizio istituito -contro la Casa d’Andria nell’anno 1750 e della transazione che ne -susseguì nel dì 9 Luglio 1751 per mano del Notajo Giovanni Teodoro de -Rienzo di Napoli. Possono queste carte far conoscere soltanto il giogo -di ferro imposto alla nostra città dal Duca Ettore Carafa il vecchio -avo del Duca attuale, il quale esasperò di gran lunga le gravezze -introdotte dai suoi antenati; ma nulla presentano di vantaggioso per -quella popolazione, la quale continuò tuttavia a rimanerne schiacciata -dagli antichi abusi, ed estorsioni. - -Ho detto innanzi che il giudizio dell’anno 1750 lo suggerì il privato -interesse, non già il vero zelo di sottrarre la propria patria ad -una lunga e spogliatrice oppressione. È facile ciò ravvisarlo sotto -un doppio rapporto. Il primo fu la tema delle forti significatorie, -ond’erano minacciate le persone influenti che negli anni precorsi -avevano avuta parte nell’amministrazione comunale, ed avevano prestata -alla Casa d’Andria la mano perchè si avesse appropriate anche le -rendite della Università. - -Il secondo fu la mira che avevano pochi proprietarj di masserie nella -contrada delle murge di liberarle dalla suggezione delle parate che -la Casa d’Andria faceva dell’erba vernina di esse. Per quest’oggetto -si vide inviato in Napoli nella qualità di Deputato per promuovere -l’enunciato giudizio il fu Dottor D. Saverio Modesti che possedeva la -più vasta masseria delle murge, ed aveva una potente influenza nelle -faccende comunali. - -Quando le operazioni di tal fatta sono suggerite da un fine indiretto -è una necessità che falliscano. Introdotto il giudizio, in un anno e -mezzo nulla fu operato. Si perdeva il tempo per attendersi a trarre -dalle ostilità cominciate in nome della Università quel profitto che -si poteva pe ’l privato interesse. Lo fa ciò intendere chiaramente lo -stesso strumento di transazione dell’anno 1751. Il sindaco e gli Eletti -nel ratificarlo dichiararono che il Deputato Modesti _aveva pregato e -fatto pregare il detto Eccellentissimo Signor Duca d’Andria acciò si -fosse devenuto ad un amichevole componimento_. - -È chiaro dunque che si era egli strisciato presso il Duca per carpirne -ciò che faceva per se e per i suoi amici, e ’l Duca Ettore ch’era un -uomo sommamente scaltro, e capiva bene la partita, seppe rappaciare -l’interesse privato, e fece andar per aria quello della Università di -Ruvo. Tra le azioni dedotte vi era anche quella, come innanzi ho detto, -colla quale era stato il Duca convenuto a restituire tutte le somme -che la sua Casa si aveva per tanti anni appropriate dalle rendite della -Università, senza essersi pagati i creditori fiscalarj. - -E bene col capo VIII della transazione dell’anno 1751 il Duca prese -a suo carico la difesa de’ passati amministratori ch’erano stati -obbligati a rendere i conti, e si obbligò di pagare _de proprio_ le -somme che sarebbero state loro significate. Si fece intanto obbligare -la Università a non fargli più parti ostili con aver rinunziato a -qualunque pretensione ed azione di ripetere le somme da lui esatte! -Avvenne a tal modo il miracolo che il Duca debitore di grosse somme -per la causa suddetta si vide figurare presso gli atti del patrimonio -qual creditore della Università per interessi arretrati nella rilevante -somma di ducati 25600, senza che niuno lo avesse contraddetto!!! - -Collo stesso giudizio si era dimandato anche che le così dette parate -delle murge si fossero aperte al libero pascolo degli animali de’ -cittadini. Ma col Capo XVII della precitata transazione le parate -rimasero ferme. Furono bensì da esse escluse le masserie di D. -Saverio Modesti e degli altri particolari che facevano strepito, e si -ampliarono in proporzione sul rimanente demanio aperto delle murge a -spese degli usi civici che competevano alla popolazione!!! - -Appagato a tal modo l’interesse privato, tutto il di più andò _de -plano_ a voglia del Duca. Tutti gli articoli essenziali che formavano -l’oggetto del giudizio promosso rimasero risoluti a di lui favore. Sia -per gittarsi polvere negli occhi, sia piuttosto per erubescenza furono -accordate alla Università quelle cosucce frivolissime soltanto che non -si potevano affatto sostenere, e che qualunque Magistrato, per quanto -avesse voluto essere parziale, o indulgente per la feudalità, avrebbe -abolite sotto la penna e senza veruna discussione. Anzi neppur le -gravezze di questa specie furono per lo intero corrette ed emendate; ma -rimasero in parte sullo stesso piede contro il divieto espresso delle -leggi! Ecco un succinto prospetto degli articoli della transazione -suddetta dai quali risulta cotesto concetto. - -Furono negati ai cittadini gli usi civici sull’erba estiva del bosco -di Ruvo. Fu ai medesimi accordato soltanto il dritto di legnare _ad uso -di sporga_ per lo stretto bisogno, mentre loro competevano i pieni usi -civici. Ma questo patto non fu neppur rispettato, poichè gli Armigeri -baronali addetti alla custodia del bosco se trovavano i cittadini in -esso a legnare crudelmente gli flagellavano, come innanzi si è detto. -Tutte l’esazioni abusive della Bagliva rimasero confermate, tranne -soltanto la così detta _cortesia_ che fu abolita. Rimase abolita del -pari la gabella della giumella delle mandorle usurpata alla Università, -col rilascio però de’ frutti per tanti anni esatti con mala fede. -Fu promessa la restituzione della Giurisdizione della Portolania, -e de’ pesi e misure usurpata del pari alla Università col rilascio -anche de’ frutti e proventi della stessa. Ma questo patto non fu -neppure eseguito, poichè seguitò il Duca ad appropriarsi i proventi -di cotesta Giurisdizione che gl’includeva nella Bagliva. I molini col -dritto proibitivo rimasero al Duca, poichè si disse che mancavano alla -Università i documenti per rivendicargli. - -Rimase abolito il dritto proibitivo delle Taverne e delle neviere, e -convenuto che non avessero potuto i cittadini essere obbligati a forza -di bastonate a raccorre e riporre la neve, e ad altre opere servili. -Ma si obbligò la Università di non far con altri, meno che col Duca, -il partito della neve che bisognava alla Popolazione. E poteva ciò -esser permesso dalla legge? Fu rilasciata al Duca la bonatenenza non -pagata giammai per i beni burgensi. Promise di non avocare più le cause -dal Giudice locale ordinario, e delegarle ad altri a suo piacimento. -Ma poteva ciò farlo? Cosa dunque venne con ciò ad accordare? Rimase -vietato ai Ministri Baronali di carcerare e scarcerare le persone -di loro privata autorità, e senza l’ordine del Giudice, tranne però -i debitori dell’azienda Ducale, e ciò con manifesta violazione del -Capitolo del Re Carlo I riportato innanzi alle pagine 138 e 139! - -Promise il Duca di non fare più danneggiare dai suoi animali le -possessioni de’ cittadini. Grazia singolarissima! Promise di non -valersi più del carcere orribile ed oscuro della Torre, e di non fare -più trasportare i carcerati fuori di Ruvo. Ma si obbligò la Università -di formare un carcere opportuno, mentre quest’obbligo incumbeva al -Duca qual possessore della Giurisdizione civile e penale! Fu convenuto -che il Governatore e Giudice di Ruvo esser dovesse laureato, quasi che -fosse stato permesso al Duca di far fare decreti a chi non fosse stato -Dottore! In fine rimase a lui finanche la nomina degli Amministratori -comunali che costituiva il principio di tutti i disordini e delle -prepotenze che si soffrivano, poichè veniva a questo modo a mancare chi -avesse potuto sostenere i dritti della popolazione ove l’uopo lo avesse -esatto. - -Dopo il breve cenno che si è premesso delle cose importantissime -accordate al Duca colla transazione dell’anno 1751, e delle frivole -ed inettissime concessioni fatte alla Università di quelle bagattelle -soltanto che con una latitudine assai maggiore, e senza verun fastidio -avrebbe ottenuto sotto la penna dalla giustizia de’ Magistrati, non -possono non muovere la bile due cose. - -La prima sono le insulse e veramente ridicole buffonerie che si dissero -nell’assertiva del precitato strumento di transazione per esagerare ed -amplificare le supposte difficoltà e dubbiezze delle dimande proposte -dalla Università e dal Duca accordate nel modo che testè si è detto! -La seconda la importanza di tali concessioni che si pose in risalto con -molto poco contegno, poichè si disse che i fortissimi rilasci fatti al -Duca di somme rilevantissime o non pagate o ingiustamente appropriate -si erano fatti _per piccola contemplazione di tante considerevoli cose -che il detto Eccellentissimo Signor Duca si compiace di stabilire -e convenire nel presente strumento con tanto vantaggio della -Università!!!_ - -Quali sono però le _considerevoli cose_ concedute dalla generosità -Ducale? La promessa forse di un Governatore laureato, quella di non far -più seppellire i cittadini nel fondo orribile ed oscuro della Torre, -di non fargli strascinare in lontane prigioni, di non obbligargli più -a forza di bastonate a raccorre e riporre la neve nelle sue neviere, -e di non far più devastare le loro possessioni dai suoi animali.....? -Qual discorso insulso nel tempo stesso ed insultante! Anche le cose -accordate nel precitato strumento dell’anno 1751 non possono leggersi -senza fremere, poichè si fecero rimanere in parte que’ medesimi abusi -che avrebbero i Magistrati pienamente aboliti e proscritti. Lasciamo -quindi cotesto monumento di prevaricazione, e venghiamo al giudizio -dell’anno 1797 intrapreso con altri principj ed altri sentimenti. - -Due forti ostacoli si opponevano a questa bell’opra. Il primo era la -somma povertà della cassa comunale impotente a far fronte alle forti -spese che avrebbero esatte le cause da intraprendersi contro una -famiglia allora potentissima. Il secondo che l’Archivio comunale si -trovava sprovveduto dì qualunque documento memoria o notizia che avesse -potuto porgere un filo a tale intrapresa. Quel Duca Ettore Carafa, -che si permetteva tante violenze contrarie alle leggi, quante ce ne -fanno apprendere il giudizio dell’anno 1750 e la transazione dell’anno -1751, ne aveva commessa un altra anche più sonora per torre alla -nostra città ogni mezzo di risorgere. Era in Ruvo un fatto pubblico e -notorio contestato dai vecchi che gli armigeri Ducali avevano sorpreso -l’archivio comunale e trasportate in Andria tutte le carte che in esso -si conservavano. - -Incaricato quindi di avviare e sostenere que’ giudizj che le -circostanze esigevano, senza documenti di sorta alcuna, vidi bene che -non si trattava di regolare ordinare ed istruire le corrispondenti -azioni, ma bensì di crearle e corredarle di que’ documenti che avessero -potuto assicurarne la riuscita. Nondimeno l’amor di patria superò ambi -li predetti ostacoli. - -Il primo di essi lo fece cessare il disinteresse e la generosità del -Capitolo di Ruvo, e di un certo numero di famiglie maggiori possidenti -che con esso si collegarono, e presero a loro carico le spese che -occorrevano per i giudizj da intraprendersi. Contribuì il primo la -somma di mille ducati. Contribuirono le seconde ciascuna in proporzione -della possidenza rispettiva. Di questo tratto di vero patriottismo -essendosi fatto un giusto elogio nel pubblico parlamento del dì 20 -Gennajo 1805 inserito nello strumento di transazione dello stesso anno, -è ben dovuto che ne faccia onorevole menzione anche la storia. - -In quanto al secondo ostacolo non mi perdei di animo. Prima di fare -qualunque mossa giudiziale mi applicai ad andar tentone rintracciando -quelle notizie, e que’ documenti che avrebbero potuto esser utili -e conducenti all’impegno assunto. Cominciai quindi dall’istruirmi -perfettamente degli antichi processi formati nel Tribunale della Regia -Camera della Sommaria dall’anno 1692 in poi tra i creditori fiscalarj -e la Università, e successivamente tra i creditori suddetti, e gli -amministratori obbligati a render conto della tenuta amministrazione. -Trassi da essi utili notizie, ed i documenti opportuni per ribattere -il preteso credito di fiscali arretrati in ducati 25600 per lo quale si -faceva figurare la Casa d’Andria, e per farla anzi risultare debitrice -di grosse somme. - -Impiegai nel tempo istesso circa un anno nel grande Archivio per -una ricerca generale di quanto poteva riguardare la nostra città, -onde potermi valere, come mi valsi di quelle carte che mi sembrarono -utili. Le stesse diligenze praticai nell’archivio della Regia Dogana -di Foggia, ove mi trattenni otto giorni per quest’oggetto. Coteste -ricerche non furono infruttuose poichè mi fornirono un materiale -sufficiente a formare un piano di attacco ragionato e ben sostenuto. - -Calcolai inoltre che altri lumi avrebbero potuto trarsi dalle antiche -schede de’ Notaj tanto Ruvestini che delle Regie città convicine, de’ -quali la Casa d’Andria si era valuta ne’ tempi passati per istipulare -i suoi atti pubblici[256]. Mi fu utilissima in tali ricerche la -cooperazione di due cittadini zelantissimi pe ’l bene della comune -patria. Uno di essi fu D. Francesco Devenuto, uomo di sveltissimi -talenti e di somma abilità ed attività. L’altro fu il mio cognato D. -Giuseppe Ursi versatissimo, minuto e diligente in simili ricerche, la -di cui memoria mi è molto cara per i suoi ottimi sentimenti e pe ’l suo -attaccamento alla mia persona ed alla mia famiglia. - -Alla loro cooperazione furono dovuti gl’interessantissimi documenti -relativi al dritto proibitivo de’ molini che non si seppero o piuttosto -non si vollero rintracciare nell’anno 1750, quelli coi quali era stata -venduta nell’anno 1632 una parte dell’antica difesa comunale, ed altri -ancora dai quali trassi utili schiarimenti ne’ giudizj che furono -promossi. Riunite le carte suddette furono da me spiegate le seguenti -azioni parte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria, e parte -nel S. R. C. secondo la competenza rispettiva. Nella Regia Camera -furono proposte le seguenti dimande - -I. Che si fosse cassato il già detto preteso credito di duc. 25600 -per lo quale si faceva figurare il Duca d’Andria presso gli atti del -patrimonio, con essere lo stesso condannato a restituire tutte le somme -che gli erano state collusivamente liberate in conto, e tutte le altre -maggiori somme che la sua Casa si aveva malamente appropriate dalle -rendite comunali esatte dall’anno 1692 all’anno 1735. - -II. Che senza tenersi conto del nullo e collusivo strumento di -transazione dell’anno 1751 fosse stato condannato del pari a restituire -i frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania e de’ pesi e -misure, non che della gabella della giumella delle mandorle usurpate -a danno della Università, ed al pagamento della bonatenenza non mai -pagata per i beni burgensi fino all’epoca del catasto dell’anno 1752. - -III. Che fosse stato condannato a restituire i molini edificati sul -suolo e nelle antiche muraglie della città, e ’l dritto proibitivo di -essi stabilito dalla Università nell’anno 1615 per la propria utilità, -una coi frutti. - -IV. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti lo -scannaggio, dritto comunale costituito dalla Università colle -capitolazioni dell’anno 1308 approvate dal Re Carlo II, ed usurpato -dalla sua Casa. - -V. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti una grande -stanza convertita in magazzino, la quale formava parte delle pubbliche -carceri di proprietà comunale. - -VI. Che si fosse al Duca vietato di chiudersi l’erba vernina delle -murge colle così dette _parate_ principalmente per essere il demanio -delle murge un demanio comunale. Subordinatamente perchè in ogni caso, -e supponendolo anche un demanio feudale, simili chiusure erano dalle -leggi del Regno vietate ai Baroni in pregiudizio degli usi civici che -competono alle popolazioni. - -VII. Che si fossero corretti tutti gli abusi della Bagliva col vietarsi -principalmente ai Baglivi. Primo di fidare gli animali degli esteri -ne’ terreni _appatronati_ siti nel demanio. Secondo col fidargli in -tanta quantità che fosse venuto a mancare il pascolo agli animali de’ -cittadini. - -VIII. Che si fosse inoltre vietato al Duca d’ingombrare quel demanio -con una quantità strabocchevole di animali proprj, con essergli -permesso soltanto d’immetterne tanti, quanti il più ricco de’ -cittadini, giusta lo stile di giudicare de’ Tribunali supremi. - -IX. Che si fosse obbligato a pagare la bonatenenza non meno per i detti -animali d’industria che pascolavano nel demanio, che per lo vasto fondo -denominato _la Piantata_ di qualità burgense e non già feudale, come da -lui si pretendeva. - -Altro giudizio fu istituito nello stesso Tribunale della Regia Camera -della Sommaria in linea penale per lo taglio dato dalla Casa d’Andria -alle annose querce fruttifere del bosco di Ruvo in pregiudizio tanto -degli usi civici che competevano alla popolazione di Ruvo, quanto del -dritto di proprietà che il Re aveva degli alberi ghiandiferi in forza -dello strumento dell’anno 1552 innanzi riportato. - -Sulle precitate dimande proposte in linea civile il Tribunale della -Regia Camera impartì termine ordinario e questo fu compilato. Rispetto -ai molini ordinò una perizia per verificarsi se erano essi edificati -sul suolo e nell’antica muraglia della città. La perizia ordinata venne -eseguita coll’intervento di uno de’ Magistrati della Regia Udienza -Provinciale, e la nostra posizione rimase pienamente verificata. - -Per lo giudizio penale fu ordinata una informazione. Rimasti con essa -concludentemente pruovati gl’immensi danni recati dalla Casa d’Andria -agli alberi fruttiferi del Bosco, fu ordinata una perizia fiscale, e fu -questa anche eseguita. In questo stato erano nell’anno 1798 i giudizj -dedotti nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Quelli avviati -nel S. R. C. furono i seguenti - -I. Che si fosse il Duca astenuto dal prendere qualunque ingerenza nella -elezione degli uffiziali municipali. - -II. Che non avesse ulteriormente molestata la Università nel pieno -esercizio della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure che -a lei apparteneva a titolo di compra fattane dal Re. - -III. Che si fossero attribuiti ai cittadini di Ruvo i pieni usi civici -di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo rimasta al Duca -d’Andria col contratto dell’anno 1552. - -IV. Che si fosse il Duca astenuto dal nominare il Maestro della Fiera -di S. Angelo che si celebra nella città di Ruvo. - -V. Finalmente che si fosse abolito il dritto _plateatico_ sulla -contrattazione delle merci derrate e mercanzie che stava il Duca -esigendo con averlo usurpato alla Università cui apparteneva in forza -delle capitolazioni dell’anno 1308 e dello Stato del Reggente Tapia. - -La commessa di cotesto giudizio si ottenne in persona del Regio -Consigliere allora ed indi illustre Segretario di Stato D. Giuseppe -Zurlo, Magistrato di elevatissimi talenti, di vaste e belle cognizioni, -di probità a tutta pruova, e non fatto per incensare gli abusi della -feudalità. Proposta da lui la causa nel S. R. C. nell’anno 1798 furono -decisi soltanto li primi tre capi. Fu la decisione favorevole alla -Università; ma in quanto all’erba estiva del bosco di Ruvo ebbi a -battermi molto acremente pe ’l seguente motivo. - -Si è detto innanzi alla pagina 202 che rimasto collo strumento -dell’anno 1552 abolito l’uso civico del pascolo de’ bovi aratorj che -i cittadini di Ruvo rappresentavano sul detto bosco, fu data alla -Università in compensamento la facoltà di ampliare la sua difesa fino a -quaranta carri. Incaricato il Consiglio Collaterale di dare esecuzione -a tal determinazione, col suo decreto del dì 26 Ottobre 1552 disse -che tale ampliazione si accordava _pro usu et pascuo dictorum bobum, -attento quod boves dictæ civitatis nullo tempore dictum nemus ingredi, -nec in eodem pasculari possunt_. - -Gli Avvocati del Duca beccando quelle parole _nullo tempore nemus -ingredi nec in eodem pasculari possunt_, gonfiavano le pive, e volevano -in coteste espressioni ravvisare un giudicato del Collateral Consiglio -che aveva tolto ai Ruvestini in ogni tempo, ed in ogni stagione gli usi -civici del bosco suddetto. - -Si replicava da me che il carattere di _giudicato_ compete soltanto -a que’ decreti che i Magistrati emettono in un giudizio contraddetto. -Che il Collateral Consiglio fu nell’anno 1552 semplicemente incaricato -di autorizzare la città di Ruvo ad ampliare la sua antica difesa, non -già a definire se aveva o nò dritto di pascere nel bosco feudale nella -estiva stagione. Che non poteva lo stesso volerne più di quello ch’era -contenuto nello strumento dell’anno 1552 stipulato tra il Vicerè Pietro -di Toledo e ’l Duca d’Andria Fabrizio Carafa, al quale fu il Collateral -Consiglio incaricato di dare esecuzione per la sola parte permissiva -dell’ampliazione della predetta difesa comunale. - -Che l’ampliazione della difesa con esso accordata alla città di Ruvo -era stata un compensamento del pascolo de’ bovi aratorj che veniva a -perdere _tempore hyemali_, come precisamente si legge nel precitato -strumento riportato alla detta pagina 202, non già nel tempo estivo, -del che non si parlò in esso nè punto, nè poco. Che quindi subentrava -la regola di Diritto _Iniquum est perimi pacto id de quo cogitatum non -est_, e che un errore in cui cadde il Collateral Consiglio eccedendo -i limiti dell’incarico ricevuto non poteva alterare il contenuto del -precitato strumento dell’anno 1552 al quale soltanto doveva starsi. - -Queste ed altre osservazioni da me fatte convinsero il maggior numero; -ma fu questo articolo deciso a favore della Università non senza -un forte dibattimento. La decisione allora ottenuta ha portata la -conseguenza che nella divisione de’ demanj che ha avuto luogo per -effetto delle novelle leggi sono state risegate a favore della nostra -città trentatre carri del bosco suddetto, o siano duemila moggia circa. - -Rimanevano a decidersi il quarto e ’l quinto capo per la nomina del -Maestro di Fiera e per lo dritto _plateatico_, quando il Consigliere -Zurlo fu promosso alla luminosa carica di Avvocato Fiscale della -Regia Camera della Sommaria. Mi compiacqui del di lui ben meritato -avanzamento, ma rimasi dolente di averlo perduto per Commessario -della precitata causa nel S. R. C. Non tardò però a presentarmisi la -occasione di racquistarlo per altra via. L’alta opinione che il Governo -aveva di lui fece sì che cominciò a darsi qualche esempio che taluni -giudizj tra Università e Baroni, che si volevano veder terminati senza -lungherie giudiziali, furono per volontà del Re a lui particolarmente -delegati. - -Massimo era in ciò il vantaggio delle Università. Venivano esse -a rinfrancare il dispendio. Rimanevano a tal modo troncate le -tergiversazioni forensi che costituivano il maggior presidio de’ -Baroni intenti sempre a prender tempo, e stancare i Comuni. In fine il -dipendere nelle cause di questa specie da un Magistrato illuminato, -giusto e non ligio del Baronaggio era una cosa molto desiderabile. -Pensai quindi di battere la stessa strada e mi riuscì ottenerlo. Per -disposizione Sovrana tanto li due punti di quistione non ancora decisi -dal S. R. C. quanto tutti i capi dedotti nella Regia Camera della -Sommaria furono delegati all’Avvocato Fiscale Zurlo. - -Passate quindi a lui le carte di ambi i giudizj, si applicò prima a -decidere le due quistioni rimaste pendenti nel S. R. C. Con suo decreto -dell’anno 1798 fu tolta al Duca la nomina del Maestro di fiera ed -abolito il dritto _plateatico_. A tal modo tutte le dimande proposte -nel S. R. C. rimasero esaurite con una piena e compiuta vittoria -riportata dalla Università. Si accudiva da me per la decisione delle -altre più gravi quistioni dedotte nel Tribunale della Regia Camera -della Sommaria, quando sopravvenne l’epoca fatale e memoranda dell’anno -1799 che pose in iscompiglio tutto il Regno. - -Per una di quelle anomalie inconcepibili, ma inseparabili dalle -rivoluzioni e dai tumulti popolari, la casa di quel rispettabile -Magistrato fu saccheggiata dal cieco furore del Popolaccio Napolitano, -ed ei medesimo non dovè stentar poco per poter riuscire a salvar la -vita. Col saccheggiamento immeritamente da lui sofferto si dispersero -anche que’ processi delle nostre cause che si trovavano presso -di lui. La dispersione di essi, le fastidiose conseguenze delle -terribili convulsioni dell’anno 1799 che gravitarono su di tutti, e la -confiscazione di tutti li suoi beni che per effetto di esse soffrì la -Casa d’Andria, arrestarono per necessità fino all’anno 1803 il corso -de’ giudizj suddetti. - -Per i luttuosi avvenimenti preceduti figurava allora qual primogenito -della sua illustre famiglia l’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco -Carafa. A lui quindi furono, dietro il Trattato di Firenze, restituiti -i feudi ed i beni di sua Casa ch’erano stati confiscati. Col Duca D. -Francesco perciò furono nell’anno 1803 ripigliati li giudizj suddetti. -Non costò poco imbarazzo la rifazione de’ processi dispersi nella -casa del Signor Zurlo, e specialmente di quello de’ molini, nel quale -vi era il rapporto de’ Periti adoperati, e la pianta di essi levata -nell’anno 1798. Si ritornò innanzi al Tribunale della Regia Camera -della Sommaria, ed ivi alle dimande proposte nell’anno 1797 ne furono -nell’anno 1804 aggiunte due altre. - -La prima di esse fu la seguente. Dell’antica difesa comunale, di -cui si è innanzi parlato, ventotto carri si trovavano in mano della -Casa d’Andria, senza che si fosse conosciuto a qual titolo le avesse -possedute. In tale oscurità sull’appoggio de’ documenti rinvenuti nel -Grande Archivio, ed innanzi riportati, e dello strumento dell’anno -1552, col quale fu ampliata la difesa comunale eretta nell’anno 1510, -stimai proporre un’azione di rivendicazione. Essendosi il Duca difeso -coll’aver prodotti diversi documenti, coi quali sosteneva di essersi -col prezzo dei detti carri ventotto estinta una porzione degli antichi -debiti della Università, il giudizio cangiò figura. I contratti dal -Duca allegati gli attaccai di nullità per difetto di legittimi solenni. -Proposi subordinatamente ed in ogni caso l’azione di _reintegra_ in -vigor della Prammatica XVIII _De administratione Universitatum_, perchè -calcolai che il valore della difesa posseduta dalla Casa d’Andria -montava al doppio del prezzo che si diceva pagato. - -La seconda fu la seguente. Appartengono al Monte della Pietà della -città di Ruvo destinato al mantenimento de’ projetti quindici carri di -terreno nella contrada delle murge. Da lunghissimi anni si trovavano -questi in mano della Casa d’Andria per una prestazione tenuissima in -danaro niente corrispondente al valore di essi, senza conoscersi a qual -titolo se ne fosse impossessata. Essendo riuscite inutili le richieste -amichevoli o per l’aumento dell’estaglio o per la restituzione de’ -terreni suddetti, convenne prendersi le vie giudiziali. - -Rinnovati li giudizj suddetti, l’attuale Signor Duca D. Francesco -Carafa si regolò da uomo saggio e prudente. Istruito dal risultamento -che avevano avuto le dimande proposte nel S. R. C. cercò ravvicinarsi -ai Ruvestini, e proporre ai medesimi la combinazione amichevole -degli altri giudizj anche più gravi ch’erano tuttavia pendenti. La -disposizione degli animi era allora anche cangiata. Le gravissime -sciagure piombate sulla Casa d’Andria per i luttuosi avvenimenti -dell’anno 1799, e l’amarezza in cui viveva una illustre famiglia un -tempo tanto potente, aveva raffreddato il risentimento generato dalle -antiche prepotenze, ed eccitato un compatimento ed un sentimento di -considerazione. Valga il vero in quel frangente ben tristo per la -Casa d’Andria i Ruvestini non solo si guardarono dall’aggravare vie -più li suoi malanni; ma si prestarono anche di tutto cuore a salvarle -dalla confiscazione tutto ciò che avesse potuto dipendere dalla loro -cooperazione. - -La proposta quindi di un accomodamento fu da essi bene accolta e da me -applaudita perchè la mia maniera di pensare è stata avversa sempre ai -litigj, ed anche perchè una ragionevole transazione avrebbe portato un -più sollecito miglioramento agl’interessi comunali ed allo stato della -popolazione. Si aprirono quindi le trattative e le discussioni tra me -e gli Avvocati del Duca con reciproca buona intenzione e buona fede. -E perchè il risultamento di esse fosse stato più sicuro, si prese una -misura la quale riuscì utilissima. Per que’ punti ne’ quali le opinioni -e le pretensioni rispettive non avessero potuto ravvicinarsi, si prese -di accordo per conciliatore un uomo sommo, cioè il chiarissimo D. -Francesco Ricciardi celebre Avvocato allora, di cui ho innanzi parlato -con quella laude ch’è ben dovuta alla sua illustre e veneranda memoria. - -Se la Casa d’Andria avesse dovuto a rigor di Diritto restituire tutte -le somme strappate alla Università, ed alla misera popolazione di Ruvo -a forza di usurpazioni ed estorsioni, non sarebbe al certo bastato -il doppio, o il triplo de’ beni che allora possedeva. Ma il portare -le pretensioni tant’oltre sarebbe stato lo stesso che nulla voler -combinare. Gli affari di questa specie non gli ho mai veduti terminati -altrimenti che coll’essersi alzata la mano sul passato. La stessa -Commissione delle cause feudali, contro la quale hanno gridato tanto -i Baroni, tagliava senza risparmio, e spesso anche con eccesso sul -presente; ma era indulgentissima sul passato. Come e donde appianarsi -i guasti immensi recati alle popolazioni dai vizj intrinseci del -sistema feudale, dalla ragion de’ tempi, e dalla debolezza del Governo -dei Vicerè per le prepotenze de’ Magnati? Oltre che come liquidarsi -le somme suddette dopo esserne passati secoli interi? Ove trovarsi i -documenti opportuni a poterne fare la liquidazione? - -Con queste vedute, dopo lunghe discussioni fu da me combinata una -transazione, la quale, mentre fece scomparire tutti gli abusi, e tutte -le usurpazioni della feudalità, portò anche una qualche riparazione -de’ guasti passati che le circostanze poterono permettere. Nell’accordo -combinato non furono compresi i due ultimi giudizj relativi alla difesa -un tempo comunale, ed ai terreni del Monte della Pietà, per i quali non -era il processo ancora pienamente istruito. Per gli altri capi fu la -convenzione consegnata per giusti motivi in due fogli distinti. In uno -di essi furono convenuti i seguenti articoli. - -I. Fu restituito alla Università il dritto dello _scannaggio_. - -II. Si obbligò il Duca di pagare la bonatenenza tanto per lo vasto -fondo denominato _la Piantata_, quanto per gli animali d’industria che -pascolavano nel demanio. - -III. Fu restituito alla Università il magazzino ritagliato quindici -anni innanzi dalle pubbliche carceri. Rimasero compensate le pigioni -dovute dal Duca colla spesa fatta per ridurre quel locale ad uso di -magazzino. - -IV. Per li frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania, e -de’ pesi e misure, e della gabella della giumella delle mandorle, per -la bonatenenza non pagata fino all’epoca del catasto dell’anno 1752, -e per ogni altra pretensione che riguardava il passato, rinunziò il -Duca al preteso credito d’interessi arretrati nella somma di ducati -25600, e si obbligò inoltre di pagare alla Università ducati cinquemila -colla dilazione di venti anni, e corrispondere intanto l’interesse alla -ragione del cinque per cento franchi di ogni ritenuta. - -V. Rispetto ai molini si ebbe per vero I. Che si erano questi edificati -sul suolo ed accanto all’antica muraglia della città. II. Che la spesa -delle nuove fabbriche occorse, delle macchine e degli animali alle -stesse addetti si era fatta dalla Casa d’Andria. III. Che il dritto -proibitivo di essi lo aveva costituito la Università nell’anno 1615 -per la propria utilità. IV. Che tal privativa era utile mantenerla per -assicurare e facilitare la esazione della gabella della farina. - -Si convenne quindi che avesse il Duca continuato a ritenere tanto -i molini che la privativa di essi come una privativa comunale, con -pagare alla Università annui ducati trecento dal dì quattro Maggio -1804 in avanti per terzo e senza veruna ritenuta. Si obbligò inoltre di -mantenere i molini sempre in buono stato di servizio, senza potersi mai -alterare la prestazione di grana sedici a tomolo per la macina. - -Li premessi articoli di convenzione furono applauditi ed approvati -dalla Università col pubblico Parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Furono -dopo ciò presentati al Tribunale della Regia Camera della Sommaria per -ottenerne l’approvazione. Quel Tribunale gli omologò con suo decreto -di _expedit_ del dì 24 Aprile 1805. Dopo ciò ne fu stipulato pubblico -strumento nel dì 21 Agosto 1805 dal Notajo D. Antonio di Marino di -Napoli. - -Nell’altro foglio fu premessa una dichiarazione che senza venirsi ad -una formale definizione della qualità del demanio di Ruvo, si venivano -a prendere i seguenti temperamenti. - -I. Si convenne che le così dette _parate_ delle murge fossero rimaste -sullo stesso piede in cui si trovavano, senza che si avessero potuto -giammai nè ampliare, nè restringere. - -II. Fu dichiarato che nella continenza di esse si trovavano molte -possessioni e terre seminatorie de’ particolari e de’ Luoghi pii. Fu -quindi permesso ai proprietarj di esse di formare, senza pagamento -alcuno, una mezzana per uso degli animali addetti alla coltura -della estensione non maggiore di quella che accordano le Istruzioni -Doganali e l’uso di Puglia. La stessa facoltà fu accordata a tutti li -proprietarj di masserie di semina site nello intero demanio di Ruvo. - -III. In compensamento del dritto che avesse potuto competere alla -Università e cittadini di Ruvo sui luoghi inclusi nelle _parate_, si -obbligò il Duca di pagare alla cassa comunale annui ducati mille e -cinquecento dal mese di Maggio dell’anno 1805 in avanti. Si convenne -che la somma suddetta non avesse potuto giammai nè diminuirsi, nè -accrescersi per qualunque pretesto o causa, ancor che i prezzi degli -erbaggi venissero ad elevarsi o ribassarsi, ed ove anche la Casa -d’Andria venisse a dire di non aver trovato a locargli. - -IV. Rispetto alla fida de’ forestieri che la Casa d’Andria stava -esercitando in tutto il demanio fu stabilito in primo luogo per regola -generale che non avesse potuto esercitarsi altrimenti che dopo essersi -provveduto prima al pascolo degli animali de’ cittadini. Rimase -questa in secondo luogo assolutamente vietata ed inibita ne’ terreni -_appatronati_ tanto seminatorj che incolti siti nel demanio[257]. - -V. La stessa disposizione fu estesa anche ai terreni seminatori de’ -particolari e de’ Luoghi pii siti nella contrada delle murge, non -eccettuati quelli inclusi nelle parate, i quali nel tempo estivo -rimangono aperti[258]. - -Li premessi articoli furono del pari applauditi ed approvati col -precitato parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Quindi dopo esser stati -omologati dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria, nel dì 24 -Aprile 1805, come innanzi si è detto, gli altri articoli contenuti -nel primo foglio fu questo secondo foglio consegnato in un pubblico -strumento del dì 2 Maggio del predetto anno stipulato dallo stesso -Notajo D. Antonio di Marino di Napoli. - -Ma perchè cotesta seconda convenzione non fu presentata anche -all’approvazione del Tribunale della Regia Camera della Sommaria come -si era fatto per la prima? Eccolo. Si riflettè che la materia che -ne formava l’oggetto era ogni dì alle mani dell’Avvocato fiscale del -Tribunale suddetto. Nella narrativa inoltre della stessa convenzione -non aveva potuto farsi a meno di parlarsi delle pretensioni del Regio -Tavoliere e de’ suoi Locati sul demanio delle murge di Ruvo. - -Ove dunque si fosse ciò avvertito dall’Avvocato fiscale, forse e -senza forse il Regio Tavoliere ed i Locati sarebbero stati messi in -causa. Si sarebbe risvegliata di nuovo a tal modo un’annosa quistione -che fortunatamente dormiva da moltissimi lustri, e sarebbe rimasta -da cotesto incidente arrestata ed intorbidata una convenzione che -ha recato alla città ed alla popolazione di Ruvo vantaggi immensi. E -perchè ne sia di ciò ognuno persuaso, e chi non lo ha capito ancora lo -capisca, ecco le vedute che me la suggerirono. - -Due erano le quistioni che si elevavano sul demanio delle murge. La -prima se era questo un demanio feudale o comunale. La seconda se in -ogni caso si potevano sostenere dalla Casa d’Andria le così dette -_parate_, o siano le chiusure di una buona porzione dell’erba vernina -di esso che vendeva a suo profitto. - -Per la prima quistione si sosteneva da me la qualità comunale di quel -demanio con tutti quelli argomenti che potevano suggerirmi i miei -deboli talenti. Ma, mi piace la verità, cotesti argomenti venivano -in conflitto col fatto permanente e col possesso immemorabile che -la Casa d’Andria allegava prendendo ragione dal contratto passato -nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona, e Pirro del Balzo -Duca di Venosa e Conte di Ruvo, di cui ho innanzi lungamente ragionato -alla pagina 214 e 215. Le stesse _parate_ dell’erba vernina, comunque -abusive, e ’l dritto di _fida_ esercitato dalla Casa d’Andria nella -contrada delle murge costituivano anche una pruova di quel possesso -antichissimo che la stessa allegava. - -Per tutti gli altri capi dedotti gl’interessanti documenti rinvenuti -mi avevano fornito un materiale sufficiente per poter dimostrare o la -usurpazione de’ dritti comunali o l’abuso della feudalità. Ma per le -murge, malgrado le più estese ed accurate ricerche praticate, nulla mi -si era presentato di positivo e di concludente. In tal posizione non mi -mancava il tatto per calcolare che un possesso accreditato e garantito -da una rimota antichità, riconosciuto anche dal Re Ferdinando I di -Aragona, e non fiaccato da documenti solidi e robusti avrebbe potuto -imporre ai Magistrati, ed avrei potuto per questo assunto rimaner -succumbente. - -Quindi nella trattativa aperta per un accomodamento feci uso della -destrezza e dell’arte. M’ingegnai principalmente di trarre partito -dalla seconda quistione, ove vedeva dal mio canto una superiorità -decisa. Data anche per vera la qualità feudale del demanio delle murge, -giusta l’avversa posizione, non avrebbe potuto augurarsi giammai la -Casa d’Andria di poter sostenere le _parate_ a dispetto delle antiche -leggi che vietavano rigorosamente ai Baroni la chiusura di qualunque -parte de’ demanj feudali in pregiudizio degli usi civici che spettavano -alle popolazioni. Sull’apertura delle parate quindi vigorosamente da me -s’insisteva; ma non era questo che un falso attacco che non era affatto -mio proponimento spingerlo innanzi da senno e fino all’estremo. - -Vedeva bene che se la causa si fosse portata alla decisione, le -parate si sarebbero aperte, e la Casa d’Andria avrebbe perduto -il considerevole profitto di più migliaja di ducati l’anno che ne -ritraeva. Ma l’apertura di esse sarebbe tornata a vantaggio de’ soli -proprietarj di animali d’industrie che avrebbero avuto nelle murge un -libero e largo pascolo. Il maggior numero però di cotesti Signori, sia -per avarizia o melensaggine, sia per non disgustare la Casa d’Andria, -niuna parte aveva voluto prendere a questa laudabile impresa. Non -meritava quindi di coglierne il frutto e di sedere ad una lauta mensa -preparata col risico e colla borsa altrui. - -Per altro lato le mie vedute erano dirette a rendere la convenzione -profittevole principalmente alla cassa comunale, poichè era come lo -sono tuttavia convinto che quando questa è nello stato di opulenza, il -vantaggio che ne risulta viene a diffondersi sulla intera popolazione, -il bene della quale mi era principalmente a cuore. Coll’avere -quindi minacciate fortemente le parate che costituivano il punto più -debole per la Casa d’Andria, obbligai li suoi Avvocati a rendersi -meno esigenti nella quistione sulla qualità del demanio suddetto, -nella quale, non senza un fondamento forse di ragione, si credevano -più forti. La Casa d’Andria, per non perdere del tutto la rendita -considerevole delle parate, fu obbligata a dividerla colla Università e -dovè condiscendere per forza a darne alla stessa la rilevante somma di -annui ducati mille e cinquecento. - -A questo scopo erano dirette le mie linee. Se la causa si fosse decisa -_per tramites juris_ le parate sarebbero saltate per aria. Ma qual -guadagno vi avrebbe fatto la cassa comunale? Coll’avere però obbligata -la Casa d’Andria a dividere la rendita di esse, oltre il profitto che -la Università vi ha fatto, è venuta anche ad acquistare per convenzione -nella contrada delle murge quella ragione di _condominio_ che niuna -sicurezza vi era che avesse potuto conseguirla per le vie giudiziali. - -Cotesto dritto l’ha messa in grado d’imporre su gli animali de’ -cittadini che vanno ivi ora a pascolare una tassa che ha preso il nome -di _dritto civico_. Frutta questa alla cassa comunale annui ducati -duemila, i quali uniti agli annui ducati mille e cinquecento convenuti -per le parate formano la somma ben vistosa di annui ducati tremila e -cinquecento che la Università viene ora a ritrarre da quelle murge che -non poteva prima neppur guardarle da lontano. - -Ma se la nostra città non avesse a tal modo acquistato il condominio di -quella contrada, e le parate fossero rimaste aperte al libero uso degli -animali de’ cittadini per effetto di un decreto del Giudice, avrebbe -potuto forse imporre la tassa suddetta? No certamente. Possono i Comuni -aver questo dritto ne’ demanj proprj e fino ad un certo segno, non -già negli antichi demanj feudali, ne’ quali ciascuno de’ cittadini era -ammesso a pascolare coi suoi animali per dritto proprio. - -Il dritto che le novelle leggi hanno accordato ai Comuni rispetto ai -demanj feudali è stato quello della _divisione_. E bene se non vi fosse -stata la convenzione dell’anno 1805 e ’l demanio delle murge avesse -dovuto dividersi tra il Barone e la Università, cosa a quest’ultima -avrebbe potuto spettarne? Avrebbe potuto averne il quarto, o tutto al -più il terzo, come fu deciso per lo Bosco di Ruvo dal fu dottissimo e -rispettabile Consigliere D. Domenico Acclavio Commessario allora per la -divisione de’ demanj di quella Provincia. L’erbaggio degli altri due -terzi sarebbe rimasto di libera ed assoluta disposizione del Barone, -senza che i cittadini vi avessero potuto vantare più alcun dritto. - -Or la predetta tassa di annui ducati duemila si è potuto imporla perchè -per effetto della convenzione dell’anno 1805 gli animali de’ cittadini -pascolano nell’inverno in que’ luoghi delle murge che sono fuori delle -parate e nella està, quando quel pascolo è assai più interessante e più -ricercato, nella intera continenza di esse. Ma se cotesto pascolo fosse -rimasto ristretto al solo terzo di quel demanio, avrebbe potuto forse -esser tollerabile una tassa di ducati duemila? - -Per altro lato se quel demanio si fosse diviso nel modo predetto -tra il Barone e la Università, avrebbero potuto giammai le industrie -armentizie de’ Ruvestini giugnere a quel grado di floridezza a cui si -vedono ora portate? L’aumento di esse dall’anno 1805 finora si può in -vero dir prodigioso, ed è questo dovuto unicamente alla convenzione -dell’anno 1805 che ha messo a disposizione de’ cittadini il pascolo -estivo interessantissimo e preziosissimo della intera contrada delle -murge. Cosa si sarebbe fatto col solo terzo di essa? Come avrebbero -potuto in esso moltiplicarsi tanti animali quanti ora se ne vedono nel -territorio di Ruvo? - -Se dunque la convenzione dell’anno 1805 arricchì la Cassa comunale, -accrebbe anche notabilmente l’agiatezza de’ particolari e l’abbondanza -della città ove mancavano prima finanche le carni pe ’l macello. -Valgano le premesse osservazioni perchè chiunque non è giunto ancora -a penetrare nel fondo della cosa, possa intendere ciò che allora fu -operato con pieno accorgimento, valutarlo, rispettarlo, ed esser -persuaso che dalla osservanza di quella convenzione dipende la -floridezza delle industrie armentizie Ruvestine. - -Passando ora al di più che fu con essa convenuto, e stabilito furono -prese anche le misure opportune per le devastazioni seguite nel bosco, -per le quali pendeva, come innanzi si è detto, un giudizio criminale -nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Si obbligò dunque -il Duca per dodici anni continui a non fare in esso entrare alcun -forestiere nè a legnare nè a pascere l’erba estiva, onde sotto il -pretesto del pascolo non si fossero tagliate e trasportate le legna. Si -obbligò inoltre di adoperare tutti i mezzi per far di nuovo rimboscare -i luoghi danneggiati. - -Per lo stesso oggetto si convenne anche che per un uguale periodo di -tempo l’uso civico di legnare che competeva ai cittadini per effetto -del giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 si fosse esercitato colla -maggiore moderazione possibile, e limitato a que’ designati luoghi -meno danneggiati che si sarebbero di accordo definiti. Furono prese -le misure le più efficaci per la severa custodia del bosco e per -la sorveglianza necessaria. Si stabilì che chiunque fosse stato -colpevole della recisione di querce fruttifere sarebbe stato tradotto -irremissibilmente innanzi al Tribunale per farlo condannare alla pena -stabilita dalle leggi allora in vigore. - -Ecco come l’Amministrazione comunale di allora che pensava sanamente -prendeva efficacemente a cuore la conservazione del Bosco. E ciò lo -fece mentre la popolazione di Ruvo per le leggi di quel tempo non vi -aveva che i semplici usi civici contraddetti anche dal Barone, e non -già quel dritto di proprietà che ha sulla terza parte di esso ora -acquistato per effetto delle novelle leggi, dritto il quale avrebbe -dovuto destare un maggiore interesse della moderna Amministrazione -comunale per la conservazione del bosco. - -Coi mezzi di sopra espressi osservati ed eseguiti a tutto rigore si -andò il bosco suddetto a rimettere poco a poco in uno stato plausibile. -Una buona porzione di esso è ora anche assai migliorata. Ho detto -innanzi che non picciole quote del bosco son passate dalle mani de’ -censuarj Abruzzesi a quelle de’ Ruvestini ed altri ricchi proprietarj -di quella Provincia. Contano essi non solo sull’erba, ma anche -sulla ghianda, e molto più sulle legna che formano ivi un articolo -interessante. - -Quindi per la porzione maggiore che spettò al Duca d’Andria nella -divisione de’ demanj, si son valuti dell’articolo 58 della legge -del Tavoliere del dì 13 Gennajo 1817, col quale è prescritta -_l’affrancazione coattiva dell’erba estiva_ e di qualunque altro dritto -a cui vanno soggetti i terreni del Tavoliere. Affrancata dunque la -_statonica_, e ’l dritto di legnare rimasto al Duca d’Andria sulle -porzioni suddette, le han fatte e le fanno diligentemente custodire, e -si vedono quindi ben rimboscate. - -Non è però così per li carri trentatre risegati a favore del Comune -nella divisione de’ demanj. Quella porzione del bosco suddetto si è -menata e si sta menando alla distruzione totale. La Casa d’Andria prima -dell’anno 1797 ne fece recidere i rami per far danaro. Ora si stanno -tagliando anche i tronchi dalle radici senza che la cassa comunale -ne tragga alcun profitto! Cotesto guasto doloroso che cade sotto i -sensi di chiunque volesse prendersi il fastidio di verificarlo, si -trova anche pienamente pruovato con un processo formato nell’anno -1837 ad istanza del fu Sindaco D. Pietro Cotugno che nell’entrare -nell’amministrazione volle porsi in cautela, onde i danni suddetti non -fossero stati imputati alla sua poca vigilanza. Questo processo sta -nella Intendenza di Bari, e quale n’è stato il risultamento? - -Quel bosco che dar potrebbe alla cassa comunale quella stessa rendita -vistosa e sicura che sta dando la porzione maggiore di esso spettata al -Duca d’Andria, cosa frutta alla stessa? Da un rapporto del dì 17 Aprile -1838 diretto dal Sig. Intendente della Provincia a S. E. il Ministro -dell’Interno, e dai conti del Cassiere comunale risulta che in un -decennio dall’anno 1826 all’anno 1836 l’introito fu di ducati 2800.38, -e l’esito per lo contributo fondiario, e ’l soldo de’ guardaboschi -fu di ducati 2840. Bel negozio in vero! È questa a buon conto una -proprietà che la moderna amministrazione comunale vuol ritenerla -unicamente per farla finire di distruggere ed annientare! - -Per chi dunque mi battei nell’ardua quistione ch’ebbi a sostenere -nel S. R. C. nell’anno 1798 per gli usi civici del bosco di Ruvo, -se la vittoria allora riportata, in vece di accrescere i proventi -della cassa comunale deve servire ad una distruttrice depredazione? È -questo però un discorso troppo spiacevole, il quale esige un più largo -sviluppamento, che non potendo aver luogo in un cenno istorico, lo -riserbo ad altro mio lavoro. - -Terminati nel modo di sopra esposto tutti i giudizj dedotti nell’anno -1797, vi rimasero soltanto quelli istituiti nell’anno 1804 per i -terreni del Monte della Pietà e per l’antica difesa comunale. Questi -due giudizj dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria passarono -alla Commissione delle cause feudali istallata ne’ primi anni del -decennio del Governo Militare. Per i terreni del Monte della Pietà -vedendo il Duca che gli mancava qualunque documento per potergli -ritenere, gli rilasciò volontariamente, e finì la lite. - -Per li carri ventotto della difesa vi fu larga discussione tanto -sull’azione principale della nullità de’ contratti dal Duca allegati, -quanto sulla dimanda subordinata della _reintegra_ in vigor della -Prammatica XVIII _De administratione Universitatum_. - -La Commissione feudale voleva far presto. Per far presto più d’una -volta arbitrava. Le piacque in questo rincontro di seguire il giudizio -di Salomone. La difesa suddetta fu divisa in due parti uguali. Quella -più vicina all’abitato fu data alla nostra città. L’altra rimase al -Duca. La porzione attribuita alla città non rende meno di annui ducati -mille e dugento, ma può rendere anche più. - -Con questo giudicato della Commissione feudale rimasero esauriti tutti -i giudizj da me diretti. Lascio ora ai miei concittadini il confronto -tra le operazioni dell’anno 1750, e quelle dell’anno 1797. - - - - -CAPO XIV. - -_Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo -XVIII in poi._ - - -Dopo aver parlato del risultamento de’ giudizj promossi contro la -Casa Baronale, il quale benchè seguito in epoche diverse esigeva un -prospetto continuato, do un passo indietro per ripigliare il filo degli -avvenimenti li più importanti che hanno avuto luogo nella nostra città -dalla fine del secolo XVIII in poi. Prima dell’epoca troppo infausta -e memoranda dell’anno 1799 che pose a soqquadro tutto il Regno, ed ha -lasciate delle piaghe che non hanno potuto ancora rimarginarsi, fu in -Ruvo eseguita una operazione molto utile all’agricoltura. - -Vi sono in quella città diverse Confraternite e Monti addetti al -sollievo de’ poveri, i quali secondo la Polizia di quel tempo erano -sotto la tutela di quel Tribunale che portava il nome di _Tribunale -Misto_, perchè composto di Magistrati in parte secolari ed in parte -Ecclesiastici. Erano cotesti Corpi Morali molto ricchi di beni fondi e -specialmente di vigne, le quali hanno bisogno di una cura e vigilanza -particolare. Amministrate però coteste proprietà da persone le quali -non potevano avere un interesse diretto al miglioramento di esse, -dovevano per necessità andare in discapito, come avviene a tutte le -proprietà fondiarie de’ Corpi Morali, le quali hanno proprietarj che -non possono amministrarle da loro stessi. - -Si prese la saggia risoluzione di concedere li fondi suddetti in -enfiteusi perpetua. Si volle a tal modo assicurare in primo luogo -una rendita certa, la quale non avesse potuto mai discapitare sia -per la poca fedeltà ed esattezza degli Amministratori, sia per la -poca diligenza di essi. Si pensò anche a promuoverne con questo -mezzo il miglioramento il quale oltre la pubblica utilità che veniva -a risultarne, assicurava vie più la rendita de’ canoni enfiteutici -che sarebbero andati a costituirsi. Fu la cosa in vero molto bene -ideata tanto sotto i precitati rapporti, quanto sotto quello del -maggior vantaggio che reca allo Stato la moltiplicazione de’ piccioli -proprietarj. - -Fu di tale operazione incaricato un Uomo di legge nostro concittadino -dotato di bei talenti e cognizioni, di somma probità, e di un impegno -sempre deciso pe ’l bene pubblico. Fu questi il Signor Commendatore D. -Antonio Sancio, il quale dopo avere occupate altre luminose cariche -sostenute con somma laude e rettitudine, è oggi Intendente della -Provincia di Napoli e mio rispettabile amico[259]. La menò egli ad -effetto col massimo zelo, e ’l risultamento è stato brillantissimo, -poichè que’ fondi i quali erano condannati all’abbandono, si videro in -pochi anni risorti ad uno stato floridissimo. Fu questo il primo passo -che ivi si diè a quel progresso dell’agricoltura, ch’è andato dappoi -sempre più innanzi in un modo meraviglioso. - -Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale -dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato della -nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel fervore i -giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed impegnate -al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa del Governo -Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre dai miei -consigli e dalla mia direzione. - -Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese -era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale _Championnet_ -dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa. -Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei -opportuno tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e -raccomandargli fortemente che avesse badato bene a prendere le misure -le più efficaci per prevenire qualunque disordine e mantenere la -pubblica tranquillità. Gl’inculcai principalmente e con calore che -non avesse permessa affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner -le cose nello stesso piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento -naturale e regolare degli avvenimenti. - -Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi -sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o -soverchiamente calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita -piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799 -propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili -discordie, delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche -tra quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse. - -Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte -impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’ -disordini che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta -per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per -se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera -vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città -uno degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori -dell’abitato, il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio. - -Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, i -quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito -a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo -volgarmente detto _Ciriaco_. Qualche giorno dopo la piantazione -dell’albero si era costui recato nella città di Trani sia per le sue -faccende, sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno -da Trani divulgò la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati -gl’Inglesi, i quali cannoneggiavano e bombardavano quelle città che -avevano piantato l’albero. - -Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle cose -che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, _facili civitate ad -accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt_[260]. Spaventato il -basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe Inglesi -ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a furia -a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per nulla -cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che siegue: -_Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero potuto -porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola che portiamo -noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era lo stesso -piantato dalle parrucche e non già dal Popolo._ - -Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che -questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa -del popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal -timore. Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per -poter dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento, -traviarono il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non -fu quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e -Giudice[261], il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene. -Non costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire, -durante lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui -si erano macchiati altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto -a stentare per salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della -esazione delle contribuzioni che si pagavano allo Stato. Niuna parte -costui aveva avuta alla piantazione dell albero, e non era fatto per -qualunque opinione politica. Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole -uffizio volevano gli anarchisti bruciarlo vivo. - -Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava -molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città -insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini -comandata dal Generale _Duhems_. La mia patria mi era cara, come cari -anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle -allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano -le città che davano loro la occasione di adoperar la forza. - -Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il giovane -emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato in -esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava -a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati -di una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello -sbandato esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi, -e delle altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico -de’ Ruvestini, e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse -contro la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte -tuttavia pendenti come innanzi ho detto. - -Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la -mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi -fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi per -rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal -modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato -fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero -potuto essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si -stava. Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col -fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento -de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di -straordinario coraggio, e che si era molto distinto nella infelice -campagna dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane -Ruvestino che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti. - -Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo -bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi di -là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città, -e delle disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa -che la formavano il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad -assicurarmi ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati -da un sommovimento popolare non preveduto. Erano però intolleranti -di stare sotto il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti -e bestiali, poichè si sa che il Popolaccio _aut viliter servit, -aut superbe imperat_. Erano quindi dispostissimi ad una vigorosa -risoluzione che avesse rimesse le cose di nuovo nel loro antico stato -regolare. - -Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per via -di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio -e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare -nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno -e l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo -combinato e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre -persone armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti -chetamente la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti -entrammo in essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l -solito lavoro della campagna. - -La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile -della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero -suonate le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi -rivoltuosi nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città -il popolo sparso per la campagna. Si trattava di un colpo di mano -abbastanza rischioso. Vi bisognava tutta la celerità per non farsi -sorprendere da una moltitudine male avvezza ed abituata da trenta -giorni e più a comandare e far da padrona, poichè _Nec cunctatione opus -ubi periculosior sit quies, quam temeritas_[262]. - -In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte e -numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti -e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti -costoro vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle -armi e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò -subito la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza -perdere di veduta qualche altro sito importante della città. - -Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto -esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il -lasciare questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione -alcuna, altrettanto sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della -città per lo mantenimento del buon ordine, al che era conducente -una forza regolare e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi -i migliori de’ soldati suddetti ed unirgli alla Guardia civica -pagandosi a ciascuno di essi carlini tre al giorno. E poichè mancavano -i fondi per pagarsi loro i soldi dalla cassa comunale, si supplì -con una soscrizione volontaria di tutti i possidenti. Questa misura -fu utilissima, poichè i soldati suddetti si prestarono con fedeltà -zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. A misura che dopo -il vespro si andò ritirando il Popolo dalla campagna nella città -rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo ordine di cose che -trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica Piazza i -Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì le legittime -Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi rispettare ed -ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere docile e -non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche abitudini. -Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali era -dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal umore fu -inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione o -di buona voglia o colla forza. - -Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della -giustizia senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna, -nè buon ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa -dell’anarchia. Si trovava allora quella Provincia abbandonata a -se stessa e senza le Autorità superiori alle quali avesse potuto -ricorrersi per farlo supplire. Il Capo Politico di essa o sia -il Preside che risedeva a Trani, ed i Magistrati di quella Regia -Udienza Provinciale di cui il Preside era anche il Capo, erano stati -sparpagliati dalla feroce e sanguinaria anarchia suscitata in quella -città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora numerosissima. Se ne -tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo. - -Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro -Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a -quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza -accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti -colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la -ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si -parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che -correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del -Regio Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da -Ruvo. - -Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione -quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre -non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie -insinuazioni, perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il -bene della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con -avere impreso a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa -d’Andria che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in -quella piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo -nella pubblica Piazza. - -Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era -vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal -Governo un _Luogotenente_ che n’esercitava interinamente le funzioni. -Questo posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto -Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi -dal solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali -che le Regie avevano in quel tempo i loro _Mastrodatti_ detti oggi -Cancellieri. Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era -e dimandò che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò -regolare, ma bisognò contentarlo, poichè in certi casi _lex est legem -non servare_. - -Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui -era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde -prevenirsi qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre -avevano preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato. -Erano queste nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni -dì disordini rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi -dal Sindaco a tutte le città vicine che la nostra città era in buona -corrispondenza ed amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi -si sarebbero portati per causa di commercio o per altre loro faccende -sarebbero stati bene ed amichevolmente accolti secondo il solito. - -Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate -le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile tra gli -uffizj municipali vi era anche quello del _Camerlengo_. Conservava -questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano -ogni sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto -uscire al lavoro della campagna[263]. Provvedeva anche il Camerlengo -una Guardia urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi. -Si aumentava questa di numero quando le vicine campagne erano infestate -da qualche forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla -stessa chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città -non sono mai mancati. Ottima istituzione! - -Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della -città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e -davano in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il -mantenimento che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze -del tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo -possibile que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di -nuovo la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le -pattuglie notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro -porte se ne tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e -la Porta di Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di -Guardia civica. Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche -abbattute, si tenevano chiuse. - -Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia -di giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva -intenzione o facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora -e si giustifichi la mania di distruggere le antiche mura e le porte -delle città! Le sue forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per -tralasciare i fatti più antichi, salvarono la ricca città di Bari dal -saccheggiamento tentato più volte, e sempre in vano, dalle numerose -torme armate de’ così detti suoi casali. Tenga Dio sempre lontano il -flagello delle rivoluzioni. Ma non siamo stati noi forse testimonj -di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima pace e perfetta -tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini, _Præteritæ quippe -res optima gerendarum rerum documenta sunt_[264]. - -Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello -avvenne disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti -sotto le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e -caddero con essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul -luogo e trovai molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro. -Niuno però osava muoversi a soccorrergli per la giusta tema che -la rimanente muraglia gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi -quegl’infelici infallibilmente periti. Avendo veduto che per -incoraggiare gli astanti erano inutili le parole e le persuasive, mi -spinsi innanzi di botto e montando sull’alto della breccia della caduta -muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar le pietre che cuoprivano -li cinque disgraziati muratori. - -Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone. -In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono -tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti. -Fortunatamente si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi -meno dalle contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli -diligentemente medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo, -e si ristabilirono tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che -il discorso più eloquente che si può tenere al popolo è il proprio -esempio. - -In questo stato erano le cose della nostra città allora quando -terminati gli affari della Capitanata la colonna delle truppe -Francesi spedita nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General -_Broussier_ succeduto nel comando di essa al General _Duhems_ fissò -il suo quartier generale a Barletta, perchè le due prime città della -stessa a sei miglia ciascuna di distanza da Barletta, cioè Andria e -Trani erano in armi preparate a far resistenza ai Francesi. Era anche -con lui il Conte di Ruvo Ettore Carafa colla sua nascente legione, -circostanza la quale lo rendeva potentissimo. Non posso che compiangere -la sua sorte infelice, ma debbo rendere omaggio alla santa verità. Non -solo ei non mostrò alcun risentimento coi Ruvestini; ma gli trattò anzi -con benevolenza e cortesia. Con vera nobiltà di pensare non mischiò -punto nelle cose pubbliche il privato interesse o risentimento. - -Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di -Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai -Francesi la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era -stato anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna -scusa il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro -Regno pubblicata dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che -non era Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato -tanto de’ fatti avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di -Bari, senz’avergli conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene -prima con esattezza da quelle persone che gli conoscevano. - -Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi -che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi -e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune -centinaja di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono -per rinforzarla. Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che -ne sarebbero da ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare -quella città fino ad esporre la propria vita. Sono stato assicurato da -persone ch’erano presso di lui e dagli Andriesi istessi che si portò -fin anche solo a cavallo fin sotto le mura di Andria per parlare a -quelli abitanti, e ne fu corrisposto a colpi di fucilate tirate sia -dai cittadini istessi, sia dagli ospiti _casalini_ ivi sopraggiunti, i -quali niuno interesse avevano alla salvezza di quella città. - -Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe -potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e -decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente -esposto di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse -stato riscaldato dall’amore della sua patria, e da un desiderio di -salvarla così potente che non gli fece punto calcolare il pericolo -della sua mossa[265]. Lo confermano ciò vie più i fatti che -sussieguono. - -Il Generale _Broussier_ si recò di persona ad attaccare la città di -Andria; ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto -poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta -circondata dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje, -ma troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale -suddetto da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in -faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito -dagli Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono -a suonare a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si -distribuì dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già -dette. - -Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti -levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi -di attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte -ch’erano chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole -muraglia a colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa -all’assalto. Ma il Generale suddetto, mentre le porte erano serrate, -e non aveva pensato neppure a far preparare e condurre seco le scale -da Barletta per potersi assaltare le muraglie, contro tutte le regole -dell’arte della guerra fece avanzar la truppa in colonna contro la -porta principale della città detta _porta del castello_ che mena a -Trani. - -Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato -alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da un -abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che -si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda -scarica a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla -testa della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a -tiro di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della -città. Cominciò allora un fuoco terribile colle continue scariche -che partivano dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due -ore con gran disuguaglianza. Non tutti gli aggressori avevano potuto -avere la opportunità di prender posto dietro sicuri ripari. Non -pochi di essi erano rimasti esposti a petto scoverto alle fucilate, -mentre gli aggrediti appostati dietro la muraglia non potevano essere -offesi in verun modo dal fuoco perfettamente inutile della fucileria -Francese. Durò cotesto cattivo giuoco fino a che li Guastatori -Francesi appressatisi sotto una grandine di palle alla già detta porta -principale della città riuscirono a romperla non senza molto stento a -colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa. - -L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi -soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non -solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di senso -comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò una -viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile contro -una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona già di -tutti i mezzi di distruzione[266]. - -In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò -finanche ginocchioni innanzi al General _Broussier_ per potere salvare -la città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui -inesorabile, perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente -causata per altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe -inoltre che il Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse -contro di lui un rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale -suddetto fu richiamato dal comando delle truppe spedite nelle Puglie. - -Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia -posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci -rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò che -da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne di -fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi, e -dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci -dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere -imputabile che l’incendio della sua patria. - -Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella -città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie -circostanze che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender -piede per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia. -Il massimo numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di -essi rifuggirono sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e -grandioso Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa -per la città[267]: secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee, -che in essa vi sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo -I pag. 26. - -Gli effetti li più preziosi de’ cittadini furono salvati coll’esser -stati nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle -campagne ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi -possidenti che avevano preveduto quel disastro che venne la detta -città a soffrire. D’altronde il saccheggiamento degli altri effetti -meno preziosi rimasti nelle case non durò che poche ore. Le premurose -insistenze del Conte di Ruvo, che riscuoteva dai Francesi tutto il -riguardo per la sua illustre condizione pe’ suoi talenti e pe ’l -suo sommo coraggio, fecero sì che il General _Broussier_ il giorno -istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta. Il che diè anche -l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli ed occuparsi di -proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale fece perciò -pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal furore de’ -soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne riferito, -della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco i -detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage che -susseguì alla presa della città. - -Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata -dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra -che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in -buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti -di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi -questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la -custodia di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando -mancano gli uomini che possano sostenergli? - -Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di -Andria posero il General _Broussier_ in molta prevenzione, e lo resero -più cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole -dell’arte della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro -pezzi di grossa artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro -la porta della città che guarda l’occidente sulla strada di Barletta. -Contro l’altra porta che guarda l’oriente detta la _porta di Bisceglia_ -furono situati gli obizzi che lanciavano nella città qualche granata -per dar terrore, giacchè non avevano i Francesi larga provvisione di -questi projettili. - -Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la -stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione. -Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico -castello. Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata -alla città, sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del -castello. Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per -bucare le case adiacenti alla porta contro la quale era piantata. - -Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria -della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e -meridionale della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul -mare, e ’l lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco -il castello. Si era appostata dietro le case che stavano fuori della -città, e dietro i parieti de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo -tiro di fucile. Mentre a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della -Piazza, incomodava moltissimo coloro che la difendevano colle continue -scariche di fucileria. Teneva inoltre pronte le scale trasportate -da Barletta a bella posta per poter montare all’assalto quando fosse -giunto il momento opportuno. - -In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che -sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi -fosse stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito -che gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo -tiro di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere -davano un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che -formava il massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non -assuefatta a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al -terzo giorno dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale -alla crudeltà, ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più -illustri cittadini. Tutti i marinari fuggirono al porto, ove tenevano -maliziosamente pronte le barche per poter prendere il largo, e lasciare -al macello i loro compagni d’armi. - -La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari, -ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente -l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di -continuare la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata -e coraggiosa. Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti -vedendo cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente, -dubitarono da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi -a loro danno per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle -muraglie. Essendosi però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero -ne’ fossati, si appressarono alle stesse, appoggiarono le scale, ed -entrarono nella città a loro bell’agio, senza quella resistenza che si -è spacciata da chi ha scritto non bene informato delle cose, e senza -che cotesta tranquillissima scalata fosse costata la perdita di un solo -uomo. - -Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura de’ -marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la -via del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate, -le quali si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire -che fossero essi scappati sui loro piccioli navigli detti _paranze_. -Il vento però gli favorì e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere -il largo colle loro famiglie, e col meglio che poterono trasportarsi. -Molti però di essi avendo avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati -in luoghi non lontani da Trani, furono colti dai Francesi ch’erano -padroni del litorale e moschettati a centinaja come vili conigli. -Quella strage rese in Trani per lunghi anni meno numerosa la gente di -mare. - -Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria -e della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la -Piazza con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura -nulla avevano sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho -parlato[268]. Quando anche non fosse stato possibile continuarsi la -resistenza, si avrebbe potuto ottenere facilmente una vantaggiosa -capitolazione. I Francesi entrati nel Regno nell’anno 1799 non erano -molti. Non volevano quindi perder gente, e non s’impegnavano a superar -colla forza e collo spargimento del sangue ciò che potevano combinare -colle trattative. Se i detti marinari quindi avessero tenuto fermo -il piede e non fossero vilmente fuggiti, non sarebbero certamente i -Francesi entrati in Trani colle armi alla mano. - -Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento -che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, la -quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì dai -Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da un -vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse -in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo -Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo -spietato e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva -guardarsi quella infelice città senza versar lagrime di amarezza. - -In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere -accolte molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città. -Molte altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di -danaro di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il -massimo bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri -dalla nostra città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli -fiamme ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale -era a vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si -erano cooperati a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro. - -Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo -tranquillamente quel cangiamento di Governo che le circostanze del -tempo e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un -tal cangiamento però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci -sofferti nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno. -Quelli che stavano nella nostra Provincia essendo stati per tal causa -richiamati frettolosamente in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad -una contribuzione di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu -questo per altro il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto. -Caduto ben presto il Governo Repubblicano istallato dai Francesi, -si ritornò sotto la dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con -perfetta calma e tranquillità, e senza il minimo disordine. Abituato -di nuovo il Popolo Ruvestino al buon ordine ed ammaestrato anche -dagli avvenimenti precorsi, serbò quel contegno laudabile ch’era a -desiderarsi. - -Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte, -si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria e -ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente parlato -nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale -si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione -delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste -formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e rese -impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo -sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra -slogate o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo -inconveniente qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più -luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di -tutti gli abitanti. - -La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva permesso -per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un punto -che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco -Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico -parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini -in esso intervenuti. _Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima -salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza -di altre Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e -delizioso lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo -la sventura che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla -succidezza enorme delle strade della città di estate e d’inverno -per le acque che ristagnano in varie lagune. Quindi si corrompono e -putrefanno, ristagno che deriva dalla cattiva struttura delle selciate. -Da questa cagione reale ed effettiva ne avvengono le malattie non meno -nella stagione di està e di autunno, che quasi di continuo in tutto -il corso dell’anno, e ad evidenza si scorge che dopo minuta pioggia, -spirando i venti australi ed umidi, si rende l’aere talmente infetto -dal lezzo ch’esala dal mezzo delle strade ove tali acque putride -ristagnano, che non vi ha persona la quale non va afflitta da dolori -nella vita, conseguenza vera della respirata aria mal sana, e quindi -non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera._ - -Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti -per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un novello -carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e lo -scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne -avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto -da me proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella -Scienza idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva -una spesa fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le -selciate della città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a -lungo e sarebbe forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento -d’introito che la cassa comunale venne ad avere colla transazione -dell’anno 1805 e coll’essersi indi guadagnata anche la causa della -difesa, accelerò cotesto segnalato beneficio che quella Popolazione lo -deve al zelo ed al disinteresse di que’ pochi, ma bravi cittadini che -presero a petto loro la difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto -vantaggio. - -Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate -di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per lo -futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia -ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro, non -hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove strade interne -formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle ruote delle -vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città e batte -di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa quantità -de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte le -altre cose che bisognano all’uso della vita. - -Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una linea -di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una maggior -resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio di -Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di _pietra livida_ -dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle strade -Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa in -durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette _basoli_, delle quali -sono lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella -contrada di _S. Lucia_. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il -_Parco del Conte_ ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare -quanta ne avesse voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito. - -Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna per -trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data -la celebre battaglia navale di _Trafalgar_ nella quale perderono la -vita tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese _Nelson_, quanto -quello della Squadra Spagnuola _Gravina_ ch’era Siciliano ed anche -valentissimo uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si -trovava compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di -accelerare il mio ritorno in Napoli. - -Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò molto -e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era in -marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi e dai -Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire dalla -forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione -di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si era -quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi tempo in -mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una carrozza, e -’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio, onde attendere -ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa mossa perchè -calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per me in mezzo -ad una popolazione buona, ed a me attaccata. - -Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del Re -aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto -nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato -è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia della -partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora -il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la -permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia -suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire -qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati istessi -del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere un -sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più attivi e -zelanti nell’organizzarla. - -Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe stato -neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta -tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato -neppure un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a -quella commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di -Governo, non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi -quello per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il -nuovo Governo, e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso -dell’armata Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare -l’esercizio dell’Avvocheria. - -Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per -effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre -Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini, -e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui ho -parlato innanzi nel Capo VI[269]. Il primo di essi dal nuovo Governo -fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè coi -nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di -Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora -ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in -Ruvo. - -Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica Chiesa -fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto -per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli Agenti -Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo -Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione -municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva dai membri -di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio -serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo stabilita -in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite di -detta città sotto il titolo di _S. Maria della Purificazione_ ebbe il -permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita, -a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi -incaricata di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era -conveniente. - -Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano _Monti_ -destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri. -Coteste Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità -de’ nostri antenati, davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere -la misera gente, specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le -copiose nevi impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col -lavoro della campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte -tanto in Napoli che nelle Provincie le _Commissioni di Pubblica -Beneficenza_. Lo scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me -pare, è stato quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie -disposizioni di questa natura in una sola massa, e disporre di esse in -quel modo che si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della -Provincia, non già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove -tali pie fondazioni si trovano ordinate. - -Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto -l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione -che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti. -Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo -che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi -che alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non -sarò mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di -designate persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere -invertite a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione -ed estranee alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi -convinto di valere ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro, -i quali sulla roba che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi -avevano pieno dritto di disporre di essa a favore di quelle persone o -di quella classe di persone ch’erano loro più predilette. - -Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve peso, -si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli. -Dimando se cotesta _Pubblica Beneficenza_ è valuta per la nostra città -quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri -antenati? Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali -potrebbero forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla -Storia. Non posso però tradire la mia piena convinzione che i poveri -della mia patria ne hanno riportato da cotesto novello ordine di cose -un positivo discapito. È ciò inevitabile quando alla legge imposta -dai fondatori di coteste pie istituzioni vien sostituito l’arbitrio -di coloro che ne prendono ingerenza. Li poveri di Ruvo certamente -anderebbero assai male se nelle loro maggiori urgenze non fossero -soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj spesse volte -suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della necessità, poichè -la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi il calcolo vero, -ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla considerazione -del Governo. - -Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle -delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ _bruchi_. In -conseguenza anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi -per essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di -agosto dell’anno suddetto, e devastato fino all’anno 1813. - -Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera. -Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa -l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle -già dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni -saldi specialmente delle murge, si univano e marciavano in colonne ben -compatte di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi -per i quali passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati -di qualunque specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano -seminati, gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si -fosse adoperata la falce. - -Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi, -senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino -incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche -un edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e -si gittavano indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno, -s’immergevano in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano -questi di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una -colonna di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione, -qual resistenza se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo -nel mezzo di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato -dal movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la -formavano. - -Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure -che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la -forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli -moscherini divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a -formare oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la -campagna, ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti -divorando le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e -rodendo non solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi. - -La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. Ne -rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni. -Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener -chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si -cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini. - -Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni -afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria, -e comprometteva finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli -espedienti escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi -furono anche diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di -quel tempo tanto relativamente alle operazioni da farsi per conseguire -quest’oggetto, quanto per la esazione e ripartizione tra i proprietarj -de’ fondi rustici della spesa non lieve che queste esigevano. Era però -la cosa per se stessa assai malagevole. - -Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi -coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane -per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano -messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una -quantità ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo -alle masse immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini -che sarebbe convenuto distruggere. Mancavano le braccia sufficienti -all’uopo. Mancava anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima -che si fossero resi alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna. - -Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano -sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe, -e distruggendole prima della _fetazione_. Con tal misura generalmente -presa si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo. -Ma non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita -all’attenzione di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello -che tenga Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato -per anni ed anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse -concorsa a liberarcene. - -Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano messe -già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano le uova -perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di libeccio che -le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si osservò che -i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi che non -si potevano mangiare. - -Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città -perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me -non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui -era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi -aveva assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era -conducente al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni -richiesto. Ciò che fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso -il Vescovado di Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre -la mia attenzione un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che -doveva mandarsi in esecuzione. - -Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare -la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo non si -estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto -a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è stato -mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei -inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario. -Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario di -Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani Ruvestini -avviati al Chericato. - -Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione de’ -Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi -buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran -penuria. Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi -in ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione -delle rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a -tal modo per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj -fondati con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non -è facile averne quanti se ne vogliono. - -Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del -precitato articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima -per la nostra città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo -stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che -sarebbe stato ciò conducente alla istruzione non solo de’ Cherici, -ma anche di tutta la Gioventù Ruvestina. Che la nostra città -produceva talenti elevatissimi, i quali si perdevano per la mancanza -delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto a fare molto guadagno -se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate da Uomini -rispettabili e versati nella istituzione ed educazione della Gioventù. - -La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta anche -con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu quindi -determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa de’ -soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo, -sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti -ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al -Re l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato -mi scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me -eseguito, non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le -circostanze che passo ad esporre. - -Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte -del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora -di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte -della Corte di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio -allora Apostolico, ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica -rassegnata al Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo -gustò molto bene il progetto con essa proposto. Il secondo però si -atteneva strettamente alla lettera del Concordato, e voleva in ogni -conto in Ruvo un Seminario. Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a -cui rimase fermamente attaccato. - -Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre persuaso -che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun altro -poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che sarebbe -stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno -positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor -Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto che la -nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di proprio -pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare il suo -consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita una Casa -de’ PP. delle Scuole Pie. - -Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era partita -da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi. -Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie nella città -di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre 1819, ed -indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820 relativo allo -stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali Dominj al -di qua del Faro. - -Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato -di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento -del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della -Casa suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai -stitichezza nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere -per la esecuzione del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di -Ruvo non voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento -che si ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili. -Valeva però ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta, -perchè con annui ducati novecento non avrebbe potuto certamente -sussistere una comunità di tal fatta. - -Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche questo -articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj presso -Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni, che gli -avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga il vero -ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante. Lo -pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi che dalle -sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra così santa. -Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi giorni venne -tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820 la Casa de’ PP. -delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo conveniente, -ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati essendo -stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza, ed -accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche un -notabile aumento di rendita. - -Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig. -Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole -menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo -di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare -con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima -alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai rapporti -fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò fino -all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a far -restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani -ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi. - -Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza -il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina nelle -Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi inteso -con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace de’ -buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi -neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!! -Miserabili! A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno -ricevuto? I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro -figliuoli sono maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini. - -Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un altro -articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi a -carico di quel Comune nello stato discusso, o sia _budjet_, vi è quello -di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali. -Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due -tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi -frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto -orribili che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili -senza grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè -a cavallo, nè a piedi. - -Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi avevano -versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle strade -Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro comodo! -Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna, la -quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato Ruvo Terlizzi -e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte relative allo stesso -si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle tignuole. - -Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche di -quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi -che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia -fossero cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque -lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state -incomodate dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le -consideravano altrimenti che come contribuenti per servire al loro -comodo, ed alla loro delizia! - -Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo a -due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore -discapito. Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo -che vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi -recato di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un -discorso positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu -Sig. Conte di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto, -uomo di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di -rettissime intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente -informato di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente -penetrato. - -Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza -ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa a -Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano -cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada -tra Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date -feci assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse -messa mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada -che ha rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne -ha da ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso -che ora vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua -ricchezza. Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento -de’ prodotti del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla -marina per imbarcarsi, il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il -passaggio inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo -porta sempre un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora -in fine moltiplicate in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava -prima una strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella -civiltà. - -Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova strada -veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato -a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta -il nome di _Bel luogo_, la quale era una delle cinque contrade che -formavano l’antico Demanio della città. _Respondent rebus nomina -sæpe suis._ È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro -Ruvestino, il quale prima della formazione della novella strada era -poco conosciuto dagli stessi abitanti della nostra città. È questo -elevatissimo, ed ha sottoposta una ben larga e spaziosa vallata coverta -di piantazioni e di praterie, la quale termina alla marina, e diletta -sommamente lo sguardo. Domina inoltre tutte le belle città messe sul -litorale dell’Adriatico da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che -il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato -al pascolo delle bestie, si vede ora coverto di belle e ridenti -piantazioni e casine di campagna che ne hanno accresciuto infinitamente -il valore non meno che la vaghezza. - -Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando per -le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si -compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di -_Bel luogo_ rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che -questo gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio -comtemplarlo. Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina -a cavallo che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro -territorio, volle essere informato del nome di quel sito incantevole, -e de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a -vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e -traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva, -ed esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì -qualunque lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena -soddisfazione. - -Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza -che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima -tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità fino -a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata alle -Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono in -quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati. Non vi -fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito, o che -vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza. - -Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed aveano -procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole -e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le -loro famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa -considerazione avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu -aperta tra essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne -a formarsi un fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati -congedati, ed ammogliati che partivano per l’esercito, durante il -tempo che sarebbero rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che -onora molto la umanità, ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che -vi concorsero, e merita un luogo nella Storia, prese anche parte il -Capitolo di Ruvo. - -Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820. Ne’ -terreni _appatronati_ seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era -l’antica consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a -pascere indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto -dritto confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di -Guerrera dell’anno 1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’ -parchi, e delle mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto -_Atque in eis libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam -dictæ civitatis_. - -Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli -abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano -nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli -abusi Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati -Abruzzesi colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il -Demanio al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a -valere moltissimo. Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla -libertà è ordinariamente accompagnato da disordini e da inconvenienti. - -Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata -fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed -insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi -Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato, -ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole, -ma numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’ -beccaj. Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le -riserbe di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente -colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi -inevitabile venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne -seguivano erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa -di peggio. - -Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese -altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità -delle buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario -allo Stato. E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi -Pii censiti per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e -1817, avevano anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del -Tavoliere, e stavano corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni -suddetti i canoni convenuti coll’aumento del decimo stabilito a favore -de’ Pii Luoghi colla Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni -del frutto naturale dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata -gratuitamente e senza pagamento alcuno dagli animali di cotesti -specolatori ai quali nulla la stessa costava! - -Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese -indispensabile far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale -permette la chiusura de’ terreni _appatronati_ demaniali ed aperti -soggetti alla precitata consuetudine del pascolo civico. È risaputo -che coll’articolo XLVII di essa è tal chiusura permessa senza -pagamento alcuno se la consuetudine suddetta provviene da un dritto di -_compascuo_. Coll’articolo XLVIII poi è prescritto che ove la stessa -provvenga da una _riserva_ fattasi dal Comune sui terreni demaniali -aperti occupati dalla coltura, n’è permessa anche la chiusura col -pagarsi però alla Cassa comunale un censo a titolo di _affrancazione_. - -Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per -più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione. -L’Amministrazione comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva -però altrimenti permetterla che per la via dell’_affrancazione_ ai -termini del precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al -contrario qualificando la già detta consuetudine per un dritto di -_compascuo_ volevano la chiusura de’ loro terreni senza pagamento -alcuno ai termini dell’articolo XLVII. - -Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto -che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di -questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo -sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio -animo disposto a contenderle il precitato dritto di _affrancazione_. -D’altronde non era persuaso tampoco di quel _compascuo_ che con -soverchia chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i -Proprietarj di masserie dissidenti. - -Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto di -compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita -tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella -specie di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro; -ma bensì di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su -tutti i fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque -cittadino di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio -suddetto. Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal -fatta? - -Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi rendeva -rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad apporsi -ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente esigevano. -Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva ciò che io ne -pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare a troncare -cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente della Provincia -nella qualità di Commissario del Re per la divisione e chiusura de’ -demanj la dimanda per l’_affrancazione_ de’ terreni di mia proprietà -siti nel Demanio ai termini del precitato articolo XLVIII della Legge -de’ 3 Dicembre 1808. - -La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato, -ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza -del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè le analoghe -disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione, -di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier Giuseppe -Cantatore di Ruvo. - -L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano -il _compascuo_, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano -sospesi ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a -dimandare l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati -a conformarsi agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed -esposti a danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato -beneficio accordato dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si -sono accresciute in un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo -si è migliorato, e si va migliorando sempre più alla giornata, la -Cassa comunale ha ricevuto anche un rinforzo non lieve dai censi -dell’affrancazione del Demanio. - -Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura notizia -che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e soggetti -al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre -1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate le -affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi i -quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti. - -Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare del -beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione -di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore -di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha -raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi -che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per -un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza -dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non -curarlo di vantaggio. - -Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo -civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che -nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono -di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano -in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come _terreni -demaniali azionali del Tavoliere_. Gli stessi titoli quindi stipulati -colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti -soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo -dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non -mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che -hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo -che per lo passato. - -Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella -popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia -umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto -innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era -derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si -presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente -era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’ -Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti -dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso -delle industrie armentizie. - -Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu -assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle -di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo -stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella -estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro -animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello -un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi -sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe -farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche -quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole -ugualmente a tutti i cittadini. - -La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche -la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè -sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi -a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che -l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle -però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie -di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze -che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque -esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro -offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo. - -Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini -dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa. -Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che -avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno -comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia -essi vi tengono per tutto l’anno. - -Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il -comodo dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate -scorrerie in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina -all’abitato, ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame, -il quale non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete. -Qual pascolo quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da -tante migliaja di denti? A buona ragione può dirsi che il _dritto -civico_ ch’essi pagavano e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale -lo pagavano e lo pagano più per l’aria fresca che sono nella necessità -di andare ivi a respirare nella estiva stagione che per l’erba che vi -trovano. - -Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’ -cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per -tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge -ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio. -Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno -1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi -delle murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere -acqua sufficiente per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare -nella estiva stagione. Osservai che la spesa che sarebbe occorsa -per la costruzione di esse non sarebbe stata priva di un vistoso -fruttato, poichè nella Provincia di Bari, la quale è povera di acqua -e soggetta alla siccità la fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione -vantaggiosa. - -Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione comunale -di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla costruzione -delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne della -città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta una -giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il progetto -obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle murge un -laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di fabbriche -che porta il nome di _lago di annaja_. Si pensò acquistarlo per conto -del Comune, e la cosa fu molto bene ideata. - -Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che meglio -di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua -l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più calde -premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la -cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per -lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per -me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi. - -Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto -ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre -a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822 -rimase l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta -pregevolissima proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi -perpetua per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta. -Abbondando inoltre il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie -premure si contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto -convalidato dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione -comunale ritenuto il lago suddetto a titolo di affitto. - -Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida -dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel -Demanio delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati -cinquanta al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827, -essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne -fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di -un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi -fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente -mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali -mentre avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero -anche notabilmente accresciute le rendite della Cassa comunale. - -Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile -al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora -postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti -dal privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così -potenti, e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago -di annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha -saputo conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro -dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale, -non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una -balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie -nella contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune -del lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano -dell’erba, ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro -gli antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque -piovane, onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato. - -Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando, -o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali -proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per -la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un -tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta -riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta -legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia -interrato, e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al -Capitolo, senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena -sposizione delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole -alla popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e -del vero concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno -istorico, lo riserbo ad altro lavoro. - -Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto mi -è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce -con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge. -Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente -al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto e spazioso -erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa -comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta -e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse! - -Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile -flagello del _Cholera_, che aveva infettata la intera Provincia, fino -al dì della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità, -e gran concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di -settembre. Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’ -primi casi del _Cholera_ in quella città. Valga ciò a convincere -chiunque che con molta saviezza gli Scrittori della materia, e -specialmente il Muratori hanno osservato che nelle circostanze di mali -contagiosi (quale io reputo il _Cholera_ che che altri ne credano) -sono perniciosissime le grandi unioni di popolo. Tanto peggio se vi si -unisce anche la intemperanza che accompagna sempre le feste popolari. - -È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini non -concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè quel -terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu la -conseguenza. - -Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano -per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia -anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia -e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il -morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la -nostra città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone -attaccate dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono -dieci, o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità, -malgrado la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del -morbo suddetto. - -Osservai inoltre ch’entrato il _Cholera_ in una casa non si propagava -ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia, -mentre in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se -sia ciò derivato dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni -degli abitanti, o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe -indovinarlo? Il Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico -Cav. D. Lionardo Santoro dice con ragione di esser questo un morbo -incomprensibile ed indefinibile. - -Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in ogni -caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più cauti -nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo danno -sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 e -1837. - - - - -CAPO XV. - -_Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, -sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini -introdotti nella moderna Amministrazione comunale._ - - -Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è -detto abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni -de’ cittadini, le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre -piuttosto allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto -moderno con maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta -va ora prendendo un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che -aveva cinquant’anni indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della -Popolazione che va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile -l’uscirsi fuori dell’antico recinto della città. Si sono quindi -costrutte non poche nuove case e palagi ne’ lati orientale meridionale -ed occidentale di essa, e se ne stanno tuttodì costruendo. Quali -novelli edificj essendo di miglior gusto, vengono a renderla anche più -bella. - -Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno -stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente -dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare -di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia Viesti -vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio nipote -Giovannino di lui figliuolo ed erede. - -La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti -attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli -che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i -vasi fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da -me rimasti tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati -mi ho ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie -applicazioni. - -Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora -Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo -virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore -alle inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed -efficace cooperazione ha influito e valuta moltissimo nel facilitare -gli acquisti fatti da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che -la nostra famiglia si trova fortunatamente a possedere. - -Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo -Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città, -cioè al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato -quello di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di -contenere la detta nostra numerosa collezione. - -Sarà questo quindi un Museo prettamente _Ruvestino_, perchè fornito di -vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare -il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le scienze -e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà -distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi -attira una nobile curiosità. - -Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe -Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel suo -erudito libercolo sulla _Magna Grecia_ alla pag. 52 la riporta -a seimila anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le -statistiche antiche che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo -l’hanno riportata. Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava -già la nostra città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va -sempre più innanzi. Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe. - -Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni sembra -in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che lo -hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti -dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata -l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che -coll’una e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente -maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra. - -Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite -dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più -estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere -dell’anno 1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli -proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola -schiacciata per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di -compressione. - -Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti -dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La -chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo -promiscuo degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha -prodotti gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura. - -I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno -oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a -picciole partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che -vivono colla sola giornata che guadagnano non sono molti. - -Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel tempo -stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a -migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho -veduto io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato -alla giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori -Ruvestini, son passati a lavorare fino alla sera li terreni che -tenevano da me a coltivare, o a migliorare. - -In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada -consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di -quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di -quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento -dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto -anche l’aumento della popolazione. - -Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla -miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel -vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto -l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con -politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche in -Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più povera -e meschina come lo era una volta. - -La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio -bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra -coll’aratro nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa -appartengono col linguaggio del luogo sono chiamati _Gualani_. Son -essi indefessi al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza -vizj. Travagliano dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa -permanenza nelle masserie suddette, e non vanno alla città a vicenda -che ogni quindici giorni la sera del Sabato, e vi restano la Domenica -soltanto. - -Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. Al -tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per loro -stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine, -ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. Tra -i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di diverse -razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi i -primi una maggiore considerazione. - -Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato -dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò -sperare che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui -ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure -idearsi, non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la -civiltà. Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose -ed eleganti, si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i -crivelli si è raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj -capricciosi e molto graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa -molto smercio anche al di fuori, e con queste due arti principali vive -molta gente. - -La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata, -e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle donne. -L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono anche -i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono -molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è -improbabile che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori -detti da Virgilio _soli cantare periti_, poichè le abitudini di tal -fatta passano volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono -dal popolo. - -Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre -una città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni -elevatissimi i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di -Gravina innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della -Regina Giovanna I disse _Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, -divites, et prudentes_. Michele Antonio _Baudrand_ nella sua Geografia -così ne parla, e ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata, -ed abbia ivi conversato con persone istruite. _Rubi oppidum Apuliæ -in Italia Antonino, quod Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs -Regni Neapolitani in Provincia Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo -Barensi, PARVA, SED SATIS CULTA, sub dominio utili Ducis Andriæ, et -ejus Diecœsis non extenditur ultra urbis muros, vix sex militaribus -distans a Vigilia in meridiem, et XVII a Bario in occasum, uti novem a -Butunto, Andriam versus totidem, et Canusium viginti._ - -Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre ne’ -secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne -Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò di -vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne -molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e -dottrina che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi -limito però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico -Cotugno mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della -Letteratura Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un -secolo se ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui, -perchè le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo -suo nome, di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio. - -La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino -tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella -Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’ -cittadini. Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se -gli fosse formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato -a futura memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di -proccurarlo, e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola -scritta io medesimo, venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini - - DOMINICO . COTUNNIO - NEAPOLITANO . ÆSCULAPIO - ANATOMICORUM . PRINCIPI - OMNIGENA . ERUDITIONE . PRÆCLARO - DICENDI . FACULTATE . NEMINI . SECUNDO - LATINI . ET . ITALICI . SERMONIS - SCRIPTORI . ELEGANTISSIMO - SAPIENTIA . PRUDENTIA . BENEFICENTIA - MORUM . SANCTITATE . ET . SUAVITATE - INCOMPARABILI - EGREGIO . ET . CELEBRI . VIRO - CIVI . BENE . MERITO - AD . VIRTUTIS . HONOREM - AD . PATRIÆ . DECUS - AD . RUBASTINÆ . IUVENTUTIS . EXEMPLUM - DECURIONUM . ORDO - HOC . MONUMENTUM . POSUIT - NATUS . DIE . XXIX . IANUARII . MDCCXXXVI - OBIIT . DIE . VI . OCTOBRIS . MDCCCXXII - -Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le città che -possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non a tutti i -luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità. Dai tre -lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo è -simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo -gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto -di vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato -meridionale ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole. - -Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione -del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle e -copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette _cocevole_, -o siano le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si -coltivano colla zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa -la bambagia. Dopo le cocevole vengono i giardini piantati di ogni -sorta di frutta, e specialmente di ciriegie che sono in Ruvo di -varie ed eccellenti qualità. Sono state esse per Ruvo sempre un -capo d’industria. Quelle volte che mi sono ivi trovato al tempo -delle ciriegie sono rimasto ammirato nel vedere la gran quantità -de’ forestieri che venivano specialmente dalle città della Puglia a -comprarle con molti animali da soma. - -Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni di -seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente -_campe_. I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per -più anni della rendita principale di essi o non hanno più curato di -sostituire le novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise -in parte le antiche piante e destinato il terreno ad altri usi. - -A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. Questi -casi non sono nuovi. Coteste _campe_ vi sono state anche in altri -tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non -perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro -suolo pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto -sempre entrare in Ruvo molto danaro. - -Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta -di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che -sono squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche -le tenute coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti -interessantissimi di quel territorio. È notabile che al principio -di coteste vaste contrade, ed alla distanza di meno di un miglio -dall’abitato ne’ luoghi denominati _Valle nuova_, volgarmente _Vardenò_ -la _Pozza_ e ’l _Pantano_, si trovano copiose sorgive di acqua dolce, -le quali in tempo di siccità sono di grande ajuto alla Popolazione. - -I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte -di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente -ne’ palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla -fermentazione. Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi -addetti alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o -alquanto più colorati detti _cerasuoli_. Tra i primi si distingue il -vino denominato _colatamburro_, il quale è molto gustoso e ricercato -dagli abitanti delle convicine città e specialmente dai Coratini. Si -fa anche del buon moscado poco inferiore a quello di Trani, ove se -ne fa molta quantità e molto smercio. Si fa pure il così detto vino -_zagarese_, il quale è un vino dolce piuttosto di uva nera picciola e -minuta che ha molto vigore e molta fraganza. È quello stesso vino che -si fa anche sulla collina di Posillipo, ed è denominato _cacamosca_, -molto in Napoli pregiato. - -Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed -innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di -essi vi prendeva molta parte l’_uva greca_ introdotta probabilmente -dagli antichi coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a -quel terreno meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò -soverchio le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e -poderosi, colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono -opportune a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare -hanno anzi guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali. - -Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e -portano il nome di _Distretto_. Furono quindi rispettate anche dal -decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso -però di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle -novelle leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti -tirandosi sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura -di terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato. -Questa pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di _Ralle, -Strappete_ e _Matine_. Hanno formato esse sempre la parte maggiore -dell’antichissimo Demanio comunale, e la sede di numerose masserie -di semina come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto -coltivabile, tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano -di quando in quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle -e le Strappete, giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta -di essi. - -Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia -dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino -all’altra vasta contrada di _Calentano_, la quale pare che formi parte -delle Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una -lunga striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo -bosco feudale denominato il _Parco del Conte_, e finisce alla difesa -comunale di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata -nell’anno 1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo -bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato _Foresta_, il quale -cinge presso che tutto il lato meridionale di essa. - -La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone -di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente -all’Oriente. Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un -tempo il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni -memoria. Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia -ne possiede un buon tratto che porta il nome di _lama dell’Ospedale_, -forse perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed -all’Ospedale di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del -Castello e del territorio del Garagnone. Si noti però che in quella -Regione si dà il nome di _lama_ a que’ canali per i quali scorre -l’acqua piovana insieme raccolta. Quindi il nome di _lama_ da quel -luogo ritenuto fino ai nostri giorni conferma la idea di essere stato -un corso antichissimo di acqua. - -Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo -torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente -fatto. Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro -mentre li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della -lama suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran -furia e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua, -il quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle -coste di essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo -trasportando seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise, -lepri e volpi che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine -traversando prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio -di Bitonto, era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari. -Dal che è facile comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia -nella contrada delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per -lo quale passava un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua -quella medesima direzione che lo stesso aveva. - -Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì -si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia -si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone _montosa -et aspera_. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo. -Continuo è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle -vallate volgarmente dette _canali_ coverti di verdeggianti seminati. -Ed ove lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi -quelle colline popolate da un numero immenso di greggi e di armenti -che vanno a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo -preziosissimo ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto. - -Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre rende -il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo -dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada -istessa denominato _lama d’api_ sotto la cura di un massajo bene -istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di -essi tengono nelle rispettive masserie. - -La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce -da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del -Garagnone, di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi, -nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose e -continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai -terreni coltivati delle valli o siano _canali_ che intercedono tra -una collina e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe -voragini denominate _grave_ che vi sono in quella contrada. Coteste -voragini sono di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e -nel guardarle incutono terrore. - -Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini -pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada -delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge che sta -in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone che -traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi menzione, -pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione. Non è -improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono ora -non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a coltura, -e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza -dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato -quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una -porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella -straordinaria alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui -innanzi ho parlato. - -Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio -feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si -vedevano, e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte -abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti -vogliono avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie -forze, e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che -possono dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e -costituisce nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella -Popolazione nella civiltà. - -Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore -di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura. -Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa -ai giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni -seminatorj, ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste -varietà che rapidamente succedono l’una all’altra non possono non -essere incantevoli. Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo -spirito. Sì fatte combinazioni operate dalla mano possente della -Natura non è facile trovarle replicate in altri luoghi. Non fia dunque -meraviglia che gli Arcadi conquistatori della bella Regione denominata -Peucezia dal loro Condottiere, incantati dalla vaghezza del sito di -cui ho ragionato abbiano ivi edificata la nostra città, e decorata la -stessa del nome di una delle più illustri città del loro Paese natio. -Ben lo meritava la pregevole qualità e varietà di quel territorio così -bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura, quanto alla pastorizia a -cui erano essi principalmente inclinati. - -Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti -Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il -più eminente le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo -sono i Ruvestini attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che -menano alle loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi -il vedersi che neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa -adiacenti si può passeggiare con comodità, anzi senza positivo disagio -per la gran quantità delle pietre che ingombra le pubbliche strade! - -Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la -negligenza e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’ -terreni adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre -si permettano di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e -renderle assolutamente impraticabili[270]! - -Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette -Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i -quali si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi -a rifargli di nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e -disciolte si rovesciano su di esse. Massima poi è la indecenza e la -laidezza di un altro abuso introdotto da non molti anni in qua, qual -è quello di vedersi ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da -passo in passo il letame che si lascia a fermentare per lo concime de’ -terreni. Oltre però il fetore che tramandano coteste immondezze, e la -corruzione dell’aere che producono, simili sozzure disgustano la vista -e muovono lo stomaco. Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la -quale non merita veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi -abitanti nella opinione e nel concetto de’ Forestieri che passano. - -Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini -non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere -forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza -delle pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che -amministrative si sono di proposito occupate di un articolo tanto -interessante, e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati -il quale non sia stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente -punito. - -Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti -municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal -Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni -articoli molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade, -perchè vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente -si peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle -Autorità che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con -una indifferenza quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi -impunemente violati, e sono forse esse le prime a violargli? - -La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente -porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali insultano -positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi senza -molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre gittate -sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute -dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un -termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar -di nuovo ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi -al letame che si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade, -ovunque questo si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio -della Cassa comunale, oltre la esazione della multa stabilita dalla -legge per tale contravvenzione. - -Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. Ve -ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione -come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto. -La disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite -patrimoniali vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da -una genia d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini -_Patriæ studium in ore, privatum in animo magis habent_, come bene a -proposito diceva Livio[271]. - -Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio -operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche -prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si -cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando -del Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di -quelle che la feudalità si permetteva? È forse odioso il _Dispotismo -Baronale_, e piacevole e soave il _Dispotismo Comunale_ esercitato -da una fazione dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole -che lo stesso sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio -Tacito, _magis alii homines, quam alii mores_[272]. - -Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare -un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto -paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si -degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità. -Cosa giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere -sotto un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi -all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde -giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il -flagello di essa. - -Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che il -servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta -usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai -però ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi -intriganti e prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione -che non si sveglia a tempo, e fa prendere a questa gente una mano -troppo lunga! Quai limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica -ed insolente albagia? - -Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti -nell’Amministrazione comunale di Ruvo, sul non poco male che si è -fatto e sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto -per lo spirito di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti -osservazioni specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio -delle murge, lo interramento del lago di annaja, e la distruzione del -Bosco comunale. La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti -tre articoli e le discussioni di Giurisprudenza, di Regolamenti -amministrativi e di Economia Politica che vi han rapporto non potevano -aver luogo in un breve cenno istorico. - -L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto -alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti -in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar -la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo -questa indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono -preservati dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal -santo amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a -profitto le cose che saranno da me osservate e proposte. - -A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono, -che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e che -sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, di -dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come più -anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate do -un sano e salutare consiglio. - -Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a quelle -laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo -stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non -distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle -cose passate, onde non far ricadere la nostra città sotto quelle -stesse gravezze che produssero altra volta la miseria generale della -popolazione, poichè come bene diceva Cicerone, _Nescire autem quod -antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum_[273]. - - - - -AVVERTIMENTO. - - -Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine _Achea-Arcadica_ -della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a -prevenire qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe -forse fare in contrario. Ho detto nel capo III che _Oenotro_ e -_Peucezio_ figliuoli di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di -Troja approdarono nelle nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi -ed altre Genti del Peloponneso, e fondarono due Dominazioni, delle -quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di _Peucezia_, ove la -nostra città è sita. - -Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso cotesto -racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati nel -detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata dal -nostro illustre Canonico Mazocchi[274] è stata, per tralasciarne altri, -più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più luoghi -della sua pregevole _Storia degli antichi Popoli Italiani_. Rispetto -moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti. - -Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni -positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati -Scrittori i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto. -Da ciò che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione -dell’Italia si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della -venuta de’ predetti figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si -son credute da essi costituite. Si sa però che gli argomenti negativi -non hanno sempre per loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere -anche ch’è sempre malagevole il tacciare di soverchia credulità Uomini -dottissimi dell’Antichità i quali vissero diciotto secoli e più prima -di noi, e quindi potevano saperne assai più di quello che noi ne -sappiamo, ed essere meglio al caso di discernere i veri fatti istorici -dalle favolose narrazioni. Nella materia di cui si tratta l’autorità di -coloro che hanno scritto in un epoca più vicina ai fatti che allegano -prevale a quella de’ Scrittori più recenti. - -Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi -Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci -e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi -facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi -essi allucinati, ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente -favolosi, i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’ -Scrittori ch’essi avevano alle mani, ma a noi mancano. - -Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi limito -ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e Peucezio -nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato ciò che -da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città. Osservo -in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano innanzi -cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente -della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero a -stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti -di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e -ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza, -sia perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di -vivere semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i -terreni vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non -convenire in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti -di Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti? - -Or la nostra città trovandosi fondata in una Regione bagnata dal -mare Adriatico ed a poche miglia di distanza dal litorale di esso, -è conseguenza che si trova in quel tratto di Paese che gli anzidetti -moderni Scrittori non dissentono che sia stato occupato dalle Greche -Colonie. Che che dunque voglia dirsi del loro avviso relativo alla -venuta di Oenotro e Peucezio, la origine Grechesca della nostra città -combacia anche bene colle già dette loro posizioni. - -Da queste vedute generali discendendo al particolare, gli antichi -numerosissimi monumenti ivi disotterrati all’epoca nostra non -lasciano su di ciò il minimo dubbio. Mi piace quì ripetere le dotte e -sensatissime osservazioni dello stesso Mazocchi riportate nella mia -prefazione alla pag. 6. _Scriptorum quorumlibet testimoniis longe -exploratiora sunt nummorum, lapidum, ænearum tabularum monumenta, -quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu -dubitabit? Quod si pleraque Etruscis, Oscis, aut omnino peregrinis -elementis exarata deprehenduntur, tunc antiquos Auctores omnes, vel si -milleni fuerint, qui Græcam originem crepantibus buccis jactaverint, -contemnerem_[275]. - -Con ragione, poichè dagli antichi monumenti sorge la pruova di -una verità di fatto positiva, la quale non può essere distrutta da -qualunque testimonianza di Scrittori. Siccome nel criterio legale li -monumenti pubblici antichi prevalgono sempre ai detti de’ testimonj, -così vale la stessa regola anche nel criterio istorico[276]. Or negli -antichi monumenti e nelle antiche monete Ruvestine tutto essendo -prettamente Greco e niente affatto fuori che il Greco, non vi può -essere quistione sulla origine Grechesca della nostra città. - -Se cotesti elementi però costituiscono la pruova incontrastabile della -sua origine, non è meno vero che ugual valore, ed uguale influenza -debbono avere nell’indagarsi anche quali degli antichi Popoli della -Grecia han potuto fondarla. In questa parte interessantissima le -sue antiche monete sono quelle che ci porgono il filo di Arianna -per poterne attribuire la fondazione alle Greche Popolazioni del -Peloponneso. Le più antiche di esse portano la leggenda Ρὑψ (Rhyps), -quali son quelle riportate ai numeri 1 2 3 e 4 della prima tavola, e -6 e 7 della seconda. Nelle più recenti il π vedesi cangiato in β come -ho osservato alla pag. 95 in fine e 96. Portano quindi la leggenda -ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, o ΡΥΒΑ abbreviato, da cui si è tratto il nome latino -_Rubi_. - -Ma l’antico nome Ρὑψ imposto alla nostra Città dai primi suoi fondatori -non potendo ripetersi da altro principio che dall’essersi voluto -quì riprodurre l’antica ed illustre città dell’Acaja denominata -_Rhypæ_, come l’ho concludentemente dimostrato nel capo V pag. 90 -a 97, ne risulta da ciò per necessaria conseguenza la sua origine -Achea. Giova quì anche osservare che Porcio Catone nel suo libro _De -originibus Italicarum urbium_, Lucio Sempronio ed altri Scrittori che -la ingiuria del tempo ci ha tolti, convennero in uno sbarco di Greci -nelle nostre Regioni partiti dall’Acaja prima della Guerra di Troja, -come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso nel luogo di sopra -riportato alla pagina 38[277]; il che combacia perfettamente colla -premessa osservazione che viene suggerita dalle predette antiche monete -Ruvestine. - -Vero è che colla solita Greca presuntuosità ei riprende li già detti -Romani Scrittori per non essersi incaricati di far conoscere da quali -città Greche siano essi partiti, sotto quale Condottiere, e per qual -cagione abbiano lasciata la loro patria, e per non avere tampoco -addotta alcuna testimonianza di qualche Greco Scrittore. Il loro -silenzio però su di tali circostanze non basta a distruggere il fatto -principale da essi contestato, cioè la venuta degli Achei nella Italia -prima della guerra di Troja, cosa che uomini così dotti non avrebbero -potuto certamente smaltirla senza verun fondamento. - -Il che tanto più è da dirsi quanto che la severa censura del Greco -Scrittore è andata a finire coll’avere anch’egli convenuto che i Greci, -quì sbarcati prima della guerra di Troja furono _Arcadi_. Ritenuto -quindi il fatto principale come un fatto istorico, tutto il dippiù -poco rileva. Quali delle Popolazioni Greche siano allora quì venute -non è difficile indagarlo dagli antichi monumenti che contestino le -loro costumanze ed i loro Riti ritenuti ne’ luoghi da esse occupati. -Or tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini trovandosi sicure -testimonianze che serbava la nostra città le costumanze ed i Riti -Arcadici per le circostanze da me rilevate dalla pagina 74 alla pagina -76, vi è tutta la ragione di dirsi che nella fondazione di essa vi -ebbero parte anche gli Arcadi e che questi furono nel numero de’ Greci -che Porcio Catone, Lucio Sempronio ed altri contestarono di essere -partiti dall’Acaja prima della guerra di Troja. - -È risaputo quanto in simili indagini influisce la considerazione -del culto delle Divinità, de’ Genj e degli Eroi che un’antica città -serbava. Queste conghietture suggerite anche dagli antichi Scrittori -sono state ritenute dagli Archeologi odierni per indagare la origine -delle città antiche, com’è noto a chiunque abbia conoscenza della -materia. Si aggiunga a ciò che Strabone nel luogo innanzi riportato -alla pagina 42 fu di avviso che in generale i Greci che occuparono -la Peucezia erano venuti dall’Arcadia. Non può credersi che uno -Scrittore così grave lo abbia ciò detto a caso. Bisogna convenire che -la sua opinione fu fondata o sull’autorità di altri Scrittori che la -ingiuria del tempo ci ha tolti, o sulle antiche tradizioni ritenute -dagli abitanti di quella Regione, essendo cosa regolare e naturale che -i Popoli trapiantati dal loro Paese natio in altre lontane Regioni -serbino le memorie della loro origine. Dopo tanti secoli e tante -vicende sofferte dalla povera Italia si son queste oggi smarrite. Al -tempo di Strabone però potevano gli abitanti della Peucezia ritenerle -ancora, ed è da presumersi che le abbiano ritenute, ed egli che fu uno -Scrittore accuratissimo e minutissimo le abbia raccolte. - -Lo sbarco quindi di Oenotro, e Peucezio nelle nostre Regioni o che sia -un fatto istorico o che voglia credersi una favola, nulla ciò rileva -a discapito delle cose da me dette sulla origine della nostra città. -Se i Greci del Peloponneso che la fondarono non furono guidati da -Oenotro e da Peucezio, si potrebbe forse dir perciò che non abbiano -potuto ivi capitare sotto altri Condottieri? Non potendosi porre in -dubbio le antiche emigrazioni de’ Greci nelle nostre Regioni e la -occupazione fatta dalle Greche Colonie de’ luoghi adiacenti al mare, -nulla importa per l’oggetto di cui si tratta il conoscersi anche i -nomi de’ loro Capi. Le circostanze particolari da me rilevate per -indagare i popoli della Grecia ch’ebbero parte alla fondazione della -nostra città, risultando dalle sue monete e da altri antichi monumenti -indipendentemente dalle testimonianze de’ Scrittori Greci e Latini -delle quali mi son giovato, sono questi gli elementi più solidi e più -sicuri in simili indagini, anche nel senso di que’ moderni Scrittori -che hanno riputata favolosa la venuta de’ figliuoli di Licaone nelle -nostre Regioni. - - - - -INDICE DE’ CAPITOLI. - - - CAPO I. - _Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città - di Ruvo_ PAG. 9 - CAPO II. - _Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32 - CAPO III. - _La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che - vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35 - CAPO IV. - _Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle - arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua - origine Arcadica_ 56 - CAPO V. - _La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche - dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90 - CAPO VI. - _Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio - edificata_ 99 - CAPO VII. - _Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107 - CAPO VIII. - _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia - Angioina_ 122 - CAPO IX. - _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia - Aragonese_ 164 - CAPO X. - _Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di - Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale - Dinastia Regnante_ 170 - CAPO XI. - _De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia - nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195 - CAPO XII. - _Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte - dalla prepotenza Baronale_ 209 - CAPO XIII. - _De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno - 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno - 1805_ 239 - CAPO XIV. - _Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine - del secolo XVIII in poi_ 261 - CAPO XV. - _Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, - sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, - e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione - comunale_ 304 - AVVERTIMENTO - _Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319 - - - - -INDICE GENERALE. - - -A - -Acheloo fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume -Acalandro detto oggi Salandrella pag. 93. - -Achille combatte ed uccide Pentesilea Regina delle Amazoni pag. 67 e 68. - -_Aletium_ antica città de’ Salentini — Vi è quistione se sia l’attuale -città di Lecce pag. 10. - -Alfonso I di Aragona riordinò la Dogana delle pecore di Puglia e la -fornì di erbaggi vernini pag. 195. - -Alfonso II di Aragona — Succedè nel Regno nell’anno 1794 Ferdinando -I suo Genitore — Era generalmente odiato dai suoi sudditi — -Nell’avvicinarsi l’armata di Carlo VIII Re di Francia le Provincie -del Regno si sollevarono, ei perdè il suo coraggio, andò a ricoverarsi -nella Sicilia, ove si ritirò in un Convento di Frati in Messina pag. -170. - -Altamura antica città della Terra di Bari creduta da taluni la stessa -che _Sub Lupatia_ pag. 47 — Il suo territorio confina con quello di -Ruvo pag. 130. - -Amministrazione comunale — Suo vero carattere e difetti che la fanno -degenerare pag. 317. - -Anchise e Venere sul monte Ida pag. 68 a 73. - -Andrea figliuolo di Carlo Re d’Ungheria, marito della Regina Giovanna -I strangolato in Aversa e gittato ignominiosamente da una finestra pag. -146 — Procedimento contro i rei di cotesto misfatto pag. 146 e 147. - -Andria città della Terra di Bari erroneamente creduta la stessa che -la città denominata _Netium_ non mai esistita pag. 18 — Fu edificata -da Pietro Normanno Conte di Trani, non già da Diomede pag. 23 e 24 — -Etimologia del suo nome pag. 26 — Deve credersi surta nell’antico agro -Ruvestino pag. 168 — Saccheggiata dai Tedeschi e Lombardi al tempo -della Regina Giovanna I pag. 272 a 274 in nota — Terribile assedio -in essa sostenuto da Francesco del Balzo al tempo di Ferdinando I -di Aragona pag. 26 — Presa, saccheggiata ed incendiata dai Francesi -nell’anno 1799 pag. 271 a 277. - -Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute nell’Italia prima della -Guerra di Troja con Oenotro e Peucezio pag. 38 39 319 e seguenti — -Altri Arcadi venuti dappoi con Evandro pag. 40 — Furono bene accolti -perchè vi portarono la coltura, la musica, le belle arti e buone leggi -pag. 74. - -Archita valente nel comando degli eserciti e nella scienza del Governo -pag. 36. - -_Argos Hippium, Argyripa, Arpi_, antica città della Daunia fondata da -Diomede pag. 12 55 e 92. - -Armigeri Baronali, strumenti efficaci delle prepotenze della Casa -d’Andria pag. 230. - -Augustali — Loro Istituzione — Vi era in Ruvo un Collegio di Augustali -pag. 109 e 110. - - -B - -Bagliva di Ruvo — Riserbata al Re nelle concessioni in feudo dell’epoca -Angioina pag. 134 e 135 — Nelle posteriori concessioni dall’epoca -Aragonese in poi vi andò inclusa pag. 164 e seguenti, e pag. 185 -— Gravezze ed abusi introdotti dalla Casa d’Andria nell’esercizio -de’ diritti bajulari pag. 222 a 224 — La città di Ruvo fu obbligata -a prenderla in affitto dal Barone per forti somme, onde liberare i -cittadini dalle vessazioni de’ Baglivi pag. 225. - -Bari _Barium_, e nell’Itinerario Gerosolimitano _Beroes_ antica città -marittima della Peucezia pag. 19 20 21 42 e 43 — Tentarono in vano di -saccheggiarla nell’anno 1799 gli abitanti de’ suoi casali pag. 270 — -Occupata dai Francesi nell’anno 1799 pag. 273 in nota. - -Barletta _Barulum_, e nella Tavola Peutingeriana _Balulum_ o _Bardulos_ -— Antica città della Terra di Bari posteriore a Strabone, a Plinio ed -a Tolomeo; ma anteriore ai Normanni — Fu restaurata o fortificata da -Pietro Normanno Conte di Trani pag. 23 24 e 25 — Consalvo di Cordova -assediato in Barletta dai Francesi nell’anno 1502 e 1503 pag. 176 — -Nell’anno 1799 posero ivi i Francesi il loro quartiere generale pag. -271. - -Bisceglia _Buxilia_ o _Vigiliæ_ — Città marittima della Terra di Bari -meno antica di Barletta Trani e Giovinazzo, ma anteriore ai Normanni — -Restaurata dal detto Conte di Trani Pietro pag. 25 e 26 — Posseduta al -tempo del Re Ladislao da Federico Vrunforti col titolo di Conte pag. -157. - -Bitonto, _Butuntus, Butuntinenses, Butuntinus ager, Botontones_ -— Antica città della Peucezia pag. 15 20 21 27 ed 83 — Sua antica -confinazione col territorio di Ruvo pag. 85 ed 86 — Suo Vescovado unito -a quello di Ruvo pag. 122. - -Bosco antichissimo di Ruvo — Conceduto in feudo nell’anno 1269 pag. -123 e 212 — Nell’anno 1473 Ferdinando I di Aragona acquistò per uso -del Regio Tavoliere di Puglia l’erba vernina di esso dalla Vigilia del -S. Natale fino al dì 8 maggio pag. 214 — Nell’anno 1552 la Regia Corte -acquistò per lo intero l’erba vernina e la ghianda del detto bosco e -fu tolto ai Ruvestini il dritto di immettervi a pascere i bovi aratorj -— Grave discapito che vennero da ciò a soffrirne pag. 202 e 203 — La -prepotenza della Casa d’Andria rese il bosco suddetto inaccessibile ai -Locati del Regio Tavoliere pag. 217 e 218. Taglio spietato dato dalla -Casa d’Andria agli alberi di esso ed immenso profitto trattone pag. -219 — Giudizio criminale istituito per tal causa dalla Università di -Ruvo nell’anno 1797 pag. 246 — Misure prese colla transazione del dì 2 -maggio 1805 per farne seguire il rimboscamento pag. 258 e 259 — Per lo -di più relativo al detto bosco vedi _Usi civici_. - -Brindisi antica città de’ Salentini pag. 9 — Assediata e presa da -Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. 113. - -Bruchi — Il territorio di Ruvo invaso da queste locuste nell’anno 1808 -— Danni da esse recati alle Puglie — Mezzi adoperati per liberarsene — -Come nell’anno 1813 cessò tale flagello pag. 286 a 288. - - -C - -Calabria antica, e sua situazione pag. 40 e 41. - -Camera riservata o sia esenzione dall’alloggio militare ordinario -accordato dalla Casa d’Andria nell’anno 1600 alla città di Ruvo -mediante il pagamento di ducati ottomila pagina 192 e seguenti. - -Campi di Diomede pag. 54. - -Canne villaggio reso celebre dalla sconfitta che Annibale diè ai Romani -in quel luogo detta pag. 54. - -Canosa antica città della Daunia messa sulla strada da Roma a Brindisi -pag. 10 20 21 167 e 168 — Edificata da Diomede pag. 51 a 53 — Suo -antico territorio pag. 168 — Rovinata dai Tedeschi e Lombardi al tempo -della Regina Giovanna I pag. 272 nella nota. - -Cantalicio Gio: Battista giustamente censurato pag. 184. - -Capitolazioni dell’anno 1308 per i dazj civici della città di Ruvo pag. -140 a 143 — Nuove capitolazioni dell’anno 1314 pag. 145. - -Carcere Baronale oscuro ed orribile dell’antica Torre di Ruvo pag. -230 — Abolito colla transazione dell’anno 1751 pag. 242 — Stanza -del carcere comunale usurpata dalla Casa d’Andria e restituita colla -transazione dell’anno 1805 pag. 252. - -Carlo I di Angiò morto nell’anno 1285 pag. 135. - -Carlo II che gli succedè nel Regno cessò di vivere nell’anno 1309 pag. -144. - -Carlo VIII Re di Francia entrato nel Regno festeggiato ed applaudito -non seppe profittarne — Lega formata contro di lui e suo ritorno in -Francia pag. 171 — Sua morte pag. 172. - -Caronda sommo Legislatore pag. 36. - -Carpino specie di pietra che si trova nel territorio di Ruvo — Usi ai -quali può esser utile pag. 105 e 106. - -Casa comunale di Ruvo ricostrutta dalle fondamenta, ed iscrizione messa -sulla facciata di essa pag. 190 — Progetto per la formazione di una -novella Casa comunale più ampia, ed alienazione di detta Casa antica -pag. 191. - -Casali della città di Ruvo ora distrutti, ed osservazioni circa il -numero e ’l sito di essi pag. 123 a 134. - -Castello di S. Maria del Monte pag. 47. - -Castello e Torre antica di Ruvo — Descrizione dell’uno, e dell’altra -pag. 159 a 163. - -Ceglia _Celia_ antica città della Peucezia messa sulla strada da Roma -a Brindisi pag. 10 17 e 55 — Saccheggiata, ed incendiata dai Francesi -nell’anno 1799 pag. 175 in nota. - -Censuazioni de’ beni fondi delle confraternite, ed altri pii luoghi -laicali di Ruvo eseguite prima dell’anno 1799 colla massima utilità -pubblica colla cooperazione dell’egregio cittadino D. Antonio Sancio -pag. 261 e 262. - -Chiesa Cattedrale di Ruvo, e suo campanile pag. 154 e 155. Il campanile -suddetto fortificato da Roberto Sanseverino al tempo della Regina -Giovanna I, e ripigliato dagli Ungari detta pag. 155. - -Chiesa antichissima di S. Maria di Calentano nel territorio di Ruvo -pag. 127 e 128. - -Ciriegie squisite dell’agro Ruvestino pag. 310. - -Città Greche dell’Italia molto ben governate — I Romani dopo la -espulsione de’ Re richiesero alle stesse buone leggi pag. 36, e 37. - -Chiusura, ed affrancazione de’ terreni demaniali appatronati dell’agro -Ruvestino pag. 294 e seguenti. - -Colatamburro specie di vino pregiatissimo che si fa in Ruvo pag. 311. - -_Cholera_ — Nell’anno 1836, e 1837 fece pochissimo danno alla -Popolazione di Ruvo pag. 302 e 303. - -Combattimento seguito nell’anno 1503 tra i tredici Cavalieri Francesi -usciti da Ruvo, ed i tredici Cavalieri Italiani usciti da Barletta -in un campo designato tra Corato ed Andria — Monumento ivi messo per -futura memoria, ed indi abbattuto dai Francesi pag. 175 e 176. - -Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano — Spedito la prima volta -da Ferdinando il Cattolico in soccorso di Ferdinando II di Aragona -pag. 171 — Spedito la seconda volta a richiesta del Re Federico di -Aragona gli usò un tratto di perfidia pag. 173 — Ristretto ed assediato -nella città di Barletta, non seppero i Francesi profittare della loro -superiorità pag. 174 — Suo procedere iniquo e vile verso la città, e -gli abitanti di Ruvo pag. 182 e 183 — Sua caduta ed umiliazione, e suo -sepolcro ultimamente violato e profanato pag. 183 e 184 nella nota. - -Contea di Conversano — Al tempo de’ Normanni la città di Ruvo formava -parte di essa pag. 84 e 114. - -Conventi di Ruvo e soppressione di due di essi — Quello de’ Domenicani -una colla Chiesa fu dal Governo donato alla città pag. 284 — Questa -l’ha ceduto ai PP. delle Scuole pie ivi stabiliti pag. 289. - -Corato nella Terra di Bari edificata da Pietro Normanno Conte di Trani -pag. 23 e 24 — È surta nell’antico agro Ruvestino pag. 167 e seguenti. - -Cortesia nome specioso di una estorsione feudale abolita colla -transazione dell’anno 1701 pag. 222 e 241. - -Crati fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Crati -pag. 92 e 93. - - -D - -Danza funebre dipinta in uno degli antichi sepolcri Ruvestini pag. 65 a -67. - -Dauno valoroso Principe Illirico venuto nella Puglia, ove si costituì -una dominazione che dal suo nome fu chiamata Daunia pag. 51. - -Demanio comunale di Ruvo, e denominazioni delle contrade che lo -compongono pag. 222. - -Difesa comunale di Ruvo eretta nell’anno 1510 pag. 197 e 198 — Ampliata -fino a quaranta carri nell’anno 1552, e venduta dalla università -nell’anno 1632 per pagare i debiti contratti pag. 202 e 203 — -Quattordici carri di essa rivendicati dalle mani della Casa d’Andria -nell’anno 1810 pag. 260 e 261. - -Diomede valoroso Guerriero Greco che si costituì nella Daunia una -Dominazione pag. 51 e 52 — Suoi compagni cangiati in uccelli pag. 52. - -Domenico Cotugno illustre e celebre cittadino di Ruvo pag. 308 e 309. - -Dritto Plateatico usurpato dalla Casa d’Andria alla università di Ruvo -pag. 225 e 226 — Abolito con decreto dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe -Zurlo dell’anno 1798 pag. 249. - -Dritto proibitivo de’ molini costituito dalla Università di Ruvo per -sua utilità nell’anno 1615 ed usurpato dalla Casa d’Andria pag. 227 e -228 — Restituito colla transazione dell’anno 1805 pag. 252 e 253. - -Dritto proibitivo delle Taverne e delle Neviere abusivamente introdotto -dalla Casa d’Andria pag. 227 — Rimasto abolito colla transazione -dell’anno 1751 pag. 241. - -Duca di _Monpensier_ Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. 171. - -Duca di _Némours_ Vicerè e Generale Supremo di Luigi XII Re di Francia -in questo Regno pag. 174 — Era egli a Castellaneta e non a Canosa -quando Consalvo di Cordova aggredì la città di Ruvo pag. 177 e 178 e -seguenti. - - -E - -_Egnatia_ — Antica città marittima della Peucezia sita sulla strada da -Roma a Brindisi pag. 10 42 e 43. - -_Ehetium_ — Città ignota alla Geografia antica segnata nella Tavola -Peutingeriana — Conghiettura su di essa del Sig. Millingen pag. 12 e -13. - -Eraclea antica città della Grecia riprodotta nella Italia pag. 92. - -Ercole venerato dagli Arcadi, e quindi anche dagli antichi Ruvestini -pag. 75 e 76. - -_Erdonia_ o _Herdonia_ antica città della Daunia messa sulla strada da -Roma a Brindisi pag. 10 20 21 e 268. - -Ettore Carafa il vecchio Duca d’Andria tenne la città di Ruvo sotto un -giogo di ferro pag. 239 — Le tolse con violenza anche le carte del suo -Archivio pag. 243. - -Ettore Carafa il giovane Conte di Ruvo a torto imputato di aver fatto -nell’anno 1799 incendiare dai Francesi la città di Andria sua patria -pag. 271 e seguenti. - -Ettore Fieramosca capo de’ tredici Cavalieri Italiani che nell’anno -1503 si batterono coi tredici Cavalieri Francesi pag. 175. - - -F - -Fauno — Re saggio e prudente che dominava que’ luoghi, ove surse poi la -città di Roma pag. 40. - -Federico di Aragona — Sue virtù, sua bontà e giubilo universale per la -di lui elevazione al Trono di Napoli pag. 172 — Fu spogliato del Regno -da Ferdinando il Cattolico e da Luigi XII Re di Francia pag. 173. - -Ferdinando I di Aragona — Morto nell’anno 1494, gli succedè nel Trono -Alfonso II suo figliuolo primogenito pag. 170. - -Ferdinando II di Aragona — Sua elevazione al Trono — Sua fuga dal Regno -per la invasione di Carlo VIII Re di Francia e suo sollecito ritorno -in Napoli — Vantaggi da lui riportati sui Francesi quì rimasti e sua -prematura morte pag. 171 e 172. - -Ferdinando il Cattolico — Sue mire sul Regno di Napoli per lungo tempo -dissimulate pag. 171 — Accordo combinato tra lui e Luigi XII Re di -Francia per torre il Regno di Napoli a Federico di Aragona — Vedi -_Trattato segreto_. - -Feudalità — Distruttrice del genio del gusto e della specolazione -agraria, ed apportatrice di avvilimento, di servitù, di suggezioni, ed -estorsioni pag. 120. - -Fida abusivamente esercitata dai Baglivi Baronali nel demanio comunale -di Ruvo, ed anche ne’ terreni appatronati siti in esso pag. 222 — -Abolita colla transazione dell’anno 1805 pag. 253 e 254. - -Fineo cieco liberato dalle arpie dagli Argonauti pag. 76 e 77. - - -G - -Gabelle comunali della città di Ruvo — Se le appropriò la Casa d’Andria -dall’anno 1691 all’anno 1737 — Mancanza di pagamento de’ creditori -Fiscalarj della stessa — Lunghe ed inutili querele di essi e fallimento -della Università seguito per tal causa pag. 232 a 235 — Supposto -credito di ducati 25600 della Casa d’Andria ammesso per collusione pag. -235 a 237 — Abolito colla transazione dell’anno 1805 pag. 252. - -Gabella comunale della giumella delle mandorle usurpata dalla Casa -d’Andria, e convertita in una esazione feudale pag. 226 — Abolita colla -transazione dell’anno 1751 pag. 241. - -Garagnone antico casale ora distrutto in Terra di Bari — Apparteneva un -tempo all’Ordine Gerosolimitano — È passato dopo per molte mani e per -ultimo è stato posseduto dalla famiglia Mazzaccara — Vi è rimasto un -antico castello nel sito del quale vi era l’antica città della Peucezia -denominata _Silvium_ pag. 46 a 50 — Confina col territorio di Ruvo pag. -131 — È diverso dal _Gorgoglione_ antico villaggio sito nella Provincia -di Basilicata pag. 48 e 49. - -Giovanna I Regina di Napoli — Succedè nel Regno al Re Roberto suo avo -— Si rese sospetta d’intelligenza nella morte violenta del Re Andrea -suo primo marito pag. 146 — Sua fuga dal Regno all’avvicinamento di -Lodovico Re d’Ungheria che s’impossessò di esso — Parlamento generale -da lei convocato prima che fosse partita ed oggetto di esso pag. 151 -e 152 — Suo ritorno nel Regno e vantaggi da lei riportati pag. 148 — -Pace conchiusa tra lei e ’l Re d’Ungheria colla mediazione del Papa -nell’anno 1351 pag. 156. - -Giovinazzo città marittima della Terra di Bari anteriore alla venuta -de’ Normanni detta _Natiolum_ nella Tavola Peutingeriana pag. 17 e 25. - -Giudizj istituiti nell’anno 1750 contro la Casa d’Andria suggeriti -dal privato interesse, e quindi di niuno risultamento pag. 239 a 243 -— Altri giudizj istituiti nell’anno 1797 con vero sentimento patrio e -loro vantaggioso risultamento pag. 243 e seguenti. - -Giurisdizione criminale — Arma terribile adoperata dalla Casa d’Andria -per opprimere la Popolazione di Ruvo pag. 229 in fine e 230. - -Giurisdizione de’ pesi e misure e della Portolania acquistata dalla -Università di Ruvo nell’anno 1609 a carissimo prezzo, ed usurpata dalla -Casa d’Andria pag. 223 e 224 — Rivendicata con decreto del S. R. C. -dell’anno 1798 pag. 247. - -Giuoco del pallone — Era prima in usanza nella città di Ruvo pag. 188. - -Grave — Nome di voragini profondissime nelle quali s’immettono le acque -piovane della contrada delle murge pag. 313. - -Gravina città della Terra di Bari creduta l’antica _Blera_ o -_Plera_ pag. 47 — Al tempo della Regina Giovanna I entrata in essa -all’amichevole la masnada di Roberto e Ruggiero Sanseverino, soffrì -dalla stessa ogni sorta di eccessi pag. 150 — Il suo territorio confina -con quello di Ruvo pag. 132. - -Grazie al numero di tre compagne sempre di Venere pag. 72. - -Guardiola — Luogo sulla vecchia strada da Ruvo a Canosa, ove vi era la -Mutazione _ad quintum decimum_ dell’Itinerario Gerosolimitano pag. 22 e -23. - -Guicciardini Francesco — Errori ne’ quali è incorso nel riportare la -espugnazione della città di Ruvo fatta da Consalvo di Cordova, e ’l -combattimento de’ tredici Cavalieri Italiani con altrettanti Cavalieri -Francesi pag. 177 e 178. - - -I - -Iapigia propriamente detta e ’l promontorio Iapigio pag. 40 e 41 — La -Iapigia e la Peucezia erano due Regioni diverse con Governi diversi -pag. 42. - -Isole Diomedee _Trimetum_, oggi Isole di Tremiti pag. 53. - -Italia — Sue bellezze — Desiderata dall’Estere Nazioni che l’hanno -desolata — Le Colonie Greche però vi portarono la coltura, le scienze e -le belle arti pag. 35. - - -L - -Ladislao Re — Sua lettera curiosa scritta a Federico Vrunforti Conte di -Bisceglia, e feudatario di Ruvo e Terlizzi pag. 157 e 158. - -Lago di Annaja sito nelle Murge conceduto dal Capitolo di Ruvo -alla Università in enfiteusi perpetua e rimasto interrato per la -scioperatezza della moderna Amministrazione comunale pag. 298 a 302. - -Larissa antica città della Grecia riprodotta in Italia dai Greci che -vennero a stabilirsi nella Campania pag. 91. - -Legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia — Storia degli -articoli 37 38 e 39 di essa confermati dalla legge de’ 29 Gennajo 1817 -pag. 205 a 208 — Altra legge del dì 13 Gennajo 1817 sul Tavoliere di -Puglia che ordinò l’affrancazione dell’erba estiva pag. 259. - -Locri antica città della Grecia quì riprodotta pag. 92. - -Lodovico Re d’Ungheria — Vedi _Giovanna I_ — Suo nobile rifiuto de’ -trecentomila fiorini che Papa Clemente aveva condannata la Regina a -pagargli per le spese della guerra nella conchiusione della pace pag. -156. - -Luigi XII Re di Francia — Di accordo con Ferdinando il Cattolico -spogliò del Regno il buon Re Federico di Aragona — Vedi _Trattato -segreto_. - - -M - -Magna Grecia — Etimologia del suo nome e luoghi che la componevano pag. -36 e 37. - -Marchio — Quello de’ cavalli e del bestiame gli Antichi lo imprimevano -alla coscia, e quello de’ muli alla guancia pag. 62 e 63. - -Molfetta città marittima della Terra di Bari meno antica di Barletta, -Trani, Giovinazzo e Bisceglia pag. 43. - -Monete antiche Ruvestine coi loro diversi tipi erroneamente attribuite -una volta o alla città di _Basta_, o all’antica città dell’Acaja -denominata _Rhypæ_ pag. 32 a 34 con due Tavole. - -Montepeloso città della Basilicata assediata e presa da Ruggiero con -avervi fatto prigioniere di guerra Tancredi Conte di Conversano pag. -117. - -Mura e porte della città riputate sempre come cose sacre ed inviolabili -pag. 189 — Porzione delle antiche mura della città di Ruvo riedificata -dalle fondamenta nell’anno 1516 pag. 186 e 187. - -Murge — Vasta contrada dell’antica Peucezia detta da Strabone _montosa -et aspera_ pag. 43 — La maggior parte di essa non è atta alla coltura -— Dà però eccellente pascolo specialmente estivo pag. 132 — Ha questa -potuto costituire un tempo un demanio feudale pag. 213 e seguenti -— Chiusure dell’erba vernina di quella contrada che faceva la Casa -d’Andria abusivamente sotto il nome di _parate_ pag. 221 — Colla -transazione dell’anno 1805 la rendita di esse fu divisa tra il Duca -d’Andria e la Università, e l’erba estiva delle murge rimase al pieno -comodo de’ cittadini pag. 253 e 254 — Profitto che ora trae la Cassa -comunale dal demanio delle murge ed osservazioni su di esso pag. 255 a -258 — Necessità precisa di provvederlo di conserve di acqua pag. 298 a -300. - -Museo _Ruvestino_ della famiglia Jatta pag. 305. - - -N - -Nardò _Neritum_ e nella Tavola Peutingeriana _Neretum_ — Antica città -de’ Salentini — La parola _Neritini_ malamente alterata e mutilata nel -testo di Plinio dal P. Arduino Gesuita pag. 13 a 16. - -_Netium_ Νήτιον — Nome ideale di un’antica città non mai esistita -tra Celia e Canosa intrusa nel testo di Strabone dall’errore degli -amanuensi in luogo della città di Ruvo pag. 10 a 27. - -Ninfe Arcadiche che allevarono il Dio Pane pag. 75. - -Nomina degli Amministratori comunali usurpata dalla Casa d’Andria, -e mezzo principale della prepotenza Baronale pag. 229 — Vietata con -giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 pag. 247. - -Nomina del Maestro della Fiera di S. Angelo che si celebra in -Ruvo usurpata del pari dalla Casa d’Andria e vietata con decreto -dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe Zurlo dell’anno 1798 pag. 249. - - -O - -Il sig. _d’Obignì_ Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. 171. - -Oenotro figliuolo di Licaone Re dell’Arcadia — Molto prima della -Guerra di Troja venne in Italia con molti Arcadi ed altre Genti del -Peloponneso con suo fratello Peucezio — Si costituirono entrambi due -dominazioni, delle quali una prese il nome di _Oenotria_ e l’altra di -_Peucezia_ pag. 39 — Osservazioni sulla opinione di alcuni moderni -Scrittori che hanno creduto favoloso cotesto racconto pag. 319 e -seguenti. - -Ofanto _Aufidus_ — Fiume della Daunia, la di cui foce costituiva il -confine tra la Daunia e la Peucezia pag. 43. - -Onorio Papa — Sollevò contro Ruggiero i Magnati e Baroni delle Puglie -— Riconciliatosi indi con lui lo riconobbe per Duca di Puglia e di -Calabria pag. 112 e 113. - -Orazio Rocca nato in Ruvo — Perseguitato dalla prepotenza Baronale -fuggì in Napoli ove per i suoi talenti e la sua dottrina fu un insigne -Magistrato pag. 230 — Cessò di vivere nell’anno 1742 pag. 308. - -Orti di Ruvo danno squisite e copiose verdure pag. 133 e 310. - - -P - -_Pallantium_ — Antica città dell’Arcadia riprodotta da Evandro nel sito -ove poi surse Roma — Fu in seguito chiamata _Palatium_ pag. 91. - -Signor _de la Palisse_ — Generale del Re di Francia Luigi XII — -Comandava in Ruvo al tempo che fu espugnata quella città da Consalvo di -Cordova — Si battè con valore e vi rimase ferito e prigioniero pag. 177 -a 179. - -Pane — Falsa deità venerata dagli Arcadi, ed in conseguenza anche dagli -antichi Ruvestini ch’erano di origine Arcadica pag. 74 e 75. - -Parco del Conte antica difesa feudale sita nell’agro Ruvestino pag. 212. - -Partito Baronale che secondava in Ruvo le usurpazioni e le prepotenze -della Casa d’Andria, ed insolenza di coloro che lo formavano pag. 230 e -231. - -Passo — Nuova estorsione Baronale introdotta in Ruvo nell’anno 1602 — -Rimase abolita colla legge generale abolitiva de’ passi emessa dal Re -Ferdinando pag. 226 e 227. - -Pentesilea Regina delle Amazoni — Sua bellezza, sue bravate, suo -armamento e sua morte per le mani di Achille pag. 67 e 68. - -Peucezio vedi _Oenotro_ — Peucezia da principio più estesa ed indi più -ristretta pag. 40 — Suoi confini dal lato orientale e settentrionale -pag. 40 e 42 — Suoi confini dal lato meridionale pag. 44 a 50, e dal -lato occidentale pag. 52 a 55. - -Pie Istituzioni e Monti fondati in Ruvo per lo sollievo de’ poveri ora -aggregati alla pubblica Beneficenza — Osservazioni su tale aggregazione -pag. 284 a 286. - -Pitagora — Somma venerazione ed attaccamento per lui de’ suoi discepoli -pag. 36. - -Platone pagò diecimila danari tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico -pag. 37. - -Popolazione di Ruvo — Numero di essa pag. 303 — Suo prodigioso -accrescimento e cagioni che lo hanno prodotto — Qualità fisiche e -morali degli abitanti di Ruvo ora non più poveri come al tempo della -feudalità pag. 305 a 306. - -Popoli — Nell’emigrare dal loro Paese natio hanno sempre ritenuto il -culto che ivi si serbava pag. 77 e 78. - -Porte antiche della città di Ruvo ora abbattute pag. 269 — La porta -detta di Noja arbitrariamente abbattuta nell’anno 1820 era la più -solida, e meglio fortificata pag. 187. - -Promiscuità di erba ed acqua della città di Ruvo con Terlizzi e Corato, -e sua spiegazione pag. 167 a 169. - - -R - -_Ripen_ picciola città distrutta dell’Arcadia riportata da Omero pag. -93. - -Roberto d’Angiò succeduto nel Regno a Carlo II nell’anno 1309 cessò di -vivere nell’anno 1343 pag. 145. - -_Rudas_ — Antico lago ora disseccato che comunicava col mare Adriatico -sito tra Barletta e Trani segnato nella Tavola Peutingeriana pag. 83 in -nota. - -Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria, ed indi primo Re delle due -Sicilie — Sue imprese nelle Puglie contro i Magnati e Baroni suoi -nemici pag. 113 e seguenti — Sua morte pag. 118. - -Ruvo — _Rubi, Rubustini, Rubustinus ager_ — Antichissima città della -Peucezia messa sulla strada che da Roma andava a Brindisi pag. 15 19 -20 21 27 ed 83 — Dev’essere sostituita all’ideale città denominata -_Netium_ Νήτιον intrusa per errore degli amanuensi nel testo di -Strabone pag. 19 a 23 — Malamente da taluno è stata denominata -_Rubustum_ pag. 27 — Malamente si è fatto derivare il suo nome _a -ruborum copia_ pag. 28 29 e 90 — Malamente è stata confusa con _Rufræ_ -della Campania, con _Rufrium_ degl’Irpini e con Ruvo della Montagna -pag. 29 e 30 — È anche diversa da _Rudiæ_, patria del Poeta Ennio pag. -30 e 31 — Fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute -in Italia con Oenotro e Peucezio prima della Guerra di Troja pag. 33 a -78 e 319 e seguenti — Si deve credere di maggiore antichità delle altre -convicine città della Peucezia pag. 97 e 98 — Il nome Greco alla stessa -imposto fu Ῥύψ (Rhyps) — Etimologia di esso pag. 90 a 98 — In qual sito -fu da principio edificata e perchè lo cangiò in seguito e sua ridente -situazione pag. 99 a 103 — L’attuale città di Ruvo è edificata sulle -rovine dell’antica pag. 103 e 104 — Al tempo de’ Normanni era una città -forte assediata e presa nell’anno 1129 da Ruggiero Duca di Puglia e di -Calabria pag. 114 a 117 — Al tempo della Regina Giovanna I, dopo una -coraggiosa resistenza fatta dai suoi abitanti fu presa, saccheggiata, -e crudelmente trattata da Roberto e Ruggiero Sanseverino pag. 150 e -151 — Fu dai Francesi occupata nell’anno 1501 pag. 174 — Nell’anno -1503 fu sorpresa espugnata e saccheggiata da Consalvo di Cordova con -detestabile iniquità pag. 178 a 183 — Avvenimenti seguiti ed operazioni -fatte nella città di Ruvo nelle turbolenze dell’anno 1799 pag. 266 a -270 — Misure prese nell’anno 1806 per lo mantenimento della pubblica -tranquillità pag. 283 — Contegno ivi serbato nella effervescenza -dell’anno 1820 e generosità de’ Ruvestini possidenti verso le famiglie -de’ soldati congedati ed ammogliati che furono richiamati alle bandiere -pag. 294 — La città di Ruvo è stata sempre una città colta pag. 308 — -Miglioramento de’ suoi antichi edificj e novella ampliazione del suo -antico recinto pag. 304. - -_Rhypæ_ — Una delle dodici antiche ed illustri città dell’Acaja, patria -di Miscello che fondò Crotone, dalla quale la città di Ruvo prese il -suo nome pag. 93 e 94. - - -S - -Salentini, Iapigia, Messapia, Calabria nomi della medesima Regione oggi -denominata Terra di Otranto pag. 40 e 41. - -Sancia Regina moglie del Re Roberto rimasta Balia del Regno si ritirò -in un Convento e morì con gran fama di santità pag. 145 e 146 — Per lo -di più vedi _Utili Possessori in feudo della città di Ruvo_. - -Sanseverino Roberto e Ruggiero pagarono a caro prezzo le indegnità -commesse a danno della città di Ruvo e suoi abitanti al tempo della -Regina Giovanna I pag. 153 e 154. - -Scannaggio dritto che si pagava dai macellaj usurpato dal Barone -alla Università di Ruvo cui apparteneva pag. 226 — Restituito colla -transazione dell’anno 1805 pag. 252. - -Sensalìa antico dazio comunale usurpato dal Barone ed annesso alla -Bagliva pag. 224. - -Sepolcri antichi Ruvestini incavati nel vivo sasso e coverti con grandi -tavole di pietra — Oggetti in essi rinvenuti pag. 53 — Storia de’ -scavamenti di essi pag. 56 e seguenti — Gli antichi sepolcri trovati -nel sito attuale della città pruovano ch’era questo prima una campagna -pag. 102. - -Silvio _Silvium Silvini_ — Antica ed ultima città della Peucezia dal -lato meridionale pag. 43 — Era una città popolosa e considerevole -e non una mansione pag. 43 e 44 — Detta _Silutum_ nella Tavola -Peutingeriana pag. 45 — Sito preciso di essa pag. 46 — Per lo di più -vedi _Garagnone_. - -Sorgive d’acqua dolce poco lungi dall’abitato di Ruvo pag. 310 — -Copiosissime ed inesauste sorgive della contrada più lontana delle -Matine pag. 133 — Conghiettura sulla origine di esse pag. 313. - -Statuette de’ tre Santi Protettori messe sulla diroccata Porta di Noja -della città di Ruvo pag. 188 e nella nota. - -Stemma della città di Ruvo che dev’essere riformato pag. 90 e 91. - -Strade interne della città di Ruvo rinnovate e rese più regolari -pag. 281 e seguenti — Strada nuova Provinciale da Canosa a Cisternino -che passa per Ruvo — Sua bellezza ed utilità pag. 291 a 293 — Punto -incantevole della detta strada denominato _Bel luogo_ pag. 293 e 294 — -Disordini e sconcezze che deturpano le pubbliche strade del territorio -di Ruvo pag. 315 e 316. - -Strena — Regalo che la Casa d’Andria esigeva dalla città di Ruvo il -primo dì dell’anno pag. 225. - -Scuola Pitagorica che fioriva nelle città della Magna Grecia pag. 36. - -Scuole Pie stabilite in Ruvo in luogo del Seminario prescritto -dall’ultimo Concordato colla S. Sede pag. 288 a 291. - - -T - -Taranto antica città della Magna Grecia e seno Tarantino pag. 37 40 e -41 — Tarantini valenti nella equitazione e nelle manovre di cavalleria -pag. 63 — Fu presa da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. 113. - -Tavole Peutingeriane perchè così chiamate e di qual uso possono essere -pag. 11 e 12. - -Tavoliere di Puglia e sui Locati Abruzzesi — Cosa è il dritto di -_Riposo_ da essi preteso sulle murge di Ruvo pag. 195 e 196 — Cotesto -dritto fu sempre contrastato dalla Casa d’Andria pag. 196 e 213 — Abusi -gravissimi introdotti dai Locati Abruzzesi nel territorio di Ruvo pag. -197 e seguenti — Iniquo decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno -1549 pag. 199 e 200 — Altro simile decreto del Tribunale Doganale -dell’anno 1642 pag. 204 — Resistenza de’ Ruvestini a cotesti abusi -corretti finalmente dalla legge dell’anno 1806 sul Tavoliere di Puglia -e dalle novelle leggi relative alla chiusura de’ Demanj pag. 205 a 209. - -Terlizzi città recente surta nell’agro Ruvestino vanamente presuntuosa -di una rimota antichità, di cui manca ogni appoggio ed ogni memoria -pag. 79 ad 89 e 167 a 169 — Quistioni di confini che vi sono state tra -la città di Ruvo ed i Terlizzesi pag. 144 anche nella nota e pag. 191 e -192. - -Terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino affrancati dalla -servitù del pascolo civico pag. 294 e seguenti. - -Terreni del Monte della Pietà di Ruvo siti nelle murge usurpati dalla -Casa d’Andria pag. 250 — Restituiti dietro il giudizio istituito -nell’anno 1804 pag. 260. - -Territorio di Ruvo — Sue pregevoli qualità e varietà, e suoi prodotti -colla descrizione di esso pag. 309 e seguenti — Ampio letto di un -antichissimo torrente che lo fendeva pag. 312 — Conghietture sul -torrente suddetto e sulle cagioni che lo fecero cessare pag. 313 e 314. - -Timeo gran Filosofo ed Astronomo della Magna Grecia e sommo Politico -pag. 36. - -Transazione dell’anno 1751 tra la Università di Ruvo e la Casa d’Andria -— Rimasero con essa sagrificati gl’interessi della prima pag. 239 a 242 -— Transazione dell’anno 1805 — Rimasero con essa corretti tutti gli -abusi ed usurpazioni della feudalità pag. 251 e seguenti — Perchè fu -la stessa consegnata in due scritture separate e distinte? — Motivi che -suggerirono gli articoli stabiliti in quella del dì 2 Maggio 1805 pag. -254 e seguenti. - -Trattato segreto tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII Re di Francia -per ispogliare del Regno di Napoli il buon Re Federico di Aragona, -e patti della divisione di esso pag. 172 e 173 — La poca avvedutezza -colla quale furono essi scritti produsse la guerra tra loro pag. 173 -e 174 — Non seppero i Francesi profittare della loro superiorità e -cacciare gli Spagnuoli dal Regno e diedero troppo tempo a Consalvo di -Cordova di ricevere rinforzi di truppe e di danaro pag. 174 e 175. - -Traviamento e disordine della moderna Amministrazione Comunale -Ruvestina per la influenza de’ partiti pag. 316 a 318. - -Trifinio tra Ruvo Terlizzi e Bitonto pag. 86 — Altro trifinio tra Ruvo -Andria e ’l territorio del Garagnone pag. 168. - -Turia antica città della Grecia riprodotta nelle nostre Regioni pag. 92. - - -U - -Uffizio del Camerlengo che vi era un tempo nella città di Ruvo in che -consisteva pag. 269. - -Usi civici pieni di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di -Ruvo guadagnati con decreto del S. R. C. dell’anno 1798, e risega fatta -a favore del Comune per effetto di questo giudicato di carri trentatre -del bosco suddetto pag. 247 e 248 — Pessimo stato in cui è ridotta -quella parte del bosco che spetta al Comune, senza dare alcun profitto -alla Cassa Comunale per effetto degl’intrighi pag. 259 e 260. - -Utili possessori in feudo della città di Ruvo che si son potuti -conoscere — Al tempo di Ruggiero fu posseduta da Tancredi di Conversano -pag. 114 e 115 — Costui la perdè per ribellione pag. 117 — Fu dappoi -conceduta a Roberto di Basavilla Conte di Conversano e di Loritello -pag. 118 e 119 — Passò poi a Berardo Conte di Loritello e di Conversano -di cui non si conosce il cognome detta pag. 119 — Carlo I d’Angiò -nell’anno 1269 la concedè ad Arnolfo de Colant pag. 123 e 124 — Da -costui passò al suo figliuolo Giannotto pag. 135 — Fu indi posseduta -da Arnolfo II de Colant pag. 136 — Passò indi a Roberto _de Juriaco_ -pag. 137 — Dopo di lui la possedè Galeraimo _de Juriaco_ che la perdè -per contumacia pag. 137 e 144 — Oppressioni usate da uno di questi due -alla città di Ruvo, e Lettera Regia del Re Carlo II dell’anno 1307 per -reprimerle pag. 138 e 139 — Il Re Roberto ne investì la Regina Sancia -sua consorte che nell’anno 1337 la possedeva ancora pag. 144 e 145 — -La Regina Sancia la vendè al Conte di Terlizzi Gazone _de Denysiaco_ -che morì giustiziato come complice della morte del Re Andrea pag. 147 -— Dopo di lui la possedè a vita la sua vedova Margherita Pipina pag. -147 e 148 — Lodovico Re d’Ungheria impossessatosi del Regno la concedè -in feudo a Giovanni Chucz valoroso Ungaro pag. 149 — Non è chiaro se -la Regina Giovanna I l’abbia conceduta contemporaneamente a Roberto -Sanseverino suo partigiano pag. 156 — Al tempo del Re Ladislao la -possedeva in feudo Villanuccio _de Vrunforti_ suo Consigliere — Morto -costui senza successori in grado e devoluta alla Corona, il detto -Re Ladislao la concedè ai nipoti del detto Villanuccio Antonio _de -Sancto Angelo_ e Federico Vrunforti pag. 157 — Nell’anno 1404 Federico -Vrunforti divenuto Conte di Bisceglia la possedeva ancora pag. 157 e -158 — Si vede dopo conceduta a Carlo Ruffo, senza conoscersi l’epoca -di tal concessione detta pag. 158 — Al tempo della Regina Giovanna II -Giovanni Antonio Orsini la unì al Principato di Taranto detta pag. -158 — La possedè dopo Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, da -cui la ereditò nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini unica di lui -figliuola maritata con Pirro del Balzo Principe di Altamura pag. 164 -e 165 — Isabella del Balzo figliuola di questi due, e maritata con -Federico di Aragona figliuolo allora secondogenito del Re Ferdinando -I venne ad ereditarla per essere i di lei genitori trapassati senza -figliuoli maschi detta pag. 165 — Il detto Federico divenuto già Re, -nell’anno 1499 vendè a Galzarano de Requesens Conte di Trivento e di -Avellino detta pag. 165 — Questo contratto fu confermato da Ferdinando -il Cattolico nell’anno 1504 pag. 185 — Al Conte di Trivento succedè -l’unica sua figliuola Isabella che fu moglie di D. Raimondo di Cardona -Vicerè di questo Regno. Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono -la città di Ruvo al Cardinale Oliviero Carafa, da cui passò nell’anno -1520 al Conte Antonio suo Nipote e da questi nell’anno 1528 al Conte -Fabrizio di costui figliuolo, ed indi agli altri successori della -famiglia Carafa che l’hanno posseduta fino ai nostri giorni detta pag. -185. - - -V - -Vasi fittili Ruvestini — Numero grandissimo, bellezza e varietà de’ -bicchieri detti _Rhyton_ pag. 61 e 62 — Forme moltiplici de’ vasi -suddetti eleganti e capricciose pag. 63 e 64 — Stile grandioso nel -tempo stesso e semplice degli antichi Dipintori Ruvestini, e loro -istruzione e minutezza pag. 64 a 73 — I vasi di Ruvo non peccano di -oscenità pag. 77 — Osservazioni su di alcuni vasi di Canino e di Ruvo -pag. 76 a 78. - -Venere ed Anchise sul Monte Ida — Spiegazione di un pregevolissimo -ed elegantissimo vaso Ruvestino erroneamente pubblicato da un Estero -Archeologo come un vaso Nolano pag. 68 a 73. - -Venosa antica città, patria del Poeta Orazio — È rimasto in dubbio se -apparteneva alla Peucezia, alla Daunia, o alla Lucania pag. 50 e 51. - -Venulo Ambasciatore di Turno a Diomede per dimandargli soccorso contro -il Trojano Enea pag. 53 in nota. - -Vescovo di Ruvo intervenuto nell’anno 1071 alla consecrazione della -Chiesa di Montecasino pag. 111 e 112 — Il Vescovo di Ruvo nell’anno -1084 donò al Priore di Montepeloso la Chiesa di S. Sabino colle rendite -de’ beni alla stessa annessi pag. 112 — Decime della Bagliva di Ruvo -pagate dai Sovrani Angioini al Vescovo e Clero di Ruvo pag. 134. - -Vescovado di Ruvo e sua antichità pag. 120 e 121 — Fu sottratto alla -sua soppressione ch’era sul tappeto, ed unito al Vescovado di Bitonto -pag. 121 e 122. - -Vie che da Brindisi menavano a Roma descritte da Strabone pag. 10. - -Virgulti che nascono nel territorio di Ruvo adatti al lavoro de’ -panieri mentovati da Virgilio pag. 115. - - -Z - -Zagarese nome di un vino pregiato che si fa in Ruvo pag. 311. - -Zelanti — Nome specioso che si attribuiscono gl’intriganti che cercano -mischiarsi negli affari Comunali per poter profittare dominare, ed -introdurre abusi più condannabili di quelli dell’abolita feudalità pag. -317. - -Zeleuco sommo Legislatore pag. 36. - -Zona di Venere pag. 68 e 69. - -Zurlo Giuseppe — Insigne Magistrato e Consigliere Commessario del -giudizio istituito nell’anno 1797 nel S. R. C. dalla Università di Ruvo -contro la Casa d’Andria pag. 247 — Fu indi delegato dal Re per decidere -anche gli altri giudizj dedotti nel Tribunale della Regia Camera della -Sommaria pag. 249 — Saccheggiamento della di lui casa seguito nell’anno -1799, e dispersione de’ processi delle cause di Ruvo che convenne -rifargli pag. 249 e 250. - - - - - ERRORI. CORREZIONI. - - PAG. 6 LIN. 24 _Longe exploratiores sunt._ _Longe exploratiora - sunt_ - PAG. 9 LIN. 15 } - item pag. 95 } adequato adeguato - lin. 17, e 27 } - PAG. 35 LIN. 14 _Tam optima tauris colla_ _Tam opima tauris - colla_ - PAG. 42 LIN. 32 _Ecloga CIV_ _Cap. IV_ - PAG. 48 LIN. 28 diresse sua lettere diresse sua lettera - PAG. 55 LIN. 12 _Oppida Canusiam, Arpi_ _Oppida Canusium, - Arpi_ - PAG. 61 LIN. 20 } - Item pag. 76 } _Riton_ _Rhyton_ - lin. 8 } - PAG. 99 - LIN. 9 e 24 PP. Riformati PP. Minori - osservanti - PAG. 104 LIN. 31 Panni lini Pannilini - PAG. 134 - LIN. 19 e 28 Lagopensile Lagopesolo - PAG. 141 LIN. 21 _Tabenarios_ _Tabernarios_ - Ibidem nella nota - lin. 3 Accostare insieme Accostate insieme - PAG. 149 LIN. 23 _Ad Dominum Vaivodam_ _Ad Dominum - Vayvodam_ - PAG. 153 LIN. 23 Ch’era in attrasso di soldi Ch’era in ritardo - di soldi - PAG. 175 - LIN. 21 e 23 } - Item pag. 275 } scomparire disparire - lin. 34 } - PAG. 188 Lin. 14 } - Item pag. 190 } antrone androne - lin. 3 } - PAG. 216 LIN. 7 _lama capraria_ _lama cervaria_ - PAG. 240 LIN. 1 Transazione dell’anno 1750 Transazione - dell’anno 1751. - PAG. 267 LIN. 29 era scomparso era sparito - PAG. 290 LIN. 8 sua annuenza suo consenso - Ibidem lin. 10 annuito aderito - - -AVVERTIMENTO. - -Alla pagina 101 verso primo, alla pagina 277 verso penultimo, ed alle -pagine 315 e 316 in diversi luoghi ho usata nel plurale la parola -_parieti_ nel mascolino, per adattarmi al linguaggio della Provincia, -mentre sarebbe stato più Italiano il dirsi nel plurale le _parieti_ o -le _pareti_. - - - FINE. - - - - -RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS - -EDIDIT FRANCISCVS M. AVELLINIVS. - - -CLARISSIMO AC DOCTISSIMO VIRO IOANNI IATTA. - -_Mitto ad Te, vir clarissime ac doctissime, Rubastinorum numorum -catalogum excerptum ex opere _de Italiae veteris numismatis,_ cujus -alteram paro editionem. Vt illum promulsidis loco, in publicum -proferas, lubentissime adsentior. Quaedam tamen monenda sunt, ut ejus -catalogi usus fieri possit. Primum igitur tenendum, me Rubastinorum -numos ita numerasse, ut sub unoquoque numero plures quandoque -complecterer, qui modulo tantum inter se paullulum differrent, ut ex. -c. num. 2, qui numus modo quarti est moduli, modo quarto aliquanto -majoris, modo quarti cum dimidio. Numero igitur moduli notitiam -subjeci, simplicem aliquando, aliquando multiplicem. Deinde, descriptio -numi duabus, quas vocant, _columnis_ ita est distincta, ut quae a -sinistris legentis est, _posticae_, quae a dextris, _anticae_ typos, -sigilla, litteras in area, et epigraphen indicet. Praecedit typus, -qui alphabetico ordine indicatur in postica propter commodiorem -catalogi usum: typi descriptioni subjiciuntur sigilla vel litterae in -area; denique epigraphe quae semper ad legentis dextram exhibetur, -ut omnes uno velati intuitu facile patere possint. Quum typus plane -idem posticae vel anticae in sequente numo recurrit, indicavimus -compendii caussa nota _id._ quae nempe _idem typus_ significat. Item -cum sequentis numi epigraphe a superiore non variat, dedimus _ead. -epigr._ idest _eadem epigraphe_. Moduli sunt ipsissimi Mionnetani, -quorum _scalam_, ut vocant, in tabulis repetimus. Argenteos numos nota -AR. indicavimus, qua qui carent omnes sunt aenei. Numorum descriptionem -sequitur 1. scriptorum vel museorum, e quibus eorum notitiam hausimus, -demonstratio: 2. notulae quaedam criticae atque exegeticae. Additae tua -voluntate aeneae duae tabellae seriem Rubastinorum numorum exhibent, -quantum fieri potuit, ditissimam: e quibus decem ad minimum, a ceteris -variantes, tuo nunc primum e gazophylacio prodeunt. Vale, clarissime -ac doctissime vir, Ruborum non minus ac totius Italiae nostrae Decus -ac Gloria, meque tui a prima aetate observantissimum, quod facis, -amare perge. Dabam VI id. oct. e suburbano meo Leucopetrano A. R. S. -MDCCC[=XLIII]._ - - - EXPLICATIO NOTARVM. - - dm — dextrorsum. - - sm — sinistrorsum. - - _Typi posticae partis._ _Typi anticae partis._ - - 1 (_mod._ 5½) _Vide tab. I fig. 1._ - - Aquila sinistrorsum alis expansis | Caput barbatum laureatum - fulmen unguibus tenet: | dextrorsum. - _a sinistris in area_ ΡΥΨ | - - 2 (_mod._ 4, 4 +, 4½) - - — id. sm _a sinistris | Idem dm. - in area_ ΡΥΨ | - - 3 (_mod._ 3) - - — id. sm _a sinistris | Idem dm. - in area_ ΡΥΨ | - - 4 (_mod._ 5 —) _Vide tab. I fig. 2._ - - — id. sm _a sinistris | Idem dm.; _retro_ K. - in area_ ΡΥΨ | - - 5 (_mod._ 3) - - — id. sm _a sinistris | Idem dm. - in area_ ΡΥΨ | - - 6 (_mod._ 3 +, 4, 4½) _Vide tab. I fig. 3._ - - — id. sm _in area a dextris_ | Idem dm; in area _ante os_ - lunula | lunula _retro_ Θ. - _a sinistris_ ΡΥΨ | - - 7 (_mod._ 2) - - Clava, arcus, pharetra ΡΥ | Caput imberbe laureatum - | dextrorsum. - - 8 (_mod._ 4 —, 4) _Vide tab. I fig. 4._ - - Clava nodosa, et pharetra | Caput imberbe laureatum - transversae dextrorsum, taenia | dextrorsum. - sinistrorsum colligantur: | - inferius arcus nervo superius | - posito: _supra clavam_ ΡΥΨ; omnia | - in corona e duobuslauri ramis | - inferiore parte dextrorsum | - colligatis. | - - 9 (_mod_. 3 —, 3, 3 +, 3½) - - — id. _supra clavam_ ΡΥΨ; omnia | Idem dm. - in corona ut supra. | - - 10 AR. (_mod_. 1, 1 +) _Vide tab_. I _fig._ 5. - - Fulmen quatuor alis instructum, | Bucranium adversum, infulis ex - quarum duae sursum, duae deorsum | utroque cornu dependentibus. - _a sinistris_ Ρ, _a dextris_ Υ. | - - 11 AR. (_mod_. 1, 1 +) _Vide tab_. I _fig_. 6. - - Lyra, inferiore sui parte | Idem _supra_ ΡΥ - globosa, taenia e dextris | - dependente. | - - 12 (_mod_. 3 —, 3, 3 +) - - Mulier sinistrorsum stans dextra | Caput barbatum laureatum - pateram, sinistra cornucopiae: | dextrorsum ΓΡ^ΟΣΕ^ΟΕ - _a dextris_ ΡΥ | - - 13 (_mod_. 3 +) _Vide tab_. I _fig_. 7. - - — id. sm _a dextris_ ΡΥ | Idem dm ΓΡΟ·ΣΕ.... - - 14 (_mod_. 3) _Vide tab_. I _fig_. 8. - - — id. sm _a dextris_ ΡΥ | Idem dm ΓΡ^ΟΣΣ^ΟΚ. - - 15 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. I _fig_. 9. - - — id. sm _epigr. detrita_ | Idem dm ΓΡ··ΣΣ^ΟΚ. - - 16 (_mod_. 4) - - Noctua ramo insistens _in area_ | Caput muliebre galeatum _in - AI ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ | area_ Κ. - - 17 (_mod_. 3 +) - - — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. | Caput muliebre galea oblonga, - epig_. | cristata, et duplici monili - | ornatum dextrorsum, crinibus in - | collum defluis. - - 18 (_mod_. 4 +) _Vide tab_. I _fig_. 10. - - — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. ep_. | Caput muliebre galea oblonga - | cristata ornatum, crinibus ad - | collum defluis, dextrorsum: - | _supra_ Κ. - - 19 (_mod_. 3 —, 3, 3½) - - — id. dm _in area_ ΛΙ, _ead. ep_. | Idem _supra_ Κ. - - 20 AR. (_mod_. 2) - - Spica ΡΥ | Caput muliebre galeatum - | dextrorsum. - - 21 AR. (_mod_. 2, 2½) _Vide tab_. II _fig._ 1. - - Spica duobus foliis inferius | Caput muliebre dextrorsum, galea - instructa _a dextris_ cornucopiae | oblonga et monili ornatum, - | crinibus ad collum defluis. - _a sinistris_ ΡΥ | - - 22 AR. (_mod._ 1 +, 2) _Vide tab_. II _fig_. 2. - - — id. _a dextris_ cornucopiae, | Id. dm: praeterea in galea - _a sinistris_ ΡΥ | astrum. - - 23 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 3. - - — id. _a dextris_ cornucopiae, | Idem dm sine astro. - _a sinistris_ ΡΥ _ac deinde_ A | - _majus_. | - - 24 AR. (_mod_. 2) - - — id. _in arca_ cornucopiae, | Caput muliebre galeatum. - _infra_ T ΡΥ | - - 25 AR. (_mod_. 1 +, 2) _Vide tab._ II _fig._ 4, 5. - - Spica cum folio ad dextram | Caput muliebre galea oblonga - inferius, cui impositum | ornatum dextrorsum, crinibus - cornucopiae: | ad collum - _a sinistris_ ΡΥ | defluis. - [M=] | - - 26 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. II _fig_. 6. - - Victoria sinistrorsum stans, | Caput muliebre galea cristata - dextra globulum (coronam? an | oblonga et torque ornatum, - pateram?) sinistra palmae ramum; | crinibus ad collum defluis, - _a dextris_ ΡΥΨ | dextrorsum. - - 27 (_mod_. 3 —) _Vide tab_. II _fig._ 7. - - — id. sm _a dextris_ ΡΥΨ | Idem dm _retro_ K. - - 28 (_mod_. 2 —, 2) _Vide tab_. II _fig_. 8. - - — id. sm _a dextris_ ΡΥΒΑ | Idem dm. - - 29 (_mod_. 1, 1 +, 1½) - - — id. sm _a dextris_ ΡΥΒΑ | Idem dm. - - 30 AR. (_mod_ 2) _Vide tab_. II _fig_. 9. - - Vir nudus (Hercules) dextrorsum | Caput muliebre dextrorsum galea - d. genu flexo, dextri pedis | cristata et duplici torque - calci insidens, dextro brachio | ornatum, crinibus ad collum - leonem stringit in se adsurgentem | defluis: in galea mulier in - _a dextris supra_ ΥΡ? | piscem desinens, duorum canum - | capitibus ex inguine - | erumpentibus, dextra elata, - | sinistra extensa. - - 31 AR. (_mod_. 2 —, 2) _Vide tab_. II _fig_. 10. - - — id. _a dextris supra_ ΡΥ | Idem dm. - - 32 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 12. - - — id. _infra_ HOV (NOV) | Id. dm. sine torque (_pone_ - _a sinistris_ ΡΥ | cornucopiae, _supra_ ΔΩ). - - 33 AR. (_mod_. 2 —) _Vide tab_. II _fig._ 11. - - — id. _infra_ TOV, _a dextris | Idem dm. - supra_ ΡΥ | - - 34 AR. (_mod_. 2) _Vide tab_. II _fig_. 13. - - — id. dm _infra_ A, | Idem dm. - _a dextris supra_ ΡΥ, | - _a sinistris_ [M=] | - - 35 AR. (_mod_. 2) - - — id. dm: _in area_ clava. ΡΥΣΙ | Idem dm. - - -_Scriptorum, vel museorum, e quibus numorum notitiam hausimus, -demonstratio._ - -1) E museo cl. viri Ioannis Iatta. - -2) _Pembrock_ part. 2 tab. 26, _Carellii_ tabulae anecdotae, _Real -museo borbonico_ tom. III tav. 32 fig. 1. - -3) _Carellii_ Ital. vet. num. pag. 38. - -4) E museo cl. viri Ioannis Iatta. - -5) _Carell_. ibid., _Mionnet_ tom. II p. 199, qui etiam de nostro -n. 3 intelligi potest, ac numo quartum _raritatis_, ut ajunt, gradum -tribuit, atque octo _francorum_ pretium. - -6) _Eckhel_ numi veter. anecd. pag. 129 tab. 8 fig. 22, _Mus. -Hedervar_. tom. I pag. 159, _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. pag. -25, _Carellii_ tabulae anecd. Numus moduli 4½ est in museo cl. viri -Ioannis Iatta. - -7) _Reynier_ précis pag. 26. - -8) _Pellerin_ suppl. I pag. 31 seq. tab. I fig. 10. Et e museo cl. -Iatta. - -9) _Mionnet_ tom. II pag. 199, qui numo quintum raritatis gradum et -decem francorum pretium tribuit, _Real museo borbon._ tom. III tab. -32 fig. 3, _Carellii_ tabulae anecd., _Sestini_ descrizione di alcune -medaglie greche del principe di Danimarca pag. III tab. I fig. 3. Item -e museo cl. Iatta. - -10) _Monum. inediti di antiche e belle arti_ pag. 40 tab. I fig. 8, -_Avellino_ opuscoli tom. II pag. 64 tab. 4 fig. 1, _Carellii_ tab. -anecd. Item e museo cl. Iatta. - -11) _Eckhel_ doctr. tom. I pag. 142, e quo transcribit Mionnetus tom. -I pag. 266, qui sextum raritatis gradum, et 30 francorum pretium numi -statuit, _Mus. Hederv._ tom. I pag. 26 tab. 2 n. 20, _Millingen_ anc. -coins pag. 40 tab. 4 fig. 10. - -12) _Hunter_ pag. 255 tab. 46 fig. 12, _Minervin._ del monte Vulture -pag. 97, 99 tab. 3 fig. 6, _Mionnet_ suppl. tom. I pag. 267, cum sexto -raritatis gradu, et 18 francorum pretio, _Carell._ Ital. vet. num. p. -38 et tab. anecd., _Real museo borbon._ tom. III tab. 32 fig. 4. - -13) E museo cl. Iatta. - -14) Ex eodem museo. - -15) Ex eodem museo. - -16) _Mionnet_ descr. tom. I pag. 133 cum septimo raritatis gradu et 24 -francorum pretio. - -17) _Carellii_ tabulae anecdotae. - -18) E museo cl. Iatta. - -19) _Pellerin_ rec. tom. I pag. 72 seq. tab. X fig. 5, _Sestini_ -lettere prime tom. IV pag. 54 seq., _Real mus. borb._ tom. III tab. 32 -fig. 5, _Carellii_ tab. anecd. - -20) _Mus. Hedervar._ tom. I pag. 26, _Dumersan_ catal. d’Allier -d’Hauter. pag. 9. - -21) E museo cl. Iatta. - -22) _Avellinii_ Ital. vet. num. tom. I pag. 54, _Carellii_ Ital. vet. -num. pag. 38 et tabulae anecd. - -23) _Carellii_ tab. anecd. - -24) _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. p. 25. - -25) _Neumann_, num. popul. tom. II pag. 115 tab. 4 fig. 6, _Mionnet_ -descr. tom. I pag. 161, suppl. tom. 1 pag. 267 cum quinto raritatis -gradu et 24 francorum pretio, _id._ poids des med. pag. 13 (pond. 18), -_Carellii_ Ital. vet. num. pag. 38 (pond. 20), et tabul. anecd. - -26) _Avellinii_ ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, _Carellii_ Ital. -vet. num. p. 12 et tab. anecd. - -27) E museo cl. Iatta. - -28) _Mionnet_ descr. tom. I pag. 133 cum sexto raritatis gradu et -viginti francorum pretio, _Avellino_ giorn. num. tom. I pag. 51 tab. -4 fig. 4 et _opusc._ tom. II p. 64 tab. 3 fig. 14, _Taylor Combe_ mus. -britann. pag. 246 tab. 12 fig. 17. - -29) _Carell._ Ital. vet. num. pag. 38 et tabul. anecd. - -30) E museo cl. Iatta. - -31) _Carell._ tab. anecd., _Millingen_ anc. coins pag. 9 tab. 1 fig. 9. -Item e museo cl. Iatta. - -32) _Sestini_ descriz. del museo Fontana parte 3 pag. 2 et 110 tab. 1 -fig. 6. - -33) _Sestini_ ib. fig. 4. - -34) _Sestini_ ib. fig. 5. - -35) _Avellinii_ Ital. vet. num. tom. I pag. 103 et supplem. pag. 25. - - -ADNOTATIONES CRITICAE ATQVE EXEGETICAE IN CATALOGVM NVMORVM -RVBASTINORVM. - -_Ad numum catalogi nostri 1 et sequentes 2, 3, 4, 5._ - -Memorantur hi numi a Sestinio _descrizione d’alcune medaglie greche -del principe di Danimarca_ pag. 111 et a Millingen _considérat. sur la -numismatique d’Italie_ pag. 150. Eckhelius _doctr._ tom. II pag. 239, -Pellerinii judicium sequutus, hos et ceteros numos cum inscriptione -ΡΥΨ ad Rhypas Achajae urbem pertinere _sine dubio_ affirmavit; _cum -ejus gentile sit_ Ρύψ. Quod judicium primus impugnavi _ad Ital. vet. -num. supplem._ pag. 25, tum quod ex Apulia quidam ex his numis saepe -ad me fuerint adlati, tum quod fabrica et typi eam numorum patriam -haud respuant; praesertim quum numus cum Palladis et Victoriae typis -occurrat (catal. nostri n. 26 ad 29) aliquando epigraphe ΡΥΨ, aliquando -ΡΥΒΑ inscriptus; et Herculis armorum typus sit quoque in vicinarum -urbium, Luceriae, Hydruntique numis obvius. Visum tum mihi τὸ Ρὺψ -urbis ipsius apud indigenas nomen, quam _Rubos_ Latini dixere. Quod -si Stephano gentile est Ρὺψ Achajae urbis, probare id videtur, quo se -nomine Achajae Rhypenses appellabant, eodem Apulos Rubastinos non pro -ἐθνικῷ, sed ad urbem ipsam denotandam usos. Ceterum esse hos Achajae -Rhypenses Ruborum in Apulia conditores jure censuit clar. Millingen -_l. c._, de qua re consulendus et cl. Iatta in opere quo de Ruborum -origine et historia agit. Sententiam meam de his numis ΡΥΨ inscriptis -sequuti sunt Sestinius, Carellius, Millingen _ll. cc._, ipse denique -Mionnetus _supplem._ tom. IV pag. 159. Neque igitur imitandus est cl. -Grotefendius, qui nuper videtur iterum ad Achajae Rhypas numos ΡΥΨ -inscriptos revocare: vide ejus _Blätter für Münzkunde_ anni 1837 pag. -107. - - -_Ad numum cat. nostri 6._ - -Eckhelius et musei Hedervariani descriptor ad Achajae Rhypas pro more -hunc numum quoque referunt, sed jure ad Rubastinos spectare monet -Sestinius _in catal. mus. hedervar. part. I castigat._ pag. 31. Idem -(_descriz. d’alcune med. greche del Principe di Danimarca_ pag. III) -similem citat numum e museo regis Bavariae. Fabrica numi rigidior, ita -ut _barbaram_ dicere olim haud sim veritus, quum musei regii exemplar -describerem. Videtur antiquior certe ceteris Ruborum numis. - - -_Ad numum cat. n. 7._ - -Soli Reynerio cognitus. An pro ΡΥ legendum ΔΥΡ vel ΥΔΡ, et numus -Dyrrhachio vel Hydrunto restituendus? - - -_Ad numum cat. n. 8._ - -Pellerinius hunc quoque ad Rhypas Achajae refert; et Herculis caput -jure in antica agnoscit. - - -_Ad numum cat. n. 9._ - -Mionnetus ad Rhypas quoque refert: numus ab eo editus quum sit 3 -moduli, alius a Pelleriniano esse videtur, qui 4 est moduli. Taeniae, -qua pharetra et clava colligantur, non meminit Mionnetus, neque ea -conspicitur in ectypo ejus quem edidi in _real museo borbonico_, ubi -numum Rubis vindicavi; quibus tribuunt quoque Carellius et Sestinius. -In ectypo Carelliano taenia ad pharetram pertinet, et fluitans post -clavam exhibetur: rectius in Sestiniano, ut et in Pelleriniano, clava -et pharetra taenia colligantur. - - -_Ad numum cat. n. 10._ - -Primus edidi. Ad Iovis cultum refertur, cui victima taurus. - - -_Ad numum cat. n. 11._ - -Primus e Neumanni museo edidit Eckhelius, ac non sine dubio Rubastinis -tribuit. Hausit ex Eckhelio Mionnetus addita dubitationis nota? -Idem, ut videtur, Neumanni exemplar in Hedervarianum museum illatum, -et in ejus descriptione editum, e cujus ectypo apparet lyrae partem -superiorem oblique effictam, et duas veluti taenias ex inferiore ejus -demitti. In ectypo Millingeniano una tantum taenia dextrorsum dependet, -et sic quoque in numo integerrimo apud cl. Iatta, unde nostrum ἔκτυπον -exhibuimus tab. nostrae I fig. 6. Comparat Millingenius cum ΚΑ-νουσὶνων -numo eodem typo insigni. Sed hunc numum ΚΑ inscriptum nihil vetat -Caelio potius, quam Canusio, tribuere; ita ut videantur Caelini et -Rubastini argentei minimae formae numi et in lyrae, et in Herculis -leonem sternentis typis inter se convenire. - - -_Ad numum cat. n. 12._ - -Magna in legenda anticae epigraphe varietas. Apud Hunterum numus ad -Achajae Rhypas quoque refertur, et epigraphe legitur ΓΡΟϹϹΟϹ. Eum -mature Rubastinis vindicavit Minervinius, sed (mirum dictu!) epigraphes -partem tantum sic legit ϹΕΟΕ, quod interpretatur _Voco_, idest, ut -autumat, persice _aridam!_ Mionnetus praeter numi descriptionem e mea -petitam, aliam dat e museo, ut ait, _de feu M. Beaucousin à Amiens_, -legitque in antica ΣΡΟϹΕ^οΓ (sic) et in postica. BA pro ΡΥ-BA, quum -in ceteris omnibus ΡΥ tantum legatur. Carellius in descriptione -habet ΓΡοϹΕ^οΕ (sic), at in ectypo literae sic exhibentur ΓΡΟ ϹΕ Ε. -Epigraphen ΓΡ^οϹΕ^οΕ eruisse jam visus sum e collatione duorum numorum -musei Capyciolatri et regii: sed serius in alio musei regii numo legi -.. ΡΟϹΕΟϹ. In tanta lectionis varietate vix est ut verus epigraphes -sensus erui possit, qua magistratum indicari fere est tralatitium. -Possis et bis notis sermonis ἐπιχωρὶου voces aliquas exprimi non sine -quadam veri specie suspicari, haud temere pro Graecis accipiendas, -etsi Graecis scriptas characteribus. Quod idem dicendum videtur et -de numorum Salapiae nonnullis inscriptionibus, Graecis characteribus -voces, ut videtur, minime Graecas exhibentibus. Memoratur vero hic -numus et ab Eckhelio _doctr_. tom. I pag. 142 dubitante an Rubastinis -sit accensendus, et a Sestinio _descrizione di alcune medaglie del -principe di Danim_. p. III, et a Romanellio, qui Minervinium sequitur, -topogr. tom. II pag. 63, et a Raoul-Rochette _memoir. de numismat._ -pag. 229 et 233, qui in postica urbis ipsius imaginem agnoscit libantis -ritu, cui figurae (Τυχῆ πολέως) et cornucopiae accommodatur. Iam vero, -dum haec prelo mandantur, nitidissimum numum similem mihi ostendit -clarissimus atque amicissimus vir Nicolaus Ianuarii fil. Minervinius, -in quo sine ulla dubitatione epigraphe sic legitur ΓΡ^οϹΕ^οΕ. - - -_Ad numos cat. n. 13, 14, 15._ - -Numi e museo cl. Iatta omnes in epigraphe anticae variant, cujus -incertam significationem incertiorem tot varietatibus reddi, cuique -manifestum. - - -_Ad numum cat. n. 16._ - -Numus hic solius Mionneti fide nititur. In omnibus aliis ΛΙ legitur in -area posticae, non AI, ut legit Mionnetus perperam ut videtur. - - -_Ad numos cat. n. 17, 18, 19._ - -Primus numi hujus editor Pellerinius Bastae Calabriae urbi tribuit, -ratus τῷ K anticae Calabriam designari, et τὸ ΛΙ in postica ΛΙμην -explicandum. Sed jam numum Pellerinianum Rubastinis tribuendum esse -docuit Magnanus, qui illum repetit _miscell. num_. tom. III tab. 39 -fig. 2, et post eum Mola in _observat. ad Neumanni opus_, editis in -_effemeridi enciclopediche di Napoli_ anni 1794 martii mensis pag. -81 (ubi perperam legit ΡΟΥΒΑΣΤΙΝΩΝ et numum similem memorat, in quo -legit .. ΒΑΣΤΕΙΝ ..), Eckhelius _doctr_. tom. I pag. 142, Millingen -_considerations_ etc. pag. 151, Romanellius _topogr_. tom. II p. 30, -Sestinius _class. gen_. prior. edit. tom. II pag. 10 et 12. In priore -Mionneti catalogo (_catal. d’une collect. d’empreint._ p. 8) notatur -numi modulus 5, per errorem, ut videtur. - - -_Ad numum cat. n. 22._ - -Editum a me repetit Carellius in descriptione, in qua tamen modulus 1 + -indicari videtur, neque astri in galea fit mentio; in tabulis vero duo -hujus numi edita sunt exemplaria, 2 moduli, in quorum altero astrum in -galea est sex radiorum, in altero octo. Millingen _considerat_. etc. p. -151 hos numos Metapontinorum ait esse imitationem. Similem cum astro -sex radiorum in galea e museo ejusdem cl. Nicolai Minervinii scribens -haec sub oculis habeo. - - -_Ad numum cat. n. 24._ - -Numum a me editum excripsit Mionnetus _supplem_. tom. I p. 267, -inopportuno addito (?), eique quintum raritatis gradum, et 24 francorum -pretium tribuit. - - -_Ad numum cat. n. 25._ - -Neumannus, qui hunc numum, ab Alberto Fortis dono acceptum, primus -edidit, inventum ait apud oppidum _Rionegro_, ad Vulturis montis -pedes. Numorum Tarenti, Metaponti et Heracleae typos in eo agnoscit, -et dubius haeret an τὸ ΣΙ intelligendum sit Σίρις et τὸ ΡΥ magistratus -sit nomen. In descriptione perperam cornucopiae omittit in ectypo -conspicuum. Mionnetus ad Metapontum primum retulit, mox ad Rubastinos, -quibus iam dubius tribuerat Eckhelius _doctr_. tom. I p. 142, magis -fidenter Sestinius _class. gen._ prior. edit. tom. II p. 10, et ego -_Ital. vet. numism._ tom. I pag. 54. Ei vero numo quintum raritatis -gradum et 24 francorum pretium tribuit Mionnetus. Mola in iis, quas -jam citavimus, observationibus ad Neumanni opus (_efem. encicl. -di Napoli_, marzo 1794 pag. 82) etiam Rubis hos numos se tribuisse -testatur, addita caussa, quod nempe saepe solis ἀρχαιούσαις literis -in numis urbium nomina exprimantur. Subdit tamen in edita a Fortis -epistola de X Apuliae urbibus heracleoticos argenteos hos numos -dici, et τὸ ΡΥ magistratus esse vel monetarii nomen; quam rem sub -judice relinquit Mola. Nos vero et Rubis numos hos accensendos plane -opinamur, et τού ΣΙ, quod aliquando in his legitur, explicationem -dari posse veri profecto simillimam adfirmamus. Σίλουνιον enim, -urbem Peucetiorum in mediterraneis extremam, memorat Strabo _geogr_. -lib. VI p. 283 Casaub., ubi perperam Casaubonus de Sila Bruttiorum -cogitans corruptum geographi locum arbitratur. Meminit quoque Diodorus -_biblioth._ lib. XX cap. 80, e quo discimus urbem hanc, quam Σιλβιον -vocat, atque in Iapygia ponit, anno urbis 447 a Samnitibus occupatam, -et praesidio custoditam, a Romanis consulibus Q. Marcio, P. Cornelio -post aliquot dierum obsidionem per vim tandem captam, plusquam quinque -captivorum millibus, magnaque spoliorum copia ablata; quae res urbis -et praestantiam et divitias ostendit. Hujus urbis populi _Silvini_ -Plinio dicti, qui sic memorat inter ceteros Apuliae populos, et -conterminos: _Rubustini, Silvini_. Meminit et Antoninus _itinerar._ -pag. 121 Vesseling., qui post Venusiam collocat ad M. P. XX. Denique -in tabula peutingeriana legitur corrupte _Silutum_ pro _Silvium_ -post Rubos et Venusiam, a qua M. P. XXV (non XX) distare indicatur. -Holstenius vetustam hanc _Silvium_ eo loco positam arbitratus est, -quem _Gorgoglione_ nunc dici asserit. Sed nunquam iis in locis hoc -nomen auditum. Bene igitur Pratillus veram denominationem _Garagnone_ -restituit, quo nomine nunc locus appellatur, ubi et ex antiquis ruderum -reliquiis et ex inita distantiae a Venusia ratione satis constat -Silvium olim extitisse: cujus rei demonstratio petenda ex ipso cl. -Iatta opere, quod de veteribus Rubis scripsit. Neque audiendus nuperus -Parisinus Plinii editor (Lemairianae recensionis), qui ait X M. P. -a _Garagnone_ septemtrionem versus reperiri vicum _Savigliano_, quem -Silvio successisse e nominis affinitate colligit. Quae quum ita sint, -perplacet sententia, quae in his literis ΣΙ ΡΥ Silvinos Rubastinosque -memorari affirmat, vicinos populos origine, ut videtur, foedere ac -ejusdem monetae communi usu conjunctos. Fuisse id Achaearum urbium -proprium quodammodo institutum, docuit sane Polybius _histor._ lib. -II cap. 37, et vel sola foederis achaici, quam vocant, numorum series -probat. Fuisse vero Rubastinos nostros genere Achaeos (Rhyparum nempe -colonos), uti jam diximus, plane verisimile. - - -_Ad numum cat. n. 26._ - -Coronam in Victoriae dextera olim descripsi: pro ea tamen Carellius -globulum adgnoscit, quod plane insolens. In integrioribus hujus -generis numis musei Iatta patera potius exprimi videtur, ut in ectypis -exhibuimus. Et recte quidem Victoria libans, et sacra faciens, patera -indicatur: sic et saepe βουθυτοῦσα. - - -_Ad numos cat. n. 28, 29._ - -Etiam in his numis ego et Taylor Combe coronam, Carellius globulum -agnovit; verius patera est agnoscenda. In tabulis Carellii etiam -duplici, ut videtur, torque ornatum muliebre caput apparet: in meo -ectypo crines ad collum taenia religati videntur. - - -_Ad numum cat. n. 31._ - -Millingen _considerat_. pag. 151 numo modulum dat aliquanto minorem -(1). Tarentinorum typos eo exprimi observat. Ceterum similis numus fuit -et apud Emmanuelem Mola, qui ejus meminit in _observat. ad Neumannum_ -loco superius citato pag. 82. Comparandi vero hi Rubastinorum numi cum -ceteris formae, et metalli, et typorum caussa plane similibus, quique -ad Neapolim, et Arpos spectant, quos nempe edidi _Ital. vet. num._ -pag. 102 et _supplem_. p. 16, ubi conjeci Tarenti numos (quam urbem -Graecarum atque Italicarum urbium, ut ita dicam, in medio positam, -utrarumque emporium fuisse frequentatissimum Polybii testimonio docemur -_histor_. lib. X cap. 1) vicinos populos ad commercii commoditatem -saepe expressisse, eodem plane pacto quo Corinthiorum Pegasorum, -Athenarum atque Alexandri tetradrachmorum typi plurium deinde urbium -vel regum numis communes evasere. Vide quoque quae dixi _opusc_. tom. -II pag. 48 seq. Innotuit postea similis Caelinorum numus cum epigraphe -ΚΑΙ qui cum his Rubastinorum jure comparatur a Millingen _anc. coins_ -pag. 9. In simili numo apud cl. Iatta pro KAI legitur DAI. Vide nostrum -_bullettino archeologico napoletano_ anno I pag. 130, et quae notavimus -supra ad num. 11. - - -_Ad numum cat. n. 32._ - -In hujus numi descriptione legit Sestinius NOV, sed in ectypo exhibet -HOV. Item in ectypo anticae nec cornucopiae nec ΔΩ occurrit, quod -in descriptione indicatur. Patet ergo indiligenter in eo numo edendo -versatum esse Sestinium. - - -_Ad numum cat. n. 35._ - -Habet a me Mionnetus _suppl_. tom. I pag. 267 addito, ut assolet, (?): -sextum raritatis gradum, ac 30 francorum pretium assignat. Recole de -duplici nomine Rubastinorum et Silvinorum quae diximus supra ad n. 25. - - -_Quaedam de Rubastinorum numis in genere._ - -De numis Rubastinorum in genere meminere Magnan _miscell. num._ tom. -III pag. 6 ubi dicuntur _Rubastinorum seu Rubustinorum Apuliae nummi -parvi graeci antiquissimi ex aere_, Sestinius _lettere prime_ tom. II -p. III qui extare eos testatur in museo Ainslieano, Eckhelius _doctr_. -tom. I qui RRR dicit, Sestinius _class. gen_. prioris edit, ubi AR. et -AE. extare indicat cum inscriptionibus ΡΥ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, et magistratu -simplice (sic enim τό ΣΙ interpretatur) et RR ait. Musei Hedervariani -descriptor tom. I pag. 26 numos indicat AE. RRR (non describit tamen -nisi argenteos). Scriptor _catalogi populor. urb. et regum quorum numi -in museo regio off. monet. mediolanensis asservantur_ pag. 8 tres AE. -ibi extare testatur. Sestinius in altera edit. _classium gener_. pag. -15 numos autonomos dicit cum epigr. ΡΥ, ΡΥΒΑ, ΡΥΨ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ AR. -et AE. RR iterumque subdit: _Magistratus simplex_. Henninio _manuel -de numism._ tom. II pag. 81 dicuntur autonomi Rubastinorum Argentei -et Aenei sextum raritatis gradum obtinere. Sestinius _descrizione -di alcune medaglie del museo Fontana_ memorat tres in eo extantes -Rubastinorum. Arnethus denique decem aeneos extare ait in museo, -caesareo Vindobonensi (_synops. numor. graecor._ etc. pag. 6). Nobis -numi Rubastinorum et Silyinorum rarissimis, ceteri raris accensendi -videntur. Eorum seriem pene absolutam, omniumque ditissimam vidimus -apud clar. Iatta, e qua eos solos numos citavimus in catalogo nostro, -qui ab editis variantes sunt visi. - - - - - FRANCISCI M. AVELLINII - AD - CL. VIRVM IOANNEM IATTA - DE ARGENTEO ANECDOTO RVBASTINORVM NVMO - EPISTOLA - - [Illustrazione] - - - - -FRANCISCVS M. AVELLINIVS CLARISSIMO VIRO IOANNI IATTA - -S. P. D. - - -Gratulor tibi, clarissime vir, Rubis tuis vel potius nostris, scientiae -veterum numariae, mihi denique ipse de quantivis pretii ἀνεκδότῳ -Rubastinorum argenteo numulo, quem modo in ipsa patria tua comparatum, -redux inde Neapolim attulisti[278]. Vt ad praeclari hujus κειμηλίον -explicationem quaedam adnotarem, quae mantissae loco catalogo meo -numorum rubastinorum subtexi possent, jure tuo imperasti: neque ea in -re, uti nec in ceteris omnibus, tuae de me expectationi deesse volui. -Itaque pauca haec accipito, quibus, si libeat, nec meliora reperias, -utaris. - -Caput in antica juvenile radiatum adversum Soli tribuendum nemo, -opinor, diffitebitur: quo tamen typo nunquam alias in numis suis -Rubastinos usos hucusque noveramus. Sed (quod plane animadversione -dignum) ipsissimo hoc Solis adverso capite numos quosdam Alexandri -Neoptolemi Epirotarum regis, Tarentinorum, et Metapontinorum in antica -ornatos novimus, omnes parvi moduli, uti et hic noster est. Alexandri -et Tarentinorum, quos memoravi, numi fulmen in aversa parte exhibent -cum epigraphe in prioribus, qui aurei sunt, vel argentei, ΑΑΕΞ, vel -ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ ΝΕΟΠΤΟ[279], in aliis, qui aurei tantum sunt, ΤΑΡΑΝΤΙΝΩΝ, -vel ΤΑΡΑΝ.ΑΠΟΛ[280]. Metapontini vero aerei frumenti grana et caduceum -in postica habent cum epigraphe ΜΕ[281]. - -Iam qui similes hos inter se, cognatosque urbium vicinarum, regisque, -qui apud eas diu est commoratus, numos comparaverit, facile concedet -non casu quodam, sed consulto potius, probabilique de caussa ad illam -typorum communionem esse deventum: quae caussa nunc restat indaganda. - -Et primum, quod ad eos spectat numos, qui et in anticae et in posticae -typis plane similes, epigraphe tantum differunt, modo Alexandri -Neoptolemi filii, atque Epirotarum regis, modo Tarentinorum nomen -exhibentes, manifesta res esse videtur, cusos eos quo tempore Alexander -ille, a Tarentinis accitus, in Italiam venit, contra Bruttios, -Lucanosque pugnaturus[282]: qua occasione ut foedus atque amicitia -Alexandrum inter et Tarentinos indicaretur, communio illa typorum est -inducta[283]. Quos omnes, ut id quoque ὡς ἐν παρόδῳ moneam, radiatum -nempe caput, et fulmen, ad unum eumdemque Solem, vel Apollinem, -refero. Nam, ut de radiato capite taceam, fulmen Soli quoque convenire -probant, non minus quae Macrobius habet de Heliopolitano deo, quem -_eumdem Iovem Solemque esse_ affirmat, fingique ait _specie imberbi_, -leva fulmen tenentem[284]; sed et Vibiae, Fontejaeque gentis numi, in -quibus vel Iovem Axurem radiato capite[285], vel Apollinem Vejovem -cum fulmine[286] agnoscimus. Plura de ea re alibi notavi quum regii -musei gemmam illustrarem, in qua imberbis quoque Apollo exhibetur -fulmen manu tenens: quae commentatio, etsi jam typis tradita, nondum -tamen e typothetarum carceribus, dicam, an antris, in dias luminis -auras est producta. Et ad rem facit, quod in numis Tarentinorum quoque -ΑΠΟΛ magistratus nomen prope fulmen adscribatur, quod quocumque modo -expleas (Apollodotum, Apollonium, Apollodorum etc.) semper ab Apolline -(Sole) derivatum se ostendit; itaque ad Solis et caput et fulmen -manifesto adludit, exemplo in Tarentinorum, aliarumque urbium numis, -non infrequente. Quare numi hi ceteris antiquitatis monumentis sunt -adjungendi, in quibus Soli fulmen tribuitur, quod symbolum et Victoriae -Tarentinos tribuisse, ex aliis eorum numis docemur[287]. - -Possem et eam, quam proposui, sententiam, de Alexandri Epirotae et -Tarentinorum numorum inter se similitudine, etiam iis confirmare -exemplis, quae e Pyrrhi, Alexandri ipsius in Epiri regno successoris, -et plurium Italiae vel Siciliae urbium, in quibus haud multo post -Alexandri mortem commoratus est, numis deducuntur. Sed prudens haec -praetereo, ne longius haec epistola discurrat, quam propositum meum -postulare videatur. - -Venio nunc ad rubastinum tuum numum ἀνέκδοτον, cum eodem Solis capite -in antica, variante tantum postica. Hunc etiam ajo ad Alexandri -Tarentinorumque cum Rubastinis amicitiam et foedus esse referendum. -Quum enim Solis caput proprius non fuerit Rubastinorum numorum typus, -neque, hoc excepto, in aliis inveniatur, restat ut illum e vicinae -alicujus urbis numis expresserint: haec vero, praeter Tarentum, alia -non succurrit. Itaque quovis posito pignore contendo, quo tempore -Alexander suos cum Solis capite adverso numos Tarenti, ut videtur, et -ipsi Tarentini similes cum suo nomine signaverunt; eodem ad amicitiam -cum Alexandro et Tarentinis indicandam Rubastinorum numum Solis quoque -capite ornatum esse percussum. Et sane perbelle cum his consentit -historia. Ait Iustinus: _igitur cum_ (Alexander) _in Italiam venisset, -primum illi bellum cum Apulis fuit: quorum cognito urbis fato, brevi -post tempore pacem et amicitiam cum rege eorum fecit._ Quis dubitet in -prima hac adversus Apulos expeditione Alexandrum vel Rubastinis amicis -usum, vel saltem post initam cum eo pacem, quem regem Apulorum nominat -Iustinus, cum iis quoque in amicitiam venisse? Quae res opportune a -Rubastinis, illato in eorum numos Solis capite, quo utebatur Alexander -ipse, est celebrata. Eo vero typo, ut hoc quoque addamus, Alexander -ipse designatur, qui, uti oriens Sol (ab ortu enim in Italiam venerat) -videbatur tunc Italiotis adfulgere, eos a barbarorum servitute -vindicaturus. - -Eamdem vero, quam Rubastinus tuus, explicationem recipiunt et, quos -memoravi, parvi aenei Metapontinorum numi cum eodem Solis capite -in antica. De his haec addit Eckhelius, postquam Alexandri numum -describit: _in museo caesareo est aeneus cum simillimo Solis capite -cusus a Metapontinis Lucaniae, qua in regione Alexander stolido suo -cum ejus tractus barbaris bello intentus diu versatus, ex qua ibi -commoratione forte typi in utrorumque numis communis caussa petenda._ -Quam vellem meminisset tum vir summus Iustini diserte de Alexandro -dicentis: _gessit et cum Bruttiis Lucanisque bellum: tum et cum -Metapontinis, et cum Pediculis, et Romanis foedus amicitiamque fecit_. -Quapropter receptae a Metapontinis in numis suis Solis (Alexandri) -imaginis caussa non ejus in eorum regione commoratio, sed magis foedus -atque amicitia fuit, plane ut Rubastinis. Adde quod usque ad belli -exitum Epirotas Metaponti moratos probat Livius, quum narrat mortui -Alexandri ossa a barbaris. _Metapontum ad hostes_ (Epirotas nempe) -_remissa_[288]. - -Certus inde jam colligi posse videtur numorum, de quibus locuti sumus, -Alexandri, Tarentinorum, Rubaslinorum, Metapontinorumque συγχρόνισμος. -Quum vero Alexander nostris in regionibus commoratus sit annis A. C. -CCCXXXIV (urbis conditae 419) ad CCCXXXI (u. c. 422), ut rationes init -Nicolayus[289], intra hos annos concludenda quoque est numorum eorum -origo: neque eam aetatem respuit artis elegantia, qua nitent: immo -plane iis temporibus convenire facile deprehenditur. - -Restat nunc ut nonnulla quoque de postica rubastini numi ἀνεκδότου -adnotemus. Exhibet ea praeter sollemnes illas ἀρχαιούσας litteras ΡΥ, -duplicem lunulam, cum globulis nonnullis, et solitarias praeterea -litteras ΔΑ. Imitatos et hac postica esse Rubastinos Tarentinorum -monetam plane constat, quum et in hac lunulae duae decussatim positae -cum globulis quibusdam occurrant: quem typum nuper ad _bimaris_ -Tarenti portus sinusque indicandos trahi posse censuit amicissimus -vir cl. Fiorellius[290]. Acutum id quidem, sed ad Rubastinorum numum -explicandum plane inopportunum. Suspicor lunulas potius ad numi -valorem referendas, qui fuisse videtur diobolaris. Nam et in aeneis -Rubastinorum (obolis?) simplex in area lunula signatur. Vide catalogi -nostri n. 6. Et sane Fiorellius ipse idem fere conjecit de pluribus -spicis, de Dioscuris, de duabus tribusve lunulis, et de hordei grano -bifariam diviso in Metaponti numis[291], plaudente cl. Cavedonio[292]. -Exstant Heracleae Lucaniae aenei minimae formae numi cum Herculis ad -aram stantis typo: sunt et duplo majores simillimi cum duplice Hercule: -quod cui non mirum videatur, vel joculare fortasse, et cum Plautinis -illis comparandum: - - _Iam hoc Herculis est, Veneris fanum quod fuit._ - _Ita duo destituit signa hic cum clavis senex_[293]. - -Si cogites tamen duplum esse numi cum duplice Hercule valorem, -simplicem cum simplice, statim intelliges nullum in re adeo aperta -difficultati locum esse. Haec vero si recto stant talo, globulos -lunulis adjunctos non ad valorem numi, sed ad aliud quid indicandum -pertinere, manifestum videri jure colligas. - -Litteras denique ΔA magistratus vel monetarii ἁρχαιούσας esse pro -recepto more asserimus: neque id a Rubastinorum consuetudine abhorret, -qui et in aliis numis (vid. cat. n. 32, 33, 34) alias quoque litteras -ad magistratus vel monetarii nomen indicandum expressere. In earum -tamen numero non esse τὸ ΣΙ (quo Silvium vicina urbs indicatur) jam -alibi diximus, et tu probasti. - -Conjecturam vero de litteris hisce ΔA adscribere hoc loco non piget: -quanti ea sit facienda, tu videris. Constat e Livii, aliorumque -testimoniis, et ex ipsis Arpanorum, Salapinorumque numis _Dasii_, vel -potius ΔAΞΟΥ nomen tota Apulia frequens, et ab iis praecipue usurpatum, -qui regia quadam potestate in iis urbibus imperitabant, nobilissimoque -Diomedis genere satos se esse jactabant[294]. - -Quid ni igitur et de Dazo quodam Rubastino cogitemus? praesertim -quum numulus exstet argenteus cum typo Herculis leonem sternentis, -et epigraphe ΔΑΞΟΥ, quem quum ederem, propter hanc epigraphen Arpis -tribui: typus vero et Rubastinis convenire potest. Adde quod, Iustino -teste, Brundisium quoque Aetoli, qui Arpis commorabantur, ab Apulis -repetebant, quasi a Diomede conditam[295]. Rubos tamen occupasse, -nemo unquam veterum memoriae prodidit; et ipse Iustinus, qui foedus -Alexandri, uti jam diximus, cum _Pediculis_ memorat, videtur hujus -populi δημοκρατίαν agnoscere. Praestat itaque litteras ΔΑ rubastini -numuli, quae et in Tarentinis quibusdam occurrunt, de quovis alio -magistratus nomine interpretari. - -Antequam tamen manum, ut ajunt, de tabula, aureum denique, si Diis -placet, Rubastinorum numum repertum tibi nuncio. Editum illum inveni -in opere quod titulo _nouvelle galèrie mythologique_ praeteritis annis -edere aggressus est cl. atque amicissimus collega Carolus Lenormantius -tab. XIX fig. 9. Typorum et epigraphes ratione plane hic numus convenit -cum n. cat. mei 25 tab. II fig. 4, 5, Silvinorum Rubastinorumque -nominibus ornato. Aureum vero esse diserte in tabula Lenormantiana -affirmatur. Quod si verum, jam Rubastinos tuos, adjuncto Silvinorum -nomine, aurea quoque usos moneta, in compertis habemus. Sed, ut rem -ingenue dicam, molesta nascitur suspicio, scalptoris forte incuria -in ea tabula scriptum fuisse OR pro eo, quod scribere debebat, AR. -Quod dubium ex ipso cl. auctoris textu diluere non potui, quum operis -multis ab annis interrupti textus ad eam usque tabulam explicandam -non pervenerit. Quare rogatum publice volumus cl. Lenormantium, ut -hanc nobis sollicitudinem abstergat, aureique hujus, si vere exstat, -Rubastinorum Silvinorumque numi fidem, atque αὐθεντίαν gravissimo -suo testimonio det probatam, et quo ille in thesauro asservetur, -benignissime doceat. - -Numi cat. n. 30 et seq. anticae caput, uti et similium Tarenti, -Heracleae, Caelii, Palladi tribuendum ea de caussa opinatus est -cl. Fiorellius (_osservazioni sopra talune medaglie_ p. 19), quod -ea patrocinio suo Herculem semper foverit. Et sane in vasis quoque -pictis saepissime Herculi cum leone pugnanti adstituitur. Klausenius -vero (_Aeneas und die Penaten_ tom. I pag. 428) Minervam Salentinorum -foederis Deam ait esse praecipuam, ideoque in numis vicinarum urbium -(Vxenti) Herculem in aversa facie cum cornucopiae exhiberi (in -Rubastinis est cornucopiae et spica, v. n. 21 seqq.) ad exprimendam -felicitatem Deorum benevolentia hominum viribus partam, quae deos ipsos -anteverterint. Eam vero fuisse rubastini agri felicitatem, ut populum -ad summas olim divitias, et ad nobilissima quaeque studia capessenda -provexerit, jure tu e praestantissimis ipsis rubastinorum tuorum artium -monumentis probatum dedisti. Idem et Tritonis signum (sic vocat quae -nobis Scylla dicitur) in galea Minervae scalptum ad ejus deae in mare -potestatem refert (ib. pag. 429). - -Sed jam sat prata biberunt. Vale, vir clarissime, meque, ut facis, ama. - -Scripsi Neapoli V Kalendas septembres A. R. S. MDCCC[=XXXXIIII]. - - - - - HISTORIA - DEL COMBATTIMENTO - - De’ tredici Italiani con altrettanti - Francesi, fatto in Puglia tra - Andria, e Quarati - - _E la vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno - 1503 à 13 di Febraro,_ - - Scritta da Autore di veduta, che v’intervenne - - In Napoli per Lazaro Scoriggio. 1633 - - - - RISTAMPATA DA GABRIELE PORCELLI - 1844. - - -AL BENIGNO LETTORE. - -_Di questo combattimento tra tredici Francesi, et altrettanti Italiani, -e della vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno 1503 trattano Gio: -Battista Cantalicio Vescovo d’Adri, e Penna nella sua Consalvia,_ de -bis recepta Parthenope, _scritta in verso heroico lib. 2. Francesco -Guicciardini nel lib. 5. dell’Historia d’Italia, Paulo Giovio nel lib. -2. della vita di Consalvo di Cordova Gran Capitano, Mambrin Roseo da -Fabriano nell’aggiunta al compendio dell’Historia del Regno di Napoli -lib. 8. Girolamo Zurita nell’Historia di Ferdinando Re Cattolico nel -5. vol. delle sue opere lib. 5. cap. 12, et altri. Però detti Autori -ne scrivono con molta brevità, e non raccontano tutti i particolari, -che sono riferiti in questo libretto, anzi vi è qualche diversità fra -di loro, et alcuni di essi fanno errore ne’ nomi, e ne’ cognomi, e -nelle patrie di alcuni di detti tredici Italiani, che combatterono, -il che tutto è avvenuto per non havere detti scrittori saputo l’intera -verità delle cose, che succederno, essendo stati tutti forastieri del -Regno, fuorchè il Cantalicio, che scrisse questo fatto brevissimamente -in versi, però si ha da dare in tutto fede a quel che si riferisce -in questo libretto, per essere stato composto, e stampato in Napoli -nell’istesso anno, che il fatto succedè, vivendo tutti quegli che -v’intervennero, ove anco si riferiscono tutte le lettere, e le -scritture, che vi si fecero, dalle quali appare la verità del fatto, -e quanto passò in quella gloriosa impresa, scritto de persona, che non -solo v’intervenne, ma fù gran parte di quella, havendo copia di tutte -le scritture, che vi furon fatte._ - - - - -IL COMBATTIMENTO - -delli tredici Italiani, e tredici Francesi fatto in Puglia tra Andria, -e Quarata. - -E la vittoria ottenuta per gl’Italiani nell’anno 1503 à 13 di Febraio. - - -Essendosi deliberato dal Cattolico Ferrando di Aragona Re di Spagna, -e dal Cristianissimo Luigi Re di Francia per alcune loro raggioni -privar del Regno il Serenissimo Federico d’Aragona Re di Napoli, per -conseguir lor intento, de commun consenso destinorno dui eserciti -alla volta di tal Regno, l’uno di Spagnuoli per la parte di Puglia -sotto il governo di Consalvo Ferrando; l’altro di Francesi per la -parte di Terra di Lavoro, sotto Monsignor d’Obegni Generali Capitani, -i quali havendo la fortuna propitia, con poco, anzi nullo fastidio, -s’insignorirono dell’una, e l’altra parte, e volendosi dopoi dividere -il Regno tra loro, non essendo concordi, furon necessitati venire a -rottura di guerra: Donde trovandosi le cose della fortuna in tal modo, -et il Regno da tal guerra molto vessato, la maggior parte de’ Baroni -del Regno, e de’ Cavalieri Italiani aderirono, e s’accostarono alla -parte Spagnola, e mentre che le agitationi della guerra andassero pari, -ne la fortuna havesse ancora cominciato ad inclinare ne dall’una, ne -dall’altra parte; standosi l’esercito de Spagnuoli in Barletta, e quel -de’ Francesi in Ruvo, et altre terre di Puglia, avvenne che un giorno -trovandosi Carles de Togues titolato Monsignor de la Motta, Francese -in Barletta, in casa di D. Diego di Mendozza Capitan nell’esercito -Spagnuolo, in presenza di quello, e di D. Pietro di Crigno Prior -di Messina, e d’Indico Lopez Hiala, e d’alcuni altri gentilhuomini -Spagnuoli, havendosi cenato, com’è solito de’ Cavalieri, il detto -Carles la Motta proruppe ad alcuni raggionamenti di guerra con l’Indico -Lopez, e tra gli altri loro discorsi devennero a raggionamento del -valore delle genti d’armi Italiane, e domandando lo Indico Lopez -alla Motta, come tra Francesi esistimavano l’Italiani. Rispose la -Motta, che loro non tenevano l’Italiani in alcuna esistimatione, e -detto Indico Lopez disse, che havevano in Barletta buona compagnia -di gente Italiana; donde la Motta rispose, che lo credeva bene, però -che di gente Italiana essi non facevano conto niuno, perchè l’haveano -abbattuti più volte, e che essi Francesi, quando fusse accaduto venire -a giornata di battaglia, haveriano fatto stare l’Italiani, ch’erano -in loro compagnia da banda a vedere; e così confortava li Spagnuoli -circostanti, che si havesse a venire a giornata di combattere con -Francesi, nell’ordine dell’esercito dovessero ponere l’Italiani -avanti, perchè se l’Italiani havessero fatto il dovere, sariano -stati ammazzati da Francesi, e si havessero rivoltati a fuggire, si -dovessero ammazzare da Spagnuoli. Al che rispose l’Indico, che essi -tenevano l’Italiani in buona riputazione, et in quelli confidavano, -come alla propria natione Spagnuola, certificando, che l’Italiani, -ch’erano in Barletta tenevano assai gana, e desiderio d’affrontarsi, -et intropparsi con Francesi; e che confirmava, che haveriano fatto lo -dovere, e che per uno Italiano a sodisfation dell’honor d’Italia era -stato scritto a Francesi di combattere, e quelli non haveano risposto. -Replicò la Motta, e disse che non lo credeva, ma pure se fusse scritto -a Ruvo, che s’haveriano trovati non solamente uno, ma dieci Francesi, -che haveriano combattuto con Italiani. E così lo Indico rispose, che -certificava la Motta, et ogn’altro Francese, che sempre, che fossero -trovati dieci huomini d’armi Francesi, che havessero voluto combattere -con Italiani, che esso Indico Lopez prometteva trovare dieci huomini -d’armi Italiani che haveriano combattuto con altrettanti Francesi. -Alche rispose la Motta che esso prometteva sua fè, che gionto ch’era -in Ruvo, trovaria diece huomini d’armi Francesi, che combatteriano -con tanti altri Italiani. Replicò medesimamente Indico Lopez ch’esso -prometteva sua fè, di trovare dieci huomini d’armi Italiani, che -haverian combattuto con tanti altri Francesi, e quando la Motta havesse -trovati detti combattenti Francesi, l’havesse avvisato, alche s’offerse -la Motta assai volentieri, perchè dubitava, che dicendo tal cosa in -Ruvo, se burlarian de’ fatti suoi. Ma perchè tali parole erano state -dopo cena, determinarono, che la matina seguente di ciò si parlasse; -e pervenuti alla matina seguente, la Motta essendo in procinto di -partire da Barletta per tornar in Ruvo, disse ad Indico Lopez, se -stava nel medesimo proposito del raggionamento della sera passata, al -qual rispose Indico Lopez, che ben si trovava in tal proposito, e quel -replicò, che non saria mancato alla promessa, e così la Motta si partì -da Barletta, e si condusse in Ruvo, e dopoi scrisse lettere ad Indico -Lopez del tenor seguente. - -»Signor Indico Lopez, a vostra buona gratia mi racomando. Mi ricordo -ben, che V. S. mi disse, e promise sua fè, di trovare dieci huomini -d’armi Italiani, che combattessero con dieci huomini Francesi, e -così io promisi mia fè a V. S. di trovar l’huomini d’armi Francesi -per il medesimo effetto, quai molto facilmente hò trovati, e se il -numero de dieci vi paresse poco, ne troverò più, si quella mi scriva -quattro, o cinque giorni avanti, et il luogo, et il dì destinato, tutto -risolutamente, e con effetto senza che si ponga il fatto in lungo. E -se loro dimandassero querele, noi non volemo combattere, se non sotto -justa querela; e si a loro piacerà, ciascuno porterà cento corone, e -chi guadagnarà la vittoria, riporterà in premio le cento corone, e le -spoglie, cioè l’armi, et i cavalli: e questa serà la querela, a fine -che chi perde, se ne vada alla leggera. Altro non scrivo, son sempre al -piacer di V. S. Da Ruvo a 28 di Gennajo 1503. Di V. S. Servitor con mio -honor — La Motta«. - -Le sopradette lettere della Motta, fur consegnate per lo Trombetta -Francese ad Indico Lopez, al quale parve far intendere ad alcuni -Italiani, quanto per la Motta con parole, e con scritto gli era stato -esposto, e consultandosi com’era debito, le predette occorrenze con -Prospero Colonna, e quel considerando in tal causa doversi procedere -con i convenienti modi, fece aggregation de Cavalieri, esponendo ogni -particolarità delle cose predette, quali furono disputate, e discusse -con ogni oportuna diligenza, tanto circa le parole prolate per la -Motta, quanto anco circa la continentia della sua lettera. E benchè -per le parole usate per la Motta, s’havesse potuto fondare giustissima -querela per gl’Italiani, pure per estinguere ogni alteratione, ch’era -per succedere con Spagnuoli, donde haveriano potuto emergere pernitiose -dissentioni, et ancora perchè la Motta escludeva espressamente non -voler combattere, se non _sub justa quærela_, proponendo quella delle -cento corone, e le spoglie: e non ostante che si conoscesse apertamente -detta querela non esser degna, ne conveniente a Cavalieri; pure ad -evitare ogni imputatione di subterfugio, si concluse, che destramente, -e con attitudine s’attendesse a pigliar la difensione, tenendosi ferma -speranza, se ne dovesse ottenere gloriosa vittoria, secondo infinite -volte havevano conseguito altri Italiani provocati da Francesi, per -lo che molti Italiani supplicaro, e fero instanza per intrar a tal -impresa; Ma perchè Hettorre Fieramosca li giorni passati havea pigliato -la querela contra Monsignor Frumet Luogotenente del Vicerè Francese, -confutando la particola delle sue lettere, nelle quali diceva non -doversi più fidar, nè d’Italiani, nè de Spagnuoli, e riprobandolo, -come mendace, havendo prorotto così nel suo scrivere, e lo Monsignor -di Frumet non havea risposto al detto Hettorre, et attento che nel -progresso del parlare de la Motta con Indico Lopez era fatta mentione -di tal materia, per le antedette cause, et altri degni respetti, fu -determinato si concedesse la predetta defensione al detto Hettorre -Fieramosca, e suoi compagni, e che si rispondesse a la Motta per lo -Indico Lopez come ad esso apparteneva, e per lo prenominato Ettorre nel -modo che segue. - - -_Lettera d’Indico Lopez a la Motta._ - -»La Motta. Ho ricevuto vostre lettere date in Ruvo a 28 del presente -mese di Gennajo, per le quali scrivete del combattere di dieci Francesi -contra diece Italiani. Rispondo che quanto contiene in dette vostre -lettere, l’ho fatto intendere ad alcuni Italiani, e perchè quelli per -loro lettere scrivono a voi sopra tal materia pienamente, però non -mi estendo in altro, persuadendomi fermamente, che troverete, come -ho detto, l’Italiani ferventissimi a sodisfare al loro honore. — Da -Barletta a 29 di Gennaro 1503 — Di V. S. — Indico Lopez«. - - -_Lettera di Hettorre Fieramosca a la Motta._ - -»La Motta. Lo Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni Italiani -haver ricevute lettere vostre de’ 28 del presente mese di Gennaro, -per le quali dicete haver trovati dieci huomini d’armi Francesi per -combattere con diece huomini d’armi Italiani, cento corone, e le -spoglie, cioè l’armi, e cavalli. Vi dico, che quantunque questa non sia -querela conveniente à Cavalieri; per farvi conoscere come gl’Italiani -son huomini, che amano la conservation dell’honor loro; Io, e diece -altri huomini d’armi Italiani, che faranno il numero d’undeci, semo -per difendere dette cento corone, armi, e cavalli, e sodisfare alla -requisition vostra. Declarate dunque luogo comune con uguale segurtà, e -la giornata, avisando tre dì prima, a tale possiamo comparire a tempo — -Da Barletta a’ 29 Gennaro 1503. — Hettorre Fieramosca«. - - -_Lettera de la Motta ad Hettorre Fieramosca._ - -»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere scritte a 29 di -Gennajo, per le quale mi scrive che il Signor Indico Lopez ha fatto -intendere ad alcuni Italiani haver ricevuto lettere mie alli 28 del -presente mese, nelle quali io scriveva, haver trovati diece huomini -d’armi Francesi per combattere con dieci huomini d’armi Italiani, -cento corone, e le spoglie: Io ho scritto le lettere al Signor Indico -Lopez, perchè sua Signoria, trovandomi loco in Barletta, mi parlò che -haveano de huomini da bene Italiani, gli risposi che lo credeva bene, -e così mi disse che haveano disfidato Monsignor di Frumet con dieci -huomini d’armi Francesi, gli risposi che se havessero mandato qua in -Ruvo, io li haveria trovati, e mi disse se io mi confidava trovare -diece Francesi che sua Signoria si confidava trovarne diece huomini da -bene Italiani. Io li promisi trovar diece huomini da bene Francesi, -come ho fatto: e toccando alle cento corone, cavalli, et armi che mi -scrivete non sia sufficiente querela à Cavalieri: Io scrissi al Signor -Indico Lopez, che noi non volevamo combattere, se non sotto iusta -querela, e così per non havere altra querela al presente, scrissi a -sua Signoria che piacendo a loro, combatteriamo cento corone, e le -spoglie per ciascuno: In quanto mi scrivete, che Italiani amano la -conservatione del loro honore, e che voi, e dieci huomini d’armi che -faranno undici, siete per difendere le dette cento corone, armi, e -cavalli, credo siate huomini da bene, e che le difenderete bene, e che -accettiate il combattere, piace assai a me, et a miei compagni; e così -noi da nostra banda siamo per difender l’honor nostro, le cento corone, -armi, e cavalli. Quanto mi scrivete, lo luogo sia comune, e di ugual -sicuritate: Lo luogo sarà fra Andri, e Corato. Lo dì sarà da hoggi a -dodici dì, che saranno li undici di Febraro. Et aviserò tre dì avanti -che sarà all’otto del detto, e vi manderò li nomi delli gentilhuomini, -che combatteranno, e così mi mandarete voi, e venuti li nomi, mandaremo -nostri ostaggi in Andri, e li vostri manderete in Corato per ugual -securità di tutte due le bande. Da Ruvo all’ultimo di Gennaio 1503. -E perchè sono stato pregato da due altri Gentilhuomini, che voleriano -essere del combattere, vi sforzerete trovarne due altri, che saranno -tredici per banda — La Motta«. - -Sopra le particole delle premisse precedenti lettere, fu tra li -Cavalieri Italiani disputato, si incumbeva doversi reprovare Carles -la Motta, considerando che le parole da quello dette in vilipendio -d’Italiani nel raggionamento fatto con lo Signor Indico Lopez, -dissentivano dal tenor delle sopradette particole, e dimostravano -disditta: E benchè per tal contradittione la Motta s’havesse potuto -reprovare, pure per haversi accettata la querela per esso proposta, -e per le cause allegate nella prima discussione, e per molti altri -rispetti, fu pretermisso estendersi in questo altrimenti: E similmente -fu ventilata l’altra particola delle predette lettere de la Motta, in -la querela pretendeva voler difendere l’honor loro, cento corone, armi, -e cavalli, perchè alcuni Cavalieri esperti rivocavano in dubio, se la -Motta in aumento di sue raggioni potria subintrare alla difensione, -e trahere quella a loro parte: Et essendo detti, e replicati molti -argomenti sovra tal materia, finalmente fu concluso, che la difensione -per nissun modo competeva a la Motta, havendo esso proposto la querela, -e dimostrava nelle sue agitationi tener luogo di Procuratore. - - -_Lettere d’Hettorre Fieramosca responsive a la Motta._ - -»La Motta. Ho inteso quanto scrivete per vostre lettere dell’ultimo -del prossimo passato mese di Gennajo, per le quali tra le altre parti -d’esse lettere replicate sovra il combattere de’ vostri compagni -Francesi, contra altrettanti Italiani, che per non aver altra querela, -havete scritto al Signor Indico Lopez, che combatterete cento corone, -e le spoglie per ciascuno, e che avete piacer assai, che io, e miei -compagni habbiamo accettato il combattere, e che lo luogo commune -serà per lo campo infra Andri, e Corato, e che lo dì serà all’undici -di Febraro, e che avisarete all’otto di detto mese, che serà tre dì -avanti, e manderete i nomi delli Gentilhuomini che combatteranno, e -così io habbia a mandare i nomi de’ miei compagni a voi, e che havuti -li nomi, manderete li ostaggi vostri in Andri, e che noi habbiamo a -mandare li nostri in Corato per ugual sigurtà di tutte le due bande. -Rispondo; Io e miei compagni havemo accettato di buona volontà la -querela che voi proposta avete, quantunque non sia querela conveniente -à Cavalieri, per farvi solo conoscere come gl’Italiani amano la -conservation del loro honore, e così stamo parati di sostentare di -buon animo, e difendere le cento corone per ciascuno, armi, e cavalli: -E quando haverete mandati i nomi delli huomini, che pretendono -combattere, io manderò a voi i nomi de’ miei compagni, e delli ostaggi -che mandarete in Andri, similmente corrisponderemo in mandar li -nostri in Ruvo, e non in Corato per esservi la peste; avvertendovi, -che bisogna specificatamente nominare il luogo comune infra Andri, e -Corato: e se oltra la securtà dell’ostaggi vi parerà che lo campo si -assicuri per li superiori, declaratelo, e provedete dal canto vostro, -che noi provederemo dal nostro. Quanto alla parte che scrivete, esser -stato pregato da due altri Gentilhuomini, che vorriano essere del -combattere, e che io ne debbia trovar due altri, che saranno al numero -di tredici per banda. Rispondo che siamo al numero di tredici, secondo -scrivete, e pronti ad ogni vostra requisitione — Da Barletta a 2 di -Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«. - - -_Replicatione de la Motta ad Hettorre Fieramosca._ - -»Hettorre Fieramosca. Ho inteso quanto per vostre lettere delli 2 di -Febraro ne scrivete, replicando, che voi, e vostri compagni di buona -volontà avete accettata la querela per me proposta; replicando ancora, -non essere stata conveniente a Cavalieri; ma per farne conoscere, -che gl’Italiani son huomini, che amano la conservatione del loro -honore, che state parati a sostentar di buon animo le cento corone -per ciascuno, le armi, e cavalli: Vi rispondo, senza più replicar, -che io, e miei compagni siamo similmente paratissimi a difendere le -nostre cento corone, arme, e cavalli per ciascuno da nostra banda, -così bene come voi. In quanto a quello che mi scrivete, che quando -io haverò mandato i nomi de’ Gentilhuomini, che pretendono combattere -con voi, che manderete i nomi de’ vostri, io vi manderò li nomi Lunedì -prossimo futuro, e li ostaggi li manderò Domenica, che serà oggi ad -otto in Barletta, e voi li manderete in Ruvo, per ugual suspitione -della peste, secondo in vostre lettere scrivete. Del specificare, e -nominare il luogo proprio, serà come ho scritto fra Andri, e Corato, -la dove combatterono Baiardo, e D. Alonso. Quanto mi scrivete, se -oltre la securtà degli ostaggi mi paresse che ’l campo si assecurasse -per i Superiori, che lo declari, e proveda da mia banda, che voi -provederestivo dalla vostra. Noi manderemo li ostaggi, e manderemo -l’assecuramento de Monsignor de la Palizza nostro Superiore in questa -banda, e promettemo la fè nostra, che da nostra banda non ci serà -inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono -da qua sotto lo governo di Monsignor de la Palizza, ne di tutti gli -altri che sono al servizio del Christianissimo Re in questo Regno: E -similmente ne manderete voi l’assecuramento de’ vostri Superiori, e -prometterete la fè vostra, non c’esser inganno, ne soverchiaria alcuna -delle genti che servono li Cattolici Re, e Regina in questo Regno. Del -numero delli tredici, ne scrivete, ne piace. Del dì del combattere, -che vi havemo scritto, che saria stato alli undici del presente, non -pensavo fosse stato il Sabbato, nel qual giorno alcuni di nostri hanno -divotione, e desiderano guardarlo, e così la Domenica communemente la -guardaremo tutti; si che non dispiacendovi, serà Lunedì, che seranno -li tredici del presente mese di Febraro. Ne declararete quanti Giudici -volete siano per banda, per vedere, e come volete che vengano armati, o -disarmati, il tutto ne darete per aviso — Da Ruvo a 5 di Febraro 1503 — -la Motta. - - -_Lettere de la Motta ad Hettorre Fieramosca._ - -»Hettorre Fieramosca. Perchè, come vi ho scritto, hoggi che è Lunedì, -mandarvi li nomi de’ Gentilhuomini, che seranno del nostro combattere, -ve li mando, e sono questi — Marco de Frange — Giraut de Forzes — Gran -Jan de Aste — Martellin de Sambris — Pier de Ligie — Jacobo della -Fuontiena — Eliot de Baraut — Giovan de Landes — Saccet de Saccet — -Francisco de Pisa — Jacopo de Guigne — Nanti de la Frasce — Carles de -Togues, detto Monsignor de la Motta — Et avisarete per vostre lettere, -e mandarete i nomi de’ vostri, e de quanti ostaggi volete che mandiamo -da vostra banda, e ne manderete al presente la sicurtà dell’ostaggi, -acciò possano venire sicuramente, e per quello ne porterà sicurtà -de’ nostri, ve manderemo la sicurtà de’ vostri ostaggi, e per loro la -sicurtà de vostra banda, e senza altro scrivere, lunedì che saranno -li tredici del presente, ne troverete nello loco nominato nelle mie -lettere — Da Ruvo a 6 di Febraro 1503 — la Motta. - - -_Lettere di Hettorre Fieramosca di Capua._ - -»La Motta. Ho ricevuto due vostre lettere date in Ruvo a cinque, et -a sei del presente, nelle quali havete mandato li nomi delli huomini -pretendono combattere, e scrivete la prorogatione della giornata -alli tredici del detto mese, e che manderete i vostri ostaggi -domenica prima che verrà, per quelli manderete la sicurtà di tutta -vostra banda, e che io, e miei compagni habbiamo a mandare i nostri -ostaggi in Ruvo, per evitare la suspition della peste, e con loro la -securtà de nostra parte, e specificate lo proprio loco infra Andri, -e Corato, dove combatterono Don Alonso, e Baiardo, e che oltre li -ostaggi, manderete lo assecuramento di Monsignor della Palizza vostro -superiore, e promettete la fè vostra, che da vostra banda non serà -inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che sono -quà sotto lo governo di Monsignor della Palizza, ne da tutte le altre -genti, che sono al servitio del Cristianissimo in questo Regno: E che -similmente noi debbiamo mandare lo assecuramento, e nostra fè, che non -ci sia inganno, ne soverchiaria alcuna de tutte le genti d’armi delle -Cattoliche Maestà Re, e Regina in questo Regno. Et oltre di ciò dicete, -che s’habbia a declarare quanti Giudici si hanno da eligere per banda, -e che per quelli porteranno la sicurtà de’ vostri ostaggi manderete la -sicurtà de’ nostri. E finalmente concludete, che senz’altro scrivere, -lunedì che saranno i tredici del presente, vi troverete nel luogo -nominato in vostre lettere; et io volendo corrispondere a vostre -requisitioni, vi mando particolarmente i nomi de’ miei compagni che -siamo al numero di tredici, e son questi — Guglielmo d’Albamonte — -Mariano d’Abignenti da Sarno — Francisco Salamone — Giovanni Capoccio -da Roma — Marco de Napoli — Giovan de Roma — Lodovico d’Abenavole de -Capua — Hettorre Romano — Bartolomeo Fanfullo — Romanello — Riczio -de Parma — Moele de Paliano — Fieramosca di Capua — Et anco mandamo -guidatico, et assecuramento per li ostaggi vostri, che possano venire -in Barletta, e per lo presente (come havete offerto) mandarete simil -guidatico, et assecuramento per li ostaggi nostri, che si possano -condurre in Ruvo: Et in lo modo, et ordine, che manderete li ostaggi -vostri in Barletta con la sicurtà di Monsignor de la Palizza, e -de tutta vostra banda, mandaremo nostri ostaggi in Ruvo, con lo -assecuramento del Signore Don Diego de Mendozza, e de tutta nostra -banda: e promettemo nostra fè, che da nostra banda non sarà inganno, ne -soverchiaria alcuna da questa gente d’armi, nè da tutte altre che sono -al servizio delle Cattoliche Maestà in questo Regno. Dell’elettione -delli Giudici, sapete che bisogna, siano huomini per tal officio, di -conditione, prattichi, et esperti, però quando avisarete distintamente -la elettione da voi fatta, io, e miei compagni provederemo a tale -effetto oportunamente, e vi avisaremo de nostra elettione, et avertite -che gli huomini, che han da venire a vedere, siano di ugual numero così -dalla parte vostra come dalla nostra, e se deve declarar, et determinar -per li Superiori, che assecurano il campo. Potrete dunque far opera, -che Monsignor de la Palizza habbia a significarlo al Signor D. Diego de -Mendozza, e per commune loro disposizione s’habbia a declarare quanti -han da venire dall’una, e l’altra parte. Che finalmente concludeti, che -senz’altro scrivere, Lunedì che saranno li tredici dell’instante mese, -vi trovarete al luogo destinato dalle vostre lettere: Vi rispondo, che -in la medema forma, io, e miei compagni, compareremo con li cavalli -copertati, e con le persone nostre armate de tutt’armi, con lanze, -spade, stocchi, et altre armi manuperabili, a sostentar, e difendere, -secondo ho scritto per altre mie lettere — Da Barletta a dì 7 di -Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«. - -E ’l tenor dell’assecuramento del Signor D. Diego de Mendozza siegue in -tal modo. - - -_»Don Diecus de Mendozza Serenissimarum, et Catholicarum Majestatum -armorum Capitaneus etc._ - -»Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici -Italiani ne haveno fatto intendere doverno comparere in la giornata -deputata per la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi, quai -pretendono combatter contro essi Italiani in lo campo intra loro -specificato, fra Andri, e Corato, e per segurtà dell’una, e l’altra -parte se haveno da mandare ostaggi reciprocamente, et acciò quelli -seran mandati per la Motta, e suoi compagni Francesi, non abbiano -a dubitare di pater molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per -tenor della presente, _sub verbo, et fide nobilium_, guidamo, ed -assecuramo li Gentilhuomini, che per li predetti la Motta, e suoi -compagni seranno destinati per ostaggi, che possano venir liberi, e -securamente in Barletta, e commorar in detta Terra, secondo la forma -de loro obbligationi, e conventioni; e dopoi detti ostaggi possano -ritornare in Ruvo senza impedimento, ne danno alcuno in loro persone, -ne in robbe, declarando a tutti, e singoli Capitanei, stipendiarii, -soldati, pedoni, et altre genti d’armi suddite delle Cattoliche Maestà, -et imponendoli da parte di quelle, che debbiano osservare alli predetti -ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto, _juxta_ sua -serie, e tenore, e così nello venire di detti ostaggi in Barletta, -e commorar in detta Terra, come ancora nel ritornare in Ruvo. Non -facendo il contrario per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, et -indignatione di dette Cattoliche Maestà, et evitare la pena della vita. -E per declaratione della verità, cautela, e securtà di tutti ostaggi -havemo spedite le presenti subscritte di nostra propria mano, e con la -impressione del nostro solito sigillo — Di Barletta a 7 di Febraro 1503 -— _Don Diecus de Mendozza_. - - -_Lettere de la Motta responsive ad Hettorre._ - -»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere, e quelle intese, -e rispondo hoggi, che sono li undici del presente mese di Febraro -risolutamente, come per voler effettuar, e mandar lo negotio a -porto, vi mando li presenti Gentilhuomini per ostaggi da nostra -banda, quai sono Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble, a tal -che con securtà possiate venire. Perloche voi manderete i vostri -ostaggi per nostra securtà, acciò con gratia di nostro Signore Iddio -lunedì primo che saran li tredici del presente mese, ambe le parti -si possano condurre in lo loco appontato, dove combattero Monsignor -Baiardo, e D. Afonso fra Andri, e Corato. E perchè in dette lettere ci -dimandate l’assecuramento dell’Illustre Monsignor della Palizza nostro -Superiore, a sua Illustre Signoria non have parso di farlo; Però vi -dicemo, che senza dubio alcuno vogliate liberamente venire, che vi -promettemo la fè nostra, possate securamente venire, che ne da noi, ne -da nostra banda, ne da gente, sono in questo Regno al servitio della -Cristianissima Maestà, vi sarà usata soverchiaria alcuna, dovendovi -donar il campo sicuro; E quando dubitassivo dell’opposito, e si facesse -soverchiarla, da mò ci donamo per vostri prigioni: E dovendosi far -questo medesimo per voi, ne prometterete, per voi, e vostre bande, e -tutte genti sono in questo Regno per servizio delle Cattoliche Maestà -Re, e Regina d’Ispagna. E volendo dar effetto al sopradetto, non ci -accade altra securtà, ne dilation di tempo, per havermo una con miei -compagni in detto tempo deliberato in detto luogo comparere con li -cavalli copertati, e nostre persone armate de tutte arme necessarie, -dovendovi trovar in detto luoco, e dì alle dieceotto hore, o vero -avante, acciò s’habbia tempo di posser eseguire i nostri desiderii, -fandovi intendere, che noi condurremo là quattro Giudici eletti da -nostra banda, e tredici altri huomini ne condurranno li cavalli, e -sedici Gentilhuomini verranno à vedere, per li quali tutti prenominati -non vi sarà altro che porti armi, eccetto noi deputati al combattere, -e li quattro Giudici, e li altri Gentilhuomini verranno a vedere, e li -ventisei che meneranno li cavalli, e condurranno l’elmetti, veneranno -disarmati; Però vi dicemo, se volete, tutti li sopradetti vengono in -nostra compagnia à detto numero, se hanno da comprendere nel medesimo -assecuramento, come noi altri: E volendo voi condurre altrettanti -in simil modo dal canto, e banda vostra, declaramo se intendano nel -medesimo assecuramento per noi, e nostra banda, venendono in vostra -compagnia. Ancora vi mandamo li nomi delli Giudici, secondo qui da -basso vederete notati — Da Ruvo à gli 11 di Febraro 1503 — La Motta — -Li nomi delli Giudici sono questi — Monsignor de Bruglie — Monsignor de -Murabrat — Monsignor de Bruet — Etum Sutte. - -El tenor dell’assecuration de Monsignor della Palizza siegue in tal -modo. - -»_Jacobus de Cabannes Dominus Politico Christianissimi Regis -Zamburlanus, ac Provinciarum Terræ Bari, et Aprutii Gubernator._ Perche -la Motta, e suoi compagni al numero di tredici, ne han fatto intendere -doverno comparere in la giornata deputata per essi, et altrettanti -Italiani, à causa che pretendono combattere in lo campo specificato fra -Andri, e Corato, e per securtà dell’una, e dell’altra parte si devono -mandar l’ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seranno mandati da -Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, non abbiano a dubitar di patir -molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor della presente _sub -verbo, et fide nobilium_, guidamo, et assecuramo due Gentilhuomini, -e tre famegli per uno, che per li predetti Hettorre, e suoi compagni -seranno destinati per ostaggi, che possano venire liberi, e sicuri in -Ruvo, e commorar in detta terra, secondo la forma de loro obligatione, -e conventioni; E dopoi detti due ostaggi, e famegli ritornar in -Barletta senza impedimento alcuno, o danno in loro persone, e robbe, -declarando a tutti, e singuli Capitanei, stipendiarii, e soldati della -Cristianissima Maestà, et imponendoli da parte di essa, che debbiano -osservar alli predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e -salvocondotto _juxta_ la sua serie, e tenore, così nello venir di detti -ostaggi in Ruvo, e commorar in detta terra, come ancora nel ritornar in -Barletta, non fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar -l’ira, et indignatione di detta Maestà, e fuggir la pena della vita. -E per declaration della verità, cautela, e securtà di detti ostaggi, -havemo espedita la presente securtà di nostra propria mano, e con la -impression del nostro solito sigillo — Da Ruvo alli 11 di Febraro -1503 — _Cabannes — Dominus Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao -Mandatario_. - - -_Lettere d’Hettorre responsive à la Motta._ - -»La Motta. Per vostre lettere dell’undeci del presente mese di Febraro, -qual ho ricevute nel medesimo dì ad hora tarda, hò visto che scrivete, -che per voler effettuar la causa a porto, mandate li Gentilhuomini -per ostaggi da vostra banda, cioè Monsignor de Musnai, e Monsignor -Dummoble; e che noi habbiamo a mandar nostri ostaggi per securtà -vostra; et havete mandati li nomi delli Giudici, per voi eletti, cioè -Monsignor de Bruglie, e Monsignor Murabrat, e Monsignor de Bruet, -Etum Sutte; e che à Monsignor della Palizza vostro Superiore non -ha parso voler far lo assecuramento, significandone, che in vostra -compagnia verranno tredici persone, che ve porteranno li elmetti, e -tredici altri, che vi porteranno li cavalli, e che oltre li predetti -verranno sedici Gentilhuomini a vedere. Respondemo che mandamo li -nostri ostaggi, e sono Angelo Galeoto Gentilhuomo Napolitano, et -Albernatio Gentilhuomo Spagnuolo, e per vostra cautela con loro la -securtà dell’Illustrissimo Gran Capitano per lo campo per voi, e -vostri compagni, per tredici persone vi porteranno l’elmetti, e tredici -altri vi condurranno vostri cavalli, e per li quattro Giudici da voi -eletti, e nominati in vostre lettere de cinque dell’instante. E perchè -sapete apparer per vostre lettere, per le quali dichiarastivo, che -manderestivo l’assecuramento del campo di Monsignor de la Palizza -vostro Superiore, et anco per vostre lettere de sei del presente -scrivete che Domenica prima futura manderestivo li ostaggi, e per -loro la securtà de tutta nostra banda, e che noi similmente dovessimo -mandar nostri ostaggi, e per loro la securtà de nostra banda. Però -stamo in gran admiratione, che non abbiate adempito il tenor de vostre -lettere, massime circa il mandar dell’assecuramento predetto del -campo, e di tutta vostra banda, insieme con li vostri ostaggi. E che -al presente allegate non parer à Monsignor de la Palizza far detto -assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per -voi offerta, e declarata, ne date causa d’admiratione, e suspitione; -et ancora havete lasciato di mandar l’assecuramento delli Giudici per -noi eletti, quai sono Messer Francesco Zurlo, Messer Diego de Vela, -Messer Francesco Spinola, e Messer Alonso Lopes. E perche non dovete -ignorare, che li assicuramenti del campo, e delli Giudici sono delli -principali, e più necessarii provedimenti, che si richiedono in tal -causa. Per tanto replicamo per le presenti che vogliate mandare el -predetto assecuramento del campo de Monsignor de la Palizza, come -per vostre lettere havete scritto, et ordinato, e con l’assecuramento -delli Giudici, nello modo, e forma, che insieme con lo presente noi -mandamo a voi dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano per maggior -vostra cautela, declarandove, che siamo contenti dell’assecuramento -de Monsignor de la Palizza per evitar ogni calunnia, et à tal effetto -questa sera ne conduremo in Andri. Quanto alla parte, che scrivete, che -verranno con voi sedici altri Gentilhuomini a vedere. Rispondemo che -lo Illustrissimo Signore Gran Capitano hà prohibito, et espressamente -comandato, che non debbiamo condurre, ne admettere in nostra compagnia, -eccetto tredici persone, che porteranno li elmetti, tredici altre, -che conduranno li cavalli, e quattro Giudici disarmati, come spetta -à loro officio, secondo la continentia dell’assecuramento fatto dal -Illustrissimo Signor Gran Capitano, qual ve mandamo, e non possemo -in alcun modo presumere altramente — Da Barletta à 12 di Febr. 1503 — -Hettorre Fieramosca. - -El tenor dell’assecuramento dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano -segue in tal modo - -»_Consalvus Fernandus Dux terræ novæ Serenissimarum, et Catholicarum -Majestatum Regis, et Reginæ Hispaniæ, Siciliæ citra, et ultra Farum, -Hierusalem etc. in hoc Regno Locumtenens, et Capitaneus etc._ Perchè -Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici, alla -giornata deputata da la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi -pretendono combattere tra loro nello campo specificato fra Andri, -e Corato, nello luoco, dove combatterono D. Alonso, e Baiardo; Et -oltre la cautela dell’ostaggi reciprocamente prestiti, e guidati -per l’Illustrissimo D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento -del campo; Donde noi per maggior efficacia per tenor della presente -declaramo per quanto spetta alla banda del prenominato Hettorre, e -suoi compagni Italiani, _authoritate qua fungimur_ delle Cattoliche, -e Serenissime Maestà assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato, -dove combatterono detti Don Alonso, e Baiardo per tutta la predetta -giornata, che seran li tredici dell’instante mese di Febraro, statuita -per detti Francesi, che da nullo stipendiario, Capitano, armigero, -pedone, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche Maestà di -qualunque conditione, e stato, per alcun modo serà dato impedimento, -molestia, ne perturbatione alli predetti la Motta, e suoi compagni -Francesi, et à tredici persone, che porteranno loro elmetti, e -tredici altri che condurranno loro cavalli: e similmente guidamo, et -assecuramo Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de -Bruet, et Etum Sutte Giudici eletti per li prefati la Motta, e suoi -compagni Francesi, acciocche con Messer Francesco Zurlo, Messer Diego -de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso Lopes Giudici eletti -per li prenominati Hettorre, e suoi compagni con nostra volontà, -consenso, et autorità, possano giudicare, e pienamente esercitare -loro officio. Comandando, ordinando, et imponendo da parte delle -Cattoliche Maestà, e nostra, a tutti, e singoli Capitanei, armigeri, -stipendiarii, soldati, pedoni, gente d’armi, et altri sudditi delle -Cattoliche Maestà, di qualsivoglia condition, e grado che niun debbia -per alcun modo _directe, vel indirecte, tacite, vel expresse_, dare -impedimento, molestia, e peturbatione, ne usare alcuna perturbatione, -o soverchiarla al detto combattere, ne infringere, o vero contravenire -al presente assecuramento, _immo_ quello inviolabilmente osservare, -secondo la sua serie, e tenore, non fando lo contrario, per quanto -ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione delle Cattoliche -Maestà, e fuggire la pena della vita. _In cujus rei testimonium, ac -securitatem, et cautelam, quorum interest_, havemo fatto le presenti -lettere suscritte di nostra propria mano, con la impression del nostro -solito sigillo — Datum in Barletta alli 11 di Febraro 1503 — _Consalvus -Ferrandus_«. - -Radunati insieme li tredici Cavalieri Italiani in Andri, et ivi con -loro, Prospero Colonna, e ’l Duca di Termoli, et altri Cavalieri -Italiani, e Spagnuoli la domenica di sera alli dodeci del mese, fu -conchiuso, che senz’altro lo lunedì seguente, ch’era la giornata -deputata con lo nome del Signor Iddio si dovessero presentar al -campo: Ma perche mai si può far cosa alcuna per l’huomini senza il -favor del Signor, che ’l tutto vede, et opera, lo lunedì matino li -tredici Cavalieri accompagnati da gli prenominati andarono alla messa -devotissimamente, volendo procedere in una cosa di tanta importanza, e -fama christianamente, e con sollennità di religione, sperando non per -questo haverseli aggiungere più animo di quel che haveano, ma da un tal -debito, et honor restar confirmatissimi in quello haveano deliberato. -E così communicato il Prete, al fin della messa, lo Hettor Fieramosca -andò da Prospero Colonna, e lo pregò li concedesse, posser richiedere -li suoi compagni d’un sollenne giuramento, lo che piacque al Prospero -Colonna: e così Hettor se voltò a suoi compagni, humanissimamente -pregandoli gli piacesse giurare quel medesimo, che lui giurava, al -che risposero quei Cavalieri, ch’eran contentissimi seguirlo in ogni -fortuna. Lui se inginocchiò avanti l’altare, dove il Prete ancor -diceva la messa, e poste le mani gionte sopra l’Evangelio giurò ad alta -voce, voler prima morire, che uscir dal campo per sua volontà, altro -che vincitore, e prima eligersi la morte, che mai rendersi per vinto -con sua bocca; e poi vedendo alcuni de’ suoi compagni haver bisogno -d’ajuto, far in tal caso, come desiderasse, fosse fatto in persona -sua, per ricuperation de’ suoi compagni, ancorchè sapesse di perder -la vita. Fatto tal giuramento diede luogo a gli altri, quai di buona -voglia fero il simile giuramento, et anco di stare ad un volere, ad -un’eseguire, per quanto la buona sorte, e forza di ciascuno bastasse. -Partiti dalla messa, se n’andaro alla stanza di Prospero Colonna, dove -fero giontamente colatione, e poi se n’andorno allegramente ad armare, -et armati montorno à cavallo, havendo aspettato lo salvo condotto -che doveva mandar la Motta, e così s’avviaro nell’ordine che segue; -ma perchè l’assecuramento promesso da Monsignor de la Motta non era -venuto, for tutti di parere che se ne dovessero protestare, e fu fatta -la protestation infrascritta. - - -_Protestation fatta per Hettorre Fieramosca, e suoi compagni._ - -»_In Dei nomine amen. Anno a nativitate Redemptoris nostri Jesu -Christi millesimo quingentesimo tertio. Pontificatus vero Beatissimi in -Christo Patris, et Domini nostri Domini Alexandri divina providentia -Papæ Sexti Anno XI. die vero 13 mensis Februarii in civitate Andri._ -In presentia di me Antonio de Musco _Apostolica authoritate publico -Notario_, e dell’infrascritti testimonii. Per lo presente pubblico -documento facemo noto, e manifesto come essendo comparso avante di -noi lo magnifico Hettorre Fieramosca, tanto per suo proprio nome, -quanto per l’infrascritti suoi compagni circostanti, e consentienti -che sono Guglielmo Albamonte Siciliano, Francesco Salamone Siciliano, -Gioan Capocci da Roma, Marco Corallaro da Napoli, Giovanni Braccalone -da Roma, Lodovico d’Abenavole da Capua, Hettor Giovenale Romano, -Bartolomeo Fanfulla da Parma, Romanello da Forli, Pietro Riczio da -Parma, Mariano d’Abignenti da Sarno, e Moele da Paliano, e dice che -Carles de Togues titolato la Motta Francese per sue lettere dirette -ad esso Hettorre have declarato, che mandaria lo assecuramento del -campo spedito per Monsignor de la Palizza suo superiore, e che dopoi -el prefato Carles la Motta per altre sue lettere have scritto ad esso -Hettorre, per le quali allegava non haver parso à Monsignor della -Palizza far detto assecuramento, nondimeno per esso Hettorre essere -stato replicato a la Motta, per lettere, che quello sapea apparere per -due sue lettere de cinque, e de sei del detto mese, haver promesso -l’assecuratione del campo, e de tutta sua banda, e che al presente -allegasse non parer à Monsignor de la Palizza far detto assecuramento -del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, e per esso la -Motta offerta, e declarata, dava causa admiratione, e suspitione ad -esso Hettorre, e suoi compagni. E considerando, che l’assecuration del -campo, e delli Giudici sia uno delli principali, e più necessarii, et -oportuni provedimenti, che se richiede in lor causa: Però de nuovo -fa istanza al prefato Carles, che debbia mandar l’assecuramento -predetto del campo, e delli Giudici eletti per esso Hettorre, e -compagni, secondo la forma dell’assecuration qual essi mandavano al -prefato Carles la Motta e suoi compagni, espedita per l’Illustrissimo -Sig. Gran Capitano Luogotenente Generale delle Cattoliche Maestà per -assecuramento di detto campo, e delli Giudici eletti per lo detto -Carles, e suoi compagni: Declarando ancora, che se contentavano esso -Hettorre, e suoi compagni del detto assecuramento, se dovesse far da -Monsignor de la Palizza, per quietar ogni calunnia, notificandoli, che -per abbreviar il camino, la sera se conduccano in Andri, aspettando lo -assecuramento, aviso, e requisition d’esso Carles la Motta; Essendo -esso Hettorre, e suoi compagni in tal espedition armati, ad ordine, -e pronti, si protestano, che non sia attribuita à loro negligentia, o -mora, ne ad alcuna tergiversazione; ma solo si debbia imputare à detto -Carles. E standosi in tal protestatione, essendo circa diecesette hore, -sopragiunse il Trombetta destinato da la Motta, e consegnò al detto -Hettorre, e compagni l’assecuramento de Monsignor de la Palizza; Dopo -della recettion del quale, subito detto Hettorre, e compagni, senza -perdere alcun momento di tempo si posero in camino a comparer al campo, -richiedendo me sopradetto Notario, che delle cose predette, hora, -tempo, e recettion di detto assecuramento, e della celerità del partir -loro al comparir in detto campo, et altri gesti, ne dovesse far publico -documento, in testimonio della verità. Donde io predetto Notario, -volendo sodisfar alla predetta richiesta, come giusta, e ragionevole, -de tutte le prenarrate cose, ho fatto lo presente publico documento, à -chiarezza della verità scritto de mia propria mano, e roborato del mio -solito segno, essendo presente nel medesimo luogo l’Illustrissimo Marco -Antonio Colonna, Giovanne Carrafa Conte di Policastro, li Magnifici -Indico Lopes Hiala, Gismundo de Sanguine, e Martin Lopes, Testimonii -rogati alle cose predette«. - -El tenor dell’assecuration di Monsignor de la Palizza siegue in tal modo - -»_Jacobus de Cabannes Dominus Palitiæ Christianissimi Regis -Zamburlanus, ac Provinciarum terræ Bari, et Aprutii Gubernator etc._ -Perchè la Motta, e suoi compagni al numero di tredici Francesi, han -da comparire alli tredici del presente mese di Febraro alla giornata -deputata per Hettor Fieramosca, e tanti altri suoi compagni Italiani, -pretendenti combattere contro esso la Motta, e compagni in lo campo -fra loro specificato fra Andri, e Corato, in lo luoco, dove combattero -D. Alonso, e Baiardo, et oltre la cautela delli ostaggi reciprocamente -prestiti, e guidati per noi, e lo Signor D. Diego de Mendozza, bisogna -l’assecuramento del campo: Onde noi per maggior efficacia, per tenor -della presente declaramo, per quanto spetta alla banda del prenominato -la Motta e compagni Francesi, _authoritate qua fungimur_ del -Christianissimo Rè, assecuramo detto luogo fra Andri, e Corato, dove -combattero D. Alonso, e Baiardo per tutta la giornata delli tredici -dell’instante mese di Febraro, statuta per detti Italiani, che da nullo -Capitanio, armigero, stipendiario, pedone, gente d’armi, e sudditi -della Cristianissima Maestà, de qualunque condition, e stato, in alcun -modo non serà dato impaccio, impedimento, molestia, ne perturbation -alcuna alli predetti Hettorre Fieramosca, e compagni Italiani, et -alle tredici persone, che porteranno loro elmetti, et a tredici altri -che conduran loro cavalli, e similmente guidamo, et assicuramo Messer -Francesco Zurlo, Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et Alonso -Lopes, Giudici eletti per li prenominati Hettorre e compagni, acciocchè -insieme con Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor -de Bruet, et Etum Sutte, Giudici eletti per li predetti la Motta, -e suoi compagni, con nostra volontà, consenso, et autorità possano -giudicare, et esercitare pienamente lor officio; Comandando, imponendo, -et ordinando da parte della Christianissima Maestà, e nostra, à tutti, -e singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, pedoni, gente d’armi, -e sudditi della Christianissima Maestà di qualunque conditione, e -grado, che nessuno debbia per alcun modo _directe, vel indirecte_ -dar impedimento, o molestia, perturbatione, o nocumento alcuno, ò -vero usare soverchiaria alcuna al detto combattere, ne infringere, e -contravenire al presente assecuramento, _immo_ osservar quello, secondo -la sua serie, e tenore, non fando il contrario, per quanto ciascuno -desidera evitare l’ira, e la indignatione della Christianissima Maestà, -e fuggire la pena della vita. _In cujus rei fidem, et testimonium, ac -securitatem, et cautelam quorum interest_, havemo fatte le presenti -lettere suscritte di nostra propria mano, e con la impression del -nostro solito sigillo — Da Ruvo à 12 Febraro 1503 — _Cabannes — Dominus -Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario_«. - - -_Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre Fieramosca, e -compagni Italiani, e del combattimento, e vittoria conseguita._ - -Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer al -campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti li tredici -cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti, l’uno -appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo -il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li -combattitori a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora. -Seguivano appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli -elmetti, e le lanze delli prenominati combattitori, e continuavano -il camino verso detto campo; et essendo vicino a quello un miglio, -trovaro quattro Giudici Italiani, quali fero intendere ch’erano stati -insieme con quattro Giudici Francesi, e che haveano segnato il campo, -et ordinati li patti del combattere, ma che li combattitori Francesi -insino a quell’hora non erano gionti, onde parve ad Hettorre, e -compagni procedere avanti, e condotti vicino al campo ad un mezzo tiro -di balestra, Hettorre, e compagni smontaro da cavallo, e fatta oratione -al Motor di sù, dopoi Hettorre parlò a suoi compagni nel modo, che -segue. - - -_Oratione d’Hettorre à suoi compagni._ - -»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche -parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura vi -è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino a qui -allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e demostrato -chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso Cavaliero si -mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor vostro esser sì -grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser sol di voi stata -fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto, e contento, ma -perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi al campo, in questo -spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso manifestarvi el presaggio -dell’animo mio, il quale vi rende certi de indubitata vittoria in -questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi a conquistar -quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne promette. Altri ne -tempi passati han combattuto per natural, et inveterata inimicitia, -altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta, alcun altri -per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni di fortuna, altri per -amor di donne, e chi per un’occorrenza, e chi per un’altra, secondo che -l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi combatterete con la buon’hora -principalmente per la gloria, ch’è lo più pretioso, et honorato -preggio, che dalla fortuna si potesse proponere à gli valenti huomini: -Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi -da ogni caso di vil morte, fandovi famosi esempi, e perpetue materie de -gloriosi raggionamenti appresso li nostri posteri. Oltra di ciò dovete -sapere, che non solo portate hoggi questo sì vostro particolar honore -in su le vostre braccia, ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di -tutta la nation Italiana, e nome Latino, e perciò non si manchi per -voi ridurla in quell’altezza di fama, che fu al tempo, che diede legge -al mondo, e tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali -dall’antico tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno -danneggiati, e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco -in noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer -à portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria -con precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che -horsù Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice -augurio avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè -son certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri, -che le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento, -e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli -copertati, ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla -coscia, e se avviaro verso il campo. - -Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato -l’assecuramento del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire -a sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere -la gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto -accompagnati da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi, -si conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente -la messa, quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita -la messa Monsignor de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni, -et altri Cavalieri Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si -ristororno tutti di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti -s’andò ad armare de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati -si radunaro tutti giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la -Motta voltosi a Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse -concedere, che potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni, -lo che volentieri essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo. - - -_Oration de la Motta à suoi compagni._ - -»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può pigliar -giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non dubito, -che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da far prova, -ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre insino -a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi dovete -ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar à -Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation Italiana, -quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute, e come le -armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana, et -havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo tempo -occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie a farvi -acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi rendo certo, che -discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati, li quali -han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è parso ridurvi à -memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia considerare che hoggi -sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta la nostra nation -Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando noi vincitori di -questa impresa come son certo, che con l’ajuto di nostro Signore così -sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri sempre vivi, et in -tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà per tutte l’età -della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno premio se ci promette -di questa impresa, vogliamo con lo nostro animo invitto far tutto lo -nostro potere d’acquistar tanto premio. E benchè tal vittoria non sia -cosa nuova alla nation nostra, havendomo noi havuta di prossimo simil -vittoria contra la nation Spagnuola, questa serà più gloriosa, perchè -la nation Italiana s’è vantata sempre in questo generoso esercitio -d’armi, valer, e posser star a fronte alla nostra nation Francesa. -Di modo, che vincendo questa, ne trovaremo vincitori di tutti. Non -mi occorre dir altro, perchè son certissimo, che non può mancar, che -ciascun de voi farà più che quel ch’in ciò io spero, e desidero«. -E qui pose fine al suo ragionamento. E levatosi ciascuno in piedi, -s’abbracciorno, e baciorno tutti. E tolto combiato da Monsignor de la -Palizza, e da altri Cavalieri Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno -montò à cavallo, e se ordinorno nel proceder in questo modo. - -Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e -la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci -Gentilhuomini, che ciascun de loro portava similmente la lanza, -e l’elmetto di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito -intervallo, seguivano poi li dodici combattenti armati di tutte armi -senza elmetti, similmente de doi in doi, con lo medesimo ordine, et -appresso seguiva la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di -sua persona, et appresso seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de -la persona de gli altri combattitori, de doi in doi, con intervallo -debito, portati tutti da Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine -presero il camino verso il designato campo, et avvicinatisi a quello -per un breve spatio, havendo visti gli altri Cavalieri Italiani, -ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano il campo, smontati da gli -cavalli, che portavano, s’inginocchiorno tutti, e fatta con le man -gionte verso il cielo la debita oratione, ciascuno si fè allacciar -l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, e postasi la lancia al -debito luogo, con grandissima letitia similmente andorno loro à torno -il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo si fermorno in un luogo -all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. Donde lo Hettorre -gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel campo, perchè -così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni Francesi con -loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, entrorno nel -campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi li -Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il -simile verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi -più tardare, se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli -si cominciorno a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo -l’una, e l’altra parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar -di galoppo, et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri -Francesi si partirono in due parti, da una banda sette, e dall’altra -sei, e con impeto à tutta briglia andavano verso gl’Italiani, li quai -vedendo questo, cinque de loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri -otto sovra li sette, e postesi le lanze alla resta, s’incontrorno, e -per essere stato il spatio pigliato, invalido, spezzorno alcune lanze -con poco, o nullo effetto. Pure gl’Italiani furono uniti, e li Francesi -in disordine, e postosi per ciascuno mano à gli stocchi, et accette, -che portavano, si cominciò la battaglia alla stretta, e combattendosi -per l’una, e l’altra parte valorosamente, gli Francesi trovandosi -disordinati, for costretti ridursi in un cantone del campo, e con -alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo impeto andaro -verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per un quarto d’hora, -per la parte Italiana fu posto a terra un Francese nominato Gran Jan -d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu soccorso da gli -altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli altri -valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi -la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a -terra due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de -Sambris, e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli -combattitori Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta, -non mancava Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e -dove vedeva il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun -di loro dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la -battaglia in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno -nominato Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i -quali dismontorno a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò -ivi nel suolo del campo, l’altro uno scheltro[296] che lui aveva, si -defensavano molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi -da gli altri Italiani, quai con loro cavalli havendoli attorniati, -non comportavano che quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria -Francesa. Gran Jan d’Aste, il quale prima era stato posto a terra, -trovandosi ferito, ne potendosi più difendere, come havea fatto, e -bene, similmente si rendio prigione alla parte Italiana: Donde Hettorre -vedendo, che la parte Francesa era cominciata ad inclinare per la -perdita de gli tre compagni, con coraggioso animo fatto un corpo con -gli altri compagni, di novo assaliro li detti Francesi remanenti, -nel qual impeto abbattero a terra un altro Francese nominato Nantì -de la Frasce, et un altro per nome Giraut de Forzes uscì dal campo, e -foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani vedendosi la fortuna -fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto si avventaro -adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, fu buttato -a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ rimanenti -cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu pigliato -prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno de -gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo; -gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno -di quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia, -et un altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio -dal cavallo fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da -Hettorre per forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si -trovava à piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto -da gli cavalli Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e -combattere a piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un -altro Italiano fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò -dall’una all’altra banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano -di gran lunga superiori, con maggior animo combattendo, cacciaro -del campo un altro Francese, rimanendone solamente tre, de li quali -doi se ne trovavano a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se -defensassero, pure li doi a cavallo, non potendo resistere à tanto -numero di combattenti Italiani, et al lor vigore, l’uno si rendio -prigione, e l’altro fu per forza cacciato dal campo, restandovi solo -quell’a piè, il quale fuggendo per il campo, hebbe tante ponte di -stocchi, e colpi d’accette, che non potendo resistere, gli fu forza -rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo. - -Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con -Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di -mezz’hora andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante -trombe, et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria -esprimere, e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso -Barletta, gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che -nel caminare si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni -Francesi fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari -a piedi con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in -testa, et armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri -vincitori l’uno poi l’altro con debita distantia, similmente armati, -e con l’elmetto in testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta -allegrezza, caminando alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando, -il qual venia ad Andri ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta -vittoria. Appresso loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi, -e poi da tre in tre gli altri Capitani, e Gentilhuomini che havean -condotti li cavalli, e l’elmetti, e le lanze à detti vincitori. E così -caminando s’incontrorno con Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di -Termole, che venivano per honorar li vincitori, dove gionti insieme, et -alzate le visiere degli elmi, strettamente si abbracciorno, e baciorno -tutti, et à pena si poteva satiare di tanta commune allegrezza, e con -tal gratulatione, e sommo piacere passando più oltre se li fè incontro -D. Diego de Mendozza, e molti altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani -tutti allegrandosi di tanta honorata vittoria. In ultimo gli venne -incontro il Gran Capitanio à cavallo ben in ordine con tutta la gente -d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, il quale affrontandosi -con Hettorre, con allegrezza inestimabile gli disse queste parole. -_Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri Spagnuoli_, -volendogli significare che per Hettorre, e compagni in quella giornata -era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, e tolta la -gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati un per -uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò subito un -concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti -con gridi mirabili, ciascuno dicendo, _Italia Italia, Spagna Spagna_, -e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che si -trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore, -e dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio -con Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito -ordine accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e -tutto il rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di -Barletta, et essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta, -dove fu fatta tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi -rimase campana, che non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo -d’artigliaria vi fu, che non fusse stato più d’una volta tirato, di -modo che per li tanti suoni, e bombi d’artiglieria, e per li gridi -_Italia Italia, Spagna Spagna_, pareva che quella terra volesse -rovinarsi. Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le -musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, -non se potrian per umana lingua narrare a compimento, et in questo -modo caminando, giunsero alla maggior Chiesa, essendoli prima venuto -il Clero incontro ben in ordine con una pomposa processione, e con una -divotissima figura della Madonna, ove smontorno tutti, e fer la debita -oratione, rendendo gratie infinite all’immortal Iddio, et alla gloriosa -sua Madre della felice vittoria acquistata. Dopoi rimontati à cavallo, -e voltati per altre strade della terra con grandissima festa, ciascuno -se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto honore, non senza immortal -fama dell’honore, e vigor Italiano. - - - IL FINE. - - - - -NOTA DELL’EDITORE. - - -Nel ristampare il premesso libriccino secondo l’antica edizione -dell’anno 1633 ho riportata la sola parte istorica del famoso -combattimento tra i tredici Cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi -colla medesima ortografia e punteggiamento che vi è nell’originale, -il quale in verità non è affatto piacevole. Ho corretto solo nel -frontespizio del libro suddetto, ed alla pagina 5 un errore di stampa -che vi è nella indicazione del giorno della pugna che si dice seguita -nel dì 16 Febbrajo 1503, mentre la stessa ebbe luogo nel dì 13 -Febbrajo. Ho lasciate diverse Poesie Latine scritte in quella occasione -in onore de’ prodi Guerrieri Italiani, e principalmente di Ettore -Fieramosca; siccome anche talune avvertenze sui nomi de’ predetti -Cavalieri Italiani che presero parte al combattimento. - -Coteste medesime Poesie ed avvertenze si vedono anche ristampate -nell’altra edizione dello stesso libro fatta in Napoli nell’anno 1721 -dal Tipografo _Felice Mosca_ coll’aggiunta de’ luoghi di que’ Scrittori -tanto Napolitani che Esteri, i quali di quel celebre fatto d’armi hanno -concisamente parlato. Nella stessa edizione dell’anno 1721 si legge -anche la iscrizione latina in versi esametri e pentametri incisa in una -lapide apposta al monumento eretto nel luogo istesso del combattimento, -il quale si crede atterrato dappoi dai Francesi, come ho detto alle -pagine 175 e 176 del mio _Cenno storico_. - -Nell’ultimo viaggio fatto a Ruvo nel passato mese di Maggio, essendomi -fermato una sera in Andria, cadde il discorso sul monumento suddetto. -D. Pasquale Fasoli Sindaco attuale di quella città, e mio Nipote, -perchè ha in moglie, la figliuola del fu mio fratello Giulio, e tutti -gli altri ch’erano presenti mi confermarono la generale opinione che -quel monumento fosse stato abbattuto di soppiatto e di nottetempo -dai Francesi nell’anno 1805 al tempo che l’armata Francese _di -Osservazione_ occupava que’ luoghi, e ’l Reggimento num. 42 che ne -formava parte era stanziato in Andria. - -Mi soggiunse anche il detto Signor Fasoli che il monumento suddetto -si trovava eretto in una masseria di semina denominata _S. Elia_ -che attualmente appartiene al Capitolo della Chiesa Arcivescovile di -Trani, ed è sita nel tenimento della città di Trani a tre miglia di -distanza tanto da Andria che da Corato. Che allora che venne lo stesso -diroccato, la lapide già detta colla iscrizione si era trovata rotta -e mancante nella parte superiore del lato sinistro di un pezzo di -quattr’once circa, per cui i primi versi della iscrizione sono mancanti -delle lettere finali. Che la lapide suddetta al momento formava parte -di un muro delle diverse fabbriche rustiche costrutte nella detta -masseria _S. Elia_. - -Mi fece conoscere in fine che trovandosi Sindaco della detta città di -Andria, aveva creduto poco conveniente a se ed al Corpo Municipale, -a cui ha l’onore di presedere che il monumento suddetto fosse -rimasto ulteriormente atterrato. Che quindi aveva diretto di uffizio -all’attuale Signor Intendente della Provincia un rapporto, col quale -gli aveva dimandato il permesso di rimetterlo di nuovo a proprie spese. -Nel ciò sentire non potei non rimanere sommamente compiaciuto del -sentimento veramente Italiano mostrato a tal modo da una persona che -strettamente mi appartiene, e che amo e stimo moltissimo per le sue -ottime qualità, e per l’affettuoso attaccamento che ha alla mia persona -ed alla mia famiglia. - -Quel discorso intanto mi eccitò la voglia di rivedere dopo tanti anni -quel luogo tanto per l’Italia memorando. Mi condusse ivi il dì seguente -lo stesso Signor Fasoli. Trovai che il monumento di cui si tratta -non è del tutto abbattuto. Vi rimane tuttavia fuori terra una linea -dell’antica fabbrica formata di grandi e solidissime pietre lavorate -che servivano allo stesso di base. Passai indi nel sito fabbricato -della masseria _S. Elia_, ed osservai che la già detta lapide formava -parte di un muro de’ diversi edificj rustici ivi costrutti, ed era -situata a pochissima altezza dal suolo; il che la faceva rimanere -esposta ad altri guasti che avrebbe potuto soffrire dalla indiscrezione -della gente di campagna. Non potè ciò non recarmi ammirazione! - -Avendo letta la iscrizione suddetta venni ad assicurarmi ch’era quella -stessa che nel libretto ristampato da Felice Mosca nell’anno 1721 si -vede riportata alla pag. 187. Dice ivi l’Editore sulla testimonianza -dello Scrittore _Giovanni Antonio Goffredo_ che la lapide suddetta -fu apposta nell’Epitaffio eretto nell’anno 1583 sul luogo istesso del -combattimento per ordine del Cav. Ferrante Caracciolo Duca di Airola, -Preside allora della Terra di Bari e della Terra di Otranto[297]. Il -tenore della iscrizione suddetta è il seguente - - _Quis quis es, egregiis animum si tangeris ausis,_ - _Perlege magnorum maxima facta Ducum._ - _Hic tres atque decem forti concurrere campo_ - _Ausonio Gallis nobilis egit amor._ - _Certantes utros bello Mars claret, et utros_ - _Viribus, atque animis auctet, alatque magis,_ - _Par numerus, paria arma, pares ætatibus, et quos_ - _Pro patria pariter laude perisse juvet._ - _Fortuna, et virtus litem generosa diremit,_ - _Et quae pars victrix debuit esse fecit[298]._ - _Hic stravere Itali justo in certamine Gallos,_ - _Hic dedit Italiæ Gallia victa manus._ - -In verità un fatto d’armi tanto celebre e classico avrebbe meritato una -penna migliore. Ad ogni modo è sempre laudabile sommamente la buona -intenzione, e ’l patriottismo del Duca di Airola nell’aver voluto a -tal modo onorarne e perpetuarne la memoria. Non sarebbe forse fuor di -proposito che alla iscrizione suddetta ne venisse sostituita un’altra -dello stesso metro, che la metto in nota, la quale potrebbe un poco -meglio corrispondere alle circostanze del fatto riportate nel precitato -libriccino[299]. Ritornando ora alla onorevole proposta del Sindaco -Fasoli per la restaurazione del monumento suddetto, si è veduta questa -ritardata per più mesi per la seguente circostanza. - -Il Signor Intendente della Provincia, benchè fosse stato animato -da uguale impegno perchè la cosa avesse avuto il suo effetto, volle -abbondare di civiltà e di riguardo verso il Capitolo di Trani. Quindi -con sua lettera di uffizio diretta a quel degnissimo Monsignor -Arcivescovo gli fece conoscere la dimanda del Signor Fasoli, onde -si fosse compiaciuto di passarla a notizia del Capitolo, sentire -le intenzioni dello stesso e comunicargliele. Quel Collegio rispose -coll’aver dato il suo consenso colla condizione espressa però che nella -esecuzione de’ lavori si avesse dovuto rimettere semplicemente l’antica -lapide senz’altra aggiunta, e si fossero chiamati i suoi Deputati per -essere presenti alla proposta ricostruzione del monumento suddetto. - -Il Sindaco Fasoli però non trovò per sè conveniente il ricevere leggi -da chi non aveva verun dritto di dettarle, ed avere de’ Soprastanti -per un’opera che sarebbe andata ad eseguirsi colla borsa sua, non -con quella del Capitolo di Trani. Fece quindi osservare al Signor -Intendente che quest’ultimo comunque si trovi ora proprietario di -quello stesso fondo, nel quale tre secoli indietro il detto antico -monumento in parte tuttavia esistente fu costrutto dalla Pubblica -Autorità, non perciò il sito da esso occupato può appartenergli. -Che il suolo occupato dai monumenti pubblici è di pubblica ragione, -costituisce una proprietà dello Stato, e non può riputarsi giammai di -privato dominio. - -Che quindi mancava al Capitolo suddetto qualunque dritto e qualunque -titolo per pretendere di dettar leggi e condizioni, e di presedere -anche alla ricostruzione da lui proposta. Che anzi abusivamente si -aveva appropriati gli avanzi del distrutto monumento, i quali non gli -appartenevano. Soggiunse quindi che tutto ciò che può riguardare i -monumenti pubblici che costituiscono una proprietà dello Stato, deve -dipendere esclusivamente dalle disposizioni e dai regolamenti suggeriti -dal Capo Politico della Provincia, o da S. E. il Signor Ministro -dell’Interno, non già dalle velleità di qualunque privato, o Corpo -Morale. - -Queste giuste e ben fondate osservazioni del Signor Fasoli il Signor -Intendente le comunicò al Capitolo suddetto, il quale non potè non -sentirsene imbarazzato. Conseguenza quindi di tal diverbio è stata che -il Capitolo unitamente al Sindaco di Trani son venuti a dichiarare -che trovandosi il monumento suddetto nel tenimento di quella città, -come innanzi si è detto, si sarebbero essi prestati a restaurarlo -sollecitamente. - -Quindi il detto Signor Intendente con sua lettera di uffizio diretta -al Sindaco Fasoli del dì otto Agosto 1844 num. 2292 gli ha partecipato -il risultamento suddetto, e gli ha soggiunto di aver creduto giusto -d’inerire alla proposta del Sindaco di Trani a motivo che il sito -del fondo _S. Elia_ è nel tenimento di quella città: di aver quindi -ordinata la regolare e celere esecuzione de’ lavori. Gli ha collo -stesso uffizio espresso anche il meritato elogio per aver spinta una -operazione da lui applaudita come gloriosa alla nostra Provincia, e -diretta a far risorgere un antico oggetto di tanto cara ricordanza. - -Sono anch’io contento appieno che il mio giusto desiderio di veder -rimesso di nuovo quel monumento di gloria pe ’l nome Italiano verrà -a rimanere appagato in un modo molto per me soddisfacente, attesa -la parte attiva che vi ha presa una persona che mi appartiene, ed ha -saputo prevenire i miei pensamenti prima che gli avesse conosciuti. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - L’autore al suo nipote Giovannino Jatta Pag. 3 - - Introduzione 5 - - INDICE DE’ CAPITOLI. - - CAPO I. - _Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città - di Ruvo_ PAG. 9 - CAPO II. - _Delle antiche monete della città di Ruvo_ 32 - CAPO III. - _La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che - vennero nella Italia prima della Guerra di Troja_ 35 - CAPO IV. - _Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle - arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua - origine Arcadica_ 56 - CAPO V. - _La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche - dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori_ 90 - CAPO VI. - _Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata_ 99 - CAPO VII. - _Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni_ 107 - CAPO VIII. - _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia - Angioina_ 122 - CAPO IX. - _Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia - Aragonese_ 164 - CAPO X. - _Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di - Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale - Dinastia Regnante_ 170 - CAPO XI. - _De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia - nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti_ 195 - CAPO XII. - _Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte - dalla prepotenza Baronale_ 209 - CAPO XIII. - _De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno - 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno - 1805_ 239 - CAPO XIV. - _Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine - del secolo XVIII in poi_ 261 - CAPO XV. - _Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, - sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, - e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione - comunale_ 304 - AVVERTIMENTO - _Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore_ 319 - - Indice generale 329 - - RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS 1 - - FRANCISCI M. AVELLINII EPISTOLA 21 - - HISTORIA DEL COMBATTIMENTO DE’ TREDICI ITALIANI CON - ALTRETTANTI FRANCESI 1 - - NOTA DELL’EDITORE 35 - - - - -NOTE: - - -[1] _Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses Diatriba I cap. V. -§. 2._ - -[2] _Ptolomæus lib. 4 cap. I._ - -[3] _Strabo lib. VI pag. 282._ - -[4] Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano -quarantacinque miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma -e Brindisi? È chiaro che si deve quì leggere _CCCLX M. Pass._ - -[5] _Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580._ - -[6] _Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58._ - -[7] _Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana -pag. 709 ad 715._ - -[8] _James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne -Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148._ - -[9] _Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590._ - -[10] Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di -Plinio in un modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti -in tutte le altre edizioni della stessa opera. Quindi li capi citati -dai Scrittori secondo le antiche edizioni non battono con quelli che -si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad evitare -l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’ -capi della sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe -potuto in vero risparmiarsi questo fastidio, il quale serve solo ad -imbarazzare chi legge senza veruna utilità, e lasciare la numerazione -de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre edizioni. - -[11] In altre edizioni vi è quì anche la parola _Aquini_. - -[12] In altre edizioni si legge _Deculani_, non _Æculani_. - -[13] In altre edizioni si legge _Etinates_, non _Meritanes_. - -[14] In tutte le altre edizioni si legge quì _Neritini_, e non già -_Netini_, vocabolo alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino, -come saremo or ora a vederlo. Nelle altre edizioni dopo la parola -_Neritini_, vi è anche la parola _Matini_ che quì manca. - -[15] Non vi può esser dubbio che colla parola _Rubustini_ sono -indicati gli abitanti della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i -Comentatori di Plinio, e con essi anche il P. Arduino. - -[16] Convengono essi del pari che sotto il nome di _Butuntinenses_ -sono indicati gli abitanti della città di _Bitonto_, antica città -della Peucezia. Il Vesselingio anzi nelle sue note all’Itinerario di -Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di aver veduta anche una -moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario -sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima -inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi -citato alla pagina 149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si -comprende però come Plinio abbia situato Bitonto tra le città della -Calabria, mentre non è distante da Ruvo più di nove miglia, e tanto -negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto nella Tavola -Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra. - -[17] In altre edizioni manca la parola _Paltonenses_. - -[18] Non già _Nerentini_, ma bensì _Neritini_ si legge nelle altre -edizioni. Tal lettura poi la presentano, non già _libri quidam_, come -dice quì l’Arduino; ma bensì tutte le altre edizioni di Plinio, non -esclusa la bellissima edizione anche di Parigi dell’anno 1545, che l’ho -pure nel mio Studio. - -[19] Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la -investigazione del sito dell’antica _Celia_ che Luca Olstenio l’ha -così bene situata a poche miglia al di là di Bari. Quest’antica città -è oggi uno de’ così detti _Casali_ di Bari che ritiene tuttavia il -nome di _Ceglia_ che viene da _Celia_. È questa città segnata anche -nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel -Commentario sulle tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag. -38 parla di Celia, e ne reca una moneta con Greca leggenda. Reca le -sue monete con tipi diversi anche il Signor Millingen nel precitato -suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore testimonianza -che _Ceglia_ sia l’antica _Celia_ sono gli eccellenti e magnifici vasi -fittili Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi -disotterrati ai tempi nostri. - -[20] Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον -proposta anche da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse -alla stessa sostituirsi la città che nella Tavola Peutingeriana è -chiamata _Natiolum_ quasi come un diminutivo di _Netium_. Ma l’Olstenio -che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei medesimo da -questo suo primo avviso, poichè riflettè che il _Natiolum_ della Tavola -Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani -nel sito dell’attuale città di _Giovinazzo_, e non già dentro terra tra -Celia e Canosa. Al che aggiungo che cotesta novella città della Tavola -Peutingeriana al tempo di Strabone non esisteva ancora. - -[21] Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata -innanzi. - -[22] _Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575._ - -[23] _Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo _Netium_, et verbo_ -Andria. - -[24] _Baudrand Geographia verbo_ Netium. - -[25] _Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95._ - -[26] La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata -nell’Itinerario di Antonino che come un luogo di passaggio, e di -riposo, e non già di fermata, giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici -miglia di cammino, e da Bitonto a Bari altre dodici miglia. Ventitre -miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, non di due -giornate. - -[27] _Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII._ - -[28] L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è -resa troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La -novella bellissima strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo, -Terlizzi, Bitonto etc. molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre -di essere più gaja, offre un comodo che nulla fa desiderare. È quindi -quella la strada che da tutti oggi è battuta. - -[29] _Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ._ - -[30] _Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II._ - -[31] _Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186._ - -[32] _Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia -di Bari._ - -[33] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251._ - -[34] _Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297._ - -[35] _Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV._ - -[36] _Frontinus de Coloniis capi XIII._ - -[37] _Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo_ Rubi. - -[38] _Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483._ - -[39] _Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533._ - -[40] _Cicero Oratio pro Archita cap. X._ - -[41] _Strabo lib. VI pag. 281 in fine._ - -[42] _Pomponius Mela De situ Orbis lib. II._ - -[43] _Silius Italicus lib. XII vers. 397._ - -[44] _Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39._ - -[45] _Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I._ - -[46] _Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V._ - -[47] _Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300._ - -[48] Jamblico nel capo XXIX dice così: _Per hæc utique studia tota -Italia Philosophis repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ -causa Magna Græcia cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis, -et Legislatoribus clarescentibus_. - -Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i -suoi discepoli erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni, -_ut non amplius in suas domos discedere sustinerent; sed una cum -liberis, et conjugibus ingenti Homacoio ædificato condiderint illam, -quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: leges quoque, -ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter quæ -quidquam facere illicitum sibi duxerunt_. - -[49] _Cicero Tusculan. lib. I cap. 16._ - -[50] _Idem Tusculan. lib. II. cap. 17._ - -[51] _Gellius N. A. lib. III cap. 17._ - -[52] Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che -componevano la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la -Scillatica, la Sibaritica, la Eracleese, la Metapontina e la Tarantina, -alle quali aggiungono taluni anche la Petelina dalla città denominata -_Petelia_ che Virgilio la crede una picciola città fondata da -Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre. - -[53] È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di -Porcio Catone non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso -le notizie opportune di tante città della Italia, la origine delle -quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi Geografi è rimasta in una -perfetta oscurità. - -[54] Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX -sez. IV §. 566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni -prima della Guerra di Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto -riportato da Dionigi di Alicarnasso, cioè nella venuta nell’Italia di -Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non convenire venendo lo -stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci e -Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo. - -[55] _Dionys. Halicarnassi lib. I._ - -[56] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III._ - -[57] _Idem loco supra citato cap. XLIII._ - -[58] _Strabo lib. VI pag. 277 ad 282._ - -[59] _Plinius lib. III cap. XI._ - -[60] _Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV._ - -[61] _Strabo dicto lib. VI pag. 283._ - -[62] _Ptolomæi Geographia lib. I cap. I._ - -[63] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714._ - -[64] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._ - -[65] _Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570._ - -[66] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6._ - -[67] Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche -ivi si trovano buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma -non sono persuaso appieno che sia questa l’antica città chiamata _Sub -Lupatia_ nell’Itinerario di Antonino, poichè non corrispondono le -distanze in esso indicate. - -[68] _Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis. -Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604._ - -[69] _Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a -t._ - -[70] _Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128._ - -[71] _Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205._ - -[72] Si noti che il Garagnone è chiamato _Castrum_, vocabolo il quale -corrisponde all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato. - -[73] _Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94._ - -[74] _Fasciculus 86 fol. 55._ - -[75] Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente -a ciò che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era -governato dal Nobile Fra Rengaldo _Ordinis Sacræ Domus Hospitalis_. - -[76] _Ptolomæus lib. III cap. I._ - -[77] _Plinius lib. III cap. XI._ - -[78] _Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ._ - -[79] Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca -nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di -Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei -stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce. - -[80] Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate _Isole di -Tremiti_ e da Cornelio Tacito _Trimetum lib. IV Annalium cap. 7_. -Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che -siano cinque; ma Strabone n’enumera due. - -[81] _Strabo lib. VI pag. 284._ - -[82] Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV -delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome -_Venulo_ essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella -guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò -mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira -di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome _Acmene_ di -carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in -invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio? -Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto -un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor -numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono -ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli -crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte -toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro -XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso -fatta da _Venulo_ ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui -prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che -i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo -di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui -sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel -modo predetto. - - _Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,_ - _Et socii amissi petierunt æthera pennis,_ - _Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum_ - _Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent._ - -[83] _Livii Histor. lib. XXV cap. 12._ - -[84] _Arnobius lib. IV pag. 119._ - -[85] _Silius Italicus lib. VIII vers. 242._ - -[86] _Idem lib. IX vers. 60 et sequent._ - -[87] _Plinius lib. III cap. XI._ - -[88] _Ptolomæus lib. III cap. I._ - -[89] Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di -conservare le antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono -D. Giuseppe Caputi ha conservati tutti i vasi che si trovarono ne’ -suoi fondi suburbani in occasione di essersi scavato il terreno per -piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi sono pero -tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno -riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, -e ’l fu mio cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed -amanti dell’onore della nostra Patria. Non posso che lodare sommamente -questo loro sentimento che lo avrei desiderato anche in altri che hanno -preferito l’interesse, benchè non fossero stati bisognosi. - -[90] _Anacreon De amatoribus Odarium._ - -[91] _Apulej asinus aureus lib. II._ - -[92] _Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4 -Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122._ - -[93] _Virgil. Georg. 1 vers. 262._ - -[94] _Idem Georg. III vers. 157._ - -[95] _Tacitus Annalium lib. III._ - -[96] _Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442 -Planche XV._ - -[97] _Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I._ - -[98] Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v. -214, e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il -modo in cui avesse potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore -più caldo. Venere rispose che veniva volentieri a prestarsi alla di lei -richiesta. - - _Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum_ - _Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:_ - _Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,_ - _Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum._ - _Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit_ - _Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui_ - _Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto_ - _Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis._ - -[99] _Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque, -Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262._ - -[100] Ibidem Planche XLIX L. A. - -[101] _Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ -formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam -Eurybates. Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc -imberbis. Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit. -Electra heræ calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ -Homerus in Iliade usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad -muros euntes facit. Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo, -mæstus ut qui maxime: Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel -prius quam inscriptionem legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25._ - -[102] _Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35._ - -[103] _Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24._ - -[104] _Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26._ - -[105] _Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces._ - -[106] _Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151._ - -[107] _Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26._ - -[108] _Idem Georg. III vers. 392._ - -[109] _Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30._ - -[110] _Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6._ - -[111] _Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168, -et 169._ - -[112] _Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem._ - -[113] Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle -stomachevoli oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto, -di Vulci, e di Canino. Le pitture oscene le condanna giustamente -Aristotile _Polit. VII 15 (vulg. 17)_, le ripruova con indignazione -Properzio _eleg. II 5 vers. 19 et sequ._ Il gusto di Tiberio per queste -pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro -le stesse S. Clemente Alessandrino _in Protrept. pag. 52, e 53_. La -continenza, e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto -la morale tanto degli antichi abitanti della nostra città che de’ -Pittori. - -[114] Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in -seguito è questa città chiamata _Terlitium_, e non _Turricium_. Nelle -carte della Geografia antica pubblicate da diversi Scrittori manca -questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri Pubblici, e nelle -carte Geografiche recenti è chiamata _Terlizzi_. Non si cangiano i nomi -delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare -ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli. - -[115] Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario -che passa tra un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo -Canonico Mazocchi non sognò mai di ripetere l’antichità di quella città -dalle sole tavole ivi rinvenute, ma anche dalla Storia, dalla Geografia -antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, e sodo Scrittore -fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, sia -sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che -sull’appoggio di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete, -le quali non possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un -vasellino trovato per azzardo in un sepolcro, siasi elevata una Torre, -e creata una supposta antica città sconosciuta del tutto agli antichi -Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro ha -potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che -un sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città -recente. Per ragionarsi a questo modo bisogna aver la testa molto -riscaldata. - -[116] Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi -che nell’Italiano si dice _Terlizzi_, e non _Terlizzo_, e che i -Popolari dicono _Terrizz_, e non _Turrizzo_. Il linguaggio popolare del -luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli. - -[117] Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi -degli _uomini dottissimi_ che gli fecero pervenire la copia di cotesta -lapide, e ’l luogo ove possa la stessa essere osservata da chi ne sia -curioso. Non si comprende poi come nella parola mutilata _Turri_... -abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome della città -chiamata _Turricium_ creata solo dalla forza della sua immaginazione! -Molto meno ci ha fatto sapere come il suo _Turricium_ possa combinarsi -colla parola FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero -il seguente risultamento _Filius Turricii_. Corrisponde lo stesso a -meraviglia al concetto del Signor Martorelli!!! In fine non è cosa meno -lepida il vedersi che da una pretesa lapide che segna l’anno DCCCVI ne -abbia egli inferito che il suo _Turricium_ già esisteva _inter Apuliæ -urbes felicioribus sæculis!_ Belle visioni! - -[118] È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse -ai tempi di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il -primo nel luogo riportato innanzi al Capo III ci fece conoscere un per -uno i nomi delle antiche città della Peucezia, tra le quali _Ruvo_ -e _Bitonto_. E ’l _Turricium_ di Martorelli dov’è? È ben curioso -anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata _Turricium_ -era edificata _prope viam Trajanam!_ La via Trajana però, di cui si -vedono ancora gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo -stesso modo che si vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e -nell’Itinerario Gerosolimitano. La città di Terlizzi è a due miglia di -distanza dalla via Trajana al lato sinistro di essa. Come si è potuto -portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono sotto i -sensi? - -[119] _Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena._ - -[120] Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto _Rudas_ non si -vede riportato col solito segno che distingue le città. Si vede bensì -tal nome scritto vicino ad una laguna che sembra un lago, il quale -comunica col mare Adriatico per mezzo di un canale segnato nella Tavola -suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. Quindi cotesto -antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso -pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda _lama_, o -sia vallone che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora -passa la bella strada consolare della marina per mezzo di un ponte ben -lungo e magnifico ch’è convenuto ivi formarsi con una spesa non lieve. - -[121] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297._ - -[122] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t._ - -[123] Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città -adoperato ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo -Stemma antico non si conosce), è una pianta di _Rovo fiorito_ messo -in una testa. È chiaro che i nostri colti Antenati adottarono nel ciò -fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora però che si è venuto -a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna che -cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si -prenda dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia -del suo nome, come saremo or ora a vederlo. - -[124] _Dionys. Halicarnass. lib. I._ - -[125] _Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43._ - -[126] _Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246._ - -[127] _Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9._ - -[128] _Strabo lib. VIII p. 360. Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap. -31. Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii._ - -[129] _Strabo lib. VIII pag. 386._ - -[130] _Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145._ - -[131] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine._ - -[132] _Strabo lib. VIII pag. 387._ - -[133] _Idem pag. 388._ - -[134] _Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25._ - -[135] _Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6._ - -[136] _Herodotus lib. I cap. 145._ - -[137] _Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne -Italie. Rubi in Peucetia pag. 150._ - -[138] _Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528._ - -[139] _Dionys Halicarnass. lib. I._ - -[140] _Virgilius Eclog. X. vers. 31._ - -[141] _Frontinus De coloniis cap. XIII._ - -[142] _Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV._ - -[143] _Tacitus Annalium I cap. 54._ - -[144] _Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI._ - -[145] _Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII._ - -[146] _Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis._ - -[147] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47._ - -[148] _Idem Tom. V pag. 77._ - -[149] _Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno 850 -usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag. -45._ - -[150] Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto -il Vescovo di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni -della sua Chiesa. Molto meno s’intende il perchè volle esigere la -scorta di un uomo a cavallo tutte le volte che si recava non solo a -Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo di Ruvo -sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il -perchè esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa -bisogna dire che vi siano stati allora tra le due città altri rapporti -Ecclesiastici a noi ignoti. - -[151] _Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et -sequent. et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V -pag. 618 et 619._ - -[152] _Virgilius Georg. lib. I vers. 266._ - -[153] _Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo_ Rubeus. - -[154] Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che -l’Abate Telesino nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e -seguenti del libro II della sua Storia lo chiama _Alexander Comes_. - -[155] _Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital. -Scriptor. Tom. VII pag. 186._ - -[156] _Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom. V pag. -109 et 115._ - -[157] _Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco -Beneventanus loco supra citato pag. 115._ - -[158] _Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit. -E._ - -[159] _Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom. V -pag. 262 et sequent._ - -[160] _Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B._ - -[161] _Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum Ital. -Script. Tom. VII pag. 977 lit. D._ - -[162] _Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis._ - -[163] _Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio -Post mortem Baronis lib. III tit. 25._ - -[164] Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che -copiò e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che -quì è chiamato _Rodulfus de Colna_ ne’ Registri posteriori che saranno -più giù riportati è chiamato _Arnulfus de Colant_. Anzi è notabile che -in una Lettera Regia scritta al Giustiziere della Terra di Bari nello -stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di Molfetta nel -territorio di Ruvo si legge così. _Ranulfi de Colant Domini Terræ Rubi. -Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187_ a t. - -[165] _Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I._ - -[166] La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una -lapide che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura -della Sacrestia; ma sono stato assicurato che stava prima nella scala -dell’abitazione del Cappellano. Che non molti anni indietro uno de’ -passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento da quel sito, -e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra molto -più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue - - MCCCCXXXIII - HOC OPVS DEVOVIT FIERI - FRATER ANDREAS DE CVRNIMO - AD HONOREM - B. M. V. MATRIS DE CALENTANO - MAGISTER PALMIRI - FECIT - -[167] _Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t._ - -[168] _Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t. Anni -1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42._ - -[169] _Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t._ - -[170] _Dicto Regest. fol. 21 a t._ - -[171] _Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82._ - -[172] _Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t._ - -[173] Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data -nella Lettera del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato -alla esecuzione degli ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati -al servizio militare avrebbero potuto trovarsi a S. Germano undici -giorni prima del dì 25 Gennajo, data della lettera, colla quale veniva -loro ciò ordinato? - -[174] _Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113._ - -[175] _Fasciculus 86 fol. 55._ - -[176] Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca -di quella informazione senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della -Terra di Bari di cui innanzi ho parlato. Costando dai Registri di Carlo -II testè riportati che la città di Ruvo nell’anno 1291 era tuttavia -posseduta dalla famiglia _de Colant_, e da quelli del Re Roberto che -nell’anno 1310 Galeraimo _de Juriaco_ aveva perduta quella città per -contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è -riportato come Feudatario di Ruvo Roberto _de Juriaco_ è dell’epoca del -Re Carlo II. Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario -di Ruvo, e nell’anno 1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo -di Ruvo era passato a Galeraimo che lo perde per la sua contumacia. -Un registro dunque che parla del detto Roberto è del tempo intermedio, -quando regnava ancora Carlo II. - -[177] Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo -a cui era stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle -cose dette innanzi risulta che non poteva questi esser altri che -Roberto, o Galeraimo _de Juriaco_. - -[178] Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con -migliore ortografia al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice -delle nostre antiche leggi. Pruova lo stesso gli abusi della prepotenza -Baronale a cui fu nella necessità di apporre un freno. - -[179] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227._ - -[180] Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di -cui quì si parla. _Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel -concavo di ambe le mani per lo lungo accostate insieme_ quantum cavis -manibus continetur. - -[181] Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo -quelle officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori -antichi di belle e capricciose forme. - -[182] Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole -non s’intendono. - -[183] _Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115._ - -[184] Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò -di quello di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul -territorio di Ruvo e cercava usurparlo a danno suo e degli abitanti -della città di Ruvo. Quindi scrisse il Re nel dì 14 dicembre 1269 una -lettera molto energica al Giustiziere della Terra di Bari perchè si -fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà -avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al -Feudatario di Terlizzi _sub certa pœna_, e nel suo nome che non avesse -più osato di stendere le mani sul territorio di Ruvo. _Regest. Caroli I -anni 1269 lit. D fol. 109 a t._ - -[185] _Regest. Regis Roberti anni 1309 lit. H fol. 304 a t._ - -[186] _Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129._ - -[187] _Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone nel -principio del libro XXIII della sua Storia Civile._ - -[188] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547._ - -[189] È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si -volle minutamente riportare la storia delle discussioni seguite sulla -dimanda di Margherita Pipina attese le circostanze delicatissime nelle -quali la Regina si trovava in faccia al Pubblico. Si fece ciò per -allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire la vedova -di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere -che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura -discussione. - -[190] _Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10._ - -[191] _Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610._ - -[192] _Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637._ - -[193] _Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli -altri Scrittori da lui citati._ - -[194] _Polybii Histor. lib. V._ - -[195] _Muratorius loco supra citato pag. 585._ - -[196] _Muratorius ibidem pag. 680._ - -[197] Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella -conservazione di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono -mantenimento de’ vasti tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però -che sono stato in Ruvo ho veduto non senza un positivo rancore che -le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’ tetti erano stati -per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato -a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio -malcontento. Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio -D. Domenico Chieco di essersi già dato l’opportuno riparo a questo -grave inconveniente che avrebbe potuto trarsi dietro conseguenze assai -fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo suddetto nel tratto -successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi quella -stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito -anderò a dire. - -[198] _Muratorius loco supra citato pag. 652._ - -[199] _Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e lib. -III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII cap. -I._ - -[200] _Fasciculus XI fol. 176 et 177._ - -[201] _Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151._ - -[202] _Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla -Famiglia Orsini._ - -[203] I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’ -Quinternioni. È chiaro però che la città di Ruvo con altri feudi di -sopra riportati pervenne a Gabriele del Balzo Orsini dal Principato di -Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe di Taranto a cui -apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo innanzi -citato alla pag. 158. - -[204] _Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e -Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle -Provincie di Capitanata e Bari fol. 172._ - -[205] _Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj -innanzi citati._ - -[206] _Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di -Capitanata e Bari fol. 172._ - -[207] _Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A -Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209._ - -[208] _Tacitus Annalium lib. IV._ - -[209] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib. -II. Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno -di Napoli lib. XXIX cap. IV._ - -[210] Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo -dell’Impero Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa -battaglia di _Jena_ guadagnata da Napolione Buonaparte contro i -Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna di _Rosbacch_, trofeo -della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande Re di -Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano -essi perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria -militare di Federico che seppe guadagnarla? - -[211] La città di Castellaneta non è _vicina_ a Barletta; ma bensì alla -distanza di ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi -nel fatto di cui si parla non bene riportato dal Guicciardini come più -giù saremo a vederlo. - -[212] Ruvo, non _Rubos_, non è stata mai una _Terra_; ma in tutti i -tempi è stata sempre considerata come una città distante da Barletta -sedici miglia e non già dodici. - -[213] _Guicciardini Storia d’Italia lib. V._ - -[214] Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo -Giovio dice di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di -Consalvo, sia stata quella che tredici anni dopo nell’anno 1516 fu dai -Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di miglior costruzione, come -più giù saremo a vederlo. - -[215] _Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II._ - -[216] _Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani -di Gravier Tom. VI._ - -[217] _Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105._ - -[218] _Tacitus Histor. lib. I._ - -[219] Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro -giornale delle due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la -rubrica di _Spagna_ ha recato il seguente articolo dell’_Heraldo_ -(foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo di Cordova fece -edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata, -ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada, -il suo ritratto in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto -Monastero rispettato dai Francesi nella invasione dell’anno 1810 per -i tanti pregevoli monumenti di belle arti che vi erano, è rimasto -ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: _Ma ciò ancora più -imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella -principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la -sua spada al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i -modiglioni. Dopo tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba -dell’eroe venne aperta ed i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là; -una delle sue mandibole con tre denti è per caso rimasta con qualche -altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto a tale racconto, -diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835, la spada -di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi._ Dio mi guardi dal -compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un -avvenimento di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed -ove anzi si pecca di soverchio orgoglio nel vanto degli uomini di -guerra prodi e famosi che ha prodotti, non può non farmi una forte -impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia di Dio -gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a danno -della nostra povera città. - -[220] _Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143._ - -[221] _Quinternione XXI fol. 212._ - -[222] Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e -Giovanni _de Mapono_ dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII -pag. 130 si dice che la casa data dal Vescovo e dal Clero era sita _in -loco Porte de Noha_. Quale sia stata la Porta che portava questo nome -lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta dalla Università di -Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio Pincerna -di Ruvo ove si legge così: _Accessimus ad domos ipsius Universitatis A -PORTA DE NOJA juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas -pro actis publicis peragendis_. La casa della Università quì indicata -stava appunto nel sito di questa porta come saremo or ora a vederlo. -Cotesta proccura sta al foglio 121 del Protocollo di quell’anno del -detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua scheda quando io lo -lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro il di lui -successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico -nome della porta suddetta era _Porta di Noja_. - -[223] Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una -costumanza delle antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro -porte la statua di Minerva. Dal che prese cotesta Dea anche il nome di -Πολιάς o Πολιοχος _urbis custos_. - -[224] _L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif._ - -[225] _L. ff. Ne quid in loco sacro._ - -[226] Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati -parecchi con figure a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo. -Io ne ho tre, e D. Salvatore Fenicia uno. So con sicurezza di esserne -passati altri anche all’Estero. A cotesti vasi allude la parola -_sculpta_. - -[227] Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine -città vanno a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà -dell’aere che ivi si respira, e la ridente situazione della nostra -città. - -[228] _Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110 fol. 24 a t._ - -[229] _Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103._ - -[230] Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano -ai Baroni un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della -Sovranità. Non erano i Baroni _Signori_ degli uomini de’ loro feudi, -ma erano anch’essi sudditi del Re come tutti gli altri. Cotesto titolo -quindi di _Signori_ peccava di soverchia baldanza. - -[231] _Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per -gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63._ - -[232] _Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42._ - -[233] Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D. -Isabella de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona. -Ecco perchè si dice quì _la cità vostra de Rubo_. - -[234] _Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera -Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23._ - -[235] Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui -innanzi si è parlato. - -[236] _Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni -Doganali fol. 113._ - -[237] _De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia -Part. I cap. V n. 22 pag. 217._ - -[238] Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai -regolamenti del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si -chiamavano _disordini_. - -[239] Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel -feudo era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita -che lo stesso aveva data nell’anno della morte del suo predecessore. -Cotesto pagamento si chiamava _Relevium_. Per liquidarsene l’importo -il Tribunale della Regia Camera della Sommaria prendeva informazione -della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che componevano -il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere -quali questi erano. - -[240] Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno -1808 dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo -adiacente denominato la _Piantata_ di qualità burgense, di cui vi sarà -in seguito la occasione di far menzione. - -[241] Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla -detta pag. 201 Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò -di cotesto antico contratto, e quindi fece la seguente dichiarazione: -_Pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim pro -servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem Excellenti -Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo nemore -non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni -cujuslibet_. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati -mille e cento convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano -per l’erba del Bosco di Ruvo ed altri seicento per quella delle murge -di Ruvo e Minervino. - -[242] _Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122._ - -[243] Per _demanio de Rubo_ si deve quì intendere il demanio -delle murge. Primo perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla -convenzione dell’anno 1473 passata tra il Re Ferdinando I di Aragona e -Pirro del Balzo dicono che il _riposo_ per le pecore del Tavoliere fu -accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il rimanente demanio -di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle masserie di -semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun -dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere. - -[244] _Commun. XVIII ann. 1473 e 1474._ - -[245] _Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222._ - -[246] L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene -a che alludono. Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese -entrato in quel bosco valendosi del proprio dritto non si era trovato -più nè vivo, nè morto. Gli antichi Duchi di Andria non sono stati coi -Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti come lo furono i Padroni di -masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente. - -[247] _Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36._ - -[248] In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per -_fuochi_. Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia -formava un fuoco. Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero -de’ fuochi risultava la somma che pagar doveva il Comune. Quindi il -prezzo della Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi e Misure fu -caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva allo Stato -secondo il numero de’ fuochi. - -[249] _Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t._ - -[250] _Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q Scanz. I -n. 166 fol. 160 retro et 161._ - -[251] _Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc._ - -[252] _Fol. 216 detti atti._ - -[253] _Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città -di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42._ - -[254] _Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in -Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25._ - -[255] _Fol. 44 e 48 detti atti._ - -[256] Pe ’l noto Capitolo _Non sine prudentis_ del Re Ladislao -dell’anno 1403 era vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare -atti a favore de’ Baroni, ed erano questi obbligati a valersi di Notaj -di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si era valuta de’ Notaj -delle Regie città convicine. - -[257] Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida -nelle cinque vastissime contrade demaniali denominate _le matine, -le strappete, le ralle, monserino_ e _bel luogo_, perchè in esse il -terreno è tutto _appatronato_ ed occupato dalle masserie di semina de’ -cittadini. - -[258] Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più -venuti fidatarj forestieri del Barone nella contrada delle murge, e -quel pascolo estivo preziosissimo è rimasto per lo intero al pieno -comodo de’ cittadini. Stabilita col patto IV la preferenza degli -animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge la -fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che -sono sparsi in tutti i punti di quella contrada, si venne a rendere -impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri in tutta la continenza -delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli animali -forestieri. - -[259] Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico -Teologo D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio -ed uomo dottissimo, mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’ -miei primi studj di Umanità, ne’ quali fui istituito in Ruvo da un -Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne occupò colla massima -cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui memoria. -La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo -Sancio che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto -del mio profitto e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia -istruzione. - -[260] _Tacitus Historiarum lib. I._ - -[261] Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione -Civile e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione -di diversi Feudatari tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il -perchè vi era allora in Ruvo un Governatore e Giudice destinato dal Re. - -[262] _Tacitus Histor. lib. I._ - -[263] Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di -chiudersi la sera le porte della città si parla anche nello strumento -di transazione stipulato col Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel -Capo precedente. - -[264] _Polyb. Histor. lib. III._ - -[265] Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La -popolazione della città di Andria è per se stessa molto ostinata -ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione soffrì un gravissimo disastro -al tempo della Regina Giovanna I minutamente descritto da Domenico -di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori _Rerum -Italicarum Scriptores tom. XII_ pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e -Lombardi ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di -settemila tra fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver -consumato e devastato quanto vi era in quella povera città presero -la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere per loro stessi, e -per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono -quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato -_Malispiritus_ Comandante della Città di Andria, come si è detto -innanzi al capo VIII pag. 155. - -Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere -al Comandante suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro, -e gli assicurò che sarebbe concorso a tutto ciò che si era da essi -determinato; ma soggiunse. _Quia vero civitas Andriæ dominio suo erat -valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum non fieret -civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed -mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque -necessaria eos emere permittebat._ Se ne contentarono i Tedeschi, e -quindi si accamparono come amici in una pianura fuori della città. -Il Comandante suddetto rientrato in essa fece tutto conoscere ai suoi -abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe accampate tutto -ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento. - -I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro, -sospettarono un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri -richiesti. Ne rimase di ciò indignato il Comandante suddetto, e non -mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano la città ad un grave -disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare per forza ciò che -ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate -rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella -città i loro messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri, -e qual colpa avevano commessa a danno de’ suoi abitanti per meritare -un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente risposto dai popolari che non -volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero quindi le porte, e gli -Andriesi si posero in armi. - -Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto -oltraggio, fu presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e -devastare la città. Vi erano però tra esse alcuni Capitani Tedeschi, i -quali avendo ricevuti per le loro compagnie con anticipazione i soldi -fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio del -Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito -_quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur_. -Rimasti fermi in tal proponimento, si diressero _a Giannotto Brancasio_ -nobile Andriese, gli fecero conoscere le intenzioni de’ loro compagni -di depredare la città, lo animarono a difenderla vigorosamente, e si -offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e prestarsi alla -loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile, -ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono. -Quindi li Capitani suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri, -non vollero prender parte a tale aggressione, e si accamparono in una -pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare. - -Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi -nell’assaltare la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano -i primi rivolti i loro sforzi contro quella porta della città che -porta il nome di _porta del castello_, perchè era quello il punto più -debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi straordinarj -coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo -mentre surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e -’l Comandante _Malospirito_, poichè i primi lo chiamavano traditore, -ed intelligente dell’aggressione che la città stava soffrendo, e ’l -secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare il -detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da -ambe le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi -nel castello per salvare la sua vita. I soldati della guarnigione -irritati dal vedere maltrattato a tal modo il loro Capo cominciarono -a tirare dalla sommità del castello colle balestre e coi sassi contro -i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse -ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi -ed i Lombardi entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che -rifugge l’animo dal commemorargli. - -Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in -mezzo a tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria -soffrì quel lagrimevole disastro per la ostinazione de’ suoi popolari -non suscettiva di veruna scusa, poichè il negare i viveri a chi -vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un esercito che può -prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, e -cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una -popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno -1799 era mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa -avversione per i Francesi? - -[266] Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila -e cinquecento nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia, -e molto poco considerata. Troppo ci vuole per poter perire tanta gente -in un conflitto di sola fucileria, senza l’artiglieria e senza venirsi -alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita nelle Puglie fu appena -di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se avesse perduti -in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero -de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però -sta in contrario, poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna -proseguì le sue operazioni guerresche con avere espugnata la città -di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche sollevata, occupata Bari, -saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica Celia) che le -opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia -di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze -che in seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che -mal converrebbero alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi -la perdita tutto al più di qualche centinajo di uomini, giacchè a -niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso degli estinti, i -quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di -bruciare i cadaveri. - -[267] Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere -Monache cacciate dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di -Ruvo ne prese tutta la cura, e nel partire da Andria le affidò al suo -Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero come fu da costui -eseguito col massimo e laudabile zelo. - -[268] Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi -giorni dopo l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune -famiglie amiche. Avendo avuta la curiosità di osservare i luoghi ove -si era combattuto, mi assicurai che le muraglie niun danno avevano -sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. Ma le -baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia -della gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate -dalle palle della fucileria degli assedianti entrate per i vani delle -cannoniere. - -[269] Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi _PP. -Riformati_. Son essi però _Minori Osservanti_. - -[270] La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’ -luoghi obbliga i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per -poterne migliorare la coltura. Cotesta operazione che col linguaggio -del luogo si chiama _scatenare_ è per se stessa utilissima. Non è però -tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle -strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le -pietre suddette rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi -stessi donde vengono estratte di parieti a secco più alti e più forti -del solito che si pratica in quella Provincia. Sarebbe ciò anche -conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono -ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più -avanzato non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna -vergognosa e molto riprensibile che per farsi il misero risparmio -di poche grana la canna si abbia la temerità e la indiscrezione di -gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche strade! Ed è -anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con -indifferenza dalle Autorità municipali! - -[271] _Livii Histor. lib. XVI cap. 29._ - -[272] _Tacitus Histor. lib. II._ - -[273] _Cicero Orator. cap. XXIV._ - -[274] _Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II -Section. VI §. I pag. 85._ - -[275] _Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia cap. V -§. 2 pag. 24._ - -[276] _Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus -censuit. L. 10 ff. de Probationibus._ - -[277] _Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, -qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque -Sempronius et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante -Trojanum bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione -Græca, quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ, -aut quo casu patrias sedes reliquerint._ - -[278] _Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum -numorum catalogo, dono dedit _cl. Ioanni Iatta_ egregius rubastinus -medicus, et studiosus antiquitatum cultor_ Vitus Tambone. - -[279] Millingen _supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc. -Italie pl. II f. 5_, Eckhel _sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3_. - -[280] Avellinii _Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl. -p. 31_, Milling. _l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13_. - -[281] Eckh. _l. c._ Avell. _l. c. tom. II p. 17 n. 158_. - -[282] _A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus, -sollicitatus._ Iustin. _lib. XII c. 2. Confer quoque_ Strabonis _lib. -VI pag. 280 Casaub._, Livium _lib. VIII cap. 17 et 24_, Gellium _noct. -attic. lib. XVII cap. 21_, Aristotel. δικαιὠματα πολέων _apud_ Ammonium -_in_ νῆες. _Vide_ Niebuhrii _histor. rom. gallicae versionis tom. III -pag. 144 seqq. edit. Bruxell._ - -[283] Milling. _anc. coins p. 11 seq._ - -[284] _Saturn. lib. I c. 23._ - -[285] Eck. _doctr. tom. V p. 348_, Emeric-David _Jupiter t. II p. 376 -seq._, Creuzer _Symbolik tom. III p. 149, 3. edit._ - -[286] Gell. _noct. att. lib. V c._ 12, Eck. _doctr. tom. V p._ 219. - -[287] _Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam -perperam_ Hunterus _Agrigentinis tribuit: dedit iterum_ Milling. _anc. -coins p._ 12, _tab._ 1 _f._ 18 _seq_. - -[288] _Lib. VIII c._ 24. - -[289] _Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p._ 350 seq. _Aliter tamen -expeditionis et mortis Alexandri annos statuit_ Frölichius _reg. vet. -num. p._ 33. - -[290] _Osservazioni sopra talune monete pag._ 20. - -[291] _L. c. p._ 62 _seq_. - -[292] _Bullet. arch. napol. anno II p._ 117. - -[293] Plauti _Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice -Hercule confer_ Luciani _mortuor. dial. 16_. - -[294] _De Dasio Altinio Arpano vide_ Liv. _lib. XXIV cap. 45_, Sil. -Ital. _lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem_ -Livium _lib. XXVI c. 38_, Appian. _bell. annib. cap. 45 et 47, et_ -Valerium Maximum _lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui -Annibali Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem_ Livio _lib. XXI -cap. 48. Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55._ - -[295] _Lib. XII c_. 2. - -[296] _Schidone._ - -[297] _Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata -Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag. -26_. - -[298] Si deve quì leggere piuttosto _fuit_, non _fecit_. - -[299] - - _Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis_ - _Infixa est animo, Lector, honosque tuo,_ - _Si gesta Heroum monumento digna perenni_ - _Vera tibi præbent gaudia, siste gradum._ - _Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,_ - _Ob laudis stimulum, conseruere manus,_ - _Congressique pares numero, et florentibus annis,_ - _Attamen haud similes viribus, atque animo._ - _Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes_ - _Experta est nostras in sua damna manus._ - _Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,_ - _Sed non pugnatum Marte, manuque pari._ - _Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,_ - _Armaque Victori tristis, equosque dedit,_ - _Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota_ - _Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit._ - _Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,_ - _Italia æternum quæ resonabit io._ - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a -pag. a348 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo. - -La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da -una barra. Un ^ indica che la lettera seguente è in apice. - -Per comodità di consultazione l'indice dei capitoli, nell'originale -relativo solo alla prima parte del testo, è stato trascritto e -integrato a fine volume così da fornire un'indicazione completa. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CENNO STORICO SULL'ANTICHISSIMA -CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online -at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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Sarà forse questa l’ultima mia -produzione letteraria. Il peso degli anni aggravato vie più -dalle forti e continue traversie di salute che sto soffrendo, -a grandissimo stento ha potuto permettermi di soddisfare -questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo indirizzo -a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del -santo amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi -se io l’ho sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure -allo stesso modo.</i> -</p> - -<p> -<i>Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel -bujo che teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine. -Mi lusingo di averlo fatto non senza un successo che riempie -il mio cuore di gioja, e compensa largamente il travaglio -non lieve che mi è ciò costato. Manca al mio lavoro -quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata; ma -i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua -energia, ed illanguidiscono l’applicazione.</i> -</p> - -<p> -<i>Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi -mancante nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me -cominciata per l’onore della nostra Patria. Continuando con -<span class="pagenum" id="Page_a4">[a4]</span> -fervore ad istruirti nelle Lettere, facendo di esse la tua -passione e la tua delizia, ed incitando il tuo cuore a questa -santa emulazione, potrai porti in grado d’illustrare vie -più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle cognizioni, -delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro.</i> -</p> - -<p> -<i>Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io -ho terminata. La tua posizione, le tue circostanze, il mio -nome istesso che tu porti ti chiameranno un giorno a prender -parte nelle cose relative alla nostra Patria. Cerca sempre -di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi per sostenerne -l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti, per -promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi, -ed i partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi.</i> -</p> - -<p> -<i>È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù -dell’uomo dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui -devi tu aspirare. Sii sempre unito ai veri e bravi cittadini -che sinceramente divideranno con te questi nobili e virtuosi -sentimenti. Guardati da chiunque con mentito zelo ha la Patria -solo nella bocca, e nel cuore il proprio interesse. Sarebbe -desiderabile che questa razza di uomini non vi fosse; -ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a -profitto questo mio avviso.</i> -</p> - -<p> -<i>Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal -tuo amore e rispetto per me che la Popolazione di Ruvo -dalle tue operazioni abbia sempre a lodarsi di averti io allevato -con que’ medesimi sentimenti diretti al vero bene della -comune Patria che in ogni tempo ha in me costantemente -sperimentati.</i> -</p> - -<hr class="silver" /> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a5">[a5]</span> -</p> - -<p> -<a id="intro"></a>È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le -notizie istoriche relative all’antichissima città di Ruvo mia patria -che ho sempre amata, ed amo sommamente. Ma quando -li miei anni erano verdi e la mia salute robusta, prima le -occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri della Magistratura -non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili -ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio, -mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza -positiva del materiale che bisogna per potersi tessere -una Storia. -</p> -</div> - -<p> -Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono -rimaste nella oscurità sia perchè sono mancate le occasioni -che avrebbero potuto dare agli antichi Scrittori la opportunità -di parlar di esse, sia perchè le opere di coloro che ne han -parlato non sono sventuratamente giunte fino a noi. La città -di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico Scrittore. -Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche -città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione, -delle sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze -e nelle belle arti, e di ogni altra circostanza che possa rendere -ragguardevole una città nulla si conosce dagli antichi -Scrittori. -</p> - -<p> -Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime -<span class="pagenum" id="Page_a6">[a6]</span> -possono attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia -animato dall’impegno positivo d’illustrare una città. Quindi -è che i Commentatori degli antichi Scrittori, e coloro che -hanno scritto sulla Geografia antica non hanno dati della città -di Ruvo che cenni molto brevi e secchi, e talvolta anche assurdi, -ed incoerenti come anderemo a vederlo nel prosieguo -del mio discorso. -</p> - -<p> -Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato, -si è che Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia -antica un’opera elaborata ed erudita e non ha omesse -le città le più meschine ed oscure, non ha onorata la città -di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella Carta della <i>Magna -Grecia</i> che ci ha data alla fine della Sezione III capo IX del -lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia nomenclatura -alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo luogo! -</p> - -<p> -Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte -in gran numero, ed altre già pubblicate pruovano con piena -sicurezza ch’era Ruvo una delle più antiche città Greche dell’Italia. -Il chiarissimo Canonico Mazocchi bene a proposito, -osserva che per potersi distinguere le nostre antiche città Greche -da quelle fondate dagli antichi abitanti delle nostre Regioni, -bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi -Scrittori, e soggiugne: <i>At Scriptorum quorumlibet testimoniis -longe exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum -ænearum monumenta, quæ si Græca fuerint, ecquis -de Græcanico earum urbium conditu dubitabit<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>?</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a7">[a7]</span> -</p> - -<p> -Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra -città tra le altre città Greche, delle quali fece la enumerazione, -causa ne fu il silenzio degli antichi Scrittori su tal -circostanza, e ’l non esser state all’epoca in cui egli scrisse -pubblicate ancora o conosciute le antiche monete Greche Ruvestine, -le quali hanno scoperta dappoi la sua origine. Nè si erano -a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che all’epoca -nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li numerosissimi -vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende -Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza -delle forme, e per la nobiltà e perfezione del pennello, che -per la ricercatezza delle favole non ovvie che vi sono dipinte. -</p> - -<p> -Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano -i vasi di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati, -si hanno attirata la giusta ammirazione di tutti gli Archeologi -di Europa, e pruovano a trabocco due circostanze. -La prima che nella città di Ruvo fiorivano in grado eminente -le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti giustificano -la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena -istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè -meno pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento, -di bronzo, e di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse -ed eleganti forme. -</p> - -<p> -La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche -e ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si -trovano riposti ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di -quello che si pagano adesso, ed un lusso funerario così profuso -non potevano usarlo che le persone distinte e doviziose. -</p> - -<p> -Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della -<span class="pagenum" id="Page_a8">[a8]</span> -città, e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle -diverse trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi -portano anche più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione -di credere che la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre -Genti dell’Acaja che prima della guerra di Troja vennero a -stabilirsi nella Italia sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, -e mi lusingo di poterlo concludentemente dimostrare. -</p> - -<p> -In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che -hanno potuto aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare -che m’imbatto in una oscurità anche maggiore. Scarsissime -sono le notizie che si possono trarre dalle Cronache. Mi è -quindi impossibile scrivere una storia ordinata. Debbo per necessità -limitarmi a quelle poche cose che la mia avanzata -età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han potuto -permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città -di Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali -infervorati dallo stesso impegno d’illustrare vie più la commune -Patria, si applichino a dilatare per l’onore della stessa -quella via che sono stato io il primo ad aprirla. -</p> - -<p> -Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran -parte negli avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto -superstite di coloro che potevano esserne bene informati, -sono al caso di poterne parlare con quella verità, e minutezza -che a niun altro sarebbe facile. Cercherò quindi farlo -nel modo che possa riuscire anche utile e profittevole ai -miei concittadini tanto presenti che futuri. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a9">[a9]</span> -</p> - -<h2 id="cap1">CAPO I. -<span class="smaller"><i>Degli antichi Scrittori che hanno parlato -della città di Ruvo.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, -e Tolomeo non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il -primo al suo libercolo Geografico fu <i>De situ Orbis</i>. Non si occupò -quindi di altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo -allora conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime -sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta -descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al -suo libercolo, poichè disse: <i>Dicam autem alias plura, et exactius: nunc -autem ut quæque erunt clarissima, et strictim</i>. -</p> - -<p> -Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città -principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè sicuramente -antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco. -Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di -esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla <i>Corografia</i>, nel -che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>. -</p> - -<p> -Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo -nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di cui -attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di lui silenzio -rispetto alla nostra città non fosse derivato da una manifesta alterazione -sofferta dal seguente luogo della sua dottissima, ed accuratissima -opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto nominata -doveva per necessità parlarsi. -</p> - -<p> -Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si -andava a Roma, e dice: <i>Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui -<span class="pagenum" id="Page_a10">[a10]</span> -Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via -urbes sunt Egnatia, Celia, <span class="smcap">Netium</span>, Canusium, Herdonia</i><a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. Descrive -poi l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e -soggiugne: <i>Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam -usque jam Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, -usque Venusiam reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est -stadiorum CCCLX</i><a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. -</p> - -<p> -Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava -l’antica Peucezia, quel <i>Netium</i> che si vede situato tra Celia e Canosa -ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto -che <i>Netium</i> Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica -intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una -emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno -di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza -della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che -porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire -quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque -a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione -interessantissima per l’argomento che mi ho proposto. -</p> - -<p> -Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì -<i>Celia</i>, soggiugne: <i>De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium Plinii</i>. -Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un <i>forte</i> per altro, non può -aver luogo. L’<i>Aletium</i> di cui parla Plinio nel luogo che sarà più giù -riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro Cellario ha opinato che -sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi, ed Otranto<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. Ma il Canonico -Mazocchi opina che sia questo un nome intruso, o corrotto nel -testo di Plinio<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>. Comunque ciò sia, non si potrebbe situare giammai -<span class="pagenum" id="Page_a11">[a11]</span> -tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una città la quale, ove -sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia all’antica Calabria a cento -miglia e più di distanza da Celia. -</p> - -<p> -Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον -fa la seguente osservazione. <i>Netium nusquam in isto tractu nominatam -reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce</i> Κανυσιον <i>orta sit illa</i> -και Νήτιον, <i>quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent</i>. Ma è una idea -molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento -della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe -tampoco a provare la non esistenza della città denominata <i>Netium</i> per -la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore, -come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre -antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione. -Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata -<i>Netium nusquam in hoc tractu reperio nominatam</i>. -</p> - -<p> -Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò -che aveva detto Casaubono, ed osserva: <i>Putat Casaubonus</i> τό Νήτιον -<i>esse male repetitum ex</i> Κανυσιον <i>quod apud Ptolomæum non notatur ea -urbs, seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu -post Celiam</i> Ehetium, <i>puto non esse vocem expungendam hoc loco ex -Strabone</i> Νήτιον; <i>sed vel corruptam esse ex</i> Ehetium <i>tabularum, vel</i> Ehetium -<i>corruptum in Tabulis ex</i> Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta -da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’<i>Ehetium</i> -della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa. -</p> - -<p> -Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare <i>ignotum per ignotum</i>. -Se sconosciuto agli antichi Scrittori è il <i>Netium</i> intruso nel testo di -Strabone, ignoto è del pari l’<i>Ehetium</i> della Tavola Peutingeriana. D’altronde -non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere argomenti -per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi in -primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove -città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo. -Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando -le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori. -</p> - -<p> -In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane -<span class="pagenum" id="Page_a12">[a12]</span> -furono pubblicate da <i>Marco Vesero</i>. Nella sua prefazione alle stesse ei ci -fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di <i>Corrado Peutingero</i>, da -cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece costui molto conto, -e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei le crede un <i>Itinerario -militare</i> formato ai tempi di Teodosio, non già da un Geografo, -o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati nelle Armate -di quel tempo che si chiamavano <i>Metatores</i>. Si adoperavano costoro -a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di essi Vegezio nel -lib. I cap. 7. -</p> - -<p> -Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza -Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o -mancanti, o corrotti<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella -sua prefazione alla <i>Geografia antica</i>. Nè sono queste osservazioni che -possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane per ravvisarsi -a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate. Facendosi -poi alle stesse attenzione, <i>passim</i> si scorge la corruzione de’ nomi de’ -luoghi, e delle città in esse riportate. -</p> - -<p> -Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè -talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può -trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però -si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono capo -nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta standosi -anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica Peucezia -quell’<i>Ehetium</i> del Palmerio si vede in essa situato tra Celia e Taranto, -e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che nella Tavola -suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può aver che -fare col preteso <i>Netium</i> di Strabone che verrebbe a ricadere nel lato occidentale -di essa. Osta la posizione de’ luoghi. -</p> - -<p> -Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor <i>Millingen</i> ha opinato che -l’<i>Ehetium</i> della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica città della -Peucezia denominata <i>Azetium</i>, le di cui monete portano la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ -<span class="pagenum" id="Page_a13">[a13]</span> -ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo incerte. Egli -crede che gli <i>Azetini</i> debbono essere lo stesso Popolo riportato da Plinio -sotto il nome di <i>Ægetini</i> nel libro III cap. XI. Crede in fine che -cotesta città doveva stare nel sito attuale di <i>Rutigliano</i> perchè nel territorio -di Rutigliano dice di essersi trovate molte monete colla detta -leggenda<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Ma data anche per vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano -sta al di là di Celia verso Taranto come l’<i>Ehetium</i> della Tavola -Peutingeriana. Quindi la emendazione proposta dal Palmerio manca di -fondamento. -</p> - -<p> -Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino, -di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica <i>ab Æquotutico Hydrunto -ad Trajectum</i> sulla parola <i>Herdonia</i> propone un’altra emendazione -della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice delle altre -che si son premesse. <i>Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio Romam tendentibus -duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis per Peucetios, qui -Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque Beneventum, in qua -via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et Canusium, et -Herdonia. Legendum enim</i> Neritum <i>arbitror, unde Plinius</i> Neritinos, <i>non</i> -Netium. -</p> - -<p> -Ma il sostituire la parola <i>Neritum</i> al preteso <i>Netium</i> di Strabone -è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta emendazione -tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era nella Daunia, -come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare la città denominata -<i>Neritum</i> da Tolomeo, e <i>Neretum</i> nella Tavola Peutingeriana. -Ma questa città che porta oggi il nome di <i>Nardò</i> formava parte dell’antica -Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia e più di distanza da Celia, -come lo ha ben dimostrato Cristofaro Cellario<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>, e come lo pruova -anche lo stesso luogo di Plinio a cui il Surita si è riportato. Osta quindi -alla detta emendazione la situazione de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo -<span class="pagenum" id="Page_a14">[a14]</span> -ha contentato anche il P. Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla -Storia Naturale di questo Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. -Ha egli proposta una giustificazione della parola <i>Netium</i> intrusa nel testo -di Strabone, la quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto -ragionando nella edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; -ma nelle altre edizioni è il capo XI del lib. III<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Vi sono inoltre -in cotesta edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a -notarle una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio -come si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune -che saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà. -</p> - -<p> -Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda -Regione ha allogati <i>Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos</i>. Sotto il -nome di <i>Apulia</i> vi ha compresa tanto la Daunia, che la Peucezia. Dopo -aver riportate le città marittime della detta seconda Regione, passa ad -enumerare le Popolazioni delle città interne, e dice; <i>Beneventum auspicatius -mutalo nomine, quæ quondam appellata Maleventum, Auseculani<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>, -Aquiloni, Abellinates cognomine Protropi, Compsani, Caudini, -Ligures, qui cognominantur Corneliani, et qui Bebiani; Vescellani, -Æculani<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>, Aletrini, Abellinates cognominati Marsi, Atrani, -Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani, Borcani, Collatini, Corinenses, et -nobiles clade Romana Cannenses, Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, -Hyrini, Larinates cognomine Frentani, Merinates<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>, ex Gargano; -<span class="pagenum" id="Page_a15">[a15]</span> -Mateolani, Netini<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> <span class="smcap">Rubustini</span><a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>, Silvini, Strabellini, Turmentini, -Vibinates, Venusini, Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, -Argentini, Butuntinenses<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>, Deciani, Grumbestini, Norbanenses, -Paltonenses<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>, Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, -<span class="smcap">Neretini</span>, Valentini, Veretini.</i> -</p> - -<p> -Ora è quì notabile che la parola <i>Neritini</i> in tutte le altre edizioni -di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta -si vede unita ai <i>Rubustini</i>, ed ai <i>Silvini</i>. La seconda è allogata ne’ <i>Salentini</i>. -Ma non essendovi nell’antica Geografia due città di questo stesso -nome, e la città denominata <i>Neritum</i>, o <i>Neretum</i> trovandosi solo ne’ Salentini -e non altrove, bisogna dire che sia stato questo un nome erroneamente -raddoppiato nel testo di Plinio, come ha bene a proposito -osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che sarò or ora a riportare. -Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si vede riunito ai <i>Rubustini</i> -ed ai <i>Silvini</i>, e ritenerlo nel luogo che sussiegue, ove si vede allogato -ne’ <i>Salentini</i> ai quali realmente apparteneva, come appartiene anche -oggi la città di <i>Nardò</i> ch’è l’antico <i>Neritum</i>. -</p> - -<p> -Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, -<span class="pagenum" id="Page_a16">[a16]</span> -per dare esistenza a quel <i>Netium</i> che niuno ha saputo vedere ove sia -stato, ha troncata e mutilata la parola <i>Neritini</i> che si legge in tutte -l’edizioni di Plinio unita ai <i>Rubustini</i> ed ai <i>Silvini</i>, e ne ha formata -la parola <i>Netini</i> di sua assoluta creazione. Quindi nella nota undecima -sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente osservazione: <i>Netini a Netio -oppido prope Canusium, Herdoniamque, Nήτιον Straboni lib. VI pag. -282, Nerentinos, quos hic libri quidam addunt<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> expunximus, cum inferius -Salentinis, ut sane oportuit, reddantur.</i> -</p> - -<p> -Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta. -Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione -della parola <i>Neritini</i> di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena -ad introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta -a tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone -da un errore degli amanuensi. -</p> - -<p> -In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della -parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente un’<i>ambiguità</i>. -Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul preteso <i>Netium</i>, -quanto sull’antica città di <i>Celia</i>. Passa a rassegna le due opposte -opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola Nήτιον, e -le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre il nodo -di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione di tanti -Uomini per altro dottissimi. -</p> - -<p> -<i>Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas -recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam, -Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi, -quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, -III cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit, -quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque -millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie via -<span class="pagenum" id="Page_a17">[a17]</span> -publica ducit</i><a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. <i>Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum agrum denominat, -et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum</i> Ael. Munic. -Coel. Ant., <i>quasi</i> Ælium Municipium Cælium Antoninianum. <i>Sed</i> Νήτιον <i>Netium -est quod maxime locorum scrutatores vexat. Strabonis verba sunt</i> έφ’ ή -οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον, καί Κανύσιον, καί Ερδονία. -Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium, et Canusium, et Herdonia. -<i>Casaubono videntur expungendæ voces</i> καί Νήτιον, <i>tanquam ex una</i> Κανύσιον -<i>bis perperam exscripta natæ, quod violentum consilium est merito improbatum -ab Holstenio: qui primum quidem ad</i> Natiolum <i>Tabulæ, quasi -inde deminutum referebat; sed quod hoc in alia via deprehendebat, sententiam -postea mutavit<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>, nec vero certiorem aliam substituit, nisi quod -dicit</i> Νήτιον <i>Strabonis esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet</i><a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>. -<i>Harduinus Plinii lib. III cap. XI</i> Netinos <i>inseruit, ex Codice veteri an -ingenio suo non ostendit, ubi priores</i> Neretinos <i>legerunt, qui paulo post -repetuntur, et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur. -<span class="pagenum" id="Page_a18">[a18]</span> -Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et</i> Netinos <i>reliquit tanquam -lectionem genuinam</i><a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>. -</p> - -<p> -Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che -vi è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di -esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero -che il preteso <i>Netium</i> di Strabone sia lo stesso che l’attuale città di -<i>Andria</i> sita tra Ruvo e Canosa<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>. Ma Michele Antonio Baudrand -nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: <i>Netium oppidum Apuliæ -Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat Surita</i>. -Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice: <i>Netium -oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam -Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit -Surita ad Antonini Itinerarium</i><a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>. -</p> - -<p> -Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra mentovati -tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di Strabone -è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo P. Arduino, -il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che non ebbe -mai alterando, e mutilando la parola <i>Neritinos</i> che si legge nel luogo -di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta questa verità, -ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione, le loro -opinioni in questa parte sono cadute in una positiva divergenza, la quale -non può non destar meraviglia. -</p> - -<p> -Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la -parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è la -distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva fare -colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον era indispensabile -sostituire a questa un’altra città intermedia di fermata tra Canosa -e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta osservazione; ma la città -intermedia di fermata che hanno sostituita al preteso Νήτιον o si è trovata -<span class="pagenum" id="Page_a19">[a19]</span> -meramente ideale, o l’hanno presa da una Regione diversa e lontanissima, -e quindi non suscettiva di essere allogata tra Celia e Canosa. -</p> - -<p> -Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia -fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città -intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non -fosse mancata, ed era questa la città di <i>Ruvo</i>. Quindi quel Νήτιον altro -non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone in -quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto <i>Rubi</i>. A confermare -questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu come innanzi -si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato. Quindi non si -può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito a descrivere l’andamento -della strada che da Brindisi menava a Roma traversando la Peucezia, -avesse omessa una città non ignobile, qual era sicuramente la città -di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada suddetta da lui descritta. -</p> - -<p> -Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione -del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti osservazioni -tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea posizione del -testo di Strabone le città di fermata sulla strada suddetta da lui indicate -sarebbero <i>Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia</i>. Or questa stessa -strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi con molta -lepidezza da lui descritto. Il solo divario nelle fermate che in esso vi -è fu che in vece di pernottare a <i>Celia</i> andò a pernottare a Bari che, -come innanzi si è detto, è a poche miglia di distanza dall’antica <i>Celia</i>. -</p> - -<p> -Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a -quel <i>Netium</i> ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare -a <i>Ruvo</i> ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra -Canosa e Bari. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum</i></p> -<p class="i01"><i>Carpentes iter, et factum corruptius imbre.</i></p> -<p class="i01"><i>Postea tempestas melior, via pejor ad usque</i></p> -<p class="i01"><i>Bari mœnia piscosi</i><a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. -<span class="pagenum" id="Page_a20">[a20]</span> -Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine della -stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio. -</p> - -<p> -Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e -Canosa fosse stato quel <i>Netium</i>, che da taluni si è spacciato con poca -riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di <i>Andria</i>, ne sarebbe -da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi assolutamente -incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria vi è -la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa quella -di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico, o nuovo si -trova un cammino di due giornate ripartito con una simile insensatezza? -</p> - -<p> -Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino -da Celia al preteso <i>Netium</i> secondo il sistema di viaggiare di quel -tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di aver -fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino <i>utpote longum carpentes iter</i>. -Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto più -lungo sarebbe stato il cammino da Celia a <i>Netium</i> (Andria), essendovi -una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti quindi si rende -chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto, ed intruso in -quel luogo di Strabone ove vi era scritto <i>Rubi</i>, vera ed unica città di -fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada da Roma a Brindisi -che imprese egli a descrivere. -</p> - -<p> -Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario dell’Imperatore -Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma fino ad -Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la prima che -traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta quindi la -stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così riportata. -<i>Ecas</i> (Troja) <i>M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio M. P. -XXV. <span class="smcap">Rubos</span> M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> Barium M. P. XII.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a21">[a21]</span> -</p> - -<p> -Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte -le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come il -luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia -lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi -dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia -da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari. -</p> - -<p> -Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data -dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi -ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia fino -a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino. In -cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da Gerusalemme -a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove si pernottava -detti <i>Mansiones</i> nell’Itinerario di Antonino, ma anche quelli ne’ -quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali da tiro che -nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo <i>Mutationes</i>, come -anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella prefazione allo stesso -premessa. -</p> - -<p> -Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora -si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città -di Bari indicata col nome di <i>Beroes</i>, si vengono a segnare gli altri luoghi -da Bari in qua, e si dice così: <i>Civitas Beroes M. XI. Mutatio -Botontones</i> (Bitonto) <i>M. XI. Civitas <span class="smcap">Rubos</span> M. XI. Mutatio ad quintum -decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis</i> -(Erdonia) <i>M. XV etc.</i> -</p> - -<p> -Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata intermedio -tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed -in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto <i>Netium</i> di -Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato lo -istesso che l’attuale città di Andria. -</p> - -<p> -Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso -Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della <i>Mutazione</i>, o sia del -cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo reca -così <i>Mutatio ad quintum decimum</i>. Risulta da ciò chiaramente che cotesto -luogo anonimo della <i>Mutazione</i> suddetta non doveva esser altro che -<span class="pagenum" id="Page_a22">[a22]</span> -un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo di -cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo cangiamento -delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si cangia -la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade Consolari. -</p> - -<p> -Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione: -<i>Porro</i> Mansio <i>quid sit nullus puto ignorat</i>. Mutationes <i>sunt veredorum, -vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque pabulis -instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ peregrinantibus -necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris, ut XI Cod. -Theodos. tit. I cap. IX.</i> -</p> - -<p> -Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana -vi fosse stata a mezza via la pretesa città denominata <i>Netium</i> (ora Andria), -la <i>Mutazione</i> si sarebbe situata nella città suddetta, e non già in -un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello stesso Itinerario -il luogo della <i>Mutazione</i> tra Bari e Ruvo si vede stabilito nella città -di Bitonto che sta alla metà del cammino tra l’una e l’altra. Si vede -lo stesso replicato anche in tutti gli altri luoghi, ne’ quali tra due città -di fermata ove i viandanti pernottavano dette <i>Mansiones</i>, vi era una città -intermedia ove situar si poteva la <i>Mutazione</i> delle vetture o degli animali. -</p> - -<p> -Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti -e gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine, -e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può -supplire con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad -una campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto <i>Netium</i>, -si sarebbe ivi situato il luogo della <i>Mutazione</i>, e non già in -mezzo ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi. -Le <i>Mutazioni</i> si situavano a tal modo quando non si poteva fare -altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città. -</p> - -<p> -Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla <i>Via Appia</i> ha creduto -che il luogo della Mutazione <i>ad quintum decimum</i> tra Ruvo e Canosa -segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle vicinanze -di quell’antica osteria che porta oggi il nome di <i>Guardiola</i> messa -a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a Canosa. -Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze della -<span class="pagenum" id="Page_a23">[a23]</span> -osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono i tratti -delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per quel luogo<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>. -</p> - -<p> -Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica -osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario, -se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione <i>ad -quintum decimum</i> indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è conservata -per osteria ne’ tempi posteriori<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. Ma questo istesso esclude la esistenza -del preteso <i>Netium</i> di Strabone che si vuol credere lo stesso che -l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra convincentissima ragione. -</p> - -<p> -La predetta osteria detta <i>Guardiola</i> è lungi da Andria due miglia -e mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava -pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non -poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è discosto -due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie più -che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città denominata -<i>Netium</i> sulla strada consolare che da Brindisi menava a Roma è -manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non vi era -alcuna città per la quale fosse la stessa passata. -</p> - -<p> -Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso -<i>Netium</i> di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città -molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò -Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat</i></p> -<p class="i01"><i>Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset</i></p> -<p class="i01"><i>Ditior his Petrus consanguinitate propinquus.</i></p> -<p class="i01"><i>Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,</i></p> -<p class="i01"><i>Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris</i><a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a24">[a24]</span> -</p> - -<p> -Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani -nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi tra -loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle loro -armi<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò di -accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria, Corato, -e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani ch’era in -quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico Gio. Antonio -Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di Andria, -Corato, Bisceglia e Barletta<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. -</p> - -<p> -L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna -Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella città -edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di Andro -sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta storietta -coll’addurre anche ciò che ne han detto <i>Arrigo Bavo</i> nella descrizione -del Regno di Napoli, e <i>Ferdinando Ughellio</i> nella sua Italia Sacra, -i quali convengono che fu la città suddetta edificata da Pietro Normanno -Conte di Trani<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>. È una cosa questa per altro che si confuta -da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e suggerita solo -dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo. -</p> - -<p> -Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, -le città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da Diomede -nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese -giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria -non si sarebbero fatte tante dispute su quel <i>Netium</i> di Strabone di cui -ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica città Diomedea -l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome di <i>Andria</i> -o <i>Andro</i>, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia antica. -</p> - -<p> -Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia -siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste -<span class="pagenum" id="Page_a25">[a25]</span> -due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni -nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi di sopra -trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate le due -novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e fortificate -le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero pos’egli una differenza -tra le prime e le seconde, e cercò questa di esprimerla nel miglior -modo che seppe farlo col mediocre latino in cui si vede scritto il precitato -suo poemetto proprio della poca nitidezza dello stile di quel tempo. -</p> - -<p> -Parlando di Andria disse <i>condidit hic Andrum</i>. Passando a parlar -di Corato soggiunse <i>fabricavit et inde Coretum</i>. Ma per Bisceglia e Barletta -si valse del vocabolo <i>ædificavit</i>, e disse <i>Buxiliam, Barolum maris -ædificavit in oris</i>. Le parole <i>condidit</i> e <i>fabricavit</i> fanno intendere che -il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città fatte di pianta. La -parola <i>ædificavit</i> di cui si valse per Bisceglia e Barletta esprime il concetto -che le abbia semplicemente restaurate, ampliate, o fortificate. Ond’è -che Gotofredo Guglielmo Leibnizio nella sua prefazione al Poemetto -di Guglielmo Appulo sulla parola <i>ædificavit</i> fa la seguente osservazione: -<i>Munisse puto hoc noster ædificare appellat</i><a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>. -</p> - -<p> -Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse -al tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto -che le predette due città già esistevano molto prima della venuta de’ -Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone, di Plinio, -e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè per tralasciare -altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola Peutingeriana -sotto il nome di <i>Balulum</i>, ed in altre edizioni di <i>Bardulos</i>, il quale -fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di <i>Barulum</i>. -</p> - -<p> -Nella stessa Tavola vi sono anche <i>Turenum</i> Trani, e <i>Natiolum</i> -Giovinazzo. Non vi è <i>Buxilia</i>, detta da altri <i>Vigiliæ</i>, perchè questa -nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser -dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni, poichè -dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia <i>medii ævi</i> colla carta -Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del Muratori, sono -<span class="pagenum" id="Page_a26">[a26]</span> -citate le autorità, le quali contestano che <i>Sergius (alias Georgius) -subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus Vigiliarum</i><a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>. -</p> - -<p> -Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla -della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo che -nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re Ferdinando -I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio che -la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle armi trovavano -uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali abbonda: -<i>Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat quod Andria -non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen duxisse illam -credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas continebant</i><a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>. -Da tutt’altro quindi che dal <i>Netium</i> di Strabone, o dall’Isola denominata -<i>Andro</i> si è ripetuta la etimologia del suo nome. -</p> - -<p> -Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che furono -abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro antichità. -A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le monete -che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri pregevoli -oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo -esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta -a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso <i>Netium</i> -di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di Andria non -è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole di essere annoverata -tra le migliori città della Provincia di Bari. -</p> - -<p> -Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione -sulla parola <i>Netium</i> di Strabone. Si è dimostrato concludentemente che -cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli amanuensi, -i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo che -per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di fermata -tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso -a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa -da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla pubblica -<span class="pagenum" id="Page_a27">[a27]</span> -Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta da -questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto. -</p> - -<p> -Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro <i>de Coloniis</i>. -Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore non fu -di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’ terreni colonici. -Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni seguite nella -Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da lui chiamate -<i>Provincia Apuliæ</i>, e <i>Provincia Calabriæ</i>. Nella prima riportò i terreni colonici -delle città della Daunia, tra le quali si vede allogato <i>l’agro Lucerino, -Venosino, Salpino, Canosino</i> etc. Nella seconda poi si leggono -i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro Ruvestino: <i>Brondisinus -ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera in saltibus sunt assignata, -dividuntur sicut supra legitur Provinciam esse divisam. Botontinus, Celinus, -Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus, Orianus, <span class="smcap">Rubustinus</span>, Rodinus, -Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus, Ydruntinus ea lege, -et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime autem vicinorum exempla -sumenda sunt, et consuetudines regionum intuendæ, ut secundum signorum -ordinem, atque rationem veritas declaretur</i><a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. -</p> - -<p> -Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo -è sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi -Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione latina -(giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu <i>Rubi</i>. Non bene a -proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate nell’anno -1694 nella Tipografia del Seminario di Padova <i>Auctore N. Sanson -Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo</i> si vede la nostra -città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome di <i>Rubustum</i>. -È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese questo nome dai <i>Rubustini</i> -di Plinio, e dal <i>Rubustinus ager</i> di Giulio Frontino. Ma non -avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario di Antonino, dall’Itinerario -Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola Peutingeriana è la nostra -città chiamata <i>Rubi</i> e non già <i>Rubustum</i>. -</p> - -<p> -Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore -<span class="pagenum" id="Page_a28">[a28]</span> -assai più grave allora che sulla parola <i>Rubi</i> fece la seguente osservazione: -<i>Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia, -seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94</i><a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. Fa veramente -meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver -avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel -suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a pernottare -a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città -della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto -Stefano giustamente redarguito da <i>Baudrand</i> nelle sue note al Lessico Geografico -di Ferrario, ove sulla parola <i>Rubi</i> osserva: <i>In Thesauro linguæ -latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs Apuliæ</i>. -</p> - -<p> -Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo nella -Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata anche -nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere attribuiti -li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. <i>Rubi est etiam -oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum. Horat. -in Serm. I sat. 5 etc.</i> Ma oltre che una città di questo nome non è mai -esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere invocata la -testimonianza di Orazio che ha parlato di <i>Ruvo</i> della Peucezia, non già -di cotesto ideale Ruvo della Campania. -</p> - -<p> -Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra -città con <i>Rufræ</i> della Campania, e con <i>Rufrium</i> degl’Irpini. A coteste -sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle loro note -sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola <i>Rubos</i> in esso riportata -osserva: <i>Plinius lib. III cap. XI Rubustinos populos recenset, qui -in exemplari Toletano Rubisini cognominantur. Horatius Canusio se Rubos -venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94. Quo loco miror cur venerit in mentem -Dionysio Lambino egregio ejus Auctoris Commentatori affirmare eam -urbem esse Campaniæ, præsertim ipso attestante Canusio, quod Dauniorum -Apulorum oppidum erat, Rubos pervenisse, et qui antea prædixerat</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Incipit ex illo Montes Apulia notos</i></p> -<p class="i01"><i>Ostentare mihi, quos torret Atabulus.</i></p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a29">[a29]</span> -</p> - -<p> -Il secondo poi dice: <i>Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii -Sipontini editam die VII Januarii, qui <span class="upright">Rubos</span> cum <span class="upright">Rufris</span> Virgilii, -et <span class="upright">Rufrio</span> Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit, ita nec -obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271 Rufrium, -et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis. Rubustini -in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de Coloniis pagina -127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in Chronico -Lupi Protospatæ anno MLXXXII</i>. -</p> - -<p> -Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per -altro eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della -sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il seguente -titolo <i>Græcia magna, sive pars ultima Italiæ</i>. In cotesta carta -vedesi molto bene la nostra città allogata <i>in Apulia Peucetia</i> tra Canosa -e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata col doppio -nome <i>Rubi Rufrum</i>, mentre cotesto <i>Rufrum</i> è alla stessa perfettamente -estraneo! -</p> - -<p> -Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in contraddizione -di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto della città -della Campania chiamata <i>Rufræ</i>, quanto del <i>Rufrium</i> degl’Irpini, come ha -potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia dell’altra alla nostra città -che nella sua carta l’ha egli stesso allogata in una Regione diversa, -qual è la Peucezia? Della prima di esse dice così: <i>Supra Theanum in -ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio lib. VII vers. 739</i> = Quique Rufras -Batulumque tenent, atque arva Celennæ. <i>Obscura nomina: Campaniæ tamen -cum ceteris quæ præcedunt, quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi.</i> Rufras, -Batulumque castella Campaniæ a Samnitibus condita. <i>Holstenius auctor -est Præsentiani in Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est</i> -</p> - -<p class="center"> -M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO<br /> -RUFRANI COLONI<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>. -</p> - -<p> -Per la seconda poi osserva: <i>Tandem in extremo Hirpinorum ultra -Compsam Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum -est, cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras -<span class="pagenum" id="Page_a30">[a30]</span> -a Rufrio supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus, -Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII -cap. XXV</i>. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria -oppida in potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. <i>Samnio attribuit, -sed laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites -sunt, comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod -credit Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum</i><a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>. -</p> - -<p> -O che però <i>Rufræ</i> e <i>Rufrium</i> siano una stessa cosa, o che siano -due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza, -manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di Ruvo -della Peucezia. Quel <i>Ruvo</i> di cui ha quì parlato Cluverio non è la nostra -città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta anche questo -nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata volgarmente -detta <i>Ruvo della Montagna</i>, per distinguerla dalla nostra città riputata -per una delle città della Marina. Con poca riflessione quindi il Cellario -ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla nostra città quel -doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure. -</p> - -<p> -L’unico suo nome latino ha <i>Rubi</i> che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi -tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta -corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede segnato -ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si parlerà -in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della Geografia -antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha data il -Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori delle -cose Italiche. -</p> - -<p> -Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve -n’è stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la -Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un cittadino -tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città coll’altra -antica città chiamata <i>Rudiæ</i>, la quale era sita nell’antica Calabria -tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio. -</p> - -<p> -Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato -<span class="pagenum" id="Page_a31">[a31]</span> -<i>Pater Ennius</i>, disse: <i>Rudium hominem Majores nostri in Civitatem receperunt</i><a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. -Strabone dice: <i>Tarentum versus compendioso itinere per -Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ</i><a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Presso -Pomponio Mela si legge: <i>Et Ennio cive nobiles Rudiæ</i><a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>, e Silio -Italico dice di lui -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,</i></p> -<p class="i01"><i>Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno</i><a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato -che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno fatto -conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione Greca, o pure -una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è rimasta in una -perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana, l’hanno pienamente -e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi rinvenute, -delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno esse di guida -alle ulteriori mie investigazioni. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a32">[a32]</span> -</p> - -<h2 id="cap2">CAPO II. -<span class="smaller"><i>Delle antiche monete della città di Ruvo.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò -a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi -oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato riserbato -alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni specie, i quali -hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi non meno la origine -Greca della nostra città, che la sua opulenza, la sua coltura, e ’l -gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle arti. -</p> - -<p> -Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il -nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a segno -che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città fra -quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche moneta -Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla città detta -<i>Basta</i>, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata <i>Rhypæ</i>, di cui -avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel capo V. -</p> - -<p> -Il <i>Magnan</i> fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo -la moneta malamente creduta di <i>Basta</i> la quale presenta da una parte -una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata di -Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>. È questa però una delle -monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel detto -capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno antiche, -e con <i>tipi</i> diversi sono state pubblicate dal chiarissimo Cavalier Francesco -Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio rispettabile -amico. -</p> - -<p> -A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle -che si attribuivano a <i>Rhypæ</i>. Il di lui avviso è stato applaudito e seguito -da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che non forma -ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano o la leggenda -<span class="pagenum" id="Page_a33">[a33]</span> -intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende abbreviate ΡΥΨ -che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ. -</p> - -<p> -Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato -crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio -materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della città -di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie le -proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito fino -a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari tutte in -Ruvo. -</p> - -<p> -Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed -alle monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova -vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione di -coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si trovarono -ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito pienamente cotesto -errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo confermano in -un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il Signor Cavalier -Avellino. -</p> - -<p> -Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’ -medesimi <i>tipi</i> che si osservano nelle altre monete riportate dal detto -Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri Scrittori. -Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua perspicacia e -profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune variazioni, le quali -hanno richiamata la sua attenzione. -</p> - -<p> -Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio -Cenno istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che -replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una -penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole -tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la -illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino -che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva precedentemente -scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con -averne formato e dato alle stampe un <i>catalogo</i> che con somma cortesia -mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho alligato -alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle predette -due tavole. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a34">[a34]</span> -</p> - -<p> -Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni sulle -dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da me raccolte. -Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete Ruvestine, -le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito osservarle e -paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben fondate ragioni -ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città di Ruvo e l’altra -antica città della Peucezia denominata <i>Silvium</i> con essa confinante, della -quale avrò la occasione di parlare di proposito nel capo che sussiegue. -Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13 della II Tavola. -</p> - -<p> -Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate -nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor -Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da -esse ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti -per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera -etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi abitanti -e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla bontà -e fertilità del suo vasto territorio. -</p> - -<p> -Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da -me riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto -bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa parte -portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione che -si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel Capo -quarto. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a34a">[a34a]</span> -</p> - -<div class="figcenter"><a id="fill-a034aa"></a> -<p class="caption"><i>Tav. I.</i> - <img src="images/ill-a034aa.jpg" alt="" /> -</p> -</div> -</div> - -<div class="figcenter break-before"><a id="fill-a034ab"></a> - <img src="images/ill-a034ab.jpg" alt="" /> -<p class="caption"><i>And. Russo dis. ed inc.</i></p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a34c">[a34c]</span> -</p> - -<div class="figcenter"><a id="fill-a034ca"></a> -<p class="caption"><i>Tav. II.</i></p> - <img src="images/ill-a034ca.jpg" alt="" /> -</div> -</div> - -<div class="figcenter break-before"><a id="fill-a034cb"></a> - <img src="images/ill-a034cb.jpg" alt="" /> -<p class="caption"><i>And. Russo dis. ed inc.</i></p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a35">[a35]</span> -</p> - -<h2 id="cap3">CAPO III. -<span class="smaller"><i>La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che -vennero nella Italia prima della Guerra di Troja.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico -elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ -suoi pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese -per la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la -bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’ -quali la Natura l’è stata prodiga<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>. -</p> - -<p> -Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. <i>Jam vero tanta -ei vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi, tam -aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica silvarum -genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium, olearumque -fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris colla, tot lacus, -tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens, tot maria, -portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et tanquam ad -juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque ingenia, ritusque, -ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes. Ipsi de ea -judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam partem ex -ea appellando Græciam magnam</i><a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. -</p> - -<p> -Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono -sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia infiniti -malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli settentrionali -dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la ignoranza, la -barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la moltitudine delle antiche -Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi vi portò i lumi, le -scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale fu utilissima a dirozzare -i suoi antichi abitanti che non senza un fondamento di ragione i Greci -gli chiamavano <i>Barbari</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a36">[a36]</span> -</p> - -<p> -Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava -formando per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. -Persuaso lo stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande -un Popolo sono necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma -spedì li suoi Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, -per dimandare alle stesse quelle leggi che fossero state per se più -opportune, e cotesta saggia missione ebbe il suo effetto<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>. -</p> - -<p> -Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre -Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono -in esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente -tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo -gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini -illustri che lungo sarebbe l’enumerargli. -</p> - -<p> -Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica -han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di <i>Magna -Grecia</i>, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi delle -Regioni abitate dalle Greche città<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. Che che però ne sia della etimologia -del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual è Cicerone, -lasciò scritto: <i>Pythagoras, qui cum Superbo regnante in Italiam -venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina, -tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum -nomen, ut nulli alii docti viderentur</i><a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. Ed in altro luogo: <i>Platonem -<span class="pagenum" id="Page_a37">[a37]</span> -ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in ea, tum alios -multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse</i><a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Ed in vero A. Gellio -ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco, comprò per -diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano tre libri -di Filoleo Filosofo Pitagorico<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>. -</p> - -<p> -Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata -ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare <i>Locrese, Scillatico</i>, -e <i>Tarantino</i><a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>, o pure sotto questo nome siano andate comprese -anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal discussione non -è del presente argomento. Si può osservare ciò che ne ha dottamente -scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole -di Eraclea ove ha esaurita la materia. -</p> - -<p> -Pare ch’egli ammetta la così detta <i>Magna Grecia</i> nelle principali -città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa e disseminata -in tutte le altre non poche città della Italia abitate da Colonie -Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste città partecipavano -della stessa coltura e delle stesse istituzioni. Facendosi attenzione -a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani spedirono i loro -Legati per aver buone leggi <i>partim ad Græcas urbes, quæ sunt in Italia, -partim Athenas</i>. Non alle sole città quindi della così detta Magna -Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città Greche della Italia; -il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama di essere ben governate. -Oltre che li monumenti delle belle arti che si sono trovati anche -nelle altre città Greche che non formavano parte della così detta -<i>Magna Grecia</i>, sono una sicura testimonianza che pari in esse era anche -la coltura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a38">[a38]</span> -</p> - -<p> -L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi -tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non -è mio proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate -altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto -di que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la -città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa. -Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto -di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della Italia. -</p> - -<p> -Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano -Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò -ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate -le diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti <i>Aborigini</i>, soggiunse -ciò che siegue. <i>Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his -Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, -Luciusque Sempronius, et alii<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Græcos esse affirmant profectos ex -Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec tamen diserte tradunt -ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint: ac ne tempus quidem, -aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint, fabulamque -sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam confirmant testimonio. -Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum est. Quod si istorum sana -est narratio, non possunt esse coloni alterius generis, quam Arcadici. Nam -hi primi Græcorum, trajecto sinu Ionio, domicilium in Italia statuerunt -deducti ab Oenotro Lycaonis filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo -primis Peloponnesi Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, -ex qua, et Jove fertur natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et -hujus filia Dejanira. Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, -cujus Oenotrus fuit filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum -est<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>. Et tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit -<span class="pagenum" id="Page_a39">[a39]</span> -autem Oenotrus a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum -enim essent Lycaoni XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. -Hanc ob causam Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata -trajecit mare Jonium, unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante -eos bona parte popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. -Adjunxerunt se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager -proprius. Itaque Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ -Promontorium suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum -incolæ dicti sunt Peucetii</i><a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. -</p> - -<p> -Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua -Gente passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora <i>Ausonio</i> -ed indi <i>Tirreno</i>. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo -nome fu quella parte della Italia chiamata <i>Oenotria</i>. Nelle cose da lui -dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a niuno secondo -nel tessere le genealogie. <i>Qui de Regibus Arcadiæ sic loquitur. -Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene Nais Nympha, -a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum filiis, locisque, -quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et Peucetii sic memorat. -Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia, ac Peucetius, -a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio.</i> -</p> - -<p> -Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava -Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri -numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia, fortificarono -le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne: <i>At -natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis, classe -in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra de Regis nomine -Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia deducta</i><a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a40">[a40]</span> -</p> - -<p> -Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione -di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita sessant’anni -prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia denominata -<i>Pallantium</i>. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di Mercurio -e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono -questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora -in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono vicino -al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla -anche Pausania<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>. -</p> - -<p> -Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con -una porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò <i>super -Japygiæ Promontorium in sinu Jonio</i>, cioè nel seno Tarantino, e che -dal suo nome prese la Regione il nome di <i>Peucezia</i>. Si estese questa -per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però -coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era intorno -al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si stabilirono. -Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata <i>Messapia, -Japigia, Salentini, Calabria</i>. In fine qualunque sia stata la estensione -primitiva del Paese denominato <i>Peucetia</i>, rimase questa in seguito -ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome di <i>Terra -di Bari</i>. -</p> - -<p> -Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver -descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto passa a -dire: <i>Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam Græci dixere. -Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium habitant Promontorium, -alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem sunt Peucetii, -Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid post Calabriam est -Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi dicerentur, maxime Peucetii</i>. -</p> - -<p> -Si osservi che allora si chiamava <i>Calabria</i> non già quella Regione -che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo -ai <i>Bruzj</i>, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui parla -Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale da -Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio -<span class="pagenum" id="Page_a41">[a41]</span> -detto oggi <i>Terra d’Otranto</i>. Cotesto Istmo finisce al Promontorio detto -dagli antichi <i>Salentino</i> o <i>Japigio</i>, oggi <i>Capo di S. Maria di Leuca</i>. -<i>Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a Brundusio Tarentum -usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio circa Japygium -Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis CC fere Tarentum -ortum solis versus.</i> -</p> - -<p> -Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto fondata -da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e floridezza, -ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal lusso. -Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque soggetto alla -siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano, e la diversità -della loro origine, dalla quale erano surte le diverse nomenclature imposte -a quella penisola. Quindi conchiude: <i>Communi vocabulo Messapiam, -Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant</i>. In fine passa a parlare -delle due strade che da Brindisi menavano a Roma delle quali si è largamente -ragionato nel capo primo<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>. -</p> - -<p> -Dice lo stesso anche Plinio: <i>Connectitur secunda Regio (Italiæ) -amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui -Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm, contributa -eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P. a Lacinio -Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens. Græci -Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri fratre, -in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt. Latitudo Peninsulæ -a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass. patet, -multoque brevius a portu Sasina</i>. Passa indi a riportare le antiche città -della Penisola suddetta<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>. -</p> - -<p> -Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella -venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone da -Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola, la quale -prese dappoi il nome di <i>Messapia, Japigia, Calabria</i> e <i>Salentina</i> formò -parte da principio anche della Peucezia <i>a Peucetio Oenotri fratre</i>. -<span class="pagenum" id="Page_a42">[a42]</span> -L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare il nome alla detta -penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo Stato ne formò due, -o per dir meglio formò due confederazioni diverse di città Greche tra -loro distinte. -</p> - -<p> -Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno -di Siracusa <i>cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit</i><a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>. -Il che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente. -Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava -parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli -Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine -Arcadica ne viene in conseguenza. -</p> - -<p> -Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora -ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha parlato -piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per l’argomento -che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini, mi -mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di Ruvo -formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per necessità -fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da quella Regione -come lo erano stati dalla Japigia. -</p> - -<p> -Dice dunque il precitato Scrittore: <i>A Brundusio autem prætervehenti -Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium -tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem Noto. -Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert: in mediterraneis -usque ad Silvium tota est montosa, et aspera Apennini montis -multas partes recipiens: <span class="smcap lowercase">INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR IMMIGRASSE</span></i><a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>. -Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella dominazione acquistata -da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa la sola notizia -che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi. -</p> - -<p> -Questo Scrittore indica <i>Egnazia</i> e <i>Bari</i> come le ultime due città -della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo le -sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo Bari -<span class="pagenum" id="Page_a43">[a43]</span> -ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari sono -surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono Giovinazzo, -Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e la -meno antica è Molfetta. -</p> - -<p> -Strabone si è limitato alle sole due città marittime <i>Egnazia</i> e <i>Bari</i>. -Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato tra la città -di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica Peucezia. Con migliore -accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito Tolomeo, il quale -dice: <i>Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis -ostium</i><a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. Il che protende com’era regolare i confini della Peucezia -fino alla foce dell’Ofanto. -</p> - -<p> -Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino -all’antica città chiamata <i>Silvium</i> dice Strabone che quella Regione <i>usque -ad Silvium tota est montosa et aspera</i>, perchè occupata da una diramazione -degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta contrada che -porta oggi il nome di <i>Murge</i>, coverta tutta di alture che formano un -masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per la sua asperità -a ciò che questo Scrittore ne ha detto. -</p> - -<p> -L’antica città denominata <i>Silvium</i> che ha egli indicata come l’ultima -città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi -ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di Strabone -sia viziato, e che cotesto <i>Silvium</i> non sia mai esistito. Ma nell’Itinerario -di Antonino nel tratto di strada <i>a Benevento Tarentum</i> si -legge anche questo luogo: <i>Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI. -Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. <span class="smcap">Silvium</span> M. P. XX. -Blera M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. -Tarento M. P. XX.</i> -</p> - -<p> -Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza -della detta città; ma crede di doversi leggere <i>Silvianum</i> e non <i>Silvium</i>, -poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri antichi esemplari, -i quali sono in questa parte per necessità erronei. Pietro Vesselingio poi -nelle sue note allo stesso Itinerario ha opinato che <i>Silvium</i> non sia stata -<span class="pagenum" id="Page_a44">[a44]</span> -una città, ma bensì un luogo di semplice fermata detto dai Scrittori Latini -<i>Mansio</i>, come si è innanzi avvertito; ed aggiugne sull’autorità di -Luca Olstenio che sia stato quello stesso luogo che porta oggi il nome -di <i>Gorgoglione</i>. -</p> - -<p> -Non posso però convenire che <i>Silvium</i> sia stata una <i>Mansione</i>, e -non una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario -di Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono -riportati col distintivo <i>Vicus</i>. Quelli che avevano abitanti, ma non -formavano comunità sono chiamati <i>Castellum</i> o <i>Villa</i>. Quelli in fine, -ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero ai -viandanti ed alle vetture, sono chiamati <i>Mansiones</i>. Ond’è che nell’Itinerario -suddetto non vedendosi <i>Silvium</i> indicato con alcuno di questi nomi, -è necessità conchiudere che sia stata una città come tutte le altre -che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti distintivi. -</p> - -<p> -La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina -15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione -dell’Italia annovera anche i <i>Silvini</i>. Pruova ciò concludentemente che il -<i>Silvium</i> di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era una <i>Mansione</i>, -come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che aveva un numero -di abitanti meritevole di entrare nella classe delle <i>Popolazioni</i> da Plinio -enumerate. -</p> - -<p> -La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro -Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. <i>In Italia -Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere conjunctas -expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur cum validis -copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem castra -locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum aliquot -obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam quinque -captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt</i><a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>. -Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole. -</p> - -<p> -Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata <i>Silutum</i> -a venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere -<span class="pagenum" id="Page_a45">[a45]</span> -il <i>Silvium</i> che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia -lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque -miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto derivare -dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è che -nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse portata -il nome di <i>Silutum</i>. Quindi <i>Silutum</i> e <i>Silvium</i> debbono credersi una -stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore della dotta Dissertazione -e della Carta corografica dell’Italia recata dal Muratori, ed innanzi -citata, il quale osserva <i>Silvium in Peutingeriana Silutum dicitur</i><a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>. -</p> - -<p> -Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione -l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate nell’Itinerario -di Antonino le tre città <i>Venusia, Silutum, Sublupatia</i>. Manca -solo <i>Blera</i> o <i>Plera</i> che nel detto Itinerario sta in mezzo tra <i>Silvium</i> e -<i>Sub Lupatia</i>. Cotesta mancanza ha potuto derivare o da una omissione -del disegnatore della Tavola Peutingeriana, o da un cangiamento che il -tempo aveva portato sia ai luoghi, sia all’andamento della strada consolare. -La sostanza però della cosa è la stessa, poichè la Tavola suddetta -ci presenta in una continuazione sulla detta strada di Taranto le -tre città <i>Venusia, Silutum, Sublupatia</i>. Dal che è a conchiudersi che il -<i>Silutum</i> della Tavola è lo stesso che il <i>Silvium</i> di Strabone e dell’Itinerario -di Antonino. -</p> - -<p> -Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi riportato -sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: <i>Silvini ab oppido -Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283</i> Σιλούιον -<i>vocatur, nunc dicitur</i> il Gorgoglione. Cristofaro Cellario così parla -della stessa città: <i>Apud hos montes fuisse Silvium oppidum ex Strabonis -descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195 sicut Barium sit extremum -in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in mediterraneis ad Silvium -usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius -interpretatur locum, qui nunc</i> il Gorgoglione <i>appellatur</i><a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. -</p> - -<p> -Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto -<span class="pagenum" id="Page_a46">[a46]</span> -nella Regione <i>montosa et aspera</i> di Strabone quel sito chiamato <i>il -Gorgoglione</i> di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli altri -di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa. Vi è quì -sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo. Osservo quindi -che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione <i>montosa et aspera</i> -della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico feudo un tempo della -Famiglia Mazzaccara denominato <i>il Garagnone</i> sito nel punto medio tra -Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione di territorio, parte -del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e parte nella fertile pianura -che passate le murge s’incontra nell’andare a Spinazzola ed a -Venosa. -</p> - -<p> -Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello -che porta il nome di <i>Castello del Garagnone</i>. Pratilli sulla via -Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata -l’antica città denominata <i>Silvium</i>, e soggiugne: <i>Presso questo luogo del -Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle ammonticchiate -e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal terreno sepolte. -Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica, ma in un marmo -a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione etc.</i><a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>. -</p> - -<p> -Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo, -poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui -veduto l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi -una così detta <i>Panetteria</i> messavi dal proprietario di esso per provvedere -di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti -campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito -dell’antica città chiamata <i>Silvium</i> indicato da Strabone. Dice questo Scrittore -che la già detta contrada della Peucezia <i>montosa et aspera</i> si estendeva -<i>usque ad Silvium</i>. Il castello del Garagnone è nel sito preciso ove -termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e fertile pianura -alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato. -</p> - -<p> -Questo dunque e non altro è il <i>Silvium</i> di Strabone, e non già il -<i>Gorgoglione</i> erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del <i>Garagnone</i>. -<span class="pagenum" id="Page_a47">[a47]</span> -Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia da Venosa -a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre undici miglia -segna da Silvio a <i>Blera</i>, o come altri vogliono a <i>Plera</i>, che Pietro -Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale città di <i>Gravina ex itineris -ductu, et intervallis</i>. Altre quattordici miglia segna lo stesso Itinerario -da Blera a <i>Sub Lupatia</i> che nella Tavola Peutingeriana è detta -<i>Sublupatia</i>. Gli Scrittori predetti hanno osservato che quest’ultima antica -città sia l’attuale città di <i>Altamura</i><a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>. -</p> - -<p> -Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata -dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra designato -giusta le indicazioni date da Strabone di un castello antichissimo pruova -colla massima evidenza di esser stato quello un tempo un luogo abitato -e fortificato. Accresce molto peso a queste osservazioni la seguente -circostanza. -</p> - -<p> -Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del -Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò -in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del Monte, -ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle alture delle -Murge dodici miglia lungi da Ruvo, <i>pervenimus ad casale Guaranioni distans -ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes ibidem, quia jam -hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus</i>. Indi soggiugne: <i>Judex -autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus advenerat cum tribus, aut quatuor -sociis ad receptionem officii prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum -Ordinis Sacræ Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato, -quod nobilitate sua et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus -dicti Casalis viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui -curialiter id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai -præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti</i><a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a48">[a48]</span> -</p> - -<p> -Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio, -o sia <i>Casale</i> tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe -potuto dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più -la conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia -esiste vi doveva essere la città denominata <i>Silvium</i> distrutta dappoi -dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più tampoco, -e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato <i>il Gorgoglione</i>. -</p> - -<p> -Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel -<i>Gorgoglione</i> di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale. Vi -è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico, il quale -porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una Regione ben -lontana dal sito dell’antica città denominala <i>Silvium</i> oggi <i>Castello del -Garagnone</i> come risulta dai seguenti documenti. -</p> - -<p> -Carlo Borrelli nel suo libro intitolato <i>Vindex Neapolitanæ Nobilitatis</i> -ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si conserva nel -Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’ Feudatarj e Suffeudatarj -che al tempo del Re Guglielmo il Buono contribuirono la loro -quota de’ soldati per la spedizione di Terra Santa. Nel riportarsi in esso -i Feudatarj e Suffeudatarj della Provincia di Basilicata si legge la seguente -Rubrica: <i>Comitatus Montis Caveosi</i> = <i>Isti sunt Barones, qui -tenent feuda de Comitatu Montis C.</i> -</p> - -<p> -Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e Castelli -in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che appartenevano -alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un certo, -<i>Patritius, qui tenet feudum <span class="smcap">Gurgulionis</span>, quod est feudum II militum</i>. -Della Terra di <i>Gorgoglione</i> si parla anche in un Registro di Carlo II -di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si rileva da esso -che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al Giustiziere della -Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero rilasciate le contribuzioni -fiscali agli uomini ed alle Università <i>Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis, -et Tulbii</i> (Tolve) in considerazione de’ danni sofferti nella guerra -dai suoi nemici<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. Da altro Registro di Giovanna II dell’anno 1415 -che si conserva del pari nel Grande Archivio, si rileva che la Terra -<span class="pagenum" id="Page_a49">[a49]</span> -<i>Gurgulionis</i> nella Provincia di Basilicata era tassata per cinque once -l’anno, sulle quali le fu dalla Regina rilasciata un’oncia e quindici -tarì<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>. -</p> - -<p> -Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata <i>Gorgoglione</i> -era nel cuore della Basilicata, e formava parte della Contea di -Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di quella Provincia. -Il <i>Garagnone</i> al contrario sta nella parte estrema della Provincia di Bari, -cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò la città denominata -<i>Silvium</i>, come lo provano li seguenti Registri Angioini. -</p> - -<p> -Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273 -scritta da Corato fece sentire <i>Magistro Juris</i> che risedeva in Barletta, -<i>Quod Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis -S. Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet -pleno jure</i>. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire innanzi -alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che credevano -avere <i>super prædicto casali, seu feudo</i><a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>. -</p> - -<p> -Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu -da lui scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla -quale gli disse che Fra Bernardo <i>de Bellaffario</i> Luogotenente del Priore -dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva -esposto che <i>Castrum Guaralionem<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> in decreta tui Justitiariatus Provincia -situm</i> era franco dal pagamento del servizio militare per concessione -e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che avendo quindi -dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le disposizioni opportune<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. -</p> - -<p> -Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una -informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari per -ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In cotesta -<span class="pagenum" id="Page_a50">[a50]</span> -informazione si legge ciò che siegue: <i>Et in Guaranione invenit idem -Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis Jerosolimitani -de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio pro eodem -loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias triginta</i><a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>-<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>. -</p> - -<p> -Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle -mani dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori -è stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni -ha ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il -che lo compruovano li seguenti notamenti del <i>Cedolare</i> della Provincia -di Bari che si conservano nel Grande Archivio. -</p> - -<p> -Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore -del <i>Garignone</i>. Nell’anno 1528 fu conceduto a <i>Filiberto de Chalon -Principe di Orangia</i> lo stato di Gravina <i>et Castrum Garignoni</i>. Nell’anno -1536 passò il feudo del <i>Garagnone</i> a Fortunato Grimaldi che -fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in adoa -Ercole Grimaldi <i>pro Castro Garagnoni inhabitato</i>. Nell’anno 1643 il Principe -di Cellamare acquistò <i>Castrum Guaragnone inhabitatum</i>. Nell’anno -1705 D. Giulia Nicastro acquistò <i>Castrum Guaragnone</i>. Nell’anno 1710 -Tommaso Mazzaccara acquistò il detto <i>Castrum Guaragnone</i>. Alla Famiglia -Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità è stato il Garagnone -spropriato dai suoi creditori. -</p> - -<p> -Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica -città della Peucezia denominata <i>Silvium</i> stava nel sito denominato il <i>Gorgoglione</i>. -Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro della Basilicata, -molto lungi da quella linea che si trova indicata da Strabone, -dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la quale -corrisponde perfettamente al <i>Castello del Garagnone</i>. -</p> - -<p> -Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica <i>Silvio</i> come -<span class="pagenum" id="Page_a51">[a51]</span> -l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese -fino a Venosa<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè -disse: <i>Dauniorum coloniæ Luceria, <span class="smcap">Venusia</span>, Oppida Canusium, Arpi</i><a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. -Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni -altro esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio -se questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . </span> <i>sequor hunc Lucanus an Appulus anceps</i>,</p> -<p class="i01"><i>Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus</i></p> -<p class="i01"><i>Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:</i></p> -<p class="i01"><i>Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;</i></p> -<p class="i01"><i>Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum</i></p> -<p class="i01"><i>Incuteret violenta</i><a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto. -L’ultima città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa -o che sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia -formato parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone) -è circa venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia. -Rimane ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia, -ov’era in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato -era Ruvo l’ultima città della stessa. -</p> - -<p> -Prese la Daunia il suo nome da <i>Dauno</i> valoroso Principe Illirico, -il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni insorte, -venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi si costituì -una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione anche Diomede -insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone. Dopo aver -egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi distinto con -belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi dalla sua Patria. -</p> - -<p> -Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si -batteva con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto -Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in -<span class="pagenum" id="Page_a52">[a52]</span> -cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la -Dea in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè -al di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie -adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per tal -cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo -esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la -protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno, -lo ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero, -ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia. -</p> - -<p> -Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi -riportato, continua a dire: <i>Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur -Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis -temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed -omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem -fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam -de his adseverandum</i>. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’ -confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al -tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto -se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia. -</p> - -<p> -Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine -occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè -Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce -dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta -anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. <i>A Bario -ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC. -Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. -In propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a -mari in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent, -quondam Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ -<span class="pagenum" id="Page_a53">[a53]</span> -sunt minores. Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa -nominata fuit. Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et -multa alia extant vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur -dominationem, utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs, -hodie humilis est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari -duæ sunt insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse -ferunt desertam<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum, -ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse, -et vitam vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines -probos, fugaque flagitiosorum</i><a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>-<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. -</p> - -<p> -Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella -<span class="pagenum" id="Page_a54">[a54]</span> -Daunia, una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè <i>Argiripa</i> -e <i>Canosa</i>, e fa indi menzione anche del <i>Campo di Diomede</i>. Era -questo poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio -di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale -ai Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia -che compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione -che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato <i>Vates -Illustris</i> ne’ seguenti termini: <i>Amnem Trojugena Cannam Romane fuge, -ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque -credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia occisa -tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus, -atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua, nam -mihi ita Jupiter fatus</i><a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>. -</p> - -<p> -Arnobio anche dice: <i>Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati -sunt</i><a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. E Silio Italico: <i>Infaustum Phrygiis Diomedis nomine campum</i><a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>. -Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere l’altro -Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre predizioni -che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente discorso -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram</i></p> -<p class="i01"><i>Fata cano vates, sistes ni crastina signa,</i></p> -<p class="i01"><i>Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ</i></p> -<p class="i01"><i>Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,</i></p> -<p class="i01"><i>Sed te, si perstas, insignes nomine Campi</i><a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col -quale confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella -città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo -di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia al -di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che s’incontrava -nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da Brindisi -a Roma. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a55">[a55]</span> -</p> - -<p> -Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia -marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime non -vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: <i>Hinc Apulia Dauniorum -cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ Hannibalis -meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus Dauniorum -finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a Salentino, -sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ, Lacus -Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque -Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum -genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ -loca nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria, -Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium -Diomede condente, mox Argyrippa dictum</i><a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. -</p> - -<p> -Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia -Daunia con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. <i>Apulorum -Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus -mons. Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi -fluminis ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria -Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum -mediterraneæ civitates Venusia, Celia</i><a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>. -</p> - -<p> -Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata -<i>Provincia Apuliæ</i> e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia di Calabria, -l’agro <i>Canosino</i> lo riportò nella prima, e l’agro <i>Rubustino</i> nella -seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato che la città di Ruvo -era nella Peucezia e di Greca fondazione, non vi può esser dubbio -sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli Arcadi occuparono quella -Regione prima della Guerra di Troja, e vi si sostennero, per cui ritenne -sempre la stessa il nome di <i>Peucezia</i> preso da quello del Condottiere -degli Arcadi ed altre genti del Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. -Onde con ragione disse Strabone: <i>Incolæ ex Arcadia videntur -immigrasse</i>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a56">[a56]</span> -</p> - -<h2 id="cap4">CAPO IV. -<span class="smaller"><i>Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti antiche -trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci. -Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a -questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano -prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini -di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi sepolcri, -crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di creta, -gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani, ove -i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non pochi -pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono cangiati! -Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di doversi -convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque! -</p> - -<p> -La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi -oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano -cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se n’erano -anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di qual merito -essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se sono stati pubblicati -si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati rinvenuti. Ne’ -vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo pennello che -rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte la Chimera. -Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la stessa favola. -Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di Hamilton non -potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che lo stesso ha -col mio. -</p> - -<p> -Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento, -e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che moderni, -quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure di -Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro conformi -<span class="pagenum" id="Page_a57">[a57]</span> -che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i vasi dipinti -dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti potersi -trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del disegno, delle figure, -delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e di tutte le più minute -circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di Hamilton sia stato -trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali sono stati pubblicati -senza che siasi conosciuto o indicato il luogo ove si son trovati. -</p> - -<p> -Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione -fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari, -ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’ -buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce -tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse -da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe -potuto estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non -aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto innanzi, -perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo decennio -di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto all’Archeologia, -e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna opinione -perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva, o non -veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti. -</p> - -<p> -Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro -somma eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte -gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio -nello scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche -mura della città nel largo detto di <i>Porta Nuova</i> o di <i>Porta di -Noja</i>, della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di -cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi da -lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco. Si -trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per ornamento -del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono -trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme con -altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo di S. M. -il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti antiche. -</p> - -<p> -La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli -<span class="pagenum" id="Page_a58">[a58]</span> -che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non -privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal -de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose in -fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti cominciò -allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore e fu -portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi un poco -soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il quale non si può -smuovere e profondare senza moltissimo travaglio. Gli antichi sepolcri -di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati ed incavati nel vivo sasso -di maggiore o minore ampiezza secondo la qualità della persona sepolta, -e la quantità degli oggetti che vi si riponevano. -</p> - -<p> -Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti, -cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti ed -altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più frequenti -quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze, gambali, -lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione ho anche -una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati anche oggetti -di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri, e nel Real -Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben conservata, di -squisito lavoro. -</p> - -<p> -Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una -gran tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non -fosse stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo -sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento. -Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso. In -que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti di terra, -di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori, si è dovuto -scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di profondità. Il -farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza veruna sicurezza di -trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i specolatori. -</p> - -<p> -Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente -che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali -scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali sogliono -trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi la -<span class="pagenum" id="Page_a59">[a59]</span> -quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente che vi -accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano l’aspetto -di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di frutta, di comestibili -e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse volte avveniva -che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera. Si proseguivano -allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i sepolcri scoverti non -fossero stati la notte da altri vuotati, e la campagna suddetta si mostrava -in più luoghi illuminata. -</p> - -<p> -Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno -destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso -illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto. -Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero riuniti -in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser pareggiata -da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per la -eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti scavamenti -suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del guadagno, non -era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj de’ vasi suddetti -questo sentimento sia patrio, sia letterario. -</p> - -<p> -Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi -tesori sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero -fatti passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure -che l’onore e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, -com’era avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli -tutti, quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un -privato non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario -che fece uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali -avrebbero potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di -lunghissimi anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: -nel che fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato -dagli stessi sentimenti, e prematura morte mi ha rapito. -</p> - -<p> -Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono -i seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che -seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano -era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj lasciato -<span class="pagenum" id="Page_a60">[a60]</span> -a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti fu di -molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria, non è meno -vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati gli scavamenti -suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo Ruvestino. Ne -seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si volevano vendere -ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non si fossero scoverte, -ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi convicini. Coloro -che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori, dalle mani de’ quali mi -è convenuto ricuperarne parecchi che non erano a lasciarsi; ma il maggior -numero di essi probabilmente è passato all’Estero. -</p> - -<p> -Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche -amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè sapevano -bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì -per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano a -ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio di quello -che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata confessata dagli -stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza era che vi ha degli -uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non sanno che invidiare -negli altri quella elevatezza di pensare di cui non son essi capaci. -Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo ben caro dai -Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere conservati. -Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra Marsia ed Apollo, -e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo rimasti spogliati -delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali due vasi sono bellissimi. -</p> - -<p> -È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi -illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano pregevoli. -Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di -essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante -cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere -acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita -di vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la -quale esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà -delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere -<span class="pagenum" id="Page_a61">[a61]</span> -che ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole, -sia del tempo in cui furono dipinti. -</p> - -<p> -Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano. -Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per qualche -testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso, o -vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto prendere -una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla per -vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi che ho -comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo il dare -ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento di spesa -che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza, onde non -perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la Collezione -che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti oggetti che -avessi potuto. -</p> - -<p> -A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, -ed al fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti -sono stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole -una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema -di esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe ’l -numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti <i>Rhyton</i> de’ quali -è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra delle antiche -città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e di tante diverse specie, -quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi rinvenuti non si fossero -sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero passati all’Estero, qual -collezione spettacolosa avrebbero potuto formare! Gli stessi scavamenti -Nolani che sono stati i meno sterili di questi pregevoli oggetti, non -ne hanno dati che pochi, e di specie limitate, e non così varie come -quelli di Ruvo. -</p> - -<p> -Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste -umane, tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima -di Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono -anche con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, -di montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse -<span class="pagenum" id="Page_a62">[a62]</span> -specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di -cervi, e due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, -una di tigre, ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, -e due da dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla -coi suoi due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi -sono inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello, -un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro -con quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini -interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati -a terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però -le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una gran -quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette <i>terre cotte</i><a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>. -</p> - -<p> -Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da -me acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non -mi è occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, -e Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva -il marchio alla coscia -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Equi solent inustum</i></p> -<p class="i01"><i>Coxis habere signum</i><a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Si legge in Apulejo <i>Nec non et equum illum quoque meum notæ -dorsalis cognitione recuperavimus</i><a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>. Il chiarissimo Canonico Mazocchi -<span class="pagenum" id="Page_a63">[a63]</span> -ha dette molte belle cose sui cavalli denominati <i>Koppatias</i>, e <i>Samphoras</i> -dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere greche<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>. -</p> - -<p> -Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio -pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe che -girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli delle -quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta. Uno di -essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo Tarantino, -poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il Delfino, -ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare quanto -i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle manovre di -cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di figura sferica -con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio agli Archeologi -l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli antichi Scrittori -per i buoni cavalli che producevano abbia potuto appartenere il -cavallo marchiato a questo modo. -</p> - -<p> -Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis</i><a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a></p> -<p class="i01"><i>Post partum cura in vitulos traducitur omnis,</i></p> -<p class="i01"><i>Continuoque notas, et nomina gentis inurunt</i><a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano -ai muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, -come si pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso -degli altri Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo -ha fatto apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io -posseggo, la quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra. -</p> - -<p> -Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di -Ruvo non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità -delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli -e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia -<span class="pagenum" id="Page_a64">[a64]</span> -degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi, e spesso -anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano volentieri ne’ vasellini -delle altre antiche città Greche. Io ne ho riuniti moltissimi veramente -vistosi. Ma quanti altri han dovuto scapparmi! -</p> - -<p> -Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per -una doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche -trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici di -quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri. La seconda -perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella stessa -creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che attualmente -si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa creta che dà -oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a lavorare vasi di -creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti forme, ricercati -specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima Provincia di Basilicata. -Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli Antichi, poichè come bene -osserva Cornelio Tacito <i>Sed nostra quoque æetas multa laudis, et artium -imitanda posteris tulit</i><a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>. -</p> - -<p> -Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile, -e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza, -e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero <i>non manierato</i>. -Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in -Napoli per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi -anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce -così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, -ed importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo -Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere -anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo -ove io lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di -essi che mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza -Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di -Ruvo. -</p> - -<p> -Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa -<span class="pagenum" id="Page_a65">[a65]</span> -attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti nelle -mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero. Quest’oggetto -fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide misure -tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si ammirano -non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati. Hanno questi -riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che vi era di scelti -vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza. Ha fatto inoltre il -Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto proprio non senza -un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno essi fruttato al detto -Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una Commissione incaricata -di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti pregevoli di antichità -che si trovano non siano venduti agli Esteri senza la intelligenza della -Direzione del Real Museo. È tutto ciò risultato a sommo onore della -nostra città, ed ha pienamente appagati i miei voti. -</p> - -<p> -Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica -Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico -D. Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di -una casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini. -Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di -pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto -in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del sepolcro. -Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi oggetti -che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona distinta. -Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti trovati -nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza. -</p> - -<p> -Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla -massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto -giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che i -due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove giovani -donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si trovò -mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane danzatore. -Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che regola -la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona la lira. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a66">[a66]</span> -</p> - -<p> -Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una -lunga tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa -e le spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il -taglio, e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati -di strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo -hanno la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color -rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle tempia. -Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due giovani -vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la quale -è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto i due -giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra, blanda, -seria, e molto grave. -</p> - -<p> -Di cotesta danza funebre il sig. <i>Raul-Rochette</i> avendone avuta da -Ruvo una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno -1836<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo -genere. Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche -dipinti ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son -trovati con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, -e possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che -avesse parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva -per le mani lo avrebbe esatto. -</p> - -<p> -Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono -le donne suddette, dice <i>Qui se tiennent par la main en dansant</i>. -Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia, ed -al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che -viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle -odierne scuole di ballo è chiamato <i>la catena</i>. -</p> - -<p> -Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi -dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità -a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta. -Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è -<span class="pagenum" id="Page_a67">[a67]</span> -poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle -illustrazioni degli Archeologi. -</p> - -<p> -Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito, -e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi -ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi creduto -giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di qualunque -particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo consigliai -che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai bene -l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece, e debbo -attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta illustrazione -a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la prima volta sotto -gli occhi una danza funebre. -</p> - -<p> -Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la perfezione -del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma anche -la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che si -vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti -della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non -isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative ai fatti, -o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori. Potrei ciò compruovarlo -colle corrispondenti osservazioni su di molti vasi di Ruvo; -ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia collezione. -</p> - -<p> -In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le -mura di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni -venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro -I dell’Eneide vers. 494 e seguenti. <i>Quinto Smirneo</i>, detto anche -<i>Quinto Calabro</i> che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse -nella Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile -portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa -a descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla -battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento -suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo: <i>Mox -ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto.</i> -</p> - -<p> -Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata -la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di -<span class="pagenum" id="Page_a68">[a68]</span> -lei armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo. -Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei -fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato che -tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle minutezze -che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore. -</p> - -<p> -Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile -asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:</i></p> -<p class="i01"><i>Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,</i></p> -<p class="i01"><i>Veluti si quis verubus ad ignem flammantem</i></p> -<p class="i01"><i>Viscera transfigit, cœnam festine apparans.</i></p> -<p class="i01"><i>Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo</i></p> -<p class="i01"><i>Penitus transadegit ementa hasta</i></p> -<p class="i01"><i>Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>.</i></p> -</div></div> - -<p> -Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che -combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta di -Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare -avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di -sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad -incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo -preciso descritto dal precitato Poeta. -</p> - -<p> -Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del -pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era -istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento -della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della -qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad un -tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera. -</p> - -<p> -L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un -letto elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la -Dea coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha -nelle mani la di lei famosa <i>zona</i><a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>. Le tre Grazie sono occupate al -<span class="pagenum" id="Page_a69">[a69]</span> -di lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani -una ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta ha -nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino. La terza -curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che possa idearsi attende -a calzarle una pianella molto elegante al piè dritto. Sotto il letto -vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si vede un giovane guerriero -nobilmente vestito con berretto frigio, ed elegantissimi calzari, -il quale sotto il braccio sinistro ha due lance poggiate a terra ed inclinate -sulla parte sinistra del petto, e della spalla. Si vede lo stesso -confuso ed attonito che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo -della sua veste che solleva colla mano dritta. -</p> - -<p> -Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal -bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso -che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida -ove questi dimorava, fingendosi la figlia di <i>Otreo</i> che aspirava alle di -lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte -nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il mattino -si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito, -ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col -lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto -minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato. -</p> - -<p> -Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato -Inno di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti -<span class="pagenum" id="Page_a70">[a70]</span> -dal gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le -sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza -del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due -minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla -istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise -nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a -conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che -abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che -corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,</i></p> -<p class="i01"><i>Timuitque, et oculos declinando vertit alibi.</i></p> -<p class="i01"><i>Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,</i></p> -<p class="i01"><i>Et illam precatus, verba alata dixit etc.</i></p> -</div></div> - -<p> -La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto -di Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto -a questo modo -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Vestibus mollibus stratum: et insuper</i></p> -<p class="i01"><i>Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,</i></p> -<p class="i01"><i>Quos ipse occiderat in montibus aliis.</i></p> -</div></div> - -<p> -Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente -coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto -sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano -che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno -di Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto -fosse stato una perfetta copia di esso. -</p> - -<p> -Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso -anni indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il -lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere. -</p> - -<p> -Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato -come <i>une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes -qui soient encore sorties des fouilles <span class="smcap">de Nola</span></i><a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>! Il che mi ha molto -<span class="pagenum" id="Page_a71">[a71]</span> -e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio -di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo -io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un -vaso di Nola. -</p> - -<p> -Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto -alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta -diminuita per metà<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>, come ne hanno convenuto anche tutti -coloro che ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro. -</p> - -<p> -Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione data -dal Sig. <i>Raul-Rochette</i> al vaso suddetto, credo di aver detto abbastanza -per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di Omero. Nondimeno -vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo che la spiegazione -suddetta non possa essere adatta al dipinto del vaso di cui si -tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni archeologiche. -</p> - -<p> -È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta erudizione -si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via facile, -e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva certamente -essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra descritto -vi è dipinta la <i>Toletta di Elena</i>, e che quel Principe Frigio che sta -nell’atteggiamento innanzi cennato sia <i>Paride</i>. -</p> - -<p> -Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di -Pausania ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto -che vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però -la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto possa -avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il Signor -Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare da se stesso -se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto che presenta -la cosa medesima, metto in nota le precise parole di Pausania<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a72">[a72]</span> -</p> - -<p> -Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba -che si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? -Come attribuirsi ad Elena la famosa <i>zona</i> di Venere che l’ha nelle mani -un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul -letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso, e -dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè trascritto. -</p> - -<p> -Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre -giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica le -tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso Pausania<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>. -Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena, -ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore <i>Gratiæ vero -Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt</i><a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>. Ci fa Plinio inoltre conoscere -che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre <i>inter -Gratias, et Cupidines</i><a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. È quindi risaputo che le Grazie erano sempre -compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a Venere -lo erano ordinariamente anche alle Grazie<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>. -</p> - -<p> -D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva -nel Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva -Paride mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il -viso col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione -di tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise -rimpetto a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma -non già per Paride rimpetto ad Elena. -</p> - -<p> -Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso -<span class="pagenum" id="Page_a73">[a73]</span> -letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse un’altra -stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta bene tal posizione -a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè si trovava nella -casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual era Anchise, ove non -vi potevano essere gabinetti opportuni per adornarsi le Principesse, e ’l -Pittore si adattò maestrevolmente a tal circostanza. -</p> - -<p> -Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere -levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e quindi -si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel piccolo -quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che un’urna -di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose, e -fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far entrare -nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello. -</p> - -<p> -Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena, -l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo -triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse -avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua <i>toletta</i>, che il proprio letto! -</p> - -<p> -Mi scuserà quindi il Sig. <i>Raul-Rochette</i> se per questi ragionevoli -motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al pregevolissimo -vaso Ruvestino, e non già <i>Nolano</i>, come a lui è piaciuto -dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la minutezza degli -altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato il chiarissimo -Sig. <i>Millingen. Malgré le silence des Historiens à l’égard de cette -Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent des temoignages -incontestables de son opulence, et du gout éclairé de ses habitans pour -les beaux artes</i>. -</p> - -<p> -<i>Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent -par leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le -grand intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à -présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une grande -beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent cultivés -avec un egal succes</i><a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a74">[a74]</span> -</p> - -<p> -Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri -oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della origine -Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando a -parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia con Oenotro, -e Peucezio dice <i>Dicuntur etiam Graecarum literarum usum prædictæ -Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse, instrumenta quoque -musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis non nisi -pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has invento musico: leges -etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex parte mitem, ac -mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave alia emolumenta -contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse apud suos hospites</i>. -</p> - -<p> -È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno -per bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città -di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi grandiosi -per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son essi -privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca ne’ vasi -Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche degli -ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa un’antica -città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i -quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti -le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate. -</p> - -<p> -Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono -state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due -molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo -stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire: -<i>Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan</i>. Dice lo stesso -anche Virgilio. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi</i></p> -<p class="i01"><i>Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>.</i></p> -<p class="i01"><i>Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit</i></p> -<p class="i01"><i>In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>.</i></p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a75">[a75]</span> -</p> - -<p> -Si legge inoltre presso Pausania: <i>Panos lapideum signum, cui Synois -cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et -seorsim ab illis Pana creditur aluisse</i><a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>. Erano queste le Ninfe Arcadiche, -dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale -Comite nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: <i>Hunc memoriæ prodidit -Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a -Synoe Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem, -omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in -hujus esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte -educatus</i><a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che -si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra -città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli -Arcadi. -</p> - -<p> -Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine -o le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva -dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo -che ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti di -Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di quell’Eroe -elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi ho parlato -colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere Diodoro Siculo -che quell’Eroe aveva gli Arcadi <i>in perpetuam belli societatem</i>, e -che fu da essi assistito anche nella spedizione contro i figliuoli di <i>Eurito</i> -chiamati <i>Toxeo, Molione</i> e <i>Pizio</i> che gli avevano negata Jole da -lui presa per forza dopo avergli uccisi<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>. Avevano quindi gli Arcadi -un culto anche per Ercole, e vedendosi questo ritenuto tanto nelle monete -che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma vie più la origine Arcadica -della nostra città. -</p> - -<p> -Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni -hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro -<span class="pagenum" id="Page_a76">[a76]</span> -Paese natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi -la origine Grechesca di una città, <i>Primum et præcipuum locum tribuo -ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ. -Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam -eis censent immutandum iræ divinæ metu</i>. Lo conferma coll’esempio -di molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro -culto rispettivo<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>. -</p> - -<p> -Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti <i>Rhyton</i> rinvenuti -in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche, -di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi gli animali -familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli uomini di -avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono inclinati, molto -più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro agiatezza, come -ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro Ruvestino opportunissimo -anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri colle figure di cotesti -animali che rendevano più liete le mense degli antichi abitanti della -nostra città, contestano anche i loro costumi Arcadici. -</p> - -<p> -Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente osservazione. -Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò mentr’era -ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in grandissimo -numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati pubblicati -dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno di essi -vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da altri -Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore che dipinse -il vaso. -</p> - -<p> -Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale -per la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. -È in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli -Argonauti. Si vede la nave <i>Argo</i> ligata al lido del mare. Tra gli Argonauti -sbarcati vi sono i due Guerrieri alati <i>Calai</i> e <i>Zete</i> figliuoli di -Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi impugnate, -inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle loro mani -<span class="pagenum" id="Page_a77">[a77]</span> -le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al cieco Fineo -che siede alla stessa. -</p> - -<p> -Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo -di esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale -rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere -H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi -ho parlato. -</p> - -<p> -Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del -Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser -dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto -non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose -sono da essi superati<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo -è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome -chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di -Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come -han fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini. -</p> - -<p> -Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si -sono trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come -si mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro. -Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia -stato un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè -ho avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso -stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me, ed -acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima eleganza -dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito -di uomini, e di donne. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a78">[a78]</span> -</p> - -<p> -Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte -della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar maestria -la disfida tra <i>Tamiri</i>, o <i>Tamiride</i>, e le Muse in presenza di -Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha -questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali era -fregiato. -</p> - -<p> -Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario -di Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante, -è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore -ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura sulla creta. -Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui metalli ha -l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e di tutti gli -altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose ch’entrano nel -quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene, per separare -l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca l’effetto di presentarle -all’occhio di chi le guarda nel posto di avanti, di dietro, -di lato etc. come l’uopo lo esige. -</p> - -<p> -Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si -cerca cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore -de’ vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire -questo svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed -alle cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata, -e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in tutto -lo ha sicuramente ottenuto in gran parte. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a79">[a79]</span> -</p> - -<h3>DIGRESSIONE -<span class="smaller"><i>Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito -ad altra città novella surta nell’agro Ruvestino.</i></span></h3> -</div> - -<p> -Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo -mi rimane a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla -penna del nostro Letterato Grecista <i>Giacomo Martorelli</i>. Mentre cotesto -vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia -leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata -attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola millanteria -lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che un picciolissimo -oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali ha la nostra -città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè sensata, nè laudabile -il vestire il corvo colle penne del pavone. -</p> - -<p> -Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un -antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere un -libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo <i>De Regia theca -calamaria</i>. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo stesso è -pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta dai Letterati -suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora stravaganza -in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino la rimota -antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e quindi sconosciuta -a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo ora di far conoscere -questa frottola per quello che vale. Credo di non poterlo far meglio -che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo tratto di delirio di -un uomo per altro dottissimo colle opportune osservazioni. -</p> - -<p> -<i>Prope urbem Turricium<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> hoc jam</i> πολυβὸητον <i>vasculum anno 1745 -<span class="pagenum" id="Page_a80">[a80]</span> -erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum rusculum -exercebat in vico, qui vulgo</i> Mons viridis <i>nomine salutatur, nihilque -longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor millia pass -ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos, quos Horatius -in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie urbem, quæ -vulgo audit</i> Altus murus <i>(vetus nomen firment indigenæ). Turricium, -licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem famam sibi -conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium dederit, -ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida, quod monumentum -vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit, uti Eugubium -et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc Græcanicas -(quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario condecorat), -et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa -vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua -taceam</i><a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>. <i>Scias nunc communi Italorum lingua appellari</i> Terlizzo, -<i>sed Populares vocitant</i> Turrizzo, <i>et Turris est pro urbis signo</i> διακριτικῶ<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>. -</p> - -<p> -<i>Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum, -nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me transmissum -<span class="pagenum" id="Page_a81">[a81]</span> -est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia ulla -vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:</i> -</p> - -<p class="center"> - · · · · · I · VIÆ · FIL · TVRRI · · · · · ·<br /> - · · · · I · IT · · · · · · DCCCVI · · · ·<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. -</p> - -<p> -<i>Extrema hæc</i> ςοικεῖα <i>legas</i> occubuit. <i>Verum alteram epigraphen, -quæ in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto -fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit -propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum -Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum -in voce</i> Phœnicius, <i>inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas, -queis carent Typographi</i>. -</p> - -<p class="center"> -C · PHENICIVS · CVRVVS · SICVLVS · C · F · M<br /> -D · TRA · IMP<br /> -AD · V · P · CONS · OP · PRÆ<br /> -IS<br /> -CVM · SALT · TVRRICII · ADVENIS<br /> -NON · MAI · PER · AB · IOVE · PER<br /> -REP · EXHOR · TEMP ·<br /> -VIX · A · XXXIX · -</p> - -<p> -<i>Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius -<span class="pagenum" id="Page_a82">[a82]</span> -Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus: -is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit, -repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX.</i> -</p> - -<p> -Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al -proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: <i>Sed a -semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile, extructumque -prope Trajanam viam<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>, quare licet sit urbs vetustate sat -spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit, illius -fama longius pervagatura est, eritque ejus</i> λογος απανταχοῦ, <i>uti de -alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517</i><a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>. Quanta ampollosità! -</p> - -<p> -Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la -quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza -della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera, bisogna -non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già -di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio <i>cum saltum -Turricii advenisset</i>. Il convertire un bosco in una nobile città pareggia, -siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso Cavaliere -Spagnuolo del Signor <i>Cervantes</i> che gli faceva convertire i molini a -vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati! -</p> - -<p> -L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola -forza della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità -<span class="pagenum" id="Page_a83">[a83]</span> -degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto. -Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle -città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò tra -esse <i>Rubustinos</i> et <i>Butuntinenses</i>, ma non già <i>Terlitienses</i> o <i>Turricienses</i>. -Presso Giulio Frontino si trova nominato <i>Ager Rubustinus et Botontinus</i>, -ma non già <i>ager Turriciensis</i>. Nell’Itinerario di Antonino sulla -strada consolare che da Roma menava a Brindisi vi sono <i>Rubos et Butuntus</i>, -ma non già <i>Turricium</i>. Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono -<i>Botontones et Rubos</i>; ma non <i>Turricium</i>. -</p> - -<p> -Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi -di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi -di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè <i>Natiolum, Turenum, -Balulum</i> o <i>Bardulos</i>, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra -le città interne vi sono <i>Rubos</i> et <i>Botontones</i>, ma non <i>Terlitium</i> o <i>Turricium</i>. -Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato occidentale però -e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede in essa segnato -che un solo luogo chiamato <i>Rudas</i>, il quale non si sa qual esser possa, -perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella Regione<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. -</p> - -<p> -Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia -Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare dalle -cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta in feudo -unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente. Non è chiaro -però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’ Normanni, poichè -sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un villaggio che cominciava -a sorgere nel territorio di Ruvo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a84">[a84]</span> -</p> - -<p> -In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di -Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione -di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica: -<i>De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu -Cupersani</i>. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti da -quella Contea si leggono anche i seguenti; <i>Girinus Andriæ, sicut dixit, -tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse dixit est -feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV — Paganus Nobilis -tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi Malenepotis, et -est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites IV — Danes Andriæ -tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus Morellanus et Guillelmus -de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum I militis et cum -augmento obtulit milites II.</i> -</p> - -<p> -La picciola <i>terra</i> posseduta dal nobile <i>Pagano</i>, la quale formava -un feudo di due militi, si dice che stava in <i>Rubo, et Terlitio</i>. Ma non -si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo pezzo -di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva riportarsi -nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin d’allora -fossero state queste due città distinte e separate. Questa circostanza -quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in quel tempo -un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino e formava -parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione divenne ne’ -tempi posteriori più considerevole. -</p> - -<p> -Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che -cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente sconosciuta -non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed alla -Geografia del <i>Medio evo</i>. L’Autore della dotta Dissertazione, e della -carta Corografica <i>Medii ævi</i> che va tra le Opere del Muratori riporta -le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è parlato, aggiugne -le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca de’ Normanni, ma -tra queste ultime non si vede quel <i>Terlitium</i>, o <i>Turricium</i> che ha fatto -tanto gonfiar le pive al solo Martorelli<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a85">[a85]</span> -</p> - -<p> -Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo -di Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo -IX un certo <i>Fabio Terlitio</i> con altri coloni Ruvestini abbiano cominciato -ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo -Municipale, o sia dal <i>Senato</i> di Ruvo, al quale fu imposto il nome -<i>Terlitium</i> dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però una -carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi di -verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo ove -fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità, apparteneva -sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla novella -Popolazione di Terlizzi. -</p> - -<p> -Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi -di Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il -mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari. -Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e -Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava -a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta -strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto -il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada consolare -e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre sole -città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo poichè -fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due ultime -città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da esse poche -miglia, e quindi anche oggi sono considerate come <i>città della marina</i>. -</p> - -<p> -La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica -strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser -surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era -diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto territorio -racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal lato del -mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè quel territorio -che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo appartiene oggi -in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi posteriori. Non è però difficile -l’indagare a quale delle dette tre città sia appartenuto quel sito -in cui si vede edificata la novella città di Terlizzi. Basta il solo ajuto -<span class="pagenum" id="Page_a86">[a86]</span> -del buon senso per decidere ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e -dalla nostra città è stata dotata del terreno che attualmente possiede. -</p> - -<p> -La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo -e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette -miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta nel -territorio di Ruvo, e che la contrada di <i>Monteverde</i>, ove il calamajo -Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza da Ruvo -sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico agro Ruvestino -ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di Terlizzi. -</p> - -<p> -Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra -Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica -via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è -per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel -punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica -confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia -nelle contrade delle <i>Strappete</i>, delle <i>Matine</i>, e delle <i>Murge</i>. Il che fa -conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di Terlizzi -che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale in tutta -la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava prima con -quello di Bitonto. -</p> - -<p> -Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva -che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra -di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di Bitonto -dovevano far pascolare i loro animali <i>In sterpeto Bitontii, quod silva -dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro defensa -pro parte Curiæ nostræ custoditur</i><a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>. Cotesto bosco quindi denominato -sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino, Ruvestino e -Terlizzese. -</p> - -<p> -Non può cotesto <i>sterpeto</i> esser altro che quello il quale porta oggi -il nome di <i>Bosco di S. Leo</i> poco lungi dal luogo del territorio di Ruvo -denominato <i>S. Eugenia</i>. Apparteneva lo stesso, forse per sovrana concessione -di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani di Bitonto -<span class="pagenum" id="Page_a87">[a87]</span> -sotto il titolo di <i>S. Leo</i>. La natura, e la qualità del terreno, e delle -piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono molto bene al suo -antico nome di <i>sterpeto</i>. Il bosco suddetto colla soppressione di quel -Convento devoluto al demanio lo ha acquistato la Famiglia Siciliani di -Giovinazzo. È da credersi però che quando si teneva per uso delle Regie -razze di animali esser doveva più vasto di quello che lo è al presente. -</p> - -<p> -Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio che -il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato dall’antico -agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S. Leo in -su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino, molto al di là -del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione suddetta progredisce -a linea continuata lungo le contrade dell’agro Ruvestino denominate -<i>le Strappete</i> (o sia sterpeto), <i>le Matine e le Murge</i>, confinazione -la quale doveva estendersi allo stesso modo fino al mare Adriatico ai -tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando non vi era ancora -Terlizzi edificata al di qua della linea della detta antica confinazione -verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa. -</p> - -<p> -Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal -Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato -<i>Turricium</i> messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso dal -fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di Ruvo, -ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica strada -consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla distanza -di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco aggregato -dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò <i>Parco di Terlizzi</i>. -Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti coloni -Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia -gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia. -</p> - -<p> -Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta -(se questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato <i>Turricium</i>. -Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia -potuto essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè -lo stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi -<span class="pagenum" id="Page_a88">[a88]</span> -fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere -anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine -che il nome <i>Terlitium</i> attribuito alla novella città abbia potuto esser preso -da quello del Bosco <i>Turricium</i>, sul suolo del quale fu forse edificata. Ma -dalla esistenza di un bosco denominato <i>Turricium</i> al tempo di Trajano -il volerne inferire che fosse stata questa una nobilissima città da niuno -conosciuta, nè da veruno antico Scrittore o Geografo nominata, è una -maniera di argomentare la quale non so se debba destar sorpresa, o -compassione. -</p> - -<p> -D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro -trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della rimota -antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra, poichè -quello può essere antico, e questa recente. Come si son trovati -nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza dalla città, -così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi. Gli antichi abitanti -della nostra città avevano sicuramente le loro case di campagna. -Come le avevano in quella parte del territorio che attualmente appartiene -a Ruvo, così le avevano anche in quella parte di esso che ne’ tempi -posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed assegnata a Terlizzi. -Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la sepoltura nelle loro -ville dove si son trovati nel morire, o dove han voluto che fossero -stati sepolti. -</p> - -<p> -Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un -tempo anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico -sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica -a dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di essa -parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non comprendere -che le città veramente antiche serbano sempre in loro stesse le testimonianze, -ed i monumenti della loro antichità. Non tutto può distruggere -il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo dispetto. In qual -Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come ve ne sono tante -di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri ricchi di preziosi -vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si son trovati e si trovano -ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo intorno all’abitato? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a89">[a89]</span> -</p> - -<p> -Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di -una città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene, -perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a -Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste -vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera buffoneria -atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore che si -è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il quale -per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di antichità -Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa. -</p> - -<p> -Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa, -attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla necessità, -attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga una volta per -sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia illustre patria nel -di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa riconoscente del bene della -sua esistenza. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a90">[a90]</span> -</p> - -<h2 id="cap5">CAPO V. -<span class="smaller"><i>La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche -dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Non è cosa facile il dar ragione delle nomenclature delle antiche -città. Poche son quelle per le quali si può affermare che abbiano preso -il loro nome sia da quello del fondatore rispettivo, sia da circostanze -locali che lo abbiano suggerito, sia in fine da rilevanti avvenimenti che -abbiano avuto luogo nel sito di esse. Pe ’l massimo numero delle città -la origine del loro nome rimane ravvolta nella profonda caligine del -tempo. -</p> - -<p> -Qualche Commentatore di Orazio nelle sue annotazioni sulla parola -<i>Rubos</i>, ove il Poeta pernottò nel suo viaggio da Roma a Brindisi, dice -che questa città abbia preso il suo nome <i>a copia ruborum</i>, come erroneamente -ha detto anche Roberto Stefano confutato nel capo primo. È -facile il vedere la frivolezza di cotesta etimologia. I roveti si trovano -da per tutto ove il terreno non è coltivato per lo intero, e molto di -esso si lascia ai boschi ed ai paschi. L’agro Ruvestino non ha una -quantità di roveti maggiore di quelli che vi sono in altri luoghi. -</p> - -<p> -Li Commentatori suddetti per altro hanno scritto in un’epoca in -cui non si erano ancora pubblicate le antiche monete Ruvestine, le quali -hanno messo in chiaro di esser questa un’antica città Greca. Quindi la -etimologia del suo nome malamente si è tratta dal Latino <i>Rubi</i>, mentre -si deve prendere dalla leggenda Greca Ρύψ che vi è nelle più antiche -di esse. Messa dunque la sicura origine Greca della città suddetta, -le conghietture relative al suo nome non possono e non debbono -partire da altre considerazioni, meno che da quelle che può suggerire -la sua origine<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a91">[a91]</span> -</p> - -<p> -Si sa che i condottieri delle straniere Colonie venute a stabilirsi -nella Italia hanno dato sovente il loro nome non solo alle città da essi -fondate, come Cuma, Taranto ed altre, ma anche alle Regioni da essi -conquistate, come si è detto innanzi della <i>Peucezia</i>, della <i>Oenotria</i>, -della <i>Daunia</i> e di altre. Ma fu anche costume delle Colonie Greche quì -stabilite di riprodurre i nomi delle città della loro Patria originaria che -avevano lasciata per la necessità di andare a proccurarsi altrove il proprio -sostentamento. -</p> - -<p> -Quindi Dionigi di Alicarnasso ci fa sapere che i Greci venuti dal -Peloponneso nella Campania <i>Inter ceteras urbes condidere Larissam Pelloponnesiacæ -illius cognomine, quæ quondam Metropolis ipsorum fuerat</i>. -Parlando indi della seconda spedizione degli Arcadi condotta da Evandro, -come innanzi si è detto, e partita dalla città dell’Arcadia denominata -<i>Pallantium</i>, dice che essendosi questi stabiliti vicino al Tevere -nel luogo ove surse dappoi la città di Roma, edificarono una picciola -città e soggiugne: <i>Huic Oppidulo a veteri Patria nomen apponunt Pallantium, -nunc vero Palatium a Romanis dicitur corrupta voce injuria -temporum</i><a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>. -</p> - -<p> -Dice lo stesso anche Pausania parlando di Evandro. <i>Hunc in coloniam -missum, deducta a Pallantio in locum Tiberi proximum Arcadum -manu, oppidum condidisse, quod urbis Romæ postea pars fuerit: appellatum -vero de Arcadici Oppidi nomine ab ipso Evandro, et Inquilinorum -comitatu Pallantium, quod nomen consecuta cetas duabus literis L -et N submotis, immutavit</i><a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a92">[a92]</span> -</p> - -<p> -Si è inoltre osservato innanzi coll’autorità di Plinio e di Strabone -che Diomede fondò nella Daunia la città di <i>Argos Hippium</i>, detta poi -<i>Argyripa</i>, ed in fine <i>Arpi</i>, per riprodurre quì il nome della Greca città -<i>Argos</i>, onde disse di lui Virgilio. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ille urbem Argyripam patriæ cognomine gentis,</i></p> -<p class="i01"><i>Victor Gargani condebat Japygis agris</i><a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Quindi Servio su di altro luogo del Poeta osserva. <i>Diomedes in -Apulia condidit civitatem, quam Patriæ suæ nomine appellavit, et Argos -Ippion dixit, quod nomen postea vetustate corruptum est, et factum -ut civitas Argyripa diceretur, quod rursus corruptum Arpos dixit Plinius -lib. III Cap. XI</i><a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>. -</p> - -<p> -Lo stesso dir si deve delle città <i>Eraclea</i>, e <i>Locri</i> riprodotte similmente -dalla Grecia in Italia, ed anche di <i>Turio</i> che ben si può -dire denominata dalla Greca città <i>Thuria</i> di cui fanno menzione Strabone, -Pausania, Stefano Bizantino, ed altri<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. Nè solo delle città -Greche si videro quì riprodotti i nomi; ma anche de’ fiumi della Grecia. -Il fiume <i>Crati</i> che scorre ove prima vi era la città di Sibari, ed -indi quella di Turio, e che viene formato dalla unione di due fiumi, -prese tal nome da un fiume della Grecia, di cui dice Strabone. <i>Ad -Achaicas porro Ægas fluvius est Crathis, qui ex duobus fluminibus auctus -a permixtione, seu temperatione nomen habet, ut et Italiæ Crathis</i><a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. -</p> - -<p> -Si legge lo stesso anche presso Erodoto. <i>Inde Ægira, et Æga in -qua est Crathis fluvius perennis, a quo Italicus ille vocatus est</i><a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>. -Pausania similmente parlando del Monte <i>Crati</i> della Grecia, dice <i>In eo -<span class="pagenum" id="Page_a93">[a93]</span> -Monte Chratidis amnis fontes sunt. Labitur is in mare præter Ægas, desertum -ætate mea vicum, Achæorum olim urbem. Ab eo nomen accepit -Crathis Italiæ in Brutiis fluvius</i><a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>. -</p> - -<p> -Lo stesso dir si deve del fiume Acheloo della Etolia, da cui prese -il nome il nostro fiume chiamato da Strabone, e da Plinio <i>Acalandro</i>, -il quale porta oggi il nome di <i>Salandrella</i>, e scorre per i campi dell’antica -Eraclea. -</p> - -<p> -Vi è quindi tutta la ragione di dirsi che la città di Ruvo abbia -allo stesso modo preso il suo nome da altra antica città della Grecia -che si volle quì riprodurre. Rimane solo ad indagarsi quale di esse coloro -che la fondarono abbiano avuto in mira nell’imporle il suo nome. -</p> - -<p> -Ci fa sapere Strabone che nel Peloponneso, donde partirono Oenotro -e Peucezio coi loro seguaci vi erano due antiche città, dalle -quali ha potuto derivare benissimo il nome imposto alla nostra città. -Della prima di esse sita nell’Acaja dice così <i>Quod ad reliquas sive urbes, -sive portiones Achajæ attinet <span class="smcap">Rypes</span> non habitantur: regionem, cui Rypidi -nomen fuit Æginenses, ac Pharienses occuparunt, et Æschilus alicubi -hæc habet</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sacramque Buran, et Ceraunias Rypas,</p> -</div></div> - -<p> -<i>Fuit hæc Myscelli patria, qui Crotonem condidit. Sed et Leuctrum pagus -fuit Rypidis ad urbem Rypas pertinens</i><a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>. -</p> - -<p> -Dopo avere indi parlato delle città dell’Arcadia distrutte in tutto, -o in parte soggiugne <i>Quæ vero Homerus refert</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ripen ac Stratiam, et ventosæ mænia Ænispæ,</i></p> -</div></div> - -<p> -<i>eas neque facile, neque ulla cum utilitate inveneris cum sint desertæ</i><a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>. -Il che pruova anche ch’erano queste città di poca considerazione. Di <i>Ripen</i> -fa menzione anche Pausania riportandosi allo stesso modo ad Omero<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>. -</p> - -<p> -Le già dette due città cioè <i>Rypes</i> e <i>Ripen</i> che al tempo di Strabone -erano distrutte, prima della Guerra di Troja allora che Oenotro e Peucezio -<span class="pagenum" id="Page_a94">[a94]</span> -vennero nella Italia vi erano sicuramente. Da una di esse bisogna -dire che prese la città di Ruvo il suo nome. Penetrandosi però nel fondo -della cosa deve dirsi che lo prese dalla prima e non dalla seconda, e -ciò per una doppia ragione. La prima perchè il nome della nostra città -si trova sempre nel plurale come quello di Ρύπες presso Strabone, Erodoto, -e Pausania, e di Ρύπαι presso Stefano Bizantino, come saremo or -ora a vederlo. Ond’è che anche nel Latino la versione del suo nome si -è fatta nel plurale, e si è chiamata <i>Rubi</i>. -</p> - -<p> -La seconda perchè la città della Grecia da Eschilo chiamata Ρύπας -era assai più illustre della picciola città detta Ρίπεν di Omero, ed i -Greci riproducevano quì i nomi delle città cospicue del loro Paese natio, -non già delle ignobili Bicocche. Quindi Tommaso Pinedo nelle sue -note a Stefano Bizantino <i>De Urbibus</i> sulla parola Ρύπαι osserva: <i>Rhypæ -urbs Achaica. Una de duodecim Achæorum urbibus famigeratis auctore -Pausania in Achaicis, et</i> Ρύπαι <i>et</i> Ρύπες <i>dicitur Straboni lib. IX, Pausaniæ -libro citato. Ejus tantum ruinæ ætate Pausaniæ extabant, ut ipse -refert eodem libro</i>. Ed in vero Pausania nel riportare nominalmente le -predette dodici illustri città dell’Acaja, tra le quali Ρύπες, dice così: -<i>Sunt vero eæ urbes apud universos Græcos notæ et illustres</i><a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Anche -Erodoto le riporta una per una, e tra esse vi è Ρύπες<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>. -</p> - -<p> -Si aggiunga a ciò che il Ρίπεν di Omero è scritto coll’ι, e ’l Ρύπας -di Eschilo è scritto coll’ύ allo stesso modo che si legge in tutte -le monete Ruvestine. Quindi nella versione del nome della nostra città -si è detto <i>Rubi</i> e non <i>Riba</i> come avrebbe dovuto dirsi se il suo nome -si fosse preso da Ρίπεν di Omero. È questo anche un forte argomento -per credersi che i Greci del Peloponneso guidati da Peucezio vollero -quì riprodurre una delle dodici più illustri città del loro Paese natio. -</p> - -<p> -Nè si dica che nel luogo di Pausania testè citato si legga Ρίπες -e non Ρύπες, poichè fu questo un errore di amanuense avvertito e corretto -dal dotto Federico Sylburgio nelle sue annotazioni a Pausania, il -quale in altri luoghi scrisse il nome di questa città sempre coll’ύ e non -<span class="pagenum" id="Page_a95">[a95]</span> -coll’ι. <i>In Achaicarum urbium cathalogo mendosa sunt quædam nomina. -Pro</i> Ρίπες <i>enim scribendum</i> Ρύπες <i>per</i> ύ, <i>ut non infra tantum cap. 18 -et 23, sed etiam apud Herodotum et Strabonem, et confirmat etiam ordo -alphabeticus apud Stephanum. Imo apud eundem Stephanum non modo</i> -Ρύπες <i>appellantur cives ipsi, sed etiam urbs</i>. -</p> - -<p> -In fatti Pausania nel capo XVIII dello stesso libro VII parla di nuovo -di quella città e dice così: <i>Augustus deinde vel quod ad navium appulsum -Patras valde esse appositas judicaret, vel alia quacumque de causa, -emigrare illam multitudinem ex illis oppidis Patras jussit. Quin eodem -Rhypis Acheorum urbe funditus eversa, multitudinem omnem traduxit.</i> -E più giù nel capo XXIII. <i>Paululum supra militarem viam cernuntur -Rhypum ruinæ.</i> In ambi questi luoghi si legge Ρύπας Ρύπων non Ρίπας -Ριπων. Quindi anche Luca Olstenio nelle sue note a Stefano Bizantino -sulla parola Ρύπαι allega questo secondo luogo di Pausania ed osserva: -Ρύπαι <i>autem videntur dictæ Pausaniæ</i>. -</p> - -<p> -Pare dunque che questa e non altra esser debba la conghiettura -naturale ed adeguata sulla origine ed etimologia del nome della nostra -città. Non si può questo ripetere dal nome del condottiere della Colonia, -come per altre città si è detto, poichè si sa che il condottiere -de’ Greci ivi stabiliti fu <i>Peucezio</i>, e questi diè il suo nome alla Regione -da lui conquistata, non già alle nuove città che furono in essa fondate. -Manca inoltre qualunque altra circostanza locale, la quale possa avere -un’analogia o un rapporto col nome Greco alla stessa imposto. -</p> - -<p> -Si sa che le città hanno preso sovente i loro nomi dai fiumi, dai -laghi, dai fonti, dai monti etc. alle stesse adiacenti. Nulla vi è in Ruvo -e sue adiacenze che abbia potuto influire nella sua nomenclatura. In -tal posizione la spiegazione più plausibile ed adeguata della origine del -suo nome è quella di ripeterlo dalla riproduzione che si volle quì fare -di una delle dodici più illustri città dell’Acaja. -</p> - -<p> -Nè varrebbe il dirsi in contrario che Ρύπες è scritto col π e Ρύβαςτεινων -o Ρύβα abbreviato che si legge nelle monete di Ruvo è scritto -col β, il quale si è ritenuto anche nella nomenclatura latina <i>Rubi</i>. Non -sono queste che picciole variazioni, le quali nulla decidono. Le ha potuto -queste suggerire o il capriccio di coloro che vissero nell’età posteriori, -<span class="pagenum" id="Page_a96">[a96]</span> -o la corruzione del nome primitivo della città indotta dal tempo. -Si è detto innanzi che la città di <i>Argos Hippium</i> fondata da Diomede -nella Daunia fu dappoi chiamata <i>Argyripa</i>, ed in fine <i>Arpi</i>, e che <i>Pallantium</i> -fondata da Evandro fu poi chiamata <i>Palatium</i>. Potrebbe lo stesso -osservarsi anche per molte altre città. Qual meraviglia è dunque che il -Ρύπας della nostra città siasi dappoi cangiato in Ρύβας? -</p> - -<p> -È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono -scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che -in alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue -Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4 -della Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed -illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era -estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non -fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno -tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo di -fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui appartengono. -</p> - -<p> -Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più -dubbio che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre -città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel -riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente derivativo -di essa πολίτης Ρύψ <i>civis Rhypæus</i>. Il Ρύψ quindi che si legge -nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che viene dalla -detta antica città dell’Acaja. -</p> - -<p> -Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle -antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. <i>Ses monnaies nous apprennent -en effet que son veritable nom ètait</i> Ρύψ <i>(Rhyps), nom identique -avec le nominatif de</i> Ρύπες, <i>une des douze villes de l’Achaje et -Patrie de Myscellus fondateur de Croton</i><a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. -</p> - -<p> -Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete -Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città dell’Acaja -<span class="pagenum" id="Page_a97">[a97]</span> -denominata <i>Rhypæ</i>, e questo errore fu redarguito dal Signor -Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi -nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà -alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della nostra -città. -</p> - -<p> -Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città -abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città dell’Acaja -chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di Scetticismo. -Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli nella -descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo <i>non lascia -riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine!</i> In questo tratto -però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa diligenza, ed -esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo che di Ruvo avevano -parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino, e Strabone<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>! -</p> - -<p> -Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto. -In quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco -parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da -me nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo -Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta -città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città. -Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si brigava -di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva. -</p> - -<p> -Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità -colle altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate -più antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli, -potrebbe azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima -della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono -qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi -non preponderare per la maggiore antichità della mia Patria. -</p> - -<p> -Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero -di riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro patria. -Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma perchè -la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo natìo non -<span class="pagenum" id="Page_a98">[a98]</span> -era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso. -Abbandonarono quindi la loro patria costretti dall’impero della -necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo sostentamento, -e portarono seco loro l’amore di essa. -</p> - -<p> -L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini. -La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla -luce, ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i -nostri primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal -tempo nè dalla lontananza. <i>Dulcis amor Patriæ.</i> Per questo santo amore -l’uomo affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio -sangue. -</p> - -<p> -Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni -Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione, -ed ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso -modo i loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette -dodici illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non -potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro. -</p> - -<p> -Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia -han potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi -Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il -nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi -si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano -fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella -ch’era per loro o la più nobile, o la più cara. -</p> - -<p> -Ed in vero la città della Daunia <i>Argos Hippium</i> fu fondata dallo -stesso Diomede, la città <i>Pallantium</i> fu fondata dallo stesso Evandro, -la città di <i>Larissa</i> fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che capitarono -nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città della -Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari. Deve -credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle conghietture -che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore dell’uomo. -Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione, non -avrebbe deciso <i>ex cathedra</i> che la città di Ruvo sia la meno antica di -quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? <i>Quantum est in rebus -inane!</i> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a99">[a99]</span> -</p> - -<h2 id="cap6">CAPO VI. -<span class="smaller"><i>Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai -più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza visibile -ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre e perfetto -a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno ivi a ristabilirsi, -tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto. L’abitato attuale -però occupa non già il vertice della collina, ma bensì il declivio -di essa che guarda il mezzodì. La sommità della collina è al Nord della -città lungi un quarto di miglio. È la stessa attualmente occupata da una -magnifica Chiesa, e da un Convento di PP. Minori osservanti sotto il titolo di -<i>S. Angelo</i>. -</p> - -<p> -Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono -incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi -espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare -Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono edificate -sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i venti, e specialmente -i venti boreali dominano talmente quel punto che coloro i quali -volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a prezzo ben caro il vantaggio -della veduta la più bella, e la più gaja che possa desiderarsi. -Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa permanenza debbono essere -molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria che potrebbero loro essere -funesti. -</p> - -<p> -La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni -nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato -di essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè la -ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del detto -Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre lati della -città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente. Si è ciò fatto -con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto all’impeto -de’ venti. -</p> - -<p> -Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al -<span class="pagenum" id="Page_a100">[a100]</span> -già detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità -della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte -le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che -l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al declivio -della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti a quegl’incomodi, -ed a quelle malattie che per le cause di sopra espresse -si rendevano inevitabili allora che il sito della città era sul vertice della -collina. -</p> - -<p> -Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi -di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, -come innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che -<i>Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E -poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium: -qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi quod -summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent</i><a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Leggiamo -anche presso Virgilio -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . . . </span><i>Cantabitis Arcades inquit</i></p> -<p class="i01"><i>Montibus hæc vestris: soli cantare periti</i></p> -<p class="i01"><i>Arcades</i>. . .<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve -stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro sede -sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata. -</p> - -<p> -Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione -confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della -<i>Puglia pietrosa</i>. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che per -poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura, vi occorre -una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai proprietarj dei -fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed ai giardini danno -maggior rendita. -</p> - -<p> -Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi -per poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi -<span class="pagenum" id="Page_a101">[a101]</span> -istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo delle -siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si formano -per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino parlando -de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere i fondi rustici, -dice che ciò si fa col costruire <i>muros, macerias, congeries, et collectione -petrarum</i><a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. -</p> - -<p> -Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli -per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e per -tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto Convento -di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La quantità delle -pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra contrada pietrosa -dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero estratte dai fondi, -per esaurirle non basterebbe formare un pariete ordinario, ma converrebbe -costruirsi muraglioni immensi di non facile esecuzione e di non -lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa sconfidare i proprietarj suddetti -dall’intraprenderne il miglioramento. -</p> - -<p> -Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito precisamente -nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto Convento -di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa -per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio -ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia, -aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare -nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione eseguita -solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte spesa. Fu tale -la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne consumate molte -nel solido e straordinario pariete da lui costrutto lungo la strada pubblica, -ne rimasero tante che mancava il sito ove riporle. Gli convenne -quindi gittarle sulle antiche macerie che vi erano nel fondo istesso le -quali occupano una porzione non indifferente di esso, e nel guardarle -desta positiva meraviglia che in picciolo spazio siano uscite dalla terra -tante pietre! -</p> - -<p> -Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle fabbriche -<span class="pagenum" id="Page_a102">[a102]</span> -dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’ tempi posteriori. -Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre di fabbrica -accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti dell’arte. -Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono ivi di passo -in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso, il quale in -quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova a pochi palmi -di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti alle abitazioni -che un tempo ivi vi erano. -</p> - -<p> -Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa -straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni -adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città -traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina sotto -un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la seguente -circostanza. -</p> - -<p> -È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri -antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo della -Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo genitore -volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne le fondamenta -si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne trovò trent’anni -indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori Caputi, la -quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica piazza. Parlo -solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli occhi proprj li -due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia età virile, giacchè -altri sepolcri si sono scavati anche in altri luoghi dell’abitato attuale -della nostra città, de’ quali non posso dare un conto particolare. -</p> - -<p> -È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato. -Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri, -bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione -della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città suddetta -fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo. Giova -anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero tanto ne’ due -sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro de’ Signori Caputi. -</p> - -<p> -Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi <i>scannellato</i>, ma -rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il che -<span class="pagenum" id="Page_a103">[a103]</span> -pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della prima -fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel lusso -funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente scoverti. -Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si era resa già -adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della collina al sito -che attualmente occupa, il quale al tempo della prima fondazione esser -doveva sicuramente una campagna. -</p> - -<p> -Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o -cadute, o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide -fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta -di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate -su di altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe -dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di -essa, sia una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo -che circa venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo -risoluto di formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra -antica casa paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del -suolo che alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla -stessa. -</p> - -<p> -Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla profondità -di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente addetta -al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte suddetta, e -colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega suddetta fornita -di un pavimento <i>a lastrico</i> così solido e forte che per tagliarlo in pezzi -regolari che io volli conservare ebbe a durarsi molto stento, e si spuntarono -molti piconi e scalpelli. -</p> - -<p> -Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al -piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra -stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che -molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti <i>jusi</i> col linguaggio del -Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi accedere -bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano queste -abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al livello delle -strade della città dalle quali ad essi si accede. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a104">[a104]</span> -</p> - -<p> -Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case -suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano -delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate dalle -guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non altrimenti -le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche senza solide -fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi edificj di -Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si son fatte. -Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che ne’ tempi -passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte di essa. -</p> - -<p> -Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase -che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che si -vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al piano -di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal Vesuvio -avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese sotterranee -quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo stesso sia avvenuto -nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che li detti bassi -detti <i>jusi</i> addetti all’abitazione degli uomini e non delle bestie, nella -prima loro costruzione siansi edificati sotterra. D’altronde gli antichi -edificj che si son trovati molto sottoposti al piano attuale della città -pruovano concludentemente che doveva esser questo anticamente molto -più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle ruine delle antiche abitazioni. -</p> - -<p> -L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho -parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei concittadini. -La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la crassa -ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno essi perduta -l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori possedevano in -grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di quella Popolazione, la -quale è per tal cagione obbligata a privarsi del comodo de’ terrazzi tanto -utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio sollievo, che per asciugare -i pannilini dei bucato, per seccare le frutta e per esporre al sole tutto -ciò che ha bisogno de’ suoi benefici raggi. -</p> - -<p> -È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano, -anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da -<span class="pagenum" id="Page_a105">[a105]</span> -un tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni -lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale di cotesto -inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali consiste nella -calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze minute. Queste però, -mentre non possono sorbire la calce liquida, ed impregnarsi bene -di essa perchè non sono porose, hanno anche per necessità le loro punte, -ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio rodono e scompongono la -massa del lastrico non ligata per se stessa ed unita insieme a perfezione -per la mancanza di elementi soffici che possano sorbire bene la calce -liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca e troppo esile doppiezza che -si dà a cotesta cattiva pasta. -</p> - -<p> -La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca -in Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola -e pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella -bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale -ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo -ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno resistito -anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel lastrico in -pezzi regolari per conservargli. -</p> - -<p> -A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi della -composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso formato -di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che in quella -Regione è chiamata <i>carpino</i>. Bisogna quì osservare che la pietra suddetta -per se stessa porosa è di tre specie. La prima di esse, comunque anche -porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi a trebbiare le messi -facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja de’ grossi pezzi di essa lavorati -ed adattati a questo uso. Resistendo anche molto bene al fuoco, -è utile adoperarla nella formazione de’ focolari, poichè le pietre ordinarie -rimangono presto dal fuoco o spaccate, o calcinate. -</p> - -<p> -La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo -maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la seconda. -Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza. Sorbisce -i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si presta a -formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola. Venni da -<span class="pagenum" id="Page_a106">[a106]</span> -ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire benissimo -il così detto <i>lapillo</i> che si adopra in Napoli e contorni nella formazione -de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia. -</p> - -<p> -Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto -ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando giustamente -de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro paese. -Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e lo -tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci gittare -il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in Napoli. -Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe stato anche -migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia attenzione -non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine contratta da tutti -i muratori di quella Provincia di fare lastrici troppo sottili, mentre l’antico -lastrico di cui ho parlato ha una doppiezza uguale a quelli che si -fanno in Napoli e contorni. -</p> - -<p> -Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà -de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto -nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o ch’è -troppo vero ciò che disse Orazio <i>Naturam expellas furca, tamen usque -recurret</i>. Valga però questa digressione a tenere avvertiti i miei concittadini -onde non si facciano più raggirare dalla loro ciarlataneria. Insulta -questa anche la Provvidenza, la quale ha largamente provveduto -l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere necessario o utile ai bisogni -della vita umana. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a107">[a107]</span> -</p> - -<h2 id="cap7">CAPO VII. -<span class="smaller"><i>Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del tempo -sulla origine della nostra città, che non senza una ragione Paciucchelli -la dice <i>antichissima e quindi oscura</i>, rendeva assai scabrosa la indagine -di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi, i quali non -si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo che la cuopriva, -hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla sua nomenclatura -che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui fiorirono li detti antichi -Scrittori erano illuminati. Da ciò che hanno lasciato scritto sulla -Regione in cui la nostra città è sita, e sulle Greche colonie dalle quali -fu questa occupata ed abitata, dalle sue antiche monete, e dai pregevolissimi -monumenti delle belle arti antiche ivi rinvenuti, ho potuto -prendere quelle fiaccole le quali mi hanno messo in grado di spingere -innanzi i miei passi in mezzo a tanta oscurità. -</p> - -<p> -Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione -e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di Occidente -portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli settentrionali -non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la coltura, donde -attingersi una storia ordinata della nostra città? Attesa la ragione de’ tempi -e la qualità de’ Scrittori che poteva la stessa produrre, non è poco -che si conoscono almeno in generale i fatti principali avvenuti nella Italia. -</p> - -<p> -Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro <i>Della via Appia</i> -tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto parlar -di se, reca ciò che siegue: <i>Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti senza -che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo ed ajuto, -ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati altrove a -far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per lo furore de’ -Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al rapporto de’ -Cronologi di quel tempo</i><a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Si è da alcuno detto anche che fu dai Goti -distrutta ed uguagliata al suolo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a108">[a108]</span> -</p> - -<p> -Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non -abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali soggiacquero -tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò forte argomento -la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che l’attuale -città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica città. È anche -notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti era una città considerevole, -niun vestigio è rimasto fuori terra di fabbriche le quali presentino -una rimota antichità, il che pruova di esser queste rimaste tutte -distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli e da altri si son dette queste -cose senza essersi citati gli Scrittori dai quali si son tratte. A tal -modo in vero si può dire tutto ciò che si vuole. -</p> - -<p> -Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me -lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse i -fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate a parlare -di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la più importante, -giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano ordinariamente -la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori si trova -per alcuna di esse qualche cenno. -</p> - -<p> -Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non -ne son dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa -per la mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima -origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso. -Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio a rintracciare -le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da barbare Nazioni, -ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti che sarei costretto -cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in un profondo -oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite a tante ruine, -mentre tante altre città sono state distrutte, senza essere più risorte. -Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se pur se ne possono aver -le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia più tempo minori anni, e -più valida salute di me. Mi limiterò quindi a quelle poche notizie che -vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza innoltrarmi di vantaggio nelle -ricerche di que’ tempi che precederono la loro dominazione, nelle quali -certamente il profitto non avrebbe potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio -che sarebbero costate. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a109">[a109]</span> -</p> - -<p> -Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli -nel luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo, -la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una -donna al suo defunto marito che si dice <i>liberto di Cesare</i>, senza che -si conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa -di più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità -Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano. -</p> - -<p class="center"> -IMP CÆS M ANTO<br /> -ni GORDIANO PIO<br /> -FEL AVG<br /> -PON MAX<br /> -TRIB P II<br /> -COS PROC<br /> -DECVRIONES<br /> -ET AVGVST<br /> -EX ÆRE COL<br /> -LATO -</p> - -<p> -La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con -essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio -che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che cotesta -lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o di altro -pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano. Senza -di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser stata -messa <i>ex ære collato</i> de’ Decurioni e degli Augustali. La sola e semplice -lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non avrebbero -meritato un vanto di tal fatta. -</p> - -<p> -Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio -di Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore -di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto -dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa -sapere Cornelio Tacito: <i>Idem annus novas cæremonias recepit addito sodalium -Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis Sabinorum -<span class="pagenum" id="Page_a110">[a110]</span> -sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus civitatis -unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et Germanicus -adjiciuntur</i><a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. Fu questa perciò riputata una dignità ed una onorificenza. -Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima che fosse -stato Imperatore, <i>Senatus quoque ut ad numerum sodalium Augustalium -sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit</i><a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. Dice lo stesso anche -di Galba, il quale prima che fosse stato elevato all’Impero, <i>inter -sodales Augustales fuit cooptatus</i><a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>. -</p> - -<p> -Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama <i>nuova cerimonia</i> -suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione -di coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri -Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli -onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto -luogo di Cornelio Tacito osserva: <i>Idque exemplum placuit deinceps in -omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii, Hadrianales, -Antonini passim in Historiis memorantur.</i> Lo stesso dice Levino -Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio. <i>Quemadmodum -ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina traxere, -ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani.</i> -</p> - -<p> -È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito -anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo una -carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba Brissonio, -il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da Tiberio <i>In -urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni, seni, et aliquando -plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95. Gruterus Inscript. -p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori Magister Augustalis. -Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius ad Inscript. -p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti. Noris. Cenotaph. -Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed et aliquando -jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI 7 -<span class="pagenum" id="Page_a111">[a111]</span> -p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam -Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur, ceu -contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6 p. 77 -et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium Sacerdotium, -sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius apud -Gruterum p. XIX 6</i><a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>. -</p> - -<p> -Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli Augustali -uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento all’Imperator -Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo suggerito l’adulazione -o qualche beneficio fatto alla nostra città dall’Imperatore suddetto. -Passo ora a riportare le poche cose che vi sono dell’epoca de’ Normanni, -mancandomi ogni notizia particolare relativa alla nostra città del -tempo che la precede. Avrei potuto in vero toccare quella parte che ha -la stessa per necessità avuta negli avvenimenti generali seguiti in quella -Regione. Ma questi appartengono alla Storia del Regno, e trovandosi -da altri già esposti, non amo replicare le cose risapute, ed uscire dal -mio argomento. -</p> - -<p> -Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e della -dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30 ottobre -1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che <i>interfuere -tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi quadraginta</i>. -Tra i primi vi è <i>Archiepiscopus Tranensis</i>, il che pruova anche -che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro Normanno, era -fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito Guglielmo Appulo -la chiama <i>præclari nominis urbem</i>. Tra i secondi si leggono: <i>Episcopus -Cannensis, Rubesanus</i> (di Ruvo), <i>Monorbinensis, Juvenaciensis, -Monopolitanus</i>, luoghi tutti che appartengono alla Terra di Bari -secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>. -</p> - -<p> -L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali, -gli Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla -consecrazione della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo -<span class="pagenum" id="Page_a112">[a112]</span> -che vi fu da tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere -uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi -intervenuti, e tra questi ultimi vi è <i>Guilelmus, sive Guibertus Episcopus -Rubesanus</i><a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. -</p> - -<p> -Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: <i>Anno 1082 Episcopus -Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini, -quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor libras -ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem ad -suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad Canusium</i><a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>. -La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l Vescovo -di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa -e percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica -più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera, -nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo -la volontà di recarsi a Bari o a Canosa<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>. -</p> - -<p> -Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia <i>De rebus gestis Rogerii -Siciliæ Regis</i> dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati -della Puglia tra i quali <i>Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus -Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis -Comes, aliique complures</i>. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il -Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella -città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto con -buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad assediare -<span class="pagenum" id="Page_a113">[a113]</span> -Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non potendo -più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si resero -a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni suoi nemici. -</p> - -<p> -Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti -marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi -col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato <i>Vado petroso</i>. -Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del fiume -suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel campo di -persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo. Nè mancò di -maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a discaricarlo dalla -scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per Duca di Puglia e di -Calabria. -</p> - -<p> -Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto -i Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi -di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si ritirarono, -e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche -con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero -insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona, -e fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria. -</p> - -<p> -Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però -veduto ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza, -ed avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare -l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre -città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano -per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno -e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la -spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici. -</p> - -<p> -Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di -ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli aveva -tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso esercito, -dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò ad assediare -la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato che l’assedio -di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta impresa a miglior -<span class="pagenum" id="Page_a114">[a114]</span> -tempo, e credè più opportuno sommettere le altre città e castelli -de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese chiamato Castrum -che preso da lui l’anno precedente aveva seguito di nuovo le parti di -Tancredi di Conversano, pose l’assedio a <i>Monte alto</i>. -</p> - -<p> -Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: <i>Capto itaque Monte -alto <span class="smcap">Rubeam præfati tancredi urbem</span> invasurus properat, qua demum -devicta, Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps, -necnon Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori -consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso -Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus -deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent</i>. Soggiugne -inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di <i>Salpi</i><a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>. -</p> - -<p> -Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole <i>Rubeam -urbem</i> abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si -occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia. -In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli -inoltre che <i>Rubea urbs</i> dipendeva da Tancredi di Conversano collegato -col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo ed -Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti. È notabile -inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i soldati per -la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il Buono, del quale -si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a quell’epoca la nostra -città continuava tuttavia a formar parte della Contea di Conversano. Il -che pruova che alla stessa era unita anche al tempo di Ruggiero e quindi -apparteneva a Tancredi di Conversano. -</p> - -<p> -La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può -dir buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo -del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione -alla stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato -<span class="pagenum" id="Page_a115">[a115]</span> -delle occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque -la città di Ruvo si valse dell’espressioni <i>Rubeam urbem</i> ad esempio di -Virgilio che disse parimenti. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga</i><a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; <i>Rubea virga, quæ -abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius</i> Inde Rubos fessi pervenimus; -<i>idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur</i>. A Servio è conforme -anche Basilio Fabro<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>. Li Commentatori di Orazio sul precitato -verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag. 19 osservano: -<i>Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat. In agro Rubeo -vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur. Virgil. Georg. -lib. I vers. 266.</i> -</p> - -<p> -Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di -lentisco molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci -e per le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro -de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità non -meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città convicine. -Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio dato alle -piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più atti al lavoro. -Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati <i>vinchioni</i> -forse dal latino <i>vimen</i>, poichè il linguaggio popolare Ruvestino ha ritenuti -diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino. È ciò avvenuto -come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre antiche città Greche, -le quali passate dappoi sotto la dominazione Romana, si parlava -in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio li Canosini gli chiama -<i>bilingui</i>. -</p> - -<p> -L’Abate Telesino nella sua <i>allocuzione</i> a Ruggiero stampata alla -fine della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di -Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe ’l -Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per indicare -la città di Ruvo, disse <i>Rubeam urbem</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a116">[a116]</span> -</p> - -<p> -Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi -attenzione alla Cronaca di <i>Romualdo Salernitano</i>. Sono in essa riportati -gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di circostanze, -il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi. Dice quindi lo -Scrittore suddetto che Ruggiero <i>Conversanenses obsedit, eorumque civitates, -et castella viriliter expugnavit</i>. Si valse del plurale <i>Conversanenses</i>, -perchè Tancredi aveva anche un fratello di nome <i>Alessandro</i><a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>, -come si rileva da ciò che viene in seguito a dire. <i>Quumque Dominus -Tancredus corporis molestaretur infirmitate, et Ducis Rogerii molestaretur -oppressione, tandem cum Domino Alexandro fratre suo, et cum Domino -Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis, idest decimo die Augusti -(MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio, reddentes Terras -ab cisdem comprehensas.</i> Nel riportare le fazioni di guerra che avevano -avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero <i>cum exercitu adveniens -comprehendit Salpim, et civitatem <span class="smcap">Rubum</span></i><a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. Il che toglie ogni dubbio -che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo. -</p> - -<p> -Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo -de’ Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e -che abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo -luogo importano l’espressioni, <i>qua demum devicta</i>, le quali fanno intendere -lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere. -Nè si oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo -Salernitano che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, <i>ut fertur, traditione -civium</i>. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero -usò l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè -come osserva <i>Ugone Falcando</i> nel proemio della sua Storia Sicula -Ruggiero <i>id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes -contereret</i>. Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che -<span class="pagenum" id="Page_a117">[a117]</span> -avesse presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione -che si aveva della fortezza di essa. -</p> - -<p> -Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto -dal racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati -ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che <i>tantam -potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei -subjiciuntur</i>. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città -fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di essa. -</p> - -<p> -Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto -in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in generale -nella sua Cronaca <i>Falcone Beneventano</i> contemporaneo anche di Ruggiero, -dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente contro -Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore, e che -tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi nemici le -sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e barbarie<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>. -</p> - -<p> -Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico -di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto acerba, -anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con manifesta parzialità. -Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero, e fece di esse un -magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia. Quindi pare che il -primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il raziocinio naturale però -fa capire che una città presa colla forza delle armi (<i>qua demum devicta</i>) -dopo una vigorosa resistenza opposta ad una soldatesca irritata -ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. <i>Væ victis.</i> -</p> - -<p> -Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro, -ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale -rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo vigorosamente -attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche dal -detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue forze -per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e prigioniero. -Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli condonò -<span class="pagenum" id="Page_a118">[a118]</span> -nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in -un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>. -</p> - -<p> -Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea -di Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto -ne formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano -si rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153, -era Conte di Conversano <i>Roberto di Basavilla</i>, del quale dice ciò che -siegue: <i>Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui cum -patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni administratione -successit. Hic autem post mortem patris, convocatis Magnatibus -Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui Curiæ Robertus -de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater ejusdem -Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello concessit, -et cum in Apulia cum honore emisit</i><a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>. -</p> - -<p> -Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto -congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno in -disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per gl’intrighi -de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col linguaggio della -verità da <i>Ugone Falcando</i> nel principio della sua Storia Sicula<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. Vedendo -quindi in positivo pericolo tanto la sua libertà che la sua vita, -fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle. Trasse nella ribellione molti -Baroni e tutte le città della Puglia, ove aveva molto credito, e diè -molto fastidio al Re Guglielmo I, come seguita a narrarlo il precitato -Scrittore. -</p> - -<p> -Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere -alla forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. -Tutte le città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non -vi può esser dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la -<span class="pagenum" id="Page_a119">[a119]</span> -nostra città, ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto -Guglielmo I nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo -Guglielmo II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da -tutti i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come -il precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò -in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea -di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il precitato -Romualdo Salernitano<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>. -</p> - -<p> -Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati -per la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il -Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di Ruvo -formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non si dice -chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però dalla Storia -ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui anche -apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta. -</p> - -<p> -Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia -stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e passato -il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate -nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da -S. Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e -primo anno del Regno di Federico II, <i>Imperatrix</i> (cioè la vedova di -Corrado) <i>filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu -dicti Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad -se duci jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare</i><a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>. Sappiamo -da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto <i>Berardo</i>. Se -sia stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi -è riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano -è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo. -</p> - -<p> -Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo -ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla Contea -<span class="pagenum" id="Page_a120">[a120]</span> -di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se separato -e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero indicarlo. -Che tal separazione però era già seguita all’epoca della Dinastia Angioina -anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso il passaggio -dai secoli felici della nostra città a quelli della feudalità. Allora -l’agricoltura e la industria che produceva la sua opulenza faceva in -essa fiorire nel grado il più eminente le scienze e le belle arti, delle -quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La feudalità al contrario -spenta la industria, e con essa anche il gusto e ’l genio, fu apportatrice -di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed estorsioni, delle quali -i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del medio evo, e ne’ Scrittori -feudisti bastano a far raccapricciare, e non potevano produrre altro che -avvilimento e miseria. La Storia però deve seguire il tempo. -</p> - -<p> -Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca -de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, -del quale dice Ferdinando Ughellio: <i>Hujus civitatis maximum -ornamentum esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, -quæ S. Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen -anno salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem -Petro consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum -gessit, cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono</i><a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>. -</p> - -<p> -Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio -di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino -esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino -al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 -fu in Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, -e che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni -Vescovo di Ruvo. -</p> - -<p> -Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato -che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare -in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo -mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa la -<span class="pagenum" id="Page_a121">[a121]</span> -rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in ciò può influire -la maggiore o minore antichità del suo Vescovado. Cotesta indagine -dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica, ed in quella de’ -Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei concittadini il quale -volesse occuparsi di proposito ad illustrare cotesto argomento. -</p> - -<p> -A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del -nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel pericolo -di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S. Sede. -Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue rendite -accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno de’ passati -Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli della Mensa -Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore. -</p> - -<p> -Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato -quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi -perchè la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere -una calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado. -Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale -che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con -molta efficacia. -</p> - -<p> -Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima -memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini -entrambi molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della -nostra città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria -molto opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a -S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia -e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione dell’antichità -era molto valutata in simili discussioni. -</p> - -<p> -Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa -esigeva. I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado -di Ruvo fu conservato ed unito a quello di Bitonto <i>æque principaliter</i> -con Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno -1818. E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico -del secondo, prese il Vescovo il titolo di <i>Vescovo di Ruvo</i> e <i>Bitonto</i>, -<span class="pagenum" id="Page_a122">[a122]</span> -e non già di <i>Bitonto</i> e <i>Ruvo</i> come pretendevano i Signori Bitontini -troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata -una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della -Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi Vescovadi. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap8">CAPO VIII. -<span class="smaller"><i>Notizie della città di Ruvo al tempo -della Dinastia Angioina.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca -de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia di un -Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari delle città -quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino di essere tramandati -alla posterità, o non siano mossi da motivi di predilezione a -parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre dall’archivio comunale. -Oltre la somma difficoltà che vi è che possa qualsivoglia città conservare -documenti che rimontino ad un’epoca molto rimota, le antiche carte -che si conservavano nell’archivio della nostra città prima della metà del -passato secolo le furono tolte a viva forza dalla prepotenza del Duca -d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a dirlo. -</p> - -<p> -In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio -del Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico -II scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni -si erano introdotti i pubblici Registri chiamati <i>Defetarj</i>, ne’ quali erano -notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo. Cotesti -Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il primo -per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per conoscersi -i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con un certo numero -di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti Registri anche al tempo -del detto Imperatore Federico sotto altro nome poichè nelle sue Costituzioni -che vanno registrate nel Codice delle nostre antiche leggi sono -<span class="pagenum" id="Page_a123">[a123]</span> -chiamati <i>Quaterniones Curiæ, Quaterniones Dohanæ nostræ, Quaterniones -Dohanæ nostræ Baronum</i><a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. -</p> - -<p> -Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle -città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra -le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni -come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si -son dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio -del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati <i>Archivium -Magnæ Curiæ Regiæ Syclæ</i>, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi -riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti -mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi -dunque a riportare le poche notizie che da essi si hanno. -</p> - -<p> -Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della concessione -in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di Angiò. Dice -in esso il Re che per ricompensare <i>grandia, grata, et accepta servitia -quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et fidelis noster Serenitati -nostræ exhibuit</i><a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>, veniva a donargli <i>Castrum Rubi cum Foresta -<span class="smcap lowercase">ET CASALIBUS</span> territoriis et omnia bona sua in Justitiariatu Terræ Bari, -et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu Basilicatæ cum hominibus -vassallis possessionibus vineis terris cultis et incultis planis montibus pratis -nemoribus pascuis omnibus etiam aquis aquarumque decursibus aliisque -juribus jurisdictionibus et pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium -et quæ de servitio in servitium etc.</i> -</p> - -<p> -Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città aveva -allora i suoi <i>Casali</i> espressamente compresi nella precitata concessione. -<span class="pagenum" id="Page_a124">[a124]</span> -Si seguitò quindi a dire <i>Deliberatione mera et speciali investientes ipsum -Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de Castris <span class="smcap">et Casalibus -supradictis</span> ita quod tam ipse quam ipsi prædicti heredes sui dicta Castra -<span class="smcap">et Casalia</span> a nobis nostrisque in Regno Siciliæ heredibus et successoribus -perpetuo in capite teneantur etc.</i> -</p> - -<p> -Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. <i>Exceptis -nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus fidelitate -feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum Castrorum -<span class="smcap">et Casalium</span> etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro quibus -corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel exilii -debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum <span class="smcap">et Casalium</span> -hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram Curiam exigentur. -Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato Curiæ nostræ -cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem Castris -<span class="smcap">et Casalibus</span> recipient et expendent. Defensis insuper quæ a quibuscumque -personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum <span class="smcap">et Casalium</span> -hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et castigatio -ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam nobis -quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum possint -libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum <span class="smcap">et Casalium</span> -eorumdem</i><a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>. -</p> - -<p> -Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di -Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si parla -degli <i>uomini</i> di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti avevano -una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto di far pascere -anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però de’ già detti -Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi nel detto Privilegio, -ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da noi molto lontana, -se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile l’indagare in quali -punti del territorio di Ruvo esser potevano situati cotesti villaggi utilissimi -sempre alla economia agraria. -</p> - -<p> -Il plurale <i>Casalibus</i> adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I -<span class="pagenum" id="Page_a125">[a125]</span> -pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle indagini -che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li casali -suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia stato situato -nella contrada delle <i>matine</i> a sei miglia di distanza dalla città, -l’altro nella contrada denominata <i>calentano</i> a quattro miglia di distanza, -e l’altro in quella delle <i>strappete</i> ch’è in un sito medio tra l’una -e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza dalla città. -</p> - -<p> -Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria -di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta -moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena -a Gravina, il quale porta tuttavia il nome di <i>casali</i>. Lo stesso nome -portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta, -i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva al -fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia Modesti -ora estinta. -</p> - -<p> -Il nome di <i>casali</i> ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni -sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di Gravina -uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa conghiettura -le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di campagna -affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora solcati dall’aratro -siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’ miei terreni inoltre -si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri di povera gente, monete -antiche, ed anche una pietra di anello pregevole per la sua incisione -e per una leggenda greca, la quale essendo stata a me occultata dal -mio massajo, venni dopo a sapere ch’era passata in altre mani. -</p> - -<p> -È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente -il nome di <i>casali</i> vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente -dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata -la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre -suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un -forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per -rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato a -farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una quantità -di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che dalle -<span class="pagenum" id="Page_a126">[a126]</span> -fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo in quel -sito. -</p> - -<p> -Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della -masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre tuttavia -incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi di picciole -case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila, ed altre -isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati da quel lato ve -ne sono stati di quelli formati con casse di pietra di tufo incavato ad -un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si chiamano <i>pile</i>. Due di -esse si vedono situate accanto al pozzo delle matine detto <i>del manganello</i> -e si fanno ora servire per abbeverare gli animali. -</p> - -<p> -Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi lontani, -poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo, dovevano -costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le stesse -servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio suddetto. -Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche un cimitero -di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi dieci pieno di -ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a conchiudere che doveva -esservi in quel sito uno de’ casali situato parte sui terreni della -mia masseria, e parte su quelli della masseria del Signor Montaruli dall’uno -e dall’altro lato della pubblica strada di Gravina. -</p> - -<p> -Rispetto poi al luogo denominato <i>calentano</i> tutte le circostanze -concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro villaggio -forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in epoca -meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa un -miglio, il quale porta il nome di <i>casali di calentano</i>. Oltre le immense -macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette volgarmente <i>specchioni</i>, -si vede anche il terreno coperto di pezzi di tufo, di embrici -rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa credere la disabitazione -meno antica. Si vedono inoltre molte pietre assestate dal martello, lavorate -dal picone, o incrostate da fortissimo cemento. -</p> - -<p> -Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è -basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò -nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria -<span class="pagenum" id="Page_a127">[a127]</span> -di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo di -terreno denominato <i>casali di calentano</i>. Li periti di consenso nominati -per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di essa il valore -di dieci moggia di terreno in compenso di quello che rimaneva ingombrato -dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine in quel luogo -trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera gente. -</p> - -<p> -Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata -di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine -Annunziata che porta il nome di <i>S. Maria di Calentano</i>, con una comoda -abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della -Chiesa suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti -l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di -Ruvo, l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che -doveva esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più -cura degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati. -</p> - -<p> -Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra -immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche -molto bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano -ivi a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse -sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate -anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto -da tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle -convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può -dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni, -le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro -Ruvestino. -</p> - -<p> -Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo -ha presa cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi -mantiene un Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con -aversi dal Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. -È notabile che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La -elezione di esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e -S. Paolo. Tale elezione si fa nel Capitolo <i>Preminenziale</i>, cioè coll’intervento -delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta -<span class="pagenum" id="Page_a128">[a128]</span> -delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti -segreti. Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto -gli conferisce il titolo di <i>Cappellano di S. Maria di Calentano</i>. -</p> - -<p> -Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti -che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee -prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose -masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle vicinanze -della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può arguire che -allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel sito rimase -o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre cagioni, e -gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo obliato il culto -di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche dalle convicine -Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni. -</p> - -<p> -Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una -antica Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso -il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente. Essendosi, -malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto della lontana -Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che cotesta antica -usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che conservarono per -la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di calentano che si ritirarono -nella città. -</p> - -<p> -Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata -<i>le strappete</i> alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito -medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a -poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro -un poco meno. Il primo porta il nome di <i>casali di Siniscalchi</i>, e l’altro -secondo di <i>casali di Covelli</i> dai nomi degli antichi proprietarj di essi. -Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte della vasta masseria di -semina posseduta dai Signori Chieco miei congiunti, e da essi acquistata -con diversi contratti. -</p> - -<p> -Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa -quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia incalcinate. -Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri bianchi -e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si son anche ivi -<span class="pagenum" id="Page_a129">[a129]</span> -sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali ultimamente fu -rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in quando similmente -disotterrate antiche monete di rame, di argento ed alcune di oro, delle -quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti oggetti sono sempre -fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad averne notizia che -quando son essi già passati in altre mani. -</p> - -<p> -Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente informato -dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco che -ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie investigazioni, -viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due piccioli villaggi -a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è cosa nuova, o un -solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli avanzi delle antiche -abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due precitati pezzi di terreno -cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri ivi rinvenuti in gran numero -formano una convincente testimonianza dell’antica abitazione di que’ -luoghi, poichè ove si trovano i morti bisogna che vi siano stati anche -i vivi. -</p> - -<p> -Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie dall’Archivio -Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il -Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale richiesta -nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che si -serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che gli -viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una -conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate nelle -carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca della disabitazione -di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale Signor Arcidiacono -D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura e di entusiasmo per le -cose patrie, onde avesse fatte praticare nell’Archivio suddetto le opportune -diligenze, come si è fatto. -</p> - -<p> -Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica -pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre -1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino -<i>Cobello de Concilio</i> in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo -e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni <i>de Mapono</i> di Ruvo -<span class="pagenum" id="Page_a130">[a130]</span> -dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti proprietà, -cioè il Vescovo e ’l Capitolo, <i>Domum unam ortatam sitam intus -in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam ipsius -Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et alios -confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........ et -puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum</i>. -</p> - -<p> -E ’l detto Giovanni <i>de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri -et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi, et -pertinentiis Stiliti in loco <span class="smcap">Sancte Marie de Calentano</span>, et Sancti Pauli, -et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta -reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini Episcopi, -Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate omnium -cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, -et cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus -et utilitatibus eorundem et introitibus etc.</i> -</p> - -<p> -Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte -le sue possidenze si trova il seguente notamento: <i>Tenimentum <span class="smcap">Sanctæ -Mariæ de Calentano</span>, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco -Calentani spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum -secundum divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum -Rubensem ex una parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ -ex parte altera, prout patet ex contractu publico celebrato inter nos -subscriptos nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo -sub anno Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... -mensis Junii Sextæ Indictionis.</i> Di cotesto strumento non si è potuto -avere veruna traccia. -</p> - -<p> -Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono -trarsi. La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano -di cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura -che sia la stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione -nel precitato diploma di Carlo I di Angiò<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>. La seconda che i -<span class="pagenum" id="Page_a131">[a131]</span> -terreni ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo -di Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e -colla disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati, -una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa, -de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il Capitolo -vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione del -Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a circa -settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge sul Tavoliere -di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in quell’epoca -in possesso di essi, come terreni <i>azionali</i> del Tavoliere suddetto -appartenenti ai Luoghi Pii. -</p> - -<p> -Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi -villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa -e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato Registro -di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i villaggi, -avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di <i>casali</i>, -e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle antiche -abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le conghietture -suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri luoghi più opportuni -di quelli che ho cennati per la situazione de’ casali suddetti. -Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il territorio di Ruvo -dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale quello stesso ch’era -<span class="pagenum" id="Page_a132">[a132]</span> -al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai lati suddetti lo avevano -molti secoli prima ristretto e raccorciato le dotazioni di terreno -date alle novelle città surte dal lato del mare Adriatico e da quello dell’Ofanto. -</p> - -<p> -Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel -lato veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte -il suo antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina -ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta -da Strabone <i>montosa et aspera</i> che porta oggi il nome di <i>Murge</i>. Cotesta -contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile, -perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto -opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la freschezza -dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto negata -alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le vallate dette -volgarmente <i>canali</i>, ove le correnti di acqua hanno trasportato copiosissimo -terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi anche in quella -contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le masserie di semina. -</p> - -<p> -Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo -bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi -coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata la -situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino. Essendo -quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si allontana -dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate di agricoltori -e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte intorno al bosco -suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il centro delle industrie -armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi di appoggio alle -vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i quali è diviso. -</p> - -<p> -Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i rapporti, -come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai -nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale. Vi -sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle masserie -di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati dall’aratro, -come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero almeno in -<span class="pagenum" id="Page_a133">[a133]</span> -parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute degli abitanti -di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto? -</p> - -<p> -In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile -sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un villaggio. -La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di Ruvo, -e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra -loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche -de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine. -</p> - -<p> -Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura. Mentre -tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano strabocchevolmente -di pietre, nella massima parte de’ terreni delle matine non -ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come i terreni -della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano copiosissime -sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di dieci o dodici -palmi, ed in taluni luoghi anche minore. -</p> - -<p> -Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite -verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città. -Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente pietroso -spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle conserve -di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi frequenti -possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero attendersi -dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se venissero -preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio si ritrarrebbe -dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni inesauste e -continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime verdure inoltre -potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio, da un terreno -netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in tutte le stagioni? -</p> - -<p> -Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione -stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città -coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo -prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine città -di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che manca il -terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare l’agro Ruvestino, -<span class="pagenum" id="Page_a134">[a134]</span> -perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati? Perchè non -rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi che prima vi erano? -Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero a popolargli? -Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che verrebbero a stabilirsi? -</p> - -<p> -Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269 -facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri Registri -Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla stessa il dritto -della <i>Bagliva</i> che il Re lo ritenne per se, forse a riflesso del pascolo -che si riserbò in quel territorio per gli animali delle sue razze; quale -dritto di Bagliva passato dappoi in mano del Barone per le posteriori -concessioni, recò alla Popolazione di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo -a vederlo al suo luogo. È sicuro che cotesto dritto lo abbia il -Re per se ritenuto. Primo perchè nelle clausole della detta concessione -la Bagliva non si vede affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno -1268 che precedè la concessione suddetta, ma anche negli anni -susseguenti cotesto dritto continuò a rimanere di Regia appartenenza. -</p> - -<p> -In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo -a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo -I ordinò <i>Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii</i> -che si fossero ai ricorrenti pagate le decime <i>super Bajulatione Rubi</i><a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>. -Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche -con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, -e 1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del -luogo donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo -ed al Clero di Ruvo <i>decimas proventuum Bajulationis Rubi</i><a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>. -Gli stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno -1304, e benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il -notamento nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del -Registro disperso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a135">[a135]</span> -</p> - -<p> -Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati amministrativi -della Provincia, mentre la nostra città si trovava già conceduta -in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin dall’anno -1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di -Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla -per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che -dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata -al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia <i>de Colant</i> -che nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente -fu detta <i>de Colna</i>. -</p> - -<p> -Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della -Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere -informazione della rendita che dava <i>Castrum Rubi ex foresta, et -terris convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro</i> e da qualsivogliano -altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era conceduta -in feudo <i>Arnulfo de Colant</i><a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>. Con altra lettera dello stesso -anno concedè il Re al detto <i>de Colant</i> in pagamento de’ suoi soldi che -doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che andava dovendo -<i>Universitas Rubi</i><a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>. -</p> - -<p> -In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice -così: <i>Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres -quondam Arnulfi de Colant familiaris noster</i>, ch’essendo morto il di lui -genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in vigore, -assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati siti in diverse -Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del detto -anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie suddette, -tra i quali: <i>Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod ipsum assicurare -faciat ab hominibus Terræ Rubi</i><a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>. -</p> - -<p> -Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto -possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè -nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già -<span class="pagenum" id="Page_a136">[a136]</span> -morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia -dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva la -università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il Re spedì -ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè avesse sollecitata -la informazione a lui commessa sull’assunto<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>. -</p> - -<p> -Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da -Capua al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di -quella Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati -coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a -S. Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena -della perdita de’ loro beni<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>. Con altra lettera del dì 20 Aprile dello -stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente a tutti i -Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu soggiunto -bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro soldati nel termine -di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato loro comunicato -l’ordine suddetto. -</p> - -<p> -In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi -de’ feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono -tra questi <i>Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus -Guiso Guinardus Dominus Losili et Terlitii</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>. Dal che viene a rilevarsi -che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto -<i>Arnolfo II</i> forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo. -</p> - -<p> -Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo -uscì dalle mani della famiglia <i>de Colant</i>. Che abbia però dopo l’anno -1291 avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri. -</p> - -<p> -Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra -di Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo, -<span class="pagenum" id="Page_a137">[a137]</span> -della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò che -siegue: <i>Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est Dominus -Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa feudali -de servitio quinque militum.</i> -</p> - -<p> -<i>Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas -partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet.</i> -</p> - -<p> -<i>Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius militis -pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ.</i> -</p> - -<p> -<i>Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro -bonis feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque, -quorum quilibet tenetur servire Curiæ</i><a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>. -</p> - -<p> -Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente -notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la -città di Ruvo da Roberto <i>de Juriaco</i> era passata a <i>Galeraimo de Juriaco</i> -forse suo figliuolo. <i>Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob absentiam -a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus. -Anno 1310 lit. A fol. 238 a t.</i> Tal notizia della contumacia di Galeraimo -de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re Roberto -di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra città -dalla famiglia <i>de Colant</i> passò alla famiglia <i>de Juriaco</i> e fu posseduta -da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da Galeraimo -che si rese contumace<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a138">[a138]</span> -</p> - -<p> -Ad uno di questi due quindi si debbono attribuire le gravezze e -le oppressioni usate alla nostra città, le quali diedero causa alle querele -dalla stessa rassegnate al Re Carlo II, ed alla seguente lettera del -dì 4 Maggio 1307 spedita da Gravina da Roberto Duca allora di Calabria -e Vicario Generale di suo Padre, la quale merita di essere quì -trascritta per i sentimenti di giustizia che in essa risplendono. <i>Robertus -primogenitus Illustris Jerusalem et Siciliæ Regis Dux Calabriæ ac ejus -in Regno Siciliæ Vicarius Generalis. Justitiariis Terræ Bari præsenti et -futuris devotis suis etc. Scribimus per alias nostras literas Domino Rubi -et officialibus ejus præsentibus et futuris in serie subsequenti = Robertus -primogenitus illustris Jerusalem, et Siciliæ Regis Dux Calabriæ, et in -Regno Siciliæ Vicarius generalis domino Rubi, et officialibus suis tam -præsentibus, quam futuris salutem et dilectionem sinceram<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>. Dudum -claræ memoriæ dominus avus noster Jerusalem et Siciliæ Rex ad compescendas -insolentias Terreriorum</i> (i Feudatarj) <i>Capitulum edidit continentie -infrascripte = Terrerii videlicet Comites Barones et Feudatarii tam -Ultramontani quam Latini nullos de personis capiant nec privatum carcerem -faciant, tormenta vel injurias alias quascumque non inferant vasallis -eorum vel aliis quibuscumque, nullas destitutiones extorsiones vel violentias -faciant, defensas pro parte ipsorum non exigant nec de defensis -cognoscant vel se aliquatenus intromittant cum impositio defensarum debeat -fieri per invocationem nostri nominis et cognitio et exactio earum -spectet solum ad nostram Curiam vel ad Justitiarios Regionum. Nulli de -contrata sub patrocinio et recommendatione eorum recipiant gabellas redituum -et proventus terrarum suarum non vendant invitis. Et si contingat eos -ad credentiam committere, tantum a credenzeriis recipiant meros et puros -proventus et redditus quos secundum temporis qualitatem receperint vel -recipere potuerint. Nec etiam recipiant ad habitationem in terris eorum -homines demanii. Et si contra factum fuerit pro tormentis seu captione -personæ pena privati carceris teneantur. Pro aliis vero injuriis pro qualitate -<span class="pagenum" id="Page_a139">[a139]</span> -delicti per Magistrum Justitiarium seu Justitiarios Regionum penis -legitimis puniantur. Pro destitutionibus vero extorsionibus et violentiis plectantur -pena constitutionibus comprehensa, destitutis et violentiam passis -ante omnia in pristinum statum redactis, et eisdem restitutis extortis, pro -usurpatione earundem defensarum nostro arbitrio puniantur restituto prius -sine difficultate quidquid propterea abstulerunt. Et si quos sub patrocinio -vel recommendatione, vel aliquos de Terra Demanii receperint similiter ad -habitandum in Terris eorum secundum formam novæ Constitutionis puniantur<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a> -= Verum quia homines ipsius Terræ Rubi contra tenorem præscripti -Capituli in plerisque asserunt sepius se gravari, devotioni vestræ sub -pena contenta mandati præter penas alias in capitulo ipso contentas mandamus -expressius quatenus hujusmodi Capitulum observantes tenaciter contra -ejus tenorem præfatos homines nullatenus molestetis. Injungimus namque -per alias literas nostras Justitiariis Regionis præsenti et futuris ut -nisi a gravaminibus resipiscatis propositis vos ad id coerceant per juris -remedia opportuna. Præsentibus preter opportunam inspectionem earum remanentibus -præsentanti efficaciter in antea valituris. Data Gravinæ per -Nicolaum Frictia de Ravello Locumtenentem Prothonotarii Regni Siciliæ -anno Domini M. trecentesimo septimo. Die quarta Maji quinte indictionis -= Quo circa devotioni vestre precipiendo mandamus quatenus ubi prædictus -Dominus prefate Terre contra seriem Capituli memorati excedens -a gravaminibus ipsis nequaquam destiterit, contra eum ad penas in capitulo -ipso contentas, præterquam in eo casu in quo certa ex ipsius penis -superioris reservatur arbitrio prout juris fuerit auctoritate presentium procedatis. -Officiales vero prefatos per impositiones aliarum formidabilium penarum -et exactiones illarum si et quatenus in easdem inciderint a similibus -gravaminibus compescatis. Ita quod nos exinde ulterior querimonia non -fatiget. Præsentibus post opportunam inspectionem earum remanentibus presentanti. -Data Gravinæ per eundem Nicolaum Frictia de Ravello anno -<span class="pagenum" id="Page_a140">[a140]</span> -Domini M. trecentesimo septimo die 4 Maji quintæ indictionis</i><a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>. -</p> - -<p> -Furono in vero queste disposizioni piene di giustizia, ed anche -energiche. Ma non potevano certamente portare un rimedio ai guasti -già sofferti dalla nostra città sotto la compressione Baronale. Una idea -delle strettezze alle quali era la stessa ridotta si può formare da un altro -Registro dello stesso Re Carlo II dell’anno 1308, il quale ci fa -conoscere i gravosissimi e molestissimi dazj che fu costretta d’imporre -a se stessa per far fronte ai pesi che le incumbevano, e forse anche -alla necessità che la stringeva per le dette vessazioni, ed estorsioni sofferte. -Questo documento lo recherò per lo intero non meno per appagare -la curiosità di chi legge, ma anche perchè mi giovai di esso con successo -ne’ giudizj ch’ebbi a sostenere contro la Casa d’Andria, de’ quali -parlerò in seguito. -</p> - -<p> -<i>Karolus II etc. Universis præsentis scripti seriem inspecturis tam præsentibus, -quam futuris. Dum nostræ Reipublicæ augmenta continue foventes -appetimus, subjectorum commoda per solertes tramites procuramus. Venit -sane ad præsentiam nostram Judex Judicis Guiscardi de Terra Rubi -fidelis noster Syndacus ad hæc constitutus per universitatem hominum dictæ -Terræ Rubi, ut constat per quoddam scriptum publicum Universitatis -ejusdem, et exponens asseruit quod homines ipsius Terræ Rubi fideles nostri -pro bono communi tendentes ad melius, et statum eorum olim ex imminentibus -variis sæpe turbatum opportunæ reparationis ordinare judicio -cupientes ad pacem, et materiam tollere scandalorum, attento quod interdum -pro munerum, et aliorum onerum impositione fiscalium, interdum -pro distributione illorum, interdum pro emergentibus inde multifariam exequendis -querelatio, murmur, sisma, suspectio, persæpe dissidium, et in -populo scandala periculosa surgebant. Provide statuerunt communi concorditer -deliberatione habita et consensu capitula, sive ut eorum alludamus -vocabulo, dacia sub distincta per quæ solutiones fiscalium aliorumque succrescunt -in Terra ipsa vicissitudine sua tam fiscalium, quam privatorum -similiter executiones debito agendorum absque solito singulorum gravamine -ac onere supportentur taliter ut audivimus exinde ordinato quod pauca et -<span class="pagenum" id="Page_a141">[a141]</span> -modica supererant fiscalia, vel privata negotia emergentia hominibus dictæ -Terræ, et specialiter collecta fiscalis pro tempore imponenda, et alia necessaria -dictæ Terræ, quæ de ipsa super adjecta pecunia, quam datium -nominant non deducuntur, ut expedit, et solvuntur. Quæ quidem prout -continentur in quodam scripto publico inde Curiæ nostræ ostenso sunt ista. -In primis quod pro qualibet uncia, quæ percipitur de introytu omnium -bonorum cujuslibet civis Rubi solvantur grana quindecim, excepto campo -et vineis. Item pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum, -cumini et aliorum leguminum, ac salis, quæ vendentur per cives Rubi -in Rubo, et in tenimento ejus, vel ubicumque, detur jumella una<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>: -per exteros Rubi, vel in tenimento ejus sive ad minutum, sive ad grossum -venduntur, detur per venditorem jumella dimidia. A tempore vero -arearum ipsarum in antea quilibet civis Rubi det Datiariis pro quolibet -tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum, et aliarum leguminum quarumcumque, -quæ perceperit ex satis suis pro quolibet anno jumellam unam, -ita quod per jumellam magistro salis nullum præjudicium generetur. Item -pro qualibet salma vini musti, quæ percipitur ex vineis Rubi solvant patroni -cives granum unum, et dimidium. Illi vero qui non habent vineas -proprias, et laborant vineas alienas ad partem solvant prout recipient ad -rationem prædictam. Item pro quolibet urceolo vini quod venditur ad minutum -tam per tabernarios, quam per personam quamlibet aliam de Terra -prædicta, solvat venditor quartam partem grani auri unius, quæ quarta -pars grani diminuatur de urceolo vini venditi. Item quilibet Terrigena -mercator pannorum solvat pro qualibet uncia percepta per cum pro pannis -venditis grana quinque. Item quilibet civis mercator casei, sive recocti, -animalium, victualium et quarumlibet rerum aliarum ubicumque emerit -pro qualibet uncia solvenda per eum in emptione mercimoniorum suorum -quorumcumque solvat grana quinque si fuerit civis. Exterus vero in -Rubo et in tenimento ejus de eo quod vendiderit vel emerit pro qualibet -uncia solvat grana duo, exceptis victualibus et sale de quibus detur jumella -<span class="pagenum" id="Page_a142">[a142]</span> -una per venditorem, prout superius est expressum. Exceptis etiam -stractionariis ementibus de prædictis mercibus si eas vendiderint ad minutum. -Item quilibet civis panem faciens solvat in furno pro quolibet thumino -panis facti granum unum. Item quilibet stractionarius civis Rubi pro -quolibet rotulo casei, recocti, carnium salatarum, lardi, sepi olei et cujuslibet -mercis venditæ per eum ad pondus........ vel ad mensuram parvam, -solvat quartam partem grani, quæ quarta pars grani minuatur de -rotulo et mensura, in quibus ponderabuntur merces de consensu et voluntate -universitatis. Item quilibet civis Rubi pro qualibet salma quarteriarum, -ollarum, garaffarum....... urceolorum, et alterius operis de creta, quod -magister ipsarum operum vendiderit, solvat ipse magister granum unum<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>. -Si vero ipse Magister portaverit salmam ipsius operis ad vendendum solvat -granum medium, et si alius emerit a magistro de prædictis rebus solvat -pro qualibet salma granum medium ubicumque eam vendiderit. Item -quilibet carpenterius, corduanerius, confettarius, et ferrarius civis pro qualibet -uncia recipienda per eum solvat grana decem. Item quilibet Buccerius -civis qui solvebat pro quolibet rotulo carnis quartam partem grani -solvat pro quolibet porco seu scrofa grana decem pro quolibet castrato ove -vel capra grana quatuor, pro qualibet vacca vel bove tarenum unum. -Item quilibet civis delator lapidum solvat pro quolibet centenario ipsorum -lapidum delatorum per eum granum medium. Item quilibet civis pro quolibet -jumento vel equo viaticario solvat pro quolibet anno tarenos duos et -medium. Item patroni cives vaccarum solvant pro qualibet vacca fœta domita, -vel indomita grana tria. Item patroni cives jumentorum solvant similiter -pro quolibet jumento fœto et indomito grana decem, exceptis jumentis, -quæ sunt in agro. Pastores autem habentes jumenta pro quolibet -jumento sive domitum, sive indomitum sit, et etiamsi fœtum fuerit, vel -non, solvant grana decem, et pro quolibet asino grana quinque. Item quilibet -civis exercens officium sensariæ solvat sextam partem pecuniæ, quam -lucratus fuerit ex officio ipso, de quo lucro teneatur jurare ipse sensarius. -<span class="pagenum" id="Page_a143">[a143]</span> -Item quilibet frascarius et calcararius vendens ligna, plantas et calcem -solvat pro qualibet ebdomada qua res ipsas vendiderit granum unum. -Item patroni cives molendinorum solvant pro qualibet salma frumenti moliti -in eorum molendinis granum medium, excepto frumento molito pro -victu eorum, pro quo nihil solvant. Item quilibet civis viaticarius, seu quilibet -alius deferens fructus, vel herbas, pisces, circulos vegetum, vel res -alias quascumque ad usum hominum cum operis, seu equis suis solvat pro -qualibet salma granum unum ubicumque eam vendiderit, exceptis leguminibus -victualibus et sale, de quibus detur jumella una per venditorem -ut supra est expressum. Si vero caseum et vinum mustum tempore vindemiarum -et victualia tempore arearum detulerit, solvat pro quolibet animali, -quo res ipsas detulerit, granum unum per diem. Ipsorum ergo hominum -nobis supplicatione subjuncta, ut hujusmodi ordinationes et statuta -eorum velimus debita firmitate vallare, prout tota forma scripta in præsenti -quaterna pro nominibus fundorum mutato<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> ubi legitur in iis litteris -<span class="upright">mandato ipsius Curiæ requirendo, aut etiam expectando, et quia -hoc</span> etc. Hic vero legitur <span class="upright">mandato ipsius Curiæ requirendo</span> etc. <span class="upright">Quia hoc</span> -etc. Datum Neapoli per Nicolaum Friczia de Ravello etc. Anno Domini -MCCCVIII die octava Julii sextæ indictionis. Regnorum nostrorum anno -XXIII</i><a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. -</p> - -<p> -Valga cotesto documento per farci conoscere le imposte comunali -che in quel tempo erano in usanza. Quelle contenute nelle trascritte Capitolazioni -non potevano non essere fastidiose tanto al Comune che doveva -esigerle, quanto a coloro che dovevano pagarle. Con tal sistema -daziario era inevitabile che tutte le classi de’ Cittadini Proprietarj, Negozianti, -Venditori tanto all’ingrosso che a minuto, Artefici, Fornaj, -Molinari, Mulattieri, Legnajuoli, Agricoltori, Pastori etc. fossero stati -ogni momento alle prese cogli esattori o appaltatori comunali di tanti -diversi e minuti dazj per l’opposto interesse che avevano i primi di -pagare il meno possibile, ed i secondi di esigere il più che avessero -potuto. Non si può credere certamente felice lo stato di una città costretta -<span class="pagenum" id="Page_a144">[a144]</span> -a ricorrere a questi mezzi. Lo stesso tenore del Diplomi contesta -i disturbi, i dissidj, ed i scandali ch’erano ivi avvenuti a causa -delle pubbliche imposte. Ma erano questi i regali della feudalità. -</p> - -<p> -Il Re Carlo II cessò di vivere nell’anno 1309, e gli succedè nel -Regno il di lui figliuolo Roberto. Nel Repertorio generale delle carte -Angioine si trova notato il seguente registro disperso. <i>Terlitii et Rubi -tenimentum et pascua communia anno 1310 et 1311 lit. A fol. 472.</i> -La esistenza di cotesto Registro sarebbe stata utilissima attese le continue -ed interminabili molestie che la irrequietezza de’ Terlizzesi ha recate -in ogni tempo alla nostra città a causa de’ confini del territorio -rispettivo, essendo stati questi ultimi intenti sempre ad estendergli invadendo -ed usurpando l’agro Ruvestino<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. -</p> - -<p> -Nel dì 16 Giugno 1311 fu dal Re Roberto spedito il seguente privilegio -a favore della Regina Sancia di Aragona sua consorte. Dichiarò -con esso il Re ch’era di lei debitore <i>de summa duo milium unciarum -auri annui redditus assignandi dictæ Reginæ in civitate et bonis fiscalibus -Regni nostri Siciliæ pro dote et dotario per nos sibi olim legitime constituto, -necnon et certa provisione pecuniæ per nos annua sibi facta</i>. -Venne quindi per tal causa a darle ed assegnarle <i>civitatem Rubi sitam -in Justitiariatu Terræ Bari per contumaciam Galerami de Yuriaco ad -manus nostræ Curiæ rationabiliter devolutam cum hominibus vassallis juribus -et omnibus pertinentiis suis pro valore annuo unciarum auri ducentarum -computando in dote, et dotario, et provisione jam dictis. Investientes -ipsam per nostrum anulum præsentialiter de eadem ac volentes expresse -quod ipsa per se et ministros suos praedictam civitatem Rubi habeat -teneat et possideat pro præfato valore annuo etc.</i><a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a145">[a145]</span> -</p> - -<p> -La nostra città migliorò certamente la sua condizione coll’essere -uscita dalle mani di Feudatarj che la opprimevano e scorticavano, e coll’essere -passata sotto il governo di una Regina virtuosissima e religiosissima. -Da un altro Registro dello stesso Re Roberto del dì 22 Febbrajo -1314 si viene a conoscere che fece la città suddetta le sue nuove -Capitolazioni relativamente ai dazj comunali imposti a se stessa. Non si -rileva dal detto Registro quali queste fossero state. È però a credersi che -quella popolazione avendo cominciato a respirare sotto il governo assai più -umano della Regina abbia migliorate e modificate quelle dell’anno 1308 -innanzi trascritte le quali in verità erano durissime. Dal precitato Registro -si conosce solo che il Re sanzionò le novelle Capitolazioni con -dichiarazione espressa di doversi la Università di Ruvo obbligare di rifare -alla Regia Corte ed alla Regina Sancia quel danno che agl’interessi -fiscali, e della Regina suddetta sarebbe venuto a risultarne nella -esecuzione di esse<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>. Il che conferma vie più la idea che dovevano -coteste capitolazioni essere più vantaggiose per la popolazione suddetta. -</p> - -<p> -Nel detto Repertorio generale sussiegue il seguente notamento: <i>Sancia -Regina habet confirmationem infrascriptarum Terrarum ab omni feudali -servitio liberarum, videlicet Rubi etc. 1316 lit. B fol. 316</i>. Il Registro -esiste, ma è mutilato, e manca il foglio citato con moltissimi -altri per le vicende innanzi espresse. Vi è anche nel detto Repertorio il -seguente notamento di altro Registro disperso: <i>Rubi Terra in dominio -Reginæ Sanciæ 1336 et 1337 lit. B fol. 14</i>. Cotesto notamento ci fa -apprendere che fino all’anno 1337 la nostra città continuava ad essere -posseduta dalla Regina suddetta, giacchè da altro Registro che sarà or -ora riportato si rileva che fu la stessa dalla Regina venduta al Conte di -Terlizzi, il che non potè aver luogo che dopo l’anno 1337. -</p> - -<p> -Il saggio Re Roberto cessò di vivere nel dì 20 Gennajo 1343, -non già dell’anno 1342 come taluni han creduto. Col suo testamento -del dì 16 del detto mese lasciò Balia del Regno la detta Regina Sancia -di Aragona sua consorte. Vedendo ella però che colla morte del -suo ottimo marito la sua splendida Corte era caduta nella confusione, -<span class="pagenum" id="Page_a146">[a146]</span> -ed anche perchè era infastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monistero -di S. Croce da lei medesima edificato, dove appena finito l’anno -morì con grandissima fama di santità<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. -</p> - -<p> -Aveva Roberto per vedute politiche conchiuso il matrimonio tra -Giovanna sua Nipote che andava a succedergli nel Regno, ed Andrea -figliuolo di Carlo Re d’Ungheria suo congiunto, il quale aveva preso -perciò il titolo di Duca di Calabria. Fu questo però un nodo stretto con -tristissimi auspicj. Il giovane Andrea per se stesso di poca levatura conversando -solo con un Frate ed altri Ungari quì rimasti presso di lui, -non potè dirozzarsi. Si rese quindi pesantissimo alla Regina sua consorte -allevata con altra coltura alla Corte del Re Roberto. Giovanna -dunque o s’infastidì di lui, o con soverchia facilità diè ascolto alle suggestioni -di uomini perversi che sventuratamente fomentavano vie più la -discordia tra i due sposi. Mentre Andrea andava ad assumere il titolo -di Re, e con esso quel potere che gli era annesso, avvenne che essendosi -portato colla Regina a diporto in Aversa fu una notte strangolato -e gittato dagli esecutori dell’orribile misfatto ignominiosamente per -una finestra. -</p> - -<p> -Molto grave fu il sospetto della intelligenza della Regina nell’assassinio -del suo sventurato marito, che attirò in seguito sulla nostra -povera città una terribile calamità. Mi piacerebbe che coloro i quali -si sono sforzati di discolparnela vi fossero riusciti. Ma prescindendo dagli -Storici del Regno che le imputano questa colpa, mi fa molto peso -ciò che leggo in uno Scrittore sensatissimo, e non uso a malignare altrui, -qual è Muratori. <i>Fuere qui Joannam de hujusmodi crimine purgare -conati sunt, sed illi judicio meo Æthiopem lavandum et dealbandum suscepere</i><a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>. -</p> - -<p> -Si aprì intanto una inquisizione contro coloro che avevano avuta -parte o reità nella morte del Re Andrea. Non potè la Regina da ciò -dissentire. Il Gran Giustiziere del Regno Bertrando del Balzo Conte -<span class="pagenum" id="Page_a147">[a147]</span> -di Montescaglioso e di Andria, avendo trovato colpevole <i>Gazzone de -Denysiaco</i> Conte di Terlizzi e Gran Maresciallo, lo fece arrestare, con -esser stato indi costui condannato a morte e giustiziato con altri complici -dello stesso misfatto. Da un Registro dunque della detta Giovanna -I del dì 24 Ottobre 1346 si rileva ciò che siegue. Si dice che la -Regina Sancia aveva venduta la città di Ruvo con Regio assenso al -detto Conte di Terlizzi. Non si dice l’epoca del contratto, ma ho innanzi -osservato che dovè ciò seguire dopo l’anno 1337. Si soggiugne -che essendo stato il Conte di Terlizzi arrestato e sommesso ad un processo -capitale gli erano stati sequestrati anche tutti i beni tra i quali -la città di Ruvo. -</p> - -<p> -Che la di lui moglie <i>Margherita Pipina</i> era ricorsa alla Regina ed -aveva esposto che per patto espresso stipulato nel contratto passato colla -Regina Sancia si era dichiarato che le rendite della detta città di Ruvo -avrebbe dovuto ella goderle durante sua vita, e dopo sua morte sarebbe -passato quel feudo agli eredi del marito. Che quindi doveva la città -suddetta rimanere esclusa dal sequestro e darsi a lei per godersela durante -sua vita. Che la Regina aveva fatto esaminare l’affare <i>a Matteo de -Porta de Salerno milite; et Joanne Siripandi de Neapoli Juris Civilis Professoribus -Magnæ Curiæ nostræ Magistris Rationalibus</i>, e costoro erano -stati di avviso che la dimanda della detta <i>Pipina</i> era ben fondata. -</p> - -<p> -Che seguita la condanna e la morte del Conte di Terlizzi aveva -la Regina sommessa la dimanda suddetta al novello esame di un Consiglio -composto dai suddetti de Porta e Siripandi, da altri Giureconsulti, -e dagli Avvocati e Proccuratori Fiscali. Che cotesti Signori erano -stati concordi nell’opinare che la dimanda di Margherita Pipina era ben -giustificata, e quindi doveva ella godere le rendite della città di Ruvo -durante sua vita<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>. Dopo ciò la Regina venne ad ordinare che si fosse -<span class="pagenum" id="Page_a148">[a148]</span> -tolto il sequestro, e dato alla ricorrente il possesso della città suddetta -durante sua vita sotto l’obbligo della fedeltà e del feudale servizio, e -colla condizione espressa di doversi ne’ Regj Quaternioni registrare tra -due mesi la grazia ottenuta a pena di decadenza<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>. -</p> - -<p> -Intanto il Re d’Ungheria Lodovico fratello di Andrea essendo stato -pienamente informato di quanto era quì avvenuto, ne rimase fortemente -commosso ed irritato. Fremendo di sdegno venne in Italia nell’anno -1347 con poderoso esercito, per vendicare la morte di suo fratello, ed -entrò ostilmente nel Regno. Mancava alla Regina il coraggio e la forza -di resistergli. Vedeva inoltre che le Popolazioni del Regno non erano -disposte a levarsi in armi in sua difesa, perchè fortemente prevenute -della di lei intelligenza nella morte del marito. Il miglior partito quindi -che seppe prendere fu quello di abbandonare il Regno ed andarsene ne’ -suoi Stati di Provenza. Il Re d’Ungheria quindi entrò nel Regno senza -resistenza, prese aspra ma giusta vendetta di coloro che avevano avuta -parte nell’assassinio di suo fratello, e dopo aver sommesso tutto il Regno -alla sua dominazione, se ne ritornò in Ungheria. -</p> - -<p> -Saputosi ciò dalla profuga Regina cominciò a prendere coraggio ed -a trattare coi suoi aderenti quì lasciati circa i mezzi di ricuperare il -perduto Regno. Animata dalle loro promesse non tardò a presentarsi -quì ella medesima con dieci galee che le riuscì di armare. Fu ben accolta -dai Napolitani che mal soffrivano gli Ungari. La sua presenza infervorò -il suo partito. Molte città ritornarono spontaneamente alla di -lei ubbidienza. Altre città che si mantennero fedeli al Re d’Ungheria -venivano man mano sommesse colla forza delle armi. Gli affari del Re -d’Ungheria andavano quì assai male, il che l’obbligò a ritornare di -nuovo nel Regno nell’anno 1350. -</p> - -<p> -Gli avvenimenti seguiti in quel tempo nella Puglia si trovano descritti -in un libro intitolato: <i>Dominici de Gravina Chronicon de Rebus -in Apulia gestis</i>. Dobbiamo cotesta istoria alla indefessa diligenza del -Muratori che riuscì ad averne una copia dall’unico Codice di essa che -si conserva nella Biblioteca Cesarea di Vienna accresciuta vie più di manoscritti -<span class="pagenum" id="Page_a149">[a149]</span> -dalle cure dell’Imperatore Carlo VI. Manca però il Codice suddetto -del suo principio, ove si parlava anche de’ fatti del Re Roberto, -e della sua fine ove parlar si doveva dell’esito della guerra suddetta -dopo la seconda venuta del Re Lodovico nell’anno 1350. -</p> - -<p> -La detta breve istoria fu scritta da un Notajo di Gravina detta -perciò <i>Dominici de Gravina Chronicon</i>. Avendo ei seguite le parti del -Re d’Ungheria, e mantenuta per quanto potè la città di Gravina coi -suoi amici ed aderenti sotto la di lui dipendenza, fu ciò cagione di -tutte le sue sventure che da Notajo lo fecero divenir soldato. Il Muratori -fa conto di questa Cronaca, perchè si vedono in essa riportati -i fatti con ingenuità e schiettezza. -</p> - -<p> -Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata limitrofa -colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle armi -della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico -e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che dipendeva -da essi anche una numerosa schiera di <i>Malandrini</i>, i quali son -sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far bottino. -La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà dal Re -Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero. Come -variano le cose del Mondo! -</p> - -<p> -Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i -già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città di Gravina, -ei si recò a Barletta <i>ad Dominum Vayvodam</i>, cioè al Comandante -Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso di soldati. -Soggiugne indi: <i>Tardavit autem talis succursus per dies et dies me -remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino quod civitas -Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata præfato Domino -Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto Severino erant -penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto Domino se teneret, -tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto viriliter -tenebatur, et cum hominibus civitatis continue prœliabatur</i><a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. -</p> - -<p> -Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro -<span class="pagenum" id="Page_a150">[a150]</span> -forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno che -gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione de’ suoi -compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro assenza i -Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far loro alcuna -resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si trattennero quindi -ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò furono i Gravinesi esenti -dalle uccisioni, dalle depredazioni ed estorsioni, dalle carcerazioni, -dalle confische, dai maltrattamenti e dalle violenze usate da quella pessima -gente alle donne le più belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo -racconto. <i>Amoverunt inde dictum exercitum et versus Rubum militavit -audacter. Erat autem castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas -vero non, sed pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad -quod dum nocte pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui -adventus, subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas -Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes. Tamen -in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo debito -contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant. Sed -quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia, quia sic -permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et unius mulieris -terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis vexarentur. Sic -placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non viderent, quin diversis -delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut autem inimicus exercitus -Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus quod civitas ipsa -Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus idem exercitus in facie castri -constitutus contra cives dictæ Terræ potenter insurgit, et viri Rubi potenter -assistunt, et durante prœlio usque ad horam meridiei transactam, -intra quod temporis spatium hinc inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi -cives Rubenses in salutem uxorum et filiorum intercederent potius, -quam ad defensionem communem, cessit finaliter victoria Domino Roberto -jam dicto, et violenter idem exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt -omnes cives per Terram illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. -O quam terribilis ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum -generis utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti -sunt pretio redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et -<span class="pagenum" id="Page_a151">[a151]</span> -plurimæ mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ -quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium miserorum -in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii autem -qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta Terra, propter -consecutum recessum exercitus, diversis tormentis exponuntur, et evulsione -dentium compuniuntur quasi ad ultimam paupertatem. Igitur universa -ipsa civitate prædata et consumta, castrum ipsum et campanile potenter -muniri præcepit, et annonas plurimas in eis immitti, opportunos stipendiarios -immittens in eisdem fortelitiis campanilis et castri. Retulerunt mihi -viri cives Guaranioni quod tota robba civitatis ipsius per ipsum casale -ad partes Basilicatæ transivit animalium, et rerum mobilium sine fine.</i> -</p> - -<p> -<i>Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus -Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua Hungari -septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus custodientibus -Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez -sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit etc.</i> -Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>. -</p> - -<p> -Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni? -A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le -città del proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente -crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare -i Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la dominazione -del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria -elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza, a -cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei -ordine espresso. -</p> - -<p> -Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre -al Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò -prima un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i -Baroni, i Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città -di Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò -a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta -<span class="pagenum" id="Page_a152">[a152]</span> -resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori -calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei prestato, -ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle città e -dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del Trombetta<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>. -Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero di somma -laude. -</p> - -<p> -Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero -Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi -e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno -di una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che -gli aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa -Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò -anche di Politica. -</p> - -<p> -Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini. -Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano -stretti tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo -castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il -mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti anche -molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se moltissimi -de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro mogli ed i -loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati dal campo di -battaglia. -</p> - -<p> -Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo -Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino -avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini i -quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la -fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non -avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione -così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto -la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente e -fedele. <i>Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis præstat: -<span class="pagenum" id="Page_a153">[a153]</span> -hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic voluntate</i><a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>. -</p> - -<p> -Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di -partito questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero -per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche -Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era presentato -al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero Sanseverino -Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della luminosa carica di suo -Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto e Ruggiero Sanseverino -Conte di Tricarico animati dal favorevole incontro del loro stretto congiunto, -si presentarono anch’essi, furono dal Re molto graziosamente -accolti, e gli prestarono il giuramento di fedeltà<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. Essendo però stati -tra i primi che lo violarono, non potevano certamente valutare in altri -quel sentimento che avevano essi calpestato. -</p> - -<p> -Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno -della nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze -degli Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi -guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri -di guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli -al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la -loro ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento -per la seguente circostanza. -</p> - -<p> -Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi -ch’era in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte -del loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero -Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto -anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il -detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i -soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i prigionieri -suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi in -cattive mani. -</p> - -<p> -Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una -<span class="pagenum" id="Page_a154">[a154]</span> -crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano loro -la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano le membra -con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi furono -costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini per ciascuno. -Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed umiliò col -seguente rimprovero: <i>Licet sacramentum vestrum nullius sit fidei, quum -alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse sibi fideles, quo meremini -decollari propter jusjurandum confractum et proditionem per vos -commissam, quare in prœlio vestra proditio vos præcipitavit ab equis, -iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum præstare jurantes quod -amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non rebelles</i>. Furono quindi costretti -a prestar di nuovo il giuramento di fedeltà sul Santo Vangelo<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>. -Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio! -</p> - -<p> -Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto -risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio de’ -Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del castello, -fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona provigione -di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia, e resiste ancora -ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato della sua cupola. -Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima formata tanto nella -parte esterna quanto nella parte interna di pietre quadrate ben lavorate -e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono ornati di pietre ben -lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta sul lato sinistro di quella -Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto anche il Palazzo Vescovile -ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del campanile. A dire il vero -però non credo un vantaggio per me che anche la mia casa paterna sta -poco lungi dal campanile suddetto. -</p> - -<p> -La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate -anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva -di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi ornati. -Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco Gotico -egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute da due -<span class="pagenum" id="Page_a155">[a155]</span> -leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi sono due -grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata altezza vi -è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed ornato nel mezzo -di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle mura laterali della -Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste anche di animali. -</p> - -<p> -De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve -ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva -suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima. -Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione. Debbono -cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente, attesa la -conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore all’epoca de’ Normanni<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>. -</p> - -<p> -Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di -Ruvo fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino -fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della -guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome <i>Malispiritus</i> -Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino di Altamura, -il quale seguiva anche le parti della Regina tentò ritorlo agli -Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè riuscirvi, -perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero dargli ajuto -a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano non era -amico del Palatino suddetto<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a156">[a156]</span> -</p> - -<p> -Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè -la Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo -bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò -di nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città -che si tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per -farlo rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima -durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il trattato -nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata la -Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra. Ma il -Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per ambizione, -o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di suo -fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non cercava -altro<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>. -</p> - -<p> -Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346 -rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina -vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce quando -la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla Cronaca -di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re d’Ungheria -la concedè in feudo a <i>Giovanni Chucz</i> Ungaro valoroso e riputato -guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149. -</p> - -<p> -Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto -lo stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo -canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si -esprime così: <i>Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz) -se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto tenebatur</i>. -Espressioni le quali pare che importino di esserne egli divenuto -contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però niun -cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca. Andiamo -dunque innanzi ai registri posteriori. -</p> - -<p> -Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che -il Re Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio <i>Civitatis -<span class="pagenum" id="Page_a157">[a157]</span> -Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi consiliario -et fideli nostro dilecto dum vixit</i>. Ch’essendo morto costui senza -successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti devoluti alla Corona. -Venne quindi a farne una novella concessione <i>viris nobilibus Antonio -de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico de Vrunforti nepotibus quondam -Villanucii prædicti</i>, e ciò in considerazione degl’importanti servigj resi -da entrambi specialmente nella guerra tanto a se che al fu suo genitore. -</p> - -<p> -Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove -uno di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto -nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere -fatta con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi -suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l feudale -servizio, al quale i concessionarj erano tenuti<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>. -</p> - -<p> -Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto <i>Federico -de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto</i> -una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere -che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare, -e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi a dolersi -che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo nome nelle -Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi sudditi, -<i>quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus justitiæ in puniendis -delictis, extorsiones et exactiones commiserunt illicitas, et committunt -profecto nostris sensibus odiosas</i>. -</p> - -<p> -Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari -e di Principato <i>citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes et -possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem Vigiliarum -in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et civitatem Rubi, -et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu adoha per te ipsi Curiæ -nostræ præstanda; necnon et utique Balius et Baliatico nomine et -pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii Comitis Sarni filii quondam -Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo dicti Ungari, civitatem -Sarni de dicta Provincia Principatus citra</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a158">[a158]</span> -</p> - -<p> -Soggiunse che i detti Regj Ufficiali <i>aggravaverunt et aggravant vassallos -nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et vexando -inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem, adeo quod sub -colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt ipsos fideles nostros, omnem -ipsorum substantiam sitientes, et pariter absorbentes</i>. Quindi per tali considerazioni -e per esimere da tali vessazioni le città possedute dal detto -Federico, venne il Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale -per Bisceglia Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi -casali durante il <i>Baliato</i> di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia -minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la giurisdizione -ordinaria<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>. -</p> - -<p> -Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re -Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di -rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì giustamente -vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della loro -autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato questo -nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili anomalie, le -quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla i bricconi. Non si -conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia <i>Vrunforti</i> abbia posseduta -la città di Ruvo. -</p> - -<p> -Nel Repertorio generale de’ <i>fascicoli</i> al fol. 183 vi è il seguente -altro notamento: <i>Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro Justitiario -concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127</i>. Mancando però il fascicolo, -non si conosce l’epoca di tal concessione. -</p> - -<p> -Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio. -Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella -dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto -al tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche -la città di Ruvo<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a>. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi -che anderò a riportare nel Capo seguente. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a159">[a159]</span> -</p> - -<h3>DIGRESSIONE -<span class="smaller"><i>Sull’antico Castello di Ruvo.</i></span></h3> -</div> - -<p> -Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato -che <i>castrum Rubi erat castrum fortissimum</i>. Non è quindi fuori di -proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello stesso -che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava il nome -di <i>Palazzo del Castello</i>. È lo stesso edificato su di un rialto adiacente -all’antica porta della città che guardava l’occidente sulla strada de’ Cappuccini -denominata <i>Porta del Castello</i> ora abbattuta come tutte le altre. -Dalla parte della città è l’edificio suddetto preceduto da uno spianato -detto <i>largo del Castello</i> o <i>di S. Rocco</i> per la Chiesa che vi è di quel -Santo Protettore della città suddetta. -</p> - -<p> -Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì. -Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate -simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della -campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima -altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da -una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello ed -avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o un -<i>pomerio</i> ridotto ne’ tempi posteriori a giardino. -</p> - -<p> -Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida -munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran -parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in -su alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte -e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di <i>scarpetta</i>, -e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato anche <i>largo -della scarpetta</i>. -</p> - -<p> -A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso -tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è parlato, -sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La -porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di -una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre -<span class="pagenum" id="Page_a160">[a160]</span> -semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono pezzi -di macigno ben grandi e ben connessi tra loro. -</p> - -<p> -Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni, la -quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione che -le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per tutti -i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica, il che -le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l parapetto -di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo ai soldati -il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli del bastione -istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono. -</p> - -<p> -A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che -gli girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo -il nome di <i>Rivellino</i>, nome militare di fortificazione. Quindi nella rivela -de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della città di Ruvo -dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si vedono cotesti -edificj rivelati nel modo che siegue. <i>Il Castello, seu Palazzo Baronale, -con sua torre antica con rivellino intorno.</i> -</p> - -<p> -Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani. -Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue fondamenta -e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al parapetto -del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era profondo, -oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura di esse la -impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare quindi che il -piano suddetto non sia servito ad altro che per un magazzino della Guarnigione. -Il secondo piano è al livello del già detto corridojo scoverto, -col quale comunica per mezzo di una porta. Il primo piano dal secondo -e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di fabbrica fortissime formate -con molta maestria. Nel centro di ciascuna di esse si vede lasciato -un vano circolare di bastante ampiezza. È probabile che cotesti vani -si siano lasciati ad oggetto di situarvi una scala a lumaca sia di fabbrica, -sia di legno per la comunicazione interna tra un piano e l’altro. -</p> - -<p> -Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che -chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello spazio -un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò chiaramente -<span class="pagenum" id="Page_a161">[a161]</span> -i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella muraglia. -In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di essa -ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla sinistra -una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la quale -si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza tetto. Il -pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben connesse per -dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e balestriere. -</p> - -<p> -Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra -il terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere -altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla sommità -di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi non è -uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò -la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi -spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro -muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre -suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la -stupenda ed estesissima veduta che di là si gode. -</p> - -<p> -Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi -ho detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto -all’antico fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto -al corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal -tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava fino -al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser altro che -una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la Guarnigione. -</p> - -<p> -Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina -il castello di Ruvo lo chiamò <i>Castrum fortissimum</i>, e nelle concessioni -in feudo della nostra città si vede conceduta <i>Civitas Ruborum -cum suo castro, et fortellitio</i>. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo -in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano certamente -di facile espugnazione. -</p> - -<p> -Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che -della torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè -si può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti contemporaneamente -o in tempi diversi. La diversità della fabbrica dell’uno -<span class="pagenum" id="Page_a162">[a162]</span> -e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per credergli surti -in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è tanto antica che non -si può decidere quale de’ predetti due edificj debba credersi anteriore. -Non è però improbabile il dirsi che le fortificazioni predette in tutto o -in parte vi fossero state al tempo di Ruggiero non meno per l’antichità -ch’esse mostrano, ma anche perchè da ciò che si è detto nel capo precedente -era Ruvo fin da quel tempo una città forte. -</p> - -<p> -Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre -suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo -piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo scoverto -che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo della -muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi e larga -circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato ch’è la -stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due scudi di uguale -dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio. Nell’altro vi è -un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le zampe, ha la lingua -fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla schiena giusta la seguente -figura -</p> - -<div class="figcenter"><a id="fill-a162"></a> - <img src="images/ill-a162.jpg" alt="" /> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a163">[a163]</span> -</p> - -<p> -Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo -per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però -rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere se -la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della torre, -o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato di osservarla -abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata, ciò però -non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta diligenza che non -si apprenda in essa, dopo di esserne passati più secoli, veruna alterazione. -Prescindendo da ciò, non è facile tampoco l’indovinare a chi possano -appartenere le armi scolpite nella lapide suddetta. In quanto alle antiche -famiglie nobili Napolitane li nostri Scrittori Scipione Mazzella nel -suo libro intitolato <i>Descrizione del Regno di Napoli</i>, e Carlo Borrelli -nel precitato suo libro intitolato <i>Vindex Neapolitanæ Nobilitatis</i> ci hanno -fatto conoscere le armi ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono -di queste alcune, specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in -quella stessa posizione in cui si vede nella nostra lapide. -</p> - -<p> -È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo -col lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello -scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva -anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i -titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo. -</p> - -<p> -Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili -Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo luogo -non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa una -indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi non attacco -alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo scuoprimento -della origine della nostra città. -</p> - -<p> -In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le -sue conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico stemma -della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un simbolo -della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede nelle -sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse alludere -alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque possa riuscire -a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione sarà da me -applaudito di tutto cuore. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a164">[a164]</span> -</p> - -<h2 id="cap9">CAPO IX. -<span class="smaller"><i>Notizie della città di Ruvo al tempo -della Dinastia Aragonese.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Dai Registri del grande Archivio si rilevano i seguenti fatti. Nell’anno -1454 Donata del Balzo Orsini figliuola primogenita di Gabriele -del Balzo Orsini Duca di Venosa, e figliuolo secondogenito di Ramondello -del Balzo Orsini Principe di Taranto, espose al Re Alfonso Primo -di Aragona che il suo defunto genitore aveva possedute le seguenti -città e terre, cioè Venosa col titolo di Duca, Lavello, Lacedogna, -Minervino, Ruvo e Vico co’ suoi casali nominati Castiello, S. Nicola -e S. Suosso, Montelione, Laurenzana, Castello Vellotto, Flumari, -Vallata, Guardia Lombarda, Pulcarino, Rocchetta <i>Sancti Antonii</i>, Carbonara, -Monte acuto, Carpignano, li casali di Trentola, Lauriano e -Capodrise col Territorio detto di Pietra Palomba <i>Cum omnibus ipsarum -civitatum, terrarum et locorum castris, seu fortellitiis, hominibus, vassallis, -vassallorumque redditibus, mero, mixtoque imperio, et gladii potestate, -Banco Justitiæ, et cognitione causarum civilium, criminalium et -mixtarum, Bajulationibus et integro eorum statu</i>. -</p> - -<p> -Disse che i feudi suddetti a lei spettavano per la morte del suo -genitore a titolo di legittima successione, e ne dimandò la investitura. -Il detto Re Alfonso I con suo Privilegio del dì 1.º Giugno dell’anno -suddetto le confermò li feudi di sopra enunciati <i>pro se, suisque heredibus, -et successoribus cum omnibus prædictis juribus et jurisdictionibus, -prout melius et plenius tenuit, et possedit dictus quondam Gabrielius pater -vigore suorum privilegiorum<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>, tenenda omnia prædicta in feudum etc.</i><a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a165">[a165]</span> -</p> - -<p> -La detta Donata del Balzo Orsini prese per marito Pirro del Balzo -Principe di Altamura, Conte di Monte Scaglioso e Gran Contestabile -del Regno e gli portò in dote li feudi suddetti. Per tal ragione nelle -carte Aragonesi e dai Scrittori della Materia Doganale il detto Pirro -del Balzo si trova intitolato Duca di Venosa e di Minervino, e Conte -di Ruvo. Ai conjugi suddetti il Re Ferdinando I di Aragona figliuolo -di Alfonso nell’anno 1458 confermò li feudi che rispettivamente possedevano, -tra i quali la città di Ruvo<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>. -</p> - -<p> -Isabella del Balzo fu figliuola del detto Pirro del Balzo e di Donata -del Balzo Orsini. Ebb’ella per marito Federico di Aragona figliuolo -secondogenito del Re Ferdinando I di Aragona. Per la morte de’ suoi -genitori senza figliuoli maschi, tra gli altri feudi da lei ereditati vi fu -anche la città di Ruvo. Fu per la nostra città sicuramente un vantaggio -l’esser passata sotto la dominazione di un Principe distintissimo per le -sue virtù e per la bontà de’ costumi. Ma ciò durò ben poco. -</p> - -<p> -Divenuto Federico Re di Napoli nell’anno 1496, pressato forse -dalle dolorose circostanze delle quali si parlerà nel seguente capo, vendè -nell’anno 1499 la città suddetta a <i>Galzarano de Requesens</i> Conte di Trivento -e di Avellino. Questo contratto non trovandosi registrato ne’ Regj -Quinternioni, i notamenti ch’esistono nel Grande Archivio lo giustificano -riportandosi ad un antico processo formato nella Regia Camera della -Sommaria tra il Regio Fisco e ’l Duca d’Andria e Conte di Ruvo per -l’assegnamento de’ fuochi della detta città, nel quale il privilegio suddetto -erasi prodotto<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Bisogna ora dare un passo indietro per riportare -i seguenti registri anche dell’epoca di cui sto ragionando. -</p> - -<p> -Nel Repertorio de’ Registri <i>Curiæ</i>, nel Registro <i>Licterarum Regiarum -Primo</i> dell’anno 1478 Cam. I Lettera S Scanzia 4 n. 5 fol. 42 -a t. vi è la seguente notizia. <i>Università di Curati, et Ruvo communità -d’acqua et herba 1478 Rex Ferdinandus.</i> -</p> - -<p> -Nel detto Repertorio sotto il Registro <i>Licterarum clausarum Curiæ</i> -<span class="pagenum" id="Page_a166">[a166]</span> -IX dell’anno 1478 Cam. I lettera S Scanzia I n. 8 fol. 74 si legge -<i>Ruvo et Corato per l’acqua et herba comune</i>. -</p> - -<p> -Nel Repertorio de’ Registri <i>Partium</i> fol. 17 a t. sotto il Registro -<i>Partium</i> XIX dell’anno 1479 Cam. 5 Lit. A Scanz. I n. 29 si legge -<i>Università di Quaratæ immunità per la fida d’animali in loro territorio, -et communità di acqua et erba con l’Università di Rubo</i>. -</p> - -<p> -Li già detti tre Registri mancano; ma li trascritti notamenti rimasti -ne’ repertorj bastano a pruovare di esservi stata un tempo comunità -di acqua ed erba tra le due Popolazioni di Ruvo e di Corato. Lo -conferma ciò anche il seguente Registro tuttavia esistente dello stesso -anno 1479. -</p> - -<p> -Giacomo Caracciolo utile Signore in quel tempo della terra di <i>Quarata</i>, -e la università, ed uomini di essa esposero al detto Re Ferdinando -che <i>avendo dicta Terra, et Università et homini di quella comunità -de acqua et herba con la Università et homini de la cità de Rubo, -et quella se usano, et usase gran tempo, et l’uno con li altri pacifice -secundo loro antiqua consuetudine, privilegj et capitoli mostrase, al presente -per Cola Cometta de questa nostra Dohana le si vogliono innovare -cosa non solita, nè seguita per gli altri Officiali de dicta nostra Dohana, -dal che ne seguerea non poco danno et interesse a dicti exponenti. Unde -de ciò ne hanno fatto supplicare vogliamo alla loro indempnità de opportuno -rimedio provedere non se li debbia a dicti supplicanti innovare cosa -alcuna in prejudicio de’ dicti loro capitoli, privilegj, et consuetudine, -per lo dicto Cola, et altri Officiali de dicta Dohana in la dicta loro comunità -de acqua et herba, ante lassarreli persistere et gaudere si come -per lo passato avevano facto, et al presente fanno in dicta comunità</i>. -</p> - -<p> -Sussiegue il Rescritto del Re che si vede inserito alla lettera, col -quale venne ordinato che nulla si fosse innovato contro la esposta comunione -di acqua ed erba. In fine vi è una provvisione del Tribunale -della Regia Camera della Sommaria del dì 12 Settembre 1479 colla -quale fu ordinata la piena ed esatta esecuzione del precitato Real Rescritto<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a167">[a167]</span> -</p> - -<h3>CONSIDERAZIONI -<span class="smaller"><i>Sulla comunità di acqua ed erba della città di Ruvo -con Corato e Terlizzi.</i></span></h3> -</div> - -<p> -Dal Registro del Re Roberto dell’anno 1310 e 1311 riportato innanzi -alla pag. 144 si è veduto che tra Ruvo e Terlizzi vi era la stessa -comunione di acqua ed erba. Perchè la nostra città è stata una volta in -comunione colle due terre di Corato e di Terlizzi, e non già colle convicine -città di Bitonto, di Altamura e di Gravina? Pare che la cosa -si spieghi da se stessa. In quanto a Terlizzi ch’è alla distanza di due -miglia da Ruvo, basta un solo colpo d’occhio di chiunque non voglia -rinunziare al raziocinio per decidere di esser quella una novella Popolazione -nata nell’antico estesissimo agro Ruvestino, e che quanto la -stessa ha e possiede non può ripeterlo che dalla nostra città. -</p> - -<p> -In quanto poi a Corato pare che non possa porsi tampoco in dubbio -che sia surta del pari nel territorio di Ruvo, e che il terreno alla -stessa assegnato dal Conte Pietro Normanno dal quale fu edificata sia -stato ritagliato anche dall’agro Ruvestino. Si è innanzi dimostrato che -dal lato occidentale era Ruvo l’ultima città della Peucezia, come Canosa -era la prima città della Daunia che s’incontrava partendo da Ruvo. -Queste due città erano tra loro confinanti, poichè tra l’una e l’altra -non vi era veruna città intermedia, e quel <i>Netium</i> per lo quale si -è fatto tanto rumore, l’ho dimostrato nel Capo I un nome meramente -ideale. -</p> - -<p> -Corato sta in mezzo tra Ruvo e Canosa, alla distanza però di tre -in quattro miglia da Ruvo e di diciassette miglia da Canosa. A quale -dunque delle dette due antiche città deve credersi che sia appartenuto -quel suolo sul quale si trova Corato edificata? Il buon senso e ’l raziocinio -naturale lo attribuisce alla città più vicina. Ma facendosi attenzione -alla Geografia antica non è questa che una verità di fatto. -</p> - -<p> -Si è dimostrato innanzi nel capo III che il territorio dell’antica -Peucezia si estendeva fino alla foce dell’Ofanto, e che sulla riva dritta -dell’Ofanto vi aveva la Daunia soltanto la città di Canosa e ’l villaggio -di Canne sito nel campo di Diomede reso famoso dalla sanguinosa sconfitta -<span class="pagenum" id="Page_a168">[a168]</span> -de’ Romani. È facile da ciò l’intendere che l’agro Canosino dal lato -della Peucezia non poteva, e non doveva essere molto esteso, altrimenti -come avrebbe potuto verificarsi che i confini di essa si estendevano fino -all’Ofanto? La città di Canosa sta sull’Ofanto. -</p> - -<p> -Il forte dunque dell’agro Canosino esser doveva sulla sinistra dell’Ofanto, -ove dopo Canosa s’incontrava l’altra antica città chiamata -<i>Herdonia</i>, di cui si vedono oggi soltanto gli avanzi, poco lungi dai -quali è surto il meschino villaggio che porta il nome di <i>Ordona</i>. Tra -Canosa ed Erdonia non vi era altra città intermedia, poichè Cerignola -che ora sta tra Canosa ed Ordona è una città novella. -</p> - -<p> -Or tra Canosa ed Erdonia secondo l’itinerario di Antonino vi era -la distanza di venticinque miglia, e secondo l’itinerario Gerosolimitano -di ventisei miglia. Da quel lato dunque ch’era estesissimo innoltrar si -doveva l’antico agro Canosino, e dal lato della Peucezia non poteva -esser maggiore di quello che lo è al presente, nè si può credere mai -che si fosse esteso fin sotto le mura di Ruvo ove fu edificata Corato. -</p> - -<p> -Dal che ne discende che Corato deve per necessità credersi edificata -nell’agro Ruvestino, e che da questo sia stata risegata quella dotazione -di terreno che fu alla stessa assegnata. Per le premesse osservazioni -pare che debba dirsi lo stesso anche pe ’l territorio di Andria, -almeno per quella parte di esso ch’è dal lato di Ruvo, giacchè dal lato -del Garagnone col quale Andria è confinante, è molto probabile che vada -oggi inclusa nel suo territorio una buona porzione di quello che apparteneva -all’antica città denominata <i>Silvium</i>, di cui ho lungamente parlato -nel Capo III, ed ho dimostrato che quell’antica città era nel sito preciso, -ove oggi sta il castello del Garagnone. -</p> - -<p> -In fatti nella parte estrema delle murge di Ruvo vi è un trifinio -che mette in contatto il territorio di Ruvo quello del Garagnone e quello -di Andria; il che rende probabile che cotesta novella città edificata al -tempo de’ Normanni abbia presa una porzione del suo territorio anche -dall’antico agro <i>Silvino</i>, detto oggi <i>Garagnone</i>. Cotesto trifinio è segnato -con tre termini lapidei nella parte estrema delle murge di Ruvo -nel sito chiamato <i>Taverna nuova</i> e <i>Giuncata</i> di cui parlerò in seguito. -</p> - -<p> -Ritornando ora a quella promiscuità di acqua e di erba in cui la -città di Ruvo era un tempo con Corato e Terlizzi, osservo che simili -<span class="pagenum" id="Page_a169">[a169]</span> -promiscuità contratte tra due popolazioni tra loro confinanti sono sempre -partite dal calcolo della reciproca utilità, e dalla uguaglianza del -comodo rispettivo che sarebbe venuto a risultarne. Tale avrebbe potuto -essere la promiscuità che la nostra città avesse per avventura contratta -colla città di Bitonto, Altamura o Gravina provvedute del pari di un -esteso territorio. Ma quale utilità avrebbe potuto ritrarre dal porre il -suo vasto territorio in comunione con Terlizzi e Corato? -</p> - -<p> -Non aveva la prima, come non ha ora tampoco che un territorio -ristrettissimo, il quale non era fornito di altro pascolo, meno che del -picciolo bosco denominato <i>Parco di Terlizzi</i> ora ridotto a coltura. Rimpetto -al vasto territorio di Ruvo non era questo che un punto matematico. -Rispetto poi a Corato ha la stessa un territorio più ampio di quello -di Terlizzi, ed è provveduta anche di paschi più estesi; ma non paragonabili -affatto a quelli dell’agro Ruvestino. È chiaro quindi per se -stesso che la promiscuità suddetta non la dettò l’interesse, poichè nulla -vi era in essa a guadagnare per la città di Ruvo, ed in tutti i tempi -i Coratini ed i Terlizzesi hanno avuto bisogno del territorio di Ruvo, -non mai i Ruvestini di quello di Corato e di Terlizzi. -</p> - -<p> -Tale comunione quindi la dettò unicamente la benevolenza, l’affezione -e l’affinità de’ Ruvestini colle due novelle Popolazioni surte nel -loro territorio, e formate probabilmente almeno in parte dai loro concittadini -che andarono a stabilirsi a Corato ed a Terlizzi. È perciò che -nell’ultimo Registro Aragonese dell’anno 1779 testè trascritto la Università -ed Uomini di Corato dicevano che tal promiscuità la stavano -godendo in forza di <i>antiqua consuetudine privilegj e capitoli</i>. -</p> - -<p> -Le parole <i>privilegj e capitoli</i> nel nostro antico linguaggio legale -valgono lo stesso che <i>concessione</i>. Capitoli e Privilegj sono denominate -le grazie accordate dai nostri passati Sovrani alla città di Napoli ed a -tutto il Regno. Ond’è che la stessa Università di Corato colla sua dimanda -innanzi trascritta venne ingenuamente a dichiarare che la promiscuità -suddetta la ripeteva da una concessione della città di Ruvo. -</p> - -<p> -Cotesta promiscuità non vi è più da un tempo che sorpassa ogni -memoria. Dovè rimanere disciolta per giusti motivi che s’ignorano. Essendovi -stata però una volta, e formando parte della storia della nostra -città, era regolare indagare i motivi che la suggerirono. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a170">[a170]</span> -</p> - -<h2 id="cap10">CAPO X. -<span class="smaller"><i>Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando -il Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Per farmi strada a riportare i fatti relativi alla nostra città avvenuti -nel principio del secolo XVI è indispensabile raccapitolare la storia -della caduta della Dinastia Aragonese, e del modo in cui passò questo -Regno a Ferdinando il Cattolico. Morto il Re Ferdinando I di Aragona -nel dì 25 Gennajo 1494 gli succedè nel Regno il di lui figliuolo -primogenito Alfonso II il quale fu incoronato in Napoli nel dì 8 Maggio -dello stesso anno. Scoppiò ben presto sul di lui capo quella procella -già preparata che la prudenza e la destrezza del suo genitore aveva -tenuta per qualche tempo sospesa. -</p> - -<p> -Carlo VIII Re di Francia gli mosse guerra per i motivi riportati -dagli Storici del Regno, e specialmente da Giannone nel libro XXIX -della sua Storia Civile. Era Alfonso generalmente odiato dai suoi sudditi. -Appena le truppe di Carlo VIII si mostrarono ai confini tutto -il Regno si pose in fermento. La città di Aquila, e con essa quasi -tutto l’Abruzzo alzò la di lui bandiera. Queste notizie scoraggiarono -Alfonso, e gli fecero obliare quella gloria militare che si aveva acquistata -in tante guerre alla testa degli eserciti. Capì troppo tardi che la -maggior forza di un Re la costituisce l’amore del suo popolo. Rinunziò -quindi il Regno al suo figliuolo Ferdinando, giovane di alte speranze, -ed andò a cercare un ricovero nella Sicilia. Sbarcato a Mazzara passò -indi a Messina, e si ritirò in un Convento di Frati a menare una vita -austera. -</p> - -<p> -Cercò Ferdinando II di riunir l’esercito per opporsi all’armata nemica; -si avvide però che la Nobiltà e ’l Popolo persistevano nello stesso -odio contro suo Padre, e che mancava all’esercito la buona volontà. -Credè quindi sano consiglio l’allontanarsi dal Regno, ed imbarcatosi -col suo zio Federico e colla vecchia Regina sua avola, partì da Napoli. -Si fermò prima nell’Isola d’Ischia; ma nel dì 20 Marzo 1495 -sciolse le vele, e si recò anch’egli nella Sicilia. Consultatosi ivi col -<span class="pagenum" id="Page_a171">[a171]</span> -suo Padre Alfonso si determinò a rivolgersi a Ferdinando il Cattolico -per ricuperare il Regno col di lui soccorso, consiglio troppo incauto, -perchè aveva costui sul Regno di Napoli delle pretensioni che aveva -fino a quel punto profondamente dissimulate. -</p> - -<p> -Intanto Carlo VIII era entrato in Napoli nel dì 21 Febbrajo dell’anno -suddetto non solo senza resistenza; ma anche largamente festeggiato -ed applaudito. Non seppe però profittare di queste favorevoli disposizioni. -Ei si diè ai piaceri ed ai sollazzi, ed i suoi uffiziali erano -dediti alle rapine, ed a far danaro. Colla loro alterigia inoltre ed insolenza -disgustavano tutti. Il festeggiamento quindi si cangiò ben presto -in avversione e malcontento. -</p> - -<p> -In tal posizione delle cose Ferdinando il Cattolico che covava de’ -progetti sul Regno di Napoli accolse ben volentieri l’invito ricevuto. -Non tardò a spedire nella Sicilia un uomo di guerra valoroso ed abile, -cioè Consalvo Ernandez Aghilar di Cordova che la jattanza Spagnuola -decorò col nome di <i>Gran Capitano</i> prima che le sue operazioni -militari avessero potuto renderlo meritevole di esso. Sbarcato Consalvo -colle sue truppe nella Calabria riportò sui Francesi rilevanti vantaggi. -</p> - -<p> -Si era nel tempo stesso formata contro Carlo VIII una formidabile -lega tra i Principi d’Italia, la Republica di Venezia, Ferdinando Re -di Castiglia, il Papa Alessandro VI etc. Temendo egli di rimanere quì -tagliato, si determinò ad uscire dal Regno per ritornare in Francia colle -sue migliori truppe. Gli convenne però aprirsi il passo con una fiera -battaglia che fu costretto di dare alle Truppe Veneziane appostate al -fiume Taro. -</p> - -<p> -Rimase nel Regno poca truppa sotto il comando del Signor <i>Monpensier</i> -di Casa Borbone e del Signor <i>d’Obignì</i> di Nazione Scozzese. -I Napolitani ciò vedendo spedirono segretamente persone nella Sicilia -per sollecitare Ferdinando a ritornare nel Regno. Non tardò egli ad eseguirlo, -e si presentò nella Rada di Napoli con sessanta grossi legni e -venti più piccioli. Essendosi accostato al lido per poter sbarcare colle -sue truppe al Ponte della Maddalena, uscì dalla città Monpensier coi -Francesi per opporsi allo sbarco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a172">[a172]</span> -</p> - -<p> -Ma i Napolitani presa questa opportunità, si levarono in armi, -occuparono le porte, favorirono lo sbarco, ed introdussero festevolmente -nella città il Re Ferdinando II nel dì 5 Luglio del detto anno -1495. Dopo ciò gli costò molto poco l’andare discacciando man mano -i Francesi troppo deboli dai luoghi occupati. Gli rimaneva solo a ripigliare -Taranto e Gaeta allora che fu da immatura morte rapito nella -età di ventotto anni nel dì 8 di Ottobre dell’anno 1496. -</p> - -<p> -Non avendo lasciati figliuoli ed essendo a lui premorto anche il suo -Padre Alfonso, gli succede nel Regno il suo Zio Federico Principe di -rara bontà, di esimie virtù, e tanto amato e venerato da tutti quanto -era stato odiato il suo fratello Primogenito Alfonso. La sua elevazione -al Trono fu di generale allegrezza. Anche que’ Grandi del Regno che -per particolari risentimenti avevano seguite le bandiere di Carlo VIII -si sommisero con alacrità a Federico, e furono da lui accolti colla massima -benignità. Ma il migliore dei Re di quell’epoca non fu favorito -dalla fortuna. -</p> - -<p> -Morì nell’anno 1498 Carlo VIII Re di Francia. Ritornato egli nel -suo paese dopo la battaglia del Taro aveva pensato ad occuparsi di -tornei e di giostre, senz’aver preso più pensiero delle cose d’Italia e -del Regno di Napoli. Gli succedè nel Trono Luigi XII, il quale si propose -fermamente di conquistare lo Stato di Milano e ’l Regno di Napoli. -Quindi nell’anno 1500 venne in Italia con poderoso esercito. Scacciò -dai suoi Stati, e fece anche prigioniero il Duca di Milano. Vide lo -sventurato Re Federico la tempesta che andava a cadere anche su di -lui, e fu costretto dalla necessità ad implorare anch’egli un soccorso -da Ferdinando il Cattolico, malgrado la giusta diffidenza che aveva delle -di costui intenzioni. Ma ben si può dire che cadde quì sventuratamente -la pecora in bocca del lupo. -</p> - -<p> -Tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII era stato già conchiuso -un segreto Trattato messo sul tappeto con Carlo VIII, ma non ultimato -ancora quando avvenne la di costui morte. Era rimasto con esso stabilito -che avrebbero entrambi adoperate le loro armi per torre a Federico -il Regno di Napoli. La preda fu divisa nel seguente modo. Al Re -di Francia toccar doveva la città di Napoli, la Piazza di Gaeta, la -<span class="pagenum" id="Page_a173">[a173]</span> -Provincia di Terra di Lavoro con tutto l’Abruzzo, la metà dell’entrata -della Dogana delle pecore di Puglia, e ’l titolo di Re di Napoli -e di Gerusalemme. Al Re di Spagna toccar doveva il Ducato di Calabria -e di Puglia, l’altra metà dell’entrata della Dogana suddetta, e ’l -titolo di Duca di Calabria e di Puglia. Si convenne che ciascuno di -essi avrebbe atteso a conquistar colle armi la sua parte, senza che l’uno -fosse stato obbligato ad ajutar l’altro, e che il trattato conchiuso sarebbe -rimasto nel massimo segreto. -</p> - -<p> -Stante cotesta segreta combinazione la richiesta del Re Federico fu -da Ferdinando il Cattolico accolta con trasporto. Venne subito spedito -di nuovo nella Sicilia Consalvo di Cordova con truppe e colle segrete -istruzioni corrispondenti. Cadde costui nella bassezza di usare anche un -tratto di perfidia non degno di un uomo di valore. Si fece dare dal Re -Federico diverse città della Calabria sotto il pretesto di volerle per la -sicurezza delle truppe che seco aveva menate in di lui soccorso; ma in -realtà volle porsele in mano per facilitare vie più la conquista di quella -porzione del Regno che col segreto trattato era stata attribuita al Re -di Spagna. Ecco come rimase spogliato del Regno il buon Re Federico -assai degno di una sorte migliore. -</p> - -<p> -Ben presto però, e propriamente nell’anno 1501 vennero i due Re -a discordia tra loro, poichè, come bene osserva Cornelio Tacito, <i>Arduum -est eodem loci potentiam et concordiam esse</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. Nel segreto trattato -non erano state bene e con avvedutezza definite, e circoscritte le -Provincie divise. Data al Re di Francia la Provincia di Terra di Lavoro -e l’Abruzzo, ed al Re di Spagna il Ducato di Calabria e di Puglia, -a qual de’ due spettar dovevano il Contado di Molise, la Valle -di Benevento, la Basilicata ed i due Principati? Ciascuna delle parti -gli voleva per se. Ma la maggiore altercazione era per la Capitanata. -</p> - -<p> -A dire il vero per la Capitanata la lettera del trattato non era nè -ambigua nè oscura, e favoriva il Re di Spagna, poichè cotesta Provincia -ha formata sempre parte della Puglia, ed era chiamata <i>Puglia -Daunia</i>, come l’ho dimostrato nel Capo III. Ma i Francesi che troppo -<span class="pagenum" id="Page_a174">[a174]</span> -tardi erano venuti a conoscere l’importanza di essa, a dritto o a torto -la volevano per loro. -</p> - -<p> -Per evitarsi una rottura li Baroni del Regno fecero tutti gli sforzi -onde la cosa fosse terminata con una combinazione amichevole. Proposero -ed ottennero un colloquio tra il Duca <i>di Némours</i> Vicerè di Luigi -XII e Consalvo che quì governava per Ferdinando il Cattolico. Nulla -però si potè combinare, e fu risoluto fra i due Capitani che si fosse -attesa la determinazione de’ due Sovrani, ed intanto nulla si fosse innovato -contro lo stato in cui erano le cose. Ma dopo ciò il Duca di -Némours che si vedeva di gran lunga superiore di forze, uscì da questo -accordo ed intimò la guerra a Consalvo ove non gli avesse prontamente -rilasciata la Capitanata. -</p> - -<p> -Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la -Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche -città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli -rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre furono -occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e -con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di -poterlo impedire<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche dai -Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante per la -guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti e di cavalli -sotto il comando del Signor <i>de la Palisse</i>, il quale aveva sotto li -suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli avvenimenti -che passo ad esporre. -</p> - -<p> -Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi, -ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi -la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli -Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal vantaggiosa -posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi -di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè occasione -<span class="pagenum" id="Page_a175">[a175]</span> -ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad -incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici. -</p> - -<p> -Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere -chiamato <i>Carlo de Togues</i> intitolato <i>Signor de la Motte</i>. Mentre stava -costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito Spagnuolo con -disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca Cavaliere Capuano -che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi Italiani sotto -il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta al nome Italiano -mandò al <i>Signor de la Motte</i> quella disfida, a cui susseguì il famoso -combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi usciti da Ruvo, ed altrettanti -Italiani usciti da Barletta, il quale ebbe luogo in un campo designato -tra Andria e Corato poche miglia lungi da Ruvo. -</p> - -<p> -L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece apprendere -che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere gl’Italiani -superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l valore. Per -eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso fu sul luogo -istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo con analoga -iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più volte nella -mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza. Ora però non -vi è più. -</p> - -<p> -Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che -hanno occupati que’ luoghi<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. Se la cosa va così, non hanno potuto essi -certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le -notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi -riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali che -Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento tanto -<span class="pagenum" id="Page_a176">[a176]</span> -per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non si pensi -affatto! -</p> - -<p> -Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, -Paolo Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però -ne hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso -non che la intera corrispondenza di lettere tra <i>Ettore Fieramosca</i> e ’l -Signor <i>de la Motte</i> si ha da un libriccino stampato o piuttosto ristampato -in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo stile non -elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato presente ai -fatti che ha fedelmente riportati. -</p> - -<p> -Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho -avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare -Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono -determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico per un -doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il moltiplicare -le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte le circostanze -di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo perchè i -preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben può dirsi -che formano parte della storia di essa. -</p> - -<p> -Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento, -quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto -rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate -che vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini, -dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli -Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta ben -fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad encomiare -la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando tutte le privazioni -ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva a bada colla speranza -di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente racconto, il quale -per altro pecca di poca esattezza in diverse circostanze che non mancherò -di rilevare. -</p> - -<p> -<i>In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e -per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli che fino -<span class="pagenum" id="Page_a177">[a177]</span> -a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di Castellaneta, -Terra vicina a Barletta<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a> disperati per i danni ed ingiurie che pativano -da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano, prese popolarmente -l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo avendo notizia -che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie e trecento fanti -alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta dodici miglia<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> -faceva guardie negligenti, uscito una notte da Barletta, et condottosi a -Rubos, et piantate con grandissima celerità le artiglierie, le quali per -essere il cammino piano aveva facilmente condotte seco, l’assaltò con -tale impeto che i Francesi i quali si aspettavano ogni altra cosa, spaventati -dall’assalto improvviso, fatta debole difesa, si perderono rimanendo -cogli altri Palissa prigione, e ’l giorno medesimo se ne ritornò -Consalvo a Barletta, senza pericolo di ricevere nel ritirarsi da Nemurs, -il quale pochi dì innanzi era venuto a Canosa, danno alcuno, perchè -le genti sue alloggiate per tenere Barletta assediata da più lati, e forse -per maggiore loro comodità in più luoghi, non poterono essere a tempo -a congregarsi.</i> Passa dopo ciò a riportare il già detto famoso combattimento -de’ tredici Cavalieri Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di -esso come di un fatto posteriore alla espugnazione della detta città di -Ruvo<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>. -</p> - -<p> -Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima -nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa -fu vivissima, e ’l Signor <i>de la Palisse</i> che gli comandava non merita di -essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre presente -nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche ferito. -La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata quando -il Duca di <i>Némours</i> era già ritornato a Canosa, mentre questi era partito -<span class="pagenum" id="Page_a178">[a178]</span> -per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare la ingiuria -fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo profittò della -di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta per tentare sulla -città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così bene. -</p> - -<p> -La terza è stata nell’aver detto che il precitato famoso combattimento -de’ tredici Cavalieri Francesi coi tredici Italiani susseguì alla espugnazione -della nostra città, mentre non vi può esser dubbio che l’abbia -preceduta. Pare che il Guicciardini abbia ignorata la circostanza che i tredici -Cavalieri Francesi furono scelti dalla cavalleria che stava alloggiata -in Ruvo, la quale dappoi colla presa della città rimase prigioniera di -guerra, come lo stesso Guicciardini lo ha detto. Andiamo dunque a -rettificare cotesti errori colla testimonianza di altri Scrittori meglio informati -de’ fatti allora avvenuti. -</p> - -<p> -Paolo Giovio nella vita di Consalvo, dopo aver parlato del già -detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi con altrettanti -Italiani, passa a dire che mentre il Duca di <i>Némours</i> stava sotto le -mura di Castellaneta, e non già a Canosa come ha creduto Guicciardini, -gli pervenne un messo. <i>Is attulerat Consalvum Barolo profectum -Rubos ad opprimendum Paliciam contendisse. Is enim de Namurtii profectione -certior factus, ex occasione sumpto consilio, celeriterque expedito, -noctu eductis omnibus copiis, tormentisque, ita ut Decuriones Barolitanos -non obscuræ fidei obsides futuros secum duceret, Rubos advolavit. -Tantaque vi, tormentis admotis, oppugnare adortus est, ut prostrato -ingenti ruina muro<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>, collata veluti acie dimicaretur, et non uno in -loco Hispani admotis scalis subire mœnia niterentur. Certatum est per septem -horas summa contentione; nam Palicia infracto animo, ubi periculum -posceret adhortando, pugnandoque suis non deerat. Cum pro vallo -cataphractos equites pedibus dimicantes irrumpentibus opposuisset, et per -sagittarios Vascones idoneis locis dispositos crebra vulnera subeuntibus inferebantur. -<span class="pagenum" id="Page_a179">[a179]</span> -Sed ipso demum Palicia vulnerato, et cataphractis incumbentium -hostium impetu pondereque prostratis potius, quam interfectis, Hispani -in oppidum irruperunt: cum alii eodem fere tempore, conscensis scalis, muri -coronam cepissent. Primum quod illatum est repulsis Gallis vexillum fuit -Francisci Sances, qui Regis Hispaniæ erat dispensator. Muralis vero coronæ -decus datum est Trojano Morminio nobili Neapolitano, qui primus -muri pinnam apprehendisse conspectus est. Multis igitur primo impetu cæsis, -reliqui Galli omnes cum Rubustanis civibus capti sunt, eminente inter -ceteros Palicia cum Amideo Allobrogum equitum Præfecto, et Peralta -Hispano, qui ante turbatam pacem sub Gallo Rege stipendia merens, -in officio sibi permanendum esse censuerat.</i> Passa poi a dire ciò che Consalvo -fece dopo, del che si parlerà in seguito<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>. -</p> - -<p> -Gio: Battista Cantalicio seguì Consalvo nelle sue militari spedizioni, -e per la di lui influenza e protezione fu elevato al Vescovado di -Atri e di Penne. Fece quindi di lui il suo Eroe, e credè di dargli la -immortalità con un suo Poemetto intitolato <i>Consalvia</i>, il quale servì -solo a farlo conoscere per un cattivo verseggiatore e non migliore Grammatico. -È pieno lo stesso della più bassa adulazione, della quale n’è -stato giustamente censurato. I fatti però che riporta, ed ai quali era -stato egli presente, sono gli stessi. Parla prima del combattimento de’ -tredici Campioni di ambe le parti. Passa indi a dire che pervenne a -Consalvo la notizia del fatto di Castellaneta e di altri svantaggi avuti dai -Francesi nella Terra di Otranto, non che della partenza del Duca di -<i>Némours</i> per que’ luoghi, e viene quindi a riportare la fazione seguita -a Ruvo ne’ seguenti termini: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ipse quoque interea ne duceret ocia noster</i></p> -<p class="i01"><i>Sæva Ducem contra molitur bella Palizam,</i></p> -<p class="i01"><i>Haud procul a nobis, qui tunc fortissima habebat</i></p> -<p class="i01"><i>Castra Rubis, equitumque manus, peditumque potentes,</i></p> -<p class="i01"><i>Deque sagittifera numero bis gente ducentos.</i></p> -<p class="i01"><i>Ergo ubi dispositas acies vidit esse suorum,</i></p> -<p class="i01"><i>Phœbus in occiduis quum jam caput abderet undis,</i></p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_a180">[a180]</span></p> -<p class="i01"><i>Dux prudens simulavit iter, quo callidus hostes</i></p> -<p class="i01"><i>Redderet ancipites, nec quo trahat agmina scirent,</i></p> -<p class="i01"><i>Vel tormenta ferat; sed tandem nocte peracta,</i></p> -<p class="i01"><i>Prima luce Rubos tunc non ea bella timentes</i></p> -<p class="i01"><i>Acriter invadit, pugnatur. At illa per omnem</i></p> -<p class="i01"><i>Pugna diem trahitur, donec jam sole cadente,</i></p> -<p class="i01"><i>Urbe manu forti nostri potiuntur adepta.</i></p> -<p class="i01"><i>Diripitur, prædæque datur. Gens Gallica tota,</i></p> -<p class="i01"><i>Cumque sua victus capitur Dux gente Paliza,</i></p> -<p class="i01"><i>Tota per Aprutii Populos qui Regna tenebat,</i></p> -<p class="i01"><i>Quique Ducis secum gestabat signa Sabojæ.</i></p> -</div></div> - -<p> -Passa poi ad enumerare i principali Capitani tanto Italiani che Spagnuoli, -i quali presero parte a quella fazione, e seguita indi a dire -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hos inter primos Sances Franciscus adhæsit</i></p> -<p class="i01"><i>Strenuus, atque acer muris insignia primus</i></p> -<p class="i01"><i>Intulit, et sociis aditus reseravit apertos.</i></p> -<p class="i01"><i>Tu quoque Parthenopes pugnans Morimine fuisti</i></p> -<p class="i01"><i>Gloria magna tuæ, qui desuper hoste furente</i></p> -<p class="i01"><i>Mœnia magnanima prensas sublimia dextra,</i></p> -<p class="i01"><i>Et conjecta super tot vertice tela repellis,</i></p> -<p class="i01"><i>Judicioque tuo melius mutata repente</i></p> -<p class="i01"><i>Hostibus oppressos diffregit machina muros.</i></p> -<p class="i01"><i>Hinc Loffreda suam quassans non segniter hastam</i></p> -<p class="i01"><i>Margariton meruit per fortia prœlia laudem</i></p> -<p class="i01"><i>Inter Parthenopes juvenes non infima fama.</i></p> -<p class="i01"><i>Exportata Rubis igitur quam maxima præda</i></p> -<p class="i01"><i>Ducitur ad Barolum: tergis it magna revinctis</i></p> -<p class="i01"><i>Mortalis captiva manus: hinc tollitur ingens</i></p> -<p class="i01"><i>Armorum spolium, numerus quoque magnus equorum,</i></p> -<p class="i01"><i>Et pecoris quidquid fuerit, Bacchusque, Ceresque,</i></p> -<p class="i01"><i>Et quæcumque fuit victis ablata supellex.</i></p> -<p class="i01"><i>Hoc est esse viros, hoc est et vincere scire</i></p> -<p class="i01"><i>Obsessi ducant si de obsidione triumphos.</i></p> -</div></div> - -<p> -Seguita a dire il Cantalicio che dopo ciò era intenzione di Consalvo -<span class="pagenum" id="Page_a181">[a181]</span> -di andare a cercare il Duca di <i>Némours</i> passando più oltre, ma -ne fu trattenuto dal seguente riflesso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Certe Ducis magni fuerat sententia jam tunc</i></p> -<p class="i01"><i>Ulterius proferre gradum, hostesque profectos,</i></p> -<p class="i01"><i>Proregemque sequi, qui signa minantia contra</i></p> -<p class="i01"><i>Castellaneti tunc mœnia versa ferebat.</i></p> -<p class="i01"><i>Sed tenuit permagna Ducem, fœcundaque præda,</i></p> -<p class="i01"><i>Ne qua inter nascens discordia tot caligatos,</i></p> -<p class="i01"><i>Verteret in rixas victricia castra suorum</i><a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ma fu questa una delle tante insulse ampollosità e millanterie del -Cantalicio. Non aveva Consalvo così poco senno. Cercò anzi di affrettare -il più che gli fu possibile il suo ritorno a Barletta con tutte le -truppe per tema che gli fosse piombato addosso il Duca di <i>Némours</i> -che aveva forze superiori. Cotesta sua previdenza la nota il Guicciardini -nel luogo innanzi trascritto, e l’encomia Paolo Giovio, il quale -seguita a dire: <i>Sequentique die, non plane toto direpto oppido, eadem -usus celeritate Barolum est reversus pene prius quam Nemurtius, qui ex -itinere adjunctis sibi Helvetiis, et coacto ampliori equitatu, festinanter adventabat, -de Paliciæ calamitate doceretur</i>. -</p> - -<p> -Fa la stessa osservazione Mambrino Roseo nelle sue note alla Storia -di Pandolfo Collenuccio, il quale riporta i fatti suddetti allo stesso -modo. <i>Con meravigliosa prestezza era uscito colle sue genti da Barletta, -e con alcuni pezzi di artiglieria era ito ad assaltare Rubi, luogo -importantissimo per quella guerra, dove era restato con pochi Monsieur -de la Palisse, onde di questa nuova fastidito il Francese si mosse verso -Barletta a gran giornate ricordandosi del savio consiglio che gli aveva -dato l’Acquaviva che non dovesse partirsi pronosticando quello ch’era -avvenuto.</i> -</p> - -<p> -<i>Intanto Consalvo con la maggior prestezza del Mondo data la batteria, -e poi l’assalto a Rubi, dopo molto travaglio la prese essendo fatto -<span class="pagenum" id="Page_a182">[a182]</span> -prigioniero la Palisse con molti altri Cavalieri Francesi, e fatto questo -se ne tornò a Barletta con meravigliosa prestezza</i><a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>. -</p> - -<p> -Lascio gli altri Scrittori che potrei addurre, poichè ciò che si è -detto è bastante a dilucidare il triplice errore nel quale è caduto il -Guicciardini. Passo ora a considerare questo fatto sotto il rapporto morale, -poichè non si può dare una iniquità maggiore di quella che commise -Consalvo verso gl’innocenti Ruvestini. Era stata la loro città occupata -dai Francesi non già perchè fossero stati questi da essi chiamati, -ma perchè erano i più forti. Consalvo che avrebbe dovuto opporsi -a tale occupazione, se ne stava chiuso ed assediato in Barletta, e fu -ben fortunato che i Francesi inebriati ed assonnati dai vantaggi riportati -non si affrettarono ad incalzarlo vie più quando era facile l’annientare -la poca forza che gli era rimasta. -</p> - -<p> -Avendo colto il tempo e la occasione opportuna di sorprendere la -città di Ruvo, la resistenza gli fu fatta dal Signor <i>de la Palisse</i>, e dai -soldati Francesi ch’erano sotto il di lui comando, non già dal Sindaco -e dalla Popolazione di Ruvo. Se ai Francesi si fossero uniti anche -gli abitanti della città, sarebbe stato il discorso ben diverso. La vittoria -riportata quindi gli dava dritto di appropriarsi tutto ciò che apparteneva -ai Francesi, e non già di saccheggiare e depredare le sostanze -de’ poveri cittadini con avergli spogliati di tutto finanche delle vittovaglie, -del vino, del bestiame, e di tutto ciò ch’era necessario alla vita, -come non senza una positiva impudenza glie ne ha fatto un vanto -il Cantalicio suo Panegirista. Molto meno aveva diritto di menare prigionieri -a Barletta que’ cittadini che non avevano con lui combattuto per -estorquerne anche un riscatto dopo avergli spogliati di tutto, come ci fa -anche sapere Paolo Giovio nel luogo testè riportato. Quale viltà! Qual -sordidezza! -</p> - -<p> -Non solo i Ruvestini non erano colpevoli di nulla per aver mancato -Consalvo per la sua debolezza di opporsi ai Francesi che occuparono -quella città, ma avevano dovuto anche tollerare il peso non lieve -<span class="pagenum" id="Page_a183">[a183]</span> -di una guarnigione numerosa di fanti e di cavalli. Con qual principio -dunque di onestà, di morale e di Religione abbandonò Consalvo quella -povera città all’avidità, alla rapacità ed alla brutalità della sua soldatesca? -A tal modo cercava egli compensare i servigi che la sua cassa -vuota ed esausta non poteva pagare alla stessa? -</p> - -<p> -La di lui gloria militare, che non gli contendo, non può certamente -cancellare il torto immenso che fa alla di lui memoria quel tratto di -vile iniquità. Ben diceva il detto Paolo Giovio nel luogo innanzi citato -che Consalvo poco curava che si fosse parlato male di lui quando ciò -che operava era profittevole alle sue vedute guerresche. Anche la guerra -però ha le sue leggi, le sue regole di giustizia, e que’ riguardi che -son dovuti alla morale. Il Generale di un’armata regolare non deve operare -come un capo di masnadieri, e spogliare chiunque gli capita nelle -mani. -</p> - -<p> -Ogni tempo però viene. Ei pagò il fio delle sue iniquità. Malgrado -gl’importanti servigj resi <i>per fas et per nefas</i> a Ferdinando il Cattolico, -ne fu mal corrisposto. Dopo la splendidissima figura fatta nel Regno -di Napoli, venne richiamato e finì lì suoi giorni in una umiliante -oscurità. Sì fatti cangiamenti non gli opera sempre il caso. Vi concorre -sovente anche la mano occulta della Provvidenza che confonde la superbia -degli uomini, e riserba alle iniquità la meritata pena. <i>Non enim</i> -(diceva un grand’Uomo del Gentilesimo) <i>approbatum est non esse curæ -Diis securitatem nostram, esse ultionem, ut non modo casus, eventusque -rerum, qui fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur</i><a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>-<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a184">[a184]</span> -</p> - -<p> -Fa però in verità positivo ribrezzo che la penna di un Ecclesiastico -siasi a tal segno degradata che abbia fatto un pomposo elogio della -iniqua depredazione della città di Ruvo e del copioso bottino che l’Eroe -dalla stessa decantato ne riportò a Barletta! Negli elogj però de’ grandi -Uomini i loro errori e le loro colpe o si scusano destramente o si passano -sotto un prudente silenzio; ma non si esaltano, ma non si encomiano -e si applaudiscono come ha fatto il Cantalicio senza veruna dignità -e contegno. -</p> - -<p> -Si vede bene che la sua picciola testa troppo inebriata dall’onore -della Mitra ottenuta per la influenza e protezione di Consalvo in quel -tempo potentissimo, obliò le massime del Vangelo, e qualificò la Pirateria -come una virtù eroica! Non fia ciò meraviglia, poichè nella dedica -che fece a Consalvo del suo infelicissimo Poemetto (se può lo -stesso meritare questo nome) obliò anche il suo carattere e cadde nella -bassezza di dichiararsi un Vescovo suo tributario. <i>Decebat propterea me -tributarium Episcopum tuum aliquid afferre tributi, quo possis immortalitatem -consequi!</i> Il merito di un concetto di tal fatta lo valutino quelli -Uomini rispettabili che sono investiti della stessa alta Dignità Chiesastica. -Andiamo innanzi. -</p> - -<p> -In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città di -Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva -venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento, -<span class="pagenum" id="Page_a185">[a185]</span> -e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso -con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’ -servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò tutti -i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche <i>Civitas Rubi Provincia -Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque reddititus -feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus, vineis, olivetis, -jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis, tenimentis, territoriis, -querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus, silvis, redditibus, bajulationibus -etc.</i><a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>. -</p> - -<p> -A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella -per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno. -Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero Carafa. -<i>Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus vaxallis, -bajulationibus</i>, e con tutte le altre clausole generali. Su di questo -contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato l’assenso -nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo 1520 si -ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al Conte Antonio -Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno 1523 -risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo figliuolo<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. -Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra città non essendo -uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia, non interessa conoscere -la serie degl’individui di essa che l’hanno posseduta in feudo -fino ai nostri giorni. -</p> - -<p> -L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano -gli altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior -numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la nostra -città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono gl’intollerabili -abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati Abruzzesi -del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e di eccessi -che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa. Da -queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed ogni -<span class="pagenum" id="Page_a186">[a186]</span> -industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra città spogliata -de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni e depredazioni che -la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo fallimento. -</p> - -<p> -Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in -due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte -della storia della nostra città, non possono essere trasandati. Chiamandomi -essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di quella Popolazione -sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti risultati dalla conculcazione -di essi, è utile che siano queste cose conosciute dai miei concittadini -tanto presenti che futuri. -</p> - -<p> -Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono -le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno -spesso risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente -ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul -territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi, -quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale -che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che -avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi. -</p> - -<p> -Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca -previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato -le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto che -soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe torto. -È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista esperienza, -poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di Cordova -di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono stato. Oltre -i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano i Francesi -in una città ben fortificata <i>Qui tunc fortissima habebat castra Rubis</i>, -si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non poterono altrimenti -penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di muraglia sotto i -colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri punti colla scalata. -</p> - -<p> -Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte -guarda il <i>sud</i> ed in parte l’<i>est</i>, il quale era rimasto allora forse danneggiato, -si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione però di -esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e bastioni che -<span class="pagenum" id="Page_a187">[a187]</span> -cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le mura del già -detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono solidissime e rivestite -al di fuori di pietre quadrate ben connesse e ben lavorate, a -differenza dell’antica muraglia, la quale era formata per lo intero di -fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto dalle torri, delle -quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre quadrate. Ma coteste -torri insiem colle mura, tranne solo qualche piccolo pezzo che n’è -rimasto, son oggi scomparse del tutto. -</p> - -<p> -Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni -merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche -porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi -e solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era -chiamata <i>Portanò</i> che può corrispondere o a <i>Porta nuova</i>, perchè di -nuovo riedificata, o piuttosto a <i>Porta di Noja</i>, perchè di là si usciva per -prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di Bari<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. Delle -dette porte della città era questa la più solida e meglio fortificata. Aveva -anche la così detta <i>Saracina</i> per mezzo della quale poteva rimaner -munita di una seconda porta ferrata ad un solo pezzo che sarebbe discesa -colle catene dalla parte superiore dell’edificio. Vi era su di essa -lo Stemma della città sotto del quale si leggeva il seguente distico non -senza ragione motteggiato di ampollosità dal Pratilli: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,</i></p> -<p class="i02"> <i>Si modo non eadem splendida fama patet.</i></p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a188">[a188]</span> -</p> - -<p> -Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le quali -fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore all’aggressione -di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi era anche una fortificazione -ben solida con delle feritoje e colle statuette de’ tre Santi Protettori -della città S. Cleto, S. Biase e S. Rocco ch’è il più venerato -dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed è da essi onorato di una -sontuosa festa<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>. -</p> - -<p> -Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica -casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra -riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala -scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle pubbliche -carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi consisteva -in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica annona. -Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta suddetta -della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una porzione -di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla convocazione -de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e Giudice locale -amministrava la Giustizia civile e penale. -</p> - -<p> -La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano -la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali -sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di -quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le beccherie -che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra fu formato -uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio utilissimo -alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in Ruvo fino -al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È ora andato -in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che prima -erano in pratica. -</p> - -<p> -La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini dell’anno -1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa diroccata. -Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza del -<span class="pagenum" id="Page_a189">[a189]</span> -Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative superiori, -da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime si spacciò -il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non senza un grave -pericolo avrebbe potuto lasciarsi così. -</p> - -<p> -Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava -aver occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci -secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri cittadini -che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si cominciò -a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera circolazione -dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute degli -abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si passa -volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione gli antichi -abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della collina, ove -fu da principio la città edificata, e formarsi nuove abitazioni più al -basso di essa. -</p> - -<p> -Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità -essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla -nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati Magistrati -Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel potere di decretare -ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia di tutti i -tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore che si è potuto -fare ad una città è stato quello di atterrarle le sue mura e le sue -Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava il nome di città soltanto -a quella, <i>quæ muris cingitur</i><a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>. Le mura e le Porte delle città -furono da essi considerate come luoghi <i>sacri</i> ed intangibili<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Ci tocca -ora ammirare la moderna sapienza distruggitrice di quelle mura, e di -quelle Porte che hanno tante volte salvate le città dai più gravi disastri! -E si stanno smaltendo queste frottole mentre la città di Parigi -che ha un milione di abitanti ed un circuito immenso si sta attualmente -cingendo di muraglie e di bastioni! -</p> - -<p> -Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi -<span class="pagenum" id="Page_a190">[a190]</span> -dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi -parlato. Le fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. -Avendo perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta -della città che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario -abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta -colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno -de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo -presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in -luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata -Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati -incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata della -novella casa comunale che guarda il largo denominato di <i>Porta di Noja</i>. -Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza i veri -pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile territorio -che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti sono i -seguenti. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Hospes, me Græci quondam tenuere coloni.</i></p> -<p class="i01"><i>Antiquas inter non certe ignobilis urbes,</i></p> -<p class="i01"><i>Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes</i></p> -<p class="i01"><i>Excolui, quod sculpta<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> probant, et picta decore</i></p> -<p class="i01"><i>Vasa sepulcretis quæ condit terra vetustis.</i></p> -<p class="i01"><i>Optima cuncta mihi, cives, cœlumque, solumque,</i></p> -<p class="i01"><i>Lac, fructus, segetes, mel fragans, grataque vina.</i></p> -<p class="i01"><i>Ægrotos sano<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>, validorum corpora firmo.</i></p> -<p class="i01"><i>Siste Rubis gressum si vis bene ducere vitam.</i></p> -</div></div> - -<p> -Allora che scrissi cotesti versi il meno che avrei potuto immaginare -era che la novella casa comunale per la quale furono essi destinati -<span class="pagenum" id="Page_a191">[a191]</span> -sarebbe un giorno appartenuta alla mia famiglia. Tanto però è avvenuto -per la seguente combinazione. Dopo la spesa non lieve che costò -alla Cassa comunale la ricostruzione di quell’antichissimo edificio, -si pose in campo la formazione di un’altra casa comunale più ampia -e più grandiosa. Si pensò quindi di far l’acquisto di un antichissimo, -e sdruscito Palagio che apparteneva un tempo alla estinta famiglia <i>Avitaja</i>, -ed era passato ad un Monte di Beneficenza. Preso dunque cotesto -edificio con contratto enfiteutico, si sono spese, e si stanno spendendo -bene o male molte migliaja di ducati per restaurarlo, ed adattarlo -agli usi dell’Amministrazione comunale. -</p> - -<p> -Contratto cotesto novello ed arduo impegno fu risoluta l’alienazione -della già detta antica casa comunale riedificata. Essendosi determinato -di darla anche con contratto enfiteutico, furono aperte le subastazioni. -Un puntiglio fece determinare il fu mio fratello Giulio, che -non aveva certamente bisogno di una casa, a concorrere alle stesse. -Rimasta la casa suddetta a lui come maggiore offerente appartiene ora -al mio nipote Giovannino suo figliuolo ed erede. Così vanno le cose -de’ Comuni. -</p> - -<p> -Da altri Registri posteriori all’anno 1516 che si conservano nel -Grande Archivio si rileva che essendo continuate le usurpazioni de’ Terlizzesi -nel territorio di Ruvo, pendeva per tal causa un giudizio nell’anno -1522 nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria tra la -Università di Ruvo da una parte, la Università e molti particolari di -Terlizzi dall’altra. Lo pruova ciò un decreto emesso da quel Tribunale -nel dì 24 Luglio 1522, col quale diè le opportune provvidenze -relative all’esame testimoniale che si stava compilando<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>. -</p> - -<p> -Da altro Registro si ha il decreto definitivo emesso del giudizio -suddetto dallo stesso Tribunale nel dì 26 Giugno 1523. Furono con esso -condannati trenta Terlizzesi proprietarj di fondi rustici nominalmente -riportati a pagare alla Città di Ruvo la bonatenenza, ed altri pesi fiscali<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>. -Non si conoscono le contrade ove li fondi suddetti erano siti -<span class="pagenum" id="Page_a192">[a192]</span> -perchè manca il processo, e nel decreto non sono specificate. Pruova -però cotesto giudicato le ingiuste vessazioni, e le usurpazioni de’ Terlizzesi. -</p> - -<p> -Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i -soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università nelle -case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il privilegio di -esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi che avessero -voluto, e farlo <i>Camera riservata</i>. Era questo il vocabolo col quale era -tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre a smugnere -il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più giù anderemo -a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo carissimo -un tal favore. -</p> - -<p> -Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e -Conte di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte -di Lemos Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini -di Ruvo aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua <i>Camera riservata; -et volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai -Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia</i><a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>, dimandò quindi il permesso -che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò che -dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa sull’assunto -non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del dì 5 -Giugno accordò tal permesso. -</p> - -<p> -Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico -parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja <i>Governatore e -Giudice Baronale</i>, al quale era vietato dalla legge di prender parte in -un atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento -suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini. -Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo -stesso affare, e nulla si era combinato perchè <i>l’offerta fatta a detto -Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in conto -<span class="pagenum" id="Page_a193">[a193]</span> -alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita venire -alla detta transazione</i>. -</p> - -<p> -Pose in veduta quanti <i>disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà -si taceno</i>, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del detto -alloggio, e propose che si fosse fatta <i>all’Illustrissimo Signor Duca -nostro Padrone</i> una offerta più vantaggiosa. La deliberazione presa fu -che si fossero al Duca offerti ducati diecimila <i>con queste condizioni e -patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig. Duca, e Conte -di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, <span class="upright">quod absit</span>, venessero a -vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et affittare questa Città di -Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone, creditore, o affittatore non -ne venesse a fare camera perpetua, o non ne potesse fare camera, o per -volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia altro che potesse occorrere <span class="upright">de jure -et de facto</span> a non essere Camera ordinaria questa Città, onde ne patisse -alloggiamenti ordinarj, o vero contro la forza di questa convenzione detto -Illustrissimo Sig. Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera -ordinaria perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per -qualsivogli altro che potesse occorrere <span class="upright">de jure et de facto</span> questa Città ne -venesse a patire detti alloggi ordinarj, che <span class="upright">tunc et eo casu, imo ex nunc -prout ex tunc</span> detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare di restituire -detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti e da patire -a questa università</i>. E poichè li detti ducati diecimila da offerirsi mancavano, -fu risoluto anche di contrarsi un debito. -</p> - -<p> -Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo -stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle -imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università montavano -ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del pane -che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto per annui -ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non ampio -della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti coll’annualità -al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque -della nostra città non era affatto felice. -</p> - -<p> -Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione -presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con -<span class="pagenum" id="Page_a194">[a194]</span> -sua decretazione del dì 4 Settembre rispose <i>Regia Camera Summariæ -de supplicatis se informet, et referat</i>. Si presentò il Duca a quel Tribunale, -giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno -di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di guadagno. -Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio Assenso -si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra il Principe -di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese di Morcone -e la Università di detta Terra. Allegando questi due esempj insistè che -fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la convenzione fatta tra -lui, e la città di Ruvo. -</p> - -<p> -La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale, -con sua <i>Consulta</i> del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè -che stanti li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe -potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata -tra il Duca d’Andria e la Università di Ruvo <i>per la somma però di -ducati 8000 <span class="upright">tantum</span> e non più</i>. Soggiunse bensì <i>Non lasciando però di -dire a V. E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare -questa porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna -Prammatica, o ordine che <span class="upright">ex nunc in antea</span> non si facciano simili accordi, -et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle Università</i><a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>. -</p> - -<p> -Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta osservazione, -giacchè il novello debito contratto dalla nostra città per -tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali estorsioni -che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse a quella rovina -di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a ragionare del dritto -del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino, e de’ gravissimi -abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali rovinarono l’agricoltura -non meno che la pastorizia della nostra povera città. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a195">[a195]</span> -</p> - -<h2 id="cap11">CAPO XI. -<span class="smaller"><i>De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia -nell’agro Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si -propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a -dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi che -dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la estiva stagione, -scendevano nell’inverno nella Regione più temperata della Puglia. -Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti stipulati con -particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste compre vennero -eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata di corrispondere -a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano presi un’annua -rendita determinata proporzionata al valore dell’erba rispettivamente -ceduta. -</p> - -<p> -Gli erbaggi a tal modo acquistati per la dotazione del Tavoliere -presero varj nomi. Altri furono chiamati erbaggi <i>ordinarj</i>, altri <i>straordinarj</i>, -altri <i>soliti</i>, altri <i>insoliti</i> <i>etc.</i> Alcuni di essi furono destinati al -<i>ristoro</i> degli animali, ed altri al <i>riposo</i>. Rimetto agli Scrittori della materia -Doganale la spiegazione di cotesti vocaboli. Per l’argomento che -mi ho proposto interessa conoscersi cosa essi intendono pe ’l dritto di -<i>riposo</i>. -</p> - -<p> -È lo stesso così definito: <i>I riposi sono alcuni paschi che da luogo -in luogo sono stati comprati dalla Regia Corte affinchè nel viaggio che -fanno le pecore nel mese di Settembre e di Ottobre dal Sannio in Puglia, -e per opposto, possano ivi a spese della Regia Corte che ne paga il -prezzo ai padroni, per tre o quattro giorni, e secondo sarà necessario, -comodamente riposarsi, conforme nota il Reggente Moles</i> De Dohana Menæpecudum -Apuliæ §. <i>8 n. 52 e 53. I menzionati riposi si connumerano -tra gli erbaggi ordinarj e straordinarj soliti, e non solo servono -alle pecore come le taverne ai passaggieri; ma quei che sono più vicini -al Regal Tavoliere furono istituiti, affinchè dette pecore non abbiano immediatamente -bisogno di entrare a scommettere l’erba di detto Regal Tavoliere: -<span class="pagenum" id="Page_a196">[a196]</span> -ma possano aspettare il ripartimento generale per entrare a godere -quelli erbaggi che dal Doganiere saranno loro prescritti</i><a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>. Dal -che è facile vedere che di tutti i diritti del Tavoliere il <i>riposo</i> è il meno -pesante per i proprietarj de’ fondi, come quello che si riduce al pascolo -per un tempo molto limitato. -</p> - -<p> -Ha preteso il Tavoliere che per effetto di un contratto passato tra -il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca di Venosa e -di Minervino, e Conte di Ruvo di cui innanzi si è parlato nel Capo -IX abbia acquistato un doppio dritto sul territorio di Ruvo. Il primo -fu quello di pascere l’erba di quel bosco feudale dal dì della Vigilia -del S. Natale fino al dì otto Maggio di ciascun anno. Il secondo fu il -dritto di <i>riposo</i> sulle murge di Ruvo. -</p> - -<p> -Pe ’l primo di questi due dritti non vi fu mai quistione. Il secondo -Stefano de Stefano lo dà per sicuro, e quindi nel luogo testè citato -tra i principali riposi del Tavoliere annovera <i>le murge di Minervino, -Andria, Quarata, Ruvo e Bitonto in Terra di Bari</i>. La Casa d’Andria -però ha sempre rispetto alle murge di Ruvo opposta a cotesto dritto -un’acre resistenza, come anderemo più giù a vederlo. -</p> - -<p> -Ma dato anche per vero ciò che dice il precitato Scrittore, il dritto -del Tavoliere avrebbe potuto colpire la sola contrada delle murge detta -da Strabone <i>montosa et aspera</i>, ed essere limitato al solo <i>riposo</i>, cioè -al trattenimento di pochi giorni nel passare le pecore per que’ luoghi -tanto nel venire dagli Abruzzi, quanto nel far ivi ritorno. -</p> - -<p> -A tutt’altro modo però veniva cotesto preteso dritto esercitato dai -Locati Abruzzesi, sia per la resistenza che trovavano nelle murge dal -canto del Barone, sia per quelle soverchierie, alle quali soggiace sempre -il più debole. Si gittarono essi sul rimanente demanio fuori delle -murge più vicino all’abitato, e sicuramente comunale, ove stavano e -stanno tuttavia le numerose masserie de’ cittadini. Vi si fermavano per -tutto lo inverno, e lo ingombravano con tante pecore che ai poveri -proprietarj delle masserie suddette non lasciavano un filo di erba per lo -sollievo de’ loro animali! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a197">[a197]</span> -</p> - -<p> -Cotesto ristucchevole abuso lo contesta un processetto che si conserva -nel grande Archivio. Nell’anno 1509 la città di Ruvo spinta dalla -disperazione diè un ricorso al Vicerè di quel tempo D. Raimondo di -Cardona, e dimandò il permesso di chiudersi nel suo demanio una mezzana, -o sia difesa per lo pascolo de’ bovi aratorj. Giova recare i precisi -termini del ricorso suddetto per vedere a quali strettezze i Ruvestini -erano ridotti da cotesta abusiva invasione. -</p> - -<p> -<i>Illustrissimo Signore — Per essere lo territorio de la cità vostra de -Rubo<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> molto de bisogno a la Regia Dohana che se ne serve per restauro, -in detto territorio veneno tante pecore che al bestiame de la cità -non resta da pascere cosa alcuna, et tutto loro bestiame se more de fame -per non restarli uno filo de herba, ed è loro ultima desfazione. Et -perchè in le altre Terre de Puglia resta alcuna meczana per lo bestiame -de li citatini per concessione ne teneno, et non ce stanno tante pecore, -quante in Rubo; per tanto supplica Vostra Signoria Illustrissima proveda -che per uso del bestiame de li citatini li conceda una meczana in loco -appartato de le pecore che possano usarla per loro uso, senza che lo -bestiame de ditta Dohana li dona impaczo; altrimenti detta cità vene a -ruinarse per non possere manutenere loro bestiame per le vettuaglie fanno -li citatini, et se veneriano a morire de fame, et patere grandissima penuria. -Et è cosa solita concederese a le altre Terre dove pratica la Dohana, -ut Deus.</i> -</p> - -<p> -Il Vicerè con sua decretazione del dì 17 Dicembre 1509 rinviò -cotesto ricorso alla Regia Camera della Sommaria per le provvidenze -corrispondenti. Quel Tribunale con sua provvisione del dì 19 del detto -mese ed anno diè al Doganiere di Foggia li seguenti ordini. <i>Vi dicimo -et ordinamo che al recepere de epsa, essendo così come se expone, vogliate -provedere de donare a dicti exponenti tanta mezana in loco appartato -de le pecore per uso de loro bestiame, et provedere che possano -<span class="pagenum" id="Page_a198">[a198]</span> -quella usare senza che lo bestiame de dicta Dohana le abbia a donare -impaczo, de modo che dicto loro bestiame non venga ad perire per non -avere herba.</i> -</p> - -<p> -Il Doganiere di allora <i>Annibale Caput</i> tenendo presenti la dimanda -a lui diretta dalla città di Ruvo, la trascritta Provvisione della Regia -Camera, e le dilucidazioni a lui date sull’assunto da un suo Incaricato, -con lettera del dì 13 Febbrajo 1510 diretta <i>Egregiis viris Sindico -Universitatis et hominibus civitatis Rubi nobis tanquam fratribus carissimis</i>, -fece loro sentire ciò che siegue. <i>Et perciò noy ordinamo per l’allegata -ad Alfonso de Civita Ducale Officiale de questa Regia Dohana -de Puglia, quale tenemo in quella espressa cità per servizio de la Regia -Corte, ve voglia consignare il loco de dicta mezana, cioè dal muro -recluso per derecto fino a la Cappella. Et da l’altro capo de dicto muro -fino al arbore de la mendola, la quale mendola haverà ad restare fore. -Et da la dicta amendola per quatro referendo a dicta Cappella. Quale -territorio, seu mezana porrite farvela serrare et conservare per lo effecto -predicto, et se in dicti confine nce fossero altre confine più volgare et declarative, -ne li farite intendere per mezo de dicto Alfonso, aczò quando -ve ne farimo spedire la patente per più cautela et quiete vostra, nce lo -possiamo declarare</i><a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. -</p> - -<p> -Ecco come fu eretta la Difesa della nostra città nella contrada demaniale -denominata lo <i>sterpeto</i> volgarmente detta <i>strappete</i>. Ma non poteva -questa supplire al bisogno degli animali addetti alla coltura, e sparsi -sulla superficie di un demanio vastissimo. Come menarsi cotesti animali -a pascere da un punto all’altro di esso ed alla distanza di più miglia? -Debbono essi dopo il travaglio avere il necessario ristoro nel luogo -istesso ove lavorano il terreno. La necessità obbligò i Ruvestini a scuotere -il giogo durissimo de’ Locati Abruzzesi. Da per tutto nelle masserie -di semina furono chiusi i parchi e le mezzane indispensabili agli -animali addetti alla coltura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a199">[a199]</span> -</p> - -<p> -Gl’ingordi Abruzzesi incominciarono a strepitare e gridare <i>alla -usurpazione</i>, mentre non era questa che una giusta reazione contro l’abuso -e la soverchieria. A tutt’altro modo però guardarono la cosa due Magistrati -Fiscali spediti nelle Puglie con incarico di rintegrare al Regio -Tavoliere tutto ciò che fosse stato usurpato a danno dello stesso. Furono -questi il Luogotenente della Regia Camera della Sommaria D. Francesco -Revertera Spagnuolo di Nazione, e ’l Presidente D. Alfonso Guerrera. -Gli schiamazzi de’ Locati Abruzzesi contro i Ruvestini fecero incomodare -cotesti Signori a conferirsi di persona nel territorio di Ruvo. -Quindi tra le altre operazioni da essi fatte vi fu anche il seguente Decreto -pubblicato in Foggia nel dì 5 Marzo 1549. -</p> - -<p> -<i>Super parchis et clausuris civitatis Ruborum, die 5 Martii 1549 -in Terra Fogiæ. Viso territorio civitatis Ruborum, et visis oculari inspectione -dictis parchis et clausuris. Visa etiam provisione alias facta per -Regiam Cameram Summariæ sub die 20 Septembris 1517 Regia in Curia -VIII fol. 104. Fuit provisum et decretum, prout præsenti decreto providetur -per Excellentem Dominum Franciscum Reverterium Regium Consiliarium -Regiæ Cameræ Summariæ Locumtenentem, ac per Magnificum -Dominum Alphonsum Guerrerium ejusdem Regiæ Cameræ Præsidentem et -Commissarium Generalem in Reintegratione Dohanæ Menæpecudum, deputatos -per Illustrem Dominum Regni Proregem, quod omnia parca et -clausuræ constructa et constructæ pro usu herbarum in dicto territorio demoliantur -et aperiantur, atque in eis libere pasculari possint tam pecudes -et animalia Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis; atque de cetero nullatenus -fiant parca, neque clausuræ. Ea vero parca et clausuræ quæ -sunt pro vineis, olivetis et amygdaletis remaneant pro usu civitatis et ejus -civium, et de cetero non fiant parca, et clausuræ pro dicta causa, neque -amplientur, atque in loco ubi est tracturium dictæ Dohanæ Regiæ, -aperiantur et ibi possint animalia Regiæ Dohanæ pasculari et immorari -prout opus fuerit. Quo vero ad parcum jumentorum, sive equorum Excellentis -Comitis Ruborum fuit provisum quod supersedeatur donec fuerit -facta relatio Illustrissimo Domino Proregi, juxta decretationem factam in -calce memorialis oblati S. E. pro parte dicti Comitis. Mezzana vero constructa -in dicto territorio pro usu et pascuo bobum aratoriorum dictæ civitatis -<span class="pagenum" id="Page_a200">[a200]</span> -et civium, remaneat<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>, et quod nullatenus possit ampliari, et -quod illa parca, et clausuræ, quæ factæ sunt causa seminandi frumentum, -et alia victualia, recollecto semine aperiantur, et in restopiis, et -nocchiariis possint pasculari Regia Dohana, et animalia dictæ civitatis. -Hoc eorum in scriptis interponentibus decretum. Lectum latum etc.</i><a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>. Questo -decreto è riportato anche dai Scrittori Doganali. -</p> - -<p> -Se il trascritto decreto non formasse parte della Storia e de’ Registri -del Tavoliere, stenterei a credere che realmente sia stato lo stesso -emesso in un Paese riputato sempre per la sapienza de’ suoi Magistrati! -Non è lo stesso a ben definirlo che un tristo monumento d’ingiustizia -e di barbarie, poichè ammesso anche il <i>riposo</i> preteso dal Tavoliere, -una servitù costituita sulla sola contrada delle <i>murge</i> non si poteva -estendere a tutto il Demanio Ruvestino, ed un dritto di sua natura -limitato al pascolo di pochi giorni, non si poteva e non si doveva -renderlo illimitato ed arbitrario. -</p> - -<p> -Non minore fu la barbarie nell’essersi pronunziata la distruzione -dell’agricoltura coll’essersi disfatti i parchi indispensabili al ristoro de’ -bovi aratori, coll’essersi vietate le novelle piantazioni di vigne, di mandorle, -e di ulivi che costituivano e costituiscono le ricche produzioni -del territorio Ruvestino, e coll’essersi lasciato alla discrezione delle bestie -quel terreno fertilissimo che la Natura ha destinato al nutrimento -degli uomini! Cotesto decreto che pecca della più ruvida barbarie fa -un’onta positiva agli autori di esso. -</p> - -<p> -Nè quì si arrestarono i malanni ch’ebbe la nostra città a soffrire -per questo lato. Si è detto innanzi che il Regio Tavoliere aveva acquistato -da Pirro del Balzo Duca di Venosa e Conte di Ruvo il dritto di -far pascere dagli animali de’ Locati l’erba del vastissimo Bosco di Ruvo -dal dì della Vigilia del S. Natale fino al dì otto di Maggio, mediante -il pagamento di annui ducati cinquecento. Si era così fatto perchè avesse -<span class="pagenum" id="Page_a201">[a201]</span> -potuto il Barone fino alla Vigilia di Natale far pascere la ghianda che -lo stesso produceva in gran copia. Era però ciò fastidioso all’Amministrazione -del Regio Tavoliere, perchè gli animali porcini ch’entravano -a pascere le ghiande maltrattavano l’erba. Si volle torre questa suggezione. -Piacque al Governo di acquistare in modo assoluto l’erbaggio vernino -del bosco suddetto, e disporre di esso a suo piacere col pagare -al Conte di Ruvo anche il prezzo della ghianda. -</p> - -<p> -In un pubblico strumento del dì 17 Marzo 1552 stipulato dal Notajo -Sebastiano Canore di Napoli si costituirono da una parte il Vicerè -allora di questo Regno D. Pietro di Toledo e dall’altra il Conte di Ruvo -D. Fabrizio Carafa. Dichiarò quest’ultimo che possedeva in feudo <i>quoddam -nemus situm in pertinentiis dictæ civitatis Ruborum juxta suos veriores -confines, pro cujus nemoris herba et pascuo dicta Regia Curia annuatim -pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ solvit eidem -excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, in quo -nemore non possunt intrare pecudes nisi in vigilia Nativitatis Christi anni -cujuslibet.</i> -</p> - -<p> -Si seguitò a dire che la Regia Corte voleva acquistare totalmente -l’erba vernina e la ghianda del Bosco suddetto con piena facoltà di far -entrare in esso a pascere gli animali nel dì 15 Settembre di ciascun anno -fino al dì di S. Angelo del mese di Maggio, mediante il pagamento di -altri annui ducati mille dugento cinquanta. Essendosi tal proposta accettata -dal Conte di Ruvo, vendè costui alla Regia Corte per annui ducati -1250 <i>dictum jus glandium, herbam et pascuum, ac jus aquandi, et -pernoctandi, et omne aliud jus spectans, et pertinens, et quod spectare -et pertinere posset in dicto nemore ex nunc in antea, et in perpetuum tenere -et possidere, et in dictum nemus quolibet anno intrari facere pecudes, -et alia animalia quæcumque a dicto die 15 Semptembris anni cujuslibet, -et tenere per totum diem festum S. Angeli de Mense Maj, ut -supra, dictisque herbis, pascuo, et glandibus, et aquis in dicto nemore -existentibus gaudere, et uti frui, atque vendere, et alienare, et aliter -disponere pro ipsius Regiæ Curiæ arbitrio voluntatis, absque contradictione -et obstaculo aliquo et impedimento etc.</i> Quindi nel bosco suddetto vi rimase -una promiscuità di diritti tra la Regia Corte e ’l Barone. La prima -rimase padrona assoluta dell’erba vernina e della ghianda. Seguitò il secondo -<span class="pagenum" id="Page_a202">[a202]</span> -a ritenere l’erba estiva e ’l taglio delle legna non fruttifere di -ghianda. -</p> - -<p> -I cittadini di Ruvo avevano il dritto d’immettere a pascere i bovi -aratorj nel bosco suddetto. Cotesto dritto lo aveva reso importantissimo -il decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 innanzi riportato. -Il bosco di Ruvo era, come lo è tuttavia circondato dalle masserie di -semina allo stesso adiacenti. Aperti e vietati dal decreto suddetto i parchi -e le mezzane per l’uso de’ bovi aratorj che si erano in esse formate, -questi poveri animali trovavano almeno un ristoro nel bosco, ove si lasciavano -la sera dopo il travaglio. Ma questo sollievo fu anche tolto -ai medesimi. -</p> - -<p> -Pietro di Toledo volle esimere il bosco anche da questa suggezione -comunque garantita dalla Natura e dalla legge. E ciò che più sorprende, -cotesto dritto sacro de’ cittadini di Ruvo rimase abolito con un -tratto di arbitrio, senza essersi intesi neppure i Rappresentanti di quella -città! Si legge nel detto strumento dell’anno 1552 anche il seguente -articolo: <i>Itaque nullum genus animalium possit nemus ingredi elapso die -15 Septembris, nisi tantum animalia Dohanæ in locationem intrantia. Verum -pro usu bobus dictæ universitatis solitis ingredi, et pasculari in dicto -nemore tempore hyemali, amplietur defensa magna, seu partem etc. -dictæ universitatis, ut dicto tempore hyemali possint supradicta animalia -dictæ universitatis commodius pasculari.</i> -</p> - -<p> -Convenne però ubbidire. Quindi l’ampliazione della difesa comunale -eretta nell’anno 1510, come innanzi si è detto, venne eseguita -con decreto del Collateral Consiglio del dì 26 Ottobre 1552, dal quale -risulta che la detta antica difesa di carri quattordici rimase ampliata di -altri carri ventisei e fu portata a carri quaranta. Questo decreto è riportato -dal Sig. <i>de Dominicis</i> nel suo libro sulla Dogana di Puglia<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>. -</p> - -<p> -Il compenso dato alla città di Ruvo per la perdita di un dritto -tanto interessante per i suoi cittadini fu veramente generoso! Le fu permesso -ciò che non poteva per giustizia esserle negato, cioè l’ampliazione -della difesa in quella parte del demanio ch’era indubitatamente di -<span class="pagenum" id="Page_a203">[a203]</span> -qualità comunale, ed era quindi nel dritto di tenerla aperta o chiusa -come meglio avrebbe creduto conveniente ai suoi interessi ed alla sua -economia! -</p> - -<p> -Cotesto compenso però meramente illusorio non alleviò per nulla -il gravissimo discapito che vennero a risentirne i poveri proprietarj delle -masserie di semina dalla perdita del pascolo del bosco per i bovi aratorj. -Cosa giovar poteva l’ampliazione dalla difesa comunale a quelle -masserie che nel massimo numero erano a più miglia di distanza da essa? -Li bovi aratorj debbono avere il loro ristoro sul luogo istesso ove -travagliano. Non possono essere inviati a paschi lontani con defaticargli -vie più, e col torsi al lavoro della terra quel tempo che occorre per -andare e venire. Fu questo a buon linguaggio l’ultimo crollo che ricevè -la industria de’ Ruvestini. -</p> - -<p> -Per altro lato il già detto ideale compenso durò anche ben poco. -L’appoggio, debolissimo per altro, della difesa comunale venne anche -a mancare. La povera città di Ruvo oppressa per un lato e smunta -dalla prepotenza Baronale, ed angustiata per l’altro dalle circostanze -del tempo ben difficili, cadde nella massima povertà fu obbligata a contrarre -molti debiti, ed indi a vendersi la difesa suddetta per potergli -pagare. Avvenne ciò nell’anno 1632, poichè da diversi strumenti stipulati -in quell’anno dal Notajo Giuseppe Ferri di Ruvo risulta che la -Università di Ruvo diè la difesa suddetta in pagamento a diversi suoi -creditori. Ecco perduto anche questo appoggio per i bovi aratorj. -</p> - -<p> -Quando gli uomini si veggono ridotti alla estrema necessità perdono -la pazienza. Li proprietarj di masserie, malgrado il decreto di Revertera -e di Guerrera, chiusero di nuovo con parchi e mezzane quell’erba ch’era -indispensabile al ristoro de’ loro bovi aratorj. Ma gli Abruzzesi della Locazione -di Salpi ai quali il bosco di Ruvo era stato assegnato non se -ne stettero. Avendone nell’anno 1641 dato ricorso al Tribunale Doganale, -fu spedito sul luogo il Credenziere della Regia Dogana Guglielmo -Corcione per prendere informazione <i>de’ disordini</i><a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> ivi avvenuti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a204">[a204]</span> -</p> - -<p> -Da un processetto da costui formato contro diciannove proprietarj di -masserie nominalmente in esso riportati risulta che si erano fatte da costoro -le mezzane nelle contrade demaniali <i>le matine, la cavata</i> (parte delle -matine) <i>le strappete, le ralle e monserino</i>, e che in questa ultima contrada -si erano anche piantate nuove vigne in contravvenzione del Decreto -di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 che le aveva vietate. -</p> - -<p> -Quindi nel dì 16 Marzo 1642 da quel Tribunale Doganale fu contro -i pretesi contravventori emesso il seguente decreto: <i>Per Regiam -Dohanalem Audientiam visis actis, et in contumaciam prædictorum disordinantium, -fuit provisum et decretum quod disordinantes prædicti condemnentur, -prout condemnantur ad solvendum Regiæ Curiæ et Locatis pro -disordine prædicto ad usum pasculi commisso in Demanio Ruborum Regiæ -Curiæ ad rationem ducatorum quatuor pro qualibet versura, et aliorum -ducatorum duorum pro emenda Locatorum servata forma provisionum Regiæ -Cameræ Summariæ, et Instructionum Regiæ Dohanæ, pro quibus -exequantur realiter et personaliter, et describantur in libro Proventuum</i>. -</p> - -<p> -Il già detto processetto si conserva nell’Archivio Doganale di Foggia, -ove io l’ho letto, e me ne ho presa anche una copia conforme. -Il suo titolo però è erroneo, poichè si legge in esso così: <i>Ruvo 1641 -in 1642. Informazione de’ disordini commessi dai naturali di Ruvo nel -Bosco ut ex actis</i>. Li pretesi disordini però verificati dal Credenziere -Corcione nel corpo del processo si trovarono nelle masserie di campo -site nelle precitate contrade demaniali di sopra nominate e molto diverse -dal Bosco. -</p> - -<p> -Nel Bosco di Ruvo non vi sono state mai masserie di semina, e -non vi è una sola zolla di terreno smossa dall’aratro o dalla zappa. Ma -è cosa ben dura il vedere come i poveri Ruvestini erano perseguitati e -condannati a pagare gravose multe per essersi valuti di un dritto che -loro accordava la Natura e la Legge sul proprio territorio, e senza il -quale non avrebbero potuto sussistere! A lungo andare però gli abusi -e le soverchierie si convertono in dritto. Così va il Mondo. -</p> - -<p> -Dopo l’anno 1642 non è a mia notizia che vi fossero stati altri -simili procedimenti giudiziali barbari ed abusivi come quelli de’ quali ho -finora parlato. Continuarono però sempre i Locati Abruzzesi a tener fermo -<span class="pagenum" id="Page_a205">[a205]</span> -il piede nelle già dette contrade demaniali dell’agro Ruvestino, come -continuò la resistenza de’ Proprietarj delle masserie per rendere meno -pesante il più che fosse stato possibile gli abusi di un dritto usurpato -a loro danno. Vi è stata quindi sempre tra i primi ed i secondi una -guerra aperta, poichè l’impero della necessità rendeva arditi i proprietarj -delle masserie. Questo stato di violenza è durato fino ai nostri giorni -e lo fece cessare la pubblicazione della legge del dì 21 Maggio 1806 -sul Tavoliere di Puglia, la quale venne ad indurre un nuovo ordine di -cose più propizio all’agricoltura ed alle specolazioni agrarie. -</p> - -<p> -Non vi ha dubbio che grande è stato il discapito sofferto dalla nostra -città a causa degli abusi di sopra esposti, i quali avevano annientata -la industria e l’agiatezza de’ suoi abitanti ed arrestato l’aumento -della popolazione. Ma spesse volte la mano della Provvidenza dai più -gravi malanni fa sorgere quel bene che meno si avrebbe potuto prevedere. -Quasi tutti i terreni seminatorj del precitato agro demaniale Ruvestino -coll’andar del tempo erano caduti nelle mani di Corpi Morali Chiesastici -e Laicali. Pochissima quantità di essi apparteneva ai particolari. -</p> - -<p> -Quindi le antiche masserie di semina di quel territorio le coltivavano -li Ruvestini non più come proprietarj di esse, ma bensì come fittuarj -delle Chiese, degli Ordini Religiosi o delle Confraternite. È facile -l’intendere che tal circostanza esser non poteva propizia al progresso -dell’agricoltura ed al miglioramento de’ terreni, il quale può suggerirlo -l’amore della proprietà estraneo ai semplici fittuarj. -</p> - -<p> -Cotesto svantaggio fu corretto dagli articoli 37 38 e 39 della precitata -legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia. Fu con essi -ordinato che i fittuarj de’ terreni <i>azionali</i> del Tavoliere appartenenti ai -Pii Luoghi, non esclusa la Religione di Malta, avessero potuto rendersi -perpetui censuarj di essi pagando a titolo di <i>entratura</i> alla Cassa -del Tavoliere tre annate di estaglio. Sotto il nome di <i>terreni azionali</i> -intese la legge comprendere tutti i fondi de’ Pii Luoghi sui quali il Regio -Tavoliere vi avesse esercitato un dritto qualunque di pascolo, anche -di semplice <i>riposo</i>. Li già detti articoli avendo influito a produrre -nel nostro Regno un prodigioso miglioramento dell’agricoltura, è utile -riportare la storia di essi, la quale non può a tutti esser nota. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a206">[a206]</span> -</p> - -<p> -Allora che il Governo di quel tempo era occupato a formare, ed -indi a discutere la legge suddetta che richiamò le sue prime cure, ebbi -la opportunità di essere a giorno delle cose che cadevano in discussione. -Mi applicai quindi a scrivere una memoria ragionata colla quale proposi -che quella censuazione ch’era sul tappeto per i terreni fiscali proprj -del Tavoliere, si fosse estesa anche ai detti terreni <i>azionali</i> de’ Pii -Luoghi, per i quali il Regio Tavoliere non aveva un dritto di proprietà, -ma semplicemente la servitù attiva del pascolo convenuta coi -proprietarj di essi in diversi modi, e con diversi patti introdotti dalle -usanze, e dai Regolamenti del Tavoliere. Presi per base de’ miei ragionamenti -la utilità pubblica che ne sarebbe risultata per tutti i lati col -miglioramento di quelle proprietà fondiarie che nelle mani de’ Corpi Morali -sarebbero rimaste in perpetuo languore. -</p> - -<p> -Rafforzai i miei argomenti coll’esempio delle leggi dette di <i>ammortizzazione</i> -emesse dal Re Ferdinando nell’anno 1769 e seguenti. Erano -stati con esse dichiarati allodiali de’ fittajuoli i beni fondi de’ Pii Luoghi -loro conceduti con lunghi affitti. Brillantissimi n’erano stati i risultamenti -primo coll’essersi moltiplicati i piccioli proprietarj più utili sempre -allo Stato; secondo col notabile miglioramento di tanti fondi per -lo innanzi molto mal tenuti. Osservai quindi che lo stesso effetto avrebbe -prodotto la censuazione de’ terreni azionali del Tavoliere. -</p> - -<p> -Mi avvidi intanto che queste verità le capivano tutti coloro che -avevano parte alla formazione della legge, ma non tutti erano disposti -a volerle gustare. Veniva tal progetto acremente contraddetto dai Francesi -che avevano allora parte al Governo e più di ogni altro dal Ministro -Saliceti ch’era potentissimo. Il motivo di tal contraddizione che -sembrava incomprensibile, si venne indi a conoscere, ed era il seguente. -</p> - -<p> -Non era lontana la soppressione degli Ordini Religiosi possidenti -e la incamerazione al demanio de’ beni dell’Ordine Gerosolimitano. Tra -i fondi <i>azionali</i> del Tavoliere ve n’erano molti che appartenevano tanto -ai primi che al secondo. Calcolavano quindi i Francesi che devoluti cotesti -fondi al demanio si sarebbero esposti in vendita, e si sarebbe ritratta -da essi una forte somma di danaro contante, mentre la proposta -censuazione non avrebbe potuto dar altro che un’annua rendita di canoni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a207">[a207]</span> -</p> - -<p> -Per questa veduta particolare finanziera troppo misera in vero passavano -essi di sopra alla utilità pubblica che sarebbe venuta a risultarne -dalla censuazione de’ terreni non solo degli Ordini Religiosi che sarebbero -rimasti soppressi, ma anche de’ Vescovadi, Capitoli, Badie, Congregazioni -Laicali ed altri Pii Luoghi non compresi nella imminente soppressione! -</p> - -<p> -Fortunatamente però nella formazione della legge suddetta era stato -chiamato a prendervi una parte principale un insigne e sommo nostro -Giureconsulto istruitissimo delle cose del Tavoliere. Alla profonda conoscenza -ch’egli aveva anche del Diritto Pubblico e della Economia Politica, -univa una bell’anima ed uno spirito sempre pronto e sempre deciso -a promuovere il vero bene e la prosperità del nostro Paese. Fu -questi il chiarissimo D. Francesco Ricciardi che ben meritò una piazza -prima nel Consiglio di Stato, ed indi nel Ministero da lui sostenuto -con tanta gloria, e ’l titolo di Conte di Camaldoli, il di cui nome solo -vale un elogio, e la di cui memoria è a tutti cara e veneranda. -</p> - -<p> -Al suo profondo sapere, alla robustezza de’ suoi ragionamenti, ed -anche alla sua destrezza, non che alla buona intenzione di que’ Napolitani -che sedevano allora nel Consiglio di Stato, e guardarono la cosa -sotto il suo vero punto di veduta, si deve attribuire l’ammissione de’ -precitati tre dibattutissimi articoli. Le vedute finanziere che i Francesi -mettevano unicamente a calcolo furono appagate col pagamento delle tre -annate di entratura messo per condizione della censuazione, le quali per -altro fruttarono alla cassa del Tavoliere somme non lievi. -</p> - -<p> -Malgrado però cotesto pagamento messo per condizione della censuazione, -gli articoli suddetti furono accolti con applauso e profittarono -di essi colla massima alacrità tutti i fittuarj de’ terreni azionali de’ -Pii Luoghi, nè ve ne fu un solo che avesse omesso di proporne la dimanda. -Al tempo della Restaurazione fu riconosciuta anche la somma -utilità degli articoli suddetti. Rimasero quindi confermati col Real Decreto -del dì 29 Gennaro 1817. Si volle con esso un aumento del dieci -per cento sui canoni convenuti a favore de’ Pii Luoghi diretti Padroni -de’ fondi. Si volle anche il pagamento di una quarta annata di entratura -alla cassa del Tavoliere. Niuno però si negò a subire cotesti nuovi -<span class="pagenum" id="Page_a208">[a208]</span> -carichi largamente compensati dagl’immensi miglioramenti fatti ne’ fondi -suddetti dopo le censuazioni dell’anno 1806. Quando le leggi, malgrado -che non siano coattive, vengono dalla generalità spontaneamente eseguite, -è questa una pruova infallibile della sapienza ed utilità di esse. -</p> - -<p> -La Giunta del Tavoliere destinata allora per la esecuzione della -precitata legge nell’accordare le censuazioni che a folla venivano dimandate, -si atteneva al fatto puramente materiale. Aveva per <i>azionali</i> que’ -terreni ne’ quali il Regio Tavoliere e per esso i Locati si trovavano nell’attuale -possesso di esercitare un dritto qualunque di pascolo. E poichè -non vi poteva esser dubbio ch’era questa la condizione di tutti i -terreni siti nel demanio di Ruvo, quindi tutte le dimande proposte per -i terreni de’ Luoghi pii che in esso erano siti, furono accolte senza esitazione. -Nè vi fu un solo fittuario di essi che non avesse profittato -tanto della legge dell’anno 1806, quanto di quella dell’anno 1817. -</p> - -<p> -Ecco come da un dritto sicuramente abusivo nel suo principio, il -quale costò tante vessazioni e tanti affanni ai nostri antenati, n’è derivato -un bene immenso ed inestimabile. Senza di ciò non sarebbero mai -più ritornati nelle mani de’ particolari que’ terreni fertilissimi, i quali -formavano un tempo, come formano anche oggi la ricchezza e la opulenza -della nostra città. Ed in vero dall’epoca della legge del Tavoliere, -la quale ha troncati anche tutti gli antichi e barbari abusi, fino al -presente giorno si vedono ivi notabilmente accresciute le piantazioni, i -terreni seminatorj sono stati molto migliorati, e tuttavia si migliorano, -e l’agricoltura fiorisce e va innanzi a meraviglia. -</p> - -<p> -Il maggior beneficio però che ci hanno fatto le novelle leggi del -Tavoliere, e della chiusura de’ terreni demaniali, è stato quello di averci -liberati per sempre dai molestissimi ospiti Abruzzesi che venivano a far -da Padroni sulle nostre proprietà, quasi che fossero stati essi i veri eredi -degli Arcadi che le conquistarono colle loro armi! Troncati gli antichi -abusi, abolita la promiscuità di pascolo tra i cittadini ed i Locati anche -sui terreni seminatorj del demanio abusivamente sanzionata dal decreto -di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549, e permessa dalla legge del -dì 3 Dicembre 1808 la chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti, -non è rimasto ai Locati suddetti nell’agro Ruvestino che quel dritto -<span class="pagenum" id="Page_a209">[a209]</span> -soltanto ch’era puramente legittimo, cioè il pascolo vernino di quel bosco -che il Regio Tavoliere acquistò dal Conte di Ruvo col contratto dell’anno -1552 di cui innanzi si è parlato. -</p> - -<p> -Quel pascolo però era dagli Abruzzesi ricercato quando per i precitati -abusi introdotti era loro permesso di uscire dal bosco e gittarsi -con un numero immenso di animali sulle masserie de’ poveri Ruvestini -site nel demanio e devastarle senza misericordia. Limitato e ristretto, -com’era regolare, il loro dritto al solo pascolo del Bosco purgato dagli -antichi abusi, pare che quell’erbaggio, comunque eccellente, non -gli abbia più solleticati. Quindi i Locati Abruzzesi ai quali rimase lo -stesso censito per lo intero nell’anno 1806, lo hanno lasciato e lo vanno -lasciando man mano. Molte porzioni del detto bosco sono state da essi -alienate e cedute parte ai Ruvestini istessi, e parte ad altri ricchi proprietarj -di quella Provincia. Nè tarderà forse molto che uscirà lo stesso -per lo intero dalle loro mani. Sarebbe però desiderabile che ritornasse -tutto ai Ruvestini per i quali la Natura lo aveva destinato, ma la feudalità -lo tolse alle loro industrie armentizie. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap12">CAPO XII. -<span class="smaller"><i>Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte -dalla prepotenza Baronale.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Prima che i Barbari del Nord ci avessero fatto il regalo della feudalità -il vasto territorio di Ruvo costituiva il patrimonio della città e -de’ suoi abitanti, che lo animavano coll’agricoltura e colla pastorizia sicure -sorgenti di quella ricchezza che ben la pruovano i grandiosi monumenti -delle belle arti ivi disotterrati all’epoca nostra. Ed in vero -la spiga del grano, la testa del bue e ’l corno dell’abbondanza che si -osservano nelle antiche monete Ruvestine riportate nelle due tavole annesse -al capo II fanno sicura testimonianza dello stato floridissimo in -cui doveva esser ivi l’agricoltura. -</p> - -<p> -Per le città cadute sotto il giogo della feudalità non è facile definire -ciò che da principio fu dato al feudo, e ciò che rimase alla popolazione, -<span class="pagenum" id="Page_a210">[a210]</span> -e porre quindi una linea di separazione certa e sicura tra -l’uno e l’altro. Mancano i pubblici Registri delle primitive concessioni, -e quando anche vi fossero, tali concessioni in feudo si facevano in -quel tempo colle solite clausole generali, dalle quali nulla poteva definirsi -di ciò che nel particolare precisamente si era dato. Quindi nelle -indagini di tal fatta è bisognato spesso farla quasi da indovino. -</p> - -<p> -Non si può dire che le concessioni de’ feudi fossero state mere dignità -ventose, perchè i Capi Condottieri delle Orde Settentrionali dovevano -dividere la preda coi loro compagni d’armi, e dare loro i mezzi -di vivere bene. Dovevano inoltre porgli in grado di servire nella guerra -con un determinato numero di soldati ed a loro spese quando l’uopo -lo avesse esatto, poichè era questo in quel tempo l’obbligo de’ feudatarj, -ed i Regj eserciti gli formavano le forze riunite de’ Baroni, circostanza -la quale gli rendeva anche potentissimi. -</p> - -<p> -Non si può dire tampoco che nulla si fosse lasciato alle popolazioni -vinte e soggiogate, poichè sarebbe stato ciò lo stesso che farle -perire e distruggere con esse anche i feudi conceduti. In questa materia -quindi bisogna tenere una via di mezzo. Si deve distinguere ciò ch’è -stato usurpato da ciò ch’è stato, o ha potuto essere conceduto. Comunque -tali concessioni traggano la loro origine dalla violenza e dalla -forza, nondimeno divenne questa una legge. <i>Hoc jus invaluit.</i> Il dirsi -dunque o che tutto sia stato del feudo o che tutto sia stato della popolazione -sono due proposizioni che le ho trovate sempre esagerate e -viziose. -</p> - -<p> -Li nostri antichi Tribunali convinti di queste verità nelle quistioni -di questa specie, mentre mancavano le primitive concessioni de’ feudi, -e quelle che vi erano de’ tempi posteriori non contenevano che clausole -generali, per distinguere ciò che fosse stato conceduto da ciò che fosse -stato usurpato, si attenevano agli antichi documenti dai quali avesse -potuto risultare la pruova di un possesso annoso e non contraddetto, -tra i quali documenti vi erano anche i <i>rilevj</i> pagati alla Regia Corte<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a211">[a211]</span> -</p> - -<p> -Quali dunque erano le cose sicuramente feudali della città di Ruvo? -Per la generalità di esse mancano nelle carte antiche gli elementi -che possano indicarle. Colla lettera Regia del Re Carlo I dell’anno 1272 -riportata innanzi alla pagina 135 fu ordinato al Giustiziere della Terra -di Bari di prendere informazione della rendita che si ritraeva dai corpi, -e dritti feudali <i>Castri Rubi</i>. Ma non sono in essa questi indicati, nè si -conosce se la informazione dal Re ordinata siasi presa, e quale ne sia -stato il risultamento. -</p> - -<p> -Nella informazione senza data presa al tempo del Re Carlo II de’ -Feudatarj della Provincia di Bari riportata innanzi alla pag. 137 si dice -che il Feudatario di Ruvo era tenuto <i>pro feudali servitio quinque militum</i>; -ma non si conosce da qual calcolo di rendite o di proventi componenti -il feudo nasceva il peso suddetto al feudatario imposto. -</p> - -<p> -Nella concessione fatta dal Re Roberto nell’anno 1311 della città -di Ruvo alla Regina Sancia sua consorte le venne questa assegnata in -conto del di lei dotario per l’annua rendita di once dugento come si -è veduto innanzi alla pag. 144. Ma non si conosce tampoco da quali -corpi e dritti feudali cotesta rendita provveniva. Si può solo da questo -documento arguire che la rendita suddetta per la quale la città di Ruvo -le venne assegnata non era indiscreta, e quindi li proventi feudali che -allora si esigevano esser non dovevano tanto esagerati, quanto lo divennero -dappoi a forza di abusi e di prepotenze sotto i successivi Feudatarj. -</p> - -<p> -In fine nella concessione della nostra città fatta nell’anno 1387 dal -Re Ladislao ad Antonio Santangelo e Federico Vrunforti riportata innanzi -alla pagina 157 fu ordinato anche che si fosse presa tra sei mesi -la informazione della rendita che dalla stessa si ritraeva; ma di cotesta -informazione manca qualunque notizia. Colla stessa concessione inoltre -<span class="pagenum" id="Page_a212">[a212]</span> -fu imposto ai concessionarj il peso di pagare al Re venti once d’oro -per ciascun servizio militare: ma non è spiegato su di quali elementi -cotesta tassa sia stata regolata. -</p> - -<p> -Nella oscurità che presentano le dette carte antiche ciò ch’è sicuro -è la qualità feudale dell’antichissimo, e vasto bosco di Ruvo della -estensione di sei in settemila moggia. Ed in vero nella precitata concessione -dell’anno 1269 fatta da Carlo I di Angiò ad Arnolfo de Colant -gli fu dato <i>Castrum Rubi cum foresta</i>, e nella già detta sua lettera dell’anno -1272 ordinò che si fosse presa informazione della rendita che -dava <i>Castrum Rubi ex foresta, et terris convicinis, et circumadjacentibus -dicto Castro</i>. Ond’è che il detto Bosco in tutti i Rilevj è riportato -come feudale, e l’erba di esso è stata venduta dai Feudatarj di Ruvo -alla Regia Corte per uso del Tavoliere di Puglia col contratto dell’anno -1473, di cui sarò tra poco a ragionare, e dell’anno 1552, di cui -ho parlato innanzi alla pagina 201 e 202. -</p> - -<p> -Era sicuramente feudale anche un’altra picciola difesa poco lontana -dalla città denominata <i>Parco del Conte</i>, la quale probabilmente era una -<i>ex terris convicinis et circumadjacentibus dicto castro</i>, delle quali si parla -nella precitata lettera di Carlo I dell’anno 1272. Cotesta difesa nel decreto -di Revertera dell’anno 1549 è chiamato <i>parcum jumentorum sive -equorum</i> perchè in essa la Casa d’Andria teneva la sua razza de’ cavalli. -Cotesta difesa fu rispettata col decreto suddetto come si è veduto innanzi -alla pagina 199, ed è riportata in tutti i Rilevj come un corpo -feudale<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>. -</p> - -<p> -Dagli stessi antichi rilevj risulta similmente che apparteneva al feudo -anche la Bagliva. Vero è che dai Registri di Carlo I e di Carlo II riportati -alla pagina 134 risulta che cotesto dritto fu escluso dalle concessioni -in feudo da essi fatte e se lo riserbò il Re, e che la concessione -fatta da Ladislao nell’anno 1387 (pag. 157) fu rimessiva alle precedenti -<span class="pagenum" id="Page_a213">[a213]</span> -concessioni. Non è meno vero però che nelle posteriori concessioni dall’epoca -Aragonese in poi riportate innanzi nel Capo IX e X, vi andò -compresa anche la Bagliva, poichè si sa che le concessioni Aragonesi -furono in questa parte più larghe delle Angioine. -</p> - -<p> -Non si può quindi dubitare della feudalità di cotesto dritto. Si -deve bensì intendere lo stesso limitato e ristretto a que’ cancelli che -dalle antiche Leggi del Regno erano prefissi ai dritti bajulari, e non -già esteso a quelle avanie abusi ed estorsioni che furono in seguito introdotte -dalla prepotenza Baronale, come anderemo a vederlo or ora. -</p> - -<p> -Vi è anche tutta la ragione di credere o almeno di dubitare fortemente -che abbia potuto costituire un demanio del feudo quella parte -della contrada delle murge di Ruvo ch’è rimasta tuttavia aspra e selvatica, -perchè negata alla coltura. Nella precitata concessione di Carlo -I di Angiò dell’anno 1269 fu la città di Ruvo conceduta <i>cum pratis -pascuis</i> etc. e si riserbò il Re sui paschi conceduti il dritto di farvi -pascere gli animali delle sue razze. Si sa che coteste riserbe apposte -nelle concessioni de’ Sovrani Angioini riguardavano principalmente i demanj -de’ feudi conceduti, ed inducono quindi la presunzione che nel territorio -di Ruvo vi doveva essere un demanio feudale compreso nella concessione -suddetta, sul quale avrebbe potuto tal riserba esercitarsi. -</p> - -<p> -Negli antichi giudizj che hanno avuto luogo tra i Duchi di Andria -e Conti di Ruvo da una parte, e ’l Regio Tavoliere e suoi Locati dall’altra, -si è avuto per vero che un demanio feudale dell’agro Ruvestino -sia stata la contrada delle murge, sulla quale questi ultimi hanno preteso -il dritto di <i>riposo</i> che gli Scrittori Doganali hanno dato per vero, -ma la Casa d’Andria ha sempre acremente contraddetto. -</p> - -<p> -In fatti assumeva quest’ultima che l’unico dritto del Regio Tavoliere -di Puglia sul territorio di Ruvo era la proprietà dell’erba vernina -e della ghianda del bosco acquistata col contratto dell’anno 1552 riportato -innanzi alla pagina 201 e 202. Ma il preteso dritto di riposo sul -demanio feudale delle murge mancava di qualunque titolo. -</p> - -<p> -Si replicava però dal Regio Tavoliere e dai Locati che il titolo -suddetto non mancava, e che lo costituiva un contratto combinato nell’anno -1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo Duca -di Venosa e Conte di Ruvo, di cui innanzi si è parlato. Col precitato -<span class="pagenum" id="Page_a214">[a214]</span> -contratto (essi dicevano) vendè costui alla Regia Corte per annui ducati -mille e cento l’erba del bosco di Ruvo dal dì della Vigilia del -Santo Natale in avanti per uso del Regio Tavoliere di Puglia, e ’l dritto -di <i>riposo</i> nelle murge tanto di Ruvo che di Minervino<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. -</p> - -<p> -Si convalidava cotesto assunto con un notamento che si trova ne’ -Registri Aragonesi del Grande Archivio, dal quale si rileva che il detto -Re Ferdinando I con lettera scritta da Foggia nel dì 10 Gennaio 1473 -ordinò che si fossero pagati a Pirro del Balzo Duca di Venosa <i>annui -ducati 1100 per li <span class="smcap lowercase">SUOI ERBAGGI</span> si piglia la Dogana delle pecore, così -per accordo, cioè per lo Bosco e Demanio de Minervino, Bosco e Demanio -de Rubo</i><a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>-<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>. -</p> - -<p> -Si aggiugneva che lo stesso Pirro del Balzo con suo ricorso dato -al Re nell’anno 1474 si dolse che un tale Cola Colletta Uffiziale Doganale -abusava del suo incarico, e si permetteva di fidare animali grossi -e piccioli de’ Paesi convicini ne’ suoi erbaggi di Ruvo e Minervino prima -che vi fossero entrati gli animali del Regio Tavoliere. Il Re Ferdinando -I nel dì 16 Maggio 1474 diè ordini precisi al Doganiere di -Foggia che avesse fatto cessare cotesto abuso<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a215">[a215]</span> -</p> - -<p> -Con questi documenti il Regio Tavoliere, ed i Locati giustificavano -il loro dritto sulle murge di Ruvo. La Casa d’Andria non negava -il contratto passato con Pirro del Balzo nell’anno 1473. Ma osservava -che Federico di Aragona divenuto già Re di Napoli aveva venduta -la città di Ruvo al Conte di Trivento <i>cum herbagiis, pascuis, fidis -diffidis Bajulationibus</i> etc. senza veruna riserba del preteso dritto -di <i>riposo</i> del Regio Tavoliere, il quale in conseguenza non poteva -pretendere quelli erbaggi che il Re aveva venduti liberi da qualunque -servitù. -</p> - -<p> -Confermava cotesto assunto coll’osservare che il Regio Tavoliere -stava pagando i soli annui ducati 1750 convenuti collo strumento dell’anno -1552 per l’erba e la ghianda del Bosco di Ruvo. Ma se fosse -continuato il contratto dell’anno 1473 anche per lo riposo delle murge -che son diverse dal Bosco, altra somma avrebbe seguitato a corrispondere -la cassa del Tavoliere anche per tal causa, il che non essendovi, -era chiaro che il contratto dell’anno 1473 per quella parte che riguardava -il riposo delle murge era rimasto disciolto colla vendita fatta dal -Re Federico della città di Ruvo, senza di questo peso. -</p> - -<p> -Or qualunque voglia credersi il merito della predetta quistione certamente -non lieve elevata tra la Casa d’Andria, e ’l Regio Tavoliere, -è notabile che quest’ultimo ripeteva il suo dritto sulle murge di Ruvo -da un contratto passato nell’anno 1473 tra il Re Ferdinando I, di Aragona, -e ’l feudatario di quella città. Il che dava un appoggio fortissimo -al Duca d’Andria di assumere che il suo dritto sul demanio delle murge -era garantito da un possesso di quattro secoli, il quale partiva da -un fatto de’ passati Sovrani di questo Regno che lo avevano riconosciuto. -</p> - -<p> -Per l’esposte considerazioni, dico il vero, non ho veduto mai chiara -la quistione promossa sulla qualità del demanio delle murge, e non -sono stato mai convinto che non abbia potuto formare quella contrada -un demanio feudale. Ho però opinato a questo modo per i soli terreni -rimasti aspri e selvatici, non già per quelli che da tempo immemorabile -si trovano dissodati, e ridotti a coltura con essersi su di essi stabilite -le masserie di semina. -</p> - -<p> -Cotesti terreni coltivati non essendo stati mai soggetti a veruna -<span class="pagenum" id="Page_a216">[a216]</span> -prestazione feudale sia in generi, sia in danaro, è il fatto istesso quello -che gli mostra liberi e franchi da qualunque suggezione feudale. Il che -lo conferma anche un Registro del Re Carlo II di Angiò cioè una lettera -Regia a favore <i>Judicis Angeli Andreæ de Rubo</i>. Ordinò con essa -che non fosse stato questi molestato e turbato dal possesso di un territorio -che aveva nel tenimento di Ruvo <i>in murgia juncati, quod dicitur -lama cervaria, cum turribus, quæ dicuntur Guillelmi Aponis, et terras -astantes, juxta lamam et turres prædictas</i><a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>. Cotesta contrada ritiene -tuttavia il nome di <i>Giuncata</i>, luogo del trifinio tra Ruvo, Andria -e ’l Garagnone di cui si è parlato innanzi alla pag. 168. -</p> - -<p> -Da cotesto registro ben si rileva che i cittadini di Ruvo da tempo -antichissimo han posseduti nelle murge terreni di loro assoluta proprietà. -Nelle cose antiche quando mancano le memorie chiare e precise della -origine di esse, decide il fatto. Dalle circostanze premesse non manca -certamente una ragione di dirsi che nel demanio delle murge di Ruvo -sui terreni coltivati non vi ha mai il Barone rappresentato o esercitato -verun dritto. Ma sulla parte selvatica ed agreste non può dirsi francamente -lo stesso, perchè i fatti avvenuti nell’epoca specialmente de’ Sovrani -Aragonesi possono far credere diversamente. -</p> - -<p> -Era questa per quanto a me pare l’antica posizione legale o sia -la dotazione del feudo di Ruvo che può credersi legittima. Non so quali -abusi abbiano potuto essere introdotti da coloro che possederono in feudo -la nostra città prima dell’anno 1510, epoca dell’acquisto fattone dal -Cardinale Oliviero Carafa, poichè mancano le memorie de’ fatti avvenuti -in quel tempo. Certo è intanto che nel lunghissimo tratto di tempo che -la stessa è stata in mano della famiglia Carafa non vi sono stati abusi -gravezze e soverchierie che quella Popolazione non abbia avuto a soffrire -fino all’ultima dramma. Anche l’aria che ivi si respirava si fece divenir -feudale a forza di prepotenze. Spenta quindi la energia, l’industria -e la specolazione agraria della popolazione suddetta, fu la stessa in ultimo -ridotta alla miseria estrema e degradata allo stato di una popolazione -di schiavi di una privata famiglia prepotentissima. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a217">[a217]</span> -</p> - -<p> -La mia penna non è usa alla satira. Dico i fatti come sono avvenuti, -e come gli ho rilevati da atti pubblici e da documenti positivi -ai quali non vi è che ridire. L’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco -Carafa è un ottimo uomo e stimabilissimo Cavaliere pe ’l quale ho -tutto il rispetto. Niuna parte ha egli avuta alle gravezze che la mia Patria -ha sofferte dai suoi Illustri Antenati. Anzi con una laudabile e virtuosa -docilità si è prestato ad emendarle per quanto si è potuto, come -nel susseguente capo anderemo a vederlo. Ma non è nel potere di alcuno -il cancellare i fatti avvenuti, come non è tampoco a me permesso -di trasandare que’ spiacevoli avvenimenti che formano parte della storia -che ho impreso a scrivere. -</p> - -<p> -Per poter formare una idea della prepotenza della Casa d’Andria, -a cui la nostra città non ebbe la forza di resistere, basta leggere ciò -che dice il precitato Scrittore Doganale Stefano de Stefano del Bosco -di Ruvo acquistato dal Regio Tavoliere, come innanzi si è detto, col -contratto dell’anno 1552. -</p> - -<p> -<i>Il bosco di Ruvo dai Locati non solamente in nessun modo non si -gode, ma non si conosce ov’egli sia sito; onde se lo spettabile Reggente -Gastone nella relazione che fece nel 1681 al Marchese de Los Velez -presso Ageta nel fine della Parte III all’annotazione di Moles a carte -107 in princip. si doleva ivi</i> (reca quì le precise parole del rapporto -del Reggente Gastone Scritto in lingua Spagnuola, col quale diceva che -i Locati non osavano porre il piede nel bosco di Ruvo per la potenza -della Casa d’Andria, ed erano costretti a cederne l’erba alla stessa per -un tozzo di pane), <i>ai tempi nostri detto Bosco di Ruvo è divenuto assai -peggiore di quello che dal nostro Torquato ci vien descritto cotanto folto -ed orribile che a chiunque tentava di entrarvi niegava l’ingresso</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nè qui gregge od armento ai paschi all’ombra</i></p> -<p class="i01"><i>Guida bifolco mai, guida pastore,</i></p> -<p class="i01"><i>Nè v’entra peregrin se non smarrito</i></p> -<p class="i01"><i>Ma lunge passa, e lo dimostra a dito.</i></p> -</div></div> - -<p> -<i>Conciosiachè quell’iperbolico bosco era almeno da’ passaggieri veduto: ma -questo di Ruvo per cui dalla Regia Corte se ne pagano in ciascun anno -ducati mille settecento cinquanta, come si disse nel proemio part. I art. -<span class="pagenum" id="Page_a218">[a218]</span> -IV n. 44, e se ne riscuotono dai Locati col venti per cento intorno a ducati -6300, non solo ai pastori che dovrebbero introdurvi le pecore è -vietato l’ingresso: ma non sanno coloro che lo comprano nè men ov’egli -si trovi; e se in quello del Poeta entravano i peregrini smarriti, in questo -i pratici ed esperti Locati, benchè camminino per istrade piane e diritte, -non ardiscono penetrarvi per dubbio di non perdersi e di non rinvenir -più il modo da poter uscire da sì intricato laberinto</i><a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>. -</p> - -<p> -<i>Laonde non ostante che nell’anno 1709 precedente istanza dello -spettabile Signor Reggente Mazzaccara allor zelantissimo Avvocato Fiscale -del Regal Patrimonio si fosse dalla Regia Giunta ordinato che sotto formidabili -pene l’Illustre Duca d’Andria non ardisse</i> nec directe, nec indirecte -et nec per suppositas personas, <i>comprar dai Locati i pascoli di -esso bosco, vedendosi poi che i poveri Locati con questo espediente perdevano -altresì quel tozzo che per l’addietro avevano ricuperato, furono -astretti, anche per opera di chi compariva per il suo privato interesse</i> -con veste di pastor lupo rapace, <i>ricorrere nella stessa Regia Giunta, e -col motivo di non potersi avvalere di essi erbaggi di Ruvo e per la lontananza -de’ luoghi, e per la qualità de’ paschi, e per la mancanza dell’acqua, -e per altri mendicati pretesti, ottennero precedente relazione de’ -due Magnifici Credenzieri di essa Regia Dogana che li fosse stato lecito -tornarli a rivendere o al menzionato Illustre Duca d’Andria, o a chi -meglio l’avesse potuto riuscire, come dagli atti e provisioni spedite presso -l’Attuario Pietro Paolo de Fusco</i><a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>. -</p> - -<p> -Così scriveva il precitato Scrittore nell’anno 1731 quando questo -Regno era ancora sotto la dominazione dell’Imperatore Carlo VI. Passato -lo stesso sotto il governo di Carlo III di gloriosa memoria, e cessata -l’amministrazione de’ Vicerè sotto la quale era stato poco men di -<span class="pagenum" id="Page_a219">[a219]</span> -due secoli e mezzo, la Regia Autorità cominciò ad essere più rispettata, -e la potenza de’ Grandi fu almeno più repressa. Portatasi maggiore -attenzione e maggior rigore anche sull’amministrazione del Regio Tavoliere, -il Bosco di Ruvo fu finalmente strappato dalle mani del Duca -d’Andria. Li Locati cominciarono a valersene come prima. Veniva lo -stesso assegnato per lo pascolo di quarantamila pecore, come lo dice -lo stesso Scrittore, e fino ai nostri dì si è veduto sempre coverto di -pecore de’ Locati Abruzzesi. -</p> - -<p> -Avendo però la Casa d’Andria perduto quel forte guadagno che -faceva sull’erba e sulla ghianda di esso, pensò rifarsene con usura in -un modo anche peggiore. Quel Bosco che nell’anno 1731 lo descriveva -de Stefano così folto ed impenetrabile, al cadere del secolo XVIII era -rimasto denudato in modo che aveva perduto quasi l’aspetto di bosco. -Quando nella mia gioventù mi sono ivi recato al divertimento della caccia -di cui è feracissimo, ebbi a notare che in moltissimi luoghi di -esso si scuopriva un uomo alla distanza di un quarto, di un terzo, della -metà di un miglio, ed in alcuni luoghi anche molto maggiore, cosa non -mai avvenuta nel foltissimo bosco di Ruvo! -</p> - -<p> -La Casa d’Andria aveva fatto dare allo stesso un taglio spietato. -Tutti i rami delle annosissime e grandiose querce che vi erano gli aveva -fatti recidere con aver rimasti i nudi tronchi tagliati <i>a testa di Monaco</i>, -giusta il linguaggio del luogo. Da un taglio così barbaro dato da anno -in anno fu ritratta una immensa e sterminata quantità di legna che mente -umana non la può concepire. Ridotte queste a carboni o vendute alle -convicine Popolazioni ch’erano scarse di boschi, e specialmente agli Altamurani -che non ne hanno affatto, fruttarono somme rilevantissime, poichè -nella Provincia di Bari le legna, ed i carboni si pagano a caro prezzo. -</p> - -<p> -Un taglio di tal fatta era vietato dalle leggi. Una quercia tagliata -a questo modo rimane colle fibre esposte nel tempo estivo ai cocenti -raggi del sole e nell’inverno al gelo. Quindi o va a perire e seccarsi, -o rimena i nuovi rami con molto languore. Oltre ciò li ramoscelli che -rimenano vengono anche amareggiati dai morsi degli animali bovini, i -quali trovando i tronchi recisi a non molta altezza, possono avidamente -cibarsene. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a220">[a220]</span> -</p> - -<p> -D’altronde avendo la Casa d’Andria col contratto dell’anno 1552 -venduta alla Regia Corte la ghianda di quel bosco, non l’era certamente -permesso di recidere que’ rami che la producevano, e lasciare i -tronchi degli alberi perfettamente denudati di essi. Il dritto di legnare -nel detto bosco che gli era rimasto era limitato e ristretto al taglio delle -legna non fruttifere e delle spine che in quella Provincia hanno anche un -prezzo, e non già de’ rami verdi vegeti e ghiandiferi, i quali appartenevano -al Re. -</p> - -<p> -Di cotesto sterminio del Bosco di Ruvo li Locati Abruzzesi non -se ne risentirono affatto sia perchè non vollero compromettersi di nuovo -colla Casa d’Andria, che gli aveva scottati molto bene per lo passato, -sia piuttosto perchè vi trovavano il loro conto. Non contavano essi -affatto sulla ghianda, ma bensì sull’erba la quale collo sfollamento del -bosco veniva a rendersi più copiosa, più gentile ed anche più sicura, -poichè l’ombra soverchia degli alberi può produrre un’erba velenosa per -gli animali pecorini chiamata <i>tortora</i> dai Naturali del luogo, la quale -gli fa perire. -</p> - -<p> -Il taglio però dato al Bosco suddetto fu del massimo pregiudizio -e dispetto per la popolazione di Ruvo che rappresentava su di esso -i pieni usi civici di legnare e di tagliare le spine. Vero è che questi -dritti erano rimasti anche annientati dalla prepotenza Baronale, perchè -se nel bosco si trovavano i poveri a legnare o a tagliar spine, -erano crudelmente bastonati dagli Armigeri Baronali a cavallo addetti -alla custodia di esso. In quanto ai ricchi le legna loro non mancavano, -specialmente per lo bisogno delle masserie di semina, ma le avevano -medianti le larghe largizioni che facevano ai custodi istessi. -</p> - -<p> -Venendo però come venne il tempo in cui cotesti dritti compressi -dalla forza sarebbero stati, come lo furono rivendicati, la devastazione -del bosco già seguita fece mancar la materia all’esercizio di essi, poichè -un bosco danneggiato a questo modo tempo vi occorre per rimettersi, -ed è ben difficile che si rimetta nello stato primiero. Nè minor -danno recò il guasto suddetto allo intero agro Ruvestino, poichè da -quell’epoca in poi è stato lo stesso flagellato con frequenza da spaventevoli -e sterminatrici gragnuole, le quali erano prima molto rare. Si sa -<span class="pagenum" id="Page_a221">[a221]</span> -ch’è questa la conseguenza inevitabile di quella mania di distruggere -i boschi che ai tempi nostri si è pur troppo sconsigliatamente propagata, -malgrado gli sforzi adoperati dal Governo per rifrenarla. -</p> - -<p> -Tanto avvenne pe ’l bosco. In quanto poi al demanio delle murge -la resistenza opposta sempre dalla Casa d’Andria ai Locati Abruzzesi -non era dettata dalla sola albagia e dal principio di non voler soggiacere -ad una servitù che credeva non dovuta; ma vi prendeva anche parte -l’interesse. Rilevanti somme di più migliaia di ducati l’anno la Casa -d’Andria ritraeva dalla vendita dell’erba vernina delle murge. Un buon -tratto di quel demanio veniva dalla stessa chiuso e difeso sotto la custodia -de’ soliti Armigeri a cavallo. A coteste chiusure si dava il nome -specioso di <i>parate</i>. L’erba vernina quindi delle parate la vendeva a suo -profitto, ed era questa inaccessibile a chiunque non l’avesse comprata, -poichè gli Armigeri suddetti sapevano bene menar le mani con coloro -che si fossero alla stessa avvicinati coi loro animali con intenzioni diverse. -</p> - -<p> -Coteste <i>parate</i> se impedivano il dritto di <i>riposo</i> che pretendevano -i Locati della Locazione di Salpi sulla intera contrada delle murge, era -questo almeno un dritto controverso. Ma pregiudicavano anche il dritto -de’ cittadini il quale era sicurissimo e non poteva essere contraddetto per -qualunque plausibile pretesto, o ragione che la Forense sottigliezza -avesse escogitata. -</p> - -<p> -Considerata anche la contrada delle murge come un demanio feudale, -giusta la posizione della Casa d’Andria, erano sempre ed in ogni -caso dovuti ai cittadini i pieni usi civici. Le note leggi emanate dal -Re Ferdinando I di Aragona e dall’Imperator Carlo V vietavano severamente -ai Baroni di chiudere e difendere qualunque porzione de’ demanj -feudali in pregiudizio degli usi civici dovuti alle popolazioni. Le -parate suddette sottraevano a questi usi la porzione maggiore della miglior -erba delle murge. Quella che rimaneva fuori di esse non era bastante -al bisogno ed al comodo de’ cittadini. -</p> - -<p> -In quanto poi all’erba estiva della contrada suddetta, la freschezza -del sito la rendeva e la rende un pascolo estivo necessario ed indispensabile -per la salute degli animali. Rimaneva quindi aperta all’uso de’ -<span class="pagenum" id="Page_a222">[a222]</span> -cittadini senza pagamento alcuno di fida. Era però tale e tanta la quantità -degli animali forestieri che la Casa d’Andria vi fidava per far danaro, -che di poco o niun sollievo riusciva quel pascolo agli animali -de’ cittadini. Tanto più che a quelli dava la Casa d’Andria l’acqua delle -sue peschiere, e questi n’erano privi e quindi molto poco potevano -profittare dell’erba. -</p> - -<p> -Or cotesto dritto <i>di fida</i> degli animali forestieri la Casa d’Andria -lo aveva esteso abusivamente allo intero demanio di Ruvo, ed in conseguenza -anche alle cinque contrade di sopra nominate coverte dalle masserie -di semina de’ cittadini cioè alle <i>matine, strappete, ralle, monserino, -e bel luogo</i>. Doppio era l’eccesso che da ciò ne risultava. Il -primo che veniva ad esercitarsi cotesto dritto abusivo anche in quella -parte del demanio ch’era sicuramente comunale. Il secondo perchè si -esercitava su di terreni <i>appatronati</i>, poichè come innanzi si è detto il -terreno di quelle contrade è quasi tutto coltivabile ed occupato dalle -masserie di semina de’ cittadini. -</p> - -<p> -Intanto quelle misere contrade erano flagellate e devastate dagli animali -de’ Locati Abruzzesi, da quelli de’ fidatarj del Barone e da una -gran quantità di animali d’industrie della stessa Casa d’Andria! Non -fia dunque meraviglia se fino a quarant’anni indietro le industrie armentizie -de’ Ruvestini un tempo floridissime erano rimaste talmente estenuate -che le carni del macello pel vitto degli abitanti o dovevano comprarsi -dalla Casa d’Andria o cercarsi al di fuori! -</p> - -<p> -Si aggiunga a ciò che i pochi animali rimasti ai cittadini sia per -la coltura de’ terreni, sia per l’industria venivano anche sommessi ad -una estorsione quanto arbitraria, altrettanto scandalosa che la Casa d’Andria -esigeva a titolo specioso di <i>cortesia</i>. Consisteva questa in una misura -e mezza di grano per ogni bue, grana sei ed un terzo per ogni -vacca, grana quindici per ogni cento pecore, e carlini trentacinque per -ogni centinajo di porci. Cotesta bella <i>cortesia</i>, del pari che la <i>fida</i> di -cui si è testè ragionato andava tra l’esazioni della <i>Bagliva</i>, nome collettivo -che comprendeva una grandine di arbitrarie imposte escogitate -dalla sottigliezza Baronale per ismugnere per tutti i lati quella misera -popolazione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a223">[a223]</span> -</p> - -<p> -Ne’ giudizj trattati nell’anno 1797, de’ quali si parlerà nel capo -che sussiegue gli Avvocati della Casa d’Andria ebbero la poca avvedutezza -di produrre un pubblico strumento del dì 6 Marzo 1594 stipulato -dal Notajo Prospero <i>de Rufis</i> di Bisceglia, col quale aveva data la -stessa in affitto la Bagliva di Ruvo. Erano in quello strumento inseriti i -<i>Capitoli</i> delle moltiplici esazioni alla stessa annesse, le quali essendosi -da me destramente rilevate, destarono una giusta indignazione nell’animo -de’ Giudici. Ne cennerò quindi alcuni ben curiosi. -</p> - -<p> -Chiunque andava a caccia nel territorio di Ruvo pagar doveva la -licenza al Baglivo. Chiunque poi si fosse trovato a cacciare nel bosco -o pagar doveva la multa di dodici once d’oro o perdere un braccio!!! -Chiunque voleva tenere aperta una bottega pagar doveva la licenza -al Baglivo. Se si rinveniva un animale sperduto se lo appropriava -il Baglivo. Li giocatori ed i bestemmiatori si componevano col Baglivo -con una multa pecuniaria etc. etc. Capitoli veramente aurei! -</p> - -<p> -Ma fu bello anche il vedersi che a coteste famose esazioni bajulari -erano annessi anche i diritti ed i proventi della Giurisdizione della Portolania, -e de’ pesi e misure, la quale non era stata mai conceduta dal -Re a cui apparteneva, ed aveva quindi bisogno di una concessione -<i>speciale</i>. Allora che il Cardinale Oliviero Carafa acquistò il feudo di -Ruvo nell’anno 1510 dai Conjugi D. Raimondo di Cardona e D. Isabella -Requesens, ebbe conceduta la Giurisdizione delle prime e seconde -cause civili e penali, ma non già quella della Portolania, e de’ pesi e -misure. -</p> - -<p> -È risaputo che nell’anno 1609 fu con ordini generali prescritto -che cotesta Giurisdizione, la quale apparteneva al Re si fosse venduta -alle Università del Regno. Quindi il Tribunale della Regia Camera della -Sommaria si applicò a formare le istruzioni, e stabilire i regolamenti circa -il modo in cui doveva essere esercitata dalle Università che andavano -ad esserne investite. Le istruzioni suddette furono pubblicate nel dì 22 -Gennajo 1613. -</p> - -<p> -Per ismentire quindi vie più l’assunto che la Giurisdizione suddetta -fosse appartenuta alla Casa d’Andria, come sostenevano li suoi Avvocati -sull’appoggio del precitato strumento che menavano innanzi, non -<span class="pagenum" id="Page_a224">[a224]</span> -mancai di riscontrare i <i>Libri del Real Patrimonio</i>, i quali si conservavano -allora nel Tribunale suddetto, ed ora son passati nel Grande Archivio, -onde acquistare una sicura conoscenza di ciò che si era del precitato -anno 1609 operato per la Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi -e Misure della città di Ruvo e trarne gli opportuni documenti. Trovai -che si era la stessa venduta alla Università e che nella situazione de’ fuochi -dell’anno 1612 si erano messi a suo carico annui ducati 394.311 -per la Portolania, ed altri ducati 188.312 per i pesi e misure<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>. -</p> - -<p> -Dal che venne a risultare lucidamente che per la detta Giurisdizione -usurpata dalla Casa d’Andria, e spacciata come una <i>Giurisdizione -feudale</i>, la città di Ruvo stava pagando allo Stato la forte somma di -annui ducati 583.103 caricata sulla tassa de’ fuochi! Dimostrai inoltre -che dopo ciò il Tribunale della Regia Camera della Sommaria nel -dì 10 Dicembre 1629 ad istanza della nostra città aveva ordinato al Governatore -di Ruvo detto allora <i>Capitaneo</i> che non si fosse ingerito nella -giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, ed avesse lasciata -la Università nel libero esercizio di essa<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Ma cotesti ordini nulla -erano valuti contro la prepotenza che rendeva tutto feudale! -</p> - -<p> -Negli aurei <i>Capitoli</i> della Bagliva vi andava compresa anche la <i>sensalia</i> -sommessa del pari ad una tassa. Lungi però dall’esser stato questa -giammai un dritto feudale, era stata anzi manifestamente usurpata -alla università, cui apparteneva. Nelle capitolazioni dell’anno 1308 presentate -dalla nostra città al Re Carlo II di Angiò innanzi riportate alla -pagina 142 tra i dazj che impose a se stessa per potere far fronte ai -pubblici pesi che le incumbevano, vi fu anche quello della <i>sensalia</i> che -la prepotenza Baronale la invertì in un dritto feudale, e la incluse tra -le altre estorsioni della Bagliva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a225">[a225]</span> -</p> - -<p> -Dalle cose premesse è facile comprendere che cotesta <i>Bagliva</i> era -un vocabolo che includeva in se una moltiplicita di mezzi diretti a vessare, -e scorticare la gente in tanti modi e per tante vie. In conseguenza -non si poteva dare in affitto che a persone audaci, insolenti e -fatte per taglieggiare e flagellare la popolazione coll’aura della prepotenza -Baronale a di cui profitto tornavano le loro estorsioni. -</p> - -<p> -Da un altro antico strumento stipulato dal Notajo Nicolò <i>de Marinactiis</i> -di Corato ho rilevato che il Sindaco e gli Eletti della nostra -città per liberare i cittadini dalle tante molestissime vessazioni che soffrivano -dai Baglivi si videro nella necessità di prendere in affitto dal Duca -d’Andria la Bagliva per conto della Università per la seguente ragione, -<i>Quia ipsi Bajuli Bajulationem exercebant non sine molestia dictæ civitatis -et hominum ipsius <span class="smcap lowercase">PROPTER EJUS ARDUA SOLITA ET CONSUETA CAPITULA</span>.</i> -Si caricò la città del pagamento di annui ducati seicento, ch’erano in -quell’epoca una somma ben forte, per comprare la tranquillità e la -quiete de’ suoi abitanti! Convenne anche in seguito rinnovarsi lo stesso -ruinoso espediente con essersi portato l’affitto della Bagliva prima ad -annui ducati ottocento ed indi a ducati mille. Si accrescevano le vessazioni -per obbligare la città a redimerle a prezzo più caro! Nella Consulta -della Regia Camera della Sommaria dell’anno 1600, di cui si è -parlato innanzi nel capo X pag. 193 e 194 sono riportati i pesi ed esiti -annui ch’erano a carico della Università. Tra questi vi è il seguente: <i>Al -Duca d’Andria e Conte di Ruvo per l’affitto della sua bagliva, e per la -strena ducati 1110</i>. La <i>strena</i> era un’altra estorsione la quale consisteva -in un magnifico regalo che la Casa d’Andria esigeva nel primo dì dell’anno. -</p> - -<p> -Nè quì si arrestarono le usurpazioni. Colle già dette capitolazioni -dell’anno 1308 aveva la città imposto ai cittadini un altro dazio civico -sulle contrattazioni che si facevano in grosso di generi, derrate, mercanzie -di ogni specie, e panni. Cotesto dazio nel linguaggio del nostro -antico Foro era chiamato <i>plateatico</i>. Nelle dette capitolazioni si vede -cotesto dazio imposto in una somma molto discreta, poichè si esigevano -dalla città grana cinque per oncia sul valore de’ generi e delle mercanzie -cadute in contrattazione pag. 141 e 142. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a226">[a226]</span> -</p> - -<p> -Ma cresciuti in seguito i bisogni della città fu questo dazio aumentato -e portato fino alla forte somma di grana ventiquattro per oncia. -Lo pruova ciò lo Stato discusso di quella Università formato nell’anno -1626 dal Reggente del Collateral Consiglio Carlo Tapia, il quale -si conserva nel Grande Archivio del Regno. Risulta da esso che cotesto -dazio comunale si esigeva allora alla ragione di grana ventiquattro -per oncia, e rendeva annui ducati ottocento. Per formarsi il pieno che -mancava agli esiti comunali fu portato a grana trenta per oncia, e si ebbe -un introito di altri ducati dugento l’anno. -</p> - -<p> -Colle stesse capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposti alla -Popolazione altri due dazj di minore importanza. Il primo consisteva -in una somma discreta che pagar dovevano i Macellaj per ciascun pezzo -di animale grosso o piccolo che si macellava pag. 142. Cotesto dazio -col linguaggio del tempo si chiamava <i>scannaggio</i>. Il secondo riportato -anche nello Stato del Reggente Tapia, era quello di una <i>giumella</i> su di -ciascuno tomolo di mandorle, le quali formavano, come formano anche -oggi uno de’ principali prodotti di quel territorio pag. 141. -</p> - -<p> -Or cotesti tre antichissimi dazj comunali il <i>plateatico</i>, lo <i>scannaggio</i> -e la <i>giumella delle mandorle</i> tocchi dalla verga magica della prepotenza -Baronale cangiarono natura. Dalle mani della Università passarono in -quelle della Casa d’Andria e divennero dritti feudali! Ma coteste metamorfosi -si rendevano ben fastidiose a quella misera Popolazione, poichè -gli antichi pesi tuttavia continuavano in una mano assai più dura -qual era quella del Barone. Il vuoto però che lasciavano coteste usurpazioni -degli antichi dazj comunali bisognava che si fosse riempiuto con -altre novelle imposte. Per tal ragione il dazio sul pane, che colpiva il -Popolo più di ogni altro dazio, fu portato ad una somma molto gravosa -ed intollerabile. -</p> - -<p> -Si propose la Casa d’Andria d’introdurre in Ruvo un’altra gravezza -che si praticava anche da altri Feudatarj, cioè la esazione del -passo. Consisteva questa in una somma che pagar doveva chiunque fosse -passato con vetture e con animali. Cominciò cotesto novello abuso nell’anno -1602, come lo pruova una provvisione della Regia Camera della -Sommaria dell’anno 1608 registrata nel Grande Archivio. Ci fa questa -<span class="pagenum" id="Page_a227">[a227]</span> -conoscere che i Coratini reclamarono contro cotesta abusiva esazione che -dissero introdotta nell’anno 1602, alla quale venivano anch’essi obbligati<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. -Intanto la Casa d’Andria continuò in santa pace cotesta arbitraria -ed illecita esazione fino a che il Re Ferdinando al cader del secolo -passato abolì con una legge espressa tutti i passi che si esigevano -dai Baroni come quelli che davano causa ad infinite soverchierie ed arrestavano -il commercio interno. -</p> - -<p> -Non vi erano in Ruvo nè locande nè neviere Baronali. La Casa -d’Andria formò una nuova locanda nel pomerio dell’antico castello dal -lato occidentale che sporge alla campagna. Formò inoltre due grandi neviere -costrutte in un fondo che ora è di mia proprietà. Fece sorgere -cotesti novelli edificj col diritto proibitivo delle locande, e delle neviere -introdotto e sostenuto dalla forza e dalla violenza. Venivano inoltre -i cittadini obbligati a forza di bastonate a raccorre, e riporre la neve -nelle neviere suddette, e la città obbligata a non consumare altra neve -per l’uso della popolazione che quella delle neviere Ducali. Non mai -satolla di guadagno era invogliata d’introdurre anche una privativa de’ -molini. Ma come farsi? La libertà de’ molini era nella nostra città antichissima. -Dalle precitate capitolazioni dell’anno 1308 costa che vi erano -in Ruvo molti molini particolari, ed i proprietarj di essi pagavano alla -città una discreta prestazione per ogni <i>salma</i> di grano che in essi si -macinava pag. 143. Col concorso però degli Amministratori comunali -ligj del Barone s’immaginò il modo di eseguire cotesto nuovo progetto -sotto plausibili apparenze, ma nella sostanza iniquo verso tante famiglie, -alle quali l’avidità Baronale veniva a torre il pane. -</p> - -<p> -Venne escogitato il pretesto che la gabella della farina, per la -quale si pagavano allora quattro carlini e mezzo a tomolo, e si esigeva -ne’ forni, veniva fraudata. Che per impedire le fraudi era indispensabile -esigerla ne’ molini, e questi riunirgli in un solo luogo, ove si sarebbe -situato l’esattore della gabella suddetta. Con questo specioso pretesto -<span class="pagenum" id="Page_a228">[a228]</span> -quindi ne fu stipulato pubblico strumento tra il Duca d’Andria -D. Antonio Carafa da una parte, il Sindaco e gli Eletti della città di -Ruvo dall’altra nel dì 15 Settembre 1615 dal Notajo Andrea Berarducci -di Bisceglia. -</p> - -<p> -Fu con esso costituito il dritto proibitivo de’ molini a favore del -Duca suddetto, ed ei si obbligò di stabilire come stabilì li nuovi molini -in un luogo designato adiacente alla pubblica muraglia della città -che servì di principale appoggio alla costruzione di essi. Da altro pubblico -atto poi del dì 30 Dicembre 1616 stipulato dallo stesso Notajo -risulta che i precitati Sindaco ed Eletti costituirono in Napoli loro Proccuratore -un tal <i>Francesco Bruno</i>, cui diedero le facoltà opportune per -ricorrere al Vicerè ed ottenere l’assenso sul detto contratto. -</p> - -<p> -In fine da altro strumento del dì 7 Ottobre dello stesso anno 1616 -stipulato dallo stesso Notajo costa che quel <i>Francesco Bruno</i> costituito -Proccuratore dal Sindaco ed Eletti era Proccuratore ed Incaricato di affari -del detto Duca. Dal che è facile conchiudere che i Sindaci ed Eletti -di quel tempo non erano che tante macchine mosse dal Duca a sua volontà, -e firmavano ad occhi chiusi tutte quelle carte che a lui piacevano. -</p> - -<p> -L’assenso sul precitato dritto proibitivo non fu ottenuto. E come -avrebbe potuto ottenersi contro ogni regola di Diritto? Il protocollo -però che conteneva lo strumento del dì 15 Settembre 1615 col quale il -precitato dritto proibitivo fu costituito è scomparso dalla scheda di Notar -Berarducci, e vi è tutta la ragion di credere che si sia fatto scomparire -per torsi alla nostra città il titolo per poter rivendicare una coi -frutti il precitato dritto proibitivo de’ molini da se costituito, ed usurpato -dalla Casa d’Andria. -</p> - -<p> -Nell’indice generale però della scheda suddetta degli anni 1615 -1616 1617 1618 e 1619 vi è il seguente notamento: <i>Sig. Duca d’Andria -coll’università di Ruvo per li molini fol. 61</i>. Cotesto notamento il -quale pruova la esistenza di una convenzione allora stipulata unito alla -procura del dì 30 Dicembre 1616, colla quale si cercò di farla convalidare -con Regio Assenso non mai ottenuto, vale una dimostrazione che la privativa -suddetta costituita dalla Università passò illegalmente nelle mani -<span class="pagenum" id="Page_a229">[a229]</span> -della Casa d’Andria. Cotesti documenti servirono di appoggio al giudizio -istituito nell’anno 1797 per i molini suddetti come si dirà nel -seguente capo. -</p> - -<p> -Dalle cose premesse è facile vedere che in mano della Casa d’Andria -il feudo di Ruvo non era più nè quello che fu costituito dai Normanni -ed indi dai Sovrani Angioini, nè quello che nell’anno 1510 fu -dal Cardinale Oliviero Carafa comprato da D. Raimondo di Cardona e -sua consorte. Man mano, e da tempo in tempo si vide lo stesso impinguato -ed accresciuto di tutte le specolazioni abusive che aveva saputo -la feudalità escogitare per succhiarsi il sangue delle Popolazioni. Alcuni -pretesi dritti furono creati dal nulla, altri furono tolti colla forza alla -povera Università e convertiti in dritti feudali! La conseguenza di tanti -abusi fu la miseria di quella Popolazione angariata per tutti i lati. -</p> - -<p> -I mezzi coi quali furono tante gravezze introdotte e sostenute meritano -anche di essere commemorati. Il primo di essi fu quello di aversi -messa la Casa d’Andria in mano la nomina degli Amministratori Comunali. -Si vide quindi introdotto l’abuso che la Università faceva la nomina -del Sindaco e degli Eletti in doppia lista, ed il Barone sceglieva -quelli che più gli piacevano. Valeva però ciò lo stesso che aversi sempre -Amministratori ligj del Barone, sommessi alla di lui volontà e pronti -a sagrificargli i dritti della città e della popolazione che avevano il sacro -dovere di difendere e sostenere. -</p> - -<p> -Non ignoro che lo stesso abuso fu dalla prepotenza Baronale introdotto -anche in altri luoghi. Molti giudizj vi sono stati per tal causa negli -antichi Tribunali che cominciarono ai tempi nostri a reprimerlo. Ma non -ho potuto mai comprendere come al tempo dei Vicerè abbia potuto lo -stesso tollerarsi. Li passati Sovrani del nostro Regno non s’ingerirono -mai nella elezione degli Amministratori comunali e furono religiosissimi -nel lasciare alle Popolazioni la piena libertà di scegliere quelli che credevano -meritevoli della loro fiducia. Nelle concessioni de’ feudi non si -è veduto mai cotesto dritto conceduto ad alcuno, neppure ai Principi -della Real Famiglia. Come dunque tollerarsi che si avessero i Baroni -permesso di attentare sulla libertà dell’elezioni? -</p> - -<p> -Il secondo mezzo era la Giurisdizione criminale. Con essa faceva -<span class="pagenum" id="Page_a230">[a230]</span> -la Casa d’Andria perseguitare a dritto ed a torto quelle persone che -non erano del suo gusto. Quest’arma terribile si adoperava anche con -una doppia sevizia. La prima era il carcere orribile ed oscuro dell’antica -Torre di Ruvo, comunque vietato severamente ai Baroni dalle antiche -leggi del Regno. La seconda il trasporto de’ carcerati in altre lontane -prigioni per vie più dispettargli e strapazzargli. -</p> - -<p> -Mi dicevano i vecchi che il nostro distinto ed illustre cittadino -<i>Orazio Rocca</i> perseguitato dal Duca d’Andria che voleva fargli gustare -le delizie della Torre suddetta, ebbe a fuggir da Ruvo con mezza barba -fatta e mezza nò, per sottrarsi agli Armigeri Baronali che già gli erano -addosso. Venuto in Napoli la sua esimia virtù e dottrina lo fece divenire -grande Avvocato ed indi Magistrato, Caporuota del Sacro Regio -Consiglio, Delegato della Real Giurisdizione e decorato anche col titolo -di Marchese trasmesso ai suoi discendenti. Fa però meraviglia come coi -mezzi che gli davano li suoi talenti e l’eminente suo grado nulla abbia -fatto per liberare la sua Patria dagli abusi della prepotenza Baronale -de’ quali ei medesimo ne aveva fatto il saggio che ridondò per altro alla -di lui esaltazione. -</p> - -<p> -Il terzo mezzo era la numerosa squadra degli Armigeri presi dalla -gente più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano -costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza -da essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà -Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili come -lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva ammansata -abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non lasciavano -di essere baldanzosi boriosi ed insolenti. -</p> - -<p> -Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato -di famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione -della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni -che si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone -e de’ luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano -esse specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale amministrata -da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in -conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non -<span class="pagenum" id="Page_a231">[a231]</span> -poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano incaricate -dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali, ed in -tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro talento e di -propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti che pretendevano -essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’ pesci, delle carni ed -altri comestibili che si vendevano in piazza, de’ quali dovevano esse -essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi dedotti nel giudizio -dell’anno 1750! -</p> - -<p> -Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina -degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la -Casa d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver -mai pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro -Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale. -Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno -1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche <i>De forma censuali -seu catasto</i> fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi alle -sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute. Nel -novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li beni burgensi -della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima parzialità e -deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj alla stessa, ricevettero -il carico della bonatenenza in annui ducati 434.79½. Cotesto -pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni alla cassa comunale -qual vuoto venne in essa a produrre? -</p> - -<p> -Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la -feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le Popolazioni -si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo. Ma -non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città. Si portarono -le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar potrebbe -incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente da pubblici -processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera della Sommaria. -</p> - -<p> -Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani -moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora -d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a quell’eccesso -<span class="pagenum" id="Page_a232">[a232]</span> -che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la Casa -d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali della nostra -città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla popolazione -per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al pagamento -de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo Stato. -</p> - -<p> -Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito -fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare -svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche, -con avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua -cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia -fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre -scoverta, ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi -si erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè -tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli -Amministratori municipali. -</p> - -<p> -Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli -Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca di -Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di cotesta -soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692 e finì nell’anno -1736 col fallimento della povera Università di Ruvo e coll’essere -caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il riportare quì la -storia minuta del giudizio suddetto consegnata in più volumi di processi -formati nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Continue, -veementi ed amarissime furono le doglianze de’ creditori suddetti contro -la prepotenza della Casa d’Andria che si era impossessata anche delle -rendite comunali, e gli defraudava di ciò che loro era dovuto. -</p> - -<p> -Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo -Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse -vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle rendite -comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i conti, come -risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui succedè dappoi -l’attuario D. Gaetano Capaldo<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Questi ordini però erano presi a -<span class="pagenum" id="Page_a233">[a233]</span> -beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che il Tribunale della -Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente Commessario della Regia -Camera della Sommaria a suo discarico con rapporto del dì 16 Settembre -1716. -</p> - -<p> -Disse che <i>Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e -vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla -potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per -lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa di -peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città di -Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli ordini -di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli -essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li creditori -sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano sopra -l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria Padrona, -la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro quelli del -Governo che a firmare scritture in caso di bisogno</i><a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. -</p> - -<p> -Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della -propria debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza -della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze -de’ Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente -il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel -vigore e quel tuono ch’era troppo necessario. -</p> - -<p> -D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese -di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso -col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori della -Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era dovuto, e -stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col Duca d’Andria -che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò che loro -spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur questa -avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: <i>Il supplicante vedendosi inabilitato -a poter esigere il suo dalla detta Università per la potenza di -detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia, per essere suo feudo, -<span class="pagenum" id="Page_a234">[a234]</span> -a tal segno che il supplicante non ritrova commessario che vuole andare -ad esigere da detta Università, e se mai se ne ritrova alcuno, pure questo -per timore della vita si contentava prendersi qualche regalo dal detto -Illustre Duca, e se ne tornava indietro, senza poter porre in esecuzione -la sua incumbenza</i><a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>. -</p> - -<p> -Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità -ho voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro -la prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj -anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto -del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose, -poichè il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far -pronta e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della -Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria. -</p> - -<p> -Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza -furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti della -loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le ali, -poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in -patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle -sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto -Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi -ai suoi creditori. -</p> - -<p> -Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera -Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi -arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva appropriate -le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti. Convenne ripianare -questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva coll’avanzo -delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita patrimoniale era alla -nostra città rimasto, fu una necessità che si fossero le gabelle tenute su -di un piede che avessero potuto far fronte ai pesi correnti, e dare anche -un avanzo per ripianare il debito arretrato. -</p> - -<p> -Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra -<span class="pagenum" id="Page_a235">[a235]</span> -città ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di -Cordova, o dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da -nemici, e le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa -Baronale al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado -ciò l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con -avere di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa -meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra città -spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti de’ suoi -abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi loro i mezzi -di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di quel territorio. -Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una picciola appendice -assai curiosa. -</p> - -<p> -Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori -della Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito -arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora, -ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione. Fu -questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i rispettivi -crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati. -</p> - -<p> -Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati -1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di -somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta alla -sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non solo -il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del patrimonio -incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto lo portò in essa -come semplice creditore fiscalario in annui ducati 1137, senz’avergli -però nulla attribuito per arretrati. Nulla il Duca Ettore Carafa, avo del -Duca attuale, oppose a tal relazione, la quale perciò rimase ferma. Nè -fino all’anno 1751 si presentò giammai a partecipare delle ripartizioni -che si facevano tra i creditori d’interessi arretrati delle somme di avanzo, -come innanzi si è detto<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>. -</p> - -<p> -Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano -<span class="pagenum" id="Page_a236">[a236]</span> -fatta quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della -Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati, si -fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si asserì -creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!! Disse -che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736, cioè -in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le querele -degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di essere ammesso -a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i creditori di -arretrati dall’avanzo delle rendite della Università<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>. -</p> - -<p> -Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i -passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano prestati -alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si è parlato, -quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e minacciati -da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso, non si sentirono -comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca si aveva -preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio de’ gravami -dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè l’interesse -privato. -</p> - -<p> -Quindi l’Avvocato della Università mosso da costoro, e provveduto -da essi degli opportuni documenti non solo si oppose acremente al preteso -credito arretrato di ducati 25600 che il Duca spacciava, ma con -una dimanda riconvenzionale dedusse che doveva lo stesso essere condannato -a restituire le forti somme che la sua Casa si aveva per tanti anni -appropriate dalle rendite comunali con aver ridotta la povera Università -in patrimonio. Era questo un discorso pieno di verità e di giustizia; -ma il Duca Ettore seppe allontanare la tempesta. Avendo acchetato l’interesse -privato che la suscitava, finì il giudizio de’ gravami colla frivola -transazione dell’anno 1751 di cui parlerò nel seguente capo. -</p> - -<p> -Essendosi con essa gli Amministratori della Università obbligati a -non fare più alcuna ostilità al Duca per l’articolo testè enunciato, ne -venne in conseguenza che quello stesso Avvocato della Università, il quale -aveva attaccato così bene il preteso credito di duc. 25600 che il Duca -<span class="pagenum" id="Page_a237">[a237]</span> -spacciava, quasi che avesse bevuta l’acqua di Lete, obliò perfettamente -ciò che contro lo stesso aveva dedotto e lasciò fare al Duca ciò che voleva. -Quindi per effetto di una manifesta prevaricazione si vide il Duca -dall’anno 1753 in avanti figurare senza veruna contraddizione tra i creditori -d’interessi arretrati nella rilevante somma di ducati 25600, e partecipare -delle ripartizioni che si facevano delle somme di avanzo col -consenso degli Avvocati <i>pro tempore</i> della Università! -</p> - -<p> -Non debbo omettere che tra i nomi di costoro ho letto anche quello -di un tal <i>D. Pietro Andreatini</i>. Quest’uomo io l’ho conosciuto nella -qualità di Segretario della Casa d’Andria, ed in questo posto egli è -morto. Si veda da ciò in quali mani era allora affidata la difesa della -povera Università, e se il Segretario del Duca d’Andria avrebbe potuto -giammai sostenere i dritti della stessa contro il suo Signore che gli dava -da vivere! Ma la prevaricazione degli Amministratori della Università -che continuò tuttavia anche dopo la transazione dell’anno 1751, seguitò -a sagrificare gl’interessi della stessa alla influenza Baronale. -</p> - -<p> -Morto il detto Andreatini, gli succedè nella difesa della Università -il Dottor D. Lorenzo Scarongelli. Era egli Ruvestino, e quindi -avrebbe dovuto prendere tutto l’interesse per non far rimanere a carico -della sua patria un debito così enorme contraddetto fin dall’anno 1751 -e ribattuto da validissimi documenti. Ei però mancò a questo sacro dovere, -fece quello stesso che aveva fatto l’Andreatini, e prestò il suo -consenso alle ulteriori distribuzioni ch’ebbero luogo. Non fia ciò meraviglia, -poichè era costui uno di quelli uomini servili usi a prestarsi -a tutto ciò che voleva <i>Sua Eccellenza Padrone</i>. -</p> - -<p> -A buon conto la influenza della Casa d’Andria anche dopo l’anno -1751 negli affari comunali continuò ad essere la stessa. Si venne -anzi a rendere assai più pesante colla fissa permanenza che fece ne’ suoi -feudi dopo l’anno 1760 il Duca fu D. Riccardo Carafa Padre del Duca -attuale. La di lui Illustre consorte la Signora Duchessa D. Margherita -Pignatelli che dominava in casa era di un carattere imperioso, e tempestoso. -Nulla inoltre sapeva rimettere degli antichi abusi ed albagia -della feudalità che il pensare del tempo, ed anche la mano del Governo -andava ogni dì fiaccando. Si univa a ciò che per particolari impegni o -<span class="pagenum" id="Page_a238">[a238]</span> -protezioni si voleva anche un po’ soverchio mischiare ne’ fatti privati che -non la riguardavano punto. -</p> - -<p> -Queste cosucce per loro stesse disgustanti unite agli abusi ed alle -gravezze positive che non erano punto rimaste corrette colla transazione -dell’anno 1751, e tuttavia continuavano, disposero gli animi de’ migliori -cittadini a scuotere una volta decisamente quel pesantissimo giogo. Essendo -quindi avvenuta la morte di D. Lorenzo Scarongelli, fui nell’anno -1794 nominato con pubblico Parlamento Avvocato della nostra città. -Fu la mia nomina proclamata dal voto concorde de’ miei concittadini -perchè a tutti erano noti i miei sentimenti avversi a quello stato di degradazione -a cui la nostra città era stata ridotta dalla prepotenza Baronale. -</p> - -<p> -Protesto però che questi sentimenti non si erano in me generati da -qualche particolar risentimento o torto recato a me o alla mia famiglia -dalla Casa d’Andria. Niun motivo ho avuto giammai di essere dolente -di essa per questo lato. Questi sentimenti me gli ha dati la Natura. -Sono nati e cresciuti con me. Gli ha nutriti il mio carattere avverso -alle prepotenze ed alle ingiustizie, l’amore vero che ho avuto sempre -per la mia cara patria, la intolleranza di vederla oppressa ed avvilita, -e ’l vivo desiderio che ho sempre avuto di esaurire tutti i miei sforzi -per sollevarla. -</p> - -<p> -Se non si fosse trattato di rivendicare i dritti della mia Patria, il -che costituisce un sacro dovere per ogni buon cittadino, non mi sarei -mai e poi mai impegnato ad assumere la difesa di qualunque altro giudizio -contro la Illustre Famiglia Carafa di Andria. Eccomi dunque a dare -un breve cenno delle operazioni da me fatte nella qualità di Avvocato -della nostra città, e delle cause intraprese e menate a fine. Per potere -però ciò fare è indispensabile premettere un cenno sullo stato in cui le -cose rimasero colla transazione dell’anno 1751. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a239">[a239]</span> -</p> - -<h2 id="cap13">CAPO XIII. -<span class="smaller"><i>De’ Giudizj dell’anno 1750 1797 e 1804, e delle transazioni -dell’anno 1751 e 1805.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Non vale la pena di fare una minuta sposizione del giudizio istituito -contro la Casa d’Andria nell’anno 1750 e della transazione che -ne susseguì nel dì 9 Luglio 1751 per mano del Notajo Giovanni Teodoro -de Rienzo di Napoli. Possono queste carte far conoscere soltanto il -giogo di ferro imposto alla nostra città dal Duca Ettore Carafa il vecchio -avo del Duca attuale, il quale esasperò di gran lunga le gravezze -introdotte dai suoi antenati; ma nulla presentano di vantaggioso per quella -popolazione, la quale continuò tuttavia a rimanerne schiacciata dagli -antichi abusi, ed estorsioni. -</p> - -<p> -Ho detto innanzi che il giudizio dell’anno 1750 lo suggerì il privato -interesse, non già il vero zelo di sottrarre la propria patria ad -una lunga e spogliatrice oppressione. È facile ciò ravvisarlo sotto un -doppio rapporto. Il primo fu la tema delle forti significatorie, ond’erano -minacciate le persone influenti che negli anni precorsi avevano avuta parte -nell’amministrazione comunale, ed avevano prestata alla Casa d’Andria -la mano perchè si avesse appropriate anche le rendite della Università. -</p> - -<p> -Il secondo fu la mira che avevano pochi proprietarj di masserie -nella contrada delle murge di liberarle dalla suggezione delle parate che -la Casa d’Andria faceva dell’erba vernina di esse. Per quest’oggetto si -vide inviato in Napoli nella qualità di Deputato per promuovere l’enunciato -giudizio il fu Dottor D. Saverio Modesti che possedeva la più vasta -masseria delle murge, ed aveva una potente influenza nelle faccende -comunali. -</p> - -<p> -Quando le operazioni di tal fatta sono suggerite da un fine indiretto -è una necessità che falliscano. Introdotto il giudizio, in un anno -e mezzo nulla fu operato. Si perdeva il tempo per attendersi a trarre -dalle ostilità cominciate in nome della Università quel profitto che si -poteva pe ’l privato interesse. Lo fa ciò intendere chiaramente lo stesso -<span class="pagenum" id="Page_a240">[a240]</span> -strumento di transazione dell’anno 1751. Il sindaco e gli Eletti nel ratificarlo -dichiararono che il Deputato Modesti <i>aveva pregato e fatto pregare -il detto Eccellentissimo Signor Duca d’Andria acciò si fosse devenuto -ad un amichevole componimento</i>. -</p> - -<p> -È chiaro dunque che si era egli strisciato presso il Duca per carpirne -ciò che faceva per se e per i suoi amici, e ’l Duca Ettore ch’era -un uomo sommamente scaltro, e capiva bene la partita, seppe rappaciare -l’interesse privato, e fece andar per aria quello della Università -di Ruvo. Tra le azioni dedotte vi era anche quella, come innanzi ho -detto, colla quale era stato il Duca convenuto a restituire tutte le somme -che la sua Casa si aveva per tanti anni appropriate dalle rendite -della Università, senza essersi pagati i creditori fiscalarj. -</p> - -<p> -E bene col capo VIII della transazione dell’anno 1751 il Duca -prese a suo carico la difesa de’ passati amministratori ch’erano stati obbligati -a rendere i conti, e si obbligò di pagare <i>de proprio</i> le somme che -sarebbero state loro significate. Si fece intanto obbligare la Università a -non fargli più parti ostili con aver rinunziato a qualunque pretensione ed -azione di ripetere le somme da lui esatte! Avvenne a tal modo il miracolo -che il Duca debitore di grosse somme per la causa suddetta si vide -figurare presso gli atti del patrimonio qual creditore della Università -per interessi arretrati nella rilevante somma di ducati 25600, senza -che niuno lo avesse contraddetto!!! -</p> - -<p> -Collo stesso giudizio si era dimandato anche che le così dette parate -delle murge si fossero aperte al libero pascolo degli animali de’ -cittadini. Ma col Capo XVII della precitata transazione le parate rimasero -ferme. Furono bensì da esse escluse le masserie di D. Saverio -Modesti e degli altri particolari che facevano strepito, e si ampliarono -in proporzione sul rimanente demanio aperto delle murge a spese degli -usi civici che competevano alla popolazione!!! -</p> - -<p> -Appagato a tal modo l’interesse privato, tutto il di più andò <i>de -plano</i> a voglia del Duca. Tutti gli articoli essenziali che formavano -l’oggetto del giudizio promosso rimasero risoluti a di lui favore. Sia -per gittarsi polvere negli occhi, sia piuttosto per erubescenza furono -accordate alla Università quelle cosucce frivolissime soltanto che non si -<span class="pagenum" id="Page_a241">[a241]</span> -potevano affatto sostenere, e che qualunque Magistrato, per quanto -avesse voluto essere parziale, o indulgente per la feudalità, avrebbe -abolite sotto la penna e senza veruna discussione. Anzi neppur le gravezze -di questa specie furono per lo intero corrette ed emendate; ma -rimasero in parte sullo stesso piede contro il divieto espresso delle leggi! -Ecco un succinto prospetto degli articoli della transazione suddetta -dai quali risulta cotesto concetto. -</p> - -<p> -Furono negati ai cittadini gli usi civici sull’erba estiva del bosco -di Ruvo. Fu ai medesimi accordato soltanto il dritto di legnare <i>ad uso -di sporga</i> per lo stretto bisogno, mentre loro competevano i pieni usi -civici. Ma questo patto non fu neppur rispettato, poichè gli Armigeri -baronali addetti alla custodia del bosco se trovavano i cittadini in esso -a legnare crudelmente gli flagellavano, come innanzi si è detto. -Tutte l’esazioni abusive della Bagliva rimasero confermate, tranne soltanto -la così detta <i>cortesia</i> che fu abolita. Rimase abolita del pari la gabella -della giumella delle mandorle usurpata alla Università, col rilascio -però de’ frutti per tanti anni esatti con mala fede. Fu promessa la restituzione -della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure usurpata -del pari alla Università col rilascio anche de’ frutti e proventi della stessa. -Ma questo patto non fu neppure eseguito, poichè seguitò il Duca -ad appropriarsi i proventi di cotesta Giurisdizione che gl’includeva nella -Bagliva. I molini col dritto proibitivo rimasero al Duca, poichè si disse -che mancavano alla Università i documenti per rivendicargli. -</p> - -<p> -Rimase abolito il dritto proibitivo delle Taverne e delle neviere, -e convenuto che non avessero potuto i cittadini essere obbligati a forza -di bastonate a raccorre e riporre la neve, e ad altre opere servili. Ma -si obbligò la Università di non far con altri, meno che col Duca, il -partito della neve che bisognava alla Popolazione. E poteva ciò esser -permesso dalla legge? Fu rilasciata al Duca la bonatenenza non pagata -giammai per i beni burgensi. Promise di non avocare più le cause dal -Giudice locale ordinario, e delegarle ad altri a suo piacimento. Ma poteva -ciò farlo? Cosa dunque venne con ciò ad accordare? Rimase vietato -ai Ministri Baronali di carcerare e scarcerare le persone di loro -privata autorità, e senza l’ordine del Giudice, tranne però i debitori -<span class="pagenum" id="Page_a242">[a242]</span> -dell’azienda Ducale, e ciò con manifesta violazione del Capitolo del Re -Carlo I riportato innanzi alle pagine 138 e 139! -</p> - -<p> -Promise il Duca di non fare più danneggiare dai suoi animali le -possessioni de’ cittadini. Grazia singolarissima! Promise di non valersi -più del carcere orribile ed oscuro della Torre, e di non fare più trasportare -i carcerati fuori di Ruvo. Ma si obbligò la Università di formare -un carcere opportuno, mentre quest’obbligo incumbeva al Duca qual -possessore della Giurisdizione civile e penale! Fu convenuto che il Governatore -e Giudice di Ruvo esser dovesse laureato, quasi che fosse stato -permesso al Duca di far fare decreti a chi non fosse stato Dottore! In -fine rimase a lui finanche la nomina degli Amministratori comunali che -costituiva il principio di tutti i disordini e delle prepotenze che si soffrivano, -poichè veniva a questo modo a mancare chi avesse potuto sostenere -i dritti della popolazione ove l’uopo lo avesse esatto. -</p> - -<p> -Dopo il breve cenno che si è premesso delle cose importantissime -accordate al Duca colla transazione dell’anno 1751, e delle frivole ed -inettissime concessioni fatte alla Università di quelle bagattelle soltanto -che con una latitudine assai maggiore, e senza verun fastidio avrebbe -ottenuto sotto la penna dalla giustizia de’ Magistrati, non possono non -muovere la bile due cose. -</p> - -<p> -La prima sono le insulse e veramente ridicole buffonerie che si -dissero nell’assertiva del precitato strumento di transazione per esagerare -ed amplificare le supposte difficoltà e dubbiezze delle dimande proposte -dalla Università e dal Duca accordate nel modo che testè si è -detto! La seconda la importanza di tali concessioni che si pose in risalto -con molto poco contegno, poichè si disse che i fortissimi rilasci -fatti al Duca di somme rilevantissime o non pagate o ingiustamente appropriate -si erano fatti <i>per piccola contemplazione di tante considerevoli -cose che il detto Eccellentissimo Signor Duca si compiace di stabilire e -convenire nel presente strumento con tanto vantaggio della Università!!!</i> -</p> - -<p> -Quali sono però le <i>considerevoli cose</i> concedute dalla generosità Ducale? -La promessa forse di un Governatore laureato, quella di non far -più seppellire i cittadini nel fondo orribile ed oscuro della Torre, di -non fargli strascinare in lontane prigioni, di non obbligargli più a forza -<span class="pagenum" id="Page_a243">[a243]</span> -di bastonate a raccorre e riporre la neve nelle sue neviere, e di -non far più devastare le loro possessioni dai suoi animali.....? Qual -discorso insulso nel tempo stesso ed insultante! Anche le cose accordate -nel precitato strumento dell’anno 1751 non possono leggersi senza -fremere, poichè si fecero rimanere in parte que’ medesimi abusi che avrebbero -i Magistrati pienamente aboliti e proscritti. Lasciamo quindi cotesto -monumento di prevaricazione, e venghiamo al giudizio dell’anno -1797 intrapreso con altri principj ed altri sentimenti. -</p> - -<p> -Due forti ostacoli si opponevano a questa bell’opra. Il primo era -la somma povertà della cassa comunale impotente a far fronte alle forti -spese che avrebbero esatte le cause da intraprendersi contro una famiglia -allora potentissima. Il secondo che l’Archivio comunale si trovava -sprovveduto dì qualunque documento memoria o notizia che avesse potuto -porgere un filo a tale intrapresa. Quel Duca Ettore Carafa, che si -permetteva tante violenze contrarie alle leggi, quante ce ne fanno apprendere -il giudizio dell’anno 1750 e la transazione dell’anno 1751, -ne aveva commessa un altra anche più sonora per torre alla nostra città -ogni mezzo di risorgere. Era in Ruvo un fatto pubblico e notorio contestato -dai vecchi che gli armigeri Ducali avevano sorpreso l’archivio -comunale e trasportate in Andria tutte le carte che in esso si conservavano. -</p> - -<p> -Incaricato quindi di avviare e sostenere que’ giudizj che le circostanze -esigevano, senza documenti di sorta alcuna, vidi bene che non -si trattava di regolare ordinare ed istruire le corrispondenti azioni, ma -bensì di crearle e corredarle di que’ documenti che avessero potuto assicurarne -la riuscita. Nondimeno l’amor di patria superò ambi li predetti -ostacoli. -</p> - -<p> -Il primo di essi lo fece cessare il disinteresse e la generosità del -Capitolo di Ruvo, e di un certo numero di famiglie maggiori possidenti -che con esso si collegarono, e presero a loro carico le spese che -occorrevano per i giudizj da intraprendersi. Contribuì il primo la somma -di mille ducati. Contribuirono le seconde ciascuna in proporzione -della possidenza rispettiva. Di questo tratto di vero patriottismo essendosi -fatto un giusto elogio nel pubblico parlamento del dì 20 Gennajo -<span class="pagenum" id="Page_a244">[a244]</span> -1805 inserito nello strumento di transazione dello stesso anno, è ben -dovuto che ne faccia onorevole menzione anche la storia. -</p> - -<p> -In quanto al secondo ostacolo non mi perdei di animo. Prima di -fare qualunque mossa giudiziale mi applicai ad andar tentone rintracciando -quelle notizie, e que’ documenti che avrebbero potuto esser utili e conducenti -all’impegno assunto. Cominciai quindi dall’istruirmi perfettamente -degli antichi processi formati nel Tribunale della Regia Camera della -Sommaria dall’anno 1692 in poi tra i creditori fiscalarj e la Università, -e successivamente tra i creditori suddetti, e gli amministratori obbligati -a render conto della tenuta amministrazione. Trassi da essi utili notizie, -ed i documenti opportuni per ribattere il preteso credito di fiscali -arretrati in ducati 25600 per lo quale si faceva figurare la Casa d’Andria, -e per farla anzi risultare debitrice di grosse somme. -</p> - -<p> -Impiegai nel tempo istesso circa un anno nel grande Archivio per -una ricerca generale di quanto poteva riguardare la nostra città, onde -potermi valere, come mi valsi di quelle carte che mi sembrarono utili. -Le stesse diligenze praticai nell’archivio della Regia Dogana di Foggia, -ove mi trattenni otto giorni per quest’oggetto. Coteste ricerche -non furono infruttuose poichè mi fornirono un materiale sufficiente a formare -un piano di attacco ragionato e ben sostenuto. -</p> - -<p> -Calcolai inoltre che altri lumi avrebbero potuto trarsi dalle antiche -schede de’ Notaj tanto Ruvestini che delle Regie città convicine, -de’ quali la Casa d’Andria si era valuta ne’ tempi passati per istipulare -i suoi atti pubblici<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>. Mi fu utilissima in tali ricerche la cooperazione -di due cittadini zelantissimi pe ’l bene della comune patria. Uno di essi -fu D. Francesco Devenuto, uomo di sveltissimi talenti e di somma abilità -ed attività. L’altro fu il mio cognato D. Giuseppe Ursi versatissimo, -minuto e diligente in simili ricerche, la di cui memoria mi è -molto cara per i suoi ottimi sentimenti e pe ’l suo attaccamento alla mia -persona ed alla mia famiglia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a245">[a245]</span> -</p> - -<p> -Alla loro cooperazione furono dovuti gl’interessantissimi documenti -relativi al dritto proibitivo de’ molini che non si seppero o piuttosto -non si vollero rintracciare nell’anno 1750, quelli coi quali era stata -venduta nell’anno 1632 una parte dell’antica difesa comunale, ed altri -ancora dai quali trassi utili schiarimenti ne’ giudizj che furono promossi. -Riunite le carte suddette furono da me spiegate le seguenti azioni -parte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria, e parte nel -S. R. C. secondo la competenza rispettiva. Nella Regia Camera furono -proposte le seguenti dimande -</p> - -<p> -I. Che si fosse cassato il già detto preteso credito di duc. 25600 -per lo quale si faceva figurare il Duca d’Andria presso gli atti del patrimonio, -con essere lo stesso condannato a restituire tutte le somme che -gli erano state collusivamente liberate in conto, e tutte le altre maggiori -somme che la sua Casa si aveva malamente appropriate dalle rendite -comunali esatte dall’anno 1692 all’anno 1735. -</p> - -<p> -II. Che senza tenersi conto del nullo e collusivo strumento di transazione -dell’anno 1751 fosse stato condannato del pari a restituire i -frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania e de’ pesi e misure, -non che della gabella della giumella delle mandorle usurpate a danno -della Università, ed al pagamento della bonatenenza non mai pagata per -i beni burgensi fino all’epoca del catasto dell’anno 1752. -</p> - -<p> -III. Che fosse stato condannato a restituire i molini edificati sul -suolo e nelle antiche muraglie della città, e ’l dritto proibitivo di essi stabilito -dalla Università nell’anno 1615 per la propria utilità, una coi frutti. -</p> - -<p> -IV. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti lo scannaggio, -dritto comunale costituito dalla Università colle capitolazioni -dell’anno 1308 approvate dal Re Carlo II, ed usurpato dalla sua Casa. -</p> - -<p> -V. Che fosse stato condannato a restituire una coi frutti una grande -stanza convertita in magazzino, la quale formava parte delle pubbliche -carceri di proprietà comunale. -</p> - -<p> -VI. Che si fosse al Duca vietato di chiudersi l’erba vernina delle -murge colle così dette <i>parate</i> principalmente per essere il demanio delle -murge un demanio comunale. Subordinatamente perchè in ogni caso, e -supponendolo anche un demanio feudale, simili chiusure erano dalle leggi -<span class="pagenum" id="Page_a246">[a246]</span> -del Regno vietate ai Baroni in pregiudizio degli usi civici che competono -alle popolazioni. -</p> - -<p> -VII. Che si fossero corretti tutti gli abusi della Bagliva col vietarsi -principalmente ai Baglivi. Primo di fidare gli animali degli esteri -ne’ terreni <i>appatronati</i> siti nel demanio. Secondo col fidargli in tanta -quantità che fosse venuto a mancare il pascolo agli animali de’ cittadini. -</p> - -<p> -VIII. Che si fosse inoltre vietato al Duca d’ingombrare quel demanio -con una quantità strabocchevole di animali proprj, con essergli -permesso soltanto d’immetterne tanti, quanti il più ricco de’ cittadini, -giusta lo stile di giudicare de’ Tribunali supremi. -</p> - -<p> -IX. Che si fosse obbligato a pagare la bonatenenza non meno per -i detti animali d’industria che pascolavano nel demanio, che per lo vasto -fondo denominato <i>la Piantata</i> di qualità burgense e non già feudale, -come da lui si pretendeva. -</p> - -<p> -Altro giudizio fu istituito nello stesso Tribunale della Regia Camera -della Sommaria in linea penale per lo taglio dato dalla Casa d’Andria -alle annose querce fruttifere del bosco di Ruvo in pregiudizio tanto -degli usi civici che competevano alla popolazione di Ruvo, quanto del -dritto di proprietà che il Re aveva degli alberi ghiandiferi in forza dello -strumento dell’anno 1552 innanzi riportato. -</p> - -<p> -Sulle precitate dimande proposte in linea civile il Tribunale della -Regia Camera impartì termine ordinario e questo fu compilato. Rispetto -ai molini ordinò una perizia per verificarsi se erano essi edificati sul -suolo e nell’antica muraglia della città. La perizia ordinata venne eseguita -coll’intervento di uno de’ Magistrati della Regia Udienza Provinciale, -e la nostra posizione rimase pienamente verificata. -</p> - -<p> -Per lo giudizio penale fu ordinata una informazione. Rimasti con -essa concludentemente pruovati gl’immensi danni recati dalla Casa d’Andria -agli alberi fruttiferi del Bosco, fu ordinata una perizia fiscale, e -fu questa anche eseguita. In questo stato erano nell’anno 1798 i giudizj -dedotti nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Quelli -avviati nel S. R. C. furono i seguenti -</p> - -<p> -I. Che si fosse il Duca astenuto dal prendere qualunque ingerenza -nella elezione degli uffiziali municipali. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a247">[a247]</span> -</p> - -<p> -II. Che non avesse ulteriormente molestata la Università nel pieno -esercizio della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure che -a lei apparteneva a titolo di compra fattane dal Re. -</p> - -<p> -III. Che si fossero attribuiti ai cittadini di Ruvo i pieni usi civici -di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo rimasta al Duca -d’Andria col contratto dell’anno 1552. -</p> - -<p> -IV. Che si fosse il Duca astenuto dal nominare il Maestro della -Fiera di S. Angelo che si celebra nella città di Ruvo. -</p> - -<p> -V. Finalmente che si fosse abolito il dritto <i>plateatico</i> sulla contrattazione -delle merci derrate e mercanzie che stava il Duca esigendo -con averlo usurpato alla Università cui apparteneva in forza delle capitolazioni -dell’anno 1308 e dello Stato del Reggente Tapia. -</p> - -<p> -La commessa di cotesto giudizio si ottenne in persona del Regio -Consigliere allora ed indi illustre Segretario di Stato D. Giuseppe Zurlo, -Magistrato di elevatissimi talenti, di vaste e belle cognizioni, di -probità a tutta pruova, e non fatto per incensare gli abusi della feudalità. -Proposta da lui la causa nel S. R. C. nell’anno 1798 furono -decisi soltanto li primi tre capi. Fu la decisione favorevole alla Università; -ma in quanto all’erba estiva del bosco di Ruvo ebbi a battermi -molto acremente pe ’l seguente motivo. -</p> - -<p> -Si è detto innanzi alla pagina 202 che rimasto collo strumento -dell’anno 1552 abolito l’uso civico del pascolo de’ bovi aratorj che i -cittadini di Ruvo rappresentavano sul detto bosco, fu data alla Università -in compensamento la facoltà di ampliare la sua difesa fino a quaranta -carri. Incaricato il Consiglio Collaterale di dare esecuzione a tal determinazione, -col suo decreto del dì 26 Ottobre 1552 disse che tale ampliazione -si accordava <i>pro usu et pascuo dictorum bobum, attento quod -boves dictæ civitatis nullo tempore dictum nemus ingredi, nec in eodem -pasculari possunt</i>. -</p> - -<p> -Gli Avvocati del Duca beccando quelle parole <i>nullo tempore nemus -ingredi nec in eodem pasculari possunt</i>, gonfiavano le pive, e volevano -in coteste espressioni ravvisare un giudicato del Collateral Consiglio che -aveva tolto ai Ruvestini in ogni tempo, ed in ogni stagione gli usi -civici del bosco suddetto. -</p> - -<p> -Si replicava da me che il carattere di <i>giudicato</i> compete soltanto a -<span class="pagenum" id="Page_a248">[a248]</span> -que’ decreti che i Magistrati emettono in un giudizio contraddetto. Che -il Collateral Consiglio fu nell’anno 1552 semplicemente incaricato di -autorizzare la città di Ruvo ad ampliare la sua antica difesa, non già -a definire se aveva o nò dritto di pascere nel bosco feudale nella estiva -stagione. Che non poteva lo stesso volerne più di quello ch’era contenuto -nello strumento dell’anno 1552 stipulato tra il Vicerè Pietro di -Toledo e ’l Duca d’Andria Fabrizio Carafa, al quale fu il Collateral Consiglio -incaricato di dare esecuzione per la sola parte permissiva dell’ampliazione -della predetta difesa comunale. -</p> - -<p> -Che l’ampliazione della difesa con esso accordata alla città di Ruvo -era stata un compensamento del pascolo de’ bovi aratorj che veniva a perdere -<i>tempore hyemali</i>, come precisamente si legge nel precitato strumento -riportato alla detta pagina 202, non già nel tempo estivo, del che non si -parlò in esso nè punto, nè poco. Che quindi subentrava la regola di Diritto -<i>Iniquum est perimi pacto id de quo cogitatum non est</i>, e che un -errore in cui cadde il Collateral Consiglio eccedendo i limiti dell’incarico -ricevuto non poteva alterare il contenuto del precitato strumento -dell’anno 1552 al quale soltanto doveva starsi. -</p> - -<p> -Queste ed altre osservazioni da me fatte convinsero il maggior numero; -ma fu questo articolo deciso a favore della Università non senza -un forte dibattimento. La decisione allora ottenuta ha portata la conseguenza -che nella divisione de’ demanj che ha avuto luogo per effetto -delle novelle leggi sono state risegate a favore della nostra città trentatre -carri del bosco suddetto, o siano duemila moggia circa. -</p> - -<p> -Rimanevano a decidersi il quarto e ’l quinto capo per la nomina -del Maestro di Fiera e per lo dritto <i>plateatico</i>, quando il Consigliere -Zurlo fu promosso alla luminosa carica di Avvocato Fiscale della Regia -Camera della Sommaria. Mi compiacqui del di lui ben meritato avanzamento, -ma rimasi dolente di averlo perduto per Commessario della precitata -causa nel S. R. C. Non tardò però a presentarmisi la occasione di -racquistarlo per altra via. L’alta opinione che il Governo aveva di lui -fece sì che cominciò a darsi qualche esempio che taluni giudizj tra Università -e Baroni, che si volevano veder terminati senza lungherie giudiziali, -furono per volontà del Re a lui particolarmente delegati. -</p> - -<p> -Massimo era in ciò il vantaggio delle Università. Venivano esse a -<span class="pagenum" id="Page_a249">[a249]</span> -rinfrancare il dispendio. Rimanevano a tal modo troncate le tergiversazioni -forensi che costituivano il maggior presidio de’ Baroni intenti sempre -a prender tempo, e stancare i Comuni. In fine il dipendere nelle -cause di questa specie da un Magistrato illuminato, giusto e non ligio -del Baronaggio era una cosa molto desiderabile. Pensai quindi di battere -la stessa strada e mi riuscì ottenerlo. Per disposizione Sovrana tanto li -due punti di quistione non ancora decisi dal S. R. C. quanto tutti i capi -dedotti nella Regia Camera della Sommaria furono delegati all’Avvocato -Fiscale Zurlo. -</p> - -<p> -Passate quindi a lui le carte di ambi i giudizj, si applicò prima -a decidere le due quistioni rimaste pendenti nel S. R. C. Con suo decreto -dell’anno 1798 fu tolta al Duca la nomina del Maestro di fiera -ed abolito il dritto <i>plateatico</i>. A tal modo tutte le dimande proposte -nel S. R. C. rimasero esaurite con una piena e compiuta vittoria riportata -dalla Università. Si accudiva da me per la decisione delle altre -più gravi quistioni dedotte nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria, -quando sopravvenne l’epoca fatale e memoranda dell’anno 1799 -che pose in iscompiglio tutto il Regno. -</p> - -<p> -Per una di quelle anomalie inconcepibili, ma inseparabili dalle rivoluzioni -e dai tumulti popolari, la casa di quel rispettabile Magistrato -fu saccheggiata dal cieco furore del Popolaccio Napolitano, ed ei medesimo -non dovè stentar poco per poter riuscire a salvar la vita. Col -saccheggiamento immeritamente da lui sofferto si dispersero anche que’ -processi delle nostre cause che si trovavano presso di lui. La dispersione -di essi, le fastidiose conseguenze delle terribili convulsioni dell’anno -1799 che gravitarono su di tutti, e la confiscazione di tutti li -suoi beni che per effetto di esse soffrì la Casa d’Andria, arrestarono -per necessità fino all’anno 1803 il corso de’ giudizj suddetti. -</p> - -<p> -Per i luttuosi avvenimenti preceduti figurava allora qual primogenito -della sua illustre famiglia l’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco -Carafa. A lui quindi furono, dietro il Trattato di Firenze, restituiti -i feudi ed i beni di sua Casa ch’erano stati confiscati. Col Duca -D. Francesco perciò furono nell’anno 1803 ripigliati li giudizj suddetti. -Non costò poco imbarazzo la rifazione de’ processi dispersi nella casa -<span class="pagenum" id="Page_a250">[a250]</span> -del Signor Zurlo, e specialmente di quello de’ molini, nel quale vi era -il rapporto de’ Periti adoperati, e la pianta di essi levata nell’anno 1798. -Si ritornò innanzi al Tribunale della Regia Camera della Sommaria, ed -ivi alle dimande proposte nell’anno 1797 ne furono nell’anno 1804 aggiunte -due altre. -</p> - -<p> -La prima di esse fu la seguente. Dell’antica difesa comunale, di -cui si è innanzi parlato, ventotto carri si trovavano in mano della Casa -d’Andria, senza che si fosse conosciuto a qual titolo le avesse possedute. -In tale oscurità sull’appoggio de’ documenti rinvenuti nel Grande -Archivio, ed innanzi riportati, e dello strumento dell’anno 1552, col -quale fu ampliata la difesa comunale eretta nell’anno 1510, stimai proporre -un’azione di rivendicazione. Essendosi il Duca difeso coll’aver -prodotti diversi documenti, coi quali sosteneva di essersi col prezzo dei -detti carri ventotto estinta una porzione degli antichi debiti della Università, -il giudizio cangiò figura. I contratti dal Duca allegati gli attaccai -di nullità per difetto di legittimi solenni. Proposi subordinatamente -ed in ogni caso l’azione di <i>reintegra</i> in vigor della Prammatica -XVIII <i>De administratione Universitatum</i>, perchè calcolai che il valore -della difesa posseduta dalla Casa d’Andria montava al doppio del -prezzo che si diceva pagato. -</p> - -<p> -La seconda fu la seguente. Appartengono al Monte della Pietà della -città di Ruvo destinato al mantenimento de’ projetti quindici carri di terreno -nella contrada delle murge. Da lunghissimi anni si trovavano questi -in mano della Casa d’Andria per una prestazione tenuissima in danaro -niente corrispondente al valore di essi, senza conoscersi a qual -titolo se ne fosse impossessata. Essendo riuscite inutili le richieste amichevoli -o per l’aumento dell’estaglio o per la restituzione de’ terreni -suddetti, convenne prendersi le vie giudiziali. -</p> - -<p> -Rinnovati li giudizj suddetti, l’attuale Signor Duca D. Francesco -Carafa si regolò da uomo saggio e prudente. Istruito dal risultamento -che avevano avuto le dimande proposte nel S. R. C. cercò ravvicinarsi -ai Ruvestini, e proporre ai medesimi la combinazione amichevole degli -altri giudizj anche più gravi ch’erano tuttavia pendenti. La disposizione -degli animi era allora anche cangiata. Le gravissime sciagure piombate -<span class="pagenum" id="Page_a251">[a251]</span> -sulla Casa d’Andria per i luttuosi avvenimenti dell’anno 1799, e l’amarezza -in cui viveva una illustre famiglia un tempo tanto potente, aveva -raffreddato il risentimento generato dalle antiche prepotenze, ed eccitato -un compatimento ed un sentimento di considerazione. Valga il vero -in quel frangente ben tristo per la Casa d’Andria i Ruvestini non solo -si guardarono dall’aggravare vie più li suoi malanni; ma si prestarono -anche di tutto cuore a salvarle dalla confiscazione tutto ciò che avesse -potuto dipendere dalla loro cooperazione. -</p> - -<p> -La proposta quindi di un accomodamento fu da essi bene accolta -e da me applaudita perchè la mia maniera di pensare è stata avversa -sempre ai litigj, ed anche perchè una ragionevole transazione avrebbe -portato un più sollecito miglioramento agl’interessi comunali ed allo -stato della popolazione. Si aprirono quindi le trattative e le discussioni -tra me e gli Avvocati del Duca con reciproca buona intenzione e buona -fede. E perchè il risultamento di esse fosse stato più sicuro, si prese -una misura la quale riuscì utilissima. Per que’ punti ne’ quali le opinioni -e le pretensioni rispettive non avessero potuto ravvicinarsi, si prese di -accordo per conciliatore un uomo sommo, cioè il chiarissimo D. Francesco -Ricciardi celebre Avvocato allora, di cui ho innanzi parlato con -quella laude ch’è ben dovuta alla sua illustre e veneranda memoria. -</p> - -<p> -Se la Casa d’Andria avesse dovuto a rigor di Diritto restituire tutte -le somme strappate alla Università, ed alla misera popolazione di Ruvo -a forza di usurpazioni ed estorsioni, non sarebbe al certo bastato il -doppio, o il triplo de’ beni che allora possedeva. Ma il portare le pretensioni -tant’oltre sarebbe stato lo stesso che nulla voler combinare. -Gli affari di questa specie non gli ho mai veduti terminati altrimenti -che coll’essersi alzata la mano sul passato. La stessa Commissione delle -cause feudali, contro la quale hanno gridato tanto i Baroni, tagliava -senza risparmio, e spesso anche con eccesso sul presente; ma era indulgentissima -sul passato. Come e donde appianarsi i guasti immensi -recati alle popolazioni dai vizj intrinseci del sistema feudale, dalla ragion -de’ tempi, e dalla debolezza del Governo dei Vicerè per le prepotenze -de’ Magnati? Oltre che come liquidarsi le somme suddette dopo -esserne passati secoli interi? Ove trovarsi i documenti opportuni a -poterne fare la liquidazione? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a252">[a252]</span> -</p> - -<p> -Con queste vedute, dopo lunghe discussioni fu da me combinata -una transazione, la quale, mentre fece scomparire tutti gli abusi, e -tutte le usurpazioni della feudalità, portò anche una qualche riparazione -de’ guasti passati che le circostanze poterono permettere. Nell’accordo -combinato non furono compresi i due ultimi giudizj relativi alla -difesa un tempo comunale, ed ai terreni del Monte della Pietà, per i -quali non era il processo ancora pienamente istruito. Per gli altri capi -fu la convenzione consegnata per giusti motivi in due fogli distinti. In -uno di essi furono convenuti i seguenti articoli. -</p> - -<p> -I. Fu restituito alla Università il dritto dello <i>scannaggio</i>. -</p> - -<p> -II. Si obbligò il Duca di pagare la bonatenenza tanto per lo vasto -fondo denominato <i>la Piantata</i>, quanto per gli animali d’industria -che pascolavano nel demanio. -</p> - -<p> -III. Fu restituito alla Università il magazzino ritagliato quindici -anni innanzi dalle pubbliche carceri. Rimasero compensate le pigioni -dovute dal Duca colla spesa fatta per ridurre quel locale ad uso di -magazzino. -</p> - -<p> -IV. Per li frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania, -e de’ pesi e misure, e della gabella della giumella delle mandorle, per -la bonatenenza non pagata fino all’epoca del catasto dell’anno 1752, e -per ogni altra pretensione che riguardava il passato, rinunziò il Duca -al preteso credito d’interessi arretrati nella somma di ducati 25600, e -si obbligò inoltre di pagare alla Università ducati cinquemila colla dilazione -di venti anni, e corrispondere intanto l’interesse alla ragione del -cinque per cento franchi di ogni ritenuta. -</p> - -<p> -V. Rispetto ai molini si ebbe per vero I. Che si erano questi edificati -sul suolo ed accanto all’antica muraglia della città. II. Che la -spesa delle nuove fabbriche occorse, delle macchine e degli animali alle -stesse addetti si era fatta dalla Casa d’Andria. III. Che il dritto proibitivo -di essi lo aveva costituito la Università nell’anno 1615 per la -propria utilità. IV. Che tal privativa era utile mantenerla per assicurare -e facilitare la esazione della gabella della farina. -</p> - -<p> -Si convenne quindi che avesse il Duca continuato a ritenere tanto -i molini che la privativa di essi come una privativa comunale, con pagare -alla Università annui ducati trecento dal dì quattro Maggio 1804 -<span class="pagenum" id="Page_a253">[a253]</span> -in avanti per terzo e senza veruna ritenuta. Si obbligò inoltre di mantenere -i molini sempre in buono stato di servizio, senza potersi mai -alterare la prestazione di grana sedici a tomolo per la macina. -</p> - -<p> -Li premessi articoli di convenzione furono applauditi ed approvati -dalla Università col pubblico Parlamento del dì 20 Gennajo 1805. -Furono dopo ciò presentati al Tribunale della Regia Camera della Sommaria -per ottenerne l’approvazione. Quel Tribunale gli omologò con suo -decreto di <i>expedit</i> del dì 24 Aprile 1805. Dopo ciò ne fu stipulato -pubblico strumento nel dì 21 Agosto 1805 dal Notajo D. Antonio di -Marino di Napoli. -</p> - -<p> -Nell’altro foglio fu premessa una dichiarazione che senza venirsi -ad una formale definizione della qualità del demanio di Ruvo, si venivano -a prendere i seguenti temperamenti. -</p> - -<p> -I. Si convenne che le così dette <i>parate</i> delle murge fossero rimaste -sullo stesso piede in cui si trovavano, senza che si avessero potuto -giammai nè ampliare, nè restringere. -</p> - -<p> -II. Fu dichiarato che nella continenza di esse si trovavano molte -possessioni e terre seminatorie de’ particolari e de’ Luoghi pii. Fu quindi -permesso ai proprietarj di esse di formare, senza pagamento alcuno, -una mezzana per uso degli animali addetti alla coltura della estensione -non maggiore di quella che accordano le Istruzioni Doganali e l’uso di -Puglia. La stessa facoltà fu accordata a tutti li proprietarj di masserie -di semina site nello intero demanio di Ruvo. -</p> - -<p> -III. In compensamento del dritto che avesse potuto competere alla -Università e cittadini di Ruvo sui luoghi inclusi nelle <i>parate</i>, si obbligò -il Duca di pagare alla cassa comunale annui ducati mille e cinquecento -dal mese di Maggio dell’anno 1805 in avanti. Si convenne che la somma -suddetta non avesse potuto giammai nè diminuirsi, nè accrescersi -per qualunque pretesto o causa, ancor che i prezzi degli erbaggi venissero -ad elevarsi o ribassarsi, ed ove anche la Casa d’Andria venisse -a dire di non aver trovato a locargli. -</p> - -<p> -IV. Rispetto alla fida de’ forestieri che la Casa d’Andria stava esercitando -in tutto il demanio fu stabilito in primo luogo per regola generale -che non avesse potuto esercitarsi altrimenti che dopo essersi provveduto -<span class="pagenum" id="Page_a254">[a254]</span> -prima al pascolo degli animali de’ cittadini. Rimase questa in -secondo luogo assolutamente vietata ed inibita ne’ terreni <i>appatronati</i> -tanto seminatorj che incolti siti nel demanio<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. -</p> - -<p> -V. La stessa disposizione fu estesa anche ai terreni seminatori de’ -particolari e de’ Luoghi pii siti nella contrada delle murge, non eccettuati -quelli inclusi nelle parate, i quali nel tempo estivo rimangono -aperti<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. -</p> - -<p> -Li premessi articoli furono del pari applauditi ed approvati col -precitato parlamento del dì 20 Gennajo 1805. Quindi dopo esser stati -omologati dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria, nel dì 24 -Aprile 1805, come innanzi si è detto, gli altri articoli contenuti nel primo -foglio fu questo secondo foglio consegnato in un pubblico strumento -del dì 2 Maggio del predetto anno stipulato dallo stesso Notajo D. Antonio -di Marino di Napoli. -</p> - -<p> -Ma perchè cotesta seconda convenzione non fu presentata anche all’approvazione -del Tribunale della Regia Camera della Sommaria come -si era fatto per la prima? Eccolo. Si riflettè che la materia che ne formava -l’oggetto era ogni dì alle mani dell’Avvocato fiscale del Tribunale -suddetto. Nella narrativa inoltre della stessa convenzione non aveva -potuto farsi a meno di parlarsi delle pretensioni del Regio Tavoliere e -de’ suoi Locati sul demanio delle murge di Ruvo. -</p> - -<p> -Ove dunque si fosse ciò avvertito dall’Avvocato fiscale, forse e -<span class="pagenum" id="Page_a255">[a255]</span> -senza forse il Regio Tavoliere ed i Locati sarebbero stati messi in causa. -Si sarebbe risvegliata di nuovo a tal modo un’annosa quistione che fortunatamente -dormiva da moltissimi lustri, e sarebbe rimasta da cotesto -incidente arrestata ed intorbidata una convenzione che ha recato alla -città ed alla popolazione di Ruvo vantaggi immensi. E perchè ne sia -di ciò ognuno persuaso, e chi non lo ha capito ancora lo capisca, ecco -le vedute che me la suggerirono. -</p> - -<p> -Due erano le quistioni che si elevavano sul demanio delle murge. -La prima se era questo un demanio feudale o comunale. La seconda se -in ogni caso si potevano sostenere dalla Casa d’Andria le così dette -<i>parate</i>, o siano le chiusure di una buona porzione dell’erba vernina di -esso che vendeva a suo profitto. -</p> - -<p> -Per la prima quistione si sosteneva da me la qualità comunale di -quel demanio con tutti quelli argomenti che potevano suggerirmi i miei -deboli talenti. Ma, mi piace la verità, cotesti argomenti venivano in -conflitto col fatto permanente e col possesso immemorabile che la Casa -d’Andria allegava prendendo ragione dal contratto passato nell’anno -1473 tra il Re Ferdinando I di Aragona, e Pirro del Balzo Duca -di Venosa e Conte di Ruvo, di cui ho innanzi lungamente ragionato alla -pagina 214 e 215. Le stesse <i>parate</i> dell’erba vernina, comunque abusive, -e ’l dritto di <i>fida</i> esercitato dalla Casa d’Andria nella contrada delle -murge costituivano anche una pruova di quel possesso antichissimo che -la stessa allegava. -</p> - -<p> -Per tutti gli altri capi dedotti gl’interessanti documenti rinvenuti -mi avevano fornito un materiale sufficiente per poter dimostrare o la -usurpazione de’ dritti comunali o l’abuso della feudalità. Ma per le -murge, malgrado le più estese ed accurate ricerche praticate, nulla mi -si era presentato di positivo e di concludente. In tal posizione non mi -mancava il tatto per calcolare che un possesso accreditato e garantito -da una rimota antichità, riconosciuto anche dal Re Ferdinando I di -Aragona, e non fiaccato da documenti solidi e robusti avrebbe potuto -imporre ai Magistrati, ed avrei potuto per questo assunto rimaner succumbente. -</p> - -<p> -Quindi nella trattativa aperta per un accomodamento feci uso della -<span class="pagenum" id="Page_a256">[a256]</span> -destrezza e dell’arte. M’ingegnai principalmente di trarre partito dalla -seconda quistione, ove vedeva dal mio canto una superiorità decisa. -Data anche per vera la qualità feudale del demanio delle murge, giusta -l’avversa posizione, non avrebbe potuto augurarsi giammai la Casa -d’Andria di poter sostenere le <i>parate</i> a dispetto delle antiche leggi che -vietavano rigorosamente ai Baroni la chiusura di qualunque parte de’ -demanj feudali in pregiudizio degli usi civici che spettavano alle popolazioni. -Sull’apertura delle parate quindi vigorosamente da me s’insisteva; -ma non era questo che un falso attacco che non era affatto mio -proponimento spingerlo innanzi da senno e fino all’estremo. -</p> - -<p> -Vedeva bene che se la causa si fosse portata alla decisione, le -parate si sarebbero aperte, e la Casa d’Andria avrebbe perduto il considerevole -profitto di più migliaja di ducati l’anno che ne ritraeva. Ma -l’apertura di esse sarebbe tornata a vantaggio de’ soli proprietarj di -animali d’industrie che avrebbero avuto nelle murge un libero e largo -pascolo. Il maggior numero però di cotesti Signori, sia per avarizia -o melensaggine, sia per non disgustare la Casa d’Andria, niuna parte -aveva voluto prendere a questa laudabile impresa. Non meritava quindi -di coglierne il frutto e di sedere ad una lauta mensa preparata col risico -e colla borsa altrui. -</p> - -<p> -Per altro lato le mie vedute erano dirette a rendere la convenzione -profittevole principalmente alla cassa comunale, poichè era come -lo sono tuttavia convinto che quando questa è nello stato di opulenza, -il vantaggio che ne risulta viene a diffondersi sulla intera popolazione, -il bene della quale mi era principalmente a cuore. Coll’avere -quindi minacciate fortemente le parate che costituivano il punto più debole -per la Casa d’Andria, obbligai li suoi Avvocati a rendersi meno -esigenti nella quistione sulla qualità del demanio suddetto, nella quale, -non senza un fondamento forse di ragione, si credevano più forti. La -Casa d’Andria, per non perdere del tutto la rendita considerevole delle -parate, fu obbligata a dividerla colla Università e dovè condiscendere -per forza a darne alla stessa la rilevante somma di annui ducati mille -e cinquecento. -</p> - -<p> -A questo scopo erano dirette le mie linee. Se la causa si fosse decisa -<span class="pagenum" id="Page_a257">[a257]</span> -<i>per tramites juris</i> le parate sarebbero saltate per aria. Ma qual guadagno -vi avrebbe fatto la cassa comunale? Coll’avere però obbligata la -Casa d’Andria a dividere la rendita di esse, oltre il profitto che la -Università vi ha fatto, è venuta anche ad acquistare per convenzione -nella contrada delle murge quella ragione di <i>condominio</i> che niuna sicurezza -vi era che avesse potuto conseguirla per le vie giudiziali. -</p> - -<p> -Cotesto dritto l’ha messa in grado d’imporre su gli animali de’ -cittadini che vanno ivi ora a pascolare una tassa che ha preso il nome -di <i>dritto civico</i>. Frutta questa alla cassa comunale annui ducati duemila, -i quali uniti agli annui ducati mille e cinquecento convenuti per le -parate formano la somma ben vistosa di annui ducati tremila e cinquecento -che la Università viene ora a ritrarre da quelle murge che non -poteva prima neppur guardarle da lontano. -</p> - -<p> -Ma se la nostra città non avesse a tal modo acquistato il condominio -di quella contrada, e le parate fossero rimaste aperte al libero uso -degli animali de’ cittadini per effetto di un decreto del Giudice, avrebbe -potuto forse imporre la tassa suddetta? No certamente. Possono i Comuni -aver questo dritto ne’ demanj proprj e fino ad un certo segno, -non già negli antichi demanj feudali, ne’ quali ciascuno de’ cittadini era -ammesso a pascolare coi suoi animali per dritto proprio. -</p> - -<p> -Il dritto che le novelle leggi hanno accordato ai Comuni rispetto ai -demanj feudali è stato quello della <i>divisione</i>. E bene se non vi fosse stata -la convenzione dell’anno 1805 e ’l demanio delle murge avesse dovuto dividersi -tra il Barone e la Università, cosa a quest’ultima avrebbe potuto -spettarne? Avrebbe potuto averne il quarto, o tutto al più il terzo, -come fu deciso per lo Bosco di Ruvo dal fu dottissimo e rispettabile -Consigliere D. Domenico Acclavio Commessario allora per la divisione -de’ demanj di quella Provincia. L’erbaggio degli altri due terzi sarebbe -rimasto di libera ed assoluta disposizione del Barone, senza che i cittadini -vi avessero potuto vantare più alcun dritto. -</p> - -<p> -Or la predetta tassa di annui ducati duemila si è potuto imporla -perchè per effetto della convenzione dell’anno 1805 gli animali de’ cittadini -pascolano nell’inverno in que’ luoghi delle murge che sono fuori -delle parate e nella està, quando quel pascolo è assai più interessante -<span class="pagenum" id="Page_a258">[a258]</span> -e più ricercato, nella intera continenza di esse. Ma se cotesto pascolo -fosse rimasto ristretto al solo terzo di quel demanio, avrebbe potuto -forse esser tollerabile una tassa di ducati duemila? -</p> - -<p> -Per altro lato se quel demanio si fosse diviso nel modo predetto -tra il Barone e la Università, avrebbero potuto giammai le industrie -armentizie de’ Ruvestini giugnere a quel grado di floridezza a cui si vedono -ora portate? L’aumento di esse dall’anno 1805 finora si può in -vero dir prodigioso, ed è questo dovuto unicamente alla convenzione -dell’anno 1805 che ha messo a disposizione de’ cittadini il pascolo estivo -interessantissimo e preziosissimo della intera contrada delle murge. Cosa -si sarebbe fatto col solo terzo di essa? Come avrebbero potuto in esso -moltiplicarsi tanti animali quanti ora se ne vedono nel territorio di Ruvo? -</p> - -<p> -Se dunque la convenzione dell’anno 1805 arricchì la Cassa comunale, -accrebbe anche notabilmente l’agiatezza de’ particolari e l’abbondanza -della città ove mancavano prima finanche le carni pe ’l macello. -Valgano le premesse osservazioni perchè chiunque non è giunto ancora -a penetrare nel fondo della cosa, possa intendere ciò che allora fu operato -con pieno accorgimento, valutarlo, rispettarlo, ed esser persuaso -che dalla osservanza di quella convenzione dipende la floridezza delle -industrie armentizie Ruvestine. -</p> - -<p> -Passando ora al di più che fu con essa convenuto, e stabilito furono -prese anche le misure opportune per le devastazioni seguite nel bosco, -per le quali pendeva, come innanzi si è detto, un giudizio criminale nel -Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Si obbligò dunque il -Duca per dodici anni continui a non fare in esso entrare alcun forestiere -nè a legnare nè a pascere l’erba estiva, onde sotto il pretesto del pascolo -non si fossero tagliate e trasportate le legna. Si obbligò inoltre di -adoperare tutti i mezzi per far di nuovo rimboscare i luoghi danneggiati. -</p> - -<p> -Per lo stesso oggetto si convenne anche che per un uguale periodo -di tempo l’uso civico di legnare che competeva ai cittadini per effetto -del giudicato del S. R. C. dell’anno 1798 si fosse esercitato colla maggiore -moderazione possibile, e limitato a que’ designati luoghi meno danneggiati -che si sarebbero di accordo definiti. Furono prese le misure le -più efficaci per la severa custodia del bosco e per la sorveglianza necessaria. -<span class="pagenum" id="Page_a259">[a259]</span> -Si stabilì che chiunque fosse stato colpevole della recisione di -querce fruttifere sarebbe stato tradotto irremissibilmente innanzi al Tribunale -per farlo condannare alla pena stabilita dalle leggi allora in vigore. -</p> - -<p> -Ecco come l’Amministrazione comunale di allora che pensava sanamente -prendeva efficacemente a cuore la conservazione del Bosco. E -ciò lo fece mentre la popolazione di Ruvo per le leggi di quel tempo -non vi aveva che i semplici usi civici contraddetti anche dal Barone, -e non già quel dritto di proprietà che ha sulla terza parte di esso ora -acquistato per effetto delle novelle leggi, dritto il quale avrebbe dovuto -destare un maggiore interesse della moderna Amministrazione comunale -per la conservazione del bosco. -</p> - -<p> -Coi mezzi di sopra espressi osservati ed eseguiti a tutto rigore si -andò il bosco suddetto a rimettere poco a poco in uno stato plausibile. -Una buona porzione di esso è ora anche assai migliorata. Ho detto innanzi -che non picciole quote del bosco son passate dalle mani de’ censuarj -Abruzzesi a quelle de’ Ruvestini ed altri ricchi proprietarj di quella -Provincia. Contano essi non solo sull’erba, ma anche sulla ghianda, e -molto più sulle legna che formano ivi un articolo interessante. -</p> - -<p> -Quindi per la porzione maggiore che spettò al Duca d’Andria nella -divisione de’ demanj, si son valuti dell’articolo 58 della legge del Tavoliere -del dì 13 Gennajo 1817, col quale è prescritta <i>l’affrancazione -coattiva dell’erba estiva</i> e di qualunque altro dritto a cui vanno soggetti i -terreni del Tavoliere. Affrancata dunque la <i>statonica</i>, e ’l dritto di legnare -rimasto al Duca d’Andria sulle porzioni suddette, le han fatte e le fanno -diligentemente custodire, e si vedono quindi ben rimboscate. -</p> - -<p> -Non è però così per li carri trentatre risegati a favore del Comune -nella divisione de’ demanj. Quella porzione del bosco suddetto si è menata -e si sta menando alla distruzione totale. La Casa d’Andria prima -dell’anno 1797 ne fece recidere i rami per far danaro. Ora si stanno -tagliando anche i tronchi dalle radici senza che la cassa comunale ne -tragga alcun profitto! Cotesto guasto doloroso che cade sotto i sensi di -chiunque volesse prendersi il fastidio di verificarlo, si trova anche pienamente -pruovato con un processo formato nell’anno 1837 ad istanza del -fu Sindaco D. Pietro Cotugno che nell’entrare nell’amministrazione volle -<span class="pagenum" id="Page_a260">[a260]</span> -porsi in cautela, onde i danni suddetti non fossero stati imputati alla -sua poca vigilanza. Questo processo sta nella Intendenza di Bari, e quale -n’è stato il risultamento? -</p> - -<p> -Quel bosco che dar potrebbe alla cassa comunale quella stessa rendita -vistosa e sicura che sta dando la porzione maggiore di esso spettata -al Duca d’Andria, cosa frutta alla stessa? Da un rapporto del -dì 17 Aprile 1838 diretto dal Sig. Intendente della Provincia a S. E. -il Ministro dell’Interno, e dai conti del Cassiere comunale risulta che -in un decennio dall’anno 1826 all’anno 1836 l’introito fu di ducati -2800.38, e l’esito per lo contributo fondiario, e ’l soldo de’ guardaboschi -fu di ducati 2840. Bel negozio in vero! È questa a buon conto -una proprietà che la moderna amministrazione comunale vuol ritenerla -unicamente per farla finire di distruggere ed annientare! -</p> - -<p> -Per chi dunque mi battei nell’ardua quistione ch’ebbi a sostenere -nel S. R. C. nell’anno 1798 per gli usi civici del bosco di Ruvo, se -la vittoria allora riportata, in vece di accrescere i proventi della cassa -comunale deve servire ad una distruttrice depredazione? È questo però -un discorso troppo spiacevole, il quale esige un più largo sviluppamento, -che non potendo aver luogo in un cenno istorico, lo riserbo -ad altro mio lavoro. -</p> - -<p> -Terminati nel modo di sopra esposto tutti i giudizj dedotti nell’anno -1797, vi rimasero soltanto quelli istituiti nell’anno 1804 per -i terreni del Monte della Pietà e per l’antica difesa comunale. Questi -due giudizj dal Tribunale della Regia Camera della Sommaria passarono -alla Commissione delle cause feudali istallata ne’ primi anni del decennio -del Governo Militare. Per i terreni del Monte della Pietà vedendo -il Duca che gli mancava qualunque documento per potergli ritenere, gli -rilasciò volontariamente, e finì la lite. -</p> - -<p> -Per li carri ventotto della difesa vi fu larga discussione tanto sull’azione -principale della nullità de’ contratti dal Duca allegati, quanto -sulla dimanda subordinata della <i>reintegra</i> in vigor della Prammatica XVIII -<i>De administratione Universitatum</i>. -</p> - -<p> -La Commissione feudale voleva far presto. Per far presto più d’una -volta arbitrava. Le piacque in questo rincontro di seguire il giudizio -<span class="pagenum" id="Page_a261">[a261]</span> -di Salomone. La difesa suddetta fu divisa in due parti uguali. Quella -più vicina all’abitato fu data alla nostra città. L’altra rimase al Duca. -La porzione attribuita alla città non rende meno di annui ducati mille -e dugento, ma può rendere anche più. -</p> - -<p> -Con questo giudicato della Commissione feudale rimasero esauriti -tutti i giudizj da me diretti. Lascio ora ai miei concittadini il confronto -tra le operazioni dell’anno 1750, e quelle dell’anno 1797. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2 id="cap14">CAPO XIV. -<span class="smaller"><i>Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo -dalla fine del secolo XVIII in poi.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Dopo aver parlato del risultamento de’ giudizj promossi contro la -Casa Baronale, il quale benchè seguito in epoche diverse esigeva un -prospetto continuato, do un passo indietro per ripigliare il filo degli -avvenimenti li più importanti che hanno avuto luogo nella nostra città -dalla fine del secolo XVIII in poi. Prima dell’epoca troppo infausta e -memoranda dell’anno 1799 che pose a soqquadro tutto il Regno, ed -ha lasciate delle piaghe che non hanno potuto ancora rimarginarsi, fu -in Ruvo eseguita una operazione molto utile all’agricoltura. -</p> - -<p> -Vi sono in quella città diverse Confraternite e Monti addetti al -sollievo de’ poveri, i quali secondo la Polizia di quel tempo erano sotto -la tutela di quel Tribunale che portava il nome di <i>Tribunale Misto</i>, -perchè composto di Magistrati in parte secolari ed in parte Ecclesiastici. -Erano cotesti Corpi Morali molto ricchi di beni fondi e specialmente -di vigne, le quali hanno bisogno di una cura e vigilanza particolare. -Amministrate però coteste proprietà da persone le quali non -potevano avere un interesse diretto al miglioramento di esse, dovevano -per necessità andare in discapito, come avviene a tutte le proprietà fondiarie -de’ Corpi Morali, le quali hanno proprietarj che non possono amministrarle -da loro stessi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a262">[a262]</span> -</p> - -<p> -Si prese la saggia risoluzione di concedere li fondi suddetti in enfiteusi -perpetua. Si volle a tal modo assicurare in primo luogo una rendita -certa, la quale non avesse potuto mai discapitare sia per la poca -fedeltà ed esattezza degli Amministratori, sia per la poca diligenza di -essi. Si pensò anche a promuoverne con questo mezzo il miglioramento -il quale oltre la pubblica utilità che veniva a risultarne, assicurava vie -più la rendita de’ canoni enfiteutici che sarebbero andati a costituirsi. -Fu la cosa in vero molto bene ideata tanto sotto i precitati rapporti, -quanto sotto quello del maggior vantaggio che reca allo Stato la moltiplicazione -de’ piccioli proprietarj. -</p> - -<p> -Fu di tale operazione incaricato un Uomo di legge nostro concittadino -dotato di bei talenti e cognizioni, di somma probità, e di un -impegno sempre deciso pe ’l bene pubblico. Fu questi il Signor Commendatore -D. Antonio Sancio, il quale dopo avere occupate altre luminose -cariche sostenute con somma laude e rettitudine, è oggi Intendente -della Provincia di Napoli e mio rispettabile amico<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>. La menò -egli ad effetto col massimo zelo, e ’l risultamento è stato brillantissimo, -poichè que’ fondi i quali erano condannati all’abbandono, si videro in -pochi anni risorti ad uno stato floridissimo. Fu questo il primo passo -che ivi si diè a quel progresso dell’agricoltura, ch’è andato dappoi -sempre più innanzi in un modo meraviglioso. -</p> - -<p> -Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale -dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato -della nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel -fervore i giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed -<span class="pagenum" id="Page_a263">[a263]</span> -impegnate al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa -del Governo Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre -dai miei consigli e dalla mia direzione. -</p> - -<p> -Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese -era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale <i>Championnet</i> -dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa. -Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei opportuno -tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e raccomandargli -fortemente che avesse badato bene a prendere le misure le più efficaci -per prevenire qualunque disordine e mantenere la pubblica tranquillità. -Gl’inculcai principalmente e con calore che non avesse permessa -affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner le cose nello stesso -piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento naturale e regolare -degli avvenimenti. -</p> - -<p> -Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi -sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o soverchiamente -calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita -piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799 -propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili discordie, -delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche tra -quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse. -</p> - -<p> -Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte -impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’ disordini -che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta -per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per -se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera -vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città uno -degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori dell’abitato, -il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio. -</p> - -<p> -Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, -i quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito -a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo -volgarmente detto <i>Ciriaco</i>. Qualche giorno dopo la piantazione dell’albero -si era costui recato nella città di Trani sia per le sue faccende, -<span class="pagenum" id="Page_a264">[a264]</span> -sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno da Trani divulgò -la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati gl’Inglesi, i quali -cannoneggiavano e bombardavano quelle città che avevano piantato l’albero. -</p> - -<p> -Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle -cose che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, <i>facili civitate -ad accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt</i><a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>. Spaventato -il basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe -Inglesi ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a -furia a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per -nulla cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che -siegue: <i>Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero -potuto porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola -che portiamo noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era -lo stesso piantato dalle parrucche e non già dal Popolo.</i> -</p> - -<p> -Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che -questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa del -popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal timore. -Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per poter -dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento, traviarono -il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non fu -quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e Giudice<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>, -il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene. Non -costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire, durante -lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui si erano macchiati -altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto a stentare per -salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della esazione delle contribuzioni -che si pagavano allo Stato. Niuna parte costui aveva avuta -<span class="pagenum" id="Page_a265">[a265]</span> -alla piantazione dell albero, e non era fatto per qualunque opinione politica. -Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole uffizio volevano gli anarchisti -bruciarlo vivo. -</p> - -<p> -Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava -molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città -insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini comandata -dal Generale <i>Duhems</i>. La mia patria mi era cara, come cari -anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle -allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano -le città che davano loro la occasione di adoperar la forza. -</p> - -<p> -Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il -giovane emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato -in esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava -a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati di -una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello sbandato -esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi, e delle -altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico de’ Ruvestini, -e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse contro -la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte tuttavia -pendenti come innanzi ho detto. -</p> - -<p> -Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la -mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi -fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi -per rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal -modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato -fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero potuto -essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si stava. -Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col -fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento -de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di straordinario -coraggio, e che si era molto distinto nella infelice campagna -dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane Ruvestino -che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti. -</p> - -<p> -Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo -<span class="pagenum" id="Page_a266">[a266]</span> -bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi -di là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città, e delle -disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa che la formavano -il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad assicurarmi -ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati da un sommovimento -popolare non preveduto. Erano però intolleranti di stare sotto -il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti e bestiali, poichè -si sa che il Popolaccio <i>aut viliter servit, aut superbe imperat</i>. Erano -quindi dispostissimi ad una vigorosa risoluzione che avesse rimesse le -cose di nuovo nel loro antico stato regolare. -</p> - -<p> -Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per -via di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio -e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare -nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno e -l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo combinato -e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre persone -armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti chetamente -la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti entrammo in -essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l solito lavoro -della campagna. -</p> - -<p> -La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile -della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero suonate -le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi rivoltuosi -nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città il popolo sparso -per la campagna. Si trattava di un colpo di mano abbastanza rischioso. -Vi bisognava tutta la celerità per non farsi sorprendere da una moltitudine -male avvezza ed abituata da trenta giorni e più a comandare e -far da padrona, poichè <i>Nec cunctatione opus ubi periculosior sit quies, -quam temeritas</i><a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. -</p> - -<p> -In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte -e numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti -e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti costoro -<span class="pagenum" id="Page_a267">[a267]</span> -vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle armi -e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò subito -la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza perdere di -veduta qualche altro sito importante della città. -</p> - -<p> -Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto -esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il lasciare -questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione alcuna, altrettanto -sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della città per lo -mantenimento del buon ordine, al che era conducente una forza regolare -e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi i migliori de’ soldati suddetti -ed unirgli alla Guardia civica pagandosi a ciascuno di essi carlini -tre al giorno. E poichè mancavano i fondi per pagarsi loro i soldi -dalla cassa comunale, si supplì con una soscrizione volontaria di tutti -i possidenti. Questa misura fu utilissima, poichè i soldati suddetti si -prestarono con fedeltà zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. -A misura che dopo il vespro si andò ritirando il Popolo dalla -campagna nella città rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo -ordine di cose che trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica -Piazza i Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì -le legittime Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi -rispettare ed ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere -docile e non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche -abitudini. Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali -era dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal -umore fu inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione -o di buona voglia o colla forza. -</p> - -<p> -Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della giustizia -senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna, nè buon -ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa dell’anarchia. -Si trovava allora quella Provincia abbandonata a se stessa e senza -le Autorità superiori alle quali avesse potuto ricorrersi per farlo supplire. -Il Capo Politico di essa o sia il Preside che risedeva a Trani, -ed i Magistrati di quella Regia Udienza Provinciale di cui il Preside -era anche il Capo, erano stati sparpagliati dalla feroce e sanguinaria -<span class="pagenum" id="Page_a268">[a268]</span> -anarchia suscitata in quella città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora -numerosissima. Se ne tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo. -</p> - -<p> -Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro -Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a -quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza -accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti -colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la -ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si -parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che -correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del Regio -Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da Ruvo. -</p> - -<p> -Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione -quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre -non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie insinuazioni, -perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il bene -della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con avere impreso -a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa d’Andria -che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in quella -piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo nella -pubblica Piazza. -</p> - -<p> -Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era -vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal -Governo un <i>Luogotenente</i> che n’esercitava interinamente le funzioni. Questo -posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto -Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi dal -solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali che -le Regie avevano in quel tempo i loro <i>Mastrodatti</i> detti oggi Cancellieri. -Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era e dimandò -che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò regolare, ma -bisognò contentarlo, poichè in certi casi <i>lex est legem non servare</i>. -</p> - -<p> -Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui -era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde prevenirsi -qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre avevano -preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato. Erano queste -<span class="pagenum" id="Page_a269">[a269]</span> -nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni dì disordini -rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi dal Sindaco a -tutte le città vicine che la nostra città era in buona corrispondenza ed -amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi si sarebbero portati -per causa di commercio o per altre loro faccende sarebbero stati -bene ed amichevolmente accolti secondo il solito. -</p> - -<p> -Ha la nostra città fino ad un’epoca non molto da noi lontana conservate -le sue antiche mura. Mi ricordo bene che nella mia età puerile -tra gli uffizj municipali vi era anche quello del <i>Camerlengo</i>. Conservava -questi le chiavi delle quattro porte della città che si chiudevano ogni -sera e si aprivano di buon mattino, onde la gente avesse potuto uscire -al lavoro della campagna<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. Provvedeva anche il Camerlengo una Guardia -urbana notturna a cui erano i cittadini tenuti prestarsi. Si aumentava -questa di numero quando le vicine campagne erano infestate da qualche -forte compagnia di masnadieri, ed in questi casi erano alla stessa -chiamati i più valenti cacciatori, i quali nella nostra città non sono mai -mancati. Ottima istituzione! -</p> - -<p> -Nell’anno 1799 era questa andata in disuso e le antiche mura della -città, che tuttavia vi erano, in più luoghi erano maltrattate e davano -in essa un facile ingresso, perchè non se n’era più curato il mantenimento -che formava prima uno degli esiti comunali. Le circostanze del -tempo fecero conoscere la necessità di restaurarsi nel miglior modo possibile -que’ luoghi di esse ch’erano più danneggiati. Si tennero di nuovo -la notte chiuse le porte e si facevano girare per la città le pattuglie -notturne della Guardia civica. Di giorno poi delle quattro porte se ne -tenevano aperte due soltanto, cioè la Porta del Castello e la Porta di -Noja con essersi situato a ciascuna di esse un picchetto di Guardia civica. -Quella del Buccettolo e quella di S. Angelo, ora anche abbattute, -si tenevano chiuse. -</p> - -<p> -Fu tal provvedimento diretto ad impedire che sia di notte, sia di -<span class="pagenum" id="Page_a270">[a270]</span> -giorno fossero entrate nella città persone sospette di cattiva intenzione o -facinorose che avessero potuto perturbarla. Si venga ora e si giustifichi -la mania di distruggere le antiche mura e le porte delle città! Le sue -forti mura e le sue porte nell’anno 1799, per tralasciare i fatti più antichi, -salvarono la ricca città di Bari dal saccheggiamento tentato più -volte, e sempre in vano, dalle numerose torme armate de’ così detti suoi -casali. Tenga Dio sempre lontano il flagello delle rivoluzioni. Ma non -siamo stati noi forse testimonj di cotesti sconvolgimenti dopo una lunghissima -pace e perfetta tranquillità? La Storia serve ad istruire gli uomini, -<i>Præteritæ quippe res optima gerendarum rerum documenta sunt</i><a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. -</p> - -<p> -Nel rifarsi un tratto di muraglia vicino alla Porta del Castello avvenne -disgraziatamente che una parte di essa crollò. Rimasero sepolti sotto -le sue rovine cinque poveri muratori che vi travagliavano e caddero con -essa da su in giù. Avutone l’avviso accorsi subito sul luogo e trovai -molto popolo spettatore di sì lagrimevole disastro. Niuno però osava -muoversi a soccorrergli per la giusta tema che la rimanente muraglia -gli fosse caduta addosso. Sarebbero quindi quegl’infelici infallibilmente -periti. Avendo veduto che per incoraggiare gli astanti erano inutili le -parole e le persuasive, mi spinsi innanzi di botto e montando sull’alto -della breccia della caduta muraglia, cominciai colle mie mani a sbarazzar -le pietre che cuoprivano li cinque disgraziati muratori. -</p> - -<p> -Tanto bastò per vedermi seguito all’istante da cento altre persone. -In meno di un quarto d’ora le pietre rimasero sbarazzate e furono -tratti fuori li cinque muratori che sotto di esse stavano sepolti. Fortunatamente -si trovarono tutti viventi, benchè pesti chi più chi meno dalle -contusioni e dalle ferite riportate. Si prese cura di fargli diligentemente -medicare ed assistere dal Dottor Cerusico del luogo, e si ristabilirono -tutti perfettamente. È facile da ciò vedere che il discorso più eloquente -che si può tenere al popolo è il proprio esempio. -</p> - -<p> -In questo stato erano le cose della nostra città allora quando terminati -gli affari della Capitanata la colonna delle truppe Francesi spedita -nelle Puglie passò nella nostra Provincia. Il General <i>Broussier</i> succeduto -<span class="pagenum" id="Page_a271">[a271]</span> -nel comando di essa al General <i>Duhems</i> fissò il suo quartier generale -a Barletta, perchè le due prime città della stessa a sei miglia ciascuna -di distanza da Barletta, cioè Andria e Trani erano in armi preparate -a far resistenza ai Francesi. Era anche con lui il Conte di Ruvo -Ettore Carafa colla sua nascente legione, circostanza la quale lo rendeva -potentissimo. Non posso che compiangere la sua sorte infelice, ma debbo -rendere omaggio alla santa verità. Non solo ei non mostrò alcun risentimento -coi Ruvestini; ma gli trattò anzi con benevolenza e cortesia. -Con vera nobiltà di pensare non mischiò punto nelle cose pubbliche il -privato interesse o risentimento. -</p> - -<p> -Mi recò una giusta sorpresa l’aver letto nella Storia dell’Italia di -Carlo Botta che il Conte di Ruvo abbia fatta allora incendiare dai Francesi -la città d’Andria sua patria, perchè ivi era nato, ed ivi era stato -anche allevato nella sua fanciullezza. Ma non può meritare veruna scusa -il vedersi replicata la stessa cosa in una Storia del nostro Regno pubblicata -dopo da uno Scrittore Napolitano. A quest’ultimo che non era -Forestiere come Carlo Botta fa molto torto l’aver ciarlato tanto de’ fatti -avvenuti nell’anno 1799 specialmente nella Provincia di Bari, senz’avergli -conosciuti e senz’aversi data la pena d’informarsene prima con -esattezza da quelle persone che gli conoscevano. -</p> - -<p> -Rispetto dunque al disastro sofferto dalla città di Andria è da sapersi -che la risoluzione presa da quella Popolazione di levarsi in armi -e resistere ai Francesi fu vie più fomentata dall’arrivo di alcune centinaja -di uomini armati de’ casali di Bari che ivi si recarono per rinforzarla. -Il Conte di Ruvo che prevedeva le conseguenze che ne sarebbero da -ciò derivate fece tutto il possibile per acchetare quella città fino ad -esporre la propria vita. Sono stato assicurato da persone ch’erano presso -di lui e dagli Andriesi istessi che si portò fin anche solo a cavallo fin -sotto le mura di Andria per parlare a quelli abitanti, e ne fu corrisposto -a colpi di fucilate tirate sia dai cittadini istessi, sia dagli ospiti -<i>casalini</i> ivi sopraggiunti, i quali niuno interesse avevano alla salvezza -di quella città. -</p> - -<p> -Or qualunque voglia credersi l’effetto che il Conte di Ruvo avrebbe -potuto augurarsi da cotesto tentativo con una popolazione sollevata e -<span class="pagenum" id="Page_a272">[a272]</span> -decisa a resistere, bisogna convenire che non si sarebbe certamente esposto -di persona a tanto rischio, senza che il di lui animo fosse stato riscaldato -dall’amore della sua patria, e da un desiderio di salvarla così potente -che non gli fece punto calcolare il pericolo della sua mossa<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>. -Lo confermano ciò vie più i fatti che sussieguono. -</p> - -<p> -Il Generale <i>Broussier</i> si recò di persona ad attaccare la città di Andria; -ma si mostrò in quel rincontro o molto poco previdente o molto -poco esperto nell’arte della guerra. Era allora la città suddetta circondata -dalle sue antiche mura piene per tutti i lati di feritoje, ma -<span class="pagenum" id="Page_a273">[a273]</span> -troppo deboli contro la forza dell’artiglieria. Partito il Generale suddetto -da Barletta colle sue truppe dopo la mezza notte, si trovò in -faccia alla città suddetta all’alba del dì 23 Marzo 1799. Avvertito dagli -<span class="pagenum" id="Page_a274">[a274]</span> -Andriesi l’arrivo del nemico, tutte le campane cominciarono a suonare -a stormo, e la gente armata ch’era tutta al di dentro si distribuì -dietro la intera muraglia e prese posto alle feritoje già dette. -</p> - -<p> -Le porte della città non erano munite nè di fossati, nè di ponti -levatoj, ma erano al piano ed accessibili. Il modo regolare quindi di -attaccarla sarebbe stato quello di fracassare alcuna delle porte ch’erano -chiuse, o far cadere qualche pezzo della vecchia e debole muraglia a -colpi dell’artiglieria, e poi far avanzare la truppa all’assalto. Ma il Generale -suddetto, mentre le porte erano serrate, e non aveva pensato -neppure a far preparare e condurre seco le scale da Barletta per potersi -assaltare le muraglie, contro tutte le regole dell’arte della guerra -fece avanzar la truppa in colonna contro la porta principale della città -detta <i>porta del castello</i> che mena a Trani. -</p> - -<p> -Avevano gli Andriesi un solo cannone ottenuto dai Tranesi, e situato -alla porta suddetta. La prima scarica di esso fatta a metraglia da -un abile artigliere fece molto danno nelle file della colonna nemica che -si spingeva innanzi senza una conveniente precauzione. Una seconda scarica -a palla smontò un pezzo di artiglieria di campagna ch’era alla testa -della colonna suddetta. Giunta questa vicino alle muraglie a tiro -di fucile, si divise per circondare anche gli altri lati della città. Cominciò -allora un fuoco terribile colle continue scariche che partivano -dalle feritoje delle muraglie, il quale durò circa due ore con gran disuguaglianza. -Non tutti gli aggressori avevano potuto avere la opportunità -di prender posto dietro sicuri ripari. Non pochi di essi erano rimasti -esposti a petto scoverto alle fucilate, mentre gli aggrediti appostati dietro -la muraglia non potevano essere offesi in verun modo dal fuoco perfettamente -inutile della fucileria Francese. Durò cotesto cattivo giuoco -<span class="pagenum" id="Page_a275">[a275]</span> -fino a che li Guastatori Francesi appressatisi sotto una grandine di palle -alla già detta porta principale della città riuscirono a romperla non senza -molto stento a colpi di scuri, e fecero entrare in essa la truppa. -</p> - -<p> -L’errore imperdonabile del Generale cagionò la perdita di parecchi -soldati ed uffiziali, e fu giustamente ed acremente censurato non -solo dagli uomini di guerra, ma anche da chiunque non mancava di -senso comune. Intanto anche dopo entrata la truppa nella città incontrò -una viva e coraggiosa resistenza, la quale alla fine riuscì inutile -contro una forza assai superiore di numero bene agguerrita e padrona -già di tutti i mezzi di distruzione<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. -</p> - -<p> -In questo rincontro il Conte di Ruvo intercedè, pregò e si gittò -finanche ginocchioni innanzi al General <i>Broussier</i> per potere salvare la -città almeno dall’incendio; ma fu tutto inutile. Si mostrò costui inesorabile, -perchè irritatissimo dalla perdita fatta della sua gente causata per -altro dalla sua poca avvedutezza e previdenza. Si seppe inoltre che il -Conte di Ruvo indignato di cotesta sua durezza spinse contro di lui un -rapporto, il quale produsse l’effetto che il Generale suddetto fu richiamato -dal comando delle truppe spedite nelle Puglie. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a276">[a276]</span> -</p> - -<p> -Sono questi i veri fatti. Io che mi trovava allora in quella Provincia -posso parlarne assai meglio di Botta che scrisse su gli altrui fallaci -rapporti, e di chiunque altro ha replicato come un pappagallo ciò -che da Botta si è detto. Questi fatti gli ho saputi da persone degne -di fede che si trovarono presenti ai medesimi, dagli stessi Andriesi, -e dalla pubblica voce che gli rese notorj alla intera Provincia. Si lasci -dunque in pace un disgraziato defunto, al quale tutt’altro può essere -imputabile che l’incendio della sua patria. -</p> - -<p> -Del resto si è voluto anche esagerare il danno sofferto da quella -città, mentre ho tutta la ragione dì compiacermi di quelle propizie circostanze -che concorsero a diminuirlo. L’incendio non potè prender piede -per essere opportunamente sopraggiunta una dirotta pioggia. Il massimo -numero degli abitanti fu salvo primo perchè moltissimi di essi rifuggirono -sotto la protezione del Conte di Ruvo nel suo ampio e grandioso -Palagio Ducale rispettato dalla soldatesca furibonda sparsa per la città<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>: -secondo perchè si nascose nelle grotte sotterranee, che in essa vi -sono mentovate dal Pontano nel luogo riportato nel capo I pag. 26. -</p> - -<p> -Gli effetti li più preziosi de’ cittadini furono salvati coll’esser stati -nascosti o in quelle stesse grotte ignote ai Francesi, o nelle campagne -ov’erano stati precedentemente trasportati dai più ricchi possidenti che -avevano preveduto quel disastro che venne la detta città a soffrire. D’altronde -il saccheggiamento degli altri effetti meno preziosi rimasti nelle -case non durò che poche ore. Le premurose insistenze del Conte di Ruvo, -che riscuoteva dai Francesi tutto il riguardo per la sua illustre condizione -pe’ suoi talenti e pe ’l suo sommo coraggio, fecero sì che il -General <i>Broussier</i> il giorno istesso colle sue truppe se ne ritornò a Barletta. -Il che diè anche l’agio agli abitanti di uscire dai loro nascondigli -ed occuparsi di proposito a finire di estinguere l’incendio, il quale -fece perciò pochissimo danno. Un buon numero in fine degli uccisi dal -<span class="pagenum" id="Page_a277">[a277]</span> -furore de’ soldati entrati colle armi alla mano fu, per quanto mi venne -riferito, della gente venuta dai casali di Bari, a cui non erano noti tampoco -i detti nascondigli, e quindi non le fu facile sottrarsi alla strage -che susseguì alla presa della città. -</p> - -<p> -Ben diversa però fu la sorte della povera città di Trani espugnata -dopo l’affare di Andria. Era assai più imponente l’apparato di guerra -che la stessa ostentava. Le sue mura ed i suoi bastioni che stavano in -buono stato erano circondati da un largo e profondo fossato, e muniti -di circa trenta pezzi di artiglierie di diverso calibro. Si erano presi -questi dal suo antico castello, ove si tenevano in deposito sotto la custodia -di pochi soldati invalidi. Cosa però valgono i cannoni quando -mancano gli uomini che possano sostenergli? -</p> - -<p> -Cotesto apparato intanto e la trista sperienza fatta nell’attacco di -Andria posero il General <i>Broussier</i> in molta prevenzione, e lo resero più -cauto. Quindi la città di Trani fu attaccata con tutte le regole dell’arte -della guerra. Furono presi dal castello di Barletta quattro pezzi di grossa -artiglieria, coi quali fu piantata una batteria contro la porta della città -che guarda l’occidente sulla strada di Barletta. Contro l’altra porta che -guarda l’oriente detta la <i>porta di Bisceglia</i> furono situati gli obizzi che -lanciavano nella città qualche granata per dar terrore, giacchè non avevano -i Francesi larga provvisione di questi projettili. -</p> - -<p> -Poco o nulla però fu l’effetto della batteria de’ cannoni. Era la -stessa situata a lunga distanza dalla muraglia per la seguente ragione. -Vi è da quel lato fuori della città ad una certa distanza l’antico castello. -Ove dunque la batteria suddetta si fosse più ravvicinata alla città, -sarebbe stata colpita di lato e smontata dai cannoni del castello. -Cotesta batteria dunque tirava solo per far rumore, e per bucare le -case adiacenti alla porta contro la quale era piantata. -</p> - -<p> -Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria -della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e meridionale -della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul mare, e ’l -lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco il castello. Si -era appostata dietro le case che stavano fuori della città, e dietro i parieti -de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo tiro di fucile. Mentre -<span class="pagenum" id="Page_a278">[a278]</span> -a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della Piazza, incomodava -moltissimo coloro che la difendevano colle continue scariche di fucileria. -Teneva inoltre pronte le scale trasportate da Barletta a bella posta -per poter montare all’assalto quando fosse giunto il momento opportuno. -</p> - -<p> -In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che -sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi fosse -stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito che -gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo tiro -di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere davano -un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che formava il -massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non assuefatta -a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al terzo giorno -dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale alla crudeltà, -ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più illustri cittadini. Tutti -i marinari fuggirono al porto, ove tenevano maliziosamente pronte le -barche per poter prendere il largo, e lasciare al macello i loro compagni -d’armi. -</p> - -<p> -La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari, -ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente -l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di continuare -la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata e coraggiosa. -Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti vedendo -cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente, dubitarono -da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi a loro danno -per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle muraglie. Essendosi -però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero ne’ fossati, si appressarono -alle stesse, appoggiarono le scale, ed entrarono nella città a loro -bell’agio, senza quella resistenza che si è spacciata da chi ha scritto non -bene informato delle cose, e senza che cotesta tranquillissima scalata -fosse costata la perdita di un solo uomo. -</p> - -<p> -Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura -de’ marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la via -del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate, le quali -si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire che fossero essi -<span class="pagenum" id="Page_a279">[a279]</span> -scappati sui loro piccioli navigli detti <i>paranze</i>. Il vento però gli favorì -e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere il largo colle loro famiglie, -e col meglio che poterono trasportarsi. Molti però di essi avendo -avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati in luoghi non lontani da -Trani, furono colti dai Francesi ch’erano padroni del litorale e moschettati -a centinaja come vili conigli. Quella strage rese in Trani per -lunghi anni meno numerosa la gente di mare. -</p> - -<p> -Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria e -della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la Piazza -con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura nulla avevano -sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho parlato<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>. Quando -anche non fosse stato possibile continuarsi la resistenza, si avrebbe -potuto ottenere facilmente una vantaggiosa capitolazione. I Francesi entrati -nel Regno nell’anno 1799 non erano molti. Non volevano quindi perder -gente, e non s’impegnavano a superar colla forza e collo spargimento -del sangue ciò che potevano combinare colle trattative. Se i detti -marinari quindi avessero tenuto fermo il piede e non fossero vilmente -fuggiti, non sarebbero certamente i Francesi entrati in Trani colle armi -alla mano. -</p> - -<p> -Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento -che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, -la quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì -dai Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da -un vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse -in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo -Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo spietato -<span class="pagenum" id="Page_a280">[a280]</span> -e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva guardarsi -quella infelice città senza versar lagrime di amarezza. -</p> - -<p> -In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere accolte -molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città. Molte -altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di danaro -di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il massimo -bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri dalla nostra -città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli fiamme -ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale era a -vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si erano cooperati -a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro. -</p> - -<p> -Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo tranquillamente -quel cangiamento di Governo che le circostanze del tempo -e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un tal cangiamento -però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci sofferti -nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno. Quelli che stavano -nella nostra Provincia essendo stati per tal causa richiamati frettolosamente -in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad una contribuzione -di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu questo per altro -il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto. Caduto ben presto -il Governo Repubblicano istallato dai Francesi, si ritornò sotto la -dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con perfetta calma e tranquillità, -e senza il minimo disordine. Abituato di nuovo il Popolo Ruvestino -al buon ordine ed ammaestrato anche dagli avvenimenti precorsi, -serbò quel contegno laudabile ch’era a desiderarsi. -</p> - -<p> -Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte, -si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria -e ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente -parlato nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale -si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione -delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste -formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e -rese impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo -<span class="pagenum" id="Page_a281">[a281]</span> -sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra slogate -o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo inconveniente -qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più -luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di -tutti gli abitanti. -</p> - -<p> -La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva -permesso per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un -punto che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco -Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico -parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini -in esso intervenuti. <i>Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima -salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza di altre -Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e delizioso -lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo la sventura -che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla succidezza -enorme delle strade della città di estate e d’inverno per le acque che ristagnano -in varie lagune. Quindi si corrompono e putrefanno, ristagno -che deriva dalla cattiva struttura delle selciate. Da questa cagione reale -ed effettiva ne avvengono le malattie non meno nella stagione di està e -di autunno, che quasi di continuo in tutto il corso dell’anno, e ad evidenza -si scorge che dopo minuta pioggia, spirando i venti australi ed -umidi, si rende l’aere talmente infetto dal lezzo ch’esala dal mezzo delle -strade ove tali acque putride ristagnano, che non vi ha persona la quale -non va afflitta da dolori nella vita, conseguenza vera della respirata -aria mal sana, e quindi non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera.</i> -</p> - -<p> -Quindi nel parlamento suddetto furono proposti e presi gli espedienti -per la formazione delle nuove selciate colla imposizione di un -novello carico sulle gabelle civiche. Perchè la cosa fosse ben riuscita e -lo scolo delle acque piovane avesse avuto un regolare declivio che ne -avesse impedito il ristagno, ne fu formato il piano dall’architetto da me -proposto fu D. Ignazio Stile, quanto valente specialmente nella Scienza -idraulica, altrettanto onesto. Cotesta operazione però esigeva una spesa -fortissima perchè si trattava di rinnovare per lo intero le selciate della -<span class="pagenum" id="Page_a282">[a282]</span> -città. Coi mezzi ordinarj sarebbe andata la cosa molto a lungo e sarebbe -forse rimasta anche non compiuta. Il notabile aumento d’introito che -la cassa comunale venne ad avere colla transazione dell’anno 1805 e -coll’essersi indi guadagnata anche la causa della difesa, accelerò cotesto -segnalato beneficio che quella Popolazione lo deve al zelo ed al disinteresse -di que’ pochi, ma bravi cittadini che presero a petto loro la -difesa di quelle cause che hanno prodotto tanto vantaggio. -</p> - -<p> -Ecco come le strade interne della nostra città si vedono ora lastricate -di belle e grandi pietre quadrate. È però quì d’avvertirsi per -lo futuro regolamento che le pietre che si cavano nella nostra Provincia -ed in conseguenza anche a Ruvo, mentre son atte a qualunque lavoro, -non hanno però molta durezza. Quindi le selciate delle nuove -strade interne formate in Ruvo si videro ben presto approfondate dalle -ruote delle vetture. Grandissimo è il numero di esse ch’entra nella città -e batte di continuo le strade suddette per lo trasporto della immensa -quantità de’ generi che si raccolgono nel suo vasto territorio, e di tutte -le altre cose che bisognano all’uso della vita. -</p> - -<p> -Nel sito quindi del passaggio delle ruote si pensò sostituire una -linea di pietre assai più dure, le quali avessero potuto opporre una -maggior resistenza alla impressione di esse. Si trova anche nel territorio -di Ruvo un’altra qualità di pietra che porta il nome di <i>pietra livida</i> -dal suo colore piombino. Gli Architetti Napolitani addetti alle -strade Provinciali che l’hanno osservata assicurano che supera la stessa -in durezza le pietre delle lave del Vesuvio dette <i>basoli</i>, delle quali sono -lastricate le strade di Napoli. Si trova la pietra suddetta nella contrada -di <i>S. Lucia</i>. Io ne ho molta nel mio fondo denominato il <i>Parco del Conte</i> -ed accordai al Sindaco il permesso di farne tagliare quanta ne avesse -voluta per valersene all’uopo, come fu eseguito. -</p> - -<p> -Nell’autunno dell’anno 1805 mi toccò fare un viaggio in Ispagna -per trattare un rilevante affare. Mi trovava a Madrid allora che fu data -la celebre battaglia navale di <i>Trafalgar</i> nella quale perderono la vita -tanto il famoso Ammiraglio della Squadra Inglese <i>Nelson</i>, quanto quello -della Squadra Spagnuola <i>Gravina</i> ch’era Siciliano ed anche valentissimo -uomo di mare. Venni ivi a conoscere che il nostro Regno si trovava -<span class="pagenum" id="Page_a283">[a283]</span> -compromesso in una nuova guerra colla Francia. Cercai quindi di accelerare -il mio ritorno in Napoli. -</p> - -<p> -Giunto quì trovai il Paese nella massima trepidazione. Non tardò -molto e si ebbero sicure notizie che una poderosa armata Francese era -in marcia a questa volta. Il Re Ferdinando rimasto solo dagl’Inglesi -e dai Russi ch’erano quì sbarcati, ed indi furono obbligati a partire -dalla forza degli avvenimenti seguiti nella Germania, prese la risoluzione -di ritirarsi nella Sicilia. Memore della terribile anarchia che si -era quì suscitata nell’anno 1799 dopo la partenza del Re, non posi -tempo in mezzo. Nel giorno istesso della partenza del Re fissai una -carrozza, e ’l dì seguente partii per Ruvo col mio fratello Giulio, -onde attendere ivi il risultamento delle cose. Mi determinai a questa -mossa perchè calcolai ch’era quello il luogo di maggior tranquillità per -me in mezzo ad una popolazione buona, ed a me attaccata. -</p> - -<p> -Vidi per la strada che la notizia già precorsa della partenza del -Re aveva resi gli animi delle Popolazioni titubanti, ed inquieti. Giunto -nella nostra Provincia ebbi a convincermi che la sperienza del passato -è una grande scuola per gli uomini. Divulgata appena la notizia -della partenza del Re, tutte le città cominciando da Trani ch’era allora -il capoluogo, per proprio impulso, e senz’attenderne neppure la -permissione del Preside ch’era allora il Capo Politico della Provincia -suddetta, posero in piedi una imponente Guardia civica, onde prevenire -qualunque perturbazione dell’ordine pubblico. Anzi i Magistrati -istessi del Tribunale di Trani che avevano più degli altri motivo di temere -un sommovimento di tanti carcerati che ivi vi erano, furono i più -attivi e zelanti nell’organizzarla. -</p> - -<p> -Si fece lo stesso anche a Ruvo; ma in verità non ve ne sarebbe -stato neppur bisogno. Serbò quella Popolazione in tale occasione tanta -tranquillità e buon ordine che ben posso dire di non esservi stato neppure -un solo che avesse mostrata cattiva intenzione. In mezzo a quella -commozione generale ch’era inseparabile da un cangiamento di Governo, -non ebbe a notarsi qualunque minimo inconveniente. Fu quindi quello -per me veramente un tempo di ozio letterario. Stabilito il nuovo Governo, -e sedata quell’agitazione che aveva prodotta l’ingresso dell’armata -<span class="pagenum" id="Page_a284">[a284]</span> -Francese nel Regno, mi ritirai in Napoli per continuare l’esercizio -dell’Avvocheria. -</p> - -<p> -Passando ora alle novità che nella nostra città ebbero luogo per -effetto del nuovo ordine di cose quì introdotto, vi erano in Ruvo tre -Conventi di Frati, cioè uno de’ PP. Domenicani, l’altro di Cappuccini, -e l’altro de’ Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo di cui -ho parlato innanzi nel Capo VI<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>. Il primo di essi dal nuovo Governo -fu soppresso perchè era ricco. Il secondo lo fu del pari, poichè -coi nuovi regolamenti introdotti era incompatibile che due conventi di -Frati mendicanti fossero rimasti a carico dello stesso Comune. Si è ora -ricreduto da queste vedute, ed i Cappuccini sono ritornati di nuovo in -Ruvo. -</p> - -<p> -Li PP. Domenicani avevano un bel convento, ed una magnifica -Chiesa fuori dell’abitato al largo della Porta di Noja. Il convento rimasto -per alcuni anni in amministrazione nelle mani vandaliche degli -Agenti Demaniali ne rimase non poco maltrattato. Fu dappoi dal Governo -Militare donato una colla Chiesa al Comune di Ruvo, e l’Amministrazione -municipale cominciò a prenderne qualche cura. Ritraeva -dai membri di esso una picciola rendita, poichè la massima parte dell’edificio -serviva per quartiere ad una Brigata di Gendarmeria a cavallo -stabilita in quella città. In quanto alla Chiesa, una delle Confraternite -di detta città sotto il titolo di <i>S. Maria della Purificazione</i> ebbe il -permesso di passare dalla Chiesa di S. Luca, ove prima era stabilita, -a quella assai più grandiosa de’ soppressi Domenicani con essersi incaricata -di mantenerla, come la mantenne con quella decenza ch’era conveniente. -</p> - -<p> -Vi sono nella città di Ruvo varie pie Istituzioni, o siano <i>Monti</i> -destinati dalla volontà de’ fondatori a dare i sussidj ai poveri. Coteste -Istituzioni mentre onorano moltissimo lo spirito di carità de’ nostri antenati, -davano anche larghi mezzi per potersi soccorrere la misera gente, -specialmente nel tempo che le dirotte piogge, e le copiose nevi -<span class="pagenum" id="Page_a285">[a285]</span> -impediscono alla stessa di guadagnare il proprio vitto col lavoro della -campagna. Dai nuovi regolamenti Francesi furono introdotte tanto in -Napoli che nelle Provincie le <i>Commissioni di Pubblica Beneficenza</i>. Lo -scopo di cotesta novella Istituzione, per quanto a me pare, è stato -quello di riunire tutte le rendite provvenienti dalle pie disposizioni di -questa natura in una sola massa, e disporre di esse in quel modo che -si crede conveniente al bene ed al bisogno generale della Provincia, non -già al sollievo de’ poveri di que’ luoghi soltanto ove tali pie fondazioni -si trovano ordinate. -</p> - -<p> -Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto -l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione -che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti. -Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo -che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi che -alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non sarò -mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di designate -persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere invertite -a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione ed estranee -alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi convinto di valere -ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro, i quali sulla roba -che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi avevano pieno dritto -di disporre di essa a favore di quelle persone o di quella classe di persone -ch’erano loro più predilette. -</p> - -<p> -Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve -peso, si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli. -Dimando se cotesta <i>Pubblica Beneficenza</i> è valuta per la nostra città -quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri antenati? -Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali potrebbero -forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla Storia. Non posso -però tradire la mia piena convinzione che i poveri della mia patria ne -hanno riportato da cotesto novello ordine di cose un positivo discapito. -È ciò inevitabile quando alla legge imposta dai fondatori di coteste pie -istituzioni vien sostituito l’arbitrio di coloro che ne prendono ingerenza. -Li poveri di Ruvo certamente anderebbero assai male se nelle loro maggiori -<span class="pagenum" id="Page_a286">[a286]</span> -urgenze non fossero soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj -spesse volte suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della -necessità, poichè la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi -il calcolo vero, ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla -considerazione del Governo. -</p> - -<p> -Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle -delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ <i>bruchi</i>. In conseguenza -anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi per -essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di agosto dell’anno -suddetto, e devastato fino all’anno 1813. -</p> - -<p> -Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera. -Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa -l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle già -dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni saldi specialmente -delle murge, si univano e marciavano in colonne ben compatte -di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi per i quali -passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati di qualunque -specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano seminati, -gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si fosse adoperata -la falce. -</p> - -<p> -Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi, -senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino -incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche un -edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e si gittavano -indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno, s’immergevano -in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano questi -di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una colonna -di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione, qual resistenza -se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo nel mezzo -di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato dal -movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la formavano. -</p> - -<p> -Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure -che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la -forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli moscherini -<span class="pagenum" id="Page_a287">[a287]</span> -divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a formare -oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la campagna, -ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti divorando -le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e rodendo non -solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi. -</p> - -<p> -La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. -Ne rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni. -Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener -chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si -cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini. -</p> - -<p> -Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni -afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria, e comprometteva -finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli espedienti -escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi furono anche -diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di quel tempo tanto -relativamente alle operazioni da farsi per conseguire quest’oggetto, quanto -per la esazione e ripartizione tra i proprietarj de’ fondi rustici della -spesa non lieve che queste esigevano. Era però la cosa per se stessa -assai malagevole. -</p> - -<p> -Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi -coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane -per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano -messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una quantità -ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo alle masse -immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini che sarebbe convenuto -distruggere. Mancavano le braccia sufficienti all’uopo. Mancava -anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima che si fossero resi -alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna. -</p> - -<p> -Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano -sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe, -e distruggendole prima della <i>fetazione</i>. Con tal misura generalmente presa -si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo. Ma -non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita all’attenzione -di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello che tenga -<span class="pagenum" id="Page_a288">[a288]</span> -Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato per anni ed -anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse concorsa a liberarcene. -</p> - -<p> -Nella està dell’anno 1813 dopo che le locuste suddette avevano -messe già le ali, e prima che fosse giunto il tempo in cui deponevano -le uova perforando il terreno, surse un vento impetuosissimo di -libeccio che le sospinse sul mare Adriatico, ove rimasero sommerse. Si -osservò che i pesci i quali si erano di esse cibati divenivano tanto fetidi -che non si potevano mangiare. -</p> - -<p> -Nell’anno 1809 cessai dalle funzioni di Avvocato della nostra città -perchè venni obbligato ad assumere una carica di Magistratura da me -non ambita e non dimandata, perchè era ben contento del rango a cui -era giunto nell’Avvocheria e della fortuna che in tal carriera mi aveva -assicurata. Non lasciai perciò di prestarmi a tutto ciò ch’era conducente -al bene della mia Patria tutte le volte che ne venni richiesto. Ciò che -fu da me operato perchè non fosse rimasto soppresso il Vescovado di -Ruvo l’ho detto innanzi nel capo VII. Richiamò inoltre la mia attenzione -un articolo dell’ultimo Concordato colla S. Sede che doveva mandarsi -in esecuzione. -</p> - -<p> -Si trovava in esso stabilito che in ciascuna Diocesi si doveva formare -la dotazione per un Seminario. Riflettei che la Diocesi di Ruvo -non si estende al di là delle mura della città. Ove quindi si fosse venuto -a fondare in Ruvo quel Seminario che per tal ragione non vi è -stato mai, avrebbe potuto avere tutto al più otto o dieci alunni. Riflettei -inoltre che nella città di Bitonto si trovava già fondato un Seminario. -Dipendendo quindi ambe le Diocesi dallo stesso Vescovo, il Seminario -di Bitonto avrebbe potuto essere opportuno anche per i giovani -Ruvestini avviati al Chericato. -</p> - -<p> -Per altro lato ho sempre opinato che la soverchia moltiplicazione -de’ Seminarj non è di veruna utilità, attesa la somma difficoltà di aversi -buoni Maestri, specialmente di Belle Lettere, de’ quali vi è gran penuria. -Se in vece di tanti Seminarj Diocesani venissero a stabilirsi in -ciascuna Provincia due o tre Seminarj Provinciali, colla riunione delle -rendite de’ diversi Seminarj Diocesani si potrebbero avere a tal modo -<span class="pagenum" id="Page_a289">[a289]</span> -per la educazione della Gioventù di tutte le Diocesi Seminarj fondati -con maggior nerbo e provveduti di buoni Maestri, de’ quali non è facile -averne quanti se ne vogliono. -</p> - -<p> -Questi riflessi mi suggerirono la idea che nella esecuzione del precitato -articolo del Concordato sarebbe stata cosa utilissima per la nostra -città se in luogo del Seminario si fosse ottenuto lo stabilimento di una -Casa de’ PP. delle Scuole Pie. Considerai che sarebbe stato ciò conducente -alla istruzione non solo de’ Cherici, ma anche di tutta la Gioventù -Ruvestina. Che la nostra città produceva talenti elevatissimi, i quali si -perdevano per la mancanza delle scuole. Che quindi si sarebbe venuto -a fare molto guadagno se si fossero ivi stabilite le scuole pubbliche regolate -da Uomini rispettabili e versati nella istituzione ed educazione -della Gioventù. -</p> - -<p> -La mia idea piacque a tutte le persone sensate, e venne accolta -anche con fervore dal Decurionato che la secondò energicamente. Fu -quindi determinato che ove ciò si fosse ottenuto, il Convento e la Chiesa -de’ soppressi Domenicani che la nostra città teneva in dono dal Governo, -sarebbe rimasta ceduta ai PP. delle Scuole Pie che sarebbero venuti -ivi a stabilirsi. Dopo ciò ne fu dalla nostra città rassegnata al Re -l’analoga dimanda ragionata. Il Sindaco in nome del Decurionato mi -scrisse con calore che l’avessi portata innanzi come venne da me eseguito, -non senza però avere incontrato un forte ostacolo per le circostanze -che passo ad esporre. -</p> - -<p> -Erano incaricati della esecuzione del Concordato suddetto per parte -del Re S. E. il fu Sig. Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di -Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, e per parte della Corte -di Roma Monsignor D. Alessandro Giustiniani Nunzio allora Apostolico, -ed indi Cardinale. Rimessa ad entrambi la supplica rassegnata al -Re dalla nostra città, il primo pensando da Filosofo gustò molto bene -il progetto con essa proposto. Il secondo però si atteneva strettamente -alla lettera del Concordato, e voleva in ogni conto in Ruvo un Seminario. -Nè fu possibile rimuoverlo da questa idea a cui rimase fermamente -attaccato. -</p> - -<p> -Il Sig. Marchese Tommasi aveva molta bontà per me. Era inoltre -<span class="pagenum" id="Page_a290">[a290]</span> -persuaso che io cercava unicamente il bene della mia Patria, e che niun -altro poteva essere al caso di calcolare più, e meglio di me ciò che -sarebbe stato per la stessa di maggiore utilità. Mi riuscì trarlo nell’impegno -positivo di far valere il suo avviso, benchè contraddetto da Monsignor -Nunzio. Quindi per opra sua rimase il Re pienamente convinto -che la nostra dimanda era meritevole di favore, e si degnò scrivere di -proprio pugno una lettera al S. Padre, colla quale lo pregò a prestare -il suo consenso che in luogo del Seminario si fosse in Ruvo stabilita -una Casa de’ PP. delle Scuole Pie. -</p> - -<p> -Avendo Sua Santità benignamente aderito a tal richiesta ch’era -partita da una mano così alta, fu Monsignor Nunzio obbligato ad acchetarsi. -Quindi lo stabilimento di una Casa de’ PP. delle Scuole Pie -nella città di Ruvo venne ordinato con Real Rescritto del dì 12 Ottobre -1819, ed indi confermato con Real Decreto del dì 20 aprile 1820 -relativo allo stabilimento di alcuni Conventi, e Case Religiose ne’ Reali -Dominj al di qua del Faro. -</p> - -<p> -Parve però che Monsignor Nunzio fosse rimasto in certo modo piccato -di essersi ciò ottenuto senza il di lui concorso. Diè un argomento -del suo mal’umore allora che si venne a fissare la dotazione della Casa -suddetta da stabilirsi a Ruvo. Ei che non aveva mostrata mai stitichezza -nella dotazione de’ Conventi che si andavano a rimettere per la esecuzione -del detto Concordato, al Convento delle Scuole Pie di Ruvo non -voleva dar altro che l’annua rendita di circa ducati novecento che si -ritraeva da diversi fondi demaniali rimasti ivi disponibili. Valeva però -ciò lo stesso che rendere inutile la grazia ottenuta, perchè con annui -ducati novecento non avrebbe potuto certamente sussistere una comunità -di tal fatta. -</p> - -<p> -Il Marchese Tommasi che voleva evitare di portar più oltre anche -questo articolo subalterno, m’insinuò che avessi praticati degli uffizj -presso Monsignor Nunzio, e per valermi delle sue precise espressioni, -che gli avessi dato anche del fumo. Non tardai ad eseguirlo, e valga -il vero ricevei da lui un’accoglienza la più cortese gentile ed obbligante. -Lo pregai caldamente per una competente dotazione, e gli dissi -che dalle sue mani attendeva la nostra città il compimento di un’opra -<span class="pagenum" id="Page_a291">[a291]</span> -così santa. Ei rimase molto soddisfatto di questa parte. Dopo pochi -giorni venne tutto ultimato. Con Real Rescritto del dì 3 Giugno 1820 -la Casa de’ PP. delle Scuole Pie di Ruvo ricevè una dotazione non solo -conveniente, ma anche comoda, poichè i beni fondi alla stessa assegnati -essendo stati migliorati, e venendo amministrati con quell’avvedutezza, -ed accorgimento che mancava agli Agenti demaniali, hanno dato anche -un notabile aumento di rendita. -</p> - -<p> -Non debbo quì defraudare di quella laude che gli è dovuta il Sig. -Primicerio D. Domenico Chieco di cui ho fatta innanzi anche onorevole -menzione. Era egli in quel tempo Vicario di Monsignor Manieri Vescovo -di Ruvo e di Bitonto. Ei spiegò tutto il zelo, ed energia nel secondare -con tutti i mezzi ch’erano nel suo potere cotesta operazione utilissima -alla comune Patria. Venne la stessa appoggiata solidamente dai -rapporti fatti al Ministero da Monsignor Vescovo. Questo zelo lo serbò -fino all’ultimo, poichè dopo ottenuto l’intento si occupò ben anche a -far restaurare, e preparare il già detto Convento de’ soppressi Domenicani -ove i PP. delle Scuole Pie vennero a stabilirsi. -</p> - -<p> -Ecco come si trovano essi stabiliti in Ruvo. Non può lodarsi abbastanza -il zelo col quale si occupano ad istruire la Gioventù Ruvestina -nelle Lettere, ed allevarla nelle Pratiche religiose. Ho però da essi -inteso con positivo rancore, ed indignazione che vi sono (salva la pace -de’ buoni) taluni genitori, li quali non s’incaricano punto d’informarsi -neppure da essi della condotta, e del profitto de’ loro figliuoli!!! Miserabili! -A tal modo valutano il segnalato beneficio che hanno ricevuto? -I genitori però che non curano la buona riuscita de’ loro figliuoli sono -maledetti da Dio, e disprezzati dagli uomini. -</p> - -<p> -Verso la stessa epoca ebbi anche la occasione di occuparmi di un -altro articolo interessantissimo per la nostra città. Tra gli esiti messi -a carico di quel Comune nello stato discusso, o sia <i>budjet</i>, vi è quello -di annui ducati mille circa per la formazione delle strade Provinciali. -Più di ogni altro luogo aveva la nostra città bisogno di esse. Li due -tratti di strada specialmente da Corato a Ruvo, e da Ruvo a Terlizzi -frequentati per necessità più di tutti gli altri, si erano resi tanto orribili -che superavano la immaginazione. Non erano più trafficabili senza -<span class="pagenum" id="Page_a292">[a292]</span> -grandissimo disagio, ed anche senza pericolo nè colla vettura, nè a -cavallo, nè a piedi. -</p> - -<p> -Intanto mentre li tre Comuni di Ruvo di Corato e di Terlizzi -avevano versate somme rilevantissime per molti anni nella Cassa delle -strade Provinciali, neppure un ducato si era speso ancora pe ’l loro -comodo! Vi era il progetto per la formazione di una nuova strada interna, -la quale cominciando da Canosa, e passando per Andria Corato -Ruvo Terlizzi e Bitonto andar doveva a Cisternino. Ma le carte -relative allo stesso si erano messe in oblio e servivano di pascolo alle -tignuole. -</p> - -<p> -Li Signori che componevano la Commissione delle opere pubbliche -di quella Provincia erano Baresi. Consisteva il loro zelo nell’adoperarsi -che tutte le nuove strade che si facevano a spese della Provincia fossero -cominciate dalla città di Bari, onde le loro Dame da qualunque -lato avessero voluto uscire a diporto in carrozza non fossero state incomodate -dalle scosse. Tutte le altre città della Provincia non le consideravano -altrimenti che come contribuenti per servire al loro comodo, -ed alla loro delizia! -</p> - -<p> -Fremevano di ciò principalmente i Ruvestini che messi in mezzo -a due tratti di strada precipitosissimi, ne risentivano un maggiore discapito. -Essendomi recato a Ruvo m’informò il Sindaco dell’intrigo che -vi era a Bari, e mi diè le più calde premure perchè mi fossi ivi recato -di persona per tenerne al Sig. Intendente della Provincia un discorso -positivo, ed efficace. Occupava allora quella carica il fu Sig. Conte -di Montaperto D. Gennaro Tocco de’ Principi di Montemiletto, uomo -di elevati e perspicacissimi talenti di belle cognizioni, e di rettissime -intenzioni. Era egli molto mio amico. Avendolo pienamente informato -di tutte le premesse circostanze, ne rimase fortemente penetrato. -</p> - -<p> -Quindi accogliendo la nostra dimanda ordinò definitivamente che senza -ulteriore ritardo si fosse messa mano alla strada suddetta da Canosa -a Cisternino, e nell’indicare i punti li più urgenti dai quali dovevano -cominciarsi i lavori, vi comprese principalmente il tratto di strada tra -Corato Ruvo e Terlizzi. Dietro l’efficaci disposizioni da lui date feci -assistere presso la Direzione de’ Ponti e Strade perchè si fosse messa -<span class="pagenum" id="Page_a293">[a293]</span> -mano all’opra come si fece. Cotesta nuova e bellissima strada che ha -rimpiazzata la via Trajana ora è compiuta. Il vantaggio che ne ha da -ciò riportato la nostra città è immenso. Oltre il comodo accesso che ora -vi è alla stessa, è venuta anche a rimanere accresciuta la sua ricchezza. -Cotesta strada facilita il commercio interno, lo smaltimento de’ prodotti -del suo vasto territorio, e ’l trasporto di essi alla marina per imbarcarsi, -il quale era per lo innanzi molto malagevole. Il passaggio -inoltre di una bella strada consolare trafficata di continuo porta sempre -un notabile guadagno ai luoghi che traversa. Si vedono ora in fine moltiplicate -in Ruvo anche le carrozze per le quali mancava prima una -strada praticabile, ed è questo anche un progresso nella civiltà. -</p> - -<p> -Non è quì a passarsi sotto silenzio un punto della detta nuova -strada veramente incantevole. In quel tratto di essa che mena da Corato -a Ruvo, la prima contrada che s’incontra dell’agro Ruvestino porta -il nome di <i>Bel luogo</i>, la quale era una delle cinque contrade che formavano -l’antico Demanio della città. <i>Respondent rebus nomina sæpe suis.</i> -È quello in vero il punto più bello e più gajo dell’agro Ruvestino, il -quale prima della formazione della novella strada era poco conosciuto -dagli stessi abitanti della nostra città. È questo elevatissimo, ed ha sottoposta -una ben larga e spaziosa vallata coverta di piantazioni e di -praterie, la quale termina alla marina, e diletta sommamente lo sguardo. -Domina inoltre tutte le belle città messe sul litorale dell’Adriatico -da Barletta a Bari. Un sito così delizioso che il decreto di Revertera -e di Guerrera dell’anno 1549 aveva condannato al pascolo delle bestie, -si vede ora coverto di belle e ridenti piantazioni e casine di campagna -che ne hanno accresciuto infinitamente il valore non meno che la -vaghezza. -</p> - -<p> -Anni indietro il nostro ottimo Sovrano Ferdinando II viaggiando -per le Puglie, e percorrendo la già detta novella strada di Canosa, si -compiacque di passare anche per la nostra città. Giunto al punto di <i>Bel -luogo</i> rimase talmente colpito dal magnifico colpo d’occhio che questo -gli presentava che fece fermare la sua carrozza per meglio comtemplarlo. -Chiamato indi a se il capo della Guardia urbana Ruvestina a cavallo -che aveva l’onore di scortare S. M. dai confini del nostro territorio, -<span class="pagenum" id="Page_a294">[a294]</span> -volle essere informato del nome di quel sito incantevole, e -de’ nomi di ciascuna delle sottoposte città della Marina ch’erano a -vista. Giunto indi a Ruvo ebbe la bontà di smontare dalla carrozza e -traversare la città a piedi seguito da tutta la popolazione giuliva, ed -esultante che l’era uscita incontro con aver lasciato in quel dì qualunque -lavoro, del che ne mostrò il Re espressamente una piena soddisfazione. -</p> - -<p> -Nel movimento costituzionale dell’anno 1820, malgrado la effervescenza -che vi era in altre convicine città, fu serbata in Ruvo la massima -tranquillità, e ’l più saggio contegno. Nè vi fu ivi alcuna novità -fino a che il Re colla sua proclamazione del dì 6 Luglio comunicata -alle Provincie per telegrafo venne a spiegare la sua intenzione. Furono -in quell’epoca richiamati alle bandiere tutti i soldati congedati. -Non vi fu un solo soldato Ruvestino che non avesse prontamente ubbidito, -o che vi fosse stato bisogno di condurlo colla forza. -</p> - -<p> -Molti di essi dopo il congedo ottenuto si erano ammogliati, ed -aveano procreati de’ figliuoli. Questa circostanza rendeva più pregevole -e valutabile la loro prontezza nell’ubbidire, perchè venivano le loro -famiglie a rimanere senza il capo che le alimentava. Questa considerazione -avendo commosso l’animo de’ Proprietarj Ruvestini, fu aperta tra -essi una volontaria soscrizione. Con questo mezzo venne a formarsi un -fondo di sussidj a favore delle famiglie de’ soldati congedati, ed ammogliati -che partivano per l’esercito, durante il tempo che sarebbero -rimasti sotto le bandiere. A questa bell’opra che onora molto la umanità, -ed i sentimenti de’ numerosi soscrittori che vi concorsero, e merita -un luogo nella Storia, prese anche parte il Capitolo di Ruvo. -</p> - -<p> -Un altra interessante operazione ebbe luogo dopo l’anno 1820. -Ne’ terreni <i>appatronati</i> seminatorj siti nel Demanio di Ruvo vi era l’antica -consuetudine che dopo falciate le messi, potevano entrarvi a pascere -indistintamente gli animali de’ cittadini. Era stato cotesto dritto -confermato anche dal precitato decreto di Revertera, e di Guerrera dell’anno -1549, poichè nell’essersi ordinata l’apertura de’ parchi, e delle -mezzane, come si è detto alla pagina 199, fu soggiunto <i>Atque in eis -libere pasculari possint tam pecudes Regiæ Dohanæ, quam dictæ civitatis</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a295">[a295]</span> -</p> - -<p> -Poco importante era in quel tempo cotesto dritto civico perchè gli -abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, e dai Baglivi Baronali avevano -nel territorio di Ruvo annientata la pastorizia. Corretti però gli abusi -Baronali colla transazione dell’anno 1805, e quelli de’ Locati Abruzzesi -colla Legge del Tavoliere dell’anno 1806, e restituito il Demanio -al libero uso de’ Cittadini, il dritto suddetto cominciò a valere moltissimo. -Il passaggio istantaneo però dalla servitù alla libertà è ordinariamente -accompagnato da disordini e da inconvenienti. -</p> - -<p> -Cotesta libertà di pascolo in un vasto Demanio che si era racquistata -fece sorgere una folla di specolatori, de’ quali la ingordigia ed -insolenza non cedeva punto a quella de’ Locati Abruzzesi, e de’ Baglivi -Baronali. Tutta quella parte del Demanio ch’è più vicina all’abitato, -ove vi sono le masserie di semina, si vide ingombrata da picciole, ma -numerose partite di pecore di capre e di porci specialmente de’ beccaj. -Cotesta gente indiscreta ed insolentissima non rispettava nè le riserbe -di erba per i bovi aratorj, tutto che convenute espressamente -colla transazione dell’anno 1805, nè i seminati istessi. Era quindi inevitabile -venirsi con essa alle prese ogni giorno. Le risse che ne seguivano -erano continue, ed avrebbero potuto giugnere a qualche cosa di -peggio. -</p> - -<p> -Era questa in vero una bella specolazione di vivere bene a spese -altrui! Li proprietarj delle masserie erano esposti alla eventualità delle -buone, e delle cattive ricolte, e pagavano il peso fondiario allo Stato. -E poichè quasi tutti i terreni di esse sono de’ Luoghi Pii censiti -per effetto delle Leggi del Tavoliere dell’anno 1806 e 1817, avevano -anche pagate quattro annate di entratura alla Cassa del Tavoliere, e stavano -corrispondendo ai diretti padroni de’ terreni suddetti i canoni convenuti -coll’aumento del decimo stabilito a favore de’ Pii Luoghi colla -Legge dell’anno 1817. Intanto non erano padroni del frutto naturale -dell’erba de’ loro fondi, la quale veniva divorata gratuitamente e senza -pagamento alcuno dagli animali di cotesti specolatori ai quali nulla la -stessa costava! -</p> - -<p> -Per ovviarsi a cotesto ben cimentoso inconveniente si rese indispensabile -far uso della Legge del dì 3 Dicembre 1808, la quale permette -<span class="pagenum" id="Page_a296">[a296]</span> -la chiusura de’ terreni <i>appatronati</i> demaniali ed aperti soggetti alla precitata -consuetudine del pascolo civico. È risaputo che coll’articolo XLVII -di essa è tal chiusura permessa senza pagamento alcuno se la consuetudine -suddetta provviene da un dritto di <i>compascuo</i>. Coll’articolo XLVIII -poi è prescritto che ove la stessa provvenga da una <i>riserva</i> fattasi dal -Comune sui terreni demaniali aperti occupati dalla coltura, n’è permessa -anche la chiusura col pagarsi però alla Cassa comunale un censo -a titolo di <i>affrancazione</i>. -</p> - -<p> -Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per -più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione. L’Amministrazione -comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva però -altrimenti permetterla che per la via dell’<i>affrancazione</i> ai termini del -precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al contrario qualificando -la già detta consuetudine per un dritto di <i>compascuo</i> volevano la -chiusura de’ loro terreni senza pagamento alcuno ai termini dell’articolo -XLVII. -</p> - -<p> -Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto -che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di -questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo -sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio -animo disposto a contenderle il precitato dritto di <i>affrancazione</i>. D’altronde -non era persuaso tampoco di quel <i>compascuo</i> che con soverchia -chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i Proprietarj -di masserie dissidenti. -</p> - -<p> -Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto -di compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita -tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella specie -di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro; ma bensì -di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su tutti i -fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque cittadino -di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio suddetto. -Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal fatta? -</p> - -<p> -Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi -rendeva rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad -<span class="pagenum" id="Page_a297">[a297]</span> -apporsi ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente -esigevano. Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva -ciò che io ne pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare -a troncare cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente -della Provincia nella qualità di Commissario del Re per la divisione -e chiusura de’ demanj la dimanda per l’<i>affrancazione</i> de’ terreni -di mia proprietà siti nel Demanio ai termini del precitato articolo -XLVIII della Legge de’ 3 Dicembre 1808. -</p> - -<p> -La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato, -ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza -del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè -le analoghe disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione, -di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier -Giuseppe Cantatore di Ruvo. -</p> - -<p> -L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano -il <i>compascuo</i>, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano sospesi -ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a dimandare -l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati a conformarsi -agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed esposti a -danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato beneficio accordato -dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si sono accresciute in -un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo si è migliorato, e si va -migliorando sempre più alla giornata, la Cassa comunale ha ricevuto -anche un rinforzo non lieve dai censi dell’affrancazione del Demanio. -</p> - -<p> -Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura -notizia che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e -soggetti al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre -1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate -le affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi -i quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti. -</p> - -<p> -Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare -del beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione -di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore -di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha -<span class="pagenum" id="Page_a298">[a298]</span> -raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi -che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per -un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza dell’Amministrazione -comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non curarlo -di vantaggio. -</p> - -<p> -Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al -pascolo civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto -che nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti -sono di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli -tenevano in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come <i>terreni -demaniali azionali del Tavoliere</i>. Gli stessi titoli quindi stipulati -colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti soggetta -un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo -dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non mancano -gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che hanno -contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo che -per lo passato. -</p> - -<p> -Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella -popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia umana, -avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto innanzi -che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era derivata dall’agricoltura -e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si presta a -meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente era rimasta -distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’ Locati Abruzzesi, -e molto più dagli abusi interminabili introdotti dalla Bagliva Baronale -ch’era di un positivo ostacolo al progresso delle industrie armentizie. -</p> - -<p> -Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu -assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle di -nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo stesso -al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella estiva stagione -la intera contrada delle murge è addetta ai loro animali, ed era -ciò che principalmente interessava, essendo quello un pascolo estivo -preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi sussistere. Ma si è -<span class="pagenum" id="Page_a299">[a299]</span> -fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe farsi? Nò certamente. -Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche quell’erbaggio -interessantissimo nello stato di rendersi profittevole ugualmente a -tutti i cittadini. -</p> - -<p> -La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche -la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè sorgive -per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi a pascolare. -L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che l’acqua piovana -raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle però che ivi -vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie di semina stabilite -nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze che cotesti -Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque esuberante -ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro offerto. Perchè tanta -ripugnanza? È facile intenderlo. -</p> - -<p> -Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini -dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa. -Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che -avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno comodo, -e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia essi vi -tengono per tutto l’anno. -</p> - -<p> -Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il comodo -dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate scorrerie -in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina all’abitato, -ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame, il quale -non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete. Qual pascolo -quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da tante migliaja di -denti? A buona ragione può dirsi che il <i>dritto civico</i> ch’essi pagavano -e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale lo pagavano e lo pagano -più per l’aria fresca che sono nella necessità di andare ivi a respirare -nella estiva stagione che per l’erba che vi trovano. -</p> - -<p> -Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’ -cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per -tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge -ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio. -<span class="pagenum" id="Page_a300">[a300]</span> -Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno -1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi delle -murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere acqua sufficiente -per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare nella estiva stagione. -Osservai che la spesa che sarebbe occorsa per la costruzione di -esse non sarebbe stata priva di un vistoso fruttato, poichè nella Provincia -di Bari, la quale è povera di acqua e soggetta alla siccità la -fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione vantaggiosa. -</p> - -<p> -Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione -comunale di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla -costruzione delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne -della città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta -una giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il -progetto obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle -murge un laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di -fabbriche che porta il nome di <i>lago di annaja</i>. Si pensò acquistarlo -per conto del Comune, e la cosa fu molto bene ideata. -</p> - -<p> -Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che -meglio di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua -l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più -calde premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la -cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per -lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per -me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi. -</p> - -<p> -Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto -ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre -a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822 rimase -l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta pregevolissima -proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi perpetua -per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta. Abbondando inoltre -il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie premure si -contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto convalidato -dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione comunale ritenuto -il lago suddetto a titolo di affitto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a301">[a301]</span> -</p> - -<p> -Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida -dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel Demanio -delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati cinquanta -al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827, -essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne -fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di -un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi -fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente -mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali mentre -avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero anche notabilmente -accresciute le rendite della Cassa comunale. -</p> - -<p> -Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile -al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora -postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti dal -privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così potenti, -e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago di -annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha saputo -conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro -dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale, -non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una -balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie nella -contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune del -lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano dell’erba, -ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro gli -antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque piovane, -onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato. -</p> - -<p> -Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando, -o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali -proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per -la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un -tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta -riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta -legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia interrato, -e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al Capitolo, -<span class="pagenum" id="Page_a302">[a302]</span> -senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena sposizione -delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole alla -popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e del vero -concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno istorico, -lo riserbo ad altro lavoro. -</p> - -<p> -Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto -mi è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce -con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge. -Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente -al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto -e spazioso erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa -comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta -e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse! -</p> - -<p> -Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile flagello -del <i>Cholera</i>, che aveva infettata la intera Provincia, fino al dì -della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità, e gran -concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di settembre. -Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’ primi casi -del <i>Cholera</i> in quella città. Valga ciò a convincere chiunque che con -molta saviezza gli Scrittori della materia, e specialmente il Muratori -hanno osservato che nelle circostanze di mali contagiosi (quale io reputo -il <i>Cholera</i> che che altri ne credano) sono perniciosissime le grandi -unioni di popolo. Tanto peggio se vi si unisce anche la intemperanza -che accompagna sempre le feste popolari. -</p> - -<p> -È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini -non concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè -quel terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu -la conseguenza. -</p> - -<p> -Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano -per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia -anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia -e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il -morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la nostra -città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone attaccate -<span class="pagenum" id="Page_a303">[a303]</span> -dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono dieci, -o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità, malgrado -la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del morbo -suddetto. -</p> - -<p> -Osservai inoltre ch’entrato il <i>Cholera</i> in una casa non si propagava -ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia, mentre -in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se sia ciò derivato -dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni degli abitanti, -o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe indovinarlo? Il -Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico Cav. D. Lionardo -Santoro dice con ragione di esser questo un morbo incomprensibile ed -indefinibile. -</p> - -<p> -Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in -ogni caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più -cauti nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo -danno sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 -e 1837. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a304">[a304]</span> -</p> - -<h2 id="cap15">CAPO XV. -<span class="smaller"><i>Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, -sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui -disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Della ridente, e vantaggiosa situazione della nostra città si è detto -abbastanza nel Capo VI. Aggiungo quì solo che le abitazioni de’ cittadini, -le quali si mostravano prima troppo antiche e tetre piuttosto -allo sguardo, si vanno ora man mano riducendo al gusto moderno con -maggior politezza ed eleganza. Quindi la città suddetta va ora prendendo -un aspetto più ilare, e ben diverso da quello che aveva cinquant’anni -indietro. Si aggiunga a ciò che l’aumento della Popolazione che -va lì ogni dì crescendo ha reso indispensabile l’uscirsi fuori dell’antico -recinto della città. Si sono quindi costrutte non poche nuove case -e palagi ne’ lati orientale meridionale ed occidentale di essa, e se ne -stanno tuttodì costruendo. Quali novelli edificj essendo di miglior gusto, -vengono a renderla anche più bella. -</p> - -<p> -Va ora la nostra città ad acquistare anche un nuovo lustro da uno -stabilimento, il quale comunque di privata proprietà, è principalmente -dedicato al decoro ed ornamento della stessa. Non debbo quì defraudare -di quella laude che l’è dovuta la mia Signora Cognata D. Giulia -Viesti vedova del fu mio fratello Giulio, e Madre e tutrice del mio -nipote Giovannino di lui figliuolo ed erede. -</p> - -<p> -La fama de’ pregevolissimi oggetti di antichità in Ruvo rinvenuti -attira ivi di continuo una folla di distinti personaggi tanto Regnicoli -che Esteri. Mi ha ciò determinato a riunire in una sola collezione i vasi -fittili ereditarj del fu mio fratello Giulio, quelli acquistati da me rimasti -tuttavia in Ruvo, e moltissimi altri che negli anni passati mi ho -ritirati in Napoli per mio diletto e per le mie letterarie applicazioni. -</p> - -<p> -Questa mia idea è stata energicamente secondata dalla detta Signora -Viesti, la quale alle altre sue stimabili qualità unisce anche un animo -<span class="pagenum" id="Page_a305">[a305]</span> -virile ed un trasporto positivo per gli oggetti di antichità superiore alle -inclinazioni del suo sesso: di modo che la di lei attiva ed efficace cooperazione -ha influito e valuta moltissimo nel facilitare gli acquisti fatti -da entrambi delle moltiplici antiche stoviglie che la nostra famiglia si -trova fortunatamente a possedere. -</p> - -<p> -Ella dunque avendo impreso ad edificare pel detto suo figliuolo -Giovannino un novello palagio nel sito più bello della nostra città, cioè -al largo fuori la Porta di Noja, il primo suo pensiero è stato quello -di costruire di pianta appositamente quattro sale capaci di contenere la -detta nostra numerosa collezione. -</p> - -<p> -Sarà questo quindi un Museo prettamente <i>Ruvestino</i>, perchè fornito -di vasi Italo-Greci trovati tutti in Ruvo. Servirà lo stesso a contestare -il gusto squisitissimo ch’ebbe un tempo la nostra città per le -scienze e per le belle arti che ivi fiorirono in grado eminente, e la farà -distinguere dai dotti Amatori di cotesti pregevoli oggetti che ivi attira -una nobile curiosità. -</p> - -<p> -Circa il numero di quella Popolazione il Sig. Consigliere D. Giuseppe -Castaldi mio amico, ed un tempo anche mio ottimo collega, nel -suo erudito libercolo sulla <i>Magna Grecia</i> alla pag. 52 la riporta a seimila -anime circa. È chiaro che nel ciò dire ha seguite le statistiche antiche -che fino ai primi anni di questo secolo a tal modo l’hanno riportata. -Ma nell’anno 1842 in cui egli ha scritto contava già la nostra -città circa dodicimila abitanti, e ’l numero di essi va sempre più innanzi. -Ha ora perciò il Regio Giudice di seconda classe. -</p> - -<p> -Cotesto aumento di Popolazione seguito in poco più di trent’anni -sembra in verità prodigioso. Bisogna però vagliare anche le cagioni che -lo hanno felicemente prodotto. La correzione di tanti abusi introdotti -dai Locati Abruzzesi, e dalla prepotenza Baronale avendo rianimata -l’agricoltura, e la pastorizia ch’erano prima annientate, fa sì che coll’una -e coll’altra si dà oggi da vivere ad un numero infinitamente -maggiore di gente addetta tanto all’una che all’altra. -</p> - -<p> -Le censuazioni de’ fondi rustici de’ Luoghi Pii ordinate ed eseguite -dal Tribunal Misto, e le altre censuazioni assai più importanti e più -estese che hanno avuto luogo per effetto della Legge del Tavoliere dell’anno -<span class="pagenum" id="Page_a306">[a306]</span> -1806 hanno moltiplicato il numero de’ mezzani, e de’ piccioli -proprietarj, e ravvivata la energia di una Popolazione agricola schiacciata -per lunghissimi anni ed impoverita da ogni sorta di compressione. -</p> - -<p> -Molti del basso popolo possedono oggi i loro fondicelli provvenuti -dalle censuazioni suddette con avergli egregiamente migliorati. La -chiusura de’ terreni demaniali aperti soggetti un tempo al pascolo promiscuo -degli animali de’ cittadini e de’ Locati del Tavoliere, ha prodotti -gli stessi vantaggiosi effetti, e rianimata l’agricoltura. -</p> - -<p> -I maggiori possidenti inoltre, deposti gli antichi pregiudizj, danno -oggi volentieri i loro vasti fondi a migliorare, o a coltivare a picciole -partite agli uomini di campagna. Quindi coloro tra essi che vivono colla -sola giornata che guadagnano non sono molti. -</p> - -<p> -Il massimo numero, mentre travaglia alla giornata, attende nel -tempo stesso a coltivare o il fondicello proprio, o quello che tiene a -migliorare, o a coltivare, il che raddoppia il suo guadagno. Ho veduto -io medesimo più d’uno di costoro che dopo avere travagliato alla -giornata fino all’ora del vespro, giusta la usanza de’ zappatori Ruvestini, -son passati a lavorare fino alla sera li terreni che tenevano da me -a coltivare, o a migliorare. -</p> - -<p> -In fine il passaggio per quella città di una nuova e bellissima strada -consolare ha resi facilissimi i mezzi di smaltire i ricchi prodotti di -quel suolo formato dalla natura per la fertilità, e per l’abbondanza di -quanto si può desiderare pe ’l comodo della vita umana. L’accrescimento -dell’agiatezza del popolo derivato dall’esposte cagioni ha prodotto anche -l’aumento della popolazione. -</p> - -<p> -Cinquant’anni indietro era il mio animo vivamente commosso dalla -miseria generale del popolo Ruvestino. È ora sommamente esultante nel -vedere che in generale ha la gente del popolo di ambi i sessi deposto -l’antico squallore vive con bastante agiatezza, e veste non solo con -politezza, ma anche non senza un certo lusso. Vi sono poveri anche -in Ruvo. E dove questi possono mancare? Ma la generalità non è più -povera e meschina come lo era una volta. -</p> - -<p> -La gente di campagna è ivi laboriosa. Ma non si può fare un elogio -bastante di quella classe, la quale è addetta a lavorar la terra coll’aratro -<span class="pagenum" id="Page_a307">[a307]</span> -nelle masserie di semina. Gli uomini che alla stessa appartengono -col linguaggio del luogo sono chiamati <i>Gualani</i>. Son essi indefessi -al travaglio sobrj moderati docili ubbidienti, e senza vizj. Travagliano -dalla punta del giorno fino alla sera, fanno fissa permanenza nelle masserie -suddette, e non vanno alla città a vicenda che ogni quindici giorni -la sera del Sabato, e vi restano la Domenica soltanto. -</p> - -<p> -Al contrario i zappatori sono anche buoni e valenti travagliatori. -Al tocco però della campana del vespro, quando non travagliano per -loro stessi, vogliono lasciar la zappa. Frequentano volentieri le cantine, -ed in generale sono nel tratto alquanto più ruvidi e più burberi. -Tra i primi ed i secondi vi è un lungo divario. Sembrano uomini di -diverse razze, tanto è potente la forza delle abitudini! Meritano quindi -i primi una maggiore considerazione. -</p> - -<p> -Le arti sono ivi piuttosto in decadenza. Si è però molto migliorato -dallo stato in cui erano prima, e si va sempre più innanzi. Fa ciò sperare -che se non potranno queste giugnere a quel grado sublime a cui -ne’ tempi antichi si erano ivi portate, il che non potrebbe neppure idearsi, -non sarà almeno col tempo la nostra città l’ultima per la civiltà. -Li vasi di creta di ogni specie, ed anche di forme vistose ed eleganti, -si lavorano in Ruvo molto bene. L’arte anche di fare i crivelli si è -raffinata. Si vedono questi traforati con disegni varj capricciosi e molto -graziosi. Tanto de’ primi che de’ secondi si fa molto smercio anche al -di fuori, e con queste due arti principali vive molta gente. -</p> - -<p> -La gente di Ruvo in generale è di alta statura robusta ben formata, -e di buono e sano colorito. Gli uomini sono più belli delle -donne. L’uno e l’altro sesso non manca di vivacità, e sveltezza. Sono -anche i Ruvestini officiosi garbati, ed ospitali. Le danze popolari sono -molto graziose, ed animate. Il canto armonioso e piacevole. Non è improbabile -che lo abbiano ereditato dagli Arcadi loro progenitori detti -da Virgilio <i>soli cantare periti</i>, poichè le abitudini di tal fatta passano -volentieri da una generazione all’altra, e si ritengono dal popolo. -</p> - -<p> -Malgrado il giogo della feudalità è stata la nostra città sempre una -città colta, poichè, come ho detto innanzi, abbonda d’ingegni elevatissimi -i quali ben coltivati possono far prodigj. Domenico di Gravina -<span class="pagenum" id="Page_a308">[a308]</span> -innanzi riportato che scrisse la sua cronaca al tempo della Regina Giovanna -I disse <i>Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes</i>. -Michele Antonio <i>Baudrand</i> nella sua Geografia così ne parla, e -ciò che dice fa credere che l’abbia egli visitata, ed abbia ivi conversato -con persone istruite. <i>Rubi oppidum Apuliæ in Italia Antonino, quod -Rubus in libris Conciliorum, nunc Ruvo. Urbs Regni Neapolitani in Provincia -Bariana Episcopalis sub Archiepiscopo Barensi, <span class="smcap lowercase">PARVA, SED SATIS -CULTA</span>, sub dominio utili Ducis Andriæ, et ejus Diecœsis non extenditur -ultra urbis muros, vix sex militaribus distans a Vigilia in meridiem, -et XVII a Bario in occasum, uti novem a Butunto, Andriam versus -totidem, et Canusium viginti.</i> -</p> - -<p> -Mancano le notizie degli uomini più illustri che ha potuto produrre -ne’ secoli passati. Ne’ tempi a noi più vicini fu illustrata dall’insigne -Magistrato Orazio Rocca di cui si è innanzi parlato il quale cessò -di vivere nell’anno 1742. Di quelli dell’epoca nostra potrei nominarne -molti tanto degli estinti che de’ viventi dotati di bello ingegno e dottrina -che han fatto, e fanno molto onore alla nostra patria. Mi limito -però al più illustre tra essi, cioè al celebre Cav. Domenico Cotugno -mio pro-zio materno che fu il Nestore della Medicina e della Letteratura -Napolitana, ed uno di quelli uomini rari, de’ quali in un secolo se -ne può vedere appena alcuno. Mi dispenso di dir altro di lui, perchè -le sue dotte opere, e la sua fama Europea fanno sì che il solo suo nome, -di cui la nostra città si gloria, vale per un elogio. -</p> - -<p> -La sua morte recò dolore a tutti. La nostra città onorò un cittadino -tanto illustre con un pubblico funerale che fu celebrato in quella -Chiesa Cattedrale con pienissimo concorso di tutte le classi de’ cittadini. -Quel Decurionato inoltre decretò che a spese della città se gli fosse -formato un mezzo busto di marmo, e si fosse questo situato a futura -memoria nella Casa comunale. Fu dato a me l’incarico di proccurarlo, -e corredarlo di analoga iscrizione, la quale avendola scritta io medesimo, -venne incisa in una lapide ne’ seguenti termini -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a309">[a309]</span> -</p> - -<p class="center"> -DOMINICO · COTUNNIO<br /> -NEAPOLITANO · ÆSCULAPIO<br /> -ANATOMICORUM · PRINCIPI<br /> -OMNIGENA · ERUDITIONE · PRÆCLARO<br /> -DICENDI · FACULTATE · NEMINI · SECUNDO<br /> -LATINI · ET · ITALICI · SERMONIS<br /> -SCRIPTORI · ELEGANTISSIMO<br /> -SAPIENTIA · PRUDENTIA · BENEFICENTIA<br /> -MORUM · SANCTITATE · ET · SUAVITATE<br /> -INCOMPARABILI<br /> -EGREGIO · ET · CELEBRI · VIRO<br /> -CIVI · BENE · MERITO<br /> -AD · VIRTUTIS · HONOREM<br /> -AD · PATRIÆ · DECUS<br /> -AD · RUBASTINÆ · IUVENTUTIS · EXEMPLUM<br /> -DECURIONUM · ORDO<br /> -HOC · MONUMENTUM · POSUIT<br /> -NATUS · DIE · XXIX · IANUARII · MDCCXXXVI<br /> -OBIIT · DIE · VI · OCTOBRIS · MDCCCXXII -</p> - -<p> -Passando ora a parlare dell’agro Ruvestino, sono ben poche le -città che possono pareggiarlo per la sua varietà e vaghezza, perchè non -a tutti i luoghi ha dati la Natura gli stessi doni e le stesse qualità. -Dai tre lati orientale occidentale e settentrionale il territorio di Ruvo -è simile a quello delle convicine città, colle quali è confinante. Dopo -gli orti ed i giardini vicini all’abitato, tutto il di più è coverto di -vigne e di alberi di frutta di ulivi e di mandorle. Ma dal lato meridionale -ch’è il più esteso e ’l più vasto, è veramente incantevole. -</p> - -<p> -Montandosi da Ruvo a cavallo ed uscendosi alla campagna alla direzione -del mezzodì, si trovano in primo luogo gli orti che danno belle -<span class="pagenum" id="Page_a310">[a310]</span> -e copiose verdure. Sussieguono agli orti le così dette <i>cocevole</i>, o siano -le picciole tenute seminatorie vicine all’abitato che si coltivano colla -zappa, e danno ogni sorta di prodotti, non esclusa la bambagia. Dopo -le cocevole vengono i giardini piantati di ogni sorta di frutta, e specialmente -di ciriegie che sono in Ruvo di varie ed eccellenti qualità. -Sono state esse per Ruvo sempre un capo d’industria. Quelle volte che -mi sono ivi trovato al tempo delle ciriegie sono rimasto ammirato nel -vedere la gran quantità de’ forestieri che venivano specialmente dalle città -della Puglia a comprarle con molti animali da soma. -</p> - -<p> -Oggi coteste piantazioni si sono diminuite, perchè per più anni -di seguito sono state danneggiate da certi vermini detti volgarmente <i>campe</i>. -I proprietarj de’ giardini sconfidati dalla perdita fatta per più anni -della rendita principale di essi o non hanno più curato di sostituire le -novelle piante a quelle già invecchiate, o hanno recise in parte le antiche -piante e destinato il terreno ad altri usi. -</p> - -<p> -A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. -Questi casi non sono nuovi. Coteste <i>campe</i> vi sono state anche in altri -tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non -perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro suolo -pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto sempre -entrare in Ruvo molto danaro. -</p> - -<p> -Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta -di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che sono -squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche le tenute -coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti interessantissimi -di quel territorio. È notabile che al principio di coteste vaste contrade, -ed alla distanza di meno di un miglio dall’abitato ne’ luoghi denominati -<i>Valle nuova</i>, volgarmente <i>Vardenò</i> la <i>Pozza</i> e ’l <i>Pantano</i>, si -trovano copiose sorgive di acqua dolce, le quali in tempo di siccità sono -di grande ajuto alla Popolazione. -</p> - -<p> -I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte -di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente ne’ -palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla fermentazione. -Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi addetti -<span class="pagenum" id="Page_a311">[a311]</span> -alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o alquanto -più colorati detti <i>cerasuoli</i>. Tra i primi si distingue il vino denominato -<i>colatamburro</i>, il quale è molto gustoso e ricercato dagli abitanti delle -convicine città e specialmente dai Coratini. Si fa anche del buon moscado -poco inferiore a quello di Trani, ove se ne fa molta quantità e -molto smercio. Si fa pure il così detto vino <i>zagarese</i>, il quale è un -vino dolce piuttosto di uva nera picciola e minuta che ha molto vigore -e molta fraganza. È quello stesso vino che si fa anche sulla collina di -Posillipo, ed è denominato <i>cacamosca</i>, molto in Napoli pregiato. -</p> - -<p> -Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed -innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di essi -vi prendeva molta parte l’<i>uva greca</i> introdotta probabilmente dagli antichi -coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a quel terreno -meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò soverchio -le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e poderosi, -colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono opportune -a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare hanno anzi -guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali. -</p> - -<p> -Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e -portano il nome di <i>Distretto</i>. Furono quindi rispettate anche dal decreto -di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso però -di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle novelle -leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti tirandosi -sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura di -terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato. Questa -pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di <i>Ralle, Strappete</i> -e <i>Matine</i>. Hanno formato esse sempre la parte maggiore dell’antichissimo -Demanio comunale, e la sede di numerose masserie di semina -come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto coltivabile, -tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano di quando in -quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle e le Strappete, -giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta di essi. -</p> - -<p> -Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia -dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino all’altra -<span class="pagenum" id="Page_a312">[a312]</span> -vasta contrada di <i>Calentano</i>, la quale pare che formi parte delle -Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una lunga -striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo bosco -feudale denominato il <i>Parco del Conte</i>, e finisce alla difesa comunale -di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata nell’anno -1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo -bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato <i>Foresta</i>, il quale -cinge presso che tutto il lato meridionale di essa. -</p> - -<p> -La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone -di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente all’Oriente. -Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un tempo -il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni memoria. -Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia ne possiede -un buon tratto che porta il nome di <i>lama dell’Ospedale</i>, forse -perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed all’Ospedale -di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del Castello e del -territorio del Garagnone. Si noti però che in quella Regione si dà il nome -di <i>lama</i> a que’ canali per i quali scorre l’acqua piovana insieme raccolta. -Quindi il nome di <i>lama</i> da quel luogo ritenuto fino ai nostri giorni -conferma la idea di essere stato un corso antichissimo di acqua. -</p> - -<p> -Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo -torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente fatto. -Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro mentre -li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della lama -suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran furia -e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua, il -quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle coste di -essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo trasportando -seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise, lepri e volpi -che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine traversando -prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio di Bitonto, -era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari. Dal che è facile -comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia nella contrada -delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per lo quale passava -<span class="pagenum" id="Page_a313">[a313]</span> -un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua quella medesima -direzione che lo stesso aveva. -</p> - -<p> -Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì -si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia -si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone <i>montosa -et aspera</i>. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo. Continuo -è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle vallate -volgarmente dette <i>canali</i> coverti di verdeggianti seminati. Ed ove -lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi quelle colline -popolate da un numero immenso di greggi e di armenti che vanno -a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo preziosissimo -ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto. -</p> - -<p> -Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre -rende il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo -dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada -istessa denominato <i>lama d’api</i> sotto la cura di un massajo bene -istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di essi tengono -nelle rispettive masserie. -</p> - -<p> -La contrada delle murge è di vastissima estensione, e progredisce -da quel lato ai territorj di Bitonto, di Altamura, di Gravina, del Garagnone, -di Minervino, di Andria e Corato. Non ha la stessa nè fiumi, -nè laghi. Le immense acque piovane che discendono dalle numerose -e continuate colline di sopra descritte vengono in parte sorbite dai -terreni coltivati delle valli o siano <i>canali</i> che intercedono tra una collina -e l’altra, ed in gran parte vanno a scaricarsi in certe voragini denominate -<i>grave</i> che vi sono in quella contrada. Coteste voragini sono -di una profondità che niuno ancora ha potuto misurarla, e nel guardarle -incutono terrore. -</p> - -<p> -Dalle acque immense che s’immettono in coteste profondissime voragini -pare che siano animate le inesauste sorgive della contigua contrada -delle Matine, la quale è molto sottoposta a quella delle murge -che sta in un sito elevatissimo. In quanto poi all’antichissimo vallone -che traversa la contrada delle Strappete, di cui ho fatta innanzi -menzione, pare anche che possa aver la cosa la seguente spiegazione. -<span class="pagenum" id="Page_a314">[a314]</span> -Non è improbabile che prima che i canali delle murge, i quali sorbiscono -ora non poche acque piovane, si fossero dissodati e ridotti a -coltura, e prima che le dette voragini si fossero aperte sia dalla forza -dell’acqua, sia piuttosto da un forte scuotimento di terra, fosse stato -quello l’alveo di un antico torrente che trasportava fino al mare una -porzione delle copiosissime acque delle murge, come avvenne nella straordinaria -alluvione seguita sessant’anni e più indietro di cui innanzi ho -parlato. -</p> - -<p> -Nel vasto territorio di Ruvo finora descritto al tempo del servaggio -feudale molto scarse e rare erano le case di campagna che vi si vedevano, -e queste piuttosto rozze e meschine. Oggi se ne vedono surte -abbastanza e ne sorgono alla giornata. Anche i mediocri possidenti vogliono -avere la loro casina di campagna corrispondente alle proprie forze, -e tra quelle delle persone più facoltose ve ne sono alcune che possono -dirsi lussuose. Accresce ciò il bello di quel territorio, e costituisce -nel tempo stesso un miglioramento ed un progresso di quella Popolazione -nella civiltà. -</p> - -<p> -Da ciò che si è detto risulta che nel territorio di Ruvo con quattr’ore -di cammino si gode tutto ciò che può formare il bello della Natura. -Nell’uscirsi dalla città si trovano bellissimi orti, indi si passa ai -giardini, alle vigne, agli oliveti ed altri arbusti, ai terreni seminatorj, -ai boschi, ed in fine ai colli ed alle valli. Coteste varietà che rapidamente -succedono l’una all’altra non possono non essere incantevoli. -Dilettano sommamente i sensi e colpiscono lo spirito. Sì fatte combinazioni -operate dalla mano possente della Natura non è facile trovarle replicate -in altri luoghi. Non fia dunque meraviglia che gli Arcadi conquistatori -della bella Regione denominata Peucezia dal loro Condottiere, -incantati dalla vaghezza del sito di cui ho ragionato abbiano ivi -edificata la nostra città, e decorata la stessa del nome di una delle più -illustri città del loro Paese natio. Ben lo meritava la pregevole qualità -e varietà di quel territorio così bene adatto a prestarsi tanto all’agricoltura, -quanto alla pastorizia a cui erano essi principalmente inclinati. -</p> - -<p> -Non posso però credere giammai che que’ nostri valorosi e colti -Antenati, i quali fecero nella nostra città fiorire nel grado il più eminente -<span class="pagenum" id="Page_a315">[a315]</span> -le belle arti siano stati tanto trascurati quanto lo sono i Ruvestini -attuali nel mantenimento delle pubbliche strade che menano alle -loro deliziose campagne. Fa un’onta positiva ai medesimi il vedersi che -neppure intorno alla città e ne’ luoghi alla stessa adiacenti si può passeggiare -con comodità, anzi senza positivo disagio per la gran quantità -delle pietre che ingombra le pubbliche strade! -</p> - -<p> -Nè può essere condonabile tampoco alle Autorità municipali la negligenza -e la non curanza colla quale soffrono che i proprietarj de’ terreni -adiacenti alle pubbliche strade nello spurgargli delle pietre si permettano -di gittarne in mezzo alle stesse una buona porzione, e renderle -assolutamente impraticabili<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>! -</p> - -<p> -Non è meno riprensibile la negligenza e la non curanza delle dette -Autorità municipali sui parieti adiacenti alle pubbliche strade, i quali -si lasciano cadere, senza obbligarsi i proprietarj de’ fondi a rifargli di -nuovo; dal che ne deriva che le pietre scomposte e disciolte si rovesciano -su di esse. Massima poi è la indecenza e la laidezza di un altro -abuso introdotto da non molti anni in qua, qual è quello di vedersi -ai fianchi delle pubbliche strade rammassato da passo in passo il -letame che si lascia a fermentare per lo concime de’ terreni. Oltre però -il fetore che tramandano coteste immondezze, e la corruzione dell’aere -che producono, simili sozzure disgustano la vista e muovono lo stomaco. -<span class="pagenum" id="Page_a316">[a316]</span> -Quindi la sordida indiscrezione di pochi, la quale non merita -veruna indulgenza, degrada anche la città ed i suoi abitanti nella opinione -e nel concetto de’ Forestieri che passano. -</p> - -<p> -Se questi appartengono ad Estere Nazioni, nel vedere tai disordini -non mai corretti, ed ogni dì sempre crescenti potrebbero credere -forse che manchino nel nostro Paese le Leggi relative alla nettezza delle -pubbliche strade, mentre le nostre Leggi tanto giudiziarie che amministrative -si sono di proposito occupate di un articolo tanto interessante, -e non vi è un solo degl’inconvenienti da me rilevati il quale non sia -stato da esse preveduto alla lettera e rigorosamente punito. -</p> - -<p> -Si aggiunga che molti anni indietro si formarono in Ruvo gli Statuti -municipali, ed in quella occasione ne fui anch’io consultato dal -Sindaco e dagli Eletti. Mi ricordo bene che suggerii loro alcuni articoli -molto efficaci a mantenere la nettezza delle pubbliche strade, perchè -vedeva che in questa parte principalmente e molto largamente si -peccava. Cosa però valgono le Leggi ed i Statuti quando quelle Autorità -che dovrebbero fargli rispettare ed eseguire, tollerano con una indifferenza -quanto stupida, altrettanto colpevole che siano essi impunemente -violati, e sono forse esse le prime a violargli? -</p> - -<p> -La decenza però e la dignità del Governo municipale dovrebbe finalmente -porre un termine alle sconcezze di sopra enunciate le quali -insultano positivamente la Legge e l’Ordine pubblico. Il mezzo di riuscirvi -senza molto impiccio sarebbe facilissimo. In quanto alle pietre -gittate sulle pubbliche strade nello spurgo de’ terreni adiacenti, o cadute -dai parieti scomposti e disfatti, ove queste non vengano tolte tra un -termine designato dai proprietarj di essi, dovrebbero farsi gittar di nuovo -ne’ loro fondi a spese de’ contravventori. In quanto poi al letame che -si trovi rammassato ai fianchi delle pubbliche strade, ovunque questo -si trovi, dovrebbe esser venduto col fatto a beneficio della Cassa comunale, -oltre la esazione della multa stabilita dalla legge per tale contravvenzione. -</p> - -<p> -Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. -Ve ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione -come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto. La -<span class="pagenum" id="Page_a317">[a317]</span> -disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite patrimoniali -vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da una genia -d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini <i>Patriæ studium -in ore, privatum in animo magis habent</i>, come bene a proposito -diceva Livio<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>. -</p> - -<p> -Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio -operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche -prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si -cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando del -Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di quelle -che la feudalità si permetteva? È forse odioso il <i>Dispotismo Baronale</i>, -e piacevole e soave il <i>Dispotismo Comunale</i> esercitato da una fazione -dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole che lo stesso -sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio Tacito, <i>magis -alii homines, quam alii mores</i><a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>. -</p> - -<p> -Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare -un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto -paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si -degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità. Cosa -giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere sotto -un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi -all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde -giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il flagello -di essa. -</p> - -<p> -Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che -il servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta -usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai però -ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi intriganti e -prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione che non si sveglia -a tempo, e fa prendere a questa gente una mano troppo lunga! Quai -limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica ed insolente albagia? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a318">[a318]</span> -</p> - -<p> -Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti nell’Amministrazione -comunale di Ruvo, sul non poco male che si è fatto e -sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto per lo spirito -di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti osservazioni -specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio delle murge, lo -interramento del lago di annaja, e la distruzione del Bosco comunale. -La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti tre articoli e le discussioni -di Giurisprudenza, di Regolamenti amministrativi e di Economia -Politica che vi han rapporto non potevano aver luogo in un breve -cenno istorico. -</p> - -<p> -L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto -alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti -in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar -la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo questa -indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono preservati -dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal santo -amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a profitto -le cose che saranno da me osservate e proposte. -</p> - -<p> -A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono, -che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e -che sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, -di dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come -più anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate -do un sano e salutare consiglio. -</p> - -<p> -Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a -quelle laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo -stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non -distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle cose passate, -onde non far ricadere la nostra città sotto quelle stesse gravezze -che produssero altra volta la miseria generale della popolazione, poichè -come bene diceva Cicerone, <i>Nescire autem quod antea quam natus sis -acciderit, id est semper esse puerum</i><a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a319">[a319]</span> -</p> - -<h2 id="avvert">AVVERTIMENTO.</h2> -</div> - -<p> -Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine <i>Achea-Arcadica</i> -della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a prevenire -qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe forse -fare in contrario. Ho detto nel capo III che <i>Oenotro</i> e <i>Peucezio</i> figliuoli -di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di Troja approdarono nelle -nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi ed altre Genti del Peloponneso, -e fondarono due Dominazioni, delle quali una prese il nome -di <i>Oenotria</i> e l’altra di <i>Peucezia</i>, ove la nostra città è sita. -</p> - -<p> -Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso -cotesto racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati -nel detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata -dal nostro illustre Canonico Mazocchi<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> è stata, per tralasciarne -altri, più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più -luoghi della sua pregevole <i>Storia degli antichi Popoli Italiani</i>. Rispetto -moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti. -</p> - -<p> -Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni -positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati Scrittori -i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto. Da ciò -che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione dell’Italia -si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della venuta de’ predetti -figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si son credute da essi -costituite. Si sa però che gli argomenti negativi non hanno sempre per -loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere anche ch’è sempre malagevole -il tacciare di soverchia credulità Uomini dottissimi dell’Antichità -i quali vissero diciotto secoli e più prima di noi, e quindi potevano -saperne assai più di quello che noi ne sappiamo, ed essere meglio al -caso di discernere i veri fatti istorici dalle favolose narrazioni. Nella -materia di cui si tratta l’autorità di coloro che hanno scritto in un epoca -più vicina ai fatti che allegano prevale a quella de’ Scrittori più recenti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a320">[a320]</span> -</p> - -<p> -Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi -Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci -e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi -facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi essi allucinati, -ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente favolosi, -i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’ Scrittori ch’essi -avevano alle mani, ma a noi mancano. -</p> - -<p> -Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi -limito ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e -Peucezio nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato -ciò che da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città. -Osservo in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano -innanzi cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente -della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero -a stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti -di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e -ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza, sia -perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di vivere -semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i terreni -vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non convenire -in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti di -Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti? -</p> - -<p> -Or la nostra città trovandosi fondata in una Regione bagnata dal -mare Adriatico ed a poche miglia di distanza dal litorale di esso, è -conseguenza che si trova in quel tratto di Paese che gli anzidetti moderni -Scrittori non dissentono che sia stato occupato dalle Greche Colonie. -Che che dunque voglia dirsi del loro avviso relativo alla venuta -di Oenotro e Peucezio, la origine Grechesca della nostra città combacia -anche bene colle già dette loro posizioni. -</p> - -<p> -Da queste vedute generali discendendo al particolare, gli antichi -numerosissimi monumenti ivi disotterrati all’epoca nostra non lasciano -su di ciò il minimo dubbio. Mi piace quì ripetere le dotte e sensatissime -osservazioni dello stesso Mazocchi riportate nella mia prefazione -alla pag. 6. <i>Scriptorum quorumlibet testimoniis longe exploratiora sunt -<span class="pagenum" id="Page_a321">[a321]</span> -nummorum, lapidum, ænearum tabularum monumenta, quæ si Græca -fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu dubitabit? Quod si -pleraque Etruscis, Oscis, aut omnino peregrinis elementis exarata deprehenduntur, -tunc antiquos Auctores omnes, vel si milleni fuerint, qui -Græcam originem crepantibus buccis jactaverint, contemnerem</i><a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>. -</p> - -<p> -Con ragione, poichè dagli antichi monumenti sorge la pruova di -una verità di fatto positiva, la quale non può essere distrutta da qualunque -testimonianza di Scrittori. Siccome nel criterio legale li monumenti -pubblici antichi prevalgono sempre ai detti de’ testimonj, così vale -la stessa regola anche nel criterio istorico<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>. Or negli antichi monumenti -e nelle antiche monete Ruvestine tutto essendo prettamente Greco -e niente affatto fuori che il Greco, non vi può essere quistione sulla -origine Grechesca della nostra città. -</p> - -<p> -Se cotesti elementi però costituiscono la pruova incontrastabile della -sua origine, non è meno vero che ugual valore, ed uguale influenza -debbono avere nell’indagarsi anche quali degli antichi Popoli della Grecia -han potuto fondarla. In questa parte interessantissima le sue antiche -monete sono quelle che ci porgono il filo di Arianna per poterne attribuire -la fondazione alle Greche Popolazioni del Peloponneso. Le più antiche -di esse portano la leggenda Ρὑψ (Rhyps), quali son quelle riportate -ai numeri 1 2 3 e 4 della prima tavola, e 6 e 7 della seconda. Nelle -più recenti il π vedesi cangiato in β come ho osservato alla pag. 95 -in fine e 96. Portano quindi la leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, o ΡΥΒΑ -abbreviato, da cui si è tratto il nome latino <i>Rubi</i>. -</p> - -<p> -Ma l’antico nome Ρὑψ imposto alla nostra Città dai primi suoi -fondatori non potendo ripetersi da altro principio che dall’essersi voluto -quì riprodurre l’antica ed illustre città dell’Acaja denominata <i>Rhypæ</i>, -come l’ho concludentemente dimostrato nel capo V pag. 90 a 97, -ne risulta da ciò per necessaria conseguenza la sua origine Achea. Giova -<span class="pagenum" id="Page_a322">[a322]</span> -quì anche osservare che Porcio Catone nel suo libro <i>De originibus Italicarum -urbium</i>, Lucio Sempronio ed altri Scrittori che la ingiuria del -tempo ci ha tolti, convennero in uno sbarco di Greci nelle nostre Regioni -partiti dall’Acaja prima della Guerra di Troja, come ce lo fa -conoscere Dionigi di Alicarnasso nel luogo di sopra riportato alla pagina -38<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>; il che combacia perfettamente colla premessa osservazione -che viene suggerita dalle predette antiche monete Ruvestine. -</p> - -<p> -Vero è che colla solita Greca presuntuosità ei riprende li già detti -Romani Scrittori per non essersi incaricati di far conoscere da quali città -Greche siano essi partiti, sotto quale Condottiere, e per qual cagione -abbiano lasciata la loro patria, e per non avere tampoco addotta alcuna -testimonianza di qualche Greco Scrittore. Il loro silenzio però su di -tali circostanze non basta a distruggere il fatto principale da essi contestato, -cioè la venuta degli Achei nella Italia prima della guerra di -Troja, cosa che uomini così dotti non avrebbero potuto certamente smaltirla -senza verun fondamento. -</p> - -<p> -Il che tanto più è da dirsi quanto che la severa censura del Greco -Scrittore è andata a finire coll’avere anch’egli convenuto che i Greci, -quì sbarcati prima della guerra di Troja furono <i>Arcadi</i>. Ritenuto quindi -il fatto principale come un fatto istorico, tutto il dippiù poco rileva. -Quali delle Popolazioni Greche siano allora quì venute non è difficile -indagarlo dagli antichi monumenti che contestino le loro costumanze ed -i loro Riti ritenuti ne’ luoghi da esse occupati. Or tanto nelle monete -che ne’ vasi fittili Ruvestini trovandosi sicure testimonianze che serbava -la nostra città le costumanze ed i Riti Arcadici per le circostanze da me -rilevate dalla pagina 74 alla pagina 76, vi è tutta la ragione di dirsi -che nella fondazione di essa vi ebbero parte anche gli Arcadi e che questi -<span class="pagenum" id="Page_a323">[a323]</span> -furono nel numero de’ Greci che Porcio Catone, Lucio Sempronio ed -altri contestarono di essere partiti dall’Acaja prima della guerra di Troja. -</p> - -<p> -È risaputo quanto in simili indagini influisce la considerazione del -culto delle Divinità, de’ Genj e degli Eroi che un’antica città serbava. -Queste conghietture suggerite anche dagli antichi Scrittori sono state ritenute -dagli Archeologi odierni per indagare la origine delle città antiche, -com’è noto a chiunque abbia conoscenza della materia. Si aggiunga -a ciò che Strabone nel luogo innanzi riportato alla pagina 42 fu di -avviso che in generale i Greci che occuparono la Peucezia erano venuti -dall’Arcadia. Non può credersi che uno Scrittore così grave lo abbia -ciò detto a caso. Bisogna convenire che la sua opinione fu fondata o -sull’autorità di altri Scrittori che la ingiuria del tempo ci ha tolti, o -sulle antiche tradizioni ritenute dagli abitanti di quella Regione, essendo -cosa regolare e naturale che i Popoli trapiantati dal loro Paese -natio in altre lontane Regioni serbino le memorie della loro origine. -Dopo tanti secoli e tante vicende sofferte dalla povera Italia si son queste -oggi smarrite. Al tempo di Strabone però potevano gli abitanti della -Peucezia ritenerle ancora, ed è da presumersi che le abbiano ritenute, -ed egli che fu uno Scrittore accuratissimo e minutissimo le abbia raccolte. -</p> - -<p> -Lo sbarco quindi di Oenotro, e Peucezio nelle nostre Regioni o che -sia un fatto istorico o che voglia credersi una favola, nulla ciò rileva a -discapito delle cose da me dette sulla origine della nostra città. Se i Greci -del Peloponneso che la fondarono non furono guidati da Oenotro e da Peucezio, -si potrebbe forse dir perciò che non abbiano potuto ivi capitare -sotto altri Condottieri? Non potendosi porre in dubbio le antiche emigrazioni -de’ Greci nelle nostre Regioni e la occupazione fatta dalle Greche -Colonie de’ luoghi adiacenti al mare, nulla importa per l’oggetto di cui si -tratta il conoscersi anche i nomi de’ loro Capi. Le circostanze particolari da -me rilevate per indagare i popoli della Grecia ch’ebbero parte alla fondazione -della nostra città, risultando dalle sue monete e da altri antichi monumenti -indipendentemente dalle testimonianze de’ Scrittori Greci e Latini -delle quali mi son giovato, sono questi gli elementi più solidi e più sicuri -in simili indagini, anche nel senso di que’ moderni Scrittori che hanno -riputata favolosa la venuta de’ figliuoli di Licaone nelle nostre Regioni. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a325">[a325]</span> -</p> - -<h3> -INDICE DE’ CAPITOLI. -</h3> -</div> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO I.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo</i></td> <td class="pag"><span class="smcap lowercase">PAG.</span> 9</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO II.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Delle antiche monete della città di Ruvo</i></td> <td class="pag">32</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO III.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella Italia prima della Guerra di Troja</i></td> <td class="pag">35</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO IV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua origine Arcadica</i></td> <td class="pag">56</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO V.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori</i></td> <td class="pag">90</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_a326">[a326]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO VI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata</i></td> <td class="pag">99</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO VII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni</i></td> <td class="pag">107</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO VIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina</i></td> <td class="pag">122</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO IX.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese</i></td> <td class="pag">164</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO X.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante</i></td> <td class="pag">170</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti</i></td> <td class="pag">195</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_a327">[a327]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla prepotenza Baronale</i></td> <td class="pag">209</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno 1805</i></td> <td class="pag">239</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XIV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo XVIII in poi</i></td> <td class="pag">261</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale</i></td> <td class="pag">304</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">AVVERTIMENTO</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore</i></td> <td class="pag">319</td> - </tr> -</table> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a329">[a329]</span> -</p> - -<h2 id="indgen">INDICE GENERALE.</h2> -</div> - -<div class="generale"> -<h3>A</h3> - -<p> -Acheloo fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Acalandro -detto oggi Salandrella pag. <a href="#Page_a93">93</a>. -</p> - -<p> -Achille combatte ed uccide Pentesilea Regina delle Amazoni pag. <a href="#Page_a67">67</a> e <a href="#Page_a68">68</a>. -</p> - -<p> -<i>Aletium</i> antica città de’ Salentini — Vi è quistione se sia l’attuale città di -Lecce pag. <a href="#Page_a10">10</a>. -</p> - -<p> -Alfonso I di Aragona riordinò la Dogana delle pecore di Puglia e la fornì -di erbaggi vernini pag. <a href="#Page_a195">195</a>. -</p> - -<p> -Alfonso II di Aragona — Succedè nel Regno nell’anno 1794 Ferdinando -I suo Genitore — Era generalmente odiato dai suoi sudditi — Nell’avvicinarsi -l’armata di Carlo VIII Re di Francia le Provincie del Regno -si sollevarono, ei perdè il suo coraggio, andò a ricoverarsi nella -Sicilia, ove si ritirò in un Convento di Frati in Messina pag. <a href="#Page_a170">170</a>. -</p> - -<p> -Altamura antica città della Terra di Bari creduta da taluni la stessa che <i>Sub -Lupatia</i> pag. <a href="#Page_a47">47</a> — Il suo territorio confina con quello di Ruvo pag. <a href="#Page_a130">130</a>. -</p> - -<p> -Amministrazione comunale — Suo vero carattere e difetti che la fanno degenerare -pag. <a href="#Page_a317">317</a>. -</p> - -<p> -Anchise e Venere sul monte Ida pag. <a href="#Page_a68">68</a> a <a href="#Page_a73">73</a>. -</p> - -<p> -Andrea figliuolo di Carlo Re d’Ungheria, marito della Regina Giovanna I -strangolato in Aversa e gittato ignominiosamente da una finestra pag. -<a href="#Page_a146">146</a> — Procedimento contro i rei di cotesto misfatto pag. <a href="#Page_a146">146</a> e <a href="#Page_a147">147</a>. -</p> - -<p> -Andria città della Terra di Bari erroneamente creduta la stessa che la città -denominata <i>Netium</i> non mai esistita pag. <a href="#Page_a18">18</a> — Fu edificata da Pietro -Normanno Conte di Trani, non già da Diomede pag. <a href="#Page_a23">23</a> e <a href="#Page_a24">24</a> — Etimologia -del suo nome pag. <a href="#Page_a26">26</a> — Deve credersi surta nell’antico agro -Ruvestino pag. <a href="#Page_a168">168</a> — Saccheggiata dai Tedeschi e Lombardi al tempo -della Regina Giovanna I pag. <a href="#Page_a272">272</a> a <a href="#Page_a274">274</a> in nota — Terribile assedio in -essa sostenuto da Francesco del Balzo al tempo di Ferdinando I di Aragona -<span class="pagenum" id="Page_a330">[a330]</span> -pag. <a href="#Page_a26">26</a> — Presa, saccheggiata ed incendiata dai Francesi nell’anno -1799 pag. <a href="#Page_a271">271</a> a <a href="#Page_a277">277</a>. -</p> - -<p> -Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute nell’Italia prima della Guerra -di Troja con Oenotro e Peucezio pag. <a href="#Page_a38">38</a>, <a href="#Page_a39">39</a>, <a href="#Page_a319">319</a> e seguenti — Altri Arcadi -venuti dappoi con Evandro pag. <a href="#Page_a40">40</a> — Furono bene accolti perchè -vi portarono la coltura, la musica, le belle arti e buone leggi pag. <a href="#Page_a74">74</a>. -</p> - -<p> -Archita valente nel comando degli eserciti e nella scienza del Governo pag. <a href="#Page_a36">36</a>. -</p> - -<p> -<i>Argos Hippium, Argyripa, Arpi</i>, antica città della Daunia fondata da Diomede -pag. <a href="#Page_a12">12</a>, <a href="#Page_a55">55</a> e <a href="#Page_a92">92</a>. -</p> - -<p> -Armigeri Baronali, strumenti efficaci delle prepotenze della Casa d’Andria -pag. <a href="#Page_a230">230</a>. -</p> - -<p> -Augustali — Loro Istituzione — Vi era in Ruvo un Collegio di Augustali -pag. <a href="#Page_a109">109</a> e <a href="#Page_a110">110</a>. -</p> - -<h3>B</h3> - -<p> -Bagliva di Ruvo — Riserbata al Re nelle concessioni in feudo dell’epoca -Angioina pag. <a href="#Page_a134">134</a> e <a href="#Page_a135">135</a> — Nelle posteriori concessioni dall’epoca Aragonese -in poi vi andò inclusa pag. <a href="#Page_a164">164</a> e seguenti, e pag. <a href="#Page_a185">185</a> — Gravezze -ed abusi introdotti dalla Casa d’Andria nell’esercizio de’ diritti bajulari -pag. <a href="#Page_a222">222</a> a <a href="#Page_a224">224</a> — La città di Ruvo fu obbligata a prenderla in -affitto dal Barone per forti somme, onde liberare i cittadini dalle vessazioni -de’ Baglivi pag. <a href="#Page_a225">225</a>. -</p> - -<p> -Bari <i>Barium</i>, e nell’Itinerario Gerosolimitano <i>Beroes</i> antica città marittima -della Peucezia pag. <a href="#Page_a19">19</a>, <a href="#Page_a20">20</a>, <a href="#Page_a21">21</a>, <a href="#Page_a42">42</a> e <a href="#Page_a43">43</a> — Tentarono in vano di saccheggiarla -nell’anno 1799 gli abitanti de’ suoi casali pag. <a href="#Page_a270">270</a> — Occupata -dai Francesi nell’anno 1799 pag. <a href="#Page_a273">273</a> in nota. -</p> - -<p> -Barletta <i>Barulum</i>, e nella Tavola Peutingeriana <i>Balulum</i> o <i>Bardulos</i> — Antica -città della Terra di Bari posteriore a Strabone, a Plinio ed a Tolomeo; -ma anteriore ai Normanni — Fu restaurata o fortificata da Pietro -Normanno Conte di Trani pag. <a href="#Page_a23">23</a>, <a href="#Page_a24">24</a> e <a href="#Page_a25">25</a> — Consalvo di Cordova -assediato in Barletta dai Francesi nell’anno 1502 e 1503 pag. <a href="#Page_a176">176</a> — Nell’anno -1799 posero ivi i Francesi il loro quartiere generale pag. <a href="#Page_a271">271</a>. -</p> - -<p> -Bisceglia <i>Buxilia</i> o <i>Vigiliæ</i> — Città marittima della Terra di Bari meno -antica di Barletta Trani e Giovinazzo, ma anteriore ai Normanni — Restaurata -dal detto Conte di Trani Pietro pag. <a href="#Page_a25">25</a> e <a href="#Page_a26">26</a> — Posseduta al -<span class="pagenum" id="Page_a331">[a331]</span> -tempo del Re Ladislao da Federico Vrunforti col titolo di Conte pag. <a href="#Page_a157">157</a>. -</p> - -<p> -Bitonto, <i>Butuntus, Butuntinenses, Butuntinus ager, Botontones</i> — Antica -città della Peucezia pag. <a href="#Page_a15">15</a>, <a href="#Page_a20">20</a>, <a href="#Page_a21">21</a>, <a href="#Page_a27">27</a> ed <a href="#Page_a83">83</a> — Sua antica confinazione -col territorio di Ruvo pag. <a href="#Page_a85">85</a> ed <a href="#Page_a86">86</a> — Suo Vescovado unito a quello -di Ruvo pag. <a href="#Page_a122">122</a>. -</p> - -<p> -Bosco antichissimo di Ruvo — Conceduto in feudo nell’anno 1269 pag. <a href="#Page_a123">123</a> -e <a href="#Page_a212">212</a> — Nell’anno 1473 Ferdinando I di Aragona acquistò per uso del -Regio Tavoliere di Puglia l’erba vernina di esso dalla Vigilia del S. Natale -fino al dì 8 maggio pag. <a href="#Page_a214">214</a> — Nell’anno 1552 la Regia Corte acquistò -per lo intero l’erba vernina e la ghianda del detto bosco e fu -tolto ai Ruvestini il dritto di immettervi a pascere i bovi aratorj — Grave -discapito che vennero da ciò a soffrirne pag. <a href="#Page_a202">202</a> e <a href="#Page_a203">203</a> — La prepotenza -della Casa d’Andria rese il bosco suddetto inaccessibile ai Locati -del Regio Tavoliere pag. <a href="#Page_a217">217</a> e <a href="#Page_a218">218</a>. Taglio spietato dato dalla Casa -d’Andria agli alberi di esso ed immenso profitto trattone pag. <a href="#Page_a219">219</a> — Giudizio -criminale istituito per tal causa dalla Università di Ruvo nell’anno -1797 pag. <a href="#Page_a246">246</a> — Misure prese colla transazione del dì 2 maggio -1805 per farne seguire il rimboscamento pag. <a href="#Page_a258">258</a> e <a href="#Page_a259">259</a> — Per lo -di più relativo al detto bosco vedi <i>Usi civici</i>. -</p> - -<p> -Brindisi antica città de’ Salentini pag. <a href="#Page_a9">9</a> — Assediata e presa da Ruggiero -Duca di Puglia e di Calabria pag. <a href="#Page_a113">113</a>. -</p> - -<p> -Bruchi — Il territorio di Ruvo invaso da queste locuste nell’anno 1808 — Danni -da esse recati alle Puglie — Mezzi adoperati per liberarsene — Come -nell’anno 1813 cessò tale flagello pag. <a href="#Page_a286">286</a> a <a href="#Page_a288">288</a>. -</p> - -<h3>C</h3> - -<p> -Calabria antica, e sua situazione pag. <a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a41">41</a>. -</p> - -<p> -Camera riservata o sia esenzione dall’alloggio militare ordinario accordato -dalla Casa d’Andria nell’anno 1600 alla città di Ruvo mediante il pagamento -di ducati ottomila pagina <a href="#Page_a192">192</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Campi di Diomede pag. <a href="#Page_a54">54</a>. -</p> - -<p> -Canne villaggio reso celebre dalla sconfitta che Annibale diè ai Romani in -quel luogo detta pag. <a href="#Page_a54">54</a>. -</p> - -<p> -Canosa antica città della Daunia messa sulla strada da Roma a Brindisi pag. -<a href="#Page_a10">10</a>, <a href="#Page_a20">20</a>, <a href="#Page_a21">21</a>, <a href="#Page_a167">167</a> e <a href="#Page_a168">168</a> — Edificata da Diomede pag. <a href="#Page_a51">51</a> a <a href="#Page_a53">53</a> — Suo antico -<span class="pagenum" id="Page_a332">[a332]</span> -territorio pag. <a href="#Page_a168">168</a> — Rovinata dai Tedeschi e Lombardi al tempo -della Regina Giovanna I pag. <a href="#Page_a272">272</a> nella nota. -</p> - -<p> -Cantalicio Gio: Battista giustamente censurato pag. <a href="#Page_a184">184</a>. -</p> - -<p> -Capitolazioni dell’anno 1308 per i dazj civici della città di Ruvo pag. <a href="#Page_a140">140</a> -a <a href="#Page_a143">143</a> — Nuove capitolazioni dell’anno 1314 pag. <a href="#Page_a145">145</a>. -</p> - -<p> -Carcere Baronale oscuro ed orribile dell’antica Torre di Ruvo pag. <a href="#Page_a230">230</a> — Abolito -colla transazione dell’anno 1751 pag. <a href="#Page_a242">242</a> — Stanza del carcere -comunale usurpata dalla Casa d’Andria e restituita colla transazione dell’anno -1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a>. -</p> - -<p> -Carlo I di Angiò morto nell’anno 1285 pag. <a href="#Page_a135">135</a>. -</p> - -<p> -Carlo II che gli succedè nel Regno cessò di vivere nell’anno 1309 pag. <a href="#Page_a144">144</a>. -</p> - -<p> -Carlo VIII Re di Francia entrato nel Regno festeggiato ed applaudito non -seppe profittarne — Lega formata contro di lui e suo ritorno in Francia -pag. <a href="#Page_a171">171</a> — Sua morte pag. <a href="#Page_a172">172</a>. -</p> - -<p> -Caronda sommo Legislatore pag. <a href="#Page_a36">36</a>. -</p> - -<p> -Carpino specie di pietra che si trova nel territorio di Ruvo — Usi ai quali -può esser utile pag. <a href="#Page_a105">105</a> e <a href="#Page_a106">106</a>. -</p> - -<p> -Casa comunale di Ruvo ricostrutta dalle fondamenta, ed iscrizione messa -sulla facciata di essa pag. <a href="#Page_a190">190</a> — Progetto per la formazione di una novella -Casa comunale più ampia, ed alienazione di detta Casa antica pag. <a href="#Page_a191">191</a>. -</p> - -<p> -Casali della città di Ruvo ora distrutti, ed osservazioni circa il numero -e ’l sito di essi pag. <a href="#Page_a123">123</a> a <a href="#Page_a134">134</a>. -</p> - -<p> -Castello di S. Maria del Monte pag. <a href="#Page_a47">47</a>. -</p> - -<p> -Castello e Torre antica di Ruvo — Descrizione dell’uno, e dell’altra pag. -<a href="#Page_a159">159</a> a <a href="#Page_a163">163</a>. -</p> - -<p> -Ceglia <i>Celia</i> antica città della Peucezia messa sulla strada da Roma a Brindisi -pag. <a href="#Page_a10">10</a>, <a href="#Page_a17">17</a> e <a href="#Page_a55">55</a> — Saccheggiata, ed incendiata dai Francesi nell’anno -1799 pag. <a href="#Page_a175">175</a> in nota. -</p> - -<p> -Censuazioni de’ beni fondi delle confraternite, ed altri pii luoghi laicali di -Ruvo eseguite prima dell’anno 1799 colla massima utilità pubblica colla -cooperazione dell’egregio cittadino D. Antonio Sancio pag. <a href="#Page_a261">261</a> e <a href="#Page_a262">262</a>. -</p> - -<p> -Chiesa Cattedrale di Ruvo, e suo campanile pag. <a href="#Page_a154">154</a> e <a href="#Page_a155">155</a>. Il campanile -suddetto fortificato da Roberto Sanseverino al tempo della Regina -Giovanna I, e ripigliato dagli Ungari detta pag. <a href="#Page_a155">155</a>. -</p> - -<p> -Chiesa antichissima di S. Maria di Calentano nel territorio di Ruvo pag. -<a href="#Page_a127">127</a> e <a href="#Page_a128">128</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a333">[a333]</span> -</p> - -<p> -Ciriegie squisite dell’agro Ruvestino pag. <a href="#Page_a310">310</a>. -</p> - -<p> -Città Greche dell’Italia molto ben governate — I Romani dopo la espulsione -de’ Re richiesero alle stesse buone leggi pag. <a href="#Page_a36">36</a>, e <a href="#Page_a37">37</a>. -</p> - -<p> -Chiusura, ed affrancazione de’ terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino -pag. <a href="#Page_a294">294</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Colatamburro specie di vino pregiatissimo che si fa in Ruvo pag. <a href="#Page_a311">311</a>. -</p> - -<p> -<i>Cholera</i> — Nell’anno 1836, e 1837 fece pochissimo danno alla Popolazione -di Ruvo pag. <a href="#Page_a302">302</a> e <a href="#Page_a303">303</a>. -</p> - -<p> -Combattimento seguito nell’anno 1503 tra i tredici Cavalieri Francesi usciti -da Ruvo, ed i tredici Cavalieri Italiani usciti da Barletta in un campo -designato tra Corato ed Andria — Monumento ivi messo per futura memoria, -ed indi abbattuto dai Francesi pag. <a href="#Page_a175">175</a> e <a href="#Page_a176">176</a>. -</p> - -<p> -Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano — Spedito la prima volta da -Ferdinando il Cattolico in soccorso di Ferdinando II di Aragona pag. -<a href="#Page_a171">171</a> — Spedito la seconda volta a richiesta del Re Federico di Aragona -gli usò un tratto di perfidia pag. <a href="#Page_a173">173</a> — Ristretto ed assediato nella città -di Barletta, non seppero i Francesi profittare della loro superiorità pag. -<a href="#Page_a174">174</a> — Suo procedere iniquo e vile verso la città, e gli abitanti di Ruvo -pag. <a href="#Page_a182">182</a> e <a href="#Page_a183">183</a> — Sua caduta ed umiliazione, e suo sepolcro ultimamente -violato e profanato pag. <a href="#Page_a183">183</a> e <a href="#Page_a184">184</a> nella nota. -</p> - -<p> -Contea di Conversano — Al tempo de’ Normanni la città di Ruvo formava -parte di essa pag. <a href="#Page_a84">84</a> e <a href="#Page_a114">114</a>. -</p> - -<p> -Conventi di Ruvo e soppressione di due di essi — Quello de’ Domenicani -una colla Chiesa fu dal Governo donato alla città pag. <a href="#Page_a284">284</a> — Questa -l’ha ceduto ai PP. delle Scuole pie ivi stabiliti pag. <a href="#Page_a289">289</a>. -</p> - -<p> -Corato nella Terra di Bari edificata da Pietro Normanno Conte di Trani -pag. <a href="#Page_a23">23</a> e <a href="#Page_a24">24</a> — È surta nell’antico agro Ruvestino pag. <a href="#Page_a167">167</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Cortesia nome specioso di una estorsione feudale abolita colla transazione -dell’anno 1701 pag. <a href="#Page_a222">222</a> e <a href="#Page_a241">241</a>. -</p> - -<p> -Crati fiume della Grecia, da cui prese il nome il nostro fiume Crati pag. -<a href="#Page_a92">92</a> e <a href="#Page_a93">93</a>. -</p> - -<h3>D</h3> - -<p> -Danza funebre dipinta in uno degli antichi sepolcri Ruvestini pag. <a href="#Page_a65">65</a> a <a href="#Page_a67">67</a>. -</p> - -<p> -Dauno valoroso Principe Illirico venuto nella Puglia, ove si costituì una -dominazione che dal suo nome fu chiamata Daunia pag. <a href="#Page_a51">51</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a334">[a334]</span> -</p> - -<p> -Demanio comunale di Ruvo, e denominazioni delle contrade che lo compongono -pag. <a href="#Page_a222">222</a>. -</p> - -<p> -Difesa comunale di Ruvo eretta nell’anno 1510 pag. <a href="#Page_a197">197</a> e <a href="#Page_a198">198</a> — Ampliata -fino a quaranta carri nell’anno 1552, e venduta dalla università nell’anno -1632 per pagare i debiti contratti pag. <a href="#Page_a202">202</a> e <a href="#Page_a203">203</a> — Quattordici carri -di essa rivendicati dalle mani della Casa d’Andria nell’anno 1810 pag. -<a href="#Page_a260">260</a> e <a href="#Page_a261">261</a>. -</p> - -<p> -Diomede valoroso Guerriero Greco che si costituì nella Daunia una Dominazione -pag. <a href="#Page_a51">51</a> e <a href="#Page_a52">52</a> — Suoi compagni cangiati in uccelli pag. <a href="#Page_a52">52</a>. -</p> - -<p> -Domenico Cotugno illustre e celebre cittadino di Ruvo pag. <a href="#Page_a308">308</a> e <a href="#Page_a309">309</a>. -</p> - -<p> -Dritto Plateatico usurpato dalla Casa d’Andria alla università di Ruvo pag. -<a href="#Page_a225">225</a> e <a href="#Page_a226">226</a> — Abolito con decreto dell’Avvocato Fiscale D. Giuseppe -Zurlo dell’anno 1798 pag. <a href="#Page_a249">249</a>. -</p> - -<p> -Dritto proibitivo de’ molini costituito dalla Università di Ruvo per sua utilità -nell’anno 1615 ed usurpato dalla Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a227">227</a> e <a href="#Page_a228">228</a> — Restituito -colla transazione dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a> e <a href="#Page_a253">253</a>. -</p> - -<p> -Dritto proibitivo delle Taverne e delle Neviere abusivamente introdotto -dalla Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a227">227</a> — Rimasto abolito colla transazione dell’anno -1751 pag. <a href="#Page_a241">241</a>. -</p> - -<p> -Duca di <i>Monpensier</i> Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. <a href="#Page_a171">171</a>. -</p> - -<p> -Duca di <i>Némours</i> Vicerè e Generale Supremo di Luigi XII Re di Francia in -questo Regno pag. <a href="#Page_a174">174</a> — Era egli a Castellaneta e non a Canosa quando -Consalvo di Cordova aggredì la città di Ruvo pag. <a href="#Page_a177">177</a> e <a href="#Page_a178">178</a> e seguenti. -</p> - -<h3>E</h3> - -<p> -<i>Egnatia</i> — Antica città marittima della Peucezia sita sulla strada da Roma -a Brindisi pag. <a href="#Page_a10">10</a> <a href="#Page_a42">42</a> e <a href="#Page_a43">43</a>. -</p> - -<p> -<i>Ehetium</i> — Città ignota alla Geografia antica segnata nella Tavola Peutingeriana — Conghiettura -su di essa del Sig. Millingen pag. <a href="#Page_a12">12</a> e <a href="#Page_a13">13</a>. -</p> - -<p> -Eraclea antica città della Grecia riprodotta nella Italia pag. <a href="#Page_a92">92</a>. -</p> - -<p> -Ercole venerato dagli Arcadi, e quindi anche dagli antichi Ruvestini pag. -<a href="#Page_a75">75</a> e <a href="#Page_a76">76</a>. -</p> - -<p> -<i>Erdonia</i> o <i>Herdonia</i> antica città della Daunia messa sulla strada da Roma -a Brindisi pag. <a href="#Page_a10">10</a> <a href="#Page_a20">20</a> <a href="#Page_a21">21</a> e <a href="#Page_a268">268</a>. -</p> - -<p> -Ettore Carafa il vecchio Duca d’Andria tenne la città di Ruvo sotto un -<span class="pagenum" id="Page_a335">[a335]</span> -giogo di ferro pag. <a href="#Page_a239">239</a> — Le tolse con violenza anche le carte del suo -Archivio pag. <a href="#Page_a243">243</a>. -</p> - -<p> -Ettore Carafa il giovane Conte di Ruvo a torto imputato di aver fatto nell’anno -1799 incendiare dai Francesi la città di Andria sua patria pag. -<a href="#Page_a271">271</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Ettore Fieramosca capo de’ tredici Cavalieri Italiani che nell’anno 1503 si -batterono coi tredici Cavalieri Francesi pag. <a href="#Page_a175">175</a>. -</p> - -<h3>F</h3> - -<p> -Fauno — Re saggio e prudente che dominava que’ luoghi, ove surse poi -la città di Roma pag. <a href="#Page_a40">40</a>. -</p> - -<p> -Federico di Aragona — Sue virtù, sua bontà e giubilo universale per la -di lui elevazione al Trono di Napoli pag. <a href="#Page_a172">172</a> — Fu spogliato del Regno -da Ferdinando il Cattolico e da Luigi XII Re di Francia pag. <a href="#Page_a173">173</a>. -</p> - -<p> -Ferdinando I di Aragona — Morto nell’anno 1494, gli succedè nel Trono -Alfonso II suo figliuolo primogenito pag. <a href="#Page_a170">170</a>. -</p> - -<p> -Ferdinando II di Aragona — Sua elevazione al Trono — Sua fuga dal -Regno per la invasione di Carlo VIII Re di Francia e suo sollecito ritorno -in Napoli — Vantaggi da lui riportati sui Francesi quì rimasti e -sua prematura morte pag. <a href="#Page_a171">171</a> e <a href="#Page_a172">172</a>. -</p> - -<p> -Ferdinando il Cattolico — Sue mire sul Regno di Napoli per lungo tempo -dissimulate pag. <a href="#Page_a171">171</a> — Accordo combinato tra lui e Luigi XII Re di -Francia per torre il Regno di Napoli a Federico di Aragona — Vedi -<i>Trattato segreto</i>. -</p> - -<p> -Feudalità — Distruttrice del genio del gusto e della specolazione agraria, -ed apportatrice di avvilimento, di servitù, di suggezioni, ed estorsioni -pag. <a href="#Page_a120">120</a>. -</p> - -<p> -Fida abusivamente esercitata dai Baglivi Baronali nel demanio comunale di -Ruvo, ed anche ne’ terreni appatronati siti in esso pag. <a href="#Page_a222">222</a> — Abolita -colla transazione dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a253">253</a> e <a href="#Page_a254">254</a>. -</p> - -<p> -Fineo cieco liberato dalle arpie dagli Argonauti pag. <a href="#Page_a76">76</a> e <a href="#Page_a77">77</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a336">[a336]</span> -</p> - -<h3>G</h3> - -<p> -Gabelle comunali della città di Ruvo — Se le appropriò la Casa d’Andria -dall’anno 1691 all’anno 1737 — Mancanza di pagamento de’ creditori -Fiscalarj della stessa — Lunghe ed inutili querele di essi e fallimento della -Università seguito per tal causa pag. <a href="#Page_a232">232</a> a <a href="#Page_a235">235</a> — Supposto credito di -ducati 25600 della Casa d’Andria ammesso per collusione pag. <a href="#Page_a235">235</a> a <a href="#Page_a237">237</a> — Abolito -colla transazione dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a>. -</p> - -<p> -Gabella comunale della giumella delle mandorle usurpata dalla Casa d’Andria, -e convertita in una esazione feudale pag. <a href="#Page_a226">226</a> — Abolita colla transazione -dell’anno 1751 pag. <a href="#Page_a241">241</a>. -</p> - -<p> -Garagnone antico casale ora distrutto in Terra di Bari — Apparteneva un -tempo all’Ordine Gerosolimitano — È passato dopo per molte mani e -per ultimo è stato posseduto dalla famiglia Mazzaccara — Vi è rimasto -un antico castello nel sito del quale vi era l’antica città della Peucezia -denominata <i>Silvium</i> pag. <a href="#Page_a46">46</a> a <a href="#Page_a50">50</a> — Confina col territorio di Ruvo pag. -<a href="#Page_a131">131</a> — È diverso dal <i>Gorgoglione</i> antico villaggio sito nella Provincia di -Basilicata pag. <a href="#Page_a48">48</a> e <a href="#Page_a49">49</a>. -</p> - -<p> -Giovanna I Regina di Napoli — Succedè nel Regno al Re Roberto suo -avo — Si rese sospetta d’intelligenza nella morte violenta del Re Andrea -suo primo marito pag. <a href="#Page_a146">146</a> — Sua fuga dal Regno all’avvicinamento di -Lodovico Re d’Ungheria che s’impossessò di esso — Parlamento generale -da lei convocato prima che fosse partita ed oggetto di esso pag. <a href="#Page_a151">151</a> -e <a href="#Page_a152">152</a> — Suo ritorno nel Regno e vantaggi da lei riportati pag. <a href="#Page_a148">148</a> — Pace -conchiusa tra lei e ’l Re d’Ungheria colla mediazione del Papa nell’anno -1351 pag. <a href="#Page_a156">156</a>. -</p> - -<p> -Giovinazzo città marittima della Terra di Bari anteriore alla venuta de’ -Normanni detta <i>Natiolum</i> nella Tavola Peutingeriana pag. <a href="#Page_a17">17</a> e <a href="#Page_a25">25</a>. -</p> - -<p> -Giudizj istituiti nell’anno 1750 contro la Casa d’Andria suggeriti dal privato -interesse, e quindi di niuno risultamento pag. <a href="#Page_a239">239</a> a <a href="#Page_a243">243</a> — Altri -giudizj istituiti nell’anno 1797 con vero sentimento patrio e loro vantaggioso -risultamento pag. <a href="#Page_a243">243</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Giurisdizione criminale — Arma terribile adoperata dalla Casa d’Andria -per opprimere la Popolazione di Ruvo pag. <a href="#Page_a229">229</a> in fine e <a href="#Page_a230">230</a>. -</p> - -<p> -Giurisdizione de’ pesi e misure e della Portolania acquistata dalla Università -di Ruvo nell’anno 1609 a carissimo prezzo, ed usurpata dalla Casa -<span class="pagenum" id="Page_a337">[a337]</span> -d’Andria pag. <a href="#Page_a223">223</a> e <a href="#Page_a224">224</a> — Rivendicata con decreto del S. R. C. dell’anno -1798 pag. <a href="#Page_a247">247</a>. -</p> - -<p> -Giuoco del pallone — Era prima in usanza nella città di Ruvo pag. <a href="#Page_a188">188</a>. -</p> - -<p> -Grave — Nome di voragini profondissime nelle quali s’immettono le acque -piovane della contrada delle murge pag. <a href="#Page_a313">313</a>. -</p> - -<p> -Gravina città della Terra di Bari creduta l’antica <i>Blera</i> o <i>Plera</i> pag. <a href="#Page_a47">47</a> — Al -tempo della Regina Giovanna I entrata in essa all’amichevole la masnada -di Roberto e Ruggiero Sanseverino, soffrì dalla stessa ogni sorta di eccessi -pag. <a href="#Page_a150">150</a> — Il suo territorio confina con quello di Ruvo pag. <a href="#Page_a132">132</a>. -</p> - -<p> -Grazie al numero di tre compagne sempre di Venere pag. <a href="#Page_a72">72</a>. -</p> - -<p> -Guardiola — Luogo sulla vecchia strada da Ruvo a Canosa, ove vi era la -Mutazione <i>ad quintum decimum</i> dell’Itinerario Gerosolimitano pag. <a href="#Page_a22">22</a> e <a href="#Page_a23">23</a>. -</p> - -<p> -Guicciardini Francesco — Errori ne’ quali è incorso nel riportare la espugnazione -della città di Ruvo fatta da Consalvo di Cordova, e ’l combattimento -de’ tredici Cavalieri Italiani con altrettanti Cavalieri Francesi -pag. <a href="#Page_a177">177</a> e <a href="#Page_a178">178</a>. -</p> - -<h3>I</h3> - -<p> -Iapigia propriamente detta e ’l promontorio Iapigio pag. <a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a41">41</a> — La -Iapigia e la Peucezia erano due Regioni diverse con Governi diversi pag. <a href="#Page_a42">42</a>. -</p> - -<p> -Isole Diomedee <i>Trimetum</i>, oggi Isole di Tremiti pag. <a href="#Page_a53">53</a>. -</p> - -<p> -Italia — Sue bellezze — Desiderata dall’Estere Nazioni che l’hanno desolata — Le -Colonie Greche però vi portarono la coltura, le scienze -e le belle arti pag. <a href="#Page_a35">35</a>. -</p> - -<h3>L</h3> - -<p> -Ladislao Re — Sua lettera curiosa scritta a Federico Vrunforti Conte di -Bisceglia, e feudatario di Ruvo e Terlizzi pag. <a href="#Page_a157">157</a> e <a href="#Page_a158">158</a>. -</p> - -<p> -Lago di Annaja sito nelle Murge conceduto dal Capitolo di Ruvo alla Università -in enfiteusi perpetua e rimasto interrato per la scioperatezza della -moderna Amministrazione comunale pag. <a href="#Page_a298">298</a> a <a href="#Page_a302">302</a>. -</p> - -<p> -Larissa antica città della Grecia riprodotta in Italia dai Greci che vennero -a stabilirsi nella Campania pag. <a href="#Page_a91">91</a>. -</p> - -<p> -Legge del dì 21 Maggio 1806 sul Tavoliere di Puglia — Storia degli articoli -<a href="#Page_a37">37</a> <a href="#Page_a38">38</a> e <a href="#Page_a39">39</a> di essa confermati dalla legge de’ 29 Gennajo 1817 pag. -<span class="pagenum" id="Page_a338">[a338]</span> -<a href="#Page_a205">205</a> a <a href="#Page_a208">208</a> — Altra legge del dì 13 Gennajo 1817 sul Tavoliere di Puglia -che ordinò l’affrancazione dell’erba estiva pag. <a href="#Page_a259">259</a>. -</p> - -<p> -Locri antica città della Grecia quì riprodotta pag. <a href="#Page_a92">92</a>. -</p> - -<p> -Lodovico Re d’Ungheria — Vedi <i>Giovanna I</i> — Suo nobile rifiuto de’ trecentomila -fiorini che Papa Clemente aveva condannata la Regina a pagargli -per le spese della guerra nella conchiusione della pace pag. <a href="#Page_a156">156</a>. -</p> - -<p> -Luigi XII Re di Francia — Di accordo con Ferdinando il Cattolico spogliò -del Regno il buon Re Federico di Aragona — Vedi <i>Trattato segreto</i>. -</p> - -<h3>M</h3> - -<p> -Magna Grecia — Etimologia del suo nome e luoghi che la componevano -pag. <a href="#Page_a36">36</a> e <a href="#Page_a37">37</a>. -</p> - -<p> -Marchio — Quello de’ cavalli e del bestiame gli Antichi lo imprimevano -alla coscia, e quello de’ muli alla guancia pag. <a href="#Page_a62">62</a> e <a href="#Page_a63">63</a>. -</p> - -<p> -Molfetta città marittima della Terra di Bari meno antica di Barletta, Trani, -Giovinazzo e Bisceglia pag. <a href="#Page_a43">43</a>. -</p> - -<p> -Monete antiche Ruvestine coi loro diversi tipi erroneamente attribuite una -volta o alla città di <i>Basta</i>, o all’antica città dell’Acaja denominata <i>Rhypæ</i> -pag. <a href="#Page_a32">32</a> a <a href="#Page_a34">34</a> con due Tavole. -</p> - -<p> -Montepeloso città della Basilicata assediata e presa da Ruggiero con avervi -fatto prigioniere di guerra Tancredi Conte di Conversano pag. <a href="#Page_a117">117</a>. -</p> - -<p> -Mura e porte della città riputate sempre come cose sacre ed inviolabili -pag. <a href="#Page_a189">189</a> — Porzione delle antiche mura della città di Ruvo riedificata -dalle fondamenta nell’anno 1516 pag. <a href="#Page_a186">186</a> e <a href="#Page_a187">187</a>. -</p> - -<p> -Murge — Vasta contrada dell’antica Peucezia detta da Strabone <i>montosa -et aspera</i> pag. <a href="#Page_a43">43</a> — La maggior parte di essa non è atta alla coltura — Dà -però eccellente pascolo specialmente estivo pag. <a href="#Page_a132">132</a> — Ha questa potuto -costituire un tempo un demanio feudale pag. <a href="#Page_a213">213</a> e seguenti — Chiusure -dell’erba vernina di quella contrada che faceva la Casa d’Andria -abusivamente sotto il nome di <i>parate</i> pag. <a href="#Page_a221">221</a> — Colla transazione dell’anno -1805 la rendita di esse fu divisa tra il Duca d’Andria e la Università, -e l’erba estiva delle murge rimase al pieno comodo de’ cittadini -pag. <a href="#Page_a253">253</a> e <a href="#Page_a254">254</a> — Profitto che ora trae la Cassa comunale dal demanio -delle murge ed osservazioni su di esso pag. <a href="#Page_a255">255</a> a <a href="#Page_a258">258</a> — Necessità precisa -di provvederlo di conserve di acqua pag. <a href="#Page_a298">298</a> a <a href="#Page_a300">300</a>. -</p> - -<p> -Museo <i>Ruvestino</i> della famiglia Jatta pag. <a href="#Page_a305">305</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a339">[a339]</span> -</p> - -<h3>N</h3> - -<p> -Nardò <i>Neritum</i> e nella Tavola Peutingeriana <i>Neretum</i> — Antica città de’ Salentini — La -parola <i>Neritini</i> malamente alterata e mutilata nel testo di -Plinio dal P. Arduino Gesuita pag. <a href="#Page_a13">13</a> a <a href="#Page_a16">16</a>. -</p> - -<p> -<i>Netium</i> Νήτιον — Nome ideale di un’antica città non mai esistita tra Celia -e Canosa intrusa nel testo di Strabone dall’errore degli amanuensi -in luogo della città di Ruvo pag. <a href="#Page_a10">10</a> a <a href="#Page_a27">27</a>. -</p> - -<p> -Ninfe Arcadiche che allevarono il Dio Pane pag. <a href="#Page_a75">75</a>. -</p> - -<p> -Nomina degli Amministratori comunali usurpata dalla Casa d’Andria, e mezzo -principale della prepotenza Baronale pag. <a href="#Page_a229">229</a> — Vietata con giudicato -del S. R. C. dell’anno 1798 pag. <a href="#Page_a247">247</a>. -</p> - -<p> -Nomina del Maestro della Fiera di S. Angelo che si celebra in Ruvo usurpata -del pari dalla Casa d’Andria e vietata con decreto dell’Avvocato -Fiscale D. Giuseppe Zurlo dell’anno 1798 pag. <a href="#Page_a249">249</a>. -</p> - -<h3>O</h3> - -<p> -Il sig. <i>d’Obignì</i> Generale di Carlo VIII Re di Francia pag. <a href="#Page_a171">171</a>. -</p> - -<p> -Oenotro figliuolo di Licaone Re dell’Arcadia — Molto prima della Guerra -di Troja venne in Italia con molti Arcadi ed altre Genti del Peloponneso -con suo fratello Peucezio — Si costituirono entrambi due dominazioni, -delle quali una prese il nome di <i>Oenotria</i> e l’altra di <i>Peucezia</i> -pag. <a href="#Page_a39">39</a> — Osservazioni sulla opinione di alcuni moderni Scrittori che -hanno creduto favoloso cotesto racconto pag. <a href="#Page_a319">319</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Ofanto <i>Aufidus</i> — Fiume della Daunia, la di cui foce costituiva il confine -tra la Daunia e la Peucezia pag. <a href="#Page_a43">43</a>. -</p> - -<p> -Onorio Papa — Sollevò contro Ruggiero i Magnati e Baroni delle Puglie — Riconciliatosi -indi con lui lo riconobbe per Duca di Puglia e di Calabria -pag. <a href="#Page_a112">112</a> e <a href="#Page_a113">113</a>. -</p> - -<p> -Orazio Rocca nato in Ruvo — Perseguitato dalla prepotenza Baronale fuggì -in Napoli ove per i suoi talenti e la sua dottrina fu un insigne Magistrato -pag. <a href="#Page_a230">230</a> — Cessò di vivere nell’anno 1742 pag. <a href="#Page_a308">308</a>. -</p> - -<p> -Orti di Ruvo danno squisite e copiose verdure pag. <a href="#Page_a133">133</a> e <a href="#Page_a310">310</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a340">[a340]</span> -</p> - -<h3>P</h3> - -<p> -<i>Pallantium</i> — Antica città dell’Arcadia riprodotta da Evandro nel sito ove -poi surse Roma — Fu in seguito chiamata <i>Palatium</i> pag. <a href="#Page_a91">91</a>. -</p> - -<p> -Signor <i>de la Palisse</i> — Generale del Re di Francia Luigi XII — Comandava -in Ruvo al tempo che fu espugnata quella città da Consalvo di Cordova — Si -battè con valore e vi rimase ferito e prigioniero pag. <a href="#Page_a177">177</a> a <a href="#Page_a179">179</a>. -</p> - -<p> -Pane — Falsa deità venerata dagli Arcadi, ed in conseguenza anche dagli -antichi Ruvestini ch’erano di origine Arcadica pag. <a href="#Page_a74">74</a> e <a href="#Page_a75">75</a>. -</p> - -<p> -Parco del Conte antica difesa feudale sita nell’agro Ruvestino pag. <a href="#Page_a212">212</a>. -</p> - -<p> -Partito Baronale che secondava in Ruvo le usurpazioni e le prepotenze della -Casa d’Andria, ed insolenza di coloro che lo formavano pag. <a href="#Page_a230">230</a> e <a href="#Page_a231">231</a>. -</p> - -<p> -Passo — Nuova estorsione Baronale introdotta in Ruvo nell’anno 1602 — Rimase -abolita colla legge generale abolitiva de’ passi emessa dal Re Ferdinando -pag. <a href="#Page_a226">226</a> e <a href="#Page_a227">227</a>. -</p> - -<p> -Pentesilea Regina delle Amazoni — Sua bellezza, sue bravate, suo armamento -e sua morte per le mani di Achille pag. <a href="#Page_a67">67</a> e <a href="#Page_a68">68</a>. -</p> - -<p> -Peucezio vedi <i>Oenotro</i> — Peucezia da principio più estesa ed indi più ristretta -pag. <a href="#Page_a40">40</a> — Suoi confini dal lato orientale e settentrionale pag. -<a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a42">42</a> — Suoi confini dal lato meridionale pag. <a href="#Page_a44">44</a> a <a href="#Page_a50">50</a>, e dal lato -occidentale pag. <a href="#Page_a52">52</a> a <a href="#Page_a55">55</a>. -</p> - -<p> -Pie Istituzioni e Monti fondati in Ruvo per lo sollievo de’ poveri ora aggregati -alla pubblica Beneficenza — Osservazioni su tale aggregazione pag. -<a href="#Page_a284">284</a> a <a href="#Page_a286">286</a>. -</p> - -<p> -Pitagora — Somma venerazione ed attaccamento per lui de’ suoi discepoli -pag. <a href="#Page_a36">36</a>. -</p> - -<p> -Platone pagò diecimila danari tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico pag. <a href="#Page_a37">37</a>. -</p> - -<p> -Popolazione di Ruvo — Numero di essa pag. <a href="#Page_a303">303</a> — Suo prodigioso accrescimento -e cagioni che lo hanno prodotto — Qualità fisiche e morali -degli abitanti di Ruvo ora non più poveri come al tempo della feudalità -pag. <a href="#Page_a305">305</a> a <a href="#Page_a306">306</a>. -</p> - -<p> -Popoli — Nell’emigrare dal loro Paese natio hanno sempre ritenuto il culto -che ivi si serbava pag. <a href="#Page_a77">77</a> e <a href="#Page_a78">78</a>. -</p> - -<p> -Porte antiche della città di Ruvo ora abbattute pag. <a href="#Page_a269">269</a> — La porta detta -di Noja arbitrariamente abbattuta nell’anno 1820 era la più solida, e -meglio fortificata pag. <a href="#Page_a187">187</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a341">[a341]</span> -</p> - -<p> -Promiscuità di erba ed acqua della città di Ruvo con Terlizzi e Corato, e -sua spiegazione pag. <a href="#Page_a167">167</a> a <a href="#Page_a169">169</a>. -</p> - -<h3>R</h3> - -<p> -<i>Ripen</i> picciola città distrutta dell’Arcadia riportata da Omero pag. <a href="#Page_a93">93</a>. -</p> - -<p> -Roberto d’Angiò succeduto nel Regno a Carlo II nell’anno 1309 cessò di -vivere nell’anno 1343 pag. <a href="#Page_a145">145</a>. -</p> - -<p> -<i>Rudas</i> — Antico lago ora disseccato che comunicava col mare Adriatico sito -tra Barletta e Trani segnato nella Tavola Peutingeriana pag. <a href="#Page_a83">83</a> in nota. -</p> - -<p> -Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria, ed indi primo Re delle due Sicilie — Sue -imprese nelle Puglie contro i Magnati e Baroni suoi nemici -pag. <a href="#Page_a113">113</a> e seguenti — Sua morte pag. <a href="#Page_a118">118</a>. -</p> - -<p> -Ruvo — <i>Rubi, Rubustini, Rubustinus ager</i> — Antichissima città della Peucezia -messa sulla strada che da Roma andava a Brindisi pag. <a href="#Page_a15">15</a> <a href="#Page_a19">19</a> <a href="#Page_a20">20</a> -<a href="#Page_a21">21</a> <a href="#Page_a27">27</a> ed <a href="#Page_a83">83</a> — Dev’essere sostituita all’ideale città denominata <i>Netium</i> -Νήτιον intrusa per errore degli amanuensi nel testo di Strabone pag. <a href="#Page_a19">19</a> -a <a href="#Page_a23">23</a> — Malamente da taluno è stata denominata <i>Rubustum</i> pag. <a href="#Page_a27">27</a> — Malamente -si è fatto derivare il suo nome <i>a ruborum copia</i> pag. <a href="#Page_a28">28</a> <a href="#Page_a29">29</a> -e <a href="#Page_a90">90</a> — Malamente è stata confusa con <i>Rufræ</i> della Campania, con <i>Rufrium</i> -degl’Irpini e con Ruvo della Montagna pag. <a href="#Page_a29">29</a> e <a href="#Page_a30">30</a> — È anche -diversa da <i>Rudiæ</i>, patria del Poeta Ennio pag. <a href="#Page_a30">30</a> e <a href="#Page_a31">31</a> — Fu fondata -dagli Arcadi ed altre Genti del Peloponneso venute in Italia con Oenotro -e Peucezio prima della Guerra di Troja pag. <a href="#Page_a33">33</a> a <a href="#Page_a78">78</a> e <a href="#Page_a319">319</a> e seguenti — Si -deve credere di maggiore antichità delle altre convicine città -della Peucezia pag. <a href="#Page_a97">97</a> e <a href="#Page_a98">98</a> — Il nome Greco alla stessa imposto fu Ῥύψ -(Rhyps) — Etimologia di esso pag. <a href="#Page_a90">90</a> a <a href="#Page_a98">98</a> — In qual sito fu da principio -edificata e perchè lo cangiò in seguito e sua ridente situazione pag. -<a href="#Page_a99">99</a> a <a href="#Page_a103">103</a> — L’attuale città di Ruvo è edificata sulle rovine dell’antica -pag. <a href="#Page_a103">103</a> e <a href="#Page_a104">104</a> — Al tempo de’ Normanni era una città forte assediata -e presa nell’anno 1129 da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. -<a href="#Page_a114">114</a> a <a href="#Page_a117">117</a> — Al tempo della Regina Giovanna I, dopo una coraggiosa -resistenza fatta dai suoi abitanti fu presa, saccheggiata, e crudelmente -trattata da Roberto e Ruggiero Sanseverino pag. <a href="#Page_a150">150</a> e <a href="#Page_a151">151</a> — Fu dai -Francesi occupata nell’anno 1501 pag. <a href="#Page_a174">174</a> — Nell’anno 1503 fu sorpresa -espugnata e saccheggiata da Consalvo di Cordova con detestabile -<span class="pagenum" id="Page_a342">[a342]</span> -iniquità pag. <a href="#Page_a178">178</a> a <a href="#Page_a183">183</a> — Avvenimenti seguiti ed operazioni fatte nella -città di Ruvo nelle turbolenze dell’anno 1799 pag. <a href="#Page_a266">266</a> a <a href="#Page_a270">270</a> — Misure -prese nell’anno 1806 per lo mantenimento della pubblica tranquillità pag. -<a href="#Page_a283">283</a> — Contegno ivi serbato nella effervescenza dell’anno 1820 e generosità -de’ Ruvestini possidenti verso le famiglie de’ soldati congedati ed -ammogliati che furono richiamati alle bandiere pag. <a href="#Page_a294">294</a> — La città di -Ruvo è stata sempre una città colta pag. <a href="#Page_a308">308</a> — Miglioramento de’ suoi -antichi edificj e novella ampliazione del suo antico recinto pag. <a href="#Page_a304">304</a>. -</p> - -<p> -<i>Rhypæ</i> — Una delle dodici antiche ed illustri città dell’Acaja, patria di -Miscello che fondò Crotone, dalla quale la città di Ruvo prese il suo -nome pag. <a href="#Page_a93">93</a> e <a href="#Page_a94">94</a>. -</p> - -<h3>S</h3> - -<p> -Salentini, Iapigia, Messapia, Calabria nomi della medesima Regione oggi -denominata Terra di Otranto pag. <a href="#Page_a40">40</a> e <a href="#Page_a41">41</a>. -</p> - -<p> -Sancia Regina moglie del Re Roberto rimasta Balia del Regno si ritirò in -un Convento e morì con gran fama di santità pag. <a href="#Page_a145">145</a> e <a href="#Page_a146">146</a> — Per lo -di più vedi <i>Utili Possessori in feudo della città di Ruvo</i>. -</p> - -<p> -Sanseverino Roberto e Ruggiero pagarono a caro prezzo le indegnità commesse -a danno della città di Ruvo e suoi abitanti al tempo della Regina -Giovanna I pag. <a href="#Page_a153">153</a> e <a href="#Page_a154">154</a>. -</p> - -<p> -Scannaggio dritto che si pagava dai macellaj usurpato dal Barone alla Università -di Ruvo cui apparteneva pag. <a href="#Page_a226">226</a> — Restituito colla transazione -dell’anno 1805 pag. <a href="#Page_a252">252</a>. -</p> - -<p> -Sensalìa antico dazio comunale usurpato dal Barone ed annesso alla Bagliva -pag. <a href="#Page_a224">224</a>. -</p> - -<p> -Sepolcri antichi Ruvestini incavati nel vivo sasso e coverti con grandi tavole -di pietra — Oggetti in essi rinvenuti pag. <a href="#Page_a53">53</a> — Storia de’ scavamenti -di essi pag. <a href="#Page_a56">56</a> e seguenti — Gli antichi sepolcri trovati nel sito -attuale della città pruovano ch’era questo prima una campagna pag. <a href="#Page_a102">102</a>. -</p> - -<p> -Silvio <i>Silvium Silvini</i> — Antica ed ultima città della Peucezia dal lato meridionale -pag. <a href="#Page_a43">43</a> — Era una città popolosa e considerevole e non una -mansione pag. <a href="#Page_a43">43</a> e <a href="#Page_a44">44</a> — Detta <i>Silutum</i> nella Tavola Peutingeriana pag. -<a href="#Page_a45">45</a> — Sito preciso di essa pag. <a href="#Page_a46">46</a> — Per lo di più vedi <i>Garagnone</i>. -</p> - -<p> -Sorgive d’acqua dolce poco lungi dall’abitato di Ruvo pag. <a href="#Page_a310">310</a> — Copiosissime -<span class="pagenum" id="Page_a343">[a343]</span> -ed inesauste sorgive della contrada più lontana delle Matine -pag. <a href="#Page_a133">133</a> — Conghiettura sulla origine di esse pag. <a href="#Page_a313">313</a>. -</p> - -<p> -Statuette de’ tre Santi Protettori messe sulla diroccata Porta di Noja della -città di Ruvo pag. <a href="#Page_a188">188</a> e nella nota. -</p> - -<p> -Stemma della città di Ruvo che dev’essere riformato pag. <a href="#Page_a90">90</a> e <a href="#Page_a91">91</a>. -</p> - -<p> -Strade interne della città di Ruvo rinnovate e rese più regolari pag. <a href="#Page_a281">281</a> -e seguenti — Strada nuova Provinciale da Canosa a Cisternino che passa -per Ruvo — Sua bellezza ed utilità pag. <a href="#Page_a291">291</a> a <a href="#Page_a293">293</a> — Punto incantevole -della detta strada denominato <i>Bel luogo</i> pag. <a href="#Page_a293">293</a> e <a href="#Page_a294">294</a> — Disordini -e sconcezze che deturpano le pubbliche strade del territorio di Ruvo -pag. <a href="#Page_a315">315</a> e <a href="#Page_a316">316</a>. -</p> - -<p> -Strena — Regalo che la Casa d’Andria esigeva dalla città di Ruvo il primo -dì dell’anno pag. <a href="#Page_a225">225</a>. -</p> - -<p> -Scuola Pitagorica che fioriva nelle città della Magna Grecia pag. <a href="#Page_a36">36</a>. -</p> - -<p> -Scuole Pie stabilite in Ruvo in luogo del Seminario prescritto dall’ultimo -Concordato colla S. Sede pag. <a href="#Page_a288">288</a> a <a href="#Page_a291">291</a>. -</p> - -<h3>T</h3> - -<p> -Taranto antica città della Magna Grecia e seno Tarantino pag. <a href="#Page_a37">37</a> <a href="#Page_a40">40</a> e -<a href="#Page_a41">41</a> — Tarantini valenti nella equitazione e nelle manovre di cavalleria -pag. <a href="#Page_a63">63</a> — Fu presa da Ruggiero Duca di Puglia e di Calabria pag. <a href="#Page_a113">113</a>. -</p> - -<p> -Tavole Peutingeriane perchè così chiamate e di qual uso possono essere -pag. <a href="#Page_a11">11</a> e <a href="#Page_a12">12</a>. -</p> - -<p> -Tavoliere di Puglia e sui Locati Abruzzesi — Cosa è il dritto di <i>Riposo</i> -da essi preteso sulle murge di Ruvo pag. <a href="#Page_a195">195</a> e <a href="#Page_a196">196</a> — Cotesto dritto -fu sempre contrastato dalla Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a196">196</a> e <a href="#Page_a213">213</a> — Abusi gravissimi -introdotti dai Locati Abruzzesi nel territorio di Ruvo pag. <a href="#Page_a197">197</a> -e seguenti — Iniquo decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 -pag. <a href="#Page_a199">199</a> e <a href="#Page_a200">200</a> — Altro simile decreto del Tribunale Doganale dell’anno -1642 pag. <a href="#Page_a204">204</a> — Resistenza de’ Ruvestini a cotesti abusi corretti finalmente -dalla legge dell’anno 1806 sul Tavoliere di Puglia e dalle novelle -leggi relative alla chiusura de’ Demanj pag. <a href="#Page_a205">205</a> a <a href="#Page_a209">209</a>. -</p> - -<p> -Terlizzi città recente surta nell’agro Ruvestino vanamente presuntuosa di -una rimota antichità, di cui manca ogni appoggio ed ogni memoria pag. <a href="#Page_a79">79</a> -ad <a href="#Page_a89">89</a> e <a href="#Page_a167">167</a> a <a href="#Page_a169">169</a> — Quistioni di confini che vi sono state tra la città -<span class="pagenum" id="Page_a344">[a344]</span> -di Ruvo ed i Terlizzesi pag. <a href="#Page_a144">144</a> anche nella nota e pag. <a href="#Page_a191">191</a> e <a href="#Page_a192">192</a>. -</p> - -<p> -Terreni demaniali appatronati dell’agro Ruvestino affrancati dalla servitù -del pascolo civico pag. <a href="#Page_a294">294</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Terreni del Monte della Pietà di Ruvo siti nelle murge usurpati dalla Casa -d’Andria pag. <a href="#Page_a250">250</a> — Restituiti dietro il giudizio istituito nell’anno 1804 -pag. <a href="#Page_a260">260</a>. -</p> - -<p> -Territorio di Ruvo — Sue pregevoli qualità e varietà, e suoi prodotti colla -descrizione di esso pag. <a href="#Page_a309">309</a> e seguenti — Ampio letto di un antichissimo -torrente che lo fendeva pag. <a href="#Page_a312">312</a> — Conghietture sul torrente suddetto -e sulle cagioni che lo fecero cessare pag. <a href="#Page_a313">313</a> e <a href="#Page_a314">314</a>. -</p> - -<p> -Timeo gran Filosofo ed Astronomo della Magna Grecia e sommo Politico -pag. <a href="#Page_a36">36</a>. -</p> - -<p> -Transazione dell’anno 1751 tra la Università di Ruvo e la Casa d’Andria — Rimasero -con essa sagrificati gl’interessi della prima pag. <a href="#Page_a239">239</a> a <a href="#Page_a242">242</a> — Transazione -dell’anno 1805 — Rimasero con essa corretti tutti gli abusi -ed usurpazioni della feudalità pag. <a href="#Page_a251">251</a> e seguenti — Perchè fu la stessa -consegnata in due scritture separate e distinte? — Motivi che suggerirono -gli articoli stabiliti in quella del dì 2 Maggio 1805 pag. <a href="#Page_a254">254</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Trattato segreto tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII Re di Francia -per ispogliare del Regno di Napoli il buon Re Federico di Aragona, e -patti della divisione di esso pag. <a href="#Page_a172">172</a> e <a href="#Page_a173">173</a> — La poca avvedutezza colla -quale furono essi scritti produsse la guerra tra loro pag. <a href="#Page_a173">173</a> e <a href="#Page_a174">174</a> — Non -seppero i Francesi profittare della loro superiorità e cacciare gli Spagnuoli -dal Regno e diedero troppo tempo a Consalvo di Cordova di ricevere -rinforzi di truppe e di danaro pag. <a href="#Page_a174">174</a> e <a href="#Page_a175">175</a>. -</p> - -<p> -Traviamento e disordine della moderna Amministrazione Comunale Ruvestina -per la influenza de’ partiti pag. <a href="#Page_a316">316</a> a <a href="#Page_a318">318</a>. -</p> - -<p> -Trifinio tra Ruvo Terlizzi e Bitonto pag. <a href="#Page_a86">86</a> — Altro trifinio tra Ruvo -Andria e ’l territorio del Garagnone pag. <a href="#Page_a168">168</a>. -</p> - -<p> -Turia antica città della Grecia riprodotta nelle nostre Regioni pag. <a href="#Page_a92">92</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a345">[a345]</span> -</p> - -<h3>U</h3> - -<p> -Uffizio del Camerlengo che vi era un tempo nella città di Ruvo in che consisteva -pag. <a href="#Page_a269">269</a>. -</p> - -<p> -Usi civici pieni di legnare e di pascere l’erba estiva del bosco di Ruvo -guadagnati con decreto del S. R. C. dell’anno 1798, e risega fatta a -favore del Comune per effetto di questo giudicato di carri trentatre del -bosco suddetto pag. <a href="#Page_a247">247</a> e <a href="#Page_a248">248</a> — Pessimo stato in cui è ridotta quella -parte del bosco che spetta al Comune, senza dare alcun profitto alla -Cassa Comunale per effetto degl’intrighi pag. <a href="#Page_a259">259</a> e <a href="#Page_a260">260</a>. -</p> - -<p> -Utili possessori in feudo della città di Ruvo che si son potuti conoscere — Al -tempo di Ruggiero fu posseduta da Tancredi di Conversano pag. <a href="#Page_a114">114</a> -e <a href="#Page_a115">115</a> — Costui la perdè per ribellione pag. <a href="#Page_a117">117</a> — Fu dappoi conceduta -a Roberto di Basavilla Conte di Conversano e di Loritello pag. <a href="#Page_a118">118</a> -e <a href="#Page_a119">119</a> — Passò poi a Berardo Conte di Loritello e di Conversano di cui -non si conosce il cognome detta pag. <a href="#Page_a119">119</a> — Carlo I d’Angiò nell’anno -1269 la concedè ad Arnolfo de Colant pag. <a href="#Page_a123">123</a> e <a href="#Page_a124">124</a> — Da costui passò -al suo figliuolo Giannotto pag. <a href="#Page_a135">135</a> — Fu indi posseduta da Arnolfo II -de Colant pag. <a href="#Page_a136">136</a> — Passò indi a Roberto <i>de Juriaco</i> pag. <a href="#Page_a137">137</a> — Dopo -di lui la possedè Galeraimo <i>de Juriaco</i> che la perdè per contumacia -pag. <a href="#Page_a137">137</a> e <a href="#Page_a144">144</a> — Oppressioni usate da uno di questi due alla città -di Ruvo, e Lettera Regia del Re Carlo II dell’anno 1307 per reprimerle -pag. <a href="#Page_a138">138</a> e <a href="#Page_a139">139</a> — Il Re Roberto ne investì la Regina Sancia sua -consorte che nell’anno 1337 la possedeva ancora pag. <a href="#Page_a144">144</a> e <a href="#Page_a145">145</a> — La -Regina Sancia la vendè al Conte di Terlizzi Gazone <i>de Denysiaco</i> che -morì giustiziato come complice della morte del Re Andrea pag. <a href="#Page_a147">147</a> — Dopo -di lui la possedè a vita la sua vedova Margherita Pipina pag. <a href="#Page_a147">147</a> -e <a href="#Page_a148">148</a> — Lodovico Re d’Ungheria impossessatosi del Regno la concedè -in feudo a Giovanni Chucz valoroso Ungaro pag. <a href="#Page_a149">149</a> — Non è chiaro -se la Regina Giovanna I l’abbia conceduta contemporaneamente a Roberto -Sanseverino suo partigiano pag. <a href="#Page_a156">156</a> — Al tempo del Re Ladislao -la possedeva in feudo Villanuccio <i>de Vrunforti</i> suo Consigliere — Morto -costui senza successori in grado e devoluta alla Corona, il detto Re Ladislao -la concedè ai nipoti del detto Villanuccio Antonio <i>de Sancto Angelo</i> -e Federico Vrunforti pag. <a href="#Page_a157">157</a> — Nell’anno 1404 Federico Vrunforti -divenuto Conte di Bisceglia la possedeva ancora pag. <a href="#Page_a157">157</a> e <a href="#Page_a158">158</a> — Si -<span class="pagenum" id="Page_a346">[a346]</span> -vede dopo conceduta a Carlo Ruffo, senza conoscersi l’epoca di tal -concessione detta pag. <a href="#Page_a158">158</a> — Al tempo della Regina Giovanna II Giovanni -Antonio Orsini la unì al Principato di Taranto detta pag. <a href="#Page_a158">158</a> — La -possedè dopo Gabriele del Balzo Orsini Duca di Venosa, da cui la -ereditò nell’anno 1454 Donata del Balzo Orsini unica di lui figliuola maritata -con Pirro del Balzo Principe di Altamura pag. <a href="#Page_a164">164</a> e <a href="#Page_a165">165</a> — Isabella -del Balzo figliuola di questi due, e maritata con Federico di Aragona -figliuolo allora secondogenito del Re Ferdinando I venne ad ereditarla -per essere i di lei genitori trapassati senza figliuoli maschi detta -pag. <a href="#Page_a165">165</a> — Il detto Federico divenuto già Re, nell’anno 1499 vendè a -Galzarano de Requesens Conte di Trivento e di Avellino detta pag. <a href="#Page_a165">165</a> — Questo -contratto fu confermato da Ferdinando il Cattolico nell’anno 1504 -pag. <a href="#Page_a185">185</a> — Al Conte di Trivento succedè l’unica sua figliuola Isabella -che fu moglie di D. Raimondo di Cardona Vicerè di questo Regno. Li -conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono la città di Ruvo al Cardinale -Oliviero Carafa, da cui passò nell’anno 1520 al Conte Antonio suo Nipote -e da questi nell’anno 1528 al Conte Fabrizio di costui figliuolo, -ed indi agli altri successori della famiglia Carafa che l’hanno posseduta fino -ai nostri giorni detta pag. <a href="#Page_a185">185</a>. -</p> - -<h3>V</h3> - -<p> -Vasi fittili Ruvestini — Numero grandissimo, bellezza e varietà de’ bicchieri -detti <i>Rhyton</i> pag. <a href="#Page_a61">61</a> e <a href="#Page_a62">62</a> — Forme moltiplici de’ vasi suddetti eleganti e -capricciose pag. <a href="#Page_a63">63</a> e <a href="#Page_a64">64</a> — Stile grandioso nel tempo stesso e semplice -degli antichi Dipintori Ruvestini, e loro istruzione e minutezza pag. <a href="#Page_a64">64</a> -a <a href="#Page_a73">73</a> — I vasi di Ruvo non peccano di oscenità pag. <a href="#Page_a77">77</a> — Osservazioni -su di alcuni vasi di Canino e di Ruvo pag. <a href="#Page_a76">76</a> a <a href="#Page_a78">78</a>. -</p> - -<p> -Venere ed Anchise sul Monte Ida — Spiegazione di un pregevolissimo ed -elegantissimo vaso Ruvestino erroneamente pubblicato da un Estero Archeologo -come un vaso Nolano pag. <a href="#Page_a68">68</a> a <a href="#Page_a73">73</a>. -</p> - -<p> -Venosa antica città, patria del Poeta Orazio — È rimasto in dubbio se -apparteneva alla Peucezia, alla Daunia, o alla Lucania pag. <a href="#Page_a50">50</a> e <a href="#Page_a51">51</a>. -</p> - -<p> -Venulo Ambasciatore di Turno a Diomede per dimandargli soccorso contro -il Trojano Enea pag. <a href="#Page_a53">53</a> in nota. -</p> - -<p> -Vescovo di Ruvo intervenuto nell’anno 1071 alla consecrazione della Chiesa -<span class="pagenum" id="Page_a347">[a347]</span> -di Montecasino pag. <a href="#Page_a111">111</a> e <a href="#Page_a112">112</a> — Il Vescovo di Ruvo nell’anno 1084 -donò al Priore di Montepeloso la Chiesa di S. Sabino colle rendite de’ -beni alla stessa annessi pag. <a href="#Page_a112">112</a> — Decime della Bagliva di Ruvo pagate -dai Sovrani Angioini al Vescovo e Clero di Ruvo pag. <a href="#Page_a134">134</a>. -</p> - -<p> -Vescovado di Ruvo e sua antichità pag. <a href="#Page_a120">120</a> e <a href="#Page_a121">121</a> — Fu sottratto alla sua -soppressione ch’era sul tappeto, ed unito al Vescovado di Bitonto pag. -<a href="#Page_a121">121</a> e <a href="#Page_a122">122</a>. -</p> - -<p> -Vie che da Brindisi menavano a Roma descritte da Strabone pag. <a href="#Page_a10">10</a>. -</p> - -<p> -Virgulti che nascono nel territorio di Ruvo adatti al lavoro de’ panieri mentovati -da Virgilio pag. <a href="#Page_a115">115</a>. -</p> - -<h3>Z</h3> - -<p> -Zagarese nome di un vino pregiato che si fa in Ruvo pag. <a href="#Page_a311">311</a>. -</p> - -<p> -Zelanti — Nome specioso che si attribuiscono gl’intriganti che cercano mischiarsi -negli affari Comunali per poter profittare dominare, ed introdurre -abusi più condannabili di quelli dell’abolita feudalità pag. <a href="#Page_a317">317</a>. -</p> - -<p> -Zeleuco sommo Legislatore pag. <a href="#Page_a36">36</a>. -</p> - -<p> -Zona di Venere pag. <a href="#Page_a68">68</a> e <a href="#Page_a69">69</a>. -</p> - -<p> -Zurlo Giuseppe — Insigne Magistrato e Consigliere Commessario del giudizio -istituito nell’anno 1797 nel S. R. C. dalla Università di Ruvo contro -la Casa d’Andria pag. <a href="#Page_a247">247</a> — Fu indi delegato dal Re per decidere -anche gli altri giudizj dedotti nel Tribunale della Regia Camera della -Sommaria pag. <a href="#Page_a249">249</a> — Saccheggiamento della di lui casa seguito nell’anno -1799, e dispersione de’ processi delle cause di Ruvo che convenne rifargli -pag. <a href="#Page_a249">249</a> e <a href="#Page_a250">250</a>. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_a348">[a348]</span> -</p> - -<table class="errata" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td> </td> <td> </td> <td>ERRORI.</td> <td>CORREZIONI.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="6"> </td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">6</td> <td>LIN.</td> <td class="num">24</td> <td><i>Longe exploratiores sunt.</i></td> <td><i>Longe exploratiora sunt</i></td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">9</td> <td>LIN.</td> <td class="num">15</td> <td rowspan="2" class="double">} adequato</td> <td rowspan="2" class="double">adeguato</td> - </tr> - <tr> - <td>item pag.</td> <td class="num">95</td> <td>lin.</td> <td class="num">17, e 27</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">35</td> <td>LIN.</td> <td class="num">14</td> <td><i>Tam optima tauris colla</i></td> <td><i>Tam opima tauris colla</i></td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">42</td> <td>LIN.</td> <td class="num">32</td> <td><i>Ecloga CIV</i></td> <td><i>Cap. IV</i></td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">48</td> <td>LIN.</td> <td class="num">28</td> <td>diresse sua lettere</td> <td>diresse sua lettera</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">55</td> <td>LIN.</td> <td class="num">12</td> <td><i>Oppida Canusiam, Arpi</i></td> <td><i>Oppida Canusium, Arpi</i></td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">61</td> <td>LIN.</td> <td class="num">20</td> <td rowspan="2" class="double">} <i>Riton</i></td> <td rowspan="2" class="double"><i>Rhyton</i></td> - </tr> - <tr> - <td>Item pag.</td> <td class="num">76</td> <td>lin.</td> <td class="num">8</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">99</td> <td>LIN.</td> <td class="num">9 e 24</td> <td>PP. Riformati</td> <td>PP. Minori osservanti</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">104</td> <td>LIN.</td> <td class="num">31</td> <td>Panni lini</td> <td>Pannilini</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">134</td> <td>LIN.</td> <td class="num">19 e 28</td> <td>Lagopensile</td> <td>Lagopesolo</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">141</td> <td>LIN.</td> <td class="num">21</td> <td><i>Tabenarios</i></td> <td><i>Tabernarios</i></td> - </tr> - <tr> - <td>Ibidem nella nota</td><td> </td> <td>lin.</td> <td class="num">3</td> <td>Accostare insieme</td> <td>Accostate insieme</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">149</td> <td>LIN.</td> <td class="num">23</td> <td><i>Ad Dominum Vaivodam</i></td> <td><i>Ad Dominum Vayvodam</i></td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">153</td> <td>LIN.</td> <td class="num">23</td> <td>Ch’era in attrasso di soldi</td> <td>Ch’era in ritardo di soldi</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">175</td> <td>LIN.</td> <td class="num">21 e 23</td> <td rowspan="2" class="double">} scomparire</td> <td rowspan="2" class="double">disparire</td> - </tr> - <tr> - <td>Item pag.</td> <td class="num">275</td> <td>lin.</td> <td class="num">34</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">188</td> <td>Lin.</td> <td class="num">14</td> <td rowspan="2" class="double">} antrone</td> <td rowspan="2" class="double">androne</td> - </tr> - <tr> - <td>Item pag.</td> <td class="num">190</td> <td>lin.</td> <td class="num">3</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">216</td> <td>LIN.</td> <td class="num">7</td> <td><i>lama capraria</i></td> <td><i>lama cervaria</i></td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">240</td> <td>LIN.</td> <td class="num">1</td> <td>Transazione dell’anno 1750</td> <td>Transazione dell’anno 1751.</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">267</td> <td>LIN.</td> <td class="num">29</td> <td>era scomparso</td> <td>era sparito</td> - </tr> - <tr> - <td>PAG.</td> <td class="num">290</td> <td>LIN.</td> <td class="num">8</td> <td>sua annuenza</td> <td>suo consenso</td> - </tr> - <tr> - <td>Ibidem</td> <td> </td> <td>lin.</td> <td class="num">10</td> <td>annuito</td> <td>aderito</td> - </tr> -</table> - -<p class="center"> -AVVERTIMENTO. -</p> - -<p> -Alla pagina 101 verso primo, alla pagina 277 verso penultimo, -ed alle pagine 315 e 316 in diversi luoghi ho usata -nel plurale la parola <i>parieti</i> nel mascolino, per adattarmi al linguaggio -della Provincia, mentre sarebbe stato più Italiano il dirsi -nel plurale le <i>parieti</i> o le <i>pareti</i>. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b001">[b001]</span> -</p> - -<h2 id="catalog">RVBASTINORVM -NVMORVM -CATALOGVS -<span class="smaller">EDIDIT -FRANCISCVS M. AVELLINIVS.</span></h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b003">[b003]</span> -</p> - -<h3>CLARISSIMO -AC DOCTISSIMO VIRO -IOANNI IATTA.</h3> -</div> - -<p> -<i>Mitto ad Te, vir clarissime ac doctissime, Rubastinorum -numorum catalogum excerptum ex opere <span class="upright">de Italiae -veteris numismatis,</span> cujus alteram paro editionem. Vt illum -promulsidis loco, in publicum proferas, lubentissime -adsentior. Quaedam tamen monenda sunt, ut ejus catalogi -usus fieri possit. Primum igitur tenendum, me Rubastinorum -numos ita numerasse, ut sub unoquoque numero plures -quandoque complecterer, qui modulo tantum inter se -paullulum differrent, ut ex. c. num. 2, qui numus modo -quarti est moduli, modo quarto aliquanto majoris, modo -quarti cum dimidio. Numero igitur moduli notitiam subjeci, -simplicem aliquando, aliquando multiplicem. Deinde, -descriptio numi duabus, quas vocant, <span class="upright">columnis</span> ita est distincta, -ut quae a sinistris legentis est, <span class="upright">posticae</span>, quae a -dextris, <span class="upright">anticae</span> typos, sigilla, litteras in area, et epigraphen -indicet. Praecedit typus, qui alphabetico ordine indicatur -in postica propter commodiorem catalogi usum: typi -descriptioni subjiciuntur sigilla vel litterae in area; denique -epigraphe quae semper ad legentis dextram exhibetur, ut -omnes uno velati intuitu facile patere possint. Quum typus plane -idem posticae vel anticae in sequente numo recurrit, indicavimus -<span class="pagenum" id="Page_b004">[b004]</span> -compendii caussa nota <span class="upright">id.</span> quae nempe <span class="upright">idem typus</span> -significat. Item cum sequentis numi epigraphe a superiore -non variat, dedimus <span class="upright">ead. epigr.</span> idest <span class="upright">eadem epigraphe</span>. Moduli -sunt ipsissimi Mionnetani, quorum <span class="upright">scalam</span>, ut vocant, -in tabulis repetimus. Argenteos numos nota AR. indicavimus, -qua qui carent omnes sunt aenei. Numorum descriptionem -sequitur 1. scriptorum vel museorum, e quibus eorum notitiam -hausimus, demonstratio: 2. notulae quaedam criticae atque -exegeticae. Additae tua voluntate aeneae duae tabellae seriem -Rubastinorum numorum exhibent, quantum fieri potuit, ditissimam: -e quibus decem ad minimum, a ceteris variantes, -tuo nunc primum e gazophylacio prodeunt. Vale, clarissime -ac doctissime vir, Ruborum non minus ac totius Italiae nostrae -Decus ac Gloria, meque tui a prima aetate observantissimum, -quod facis, amare perge. Dabam VI id. oct. e -suburbano meo Leucopetrano A. R. S. MDCCC<span class="over">XLIII</span>.</i> -</p> - -<p class="center pad2"> -EXPLICATIO NOTARVM. -</p> - -<p class="center"> -dm — dextrorsum. -</p> - -<p class="center"> -sm — sinistrorsum. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b005">[b005]</span> -</p> - -<table class="catal" summary=""> - <tr> - <td class="center"><i>Typi posticae partis.</i></td> <td class="center"><i>Typi anticae partis.</i></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">1 (<i>mod.</i> 5½) <i>Vide tab. I fig. 1.</i></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Aquila sinistrorsum alis expansis fulmen unguibus tenet:<br /> <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Caput barbatum laureatum dextrorsum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">2 (<i>mod.</i> 4, 4 +, 4½)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">3 (<i>mod.</i> 3)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">4 (<i>mod.</i> 5 —) <i>Vide tab. I fig. 2.</i></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.; <i>retro</i> K.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">5 (<i>mod.</i> 3)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a sinistris in area</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">6 (<i>mod.</i> 3 +, 4, 4½) <i>Vide tab. I fig. 3.</i></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>in area a dextris</i> lunula<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm; in area <i>ante os</i> lunula <i>retro</i> Θ.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">7 (<i>mod.</i> 2)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Clava, arcus, pharetra ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput imberbe laureatum dextrorsum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">8 (<i>mod.</i> 4 —, 4) <i>Vide tab. I fig. 4.</i></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Clava nodosa, et pharetra transversae dextrorsum, taenia sinistrorsum colligantur: inferius arcus nervo superius posito: <i>supra clavam</i> ΡΥΨ; omnia in corona e duobus lauri ramis inferiore parte dextrorsum colligatis.</td> <td class="bbl">Caput imberbe laureatum dextrorsum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b006">[b006]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">9 (<i>mod</i>. 3 —, 3, 3 +, 3½)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>supra clavam</i> ΡΥΨ; omnia in corona ut supra.</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">10 AR. (<i>mod</i>. 1, 1 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig.</i> 5.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Fulmen quatuor alis instructum, quarum duae sursum, duae deorsum <i>a sinistris</i> Ρ, <i>a dextris</i> Υ.</td> <td class="bbl">Bucranium adversum, infulis ex utroque cornu dependentibus.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">11 AR. (<i>mod</i>. 1, 1 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 6.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Lyra, inferiore sui parte globosa, taenia e dextris dependente.</td> <td class="bbl">Idem <i>supra</i> ΡΥ</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">12 (<i>mod</i>. 3 —, 3, 3 +)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Mulier sinistrorsum stans dextra pateram, sinistra cornucopiae:<br /> <i>a dextris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput barbatum laureatum dextrorsum ΓΡ<sup>Ο</sup>ΣΕ<sup>Ο</sup>Ε</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">13 (<i>mod</i>. 3 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 7.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm ΓΡΟ.ΣΕ....</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">14 (<i>mod</i>. 3) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 8.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm ΓΡ<sup>Ο</sup>ΣΣ<sup>Ο</sup>Κ.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">15 (<i>mod</i>. 3 —) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 9.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>epigr. detrita</i></td> <td class="bbl">Idem dm ΓΡ··ΣΣ<sup>Ο</sup>Κ.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">16 (<i>mod</i>. 4)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Noctua ramo insistens <i>in area</i> AI ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galeatum <i>in area</i> Κ.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b007">[b007]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">17 (<i>mod</i>. 3 +)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. dm <i>in area</i> ΛΙ, <i>ead. epig</i>.</td> <td class="bbl">Caput muliebre galea oblonga, cristata, et duplici monili ornatum dextrorsum, crinibus in collum defluis.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">18 (<i>mod</i>. 4 +) <i>Vide tab</i>. I <i>fig</i>. 10.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. dm <i>in area</i> ΛΙ, <i>ead. ep</i>.</td> <td class="bbl">Caput muliebre galea oblonga cristata ornatum, crinibus ad collum defluis, dextrorsum: <i>supra</i> Κ.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">19 (<i>mod</i>. 3 —, 3, 3½)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. dm <i>in area</i> ΛΙ, <i>ead. ep</i>.</td> <td class="bbl">Idem <i>supra</i> Κ.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">20 AR. (<i>mod</i>. 2)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Spica ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galeatum dextrorsum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">21 AR. (<i>mod</i>. 2, 2½) <i>Vide tab</i>. II <i>fig.</i> 1.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Spica duobus foliis inferius instructa <i>a dextris</i> cornucopiae<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput muliebre dextrorsum, galea oblonga et monili ornatum, crinibus ad collum defluis.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">22 AR. (<i>mod.</i> 1 +, 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 2.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>a dextris</i> cornucopiae, <i>a sinistris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Id. dm: praeterea in galea astrum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">23 AR. (<i>mod</i>. 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 3.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>a dextris</i> cornucopiae, <i>a sinistris</i> ΡΥ <i>ac deinde</i> A <i>majus</i>.</td> <td class="bbl">Idem dm sine astro.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b008">[b008]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">24 AR. (<i>mod</i>. 2)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>in area</i> cornucopiae, <i>infra</i> T ΡΥ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galeatum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">25 AR. (<i>mod</i>. 1 +, 2) <i>Vide tab.</i> II <i>fig.</i> 4, 5.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Spica cum folio ad dextram inferius, cui impositum cornucopiae:<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥ <span class="over">M</span></td> <td class="bbl">Caput muliebre galea oblonga ornatum dextrorsum, crinibus ad collum defluis.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">26 (<i>mod</i>. 3 —) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 6.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Victoria sinistrorsum stans, dextra globulum (coronam? an pateram?) sinistra palmae ramum;<br /> <i>a dextris</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Caput muliebre galea cristata oblonga et torque ornatum, crinibus ad collum defluis, dextrorsum.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">27 (<i>mod</i>. 3 —) <i>Vide tab</i>. II <i>fig.</i> 7.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥΨ</td> <td class="bbl">Idem dm <i>retro</i> K.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">28 (<i>mod</i>. 2 —, 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 8.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥΒΑ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">29 (<i>mod</i>. 1, 1 +, 1½)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. sm <i>a dextris</i> ΡΥΒ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"><span class="pagenum" id="Page_b009">[b009]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">30 AR. (<i>mod</i> 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 9.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Vir nudus (Hercules) dextrorsum d. genu flexo, dextri pedis calci insidens, dextro brachio leonem stringit in se adsurgentem<br /> <i>a dextris supra</i> ΥΡ?</td> <td class="bbl">Caput muliebre dextrorsum galea cristata et duplici torque ornatum, crinibus ad collum defluis: in galea mulier in piscem desinens, duorum canum capitibus ex inguine erumpentibus, dextra elata, sinistra extensa.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">31 AR. (<i>mod</i>. 2 —, 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 10.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>a dextris supra</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">32 AR. (<i>mod</i>. 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 12.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>infra</i> HOV (NOV)<br /> <i>a sinistris</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Id. dm. sine torque (<i>pone</i> cornucopiae, <i>supra</i> ΔΩ).</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">33 AR. (<i>mod</i>. 2 —) <i>Vide tab</i>. II <i>fig.</i> 11.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. <i>infra</i> TOV, <i>a dextris supra</i> ΡΥ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">34 AR. (<i>mod</i>. 2) <i>Vide tab</i>. II <i>fig</i>. 13.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. dm <i>infra</i> A,<br /> <i>a dextris supra</i> ΡΥ, <i>a sinistris</i> <span class="over">M</span></td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">35 AR. (<i>mod</i>. 2)</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>— id. dm: <i>in area</i> clava. ΡΥΣΙ</td> <td class="bbl">Idem dm.</td> - </tr> -</table> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b011">[b011]</span> -</p> - -<h3><i>Scriptorum, vel museorum, e quibus numorum notitiam -hausimus, demonstratio.</i></h3> -</div> - -<p> -1) E museo cl. viri Ioannis Iatta. -</p> - -<p> -2) <i>Pembrock</i> part. 2 tab. 26, <i>Carellii</i> tabulae anecdotae, <i>Real museo -borbonico</i> tom. III tav. 32 fig. 1. -</p> - -<p> -3) <i>Carellii</i> Ital. vet. num. pag. 38. -</p> - -<p> -4) E museo cl. viri Ioannis Iatta. -</p> - -<p> -5) <i>Carell</i>. ibid., <i>Mionnet</i> tom. II p. 199, qui etiam de nostro -n. 3 intelligi potest, ac numo quartum <i>raritatis</i>, ut ajunt, gradum tribuit, -atque octo <i>francorum</i> pretium. -</p> - -<p> -6) <i>Eckhel</i> numi veter. anecd. pag. 129 tab. 8 fig. 22, <i>Mus. Hedervar</i>. -tom. I pag. 159, <i>Avellinii</i> ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, <i>Carellii</i> -tabulae anecd. Numus moduli 4½ est in museo cl. viri Ioannis Iatta. -</p> - -<p> -7) <i>Reynier</i> précis pag. 26. -</p> - -<p> -8) <i>Pellerin</i> suppl. I pag. 31 seq. tab. I fig. 10. Et e museo cl. -Iatta. -</p> - -<p> -9) <i>Mionnet</i> tom. II pag. 199, qui numo quintum raritatis gradum -et decem francorum pretium tribuit, <i>Real museo borbon.</i> tom. III tab. 32 -fig. 3, <i>Carellii</i> tabulae anecd., <i>Sestini</i> descrizione di alcune medaglie greche -del principe di Danimarca pag. III tab. I fig. 3. Item e museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -10) <i>Monum. inediti di antiche e belle arti</i> pag. 40 tab. I fig. 8, -<i>Avellino</i> opuscoli tom. II pag. 64 tab. 4 fig. 1, <i>Carellii</i> tab. anecd. -Item e museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -11) <i>Eckhel</i> doctr. tom. I pag. 142, e quo transcribit Mionnetus -tom. I pag. 266, qui sextum raritatis gradum, et 30 francorum pretium -numi statuit, <i>Mus. Hederv.</i> tom. I pag. 26 tab. 2 n. 20, <i>Millingen</i> -anc. coins pag. 40 tab. 4 fig. 10. -</p> - -<p> -12) <i>Hunter</i> pag. 255 tab. 46 fig. 12, <i>Minervin.</i> del monte Vulture -pag. 97, 99 tab. 3 fig. 6, <i>Mionnet</i> suppl. tom. I pag. 267, cum -sexto raritatis gradu, et 18 francorum pretio, <i>Carell.</i> Ital. vet. num. -p. 38 et tab. anecd., <i>Real museo borbon.</i> tom. III tab. 32 fig. 4. -</p> - -<p> -13) E museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -14) Ex eodem museo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b012">[b012]</span> -</p> - -<p> -15) Ex eodem museo. -</p> - -<p> -16) <i>Mionnet</i> descr. tom. I pag. 133 cum septimo raritatis gradu -et 24 francorum pretio. -</p> - -<p> -17) <i>Carellii</i> tabulae anecdotae. -</p> - -<p> -18) E museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -19) <i>Pellerin</i> rec. tom. I pag. 72 seq. tab. X fig. 5, <i>Sestini</i> lettere -prime tom. IV pag. 54 seq., <i>Real mus. borb.</i> tom. III tab. 32 -fig. 5, <i>Carellii</i> tab. anecd. -</p> - -<p> -20) <i>Mus. Hedervar.</i> tom. I pag. 26, <i>Dumersan</i> catal. d’Allier -d’Hauter. pag. 9. -</p> - -<p> -21) E museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -22) <i>Avellinii</i> Ital. vet. num. tom. I pag. 54, <i>Carellii</i> Ital. vet. -num. pag. 38 et tabulae anecd. -</p> - -<p> -23) <i>Carellii</i> tab. anecd. -</p> - -<p> -24) <i>Avellinii</i> ad Ital. vet. num. suppl. p. 25. -</p> - -<p> -25) <i>Neumann</i>, num. popul. tom. II pag. 115 tab. 4 fig. 6, <i>Mionnet</i> -descr. tom. I pag. 161, suppl. tom. 1 pag. 267 cum quinto raritatis -gradu et 24 francorum pretio, <i>id.</i> poids des med. pag. 13 (pond. -18), <i>Carellii</i> Ital. vet. num. pag. 38 (pond. 20), et tabul. anecd. -</p> - -<p> -26) <i>Avellinii</i> ad Ital. vet. num. suppl. pag. 25, <i>Carellii</i> Ital. vet. -num. p. 12 et tab. anecd. -</p> - -<p> -27) E museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -28) <i>Mionnet</i> descr. tom. I pag. 133 cum sexto raritatis gradu et -viginti francorum pretio, <i>Avellino</i> giorn. num. tom. I pag. 51 tab. 4 -fig. 4 et <i>opusc.</i> tom. II p. 64 tab. 3 fig. 14, <i>Taylor Combe</i> mus. britann. -pag. 246 tab. 12 fig. 17. -</p> - -<p> -29) <i>Carell.</i> Ital. vet. num. pag. 38 et tabul. anecd. -</p> - -<p> -30) E museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -31) <i>Carell.</i> tab. anecd., <i>Millingen</i> anc. coins pag. 9 tab. 1 fig. 9. -Item e museo cl. Iatta. -</p> - -<p> -32) <i>Sestini</i> descriz. del museo Fontana parte 3 pag. 2 et 110 tab. -1 fig. 6. -</p> - -<p> -33) <i>Sestini</i> ib. fig. 4. -</p> - -<p> -34) <i>Sestini</i> ib. fig. 5. -</p> - -<p> -35) <i>Avellinii</i> Ital. vet. num. tom. I pag. 103 et supplem. pag. 25. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b013">[b013]</span> -</p> - -<h3>ADNOTATIONES CRITICAE ATQVE EXEGETICAE IN CATALOGVM -NVMORVM RVBASTINORVM.</h3> -</div> - -<h4><i>Ad numum catalogi nostri 1 et sequentes 2, 3, 4, 5.</i></h4> - -<p> -Memorantur hi numi a Sestinio <i>descrizione d’alcune medaglie greche -del principe di Danimarca</i> pag. 111 et a Millingen <i>considérat. sur -la numismatique d’Italie</i> pag. 150. Eckhelius <i>doctr.</i> tom. II pag. 239, -Pellerinii judicium sequutus, hos et ceteros numos cum inscriptione ΡΥΨ -ad Rhypas Achajae urbem pertinere <i>sine dubio</i> affirmavit; <i>cum ejus gentile -sit</i> Ρύψ. Quod judicium primus impugnavi <i>ad Ital. vet. num. supplem.</i> -pag. 25, tum quod ex Apulia quidam ex his numis saepe ad me -fuerint adlati, tum quod fabrica et typi eam numorum patriam haud respuant; -praesertim quum numus cum Palladis et Victoriae typis occurrat -(catal. nostri n. 26 ad 29) aliquando epigraphe ΡΥΨ, aliquando -ΡΥΒΑ inscriptus; et Herculis armorum typus sit quoque in vicinarum -urbium, Luceriae, Hydruntique numis obvius. Visum tum mihi τὸ Ρὺψ urbis -ipsius apud indigenas nomen, quam <i>Rubos</i> Latini dixere. Quod si Stephano -gentile est Ρὺψ Achajae urbis, probare id videtur, quo se nomine -Achajae Rhypenses appellabant, eodem Apulos Rubastinos non pro ἐθνικῷ, -sed ad urbem ipsam denotandam usos. Ceterum esse hos Achajae -Rhypenses Ruborum in Apulia conditores jure censuit clar. Millingen <i>l. c.</i>, -de qua re consulendus et cl. Iatta in opere quo de Ruborum origine -et historia agit. Sententiam meam de his numis ΡΥΨ inscriptis sequuti -sunt Sestinius, Carellius, Millingen <i>ll. cc.</i>, ipse denique Mionnetus <i>supplem.</i> -tom. IV pag. 159. Neque igitur imitandus est cl. Grotefendius, -qui nuper videtur iterum ad Achajae Rhypas numos ΡΥΨ inscriptos revocare: -vide ejus <i>Blätter für Münzkunde</i> anni 1837 pag. 107. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. nostri 6.</i></h4> - -<p> -Eckhelius et musei Hedervariani descriptor ad Achajae Rhypas pro -more hunc numum quoque referunt, sed jure ad Rubastinos spectare -monet Sestinius <i>in catal. mus. hedervar. part. I castigat.</i> pag. 31. Idem -<span class="pagenum" id="Page_b014">[b014]</span> -(<i>descriz. d’alcune med. greche del Principe di Danimarca</i> pag. III) similem -citat numum e museo regis Bavariae. Fabrica numi rigidior, ita -ut <i>barbaram</i> dicere olim haud sim veritus, quum musei regii exemplar -describerem. Videtur antiquior certe ceteris Ruborum numis. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 7.</i></h4> - -<p> -Soli Reynerio cognitus. An pro ΡΥ legendum ΔΥΡ vel ΥΔΡ, et -numus Dyrrhachio vel Hydrunto restituendus? -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 8.</i></h4> - -<p> -Pellerinius hunc quoque ad Rhypas Achajae refert; et Herculis caput -jure in antica agnoscit. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 9.</i></h4> - -<p> -Mionnetus ad Rhypas quoque refert: numus ab eo editus quum sit -3 moduli, alius a Pelleriniano esse videtur, qui 4 est moduli. Taeniae, -qua pharetra et clava colligantur, non meminit Mionnetus, neque ea conspicitur -in ectypo ejus quem edidi in <i>real museo borbonico</i>, ubi numum -Rubis vindicavi; quibus tribuunt quoque Carellius et Sestinius. In ectypo -Carelliano taenia ad pharetram pertinet, et fluitans post clavam -exhibetur: rectius in Sestiniano, ut et in Pelleriniano, clava et pharetra -taenia colligantur. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 10.</i></h4> - -<p> -Primus edidi. Ad Iovis cultum refertur, cui victima taurus. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 11.</i></h4> - -<p> -Primus e Neumanni museo edidit Eckhelius, ac non sine dubio Rubastinis -tribuit. Hausit ex Eckhelio Mionnetus addita dubitationis nota? -Idem, ut videtur, Neumanni exemplar in Hedervarianum museum illatum, -<span class="pagenum" id="Page_b015">[b015]</span> -et in ejus descriptione editum, e cujus ectypo apparet lyrae partem -superiorem oblique effictam, et duas veluti taenias ex inferiore ejus -demitti. In ectypo Millingeniano una tantum taenia dextrorsum dependet, -et sic quoque in numo integerrimo apud cl. Iatta, unde nostrum ἔκτυπον -exhibuimus tab. nostrae I fig. 6. Comparat Millingenius cum ΚΑ-νουσὶνων -numo eodem typo insigni. Sed hunc numum ΚΑ inscriptum -nihil vetat Caelio potius, quam Canusio, tribuere; ita ut videantur -Caelini et Rubastini argentei minimae formae numi et in lyrae, et in -Herculis leonem sternentis typis inter se convenire. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 12.</i></h4> - -<p> -Magna in legenda anticae epigraphe varietas. Apud Hunterum numus -ad Achajae Rhypas quoque refertur, et epigraphe legitur ΓΡΟϹϹΟϹ. -Eum mature Rubastinis vindicavit Minervinius, sed (mirum dictu!) epigraphes -partem tantum sic legit ϹΕΟΕ, quod interpretatur <i>Voco</i>, idest, -ut autumat, persice <i>aridam!</i> Mionnetus praeter numi descriptionem e -mea petitam, aliam dat e museo, ut ait, <i>de feu M. Beaucousin à -Amiens</i>, legitque in antica ΣΡΟϹΕ<sup>ο</sup>Γ (sic) et in postica. BA pro ΡΥ-BA, -quum in ceteris omnibus ΡΥ tantum legatur. Carellius in descriptione -habet ΓΡοϹΕ<sup>ο</sup>Ε (sic), at in ectypo literae sic exhibentur ΓΡΟ -ϹΕ Ε. Epigraphen ΓΡ<sup>ο</sup>ϹΕ<sup>ο</sup>Ε eruisse jam visus sum e collatione duorum -numorum musei Capyciolatri et regii: sed serius in alio musei regii -numo legi .. ΡΟϹΕΟϹ. In tanta lectionis varietate vix est ut verus -epigraphes sensus erui possit, qua magistratum indicari fere est -tralatitium. Possis et bis notis sermonis ἐπιχωρὶου voces aliquas exprimi -non sine quadam veri specie suspicari, haud temere pro Graecis -accipiendas, etsi Graecis scriptas characteribus. Quod idem dicendum -videtur et de numorum Salapiae nonnullis inscriptionibus, Graecis characteribus -voces, ut videtur, minime Graecas exhibentibus. Memoratur -vero hic numus et ab Eckhelio <i>doctr</i>. tom. I pag. 142 dubitante an Rubastinis -sit accensendus, et a Sestinio <i>descrizione di alcune medaglie del -principe di Danim</i>. p. III, et a Romanellio, qui Minervinium sequitur, -topogr. tom. II pag. 63, et a Raoul-Rochette <i>memoir. de numismat.</i> -pag. 229 et 233, qui in postica urbis ipsius imaginem agnoscit libantis -<span class="pagenum" id="Page_b016">[b016]</span> -ritu, cui figurae (Τυχῆ πολέως) et cornucopiae accommodatur. Iam -vero, dum haec prelo mandantur, nitidissimum numum similem mihi -ostendit clarissimus atque amicissimus vir Nicolaus Ianuarii fil. Minervinius, -in quo sine ulla dubitatione epigraphe sic legitur ΓΡ<sup>ο</sup>ϹΕ<sup>ο</sup>Ε. -</p> - -<h4><i>Ad numos cat. n. 13, 14, 15.</i></h4> - -<p> -Numi e museo cl. Iatta omnes in epigraphe anticae variant, cujus -incertam significationem incertiorem tot varietatibus reddi, cuique manifestum. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 16.</i></h4> - -<p> -Numus hic solius Mionneti fide nititur. In omnibus aliis ΛΙ legitur -in area posticae, non AI, ut legit Mionnetus perperam ut videtur. -</p> - -<h4><i>Ad numos cat. n. 17, 18, 19.</i></h4> - -<p> -Primus numi hujus editor Pellerinius Bastae Calabriae urbi tribuit, -ratus τῷ K anticae Calabriam designari, et τὸ ΛΙ in postica ΛΙμην explicandum. -Sed jam numum Pellerinianum Rubastinis tribuendum esse -docuit Magnanus, qui illum repetit <i>miscell. num</i>. tom. III tab. 39 fig. -2, et post eum Mola in <i>observat. ad Neumanni opus</i>, editis in <i>effemeridi -enciclopediche di Napoli</i> anni 1794 martii mensis pag. 81 (ubi perperam -legit ΡΟΥΒΑΣΤΙΝΩΝ et numum similem memorat, in quo legit -.. ΒΑΣΤΕΙΝ ..), Eckhelius <i>doctr</i>. tom. I pag. 142, Millingen -<i>considerations</i> etc. pag. 151, Romanellius <i>topogr</i>. tom. II p. 30, Sestinius -<i>class. gen</i>. prior. edit. tom. II pag. 10 et 12. In priore Mionneti -catalogo (<i>catal. d’une collect. d’empreint.</i> p. 8) notatur numi modulus -5, per errorem, ut videtur. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 22.</i></h4> - -<p> -Editum a me repetit Carellius in descriptione, in qua tamen modulus -1 + indicari videtur, neque astri in galea fit mentio; in tabulis -vero duo hujus numi edita sunt exemplaria, 2 moduli, in quorum -<span class="pagenum" id="Page_b017">[b017]</span> -altero astrum in galea est sex radiorum, in altero octo. Millingen <i>considerat</i>. -etc. p. 151 hos numos Metapontinorum ait esse imitationem. -Similem cum astro sex radiorum in galea e museo ejusdem cl. Nicolai -Minervinii scribens haec sub oculis habeo. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 24.</i></h4> - -<p> -Numum a me editum excripsit Mionnetus <i>supplem</i>. tom. I p. 267, -inopportuno addito (?), eique quintum raritatis gradum, et 24 francorum -pretium tribuit. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 25.</i></h4> - -<p> -Neumannus, qui hunc numum, ab Alberto Fortis dono acceptum, -primus edidit, inventum ait apud oppidum <i>Rionegro</i>, ad Vulturis montis -pedes. Numorum Tarenti, Metaponti et Heracleae typos in eo agnoscit, -et dubius haeret an τὸ ΣΙ intelligendum sit Σίρις et τὸ ΡΥ magistratus -sit nomen. In descriptione perperam cornucopiae omittit in ectypo -conspicuum. Mionnetus ad Metapontum primum retulit, mox ad -Rubastinos, quibus iam dubius tribuerat Eckhelius <i>doctr</i>. tom. I p. -142, magis fidenter Sestinius <i>class. gen.</i> prior. edit. tom. II p. 10, -et ego <i>Ital. vet. numism.</i> tom. I pag. 54. Ei vero numo quintum -raritatis gradum et 24 francorum pretium tribuit Mionnetus. Mola in -iis, quas jam citavimus, observationibus ad Neumanni opus (<i>efem. -encicl. di Napoli</i>, marzo 1794 pag. 82) etiam Rubis hos numos -se tribuisse testatur, addita caussa, quod nempe saepe solis ἀρχαιούσαις -literis in numis urbium nomina exprimantur. Subdit tamen in -edita a Fortis epistola de X Apuliae urbibus heracleoticos argenteos -hos numos dici, et τὸ ΡΥ magistratus esse vel monetarii nomen; -quam rem sub judice relinquit Mola. Nos vero et Rubis numos hos -accensendos plane opinamur, et τού ΣΙ, quod aliquando in his legitur, -explicationem dari posse veri profecto simillimam adfirmamus. -Σίλουνιον enim, urbem Peucetiorum in mediterraneis extremam, memorat -Strabo <i>geogr</i>. lib. VI p. 283 Casaub., ubi perperam Casaubonus -de Sila Bruttiorum cogitans corruptum geographi locum arbitratur. Meminit -<span class="pagenum" id="Page_b018">[b018]</span> -quoque Diodorus <i>biblioth.</i> lib. XX cap. 80, e quo discimus urbem -hanc, quam Σιλβιον vocat, atque in Iapygia ponit, anno urbis -447 a Samnitibus occupatam, et praesidio custoditam, a Romanis consulibus -Q. Marcio, P. Cornelio post aliquot dierum obsidionem per -vim tandem captam, plusquam quinque captivorum millibus, magnaque -spoliorum copia ablata; quae res urbis et praestantiam et divitias -ostendit. Hujus urbis populi <i>Silvini</i> Plinio dicti, qui sic memorat inter -ceteros Apuliae populos, et conterminos: <i>Rubustini, Silvini</i>. Meminit -et Antoninus <i>itinerar.</i> pag. 121 Vesseling., qui post Venusiam collocat -ad M. P. XX. Denique in tabula peutingeriana legitur corrupte -<i>Silutum</i> pro <i>Silvium</i> post Rubos et Venusiam, a qua M. P. XXV (non -XX) distare indicatur. Holstenius vetustam hanc <i>Silvium</i> eo loco positam -arbitratus est, quem <i>Gorgoglione</i> nunc dici asserit. Sed nunquam -iis in locis hoc nomen auditum. Bene igitur Pratillus veram denominationem -<i>Garagnone</i> restituit, quo nomine nunc locus appellatur, ubi et ex -antiquis ruderum reliquiis et ex inita distantiae a Venusia ratione satis constat -Silvium olim extitisse: cujus rei demonstratio petenda ex ipso cl. Iatta -opere, quod de veteribus Rubis scripsit. Neque audiendus nuperus Parisinus -Plinii editor (Lemairianae recensionis), qui ait X M. P. a <i>Garagnone</i> -septemtrionem versus reperiri vicum <i>Savigliano</i>, quem Silvio -successisse e nominis affinitate colligit. Quae quum ita sint, perplacet -sententia, quae in his literis ΣΙ ΡΥ Silvinos Rubastinosque memorari -affirmat, vicinos populos origine, ut videtur, foedere ac ejusdem monetae -communi usu conjunctos. Fuisse id Achaearum urbium proprium -quodammodo institutum, docuit sane Polybius <i>histor.</i> lib. II cap. 37, -et vel sola foederis achaici, quam vocant, numorum series probat. Fuisse -vero Rubastinos nostros genere Achaeos (Rhyparum nempe colonos), -uti jam diximus, plane verisimile. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 26.</i></h4> - -<p> -Coronam in Victoriae dextera olim descripsi: pro ea tamen Carellius -globulum adgnoscit, quod plane insolens. In integrioribus hujus generis -numis musei Iatta patera potius exprimi videtur, ut in ectypis exhibuimus. -<span class="pagenum" id="Page_b019">[b019]</span> -Et recte quidem Victoria libans, et sacra faciens, patera indicatur: -sic et saepe βουθυτοῦσα. -</p> - -<h4><i>Ad numos cat. n. 28, 29.</i></h4> - -<p> -Etiam in his numis ego et Taylor Combe coronam, Carellius globulum -agnovit; verius patera est agnoscenda. In tabulis Carellii etiam -duplici, ut videtur, torque ornatum muliebre caput apparet: in meo -ectypo crines ad collum taenia religati videntur. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 31.</i></h4> - -<p> -Millingen <i>considerat</i>. pag. 151 numo modulum dat aliquanto minorem (1). -Tarentinorum typos eo exprimi observat. Ceterum similis numus -fuit et apud Emmanuelem Mola, qui ejus meminit in <i>observat. ad -Neumannum</i> loco superius citato pag. 82. Comparandi vero hi Rubastinorum -numi cum ceteris formae, et metalli, et typorum caussa plane -similibus, quique ad Neapolim, et Arpos spectant, quos nempe edidi -<i>Ital. vet. num.</i> pag. 102 et <i>supplem</i>. p. 16, ubi conjeci Tarenti numos -(quam urbem Graecarum atque Italicarum urbium, ut ita dicam, in -medio positam, utrarumque emporium fuisse frequentatissimum Polybii -testimonio docemur <i>histor</i>. lib. X cap. 1) vicinos populos ad commercii -commoditatem saepe expressisse, eodem plane pacto quo Corinthiorum -Pegasorum, Athenarum atque Alexandri tetradrachmorum typi -plurium deinde urbium vel regum numis communes evasere. Vide quoque -quae dixi <i>opusc</i>. tom. II pag. 48 seq. Innotuit postea similis Caelinorum -numus cum epigraphe ΚΑΙ qui cum his Rubastinorum jure comparatur -a Millingen <i>anc. coins</i> pag. 9. In simili numo apud cl. Iatta -pro KAI legitur DAI. Vide nostrum <i>bullettino archeologico napoletano</i> -anno I pag. 130, et quae notavimus supra ad num. 11. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 32.</i></h4> - -<p> -In hujus numi descriptione legit Sestinius NOV, sed in ectypo -exhibet HOV. Item in ectypo anticae nec cornucopiae nec ΔΩ occurrit, -<span class="pagenum" id="Page_b020">[b020]</span> -quod in descriptione indicatur. Patet ergo indiligenter in eo numo -edendo versatum esse Sestinium. -</p> - -<h4><i>Ad numum cat. n. 35.</i></h4> - -<p> -Habet a me Mionnetus <i>suppl</i>. tom. I pag. 267 addito, ut assolet, -(?): sextum raritatis gradum, ac 30 francorum pretium assignat. -Recole de duplici nomine Rubastinorum et Silvinorum quae diximus supra -ad n. 25. -</p> - -<h4><i>Quaedam de Rubastinorum numis in genere.</i></h4> - -<p> -De numis Rubastinorum in genere meminere Magnan <i>miscell. num.</i> -tom. III pag. 6 ubi dicuntur <i>Rubastinorum seu Rubustinorum Apuliae -nummi parvi graeci antiquissimi ex aere</i>, Sestinius <i>lettere prime</i> tom. II -p. III qui extare eos testatur in museo Ainslieano, Eckhelius <i>doctr</i>. -tom. I qui RRR dicit, Sestinius <i>class. gen</i>. prioris edit, ubi AR. et -AE. extare indicat cum inscriptionibus ΡΥ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, et magistratu -simplice (sic enim τό ΣΙ interpretatur) et RR ait. Musei -Hedervariani descriptor tom. I pag. 26 numos indicat AE. RRR (non -describit tamen nisi argenteos). Scriptor <i>catalogi populor. urb. et regum -quorum numi in museo regio off. monet. mediolanensis asservantur</i> -pag. 8 tres AE. ibi extare testatur. Sestinius in altera edit. <i>classium -gener</i>. pag. 15 numos autonomos dicit cum epigr. ΡΥ, ΡΥΒΑ, -ΡΥΨ, ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ AR. et AE. RR iterumque subdit: <i>Magistratus -simplex</i>. Henninio <i>manuel de numism.</i> tom. II pag. 81 dicuntur -autonomi Rubastinorum Argentei et Aenei sextum raritatis gradum -obtinere. Sestinius <i>descrizione di alcune medaglie del museo Fontana</i> memorat -tres in eo extantes Rubastinorum. Arnethus denique decem aeneos -extare ait in museo, caesareo Vindobonensi (<i>synops. numor. graecor.</i> -etc. pag. 6). Nobis numi Rubastinorum et Silyinorum rarissimis, ceteri -raris accensendi videntur. Eorum seriem pene absolutam, omniumque -ditissimam vidimus apud clar. Iatta, e qua eos solos numos citavimus -in catalogo nostro, qui ab editis variantes sunt visi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b021">[b021]</span> -</p> - -<p class="title"> -FRANCISCI M. AVELLINII<br /> -AD<br /> -CL. VIRVM IOANNEM IATTA<br /> -DE ARGENTEO ANECDOTO RVBASTINORVM NVMO<br /> -EPISTOLA -</p> - -<div class="figcenter"><a id="fill-b021"></a> - <img src="images/ill-b021.jpg" alt="" /> -</div> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b023">[b023]</span> -</p> - -<h2 id="epistola"><span class="smaller">FRANCISCVS M. AVELLINIVS</span> -CLARISSIMO VIRO IOANNI IATTA -<span class="smaller">S. P. D.</span></h2> -</div> - -<p> -Gratulor tibi, clarissime vir, Rubis tuis vel potius nostris, scientiae -veterum numariae, mihi denique ipse de quantivis pretii ἀνεκδότῳ -Rubastinorum argenteo numulo, quem modo in ipsa patria tua comparatum, -redux inde Neapolim attulisti<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>. Vt ad praeclari hujus κειμηλίον -explicationem quaedam adnotarem, quae mantissae loco catalogo meo numorum -rubastinorum subtexi possent, jure tuo imperasti: neque ea in -re, uti nec in ceteris omnibus, tuae de me expectationi deesse volui. -Itaque pauca haec accipito, quibus, si libeat, nec meliora reperias, utaris. -</p> - -<p> -Caput in antica juvenile radiatum adversum Soli tribuendum nemo, -opinor, diffitebitur: quo tamen typo nunquam alias in numis suis Rubastinos -usos hucusque noveramus. Sed (quod plane animadversione dignum) -ipsissimo hoc Solis adverso capite numos quosdam Alexandri Neoptolemi -Epirotarum regis, Tarentinorum, et Metapontinorum in antica ornatos -novimus, omnes parvi moduli, uti et hic noster est. Alexandri et Tarentinorum, -quos memoravi, numi fulmen in aversa parte exhibent cum -epigraphe in prioribus, qui aurei sunt, vel argentei, ΑΑΕΞ, vel ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ -<span class="pagenum" id="Page_b024">[b024]</span> -ΝΕΟΠΤΟ<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>, in aliis, qui aurei tantum sunt, ΤΑΡΑΝΤΙΝΩΝ, -vel ΤΑΡΑΝ.ΑΠΟΛ<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>. Metapontini vero aerei frumenti grana -et caduceum in postica habent cum epigraphe ΜΕ<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>. -</p> - -<p> -Iam qui similes hos inter se, cognatosque urbium vicinarum, regisque, -qui apud eas diu est commoratus, numos comparaverit, facile concedet -non casu quodam, sed consulto potius, probabilique de caussa -ad illam typorum communionem esse deventum: quae caussa nunc restat -indaganda. -</p> - -<p> -Et primum, quod ad eos spectat numos, qui et in anticae et in -posticae typis plane similes, epigraphe tantum differunt, modo Alexandri -Neoptolemi filii, atque Epirotarum regis, modo Tarentinorum nomen -exhibentes, manifesta res esse videtur, cusos eos quo tempore Alexander -ille, a Tarentinis accitus, in Italiam venit, contra Bruttios, Lucanosque -pugnaturus<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>: qua occasione ut foedus atque amicitia Alexandrum -inter et Tarentinos indicaretur, communio illa typorum est inducta<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>. -Quos omnes, ut id quoque ὡς ἐν παρόδῳ moneam, radiatum -nempe caput, et fulmen, ad unum eumdemque Solem, vel Apollinem, -refero. Nam, ut de radiato capite taceam, fulmen Soli quoque convenire -probant, non minus quae Macrobius habet de Heliopolitano deo, quem -<i>eumdem Iovem Solemque esse</i> affirmat, fingique ait <i>specie imberbi</i>, leva -fulmen tenentem<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>; sed et Vibiae, Fontejaeque gentis numi, in quibus -<span class="pagenum" id="Page_b025">[b025]</span> -vel Iovem Axurem radiato capite<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>, vel Apollinem Vejovem cum -fulmine<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> agnoscimus. Plura de ea re alibi notavi quum regii musei -gemmam illustrarem, in qua imberbis quoque Apollo exhibetur fulmen -manu tenens: quae commentatio, etsi jam typis tradita, nondum tamen -e typothetarum carceribus, dicam, an antris, in dias luminis auras est -producta. Et ad rem facit, quod in numis Tarentinorum quoque ΑΠΟΛ -magistratus nomen prope fulmen adscribatur, quod quocumque modo -expleas (Apollodotum, Apollonium, Apollodorum etc.) semper ab Apolline -(Sole) derivatum se ostendit; itaque ad Solis et caput et fulmen -manifesto adludit, exemplo in Tarentinorum, aliarumque urbium numis, -non infrequente. Quare numi hi ceteris antiquitatis monumentis sunt -adjungendi, in quibus Soli fulmen tribuitur, quod symbolum et Victoriae -Tarentinos tribuisse, ex aliis eorum numis docemur<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>. -</p> - -<p> -Possem et eam, quam proposui, sententiam, de Alexandri Epirotae -et Tarentinorum numorum inter se similitudine, etiam iis confirmare -exemplis, quae e Pyrrhi, Alexandri ipsius in Epiri regno successoris, -et plurium Italiae vel Siciliae urbium, in quibus haud multo post Alexandri -mortem commoratus est, numis deducuntur. Sed prudens haec -praetereo, ne longius haec epistola discurrat, quam propositum meum -postulare videatur. -</p> - -<p> -Venio nunc ad rubastinum tuum numum ἀνέκδοτον, cum eodem Solis -capite in antica, variante tantum postica. Hunc etiam ajo ad Alexandri -Tarentinorumque cum Rubastinis amicitiam et foedus esse referendum. -Quum enim Solis caput proprius non fuerit Rubastinorum numorum typus, -neque, hoc excepto, in aliis inveniatur, restat ut illum e vicinae alicujus -urbis numis expresserint: haec vero, praeter Tarentum, alia non succurrit. -<span class="pagenum" id="Page_b026">[b026]</span> -Itaque quovis posito pignore contendo, quo tempore Alexander -suos cum Solis capite adverso numos Tarenti, ut videtur, et ipsi Tarentini -similes cum suo nomine signaverunt; eodem ad amicitiam cum -Alexandro et Tarentinis indicandam Rubastinorum numum Solis quoque -capite ornatum esse percussum. Et sane perbelle cum his consentit -historia. Ait Iustinus: <i>igitur cum</i> (Alexander) <i>in Italiam venisset, primum -illi bellum cum Apulis fuit: quorum cognito urbis fato, brevi post -tempore pacem et amicitiam cum rege eorum fecit.</i> Quis dubitet in prima -hac adversus Apulos expeditione Alexandrum vel Rubastinis amicis -usum, vel saltem post initam cum eo pacem, quem regem Apulorum -nominat Iustinus, cum iis quoque in amicitiam venisse? Quae res opportune -a Rubastinis, illato in eorum numos Solis capite, quo utebatur Alexander -ipse, est celebrata. Eo vero typo, ut hoc quoque addamus, Alexander -ipse designatur, qui, uti oriens Sol (ab ortu enim in Italiam venerat) -videbatur tunc Italiotis adfulgere, eos a barbarorum servitute vindicaturus. -</p> - -<p> -Eamdem vero, quam Rubastinus tuus, explicationem recipiunt et, -quos memoravi, parvi aenei Metapontinorum numi cum eodem Solis capite -in antica. De his haec addit Eckhelius, postquam Alexandri numum -describit: <i>in museo caesareo est aeneus cum simillimo Solis capite cusus -a Metapontinis Lucaniae, qua in regione Alexander stolido suo cum ejus -tractus barbaris bello intentus diu versatus, ex qua ibi commoratione forte -typi in utrorumque numis communis caussa petenda.</i> Quam vellem meminisset -tum vir summus Iustini diserte de Alexandro dicentis: <i>gessit et -cum Bruttiis Lucanisque bellum: tum et cum Metapontinis, et cum Pediculis, -et Romanis foedus amicitiamque fecit</i>. Quapropter receptae a Metapontinis -in numis suis Solis (Alexandri) imaginis caussa non ejus in eorum -regione commoratio, sed magis foedus atque amicitia fuit, plane ut -Rubastinis. Adde quod usque ad belli exitum Epirotas Metaponti moratos -probat Livius, quum narrat mortui Alexandri ossa a barbaris. <i>Metapontum -ad hostes</i> (Epirotas nempe) <i>remissa</i><a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b027">[b027]</span> -</p> - -<p> -Certus inde jam colligi posse videtur numorum, de quibus locuti -sumus, Alexandri, Tarentinorum, Rubaslinorum, Metapontinorumque -συγχρόνισμος. Quum vero Alexander nostris in regionibus commoratus -sit annis A. C. CCCXXXIV (urbis conditae 419) ad CCCXXXI (u. c. -422), ut rationes init Nicolayus<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>, intra hos annos concludenda quoque -est numorum eorum origo: neque eam aetatem respuit artis elegantia, -qua nitent: immo plane iis temporibus convenire facile deprehenditur. -</p> - -<p> -Restat nunc ut nonnulla quoque de postica rubastini numi ἀνεκδότου -adnotemus. Exhibet ea praeter sollemnes illas ἀρχαιούσας litteras -ΡΥ, duplicem lunulam, cum globulis nonnullis, et solitarias praeterea -litteras ΔΑ. Imitatos et hac postica esse Rubastinos Tarentinorum monetam -plane constat, quum et in hac lunulae duae decussatim positae cum -globulis quibusdam occurrant: quem typum nuper ad <i>bimaris</i> Tarenti -portus sinusque indicandos trahi posse censuit amicissimus vir cl. Fiorellius<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. -Acutum id quidem, sed ad Rubastinorum numum explicandum -plane inopportunum. Suspicor lunulas potius ad numi valorem referendas, -qui fuisse videtur diobolaris. Nam et in aeneis Rubastinorum -(obolis?) simplex in area lunula signatur. Vide catalogi nostri n. 6. -Et sane Fiorellius ipse idem fere conjecit de pluribus spicis, de Dioscuris, -de duabus tribusve lunulis, et de hordei grano bifariam diviso in -Metaponti numis<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>, plaudente cl. Cavedonio<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>. Exstant Heracleae Lucaniae -aenei minimae formae numi cum Herculis ad aram stantis typo: -sunt et duplo majores simillimi cum duplice Hercule: quod cui non mirum -videatur, vel joculare fortasse, et cum Plautinis illis comparandum: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_b028">[b028]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Iam hoc Herculis est, Veneris fanum quod fuit.</i></p> -<p class="i01"><i>Ita duo destituit signa hic cum clavis senex</i><a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Si cogites tamen duplum esse numi cum duplice Hercule valorem, -simplicem cum simplice, statim intelliges nullum in re adeo aperta difficultati -locum esse. Haec vero si recto stant talo, globulos lunulis adjunctos -non ad valorem numi, sed ad aliud quid indicandum pertinere, -manifestum videri jure colligas. -</p> - -<p> -Litteras denique ΔA magistratus vel monetarii ἁρχαιούσας esse pro -recepto more asserimus: neque id a Rubastinorum consuetudine abhorret, -qui et in aliis numis (vid. cat. n. 32, 33, 34) alias quoque litteras -ad magistratus vel monetarii nomen indicandum expressere. In earum -tamen numero non esse τὸ ΣΙ (quo Silvium vicina urbs indicatur) -jam alibi diximus, et tu probasti. -</p> - -<p> -Conjecturam vero de litteris hisce ΔA adscribere hoc loco non piget: -quanti ea sit facienda, tu videris. Constat e Livii, aliorumque -testimoniis, et ex ipsis Arpanorum, Salapinorumque numis <i>Dasii</i>, vel -potius ΔAΞΟΥ nomen tota Apulia frequens, et ab iis praecipue usurpatum, -qui regia quadam potestate in iis urbibus imperitabant, nobilissimoque -Diomedis genere satos se esse jactabant<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>. -</p> - -<p> -Quid ni igitur et de Dazo quodam Rubastino cogitemus? praesertim -quum numulus exstet argenteus cum typo Herculis leonem sternentis, et -epigraphe ΔΑΞΟΥ, quem quum ederem, propter hanc epigraphen Arpis -tribui: typus vero et Rubastinis convenire potest. Adde quod, Iustino -<span class="pagenum" id="Page_b029">[b029]</span> -teste, Brundisium quoque Aetoli, qui Arpis commorabantur, ab Apulis -repetebant, quasi a Diomede conditam<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>. Rubos tamen occupasse, nemo -unquam veterum memoriae prodidit; et ipse Iustinus, qui foedus Alexandri, -uti jam diximus, cum <i>Pediculis</i> memorat, videtur hujus populi -δημοκρατίαν agnoscere. Praestat itaque litteras ΔΑ rubastini numuli, quae -et in Tarentinis quibusdam occurrunt, de quovis alio magistratus nomine -interpretari. -</p> - -<p> -Antequam tamen manum, ut ajunt, de tabula, aureum denique, -si Diis placet, Rubastinorum numum repertum tibi nuncio. Editum illum -inveni in opere quod titulo <i>nouvelle galèrie mythologique</i> praeteritis annis -edere aggressus est cl. atque amicissimus collega Carolus Lenormantius -tab. XIX fig. 9. Typorum et epigraphes ratione plane hic numus convenit -cum n. cat. mei 25 tab. II fig. 4, 5, Silvinorum Rubastinorumque -nominibus ornato. Aureum vero esse diserte in tabula Lenormantiana -affirmatur. Quod si verum, jam Rubastinos tuos, adjuncto Silvinorum -nomine, aurea quoque usos moneta, in compertis habemus. Sed, ut rem -ingenue dicam, molesta nascitur suspicio, scalptoris forte incuria in ea -tabula scriptum fuisse OR pro eo, quod scribere debebat, AR. Quod dubium -ex ipso cl. auctoris textu diluere non potui, quum operis multis -ab annis interrupti textus ad eam usque tabulam explicandam non pervenerit. -Quare rogatum publice volumus cl. Lenormantium, ut hanc nobis -sollicitudinem abstergat, aureique hujus, si vere exstat, Rubastinorum -Silvinorumque numi fidem, atque αὐθεντίαν gravissimo suo testimonio det -probatam, et quo ille in thesauro asservetur, benignissime doceat. -</p> - -<p> -Numi cat. n. 30 et seq. anticae caput, uti et similium Tarenti, Heracleae, -Caelii, Palladi tribuendum ea de caussa opinatus est cl. Fiorellius -(<i>osservazioni sopra talune medaglie</i> p. 19), quod ea patrocinio suo Herculem -semper foverit. Et sane in vasis quoque pictis saepissime Herculi cum -leone pugnanti adstituitur. Klausenius vero (<i>Aeneas und die Penaten</i> tom. I -pag. 428) Minervam Salentinorum foederis Deam ait esse praecipuam, ideoque -in numis vicinarum urbium (Vxenti) Herculem in aversa facie cum -<span class="pagenum" id="Page_b030">[b030]</span> -cornucopiae exhiberi (in Rubastinis est cornucopiae et spica, v. n. 21 -seqq.) ad exprimendam felicitatem Deorum benevolentia hominum viribus -partam, quae deos ipsos anteverterint. Eam vero fuisse rubastini agri felicitatem, -ut populum ad summas olim divitias, et ad nobilissima quaeque -studia capessenda provexerit, jure tu e praestantissimis ipsis rubastinorum -tuorum artium monumentis probatum dedisti. Idem et Tritonis -signum (sic vocat quae nobis Scylla dicitur) in galea Minervae -scalptum ad ejus deae in mare potestatem refert (ib. pag. 429). -</p> - -<p> -Sed jam sat prata biberunt. Vale, vir clarissime, meque, ut facis, -ama. -</p> - -<p> -Scripsi Neapoli V Kalendas septembres A. R. S. MDCCC<span class="over">XXXXIIII</span>. -</p> - -<div class="titlepage"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c001">[c001]</span> -</p> - -<h2 id="disfida">HISTORIA -DEL COMBATTIMENTO</h2> - -<p class="istoria x-large"> -De’ tredici Italiani con altrettanti -Francesi, fatto in Puglia tra -Andria, e Quarati -</p> - -<p class="istoria"> -<i>E la vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno -1503 à 13 di Febraro,</i> -</p> - -<p> -Scritta da Autore di veduta, che v’intervenne -</p> - -<p class="pad4"> -In Napoli per Lazaro Scoriggio. 1633 -</p> - -<p> -RISTAMPATA DA GABRIELE PORCELLI -1844. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c003">[c003]</span> -</p> - -<h3>AL BENIGNO LETTORE.</h3> -</div> - -<p> -<i>Di questo combattimento tra tredici Francesi, et altrettanti -Italiani, e della vittoria ottenuta da gl’Italiani nell’anno -1503 trattano Gio: Battista Cantalicio Vescovo d’Adri, -e Penna nella sua Consalvia,</i> de bis recepta Parthenope, -<i>scritta in verso heroico lib. 2. Francesco Guicciardini nel -lib. 5. dell’Historia d’Italia, Paulo Giovio nel lib. 2. della -vita di Consalvo di Cordova Gran Capitano, Mambrin Roseo -da Fabriano nell’aggiunta al compendio dell’Historia del -Regno di Napoli lib. 8. Girolamo Zurita nell’Historia di -Ferdinando Re Cattolico nel 5. vol. delle sue opere lib. 5. -cap. 12, et altri. Però detti Autori ne scrivono con molta -brevità, e non raccontano tutti i particolari, che sono riferiti -in questo libretto, anzi vi è qualche diversità fra di -loro, et alcuni di essi fanno errore ne’ nomi, e ne’ cognomi, -e nelle patrie di alcuni di detti tredici Italiani, che -combatterono, il che tutto è avvenuto per non havere detti -scrittori saputo l’intera verità delle cose, che succederno, -essendo stati tutti forastieri del Regno, fuorchè il Cantalicio, -che scrisse questo fatto brevissimamente in versi, però -si ha da dare in tutto fede a quel che si riferisce in questo -libretto, per essere stato composto, e stampato in Napoli nell’istesso anno, -<span class="pagenum" id="Page_c004">[c004]</span> -che il fatto succedè, vivendo tutti quegli -che v’intervennero, ove anco si riferiscono tutte le lettere, -e le scritture, che vi si fecero, dalle quali appare la verità -del fatto, e quanto passò in quella gloriosa impresa, scritto -de persona, che non solo v’intervenne, ma fù gran parte -di quella, havendo copia di tutte le scritture, che vi furon -fatte.</i> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c005">[c005]</span> -</p> - -<h2 id="combattimento">IL COMBATTIMENTO -<span class="smaller">delli tredici Italiani, e tredici Francesi fatto in Puglia -tra Andria, e Quarata.</span></h2> -</div> - -<p> -E la vittoria ottenuta per gl’Italiani nell’anno 1503 -à 13 di Febraio. -</p> - -<p> -Essendosi deliberato dal Cattolico Ferrando di Aragona Re di Spagna, -e dal Cristianissimo Luigi Re di Francia per alcune loro raggioni -privar del Regno il Serenissimo Federico d’Aragona Re di Napoli, per conseguir -lor intento, de commun consenso destinorno dui eserciti alla volta -di tal Regno, l’uno di Spagnuoli per la parte di Puglia sotto il governo -di Consalvo Ferrando; l’altro di Francesi per la parte di Terra -di Lavoro, sotto Monsignor d’Obegni Generali Capitani, i quali havendo -la fortuna propitia, con poco, anzi nullo fastidio, s’insignorirono dell’una, -e l’altra parte, e volendosi dopoi dividere il Regno tra loro, -non essendo concordi, furon necessitati venire a rottura di guerra: Donde -trovandosi le cose della fortuna in tal modo, et il Regno da tal guerra -molto vessato, la maggior parte de’ Baroni del Regno, e de’ Cavalieri -Italiani aderirono, e s’accostarono alla parte Spagnola, e mentre che le -agitationi della guerra andassero pari, ne la fortuna havesse ancora cominciato -ad inclinare ne dall’una, ne dall’altra parte; standosi l’esercito -de Spagnuoli in Barletta, e quel de’ Francesi in Ruvo, et altre terre -di Puglia, avvenne che un giorno trovandosi Carles de Togues titolato -Monsignor de la Motta, Francese in Barletta, in casa di D. Diego di -Mendozza Capitan nell’esercito Spagnuolo, in presenza di quello, e di -D. Pietro di Crigno Prior di Messina, e d’Indico Lopez Hiala, e d’alcuni -altri gentilhuomini Spagnuoli, havendosi cenato, com’è solito de’ -Cavalieri, il detto Carles la Motta proruppe ad alcuni raggionamenti di -guerra con l’Indico Lopez, e tra gli altri loro discorsi devennero a -raggionamento del valore delle genti d’armi Italiane, e domandando lo -<span class="pagenum" id="Page_c006">[c006]</span> -Indico Lopez alla Motta, come tra Francesi esistimavano l’Italiani. Rispose -la Motta, che loro non tenevano l’Italiani in alcuna esistimatione, -e detto Indico Lopez disse, che havevano in Barletta buona compagnia -di gente Italiana; donde la Motta rispose, che lo credeva bene, -però che di gente Italiana essi non facevano conto niuno, perchè l’haveano -abbattuti più volte, e che essi Francesi, quando fusse accaduto -venire a giornata di battaglia, haveriano fatto stare l’Italiani, ch’erano -in loro compagnia da banda a vedere; e così confortava li Spagnuoli -circostanti, che si havesse a venire a giornata di combattere con Francesi, -nell’ordine dell’esercito dovessero ponere l’Italiani avanti, perchè -se l’Italiani havessero fatto il dovere, sariano stati ammazzati da Francesi, -e si havessero rivoltati a fuggire, si dovessero ammazzare da Spagnuoli. -Al che rispose l’Indico, che essi tenevano l’Italiani in buona -riputazione, et in quelli confidavano, come alla propria natione Spagnuola, -certificando, che l’Italiani, ch’erano in Barletta tenevano assai -gana, e desiderio d’affrontarsi, et intropparsi con Francesi; e che -confirmava, che haveriano fatto lo dovere, e che per uno Italiano a -sodisfation dell’honor d’Italia era stato scritto a Francesi di combattere, -e quelli non haveano risposto. Replicò la Motta, e disse che non -lo credeva, ma pure se fusse scritto a Ruvo, che s’haveriano trovati -non solamente uno, ma dieci Francesi, che haveriano combattuto con -Italiani. E così lo Indico rispose, che certificava la Motta, et ogn’altro -Francese, che sempre, che fossero trovati dieci huomini d’armi -Francesi, che havessero voluto combattere con Italiani, che esso Indico -Lopez prometteva trovare dieci huomini d’armi Italiani che haveriano -combattuto con altrettanti Francesi. Alche rispose la Motta che esso -prometteva sua fè, che gionto ch’era in Ruvo, trovaria diece huomini -d’armi Francesi, che combatteriano con tanti altri Italiani. Replicò medesimamente -Indico Lopez ch’esso prometteva sua fè, di trovare dieci -huomini d’armi Italiani, che haverian combattuto con tanti altri Francesi, -e quando la Motta havesse trovati detti combattenti Francesi, l’havesse -avvisato, alche s’offerse la Motta assai volentieri, perchè dubitava, -che dicendo tal cosa in Ruvo, se burlarian de’ fatti suoi. Ma perchè -tali parole erano state dopo cena, determinarono, che la matina -<span class="pagenum" id="Page_c007">[c007]</span> -seguente di ciò si parlasse; e pervenuti alla matina seguente, la Motta -essendo in procinto di partire da Barletta per tornar in Ruvo, disse ad -Indico Lopez, se stava nel medesimo proposito del raggionamento della -sera passata, al qual rispose Indico Lopez, che ben si trovava in tal -proposito, e quel replicò, che non saria mancato alla promessa, e così -la Motta si partì da Barletta, e si condusse in Ruvo, e dopoi scrisse -lettere ad Indico Lopez del tenor seguente. -</p> - -<p> -»Signor Indico Lopez, a vostra buona gratia mi racomando. Mi -ricordo ben, che V. S. mi disse, e promise sua fè, di trovare dieci -huomini d’armi Italiani, che combattessero con dieci huomini Francesi, -e così io promisi mia fè a V. S. di trovar l’huomini d’armi -Francesi per il medesimo effetto, quai molto facilmente hò trovati, -e se il numero de dieci vi paresse poco, ne troverò più, si quella -mi scriva quattro, o cinque giorni avanti, et il luogo, et il dì destinato, -tutto risolutamente, e con effetto senza che si ponga il fatto -in lungo. E se loro dimandassero querele, noi non volemo combattere, -se non sotto justa querela; e si a loro piacerà, ciascuno porterà -cento corone, e chi guadagnarà la vittoria, riporterà in premio -le cento corone, e le spoglie, cioè l’armi, et i cavalli: e questa -serà la querela, a fine che chi perde, se ne vada alla leggera. Altro -non scrivo, son sempre al piacer di V. S. Da Ruvo a 28 di Gennajo -1503. Di V. S. Servitor con mio honor — La Motta«. -</p> - -<p> -Le sopradette lettere della Motta, fur consegnate per lo Trombetta -Francese ad Indico Lopez, al quale parve far intendere ad alcuni Italiani, -quanto per la Motta con parole, e con scritto gli era stato esposto, -e consultandosi com’era debito, le predette occorrenze con Prospero -Colonna, e quel considerando in tal causa doversi procedere con i convenienti -modi, fece aggregation de Cavalieri, esponendo ogni particolarità -delle cose predette, quali furono disputate, e discusse con ogni -oportuna diligenza, tanto circa le parole prolate per la Motta, quanto -anco circa la continentia della sua lettera. E benchè per le parole -usate per la Motta, s’havesse potuto fondare giustissima querela per -gl’Italiani, pure per estinguere ogni alteratione, ch’era per succedere -con Spagnuoli, donde haveriano potuto emergere pernitiose dissentioni, -<span class="pagenum" id="Page_c008">[c008]</span> -et ancora perchè la Motta escludeva espressamente non voler combattere, -se non <i>sub justa quærela</i>, proponendo quella delle cento corone, -e le spoglie: e non ostante che si conoscesse apertamente detta querela -non esser degna, ne conveniente a Cavalieri; pure ad evitare ogni imputatione -di subterfugio, si concluse, che destramente, e con attitudine -s’attendesse a pigliar la difensione, tenendosi ferma speranza, se -ne dovesse ottenere gloriosa vittoria, secondo infinite volte havevano -conseguito altri Italiani provocati da Francesi, per lo che molti Italiani -supplicaro, e fero instanza per intrar a tal impresa; Ma perchè -Hettorre Fieramosca li giorni passati havea pigliato la querela contra -Monsignor Frumet Luogotenente del Vicerè Francese, confutando la particola -delle sue lettere, nelle quali diceva non doversi più fidar, nè -d’Italiani, nè de Spagnuoli, e riprobandolo, come mendace, havendo -prorotto così nel suo scrivere, e lo Monsignor di Frumet non havea -risposto al detto Hettorre, et attento che nel progresso del parlare de -la Motta con Indico Lopez era fatta mentione di tal materia, per le -antedette cause, et altri degni respetti, fu determinato si concedesse la -predetta defensione al detto Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, e -che si rispondesse a la Motta per lo Indico Lopez come ad esso apparteneva, -e per lo prenominato Ettorre nel modo che segue. -</p> - -<h3><i>Lettera d’Indico Lopez a la Motta.</i></h3> - -<p> -»La Motta. Ho ricevuto vostre lettere date in Ruvo a 28 del -presente mese di Gennajo, per le quali scrivete del combattere di -dieci Francesi contra diece Italiani. Rispondo che quanto contiene in -dette vostre lettere, l’ho fatto intendere ad alcuni Italiani, e perchè -quelli per loro lettere scrivono a voi sopra tal materia pienamente, -però non mi estendo in altro, persuadendomi fermamente, che -troverete, come ho detto, l’Italiani ferventissimi a sodisfare al loro -honore. — Da Barletta a 29 di Gennaro 1503 — Di V. S. — Indico -Lopez«. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c009">[c009]</span> -</p> - -<h3><i>Lettera di Hettorre Fieramosca a la Motta.</i></h3> - -<p> -»La Motta. Lo Signor Indico Lopez ha fatto intendere ad alcuni -Italiani haver ricevute lettere vostre de’ 28 del presente mese di Gennaro, -per le quali dicete haver trovati dieci huomini d’armi Francesi -per combattere con diece huomini d’armi Italiani, cento corone, -e le spoglie, cioè l’armi, e cavalli. Vi dico, che quantunque questa -non sia querela conveniente à Cavalieri; per farvi conoscere come -gl’Italiani son huomini, che amano la conservation dell’honor loro; -Io, e diece altri huomini d’armi Italiani, che faranno il numero -d’undeci, semo per difendere dette cento corone, armi, e cavalli, -e sodisfare alla requisition vostra. Declarate dunque luogo comune -con uguale segurtà, e la giornata, avisando tre dì prima, a tale possiamo -comparire a tempo — Da Barletta a’ 29 Gennaro 1503. — Hettorre -Fieramosca«. -</p> - -<h3><i>Lettera de la Motta ad Hettorre Fieramosca.</i></h3> - -<p> -»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere scritte a 29 di -Gennajo, per le quale mi scrive che il Signor Indico Lopez ha fatto -intendere ad alcuni Italiani haver ricevuto lettere mie alli 28 del presente -mese, nelle quali io scriveva, haver trovati diece huomini d’armi -Francesi per combattere con dieci huomini d’armi Italiani, cento -corone, e le spoglie: Io ho scritto le lettere al Signor Indico Lopez, -perchè sua Signoria, trovandomi loco in Barletta, mi parlò che -haveano de huomini da bene Italiani, gli risposi che lo credeva bene, -e così mi disse che haveano disfidato Monsignor di Frumet con -dieci huomini d’armi Francesi, gli risposi che se havessero mandato -qua in Ruvo, io li haveria trovati, e mi disse se io mi confidava -trovare diece Francesi che sua Signoria si confidava trovarne diece -huomini da bene Italiani. Io li promisi trovar diece huomini da bene -Francesi, come ho fatto: e toccando alle cento corone, cavalli, -et armi che mi scrivete non sia sufficiente querela à Cavalieri: Io -<span class="pagenum" id="Page_c010">[c010]</span> -scrissi al Signor Indico Lopez, che noi non volevamo combattere, se non -sotto iusta querela, e così per non havere altra querela al presente, -scrissi a sua Signoria che piacendo a loro, combatteriamo cento corone, -e le spoglie per ciascuno: In quanto mi scrivete, che Italiani -amano la conservatione del loro honore, e che voi, e dieci huomini -d’armi che faranno undici, siete per difendere le dette cento corone, -armi, e cavalli, credo siate huomini da bene, e che le difenderete -bene, e che accettiate il combattere, piace assai a me, et a -miei compagni; e così noi da nostra banda siamo per difender l’honor -nostro, le cento corone, armi, e cavalli. Quanto mi scrivete, -lo luogo sia comune, e di ugual sicuritate: Lo luogo sarà fra Andri, -e Corato. Lo dì sarà da hoggi a dodici dì, che saranno li undici -di Febraro. Et aviserò tre dì avanti che sarà all’otto del detto, -e vi manderò li nomi delli gentilhuomini, che combatteranno, e così -mi mandarete voi, e venuti li nomi, mandaremo nostri ostaggi in -Andri, e li vostri manderete in Corato per ugual securità di tutte -due le bande. Da Ruvo all’ultimo di Gennaio 1503. E perchè sono -stato pregato da due altri Gentilhuomini, che voleriano essere del combattere, -vi sforzerete trovarne due altri, che saranno tredici per banda — La -Motta«. -</p> - -<p> -Sopra le particole delle premisse precedenti lettere, fu tra li Cavalieri -Italiani disputato, si incumbeva doversi reprovare Carles la Motta, -considerando che le parole da quello dette in vilipendio d’Italiani -nel raggionamento fatto con lo Signor Indico Lopez, dissentivano dal -tenor delle sopradette particole, e dimostravano disditta: E benchè per -tal contradittione la Motta s’havesse potuto reprovare, pure per haversi -accettata la querela per esso proposta, e per le cause allegate nella prima -discussione, e per molti altri rispetti, fu pretermisso estendersi in -questo altrimenti: E similmente fu ventilata l’altra particola delle predette -lettere de la Motta, in la querela pretendeva voler difendere l’honor -loro, cento corone, armi, e cavalli, perchè alcuni Cavalieri esperti -rivocavano in dubio, se la Motta in aumento di sue raggioni potria subintrare -alla difensione, e trahere quella a loro parte: Et essendo detti, -<span class="pagenum" id="Page_c011">[c011]</span> -e replicati molti argomenti sovra tal materia, finalmente fu concluso, -che la difensione per nissun modo competeva a la Motta, havendo -esso proposto la querela, e dimostrava nelle sue agitationi tener luogo -di Procuratore. -</p> - -<h3><i>Lettere d’Hettorre Fieramosca responsive a la Motta.</i></h3> - -<p> -»La Motta. Ho inteso quanto scrivete per vostre lettere dell’ultimo -del prossimo passato mese di Gennajo, per le quali tra le altre -parti d’esse lettere replicate sovra il combattere de’ vostri compagni -Francesi, contra altrettanti Italiani, che per non aver altra querela, -havete scritto al Signor Indico Lopez, che combatterete cento -corone, e le spoglie per ciascuno, e che avete piacer assai, che -io, e miei compagni habbiamo accettato il combattere, e che lo luogo -commune serà per lo campo infra Andri, e Corato, e che lo -dì serà all’undici di Febraro, e che avisarete all’otto di detto mese, -che serà tre dì avanti, e manderete i nomi delli Gentilhuomini -che combatteranno, e così io habbia a mandare i nomi de’ miei compagni -a voi, e che havuti li nomi, manderete li ostaggi vostri in -Andri, e che noi habbiamo a mandare li nostri in Corato per ugual -sigurtà di tutte le due bande. Rispondo; Io e miei compagni havemo -accettato di buona volontà la querela che voi proposta avete, -quantunque non sia querela conveniente à Cavalieri, per farvi solo -conoscere come gl’Italiani amano la conservation del loro honore, e -così stamo parati di sostentare di buon animo, e difendere le cento -corone per ciascuno, armi, e cavalli: E quando haverete mandati -i nomi delli huomini, che pretendono combattere, io manderò a voi -i nomi de’ miei compagni, e delli ostaggi che mandarete in Andri, -similmente corrisponderemo in mandar li nostri in Ruvo, e non in -Corato per esservi la peste; avvertendovi, che bisogna specificatamente -nominare il luogo comune infra Andri, e Corato: e se oltra -la securtà dell’ostaggi vi parerà che lo campo si assicuri per li superiori, -declaratelo, e provedete dal canto vostro, che noi provederemo -dal nostro. Quanto alla parte che scrivete, esser stato pregato -<span class="pagenum" id="Page_c012">[c012]</span> -da due altri Gentilhuomini, che vorriano essere del combattere, -e che io ne debbia trovar due altri, che saranno al numero di tredici -per banda. Rispondo che siamo al numero di tredici, secondo -scrivete, e pronti ad ogni vostra requisitione — Da Barletta a 2 di -Febraro 1503 — Hettorre Fieramosca«. -</p> - -<h3><i>Replicatione de la Motta ad Hettorre Fieramosca.</i></h3> - -<p> -»Hettorre Fieramosca. Ho inteso quanto per vostre lettere delli 2 -di Febraro ne scrivete, replicando, che voi, e vostri compagni di -buona volontà avete accettata la querela per me proposta; replicando -ancora, non essere stata conveniente a Cavalieri; ma per farne conoscere, -che gl’Italiani son huomini, che amano la conservatione del -loro honore, che state parati a sostentar di buon animo le cento corone -per ciascuno, le armi, e cavalli: Vi rispondo, senza più replicar, -che io, e miei compagni siamo similmente paratissimi a difendere -le nostre cento corone, arme, e cavalli per ciascuno da nostra -banda, così bene come voi. In quanto a quello che mi scrivete, -che quando io haverò mandato i nomi de’ Gentilhuomini, che pretendono -combattere con voi, che manderete i nomi de’ vostri, io vi -manderò li nomi Lunedì prossimo futuro, e li ostaggi li manderò Domenica, -che serà oggi ad otto in Barletta, e voi li manderete in -Ruvo, per ugual suspitione della peste, secondo in vostre lettere -scrivete. Del specificare, e nominare il luogo proprio, serà come -ho scritto fra Andri, e Corato, la dove combatterono Baiardo, e -D. Alonso. Quanto mi scrivete, se oltre la securtà degli ostaggi mi -paresse che ’l campo si assecurasse per i Superiori, che lo declari, -e proveda da mia banda, che voi provederestivo dalla vostra. Noi -manderemo li ostaggi, e manderemo l’assecuramento de Monsignor de -la Palizza nostro Superiore in questa banda, e promettemo la fè nostra, -che da nostra banda non ci serà inganno, ne soverchiaria alcuna, ne -da questa gente d’armi che sono da qua sotto lo governo di Monsignor -de la Palizza, ne di tutti gli altri che sono al servizio del Christianissimo -Re in questo Regno: E similmente ne manderete voi l’assecuramento -<span class="pagenum" id="Page_c013">[c013]</span> -de’ vostri Superiori, e prometterete la fè vostra, non c’esser -inganno, ne soverchiaria alcuna delle genti che servono li Cattolici -Re, e Regina in questo Regno. Del numero delli tredici, ne -scrivete, ne piace. Del dì del combattere, che vi havemo scritto, -che saria stato alli undici del presente, non pensavo fosse stato il -Sabbato, nel qual giorno alcuni di nostri hanno divotione, e desiderano -guardarlo, e così la Domenica communemente la guardaremo tutti; -si che non dispiacendovi, serà Lunedì, che seranno li tredici del -presente mese di Febraro. Ne declararete quanti Giudici volete siano -per banda, per vedere, e come volete che vengano armati, o disarmati, -il tutto ne darete per aviso — Da Ruvo a 5 di Febraro 1503 — la -Motta. -</p> - -<h3><i>Lettere de la Motta ad Hettorre Fieramosca.</i></h3> - -<p> -»Hettorre Fieramosca. Perchè, come vi ho scritto, hoggi che è -Lunedì, mandarvi li nomi de’ Gentilhuomini, che seranno del nostro -combattere, ve li mando, e sono questi — Marco de Frange — Giraut -de Forzes — Gran Jan de Aste — Martellin de Sambris — Pier -de Ligie — Jacobo della Fuontiena — Eliot de Baraut — Giovan de -Landes — Saccet de Saccet — Francisco de Pisa — Jacopo de Guigne — Nanti -de la Frasce — Carles de Togues, detto Monsignor de -la Motta — Et avisarete per vostre lettere, e mandarete i nomi de’ -vostri, e de quanti ostaggi volete che mandiamo da vostra banda, -e ne manderete al presente la sicurtà dell’ostaggi, acciò possano venire -sicuramente, e per quello ne porterà sicurtà de’ nostri, ve manderemo -la sicurtà de’ vostri ostaggi, e per loro la sicurtà de vostra -banda, e senza altro scrivere, lunedì che saranno li tredici del presente, -ne troverete nello loco nominato nelle mie lettere — Da Ruvo -a 6 di Febraro 1503 — la Motta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c014">[c014]</span> -</p> - -<h3><i>Lettere di Hettorre Fieramosca di Capua.</i></h3> - -<p> -»La Motta. Ho ricevuto due vostre lettere date in Ruvo a cinque, -et a sei del presente, nelle quali havete mandato li nomi delli huomini -pretendono combattere, e scrivete la prorogatione della giornata -alli tredici del detto mese, e che manderete i vostri ostaggi domenica -prima che verrà, per quelli manderete la sicurtà di tutta vostra -banda, e che io, e miei compagni habbiamo a mandare i nostri -ostaggi in Ruvo, per evitare la suspition della peste, e con loro la -securtà de nostra parte, e specificate lo proprio loco infra Andri, e -Corato, dove combatterono Don Alonso, e Baiardo, e che oltre li -ostaggi, manderete lo assecuramento di Monsignor della Palizza vostro -superiore, e promettete la fè vostra, che da vostra banda non -serà inganno, ne soverchiaria alcuna, ne da questa gente d’armi che -sono quà sotto lo governo di Monsignor della Palizza, ne da tutte -le altre genti, che sono al servitio del Cristianissimo in questo Regno: -E che similmente noi debbiamo mandare lo assecuramento, e -nostra fè, che non ci sia inganno, ne soverchiaria alcuna de tutte -le genti d’armi delle Cattoliche Maestà Re, e Regina in questo Regno. -Et oltre di ciò dicete, che s’habbia a declarare quanti Giudici -si hanno da eligere per banda, e che per quelli porteranno la sicurtà -de’ vostri ostaggi manderete la sicurtà de’ nostri. E finalmente concludete, -che senz’altro scrivere, lunedì che saranno i tredici del presente, -vi troverete nel luogo nominato in vostre lettere; et io volendo -corrispondere a vostre requisitioni, vi mando particolarmente -i nomi de’ miei compagni che siamo al numero di tredici, e son questi — Guglielmo -d’Albamonte — Mariano d’Abignenti da Sarno — Francisco -Salamone — Giovanni Capoccio da Roma — Marco de Napoli — Giovan -de Roma — Lodovico d’Abenavole de Capua — Hettorre -Romano — Bartolomeo Fanfullo — Romanello — Riczio de Parma — Moele -de Paliano — Fieramosca di Capua — Et anco mandamo -guidatico, et assecuramento per li ostaggi vostri, che possano -venire in Barletta, e per lo presente (come havete offerto) mandarete -simil guidatico, et assecuramento per li ostaggi nostri, che si -<span class="pagenum" id="Page_c015">[c015]</span> -possano condurre in Ruvo: Et in lo modo, et ordine, che manderete -li ostaggi vostri in Barletta con la sicurtà di Monsignor de la -Palizza, e de tutta vostra banda, mandaremo nostri ostaggi in Ruvo, -con lo assecuramento del Signore Don Diego de Mendozza, e -de tutta nostra banda: e promettemo nostra fè, che da nostra banda -non sarà inganno, ne soverchiaria alcuna da questa gente d’armi, nè -da tutte altre che sono al servizio delle Cattoliche Maestà in questo -Regno. Dell’elettione delli Giudici, sapete che bisogna, siano huomini -per tal officio, di conditione, prattichi, et esperti, però quando avisarete -distintamente la elettione da voi fatta, io, e miei compagni provederemo -a tale effetto oportunamente, e vi avisaremo de nostra elettione, -et avertite che gli huomini, che han da venire a vedere, siano -di ugual numero così dalla parte vostra come dalla nostra, e se deve declarar, -et determinar per li Superiori, che assecurano il campo. Potrete -dunque far opera, che Monsignor de la Palizza habbia a significarlo -al Signor D. Diego de Mendozza, e per commune loro disposizione -s’habbia a declarare quanti han da venire dall’una, e l’altra parte. -Che finalmente concludeti, che senz’altro scrivere, Lunedì che saranno -li tredici dell’instante mese, vi trovarete al luogo destinato -dalle vostre lettere: Vi rispondo, che in la medema forma, io, e -miei compagni, compareremo con li cavalli copertati, e con le persone -nostre armate de tutt’armi, con lanze, spade, stocchi, et altre -armi manuperabili, a sostentar, e difendere, secondo ho scritto -per altre mie lettere — Da Barletta a dì 7 di Febraro 1503 — Hettorre -Fieramosca«. -</p> - -<p> -E ’l tenor dell’assecuramento del Signor D. Diego de Mendozza -siegue in tal modo. -</p> - -<h3><i>»Don Diecus de Mendozza Serenissimarum, et Catholicarum -Majestatum armorum Capitaneus etc.</i></h3> - -<p> -»Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di tredici -Italiani ne haveno fatto intendere doverno comparere in la giornata -deputata per la Motta, et altrettanti suoi compagni Francesi, quai pretendono -<span class="pagenum" id="Page_c016">[c016]</span> -combatter contro essi Italiani in lo campo intra loro specificato, -fra Andri, e Corato, e per segurtà dell’una, e l’altra parte -se haveno da mandare ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seran -mandati per la Motta, e suoi compagni Francesi, non abbiano a dubitare -di pater molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. Per tenor -della presente, <i>sub verbo, et fide nobilium</i>, guidamo, ed assecuramo -li Gentilhuomini, che per li predetti la Motta, e suoi compagni seranno -destinati per ostaggi, che possano venir liberi, e securamente -in Barletta, e commorar in detta Terra, secondo la forma de loro -obbligationi, e conventioni; e dopoi detti ostaggi possano ritornare -in Ruvo senza impedimento, ne danno alcuno in loro persone, ne -in robbe, declarando a tutti, e singoli Capitanei, stipendiarii, soldati, -pedoni, et altre genti d’armi suddite delle Cattoliche Maestà, -et imponendoli da parte di quelle, che debbiano osservare alli predetti -ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto, <i>juxta</i> -sua serie, e tenore, e così nello venire di detti ostaggi in Barletta, -e commorar in detta Terra, come ancora nel ritornare in Ruvo. -Non facendo il contrario per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, -et indignatione di dette Cattoliche Maestà, et evitare la pena della -vita. E per declaratione della verità, cautela, e securtà di tutti -ostaggi havemo spedite le presenti subscritte di nostra propria mano, -e con la impressione del nostro solito sigillo — Di Barletta a 7 di -Febraro 1503 — <i>Don Diecus de Mendozza</i>. -</p> - -<h3><i>Lettere de la Motta responsive ad Hettorre.</i></h3> - -<p> -»Hettorre Fieramosca. Ho ricevuto vostre lettere, e quelle intese, -e rispondo hoggi, che sono li undici del presente mese di Febraro -risolutamente, come per voler effettuar, e mandar lo negotio -a porto, vi mando li presenti Gentilhuomini per ostaggi da nostra -banda, quai sono Monsignor de Musnai, e Monsignor Dummoble, -a tal che con securtà possiate venire. Perloche voi manderete i vostri -ostaggi per nostra securtà, acciò con gratia di nostro Signore -Iddio lunedì primo che saran li tredici del presente mese, ambe le -<span class="pagenum" id="Page_c017">[c017]</span> -parti si possano condurre in lo loco appontato, dove combattero Monsignor -Baiardo, e D. Afonso fra Andri, e Corato. E perchè in dette -lettere ci dimandate l’assecuramento dell’Illustre Monsignor della Palizza -nostro Superiore, a sua Illustre Signoria non have parso di -farlo; Però vi dicemo, che senza dubio alcuno vogliate liberamente -venire, che vi promettemo la fè nostra, possate securamente venire, -che ne da noi, ne da nostra banda, ne da gente, sono in questo -Regno al servitio della Cristianissima Maestà, vi sarà usata soverchiaria -alcuna, dovendovi donar il campo sicuro; E quando dubitassivo -dell’opposito, e si facesse soverchiarla, da mò ci donamo -per vostri prigioni: E dovendosi far questo medesimo per voi, ne -prometterete, per voi, e vostre bande, e tutte genti sono in questo -Regno per servizio delle Cattoliche Maestà Re, e Regina d’Ispagna. -E volendo dar effetto al sopradetto, non ci accade altra securtà, -ne dilation di tempo, per havermo una con miei compagni in detto -tempo deliberato in detto luogo comparere con li cavalli copertati, -e nostre persone armate de tutte arme necessarie, dovendovi trovar -in detto luoco, e dì alle dieceotto hore, o vero avante, acciò s’habbia -tempo di posser eseguire i nostri desiderii, fandovi intendere, -che noi condurremo là quattro Giudici eletti da nostra banda, e tredici -altri huomini ne condurranno li cavalli, e sedici Gentilhuomini -verranno à vedere, per li quali tutti prenominati non vi sarà altro -che porti armi, eccetto noi deputati al combattere, e li quattro Giudici, -e li altri Gentilhuomini verranno a vedere, e li ventisei che -meneranno li cavalli, e condurranno l’elmetti, veneranno disarmati; -Però vi dicemo, se volete, tutti li sopradetti vengono in nostra compagnia -à detto numero, se hanno da comprendere nel medesimo assecuramento, -come noi altri: E volendo voi condurre altrettanti in -simil modo dal canto, e banda vostra, declaramo se intendano nel -medesimo assecuramento per noi, e nostra banda, venendono in vostra -compagnia. Ancora vi mandamo li nomi delli Giudici, secondo -qui da basso vederete notati — Da Ruvo à gli 11 di Febraro 1503 — La -Motta — Li nomi delli Giudici sono questi — Monsignor de Bruglie — Monsignor -de Murabrat — Monsignor de Bruet — Etum Sutte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c018">[c018]</span> -</p> - -<p> -El tenor dell’assecuration de Monsignor della Palizza siegue in tal -modo. -</p> - -<p> -»<i>Jacobus de Cabannes Dominus Politico Christianissimi Regis Zamburlanus, -ac Provinciarum Terræ Bari, et Aprutii Gubernator.</i> Perche -la Motta, e suoi compagni al numero di tredici, ne han fatto intendere -doverno comparere in la giornata deputata per essi, et altrettanti -Italiani, à causa che pretendono combattere in lo campo -specificato fra Andri, e Corato, e per securtà dell’una, e dell’altra -parte si devono mandar l’ostaggi reciprocamente, et acciò quelli seranno -mandati da Hettorre Fieramosca, e suoi compagni, non abbiano -a dubitar di patir molestia, pericolo, ne detrimento alcuno. -Per tenor della presente <i>sub verbo, et fide nobilium</i>, guidamo, et -assecuramo due Gentilhuomini, e tre famegli per uno, che per li predetti -Hettorre, e suoi compagni seranno destinati per ostaggi, che -possano venire liberi, e sicuri in Ruvo, e commorar in detta terra, -secondo la forma de loro obligatione, e conventioni; E dopoi -detti due ostaggi, e famegli ritornar in Barletta senza impedimento -alcuno, o danno in loro persone, e robbe, declarando a tutti, e -singuli Capitanei, stipendiarii, e soldati della Cristianissima Maestà, -et imponendoli da parte di essa, che debbiano osservar alli -predetti ostaggi la presente forma di guidatico, e salvocondotto <i>juxta</i> -la sua serie, e tenore, così nello venir di detti ostaggi in Ruvo, -e commorar in detta terra, come ancora nel ritornar in Barletta, non -fando lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione -di detta Maestà, e fuggir la pena della vita. E per declaration -della verità, cautela, e securtà di detti ostaggi, havemo espedita -la presente securtà di nostra propria mano, e con la impression -del nostro solito sigillo — Da Ruvo alli 11 di Febraro 1503 — <i>Cabannes — Dominus -Gubernator mandavit mihi Joanni Nicolao Mandatario</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c019">[c019]</span> -</p> - -<h3><i>Lettere d’Hettorre responsive à la Motta.</i></h3> - -<p> -»La Motta. Per vostre lettere dell’undeci del presente mese di -Febraro, qual ho ricevute nel medesimo dì ad hora tarda, hò visto -che scrivete, che per voler effettuar la causa a porto, mandate li -Gentilhuomini per ostaggi da vostra banda, cioè Monsignor de Musnai, -e Monsignor Dummoble; e che noi habbiamo a mandar nostri -ostaggi per securtà vostra; et havete mandati li nomi delli Giudici, -per voi eletti, cioè Monsignor de Bruglie, e Monsignor Murabrat, -e Monsignor de Bruet, Etum Sutte; e che à Monsignor della Palizza -vostro Superiore non ha parso voler far lo assecuramento, significandone, -che in vostra compagnia verranno tredici persone, che ve -porteranno li elmetti, e tredici altri, che vi porteranno li cavalli, e -che oltre li predetti verranno sedici Gentilhuomini a vedere. Respondemo -che mandamo li nostri ostaggi, e sono Angelo Galeoto Gentilhuomo -Napolitano, et Albernatio Gentilhuomo Spagnuolo, e per -vostra cautela con loro la securtà dell’Illustrissimo Gran Capitano per -lo campo per voi, e vostri compagni, per tredici persone vi porteranno -l’elmetti, e tredici altri vi condurranno vostri cavalli, e per -li quattro Giudici da voi eletti, e nominati in vostre lettere de cinque -dell’instante. E perchè sapete apparer per vostre lettere, per le -quali dichiarastivo, che manderestivo l’assecuramento del campo di -Monsignor de la Palizza vostro Superiore, et anco per vostre lettere de -sei del presente scrivete che Domenica prima futura manderestivo li -ostaggi, e per loro la securtà de tutta nostra banda, e che noi similmente -dovessimo mandar nostri ostaggi, e per loro la securtà de nostra -banda. Però stamo in gran admiratione, che non abbiate adempito il -tenor de vostre lettere, massime circa il mandar dell’assecuramento predetto -del campo, e di tutta vostra banda, insieme con li vostri ostaggi. -E che al presente allegate non parer à Monsignor de la Palizza -far detto assecuramento del campo, essendo cosa tanto debita, e necessaria, -e per voi offerta, e declarata, ne date causa d’admiratione, -e suspitione; et ancora havete lasciato di mandar l’assecuramento -delli Giudici per noi eletti, quai sono Messer Francesco Zurlo, Messer -<span class="pagenum" id="Page_c020">[c020]</span> -Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, e Messer Alonso Lopes. -E perche non dovete ignorare, che li assicuramenti del campo, -e delli Giudici sono delli principali, e più necessarii provedimenti, -che si richiedono in tal causa. Per tanto replicamo per le presenti -che vogliate mandare el predetto assecuramento del campo de Monsignor -de la Palizza, come per vostre lettere havete scritto, et ordinato, -e con l’assecuramento delli Giudici, nello modo, e forma, che -insieme con lo presente noi mandamo a voi dell’Illustrissimo Signor -Gran Capitano per maggior vostra cautela, declarandove, che siamo -contenti dell’assecuramento de Monsignor de la Palizza per evitar -ogni calunnia, et à tal effetto questa sera ne conduremo in Andri. -Quanto alla parte, che scrivete, che verranno con voi sedici altri Gentilhuomini -a vedere. Rispondemo che lo Illustrissimo Signore Gran -Capitano hà prohibito, et espressamente comandato, che non debbiamo -condurre, ne admettere in nostra compagnia, eccetto tredici -persone, che porteranno li elmetti, tredici altre, che conduranno -li cavalli, e quattro Giudici disarmati, come spetta à loro officio, -secondo la continentia dell’assecuramento fatto dal Illustrissimo Signor -Gran Capitano, qual ve mandamo, e non possemo in alcun modo -presumere altramente — Da Barletta à 12 di Febr. 1503 — Hettorre -Fieramosca. -</p> - -<p> -El tenor dell’assecuramento dell’Illustrissimo Signor Gran Capitano -segue in tal modo -</p> - -<p> -»<i>Consalvus Fernandus Dux terræ novæ Serenissimarum, et Catholicarum -Majestatum Regis, et Reginæ Hispaniæ, Siciliæ citra, et ultra -Farum, Hierusalem etc. in hoc Regno Locumtenens, et Capitaneus -etc.</i> Perchè Hettorre Fieramosca, e suoi compagni al numero di -tredici, alla giornata deputata da la Motta, et altrettanti suoi compagni -Francesi pretendono combattere tra loro nello campo specificato -fra Andri, e Corato, nello luoco, dove combatterono D. Alonso, e -Baiardo; Et oltre la cautela dell’ostaggi reciprocamente prestiti, e -guidati per l’Illustrissimo D. Diego de Mendozza, bisogna l’assecuramento -del campo; Donde noi per maggior efficacia per tenor della -presente declaramo per quanto spetta alla banda del prenominato Hettorre, -<span class="pagenum" id="Page_c021">[c021]</span> -e suoi compagni Italiani, <i>authoritate qua fungimur</i> delle Cattoliche, -e Serenissime Maestà assecuramo detto luogo fra Andri, e -Corato, dove combatterono detti Don Alonso, e Baiardo per tutta -la predetta giornata, che seran li tredici dell’instante mese di Febraro, -statuita per detti Francesi, che da nullo stipendiario, Capitano, -armigero, pedone, gente d’armi, et altri sudditi delle Cattoliche -Maestà di qualunque conditione, e stato, per alcun modo serà dato -impedimento, molestia, ne perturbatione alli predetti la Motta, e -suoi compagni Francesi, et à tredici persone, che porteranno loro -elmetti, e tredici altri che condurranno loro cavalli: e similmente -guidamo, et assecuramo Monsignor de Bruglie, Monsignor de Murabrat, -Monsignor de Bruet, et Etum Sutte Giudici eletti per li prefati -la Motta, e suoi compagni Francesi, acciocche con Messer Francesco -Zurlo, Messer Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, et -Alonso Lopes Giudici eletti per li prenominati Hettorre, e suoi compagni -con nostra volontà, consenso, et autorità, possano giudicare, -e pienamente esercitare loro officio. Comandando, ordinando, -et imponendo da parte delle Cattoliche Maestà, e nostra, a tutti, e -singoli Capitanei, armigeri, stipendiarii, soldati, pedoni, gente d’armi, -et altri sudditi delle Cattoliche Maestà, di qualsivoglia condition, -e grado che niun debbia per alcun modo <i>directe, vel indirecte, -tacite, vel expresse</i>, dare impedimento, molestia, e peturbatione, ne -usare alcuna perturbatione, o soverchiarla al detto combattere, ne infringere, -o vero contravenire al presente assecuramento, <i>immo</i> quello -inviolabilmente osservare, secondo la sua serie, e tenore, non fando -lo contrario, per quanto ciascuno desidera evitar l’ira, et indignatione -delle Cattoliche Maestà, e fuggire la pena della vita. <i>In cujus rei testimonium, -ac securitatem, et cautelam, quorum interest</i>, havemo fatto -le presenti lettere suscritte di nostra propria mano, con la impression -del nostro solito sigillo — Datum in Barletta alli 11 di Febraro -1503 — <i>Consalvus Ferrandus</i>«. -</p> - -<p> -Radunati insieme li tredici Cavalieri Italiani in Andri, et ivi con -loro, Prospero Colonna, e ’l Duca di Termoli, et altri Cavalieri Italiani, -e Spagnuoli la domenica di sera alli dodeci del mese, fu conchiuso, che -<span class="pagenum" id="Page_c022">[c022]</span> -senz’altro lo lunedì seguente, ch’era la giornata deputata con lo nome -del Signor Iddio si dovessero presentar al campo: Ma perche mai si -può far cosa alcuna per l’huomini senza il favor del Signor, che ’l tutto -vede, et opera, lo lunedì matino li tredici Cavalieri accompagnati da -gli prenominati andarono alla messa devotissimamente, volendo procedere -in una cosa di tanta importanza, e fama christianamente, e con sollennità -di religione, sperando non per questo haverseli aggiungere più -animo di quel che haveano, ma da un tal debito, et honor restar -confirmatissimi in quello haveano deliberato. E così communicato il Prete, -al fin della messa, lo Hettor Fieramosca andò da Prospero Colonna, e -lo pregò li concedesse, posser richiedere li suoi compagni d’un sollenne -giuramento, lo che piacque al Prospero Colonna: e così Hettor -se voltò a suoi compagni, humanissimamente pregandoli gli piacesse -giurare quel medesimo, che lui giurava, al che risposero quei Cavalieri, -ch’eran contentissimi seguirlo in ogni fortuna. Lui se inginocchiò -avanti l’altare, dove il Prete ancor diceva la messa, e poste le -mani gionte sopra l’Evangelio giurò ad alta voce, voler prima morire, -che uscir dal campo per sua volontà, altro che vincitore, e prima eligersi -la morte, che mai rendersi per vinto con sua bocca; e poi vedendo -alcuni de’ suoi compagni haver bisogno d’ajuto, far in tal caso, -come desiderasse, fosse fatto in persona sua, per ricuperation de’ -suoi compagni, ancorchè sapesse di perder la vita. Fatto tal giuramento -diede luogo a gli altri, quai di buona voglia fero il simile giuramento, -et anco di stare ad un volere, ad un’eseguire, per quanto la buona -sorte, e forza di ciascuno bastasse. Partiti dalla messa, se n’andaro -alla stanza di Prospero Colonna, dove fero giontamente colatione, e poi -se n’andorno allegramente ad armare, et armati montorno à cavallo, -havendo aspettato lo salvo condotto che doveva mandar la Motta, e così -s’avviaro nell’ordine che segue; ma perchè l’assecuramento promesso -da Monsignor de la Motta non era venuto, for tutti di parere che se -ne dovessero protestare, e fu fatta la protestation infrascritta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c023">[c023]</span> -</p> - -<h3><i>Protestation fatta per Hettorre Fieramosca, -e suoi compagni.</i></h3> - -<p> -»<i>In Dei nomine amen. Anno a nativitate Redemptoris nostri Jesu -Christi millesimo quingentesimo tertio. Pontificatus vero Beatissimi in -Christo Patris, et Domini nostri Domini Alexandri divina providentia -Papæ Sexti Anno XI. die vero 13 mensis Februarii in civitate Andri.</i> -In presentia di me Antonio de Musco <i>Apostolica authoritate publico -Notario</i>, e dell’infrascritti testimonii. Per lo presente pubblico documento -facemo noto, e manifesto come essendo comparso avante di -noi lo magnifico Hettorre Fieramosca, tanto per suo proprio nome, -quanto per l’infrascritti suoi compagni circostanti, e consentienti -che sono Guglielmo Albamonte Siciliano, Francesco Salamone Siciliano, -Gioan Capocci da Roma, Marco Corallaro da Napoli, Giovanni -Braccalone da Roma, Lodovico d’Abenavole da Capua, Hettor -Giovenale Romano, Bartolomeo Fanfulla da Parma, Romanello -da Forli, Pietro Riczio da Parma, Mariano d’Abignenti da Sarno, -e Moele da Paliano, e dice che Carles de Togues titolato la Motta -Francese per sue lettere dirette ad esso Hettorre have declarato, che -mandaria lo assecuramento del campo spedito per Monsignor de la -Palizza suo superiore, e che dopoi el prefato Carles la Motta per -altre sue lettere have scritto ad esso Hettorre, per le quali allegava -non haver parso à Monsignor della Palizza far detto assecuramento, -nondimeno per esso Hettorre essere stato replicato a la Motta, per -lettere, che quello sapea apparere per due sue lettere de cinque, e -de sei del detto mese, haver promesso l’assecuratione del campo, -e de tutta sua banda, e che al presente allegasse non parer à Monsignor -de la Palizza far detto assecuramento del campo, essendo cosa -tanto debita, e necessaria, e per esso la Motta offerta, e declarata, -dava causa admiratione, e suspitione ad esso Hettorre, e suoi compagni. -E considerando, che l’assecuration del campo, e delli Giudici -sia uno delli principali, e più necessarii, et oportuni provedimenti, -che se richiede in lor causa: Però de nuovo fa istanza al prefato -<span class="pagenum" id="Page_c024">[c024]</span> -Carles, che debbia mandar l’assecuramento predetto del campo, -e delli Giudici eletti per esso Hettorre, e compagni, secondo la forma -dell’assecuration qual essi mandavano al prefato Carles la Motta -e suoi compagni, espedita per l’Illustrissimo Sig. Gran Capitano Luogotenente -Generale delle Cattoliche Maestà per assecuramento di detto -campo, e delli Giudici eletti per lo detto Carles, e suoi compagni: Declarando -ancora, che se contentavano esso Hettorre, e suoi compagni -del detto assecuramento, se dovesse far da Monsignor de la Palizza, -per quietar ogni calunnia, notificandoli, che per abbreviar il camino, -la sera se conduccano in Andri, aspettando lo assecuramento, aviso, -e requisition d’esso Carles la Motta; Essendo esso Hettorre, e suoi -compagni in tal espedition armati, ad ordine, e pronti, si protestano, -che non sia attribuita à loro negligentia, o mora, ne ad alcuna -tergiversazione; ma solo si debbia imputare à detto Carles. E standosi -in tal protestatione, essendo circa diecesette hore, sopragiunse -il Trombetta destinato da la Motta, e consegnò al detto Hettorre, -e compagni l’assecuramento de Monsignor de la Palizza; Dopo della -recettion del quale, subito detto Hettorre, e compagni, senza perdere -alcun momento di tempo si posero in camino a comparer al campo, -richiedendo me sopradetto Notario, che delle cose predette, hora, -tempo, e recettion di detto assecuramento, e della celerità del partir -loro al comparir in detto campo, et altri gesti, ne dovesse far -publico documento, in testimonio della verità. Donde io predetto -Notario, volendo sodisfar alla predetta richiesta, come giusta, e ragionevole, -de tutte le prenarrate cose, ho fatto lo presente publico -documento, à chiarezza della verità scritto de mia propria mano, e -roborato del mio solito segno, essendo presente nel medesimo luogo -l’Illustrissimo Marco Antonio Colonna, Giovanne Carrafa Conte di Policastro, -li Magnifici Indico Lopes Hiala, Gismundo de Sanguine, -e Martin Lopes, Testimonii rogati alle cose predette«. -</p> - -<p> -El tenor dell’assecuration di Monsignor de la Palizza siegue in tal -modo -</p> - -<p> -»<i>Jacobus de Cabannes Dominus Palitiæ Christianissimi Regis Zamburlanus, -ac Provinciarum terræ Bari, et Aprutii Gubernator etc.</i> Perchè -<span class="pagenum" id="Page_c025">[c025]</span> -la Motta, e suoi compagni al numero di tredici Francesi, han da -comparire alli tredici del presente mese di Febraro alla giornata deputata -per Hettor Fieramosca, e tanti altri suoi compagni Italiani, -pretendenti combattere contro esso la Motta, e compagni in lo campo -fra loro specificato fra Andri, e Corato, in lo luoco, dove combattero -D. Alonso, e Baiardo, et oltre la cautela delli ostaggi reciprocamente -prestiti, e guidati per noi, e lo Signor D. Diego de Mendozza, -bisogna l’assecuramento del campo: Onde noi per maggior efficacia, -per tenor della presente declaramo, per quanto spetta alla -banda del prenominato la Motta e compagni Francesi, <i>authoritate qua -fungimur</i> del Christianissimo Rè, assecuramo detto luogo fra Andri, -e Corato, dove combattero D. Alonso, e Baiardo per tutta la giornata -delli tredici dell’instante mese di Febraro, statuta per detti Italiani, -che da nullo Capitanio, armigero, stipendiario, pedone, gente -d’armi, e sudditi della Cristianissima Maestà, de qualunque condition, -e stato, in alcun modo non serà dato impaccio, impedimento, -molestia, ne perturbation alcuna alli predetti Hettorre Fieramosca, -e compagni Italiani, et alle tredici persone, che porteranno loro elmetti, -et a tredici altri che conduran loro cavalli, e similmente guidamo, -et assicuramo Messer Francesco Zurlo, Diego de Vela, Messer -Francesco Spinola, et Alonso Lopes, Giudici eletti per li prenominati -Hettorre e compagni, acciocchè insieme con Monsignor de -Bruglie, Monsignor de Murabrat, Monsignor de Bruet, et Etum Sutte, -Giudici eletti per li predetti la Motta, e suoi compagni, con nostra -volontà, consenso, et autorità possano giudicare, et esercitare pienamente -lor officio; Comandando, imponendo, et ordinando da parte -della Christianissima Maestà, e nostra, à tutti, e singoli Capitanei, -armigeri, stipendiarii, pedoni, gente d’armi, e sudditi della Christianissima -Maestà di qualunque conditione, e grado, che nessuno debbia -per alcun modo <i>directe, vel indirecte</i> dar impedimento, o molestia, -perturbatione, o nocumento alcuno, ò vero usare soverchiaria -alcuna al detto combattere, ne infringere, e contravenire al presente -assecuramento, <i>immo</i> osservar quello, secondo la sua serie, e tenore, -non fando il contrario, per quanto ciascuno desidera evitare l’ira, -<span class="pagenum" id="Page_c026">[c026]</span> -e la indignatione della Christianissima Maestà, e fuggire la pena della -vita. <i>In cujus rei fidem, et testimonium, ac securitatem, et cautelam -quorum interest</i>, havemo fatte le presenti lettere suscritte di nostra -propria mano, e con la impression del nostro solito sigillo — Da -Ruvo à 12 Febraro 1503 — <i>Cabannes — Dominus Gubernator mandavit -mihi Joanni Nicolao Mandatario</i>«. -</p> - -<h3><i>Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre -Fieramosca, e compagni Italiani, e del combattimento, -e vittoria conseguita.</i></h3> - -<p> -Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer -al campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti -li tredici cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti, -l’uno appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo -il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li combattitori -a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora. Seguivano -appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli elmetti, e le lanze -delli prenominati combattitori, e continuavano il camino verso detto -campo; et essendo vicino a quello un miglio, trovaro quattro Giudici -Italiani, quali fero intendere ch’erano stati insieme con quattro Giudici -Francesi, e che haveano segnato il campo, et ordinati li patti del combattere, -ma che li combattitori Francesi insino a quell’hora non erano -gionti, onde parve ad Hettorre, e compagni procedere avanti, e condotti -vicino al campo ad un mezzo tiro di balestra, Hettorre, e compagni -smontaro da cavallo, e fatta oratione al Motor di sù, dopoi Hettorre -parlò a suoi compagni nel modo, che segue. -</p> - -<h3><i>Oratione d’Hettorre à suoi compagni.</i></h3> - -<p> -»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche -parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura -vi è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino -<span class="pagenum" id="Page_c027">[c027]</span> -a qui allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e -demostrato chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso -Cavaliero si mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor -vostro esser sì grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser -sol di voi stata fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto, -e contento, ma perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi -al campo, in questo spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso -manifestarvi el presaggio dell’animo mio, il quale vi rende certi de -indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi -a conquistar quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne -promette. Altri ne tempi passati han combattuto per natural, et inveterata -inimicitia, altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta, -alcun altri per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni -di fortuna, altri per amor di donne, e chi per un’occorrenza, e -chi per un’altra, secondo che l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi -combatterete con la buon’hora principalmente per la gloria, ch’è lo -più pretioso, et honorato preggio, che dalla fortuna si potesse proponere -à gli valenti huomini: Questa vi infiamma, questa vi accompagna -all’immortalità, liberandovi da ogni caso di vil morte, fandovi -famosi esempi, e perpetue materie de gloriosi raggionamenti appresso -li nostri posteri. Oltra di ciò dovete sapere, che non solo portate -hoggi questo sì vostro particolar honore in su le vostre braccia, -ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di tutta la nation Italiana, -e nome Latino, e perciò non si manchi per voi ridurla in quell’altezza -di fama, che fu al tempo, che diede legge al mondo, e -tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali dall’antico -tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno danneggiati, -e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco in -noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer à -portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria con -precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che horsù -Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice augurio -avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè son -certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri, che -<span class="pagenum" id="Page_c028">[c028]</span> -le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento, -e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli copertati, -ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla coscia, -e se avviaro verso il campo. -</p> - -<p> -Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato l’assecuramento -del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire a -sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere la -gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto accompagnati -da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi, si -conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente la messa, -quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita la messa Monsignor -de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni, et altri Cavalieri -Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si ristororno tutti -di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti s’andò ad armare -de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati si radunaro tutti -giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la Motta voltosi a -Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse concedere, che -potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni, lo che volentieri -essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo. -</p> - -<h3><i>Oration de la Motta à suoi compagni.</i></h3> - -<p> -»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può -pigliar giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non -dubito, che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da -far prova, ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre -insino a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi -dovete ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar -à Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation -Italiana, quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute, -e come le armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana, -et havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo -tempo occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie -a farvi acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi -<span class="pagenum" id="Page_c029">[c029]</span> -rendo certo, che discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati, -li quali han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è -parso ridurvi à memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia -considerare che hoggi sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta -la nostra nation Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando -noi vincitori di questa impresa come son certo, che con l’ajuto di -nostro Signore così sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri -sempre vivi, et in tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà -per tutte l’età della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno -premio se ci promette di questa impresa, vogliamo con lo nostro -animo invitto far tutto lo nostro potere d’acquistar tanto premio. -E benchè tal vittoria non sia cosa nuova alla nation nostra, havendomo -noi havuta di prossimo simil vittoria contra la nation Spagnuola, -questa serà più gloriosa, perchè la nation Italiana s’è vantata -sempre in questo generoso esercitio d’armi, valer, e posser star -a fronte alla nostra nation Francesa. Di modo, che vincendo questa, -ne trovaremo vincitori di tutti. Non mi occorre dir altro, perchè son -certissimo, che non può mancar, che ciascun de voi farà più che -quel ch’in ciò io spero, e desidero«. E qui pose fine al suo ragionamento. -E levatosi ciascuno in piedi, s’abbracciorno, e baciorno -tutti. E tolto combiato da Monsignor de la Palizza, e da altri Cavalieri -Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno montò à cavallo, e se ordinorno -nel proceder in questo modo. -</p> - -<p> -Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e -la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci Gentilhuomini, -che ciascun de loro portava similmente la lanza, e l’elmetto -di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito intervallo, seguivano -poi li dodici combattenti armati di tutte armi senza elmetti, similmente -de doi in doi, con lo medesimo ordine, et appresso seguiva -la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di sua persona, et appresso -seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de la persona de gli altri -combattitori, de doi in doi, con intervallo debito, portati tutti da -Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine presero il camino verso il designato -campo, et avvicinatisi a quello per un breve spatio, havendo -<span class="pagenum" id="Page_c030">[c030]</span> -visti gli altri Cavalieri Italiani, ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano -il campo, smontati da gli cavalli, che portavano, s’inginocchiorno -tutti, e fatta con le man gionte verso il cielo la debita oratione, -ciascuno si fè allacciar l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, -e postasi la lancia al debito luogo, con grandissima letitia similmente -andorno loro à torno il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo -si fermorno in un luogo all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. -Donde lo Hettorre gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel -campo, perchè così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni -Francesi con loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, -entrorno nel campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi -li Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il simile -verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi più tardare, -se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli si cominciorno -a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo l’una, e l’altra -parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar di galoppo, -et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri Francesi si partirono -in due parti, da una banda sette, e dall’altra sei, e con impeto à tutta -briglia andavano verso gl’Italiani, li quai vedendo questo, cinque de -loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri otto sovra li sette, e postesi -le lanze alla resta, s’incontrorno, e per essere stato il spatio pigliato, -invalido, spezzorno alcune lanze con poco, o nullo effetto. Pure -gl’Italiani furono uniti, e li Francesi in disordine, e postosi per ciascuno -mano à gli stocchi, et accette, che portavano, si cominciò la battaglia -alla stretta, e combattendosi per l’una, e l’altra parte valorosamente, -gli Francesi trovandosi disordinati, for costretti ridursi in un -cantone del campo, e con alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo -impeto andaro verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per -un quarto d’hora, per la parte Italiana fu posto a terra un Francese -nominato Gran Jan d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu -soccorso da gli altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli -altri valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi -la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a terra -due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de Sambris, -<span class="pagenum" id="Page_c031">[c031]</span> -e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli combattitori -Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta, non mancava -Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e dove vedeva -il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun di loro -dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la battaglia -in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno nominato -Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i quali dismontorno -a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò ivi nel -suolo del campo, l’altro uno scheltro<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> che lui aveva, si defensavano -molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi da gli altri Italiani, -quai con loro cavalli havendoli attorniati, non comportavano che -quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria Francesa. Gran Jan d’Aste, -il quale prima era stato posto a terra, trovandosi ferito, ne potendosi -più difendere, come havea fatto, e bene, similmente si rendio prigione -alla parte Italiana: Donde Hettorre vedendo, che la parte Francesa era -cominciata ad inclinare per la perdita de gli tre compagni, con coraggioso -animo fatto un corpo con gli altri compagni, di novo assaliro -li detti Francesi remanenti, nel qual impeto abbattero a terra un altro -Francese nominato Nantì de la Frasce, et un altro per nome Giraut de -Forzes uscì dal campo, e foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani -vedendosi la fortuna fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto -si avventaro adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, -fu buttato a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ -rimanenti cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu -pigliato prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno -de gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo; -gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno di -quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia, et un -altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio dal cavallo -fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da Hettorre per -forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si trovava à -piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto da gli cavalli -<span class="pagenum" id="Page_c032">[c032]</span> -Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e combattere a -piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un altro Italiano -fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò dall’una all’altra -banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano di gran lunga superiori, -con maggior animo combattendo, cacciaro del campo un altro -Francese, rimanendone solamente tre, de li quali doi se ne trovavano -a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se defensassero, pure li -doi a cavallo, non potendo resistere à tanto numero di combattenti Italiani, -et al lor vigore, l’uno si rendio prigione, e l’altro fu per forza -cacciato dal campo, restandovi solo quell’a piè, il quale fuggendo per il -campo, hebbe tante ponte di stocchi, e colpi d’accette, che non potendo -resistere, gli fu forza rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo. -</p> - -<p> -Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con -Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di mezz’hora -andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante trombe, -et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria esprimere, -e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso Barletta, -gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che nel caminare -si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni Francesi -fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari a piedi -con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in testa, et -armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri vincitori l’uno -poi l’altro con debita distantia, similmente armati, e con l’elmetto in -testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta allegrezza, caminando -alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando, il qual venia ad Andri -ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta vittoria. Appresso -loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi, e poi da tre in tre gli -altri Capitani, e Gentilhuomini che havean condotti li cavalli, e l’elmetti, -e le lanze à detti vincitori. E così caminando s’incontrorno con -Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di Termole, che venivano per honorar -li vincitori, dove gionti insieme, et alzate le visiere degli elmi, -strettamente si abbracciorno, e baciorno tutti, et à pena si poteva satiare -di tanta commune allegrezza, e con tal gratulatione, e sommo piacere -passando più oltre se li fè incontro D. Diego de Mendozza, e molti -<span class="pagenum" id="Page_c033">[c033]</span> -altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani tutti allegrandosi di tanta honorata -vittoria. In ultimo gli venne incontro il Gran Capitanio à cavallo ben -in ordine con tutta la gente d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, -il quale affrontandosi con Hettorre, con allegrezza inestimabile -gli disse queste parole. <i>Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri -Spagnuoli</i>, volendogli significare che per Hettorre, e compagni in -quella giornata era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, -e tolta la gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati -un per uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò -subito un concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti -con gridi mirabili, ciascuno dicendo, <i>Italia Italia, Spagna Spagna</i>, -e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che -si trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore, e -dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio con -Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito ordine -accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e tutto il -rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di Barletta, et -essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta, dove fu fatta -tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi rimase campana, che -non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo d’artigliaria vi fu, -che non fusse stato più d’una volta tirato, di modo che per li tanti suoni, -e bombi d’artiglieria, e per li gridi <i>Italia Italia, Spagna Spagna</i>, -pareva che quella terra volesse rovinarsi. Li fuochi per le strade, li -lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che -per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare -a compimento, et in questo modo caminando, giunsero alla maggior -Chiesa, essendoli prima venuto il Clero incontro ben in ordine con una -pomposa processione, e con una divotissima figura della Madonna, ove -smontorno tutti, e fer la debita oratione, rendendo gratie infinite all’immortal -Iddio, et alla gloriosa sua Madre della felice vittoria acquistata. -Dopoi rimontati à cavallo, e voltati per altre strade della terra con -grandissima festa, ciascuno se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto -honore, non senza immortal fama dell’honore, e vigor Italiano. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -IL FINE. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c035">[c035]</span> -</p> - -<h2 id="notaed">NOTA DELL’EDITORE.</h2> -</div> - -<p> -Nel ristampare il premesso libriccino secondo l’antica edizione dell’anno -1633 ho riportata la sola parte istorica del famoso combattimento -tra i tredici Cavalieri Italiani, ed altrettanti Francesi colla medesima ortografia -e punteggiamento che vi è nell’originale, il quale in verità non -è affatto piacevole. Ho corretto solo nel frontespizio del libro suddetto, -ed alla pagina 5 un errore di stampa che vi è nella indicazione del -giorno della pugna che si dice seguita nel dì 16 Febbrajo 1503, mentre -la stessa ebbe luogo nel dì 13 Febbrajo. Ho lasciate diverse Poesie -Latine scritte in quella occasione in onore de’ prodi Guerrieri Italiani, -e principalmente di Ettore Fieramosca; siccome anche talune avvertenze -sui nomi de’ predetti Cavalieri Italiani che presero parte al combattimento. -</p> - -<p> -Coteste medesime Poesie ed avvertenze si vedono anche ristampate -nell’altra edizione dello stesso libro fatta in Napoli nell’anno 1721 -dal Tipografo <i>Felice Mosca</i> coll’aggiunta de’ luoghi di que’ Scrittori tanto -Napolitani che Esteri, i quali di quel celebre fatto d’armi hanno concisamente -parlato. Nella stessa edizione dell’anno 1721 si legge anche la -iscrizione latina in versi esametri e pentametri incisa in una lapide apposta -al monumento eretto nel luogo istesso del combattimento, il quale -si crede atterrato dappoi dai Francesi, come ho detto alle pagine 175 -e 176 del mio <i>Cenno storico</i>. -</p> - -<p> -Nell’ultimo viaggio fatto a Ruvo nel passato mese di Maggio, essendomi -fermato una sera in Andria, cadde il discorso sul monumento -suddetto. D. Pasquale Fasoli Sindaco attuale di quella città, e mio Nipote, -perchè ha in moglie, la figliuola del fu mio fratello Giulio, e tutti -<span class="pagenum" id="Page_c036">[c036]</span> -gli altri ch’erano presenti mi confermarono la generale opinione che quel -monumento fosse stato abbattuto di soppiatto e di nottetempo dai Francesi -nell’anno 1805 al tempo che l’armata Francese <i>di Osservazione</i> occupava -que’ luoghi, e ’l Reggimento num. 42 che ne formava parte era -stanziato in Andria. -</p> - -<p> -Mi soggiunse anche il detto Signor Fasoli che il monumento suddetto -si trovava eretto in una masseria di semina denominata <i>S. Elia</i> -che attualmente appartiene al Capitolo della Chiesa Arcivescovile di Trani, -ed è sita nel tenimento della città di Trani a tre miglia di distanza -tanto da Andria che da Corato. Che allora che venne lo stesso diroccato, -la lapide già detta colla iscrizione si era trovata rotta e mancante -nella parte superiore del lato sinistro di un pezzo di quattr’once circa, -per cui i primi versi della iscrizione sono mancanti delle lettere finali. -Che la lapide suddetta al momento formava parte di un muro delle -diverse fabbriche rustiche costrutte nella detta masseria <i>S. Elia</i>. -</p> - -<p> -Mi fece conoscere in fine che trovandosi Sindaco della detta città -di Andria, aveva creduto poco conveniente a se ed al Corpo Municipale, -a cui ha l’onore di presedere che il monumento suddetto fosse -rimasto ulteriormente atterrato. Che quindi aveva diretto di uffizio all’attuale -Signor Intendente della Provincia un rapporto, col quale gli -aveva dimandato il permesso di rimetterlo di nuovo a proprie spese. Nel -ciò sentire non potei non rimanere sommamente compiaciuto del sentimento -veramente Italiano mostrato a tal modo da una persona che strettamente -mi appartiene, e che amo e stimo moltissimo per le sue ottime -qualità, e per l’affettuoso attaccamento che ha alla mia persona ed alla -mia famiglia. -</p> - -<p> -Quel discorso intanto mi eccitò la voglia di rivedere dopo tanti anni -quel luogo tanto per l’Italia memorando. Mi condusse ivi il dì seguente -lo stesso Signor Fasoli. Trovai che il monumento di cui si tratta non -è del tutto abbattuto. Vi rimane tuttavia fuori terra una linea dell’antica -fabbrica formata di grandi e solidissime pietre lavorate che servivano -allo stesso di base. Passai indi nel sito fabbricato della masseria <i>S. Elia</i>, -ed osservai che la già detta lapide formava parte di un muro de’ diversi -<span class="pagenum" id="Page_c037">[c037]</span> -edificj rustici ivi costrutti, ed era situata a pochissima altezza dal suolo; -il che la faceva rimanere esposta ad altri guasti che avrebbe potuto -soffrire dalla indiscrezione della gente di campagna. Non potè ciò non -recarmi ammirazione! -</p> - -<p> -Avendo letta la iscrizione suddetta venni ad assicurarmi ch’era quella -stessa che nel libretto ristampato da Felice Mosca nell’anno 1721 si -vede riportata alla pag. 187. Dice ivi l’Editore sulla testimonianza dello -Scrittore <i>Giovanni Antonio Goffredo</i> che la lapide suddetta fu apposta -nell’Epitaffio eretto nell’anno 1583 sul luogo istesso del combattimento -per ordine del Cav. Ferrante Caracciolo Duca di Airola, Preside allora -della Terra di Bari e della Terra di Otranto<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>. Il tenore della iscrizione -suddetta è il seguente -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quis quis es, egregiis animum si tangeris ausis,</i></p> -<p class="i02"> <i>Perlege magnorum maxima facta Ducum.</i></p> -<p class="i01"><i>Hic tres atque decem forti concurrere campo</i></p> -<p class="i02"> <i>Ausonio Gallis nobilis egit amor.</i></p> -<p class="i01"><i>Certantes utros bello Mars claret, et utros</i></p> -<p class="i02"> <i>Viribus, atque animis auctet, alatque magis,</i></p> -<p class="i01"><i>Par numerus, paria arma, pares ætatibus, et quos</i></p> -<p class="i02"> <i>Pro patria pariter laude perisse juvet.</i></p> -<p class="i01"><i>Fortuna, et virtus litem generosa diremit,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et quae pars victrix debuit esse fecit<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>.</i></p> -<p class="i01"><i>Hic stravere Itali justo in certamine Gallos,</i></p> -<p class="i02"> <i>Hic dedit Italiæ Gallia victa manus.</i></p> -</div></div> - -<p> -In verità un fatto d’armi tanto celebre e classico avrebbe meritato -una penna migliore. Ad ogni modo è sempre laudabile sommamente la -buona intenzione, e ’l patriottismo del Duca di Airola nell’aver voluto -a tal modo onorarne e perpetuarne la memoria. Non sarebbe forse fuor di -proposito che alla iscrizione suddetta ne venisse sostituita un’altra dello -stesso metro, che la metto in nota, la quale potrebbe un poco meglio corrispondere -<span class="pagenum" id="Page_c038">[c038]</span> -alle circostanze del fatto riportate nel precitato libriccino<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>. -Ritornando ora alla onorevole proposta del Sindaco Fasoli per la restaurazione -del monumento suddetto, si è veduta questa ritardata per più mesi -per la seguente circostanza. -</p> - -<p> -Il Signor Intendente della Provincia, benchè fosse stato animato da -uguale impegno perchè la cosa avesse avuto il suo effetto, volle abbondare -di civiltà e di riguardo verso il Capitolo di Trani. Quindi con sua -lettera di uffizio diretta a quel degnissimo Monsignor Arcivescovo gli -fece conoscere la dimanda del Signor Fasoli, onde si fosse compiaciuto -di passarla a notizia del Capitolo, sentire le intenzioni dello stesso e -comunicargliele. Quel Collegio rispose coll’aver dato il suo consenso -colla condizione espressa però che nella esecuzione de’ lavori si avesse -dovuto rimettere semplicemente l’antica lapide senz’altra aggiunta, e si -fossero chiamati i suoi Deputati per essere presenti alla proposta ricostruzione -del monumento suddetto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c039">[c039]</span> -</p> - -<p> -Il Sindaco Fasoli però non trovò per sè conveniente il ricevere -leggi da chi non aveva verun dritto di dettarle, ed avere de’ Soprastanti -per un’opera che sarebbe andata ad eseguirsi colla borsa sua, non con -quella del Capitolo di Trani. Fece quindi osservare al Signor Intendente -che quest’ultimo comunque si trovi ora proprietario di quello stesso -fondo, nel quale tre secoli indietro il detto antico monumento in parte -tuttavia esistente fu costrutto dalla Pubblica Autorità, non perciò il sito -da esso occupato può appartenergli. Che il suolo occupato dai monumenti -pubblici è di pubblica ragione, costituisce una proprietà dello -Stato, e non può riputarsi giammai di privato dominio. -</p> - -<p> -Che quindi mancava al Capitolo suddetto qualunque dritto e qualunque -titolo per pretendere di dettar leggi e condizioni, e di presedere -anche alla ricostruzione da lui proposta. Che anzi abusivamente si -aveva appropriati gli avanzi del distrutto monumento, i quali non gli -appartenevano. Soggiunse quindi che tutto ciò che può riguardare i monumenti -pubblici che costituiscono una proprietà dello Stato, deve dipendere -esclusivamente dalle disposizioni e dai regolamenti suggeriti dal -Capo Politico della Provincia, o da S. E. il Signor Ministro dell’Interno, -non già dalle velleità di qualunque privato, o Corpo Morale. -</p> - -<p> -Queste giuste e ben fondate osservazioni del Signor Fasoli il Signor -Intendente le comunicò al Capitolo suddetto, il quale non potè -non sentirsene imbarazzato. Conseguenza quindi di tal diverbio è stata che -il Capitolo unitamente al Sindaco di Trani son venuti a dichiarare che trovandosi -il monumento suddetto nel tenimento di quella città, come innanzi -si è detto, si sarebbero essi prestati a restaurarlo sollecitamente. -</p> - -<p> -Quindi il detto Signor Intendente con sua lettera di uffizio diretta -al Sindaco Fasoli del dì otto Agosto 1844 num. 2292 gli ha partecipato -il risultamento suddetto, e gli ha soggiunto di aver creduto giusto -d’inerire alla proposta del Sindaco di Trani a motivo che il sito -del fondo <i>S. Elia</i> è nel tenimento di quella città: di aver quindi ordinata -la regolare e celere esecuzione de’ lavori. Gli ha collo stesso uffizio -espresso anche il meritato elogio per aver spinta una operazione -da lui applaudita come gloriosa alla nostra Provincia, e diretta a far -risorgere un antico oggetto di tanto cara ricordanza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_c040">[c040]</span> -</p> - -<p> -Sono anch’io contento appieno che il mio giusto desiderio di veder -rimesso di nuovo quel monumento di gloria pe ’l nome Italiano verrà -a rimanere appagato in un modo molto per me soddisfacente, attesa la -parte attiva che vi ha presa una persona che mi appartiene, ed ha saputo -prevenire i miei pensamenti prima che gli avesse conosciuti. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> - -<div class="somm"> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td>L’autore al suo nipote Giovannino Jatta</td> <td class="pag"><a href="#dedica">Pag. 3</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Introduzione</td> <td class="pag"><a href="#intro">5</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">INDICE DE’ CAPITOLI.</td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO I.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo</i></td> <td><span class="smcap lowercase">PAG.</span> <a href="#cap1">9</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO II.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Delle antiche monete della città di Ruvo</i></td> <td class="pag"><a href="#cap2">32</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO III.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella Italia prima della Guerra di Troja</i></td> <td class="pag"><a href="#cap3">35</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO IV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Li pregevoli vasi fittili, ed altri oggetti delle belle arti antiche trovati in Ruvo confermano vie più la sua origine Arcadica</i></td> <td class="pag"><a href="#cap4">56</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO V.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>La origine Arcadica della città di Ruvo si desume anche dal nome alla stessa imposto dai suoi primi fondatori</i></td> <td class="pag"><a href="#cap5">90</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO VI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata</i></td> <td class="pag"><a href="#cap6">99</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO VII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni</i></td> <td class="pag"><a href="#cap7">107</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO VIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina</i></td> <td class="pag"><a href="#cap8">122</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO IX.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Aragonese</i></td> <td class="pag"><a href="#cap9">164</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO X.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Notizie relative alla città di Ruvo dall’epoca di Ferdinando il Cattolico fino a quella dell’attuale Dinastia Regnante</i></td> <td class="pag"><a href="#cap10">170</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino e degli abusi dappoi introdotti</i></td> <td class="pag"><a href="#cap11">195</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla prepotenza Baronale</i></td> <td class="pag"><a href="#cap12">209</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>De’ giudizj dell’anno 1750, dell’anno 1797 e dell’anno 1804, e delle transazioni dell’anno 1751 e dell’anno 1805</i></td> <td class="pag"><a href="#cap13">239</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XIV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Fatti principali avvenuti nella città di Ruvo dalla fine del secolo XVIII in poi</i></td> <td class="pag"><a href="#cap14">261</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPO XV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Osservazioni sulla città di Ruvo, sulla sua Popolazione, sulla pregevole qualità e varietà del suo territorio, e sui disordini introdotti nella moderna Amministrazione comunale</i></td> <td class="pag"><a href="#cap15">304</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">AVVERTIMENTO</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Sulla origine della città di Ruvo esposta dall’Autore</i></td> <td class="pag"><a href="#avvert">319</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>Indice generale</td> <td class="pag"><a href="#indgen">329</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>RVBASTINORVM NVMORVM CATALOGVS</td> <td class="pag"><a href="#catalog">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>FRANCISCI M. AVELLINII EPISTOLA</td> <td class="pag"><a href="#epistola">21</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>HISTORIA DEL COMBATTIMENTO DE’ TREDICI ITALIANI CON ALTRETTANTI FRANCESI</td> <td class="pag"><a href="#disfida">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2"> </td> - </tr> - <tr> - <td>NOTA DELL’EDITORE</td> <td class="pag"><a href="#notaed">35</a></td> - </tr> -</table> - -<hr /> - -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.  </span><i>Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses -Diatriba I cap. V. §. 2.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.  </span><i>Ptolomæus lib. 4 cap. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.  </span><i>Strabo lib. VI pag. 282.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.  </span>Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano quarantacinque -miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma e Brindisi? È chiaro -che si deve quì leggere <i>CCCLX M. Pass.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.  </span><i>Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.  </span><i>Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.  </span><i>Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana -pag. 709 ad 715.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.  </span><i>James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne -Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.  </span><i>Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.  </span>Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di Plinio in un -modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti in tutte le altre edizioni -della stessa opera. Quindi li capi citati dai Scrittori secondo le antiche edizioni non -battono con quelli che si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad -evitare l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’ capi della -sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe potuto in vero risparmiarsi -questo fastidio, il quale serve solo ad imbarazzare chi legge senza veruna -utilità, e lasciare la numerazione de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre -edizioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.  </span>In altre edizioni vi è quì anche la parola <i>Aquini</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.  </span>In altre edizioni si legge <i>Deculani</i>, non <i>Æculani</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.  </span>In altre edizioni si legge <i>Etinates</i>, non <i>Meritanes</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.  </span>In tutte le altre edizioni si legge quì <i>Neritini</i>, e non già <i>Netini</i>, vocabolo -alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino, come saremo or ora a vederlo. -Nelle altre edizioni dopo la parola <i>Neritini</i>, vi è anche la parola <i>Matini</i> -che quì manca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.  </span>Non vi può esser dubbio che colla parola <i>Rubustini</i> sono indicati gli abitanti -della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i Comentatori di Plinio, e con -essi anche il P. Arduino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.  </span>Convengono essi del pari che sotto il nome di <i>Butuntinenses</i> sono indicati -gli abitanti della città di <i>Bitonto</i>, antica città della Peucezia. Il Vesselingio -anzi nelle sue note all’Itinerario di Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di -aver veduta anche una moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo -Commentario sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima -inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi citato alla pagina -149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si comprende però come Plinio -abbia situato Bitonto tra le città della Calabria, mentre non è distante da Ruvo -più di nove miglia, e tanto negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto -nella Tavola Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.  </span>In altre edizioni manca la parola <i>Paltonenses</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.  </span>Non già <i>Nerentini</i>, ma bensì <i>Neritini</i> si legge nelle altre edizioni. Tal lettura -poi la presentano, non già <i>libri quidam</i>, come dice quì l’Arduino; ma bensì -tutte le altre edizioni di Plinio, non esclusa la bellissima edizione anche di Parigi -dell’anno 1545, che l’ho pure nel mio Studio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.  </span>Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la investigazione -del sito dell’antica <i>Celia</i> che Luca Olstenio l’ha così bene situata a poche miglia -al di là di Bari. Quest’antica città è oggi uno de’ così detti <i>Casali</i> di Bari che ritiene -tuttavia il nome di <i>Ceglia</i> che viene da <i>Celia</i>. È questa città segnata anche -nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel Commentario sulle -tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag. 38 parla di Celia, e ne reca -una moneta con Greca leggenda. Reca le sue monete con tipi diversi anche il Signor -Millingen nel precitato suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore -testimonianza che <i>Ceglia</i> sia l’antica <i>Celia</i> sono gli eccellenti e magnifici vasi fittili -Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi disotterrati ai tempi -nostri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.  </span>Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον proposta anche -da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse alla stessa sostituirsi la -città che nella Tavola Peutingeriana è chiamata <i>Natiolum</i> quasi come un diminutivo -di <i>Netium</i>. Ma l’Olstenio che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei -medesimo da questo suo primo avviso, poichè riflettè che il <i>Natiolum</i> della Tavola -Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani nel sito dell’attuale -città di <i>Giovinazzo</i>, e non già dentro terra tra Celia e Canosa. Al che aggiungo -che cotesta novella città della Tavola Peutingeriana al tempo di Strabone -non esisteva ancora.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.  </span>Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata innanzi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.  </span><i>Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.  </span><i>Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo <span class="upright">Netium</span>, et verbo</i> -Andria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.  </span><i>Baudrand Geographia verbo</i> Netium.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.  </span><i>Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.  </span>La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata nell’Itinerario -di Antonino che come un luogo di passaggio, e di riposo, e non già di fermata, -giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici miglia di cammino, e da Bitonto a Bari -altre dodici miglia. Ventitre miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, -non di due giornate.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.  </span><i>Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.  </span>L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è resa -troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La novella bellissima -strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto etc. -molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre di essere più gaja, offre un comodo -che nulla fa desiderare. È quindi quella la strada che da tutti oggi è battuta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.  </span><i>Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.  </span><i>Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.  </span><i>Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.  </span><i>Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia -di Bari.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.  </span><i>Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.  </span><i>Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.  </span><i>Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.  </span><i>Frontinus de Coloniis capi XIII.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.  </span><i>Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo</i> Rubi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.  </span><i>Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.  </span><i>Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.  </span><i>Cicero Oratio pro Archita cap. X.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.  </span><i>Strabo lib. VI pag. 281 in fine.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.  </span><i>Pomponius Mela De situ Orbis lib. II.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.  </span><i>Silius Italicus lib. XII vers. 397.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.  </span><i>Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.  </span><i>Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.  </span><i>Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.  </span><i>Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.  </span>Jamblico nel capo XXIX dice così: <i>Per hæc utique studia tota Italia Philosophis -repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ causa Magna Græcia -cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis, et Legislatoribus clarescentibus</i>. -</p> - -<p> -Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i suoi discepoli -erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni, <i>ut non amplius in suas -domos discedere sustinerent; sed una cum liberis, et conjugibus ingenti Homacoio -ædificato condiderint illam, quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: -leges quoque, ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter -quæ quidquam facere illicitum sibi duxerunt</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.  </span><i>Cicero Tusculan. lib. I cap. 16.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.  </span><i>Idem Tusculan. lib. II. cap. 17.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.  </span><i>Gellius N. A. lib. III cap. 17.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.  </span>Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che componevano -la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la Scillatica, la Sibaritica, la -Eracleese, la Metapontina e la Tarantina, alle quali aggiungono taluni anche la -Petelina dalla città denominata <i>Petelia</i> che Virgilio la crede una picciola città fondata -da Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.  </span>È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di Porcio Catone -non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso le notizie opportune di -tante città della Italia, la origine delle quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi -Geografi è rimasta in una perfetta oscurità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.  </span>Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX sez. IV §. -566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni prima della Guerra di -Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto riportato da Dionigi di Alicarnasso, -cioè nella venuta nell’Italia di Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non -convenire venendo lo stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci -e Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.  </span><i>Dionys. Halicarnassi lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.  </span><i>Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.  </span><i>Idem loco supra citato cap. XLIII.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.  </span><i>Strabo lib. VI pag. 277 ad 282.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.  </span><i>Plinius lib. III cap. XI.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.  </span><i>Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.  </span><i>Strabo dicto lib. VI pag. 283.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.  </span><i>Ptolomæi Geographia lib. I cap. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.  </span><i>Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.  </span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.  </span><i>Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.  </span><i>Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.  </span>Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche ivi si trovano -buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma non sono persuaso appieno -che sia questa l’antica città chiamata <i>Sub Lupatia</i> nell’Itinerario di Antonino, poichè -non corrispondono le distanze in esso indicate.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.  </span><i>Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis. Muratorius -Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.  </span><i>Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.  </span><i>Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.  </span>Si noti che il Garagnone è chiamato <i>Castrum</i>, vocabolo il quale corrisponde -all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.  </span><i>Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.  </span><i>Fasciculus 86 fol. 55.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.  </span>Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente a ciò -che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era governato dal Nobile -Fra Rengaldo <i>Ordinis Sacræ Domus Hospitalis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.  </span><i>Ptolomæus lib. III cap. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.  </span><i>Plinius lib. III cap. XI.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.  </span><i>Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.  </span>Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca nel mare -tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di Strabone navigabile, e che -la città di Canosa vi aveva un porto sei stadj o siano tre quarti di un miglio lungi -dalla sua foce.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.  </span>Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate <i>Isole di Tremiti</i> e da -Cornelio Tacito <i>Trimetum lib. IV Annalium cap. 7</i>. Tolomeo alla fine del capo -I del libro III della sua Geografia dice che siano cinque; ma Strabone n’enumera -due.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.  </span><i>Strabo lib. VI pag. 284.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.  </span>Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV delle Metamorfosi -favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome <i>Venulo</i> essendosi presentato -a Diomede per dimandargli soccorso nella guerra in cui si trovava impegnato -col Trojano Enea, Diomede si scusò mettendogli in veduta tutte le traversie -che aveva sofferte per l’ira di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni -di nome <i>Acmene</i> di carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe -in invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio? Il di -lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto un gran Duce grande -anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor numero furono applauditi e dal -maggior numero de’ suoi compagni furono ripresi. Mentre si accingeva a rispondere -gli mancò la voce, gli crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La -stessa sorte toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro XI -dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso fatta da <i>Venulo</i> -ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui prudente risposta. Fa menzione -anche della stessa favola; ma cenna che i di lui compagni erano stati già cangiati -in uccelli prima dell’arrivo di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le -traversie da lui sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel -modo predetto. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,</i></p> -<p class="i01"><i>Et socii amissi petierunt æthera pennis,</i></p> -<p class="i01"><i>Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum</i></p> -<p class="i01"><i>Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.  </span><i>Livii Histor. lib. XXV cap. 12.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.  </span><i>Arnobius lib. IV pag. 119.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.  </span><i>Silius Italicus lib. VIII vers. 242.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.  </span><i>Idem lib. IX vers. 60 et sequent.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.  </span><i>Plinius lib. III cap. XI.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.  </span><i>Ptolomæus lib. III cap. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.  </span>Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di conservare le -antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono D. Giuseppe Caputi ha conservati -tutti i vasi che si trovarono ne’ suoi fondi suburbani in occasione di essersi -scavato il terreno per piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi -sono pero tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno -riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, e ’l fu mio -cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed amanti dell’onore della -nostra Patria. Non posso che lodare sommamente questo loro sentimento che lo avrei -desiderato anche in altri che hanno preferito l’interesse, benchè non fossero stati -bisognosi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.  </span><i>Anacreon De amatoribus Odarium.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.  </span><i>Apulej asinus aureus lib. II.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.  </span><i>Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4 -Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.  </span><i>Virgil. Georg. 1 vers. 262.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.  </span><i>Idem Georg. III vers. 157.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.  </span><i>Tacitus Annalium lib. III.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.  </span><i>Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442 -Planche XV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.  </span><i>Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.  </span>Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v. 214, -e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il modo in cui avesse -potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore più caldo. Venere rispose che -veniva volentieri a prestarsi alla di lei richiesta. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum</i></p> -<p class="i01"><i>Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:</i></p> -<p class="i01"><i>Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,</i></p> -<p class="i01"><i>Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum.</i></p> -<p class="i01"><i>Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit</i></p> -<p class="i01"><i>Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui</i></p> -<p class="i01"><i>Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto</i></p> -<p class="i01"><i>Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis.</i></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.  </span><i>Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque, -Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.  </span>Ibidem Planche XLIX L. A.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.  </span><i>Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ -formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam Eurybates. -Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc imberbis. -Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit. Electra heræ -calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ Homerus in Iliade -usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad muros euntes facit. -Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo, mæstus ut qui maxime: -Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel prius quam inscriptionem -legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.  </span><i>Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.  </span><i>Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.  </span><i>Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.  </span><i>Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.  </span><i>Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.  </span><i>Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.  </span><i>Idem Georg. III vers. 392.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.  </span><i>Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.  </span><i>Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.  </span><i>Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168, -et 169.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.  </span><i>Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.  </span>Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle stomachevoli -oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto, di Vulci, e di Canino. Le -pitture oscene le condanna giustamente Aristotile <i>Polit. VII 15 (vulg. 17)</i>, le -ripruova con indignazione Properzio <i>eleg. II 5 vers. 19 et sequ.</i> Il gusto di Tiberio -per queste pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro -le stesse S. Clemente Alessandrino <i>in Protrept. pag. 52, e 53</i>. La continenza, -e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto la morale tanto degli -antichi abitanti della nostra città che de’ Pittori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.  </span>Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in seguito è questa -città chiamata <i>Terlitium</i>, e non <i>Turricium</i>. Nelle carte della Geografia antica -pubblicate da diversi Scrittori manca questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri -Pubblici, e nelle carte Geografiche recenti è chiamata <i>Terlizzi</i>. Non si cangiano -i nomi delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare -ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.  </span>Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario che passa tra -un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo Canonico Mazocchi non -sognò mai di ripetere l’antichità di quella città dalle sole tavole ivi rinvenute, ma -anche dalla Storia, dalla Geografia antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, -e sodo Scrittore fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, -sia sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che sull’appoggio -di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete, le quali non -possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un vasellino trovato per azzardo -in un sepolcro, siasi elevata una Torre, e creata una supposta antica città sconosciuta -del tutto agli antichi Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro -ha potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che un -sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città recente. Per ragionarsi -a questo modo bisogna aver la testa molto riscaldata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.  </span>Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi che nell’Italiano -si dice <i>Terlizzi</i>, e non <i>Terlizzo</i>, e che i Popolari dicono <i>Terrizz</i>, e non -<i>Turrizzo</i>. Il linguaggio popolare del luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.  </span>Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi degli <i>uomini -dottissimi</i> che gli fecero pervenire la copia di cotesta lapide, e ’l luogo ove possa -la stessa essere osservata da chi ne sia curioso. Non si comprende poi come nella -parola mutilata <i>Turri</i>... abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome -della città chiamata <i>Turricium</i> creata solo dalla forza della sua immaginazione! -Molto meno ci ha fatto sapere come il suo <i>Turricium</i> possa combinarsi colla parola -FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero il seguente risultamento -<i>Filius Turricii</i>. Corrisponde lo stesso a meraviglia al concetto del Signor -Martorelli!!! In fine non è cosa meno lepida il vedersi che da una pretesa lapide -che segna l’anno DCCCVI ne abbia egli inferito che il suo <i>Turricium</i> già esisteva -<i>inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis!</i> Belle visioni!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.  </span>È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse ai tempi -di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il primo nel luogo riportato -innanzi al Capo III ci fece conoscere un per uno i nomi delle antiche città -della Peucezia, tra le quali <i>Ruvo</i> e <i>Bitonto</i>. E ’l <i>Turricium</i> di Martorelli dov’è? -È ben curioso anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata <i>Turricium</i> -era edificata <i>prope viam Trajanam!</i> La via Trajana però, di cui si vedono ancora -gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo stesso modo che si -vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e nell’Itinerario Gerosolimitano. -La città di Terlizzi è a due miglia di distanza dalla via Trajana al lato sinistro di -essa. Come si è potuto portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono -sotto i sensi?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.  </span><i>Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.  </span>Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto <i>Rudas</i> non si vede riportato -col solito segno che distingue le città. Si vede bensì tal nome scritto vicino ad una -laguna che sembra un lago, il quale comunica col mare Adriatico per mezzo di -un canale segnato nella Tavola suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. -Quindi cotesto antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso -pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda <i>lama</i>, o sia vallone -che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora passa la bella strada -consolare della marina per mezzo di un ponte ben lungo e magnifico ch’è convenuto -ivi formarsi con una spesa non lieve.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.  </span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.  </span>Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città adoperato -ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo Stemma antico non si conosce), -è una pianta di <i>Rovo fiorito</i> messo in una testa. È chiaro che i nostri -colti Antenati adottarono nel ciò fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora -però che si è venuto a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna -che cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si prenda -dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia del suo nome, come -saremo or ora a vederlo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.  </span><i>Dionys. Halicarnass. lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.  </span><i>Pausaniæ Arcadica, seu liber VIII cap. 43.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.  </span><i>Virgil. Æneid. lib. XI vers. 246.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.  </span><i>Servius ad Virgil. Æneid. lib. VIII vers. 9.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.  </span><i>Strabo lib. VIII p. 360. -Pausaniæ Messenica, sive lib. IV Cap. 31. -Stephanus Bizantinus de Urbibus in verbo Thurii.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.  </span><i>Strabo lib. VIII pag. 386.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.  </span><i>Herodot. Histor. lib. 1 Cap. 145.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.  </span><i>Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII Cap. 15 in fine.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.  </span><i>Strabo lib. VIII pag. 387.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.  </span><i>Idem pag. 388.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.  </span><i>Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. 25.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.  </span><i>Pausaniæ Achaica, sive lib VII cap. 6.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.  </span><i>Herodotus lib. I cap. 145.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.  </span><i>Millingen Considerations sur la numismatique de l’ancienne Italie. -Rubi in Peucetia pag. 150.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.  </span><i>Pratilli Via Appia Cap. XIV pag. 528.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.  </span><i>Dionys Halicarnass. lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.  </span><i>Virgilius Eclog. X. vers. 31.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.  </span><i>Frontinus De coloniis cap. XIII.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.  </span><i>Pratilli Via Appia lib. IV cap. XIV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.  </span><i>Tacitus Annalium I cap. 54.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.  </span><i>Svetonius in vita Tiberii Claudii Cæsaris cap. VI.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.  </span><i>Idem in vita Serv. Sulpic. Galbæ cap. VIII.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.  </span><i>Brissonius de Verbor. significat. verbo Augustalis.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.  </span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. IV pag. 47.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.  </span><i>Idem Tom. V pag. 77.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.  </span><i>Lupi Protospatæ Rerum in Regno Neapolitano gestarum ab anno -850 usque ad annum 1102 Breve Chronicon apud Muratorium dicto -Tom. V pag. 45.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.  </span>Non si comprende in primo luogo con quali facoltà abbia potuto il Vescovo -di Ruvo donare al Priore di Montepeloso una parte de’ beni della sua Chiesa. Molto -meno s’intende il perchè volle esigere la scorta di un uomo a cavallo tutte le volte -che si recava non solo a Bari, ma anche a Canosa. Per Bari essendo stato il Vescovo -di Ruvo sempre suffraganeo dell’Arcivescovo di Bari, si può intendere il perchè -esser poteva obbligato a fare questo viaggio. Ma per Canosa bisogna dire che -vi siano stati allora tra le due città altri rapporti Ecclesiastici a noi ignoti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.  </span><i>Alexandri Telesini Cœnobii Abbatis Historia lib. I cap. X et sequent. -et signanter cap. XVIII et XIX apud Muratorium dicto Tom. V -pag. 618 et 619.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.  </span><i>Virgilius Georg. lib. I vers. 266.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.  </span><i>Faber Basilius Thesaurus linguæ latinæ verbo</i> Rubeus.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.  </span>Cotesto Alessandro fratello di Tancredi dev’essere quegli che l’Abate Telesino -nel luogo innanzi trascritto, e nel capo XXXIII e seguenti del libro II della -sua Storia lo chiama <i>Alexander Comes</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.  </span><i>Romualdi Salernitani Chronicon apud Muratorium Rer. Ital. -Scriptor. Tom. VII pag. 186.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.  </span><i>Falconis Beneventani Chronicon apud Muratorium dicto Tom. -V pag. 109 et 115.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.  </span><i>Abbas Telesinus loco supra citato cap. XLI ad XLVI. Falco -Beneventanus loco supra citato pag. 115.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.  </span><i>Romualdi Salernitani Chronicon loco supra citato pag. 196 lit. E.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.  </span><i>Hugonis Falcandi Historia Sicilia apud Muratorium dicto Tom. -V pag. 262 et sequent.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.  </span><i>Romualdus Salernitanus loco supra citato pag. 209 lit. B.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.  </span><i>Richardi de S. Germano Chronicon apud Muratorium Rerum -Ital. Script. Tom. VII pag. 977 lit. D.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.  </span><i>Ughellius Italia sacra Tom. VII Episcopus Rubensis.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.  </span><i>Constitutio Regni Magnæ Curiæ lib. I tit. 48, et Constitutio -Post mortem Baronis lib. III tit. 25.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.  </span>Vi dev’essere quì un errore di nome in cui cadde l’amanuense che copiò -e registrò l’originale Privilegio, giacchè il concessionario che quì è chiamato <i>Rodulfus -de Colna</i> ne’ Registri posteriori che saranno più giù riportati è chiamato <i>Arnulfus -de Colant</i>. Anzi è notabile che in una Lettera Regia scritta al Giustiziere -della Terra di Bari nello stesso anno 1269 per taluni danni recati dagli uomini di -Molfetta nel territorio di Ruvo si legge così. <i>Ranulfi de Colant Domini Terræ -Rubi. Regest. Caroli I anni 1269 lit. B fol. 187</i> a t.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1269 Lit. J fol. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.  </span>La rimota antichità della Chiesa di Calentano la pruova anche una lapide -che ivi vi è. Si vede ora questa incastrata in uno delle mura della Sacrestia; ma -sono stato assicurato che stava prima nella scala dell’abitazione del Cappellano. Che -non molti anni indietro uno de’ passati Cappellani la fece torre con poco accorgimento -da quel sito, e situare nella detta Sacrestia, la di cui costruzione si mostra -molto più antica dell’epoca segnata nella lapide suddetta nel modo che siegue -</p> - -<p class="center"> -MCCCCXXXIII<br /> -HOC OPVS DEVOVIT FIERI<br /> -FRATER ANDREAS DE CVRNIMO<br /> -AD HONOREM<br /> -B. M. V. MATRIS DE CALENTANO<br /> -MAGISTER PALMIRI<br /> -FECIT -</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1268 lit. A fol. 155 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1277 lit. F fol. 24 108, et 233 a t. -Anni 1278 lit. B fol. 67 a t. Et anni 1279 lit. B fol. 42.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.  </span><i>Regestum Caroli I anni 1272 lit. A fol. 108 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.  </span><i>Dicto Regest. fol. 21 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1276 et 1277 lit. A fol. 82.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.  </span><i>Regest. Caroli I anni 1274 lit. B fol. 320 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.  </span>Vi dev’essere quì nel Registro per necessità o un errore di data nella Lettera -del Re, o un errore nella indicazione del tempo assegnato alla esecuzione degli -ordini da lui dati. Come mai i feudatarj chiamati al servizio militare avrebbero -potuto trovarsi a S. Germano undici giorni prima del dì 25 Gennajo, data della -lettera, colla quale veniva loro ciò ordinato?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.  </span><i>Regest. Caroli II ann. 1291 lit. A fol. 79 a t. et fol. 113.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.  </span><i>Fasciculus 86 fol. 55.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.  </span>Dal confronto di cotesti Registri viene a conoscersi l’epoca di quella informazione -senza data de’ feudatarj e suffeudatarj della Terra di Bari di cui innanzi ho -parlato. Costando dai Registri di Carlo II testè riportati che la città di Ruvo -nell’anno 1291 era tuttavia posseduta dalla famiglia <i>de Colant</i>, e da quelli del -Re Roberto che nell’anno 1310 Galeraimo <i>de Juriaco</i> aveva perduta quella città -per contumacia, è conseguenza che la predetta informazione nella quale è riportato -come Feudatario di Ruvo Roberto <i>de Juriaco</i> è dell’epoca del Re Carlo II. -Cotesto Roberto nell’anno 1291 non era ancora Feudatario di Ruvo, e nell’anno -1310 aveva cessato di vivere, posto che il feudo di Ruvo era passato a Galeraimo -che lo perde per la sua contumacia. Un registro dunque che parla del detto -Roberto è del tempo intermedio, quando regnava ancora Carlo II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.  </span>Non è nella lettera nominalmente indicato il feudatario di Ruvo a cui era -stata diretta. Ma dalla data di essa dell’anno 1307 e dalle cose dette innanzi risulta -che non poteva questi esser altri che Roberto, o Galeraimo <i>de Juriaco</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.  </span>Il Capitolo del Re Carlo I quì trascritto è registrato con migliore ortografia -al num. 83 de’ suoi Capitoli riportati nel Codice delle nostre antiche leggi. Pruova -lo stesso gli abusi della prepotenza Baronale a cui fu nella necessità di apporre -un freno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.  </span><i>Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 lit. B fol. 227.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.  </span>Ambrogio Calepino nel suo Vocabolario dice cosa è la giumella di cui quì -si parla. <i>Giumella sorta di misura, ed è tanto quanto cape nel concavo di ambe -le mani per lo lungo accostate insieme</i> quantum cavis manibus continetur.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.  </span>Ciò pruova che in ogni tempo si è continuato a mantenere in Ruvo quelle -officine di vasi fittili che ci hanno dati tanti capi-lavori antichi di belle e capricciose -forme.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.  </span>Vi è quì sicuramente un errore nel Registro perchè queste parole non s’intendono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.  </span><i>Regest. Caroli II anni 1307 lit. B fol. 115.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.  </span>Fin dal tempo del Re Carlo I il Feudatario di Ruvo si querelò di quello -di Terlizzi perchè contro ogni dritto stendeva le mani sul territorio di Ruvo e cercava -usurparlo a danno suo e degli abitanti della città di Ruvo. Quindi scrisse il -Re nel dì 14 dicembre 1269 una lettera molto energica al Giustiziere della Terra -di Bari perchè si fosse conferito di persona sul luogo e con tutta diligenza e fedeltà -avesse verificato l’esposto, e trovandolo vero, avesse imposto al Feudatario di Terlizzi -<i>sub certa pœna</i>, e nel suo nome che non avesse più osato di stendere le mani -sul territorio di Ruvo. <i>Regest. Caroli I anni 1269 lit. D fol. 109 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.  </span><i>Regest. Regis Roberti anni 1309 lit. H fol. 304 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.  </span><i>Regest. Regis Roberti anni 1314 lit. C fol. 129.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.  </span><i>Tristano Caracciolo, Costanzo e Summonte citati da Giannone -nel principio del libro XXIII della sua Storia Civile.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.  </span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 547.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.  </span>È facile il comprendere che nel Registro di cui sto parlando si volle minutamente -riportare la storia delle discussioni seguite sulla dimanda di Margherita -Pipina attese le circostanze delicatissime nelle quali la Regina si trovava in faccia -al Pubblico. Si fece ciò per allontanare il sospetto che la Regina avesse voluto favorire -la vedova di uno de’ rei principali della morte del Re Andrea, e per far vedere -che si era resa alla stessa strettamente la giustizia dopo matura discussione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.  </span><i>Regest. Joannæ I anni 1346 lit. C fol. 10.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.  </span><i>Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 610.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.  </span><i>Idem Tomo supra citato pag. 636 et 637.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.  </span><i>Giannone Storia civile etc. lib. XXIII cap. I con tutti gli altri -Scrittori da lui citati.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.  </span><i>Polybii Histor. lib. V.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.  </span><i>Muratorius loco supra citato pag. 585.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.  </span><i>Muratorius ibidem pag. 680.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.  </span>Il Capitolo di Ruvo ha portata sempre la massima diligenza nella conservazione -di quel pregevole edificio, e specialmente nel buono mantenimento de’ vasti -tetti che lo cuoprono. Le ultime volte però che sono stato in Ruvo ho veduto -non senza un positivo rancore che le riparazioni e gl’indispensabili nettamenti de’ -tetti erano stati per più anni trascurati. Quindi le acque piovane avevano cominciato -a penetrare nella Chiesa. Non potei contenermi dal mostrarne il mio malcontento. -Sono stato però dopo assicurato dal Signor Primicerio D. Domenico Chieco -di essersi già dato l’opportuno riparo a questo grave inconveniente che avrebbe potuto -trarsi dietro conseguenze assai fastidiose. Debbo quindi augurarmi che il Capitolo -suddetto nel tratto successivo saprà su questo articolo interessantissimo meritarsi -quella stessa laude che gli sarà da me resa per le altre cose che in seguito anderò -a dire.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.  </span><i>Muratorius loco supra citato pag. 652.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.  </span><i>Matteo Villani lib. I cap. 93. Lib. II cap. 24 41 e 65 e -lib. III cap. 41. Costanzo lib. VI. Giannone Storia civile lib. XXIII -cap. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.  </span><i>Fasciculus XI fol. 176 et 177.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.  </span><i>Regest. Regis Ladislai anni 1404 lit. B fol. 151.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.  </span><i>Scipione Mazzella Descrizione del Regno di Napoli lib. II sulla -Famiglia Orsini.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.  </span>I privilegj quì enunciati non si trovano registrati ne’ Quinternioni. È chiaro -però che la città di Ruvo con altri feudi di sopra riportati pervenne a Gabriele -del Balzo Orsini dal Principato di Taranto, qual figliuolo secondogenito del Principe -di Taranto a cui apparteneva come lasciò scritto Scipione Mazzella nel luogo -innanzi citato alla pag. 158.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.  </span><i>Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni di Terra di Lavoro, e -Contado di Molise fol. 1. Repertorio Primo de’ Regj Quinternioni delle -Provincie di Capitanata e Bari fol. 172.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.  </span><i>Quinternione III fol. 127 e 193 a t. Vedi anche i Repertorj -innanzi citati.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.  </span><i>Detto Repertorio Primo de’ Quinternioni delle Provincie di Capitanata -e Bari fol. 172.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.  </span><i>Literarum Partium XVIII anni 1478 ad 1479 Camera IX lit. A -Scanzia I Num. 37 fol. 208 a t. ad 209.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.  </span><i>Tacitus Annalium lib. IV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.  </span><i>Guicciardini Storia d’Italia lib. V. Cantalicii Consalvia lib. II. -Pauli Jovii vita Consalvi lib. II. Giannone Storia Civile del Regno di -Napoli lib. XXIX cap. IV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.  </span>Non è forse ciò improbabile. Ne’ giornali pubblicati al tempo dell’Impero -Francese mi ricordo di aver letto che dopo la famosa battaglia di <i>Jena</i> guadagnata -da Napolione Buonaparte contro i Prussiani, i Francesi abbatterono la colonna -di <i>Rosbacch</i>, trofeo della insigne vittoria ivi riportata da Federico il Grande -Re di Prussia. Ma coll’aver tolta quella colonna fecero sì che non abbiano essi -perduta quella giornata? Oscurarono forse con ciò la gloria militare di Federico -che seppe guadagnarla?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.  </span>La città di Castellaneta non è <i>vicina</i> a Barletta; ma bensì alla distanza di -ottanta miglia e più. È questa una circostanza da valutarsi nel fatto di cui si parla -non bene riportato dal Guicciardini come più giù saremo a vederlo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.  </span>Ruvo, non <i>Rubos</i>, non è stata mai una <i>Terra</i>; ma in tutti i tempi è stata -sempre considerata come una città distante da Barletta sedici miglia e non già dodici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.  </span><i>Guicciardini Storia d’Italia lib. V.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.  </span>Non è improbabile che quella parte della muraglia che Paolo Giovio dice -di esser crollata sotto i colpi dell’artiglieria di Consalvo, sia stata quella che tredici -anni dopo nell’anno 1516 fu dai Ruvestini riedificata dalle fondamenta e di -miglior costruzione, come più giù saremo a vederlo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.  </span><i>Pauli Jovii Vitæ Illustrium Virorum Vita Consalvi lib. II.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.  </span><i>Cantalicii Consalvia Lib. II. Raccolta de’ Scrittori Napolitani -di Gravier Tom. VI.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.  </span><i>Tomo XIX della detta Raccolta di Gravier pag. 104 e 105.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.  </span><i>Tacitus Histor. lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.  </span>Mentre questo foglio stava per passare al torchio, il nostro giornale delle -due Sicilie del dì 14 Febbrajo 1844 n. 34 sotto la rubrica di <i>Spagna</i> ha recato il -seguente articolo dell’<i>Heraldo</i> (foglio Ministeriale). Si dice in esso che Consalvo -di Cordova fece edificare il magnifico Monastero di S. Girolamo nella città di Granata, -ove volle esser sepolto, con aver legato allo stesso la sua spada, il suo ritratto -in tela e ’l suo busto. Si seguita a dire che cotesto Monastero rispettato dai -Francesi nella invasione dell’anno 1810 per i tanti pregevoli monumenti di belle arti -che vi erano, è rimasto ora devastato dalla guerra civile, e si soggiugne: <i>Ma ciò -ancora più imperdonabile è il furto della spada dell’Eroe ch’era nella Cappella -principale con un quadro rappresentante il Gran Capitano che offre la sua spada -al Papa e ne aspetta la benedizione. Se ne veggono ancora i modiglioni. Dopo -tante profanazioni ne mancava una ultima. La tomba dell’eroe venne aperta ed -i suoi avanzi derubati e sparsi qua e là; una delle sue mandibole con tre denti -è per caso rimasta con qualche altro frammento. — Per aggiugnere un ultimo tratto -a tale racconto, diremo che durante l’insurrezione che scoppiò nell’anno 1835, -la spada di Consalvo di Cordova fu venduta per tre franchi.</i> Dio mi guardi dal -compiacermi di sì fatte vandaliche e detestabili profanazioni. Ma un avvenimento -di tal fatta seguìto in un Paese che ben lo conosco, ed ove anzi si pecca di soverchio -orgoglio nel vanto degli uomini di guerra prodi e famosi che ha prodotti, non -può non farmi una forte impressione! Desidero intanto di tutto cuore che la Misericordia -di Dio gli abbia perdonata la enorme ingiustizia, ed iniquità commessa a -danno della nostra povera città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.  </span><i>Quinternione VIII segnato col num. 19 fol. 140 a 143.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.  </span><i>Quinternione XXI fol. 212.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.  </span>Nello strumento di permuta tra il Vescovo e Clero di Ruvo e Giovanni <i>de -Mapono</i> dell’anno 1392 riportato innanzi nel Capo VIII pag. 130 si dice che la casa -data dal Vescovo e dal Clero era sita <i>in loco Porte de Noha</i>. Quale sia stata la -Porta che portava questo nome lo spiega un pubblico strumento di proccura fatta -dalla Università di Ruvo nel dì ultimo Novembre 1608 per gli atti del Notajo Decio -Pincerna di Ruvo ove si legge così: <i>Accessimus ad domos ipsius Universitatis -<span class="smcap">a Porta de Noja</span> juxta suos fines, ubi congregari solet dicta Universitas pro -actis publicis peragendis</i>. La casa della Università quì indicata stava appunto nel -sito di questa porta come saremo or ora a vederlo. Cotesta proccura sta al foglio -121 del Protocollo di quell’anno del detto Notajo Pincerna. Conservatore della sua -scheda quando io lo lessi era il fu Notajo D. Giuseppe Girasoli di Ruvo. Ignoro -il di lui successore. Dai precitati due strumenti si può conchiudere che l’antico -nome della porta suddetta era <i>Porta di Noja</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.  </span>Pare che siasi con ciò ritenuta nelle forme Cristiane una costumanza delle -antiche città Greche, le quali mettevano sulle loro porte la statua di Minerva. Dal -che prese cotesta Dea anche il nome di Πολιάς o Πολιοχος <i>urbis custos</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.  </span><i>L. 1 et L. 87 ff. De verbor. signif.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.  </span><i>L. ff. Ne quid in loco sacro.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.  </span>Tra i vasi fittili antichi trovati in Ruvo ve ne sono stati parecchi con figure -a rilievo. Ne ha di essi acquistati il Real Museo. Io ne ho tre, e D. Salvatore -Fenicia uno. So con sicurezza di esserne passati altri anche all’Estero. A cotesti -vasi allude la parola <i>sculpta</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.  </span>Rileva ciò la circostanza che molti convalescenti delle convicine città vanno -a Ruvo di proposito per ristabilirsi attesa la somma bontà dell’aere che ivi si respira, -e la ridente situazione della nostra città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.  </span><i>Partium XXXIX Ann. 1522 a 1523, ora col num. 110 -fol. 24 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.  </span><i>Comune XLII 3. Anno 1523 lit. H n. 103.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.  </span>Fa veramente meraviglia come i Vicerè soffrivano e permettevano ai Baroni -un linguaggio tanto orgoglioso che offendeva i dritti della Sovranità. Non erano i -Baroni <i>Signori</i> degli uomini de’ loro feudi, ma erano anch’essi sudditi del Re come -tutti gli altri. Cotesto titolo quindi di <i>Signori</i> peccava di soverchia baldanza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.  </span><i>Registro delle Consulte della Regia Camera della Sommaria per -gli anni 1600 e 1601 N. 101 fol. 54 a 63.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.  </span><i>Stefano de Stefano Ragion Pastorale Tom. I cap. II pag. 42.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.  </span>Si noti che nell’anno 1509 la città di Ruvo era posseduta da D. Isabella -de Requesens moglie del detto Vicerè D. Raimondo di Cardona. Ecco perchè si dice -quì <i>la cità vostra de Rubo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.  </span><i>Grande Archivio — Atti riguardanti la mezzana di Ruvo Camera -Prima sotto i tetti Lettera D Scanzia V n. 23.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.  </span>Si parla quì della difesa comunale eretta nell’anno 1510 di cui innanzi si -è parlato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.  </span><i>Archivio della Regia Dogana di Foggia Tomo I delle Istruzioni -Doganali fol. 113.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.  </span><i>De Dominicis Stato Politico ed Economico della Dogana di Puglia -Part. I cap. V n. 22 pag. 217.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.  </span>Nel linguaggio Doganale le contravvenzioni di questa specie ai regolamenti -del Tavoliere, le quali davano luogo ad un procedimento, si chiamavano <i>disordini</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.  </span>Quando veniva a morire un feudatario colui che gli succedeva nel feudo -era nell’obbligo di pagare al Real Tesoro la metà della rendita che lo stesso aveva -data nell’anno della morte del suo predecessore. Cotesto pagamento si chiamava <i>Relevium</i>. -Per liquidarsene l’importo il Tribunale della Regia Camera della Sommaria -prendeva informazione della rendita ritratta da ciascuno de’ corpi, o dritti che -componevano il feudo. Ecco come dalle informazioni de’ rilevj si veniva a conoscere -quali questi erano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.  </span>Questo fondo è ora di mia proprietà avendolo acquistato nell’anno 1808 -dopo l’abolizione della feudalità unitamente ad un altro fondo adiacente denominato -la <i>Piantata</i> di qualità burgense, di cui vi sarà in seguito la occasione di far menzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.  </span>Si noti che nello strumento dell’anno 1552 riportato innanzi alla detta pag. 201 -Fabrizio Carafa Duca d’Andria e Conte di Ruvo s’incaricò di cotesto antico contratto, -e quindi fece la seguente dichiarazione: <i>Pro cujus nemoris herba et pascuo -dicta Regia Curia annuatim pro servitio Regiæ Dohanæ Menæpecudum Apuliæ -solvit eidem Excellenti Comiti annuos ducatos quincentum de carolenis argenti, -in quo nemore non possunt intrare pecudes nisi in Vigilia Nativitatis Christi anni -cujuslibet</i>. Dal che viene a risultarne che de’ già detti annui ducati mille e cento -convenuti nell’anno 1473 ducati cinquecento si pagavano per l’erba del Bosco di -Ruvo ed altri seicento per quella delle murge di Ruvo e Minervino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.  </span><i>Repertorio de’ Registri Comuni fol. 122.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.  </span>Per <i>demanio de Rubo</i> si deve quì intendere il demanio delle murge. Primo -perchè gli Scrittori Doganali riportandosi alla convenzione dell’anno 1473 passata -tra il Re Ferdinando I di Aragona e Pirro del Balzo dicono che il <i>riposo</i> per -le pecore del Tavoliere fu accordato nel demanio delle murge. Secondo perchè il -rimanente demanio di Ruvo è stato sempre un demanio comunale occupato dalle -masserie di semina de’ cittadini, sul quale Pirro del Balzo non poteva avervi verun -dritto, nè vendere l’erba di esso al Regio Tavoliere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.  </span><i>Commun. XVIII ann. 1473 e 1474.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.  </span><i>Regest. Caroli II anni 1306 et 1307 fol. 222.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.  </span>L’espressioni quì adoperate sono molto pregne, e s’intende bene a che alludono. -Mi dicevano i vecchi di Ruvo che più di un Abruzzese entrato in quel bosco -valendosi del proprio dritto non si era trovato più nè vivo, nè morto. Gli antichi -Duchi di Andria non sono stati coi Locati Abruzzesi così benigni e sofferenti -come lo furono i Padroni di masserie Ruvestini da essi flagellati barbaramente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.  </span><i>Stefano de Stefano Tom. I cap. XI n. 36.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.  </span>In quell’epoca le contribuzioni dovute allo Stato si pagavano per <i>fuochi</i>. -Si numeravano le famiglie di ciascun Comune. Ogni famiglia formava un fuoco. -Ogni fuoco aveva la imposta determinata, e dal numero de’ fuochi risultava la somma -che pagar doveva il Comune. Quindi il prezzo della Giurisdizione della Portolania, -e de’ Pesi e Misure fu caricato sulla somma che il Comune di Ruvo contribuiva -allo Stato secondo il numero de’ fuochi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.  </span><i>Partium XXXIV ora 4018 anni 1629 et 1630 fol. 247 a t.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.  </span><i>Regest. Partium XLIV anni 1607 ad 1608 Camera IX lit. Q -Scanz. I n. 166 fol. 160 retro et 161.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.  </span><i>Atti per gli assegnatarj de’ Fiscali della città di Ruvo, etc.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.  </span><i>Fol. 216 detti atti.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.  </span><i>Atti di discarichi prodotti dall’olim Amministratori della città -di Ruvo per la revisione de’ loro conti fol. 40 a 42.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.  </span><i>Atti per i creditori di attrasso sopra la Università di Ruvo in -Provincia di Bari vol. II fol. 1 a 25.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.  </span><i>Fol. 44 e 48 detti atti.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.  </span>Pe ’l noto Capitolo <i>Non sine prudentis</i> del Re Ladislao dell’anno 1403 era -vietato ai Notaj delle città Baronali di stipulare atti a favore de’ Baroni, ed erano -questi obbligati a valersi di Notaj di città Regie. Ecco perchè la Casa d’Andria si -era valuta de’ Notaj delle Regie città convicine.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.  </span>Si noti che con questo articolo rimase abolita col fatto la fida nelle cinque -vastissime contrade demaniali denominate <i>le matine, le strappete, le ralle, monserino</i> -e <i>bel luogo</i>, perchè in esse il terreno è tutto <i>appatronato</i> ed occupato -dalle masserie di semina de’ cittadini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.  </span>Per effetto di questo patto dall’anno 1805 in poi non sono più venuti fidatarj -forestieri del Barone nella contrada delle murge, e quel pascolo estivo preziosissimo -è rimasto per lo intero al pieno comodo de’ cittadini. Stabilita col patto -IV la preferenza degli animali de’ cittadini, ed inibito col patto quinto nelle murge -la fida su i terreni seminatorj de’ particolari e de’ Luoghi pii che sono sparsi in tutti -i punti di quella contrada, si venne a rendere impossibile l’ingresso de’ fidatarj forestieri -in tutta la continenza delle murge, e quindi finì da se stessa la fida degli -animali forestieri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.  </span>Mi pregio di quest’antica amicizia di famiglie. Il fu Canonico Teologo -D. Giuseppe Sancio, Zio Paterno del Commendatore D. Antonio ed uomo dottissimo, -mi diè il S. Battesimo e fu il Direttore de’ miei primi studj di Umanità, ne’ -quali fui istituito in Ruvo da un Prete chiamato D. Angiolo Consolo, che se ne -occupò colla massima cura ed impegno, di cui son grato e riconoscente alla di lui -memoria. La stessa riconoscenza serbo al detto mio Compare Canonico Teologo Sancio -che ogni mese in presenza del detto mio maestro prendeva conto del mio profitto -e dava allo stesso la opportuna direzione per la mia istruzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.  </span><i>Tacitus Historiarum lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.  </span>Comunque il Duca d’Andria avesse avuta in Ruvo la Giurisdizione Civile -e Criminale, aveva il Re sospesa in quell’epoca la Giurisdizione di diversi Feudatari -tra i quali anche del Duca d’Andria. Ecco il perchè vi era allora in Ruvo un -Governatore e Giudice destinato dal Re.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.  </span><i>Tacitus Histor. lib. I.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.  </span>Dell’uffizio del Camerlengo e della usanza che vi era ancora di chiudersi -la sera le porte della città si parla anche nello strumento di transazione stipulato col -Duca d’Andria nell’anno 1751 riportato nel Capo precedente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.  </span><i>Polyb. Histor. lib. III.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.  </span>Cotesto tentativo del Conte di Ruvo era assai malagevole. La popolazione -della città di Andria è per se stessa molto ostinata ne’ suoi proponimenti. Per tal ragione -soffrì un gravissimo disastro al tempo della Regina Giovanna I minutamente -descritto da Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca presso il Muratori -<i>Rerum Italicarum Scriptores tom. XII</i> pag. 689 a 691. Molti Tedeschi e Lombardi -ch’erano al servizio di Lodovico Re d’Ungheria al numero di settemila tra -fanti e cavalli si erano riuniti a Canosa. Dopo aver consumato e devastato quanto -vi era in quella povera città presero la risoluzione di portarsi innanzi, ed invadere -per loro stessi, e per propria utilità tutti que’ luoghi che avessero potuto. Nominarono -quindi tre Capitani, tra i quali vi fu Filippo de Sulz sopranominato <i>Malispiritus</i> -Comandante della Città di Andria, come si è detto innanzi al capo VIII -pag. 155. -</p> - -<p> -Partiti da Canosa essendosi avvicinati ad Andria, fecero conoscere al Comandante -suddetto il loro arrivo. Costui andò loro incontro, e gli assicurò che sarebbe -concorso a tutto ciò che si era da essi determinato; ma soggiunse. <i>Quia vero civitas -Andriæ dominio suo erat valde fidelis, voluit, et rogavit quod per eos damnum -non fieret civibus in exterioribus rebus, animalium scilicet et satorum, sed -mite, et curialiter pertransirent, quum ipse eorum denario quæcumque necessaria -eos emere permittebat.</i> Se ne contentarono i Tedeschi, e quindi si accamparono come -amici in una pianura fuori della città. Il Comandante suddetto rientrato in essa -fece tutto conoscere ai suoi abitanti, ed insinuò loro di somministrare alle truppe -accampate tutto ciò che alle stesse sarebbe bisognato a pronto pagamento. -</p> - -<p> -I popolari però per loro sventura presero la cosa in senso sinistro, sospettarono -un tradimento, e si negarono a somministrare i viveri richiesti. Ne rimase di ciò -indignato il Comandante suddetto, e non mancò di avvertirgli che a tal modo esponevano -la città ad un grave disastro, ed avrebbero potuto essere obbligati a dare -per forza ciò che ricusavano di vendere a pronto contante. Intanto le truppe accampate -rimaste senza viveri per due giorni, il terzo giorno spedirono nella città i loro -messi per conoscere il perchè si negavano loro i viveri, e qual colpa avevano commessa -a danno de’ suoi abitanti per meritare un tal rifiuto. Fu però loro bruscamente -risposto dai popolari che non volevano nè donargli, nè vendergli. Si chiusero -quindi le porte, e gli Andriesi si posero in armi. -</p> - -<p> -Essendo rimaste le truppe suddette fortemente irritate da cotesto oltraggio, fu -presa la risoluzione di vendicarsi colle armi, e devastare la città. Vi erano però tra -esse alcuni Capitani Tedeschi, i quali avendo ricevuti per le loro compagnie con -anticipazione i soldi fino al dì di S. Giorgio, dicevano ch’erano tuttavia al servizio -del Re d’Ungheria. Si protestarono quindi che non avrebbero mai consentito -<i>quod fidelissima Terra Andriæ versus Regem Ungariæ vastaretur</i>. Rimasti fermi -in tal proponimento, si diressero <i>a Giannotto Brancasio</i> nobile Andriese, gli fecero -conoscere le intenzioni de’ loro compagni di depredare la città, lo animarono a -difenderla vigorosamente, e si offerirono ad entrare in essa, unirsi coi cittadini, e -prestarsi alla loro difesa. I popolari però sospettando che cotesta offerta laudabile, -ed onorevole fosse stata insidiosa sconsigliatamente la rifiutarono. Quindi li Capitani -suddetti si separarono coi loro soldati dagli altri, non vollero prender parte a tale -aggressione, e si accamparono in una pianura verso Barletta per vedere l’esito dell’affare. -</p> - -<p> -Cominciò dopo ciò l’attacco con ugual vigore de’ Tedeschi e Lombardi nell’assaltare -la città, e degli Andriesi nel difenderla. Avevano i primi rivolti i loro -sforzi contro quella porta della città che porta il nome di <i>porta del castello</i>, perchè -era quello il punto più debole di essa. Gli Andriesi nondimeno facendo sforzi -straordinarj coraggiosamente gli respingevano a colpi di balestre. In questo mentre -surse un subuglio fra il detto Giannotto e suoi seguaci, e ’l Comandante <i>Malospirito</i>, -poichè i primi lo chiamavano traditore, ed intelligente dell’aggressione che la città -stava soffrendo, e ’l secondo uscì dal castello per respingere tale ingiuria, e malmenare -il detto Giannotto. Essendosi però gli animi soverchiamente riscaldati da ambe -le parti, si vide il Comandante suddetto obbligato a ritirarsi nel castello per salvare -la sua vita. I soldati della guarnigione irritati dal vedere maltrattato a tal modo -il loro Capo cominciarono a tirare dalla sommità del castello colle balestre e -coi sassi contro i cittadini che difendevano la porta suddetta; il che gli costrinse -ad abbandonarne la difesa. Cessata quindi la resistenza, i Tedeschi ed i Lombardi -entrarono nella città, e vi commisero tanti eccessi che rifugge l’animo dal commemorargli. -</p> - -<p> -Cotesto racconto che ci viene da uno Scrittore, il quale si trovò in mezzo a -tali avvenimenti, porta a conchiudere che la città di Andria soffrì quel lagrimevole -disastro per la ostinazione de’ suoi popolari non suscettiva di veruna scusa, -poichè il negare i viveri a chi vuol pagargli è cosa inumana, ed il negargli ad un -esercito che può prendersegli colla punta della spada pecca della massima imprudenza, -e cecità. Cosa dunque il Conte di Ruvo avrebbe potuto contare su di una -popolazione di un carattere così duro ed ostinato, la quale nell’anno 1799 era -mossa anche dalla forza del sentimento, e di una decisa avversione per i Francesi?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.  </span>Dicono gli Andriesi che in quella fazione caddero estinti duemila e cinquecento -nemici. Pecca ciò di una esagerazione più che soverchia, e molto poco considerata. -Troppo ci vuole per poter perire tanta gente in un conflitto di sola fucileria, -senza l’artiglieria e senza venirsi alla bajonetta! D’altronde la colonna spedita -nelle Puglie fu appena di tremila uomini. Sarebbe rimasta questa distrutta se -avesse perduti in Andria duemila e cinquecento soldati ed uffiziali, poichè al numero -de’ morti bisogna aggiugnere anche quello de’ feriti. Il fatto però sta in contrario, -poichè dopo l’affare di Andria la stessa colonna proseguì le sue operazioni -guerresche con avere espugnata la città di Trani, sommessa Moffetta ch’era anche -sollevata, occupata Bari, saccheggiate ed incendiate Carbonara, e Ceglia (l’antica -Celia) che le opposero resistenza. Sarebbe anche andata più oltre verso la Provincia -di Lecce, se non fosse stata richiamata in Napoli per le circostanze che in -seguito sarò a dire. Tolte di mezzo dunque l’esagerazioni che mal converrebbero -alla Storia, l’attacco di Andria costò ai Francesi la perdita tutto al più di qualche -centinajo di uomini, giacchè a niuno poteva esser facile conoscere il numero preciso -degli estinti, i quali si fecero subito disparire giusta lo stile ch’essi serbavano di -bruciare i cadaveri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.  </span>Nello stesso Palagio Ducale andarono a ricoverarsi le povere Monache cacciate -dal Chiostro dalla licenza militare. Il Conte di Ruvo ne prese tutta la cura, e -nel partire da Andria le affidò al suo Agente perchè le avesse restituite al loro Monistero -come fu da costui eseguito col massimo e laudabile zelo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.  </span>Di questa verità di fatto ne sono testimone io medesimo. Pochi giorni dopo -l’eccidio di Trani mi recai ivi per visitare alcune famiglie amiche. Avendo avuta -la curiosità di osservare i luoghi ove si era combattuto, mi assicurai che le muraglie -niun danno avevano sofferto dall’artiglieria nemica e stavano in ottimo stato. -Ma le baracche di tavola formate al di sopra di esse per i corpi di guardia della -gente che le custodiva e le difendeva erano tutte traforate dalle palle della fucileria -degli assedianti entrate per i vani delle cannoniere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.  </span>Per mero equivoco nel detto capo VI ho detto di esser questi <i>PP. Riformati</i>. -Son essi però <i>Minori Osservanti</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.  </span>La gran quantità delle pietre che la natura ha messe in que’ luoghi obbliga -i proprietarj de’ terreni a spurgargli di esse per poterne migliorare la coltura. Cotesta -operazione che col linguaggio del luogo si chiama <i>scatenare</i> è per se stessa utilissima. -Non è però tollerabile che le pietre che vengono estratte siano gittate sulle -strade pubbliche rendendole positivamente impraticabili. Possono le pietre suddette -rimanere benissimo esaurite col circondarsi i fondi stessi donde vengono estratte di -parieti a secco più alti e più forti del solito che si pratica in quella Provincia. -Sarebbe ciò anche conducente a meglio custodirgli e garantirgli dai danni che possono -ricevere dagli uomini e dagli animali che passano. Un pariete più avanzato -non costa che poche grana di più la canna. È cosa però indegna vergognosa e molto -riprensibile che per farsi il misero risparmio di poche grana la canna si abbia la -temerità e la indiscrezione di gittar le pietre esuberanti in mezzo alle pubbliche -strade! Ed è anche più scandaloso che siano questi eccessi tollerati e guardati con -indifferenza dalle Autorità municipali!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.  </span><i>Livii Histor. lib. XVI cap. 29.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.  </span><i>Tacitus Histor. lib. II.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.  </span><i>Cicero Orator. cap. XXIV.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.  </span><i>Mazochii Commentaria in Tabulas Heracleenses Diatriba II Section. -VI §. I pag. 85.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.  </span><i>Mazochius libro supra citato Diatriba I De Magna Græcia -cap. V §. 2 pag. 24.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.  </span><i>Census et monumenta publica potiora testibus esse Senatus censuit. -L. 10 ff. de Probationibus.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.  </span><i>Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, -qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius -et alii, Græcos affirmant profectos ex Achaja multis ante Trojanum -bellum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, -quave urbe migraverint, ac ne tempus quidem, aut Ducem Coloniæ, aut -quo casu patrias sedes reliquerint.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.  </span><i>Hunc numulum adhuc singularem, edito jam meo rubastinorum -numorum catalogo, dono dedit <span class="upright">cl. Ioanni Iatta</span> egregius rubastinus medicus, -et studiosus antiquitatum cultor</i> Vitus Tambone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.  </span>Millingen <i>supplém. aux considérat. sur la numismatique de l’anc. -Italie pl. II f. 5</i>, Eckhel <i>sylloge pag. 84 tab. 8 f. 3</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.  </span>Avellinii <i>Ital. vet. num. I. I p. 60 n. 40 et p. 87, et suppl. -p. 31</i>, Milling. <i>l. c. f. 6 et anc. coins p. 11 tab. 1 f. 13</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.  </span>Eckh. <i>l. c.</i> Avell. <i>l. c. tom. II p. 17 n. 158</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.  </span><i>A Tarentinis, auxilia adversus Bruttios deprecantibus, sollicitatus.</i> -Iustin. <i>lib. XII c. 2. Confer quoque</i> Strabonis <i>lib. VI pag. 280 Casaub.</i>, -Livium <i>lib. VIII cap. 17 et 24</i>, Gellium <i>noct. attic. lib. XVII cap. -21</i>, Aristotel. δικαιὠματα πολέων <i>apud</i> Ammonium <i>in</i> νῆες. <i>Vide</i> Niebuhrii -<i>histor. rom. gallicae versionis tom. III pag. 144 seqq. edit. Bruxell.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.  </span>Milling. <i>anc. coins p. 11 seq.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.  </span><i>Saturn. lib. I c. 23.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.  </span>Eck. <i>doctr. tom. V p. 348</i>, Emeric-David <i>Jupiter t. II p. 376 -seq.</i>, Creuzer <i>Symbolik tom. III p. 149, 3. edit.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.  </span>Gell. <i>noct. att. lib. V c.</i> 12, Eck. <i>doctr. tom. V p.</i> 219.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.  </span><i>Edidi primus suppl. ad Ital. vet. num. p. 46 emendate: nam -perperam</i> Hunterus <i>Agrigentinis tribuit: dedit iterum</i> Milling. <i>anc. coins -p.</i> 12, <i>tab.</i> 1 <i>f.</i> 18 <i>seq</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.  </span><i>Lib. VIII c.</i> 24.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.  </span><i>Acad. des inscr. et bell. l. tom. XII p.</i> 350 seq. <i>Aliter tamen -expeditionis et mortis Alexandri annos statuit</i> Frölichius <i>reg. vet. num. -p.</i> 33.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.  </span><i>Osservazioni sopra talune monete pag.</i> 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.  </span><i>L. c. p.</i> 62 <i>seq</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.  </span><i>Bullet. arch. napol. anno II p.</i> 117.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.  </span>Plauti <i>Rud. act. III sc. 5 v. 42 seq. Lepidum quoque de duplice -Hercule confer</i> Luciani <i>mortuor. dial. 16</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.  </span><i>De Dasio Altinio Arpano vide</i> Liv. <i>lib. XXIV cap. 45</i>, Sil. -Ital. <i>lib. XIII v. 32 seqq., de Dasio et Blasio salapinis eumdem</i> Livium -<i>lib. XXVI c. 38</i>, Appian. <i>bell. annib. cap. 45 et 47, et</i> Valerium -Maximum <i>lib. III cap. 8. Denique et Dasius Brundusinus, qui Annibali -Clastidium vicum prodidit, memoratur eidem</i> Livio <i>lib. XXI cap. 48. -Vide quae scripsimus Ital. vet. num. tom. I pag. 48 et 55.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.  </span><i>Lib. XII c</i>. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.  </span><i>Schidone.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.  </span><i>Giovanni Antonio Goffredo Ragguaglio dell’assedio dell’Armata -Francese nella città di Salerno. Edizione di Napoli dell’anno 1649 pag. 26</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.  </span>Si deve quì leggere piuttosto <i>fuit</i>, non <i>fecit</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.  </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Si decus Italiæ, si nostræ gloria Gentis</i></p> -<p class="i02"> <i>Infixa est animo, Lector, honosque tuo,</i></p> -<p class="i01"><i>Si gesta Heroum monumento digna perenni</i></p> -<p class="i02"> <i>Vera tibi præbent gaudia, siste gradum.</i></p> -<p class="i01"><i>Hic tres atque decem Galli, pariterque Latini,</i></p> -<p class="i02"> <i>Ob laudis stimulum, conseruere manus,</i></p> -<p class="i01"><i>Congressique pares numero, et florentibus annis,</i></p> -<p class="i02"> <i>Attamen haud similes viribus, atque animo.</i></p> -<p class="i01"><i>Hoc campo certatum est ferro, hic Gallica Pubes</i></p> -<p class="i02"> <i>Experta est nostras in sua damna manus.</i></p> -<p class="i01"><i>Prosiluere omnes in pugnam audacter utrimque,</i></p> -<p class="i02"> <i>Sed non pugnatum Marte, manuque pari.</i></p> -<p class="i01"><i>Virtuti Italicæ jactantia Gallica cessit,</i></p> -<p class="i02"> <i>Armaque Victori tristis, equosque dedit,</i></p> -<p class="i01"><i>Captivisque ad Barulum ductis ad vespera, tota</i></p> -<p class="i02"> <i>Nocte Urbs festivis plausibus obstrepuit.</i></p> -<p class="i01"><i>Fama perennis erit præclaræ, et gloria pugnæ,</i></p> -<p class="i02"> <i>Italia æternum quæ resonabit io.</i></p> -</div></div> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. <a href="#Page_a348">a348</a> (Errata Corrige) sono state riportate nel testo. -</p> - -<p> -Per comodità di consultazione l'indice dei capitoli, nell'originale relativo solo alla prima parte del testo, è stato trascritto e integrato a fine volume così da fornire un'indicazione completa. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - -<div lang='en' xml:lang='en'> -<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>CENNO STORICO SULL'ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO NELLA PEUCEZIA</span> ***</div> -<div style='text-align:left'> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Updated editions will replace the previous one—the old editions will -be renamed. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. -</div> - -<div style='margin-top:1em; font-size:1.1em; text-align:center'>START: FULL LICENSE</div> -<div style='text-align:center;font-size:0.9em'>THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE</div> -<div style='text-align:center;font-size:0.9em'>PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase “Project -Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg™ License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 1. 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Information about the Mission of Project Gutenberg™ -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s -goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg™ and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state’s laws. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation’s website -and official page at www.gutenberg.org/contact -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread -public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. 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Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Most people start at our website which has the main PG search -facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This website includes information about Project Gutenberg™, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. -</div> - -</div> -</div> -</body> -</html> diff --git a/old/69176-h/images/cover.jpg b/old/69176-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index e4bce18..0000000 --- a/old/69176-h/images/cover.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-a000.jpg b/old/69176-h/images/ill-a000.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 0d52934..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-a000.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-a034aa.jpg b/old/69176-h/images/ill-a034aa.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 08bb985..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-a034aa.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-a034ab.jpg b/old/69176-h/images/ill-a034ab.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 19c68fc..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-a034ab.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-a034ca.jpg b/old/69176-h/images/ill-a034ca.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index ffd35d2..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-a034ca.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-a034cb.jpg b/old/69176-h/images/ill-a034cb.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 5bfcde0..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-a034cb.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-a162.jpg b/old/69176-h/images/ill-a162.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 09c98e0..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-a162.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/69176-h/images/ill-b021.jpg b/old/69176-h/images/ill-b021.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 04df749..0000000 --- a/old/69176-h/images/ill-b021.jpg +++ /dev/null |
