diff options
Diffstat (limited to 'old/68766-0.txt')
| -rw-r--r-- | old/68766-0.txt | 9896 |
1 files changed, 0 insertions, 9896 deletions
diff --git a/old/68766-0.txt b/old/68766-0.txt deleted file mode 100644 index 0a04c23..0000000 --- a/old/68766-0.txt +++ /dev/null @@ -1,9896 +0,0 @@ -The Project Gutenberg eBook of O tutto o nulla, by Antonio Giulio -Barrili - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: O tutto o nulla - -Author: Antonio Giulio Barrili - -Release Date: August 16, 2022 [eBook #68766] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK O TUTTO O NULLA *** - - - O TUTTO O NULLA - - - ROMANZO - - DI - ANTON GIULIO BARRILI - - - SECONDA EDIZIONE - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1883. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - - Tip. Fratelli Treves. - - - - -I. - - -Senza fiori nascosti nella sottoveste, ma con un volumetto tra mani -e liberamente in mostra per ogni genìa di curiosi, Aldo De Rossi era -andato, verso le tre del pomeriggio, a far visita alla signora. - -Non istate a credere che io voglia entrare così leggermente in materia, -defraudandovi del nome di lei. Non mi avviene sempre di sapere quel che -si deve a Cesare; ma ho sempre saputo quel che si deve ai lettori, e -sopra tutto alle lettrici. Vi dirò dunque che la signora si chiamava -Elena Vezzosi, e meritava così il suo nome di battesimo come quello -della famiglia in cui era entrata da otto a nove anni; di guisa che -si soleva dire, senza aver l’aria di farle un complimento, che l’uno -e l’altro dovevano essere stati inventati a bella posta per lei. La -signora Elena era bellissima dalla punta dei capegli a quella dei -piedi, ed io lascio pensare a voi che sorte d’elettricità dovesse -sprigionarsi da quelle due punte. A farvela breve, ella possedeva tutte -le attrattive, della bellezza e dello spirito. Eppure, non si conosceva -che avesse un amante; la qual cosa parrà strana, con la facilità che -hanno le donne di trovarsene sempre uno tra’ piedi, e con quell’altra, -anche maggiore, di vedersene imprestare una mezza dozzina. Ma, strano -o no, il fatto era questo, e si vedeva chiaro che la signora Elena -non amava nessuno. Di certo, non l’aveva detto, o lasciato sperare ad -anima viva; tanto che le male lingue avevano finito col dire che ella -amava solamente sè stessa. Già, tutte così, quando sono troppo belle, -e quando lo specchio è li per farne testimonianza, tanto più credibile -quanto meno interessata. - -Comunque fosse, molti cavalieri si affollavano intorno a lei, per -dirle in prosa sdolcinata quello che le diceva in forma più recisa lo -specchio. Ed ella non respingeva nessuno; era cortese in egual modo -con tutti; faceva ad ognuno quelle accoglienze onestamente liete e -svogliate, in cui dobbiamo vedere il _non plus ultra_ della buona -compagnia. Perchè, si sa, la consegna è di godere la vita, con aria -di averla a noia. Il fare altrimenti non è di buon gusto. La gente, -uscendo dal salotto della bella svogliata, deve poter dire: «Quella -signora Iccase! Che donna! Con che garbo riceve!» - -Del resto, non mormoriamo. Succede questo fenomeno quando si va per -consuetudine a teatro e si conosce da lunga mano l’opera, o il dramma. -Arie e scene non hanno allettamento di novità, e le commozioni non -vengono; si aspetta il gran duetto, o la scena capitale, che vi faccia -provare, magari un po’ diminuite, le sensazioni della prima volta; -intanto si sta esposte alle ammirazioni degli uomini e si fanno crepar -d’invidia le amiche. Ora la signora Elena Vezzosi sapeva da un pezzo -tutto ciò che avevano a dirle, con periodica regolarità, i suoi cento -divoti. Era la sua voluttà e in pari tempo la sua condanna, come il -«_toujours perdrix_» del gastronomo. E a quelle sedute di galanteria -ella dava allegramente il nome di lavori forzati. Lavori forzati a -tempo, pur troppo! Vien sempre il tristo giorno della liberazione, mie -belle signore, e qualche volta il sovrano della falce e della clessidra -vi fa precocemente la grazia. - -Aldo De Rossi conosceva la signora Vezzosi da un anno. Le era stato -presentato in una fiera di beneficenza, dove ella non aveva sdegnato -di vender cravatte, e di mettergliene una al collo per la tenue moneta -di cinquecento lire. Il favore era stato disputato fieramente da -cinque o sei cavalieri. Dal prezzo di due lire si era saliti a venti, -a cinquanta, a cento, a centocinquanta. Aldo De Rossi, entrato allora -in lizza, aveva messo fuori un biglietto da cinquecento, e lo aveva -deposto sul banco, dicendo modestamente: «signori, non ne ho altri», e -in quel momento di trepidazione che segue tutti i grandi avvenimenti, -la bella venditrice aveva girata intorno al collo di Aldo De Rossi la -sua cravatta nera, da mezza lira, a prezzo di fabbrica. Il sorriso -della dama c’entrava per quattrocento novantanove lire e cinquanta -centesimi. Una presentazione era venuta lì per lì; Aldo De Rossi aveva -fatta la corsa di prammatica e lasciati nell’anticamera di casa Vezzosi -i due biglietti di visita che l’etichetta comanda; il commendatore -Vezzosi, uomo grave, che sapeva stare sulle cerimonie, aveva mandato -il suo in ricambio, e il giovinotto era stato formalmente ammesso a -fare le sue devozioni. Ma, cosa strana (badate, lettori, qui tutto è -strano, poichè la scena è del secolo presente), Aldo De Rossi non aveva -approfittato dell’occasione e non era più andato in casa Vezzosi. Il -nostro giovinotto non era uno di que’ frustini, i quali s’appiccicano -facilmente alle persone e si fanno avere in uggia da tutti. Faceva -riverenza alla dama, quando la incontrava per via, e ciò bastava a -dimostrare com’egli gradisse la sua conoscenza. Poi, venuto l’inverno, -e avendola trovata in una festa da ballo, le aveva chiesto l’onore -di un giro di _waltzer_ o di _polka_, che non rammento più bene. La -signora, quella notte, ballava mal volentieri, ma stette volentieri -a chiacchiera con lui, rimandando col suo solito garbo gli altri -cavalieri, che impetravano la medesima grazia. Del resto, padronissimi -tutti di restare accanto al divano della signora, come ci restava -Aldo De Rossi. Ma perchè in simili feste i signori uomini non istanno -mai fermi, anzi amano andare attorno _tamquam leo rugiens quaerens -quem devoret_, le fermate non furono lunghe e Aldo De Rossi rimase -più spesso solo che accompagnato, al fianco della signora Vezzosi. -S’era dato il caso che parlassero di poeti e di romanzieri. Aldo non -era un letterato, Dio guardi, ma aveva letto molto e parlava con un -certo calore de’ suoi autori prediletti. La signora non conosceva il -Pushkine, ed egli, di parola in parola, era stato tirato ad offrirle il -volume. In imprestito, si capisce. E il giorno seguente, a quell’ora -tarda che volevano le buone creanze, le aveva portate le opere del -poeta russo, tradotte nella lingua universale di Francia. Così era -entrato, senza avvedersene, in casa della signora Vezzosi, e diventato -a mano a mano il suo provveditore di libri. - -Quando egli andava dalla signora per alcuna di quelle faccende -librarie, si poteva esser certi che la conversazione, dopo le solite -frasi di cerimonia, girava subito su questo tono: — Come le è piaciuto -il carattere di Enrico? E la scena del bosco? Le raccomando di leggere -attentamente il capitolo della pioggia. Che pittura! E quel raggio -di sole che viene d’improvviso a illuminare la fronte di Dorotea! -Che vivezza di tocco! Ecco un verismo che ha ottant’anni di data. -Gli scrittori moderni non se li sognano neanche, questi ardimenti -dell’arte. E l’incontro col barone dopo la caccia! Che movimento -d’affetti! Ha poi notata quella digressione sui toni musicali? Come si -trova a posto, e come prepara bene alla scena del concerto! — - -Poi, la scena del concerto, od altra consimile, porgeva appiglio ad -una disputa sentimentale. Era sempre la signora che girava al tenero; -Aldo ci entrava, dirò meglio, ci faceva capolino, senza escire dal -grave, come un riguardoso carabiniere che si provi a sorridere, senza -dimenticare la maestà dell’uniforme. Ed erano dispute così delicate, -così aeree, che un marito avrebbe potuto sentirle, dietro una cortina, -senza che la mano gli corresse al pugnale.... Scusate, siamo nel secolo -decimonono, e bisognerà dire al bastone. È un’arma più prosaica, ma più -alla mano. - -E tutto ciò durava da un anno? Mio Dio, sì, durava da un anno. Sono le -cose monotone che durano di più. Altrimenti, non sarebbero monotone. - -La signora Elena discorreva volentieri, come tutte le persone che -discorrono bene. E per lui, e con lui, la sua svogliatezza consueta -assumeva un leggerissimo tono, come una sfumatura, di malinconia. Aldo -De Rossi si era avvezzo a quel gentile chiacchiericcio, e vedeva nella -signora Elena Vezzosi un’amica; anzi meglio, un amico, e della specie -migliore. Perchè, quando un tal legame può stringersi tra persone di -un sesso diverso, l’amicizia si rinfranca, direi quasi che si soppanna, -di tutte le grazie, di tutte le capestrerie, di tutte le eleganze, che -non è dato combinare tra uomini, uno dei quali è così facile a escire -di riga, e l’altro a seguitarne l’esempio. Questa amicizia tra uomo e -donna, quando il cuore non parli in nessuno dei due, è veramente una -delizia, poichè è una specie d’affetto, senza le ansie, i sopraccapi, -le gelosie, gli struggimenti feroci di quell’altra passione, da cui Dio -misericordioso dovrebbe scampare ogni fedel cristiano. - -O come? Non la sentiva egli dunque, l’altra passione? Avremo qui un -personaggio tutto testa, come certe qualità di pesci, buoni a mala pena -per farne la zuppa? Lettori e lettrici, aspettate un pochino e vedrete. - -Quel giorno, che v’ho accennato in principio, Aldo De Rossi era entrato -nel salotto, e aveva presentato alla signora Elena il suo volume; -credo le _Confessions d’un enfant du siècle_ del Musset. La signora -Elena aveva ringraziato il gentil provveditore e deposto il libro sul -tavolincino di lacca giapponese, che serviva d’aiuto ai gomiti e di -nesso alla conversazione. Il cielo, quel giorno, aveva messa la cappa -di piombo, e un caldo afoso pesava maledettamente sui nervi. La signora -Elena non era di buon umore. Per un altro visitatore sarebbe parsa più -svogliata del solito; per Aldo De Rossi non era che più malinconica. -Sapete pure, quel leggiadrissimo tocco, quella sfumatura di cui sopra! - -Si ragionò, secondo l’uso, di libri e d’autori, ma più particolarmente -del Musset. Voi non lo ignorate, il Musset, che sofferse tanto per una -donna e ne fece soffrire tante altre (almeno, se si ha da riconoscerlo -in tutti i suoi personaggi, così fittamente impregnati del suo _io_), è -l’evangelista del sesso gentile e generalmente di tutti gl’innamorati -moderni. Egli ha la nota fondamentale del dolore elegante. I suoi -campioni portano i guanti perlati, la sottoveste bianca insaldata e -tutto l’altro come noi, perfino la gardenia, all’occhiello; ma celano -sotto quella gardenia, sotto quella sottoveste, un picciolo dramma, -una tempesta in ristretto, un vulcano in miniatura, come noi, proprio -come noi. Ci ravvisiamo nel Rolla, in Don Paez, nell’_Enfant du -siècle_, come tutte le donne si ravvisano nella marchesa di Amaeguì, -in Marianna, e ad ore rubate perfino in Mimì Pinson. Aggiungete che -non dice mai villania al bel sesso, come fanno certi genii screanzati. -Si sente bensì, attraverso l’asprezza di certi periodi, che egli -considera le donne come una varietà della razza felina; ma la donna -non isgradisce d’essere creduta una tigre, visto e considerato che -la tigre ha un bellissimo mantello ed atti e movimenti di leggiadria -insuperabile. Lasciategli supporre che la credete tale, senza dirglielo -troppo aperto, ed ella avrà qualche volta la bontà di farvi ammirare le -unghie. Adorabili unghie! - -La signora Vezzosi si era fermata con una certa compiacenza a stillare -una sentenza del poeta di Marianna, e Aldo De Rossi, forse a cagione -dell’afa che gl’intorpidiva i nervi, durava fatica ad intenderla. -Già, quel benedetto ragazzo, con la sua serietà, aveva sempre l’aria -d’essere un po’ straniero al dialogo, in cui si trovava impegnato. -Quel giorno, poi, mentre la signora Elena, sempre per effetto dell’afa -che la rendeva più malinconica, era sdrucciolata più che mai, anzi -sprofondata nel tenero, egli stava più fermo, più impettito d’un -carabiniere dell’antica maniera. Diciamo le cose alla libera; la -signora Vezzosi accennava coppe ed egli rispondeva bastoni. Si poteva -dare peggior distrazione di quella? - -Ad un certo punto, con aria d’impazienza e dispetto, la signora gli -disse: - -— Signor Aldo, voi non capite dunque nulla? — - -Il giovinotto rimase un po’ sconcertato. Non era orgoglioso; ma -sentirsi dire lì per lì che non capiva nulla, converrete con me che -non dovesse piacergli. Il sangue non è acqua, ed anche il dio Proteo, -quando fu messo tra l’uscio e il muro... Infine, Aldo rizzò la testa, -spalancò gli occhi e replicò: - -— Perchè, signora? - -— Perchè... perchè non capite. — - -E così dicendo la signora Elena si lasciò sfuggire un mezzo sospiro. - -Aldo De Rossi ebbe come un barlume di ciò che la signora pensava. - -— E... — balbettò egli allora — se io capissi?... - -— Oh, sarà difficile; — ribattè la signora Vezzosi. - -Il giovanotto si trovò messo al punto; fece un mezzo inchino e ripigliò: - -— Orbene, signora, mi proverò a dimostrarvi il contrario. Resta sempre -che, se io mi sarò ingannato, voi avrete buono in mano per ridere dei -fatti miei. - -— Avete tanta paura? - -— No, signora, poichè m’arrischio a parlare. E soggiungo che, se non mi -sarò ingannato, dovrò piangere a calde lagrime. - -— Ah, questo è più grave; — esclamò la signora. — Sentiamo. - -— Sì, o signora, è più grave; — riprese Aldo De Rossi, facendo una cera -da funerale. — Voi siete bella... bellissima.... — - -La signora Elena diede in uno scoppio di risa. - -— Avete dimenticato il comparativo; — soggiunse poscia. — In grammatica -si usa dire: bella, più bella, bellissima. - -— Da molto tempo non vado più a scuola, perdonate; — rispose Aldo -De Rossi. — Del resto, che importa il comparativo, quando c’è il -superlativo? - -— Sì, vi perdono, in grazia del superlativo; — disse la signora -Vezzosi. — Continuate. Sebbene, dopo questo, sia abbastanza facile -capire ciò che avete a dirmi. — - -E prese, così dicendo, un atteggiamento di languore, che le andava a -meraviglia. - -— Ecco; — rispose Aldo De Rossi; — non è facile veramente a capire, e -vi assicuro che non è facile a dire. Io ci provo uno stringimento alla -gola. - -— Che? Bisognerà ancora aiutarvi? Badate, signor Aldo, ciò non istà -troppo bene ad una donna. Ma via, — soggiunse la signora, chinando gli -occhi con un’aria tra la vergogna e la rassegnazione, — ci conosciamo -da tanto tempo, e voi siete un così gentil cavaliere... un amico tanto -prezioso.... — - -La frase, ad onta di ciò che prometteva, si fermò lì. Si capiva che la -signora Elena, dopo aver dato animo al suo interlocutore, voleva essere -interrotta. - -Ma il suo interlocutore era più impacciato che mai. - -— Signora... — balbettò egli, chinando la testa, — non ci siamo. Ve -l’ho detto poc’anzi, dovrò farvi una confessione, da piangerne a calde -lagrime. — - -Tutte quelle reticenze e sospensioni promettevano poco di buono alla -signora Vezzosi. Aldo De Rossi aveva chinata la testa, ed ella alzò -mezzo sdegnata la sua. - -— Sentiamo dunque una volta; — diss’ella. — Non avrete già speso il -vostro superlativo, per venirmi a dire, mettiamo il caso, che siete -innamorato... d’un’altra? - -— Ah, signora! — esclamò Aldo, sospirando. — Proprio così, come voi -dite. Sono... perdonatemi!... Sono innamorato di un’altra. È una -fatalità; è tutto quel che vorrete. - -— Non sarà niente, allora; — replicò la signora Vezzosi indispettita; — -perchè io non voglio niente, signor De Rossi. Debbo solamente avvisarvi -che queste cose si possono pensare, ma che non è punto necessario di -dirle. - -— Oh, non andate in collera, ve ne prego. È forse un male esser -sinceri, con un angiolo come voi? - -— Angiolo! — ripetè la signora Vezzosi, con un accento indescrivibile. -— Angiolo! Bella parola usata male! Anche questa non si usa, debbo -avvisarvene; non si usa che quando si ama e per chi si ama. Che cosa -dite voi dunque alla donna che amate? Ma già, perchè domandare queste -cose a voi, che siete un uomo così originale? - -— Originale! Io? E perchè? - -— Me lo chiedete? E dovrò io incaricarmi della vostra educazione? — -replicò la signora Elena, con un certo risolino stridente. — In verità, -il caso è bizzarro! Ma accettiamo l’ufficio, in pena dei peccati che -non abbiamo commessi. Sappiate dunque, signor De Rossi, che quando un -uomo trova bella una donna, e cara la sua compagnia.... - -— Carissima, lo sapete; — interruppe Aldo De Rossi, felice di poter -rimediare in qualche parte alle sue malefatte. - -— Ottimamente; — ripigliò la signora. — Ne avevo da qualche tempo -le prove. E solo per questo... badate, signorino, solo per questo, -m’è avvenuto di escire da quel riserbo, in cui deve tenersi una -donna. Ma già, avevo anch’io qualche cosa da imparare; — osservò -ella, tormentando con le dita il suo ventaglio cinese. — Dopo questa -lezione, non mi avverrà più, ve lo giuro. Dunque, dicevamo.... Che cosa -dicevamo, signor De Rossi? Ah, dicevamo che quando un uomo trova bella -una donna, e glielo dice al superlativo, si deve intendere.... Non vi -pare, signor De Rossi, che si debba intendere.... - -— Sì; — rispose Aldo, disposto per una volta tanto ad interrompere in -tempo una frase difficile; — generalmente è così. L’uomo è uno zolfino -e s’accende. Ma io, signora, sono un pochino diverso. - -— Ah, bene! — esclamò la signora. — Non ci sarà pericolo che -appicchiate il fuoco alle sedie. Ma che cosa siete voi, di grazia? Una -macchina da fabbricare il ghiaccio? - -— Signora!... — balbettò Aldo De Rossi, con aria contrita e -supplichevole. - -— Ah, è vero; — ripigliò la signora Vezzosi. — Dimenticavo che siete -innamorato; la qual cosa lascia supporre che il freddo, l’avversione, -sia solamente per me. Non me ne lagno, badate. Scherzavo, più o meno, e -continuo lo scherzo. - -— Ma non su questo particolare, ve ne prego — disse Aldo De Rossi. -— Perchè parlate d’avversione, ad un uomo che ha sempre avuto tanto -piacere a conversare con voi? Ve l’ho già detto una volta, signora. Se -sono sincero anche a mio danno, perchè non mi crederete anche in ciò? -Voi siete bella come.... - -— Ah sì, sentiamo come. - -— Come la Venere di Milo, — prosegui Aldo De Rossi, — cioè a dire come -la più bella statua del mondo. — - -La signora Vezzosi rispose al complimento con un lieve moto del capo: -indi alzò gli occhi ad uno specchio che pendeva inclinato dalla parete, -di rincontro a lei; un magnifico specchio ovale, con una gran cornice -intagliata a fogliami, capriccioso impasto di classico e di barocco, -e con la luce mezzo coperta da una cascata di fiori, dipinti da mano -maestra a guisa di festoncino. - -— E... — diss’ella poscia — quell’altra... com’è? - -— Quell’altra! Chi? - -— La donna che amate. Se io sono da paragonare alla più bella statua -del mondo, che cosa vi resterà da dire per quell’altra? - -— Signora, — rispose Aldo De Rossi, — non vi sdegnate con me. Sono -un disgraziato, e veramente non avrei dovuto impigliarmi in questo -discorso. - -— Quell’altra! — gridò stizzita la signora Vezzosi, battendo col suo -piedino il tappeto. — Voglio quell’altra! - -— Orbene, — riprese il giovinotto, armandosi di coraggio, — quell’altra -è come la statua... che non è stata mai fatta. Fidia deve averla -sognata e dev’esser morto.... - -— Oh, per questo, statene certo; egli è morto davvero! - -— Sì, ma volevo dire che egli dev’esser morto... senza trovarne il -modello. — - -La signora Vezzosi era lì lì per rispondere: — «Dio mio, che -svenevolezze!» — ma si trattenne. Voleva mandare a spasso -quell’impertinente, dall’aria così dolce e contrita; ma non seppe -risolversi, e l’una e l’altra voglia sfogò in una seconda risata. Vi -avverto, per debito di coscienza, che non si trattava d’una risata -molto schietta, quantunque fosse abbastanza sonora. - -— E voi — diss’ella, dopo quel piccolo sfogo, — siete riescito dove ha -inciampato Fidia? - -— Si, — rispose Aldo De Rossi, — ma non ho fatta la statua. - -— Questo lo capisco da me. Non siete uno scultore. Ma almeno avrete -avvicinato il modello, ed esso si sarà infiammato per voi. Un grande -amore vuol essere corrisposto; — notò sarcasticamente la signora Elena. -— Lo ha detto Dante in un verso che voi mi avete commentato così bene: -_Amor che a nullo amato amar perdona_. — - -Aldo De Rossi crollò malinconicamente la testa e represse un sospiro di -desiderio. - -— Ahimè, signora! Per la prima volta, forse, Dante ha avuto torto e la -sua massima è stata sbugiardata nel mio caso. - -— Eccone un’altra! — esclamò la signora. — Signor De Rossi, poc’anzi -volevo mandarvi via, con la scusa di dover ricevere la sarta; ma ho -poi cangiato pensiero. Siete un uomo tanto strano! Raccontatemi tutto, -poichè siete avviato. Quali sono le vostre speranze? - -— Non ho speranze, signora. - -— Almeno, le avrete detto il vostro amore? - -— Quasi. - -— È già abbastanza; le donne leggono sempre il resto negli occhi. E -lei, che cosa vi ha risposto? - -— Nulla, o qualche cosa che val come nulla. - -— Oh povero signor De Rossi, come vi compatisco! - -— Si, compatitemi; è il sentimento ch’io merito; — rispose Aldo De -Rossi, fingendo di non accorgersi del senso di sottile ironia che -trapelava dalle parole della signora Vezzosi. — Ora voi vedete la -mia grandezza, o signora. Almeno, se vi parrò ridicolo, con le mie -sofferenze, non vi parrò un insolente, con le mie confessioni. Rinunzio -alla Venere di Milo, e mi perdo.... - -— Per la Venere che non è stata fatta; — interruppe la signora. — -Ma badate, poc’anzi mi avete ferita. Sicuramente, signor Aldo, mi -avete ferita. Le vostre lodi, le vostre ammirazioni artistiche, non -compensano la lezione che ho ricevuta, e che, mi affretto a dirvelo, -ho anche meritata con un povero scherzo. Perchè era uno scherzo, il -mio, lo sapete? Ci avevo i miei nervi, quando siete capitato, e volevo -stordirmi con quattro chiacchiere. - -— Oh, l’ho capito subito; — rispose Aldo De Rossi, inchinandosi -profondamente. - -L’atto fu così comico nella sua umiltà, che la signora Elena si -vergognò del sotterfugio. - -— Bene! — diss’ella, col suo risolino stridente. — Ecco una bugia a due -voci, la quale non salverà nulla, neanche le apparenze. Ma non importa. -Voi mi siete sempre debitore di una riparazione. La esigo, chiedendovi -la storia del vostro amore. - -— Non c’è storia; — rispose Aldo De Rossi. - -— Come? Non s’ha neanche da sapere come è nato? Ogni cosa ha un -principio. Voglio il principio della vostra passione. - -— Signora... vi pare? — balbettò il giovinotto. — Raccontare ad una -donna bella.... - -— Più bella, bellissima! — interruppe la signora Vezzosi. - -— Certamente; — ripigliò Aldo De Rossi; — raccontare ad una donna -bellissima in che modo si sia innamorati di un’altra, non vi pare un -tantino... scortese? - -— Ah sì, dopo quello che avete fatto, ritiratevi ancora sul monte -Sacro! — gridò la signora Elena, con accento sardonico. — Questa volta, -signor De Rossi, sento proprio la tentazione di mandarvi via, anche -senza la scusa di ricevere la sarta. Siate conseguente, nella vostra -originalità. Non sono io strana la parte mia? Non merito una confidenza -intiera? E non vi pare che sia questo il miglior modo di farvi -perdonare la prima parte? - -— Sì, sì; — disse Aldo De Rossi, prendendole la mano e stringendola -tra le sue. — Ma in tutta sincerità vi dico che non c’è storia. In due -parole è tutto narrato. L’ho veduta e l’ho amata. - -— Così di schianto? - -— No certo; — rispose Aldo De Rossi. — L’amavo già prima. - -— Ah, c’è un prima? È dunque la storia del prima che voi dovete -raccontarmi. - -— Signora, anche quella si racconta con le stesse parole. L’avevo -veduta ed amata. Era un fiore nato nel mio cuore. Sapete voi come -queste cose avvengono? In mezzo al turbine della vita si hanno di -queste apparizioni gentili, come in un viaggio triste e faticoso si -vede un tratto di campagna, di cui vi resta un’immagine poetica e -dolce. Si va innanzi, dove chiama il piacere, o l’ombra del piacere, -una follia, un destino; ma di tanto in tanto si ripensa a quell’oasi -benedetta, e un’aria d’idillio vi spira soavemente alle tempie. Viene -il giorno che vi fermate a cercare il perchè di quella sensazione, e vi -duole, e vi date del fanciullo, e scuotete la testa, come per cacciare -un’idea importuna. Ma quell’immagine è là, sempre là; gli stordimenti -del viaggio ve l’hanno offuscata nell’animo, per un anno, per due; poi -viene il giorno che essa ritorna, netta, spiccata, ai vostri occhi; e -vi prende allora un desiderio pazzo di rivedere quel luogo, e là, dove -avete sentito così profondamente le bellezze della natura, là, proprio -là, vorreste ridurvi a morire. Così di certi amori. Erano immagini del -passato, a cui l’anima credeva di resistere; sentimenti graziosi, a cui -il cuore si faceva forte di aver rinunziato. Ma ad un tratto l’immagine -offuscata s’illumina; il sentimento doloroso e caro si rinnova. Pensate -a quella donna intravveduta un giorno, e vi assale una gran tenerezza. -Come è avvenuto ciò? Per quali vie quell’amore è tornato, e vi s’è -fatto gigante nel cuore? Come mai è diventato un incendio, da così -breve favilla che vi era parso in principio? - -— Misericordia! — gridò la signora Elena. — Sarà il caso di chiamare le -guardie del fuoco. - -— Ah sì, davvero! — rispose Aldo De Rossi, ricondotto a terra da quella -bizzarra osservazione. — Ma è così dolce il bruciare! - -— E perder la lite, non è vero? - -— Ve l’ho detto, signora. Rinunzio da un lato e perdo dall’altro. Non -sono dunque da compiangere, come un matto o come uno sventurato? — - -Il dilemma pareva saldo e non era. Infatti, vedete, la signora -Vezzosi pensò che Aldo De Rossi avrebbe servito meglio alla verità, -gabellandosi per sciocco. Ma, dopo averlo pensato, ne ebbe come -un rimorso, parendole quasi di essersi lasciata sfuggire la parola -di bocca, e rimase a lungo silenziosa, mentre il giovinotto stava -contemplando i fiori bizzarri, disegnati in sottili filettature -d’oro sul tavolincino di lacca giapponese che lo separava dalla bella -signora. - -Anch’egli sentiva un po’ di rimorso d’aver parlato con tanta -schiettezza. La signora Elena aveva ragione; certe cose si possono -pensare, ma non è punto necessario di dirle. Ed egli, pentito d’averle -dette, vedeva già la conseguenza della sua sincerità; vedeva, ad -esempio, che, dopo quella conversazione, egli non aveva più nulla -a fare in casa Vezzosi e che il meglio sarebbe stato di ridurre a -trimestrali, magari anche a semestrali, le troppo frequenti sue visite. - -Ma le donne hanno tesori inesauribili di bontà, oppure, se vi piace -meglio, raffinatezze di crudeltà, che sventano tutti i calcoli più -sapienti di un uomo. Dopo essere rimasta un tratto in silenzio, la -signora Elena levò la fronte e disse di schianto al De Rossi: - -— Mi promettete una cosa? - -— Non so di che si tratta, — rispose egli, felice d’interrompere i suoi -studi sulla flora giapponese, — ma vi prometto anticipatamente tutto -quel che vorrete. - -— Voi mi prenderete per confidente delle vostre pene; — ripigliò la -signora. — Mi chiederete consiglio nei momenti difficili. — - -Addio diradamento di visite, come al signor Aldo degnissimo pareva -necessario di fare. La Vezzosi cangiava di punto in bianco il suo -sistema di attacco, oppure in atto era da vedersi una trasformazione -di tenerezza? Aldo De Rossi non ci pensò più che tanto; rispose un -«grazie!» ardentissimo e baciò la mano della signora. - -— Che fuoco! — esclamò ella, ridendo. — Siamo noi sempre in pericolo -d’incendio? Dite, signor Aldo; vi sareste per caso immaginato di -baciare un’altra mano, in cambio della mia? — - -Aldo De Rossi non ebbe cuore di rispondere a quella domanda, appoggiata -da uno sguardo che pareva volergli leggere nell’anima. Pose in quella -vece un ginocchio a terra e ripigliò la mano della signora Vezzosi. - -— Perdonate; — soggiunse. — Questa volta è proprio per voi che -m’inginocchio. — - -E depose, ciò detto, un bacio rispettoso su quella bianca mano, che -sentì tremare al contatto delle sue labbra, quantunque non fossero per -allora di fuoco. - - - - -II. - - -Se Elena Vezzosi fosse stata un’antica romana, avrebbe notato quel -giorno tra i nefasti. Ma era una gentildonna moderna, e si restrinse a -dolersi d’aver fatto troppo per quel signorino, che, messo al punto di -parlar bene, aveva parlato così male, o almeno così diversamente da ciò -che ella era in diritto d’aspettarsi. - -Fors’anche a voi, lettrici cortesi, parrà che la signora Elena si fosse -buttata, come suol dirsi, un po’ via. Ma di certo non pensereste in tal -guisa, se sapeste appuntino in che termini fosse la relazione di quei -due personaggi. Perchè io non v’ho detto nulla, accennandovi brevemente -che si conoscevano da oltre un anno e che si vedevano molto spesso. -Bisognerebbe tessere la storia di quell’anno, anzi farne a dirittura -il diario, e notarvi ad una ad una tutte le delicatezze, le graziette -e sarei quasi per dire le moinerie di quella amicizia, apparentemente -mantenuta da una specie di commercio librario. La signora Vezzosi -aveva, secondo me, il grave torto di credere che un uomo non possa -provare per una donna quel sentimento pacato e fine, che Lord Byron -chiamò giustamente un amore senz’ali. Ella conosceva poco gli uomini, -anche vedendosene molti d’attorno; o forse il conoscerne troppi e il -vederli quasi tutti uguali per lei, le aveva tolto di riconoscere le -eccezioni. Perchè era bellissima e perchè glielo dicevano a gara, la -signora Elena era giunta facilmente, quasi fatalmente, a non ammettere -che un uomo potesse resistere all’incantesimo delle sue grazie, e ci -avesse l’originalità non artificiale di star saldo sulla galanteria -cavalleresca, rinunziando all’amore; infine, non sospettava nemmeno -che vivessero uomini, i quali, stanchi dei falsi amici e sazii di -amori violenti, si riducessero a cogliere presso una leggiadra e -colta signora i fiori innocenti di una quieta amicizia. Venendo al -caso concreto, e notando quella corte assidua che le faceva Aldo De -Rossi, corte riguardosa nella forma, ma tutta impastata di dolcezze, -la signora Elena aveva creduto che quel giovinotto fosse invaghito -fieramente di lei, ma che appartenesse alla categoria degli innamorati -che non parlano. C’è tanta noia cogli innamorati che parlano, specie -quando parlano troppo presto, come generalmente avviene! Perciò la -signora Elena aveva gradita quella corte muta, l’aveva assaporata per -un anno, se n’era impietosita; e, senza promettere nulla a sè stessa, -quasi senza pensarci su, era venuta al punto di aiutarlo a parlare, di -aprirgli la bocca, come il papa usa coi nuovi cardinali. - -In quella vece, come sapete oramai, Aldo De Rossi era tutt’altro, e la -sua bocca doveva aprirsi per dire alla signora Vezzosi ciò ch’ella non -avrebbe amato d’intendere. Tipo curioso d’ingannatore senza volerlo! -Pieno di delicatezza verso le dame, ne sentiva l’influsso benefico, ed -anche quando il suo cuore taceva, la sua immaginazione si riscaldava -per la più bella metà del genere umano. Figuratevi dunque se non -dovesse cercarla, essendo innamorato! In tutte le donne egli vedeva -quell’una che sapete già, quantunque non la conosciate ancora; e stando -vicino alla signora Elena Vezzosi, tanto gentile e buona, gli pareva -di sentire come un profumo di quell’altra, più rigorosa e più fredda, -che lo aveva conquistato. E non vi sembri inverosimile il fatto. -Generalmente, non si esce della compagnia di una orgogliosa bellezza, -che per andare a far pazzie, a dar del capo nei muri per tutte le -vie più deserte della città, o ad affogare il rammarico in una cena -chiassosa. È questa la moda, e lo Sciampagna ed il ponce sono indicati -da tutti i maestri del dolore elegante come ottimi condimenti ad una -passione infelice. Aldo De Rossi, per seguire l’andazzo, aveva fatto -anche questo; ma la sua indole si era presto ribellata a quel genere di -cura, e il nostro giovinotto aveva finito a ritornarsene tra le dame, -per far la cura omeopatica del _similia similibus_. Povera signora -Vezzosi! A lei doveva toccare di portarne la pena. - -Dopo il colloquio che v’ho narrato, la bella signora Elena non ebbe -più pace. Non già che si disperasse. Oibò! Ad una donna come lei non -potevano mancare le consolazioni, e del resto il suo amor proprio era -salvo. Ma restava una curiosità da soddisfare, e questo sentimento -andava innanzi a tutti gli altri. Occorrendo, si sarebbe doluta poi -di ciò che le era toccato con Aldo De Rossi; per intanto le premeva di -sapere il nome della beltà preferita. - -— Chi sarà questa Dea? questo portento di bellezza, che Fidia ha -sognato e che non ha saputo scolpire nel marmo? — - -Fatta e ripetuta dentro di sè questa domanda, non senza giulebbarla -di tutte le ironie, di tutti i sarcasmi che le erano suggeriti dal -suo demone familiare, la signora Elena Vezzosi passò diligentemente -in rassegna tutte le dame di sua conoscenza. Certo, fra queste doveva -essere la donna amata con tanto calore dal signor Aldo De Rossi, poichè -egli frequentava la medesima società in cui ella viveva, e in cui fino -a quel giorno aveva creduto di regnare. Ma nessuna di quelle dame -rispondeva al tipo, di cui, a parer suo, avrebbe dovuto innamorarsi -il De Rossi. La signora Graziani, per esempio? Quanto agli occhi, -non c’era male; anzi potevano passare per belli; ma, Dio buono, per -invaghirsi della signora Graziani, sarebbe bisognato proprio avere -una predilezione spiccata per le acciughe. La marchesa Altobelli? -Peggio che mai; aveva i capegli rossigni, e il signor Aldo, mentendo -al suo proprio casato, non amava che le brune. La signora Milani, -forse? Ma era troppo in carne, quella là, e con le sue trentatrè -primavere incominciava a dare nel floscio. La contessa Albaresi? Dei -immortali, una sciocca, e non metteva conto parlarne. La Vernetti? Una -secca allampanata, che faceva pena a guardarla. O forse la Salieri? -Belloccia, in verità, ma d’un colore, anime sante del purgatorio, -d’un colore così vivo, che si era sempre sul punto di consigliarle -un salasso. E forse avrebbe fatto bene, ad alleggerirsi un poco, di -tanto in tanto. Aveva anche il collo così corto! La Rivanera, poi! Ma -era troppo piccola, e poteva contare al più al più su d’un madrigale -del Guadagnoli. Carina, la testa; ma il corpo, il corpo!... Niente più -lungo d’un raperonzolo. - -Notate, lettrici garbate, la signora Elena ragionava in buona fede e -passava proprio in rassegna tutte le bellezze più famose della città. -Non era poi colpa sua, se le accomodava tutte in salsa piccante. Dov’è -la donna che, mettendosi a giudicare, non abbia trovato il neo nella -bellezza di un’altra? Io dunque prego le signore Salieri, Vernetti, -Albaresi, Milani, Altobelli, Graziani e via discorrendo, a non andare -in collera per simili inezie. A buon conto, possono ricattarsene, -pettinando a loro volta la signora Vezzosi. Non possono dire, per -esempio, che ella somigliava ad una serpe? Il collo lungo e flessuoso -lo aveva; la testa piccina e la fronte depressa, egualmente; il -paragone veniva dunque da sè. I poeti, a dir vero, la paragonavano ad -un cigno; ma i poeti, si sa, non dicono che bugie. - -Torniamo alle indagini della signora Vezzosi. Secondo lei, nessuna -tra le più celebrate bellezze di sua conoscenza poteva esser quella -che aveva colpita la fantasia e piagato il cuore di Aldo De Rossi. -Ella non sapeva, o non voleva sapere, che gli uomini guardano le donne -con occhi ben diversi da quelli con cui le signore donne si guardano -tra loro, e che essi non sogliono badare a certe piccolezze di cui i -giudici femminini fanno invece un gran caso. Inoltre, ella non sapeva, -o non voleva sapere, che un diploma di bella non basta a comandar -l’affetto, e che, per invaghirsi della tale, o della tal altra, un uomo -non ha mestieri di sentirla celebrare sui tetti. Vi sono anzi certuni, -i quali si ristuccano di queste bellezze tanto strombazzate e non le -guardano neanche, parendo loro che debbano essere palloni gonfiati e -sempre lì lì per iscoppiare. L’uomo, veramente, è pronto ad accendersi, -come un fiammifero ad ogni strofinatura, e tanto più pronto quanto più -è raffinato. Ma, comunque egli sia, credete pure, lettrici garbate, -che egli s’innamora sempre di qualche cosa che le donne non avvertono -neanche; d’una cosa da nulla, come a dire d’un atto, d’un gesto, d’una -parola. Io ne conosco uno, il quale s’invaghì d’una donna, a cui non -aveva pensato mai, solo perchè ella gli disse un giorno: — Signor Zeta, -vi siete divertito iersera dagli Ipsilon? — La voce era soave, non lo -nego; ma non l’aveva egli sentita impunemente altre volte? Quanto alla -frase, converrete con me che non aveva nulla di singolare. A che cosa -dobbiamo noi dunque attribuire l’innamoramento del mio amico Zeta? -Forse al momento, al terribile quarto d’ora, in cui cadono gli uomini, -le donne e gli imperi. - -Per fare il paio con questa brevissima istoria dell’amico Zeta, vi -dirò che una signora s’innamorò d’un uomo, a lei niente più simpatico -d’un altro, perchè egli, sedendo un giorno a tavola daccanto a lei, si -prese l’incomodo di mescerle il vino nel bicchiere, quantunque ci fosse -dietro la sedia il servitore gallonato, a cui, trattandosi di un pranzo -magno, era serbato quel nobile ufficio. Il vicino di tavola ebbe, -agli occhi della signora, il merito grande di non aver badato alle -convenienze, ma solamente al piacere di servirla. E quando, passato -il famoso quarto d’ora in cui cadono gl’imperi, gli uomini e le donne, -si sentì confessare in che modo l’amore fosse entrato nel cuore della -dama, il buon cavaliere pensò.... pensò, se permettete, che la felicità -umana pende da un filo, e che forse un’altra dama, a cui egli avesse -fatta più ardentemente la corte, trovandosi a giudicare del suo atto, -avrebbe detto in cuor suo: — Ma quest’uomo non ha proprio uso di mondo! - -La signora Elena, intanto, cercava e non trovava. Evidentemente, non -era sulla buona via. Per sapere di qual donna sia innamorato un uomo, -non ce ne sono che due. Anzi tutto, osservarlo attentamente in tutte -le occupazioni della sua giornata. Ma questa è una via lunga, e ci -sono degli uomini così astuti, che, a tenergli dietro, ci si rimettono -le spese. Oppure, c’è lo spediente di domandarne a lui. È la via più -diritta, ed anche la più sicura, quando l’uomo ha voglia di rispondere -in tono. - -Ora, come sapete, la signora Elena gentilissima gliene aveva domandato, -ma senza andare troppo a fondo, per la prima volta; ed egli le aveva -risposto con molta sincerità, ma anche con molto riserbo per ciò che -risguarda la persona, lasciandole capire che su quel particolare non -si sarebbe aperto di più. Restava di osservarlo. Ma come? La signora -Vezzosi non aveva occasione di vedere il De Rossi vicino ad altre -donne, fuorchè a balli e teatri: ma la stagione invernale era passata -da oltre due mesi e una nuova occasione bisognava aspettarla altri sei. - -Quantunque, se pure ci fossero state le occasioni, non era mica facile -indovinare il segreto del signor Aldo alle prime. Non aveva egli -confessato candidamente che si trattava di un amore infelice? Un amore -di questa fatta è quasi sempre un amore a distanza, nutrito di occhiate -più o meno timide, che non è dato di cogliere a volo, con la certezza -di colpire nel segno. - -Ed era un peccato che la signora Vezzosi non sapesse quel nome di -donna, che esercitava tanto la sua curiosità; era proprio un peccato, -perchè ella aveva promesso di aiutare il suo gentil provveditore. Lei? -Sicuramente lei; sebbene dopo il colloquio che vi ho riferito, una -lagrima di dispetto le avesse fatto pizzicare le palpebre. - -Aldo De Rossi non era quel bellissimo giovane sul cui taglio si -fabbricano, da Lancillotto del Lago in qua, tutti gli eroi da romanzo. -Era un giovane serio, pallido, con una gran fronte bianca, la cui -severità appariva temperata da due ciocche di capegli, voltate in giù -ed appiastricciate a furia di cosmetico secondo l’ultima moda; gli -occhi grandi e pensosi, i baffi neri, le labbra tumide e abitualmente -contratte; suppergiù un misto di pensatore e di damerino, che non -mancava di attrattive e che certamente era fatto per destare una mezza -curiosità. A quell’aspetto rispondeva un carattere chiuso, non altiero, -ma inaccessibile. Pari a certe fortificazioni moderne, a cui bisogna -giunger sotto, per avvedersi della difficoltà somma d’entrarci, Aldo -De Rossi non aveva l’aria di tenere indietro la gente, e sapeva anche -stare alle chiacchiere, ma senza che ai suoi interlocutori venisse -fatto di leggergli nel cuore, più di quello che al giovinotto mettesse -conto di lasciar leggere altrui. - -A farvela breve, egli apparteneva alla categoria dei tenebrosi; specie -di sètta sociale, che non ha simboli, nè riti particolari, ma che pure -è facile di distinguere. Sono uomini uguali a tutti gli altri nelle -esteriorità del vivere; ma ci hanno questo di singolare, che non è mai -dato di coglierli alla sprovveduta. Vi parlano e si lasciano parlare -d’ogni cosa, ma non c’è verso di intravedere un barlume di ciò che -pensano o fanno, poichè essi sono capaci di passare rasente al segreto -della loro vita, senza batter le palpebre, o dare un altro segno di -turbamento. In casa loro si penetra a stento, ed essi ci vanno sempre -da soli, per non aver aria di novità quando hanno mestieri di cansare -gl’importuni. Li vedete da per tutto, ma generalmente, dopo una breve -apparizione, scappano via. Dove? Non chiedete di accompagnarli, perchè -sarebbero capaci di accettare, per condurvi nel più noioso dei ritrovi, -e farvi assistere magari ad una discussione di politica. La politica -è l’unico argomento su cui non siano circospetti. Da troppo tempo è -cessato il pericolo di manifestare le proprie opinioni sulla miglior -forma di governo, e, non dubitate, su questo particolare i tenebrosi -vi aprono intieramente l’animo loro. Essi, poi, non amano troppo le -persone della loro medesima età; prediligono i vecchi, che non sono -noiosi, o lo sono altrimenti, e che non cercano mai di ficcare il -naso nelle faccende del prossimo. Con le donne sono molto cortesi; -vecchie e giovani, belle e brutte, sono trattate da essi con una forma -di galanteria quasi solenne, che merita loro il titolo di cavalieri -compiti. Del resto, i loro più spiccati esemplari hanno per massima: -«servirle tutte, non amarne che una.» Il servirle, s’intende, sta qui -per ossequiarle; chè in verità i tenebrosi servono poco, e, passata -l’ora dei soliti complimenti, se ne vanno pei fatti loro, si pèrdono -nel buio delle proprie abitudini. - -Chi ha dato origine a questa efflorescenza, che parrà morbosa ai miei -candidi lettori? La società, con le sue indagini curiose e con le sue -ciarle assassine. I tenebrosi sono circospetti per ragione di difesa -ed anche un tantino per disprezzo della moltitudine. Non già che siano -certi di sottrarsi in tal modo alla curiosità, o alla maldicenza del -prossimo; ma almeno sanno di non averci dato appiglio con nessuna -indiscrezione. Sono giovani vecchi, ed esercitano per questa ragione un -fascino bizzarro sulle donne. Anche meno favoriti dalla natura, sono -amati più di tanti Adoni, che battono i marciapiedi delle strade, e -si sospettano di loro assai più trionfi che non ne abbiano veramente -ottenuti. Perchè, bisogna dir tutto, ci sono anche i falsi tenebrosi; -certi sciocchi scaltriti, i quali con un finto riserbo giungono a far -credere un visibilio di cose. Non parlano mai, ma si diportano in guisa -da lasciar dubitare. E questo, pei falsi tenebrosi, è il gran punto. - -Aldo non apparteneva alla categoria dei falsi, lo avete capito. Perciò -il suo segreto era sfuggito anche all’attenzione della signora Vezzosi, -che potè ingannarsi fino al segno di credersi lei la prescelta. Se non -parlava lui, con quella schiettezza che sapete, di certo la signora -Elena non avrebbe saputo mai che nel cuore del giovinotto covasse un -incendio di quella fatta. - -Dice un proverbio francese: _ce que femme veut Dieu le veut_. Il -proverbio è galante; ma è poi giusto del pari? Anche non essendo -francese, io credo di sì. La donna è stata l’ultima opera del Signore; -e aggiungerei, se mi fosse permesso di far confronti, la più accurata. -Ora, voi lo sapete tutti per quotidiana esperienza, ogni babbo ha -sempre una certa predilezione per l’ultimo nato. Aspettiamo dunque che -Domineddio si degni di appagare la curiositi della signora Vezzosi, -operando per lei uno de’ suoi miracoli abituali, poichè ella non ha -potuto giovarsi dei due spedienti che ho detti più sopra. - -Due giorni dopo il dialogo col signor Aldo De Rossi, era un mercoledì, -giorno di visite per la signora Vezzosi. Giorno ufficiale, solenne, e -tutto ciò che vorrete, poichè era destinato a ricevere ogni sorta di -visitatori, anche i noiosi; anzi più specialmente questi, dell’uno e -dell’altro sesso. Nei rimanenti sei giorni della settimana la signora -Elena riceveva egualmente, ma senza obbligo di trovarsi in casa, se -i suoi intimi capitavano senza darne l’annunzio. Generalmente era -lei che invitava, dicendo al tale o al tal altro: — venite domani; -avrò l’emicrania. — Il che significava che non sarebbe escita di -casa e che si poteva esser sicuri di trovarla. Per contro, nel giorno -ufficiale, nel giorno solenne, destinato al maggior numero, andavano -a salutarla le amiche, i cavalieri che si contentavano di non esser -soli e quelli che amavano di trovar compagnia; cioè a dire tutti quegli -Alcibiadi ritinti e rimessi a nuovo, che, non avendo più la fortuna dei -giorni riservati, godono il benefizio dei giorni solenni, dei giorni -di parlatorio, col diritto annesso di veder sfilare tre o quattro -visitatrici, senza levarsi dalla poltrona, o dal _puff_, di cui si sono -impadroniti. - -Poveri Alcibiadi rimessi a nuovo! Come sono felici di poter dire la -sera al _Club_: — Sono stato oggi dalla Bice; c’era la Ninì; poi venne -la Fanny, poi la Violante, poi la Dumont Cadigan. Si è stati allegri. -Un vero fuoco d’artifizio! Quella Dumont Cadigan è veramente una cara -donnina. — - -La signora che si chiama così, per il suo casato e non per il suo nome -di battesimo, è una forastiera di alti natali, o creduti tali. Fa bene -all’anima di conoscerla, e ai polmoni di pronunziarne il nome, con -quello strascico di pronunzia che è la regola dei ben parlanti del -Jockey-Club. In questa guisa i miei Alcibiadi rimessi a nuovo hanno -la fortuna di conoscere l’Europa, senza muoversi dalla loro poltrona. -Poi vanno in giro, come i devoti della _Via Crucis_, a raccontare -al giovedì della Clarice, al venerdì della Cleonice, al sabato della -Berenice, quello che hanno udito dalla Alice in martedì, dalla Euridice -in lunedì, e da ogni generazione di sfaccendati in domenica. - -Alcibiadi, Alcibiadi! Voi passate gloriosamente sulla scena del mondo, -senza aver neanche mestieri di tagliare la coda al vostro cane. È vero, -per contro, che nessun Plutarco e nessun Cornelio Nepote scriverà la -vostra vita. Consolatevi, per altro; sarà questo l’unico modo perchè -nessuno ve l’abbia a leggere dietro le spalle. - -Quel mercoledì che v’ho detto, di Alcibiadi rimessi a nuovo ce n’erano -due, nel salotto della signora Vezzosi. E si alternavano frattanto -le visitatrici eleganti, baronesse, contesse, marchese, banchieresse, -cavalieresse, e via discorrendo; tutte dame che stavano bene insieme, -poichè si trovavano nella condizione sociale richiesta dal codice della -buona compagnia. Poichè non è più vero oggi, come una volta, che le -signore donne stiano in sussiego secondo i gradi dei rispettivi mariti -e secondo i quarti della loro nobiltà. Il mondo moderno poggia tutto -oramai sul parere. Ora, per parere, bisogna aver quattrini, o poterne -spendere. Vi sembrerà tutt’uno, e non è, vi assicuro, non è. Se fosse -questo il luogo vi farei notare la distinzione tra le due cose; mi -basti invece di osservare che tutte le varietà sociali concorrono, -quando possono brillare di luce propria o riflessa, allo splendore -d’un ballo, d’una conversazione, d’un ricevimento, e chi più n’ha ne -metta. Cionondimeno, quando la dama può metter fuori uno scampoletto -di corona... _C’est très-bien porté_, come dicono i francesi, che ho -citati poc’anzi. Laonde, se non passa sulla faccia della terra un altro -Novantatrè, ho paura, lettori umanissimi.... Ma perchè desiderarlo, e -per così piccola cosa? I miei francesi sullodati osserverebbero qui che -_le jeu ne vaut pas la chandelle._ - -Dunque, dicevamo, erano annunziati nel salotto della signora Elena -molti titoli e nomi pomposi, ma erano poche le belle. La signora -Vezzosi poteva consolarsi di non essere che commendatrice. So bene che -questo titolo non è ammesso ancora dal vocabolario; ma, non temete, -lo sarà. Al giorno d’oggi, le mogli dei ministri non fanno scrivere a -lettere da speziali sulle valigie, sui bauli, sulle cappelliere, e su -tutte l’altre carabattole di viaggio, «_S. E. la signora ecc., ecc._»? -Siamo in tempi di largo progresso; l’Edison manda fuori un’invenzione -al giorno; il Tanner insegna con l’esempio a vivere di fumo; dunque -avanti, e diciamo pure la commendatrice Vezzosi. Perchè neghereste ad -un collo così leggiadro uno straccio di collare? Per me, gli voterei -anche quello dell’Annunziata, a patto che il più fedele tra i miei -lettori (siete voi, non dubitate) fosse incaricato dell’annunzio, e -della relativa collazione. Dico bene? - - - - -III. - - -— Sì, mia cara, come ho l’onore di dirti, questa è la mia ultima -visita, per la stagione; — notò ad alta voce la signora Margherita -Corniani, perchè la sentissero bene tutte le persone che erano, quel -mercoledì, nel salotto della signora Vezzosi. - -Margherita Corniani, moglie al banchiere di questo nome, era una -signora lunga come le mie speranze e smilza in ogni sua parte, più -che non comportasse l’euritmìa, tranne nel naso, che aveva l’onesta -persuasione di far compenso alla pochezza del resto. Era nata baronessa -e portava l’analogo cerchietto d’oro, attorcigliato di perle, sul suo -biglietto di visita. Così la baronia dei Martoli, dond’ella nasceva, -era tacitamente passata nei Corniani, e la servitù di casa, per non -isbagliare, chiamava barone anche il marito della signora. Alla qual -gentilezza il banchiere si prestava con molta compiacenza, salvandosi -dal ridicolo in faccia agli amici con questa dichiarazione modesta: — -Io vivo all’ombra di mia moglie. — E la cosa poteva passare, tanto nel -proprio quanto nel figurato, poichè la signora era lunga come l’indice -d’una meridiana, ed egli corto e tondo come una trottola. - -Del resto, se la baronessa Corniani non era bella, poteva annoverarsi -tra le signore più eleganti della città. Metteva fuori una nuova -abbigliatura ad ogni settimana; il che torna a cinquantadue per anno. -Grande conforto per il mezzo barone, a cui tutti facevano complimenti -per il buon gusto della sua dolce ed allampanata compagna. - -— Tu dunque ci lasci? — chiese la signora Vezzosi. — Così presto? - -— Sì, che vuoi? Debbo andare a Parigi, per rinnovare il mio vestiario. -Anzi, ho già tardato fin troppo, e corro il rischio di prendere gli -avanzi. È vero che Wörth non mi tratta più come la prima venuta; — -si affrettò a soggiungere la signora Margherita, con un sorrisetto di -soddisfazione, a cui il naso rispose con espansione paterna. — Intanto, -passerò il solito mesetto a Parigi, e poi tornerò, ma per andar subito -alle acque. - -— Ti dài bel tempo? — osservò gentilmente la signora Vezzosi. - -— Mio Dio, sì. Non ti par giusto, dopo un inverno così noioso? È -vero che tu non te ne sei avveduta. Sei rimasta così in disparte! A -proposito, e perchè? - -— Sai, Margherita, non si ha sempre voglia di divertirsi. Del resto, -dobbiamo fuggire il mondo prima che il mondo fugga noi. - -— Lo dici perchè non ne credi un ette; — replicò la signora Margherita. -— Che ne dite voi, signori, di questa modestia della nostra bellissima -Elena? — soggiunse, volgendosi ai due Alcibiadi. — Mostrate alle dame -che l’antica galanteria non è spenta. - -— Noi ascoltavamo in un religioso silenzio; — rispose Alcibiade primo. -— È così dolce e così nuovo vedere una grande modestia accoppiata ad -una grande bellezza! - -— Ah, meno male! — esclamò la signora Margherita. - -— E poi, — aggiunse Alcibiade secondo, — da lunga pezza la signora -Elena lo sa, che dipende solamente da lei di farci combattere un’altra -guerra per dieci anni. - -— No, per carità! — gridò la signora Vezzosi. — Avrei troppa paura del -cavallo di legno. - -— A buon conto, ti sei quasi ecclissata, quest’inverno; — entrò a dire -la signora Bertini, una brunetta bofficiona, ma non inelegante, che -fino allora era stata a sentire le chiacchiere della baronessa. - -— Che vuoi? — ripigliò la Vezzosi. — Parliamo sul serio. Gerardo era -così cagionevole di salute! Si può dire che è stato più a letto, tra -gennaio e aprile, che non per le strade. I nostri signori uomini non -ci sposano forse perchè facciamo l’infermiera? — soggiunse la signora -Elena, con un placido riso. — Del resto, ho fatto volentieri il -sacrificio. Gerardo è così buono con me! - -— Bugiarda! — pensò la Margherita. — Come se non si sapesse che ci ha -avuto qui tutti i giorni il De Rossi! — Hai fatto bene; — proseguì -poscia ad alta voce. — Ma speriamo che ti ricatterai della tua -reclusione in estate. Dove vai quest’anno? Io andrò a Recoaro. Ci va la -regina, e Recoaro sarà la _great attraction_ della stagione. - -— Ma... — fece la signora Vezzosi, tentennando la testa — Gerardo -avrebbe desiderio di andare a Courmayeur. Egli soffre tanto del caldo! - -— Io — disse la Bertini — andrò a Livorno. È il gran _chic_, e tutti mi -raccontano che l’anno scorso si sono divertiti un mondo. - -— Ma, signore mie... — entrò a dire uno degli Alcibiadi. — Non si -direbbe, a sentirle.... - -— Che cosa? — domandò la signora Margherita. - -— Che i medici non c’entrano più per nulla nell’ordinare le acque. -Una volta si andava in un luogo piuttosto che in un altro, secondo i -bisogni della salute... secondo le malattie.... - -— Bravo! — gridò la signora Margherita. — E voi credete alle malattie? - -— Ahimè, da qualche anno! — rispose l’Alcibiade, contrito. — Io credo, -per esempio, ai reumi, e vado a Casciana. - -— Vi raccomando le zanzare; — disse l’altro Alcibiade. — Io andrò a -Monsummano. - -— A Monsummano! E perchè? Sareste sordo, per avventura? — domandò la -signora Margherita, che per quel giorno dava la battuta in orchestra. - -— Non come voi, baronessa; — replicò l’Alcibiade secondo, torcendo -amabilmente il collo. - -La signora Margherita aperse le labbra ad un sorriso e il naso ad una -delle solite espansioni concomitanti. - -— Questo m’ha l’aria di un complimento: — diss’ella. - -— Il cavaliere Sestavalle è sempre galante; — notò cortesemente la -padrona di casa. - -— Vecchia scuola, signora mia, vecchia scuola! — disse l’Alcibiade, -ridendo. - -— È la buona; — si degnò di soggiungere la baronessa. - -In quel mentre fu annunziata la visita del contino Anselmi; un capo -scarico, un matto grazioso, che passava la sua vita in società come -una farfalla tra i fiori, aliando un po’ a destra, un po’ a manca, -seminando da per tutto il suo spirito facile e la sua filosofia -leggiera; l’unica che sia sopportabile in questo mondo, già così pieno -di sopraccapi, grattacapi ed altri simili rompicapi. - -Ossequiata la padrona di casa, fatta riverenza alle visitatrici e -stretta la mano ai due Alcibiadi, il contino Anselmi piantò la fida -lente nell’occhiaia destra, il gomito sinistro sulla spalliera di un -seggiolone, e così prese a parlare: - -— La seduta è aperta. Anzi, lo era già e non occorre più dichiararla -tale. Di che parlavano le signore? Ed è permesso ad un nuovo venuto di -dire la sua? - -— Prima di tutto, Anselmi, ci direte tutte le notizie della città; — -rispose la signora Vezzosi. - -— Volontieri, ed anche della campagna; — ripigliò l’Anselmi, -inchinandosi. — Ieri un terribile uragano, non preveduto dall’uffizio -meteorologico del _New York Herald_.... - -— Ma voi incominciate proprio dalla campagna; — notò ridendo la signora -Elena. - -— È vero; rientro subito in città. La Camera di Commercio, nella -sua seduta dell’altro ieri... dovendo rispondere ad analoga domanda -del signor ministro d’agricoltura, industria e commercio.... Ma che, -signore mie? Non credono neanche conveniente d’interrompermi? Badino -bene, io non so davvero che cosa abbia deliberato la Camera, e in un -caso disperato come questo sono capace di tutto... anche d’inventare la -deliberazione. - -— E la domanda del ministro; — soggiunse la signora Elena. - -— Si capisce. Tanto, egli non protesterà. I ministri ne firmano tante, -di carte, senza pigliarsi il fastidio di leggerle! - -— Insomma, voi non sapete nulla, Anselmi? - -— Come voi dite, donna Elena. Sono nel caso di sant’Agostino. So -questo soltanto, che non so nulla di nulla. Prego adunque le signore di -riprendere la loro conversazione al punto in cui l’avevano lasciata. - -— Si parlava di bagnature e d’acque termali; — disse la signora Vezzosi. - -— Argomento di stagione; staremo freschi; — notò il contino Anselmi, -felice d’aver colto in aria un bisticcio. - -— Sicuramente, e ci contiamo su; — rispose la signora Vezzosi. - -— Ah! partite anche voi, donna Elena? Ecco una notizia. - -— Che non avevate voi, Anselmi! Ma già, siete così a secco, quest’oggi, -che bisognerà darne a voi. - -— Date sempre; i poveri vi benediranno. Io, del resto, non avendo -notizie, farò i commenti su quelle degli altri. E dove andrete, se è -lecito saperlo? - -— Non è ancora deciso; ma credo a Courmayeur. Gerardo ne ha già parlato -tre volte, citando i nomi de’ suoi amici che andranno lassù. - -— Viaggio disastroso, — osservò il contino Anselmi. — Cretini in Val -d’Aosta; valanghe più su; continuo pericolo di ribaltare.... Viaggio -disastroso! Viaggio terribile! sconsiglierò il mio amico Gerardo. - -— Farete un’opera inutile; — rispose la signora Vezzosi. — Gerardo ha -cinque o sei amici che vanno a Courmayeur; tutti uomini politici.... - -— Ah! — esclamò Anselmi. — Non resteranno dunque tutti nella valle, -i.... - -— Via! — interruppe la signora Vezzosi, che vedeva già tornare in ballo -i cretini. — Un po’ di carità per gli uomini politici! - -— Che vi seccheranno, donna Elena, ve lo prometto io, vi seccheranno. - -— Ci vorrà pazienza; — replicò la signora Vezzosi, simulando un -sospiro. — Gli uomini hanno tutti il loro cavalluccio di legno, come -dicono gli inglesi. E chi è senza peccato scagli la prima pietra. - -— Oh, la scaglio io, la scaglio io; — gridò l’Anselmi. — Degli otto -peccati capitali, proprio questo mi manca. - -— È curiosa, per altro; — ripigliò la signora Elena, cercando di -ravviare la conversazione. — Si suol dire: tre italiani, tre opinioni -diverse. Ora eccoci qui tre italiane, tre amiche, e nessuna di noi -andrà dove va l’altra. Io forse a Courmayeur; Margherita a Recoaro e -l’Amalia a Livorno. - -— _Variata placent_; — disse l’Alcibiade primo. — Del resto, io ne -conosco due che andranno insieme, l’Altobelli e la Salieri, a Venezia. - -— Le due rosse! — esclamò la baronessa. - -— Sicuro, bene osservato! — entrò a dire l’Alcibiade secondo. — Una -rossa di capegli e l’altra di carnagione. - -— Si capisce allora perchè vadano ambedue a Venezia — notò gravemente -l’Anselmi. - -— Sentiamo il perchè; — disse la signora Vezzosi. — Ma vi avverto, -Anselmi; non vogliamo bottate. Si tratta di due amiche. — - -Il contino Anselmi chinò la testa, con aria di contrizione. - -— Allora non parlo più; — diss’egli. — Se le mie oneste intenzioni sono -così neramente sospettate.... - -— Via, lascialo dire, povero Anselmi! — mormorò la baronessa, con -accento di preghiera. — Se no, è capace di morirne. - -— Margherita intercede per voi; — riprese la signora Vezzosi. — -Parlate, Anselmi. Se sarà troppo forte, fingeremo di non avere udito -nulla. - -— Di male in peggio! — gridò il contino Anselmi, con accento di comica -disperazione. — E voi credete proprio, Donna Elena, che io voglia dire -delle cose assai gravi? Venezia è stata famosa un tempo nell’arte per -una scuola di coloristi insigni; che ci sarebbe di male se le nostre -due dame più colorite andassero colà, a rinfrescare le tradizioni della -scuola? Eccovi tutto quello che io ci avevo da dire. - -— Proprio tutto? Nient’altro che questo? — domandò la baronessa, con -aria d’incredulità, mista ad un pochino di disillusione. - -— Nient’altro che questo; lo giuro ai Numi! — rispose il contino -Anselmi. — Ma già, capisco; questa è la sorte che tocca a tutti gli -oratori, che hanno lasciato sperar molto di sè. - -— Sperare! È un po’ troppo. Noi temevamo; — osservò la signora Vezzosi. - -— Risposta arguta, e m’inchino al vostro spirito, Donna Elena; — -replicò il contino. — Con voi non c’è modo di collocare una malignità. - -— E che dite, signor conte, della Milani, che va invece a Tabiano? — -chiese a sua volta la signora Amalia Bertini. - -— Che ne so io, signora? Ci andrà per dimagrare. - -— E della Vernetti, che va in Engadina? - -— Ma!.... Forse per ingrassare, con la cura del latte. Non credete voi -che ciò le farà bene? - -— Se ne vanno tutte! — esclamò Alcibiade primo. — È dunque una -diserzione generale? - -— È la moda, cavaliere, è la moda. Bisogna pure farsi ordinare qualche -cosa dal medico, per ordinare qualche cosa alla sarta. Si va alle acque -con una sola ricetta, che si dimentica magari alla prima stazione; ma -con una dozzina di bauli e di casse, da disgradarne una prima attrice. -Non è così, mie belle signore? Abbigliatura di mattina, abbigliatura di -pomeriggio, abbigliatura di sera; cangiare tutti i giorni, ripartire -quando si è veduto il fondo alle casse; ecco il modo di andare alle -acque e di ritrarne vantaggio. Perdonate, signora, io scherzo. La -cura si fa e riesce utilissima... a noi uomini, per cui queste cose si -fanno. - -— Ah, se credete che si facciano proprio per voi! — esclamò la signora -Vezzosi, minacciando il contino Anselmi col suo ventaglio cinese. - -— Sicuramente, dico per noi. Che volete, che sia per le amiche? Ma -questo non sarebbe il modo di curarle, bensì di farle morire d’invidia. -Non è vero, baronessa? Lo domando a voi, che siete annoverata -meritamente tra le stelle più brillanti del nostro firmamento. — - -La baronessa rispose al complimento con un risolino delle sue labbra -sottili e con l’analoga espansione del vicino di sopra. - -— Ma dite, e la Rivanera? — esclamò la signora Amalia. — Avevamo -dimenticata la Rivanera. - -— La divina Rivanera! — disse l’Anselmi, con un accento che fece alzare -la testa alla signora Vezzosi. - -— Parlate sul serio, Anselmi? Vi pare proprio divina? - -— Signora sì, mi pare; e credo per giunta che lo sia. - -— Infatti, è carina; — ripigliò la signora Vezzosi. — Una bella testa! - -— Peccato che non sia un palmo più alta! — soggiunse la baronessa. - -— Pazienza, Donna Margherita, pazienza! — replicò il contino Anselmi. -— Non tutte hanno la vostra bella ed elegante persona. Del resto, -la Rivanera non è piccola. Vi ricordate della fiera di beneficenza -dell’altro anno? C’era il bilico, come all’ufficio del dazio, e -il metro, come nei consigli di leva. Ci si è pesati tutti quanti -e misurati, a vantaggio dei poveri. La Rivanera pesa cinquantanove -chilogrammi e misura un metro e sessantadue, salvo errore, ma sempre -più di quel che ci vuole per assicurare un bersagliere alla patria. - -— Del resto, tanto carina! — ripetè la signora Vezzosi. - -— Sì, Donna Elena, è questa l’opinione di molti. - -— Tutti innamorati, s’intende; — notò la baronessa, con accento -agrodolce. — Stiamo a vedere che glieli regalate tutti! Siete così -maliziosi, voi altri! - -— Adagio, baronessa, vi prego. Non mi fate parlare prima che io abbia -aperto bocca. Volevo dire per l’appunto il contrario. La signora -Camilla è Rivanera di casato, ma si potrebbe chiamare più giustamente -Riva alta. - -— Già, — disse la baronessa, — un metro e sessantadue, salvo errore! - -— Certo, non è più alta di così; ma gli adoratori ci han fatto mala -prova ugualmente. Io, per esempio, ne conosco uno che ci ha fatto un -fiasco piramidale. - -— Lo conoscete, Anselmi? Intimamente? — domandò la signora Vezzosi. - -— Ve lo dica il sospiro che mi prorompe dall’imo petto! — rispose il -contino. - -— Ah, povero Anselmi! Povero Anselmi! E voi certamente vi facevate -innanzi con le migliori intenzioni del mondo. - -— Sfido io! Una vedova a ventitrè anni! Si va innanzi, pesciolini -fidenti, sperando sempre che la bella pescatrice abbia una rete in mano -e che voglia servirsene. - -— L’avevate giudicata male; — replicò la signora Vezzosi. — Camilla è -molto fiera. Non vuol questo, perchè è troppo ricco; non vuol quello, -perchè lo è troppo meno di lei; non vuole quell’altro, perchè manca -d’idealità.... È la sua frase. - -— Sarei curioso di sapere in che categoria ha messo me; — disse -l’Anselmi pensoso. - -— Probabilmente nell’ultima; — rispose la signora Elena, dandogli -gentilmente la baia. — Non ve ne siete accorto, che mancate d’idealità? - -— Voi mi direte quel che vorrete, Donna Elena; ma io non andrò in -collera; — disse di rimando l’Anselmi. — Vi proverò in questo modo che, -se manco d’idealità, son sempre l’ideale degli uomini di buona pasta. - -— Intanto che voi distillate il vostro spirito, — entrò a dire la -Bertini, — noi non sappiamo dove andrà quest’anno la Rivanera. Un -innamorato come voi dovrebbe pure saperlo. - -— Signora mia, sono un innamorato respinto, andato a male, vi prego di -rammentarlo. Che cosa volete che io sappia? Di sicuro, una dama così -piena d’idealità non può andare che in un luogo molto elevato. - -— Al Monte Generoso; — suggerì Alcibiade secondo. - -— O sul Davalagiri; — soggiunse l’Anselmi. - -— Il Davalagiri! — esclamò la baronessa. — Che stazione di bagni è -questa mai? - -— Non è una stazione di bagni, Donna Margherita. Non ci si fa altro -che la cura dell’aria rarefatta. Il luogo è in India, sulla catena -dell’Imalaia, ad ottomila metri sul livello del mare. - -— Sempre lo stesso capo ameno! — disse la signora Bertini. - -— Del resto, — ripigliò l’Anselmi, — la Rivanera andrà dov’è andata -l’anno scorso. _Qui a bu boira_, dice il proverbio francese. Ed essa -berrà le acque di Montecatini; o, per dire più esattamente, le berrà -lo zio, presidente e gran croce. Le acque del Tettuccio sono acque -eminentemente politiche, amministrative e giudiziarie, come il mal di -fegato che hanno la fama di guarire. A proposito, Donna Elena, perchè -non raccomanderemo le acque del Tettuccio al mio amico Gerardo? - -— Per carità, non ne fate nulla. Volete mandarmi a morire dal caldo in -Val di Nievole. Meglio centomila volte Courmayeur, con le valanghe, le -ribaltature e i cretini, di cui mi parlavate poc’anzi. — - -Il contino Anselmi stava per rispondere qualche altra spiritosità -delle solite; ma gli furono mozzate le parole in bocca da un atto della -baronessa, che accennava di volersene andare. - -— Dunque addio, la mia bella e cara Elena; — diss’ella, abbracciando -l’amica e mettendole il naso sulla guancia. — O piuttosto, a rivederci -in novembre. - -— E tu, bada a non dimenticarti di noi, a Parigi. Voglio sperare che, -se avrai un ritaglio di tempo... - -— Non dubitare, avrai mie notizie. E anch’io spero di avere le -tue. — - -Un nuovo bacio e sonoro chiuse il dialogo delle due svisceratissime -amiche. - -Anselmi aspettava la baronessa al varco. - -— Donna Margherita, — le bisbigliò, inchinandosi, con aria di -devozione, — e per me niente? - -— No, — rispose la baronessa, — voi mancate.... d’idealità. — - -L’Anselmi non si commosse punto di quella bottata. - -— Diamine! — esclamò, stringendosi nelle spalle; — ve ne importa -proprio, della idealità? E per che farne? — - -La baronessa gli rispose con un mezzo sorriso; segno che non gradiva -intieramente lo scherzo. Perciò al moto delle labbra non si accompagnò -quella volta l’espansione del vicino di sopra. - -Il contino Anselmo ritornò alla conversazione, molto contento di sè. -Si contentava di poco, in verità. Ma la sua fama di bell’umore si -rassodava sempre più, e un uomo può credere di aver tutto, quando, -insieme con la gioventù, la bellezza e i quattrini, è sicuro di avere -anche la gloria. - -Anch’egli era sul punto di prender commiato; ma la signora Elena, -nell’atto di rimettersi a sedere, e approfittando di un discorso -impegnato tra la signora Bertini e i due Alcibiadi, trovò il modo di -bisbigliargli, dietro la seta del suo ventaglio cinese: - -— Restate, ve ne prego. — - -Ad onore del contino Anselmi e della sua filosofia leggera, debbo dire -che egli non insuperbì punto punto di quell’invito confidenziale. Tra -lui e la signora Elena non erano mai corse parole infiammate, e nemmeno -galanti, oltre il limite d’uno scherzo. Ne avrebbe dette sicuramente, -se avesse potuto sperare di non dirle invano; ma, anche veduto di buon -occhio dalla signora Vezzosi, il contino aveva capito che quell’occhio -non toglieva ispirazione dal cuore. In genere, le dame non prendevano -il contino Anselmi sul serio. Egli era diventato lo schiavo del -proprio spirito, come un antico doge di Venezia della propria dignità. -Era condannato ad esser leggiero e ad esser trattato come tale. Per -compenso, gli erano lecite tutte le bizzarrìe possibili e tutte le -scappate immaginabili. Da principio, questa condizione gli aveva dato -un po’ noia, ed egli si era proposto di diventare un uomo serio e -noioso come tutti gli altri; ma andate a dirla con la natura! La lingua -era pronta e non sapeva stare alle mosse. Il contino Anselmi era andato -avanti per la sua strada, si era adattato alle miserie della propria -grandezza. Si rideva delle sue dichiarazioni, quando s’arrisicava a -farne; e allora lui le voltava prontamente in celia, si ricattava con -le arguzie, e aveva il gusto di sentirsi dire da tutte: che spirito, -quell’Anselmi! che spirito! Aggiungete che lo cercavano da per tutto, -lo volevano in ogni luogo, dame, cavalieri, ufficiali e commendatori. E -questo è come dirvi che era ben veduto anche dai signori mariti. - -Or dunque, vi ho narrato come l’Anselmi non insuperbisse dell’invito. -Restava a lui di dare una pubblica ragione della sua persistenza a -restare, anche oltre i termini d’una visita, e sopra tutto di mandar -via gli altri visitatori, che, dopo l’invito della signora Elena, gli -dovevano parere altrettanti importuni. - -— Mi permettete. Donna Elena, di farvi la guerra? — diss’egli, dopo -alcuni minuti di chiacchiere. - -— La guerra a me? — esclamò la signora Vezzosi. — E in che modo? - -— Ecco qua; persuaderò Gerardo a cangiare il suo itinerario. Appena -torna a casa, ve lo riduco io come va. Non più Courmayeur; Montecatini, -vuol essere. - -— Sarebbe il caso di mandarvi via subito; — replicò la signora Vezzosi. -— Ma questo non sarebbe di buona guerra, ed io voglio darvi la prova -che non potete nulla su di lui. - - - - -IV. - - -Erano le cinque del pomeriggio, quando l’ultimo degli Alcibiadi si alzò -dalla poltrona e prese commiato dalla signora Elena. In casa Vezzosi -era costume di pranzare alle sei e il commendatore Gerardo soleva -capitare per l’appunto all’ora di tavola. I nostri due personaggi -avevano dunque un’ora di tempo, per chiacchierare a lor posta. Ma la -signora Elena non aveva neanche bisogno di tanto. - -Rimasto solo con lei, il contino Anselmi prese posto su d’una -poltroncina accanto al sofà, si rizzò ossequiosamente sulla vita, -allungò il collo verso di lei e le disse: - -— Donna Elena, eccomi qua. Che comandi avete da darmi? - -— Nessun comando; — rispose la signora Vezzosi. — Mettete che io -v’abbia trattenuto per farvi far penitenza di tante chiacchiere e di -tante mormorazioni. — - -L’Anselmi fece una mossa che voleva dire: non ne credo una maledetta. -Ma intanto rispondeva, con la solita galanteria: - -— Dolce penitenza ad un grosso peccato. Vi avverto, Donna Elena, che -peccherò molto e spesso. — - -Credete, lettori, che si sdrucciolasse finalmente nel tenero? -Disingannatevi; quella era galanteria dozzinale, semplice maniera di -discorrere. Del resto, la signora Elena non fece caso del complimento, -e rannicchiatasi contro la spalliera del sofà, mentre aveva l’aria di -guardare le figurine del suo ventaglio cinese, così disse brevemente -all’Anselmi: - -— Conoscete Aldo De Rossi? - -Il contino trasse indietro il collo, anzi il busto senz’altro, e guardò -trasognato la sua bella vicina. - -— Donna Elena, — le disse, dopo un istante di pausa, — voi mi parlate -ora come parlò un giorno Domineddio al Diavolo, «Conosci tu il mio -servo Giobbe?» Sì, signora, vi risponderò io, lo conosco. E voi? - -— Finiamola, con le vostre scioccherie! — replicò ella stizzita. - -— Ma, signora... — ribattè l’implacabile Anselmi. — Non lo avete -indovinato? Gli è per buscarmi da voi un’altra penitenza. - -— Voi sapete pure che non c’è nulla di nulla; — continuò la signora -Vezzosi, senza por mente alla risposta. - -— Che fretta, Donna Elena, che fretta! Io non avevo ancora toccato il -tasto delicato. - -— Perciò bisognava fermarvi al primo cenno, al primo sospetto di un -vostro giudizio temerario. Con voi è necessario difendersi prima di -essere attaccati, e mettere a dirittura i puntini sugli i. Di grazia, -Anselmi, se ci fosse qualche cosa, vi avrei io trattenuto qua, per -parlarvi di lui? - -— Eh! — rispose il contino, crollando la testa. — Potrebbe anche essere -una finezza di seconda intenzione. Ci sono delle donne così astute! Del -resto, non negherete che Aldo vi fa la corte. - -— A me? - -— Sì, una corte spietata. È sempre qui, e mi meraviglio che non ci sia -stato anche oggi. Infine, non va a vedere le altre dame della città -così spesso come viene da voi. - -— Apparenze! — rispose la signora Vezzosi. — Le apparenze -ingannano. — - -E perchè il contino Anselmi seguitava a tentennare il capo, la signora -Elena aggiunse: - -— Non mi credete? Vi dò la mia parola di onore. - -— Quand’è così, — disse l’Anselmi, «lasciando l’atto di cotanto -uffizio,» — non oso più contraddirvi. La vostra parola d’onore mi rende -l’uomo più serio della cristianità. Parlate, signora. - -— Desidero sapere una cosa da voi; — ripigliò essa. - -— Intorno al De Rossi? - -— Intorno a lui. - -— L’ho poco in pratica, Donna Elena. Ma infine, se le mie poche -cognizioni possono servirvi in qualche modo, son qua. - -— Si tratta d’una cosa da nulla; — proseguì la signora; — d’una cosa -che si nasconde male fra tanti uomini, tutti intenti a scoprire i -segreti dei loro amici e rivali. Insomma, desidero sapere da voi di che -donna è innamorato il signor De Rossi. — - -Il contino Anselmi diede un sobbalzo sulla poltrona. - -— Nientemeno! — esclamò. — E sono io che devo... siete voi che -volete.... - -— Badate, — osservò la signora Vezzosi, — ora siete sul punto di -passare per un povero di spirito. - -— È vero, è vero! — gridò l’Anselmi, cercando di rimettersi in sella. — -Ma vedete, signora; la cosa, quando non ci sto attento, mi accade così -spesso! È la natura mia; ero nato imbecille. Ma facciamo di rialzarci -un pochino agli occhi vostri. Vi risponderò con tutta sincerità che -io non tengo dietro al signor Aldo De Rossi. Non mi è mai capitato -di osservarlo, tranne in casa vostra. E poichè credevo che fosse -innamorato di voi.... - -— Ab, già, dimenticavo quest’altra invenzione, — disse la signora -Elena. — Ma io vi ho detto, e voi lo crederete, spero, che egli non è -innamorato di me, e che io non sono innamorata di lui. Gli sono amica, -ecco tutto; e sono curiosa.... - -— Ecco il resto; — aggiunse il contino Anselmi, che non sapeva -rinunziare al gusto di collocare un’arguzia. - -— Certamente, ecco il resto; — ripigliò la signora, ridendo a suo -malgrado. — E siccome ho gran timore che il signor Aldo De Rossi sia -invaghito di qualche sciocca.... - -— Che ve ne importa, Donna Elena? — interruppe l’Anselmi. — Per solito, -la donna che piace non è mai sciocca; anzi, sarei per dire che è un -Pico della Mirandola in gonnella, se non temessi di lasciar credere che -è sapiente e noiosa per giunta. - -— Come voi, adesso, non è vero? — ribattè la signora Vezzosi. — State -a sentire. Anselmi, e vi spiegherò tutto, dall’a fino alla zeta. C’è -una bellissima fanciulla, che ama il signor De Rossi. Io conosco i -segreti di quel giovine cuore e i tesori della sua anima innocente. È -ben detto, così? Dunque, come intenderete, speravo un matrimonio, che -avrebbe fatto molto piacere ad una famiglia, che è in strettissima -relazione con Gerardo e con me. Non andate a indagare, ve ne prego; -non sono segreti da farne argomento di chiacchiere e di mormorazioni, -sul genere delle vostre. Vi ho data una prova di stima, accennandovi -semplicemente la cosa; siatene degno. - -— Ne sarò degno; — rispose contrito l’Anselmi. - -— Dunque, state a sentire. Sarebbe un matrimonio conveniente sotto -tutti gli aspetti. A Gerardo piace; io ne sarei contentissima. Il -signor De Rossi, sulle prime, pareva accostarsi alle nostre idee. Se ne -è parlato più volte, a questo medesimo posto, — soggiunse la signora -Vezzosi rincalzando la bugia con tutte le più audaci invenzioni, — -e speravo già d’essere riuscita a persuaderlo. Ma ecco che, sul più -bello, venuti al punto di conchiudere, il signor Aldo mi si raffredda, -cerca di guadagnar tempo, ha paura di fare il primo passo; insomma, -che vi dirò? vorrebbe rimandare il principio dei negoziati alle calende -greche. - -— Oh diamine! — esclamò il contino Anselmi. — E voi dite, signora, che -sulle prime pareva disposto? - -— Dispostissimo. Voleva sapere molte cose; ma infine, anche la -sua curiosità, troppo legittima in un caso come questo, faceva -testimonianza di una certa propensione. - -— È grave; — ripigliò l’Anselmi. — Non potrebbe darsi il caso che, -pigliando lingua da altri, avesse scoperto qualche amoruccio della -ragazza? Ce n’hanno sempre qualcheduno, queste benedette fanciulle! Son -diventate tanto precoci, a questi soli di libertà! - -— No, la ragazza esce a mala pena di collegio. - -— O qualche difetto, qualche imperfezione fisica? - -— È un portento di bellezza. - -— Che Aldo cerchi una dote più vistosa? Gli uomini ne hanno, -qualche volta, di queste malinconie! E se la ragazza non fosse ricca -abbastanza, per determinare la sua scelta? - -— È ricca come lui, e alla morte dei parenti lo sarà anche più di lui. -Si convengono per ogni verso. - -— Allora, — disse il contino, assumendo un’aria grave, — non c’è più -che una supposizione da fare. Il signor De Rossi s’è innamorato di -un’altra. - -— Ve lo avevo detto, io; — rispose la signora Elena. — Ma di chi? Come -saperlo? Questo è il difficile. - -— Non tanto, signora, non tanto. - -— Ah bene, aiutatemi dunque a trovare. - -— È presto fatto. Il signor De Rossi s’è innamorato... di voi. — - -La signora Vezzosi fu per andare in collera davvero. - -— Calma! calma, Donna Elena, e statemi a sentire; — proseguì il -contino Anselmi. — Credete proprio possibile che si stia impunemente -a ragionare di un’altra donna, accanto ad una donna come voi? Gli -dipingevate le bellezze, gli snocciolavate le grazie e tutti gli altri -pregi fisici e morali di una assente; intanto, quei pregi, quelle -grazie, quelle bellezze, gli si mostravano presenti e irresistibili -nella divina oratrice. Ciò si è veduto altre volte nella storia. -Francesca da Polenta non amò Paolo Malatesta, che andava ad impalmarla -per conto di suo fratello Gian Ciotto? Non ho più in mente i romanzi -di Alessandro Dumas; ma mi pare che ci sia un caso somigliante anche -nella storia di Francia. Che meraviglia, adunque, se un uomo viene ad -intrattenersi così lungamente con voi, e, scambio d’intenerirsi per -una donna lontana di cui gli parlate con tanta eloquenza, si infiamma -lentamente ma profondamente di voi? — - -La signora Elena era rimasta pensierosa. — Se fosse vero! — andava -dicendo tra sè. Intanto il contino Anselmi, pigliando ansa da quel -silenzio, proseguiva: - -— Ecco il vostro errore, Donna Elena. Si assumono degli incarichi -superiori alle forze proprie e a quelle di chi ci ascolta. Si manda -la paglia ambasciatrice al fuoco, per dirgli: tu brucerai l’acqua. E -il fuoco trova che è più comodo, più pronto, e sopra tutto piacevole, -divorarsi la paglia. Scusate il paragone, non m’è venuto altro alle -mani. Ed anche voi, abbiate pazienza, perchè assumervi di questi uffici -pericolosi? Alla vostra età! Con quel viso! - -— Tutte le età son buone, per fare un’opera buona; — ribattè la signora -Vezzosi. - -— Giusto! — replicò l’Anselmi. — E vedete come la cosa vi riesce! Aldo -non vuol saperne della vostra protetta. - -— E voi chiacchierate, Anselmi, senza venire a capo di nulla. - -— Dio buono, se non so nulla! Ma vediamo. Donna Elena. Voi non siete la -fiamma del signor De Rossi. Ne siete ben certa? - -— Certissima. Una donna indovina sempre queste cose, anche quando -l’uomo non le ha ancor dette a sè stesso. - -— È verissimo. Cerchiamone dunque un’altra. Passiamo in rassegna le -dame di nostra conoscenza. Le rassegne son sempre di moda, dopo quella -delle navi, che si legge in Omero. Chi sospettate voi? - -— Ma.... non saprei.... Varii nomi mi son passati per la fantasia; — -disse la signora Vezzosi. — Che direste voi di Margherita? - -— Quale Margherita? - -— La baronessa. Non è la Margherita per eccellenza? — - -Il contino Anselmi si trasse indietro con aria di sommo stupore. - -— Donna Elena! — esclamò. — Vorreste voi canzonare il vostro povero -servo? - -— E perchè, di grazia? Non è Margherita l’elegantissima tra le nostre -signore? - -— Sia pure; ma, a questi patti, Aldo De Rossi farebbe meglio a -innamorarsi a dirittura della sarta. Che vi pare? Un uomo di garbo -innamorarsi del contenente? Eh via! - -— Ma il contenuto.... — si provò a dire la signora Vezzosi. - -— Il contenuto! — ripetè l’Anselmi. — Il contenuto è così poca cosa! Io -non ci trovo di... come direste voi? Di consistente? di palpabile? Io -non ci trovo di palpabile che il naso. - -— Esagerazioni! — rispose la signora Elena. — Esagerazioni di quelle -che fate sempre voi. Quando vi correggerete di questo brutto vizio? - -— Avete ragione, Donna Elena, mi correggerò. Ma desidero che incominci -la baronessa. Voi gli siete amica; avete influenza sull’animo suo. -Ditegli, ve ne prego, di rinunziare a quel naso. — - -Con quel capo scarico dell’Anselmi non c’era verso di vincerne una. La -signora Vezzosi si appigliò al partito di ridere. - -— Dunque, la Corniani no; — diss’ella, abbandonando il naso di -Margherita alle celie del contino. — Vediamo l’Altobelli. - -— Quella dei capelli rossi! — esclamò l’Anselmi. — In verità, non siete -amica al signor De Rossi, se gli attribuite un gusto così bizzarro. - -— Lasciamo l’Altobelli. Che ve ne pare della Vernetti? - -— È sul fare della Corniani. - -— La Milani, dunque. Eccone una che non è sul fare della Corniani. - -— Giustissimo; essa è sul fare delle corniòle. Perchè non piuttosto la -Rivanera? - -A quel nome, buttato là d’improvviso, la signora Elena diede un -sobbalzo, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Perchè? ve lo -dico subito. Generalmente, le cose più strane comportano (per servirmi -di un verbo filosofico) una spiegazione semplicissima. Le altre -donne le aveva nominate lei; la Rivanera, invece, l’aveva ricordata -lui. Perciò la signora Vezzosi potè credere lì per lì che il contino -Anselmi ci avesse qualche particolare, ricordato in quel momento, per -giustificare la citazione di un nome anzi che di un altro. Infatti, -ella fu pronta a domandargli: - -— Che cosa sapete? Ditemi tutto. - -— Non so nulla, io; — rispose l’Anselmi. — Non le passavamo noi tutte -in rassegna? — - -La signora Vezzosi non pose neppur mente a quella circostanza -attenuante. - -— Ci va forse in casa? — ripigliò. - -— Lo ignoro. Io non mi arrisico mai in quei paraggi. È così noiosa la -società del presidente gran croce! - -— Anselmi! — disse la signora Vezzosi, rimettendosi un tratto dalla sua -commozione. — Lo sapete, il proverbio: non c’è rosa senza spina. E chi -vuole la rosa.... - -— Deve adattarsi alla spina, lo capisco; — rispose l’Anselmi. — Ma chi -non vuole a nessun costo la spina rinunzia volentieri alla rosa. - -— È strano! — esclamò la signora, con un accento di sottile ironia. — -Vi piace tanto la Rivanera, e non sapete fare un piccolo sacrifizio ad -una così grande bellezza! - -— Grande, sicuro; ma è una bellezza vedova; alla larga. — - -La signora Vezzosi alzò il ventaglio in atto di minaccia. - -— Signor Anselmi, — diss’ella, — sapete che non siete punto galante, -quest’oggi? Un bell’omaggio lo rendete, alle donne! Quando son libere, -le fuggite. - -— Abbiate pazienza, Donna Elena, son fatto così. Del resto, sono così -poco pericoloso, che il mio omaggio alle dame.... non libere, non deve -far paura a nessuno. Si sa, ogni donna ha bisogno di un uomo, come la -vite di un sostegno. Quando la vite perde il palo, il savio agricoltore -si affretta a dargliene un altro. Io.... — soggiunse con tragico -accento il contino Anselmi, — io non sarò quel palo. E son certo che -anche il signor De Rossi la pensa così. - -— Vi ha mai manifestate le sue opinioni in proposito? - -— No, ma un uomo giunto alla sua età, cioè a dire con tanti anni di -navigazione, e per conseguenza passato per tante burrasche, o sarebbe -naufragato prima, o non ci casca più. Questa è la mia opinione. — - -La signora Vezzosi stava per rispondere, quando si udì un rumore di -passi nell’anticamera. - -— Ecco Gerardo; — diss’ella. — Son già le sei! - -— Signora, ecco un’osservazione e un accento molto lusinghieri per me. - -— Ma sì, ma sì! — rispose la signora Vezzosi, sorridendo amabilmente. — -Mi avete fatto volare il tempo, con le vostre follie. — - -La bussola si aperse ed entrò nel salotto il commendatore Gerardo -Vezzosi. Non meritava il suo cognome, in verità, ma non poteva neanche -dirsi un uomo antipatico. Portava gli occhiali d’oro e la barba corta -intorno al mento, per somigliare al conte di Cavour, buon’anima sua; -ma non ne veniva a capo. Era ancora troppo smilzo, per essere tolto in -iscambio. Era stato deputato, tant’anni addietro, e si parlava sempre -di lui come di un senatore possibile. Egli, del resto, aspettando -la nomina, ne aveva già l’aria. In gioventù peccava di ruvidezza, -e l’ingratitudine degli elettori e qualche fiasco elettorale, -sopravvenuto a renderla più solenne, non avevano contribuito a farlo -più maneggevole. Ma da qualche anno, e per il solo fatto che i giornali -lo avevano preconizzato senatore in quelle loro liste fantastiche da -cui suol essere preceduta una infornata ministeriale, il commendatore -Gerardo era diventato uno zucchero, un marzapane, sorrideva a tutti, -dava volentieri del tu e versava anche più volentieri nel seno dei -conoscenti la piena delle sue idee sulla politica estera. Come vedete, -faceva il suo mestiere di candidato; cosa che non disdisse neppure a -Cesare, che era Cesare e aveva domate le Gallie. - -— Gerardo, — gli disse il contino Anselmi, stendendogli la mano, — son -qui a fare una guerra atroce alla tua signora. - -— Ah sì? — fece il commendatore sorridendo benevolmente. — Speriamo -almeno che avrà saputo difendersi. - -— Non ne dubitare. È una cittadella. Ed io, poichè tanto le son giunti -i soccorsi, levo prudentemente l’assedio. — - -Con quest’ultima arguzia il contino Anselmi prese commiato. - -— Meriteresti che ti si facesse prigioniero e che ti si trattenesse a -pranzo; — replicava intanto il commendatore. - -— Grazie, grazie di cuore; ho un impegno; — disse l’Anselmi. - -E stretta gentilmente la mano alla signora Elena, e dato un crollo -con britannica vigoria alla destra del suo amico Gerardo, il contino -Anselmi si avviò verso l’uscio. - -— Diamine! Diamine! — borbottava egli tra sè, nell’atto di scendere le -scale. — Una lo vuole e l’altra lo vorrebbe. Il De Rossi è nato sotto -buona luna. Con quell’aria da scimunito! Che cosa ci trovino le donne -in questi tipi, io non lo so. Ma già, — conchiuse filosoficamente, -mettendo il piede in istrada, — per piacere a loro, un uomo non ha da -essere solamente scimunito; deve anche parerlo. — - - - - -V. - - -Aldo De Rossi uno scimunito? Sissignori, così lo aveva giudicato -l’Anselmi, e tale doveva essere per molti, se non a dirittura per -tutti. - -È difficile, molto difficile, che una donna sia bella agli occhi -di un’altra; ma è anche più difficile che un uomo vi ammetta senza -contrasto e senza restrizioni la superiorità d’un altr’uomo. In genere -non si bada a queste demolizioni scambievoli dei signori uomini, poichè -in società si bada molto alle donne; ma la cosa è proprio così, come -ho l’onore di raccontarvi. Il lievito dell’invidia s’impasta benissimo -con questa farina del diavolo che è la natura umana, e le anime -refrattarie son poche. Così avviene che un uomo non sia gabellato per -sapiente, che a patto di essere riconosciuto pedante e noioso, o che -non sia annoverato tra i belli, che a patto d’essere confinato tra gli -sciocchi. Si ammette questo, ma si aggiunge sempre la nota in margine; -ad una qualità, riconosciuta a denti stretti, risponde sempre un grosso -difetto, che deve guastarla senz’altro. - -Le donne, per solito, non danno retta a questi giudizi mascolini, o li -accettano soltanto per dissimular meglio una loro propensione, che non -mette conto manifestare alle turbe. E nello stesso modo gli uomini non -accettano che _pro forma_ il giudizio della signora Ipsilonne sulla -signora Zeta, facendo dentro di sè tutte le possibili e immaginabili -restrizioni mentali. Donde la conseguenza naturalissima che uomini e -donne s’ingannino a vicenda, col miglior garbo del mondo. - -O non sarebbe meglio dire alla libera quel che si sente? No, lettori -dell’anima mia; la società civile ha mestieri di questi giuochi -innocenti. Non è neanche vero, come certuni pretendono, che tutti -capiscano lo scherzo. I dolci di sale non mancano mai, e c’è sempre il -gusto di tirare qualcheduno dalla sua. Poi, il vivere in società gli è -come il destreggiarsi in diplomazia. Non si ha da dire mai la verità. -Capiscano pure gli avversari qual ragione vi fa parlare in un modo o -nell’altro, e sempre contrariamente alle opere vostre; negando oggi, -potrete in ogni occasione mantellarvi della vostra innocenza. - -Aldo De Rossi, battezzato dal contino Anselmi con l’epiteto di -scimunito, non rendeva pan per focaccia a lui, nè ad altri della sua -risma. Apparteneva al numero di quei pochi che non si risciacquano mai -la bocca dei torti e dei difetti di nessuno, e che, quando possono, -o se ne ricordano, rendono giustizia a tutti. Egli faceva anche di -più, e questo era un difetto suo; si esagerava facilmente i meriti di -tutti. Avrete già capito di qui che Aldo De Rossi pigliava ombra d’ogni -più piccola cosa e in ogni rivale assiduo vedeva un rivale fortunato. -Innamorato, come possono esserlo soltanto certi caratteri malinconici -e chiusi, che ardono e si consumano da sè come la lampada dei -sepolcri (vecchia lampada, ti rimetto io, dopo tanti anni d’ingiusta -dimenticanza, all’onore del mondo), Aldo si struggeva di vedere tanti -farfalloni intorno alla donna amata, e s’immaginava d’esser l’ultimo, -anzi peggio che l’ultimo, nelle grazie di lei. - -Nè senza un po’ di ragione, in verità. La dama era tanto cortese, tanto -umana, tanto facile dispensiera di vezzi alla moltitudine de’ suoi -adoratori, che Aldo De Rossi giunse fino a pensare d’essersi innamorato -d’una creatura vana, come ce ne son tante, e in forma d’angioli, sotto -la cappa del cielo. Immaginate come ne soffrisse. Ma non c’era rimedio, -poichè il male era fatto, e Aldo De Rossi era uno di quei caratteri -intieri e diritti, che, una volta avviati, non tornano più indietro. - -Intanto egli si trovava a mal partito, e avrebbe potuto dire con Dante: -«Io sono tra color che son sospesi.» Non dava un passo indietro, ma non -ne faceva uno avanti; e quella incertezza dolorosa gli toglieva, non -solo la serenità dello spirito, ma anche l’uso della parola. Intendo -l’uso vero e proprio della parola, che è stata data all’uomo per -dissimulare il pensiero; chè, quanto a dire buon giorno, buona sera -e tutte l’altre frasi di prima necessità, Aldo De Rossi ci reggeva -ancora. A farvela breve, ci aveva l’amaro in corpo; qual meraviglia -se non poteva dar fuori il dolce? Ma il peggio era questo, che egli, -sempre così torbido e muto accanto alla donna amata, diventava libero, -sciolto, perfino arguto, con tutte le altre. Perchè non c’era solamente -la signora Vezzosi, che avesse i cavallereschi omaggi del signor Aldo -degnissimo. Le necessità del racconto mi obbligano a non presentarvene -che una; ma in verità ce n’erano parecchie. E tutte riconoscevano in -Aldo De Rossi un compito cavaliere; fors’anche qualcheduna, oltre la -signora Elena, avrebbe gradita una corte meno superficiale e generica. - -Sempre così, non è vero? Si ha presso questa o quella delle proprie -conoscenze la giusta misura di quel che si vale; ma si va al -cospetto di una donna a cui si vorrebbe far atto di vassallaggio e di -sudditanza, a cui frattanto si scocca un inno in un’occhiata, un poema -in una stretta di mano; e si sente subito un gran freddo; l’inno si -gela a mezz’aria; il poema resta inedito _in pectore_; ci si ritrova -piccini piccini, ed anche passabilmente ridicoli. Là, proprio là, -dove si voleva essere qualche cosa, con l’onesto desiderio di offrire -qualche cosa in omaggio di leale servitù, non si è, non si vale, non si -conta più nulla. - -Una sera, non reggendo più a quel trattamento, che si era forse anche -un po’ meritato col suo umore scontroso, prese di schianto il cappello. -Lo prese nel senso figurato e nel proprio, e se ne andò dalla casa -della donna amata; un’ora dopo che c’era entrato, e col proposito di -restarci per tutta la sera! Il poveretto aveva centomila diavoli in -corpo e andò girelloni per le vie della città, senza sapere che si -facesse, proprio alla guisa dei matti. In uno di quei lucidi intervalli -che occorrono nelle pazzie più acute, come le radure nei boschi più -folti, Aldo De Rossi riconobbe il palazzo in cui abitavano i Vezzosi; -vide lume dalle finestre del salotto della signora Elena, e si ricordò -che, dopo quella tale conversazione, in cui le aveva manifestato -l’animo suo, non era più stato a farle visita. - -Era una scortesia, dopo la gentile profferta che la signora Elena gli -aveva fatta, di aiutarlo in ogni occasione. Aldo pensò allora che la -sua serata era andata a male. Abitudini di caffè, o d’altri ritrovi -mascolini, non ne aveva da un pezzo. Perciò, soccorrendo la ragione del -caso, che è spesso la ragione determinante delle azioni umane, infilò -il portone e salì dalla signora Elena. - -Anche in casa Vezzosi c’era conversazione. Il commendatore Gerardo -faceva la sua partita con una mezza dozzina di uomini gravi. La -signora Elena, la commendatrice, stava a chiacchiera con gl’inevitabili -Alcibiadi, con qualche Socrate sperso e con due o tre dame della sua -corte. S’intende che erano tutte meno belle di lei; che altrimenti -Aspasia non le avrebbe sopportate. - -Aldo De Rossi ha accolto come un Pericle. - -— Ah, siete qui, voi? Che miracolo è questo? - -— Donna Elena, non è un miracolo. Dite piuttosto il desiderio di -ossequiarvi. - -— Lasciamo andare i complimenti. Vogliamo notizie del mondo. Siete -l’ultimo arrivato e dovete portarcene il fior fiore. Ecco qui il -cavaliere Sestavalle, il quale pretende che il matrimonio della -Morandini sia andato a monte. - -— Il matrimonio si farà; — rispose Aldo De Rossi, con una sicumèra che -non era rincalzata dal menomo grado di certezza. - -— Scusate, De Rossi, — entrò a dire Alcibiade primo, che era, come -sapete, il cavaliere Sestavalle, — io ripeto ciò che m’ha detto il -Cusani, che è lo zio materno della sposa. - -— Non vuol dir nulla; — replicò Aldo De Rossi, con la medesima -asseveranza; — vedrete che il matrimonio si farà ugualmente. Lo sposo -è innamorato; la sposa è deliberata di entrare in convento, se non le -dànno il Revelli. O il Revelli, o la clausura. Che volete di più? - -— Signor De Rossi, — rispose l’Alcibiade, inchinandosi, — voi siete -meglio informato di me. - -— Non vorrei farvi dispiacere, — disse Aldo, inchinandosi a sua volta, -— ma questa è la verità. Un forte amore deve passare avanti a tutte -le quistioni di dare e avere, che inventano i signori babbi, per -tormentare i poveri cuori. In fin de’ conti, non sono mica i babbi che -hanno da sposarsi, ed io non capisco perchè s’impuntino a voler fissare -i termini di una felicità che essi non hanno a godere. Una sola cosa -è vera, una sola cosa trionfa di tutti i calcoli umani; l’amore. Il -quale, poi, — soggiunse Aldo De Rossi, mutando tono con una facilità -straordinaria, — ci conduce a fare tutte le più grandi sciocchezze del -mondo. Già, incominciamo a dire che spesso si crede di amare e non si -ama. Qualche volta avviene di cedere ad un movimento di stizza, e di -procacciarsi un inferno in questa vita, peggiore di quello che ci è -minacciato nell’altra. Auguro agli sposi di amarsi davvero e di non -dover finire che in purgatorio. — - -Aldo De Rossi seguitò un bel tratto su questo tono, senza neanco sapere -che diavolo dicesse. Era maravigliato dentro di sè d’aver buttata là -con tanta sicurezza una bugìa di quella fatta, e voleva affogarla in -un mare di parole, come se ciò potesse farla dimenticare all’udienza. E -tirò avanti in quella forma, finchè lo lasciarono dire. - -— Infine, — proseguiva, — che cos’è l’amore? Un inganno scambievole. Ci -si avvede poi che uno ci ha messo troppo del suo, e l’altro, o l’altra, -ci ha messo troppo poco. Ora, signore mie, il troppo, è come il troppo -poco; almeno, per ciò che risguarda gli effetti. Il troppo è un errore. -Dio vi salvi dagli uomini che amano troppo, perchè essi seguono un -falso indirizzo della loro fantasia, come chi sogna ad occhi aperti. -E quando finalmente essi vengono a pensarci su.... Perchè, io reputo -necessario avvertirlo, gli uomini lo hanno sempre, il momento in cui -tornano a ragionare; e quando essi vengono a pensarci su, si avvedono -di non essere nel vero. A certe altezze non si può stare; vi colgono le -vertigini e si casca giù. Ma perchè l’altezza non è qui che un sogno, -la cascata non è altro che un risveglio improvviso. Ed è un brutto -risveglio, signori miei, quando si riconosce d’aver voluto incarnare -il proprio sogno in una persona viva, la quale, poverina, non poteva -sopportare, con le sue spalle delicate e bianche, un peso così grave. - -— Dio! Come cascate anche voi, signor De Rossi! — notò una delle -sue ascoltatrici. — Avevate cominciato con un poema e finite con una -satira. - -— Signora mia, la farsa non viene, di solito, dopo la tragedia? Io -seguo l’uso. La vita è una varietà. E se permettete, poichè la parola -vi sembra amara, passerò alle note musicali, che non dicono nulla, o -soltanto ciò che si vuole. — - -Il pianoforte era vicino, e, con quella volubilità nervosa che avete -già notata nel suo discorso, Aldo De Rossi andò a sedersi davanti -alla tastiera. Non era un Liszt, nè un Rubinstein, credo necessario di -avverticene; ma suonava abbastanza bene, per non lacerare a dirittura -gli orecchi e per rendersi utile alla società, attaccando per uso -altrui il _valtzer_ o la quadriglia che egli non voleva ballare. - -Per quella volta, non essendo il caso di far ballare nessuno, Aldo De -Rossi attaccò un motivo del _Rigoletto_, e proprio quello che mette le -donne a raffronto con le piume. - -La signora Elena capì (che cosa non capiscono le donne?) che spirava un -vento di scirocco, e che il De Rossi aveva perduta la tramontana. Ebbe -compassione di lui, e, appena le venne fatto di trovare un pretesto, si -mosse dal suo posto per andare verso il pianoforte. - -— Orbene, — diss’ella, passando accanto al De Rossi, — voi non siete -contento, signor Aldo? - -— Dite pure che sono triste; — rispose il De Rossi, continuando a -suonare. - -— Vi va sempre male? - -— Malissimo. - -— Vi ho promesso di aiutarvi; — ripigliò la signora. Ditemi il -nome. — - -Aldo guardò la signora Elena e stette zitto. - -— Ho cercato di scoprir terreno, — proseguì ella, con grande sincerità, -— e non ci sono riescita. Non avete fiducia in me, signor Aldo? - -— Ne ho molta; — rispose il giovine; — ma chiedere il soccorso di una -donna.... - -— Non si tratta di chiedere; — interruppe ella, — si tratta di -accettare. - -— Orbene, anche l’accettare non va. - -— Perchè? Una donna può saperne, in queste cose, più di voi. Chi sa poi -che non v’inganniate, disperandovi così! - -— Non mi dispero, signora. So già quel che mi tocca. - -— Ma infine, questo nome, non è possibile saperlo? - -— Ve lo dirò.... più tardi. Perdonate! - -— Sarà troppo tardi, allora; — replicò la signora Vezzosi. - -Aldo De Rossi non rispose più nulla, e affogò un sospiro, che gli -esciva dal petto, in un diluvio di note. - -Egli, come vi sarà facile intendere, si vergognava di dover mettere la -sua causa nelle mani di una donna. E di qual donna, poi! Per l’appunto -di quella che gli aveva lasciato capire tante cose, e a cui aveva -detto con brutale schiettezza: ne amo un’altra. Aggiungete che Aldo De -Rossi sentiva come un rimorso di quella sincerità, che non era neppur -necessaria, poichè egli avrebbe potuto benissimo cavarsi d’impiccio -con uno scherzo, fingendo, alla disperata, di essere canzonato dalla -signora Vezzosi. E come mai aveva potuto osar tanto, a rischio di -offendere il suo amor proprio? Ma già, egli era un ragazzo così fatto; -quando sentiva di amare una donna, non poteva simulare tenerezza -per un’altra, e gli mancava la prontezza di spirito per girare le -difficoltà di un dialogo condotto agli estremi del sì o del no. - -La signora Elena non istette a domandargli più altro e si allontanò dal -pianoforte con aria abbastanza sostenuta. Aldo pensò di averla offesa, -e perdette il filo della suonata. Perciò, dopo aver annaspato per due -o tre minuti sulla tastiera, si tolse di là e andò a sedersi presso -le dame. Ci erano sulla tavola parecchi giornali illustrati; ne prese -uno e cominciò a meditare su d’una scena più o meno autentica della -spedizione inglese nell’Afganistan. - -La conversazione si reggeva in quel mentre per merito degli Alcibiadi, -che in caso simile facevano uffizio di Telamoni. Lo sapete pure, si -chiamano Telamoni quelle atletiche figure di marmo che reggono le -travature e i cornicioni delle fabbriche. Se avessi detto Cariatidi, -mi sarei fatto capire anche meglio, perchè infatti, in società, certi -personaggi noiosi si chiamano per l’appunto Cariatidi. Ma le Cariatidi -son femmine, e i Telamoni son maschi. Diciamo dunque Telamoni, tanto -più che io sto per presentarvi il signor Silvestro Caramelli, Telamone -di primissima forza, entrato allora nel salotto della signora Vezzosi. - -Il signor Silvestro Caramelli non va descritto con troppe parole. Vi -basti sapere che era vecchio, così vecchio da far venire la voglia -di domandargli notizie del patriarca Matusalemme. Per altro, sempre -diritto come un fuso, con tanto di solini insaldati, all’inglese; -sempre in cravatta bianca ed abito nero, e sempre a balli, a teatri, in -conversazioni e dovunque si radunasse la miglior compagnia. Aggiungo -che non istava mai fermo in un luogo. Aveva fatto il farfallone in -gioventù e seguitava a farlo in vecchiaia; ma non più per corteggiare -le dame, e sfrombolare a tutte il medesimo complimento, studiato di -prima sera; sibbene per raccontare in casa Ipsilonne il fatterello -udito poc’anzi in casa Zeta, e far girare in tal guisa prontamente, -per tutte le conversazioni della città, una notizia, che, senza di lui, -avrebbe stentato tre giorni, fors’anco una settimana, a penetrare nel -gran regno delle chiacchiere. Potete immaginare come una simile qualità -lo rendesse prezioso. Era il gazzettino dei salotti, e dove non lo si -vedeva ancora, lo si aspettava con una certa ansietà. - -— Bravo Caramelli, avete fatto bene a venirmi a vedere; — disse la -signora Elena, stendendogli la mano. — Un po’ tardi, per altro! - -— È vero, ma ho già fatto due visite, stasera; — rispose il Telamone. — -Sono stato dalla Vernetti, che ha la cognata a letto, con la sua solita -emicrania. Poi dal presidente Roberti che si dispone a partire per le -acque, insieme con la nipote. Oh, buona sera, De Rossi; — soggiunse, -vedendo Aldo seduto lì presso. — Quantunque non sarebbe guari -necessario, poichè ci siamo lasciati poc’anzi. - -La signora Vezzosi diede una sbirciata al De Rossi, che si era turbato -e involontariamente alzava gli occhi verso di lei. - -— Ma sapete, — diss’ella, volendo averne lo intiero, — che siete due -amici preziosi! Eravate ambedue dalla bellissima Camilla e siete venuti -a finire la serata da me! Ciò merita una lode particolare. - -— Signora, — rispose il Caramelli, facendo la ruota; — per nessuna cosa -al mondo avrei voluto mancare al vostro tè, che è come dire alla dolce -abitudine di farvi la mia corte. - -— Grazie! Il complimento è gentile come il vostro pensiero; — disse la -signora Vezzosi. — Vedete il vostro compagno di viaggio. Egli ha avuto -come voi il pensiero gentile, ma non mi ha detto il complimento. — - -Aldo De Rossi, tirato in ballo a quel modo, alzò la testa e balbettò -alcune parole che non mette conto ripetere. - -Di grazia, lettori miei, che cosa avrebbe potuto egli rispondere? Che -cosa avreste risposto voi, nel suo-caso? Forse a un dipresso così: — -Signora Elena, io non potevo schiccherarvi un complimento, sul fare di -quello del signor Caramelli, perchè dianzi, quando son capitato nel -vostro salotto, voi non mi avete dato occasione di raccontarvi dove -fossi stato e donde venissi. Al signor Caramelli è venuta la palla al -balzo, perciò egli ha potuto dirvi da che casa tornava, ed aggiungere -(che Dio glielo perdoni) d’avermi trovato in casa del presidente -Roberti. Voi gli avete detto allora.... quel che gli avete detto, ed -egli ha potuto rispondervi quello che v’ha risposto, non una parola di -più, non una di meno. — - -Ma vedete un po’ che lungo discorso sarebbe riescito per una cosa da -nulla. Credete a me, lettori umanissimi; era meglio rispondere poche -parole senza sugo, come fece per l’appunto il signor Aldo De Rossi. - -Le balbettò, come vi ho detto. Ma non balbettò, rispondendo per lui, il -signor Silvestro Caramelli che era in vena di cortesie. - -— Il signor De Rossi ha fatto meglio; — osservò il Telamone. — Mi ha -preceduto da voi. Benedetta gioventù! Ma io, pur troppo, non ho le sue -gambe. A cinquantott’anni non si fanno più miracoli. - -— Già cinquantotto? — esclamò, con la più candida delle ipocrisie, la -signora Vezzosi. — Per caso, signor Caramelli, non ve ne aggiungete -qualcheduno? - -— A qual pro? — disse modestamente il Telamone. — Quando si hanno, si -hanno, e non c’è verso di mandarli via. — - -Aldo De Rossi aveva ripreso lo studio del suo giornale illustrato. Ma, -nel voltare la pagina, gli avvenne di alzare la testa, e i suoi occhi -si scontrarono in quelli della signora Vezzosi, che avevano l’aria di -dirgli: - -— Li vedete, signorino, i vostri gelosi segreti, come vanno a finire? -Custoditeli ancora, se vi riesce! — - -Aldo, in quel punto, maledisse il signor Silvestro Caramelli fino alla -decimaquinta generazione. Siamo giusti, il signor Silvestro se l’era -meritata, perchè aveva commesso una indiscrezione. Statuisce il codice -della buona società (un libro, tra parentesi, di cui manca tuttavia -un’edizione completa) che non è bene raccontare in conversazione -d’avere veduto Tizio, o Cajo, nel tal luogo, perchè potrebbe darsi -il caso che Tizio e Cajo dicessero a lor volta di essere stati nel -tal altro, o di non essere stati in nessuno, e sarebbero colti in -flagranti di contraddizione. E poi in questa società, tutta segreti -d’Arlecchino, non si sa mai dove uno mette i piedi e le mani. Qua si -pesta, senza volerlo, una coda; là si ferisce, senza saperlo, un povero -cuore geloso. Eppure, a farlo apposta, queste indiscrezioni occorrono -frequenti, anche quando non c’entri l’animo deliberato di commetterle. -Si ha sempre bisogno di un soggetto di chiacchiera. Le discussioni -di politica, di economia, di amministrazione, riescono uggiose alle -dame, ed io in verità non saprei condannarle. Non si ha sempre la dote -dei teatri sotto la mano, nè un ballo, nè un’opera nuova da levare -al cielo, o da cacciare all’inferno. I discorsi galanti dispiacciono -ai mariti; e poi, che serve? ora è tornata di moda una certa rigidità -puntigliosa, che rimanda questi discorsi a migliore occasione. Di che -cosa si ha dunque a parlare, Dio buono? — Ho visto il tale; ero col -tale; andando insieme abbiamo veduta la tale, che entrava nella via -tale, accompagnata dal tale. — E in tale maniera s’imbastisce un cencio -di conversazione, senza badare al pericolo di dare, con tale minutezza -di particolari, un colpo mortale a qualcuno. - -Aldo De Rossi, vedendosi scoperto per quel capriccio del caso, era -rimasto un po’ sconcertato. Ma infine, non aveva rimorsi, perchè non -aveva ingannato nessuno. - -Si chiacchierò, senza il suo aiuto, di cento cose diverse. Poi giunsero -i pezzi grossi della sala da giuoco, e la signora Elena si alzò dal -suo trono, per prendersi cura del tè; cura gelosa, che è riservata alle -padrone di casa. Versato dalle mani di una bella signora, il tè diventa -migliore. Almeno, così dicono tutti coloro che lo trovano buono. Io, -che non l’ho per tale, mi restringo ad ammettere che diventa più bello. - -— E così, commendatore, — diceva intanto il signor Silvestro Caramelli -al padrone di casa, — voi andrete quest’anno a Courmayeur? - -— Ma, veramente la tentazione c’è; — rispose il signor Gerardo. — Per -altro, voi sapete che un marito per bene non deve aver volontà. - -— Sentite com’è galante, Donna Elena? — disse allora il Telamone, -volgendosi alla signora Vezzosi. - -— Gerardo lo è sempre, — rispose la signora continuando ad amministrare -il suo néttare; — ma questa volta egli ascolta anche i consigli della -prudenza. - -— Ah sì! — disse il Vezzosi, ridendo. — Minerva che ha indossati i -panni del mio amico Anselmi! Figuratevi, egli ha detto a mia moglie -e ripetuto a me che la strada è disastrosa. Se avesse detto lunga, -pazienza; ma disastrosa, poi! - -— Oh, per me, — replicò la signora, — lunga e disastrosa è tutt’uno. -Gerardo, io mi ribello al codice, e non vi seguo. - -— Il codice ha proprio che la moglie debba seguire il marito? — notò il -Vezzosi, continuando a fare l’amabile, come soleva, quando era in mezzo -alla gente. — E non ha invece che il marito debba seguir la moglie? -Sentiamo dove vorreste andar voi, Elena. - -— Io? — esclamò la signora. — Non ho preferenze. Ma siccome credo che -più di Courmayeur vi gioverebbe Recoaro, o Montecatini.... - -— Luoghi non tanto lontani! — soggiunse il signor Vezzosi, con un fil -d’ironia. - -— Eh, anche questa ragione ha il suo pregio; — replicò la signora. - -— Quest’anno ci vuol essere gran gente, a Montecatini; — entrò a dire -il Caramelli. — Ho letto ieri sul giornale che ci vanno due ministri; -nientemeno! - -— Quali? — domandò il commendatore Vezzosi. - -— Il ministro dei lavori pubblici e quello degli esteri. La politica -italiana si farà tutta al Tettuccio. - -— E alla locanda della Pace; — aggiunse Alcibiade primo. — Come vedono, -questo è un buon segno. - -— Certamente; — disse il signor Vezzosi, sorridendo all’arguzia del -Sestavalle. — E voi credete che a Montecatini non si morrà dal caldo? - -— Esagerazioni di certi malinconici, che non sanno vivere in nessun -luogo; — rispose l’Alcibiade. — Io ci sono stato ancora l’anno scorso, -e fo conto di ritornarci. - -— Vedete? — osservò la signora Elena, giubilando in cuor suo per tutti -quei soccorsi inattesi. — Ecco una buona occasione per farvi risolvere. - -— Ditela pure preziosa; — rispose il commendatore, che pensava molto ai -ministri, e poco al Sestavalle. - -— Inoltre, — soggiunse il Telamone Caramelli, — avrete il presidente -gran croce. Egli parte lunedì, con la sua bella nipote. - -— Questa sarà una fortuna per me; — disse la signora Elena, volgendo -una rapida occhiata al De Rossi, il quale reputò conveniente di fare -l’astratto. — A voi, Gerardo, che amate tanto ragionar di politica, -lasceremo già uomini gravi, i presidenti, i ministri. - -— Ah sì, due vecchi amici, i ministri; — rispose il commendatore -Gerardo; — li rivedrò volontieri. - -— Siete dunque deciso? — domandò l’Alcibiade primo. - -— Ma sì, caro Sestavalle; — replicò il signor Gerardo; — io son uomo di -pronte risoluzioni. E poi (voi non lo crederete, perchè non si usa... -o almeno non è costume di confessarlo in società) io amo mia moglie. -La via disastrosa di Courmayeur le mette i brividi; non si parli più -dunque di Courmayeur. — - -La signora Elena ebbe l’aria di commuoversi a quella gentilezza, e -volle portare ella stessa a suo marito una chicchera di _tè_. - -— Neppur questo si usa; — diss’ella, ridendo, mentre gli porgeva la -tazza; — ma ad una cortesia deve rispondere un’altra. — - -L’atto e la frase ottennero il plauso di tutti gli astanti. In cuor -loro, certamente, parecchi avevano detto: frascherie, sciocchezze, -ridicolaggini! Ma quante cose non si pensano, in società, mentre si -dice tutto l’opposto! - -— Vediamo, dunque; — disse il signor Gerardo. — Sestavalle sarà dei -nostri. Chi altri di voi verrà a curare il mal di fegato? - -— Son capace io di venirci; — rispose una tra le dame, la signora -Sofonisba Torcelli. — Mi dicono che a Montecatini ci si diverte. - -— Benissimo; — ripigliò il signor Gerardo; — ed anche questa è una cura -eccellente per il fegato. - -— Come sei buona! — esclamò la signora Vezzosi, accarezzando la mano -della signora Sofonisba. — Noi faremo dunque una vera colonia? E voi, -signor De Rossi, non sarete dei nostri? - -— Veramente.... volevo andare a Venezia; — balbettò il giovinotto. — Ma -non sarà mai che io dica di no, ad una occasione come questa. - -— Ottimamente; qua la mano. De Rossi! — gridò il commendatore Vezzosi. - -E strinse la mano al De Rossi, come se il giovinetto avesse fatto al -genio dell’amicizia il sacrifizio più grande. - -Quella sera la signora Elena trovò ancora il destro di scambiare due -parole con Aldo De Rossi. - -— Orbene, signor Aldo, — gli disse, — sono io un’amica sincera? - -— Perchè mi dite questo? — chiese egli, turbato. - -— Come? Vorreste ancora dissimulare con me? - -— No, signora; — rispose il giovane, notando negli occhi di lei un -indizio di collera. — Ma tanta vostra bontà.... - -— Non tanta bontà; — ribattè la signora Elena; — ma piuttosto un -pochino di curiosità. Mi avete detto una certa cosa, l’altro giorno! Ve -ne ricordate? - -— Signora, ne ho dette tante, l’una più sciocca dell’altra! - -— Se lo saranno, credete pure che io vi dirò liberamente anche questo, -senza bisogno di averne la confessione da voi. Avete detto, tra -l’altre, che una certa signora somiglia ad una statua.... la quale non -è stata mai fatta, perchè a Fidia è mancato l’ardimento. - -— Non ho detto precisamente questo. - -— Lo avete detto a un dipresso, e non ci vedo gran differenza. Poi, -quel buttarmi la Venere di Milo in seconda linea! Son curiosa di -studiare un po’ da vicino quell’altra, per vedere se la Venere di Milo -meritava un così severo giudizio. - -— Venere di Milo! — esclamò il commendatore Vezzosi, che si avvicinava -in quel mentre, per andare a riporre la chicchera sulla tavola da tè. — -Siete nelle belle arti, a quanto pare? - -— Sì; — rispose la signora Elena, senza scomporsi punto. — Il signor -Aldo non trova bella la Venere di Milo, che abbiamo tanto ammirata al -Louvre, ti rammenti? Almeno volesse dirmi qual altra preferisce! - -— Sicuro, — disse il commendatore, approvando, — bisogna avere il -coraggio di manifestare un’opinione. Preferite la Capitolina, o quella -dei Medici? — - -Aldo De Rossi era sulle spine. - -— E voi, commendatore, quale preferite? - -— Io? In arte, come in tante altre cose, sono sempre del parere di mia -moglie. A lei piace la Venere di Milo? Evviva la Venere di Milo. — - -Aldo De Rossi fece un inchino, che poteva parere un atto di -approvazione, ed anche una scappatoia. - -— Ma, Gerardo, — diceva intanto la signora Elena, — stasera siete d’una -galanteria!... - -— Elena mia, non lo ripetete, ve ne prego; — rispose il commendatore -Vezzosi. — I nostri amici potrebbero argomentare dalla vostra -meraviglia che io faccia una cosa insolita, quest’oggi. — - -Aldo reputò conveniente di scostarsi alcuni passi, col pretesto di -osservare un piccolo stipo di antica fattura, che faceva bella mostra -di sè sopra una mensola addossata alla parete. Non lo vedeva già per -la prima volta; ma non voleva neanche restare come un terzo incomodo in -quella scena di tenerezze coniugali. - -Il signor Gerardo aveva dato a bella posta quel giro al discorso per -allontanare un tratto il suo giovane amico? Il dialoghetto ch’egli -ebbe con la sua dolce metà mi darebbe quasi argomento di sospettarlo, -se il commendatore Vezzosi non fosse stato superiore ad ogni sospetto -di questa natura. Diciamo dunque che non ci pensò affatto, ma che gli -cascò l’olio... No, l’immagine è brutta. Gli cascò il cacio... Peggio -che mai. Infine, lasciamola lì, e il lettore discreto metta lui quel -che gli torna meglio. - -— Vi ringrazio, sapete; — proseguiva il futuro senatore, abbassando la -voce d’un tono. - -— Ringraziarmi! E di che? — disse la signora Vezzosi. - -— Di aver tirata in ballo stasera la questione delle acque. Avevo -promesso agli amici di andare a Courmayeur, perchè, a dirvela in -confidenza, credevo che ci andasse il ministro degli esteri. Lo avevano -annunziato i giornali, quindici giorni fa. Soltanto ieri ho saputo che -andrà invece a Montecatini, e, come potete immaginarvi, ero già pentito -d’aver preso l’impegno. - -— Che? — fece la signora Elena. — Non lo avete saputo dianzi dal signor -Silvestro? - -— No, lo avevo letto iersera sui giornali; ma ho fatto mostra di non -saperne nulla. - -— Andate lì, Gerardo, che siete un gran diplomatico! — esclamò la -signora Elena, ridendo. - -— Eh! Che vi pare? — diss’egli pettoruto. — Voi, senza saperlo, siete -venuta a levarmi d’impiccio. Lo hanno sentito tutti, che il disegno di -andare a Montecatini non è venuto da me. E gli amici, che m’aspettavano -per andare a Courmayeur, non sapranno solamente da me che faccio, -abbandonandoli, un sacrifizio ad Imene. - -— Benissimo; ed io passerò per una capricciosa. - -— Via, vi rincresce tanto? Non lo siete un po’ tutte? E non avete il -diritto di esserlo? — aggiunse graziosamente il commendatore Vezzosi. - -— Politica! — disse in cuor suo la signora Elena. — Come tu trasformi -il carattere degli uomini! — - -L’ossequio coniugale non permise alla signora Vezzosi di dire: -ambizione, che forse era il vocabolo più acconcio. - -— Vedete dunque — ripigliò il commendatore, — che ho ragione di essere -contento. Non vi pare che sia andato bene, il mio cambiamento di -fronte? - -— Non poteva andar meglio; — rispose la signora Vezzosi. - -E mentalmente soggiunse: - -— Nè per voi, nè per me. — - - - - -VI. - - -Camilla Rivanera, che i miei lettori non hanno ancora veduta, nè -di prospetto, nè di profilo, ma soltanto udita nominare e criticare -leggermente in casa Vezzosi, era tutt’altro che l’innesto d’una bella -testa su d’un corpo niente più lungo d’un raperonzolo. E nemmeno si -poteva dire meritevole appena appena d’un elogio del Guadagnoli, che -dopo tutto non sarebbe da disprezzare; anzi io porto opinione che -avrebbe meritato un canto dell’Ariosto. - -Perchè dell’Ariosto? Perchè il mio messer Ludovico è dei classici -nostri quello che ha dipinte con maggiore evidenza le donne. Dante -le accenna; il Petrarca le volatilizza; il Tasso le rinfronzolisce; -solo l’Ariosto le descrive, le raffigura, le rende. Vedete ad esempio -madonna Alessandra, nel piccolo canzoniere che le ha consacrato il -poeta; vedete Alcina, Ginevra, Olimpia, Fiordispina, nelle stanze così -vere del suo fantastico poema. Quanto a Bradamante l’ho lasciata in -disparte, perchè ella non ci si vede una volta sola, ma due; una in -sè e l’altra in suo fratello Ruggero, che le somigliava tanto, da far -cascare una bella principessa nel più grave degli errori. - -Con questi principii che ho messi innanzi quasi a indugiarmi la -trattazione dell’argomento difficile, m’avvedo di essermi aguzzato il -palo sulle ginocchia, perchè il còmpito m’è diventato più malagevole -a gran pezza. Dio sa che cosa v’aspettate oramai! Ed io, povero -imbrattacarte, ardirò metter mano ai pennelli, dopo una invocazione -così pericolosa? Alla fin fine, e perchè no? Ognuno fa quel poco che -sa, e i lettori, pigliando ad imprestito da Domineddio il più bello de’ -suoi attributi, usano misericordia alle buone intenzioni. - -Veduta così nel complesso, la signora Camilla era un tipo di perfetta -eleganza. Le forme erano agili e flessuose come quelle d’una ninfa; -la testa finamente modellata; la mano di bambina; il piede di fata; -la vita snella, senza dare in quella sottigliezza, che fa temere ad -ogni tratto di vederla spezzata ad un soffio di vento per via, o alla -pressione d’un braccio virile nel vortice della danza. Per altro, la -facevano apparire più snella i pieni contorni del seno e del fianco. -Perchè non direi anche questo, se l’hanno detto tante volte i maestri? -Gli antichi dipingevano la bellezza, senza tanti scrupoli e senza -tante ipocrisie. E la pelle di grazia, come l’accarezzavano! Come ci -si fermavano su! Quella della signora Camilla, io non la paragonerò -ai ligustri e alle rose, di cui s’è fatto uno sciupìo maledetto; dirò, -quantunque non sia neppur nuovo, che era d’un bianco latteo perlato, a -cui davano risalto le sopracciglia nere e sottili, le ciglia lunghe e -morbide, gli occhi neri e lucenti come il bitume giudaico. Insomma, era -una bellezza strana, quantunque non escisse dal naturale. Piuttosto, -parevano escire dal naturale i capelli. Ne aveva una selva fitta fitta, -ed erano così lunghi, che avrebbe potuto, lasciandone ricadere il -volume, coprirsene fino oltre il ginocchio. Di questo si dubitava un -pochino, perchè non si era veduto; ma non si dubitava che fossero suoi, -cioè nati e saldamente piantati sulla sua testa, poichè ella usava -portarli acconciati con molta semplicità, e le sue caritatevoli amiche -potevano vedere che non c’erano inganni. Quei capegli, inoltre, avevano -la lucentezza e il riflesso turchino delle penne del corvo; donde una -tenue velatura d’azzurro a tutte le incavature (e stavo già per dire i -sottosquadri) del bellissimo volto. - -E l’anima? Di questa mi chiederete, non bastandovi più l’antica -sentenza che ad un bel viso risponda sempre un’anima eletta. Ma prima -di entrare in questi segreti, vi parlerò dello stato civile della -signora Camilla. Giovanissima ancora, e appena escita di collegio, -aveva sposato un uomo maturo, un banchiere. Non vi aspettate qui il -solito contrapposto e le analoghe riflessioni. Il banchiere non era più -giovane, ma era tuttavia un bell’uomo, e molto simpatico, che spesso -vale assai più. Camilla lo aveva amato, di quell’amore candido e magari -un pochettino insipido, che non nasce da profondi contrasti, che non -s’è scaldato ancora al sole delle passioni, e che ha, per dirvi tutto -in una immagine sola, i difetti e le qualità delle frutta primaticce. -Perciò, secondo l’opinione dei buongustai, bisognerebbe poter -cominciare dal secondo; ma non così tardi, che già si fosse perduto -il profumo e la delicatezza del primo. Queste sono sottigliezze di -cervelli matti, che vanno alla caccia dello strano, dell’impossibile. -Io mi contento di osservare che il primo amore di una donna non è che -una pallida immagine, una timida promessa del secondo, e ahimè, qualche -volta del terzo. La fanciulla vi concede il suo cuore con tutti i riti -e con tutte le formalità, ma altresì con tutta la tranquillità d’un -atto notarile. La leggiadra colomba non sa ancora nulla delle tempeste -del mondo e i suoi voli son brevi. Ciò ch’ella sa, quando sa qualche -cosa, è meno che nulla, poichè si tratta di una scienza imparaticcia, -mentre la vera scienza, la scienza che resta e che forma lo spirito, -è quella che s’impara per propria esperienza. Non a torto la famosa -Accademia del Cimento volle nella sua impresa il motto: _Provando e -riprovando_. - -Il banchiere non aveva fatto a sua moglie una lunga compagnia. Ricordo -del suo passaggio e segno di gratitudine per due anni di unione, -l’aveva lasciata tre volte più ricca di quando l’aveva sposata. La -giovane vedova, che era orfana per giunta, si era ritirata in casa -dello zio materno, il Roberti, presidente di Cassazione, che aveva -colta l’occasione opportuna per chiedere il suo ritiro. Personaggio -grave, il Roberti; _sanctissimus vir_, come lo avrebbe chiamato -Cicerone, se fosse vissuto ai suoi tempi; commendatore di più ordini, -gran croce dei due Santi che sapete, e credo anche della Corona -d’Italia; infine, doveva avere tutti i ciondoli dell’oreficeria -equestre italiana, salvo un certo collare, che, per ottenerlo, bisogna -essere stati molto in su, e aver avuto occasione di fare una politica -da cani. La cosa, trattandosi di un collare, s’intende alla prima, e il -ragionamento non fa neanche una grinza. - -Con tanti onori, che avrebbero fatto girar la testa a più d’uno, il -presidente Roberti era un modestissimo uomo. Aveva servito utilmente e -con decoro il suo paese ed era escito di servizio con una fama illibata -di gentiluomo e di galantuomo. Anch’egli aveva il suo difetto; ma chi -non l’ha si faccia avanti. A dirvela schietta, pizzicava d’erudito, -specie in materia d’antichità romana; effetto naturalissimo di lunghi -ed amorosi studi sulle fonti del diritto. Il _Corpus Juris_ non -aveva difficoltà, nè segreti per lui, e tutti lo consultavano come un -oracolo, pendevano dalle sue labbra, come si dovette pendere un giorno -da quelle d’Irnerio, o di Bartolo. Nella casa del presidente Roberti -convenivano spesso magistrati d’ogni categoria ed avvocati vecchi e -giovani. Questi ultimi abbondarono, quando ci entrò la nipote. Si sa, -il fare un viaggio e due servizi è sempre stato il colmo dell’economia. - -Quella bella bambina (perchè là dentro, in mezzo a tanta gravità -curiale, aveva proprio l’aspetto d’una bambina) faceva in casa del -presidente Roberti l’effetto di un raggio di sole che si disegni in -mezzo all’ombre fitte della boscaglia. Non è più uggioso quel fondo -di valle, quando il raggio allegro sforacchia audacemente la frappa -e viene a danzare sul verde tappeto che si distende sotto i gelosi -ombrelli degli abeti e dei faggi. E non parve più tanto noiosamente -erudita, nè tanto eruditamente noiosa, la società dei seguaci -d’Ulpiano. Le massime del diritto, sciorinate davanti a quella bella -creatura, assumevano aria di complimenti; gli articoli del Codice di -procedura civile prendevano (Dio mi perdoni) apparenza di madrigali. -Aveva torto marcio il contino Anselmi a dire che in casa del presidente -Roberti c’era da morire di noia, e bisognerà credere che parlasse -così, perchè la signora Camilla non aveva mostrato di gradire le sue -distillazioni. Basta così poco (una frase spensierata, un momento -di disattenzione, e che so io), per far andare in bestia un uomo di -spirito. - -Ed era strano come ella si trovasse bene, come si adagiasse facilmente, -in quella società di parrucconi. Non già che prendesse parte alle -dispute, ai consulti, ai pareri. Dio buono, non ci sarebbe mancato -altro. Quantunque, il dipingervi una bella legale sarebbe una -fortissima tentazione per il vostro umilissimo servo; il quale non -avrebbe che a frugare nei suoi ricordi, per farvela fuori, la donna -elegante e galante, che aveva le Pandette e il Digesto sulla punta -delle dita. No, la signora Camilla non sputava sentenze, nè commentava -quelle dello zio, o degli altri insigni frequentatori di casa. Infine, -non dava neanche pareri ai giovani avvocati, che (sia detto ad onor -loro) li avrebbero ascoltati a bocca aperta. Ricordate il paragone -di poc’anzi; era il raggio di sole tra le ombre del bosco; l’allegria -che vive in mezzo all’uggia e la fa sparire, o dimenticare; una cara -visione; una amabile frivolità, che non poteva disdire tra tanti -aspetti severi di uomini e di cose. - -Eppoi, non istate a credere che ella si contentasse di brillare in -casa, nella corte giudiziaria del presidente gran croce. La signora -Camilla andava spesso a feste, conversazioni e teatri, e il presidente -gran croce, che aveva una tenerezza paterna per la sua bella nipote, -lasciava per quelle sere in disparte i codici, le Pandette, il Digesto, -e tant’altre cose egualmente indigeste, per accompagnarla qua e là. Il -degno uomo avrebbe fatto qualunque sacrifizio per vederla contenta. E -tollerava, persino nel suo salotto, grave e severo come il tempio della -Giustizia, tollerava, dico, una dozzina di zerbinotti, che ad uno ad -uno si erano fatti presentare alla signora Rivanera. - -Di tanto in tanto il presidente Roberti esciva in un giudizio breve e -riciso come una massima di diritto. - -— Quel signor Zeta mi sa di sciocco. — - -Oppure: - -— Quanti seccatori ha da sopportare una bella donna come te! Le brutte -e le mediocri debbono essere più felici quel tanto! — - -Nè queste cose diceva con mal animo, o col desiderio di mettere i -vagheggini alla porta. La signora Camilla gli manifestava qualche volta -la noia che provava, di sentire tanti madrigali, e sempre gli stessi, -ogni giorno. E allora la bella vedova aveva l’aria di andare molto più -oltre del presidente gran croce. Ma egli, con la sua calma, con la sua -serenità giuridica, la riconduceva due passi indietro. - -— Adagio, Camilla; — diceva lui. — Bisogna vivere nel mondo, e il mondo -non è bello se non perchè è vario. Accetta gli uomini come sono. La -cosa non deve riescir difficile ad una donna che li accetta per modo -di dire, e può tenerli sempre ad una rispettosa distanza. Per quelli -che volessero farsi più avanti, ci sono i carabinieri; — soggiungeva -egli celiando; — e c’è ancora, la Dio grazia, un presidente di -Cassazione. — - -La signora Camilla era costretta a riconoscere che suo zio aveva -ragione, e sopportava i noiosi. In fondo in fondo ella procedeva a -sbalzi, nelle sue antipatie. E la cosa si capiva facilmente; anche -senza mettere in conto per la signora Camilla una certa festività di -umore. Chiedete a cento donne se rinunzierebbero di buon grado alla -corte di undici cavalieri, quando già ne amassero un dodicesimo. Due -(proporzione forse esagerata; ma bisogna anche essere condiscendenti, -col sesso gentile) due vi risponderanno di sì. Le altre novantotto -vi risponderanno di no, anche concedendovi che tra quei dieci non -ce n’è uno il quale franchi la spesa di starlo a sentire. La donna -è cosiffatta: l’abbiamo avvezza a non considerarsi che per la sua -bellezza, ed è giusto che ella sia venuta ad amare queste parlanti -e palpitanti testimonianze del suo potere, anche quando palpitano -con troppa facilità per molte, od esprimono troppo volgarmente -la loro passione. A questo proposito, rammenterò ciò che diceva a -me, giovinetto, una vecchia dama: — Nessun omaggio d’amore, quando -sia caldo, è volgare. — La cosa mi spiacque allora, e soltanto la -perdonai alla dama, pensando che la poverina era stata giovane ai -tempi del primo Impero, quando non si usavano mica tante distinzioni -psicologiche. Ma, andando avanti negli anni, riconobbi che la vecchia -maestra poteva aver ragione, non solamente per il primo Impero, ma -anche in tutti i tempi dell’Era nostra. La quale, non senza un grande -perchè, si chiama Volgare. - -Ho detto che la signora Camilla procedeva a sbalzi nelle sue antipatie, -e, per conseguenza, nelle sue simpatie. Aggiungerò che, per la stessa -ragione, per lo stesso amore dei contrasti, le piaceva moltissimo -quella sua vita, libera ad un tempo e rinchiusa. Era come una bella -prigioniera e per cui, nella stessa corte del castello, si facevano -tornei di galanteria, serenate e gualdane. Era sotto custodia, ma i -vagheggini le ronzavano intorno liberamente, come le solite api intorno -al solito fiore. L’austerità della casa era la sua salvaguardia; il -presidente gran croce era un carceriere molto vigilante, ma anche -abbastanza umano. Ella, in fondo, vedeva tutto, coglieva il meglio -delle galanterie universali, si lasciava amare, adorare, venerare, e -rideva. - -Come non ridere, per esempio, quando lo zio presidente le diceva: - -— Che cosa s’immagina di ottenere quel marchese Dello Stinco, con -quella figura allampanata? Ingegno non ne ha; danari nemmeno. Il suo -titolo mi pare, in verità, troppo poco. E Dio sa da quante s’è già -fatto rifiutare, prima di volgersi a te! — - -Ne cito uno, ma potrei riferirvene cento, di questi giudizi che -andavano brevi e diritti alla meta, esercitando una certa, sebbene -inavvertita influenza sull’animo della sua bella nipote. - -Che cosa aveva detto il presidente Roberti, del signor Aldo De Rossi? -Lo sapremo a suo tempo. - -Aldo aveva conosciuta la Rivanera ad una festa da ballo. Era serio, il -signor Aldo, fin troppo serio per la sua età. Ciò l’aveva colpita, e -per un po’ di tempo l’aveva distratta dai suoi eterni vagheggini. Nel -corso d’una notte, il De Rossi aveva ballato due volte con lei, salvo -errore; che potrebbero essere state anche tre. Ma, oltre la compagnia -naturale del ballo, che fa, dicono, di due vite una sola, il signor -Aldo era rimasto a parlare con lei, più a lungo che non avesse fatto -con le altre dame di sua conoscenza. Il giorno dopo aveva portati due -biglietti di visita a casa Roberti; e il presidente gran croce aveva -corrisposto a quella tacita domanda col suo delle grandi occasioni. -Ne era seguita una prima visita del De Rossi in casa Roberti; poi, -a giuste distanze, una seconda e una terza. Inoltre, il signor Aldo -aveva modo di vedere la signora Camilla in questo o in quel ritrovo -della città; di guisa che, o in casa di lei, o d’altri, o per via, -o a teatro, la vedeva spessissimo. Ma era noto che egli ne vedeva -tante altre in quello stesso modo, e la signora Camilla aveva tutto il -diritto di non dar molto peso a quella frequenza d’incontri. - -Ma un giorno, o una sera, che non ricordo bene, egli ebbe l’ardimento -di dirle: - -— Siete bella! — - -Come glielo disse? A proposito d’una veste che le andava a pennello, -o d’una acconciatura nuova? D’un quadro di Raffaello Sanzio, o -d’una fotografia dello Schemboche? D’un romanzo di Walter Scott, o -d’un articolo di giornale? Io non lo so. L’uomo che vuol dire una -cosa, trova sempre l’appiglio, e quando l’ha detta non rammenta più -donde abbia prese le mosse. Immaginate un filosofo innamorato, il -quale facesse questo sillogismo ad una donna: «L’uomo è un animale -ragionevole. Ma il quadrato dell’ipotenusa è eguale alla somma dei -quadrati dei due cateti. Dunque, signora, voi siete un occhio di sole.» -A voi quel filosofo parrebbe un matto. Ma alla signora parrebbe che -conseguenza più logica non fosse tratta mai, dacchè c’è logica al -mondo. - -La signora Camilla sorrise, alla scappata di Aldo De Rossi. -Evidentemente, da un pezzo lo aspettava lì. Quella frase trema a lungo -sulle labbra di un uomo innamorato, prima di trasformarsi in suono, -come la stilla di rugiada trema sul lembo d’una foglia prima di cadere -a terra. - -Sorrise, adunque, la bella, sentendosi salutare con quel vecchio -epiteto; indi, con aria di stupore, gli rispose brevemente: - -— Davvero? — - -Aldo De Rossi sentì il veleno dell’interrogazione e replicò: - -— Signora, io so bene che non dico nulla di nuovo. Ma che ne posso io, -se tanti parlano la mia stessa lingua? Vorrete voi levare il pregio al -pane, perchè vivete nell’abbondanza? - -— No, certamente, — rispose la signora Camilla; — abbondanza non nuoce. -Ma non posso tacervi la mia maraviglia, in udir sempre e da tutti la -medesima storia. Bisogna dire che voi altri, signori uomini, manchiate -anzi che no d’invenzione. Di grazia, non potreste una volta tanto girar -la frase altrimenti? — - -Aldo si morse le labbra e ricacciò in corpo una sciocchezza, che già -stava per escirgli di bocca. - -— Signora, — diss’egli invece, — fate conto che io non v’abbia detto -nulla. - -— Ah, così va bene; — rispose ella. - -Parve contenta, la signora; sopratutto parve non avvedersi dello sforzo -che Aldo De Rossi faceva per vincere il proprio dispetto. - -Giunsero altri visitatori, Alcibiadi, Telamoni e Ganimedi; questi -ultimi in maggior numero. Aldo era sulle spine; la signora Camilla -rideva. Come rideva bene! Se aveste veduto, che denti! E il suono -argentino della sua voce! Io rinunzio a descrivervi l’una cosa e -l’altra, chè tanto non verrei a capo di nulla. - -Del resto, i fatti incalzano, e le descrizioni non fanno procedere il -racconto. La signora Camilla si lasciò cadere il ventaglio e Tizio -lo raccolse e n’ebbe in ricompensa il permesso di tenerlo per tutta -la sera. Si parlò di parecchie signore, e Caio le disse audacemente -che essa era la più bella di tutte; nè ella volse il complimento in -burletta, come aveva fatto con Aldo De Rossi. Sempronio aveva una -gardenia: la signora Camilla ammirò la gardenia; Sempronio ebbe la -sfacciataggine di offrirgliela; essa la crudeltà di accettarla. - -Il signor Aldo non ci reggeva. Parlò poco, quella sera, e male. Si -fece battere agli scacchi dal presidente gran croce, e battere in un -modo così indegno, che il suo avversario dichiarò di non voler neanche -vantarsi della vittoria. Insomma, il poveretto non ci vedeva più lume e -avrebbe, vi so dir io, data l’anima al diavolo. - -Così presto? Ma sì, lettori garbati. In amore, un uomo non comincia -mai; cioè, mi spiego, l’amore dell’uomo non ha un vero cominciamento, -di cui si possa dire: ecco il principio. Quando ci s’accorge di amare -una donna, è finita, si è innamorati dalla testa ai piedi. Ha principio -un incendio? Quando incomincia a divampare, è già un incendio. Chi -si avvede di esso, quando è ancora latente? Il valore della parola vi -risponda per me. - -Un’altra volta, nel salotto del presidente gran croce, e nell’angolo -dove si radunava la corte della signora Camilla, il discorso era -cascato sui grandi poeti, e, come potete immaginarvi, sui loro famosi -amori. - -— Amo il Petrarca; — disse la signora Camilla. — Egli amò senza -speranza madonna Laura, fino a tanto che ella visse; la amò ancora -e la cantò dopo morta. Chi ai giorni nostri si sentirebbe di fare -altrettanto? - -— Eh! — notò Aldo De Rossi. — Non certo coloro che per una donna morta, -o sperimentata crudele, fanno assai più d’una canzone, ma si tolgono -disperatamente la vita. - -— Colpo di scena! — esclamò la signora Camilla, ridendo. — Ma neanche -questo si usa più. - -— Lo credete, signora? Non sono del tempo nostro gli amori più ardenti -del Werther e di Jacopo Ortis? - -— Due romanzi! — ribattè la signora Camilla. — E i loro autori.... -Non me ne parlate, per carità. Uno morì tranquillamente ottuagenario, -dopo aver fatto soffrire, dicono, una mezza dozzina di donne. L’altro -fu sventurato, ma non per le donne che anzi furono in parecchie a -consolarlo; tanto che egli poteva scrivere a due o tre, con la medesima -penna e col medesimo inchiostro. Credete a me, signor De Rossi. Noi, -anche senza molta esperienza di mondo, leggiamo abbastanza chiaramente -nei cuori.... - -— Sfido io! — interruppe Aldo. — Li abbiamo sulle labbra. - -— Bene, e noi ci vediamo attraverso; — replicò la signora Camilla. — -Ora, volete sapere che cosa ci vediamo di dedicato a noi? Un pochettino -di vanità, che si dilegua, se è soddisfatta, che si cangia in dispetto, -se è offesa. Fuoco di paglia; o fiammata improvvisa, e un pugno di -cenere, se la paglia è asciutta; o fumo negli occhi e soffocamento in -gola, se la paglia è umida. Non vi pare? E poi, — continuò la signora, -senza dargli tempo a rispondere, — c’è questo di peggio: che tutte le -belle cose che voi dite ad una donna, per intenerirla, le dite a tutte -le altre, e col medesimo fine. - -— Oh, questo poi! Permettete.... - -— È la verità; — ripigliò la signora Camilla. — Di grazia, che cosa -ci andate a fare, voi altri, dalla tale o dalla tal altra, spesso da -dieci o dodici tutte belle, tutte eleganti, tutte amabili? Non certo -a tacere. E se parlate, come io credo, — soggiunse ella, ridendo -maliziosamente, — che cosa direte voi a quelle gentili signore? -Dei complimenti, che avranno aria di madrigali; dei madrigali, che -somiglieranno molto a dichiarazioni. Non dite di no; questa è la forza -delle cose. - -— No, no; ad onta della vostra sicurezza, qui potreste ingannarvi; -— rispose Aldo De Rossi. — Io non credo di dire una cosa strana, -affermando che si possa conversare con una dama, anche bellissima, -parlando di cose da nulla, e facendo delle questioni accademiche; come -adesso, per l’appunto. — - -La signora Camilla diede al suo contradittore un’occhiata -compassionevole. - -— Per amor del cielo, non mi citate ad esempio la nostra conversazione. -Se io fossi un’altra donna, e sapessi di questo dialogo, o d’un altro -consimile, vi assicuro io, signor De Rossi gentilissimo, che non -mi piacerebbe niente, ma niente affatto che si disputasse di certi -argomenti, lontano da me. Del resto, — ripigliò la signora Camilla, -tornando al principio del discorso, — il Petrarca non faceva così, e -questo è l’essenziale. Egli ne amò una alla luce del sole, non vide, -non cantò, non esaltò che quell’una. Invece, eccovi qui, o signori, o -in abito di mattina, col fiore all’occhiello, o con l’abito nero, reso -ridicolo da quell’indegno pioppino, che sostituite qualche volta al -cappello _gibus_ dei vostri babbi; e in una foggia, o nell’altra sempre -in visite, in conversazioni, e in balli e teatri, sempre intorno alle -dame e pronti a ripetere la stessa musica con tutte. - -— Le apparenze ingannano, — disse Aldo De Rossi, — e vi danno buon -giuoco contro di me. Ma pensate, vi prego, che non siamo più ai tempi -del Petrarca, quando le belle usanze della cavalleria e delle corti -d’amore permettevano di mettere in piazza una donna. Ci si costituiva -suo cavaliere, si facevano per lei giostre e canzoni, senza che nessun -geloso ci trovasse a ridire. Il Petrarca è ancora uno di quelli che -hanno fatto meno, forse perchè già propendeva al canonicato, e il -signor Ugo di Noves potè averne di catti. Ma adesso, signora mia, -adesso siamo in tempi sospettosi e difficili, secondo gli altri, -ma più riguardosi, secondo me e più delicati. L’amore si nasconde -volontieri, un po’ perchè è naturalmente vergognoso, ma molto perchè -ama il mistero, come la felicità sua sorella. Ora che c’è di meglio per -nasconderlo, che il moltiplicare le apparenze? Andando a fare una corte -generica a due dame, si nasconde la tenerezza che si ha per una terza. - -— E chi vi dice che una donna voglia essere nascosta così, come si -nasconde un delitto? — gridò la signora Camilla. — Lo capisco anch’io; -generalmente una donna non si lagna di questi riguardi eccessivi, e -ve li ammette, perchè non le è dato di mutarvi il carattere. Anch’essa -ha la sua dignità e non s’ostina a tentare le opere inutili. Accade lo -stesso nella faccenda del fumare. Per avere in casa sua, a certe ore, i -civilissimi visitatori, una dama moderna è costretta a lasciar passare -le costumanze dei selvaggi. Ma ogni donna, signor mio, pensa dentro -di sè che l’uomo il quale non sa rinunziare a queste brutte usanze da -caffè, non merita che si rinunzi per lui alla pace dell’esistenza. E -ogni donna sa inoltre che l’uomo il quale non ardisce compromettersi -per lei, e comprometterla un poco, è un uomo che non l’ama davvero. - -— E l’ascoltate, allora, un uomo simile? — chiese Aldo De Rossi. - -— Lui, come tutti gli altri; — rispose la signora. - -— Sì, come tutti gli altri; — ripigliò il De Rossi, con una certa -amarezza; — come tutti gli altri, la cui assiduità, rimeritata di -piccoli favori, può far disperare un poveretto, il quale vi amerà anche -senza sapervelo dire, come piacerebbe a voi ma vi amerà fortemente! - -— Che farci? Si disperi; — disse la signora Camilla, stringendosi nelle -spalle. - -— Ma scusate; — incalzò Aldo De Rossi; — che vi fanno tanti vagheggini, -che poi non stimate niente più di quell’uno? - -— Mi dicono bella; — replicò la signora Camilla, con un leggiadro -movimento di testa; — e mi piace di sentirmelo a dire. Li tratto -come i fiori; ne aspiro il profumo, e poi.... li lascio finire come -possono. — - -Aldo De Rossi rimase male, a quella risposta della signora Camilla. Nè -altro replicò per allora. Ma più tardi ebbe il torto di ritornarci su. - -— Signora, mi permettete di dirvi che io sono quel tale.... di cui -parlavamo poc’anzi? - -— Quel tale! Chi? - -— L’uomo che.... vi ama. Sarò io proprio come un altro, per voi? - -— No; — rispose la signora Camilla. — Potreste essere di più; potreste -esser meno. - -Aldo si morse le labbra, ma non si diede per vinto. - -— Come lo indovinerò io? — chiese egli, dopo un istante di pausa. - -— Che cosa volete indovinare? — gridò la signora Camilla, rizzando la -testa e fissando i suoi begli occhi sdegnosi in volto al De Rossi. — -Qual diritto ci avete, a sapere queste cose? - -— Nessuno, certamente; — rispose egli compunto; — ma infine, poichè -l’una cosa o l’altra ho da essere, mi sembra, con vostra licenza, che -si potrebbe anche lasciarmi intendere che sorte mi tocca. - -— Ecco l’uomo! — esclamò la signora. — Ecco l’uomo che fa capolino. -Egli non ha tempo da perdere; vuole sapere alle prime se ha da restare, -o da andarsene; vuol essere il prescelto e sentirselo a dire, per -atteggiarsi immediatamente a padrone. Ora, sappiatelo, signor De Rossi, -io non voglio padroni. — - -Camilla Rivanera parlava risoluto, se badiamo alla sostanza; ma, -come avviene tra le persone a modo, il risolino, l’accento soave, la -reticenza, la pausa, temperavano spesso la severità della frase. - -Meno garbato, perchè meno padrone di sè, era il signor Aldo De Rossi. - -— Sareste senza cuore! — diss’egli. - -— Mettete che sia così, se vi piace. - -— No, non mi piace. Anzi, stavo per aggiungere: che peccato! quando mi -avete interrotto. - -— Allora, — ripigliò Camilla, scuotendo la testa, — immaginate pure che -io n’abbia. — - -E la parola e il gesto accennavano chiaramente che la signora voleva -farla finita. Ma il giovinotto non se ne diede per inteso, e continuò: - -— Ne avrete, dunque; ma non per me. Questo, volevate dire? - -— Oh Dio! — mormorò la signora, spazientita. — Per caso, signor De -Rossi, apparterreste voi alla specie dei.... — - -E si arrestò, temendo di dir troppo. Ma era fatta; ed anche un ingegno -più tardo di quello del signor Aldo De Rossi avrebbe inteso il pensiero -di Camilla e compiuta la frase. - -— Oh, ditelo pure liberamente; — gridò egli, volendo averne l’intiero. -— Dei noiosi? - -— Quasi; — fece ella, aggrottando le ciglia. - -— No signora, neanche così! — ripigliò Aldo De Rossi. — E permettete -che io ve lo provi, facendovi riverenza. — - -In queste parole si era alzato dalla scranna e salutava con molto -sussiego la signora Camilla. - -— Buona sera; — rispose la signora, senza porgere la destra, che Aldo -non aveva mostrato di chiedere poichè non aveva stesa la sua. - -E così freddamente lo rimandò con Dio. Ma in verità, io non saprei -dirvi se egli ci andasse, poichè aveva un diavolo per capello. - -Che grilli passavano per la testa alla signora Camilla? Le donne -sono creature così diverse da noi, quantunque fatte della nostra -medesima carne, che un uomo non può arrischiarsi a giudicarle da -sè. Bisognerebbe studiarle, l’una per mezzo dell’altra, mettendole a -confronto, facendole parlare, e via di questo passo. Ma neppure per -tal via ci sarebbe da cavarne un costrutto. Una donna non somiglia ad -un’altra. Ci avete mai badato, a questo fatto psicologico? Son tutte -diverse; allegre e malinconiche, leggiere e gravi, matte e savie, -gentili e contegnose, prudenti e sbadate, buonine e scontrose, si -mostrano formate di tanti elementi, e così variamente combinati che -somigliano tra loro come una partita a scacchi somiglia ad un’altra. -Lo sapete pure; si comincia sempre ad un modo, cioè muovendo le stesse -pedine; ma dopo le prime mosse, non è più la medesima cosa, e dura -la bella varietà fino al penultimo colpo. L’ultimo, rammentatelo, -riconduce le partite ad una certa uniformità, poichè si foggia per -solito su d’un ristretto numero di combinazioni. E in amore e agli -scacchi, la regina finisce sempre ad un modo: scacco matto al re. - -Ma la signora Camilla?... Voi non volete essere tenuti a bada con -le chiacchiere e tornate a domandarmi che diamine avesse in capo la -signora Camilla. Ecco, per quello che io ne so... (ma badate, so poco, -e potrei anche aver preso abbaglio) per quello che io ne so, la signora -Camilla non amava Aldo De Rossi. In fondo non amava nessuno. Li voleva -tutti devoti, e poi non sapeva che farsene della loro devozione, e -li accusava di essere sempre gli stessi piagnoni con tutte. Novità, -volevano essere, prove straordinarie, atti di valore e di sacrifizio, -come non se ne fanno più, e come non è più permesso di farne in questi -tempi volgari. Ma perchè, poi? Per premiarli con un sorriso, con una -stretta di mano, con una di quelle piccole grazie e cortesie di gran -dama, che ella usava largire al primo venuto, o all’ultimo, senza che -questi avesse compiuto nulla di grande per lei. - -Dunque, per farvela breve, la signora Camilla Rivanera non amava Aldo -De Rossi, nè altri. Le adorazioni di tutti l’avevano avvezzata a non -amare che sè stessa. L’uomo di valore che si fosse invaghito di lei -poteva dirsi perduto, se una circostanza fortunata non venisse ad -aiutarlo. Ma convenite che è doloroso aspettare la propria salute dal -caso. - -Aldo De Rossi incominciava a non aspettare più nulla. Aveva commesso -un altro errore gravissimo, incalzandola troppo con le sue furie -impazienti; aveva dimenticato quel primo tra gli elementi della -grammatica d’amore: che ogni donna vuol essere amata a suo modo. Ma, -d’altra parte, come indovinare il modo della signora Camilla? Notate -che egli non doveva indovinare una cosa sola, ma due; prima di tutto -se egli era quel tale che potesse toccarle il cuore, e poi in che -modo ci sarebbe riuscito. Ora, quando un uomo appartiene alla specie -dei noiosi, che vogliono spingere troppo oltre le indagini e andare -a fondo prima che la bella nemica (stile del Cinquecento) mostri il -petto indifeso, dite pure che succederà una catastrofe. E il signor -Aldo aveva avuta la sua. Quel giorno, se il mondo fosse stato un uovo -ed egli lo avesse avuto tra le dita, vi assicuro che si faceva una -frittata nello spazio. - -Il giorno dopo quel dialogo, Aldo De Rossi andò dalla signora Vezzosi, -ed ebbe con lei quella strana conversazione che vi ho riferita in -principio. Un altr’uomo non sarebbe più tornato dalla Rivanera. -Ma egli ci tornò. Vi ho già detto che non era un uomo perfetto. La -trovò fredda, poi gentile, poi gaia, poi niente di particolare. Egli, -quasi sarebbe inutile il dirlo, si guardò bene di toccare l’argomento -delicato. Ed ella, per caso, non fu più umana con gli altri visitatori, -di quello che fosse con lui. Mal comune è mezzo gaudio, e insegna la -pazienza a tutti. - - - - -VII. - - -Era la prima domenica di luglio. L’anno si lascia in bianco, che -tanto non vi servirebbe a nulla il saperlo. Forse vi tornerà più utile -sapere che una calessina da quattro posti, con un sopraccielo di cuoio -e le cortine di tela torno torno, secondo la foggia comune in Val di -Nievole, si muoveva poco dopo le otto del mattino, dall’albergo della -Pace, in Montecatini, andando di buon trotto su lo stradone alberato -che mette allo stabilimento del Tettuccio. - -La giornata era splendida; cosa naturalissima in luglio, che è il mese -dei solleoni e delle cicale. Ma a quell’ora non faceva ancora troppo -caldo, e le cicale cantavano con una certa moderazione. Perfino la -polvere della strada usava qualche riguardo ai viandanti, non levandosi -a nugoli intorno alle ruote delle carrozze. - -Il veicolo che v’ho accennato, dopo otto o dieci minuti di corsa, andò -a fermarsi in fondo allo stradone, davanti ad un edifizio di mezzo -colore tra il bianco e il rossigno. Era quello il Tettuccio, il primo -e il più celebre tra i molti stabilimenti termali di Montecatini, che -dispensano le acque acidulo-saline atte a rimettere in istato normale, -o quasi, i visceri dell’umanità sofferente. - -Fermato il veicolo, ne uscì fuori un cappello di paglia, indi un -tutto vestito grigio. Il cappello era largo, ma il tutto vestito era -strettino, segno che il signore che lo indossava era magro. La tesa -del cappello alquanto rilevata sul davanti, lasciava scorgere dal viso -che il signore magro era anche vecchio. Ma la prontezza con cui aveva -posto il piede sul montatoio e la sicurezza con cui era balzato dal -montatoio a terra, dimostravano chiaramente che il magro e vecchio -gentiluomo portava bene i suoi anni. Come ebbe posto piede a terra, -prese un atteggiamento nobile e franco, che, unito a certi particolari -del vestiario, come a dire i guanti di fil di Scozia, il taglio inglese -dell’abito e i solini insaldati e diritti che reggevano il mento, vi -faceva indovinare alla bella prima il pezzo grosso, il personaggio -ragguardevole. Che se voi, lettori discreti, non l’aveste indovinato, -vedendolo, ci sarei sempre io per mettervi sulla buona strada, -aggiungendovi che quel magro e vecchio gentiluomo era il Roberti, il -nostro degnissimo presidente gran croce. - -Appena fu a terra ed ebbe preso l’atteggiamento che v’ho detto, il -presidente Roberti stese la mano ad una graziosa figura di donna, che -usciva alla sua volta di mezzo alle cortine di tela del carrozzino. -Non vi descriverò l’abbigliatura, perchè, con questa benedetta moda -che cangia tutti gli anni, rischierei di parervi un antiquario oggi, e -a dirittura un archeologo domani. Vi dirò soltanto che era una bella -nuvoletta bianca, picchiettata di lilla; nella quale immagine, che -non sembrerà più ardita dopo l’_aria tessuta_ di mastro Giovenale, -vi è lecito d’intendere che la signora indossava una veste di stoffa -bianca e leggiera, con certi cappiolini di nastro color lilla. Ed anche -lei portava in testa un cappello di paglia; ma era paglia di riso, -per stare in armonia con la bianchezza della veste; e i larghi nastri -ond’era adornato, le facevano un gran fiocco sotto la gola. Che candore -abbagliante di collo, tra quel gran fiocco lilla e la gorgiera della -veste! E che luccichio d’occhi neri, sotto la leggiadra curva di quel -cappellino bianco! E che grazia di sorriso tra quelle guance di rosa! E -che splendore di perle tra quelle labbra vermiglie! Insomma, lettori, -io non ve ne dico altro, poichè avete riconosciuta la signora Camilla -Rivanera, la bellissima vedova, che pareva sempre una fanciulla da -marito. - -Infatti, chi non l’avrebbe creduta la figlia del presidente gran croce, -vedendola entrare, al suo fianco, sotto l’atrio del Tettuccio? Tutti, -io credo, salvo quei pochi maligni, a cui potesse passare per la mente -che ella fosse sua moglie. Bartolo non fu sul punto di sposare Rosina? -E Donna Sol non corse il rischio di andar moglie a Ruy Gomez de Silva? -Anche ai dì nostri son cose che si dànno, per consolazione dei vecchi e -per disperazione dei giovani. - -Erano soli, come due sposi, in piena luna di miele, quando entrarono -sotto l’atrio del Tettuccio. Ma dovevano essere riconosciuti -e accompagnati ben presto. Il sopraintendente governativo del -Tettuccio (perchè le acque del Tettuccio scorrono col visto e sotto -la sorveglianza dello Stato) si era fatto incontro al presidente -gran croce. E il ragguardevole uomo, ascoltate con molta benevolenza -le parole di ossequio del giovane ufficiale, gli aveva stesa con -altrettanta degnazione la sua mano di giustizia in ritiro, accettandolo -ad introduttore negli orti saluberrimi. - -Vi ho già detto che erano passate di poco le otto del mattino. Il -Tettuccio era pieno zeppo di eleganti ammalati. La cura di Montecatini -è tutta mattutina e si fa regolarmente prima dell’asciolvere; di guisa -che il fortunato bevitore delle acque acidulo-saline ci ha tutto il -tempo di seccarsi fino all’ora del pranzo, ed anche più in là. Si -lasciano le molli piume tra le sette e le otto; si sale in carrozza e -si va al Tettuccio; si siede colà, sotto i porticati, o lungo i viali, -o tra le aiuole; si barattano quattro ciarle con le proprie conoscenze, -quando se ne hanno, o si sta a guardare intorno, aspettando di farne; -intanto passano gli acquaiuoli coi bicchieri e le caraffe piene delle -linfe salutari; si stende la mano, si prende un bicchiere e lo si -beve a lenti sorsi. È di buon gusto il chiacchierare tra una sorsata e -l’altra, tenendo il bicchiere all’altezza del mento. I discorsi, poi, -hanno da essere ameni. Galanteria, se ci sono signore nel crocchio; -ma la politica deve far capolino di tanto in tanto; se no, correte il -rischio d’esser preso per un uomo da nulla. - -Perchè ciò? Perchè Montecatini è il luogo di cura, la _statio bene -fida_ degli uomini politici, a cui danno molestia le bili accumulate -nei cinque o sei mesi d’una sessione parlamentare. Il fegato è un -viscere eminentemente politico. Guai all’oratore, stanco delle -infeconde battaglie della parola, che non si consegna una volta -all’anno alle terme Leopoldine, al Bagno Regio, al Tettuccio, -all’Olivo, alla Regina, al Cipollo, al Rinfresco, e via discorrendo a -qualcheduna delle preziosissime polle minerali di Valdinievole, per -ritemprarvi le forze! Lo stesso Antèo, il famoso gigante che ebbe a -lottare con Ercole, se vivesse ai dì nostri, non vorrebbe toccar terra -che a Montecatini. - -Per queste ragioni, ogni anno, tra giugno e settembre, in mezzo a dame -clorotiche e anemiche, a banchieri pletorici, a generali reumatizzati, -a giovinetti rachitici, a tenori e baritoni infreddati, si vedono -molti infermi di una malattia particolare, riconoscibili alla medaglia -di San Venanzio che ciondola loro sul petto, sospesa alla catenella -dell’orologio. E si sentono qua e là, nel pigia pigia, dei discorsi -come questo: - -— Oh, buon giorno! Come stai, mio caro? Quando sei giunto? - -— Ieri; e tu? - -— Io da sei giorni, ed ho già passato trenta bicchieri. E che nuove da -Roma? - -— Niente di bello. Il Ministero si sosterrà. - -— Sfido io! Siamo in vacanze. Ma lo voglio vedere alla riapertura. - -— Hai già un’interpellanza in corpo? - -— Una, per ora; ma fra due mesi ne avrò quattro. Così non può durare. - -— Oh, per questo hai ragioni da vendere. Se ne parlava ancora l’altra -notte in strada ferrata con l’onorevole Bulinelli. Sai che gli -hanno rovinato il collegio, con quella concessione di nuove sezioni -elettorali separate? Il Bulinelli è fuori della grazia di Dio. Lo -sentiranno. Egli è uno dei cinque che capiscono qualche cosa nell’arabo -dei bilanci, e pretende che ci siano più errori che cifre. - -— Cifre arabiche; errori arabici, mio caro! - -— Ah sì, tu ci hai sempre la burletta. Si vede che le acque ti giovano. - -— Di’ piuttosto che non mi mutano. Ho piacere che il Bulinelli sia -in collera. Quantunque io dubiti sempre, dopo il suo _sì_ dell’anno -scorso. — - -Il _sì_ dell’on. Bulinelli è tanto grazioso, che non si può accennarlo, -senza raccontarne la storia. Era imminente a Montecitorio una votazione -importante, da cui doveva dipendere la sorte del Ministero, e questo -e l’opposizione battevano di continuo il telegrafo, per chiamare i -tiepidi a Roma. All’ultimo giorno della discussione, che era stata -tirata in lungo oltre il convenevole, per dar tempo alle ultime -categorie di giungere sul campo, non si poteva ancor prevedere di -chi sarebbe stata la vittoria. Quindici voti di assenti, che potevano -capitare coll’ultima corsa, erano dubbi, e la vittoria dipendeva dal -voltarsi che una metà di quei quindici avrebbe fatto o da una parte o -dall’altra. - -— Come voterà il Bulinelli? — si chiedeva dai capi dell’opposizione, -raccolti in una sala di Montecitorio, in prossimità dell’ingresso. - -L’accenno al Bulinelli era cagionato per l’appunto dalla apparizione di -quell’onorevole uomo nell’anticamera. - -— Aspettate; — disse un amico; — vo a tastargli il polso. — - -E andando incontro all’onorevole Bulinelli, e messagli amichevolmente -una mano sulla spalla, gli disse: - -— Buon giorno! Sei giunto ora? - -— Sì, non ho avuto neanche il tempo di smontare all’albergo, tanto mi -premeva di essere al mio posto. Sai che nelle grandi occasioni io non -manco mai al mio dovere. - -— Soldato vero e fedele alla bandiera! — esclamò l’amico, premendo -forte con la palma della mano. — E che ti pare del Ministero? Hai -veduto che povertà di ragioni, nel discorso del guardasigilli? - -— Non me ne parlare! Ho letto il rendiconto telegrafico e m’è bastato. -Ma sai che ci vuole un bel coraggio? - -— Dunque, voterai contro? - -— Si domanda? Contro, arcicontro, contrissimo. - -— Ah, bene! — esclamò l’amico, noverando un voto di più per -l’opposizione. - -Poco dopo si entrò nell’aula. Si svolgevano gli ultimi emendamenti -dei vari ordini del giorno; poi, come al solito, si ritirarono cinque -o sei ordini del giorno, e i rispettivi emendamenti, non restando al -contrasto che l’ordine del giorno accettato dal Ministero e quello -delle opposizioni collegate. Venne fuori la solita domanda di votare -per appello nominale, e i segretari della presidenza misero mano agli -elenchi. S’incominciò a leggere i nomi, dal banco della presidenza, e -a sentire i sì e i no, diversamente modulati, da questa e da quella -parte dell’aula. La prima lettera dell’alfabeto, povera anzi che no -di cognomi, si mantenne in un prudente equilibrio di sì e di no. -La seconda lettera, più ricca, ma ancora troppo lontana dal mezzo -dell’alfabeto, diede una certa prevalenza ai sì. Fortunatamente -l’opposizione contava su certi nomi sicuri, che avrebbero rimesse -le parti in bilico. Tra questi, come v’ho detto, era il nome -dell’onorevole Bulinelli. - -Finalmente ci s’arriva; il segretario grida il nome del Bulinelli. E il -Bulinelli, con una voce che potrebbe dare l’intonazione alle trombe del -giudizio, risponde: - -— Sì! - -Gli oppositori si guardano scambievolmente, poi guardano l’amico che -aveva annunziato loro il no dell’onorevole Bulinelli. L’amico allunga -le labbra e si stringe nelle spalle. Intanto, l’appello nominale -continua, e un’ora dopo è finito. Il Ministero ha vinto per soli cinque -voti, ma ha vinto, e questo è l’essenziale. E insieme col Ministero -ha vinto anche l’onorevole Bulinelli, che si trova rassodato nel suo -collegio per un altro bimestre, cioè fino ad un altro appello nominale -e ad un altro pericolo di crisi ministeriale. - -— Che vuoi? — diceva quella sera l’onorevole Bulinelli all’amico, -che gli domandava la ragione del suo voto. — Avevo promesso un no, -e sarebbe stato un no tanto fatto, perchè io, come sai, non guardo -in faccia a nessuno. Ma il presidente del Consiglio e il ministro -degl’interni mi han preso in mezzo, mentre andavo a fumare il mio -sigaro tra un emendamento e l’altro; mi han condotto nei corridoi; mi -hanno date spiegazioni sufficienti della loro politica. Infine, che ti -dirò? Mi hanno persuaso.... almeno per ora. E tu capirai.... - -— Capisco, capisco; — interruppe l’amico. — Sarà per un’altra volta. - -— E col medesimo risultato; — soggiunse mentalmente un collega, che -aveva colto quel dialogo a volo. - -Vi ho raccontato questo piccolo episodio della vita parlamentare -italiana, perchè m’è venuto a taglio, anzi per dire più esattamente, -m’è sgocciolato dalla penna; ma non istate a credere che io voglia -trattenermi con gli uomini politici raccolti al Tettuccio. Seguiterò -invece la signora Camilla Rivanera, che entrava nello stabilimento, -con quella dignità, con quella scioltezza di modi, e infine con quel -possesso di scena, che contraddistingue le dame, queste prime attrici -della commedia sociale. Oramai, signori belli, o prime attrici, o -nulla. Le ingenue non sono più di moda, e sto per dire neanche le -amorose. Almeno, l’apparenza della cosa non ci ha da essere, perchè -stonerebbe maledettamente in mezzo a questa cara finzione. Anche le -fanciulle contraggono nell’uso del mondo un’aria di padronanza che -farebbe trasecolare i nostri bisnonni, se tornassero mai, per loro -tormento ineffabile, a recitare nella sullodata commedia la loro parte -di caratteristi. Disinvoltura vuol essere, e magari anche audacia. Ogni -altra maniera di portamento, ogni altra espressione di volto, saprebbe -di provinciale e di goffo. La donna gentile, che Dante ha descritta -a passeggio in sonetto immortale, farebbe una brutta figura ai tempi -nostri e lungo i margini delle nostre vie. Ci si fermerebbe ancora a -guardarla, perchè la bellezza vuol sempre il suo omaggio consueto, ma -si borbotterebbe tra i denti: — Che peccato! Ha un’aria molto sciocca. - -Il presidente Roberti, magro profilo d’uomo, perduto nello splendore -mattutino della sua bella nipote, come un povero satellite nella luce -di Giove, andava cercando con l’occhio un sedile vuoto. Tutto ad un -tratto, gli baluginò sugli occhi un cappello che descriveva la sua -parabola davanti a lui e gli venne all’orecchio una voce ossequiosa. - -— Signor presidente, i miei rispetti! — - -Il presidente si volse, riconobbe il personaggio e, fermandosi con atto -di lieta meraviglia, gli disse: - -— Cavaliere Sestavalle! Anche Lei a Montecatini? - -— È la mia stazione di tutti gli anni; — rispose l’Alcibiade, -inchinandosi. — E mi è permesso di ossequiare la signora, e di -chiederle notizie della sua salute? Quantunque, — soggiunse, piegando -il busto e rimpicciolendo le labbra, — non sarebbe il caso di -domandarne, vedendo quel florido aspetto. — - -La signora Camilla sorrise benignamente e stese la sua leggiadra manina -al cavaliere Sestavalle. - -— Troveranno qui parecchie conoscenze; — ripigliò l’Alcibiade, -prendendo posto a fianco della signora Camilla. - -— Davvero? — esclamò la signora. — E chi? - -— I Vezzosi, prima di tutti. Eccoli là, nella rèdola a sinistra. Li -hanno veduti per l’appunto, e il commendatore Gerardo si alza per -venirli ad incontrare. — - -Infatti, il signor Gerardo si era levato allora dal suo sedile, accanto -ad una tavola di marmo, e muoveva frettolosamente verso il viale. -L’atto premuroso richiedeva una pronta voltata verso la rèdola, e la -signora Camilla fece ella stessa una parte di strada, tanto più che -dietro al signor Gerardo aveva veduta la signora Vezzosi, che era -seduta presso la tavola, e aveva al fianco parecchi cavalieri, tra i -quali il signor Aldo De Rossi. - -Anche la signora Elena si alzò per muovere incontro all’amica, e -avvenne la solita scena commovente delle due dame che si combinano a -caso, dopo un certo periodo di separazione. L’incontro di due stelle -è sempre un cataclisma, nelle regioni celesti; ma in terra, la cosa -ha più modeste apparenze, quantunque non meno degne di osservazione. -Generalmente, le stelle terrestri (passatemi lo strano accoppiamento di -vocaboli) hanno qualche cosa da invidiarsi a vicenda, o la bellezza, o -la gioventù, o un bel paio di pendenti, o una abbigliatura di Worth, o -un cavalierino di garbo. E frattanto si ammirano, si baciano, si dicono -delle paroline inzuccherate, che farebbero correre l’acquolina alla -bocca, se non si pensasse che lo zucchero è di quello che riveste le -pillole; roba per solito amara, e qualche volta, velenosa. - -— Sei qui, mia cara! Che fortuna! Ma sai che diventi ogni giorno più -bella? - -— Che dici? Sei tu che risplendi come un sole. E avevi bisogno di -questa cura? - -— Che! Non faccio cura. Seguo il mio signore e padrone. E neanche tu, -m’immagino, sarai venuta per bere. - -— Oh no, sicuramente. Io seguo lo zio, come, vedi. - -— Ad ogni modo, ringraziamo il sesso forte e le sue debolezze, poichè -ci si guadagna di vederci e di stare un po’ insieme. In città non è -possibile. Tu ci hai il tuo trono.... - -— E tu la tua corte. - -— Carina! Qui invece potremo fare un regno solo, non è vero? Ti -presenterò i miei cavalieri e saranno i tuoi. — - -Ad un discorso di questa fatta, si sa, i cavalieri s’inchinano, senza -muovere un lagno, per essere stati regalati così alla libera, come ai -tempi antichi una coppia di schiavi. - -La signora Elena Vezzosi non aveva da presentare nominatamente il -signor Aldo De Rossi, che era per la signora Camilla una conoscenza -già fatta. Ma ella reputò necessario, indicandolo dopo gli altri, di -soggiungere, con l’aria più naturale del mondo: - -— Vedi, abbiamo anche trovato a Montecatini il signor De Rossi, che -fa le sue gite, senza darne cenno a nessuno. Ma per questa volta lo -abbiamo sorpreso, e lo riterremo prigioniero di guerra. — - - - - -VIII. - - -Aldo aveva salutata la signora Camilla con un muto inchino, ma anche -con una confusione più eloquente di qualsivoglia discorso. La signora -Camilla, dal canto suo, fin dalle prime parole di Elena, aveva -mormorato quel certo «_ah sì?_» mezzo interrogativo e mezzo sbrigativo, -con cui se la cava chi non ha da dir nulla e vuole tuttavia aver l’aria -di dire qualche cosa. - -Intanto il signor Gerardo e il Roberti avevano cominciato a -chiacchierare tra loro. Il commendatore Vezzosi era felice di aver -trovato un presidente gran croce, in mancanza dei due ministri, che non -si erano ancora lasciati vedere in Valdinievole. Cinque minuti dopo, -il presidente Roberti, seduto presso la tavola dei Vezzosi, aveva già -bevuto due bicchieri dell’acqua salutare e sorbito un discorso politico -del commendatore Gerardo. - -La signora Camilla, ultima arrivata a Montecatini, accettava di buon -grado gli uffici del cavaliere Sestavalle. Il vecchio Alcibiade s’era -tramutato nel più compiacente dei Ciceroni, e le andava sciorinando -i nomi di tutte le signore che passavano a mano a mano lungo il viale -d’entrata. La rassegna del Sestavalle comprendeva contesse veneziane, -marchese fiorentine, duchesse napolitane, principesse greche, -moldovalacche e via discorrendo. Perchè c’era di tutto laggiù, e il -cavaliere Sestavalle era già informato di tutto. - -Aldo De Rossi, presa di fianco alle dame una posizione modesta, ma -buona, come tutte le posizioni modeste, sorrideva col sommo delle -labbra alla signora Elena, ogni qual volta essa gli volgesse il -discorso; ma intanto era tutt’occhi per la signora Camilla. Felice -quando ne incontrava lo sguardo! Ma erano istanti brevissimi; lo -sguardo della signora Camilla passava, e la bellissima donna aveva -l’aria di non essersi neanche avveduta delle sue contemplazioni. - -Poco stante, le signore si mossero, per fare un giro nello -stabilimento. Si sentivano dal fondo gli accordi d’un concertino di -pianoforte e di flauto, musica improvvisata da suonatori girovaghi, -che volevano parere artisti di passaggio, e la signora Elena propose di -andare nella sala del concerto. Intanto la signora Camilla, che veniva -per la prima volta a Montecatini, doveva conoscere in ogni sua parte lo -stabilimento del Tettuccio, vedere la fonte, il giardino e il _bazar_. -Mercè una sapientissima mossa strategica, Aldo De Rossi aveva ottenuto -di trovarsi al fianco della signora Camilla, cacciandone il Sestavalle, -che dovette appoggiare a sinistra, verso la signora Elena Vezzosi. E -perchè lungo il viale, in mezzo al viavai della gente, non si poteva -marciare per quattro, ne venne che la fronte si spezzò subito in due. -La signora Elena andò innanzi con l’Alcibiade; il presidente gran croce -e il commendatore Gerardo venivano indietro, con una gravità degna di -loro: Aldo e Camilla si trovavano soli nel mezzo. - -— Che fortuna per me, signora! — disse Aldo in modo da non essere udito -dalla prima, nè dalla terza fila. - -— Fortuna! Di che? — esclamò la signora Camilla. - -— Ma.... di avervi incontrata; — rispose il De Rossi. — - -La signora Camilla si volse a mezzo e lo guardò co’ suoi begli occhi -neri, in atto di curiosità, mentre le labbra vermiglie s’increspavano -ad un risolino sarcastico. - -— O non lo sapevate, di dovermi incontrare? — gli chiese. — - -Aldo rimase un po’ sconcertato da quella domanda e dall’espressione di -quel sorriso. Tuttavia volle provarsi a rispondere. - -— Anche a saperlo prima, sarebbe sempre una fortuna; — diss’egli. — Non -potevate avere mutato opinione? - -— Ah, bene! — esclamò la signora Camilla. — Voi mi fate molto volubile, -signor De Rossi! Ma badate, nel caso presente l’accusa non verrebbe a -me, sibbene a mio zio. Vi ha proprio l’aria di un uomo volubile? — - -Aldo De Rossi era lì per rispondere qualche altra sciocchezza; -ma proprio in quel punto il fermarsi improvviso della prima fila -richiamava ad altro argomento l’attenzione della signora Camilla. -Un nuovo venuto salutava la signora Elena indi si volgeva con atto -ossequioso alla compagnia. Il nuovo venuto era il contino Anselmi, -sempre elegante, sempre gaio, sempre contento di sè, quantunque non -fosse poi tanto imbecille, come qualche volta gli piaceva di chiamarsi, -per antivenire il giudizio de’ suoi contemporanei. - -Le tre file si erano tramutate in un crocchio. E il commendatore -Gerardo aveva presentato il contino Anselmi al presidente gran croce. - -— Non è necessario: — disse il presidente. — Col signor conte ci -conosciamo da un pezzo. — - -Così dicendo, stendeva la mano, che il contino Anselmi fu pronto -a stringere, non senza un atto del capo, che faceva fede della sua -reverenza e della sua gratitudine. - -— Quantunque, — entrò a dire la signora Camilla, che aveva già ricevuti -gli omaggi del nuovo venuto, — sarebbe quasi necessario di rinnovare la -presentazione. - -— Perchè mi si vede di rado? — chiese l’Anselmi ridendo e inchinandosi -di bel nuovo. — Ma la colpa non è mia. - -— Stiamo a vedere che è nostra! — ribattè la signora Camilla. - -— Per l’appunto, — replicò l’Anselmi, — e si vede che le vostre labbra, -o signora, hanno l’uso delle verità. Conosco due virtù che stanno ad -alloggio nella medesima casa; la grazia e la giustizia; — soggiunse -amabilmente il contino, accompagnando i due sostantivi con due guardate -consecutive alla signora Rivanera ed al presidente Roberti. — Con che -coraggio ci entrerebbe la mia dappocaggine? - -— Ecco un pretesto che vuol parere un complimento; — notò la signora -Camilla. — Lo accetteremo per un complimento, zio? - -— Oh, ve ne prego, signora; — gridò il contino Anselmi; — non -interrogate il magistrato. Egli mi condannerebbe. — - -Il presidente gran croce, chiamato in causa a quel modo, reputò -necessario di fingere altrettanta gravità, quanta era stata nel contino -Anselmi la finzione dello spavento. - -— Forse perchè vi sentite colpevole? — diss’egli. — Ma badate, signor -conte; io non fo più sentenze da molti anni. L’ultimo uffizio che ho -tenuto, è stato quello di cassare le sentenze degli altri, quando mi -accadeva di ritrovarci un vizio di forma. Se mia nipote vi condannasse, -vedrei.... - -— E cassereste la sua sentenza per vizio di forma? Meno male; — replicò -l’Anselmi. — Ma io, ringraziando Vostra Eccellenza, non approfitterò -della cortesia. Per una sentenza della signora Camilla io non ricorrerò -mai in cassazione; foss’anche una sentenza di morte. — - -Così chiacchieravano allegramente, andando a lenti passi verso la sala -del concerto. Intanto, il signor Aldo De Rossi era sulle spine. - -— Che sciocchezze! — disse egli tra sè. — Non capisco come il -presidente ci trovi gusto. — - -Se la pigliava col presidente, ma in fondo in fondo l’aveva con la -signora Camilla. E si doleva che quel perondino vanaglorioso fosse -venuto in mezzo con le sue ciance, per prendersi il primo posto. Ma -già, l’occasione è di chi si caccia avanti e sa afferrarla per il -ciuffo. - -A farlo a posta, la signora Camilla non aveva occhi nè orecchi che per -il contino Anselmi; e questi, molto naturalmente, senza che Aldo De -Rossi potesse lagnarsene, prese il suo posto a fianco della signora. -Non doveva egli continuare una conversazione che ella mostrava di -gradire? - -Sì, questo andava benissimo; il ragionamento non faceva una grinza e al -signor Aldo gli toccava di rassegnarsi. Solo una cosa non poteva mandar -giù; che la signora Camilla potesse dilettarsi di quelle ciarle senza -sugo, di quei complimenti smaccati, di quelle amplificazioni noiose. -Ma dobbiamo noi pensare in tutto e per tutto come il signor Aldo De -Rossi? E la signora Camilla non meritava in questo caso le circostanze -attenuanti? In società siamo tutti un po’ facili a giudicare secondo -il nostro tornaconto, e il non vedere che poi ci rende ingiusti con -gli altri. Ma se il signor Aldo non ci pensa, a queste cose, dobbiamo -pensarci noi; ricordare ad esempio che si era in viaggio, lontani da -casa, da tutte le cure e da tutte le serie occupazioni della vita. In -simili casi l’incontro di un grazioso cavaliere, d’un capo ameno, è -sempre una fortuna; ed è naturale che si faccia festa all’uomo che può -e vuole tenere allegra la compagnia. Gli uomini che ci hanno una spina -nel cuore farebbero bene a starsene a casa, o a viaggiare da soli. -E chi sa? Forse, viaggiando da soli, s’imbatterebbero in una società -nuova per essi, nella quale non avrebbero sopraccapi, e per la quale -sarebbero aiuti preziosi. Tanto è vero che nel mondo c’è posto per -tutti. L’essenziale è di trovare quel posto. - -Forse ne aveva già fitto l’esperienza, il signor Aldo De Rossi, che si -trovava libero di cuore e franco di lingua presso la signora Vezzosi, -mentre era così triste e ingrugnato (diciamo pure la brutta parola) -presso la signora Camilla? Ora, nella battaglia della vita, chi ha la -mente serena è sicuro del fatto suo. - -Bel ragionamento, del resto! Andatelo a fare a chi soffre. Ogni nato -di donna ha da seguire il suo fato. E il fato moderno, più vero -dell’antico, è costituito da tante piccole cause inavvertite, che -vi fanno rete intorno alla persona e vi trascinano di concessione in -concessione, di debolezza in debolezza, agitandovi di qua e di là come -il vento la piuma. E guai a chi è leggiero com’essa; guai a chi non ha -un bricciolo di volontà, per resistere in qualche modo e sottrarre una -parte di sè medesimo all’azione combinata delle piccole cause! - -Intanto, il nostro Aldo si foggiava i proprii mali. Già se li vedeva -compendiati in quel principio di sofferenze, come una commedia antica -nell’argomento di cui l’hanno provveduta i grammatici. Era, lui, -proprio lui, che col suo tirarsi in disparte, col suo metter broncio, -rendeva possibile il peggio. - -E pensare che quella mattina egli era tanto felice! E i giorni -addietro, che ansietà fanciullesca, ma piacevole, ad aspettare l’arrivo -della signora! Confuso tra quella moltitudine elegante che si accalcava -ad ogni arrivo di treno sull’asfalto della stazione di Montecatini, per -veder giungere i nuovi compagni di cura, egli aveva finalmente veduto -scendere da una carrozza di prima classe il presidente Roberti e la -sua bella nipote. Non si era fatto avanti, volendo assaporare la sua -gioia, e procurarsi il piacere di dire più tardi alla signora Camilla: -— Sapete? Io ero là. Avevate un cappellino così e così, con un velo -del tal colore, una cappa, o una mantellina del tal altro. — E fuori -della stazione l’aveva pedinata fino all’albergo della Pace, dove egli -stesso era sceso due giorni prima ad alloggio in compagnia dei Vezzosi. -E quella sera, scambio di andare al Casino, che era il luogo di ritrovo -della buona compagnia, era stato a piuolo sotto le mura dell’«albergo -avventurato», che egli, con le parole del Giusti, aveva cantato a -mezza voce «soave asilo di gioia e piacer.» E più tardi, esciti i -Vezzosi dal Casino, aveva data la lieta notizia alla signora Elena, -prima di augurarle la buona notte. Lieta notizia per lui, si capisce; -e poco gl’importava che non fosse ugualmente lieta per lei. Anzi, a -dirvela schietta, non era stato neanche a pensarci su. Un uomo felice -crede che tutti debbano esser felici con lui, e per la stessa ragione. -Quella notte aveva dormito poco. Alla mattina, per tempissimo, era già -alzato, per far la ronda sotto certe finestre. Sapeva già, infatti, a -che numero alloggiava la signora Camilla. Poi, era andato al Tettuccio, -senza neanche aspettare i Vezzosi. In verità, dormivano troppo, i -suoi compagni di viaggio, e si sarebbe detto che fossero andati a -Montecatini, non già per far la cura delle acque, ma quella del sonno. - -Eppure, quantunque non provassero le sue impazienze, i Vezzosi -erano giunti in tempo, cioè molto prima della signora Camilla, allo -stabilimento del Tettuccio. Segno evidente che aveva avuto torto lui -a non aspettarli, come nei giorni antecedenti. La signora Elena non -si era mica trattenuta dal dirglielo, con la sua aria maliziosa. — Che -fretta, stamane! — Ed egli, a quella osservazione, si era fatto rosso, -come un monelluccio colto in flagranti. Ma via, siamo giusti; poteva -egli operare diverso? Gl’innamorati son tutti così. Triste colui che -non li sente più, questi benedetti spasimi della passione! Egli potrà -benissimo vantarsi di aver girato il capo delle Tempeste; ma questa -cara filosofa non varrà a consolarlo dagli ardori svaniti. - -Sebbene, un mio amico che la sa lunga.... Ma non facciamo digressioni. -È un amico che dice spesso le sue corbellerie, e qualche volta ne -scrive, che è peggio. - -L’entrata della signora Rivanera nella _Kursaal_ (scusate il vocabolo -esotico, ma bisogna conformarsi all’uso e chiamare _Kursaal_ il -recinto delle acque salutari) aveva destato nella folla un movimento di -curiosità e di ammirazione; di curiosità nelle donne, di ammirazione -negli uomini. La bellezza non si mostra impunemente, neanche ad -un consesso di Areopagiti. Tutta quella gente seduta, o disposta -a capannelli lungo i viali, poteva contemplare a suo bell’agio la -nuova venuta, come mille spettatori contemplano una prima attrice -sul palcoscenico. L’effetto era stato grande, ed accompagnato da quel -bisbiglio, che vale per una bella signora come per la prima attrice -l’applauso. Ma in un paio d’occhi brillavano compendiate le ammirazioni -universali; in un cuore ardevano tutti gl’incensi che la moltitudine -degli ammiratori avrebbe potuto bruciare ai piedi di quella bellissima -sconosciuta. E come, in quel punto, la Valdinievole s’era illuminata -per esso! La _Kursaal_ del Tettuccio era da quel momento il centro -della terra, il nuovo meridiano, da cui Aldo De Rossi avrebbe misurate -le distanze. La signora Elena aveva veduta la Rivanera qualche momento -prima che la vedesse il Sestavalle; ma assai prima della signora Elena -l’aveva veduta Aldo De Rossi, e si può dire che la signora Elena -volgesse gli occhi all’ingresso dopo avere osservato un improvviso -scolorimento sul viso di lui. Non vi dirò (e se ve lo dicessi non -lo credereste) che la signora Elena fosse molto contenta di ciò. Una -bella donna non vede mai di buon occhio questi omaggi resi ad un’altra, -anche quando ella abbia conchiuso il patto che la signora Elena aveva -conchiuso, bontà sua, con Aldo De Rossi. Strano patto, del resto! E -la signora Vezzosi non ci aveva proprio un secondo fine, appiattato -negli abissi del cuore? Si sa, le donne si lasciano tentare dalle idee -bizzarre, e l’impossibile ha il privilegio di allettarle. Combattere, -rapire il cuore di un uomo al fascino che lo possiede, e poi.... E poi, -chi sa? Forse non sapere che farsene. Anche i bambini piangono e si -disperano per un giocattolo; quando son giunti ad averlo tra le mani, -lo spezzano. - -Il cavaliere Sestavalle, Alcibiade primo, si era mosso per andare -incontro alla Rivanera e allo zio presidente gran croce. La signora -Camilla si era voltata, aveva visto Elena e si era affrettata ad -andare verso la tavola di marmo. Le due signore, che si salutavano -appena nella loro città natale, diventavano amiche alle acque. Ed era -naturale, perchè la comunanza del divertimento è più che bastante a -generare l’amicizia, o almeno almeno l’intimità. Aldo De Rossi era -a Montecatini insieme coi Vezzosi; poteva dunque ripromettersi di -vedere la signora Camilla ogni giorno ed ogni ora. E già il poveretto -assaporava le delizie di quel suo paradiso. Ma egli non aveva preveduto -ciò che avviene alle acque, dove l’intimità, facile per uno, è -ugualmente facile per molti. Per l’appunto, anche il contino Anselmi -si era fatto avanti; e non si era mica contentato di un saluto, di una -stretta di mano, e di quattro chiacchiere; no, si era ficcato in mezzo, -e di primo acchito aveva occupato il posto del signor Aldo presso la -signora Camilla. E lei, di schianto, gentilissima col contino Anselmi; -mentre con lui, col povero Aldo, si era tenuta in un riserbo direi quai -diplomatico. - -Strana cosa! La Rivanera e l’Anselmi non si vedevano spesso. Il contino -aveva conosciuta la signora Camilla in una festa da ballo, come Aldo -De Rossi, ma, andato a farle visita, non c’era tornato che rarissime -volte, e poi non s’era più presentato affatto. E il De Rossi, che -vedeva tutto, non contava più l’Anselmi tra i rivali possibili. Ma -ecco, di punto in bianco, il presidente Roberti e la sua bella nipote -credevano necessario di rimproverare all’Anselmi la sua negligenza. -Che bisogno c’era di notare la cosa? Non era padrone il contino di -andare dove meglio voleva? E perchè dargli argomento d’insuperbirsi? di -sperare Dio sa che cosa? Perchè oramai, il contino Anselmi si sarebbe -fatto un dovere di piantarsi ai fianchi del presidente Roberti. - -Queste cose non c’è mestieri di studiarle, si capiscono alla prima. -Un uomo vede una donna per un anno e per due, senza innamorarsene, -quantunque sia bellissima tra le belle. Ma dategli l’occasione, e -s’accenderà come un fiammifero. - -O dove ci aveva la testa, il presidente gran croce? Ed era dunque -da credere che per piacere alle donne, per farsi ricercare da esse, -occorra di trattarle male? Aldo De Rossi ci pensò tutto il tempo che -rimase nella sala del concerto; e ci pensava ancora quando escirono -tutti dalla _Kursaal_, per ritornare all’albergo. - -La strada non era breve; ma le due compagnie, liete di essersi -incontrate, non volevano separarsi. Perciò il commendatore Gerardo -propose, e gli altri accettarono, di fare la strada a piedi. In una -ventina di minuti si sarebbe giunti all’albergo. Lo stradone era -fiancheggiato da due filari d’alberi, e c’era ombra abbastanza. Del -resto, alle nove e mezzo del mattino i raggi del sole non iscottavano -ancora. - -Capirete che il contino Anselmi era in vena di dirne e la signora -Rivanera di sentirne. Perciò andarono avanti, e Aldo stette indietro, a -udire il suono argentino delle risa di Camilla. - -— Che avete? — gli disse la signora Elena, prendendo famigliarmente il -suo braccio. - -— Io? Niente; — rispose egli, scuotendo la testa, come uno che si -svegli d’improvviso. - -— Niente! — esclamò la signora Elena. — È troppo poco. — - - - - -IX. - - -Aldo rimase taciturno. Forse non udì neanche l’osservazione della -signora Vezzosi. Il nostro povero eroe non avea orecchi che per le -risa della signora Camilla, più vive in quel punto, e più argentine -che mai. Per tutti i settecentomila settecento settantasette diavoli, -che si sogliono invocare in simili occasioni, che cosa diceva di così -spiritoso, a otto passi da lui, il contino Anselmi, che la signora -Camilla dovesse riderne in quel modo? - -La signora Elena, usando liberamente dei diritti dell’amicizia, diede -una strappatina al braccio del suo distratto cavaliere. - -— Suvvia, rispondete; — gli disse; — che cosa vi affligge? - -— Ve l’ho già detto, nulla; — rispose Aldo De Rossi. - -— Ah, è vero; — ripigliò la signora Elena, con accento sarcastico. — -Voi dovete esser triste per eccesso d’allegrezza. La gioia fa paura; lo -ha detto anche la signora di Girardin. La splendida Camilla è venuta -a brillare sull’orizzonte del Tettuccio, e voi, povero pianeta, vi -oscurate nella sua luce. Non è così? Bisogna convenire, — soggiunse -la signora Vezzosi, — che è molto bella, e ciò giustifica le vostre -adorazioni. Vi parrà strano, mio bel cavaliere, che una donna si -rassegni a lodarne un’altra. Ma io l’ho guardata molto, poc’anzi; l’ho -guardata più in un’ora, che non abbia fatto in due anni. Sono una donna -sincera ed amo rendere omaggio alla verità. E poi, con vostra licenza, -non ho paura di confronti. - -— È giusto; — rispose Aldo. — Siete bellissima. - -— Già! — ribattè la signora Vezzosi. — Non sono forse la Venere di -Milo, io? Ma quell’altra statua, che non è stata fatta da Fidia.... - -— Ha già trovato un Pigmalione, che le dà l’anima; — proruppe Aldo, che -non poteva più contenersi. — Sentite che allegre risate! — - -La signora Elena si volse a mezzo, per guardare negli occhi il suo -cavaliere. - -— Ah, eccolo, il segreto di quest’anima nera! — diss’ella. — Siete -geloso! — - -Aldo scosse la testa e battè le labbra, come un uomo che si vede -scoperto e non vuole ammettere di esserlo. - -— Sì, siete geloso; — ripigliò la signora Vezzosi. — Già, un uomo -geloso si riconosce tra mille. È un brutto vizio, la gelosia; peggio -che un vizio, è un errore. - -— Credete? — balbettò Aldo De Rossi. - -— Certamente; son donna e posso parlarvene con sicurezza. Supponete, -ad esempio, che un uomo mi ami e che io l’ami ugualmente. Una donna, -abbiatelo per massima, ha sempre timore di essere abbandonata. Avvezza -al piedestallo, non ama discenderne, e se in un momento di passione e -d’oblio ne è pure discesa, vuol esserci ricollocata. Era adorata, che -è molto, e non può bastarle d’essere amata, che è meno. Perciò, voi -vedete la conseguenza, signor Aldo... ella ha mestieri di tener l’anima -di un uomo in sospeso. Ho detto l’anima, e bisognerebbe dire il cuore; -il cuore, che non è ben nostro, intieramente nostro, se non quando lo -vediamo soffrire. E perchè il cuore di un uomo non soffre tanto bene, -come quando egli teme di aver dei rivali, la donna sa quel che ha da -fare per custodirlo. E quando non ci sono rivali, la donna si affretta -a cercarli. - -— O come? — esclamò Aldo De Rossi. - -— È presto fatto; — rispose la signora Elena — Intorno ad una donna -(parlo di una donna bella e piacente) ci sono sempre uomini a dozzine. - -— Sciocchi! — brontolò Aldo, a cui pareva di vederli. - -— Generalmente sciocchi, ve lo concedo. Ma sono per l’appunto quei che -ci vogliono. Tutti questi sciocchi sono da lei adoperati a due usi; -fanno uffizio di specchio e di leva. - -— Entra in scena Archimede; — scappò detto al De Rossi. - -— Che c’entra Archimede? — domandò la signora. - -— C’entra in questo modo, che egli è celebre nella storia, per avere -inventati gli specchi ustorii e per aver sognata la più gran leva -dell’universo, una leva con cui smuovere il cielo e la terra. - -— Vedete che combinazione! — esclamò la signora Vezzosi. — Diciamo -dunque che la donna ha qualche cosa del vostro Archimede. Ella si -specchia ne’ suoi dieci o dodici sciocchi; i quali la salutano bella, -con le loro mute ammirazioni, e le fanno un piacere da non dirsi. State -pur certo che ella non rinunzierebbe agli specchi, per nessuna cosa al -mondo. Vi amasse pure come un Dio, sapesse pure che andate in collera -e che ella risicherà di perdervi, ella non vorrebbe privarsi di questa -consolazione. Del resto, se voi siete un uomo di spirito, non dovete -adombrarvi troppo degli specchi, quando sono al plurale. - -— E la leva? — disse Aldo. — Come mai uno specchio può trasmutarsi in -leva? - -— Ecco qua, signor Aldo. La donna si serve di tutti questi personaggi, -per tenerne un altro, uno solo, in bilico, tra speranza e timore. Si -ama sempre molto ciò che si teme di perdere. Non siete tutti così, voi -altri uomini? Una donna che si abbandona oggi intieramente, si prepara -un brutto domani. Ella è Didone, e voi siete pronti a seguire l’esempio -di Enea. - -— Sarà così, come voi dite; — mormorò Aldo De Rossi. — Ma io mi sento -diverso dagli altri. - -— Lo credete, e ciò vi fa onore. Ma anche molti altri dicono così; e -poi nel fondo.... Signori uomini, lasciatevelo dire, presi l’uno per -l’altro, valete pochino. - -— Scusate, donna Elena; — balbettò Aldo. — Non vorrei aver l’aria di -offendere il vostro sesso; ma.... - -— Ma vorreste dire che le donne non valgono di più. Confessatelo; era -questo il vostro pensiero. Orbene — proseguì la signora Elena, vedendo -di essersi apposta, — con vostra buona pace, le donne valgono molto di -più... quando sacrificano molto di più. Perciò riconoscerete in esse il -diritto di prendere le loro precauzioni. - -— Sicuro; — rispose Aldo De Rossi, — a danno.... degli specchi. Tutti -quei poveri di spirito, che s’immaginano di piacervi, voi li tirate in -ballo, vi prendete giuoco di loro. È forse ben fatto? Non ne uccidete -qualcheduno? — - -La signora Elena rimase un tratto pensosa; ma subito dopo si riebbe. - -— È vero, — diss’ella, — la cosa non è troppo caritatevole. Ma -considerate che noi non siamo perfette, e che io, mettendo le donne -tanto al disopra degli uomini, non ho voluto neanche alzarle troppo. -Ci vuol così poco, per essere superiori a voi! Del resto, se il giuoco -è crudele, credete pure, signor Aldo, che non è altrimenti fatale. Gli -uomini non muoiono di queste ferite, e la statistica ci assicura che -ne guariscono tutti. Quando l’uomo che ha fatto da specchio si accorge -di essere stato burlato, va in collera. Ma anche la collera sbollisce; -l’uomo nulla nulla educato si mette con una certa diligenza a passare -in rassegna tutte le piccole cortesie, e diciamo pure tutte le piccole -provocazioni femminili che lo hanno condotto a sperare. S’avvede -allora che non c’era nulla, o quasi nulla; si persuade d’aver torto; -dà una crollatina di spalle e va a ripigliare altrove il suo ufficio -di specchio. Ci sono degli uomini che non sanno, che non potrebbero -far altro. E ci hanno sempre la speranza di trovare un giorno qualche -povera donna, che, travolta dalla sua vanità, s’innamori dello -specchio. - -— Ma qualcheduno, ammettetelo, — replicò Aldo, — qualcheduno ci -diventerà cattivo, a questo giuoco, e farà soffrire ad una ciò che -venti altre avranno fatto soffrire a lui. - -— Ah, per questo, non me ne importa nulla; — rispose la signora Elena. -— Ci ha da pensare quell’una. Perchè dobbiamo noi darci pensiero di -lei? Ogni donna è centro del suo piccolo mondo, e nel nostro sesso non -troverete mai la più piccola traccia di quello spirito di corporazione, -che si riscontra fra uomini. - -— E sia; — disse Aldo; — non disputerò su questo punto con voi. Ma -mettete il caso che l’uomo specchio s’impermalisca per davvero e si -vendichi della donna che s’è fatta zimbello di lui. - -— Zimbello è troppo, signor Aldo. Quando una donna prende uno specchio, -lo fa con un certo garbo, che non lascia mai appiglio ad una simile -accusa. Del resto, l’uomo che si vendicasse del giuoco sarebbe un vile. -E di questi vili se ne trovano molti, in società, anche senza aver -fatto loro l’onore di adoperarli come specchi. - -— Sì; ma quando sono stati adoperati, ci hanno una scusa alla loro -vendetta. - -— Non c’è scusa, per una viltà. Ma infine, io non vi dico che tutto ciò -sia ben fatto; vi dico quello che generalmente avviene. Fatene vostro -pro, signor Aldo, e abbiate la bontà di restar tranquillo, davanti ad -un giuoco di specchi, che forse incomincia oggi, e che certamente non -ha nulla di grave. — - -Aldo De Rossi sospirò profondamente, pensando alle gaie risate della -signora Camilla, e rispose: - -— Signora, bisognerebbe che quel giuoco fosse incominciato davvero per -tener me in sospeso. Ma io, pur troppo, non sono neanche, «tra color -che son sospesi» perchè non sono stato ancora accettato. - -— Ma... che dirvi? — rispose la signora Elena, stringendosi nelle -spalle. — Potrebbe essere vero e non essere. Camilla può benissimo aver -paura di voi, prima che a voi sembri di essere diventato pericoloso. -Ma ad ogni modo, fatevi avanti. Perchè vi lasciate rubare il posto? -Siete un uomo curioso, signor Aldo, con la vostra irresolutezza e la -vostra malinconia. Credete a me, vostra amica sincera; le donne non -amano i cavalieri malinconici. Questi eroi non fanno fortuna che nelle -pagine dei romanzi. In società bisogna essere allegri, quantunque senza -esagerazione, e sopra tutto padroni di sè, pronti a mutar registro -secondo l’umore della dama, e desiderosi soltanto di non riescirle -noiosi. Vedete? — soggiunse ella ridendo. — Non c’è spirito di -corporazione, tra le donne, ed io tradisco per voi i segreti delle mie -sorelle in Eva. - -— Sarà come voi dite, signora. Ma che fatica ha da essere questa! -E come è poco degna di omaggio una donna per cui sia necessaria -quest’eterna finzione! Io ho intravveduta nei miei sogni una donna più -alta; una donna profondamente buona.... - -— Con voi, non è vero? E molto cattiva con gli altri, non è vero anche -questo? - -— No, semplicemente austera con tutti; — rispose Aldo, punto nel vivo -da quella osservazione maliziosa, che scopriva il lato debole del -suo argomento. — Se si ha da vivere per l’amore, perchè non volerlo a -dirittura profondo, immenso, esclusivo? - -— E tragico per giunta; — notò la signora Vezzosi. - -— No, piuttosto epico, — ribattè Aldo De Rossi, — con qualche cosa di -sacro, come in tutti i grandi poemi. La Dea s’innamora d’un mortale, ma -è sempre Dea e non esce mai dalla nuvola. Infine, si può amare un uomo, -senza lasciarsi amare da cento. Che gusto ci provano le donne a tanta -varietà, e, diciamolo pure, a tanta volgarità d’incensi? - -— La ragione l’avete detta voi; — rispose la signora Vezzosi. — Non -si tratta d’una Dea? Le Dee antiche gradivano ogni sorta d’incensi, -badando poco al valore dell’aroma e molto alla divozione con cui era -offerto. Del resto, signor Aldo, voi siete poeta e andate facilmente -alle esagerazioni, sognate ad occhi aperti, come accade a tutti i -poeti. Ora, io, per debito d’amicizia, vi avverto d’una cosa. La donna -che avete sognata.... non esiste. - -— Ah! lo credete? — esclamò il De Rossi. - -— O se pure esiste, — proseguì la signora Elena, — voi le siete passato -accanto e non vi siete accorto di nulla. — - -Il colpo era forte e andava forse più oltre che la signora Vezzosi non -avesse voluto. Anche lei, senza avvedersene, lavorava contro Camilla. -Eppure, lo ricordate, la signora Elena era andata a Montecatini col -nobile proposito di aiutare il De Rossi. Ma già, abbiate pure un pan di -zucchero al posto del cuore, il fegato, suo vicino, ci rovescerà sempre -addosso qualche cosa d’amaro. È sempre spiacevole di dover lavorare ai -propri danni, quando si sperava di poter fare tutt’altro. - -Aldo De Rossi non era uno sciocco, vi prego di crederlo, e lo era -solamente per quella parte in cui lo sono tanti uomini di valore; -cioè a dire quando amano e con la persona che amano. Perciò intese -facilmente il senso riposto delle parole che la signora Elena aveva -buttate là in un impeto di cattivo umore, e, come potete immaginarvi, -rimase un pochino sconcertato. Lì per lì, quasi per debito di cortesia, -avrebbe voluto dirle: — «avete ragione.» — Ma non sarebbe stato un far -torto alla signora Camilla? Ed egli, così raffinato nel suo modo di -pensare, tanto raffinato da dar dei punti ad un teologo della scuola -bisantina, si tenne in corpo la sua cortesia, ottenendo così il bel -risultato di parer sciocco due volte. - -— Ma via, — ripigliò la signora Elena, dopo un istante di pausa, — -noi forse giudichiamo male Camilla. Cioè.... — soggiunse, — diciamo le -cose come stanno; siete voi che la giudicate, mentre io non fo altro -che ragionare sui vostri giudizi. Camilla sarà benissimo capace di -amare sul serio, e sotto quell’apparenza di leggerezza ci sarà, c’è di -sicuro, una forza di sentimento che voi ora non sospettate neppure. Ma -bisognerà toccare il suo cuore con qualche impresa maravigliosa, escire -senz’altro dal comune. Quell’aria di malinconia che voi avete presa per -livrea d’amore, non vi basterà, ve lo dico io, non vi basterà. Dio sa -quanti altri avranno tentato di piacerle con quelle forme romantiche! -Se sapeste come fanno ridere, quegli atteggiamenti da poeta moribondo! -La donna vuol esser padrona, ma non vuole passare per tiranna, nè -essere obbligata ogni giorno a scolparsi, o a dare una costituzione. E -quell’uomo che mostra di soffrire per ogni cosa da nulla.... - -— Vi prego, — interruppe Aldo, — dite quell’uomo che soffre davvero. - -— Peggio che mai! — ribattè la signora Vezzosi. — Quell’uomo che soffre -davvero per ogni cosa da nulla, che cosa non soffrirà e che cosa non -farà soffrire tutti i giorni, ad una donna che sarà tanto debole per -concedergli il suo cuore? A questo pensa una donna, ed ha ragione -a pensarci in tempo, perchè il pensarci poi non le gioverebbe più -a nulla. Sappiate, signor Aldo, che le donne non amano le tragedie; -qualche volta ne fanno, ma senza avvedersene, come quel personaggio -di Molière, che faceva della prosa robusta senza saperlo. Dunque, -mi raccomando, non siate malinconico. È un vizio pericoloso, perchè -correrete il rischio di non parerle originale, ma una copia, fors’anche -una brutta copia, di cento e cento altri. - -— Sarà benissimo così! — rispose il De Rossi, chinando la testa. — -Proverò ad essere allegro. Ma sarò anche qui poco originale. - -— Perchè? - -— Perchè sarò una copia di lei. Non sentite com’è gaia? Ci ha sulle -labbra il riso stereotipato, quest’oggi. — - -La signora Elena non potè trattenersi dal ridere, a quella osservazione -bizzarra. - -— Sì, è vero; — diss’ella. — Ma sarà meglio imitar lei che altri. -Camilla non si accorgerà del plagio, e accoglierà volentieri -quell’umore che sarà più conforme al suo. Vi torna? - -— La riflessione è giustissima; — rispose il De Rossi. — Purchè mi -venga fatto di seguire il vostro consiglio! - -— Lo potrete, se vorrete. E poi, badate, ci avete obbligo, anche per -un’altra ragione. Stando sempre così imbronciato, fareste torto a me, -che non lo merito. - -— A voi? E come? - -— Ma sicuro! Si dirà che noi abbiamo portato a Montecatini un orso, -e un orso male addomesticato. Suvvia, state allegro, siate forte, e -combattete da uomo leale. - -— Grazie! — esclamò Aldo, allungando la mano per stringer quella della -signora Elena, che posava ancora sul suo braccio. - -Erano giunti allora davanti alla succursale dell’albergo della Pace. -La signora Camilla e il contino Anselmi avevano già fatto alto, per -aspettare il resto della comitiva, e frattanto l’Anselmi prendeva -commiato dalla signora, poichè egli doveva tornare indietro, essendo ad -alloggio all’albergo della Torretta. Si avvide la signora Camilla della -stretta di mano che Aldo aveva data alla signora Vezzosi? Forse sì, -forse no; il che significa che non potrei starvene mallevadore. - - - - -X. - - -Ogni tempesta ha i suoi riposi, come i raggi solari hanno i loro -intervalli opachi. Ed io metto avanti questi dotti paragoni, per dirvi -una cosa molto comune, cioè che, dopo tanti spasimi di gelosia, Aldo De -Rossi ebbe qualche ora di tregua. Il contino Anselmi alloggiava lontano -dalla Pace, e si aveva la bella prospettiva di non rivederlo così -presto. Prima di tutto, non c’era da vederlo a colazione, anche perchè -le signore usavano farla nelle loro camere. Seguivano le ore calde -della giornata, che erano caldissime a Montecatini, e che si solevano -passare riposando, e mettendosi poi in fronzoli per la solenne comparsa -nella sala da pranzo. Aldo De Rossi respirò a larghi polmoni pensando -per la seconda volta che l’Anselmi pranzava alla pensione Birindelli, -ed attese con bastante tranquillità l’ora di rivedere la signora -Camilla. - -Per altro, qualche minuto prima della chiamata, scese nella sala -da pranzo, per riscontrare sugli anelli di bosso che cerchiavano i -tovaglioli il numero delle camere occupate dal presidente Roberti e -dalla signora Rivanera. I posti dei nuovi venuti erano un po’ troppo -distanti da quelli che occupavano i Vezzosi; ed era naturale, poichè -erano giunti due giorni dopo di loro all’albergo. Ma il nostro eroe, -che aveva spirito abbastanza, quando non si trovava a discorrere con -la signora Camilla, si raccomandò in tempo al direttore, perchè il -presidente Roberti e sua nipote fossero avvicinati ai loro concittadini -ed amici. Inutile il dire che questa ragione persuase il direttore e -che il desiderio di Aldo fu prontamente appagato. - -Così avvenne che, mentre egli era già seduto a tavola, al fianco della -signora Elena, potesse vedere il presidente gran croce e la signora -Camilla entrare nella sala da pranzo, venire innanzi cercando con gli -occhi i loro numeri a tutti i posti liberi, e finalmente sedersi di -rimpetto ai signori Vezzosi. - -— Ah bene! — esclamò il presidente Roberti, volgendosi alla signora -Elena e al commendatore Gerardo. — Siamo vicini di tavola. - -— Presidente, ecco una buona parola per noi; — rispose il Vezzosi. — -Noi ringrazieremo due volte la sorte. — - -La signora Camilla, elegantissimamente vestita, come l’uso voleva, era -molto tranquilla, e direi quasi un tantino contegnosa. Non si sentiva -più il riso argentino che aveva tanto dato sui nervi al signor De Rossi -sette ore prima, e la sua parola era sobria come lo sguardo. Meglio -così! Cioè, niente affatto. L’uomo innamorato è così facile a trovare -argomenti di pena, che il signor Aldo rimpianse le schiette risate del -mattino. O perchè doveva averne il privilegio l’Anselmi? E non era -il caso di sorridere anche un pochino a lui, che pure s’industriava -a trovare sempre nuove gentilezze da dire alla signora Camilla e al -presidente gran croce? - -Veramente, quelle sue gentilezze non erano tali da destare il buon -umore della dama. Aldo De Rossi aveva quel giorno il complimento con -lo strascico, cioè niente spigliato e niente gaio. Se ne avvide egli -stesso, e se ne avvide con lui la signora Vezzosi, che si fece a -punzecchiarlo leggermente, per obbligarlo a rispondere e a trovare nel -suo cervello qualche cosa di meglio. Aldo De Rossi non riuscì ad essere -arguto, ma volle almeno essere gaio, e lo fu con ostentazione, che è -come dire senza grazia. In verità, la signora Vezzosi aveva portato a -Montecatini un orso male addimesticato. - -Finito il pranzo, si andò in giardino a prendere il caffè. Era -tempo. Il commendatore Gerardo abbrancò il suo presidente gran croce -ed attaccò senza misericordia una delle sue predilette questioni -politiche. La signora Vezzosi e la signora Rivanera sedettero l’una -accanto all’altra. Aldo si piantò al fianco della signora Camilla ed -ebbe la fortuna di poterle offrire lo zucchero. Ma c’era presente la -signora Elena e il povero Aldo non trovava modo di fare un discorso -tenero, che lo compensasse della impossibilità in cui era, di fare un -discorso arguto. Come Dio volle, capitò in giardino Alcibiade primo, o, -per dire più esattamente, il cavaliere Sestavalle, che occupò subito -il posto vuoto accanto alla signora Vezzosi. E questa non lo lasciò -troppo lungamente in ozio. A mala pena ebbe trangugiato il caffè, -sotto pretesto di veder da vicino una pianta, che egli sosteneva fosse -un _Hibiscus siriacus_ ed ella _Hibiscus liliiflorus_, si mosse per -andarla a vedere da vicino. M’è occorso di dirlo un pretesto, e forse -lo era; certamente parve tale al De Rossi, che diede una rifiatata di -contentezza e mandò una benedizione al ricapito della signora Vezzosi. -Povera signora, come ne avrebbe fatto volontieri di meno! - -Aldo meditava già un madrigale in prosa, quando la signora Camilla -entrò a parlargli del Tettuccio e della gran folla che ci aveva -trovata. - -— Troppa gente, è vero, troppa gente! — diss’egli, sospirando. — Io non -vedevo il momento di tornar via. - -— Ah! — esclamò la signora. — Ho dunque toccato una corda sensibile? -Dimenticavo che siete un filosofo, e che amate anche molto le dispute. - -— Io? Da che l’argomentate? - -— Ma! Se non altro, dall’ardore con cui avete sostenuta la -conversazione, dal Tettuccio fino all’albergo. - -— Non si parlava di filosofia; — rispose Aldo, turbato da quell’accenno -inatteso e non sapendo lì per lì che cosa dovesse pensarne. — La -signora Vezzosi non ama questi discorsi. E in verità, — soggiunse egli, -sforzandosi di dare un giro più allegro al discorso, — nessuna signora -li gradirebbe. Si è parlato invece di tante cose; ma, prima di tutto, e -più di tutto, s’è parlato di voi. - -— Di me? Pure, non mi sono sentita fischiare gli orecchi; — notò la -signora Camilla ridendo. - -— Almeno il sinistro avrebbe dovuto fischiarvi, — replicò Aldo De Rossi. - -— Perchè il sinistro? - -— Perchè, secondo il proverbio toscano, quando fischia l’orecchio -diritto, il cuore è afflitto, ma quando fischia l’orecchio manco il -cuore è franco. - -— Eh, a questi patti, non dico di no; — fece la signora Camilla, -appoggiando la frase con un leggero movimento del capo. — Ma forse -non ho potuto sentirlo, perchè il suono si confondeva col ronzìo delle -vostre parole. - -— Signora mia, — rispose Aldo, sospirando, — perchè non ho io il suono -argentino del vostro sorriso, che mi giungeva stamane all’orecchio, -più dolce d’una musica celeste? Voi siete lieta ed io triste, ecco -il guaio. Ma mi correggerò, non dubitate, mi correggerò. Amo meglio -parervi uno sciocco, come ce ne sono tanti nel mondo, anzi che un -filosofo. Che cosa non farei, per meritare la vostra stima? — - -Aldo De Rossi tirò giù tutta quella roba in fretta e in furia, per una -ragione che i miei lettori avranno già indovinata. Egli voleva dire -e non aver l’aria di dire ciò che pensava delle moinerie di madonna -col contino Anselmi; perciò, a mala pena gli era sfuggita l’allusione, -andava via affastellando chiacchiere, affinchè ella non si fermasse a -pensarci su. - -Ma la signora Camilla non mostrò neanche di aver notata la cosa. - -— La mia stima! — diss’ella, guardando il signor Aldo con aria di -stupore. — E per che farne? - -— Ma.... — rispose egli. — Per averla. - -— Ah sì, — replicò la signora Camilla, increspando le labbra ad un -risolino sarcastico, — dimenticavo che amate le collezioni. - -— Io, signora? - -— Oh, non c’è niente di male, e non occorre che mi guardiate con quegli -occhi stralunati. Siete come l’ape, che raccoglie da tutti i fiori il -suo miele. — - -Aldo si sentì ferito nella sua dignità. - -— Questo paragone, poi.... — esclamò egli, rizzando la testa. - -— Per caso, — ripigliò la signora Camilla, — vorreste essere paragonato -piuttosto ad un raccoglitore di francobolli? - -— Non è più di moda; — rispose Aldo, mordendosi le labbra. — -Quantunque, anche un francobollo, per metterlo sopra una lettera.... -nella quale io vi dicessi.... - -— Ho capito, — interruppe la signora, — ho capito. Quello che gli -uomini dicono a tutte le donne che hanno la bontà di lasciarselo dire. -No, no, signor De Rossi, smettete; non mi fate prendere in uggia i -francobolli. - -— A Dio non piaccia; — rispose Aldo, stizzito. — Son tanto carini, i -francobolli! — - -Dopo questo dialoghetto agrodolce, ci fu, come potete immaginarvi, -una pausa. Aldo rotava gli occhi come un cane rabbioso. Non si -muoveva dalla sedia, ma il suo spirito faceva le volte, come il leone -in gabbia, o, se vi piace meglio, rodeva il morso, come un cavallo -frustato. Quanti animali tirati in ballo, per descriverne uno solo, che -in quel punto non era neanche «grazioso e benigno!» - -La signora Camilla fu la prima a rompere quell’uggioso silenzio. - -— Siete in collera? — gli disse. — Vi avverto che diventereste brutto. - -— Meno male che non lo sono ancora, ai vostri occhi! — rispose Aldo, -aggrappandosi prontamente a quel filo che essa gli porgeva in buon -punto. — Ma in verità, signora mia, siete molto crudele, coi vostri -paragoni. - -— Sono schietta, signor De Rossi, e dovete adattarvi a prendermi come -sono, o a lasciarmi. Alla mia età non si cangia più tanto facilmente. - -— Dio buono! Si direbbe, a sentirvi, che avete quarant’anni. - -— Eh, se vi pare che io li abbia, siano pure quaranta. A voi; quanti me -ne ne date? - -— Non saprei. Ventuno. - -— Ecco un’esagerazione! Dite almeno venticinque. - -— Diciamo venticinque, sebbene io non lo creda. Una rosa non sarebbe -più fresca di voi. — - -La signora Camilla diede in un’allegra risata, che ricordò al De Rossi -i suoni argentini di ott’ore prima. - -— Bel paragone! — esclamò poscia. — Lo metterò insieme coi miei. - -— Signora, che cosa ho detto di male? - -— Niente, niente. Una rosa a ventun anno! Ha da essere proprio fresca! - -— È vero, — rispose Aldo, con aria contrita. — Vedete da questo esempio -che i paragoni non tornano mai ad esprimere giustamente il pensiero. -Mutiamo discorso, signora; — soggiunse egli, vedendo la signora Elena, -che ritornava dal fondo. — Verrete stasera al Casino? È il ritrovo -universale. - -— Credo che ci andremo. Ne hanno parlato a mio zio ed egli non ha detto -di no. - -— Ah, bene! — esclamò Aldo. — Come risplenderà il Casino, questa sera! - -— Altra esagerazione! — disse la signora Camilla. — Quando vi -correggerete, signor De Rossi? Una donna non può mica crederle, queste -cose! - -— Ma un uomo può pensarle, — rispose Aldo, — e quando le pensa, può -dirle. — - -L’arrivo della signora Elena pose fine a quella conversazione senza -sugo. Mentre le signore ne ripigliavano un’altra, anche più vana di -quella, Aldo andava ruminando tra sè chi mai potesse aver invitato al -Casino il presidente Roberti. E gli passò per la mente quell’antipatica -figura del contino Anselmi. Ma come poteva l’Anselmi essere stato alla -Pace, tra la colazione ed il pranzo? Una visita cosiffatta, due ore -dopo l’incontro del Tettuccio, non sarebbe stata di buon gusto. Ma già, -è proprio necessario che gli uomini seguano tutti, e sempre, le norme -della buona compagnia? Il contino Anselmi era poi così sciocco! - -Per fortuna del signor De Rossi, ed anche del contino Anselmi, la -cui fama ne scapitava un poco, nell’animo del nostro innamorato, il -commendatore Gerardo, nell’atto che la compagnia esciva dal giardino -per ritornare in casa, disse alla signora Camilla: - -— Speriamo di rivedervi tra poco. Il presidente ha promesso di venire -al Casino, e _promissio boni viri est obligatio_, anche per la sua -bella nipote. — - -Aldo De Rossi respirò. L’invito era stato fatto dal commendatore -Gerardo. E, per quel momento almeno, il contino Anselmi ricuperò la sua -fama. - -Mi chiederete perchè Aldo De Rossi, geloso com’era, fosse il primo a -pregare la signora Camilla di andare quella sera al Casino. Lettori -umanissimi, se voi siete gelosi della buona specie.... - -Ma qui bisogna interrompere il discorso e fare una parentesi. C’è, in -materia di gelosia, la buona specie e la cattiva. La cattiva è quella -gelosia feroce, bestiale, che, oltre all’essere irragionevole, riesce -anche offensiva per la donna a cui è particolarmente dedicata. La -buona è quella gelosia che, senza essere niente più ragionevole, non -va tuttavia agli eccessi, alle sfuriate dell’altra, ma si chiude nel -cuore dell’uomo innamorato, facendogli vedere un rivale in ogni uomo -che s’avvicini alla donna amata, un pericolo in ogni oggetto, animato -o inanimato, fosse pure un palo di telegrafo. Questa forma di gelosia -è stata poeticamente tratteggiata in un’arietta della _Sonnambula_: -«Son geloso del zefiro amante» a cui ho l’onore di rimandarvi, per -maggiori cognizioni. Vi avverto frattanto che, buona o cattiva specie, -fanno soffrire tutte e due ad un modo, e v’auguro di non essere mai -gelosi, nè d’una specie, nè dell’altra. Ma se, per vostra disgrazia, -siete gelosi, e gelosi della buona specie, vi sarà certamente avvenuto -di rizzar muso, di consacrare qualcheduno agli Dei infernali, di -voler morire, o almeno di non saper più come vivere, di meditare i -più tristi disegni, come quello di andare in Cina, di chiudervi alla -Trappa, e di fare tante altre belle cose di questo genere. Ma poi, una -parola improvvisamente più umana della donna amata, o una guardatina, -un sorrisetto ironico da cui trapelasse un’ombra di affetto, mandava -subito in aria i tremendi propositi. E allora, quasi in atto di -pentimento, ed anche un pochino per dimostrare a voi medesimi la -vostra bella sicurezza di spirito, offrivate alla dama un compenso -delle offese che non le avevate pur fatte, delle malinconie che non -v’erano escite dall’anima, e la pregavate o la esortavate a prendere un -passatempo, il cui solo pensiero vi avrebbe fatto maledire, poche ore -prima, l’esistenza e l’amore. - -In questa condizione di spirito era il signor Aldo De Rossi. Del -resto, non era ammissibile che la signora Camilla potesse rimanere a -Montecatini senza andare al Casino, ed anche un bel numero di volte. -Quello era l’unico luogo di ritrovo per il forastiero che non volesse -morire di noia. Le dame ci avevano la sala dei concerti e del ballo; -i giovinotti ci avevano il biliardo; gli uomini stagionati la sala da -giuoco; tutti poi la sala di lettura, per dare un’occhiata ai giornali, -che Iddio misericordioso prosperi chi li legge, e perdoni a chi li -scrive. - - - - -XI. - - -Erano le nove di sera, quando la signora Camilla escì dalla sua -camera e scese nell’atrio, in compagnia della signora Vezzosi. Aldo -passeggiava da un’ora sul marciapiede, avendo l’aria di godersi -il fresco, che scendeva da Montecatini alto, lungo lo stradone dei -bagni. Appena ebbe vedute le dame, affrettò il passo, fece un saluto -e un complimento premeditato, indi si accompagnò a loro, per andare -dall’altra parte della strada, dov’era la Locanda maggiore, con -l’attiguo stabilimento del Casino. - -La signora Camilla aveva accettato il braccio del commendatore Gerardo; -la signora Elena quello del presidente Roberti. Aldo trovò che era una -disposizione eccellente di coppie; ma non pensò a fare la terza col -cavaliere Sestavalle, e marciò da fiancheggiatore, un po’ indietro alla -signora Camilla, un po’ avanti alla signora Elena, dicendo a tutt’e -due le cose più garbate del mondo. Era allegro, per una volta tanto, e -aveva trovata la nota giusta. - -Si entrò al Casino. Il commendatore Gerardo, che era già socio da -due giorni, presentò e fece iscrivere sull’albo S. E. il presidente -Roberti. Indi la comitiva penetrò nelle sale. - -Il luogo non risplendeva già per un lusso asiatico, e neanche europeo; -ma era pulito, e questo era l’essenziale. La sala da ballo appariva un -po’ nuda, ma ciò accresceva l’effetto dei lumi e non c’era niente da -ridire. Tutto intorno correva un ampio, ma non troppo soffice divano; -ed anche questo era fatto con previdente consiglio. Se fosse stato -soffice, le dame si sarebbero troppo abbandonate con gli omeri alla -spalliera, che brillava per la sua assenza, e si sarebbero tinte le -spalle alla parete, imbiancata di fresco. Non dimentichiamo per altro -che c’erano qua e là dei guanciali imbottiti di crino e che poteva -esser cura di un attento cavaliere di trovarne uno, per metterlo a -posto, tra la parete e la dama. - -La gran sala era già abbastanza popolata, quando vi giunse la comitiva -che abbiamo l’onore di seguire. Lungo i divani stavano sedute quindici -o venti signore, tutte col loro crocchio di amici e conoscenti, che le -tenevano a chiacchiera. Una signorina sedeva al pianoforte, accennando -timidamente un motivo d’opera, per dar motivo (scusate il bisticcio) -a tre o quattro cavalieri, di dirle in coscienza che ella suonava come -un angelo. Voi lo sapete pure, o lettori umanissimi, ci sono anche gli -angeli che suonano il pianoforte. - -Si fece capannello intorno alla signora Elena, che era una vecchia -conoscenza per i frequentatori del Casino. In una società che si muta -e si rimuta ogni settimana, si è già vecchi amici nello spazio di -due giorni. E la signora Camilla, nuovo astro apparso quel giorno nel -firmamento della Valdinievole e già ammirato la mattina nella _kursaal_ -del Tettuccio, ebbe omaggio di fedeltà da tutti i sudditi della signora -Vezzosi. - -Aldo De Rossi, fresco ancora della sua allegrezza, si adattò con buona -grazia a tutte le premure di cui il nuovo astro era fatto argomento. Il -contino Anselmi non c’era, ed anche questo era tanto di guadagnato. Si -sopporta con pazienza una dozzina di nuovi cavalieri ossequiosi intorno -alla donna dei vostri pensieri, quando non c’è quel tale, quell’unico, -che v’ha dato sui nervi. - -Cionondimeno, perchè le galanterie più innocenti tornano uggiose ad -un povero innamorato, Aldo si mosse di là, per dare una capatina nella -sala del biliardo. La sala era piena di spettatori; anche i giuocatori -dovevano essere molti, e tra essi il contino Anselmi, che si vedeva -con la stecca in mano. O là, od altrove, bisognava aspettarselo; meglio -dunque trovarlo là, ed impegnato in una partita alla corda. - -Sapete che cos’è il giuoco della corda? Parecchi giuocatori, che -possono esser molti o pochi, lavorano a mettersi in bilia l’un l’altro, -ognuno di loro essendo l’avversario naturale di quello che ha tirato -prima di lui. Ogni giuocatore ha sul principio del giuoco tre punti, i -quali, per essere segnati dall’apertura di tre numeri su d’una tabella -addossata al muro, si chiamano occhi. Il giuocatore, che tira dopo di -voi, mette la vostra palla in bilia? Il segnatore vi chiude un occhio, -facendo scorrere una listerella di legno sopra uno dei tre numeri -progressivi che si leggono l’uno di costa all’altro, presso il numero -d’ordine che voi avete nel giuoco; e così di seguito fino al tre, se -avete la disgrazia di essere messo in bilia tre volte; nel qual caso -escite di giuoco, restando in combattimento i più fortunati. È la -_poule_ dei francesi, e si dice corda in Italia, per il nome di quella -linea che s’immagina tirata da mattonella a mattonella ai due quarti -di cima e di fondo del biliardo. Di qua dalla linea deve stare chi -s’acchita, come chi s’imposta, per battere la palla dell’avversario. -Donde il modo: _stare in corda_, che significa non collocare la propria -palla, prima di batterla, oltre il limite assegnato. - -Aldo stette un minuto nel vano dell’uscio, a vedere l’andamento del -giuoco. In questo breve spazio di tempo salutò l’Anselmi, che gli rese -distrattamente il saluto. Ogni giuocatore essendo chiamato per numero -d’ordine, Aldo potè riscontrare sulla tabella il numero dell’Anselmi e -vedere per giunta com’egli avesse ancora i suoi tre occhi liberi; dalla -quale osservazione era facile cavare la conseguenza che l’Anselmi fosse -impegnato per molto tempo, essendo i combattenti in numero di quindici. - -Fatta questa rassegna, senza aver aria di nulla, Aldo De Rossi diede -una giravolta sui tacchi e ritornò nella sala da ballo. - -Un maestrino di buona voglia era andato a sedersi al pianoforte e -s’improvvisavano i quattro salti d’obbligo. Aldo si sentì battere il -cuore, pensando che avrebbe fatto il primo _valzer_ con la signora -Camilla. Questo era per l’appunto il suo disegno; ed egli, descritto -per la sala il giro maestro che il falcone descrive nell’aria prima di -piombare addosso alla preda, si avanzò difilato verso la dama. - -— Giungo in tempo, — le disse, col tono più dolce che gli venisse -fatto di dare alla sua voce, — per chiedervi l’onore d’un giro di -_valzer_? — - -Quello del giungere in tempo era un modo di dire. Egli, in fatti, -era sicuro di essere il primo, poichè il maestro non aveva ancora -attaccato. - -E tuttavia il povero Aldo si sentì rispondere: - -— Ahimè, no, signor De Rossi; sono impegnata. — - -Egli non potè reprimere un gesto di meraviglia. - -— Così presto? — esclamò. — Incominciano appena adesso a suonare. - -— Giustissimo; — replicò la signora Camilla. — Ma sono impegnata da -stamane. - -— Ecco ciò che si chiama non perder tempo; — notò Aldo, sforzandosi di -sorridere. — E chi è il felice mortale? - -— Oh, se sia felice, non so, e dovrà pensarci lui. Vedetelo là che -viene. Le prime battute del _valzer_ lo hanno fatto escir fuori. — - -Aldo aveva già indovinato, fin dalle prime parole della signora -Camilla. Alzò gli occhi macchinalmente, per guardare dov’ella -accennava, e vide il contino Anselmi, che entrava nella sala da ballo, -mettendosi i guanti alla svelta. - -Il contino attraversò la sala col passo misurato e sicuro d’un -trionfatore romano, che pensa esser gli occhi della folla rivolti su -lui e vuol farci una buona figura. Giunto davanti alla signora Camilla, -si piegò in due, con un amabile scorcio di vita, mentre finiva di -mettersi i guanti; le chiese anzi tutto notizie della sua salute, indi -le rammentò la promessa del mattino. - -— Signora — le disse, tra l’altre cose, — stamane pretendevate che, -ad invitarvi così presto per un giro di _valzer_, non mi sarei più -rammentato dell’invito. Eccomi qua, puntuale come Don Ruy Gomez de -Silva, a ricordarvi la vostra promessa. — - -La signora Camilla sorrise e si alzò. Il contino Anselmi la prese -per mano; indi, fatti con lei due passi verso il mezzo del salone, -le rigirò un braccio intorno alla vita, e via, con la più graziosa -scivolata del mondo. - -Aldo era rimasto a vedere. Ma il poverino ci aveva un diavolo per -occhio. - -La signora Vezzosi lo trasse in buon punto dalle sue dolorose -meditazioni. - -— Orbene, signor Aldo, — diss’ella, — è così che m’invitate a ballare? - -— Signora... — balbettò egli, confuso, — non siete voi impegnata? - -— Da voi, signor De Rossi; — rispose la signora Vezzosi. — Non ve ne -rammentate? - -— L’avevo preveduto, che la signora, era impegnata; — soggiunse un -cavaliere lì presso. — E infatti, stavo a vedere.... - -— Chi sta a vedere vuol far poca strada; — mormorò la signora Elena, -mentre prendeva il braccio di Aldo. — Del resto, — soggiunse, — se voi -non ballate, De Rossi... - -— Come? come? — interruppe Aldo, richiamato da quelle parole al -sentimento del suo dovere. — Non ballo, io? Ballo come... aiutatemi a -dire. - -— Come un povero pazzo che siete; — gli sussurrò essa all’orecchio, -nell’atto di mettergli la mano sull’òmero. — Se non c’ero io a -salvarvi, facevate una bella figura. — - -Aldo non ebbe mestieri di chiedere in che consistesse la brutta figura -che aveva corso il rischio di fare, e ringraziò in cuor suo la signora -Elena di averlo levato da un atteggiamento, che era d’uomo imbronciato, -ma poteva diventare d’uomo ridicolo. - -Si diede allora per disperato all’ebbrezza del _valzer_, e descrisse -tante volte il giro della sala, che nessun altro cavaliere potè -durarla al suo paragone. Egli, per altro, non guardava che la signora -Camilla, e si sarebbe detto che la inseguisse, quando era lontana, -e la precedesse, per tornarla ad inseguire. Dopo cinque minuti di -quella corsa pazza, vide la signora Camilla arrestarsi; poco dopo -ella era tornata al suo posto. Evidentemente era stanca, e l’essersi -rimessa a sedere dimostrava che non avrebbe più ripigliato il ballo. -Aldo continuava a girare, dandosi pensiero della sua dama, come io e -voi del Gran Turco. Egli pensava invece a quel maledetto Anselmi, che -aveva trovato modo d’impegnare la signora Camilla fin dalle dieci del -mattino. Lo vedeva nella sala del biliardo, intento al giuoco della -corda; poi lo vedeva comparire nel salone, coi guanti mezzo infilati, -alla prima battuta del _valzer_. Come diamine aveva potuto spiccarsi -dal giuoco? Non ci voleva una grande perspicacia ad indovinarlo. Il -giuoco della corda è proprio quello che si può abbandonare quando si -voglia, e con molto gusto dei compagni, poichè, lasciandolo a mezzo, si -perde il posto e la posta. - -Maledetto Anselmi! Aldo De Rossi voleva conciarlo per il dì delle -feste. Ma come? L’occasione, ci voleva, o almeno almeno il pretesto. - -Credete, lettori, che un pretesto di litigio sia sempre facile a -trovare? Anche un mio amico era di questa opinione. Sentiva una -profonda antipatia per un tale, che non gli offriva mai occasione -d’attaccarla, anzi, quante volte lo incontrava (e s’incontravano -spesso, nel salotto di una bella signora), gli faceva un mondo di -cortesie. E non già per paura che avesse di lui; che anzi era celebrato -come un cavaliere assai forte nel punto d’onore ed espertissimo -tiratore di pistola. Al mio povero amico questa celebrità non metteva -mica i brividi in corpo. Voleva leticare con lui, voleva trovare -un appiglio, che non lasciasse campo a sospettare la vera cagione -dell’alterco. Lo appostò un giorno in una sala di trattoria, trovò il -modo di sedersi ad una tavola vicina alla sua, e lì, a bruciapelo, tra -il lesso e l’arrosto, gli scaraventò la sua frase: - -— Signor tale, è vero quel che si dice da certi sciocchi imprudenti, -che voi preferite la mostarda francese alla inglese? — - -Quell’altro lo guardò sì placidamente, come egli lo aveva guardato -ferocemente, e gli rispose con la sua gentilezza consueta: - -— Mio signore, io non ho ancora su questo punto un’opinione formata; -e su questo, come su tanti e tanti altri, mi atterrò volontieri alla -vostra. — - -Dopo otto minuti di giri e rigiri, la signora Elena si dichiarò vinta -e manifestò il desiderio di riposarsi. Aldo, continuando a girare, la -condusse più presso al divano, e là si fermò sui due piedi, come un -ballerino di cartello, ma non per ricevere gli applausi. - -Camilla era là, e accolse l’amica con un leggiadro sorriso. - -— Che ferocissimo valzer, mia cara! — le disse. — Sarai stanca? - -— Non tanto, ma mi girava un pochino la testa e da qualche minuto mi -facevo quasi portare dal mio fortissimo cavaliere. - -— Il signor De Rossi è un fiero ballerino al cospetto di Dio; — disse -una voce, presso alla signora Camilla. - -Aldo alzò gli occhi a guardare. Il contino Anselmi non era più là, -ed egli vide in sua vece Alcibiade primo, il cavaliere Sestavalle. -Aveva già aggrottate le ciglia, il signor Aldo degnissimo; ma vedendo -il posto vuoto, e riconoscendo che il complimento gli era fatto dal -Sestavalle, spianò le rughe e sorrise. - -Il caso era strano; almeno, gli pareva tale. Perchè era partito il -contino Anselmi dal fianco della signora Camilla? Di certo, essa gli -aveva detto di non voler più ricominciare; ma era questa una ragione -per andarsene via? - -— Ecco un uomo che non vuol perder nulla; — pensò Aldo tra sè. — È -ritornato al biliardo, per ripigliare la partita. — - -Qui il signor Aldo De Rossi avrebbe potuto, e fors’anche dovuto, -impegnare la signora Camilla per un altro ballo, poichè aveva perduta -l’occasione di avere il primo. Ma, che volete? insensibilmente gli si -era formato e cresciuto intorno al cuore un lago di amarezza. So bene -che la cosa non è scientificamente vera; ma io vi descrivo l’effetto, -o, per dire più esattamente, la sensazione. Quando si è in collera, -quando si sente di non poter neanche guardare in viso la persona amata, -allora, signori miei, si ha l’amaro al cuore, e tanto amaro, tanto -amaro, che sembra di affogarci dentro. - -— Giuoca, giuoca! — borbottò egli tra i denti, volgendo gli occhi verso -la sala del biliardo. — E la fortuna ti conceda di guadagnare anche -laggiù la tua posta. — - -Parecchi cavalieri si erano avvicinati a complimentare le due dame. -Aldo si scostò lentamente e finì col trovarsi davanti all’uscio della -sala di lettura. Avete già capito che si avviò a quella volta; ma non -vorrei lasciarvi nella falsa opinione che andasse là dentro per leggere -un giornale. Aldo De Rossi non fece che passare; attraversò la sala -d’ingresso e riuscì sul loggiato. - -La notte limpida e stellata parve recare un po’ di lume nella -confusione delle sue povere idee. Ma sentite in che modo, e giudicate -voi. Andando su e giù, e dopo aver dato due o tre stupide occhiate alla -luna, che appariva allora allora tra i pioppi di Pieve a Nievole, e -dopo aver mandato, non so bene se a lei o ad altra luce del firmamento, -mezza dozzina di giaculatorie, il nostro eroe venne in questa opinione, -che, non avendo potuto fare con la signora Camilla il primo ballo di -quella sera, non poteva dicevolmente fare con lei il secondo, nè il -terzo. Oramai, la poesia del fatto era sfumata. Anche lei, la signora -Camilla, non doveva intenderlo e pensare come lui? - -Fortificato in questa idea, che gli parve luminosa, Aldo De Rossi diede -una crollata di spalle, simile a quella che dovette dare Giulio Cesare -quando fu per passare il Rubicone, e, senza aspettare un bicchiere -di birra, che aveva domandato al cameriere in un breve intervallo di -calma, infilò la scaletta scoperta che metteva nel cortile, e di lì, -passando rapidamente per l’anticamera del Casino, giunse all’uscio di -strada. - -Dove andava? In verità, non lo sapeva neanche lui. Voleva escire, non -tornar più quella sera al Casino. Posto il piede all’aperto, aveva -voltato a sinistra, come se volesse andare verso l’abitato; ma si pentì -subito, e diede una giravolta a destra, per andare verso il Tettuccio. -Al Tettuccio, alle dieci di sera! Signori miei, con quella stizza che -ci aveva in corpo il nostro eroe, non è da badare a queste piccolezze. -Del resto, la notte era splendida, e a fargli cansare una capata in -quel tronco d’albero, o una stincata in qualche piuolo, c’era il lume -della luna, che cominciava ad imbiancare la strada. - -E poi, quella era la _via crucis_ del suo povero amore. In un giorno -solo, quanti ricordi dolorosi! Qui rideva — pensò egli, notando un -pezzo di marciapiede, poco discosto dall’Acqua della Speranza, — -rideva, forse per l’invito al ballo, che il contino Anselmi le andava -facendo, in anticipazione di dodici ore. Ci sono degli uomini così -pronti a cavar profitto da ogni circostanza! Ah, sì, perchè ci hanno il -cuor libero. E le donne ci credono, a questi scettici gaudenti! E le -donne ci s’ingannano, a questa padronanza di spirito, che sa mentire -ogni affetto, significandolo con parole tanto più vive, quanto più è -dato di studiarle liberamente! Commedia! Retorica! Non c’è infiltri -espressione più calda di quella del commediante, che sa distribuire -con arte i suoi chiaroscuri intorno alle frasi mandate a memoria, o -mendicate dal monotono brontolìo del suggeritore appiattato nella buca. -Non c’è eloquenza più ornata e più splendida di quella dei rètori, -fatta a musaico e per mero esercizio letterario. A lui, poveretto, non -soccorreva l’arte di Roscio, nè quella di Ermogene; la frase gli esciva -rotta dal labbro, scaldata da un amore violento, tinta, direi quasi, -del suo sangue; ed era negletta, derisa, o presa in mala parte da lei. - -Proseguendo il cammino, trovò un altro punto critico. Era davanti -all’Acqua della Fortuna, alquanto sotto alle Terme Leopoldine. In quel -punto alla signora Camilla era caduto dagli òmeri il suo sciallettino -di pizzi di Fiandra; non del tutto, ma solamente si era allentato e -sfuggiva da uno dei capi. Voleva rimetterlo a posto e non le veniva -fatto. Ora, sapete che cosa aveva osato di fare il contino Anselmi? -Ve la darei da indovinare alle mille, e voi, furbe lettrici, la -indovinereste alla prima. Aveva osato aiutarla, prendere con le sue -mani il capo dello scialle e ravviarlo sull’òmero della signora, -forse sfiorandole il collo col sommo delle dita. Perchè gli uomini dal -cuore libero ce le hanno, queste audacie fortunate; anzi, sono proprio -loro che ne hanno il segreto. Lui, poveretto, al posto dell’Anselmi, -sarebbe stato mal destro, non avrebbe ardito di toccare quel collo. A -lui sarebbe occorso quello che accadde a Vittor Hugo, giovane, quando -una bellissima compagna di passeggiata gli aveva detto di guardare che -cosa la ci avesse sotto il mento, che le dava molestia. Il poeta aveva -veduto un collo di neve, e su quel collo di neve un insetto color di -rosa, picchiettato di nero. Meglio che l’insetto sul collo, avrebbe -dovuto vedere il bacio che a lei tremolava sulla bocca; ma era giovane, -aveva sedici anni, o giù di lì; si appressò tremante, colse l’insetto -e lasciò sfuggire il bacio, della quale sciocchezza lo riprese -l’animaletto arguto. - - «_Fils, apprends comme on me nomme_,» - _Dit l’insecte du ciel bleu;_ - «_Les bêtes sont au bon Dieu,_ - «_Mais la bêtise est à l’homme_». - -Sì, il povero Aldo si sarebbe dimostrato in quella occasione uno -sciocco, e il contino Anselmi si era dimostrato un uomo di spirito. Ma -poteva la signora Camilla vedere in lui un innamorato? Ella ci aveva -proprio allora un fatto da cui giudicarlo, se era una donna nulla -nulla più accorta di tante sue sorelle in Eva. Il contino Anselmi -aveva meditato il gran colpo di fare il primo ballo con lei; ma aveva -aspettata l’occasione giuocando prosaicamente alla corda, e, finito il -suo giro di valzer, e ricondotta la signora al suo posto, non aveva -trovato a far altro di meglio, che tornare difilato nella sala del -biliardo. - -Mentre pensava a ciò, prendendosi il magro conforto di un paragone tra -lui e quell’altro, il nostro filosofo peripatetico (molto peripatetico, -invero, e poco filosofo) s’imbattè in un altro personaggio, che veniva -incontro a lui, sullo stesso viale. Si tirò da un lato, prendendo la -sua diritta, e l’altro fece istintivamente lo stesso. Ma, come furono a -pari, si riconobbero e si fermarono di botto ambedue. - - - - -XII. - - -— Oh, De Rossi, sei tu? - -— Io; — rispose Aldo, confuso, poichè aveva riconosciuto il contino -Anselmi. - -— E come va? — ripigliò questi con la sua bella tranquillità di -spirito. — Hai già lasciato il Casino? - -— Sì; — disse Aldo, più confuso che mai; — avevo bisogno d’una boccata -d’aria. - -— Anch’io, vedi, anch’io. Del resto, m’era anche venuta una curiosità. -Volevo vedere se una certa coppia di tortorelle innamorate si fosse -data la posta lungo i viali dello stradone, e ho colta l’occasione per -dare una sbirciatina qua sotto. — - -S’ingannavano a vicenda, e, quel ch’è peggio, se ne accorgevano -ambedue. Ma i costumi della società son questi per l’appunto: lasciar -credere quel che si vuole, purchè non si dica mai il vero e non si -abbia mai l’aria di convenirne. - -— Ed io che ti credevo ritornato al biliardo! — esclamò, con accento -ingenuo, il De Rossi. - -— Che! — rispose l’Anselmi. — Giuocavo per far ora. Il giuoco della -corda è tanto noioso! Fortuna che lo si lascia quando si vuole. - -— Ed anche il ballo; — soggiunse Aldo, con un risolino che voleva -parere sarcastico. - -— Sicuro, anche il ballo; — replicò l’Anselmi, con imperturbabile -sicumèra. — Avevo promesso alla Rivanera di fare il primo ballo con -lei. Del resto, anche il ballo mi annoia. - -— Ah, — disse Aldo, — le avevi promesso!... - -— Già, promesso stamane, ritornando dal Tettuccio. Ma sai, Aldo mio, -che è una donnina adorabile? Intendiamoci, per altro; io non nego i -meriti grandi della signora Vezzosi. Non vorrei, per nessuna cosa al -mondo, avere una quistione con te. - -— Con me? E per qual motivo? - -— Dio buono, per un motivo semplicissimo; — rispose l’Anselmi, -continuando la celia. — Parliamoci col cuore in mano, da buoni amici -come siamo. Tu ami la Vezzosi; la Vezzosi ama te. - -— Baie! — disse Aldo, crollando la testa. - -— Me lo ha confessato; — replicò l’Anselmi. - -— Confessato! A te? - -— Parola d’onore, a me. - -— Allora, — disse Aldo, rassegnato, — bisogna dire che la signora -Elena non abbia presa la via più speditiva. Io, vedi, non ne sono -stato avvertito. Ma sia pure come tu dici; — proseguì il De Rossi, per -ravviare il discorso; — non intendo ancora come potesse nascere una -quistione tra me e te. - -— Ma sicuramente, bello mio, sicuramente, per naturale dissenso intorno -al grado di bellezza delle due dame. Sai quel che accadeva nel Medio -Evo? Un cavaliere si piantava al capo d’un ponte e gridava: Giuro -per Dio che la castellana di Rocca Scura è la più bella donna della -cristianità. Tu passavi da quelle parti; l’affermazione ti dava noia; -ti avanzavi all’altro capo del ponte e rispondevi: Tu menti per la -gola, cavalier disleale; la più bella e la più degna d’ossequio è la -castellana di Rocca Stellata. Allora, mettevate le lancie in resta; -si prendeva campo, e giù botte da orbi. Non vorrei, dunque.... siamo -intesi? Quando io ti dico che la Rivanera è la bellissima tra le belle, -tu devi vedere in questo giudizio il mio gusto particolare, che può -essere ed è certamente diverso dal tuo. - -— Vigliacco! — pensò Aldo De Rossi. — Anche in amore, ci ha le -restrizioni mentali. — - -Indi, ad alta voce, proseguì: - -— Ti faccio i miei complimenti. La signora Cam... la signora Rivanera è -a mala pena arrivata, e tu ottieni di farti pregare da lei.... - -— Ecco, non esageriamo; — interruppe modestamente l’Anselmi. — Ella non -mi ha pregato di nulla. - -— Dicevi che t’ha fatto promettere.... - -— È stato un modo di dire. Sta in fatto che io le ho promesso di -trovarmi al Casino per il primo ballo; ma in fondo in fondo son io che -l’ho impegnata. — - -Aldo respirò un tratto più liberamente; ma continuò a dissimulare, per -averne l’intiero. - -— Fa lo stesso; — replicò. — La signora ha accettato l’invito, -mostrando di credere che tu ti saresti dimenticato. Era un impegnarti a -ricordartene; — notò Aldo, non senza un pochino d’amarezza. — Ma perchè -non rimanere al Casino, per continuare? - -— Che! — gridò l’Anselmi. — Dio me ne scampi. In confidenza, Aldo mio, -sappi che su questo proposito io ci ho un’usanza particolare, effetto -di una certa teorica.... - -— Ah sì? Sentiamo la teorica. - -— Eccola qua. Non bisogna star troppo ai fianchi di una donna a cui si -fa la corte. - -— Questa è nuova di zecca. Tu credi che giovi l’assenza? - -— Qualche volta sì. Ma in generale torna più utile il tenersi preziosi. -Ti pianti alle costole d’una dama? Le dài noia. Oppure, ella si scalda -a quella vicinanza; perciò non ha tempo a vedere, a confrontare. E -questo non sarebbe male, lo capisco; anzi ti metterebbe conto. Ma bada; -mentre tu ti sei impegnato al giuoco, ella, che non ha confrontato -prima, confronta più tardi; donde troppo spesso la conseguenza che tu -vada innanzi ed ella torni indietro. Ti volti per dirle una parola più -tenera? Addio, bella; è già lontana un miglio e non c’è verso di farla -tornare. So questo per vecchia esperienza; ed anche ripetuta. Non me -la fanno più. Dunque, ti ripeto, assenze, nel vero significato della -parola, non ne consiglierei a nessuno; possono andarti bene, ed anche -riuscirti pericolose. Ma una piccola scappata, una sparizione sotto le -armi, come si dice in sala di scherma, è spesso la man di Dio. - -— Benedetta la tua scienza! — esclamò Aldo De Rossi. — Anzi, dirò -meglio, la tua diplomazia. - -— Diciamo pure diplomazia; — rispose l’Anselmi, con aria di -condiscendenza. — Eccone intanto un bel saggio. Ho fatto con la -Rivanera il primo ballo; nota, il primo ballo della serata, il suo -primo ballo a Montecatini. Questo, in linguaggio d’ingegneria, si -chiama piantare la prima biffa, che servirà di traguardo per tracciare -la strada. È molto probabile che la Rivanera si dimentichi con chi avrà -fatto il secondo ballo, od il terzo; ma ella sicuramente ricorderà -con chi avrà fatto il primo. Aggiungi che questa sera mi cercherà ad -ogni tanto con gli occhi, per la naturalissima curiosità femminile, -di sapere qual dama io abbia invitata dopo di lei. Infatti, c’è qui la -diplomazia sopraffina, la diplomazia di seconda intenzione. Tu insegni -a me, caro De Rossi, che quando si corteggia una donna, si finge -spesso di non preferirla, e si incomincia da un’altra, per giungere -a lei nel punto meno osservato. Le vere preferenze scattano fuori al -secondo valzer, o alla seconda quadriglia; ma allora nessuno ci abbada, -e il tuo giuoco rimane coperto, se hai la fortuna di non commettere -una imprudenza troppo grave nel cotillon. Tu capisci già dove vado -a parare. La Rivanera domanda tra sè quale sia la signora preferita -dall’Anselmi, tuo umilissimo servo. Ma il tuo umilissimo servo non si -vede più, è escito dalla sala; non ha saputo resistere alla tentazione -di ballar subito con lei, e, dopo aver ballato con lei, non ha saputo -rassegnarsi a ballare con un’altra. Se avesse potuto ballare due -volte con lei, magari Dio! Ma questo non si poteva fare decentemente, -senza dare nell’occhio ai curiosi, senza correre il rischio di -comprometterla, e fors’anche di seccarla. Perciò è sparito; ma, non -dubitare, egli brilla per la sua medesima assenza, ed apparisce ai -suoi occhi come un uomo innamorato, come un uomo delicato, come un uomo -sincero. Innamorato, perchè è corso subito a lei; delicato, perchè non -è tornato all’assalto, chiedendole un secondo favore; sincero, perchè -non ha saputo infingersi, cercando di ballare con un’altra. E così, con -poca fatica, il colpo è fatto. Ti capacita? — - -Aldo De Rossi, era stato a sentire quella lunga dimostrazione, rotando -gli occhi e mordendosi le labbra; due cose che poteva fare senza -pericolo d’esser veduto, poichè volgeva le spalle alla luna. Ma quando -il contino Anselmi ebbe finito, egli fece forza al suo cattivo umore, -sibilò un mezzo sorriso e rispose al compagno: - -— Non sei solamente un gran diplomatico, sei anche il più furbo dei -logici. — - -Intanto il povero Aldo pensava con dolore che un ragionamento simile -avrebbe potuto farlo, anche rispetto a lui, la signora Camilla. Non -aveva egli fatto il primo ballo con la signora Vezzosi? E non era -subito andato via dal Casino, come se gli tornasse ostico di dover -ballare con un’altra? Veramente, egli non aveva ballato con la signora -Elena, se non dopo il mal esito della sua domanda alla signora Camilla. -Ma egli, turbato com’era, non pensò a questa circostanza attenuante. Ci -avesse anche pensato, la dimostrazione dell’Anselmi gli avrebbe offerto -anche l’argomento contro di lui. Infatti, non poteva la signora Camilla -vedere nel suo atto quella stessa diplomazia sopraffina, di seconda -intenzione, che vi fa fare il primo passo verso una donna che vi preme -meno, per coprire il secondo, verso quella che vi preme di più? - -— Un furbo, che parla! — replicava l’Anselmi, non sospettando neppure -di parlare così giusto. - -— Tu invece, De Rossi mio, sei un furbo che tace. - -— Taccio, — rispose Aldo, — perchè non ho nulla da raccontare. - -— Ah via! Amato come sei? Col tuo nido bell’e fatto? Col tuo trono -stabilito? - -— Eh sì! — mormorò Aldo, crollando il capo. — Tu ti sei incocciato a -supporre.... - -— Non suppongo, credo, son certo; — interruppe l’Anselmi. — Ti ho già -detto che me lo ha confessato la signora Elena. Cioè, intendiamoci, -confessato no; ma non saputo negare. Del resto la sua medesima -curiosità intorno ai fatti tuoi.... - -— Che storia è questa? — fece il De Rossi, non lasciandogli tempo a -finire la frase. - -— Ma sì; — ripigliò il contino Anselmi. — Figurati che la signora... -sta bene, non la nominiamo, — soggiunse, notando un atto esortativo del -compagno. — Diremo invece la figlia di Leda, che poi torna lo stesso. -Ma, prima di tutto, una dichiarazione necessaria. Si è amici, o non -si è; ne convieni? Siamo dunque amici, siamo giovani, e dobbiamo esser -collegati, per aiutarci a vicenda. — - -Aldo De Rossi, quantunque non ne avesse gran voglia, rispose a quelle -premesse con un cenno affermativo del capo. - -— Dunque io dico — ripigliò l’Anselmi, — due alleati hanno obbligo -di conoscere scambievolmente lo stato delle loro finanze e dei -loro armamenti. Che cosa sarebbe l’alleanza, se non ci fosse questa -cognizione, questa fede piena ed intera? Tu non devi aver segreti per -me; ma io debbo dirti tutto quello che so. Senti dunque, un bel giorno -la signora... la figlia di Leda, mi trattenne nel suo salotto, mentre -ero sul punto di andarmene. E sai di che diavolo mi parlò, quando si -rimase soli? Di te, sempre di te, solamente di te; fino al punto che io -ne fui mortalmente seccato. - -— Grazie! — fece Aldo De Rossi. - -— Non è il caso; — rispose prontamente l’Anselmi. — Rendimi la -pariglia, alla prima occasione: La figlia di Leda voleva sapere da me -di quale altra donna tu fossi innamorato. Era gelosa, capisci? E mi -fece passare in rassegna tutte le signore del nostro piccolo mondo. Tra -l’altre, ricordo che si nominò anche la Rivanera. Io, naturalmente, -negai per questa, come per tutte le altre. Infatti, non ti avevo mai -veduto accennare a questa, nè ad altre. Se c’era una dama a cui tu -dedicassi visibilmente i tuoi omaggi, quella era la signora... la -figlia di Leda, in persona. E naturalmente, dicendole io queste cose, -ebbi il piacere di vederla arrossire. S’intende che non volle convenire -di nulla, e che cercò di colorire la sua curiosità con la storiella di -un matrimonio che ella disegnava di farti fare, con una bella e ricca -fanciulla, che tu, ne son certo, non conosci e della quale non hai mai -udito parlare. Ti dico che sei nato vestito, De Rossi mio. Una bellezza -come quella! E uno spirito poi, uno spirito!... Nei tempi andati, m’ero -fatto avanti ancor io; ma che vuoi? la signora m’ha riso in faccia e -addio speranze. Già dev’essere una di quelle donne che s’innamorano -soltanto degli uomini seri. Io, vedi, perchè rido, perchè chiacchiero, -perchè non straluno gli occhi, non sono un uomo serio. - -— La signora Rivanera, — disse Aldo, con voce sepolcrale, — ti vede di -buon occhio. Forse non li ama serî, lei? - -— Che vuoi che ti dica? Non ne so nulla. Incomincio appena. Sai che -prima d’ora la vedevo poco. Quel presidente gran croce mi dava una -noia!... Prevedo che d’ora innanzi dovrò ragionare di codici e giuocare -anche a scacchi. Pazienza! Ma lei.... che grazia! che umore! che -spirito! Pare una stranezza, una contraddizione, aver tanto spirito una -donna così bella! - -— Dove trovi la contraddizione? — esclamò Aldo de Rossi. - -— Nel fatto costante; — rispose l’Anselmi. — Non hai sempre veduto che -le più belle sono anche le più sciocche? Infatuate della loro grande -bellezza, disposte a credere che la bellezza, in una donna, sia tutto, -ti pigliano un atteggiamento da statue greche, qualche volta anche da -idoli indiani, e stimano che il farsi ammirare le dispensi dal farsi -sentire. Meglio così, del resto, meglio così, perchè non ci sarebbe -gusto a sentirle. Vederle ridere è già molto, perchè infatti si degnano -di sorridere, trovandoci un’ottima occasione per mettere in mostra le -trentadue perle, incassate nel corallo, di cui cantano da duemila anni -tutti i poeti del mondo. - -— Ma anche la Vez... la figlia di Leda è bella ed ha molto spirito; — -osservò Aldo De Rossi. - -— Sicuro, ed è un’eccezione; — replicò l’Anselmi. — Siamo cascati su -due eccezioni. Felici noi! Cioè, mi correggo, felice te, fino ad ora! -Io incomincio appena, te l’ho già detto, e non posso ancora mettere in -conto che la conversazione allegra di stamane. - -— Infatti, ridevate di cuore; — disse Aldo. — E di che, se è lecito? - -— Lo sai tu? Io no; forse di nulla. Essa incominciò a darmi la baia -sulle mie avventure di Montecatini; avventure di cui non aveva notizia, -ma che s’immaginava facilmente. Le risposi che ero un disgraziato, -in veste d’uomo felice. Ella non lo volle credere, ed io gliene fui -grato, perchè, come capirai, ci si umilia sempre per essere esaltati; -ma trovai il modo di dirle che tutte le più celebrate bellezze di -Montecatini sarebbero ecclissate da lei, e che la mia fortuna sarebbe -stata al colmo, anzi meglio, che avrei fatto morire di rabbia un -centinaio di cavalieri, o giù di lì, se ella mi avesse concesso di -fare questa sera al Casino, il primo ballo con lei. — Per vedere -questa morte generale, — mi rispose ella, — ve lo concedo. — Poi si -parlò d’altre cose. Le ho fatta la cronaca di Montecatini, come mi era -permesso di conoscerla in una settimana di soggiorno, incominciando -dalle mie commensali della Torretta. Ella mi canzonò, perchè ero andato -ad alloggiare così lontano dall’orbe conosciuto; ma io, come puoi -immaginarti, mi sono ben guardato dal dirle il perchè. - -— Ah, c’era un perchè? - -— Non lo sai? La cantante. - -— La cantante? Io non so nulla di nulla; — rispose Aldo, che cascava -dalle nuvole. - -— Oh vedi! Ed io credevo che la signora.... la figlia di Leda ti -avesse informato di questo particolare. Mi accorgo che è una dama molto -prudente, anche co’ suoi più intimi amici. Ma forse non ha ancora avuto -il tempo di parlartene. Deve aver risaputo soltanto ieri le mie alte -gesta della Torretta, poichè me ne ha parlato iersera soltanto. Dunque, -tu lo sai ora da me, scambio di saperlo da lei. Ci ho una cantante, una -diva sulle braccia. - -— I miei complimenti; — disse Aldo De Rossi. — Tu hai dunque un occhio -al cane e l’altro alla macchia. — - -Il contino Anselmi diede in uno scoppio di risa, che faceva -testimonianza della più invidiabile contentezza. - -— Dio buono, — esclamò egli, — s’ha egli da star sempre col filosofo -Platone? - -— Perciò, — ribattè Aldo De Rossi, — segui anche Aristotile. - -— Ah bella, questa, bellissima! Me la cedi? - -— Che cosa? - -— La tua arguzia. Ma sai, De Rossi, che per un uomo serio, sei molto -spiritoso? Se tu dunque mi cedi l’invenzione, d’ora in poi dividerò gli -amori in platonici ed aristotelici. - -— Sei molto gaio; — notò Aldo De Rossi. — E s’ha a credere che tu sia -innamorato davvero? - -— Ah, questo poi no; ti permetto, anzi ti prego di credere che non -lo sono. Ho ancora e conserverò per un pezzo l’intiera padronanza -del mio cuore, del mio povero cuore. Le donne, non lo nego, sono cari -animaletti; e le paragonerei volontieri a certi canini tanto graziosi e -tanto preziosi, che formano l’ammirazione dei salotti. Carezze molte, -ed anche qualche bacio su quelle bianche testine; ma badar sempre -ai denti, per non buscarsi una morsicatura. La scienza non ha ancora -trovato il rimedio contro la rabbia. — - -Aldo era stomacato da tanto cinismo. Mettete pure che non lo sarebbe -stato tanto, se avesse avuto il cuor libero. Quando non si ama, certi -discorsi tra uomini non fanno cattivo senso, e tutti i frizzi contro -il sesso debole son buoni, anche se paiano un tantino volgari. Ma era -innamorato, era geloso dell’Anselmi, e gli saltava la voglia di dirgli -chiaro e tondo: - -— Sei un vile, contino Anselmi. Non si parla così delle donne in -genere, quando si tenta e si spera di convincerne una. E non si tenta -nemmeno, quando non si ama sul serio. È vergognoso per un uomo di -garbo, per un cavaliere, turbar la pace di queste povere creature -indifese, quando non si mette il proprio cuore nel giuoco, quando si -è come te, che ti consoli dei rigori di Platone con le condiscendenze -di Aristotele. Sei un vile, te lo ripeto, e ti proibisco da questo -momento di far la corte alla signora Rivanera. Se la cosa non ti garba, -provvedi ai casi tuoi; ci taglieremo la gola domani, a quell’ora che ti -piacerà meglio. — - -Vi ho detto che ne aveva la voglia, e aggiungo una voglia spasimata, -una voglia matta. Ma poteva egli spifferargli tutto ciò? Non era -un costituirsi custode e tiranno della signora Camilla? Non poteva -essa dirgli: amo essere corteggiata da chi mi piace, e voi, come non -avete ancora il diritto di compromettermi, così non avete il diritto -di liberarmi da una corte che io ho mostrato di gradire, per quanto -insidiosa e villana vi sembri? - -Tutti questi pensieri passarono per la mente di Aldo De Rossi e lo -persuasero a star zitto. Omero, in un caso simile, avrebbe detto che -Minerva, amica e protettrice di Achille, gli aveva posto una mano sulla -bocca. Certamente, l’immagine sarebbe più efficace e più bella. Ma io -non sono Omero; questa ch’io narro non è la guerra di Troia, e Aldo -De Rossi, vulnerabile in tante parti oltre il calcagno, non potrebbe -essere paragonato in nessun modo ad Achille. - -Il nostro povero eroe vinse la ripugnanza che gl’inspiravano i discorsi -del suo rivale inconsapevole, e dopo un istante di pausa gli disse: - -— Non sei innamorato; dunque, perchè turbi la sua pace? Essa è libera, -inoltre, e tu potresti aver obbligo di cavalleria.... - -— Che! che! — interruppe l’Anselmi. — In queste cose la cavalleria -non c’entra. C’è posto a mala pena per la galanteria, sua cugina in -terzo grado. Del resto, — soggiunse, — sono ragionamenti da farsi poi. -Oggi non sono innamorato, e per conseguenza non sono cieco; ma potrei -diventarlo, potrei perdere il lume degli occhi, e allora, ci sarà tempo -a pensarci. Quantunque, ricordo che Napoleone I diceva: «la palla che -ha da colpirmi non è stata ancor fusa.» Ed io dico, imitandolo: la -donna che ha da accalappiarmi non è ancor nata. Napoleone vedeva più -giusto di quello che non credesse, poichè non è morto di palla; vedrai -che il tuo umilissimo servo non morirà ammogliato. Segui tu pure il -mio esempio, De Rossi; non prender moglie. È un brutto guaio; specie -quando si ha un umor triste come il tuo. È vero che io predico ad -un convertito, poichè tu non mi sembri aver presa la via che conduce -all’ara municipale. - -— Che ne sai tu? — fece Aldo. - -— Come? Torneresti ancora a negare? - -— Sì, torno a negare; — rispose Aldo, fermandosi sui due piedi e -assumendo un’aria solenne. — Ti giuro, e tu devi credermi, che non -faccio la corte alla signora Vezzosi. - -— Gliela farai più tardi, poichè essa ti ama. - -— Non gliela farò. Che essa mi ami, è una tua supposizione, non -giustificata da alcuna prova agli occhi miei. Ma fosse anche vero.... -ammesso per pura ipotesi che potesse esser vero.... io non amerò la -signora Elena. Sappi che io la rispetto... - -— E la venero; — soggiunse quell’altro, col suo fare canzonatorio. - -— Anselmi! - -— E via, non andare in collera! Il rispetto non chiama la venerazione? -Ma non ischerzo più, se la cosa ti dispiace tanto, ed ammetto ciò che -mi affermi con tanta sicurezza. Ma bada, De Rossi mio, ti annoierai, -senza un amoruccio pur che sia; ti annoierai maledettamente. Non c’è -annoiato più compassionevole al mondo, di quello che non ha il suo -piccolo ripesco amoroso. Solo per lui il giorno ha ventiquattr’ore. -Animo! Se non è la figlia di Leda, sia un’altra, che occupi un pochino -del tuo tempo. Vuoi che ti presenti alla cantante? È, nel suo genere, -una donna divina. - -— No, grazie; — rispose Aldo, seccato. — La donna io non la intendo -così. Queste dee che si lasciano adorare da tutti, che si spezzettano -di qua e di là, concedendo sorrisi a destra e a mancina, non sono il -fatto mio. In amore ho sempre avuto una massima: o tutto o nulla. - -— Massima pericolosa! — esclamò l’Anselmi. - -— Pericolosa! Perchè? - -— Perchè la donna potrebbe volere il ricambio. Sarai tu disposto a -concederlo? - -— Sì; — rispose Aldo, con accento risoluto. - -— Bada, tu dici di sì e l’esperienza risponde di no. Andar contro a -questa esperienza è il torto massimo degli innamorati, e di quelli che -hanno il temperamento amoroso. L’amore è come il piacere; lo si crede -eterno, fino a tanto non lo si è esaurito. — - -Aldo De Rossi rispose a quel ragionamento con una alzata di spalle. - -— Sia pure destinato a perire, come tu vuoi e come io non credo; — -diss’egli. — Resta sempre che l’amore è un sentimento esclusivo. Finchè -dura, non patisce divisioni. - -— Ma se l’ho detto! Temperamento amoroso; — replicò l’Anselmi. — -Temperamento amoroso, composto di bilioso e di sanguigno. Mi darai -del materialista; ma che farci, se la cosa è in questi termini? Tu, -per altro, sei un bel matto, De Rossi mio. Lasciatelo dire, sei un bel -matto. Non ami nessuna donna, e parli come se ci avessi un Mongibello -nel cuore. - -— Son molto calmo, invece; — rispose Aldo. — Ti dico ciò che penso, e -abito all’insegna della Pace. - -— Davanti a cui siamo tornati, di chiacchiera in chiacchiera; — disse -l’Anselmi. — Ma tu vorrai tornare al Casino. - -— No, vado a letto. - -— Ecco un predestinato del matrimonio; — esclamò l’Anselmi, ridendo. -— Spero almeno che non metterai il berretto di cotone. Ma che c’è? -Abbiamo fatto tardi, con la nostra filosofia, e la gente incomincia ad -escire; — soggiunse, vedendo una brigatella di persone, uomini e donne, -che escivano dal Casino, sull’opposto viale. — Mi pare di riconoscere -la voce dell’amico Gerardo. Sono certamente le nostre ballerine, che -vengono a questa volta. - -— Ritiriamoci in disparte; — disse Aldo. - -— Come personaggi di tragedia? Io non la intendo così. Già, a -questo lume di luna ci avranno riconosciuto. La donna, come sai, -appartiene alla specie felina ed ha la vista acuta, di notte come di -giorno. — - -Non c’era verso di persuadere l’Anselmi a proseguire la strada. Aldo -non seppe risolversi ad andar solo, poichè restava il compagno, il -rivale. - -Il contino Anselmi non si era ingannato. Erano proprio le loro -ballerine del primo valzer che escivano dal Casino, accompagnate dal -commendatore Gerardo, dal presidente gran croce e dall’Alcibiade primo, -cavaliere Sestavalle. - -La signora Elena fu la prima a ravvisare i due fuggitivi. - -— Ah, venite qua, voi! — diss’ella, con accento di minaccia. — Abbiamo -da aggiustare i conti. - -— Signora, aggiustiamo pure; — rispose l’Anselmi, affrettandosi a -muoverle incontro. - -— Avete ancora l’aria di ridere? Sappiate, signor conte, che -non ammetteremo mai ciò, alla nostra presenza. E prima di tutto, -giustificatevi. Perchè questa fuga? - -— Signore, io volevo far loro un’eguale domanda. Perchè lasciare -il Casino, mentre noi, schiavi fuggiaschi, ma pentiti, venivamo ad -impegnarle per il _cotillon!_ - -— Si trattava proprio di _cotillon!_ — esclamò la signora Vezzosi. -— Non si trova più un ballerino, a pagarlo un occhio. Non c’è più -cavalieri, a questo mondo. Chiedetene al nostro fedele Sestavalle.... - -— Che lo è dei Santi Maurizio e Lazzaro; — notò, salutando, l’Anselmi. - -Alcibiade primo rese il saluto e ripigliò tosto il suo atteggiamento -dignitoso, riveduto e corretto per quella occasione. - -— Egli vi dirà, — proseguì la signora Vezzosi, — che a’ suoi -tempi.... — - -Ma era detto che la signora Elena non potesse finire il suo discorsetto. - -— Sì, — interruppe il Sestavalle, seccato di quell’accento ad un -passato troppo remoto, — dieci anni fa, non era mica così. I giovanotti -del mio tempo lasciavano ai vecchi il giuoco e le discussioni -politiche, ed essi tenevano compagnia alle dame. - -— Vi faccio notare, amico Sestavalle, — rispose gravemente l’Anselmi, -— che a quei tempi la compagnia di cui parlate si chiamava a dirittura -servitù. Diciamo dunque servitù, e senza rincrescimento, perchè in -verità non fu mai servitù così dolce, nè così pregiata da noi. Ma, -venendo al caso nostro, noi non potevamo già credere che in un’ora -di assenza dal campo si dovessero contare tante diserzioni. Avevamo -lasciate le dame in mezzo ad un circolo, ad una folla di gentiluomini. -E non è da credere, — soggiunse il contino, volgendo un’occhiata -eloquente alla signora Camilla, — che noi ci ritirassimo per cedere -la piazza. Ci siamo ritirati per un sentimento di delicatezza. Non -si voleva e non si poteva mica aver l’aria di maghi carcerieri, di -cerberi, di tiranni; ufficio che va lasciato agli _aventi diritto_, -come ad esempio il nostro buon amico Gerardo. - -— Un tiranno che ha data la costituzione; — notò il commendatore -Gerardo, ridendo della sua arguzia, così facilmente trovata. - -— Noi, per altro, — ripigliò l’Anselmi, — dobbiamo dire la verità tutta -intiera. Eravamo scesi a prendere una boccata d’aria, desiderosi di -tornar subito. Ma l’uomo propone e la politica dispone. Figuratevi che -abbiamo attaccato una discussione politica. - -— Ci avete anche voi questo peccato sulla coscienza? — domandò la -signora Camilla. - -— Oh, in forma molto veniale, una volta all’anno; — rispose il contino, -inchinandosi e saettando un’altra occhiata assassina. - -— Credevamo — notò la signora Vezzosi, — che foste andati nella sala -del bigliardo, come tanti altri. Sestavalle voleva venirvi a cercare; -ma noi non lo abbiamo permesso. - -— E Sestavalle, da buon cavaliere, ha obbedito; — replicò l’Anselmi. — -Se fosse venuto non ci avrebbe trovati. Noi non avremmo osato mai di -piantarci ad una mattonella di bigliardo, in vicinanza di così belle -signore. Se almeno anche le signore prendessero la stecca! - -— Che idea! — esclamò la signora Camilla. - -— Eh, se vi degnaste di provare, signore mie, sareste belle di una -nuova bellezza. Minerva non impugnò la lancia? E Venere non s’è -compiaciuta di rubarla a Marte? - -— Come lo sapete? - -— Ho veduta la cosa in molti Musei d’arte antica, disperando sempre di -averne un esempio nella realtà. Volete incominciare, signore? C’è un -bigliardo discreto, dal Birindelli, all’Acqua della Speranza. Ho veduto -ieri mattina giuocare la principessa Solikoff, e vi assicuro che non ci -scapitava punto. Se volete, la prima lezione domani, dopo colazione. - -— Accettiamo la sfida? — chiese la signora Camilla alla Vezzosi. - -— Si riderà; — rispose la signora Elena; — accettiamo dunque. Voi, -signor Aldo, che ne dite? - -— Aldo farà il quarto; — gridò l’Anselmi, non lasciando all’amico il -tempo di rispondere. — Vi avverto che è un terribile giuocatore. - -— Ho già capito, — disse il commendatore Gerardo, volgendosi al -presidente gran croce, — che noi faremo la parte di giudici. - -— L’ufficio mi conviene; — rispose il Roberti, col suo grave sorriso. - -Aldo si era frattanto avvicinato alla signora Camilla, e le diceva: - -— Poichè si tratta d’una partita in quattro, vorrete voi stare insieme -con me? - -— Vi farò perdere; — rispose la signora Camilla. — Non lo -domandate. — - -Aldo aggrottò le ciglia e fu per mordersi le labbra, secondo l’uso. - -— Per caso, — ripigliò abbassando la voce d’un tono, — sareste già -impegnata al bigliardo, come lo eravate al ballo? - -— Dio, che cipiglio! — esclamò ella, con un gesto di terrore. — È -l’ombra della notte che vi rende così cupo? — - -Egli chinò la testa, senza rispondere alla celia. Che cosa poteva dire, -con tutta quella gente lì presso? - -— Via, per non farvi andare in collera, accetterò; — riprese la signora -Camilla. — Perderete, e sarà la vostra punizione. - -— Perderò! — ripetè egli tristemente, scandendo la parola, quasi -volesse farne fuori un senso recondito. — Che importa? Oramai, sono -avvezzo. — - -La signora Camilla gli diede un’occhiata tra curiosa e beffarda; ma lo -lasciò senza risposta, poichè s’avvicinava l’Anselmi. - -— A domani dunque, e buona notte; — disse il contino, stringendo la -mano alla signora Camilla. — Prego voi, come la signora Elena, di non -sognare che ci avete puniti con una giornata di rigore. - -— Che avreste meritato; — rispose la signora Vezzosi, per sè e per la -Rivanera. — Ma voi, conte, non sognate di farci la seconda di cambio. - -— Per gl’inferni numi, lo giuro; — replicò, nell’atto di levarsi il -cappello, quel caro ed amato Anselmi, che Aldo De Rossi avrebbe mandato -tanto volontieri a trovare gli augusti testimoni del suo giuramento. - - - - -XIII. - - -La mia felicità sarebbe al colmo, se il candido lettore e la vermiglia -lettrice si contentassero del poco che io dò e non mi chiedessero di -approfondire, anzi meglio, di sviscerare il caso psicologico che ho -preso a descrivere. Si tratta di una malattia, per cui, qual più, -qual meno, siamo tutti passati, e le troppo minute descrizioni non -chiarirebbero niente di nuovo. - -Aldo De Rossi era in una di quelle condizioni indefinite e -indefinibili, che non permettono di risolver nulla e fanno avere in -uggia ogni cosa. Si vorrebbe morire, dormire, sognare, e tutto il resto -del monologo d’Amleto; farsi certosino, o prendere una sbornia di due -settimane; mettersi a capo di uno squadrone di cavalleria e caricare un -esercito in ordine di battaglia; affondarsi in una nuvola e andare dove -il vento la spinge, in Africa, in Lapponia, a casa del diavolo; tutte -cose che in altre parole mi è già occorso di dire e che vi coloriscono -sempre imperfettamente lo stato d’incertezza di un’anima, che il -passato opprime, il presente annoia e il futuro sgomenta. - -Ci sono dei malinconici, i quali, da ogni libro che leggono, vorrebbero -che escisse un insegnamento morale. Se questo insegnamento lo chiedono -al mio, eccolo qua: Fuggite le passioni, perchè esse guastano il sonno -e l’appetito, questi due grandi riparatori della macchina umana. - -Ma sì, darla ad intendere! Si ama, ed è questo il più forte bisogno -della macchina sullodata, o, se vi piace meglio, dello spirito, -troppo raffinato, che presiede ai movimenti della macchina. Predicare -allo spirito la necessità di dominarsi, di mortificarsi, di ottenere -la pace, è lo stesso che dire all’uomo: — «Tu vivrai, alzandoti da -letto alle dieci, ora un po’ tarda, ma indicatissima, per rubare un -ritaglio di tempo alle noie della vita. Prenderai, ogni mattina, un -bagno freddo, e, se hai passati i trent’anni, anche uno spruzzolo di -doccia; indi farai una passeggiata, per riscaldare la pelle e disporre -l’esofago alla colazione. La quale non dovrà essere troppo abbondante, -per aggravarti lo stomaco, nè troppo succulenta, per riscaldarti la -testa. Leggerai un giornale, per tenerti al fatto di ciò che accade nel -mondo e non prendere scosse troppo forti, quando un amico ti combina -per via e ti spara a bruciapelo le più brutte notizie. Anche quando -le notizie non siano dolorose, per te, nè per altri, quell’improvviso: -«sai la gran novità?» è sempre fatto per rimescolarti il sangue nelle -vene. Stropicciati le mani di tanto in tanto; è un costume sanissimo -e chiama una dose discreta di calore alle estremità. Dai frattanto una -seconda passeggiatina per le vie, e trova il modo di spicciare in pari -tempo qualche affaruccio. Quindi ti ridurrai a casa, o al banco, o allo -studio, secondo i casi, per accudire con misura ai tuoi interessi; -ripasserai i conti del tuo ragioniere, per saper sempre in che acque -navighi; darai qualche ordine, tanto per non perdere l’abitudine; -mediterai sull’allevamento del bestiame o sul modo di far rendere -trentaquattro sementi al tuo grano. Poi, quando ritorni l’appetito, a -pranzo. Ma non in famiglia, poichè non devi aver famiglia. Essa non -è indicata come elemento di calma; nasce dall’amore e reca un mondo -di sopraccapi. L’uomo savio non ha da aver passioni e deve cansare -il pericolo dei sopraccapi in discorso. Indi un’altra passeggiata, -anzi una scarrozzata, se si può. Veder tutto, passando a volo, non -ammirare, non infiammarsi di nulla, è cosa veramente salubre. La sera, -una capatina al teatro, o una visitina di complimento, sfiorando la -galanteria, per tenere lo spirito in esercizio, ma non mettendo il -cuore nel giuoco, che sarebbe pericoloso in sommo grado. Da ultimo una -seduta a caffè, evitando le bibite spiritose, e le compagnie _idem_; -finalmente a letto, con un giornale non troppo divertente, e aspetterai -i conforti del sonno.» — - -Lettori, questa è la vita dell’uomo giusto, che non s’appassiona di -nulla. Vi piacerebbe! Se avete nell’anima qualche cagione di tristezza, -risponderete di sì. Se avete l’anima in pace, risponderete di no. E -perchè, di grazia? Perchè volete soffrire; perchè volete provarle, -quelle benedette febbri, che i filosofi vi consigliano di sfuggire; -perchè volete infiammarvi del bello, del vero, del buono, incarnati, -se si può, in una creatura diletta; perchè la quiete è la morte dello -spirito, e la febbre una necessità dell’umana natura. - -Dunque, addio insegnamento morale. Amate, ragazzi, e soffrite. E se -vi capita di guastarvi il sangue come Aldo De Rossi, imprecate pure al -vostro male e alle sue belle cagioni. Sarete appena guariti, che farete -la vostra brava ricaduta. - -Povero Aldo! Andò a letto, perchè non c’era da far altro; ma non gli -venne fatto di prender sonno. Rimuginava dentro di sè tutto quello che -avrebbe voluto dire alla donna crudele. Senza di lei non poteva più -vivere. Non pensava mica ad averla; pensava ad essere amato da lei, -anche a patto di non ottenerla mai più. Ad ogni tratto, per naturale -riscontro, gli tornava davanti agli occhi l’immagine dell’Anselmi. Che -vilissimo personaggio, sotto l’apparenza di un gentiluomo! E simili -figuri, pensava egli, possono piacere alle donne! Par di sognare, -vedendole sempre così sciocche. Ma già, questa è la storia. La -migliore di tutte è sempre donna e ci ha sempre in fondo al cuore un -pochino di vanità. Che importa a lei, se non è sincero l’omaggio? Le -fa testimonianza della sua bellezza, le dimostra il fascino che ella -esercita su tutti, e questo è l’essenziale. Essere amata sul serio, o -semplicemente corteggiata per capriccio, è lo stesso; tutti gli uomini -sono eguali, per lei, se le dicono tutti che è bella. Anzi, no, non -sono tutti eguali, ed hanno qualche privilegio a’ suoi occhi coloro che -glielo dicono in forma meno drammatica. Certi caratteri gelosi, certi -innamorati che girano al tragico, riescono mortalmente noiosi; dànno, è -vero, un omaggio profondo, ma vorrebbero impedirne cento, più leggeri e -più gradevoli. Leggieri, poi! Chi l’ha detto, che siano tanto leggieri? -Gli uomini galanti sono troppo spesso calunniati dai cosidetti uomini -seri. Ogni donna intorno a cui si affollano molti vagheggini, crede di -poter fermare quello che le piacerà meglio e incatenarlo al suo carro. -Che cosa pretende di essere, e di valere più di un altro, l’innamorato -geloso e scontroso, che vorrebbe condannarla a rizzar muso come lui, a -vivere nel mondo come si vive in un chiostro? - -Sì, sta bene, tutto bene; ma la donna, dal canto suo, ignora una cosa. -Ignora che ella pure, senza avvedersene, si abbatte ad essere gelosa, -e lo è in modo feroce, che fa pena a vederla. Perchè ella tratta da -padrona l’amato (non l’ha egli avvezzata al comando?), le accade di -dimenticare perfino quei mezzi riguardi, quelle forme di rispetto -benevolo, a cui si costringe per lei un innamorato geloso. - -Povera umanità, egualmente ammalata nei due sessi, e, quel che è -peggio, senza speranza di guarigione! Eccola qui, lettori malinconici, -eccola qui, la eterna morale della favola eterna. Siamo un grande -ospedale di matti. Fortuna che qualche volta l’eccesso del dolore -ci prostra i nervi e una mezza congestione del sangue ci procura i -benefizii del sonno. - -Ciò avvenne anche al signor Aldo De Rossi. Almanaccò a tutto spiano, -torturò lungamente il suo povero cervello, quindi si addormentò. -Per altro, il suo sonno fu inquieto, e quando egli si destò e scese -dal letto, si vide piuttosto brutto, allo specchio. Quella mattina -il parrucchiere non venne a capo di dargli un aspetto piacevole. -Immaginate come Aldo ne fosse scontento. Non era vano, vi prego di -crederlo; ma gli sarebbe piaciuto di giungere al cospetto delle signore -con la sua faccia degli altri giorni. - -Comunque fosse, e poichè bisognava mostrarsi, Aldo si recò verso -la solita ora al Tettuccio. Le dame non c’erano ancora, ma le vide -giungere quindici minuti dopo, tutt’e due nella medesima carrozza. Il -primo suo moto fu quello di sfuggirle; ma pensò che doveva essere un -uomo e non un ragazzo; perciò, vinta la timidezza, andò loro incontro -ed ebbe la fortuna di trovarsi solo al montatoio della carrozza, per -dar loro la mano. Fatto quel primo passo, andò avanti abbastanza bene; -mortificò il suo onore con una voluttà da anacoreta e trovò il modo di -esser umile, riguardoso, gentile. Ma il contino Anselmi, caduto lì per -lì, come un fulmine a ciel sereno, nel crocchio, fu gentile ed allegro, -sopra tutto allegro. Aldo non lo poteva essere, per quanti sforzi -facesse. Quistione di temperamento! - -Basta, il mostrarsi gentile era già qualche cosa. La signora Vezzosi -fece i suoi complimenti al De Rossi per la calma che gli traspariva dal -volto. - -— L’aria d’iersera vi ha fatto bene; — gli disse. - -— Credete? — fece egli, con accento impresso di mestizia. - -La signora Elena gli diede una rapida occhiata, che parve passarlo fuor -fuori. - -— Non ne credo nulla; — rispose ella, abbassando la voce. — Ma siate -forte; se no, perderete la causa. — - -Quella buona signora Elena si mostrò in quel giorno due volte buona con -lui. Si vedeva la cura che ella metteva a scuoterlo, a farlo figurare -nella conversazione. Gli rivolgeva spesso il discorso, per dargli -occasione di parlare; qualche volta lo interrogava di schianto, per -rompere il silenzio in cui egli accennava sempre a rinchiudersi. - -I tre personaggi gravi della compagnia, cioè a dire il presidente gran -croce, il commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle, bevevano -coscienziosamente l’acqua salutare del Tettuccio. Le signore, sedute -davanti alla tavola di marmo che v’ho descritta, tenevano corte di -giustizia, o, per dire più veramente, di grazia. Aldo le vedeva tutte -e due, fresche e sorridenti come due belle rose sul medesimo cespo. E -andava pensando tra sè che una di quelle donne gli aveva confessato di -amarlo, e che egli le aveva confessato di essere invaghito di un’altra. -Pure, quella donna era là, gaia, sorridente, serena, proprio accanto -a quell’altra. E Aldo ne faceva in cuor suo le grandi meraviglie, non -sapendo che in una donna si trovano sempre due donne, una delle quali -sta sulla scena e recita la sua parte con grande disinvoltura, anche -quando l’altra si cruccia nella propria amarezza. Figurarsi poi se non -doveva apparir serena la signora Vezzosi, col semplice carico di una -simpatia soffocata sul nascere. - -Per uno di quei ragionamenti subitanei, irriflessivi, involontarii, -che sono così frequenti in noi, e che la casuistica più arcigna non -saprebbe imputare alla coscienza del peccatore, Aldo diceva a sè -stesso: - -— Se io amassi questa e non l’altra! Qui regnerei senza contrasto; -mentre là, — e frattanto lo sguardo correva alla signora Camilla, — -anche regnando, il mio regno sarebbe sempre turbato da tentativi di -ribellione. — - -Sì, ma avrebbe regnato sempre, dove credeva di poter regnare senza -contrasto? Chi sa? Non c’entrava nella simpatia dichiarata della -signora Elena un pochettino di picca? Vinto il puntiglio, cioè quando -si fosse impadronita del cuore di Aldo De Rossi, sarebbe sempre stata -la stessa? E lui, per avventura, non ci metteva del puntiglio, a voler -essere amato dalla signora Camilla? Aldo fece il suo esame di coscienza -e gli parve di no. Non l’amava mica perchè era superba con lui; l’amava -perchè era bella; l’amava perchè... Oh insomma, l’amava perchè l’amava, -e non sapeva, non voleva e non poteva far altro. - -Quel giorno, finita la stazione al Tettuccio, i nostri personaggi -decisero di far colazione insieme, nel giardino dell’albergo, per andar -poi tutti insieme allo stabilimento della Speranza. Il contino Anselmi -si scusò di non poter seguire la compagnia; aveva qualche cosa da fare -alla Torretta e si sarebbe sbrigato appena in tempo per trovarsi dal -Birindelli a ricever le dame. Curioso uomo, che rinunziava a due ore -di conversazione con la signora Rivanera! Aldo pensò alla cantante, che -forse aspettava quel leggerissimo tra tutti i vagheggini. - -A proposito della cantante, se egli ne avesse dato un cenno alla -signora Camilla, che colpo! Il modo di entrare in discorso senza aver -l’aria di commettere una indiscrezione a caso pensato, non poteva -certamente mancargli. Ma se il pensiero gli venne, sappiate che gli -parve anche un’infamia. Da tutt’altri avrebbe potuto sapere la signora -Camilla di quel ripesco amoroso; da tutt’altri, ma non da lui. Si -poteva, è vero, parlarne alla signora Vezzosi. Ma non ci sarebbe -stato il secondo fine, la speranza che la signora Elena ne parlasse -a sua volta con la signora Camilla? E questa sarebbe stata un’infamia -confettata di vigliaccheria. - -— Come son grande! — pensò egli, dandosi ironicamente la baia. — Mi -rassegno a non dir nulla e a non raccogliere il frutto di un’utile -bricconata! Ma che sciocchezza, esser grandi! Ecco un atto degno degli -eroi di Plutarco, che si perde nei segreti della vita borghese. Basta, -mi decreterò una medaglia da me. — - -Questo pensiero lo fece ridere, ma d’un riso amaro, che non lo dispose -punto a gustare la colazione. Mangiò poco, o nulla; ma si sforzò di -essere gentile, come al solito, con qualche lampo di gaiezza. Il riso -sulle labbra, lo aveva; per quanto fosse sardonico, era sempre riso. -E quando le signore si alzarono da tavola, anch’egli si alzò, per -accompagnarle fuori; si alzò come un condannato, che ha bevuto il suo -ultimo bicchierino, e mormorò tra i denti: — animo, via, imbecille; -andiamo a morire. — - -Morire! Che esagerazione! Ma sì, lettori; la sofferenza non ha gradi. -Si soffre, o non si soffre, ecco il punto. E quando si soffre, non c’è -nulla che superi quella sofferenza; è il finimondo, è l’ira di Dio. - -La lieta brigata, con cui Aldo De Rossi portava a passeggio i suoi -crucci, escì dall’albergo della Pace verso le dodici. Il sole scottava, -e il presidente Roberti pensava dentro di sè che non era la più bella -cosa del mondo andare attorno a quell’ora. Ma un presidente, che ha la -fortuna di portare una gran croce, può far buon viso ed anche buone -spalle alle piccole. Inoltre, il vecchio Roberti ci aveva una gran -tenerezza per la sua bella nipote, senza contare che gli era rimasto -nell’anima un pochettino di quella cortesia imperturbabile, direi -quasi stereotipa, che è sempre stata una dote dei magistrati, fin -dai tempi di Marco Tullio. Cavalleria pesante, direbbe un amico mio, -che ha ridotta la vita ad un eterno bisticcio. Con quella sua grave -bontà, il presidente gran croce si espose coraggiosamente alla vampa -del sole e al riverbero della strada. Il commendatore Gerardo, pur -d’essere in compagnia d’un presidente (i ministri, lo sapete, non erano -ancora arrivati) si adattò anche lui. Era una specie di Cireneo, il -commendatore Gerardo, e aiutava il presidente Roberti a portare la sua -gran croce. Di Alcibiade primo non si parla neanche; era un cavaliere -della provianda e seguiva fedelmente l’esercito. - -Le signore apersero l’ombrellino; i loro compagni le imitarono, poichè -questo arnese è entrato anch’esso nelle consuetudini del sesso forte; -e tutti si avviarono pei non floridi ma polverosi sentieri della -Speranza. Questa per fortuna loro non era troppo lontana. - -Prima che giungessero alla mêta del loro viaggio, videro il contino -Anselmi, che veniva incontro alle dame, con franco passo e viso -allegro, come un paggio del Medio Evo. Le parole, per altro, non furono -da paggio, bensì da cavaliere del secolo decimottavo. - -— Mi duole, signore mie, — diss’egli, salutando, — di non aver potuto -mandar via il sole; colpa di Giosuè, che lo ha avvezzato a star fermo. -Abbiate pazienza, del resto. In cielo non esistono le invidie che -guastano il sangue agli abitanti della terra, ed è giusto che il sole -si faccia avanti, per onorare le sue belle rivali. - -— Che galanteria! — esclamò la signora Camilla. - -— Un po’ vecchia! — borbottò Aldo tra i denti. - -— Signora, — rispondeva intanto il contino, — è ufficio del sole di far -sbocciare i fiori. E alla vostra vista.... - -— Ho capito; — interruppe la signora Camilla, ridendo come sapeva rider -lei; — il vostro cuore è un giardino. - -— Proprio così; — replicò l’Anselmi; — ed invoca le cure di una bella -Giardiniera. - -— Magazzino di mode! — esclamò la signora Camilla. - -— No, capolavoro di Raffaello; — ribattè prontamente l’Anselmi, che non -si trovava mai all’asciutto. - -Aldo De Rossi che aveva udito il dialoghetto, quantunque proseguito -a mezza voce davanti a lui, mandò cordialmente al diavolo il suo -spiritoso rivale. Questi, frattanto, dando il braccio alla signora -Camilla, introduceva la comitiva nello stabilimento della Speranza. - -Credo inutile di fare una descrizione del luogo. Chi è stato a -Montecatini ha veduto certamente quel villino gaiamente soleggiato, -ad un quarto dello stradone che mette al Tettuccio, e situato tra -il medesimo stradone e il torrente, o fossatello, che porta il nome -caratteristico di Salsero. Non c’è pensione, laggiù, perchè il suo -proprietario la tiene altrove, sulla via Nazionale, e laggiù, come per -adescarvi alle sue acque saline clorurate, mette a vostra disposizione -una bella sala terrena, con biliardo, tavolini da giuoco e divani -di conversazione. Non si vive a Montecatini senza andare ogni sera -al Casino; nè ci si vive senza andare qualche volta di giorno alla -Speranza, come sul tramonto al Rinfresco, altro luogo che dovrete -conoscere, poichè avvenne laggiù la triste scena... Ma, acqua in bocca, -per ora, e non precorriamo gli eventi. - -La sala era vuota, o come vuota, poichè solamente nell’angolo più -lontano dell’ingresso si vedeva seduta una coppia di felici, che -stavano giuocando a picchetto. Dico di felici, perchè erano uomo e -donna, giovani ambedue; la signora assai bella, ma di una bellezza -parigina, in cui aveva gran parte la moda, con tutti i suoi cenci -preziosi, e la pittura, con tutti i sapienti chiaroscuri della sua -tavolozza; il giovinotto secco, allampanato, pallido, elegantissimo -fusto d’uomo, che già lasciava intravvedere e presentire lo scheletro. - -I due giuocatori non mossero neanche la testa per guardare i nuovi -venuti. E non furono neanche disturbati dalla curiosità di questi -ultimi. L’Anselmi, per far degnamente il suo ufficio di cicerone, -bisbigliò all’orecchio della signora Camilla: - -— Due innamorati che vengono qui tutti i giorni dalla Torretta, e ci -stanno quattr’ore di seguito, giuocando a picchetto. Non sanno come -ammazzare il tempo; compiangiamoli! - -— O che? — rispose la signora. — Vorreste che avessero sempre a -ripetersi le stesse parole: io ti amo, tu mi ami? - -— Non già, bella signora, ma giuocare a picchetto! - -— Gran che! Non giuochiamo noi al biliardo? — - -A quella scappata della signora Camilla, il contino Anselmi sgranò -tanto d’occhi. - -— Signora, — balbettò egli, — che avete detto? Noi.... questo riscontro -che fate tra essi e noi.... Se fosse vero! - -— Non sarà vero niente, poichè il riscontro non esiste; — rispose la -signora Camilla, a cui forse non piaceva che si cogliessero le sue -parole a volo, come le rondini. — Infatti essi sono in due, e noi siamo -in sette. - -— Cinque di troppo; — mormorò l’Anselmi, chinando la testa e reprimendo -con arte sopraffina un mezzo sospiro. - - - - -XIV. - - -Le regole della buona compagnia permettono questi duettini sottovoce, -nel bel mezzo della conversazione generale, a patto che siano -brevi. L’obbligo, per gli astanti, è di non sentir nulla; ma c’è -sempre il diritto di coglierne tutto quello che si può. Colpa dei -due interlocutori, se non parlano abbastanza sommesso e non sanno -confondere gli ascoltatori con abili reticenze. Del resto, anche quando -si colga a volo una frase, come si potrebbe arguire da essa tutto -intiero il discorso? Aldo De Rossi, per esempio, non udì altro che una -frase dalla signora Camilla: — «essi sono in due e noi siamo in sette.» -— Ma come ricostruire un dialogo galante, su quel semplice rapporto -aritmetico? - -Perciò il nostro eroe non capì nulla di nulla. Se avesse capito ciò -che voleva dire l’Anselmi, certo avrebbe dato di fuori. Ma Iddio -misericordioso, che misura il freddo all’agnello tosato, misura anche -le sofferenze agli innamorati gelosi. - -— Cinque di troppo; — aveva risposto l’Anselmi. E la signora Camilla si -era custodita da quell’attacco troppo vivo con una guardata tra curiosa -e severa. Non ci voleva di meno, per rimettere a posto l’audace, -che esciva per la prima volta dalle solite frasi di complimento, -accennando ad una vera dichiarazione. Alle donne i troppo repentini -smascheramenti di batterie dispiacciono sempre; non già per sè stessi, -ma perchè dimostrano troppo baldanza, troppo sicurezza di sè, nei -signori assedianti, mentre questa sicurezza e questa baldanza son esse -che vogliono consentirle, per poterle dominare e moderare a lor posta. -Ora noi conosciamo la signora Camilla per una certa testolina, che le -sue ragioni non le mandava a dire, e potremmo anche aspettarci qualche -frase recisa, a conforto di quell’occhiata tra curiosa e severa che -abbiamo veduta poc’anzi. Ma il contino Anselmi non le diè tempo di -proferirla; appena ebbe buttato là il suo malinconico epifonema, diede -una voltata sui tacchi e andò verso la rastrelliera, a prendere due -stecche, una per sè e l’altra per la signora Camilla. - -— A che giuoco giuochiamo? — diss’egli, tornando verso le signore. — A -birilli, non è vero? - -— A birilli! — rispose Aldo, assentendo del capo. - -— Birilli! — esclamò la signora Elena. — Vogliate dirci prima di tutto -che cosa sono i birilli. - -— Eccoli, signora; — disse l’Anselmi. — Son questi cinque pioletti -d’avorio, che io metto qua in croce nel mezzo del biliardo. L’abilità -del giuocatore consiste nel farli cascare. - -— Non ci riesciremo mai; — osservò la signora Camilla, vedendo il -contino impostarsi sul biliardo e battere con la punta della stecca una -palla contro l’altra, per modo che questa venisse a dare nel mezzo del -biliardo. - -— Che dite, signora? — esclamò il contino. — Vi riescirà anzi -facilissimo. Fate conto che siano uomini. - -— Il paragone non corre; — rispose la signora Camilla. — Qui ci vuole -l’aiuto della stecca; e gli uomini cascano da sè. - -— Ottimamente! Questa me l’ho comprata coi miei danari; — disse -l’Anselmi, ridendo. - -E avvicinatosi alla signora Camilla, aggiunse sottovoce: - -— Come si sta? Volete essere con me? - -— Sono impegnata; — rispose la signora Camilla, col medesimo tono di -voce. - -Il contino Anselmi inarcò le ciglia e si volse a guardare il De Rossi. -Ma questi faceva lo gnorri e ingessava la stecca. - -— Avrebbe avuto ragione la signora Elena? — pensò il contino Anselmi. — -Sarei proprio cascato bene! — - -Indi, ad alta voce, proseguì: - -— Si va all’acchito. Signora Elena, volete farmi l’onore di stare con -me? - -— Volentieri; — rispose la signora Vezzosi, non senza dare un’occhiata -a Camilla, che stava rispondendo allora ad un complimento del -commendatore Gerardo, e un’altra al De Rossi, che continuava -tranquillamente ad ingessare la stecca. - -Ma anche questa operazione ebbe un termine, ed anche il commendatore -Gerardo lasciò libera la signora Camilla. Aldo le si accostò e le -disse: - -— Signora, siamo adunque insieme? - -— Gran novità! — rispose Camilla, con quell’aria canzonatoria che -sapete. - -Aldo De Rossi non capì troppo bene che cosa significasse quell’accento -ironico. - -— Vi dispiace, forse? — ripigliò. - -— A me, no; — ribattè la signora Camilla. — E a voi? - -— Io... — balbettò Aldo — sono al settimo cielo. — - -La signora Camilla sorrise; ma fu un lampo, e la sua faccia tornò -subito a farsi oscura. - -— Complimenti! — diss’ella. — Come a dire bugìe. - -— Ma il mio non è un complimento; — rispose Aldo De Rossi. - -Intanto il contino Anselmi lo chiamava a giuocarsi l’acchito. Aldo -si mosse dal fianco della signora Camilla, fece la prova, la perdè -e diede l’acchito all’avversario. Questi s’impostò, colpì la palla -dell’avversario e fece un doppietto, mandandola nei birilli ad -abbattere il filone, ossia la fila di mezzo. - -— Bene! — gridò la signora Elena. — Avete già indovinato che io non -v’aiuterò molto, e incominciate a fare da per voi. - -— Oh, ci sarà lavoro per tutti; — rispose l’Anselmi. — Aldo è un -terribile giuocatore. — - -A farlo a posta, Aldo De Rossi non si mostrò degno della lode; fece -steccaccia e andò nei birilli con la sua. Gli avversarii ebbero -quattordici punti dei ventiquattro. - -— Si mette male! — disse Aldo, volgendosi con aria contrita alla -signora Camilla. - -— Avete paura? — fece ella, col suo solito accento canzonatorio. - -— Non ne ho mai avuta; — rispose egli. — Mi rincresce soltanto che -abbiate a formarvi un così gramo concetto di me. — - -La signora Camilla fece un gesto che pareva volesse dirgli: è già -formato da un pezzo. Indi, temperando quella espressione beffarda in un -consiglio di benevola autorità, soggiunse: - -— Bisogna essere più calmi. - -— Potere! — mormorò Aldo De Rossi. - -Intanto il contino Anselmi si disponeva a fare il suo colpo. Egli -poteva, mettendoci un po’ di buona volontà, guadagnare la partita, -poichè la posizione in cui Aldo aveva lasciata la sua palla era brutta -parecchio. Ma il contino, da buon cavaliere, non volle approfittare -dell’occasione; fece anzi di più, giuocò male e restò peggio, lasciando -un bel colpo alla signora Camilla, che doveva entrare in giuoco, per lo -sbaglio di Aldo. - -La signora Camilla, nuova al giuoco, non s’era avveduta di quel piccolo -artifizio galante. - -— E adesso come si fa? — diss’ella, prendendo posto davanti al biliardo. - -Il contino Anselmi non aspettava altro. Lesto come uno scoiattolo, -si piantò a fianco della signora, rubando il posto e l’ufficio al De -Rossi, che, essendole compagno, aveva il diritto di consigliarla e di -guidarle la mano. - -— Si fa così; — disse il contino, prendendole la punta della stecca e -mettendola in quella direzione che gli parve più conveniente. — Sono -rimasto male e voi dovete approfittare del mio errore. Lasciate andare -il colpo; son punti fatti. — - -Vedendosi vogar sul remo a quel modo, Aldo De Rossi aveva fatto un -gesto d’impazienza. La signora Elena se ne accorse e disse prontamente -al contino Anselmi: - -— Ma bravo, signorino! È così che stiamo insieme? Voi fate il giuoco -degli avversari. - -— Donna Elena, non l’ho fatto apposta. Non tutti i colpi riescono. - -— Non parlo del colpo; parlo del consiglio che date. - -— Ah, è vero; — rispose l’Anselmi. — Ma, per una volta tanto... - -— Per una volta tanto, — replicò la signora Elena, con aria mezzo -stizzita, — lasciate che il consiglio lo dia il signor Aldo. — - -Il contino Anselmi capì di aver fatto un passo falso e si tirò indietro -con tutta quella buona grazia che gli era consentita da un così molesto -rimprovero. Intanto la signora Camilla era rimasta con la stecca sul -biliardo, nella medesima posizione in cui l’aveva messa il troppo -volonteroso consigliere. Aldo De Rossi, tirato in ballo dalla signora -Elena, ripigliò tosto i suoi diritti. Diede un’occhiata alla direzione -della stecca, e vide che si trattava appunto di spingere, per mandare -nei birilli la palla avversaria. Ma questo, che era evidentemente -un regalo del contino Anselmi, non gli poteva convenire per nessun -modo. Perciò, sviata leggermente la stecca della sua bella compagna, e -raccomandatole di battere la palla un po’ sotto il centro, perchè non -avesse a correr troppo, le accennò sommessamente di colpire. Camilla, -a dir vero, non sapeva che si facesse; ma il compagno consigliava ed -ella obbedì, spingendo la stecca in quella direzione che egli aveva -indicata. La palla avversaria, scambio di andare nei birilli di primo -tratto, li rasentò, andando a battere verso il mezzo la mattonella -corta, donde ritornata, entrò nella croce dei birilli, abbattendone -quattro. - -Aldo, la signora Vezzosi, il cavalier Sestavalle e i due personaggi -politici della compagnia, applaudirono alla franchezza del colpo. La -signora Camilla si fece rossa dalla gioia. - -— Ma bene, egregiamente! — disse il contino Anselmi, parlando a denti -stretti, come potete immaginarvi. — Ed io che credevo... - -— Già! — interruppe la signora Camilla. — E perciò mi avevate preparato -un colpo facile, non è vero? Ma io, per vostra norma, amo il difficile. - -— E riescite egualmente; riescite in tutto; — rispose il contino -Anselmi, per farla finita senza troppa vergogna. — Ora a voi, Donna -Elena; poichè entrate in giuoco, salvatemi. Abbiamo quattordici -punti; gli avversari ne hanno dieci; bisognerà stare attenti. Del -resto, — soggiunse, — non occorre dirvi altro; la guerra è tra le -Amazzoni. — - -La signora Elena giuocava per mera compiacenza. Non fece nulla di -buono, e si contentò di non guastare. A poco a poco fu vinta dal buon -umore di Camilla, che metteva colpo su colpo, senza chieder parere al -compagno, ed ambedue fecero gazzarra per parecchi minuti, senza dar mai -nei birilli, quantunque più volte ci passassero molto vicino, e, quel -che era peggio, con la palla propria, anzi che con la palla avversaria. -Finalmente, avvenne che la signora Elena mandasse la propria in bilia. -Erano due punti perduti e doveva tornare in giuoco l’Anselmi. - -— Venite a consigliarmi; — disse allora la signora Camilla al De Rossi. -— La guerra non è più tra Amazzoni. — - -Aldo non se lo fece dire due volte e si piantò subito daccanto a lei, -consigliandola e mettendole in posizione la stecca. Ma la signora -Camilla fece come qualche volta Orazio, che vedeva il meglio e si -appigliava al peggio. I consigli e gl’insegnamenti di Aldo non ci -potevano più nulla; essa giuocava sempre alla rovescia. Ma rideva, -mostrava le perle della sua bocca al compagno, e questi si sentiva -correre al cuore una vena d’allegrezza, fino allora ignorata. -L’Anselmi, frattanto, vedendo che l’aria spirava da un’altra banda, -si mise in guardia contro le infreddature. Giuocava con prudente -abbandono, e celiava con la signora Elena, che non aveva ragione per -stare sostenuta con lui, o per ridere dei fatti suoi, come faceva -quell’altra. Il contino Anselmi adoperava in quella occasione come -il buon marinaio in tempo di burrasca; imbrogliava le vele, perchè -il vento non avesse a lacerargliele e, Dio guardi, a spezzargli anche -l’albero. - -Tutto ad un tratto la signora Camilla fece steccaccia e andò nei -birilli con la sua. - -— Perduti? — chiese ella al De Rossi. - -— Perduti; — rispose Aldo, sorridendo. - -— Benissimo! — ripigliò Camilla. — Siamo dunque della medesima -forza. — - -E lo guardava, così dicendo, con una espressione tanto strana, che egli -ne fu tutto rimescolato. - -Che cosa voleva dire quello sguardo? Probabilmente questo: Siamo -due capi ameni, voi con la vostra gelosia scontrosa, io con le mie -leggerezze infantili. Oppure quest’altro: Ci combiniamo in ogni cosa, -perchè in fondo in fondo ci amiamo più che non paia. Infine, poteva -significare anche questo: Siete così scemo, che ho compassione di voi. -Comunque fosse, l’intensità dello sguardo di Camilla aveva un perchè. -Ma fors’anche non ne aveva nessuno, ed era un suo modo di guardare la -gente, per il quale tornava inutile di beccarsi il cervello. - -Vi ho detto che si sentì tutto rimescolato. Non si sostiene impunemente -lo sguardo di una donna che si ama, specie quando non si sa ancora se -quella donna vi ami, e perchè vi guardi in tal modo. Ma il turbamento -non è una risposta, e Aldo De Rossi doveva darne una. - -— No, — diss’egli tanto per aver l’aria di rispondere qualche cosa, -— mi riconosco più debole di voi. Anch’io, è vero, sono andato nei -birilli con la mia; ma voi, almeno, avete fatti una volta dieci punti -buoni, mentre io non ne ho imbroccato mai una. - -— Ed è giusto che si vada così; — ribattè la signora Camilla, col suo -solito accento sarcastico. — Tirate a troppo, signor mio! — - -Aldo inarcò le ciglia, come un uomo che non ha capito e sta per -domandare una spiegazione. Ma il contino Anselmi capitò in buon punto a -troncare il duetto. - -— Volete la rivincita, signora? — chies’egli a Camilla. - -— No, — rispose ella, — salvo che Elena non voglia continuare... - -— Come vuoi tu, mia bella; — disse la signora Vezzosi. — Sai pure che -si ama poco ciò che non si sa fare abbastanza bene. - -— Quand’è così, — ripigliò Camilla, — diciamo le cose come stanno. -Signor conte, il vostro giuoco è assai brutto. — - -Il contino Anselmi s’inchinò, senza rispondere. Era furbo, il -giovinotto. Rispondere non si poteva che in due modi; o piccato, od -umile. Ora il contino Anselmi non voleva fare nè una cosa nè l’altra. - -La signora Camilla proseguì: - -— Giuocate voi altri, noi staremo a vedere. - -— Non sarebbe bello; — rispose l’Anselmi. - -— Perchè? Quando i cavalieri vostri antenati combattevano in giostra, -credevano forse di dare un brutto spettacolo alle dame? Giuocate, -signori, giuocate; noi ammireremo i bei colpi. - -— Se si prende una partita a biliardo per una giostra, eccomi a -rompere una lancia; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — È l’unica -forma di combattimento che sia permessa ad un cavaliere che tocca i -cinquanta. A voi, conte Anselmi, lancia in resa e prendete campo, io vi -sfido. - -— Ed io vi armo il braccio; — disse la signora Camilla, porgendo la sua -stecca al Vezzosi. — Vi sia cara quest’arma; essa ha già fatto dieci -punti. — - -Il commendatore Gerardo ringraziò. L’Anselmi, preso tra due fuochi, -dovette rassegnarsi a giuocare senza dame. - -Il presidente gran croce, abbandonato dal suo interlocutore assiduo, -andò a sedersi sul divano, presso la signora Elena, a cui si era già -accostato il cavaliere Sestavalle. Aldo De Rossi rimase libero di -sedersi presso la signora Camilla. - -— Come siete buona! — le disse, a mezza voce, mentre aveva l’aria di -guardare il ventaglio che essa teneva tra le mani. - -— Vi pare? — fece ella. — E perchè? - -— Perchè avete posto un termine a questo giuoco, che è tanto noioso. - -— Grazie, — rispose Camilla. — Noioso, anche stando con me? - -— Oh, che dite mai? Noioso in sè stesso; — replicò il De Rossi. — Del -resto con voi ci si sta meglio a discorrere. - -— Ecco un altro complimento; — osservò la signora. - -— Ah, è vero; — disse Aldo; — ricordo la vostra definizione; -complimento, bugìa. Ma parliamoci schiettamente, signora: credete -proprio che uno il quale vi dichiari di amare la vostra conversazione -vi snoccioli una bugia? - -— No, davvero; — rispose Camilla, ridendo, — non sono così modesta per -crederlo, nè così ipocrita per dirlo. - -— Ah, meno male! — esclamò il De Rossi. - -La bontà di Camilla era contagiosa; scusate il brutto epiteto, -adoperato a colorire una bella cosa. Voglio dire che Aldo, incuorato -dalla cortesia della dama, fu di ottimo umore e chiacchierò -allegramente, come non aveva fatto mai. Intanto i due combattenti si -riscaldavano al giuoco, e uno di essi, il commendatore Gerardo, non -faceva troppo onore all’arma della signora Camilla. - -— Chi guadagna? — chiese ella, ad un certo punto, interrompendo il suo -dialogo con Aldo. - -— Guadagna Anselmi, signora; — rispose il Vezzosi. — Ha vent’anni meno -di me, e venti punti di più. - -— Coraggio, e rimettetevi in pari! — disse Camilla. - -— Signora, — fece l’Anselmi, con finta umiltà, — se debbo perdere... - -— Potreste averlo già fatto; — rispose Camilla, che, come sapete, le -sue ragioni non le mandava a dire; — potreste averlo già fatto, poichè -il signor Gerardo è il mio cavaliere, armato da me. Ma non lo fate ora, -ve ne prego; chè non ne avreste più merito. — - -La mattinata da Brindelli finì maluccio per il contino Anselmi, che -l’aveva concertata. Nell’uscir di là, Aldo ebbe il coraggio di offrire -il braccio a Camilla, e Camilla ebbe il coraggio di accettarlo. A quei -solleoni! - - - - -XV. - - -Il contino Anselmi andava chiedendo a sè stesso da che cosa avesse -potuto prendere origine un cangiamento così repentino. - -— Avrei io inciampato in un amore nascente, — pensava egli, — come, -attraversando un campo di grano, si mette il piede su d’un nido di -quaglie? — - -Preso in questa forma l’aire, il contino almanaccò un bel tratto; -almanaccò, verbigrazia, che aveva fatto male a impegnarsi con una -leziosa come la Rivanera, così invanita della sua bellezza e de’ suoi -quattrini. Ma si era egli impegnato davvero? Le aveva detto un mondo -di galanterie ed ella aveva mostrato di gradirle. Che fosse innamorata -di Aldo, o corrispondesse in qualche modo all’amore di lui, non pareva -possibile; non era, sopra tutto, conciliabile con la libertà di cui -aveva fatto prova per due giorni alla fila. Se pure non era da credere -che tutto quell’esercizio di moinerie mirasse proprio ad ingelosire -il De Rossi!... Le signore donne le hanno familiari, queste alzate -d’ingegno; per far disperare uno, fanno nascere le speranze di un -altro, dal quale non vogliono poi essere prese in parola. Ora, in -certo qual modo, le speranze erano nate nel cuore del contino Anselmi, -ed egli, nei primi bollori, aveva commesso un piccolo sbaglio. Si -era sbilanciato, se ben ricordate; aveva detto alla signora Camilla, -parlando della compagnia con cui andavano da Birindelli: «cinque -di troppo!»; e aveva anche appoggiata la frase con un sospiro molto -significativo. Da quel momento l’umore della dama si era cangiato. -Diamine, per così poco? Ma sì, per poco o per molto che fosse, si era -cangiato di schianto. - -Ora, quando una donna comincia a prendere ombra e a mettersi in -contegno, le spiegazioni non possono essere che due. O ella si annoia -dei fatti vostri, riconoscendo in voi un pretendente; o gradisce -l’omaggio, ma, per ottenerlo intiero, per mettervi il collare, ed -anche la musoliera, incomincia a trattarvi un po’ male, come se volesse -stuzzicarvi nell’amor proprio, infiammarvi all’impresa. - -Ma quale delle due spiegazioni era la buona, in quel caso? Come -occorre di tutte le cose che un uomo domanda a sè stesso, mentre la -ragione sufficiente di esse è tutta fuori di lui, il contino Anselmi, -poveretto, non seppe darsi una risposta, e vide la necessità di -fermarsi ad osservare con diligenza i più piccoli indizii. Una cosa -sola gli appariva evidente, certissima; che egli aveva commesso un -errore di grammatica amatoria, buttandosi troppo avanti, e quasi -spiccando il salto, senza sicurezza di cascare in piedi. Grosso errore, -errore massiccio, e bisognava prontamente ripararlo. - -La cosa non gli tornava difficile. Ripigliare le proprie posizioni, -rimettersi in osservazione, è sempre agevolissimo agli spiriti -superficiali, agli amatori leggieri, che vi danno la galanteria in -iscambio dell’affetto. E sono proprio essi che hanno ragione con la -maggior parte delle donne, a cui bastano le apparenze della passione, -forse perchè non possono o non vogliono approfondir nulla, in una -società come l’odierna, che è tutta una fiera di vanità. - -Il termine di tanti studi e di tante meditazioni fu questo, che -il contino Anselmi lasciò libera la signora Camilla. Il caso aveva -posto sulla sua strada un’altra donna, forse a guisa di riscontro, -fors’anche come pietra di paragone. Si accompagnò dunque a quell’altra, -e incominciò la sua serie di arguzie galanti. Dico la serie, perchè gli -amici suoi lo avevano paragonato, per questo rispetto, ad un giuocatore -di carambola, che, riescito a bene il primo colpo, ne manda altri cento -di costa a quel primo. Infatti, il contino Anselmi faceva tutto da sè: -preparava il giuoco, e poi via, adagino, con garbo, vi faceva la sua -infilzata di sciocchezze, che attingevano tutto il loro pregio dal modo -facile e gaio con cui erano snocciolate. - -Per sua disgrazia, la signora Elena era molto distratta; non poneva -mente alle sue arguzie, e, per conseguenza, non ne rideva. Un -giuocatore di carambola a cui manchi la galleria (intendete un certo -numero d’ammiratori) perde subito il filo. Ora, lo spirito del contino -Anselmi, per risplendere della sua luce, aveva mestieri di ascoltatori -compiacenti. Non ne ebbe, e a poco a poco languì; quando giunsero -davanti all’albergo della Pace, era spento del tutto. - -— Anselmi, — gli disse il commendatore Gerardo, — volete venire in -giardino, a bere una gramolata? - -— No, grazie, Gerardo; — rispose il contino, — debbo tornare -all’albergo. - -— Un appuntamento? Gatta ci cova. - -— Sì, — disse l’Anselmi, con un sorriso di uomo stanco in -anticipazione, — la gatta è rappresentata da una risma di carta. Ho un -monte di lettere da scrivere. — - -Le signore non credettero necessario d’intromettersi, e il contino -Anselmi, fatta la sua riverenza, si allontanò. Per fare più presto la -strada della Torretta, chiamò una carrozza. Credete pure che ciò fosse -per amore dell’epistolario; quanto a me, penso che faceva caldo e che -il contino Anselmi non amava scottarsi da solo. - -— Errore di grammatica! — andava dicendo tra sè. — Errore di -grammatica! Il diavolo mi porti, se ci casco una seconda volta. E la -Vezzosi, che mi faceva la distratta! Quella, poi, è innamorata cotta. -Ma come non si accorge di quello che avviene? Oppure la Rivanera -le serve di copertoio? In fede mia, ecco un copertoio mal scelto! -La Rivanera è due volte più bella, a dir poco. È vero che io mi -contenterei; — soggiunse egli, sorridendo a sè stesso. — È un fior di -donna, la Vezzosi. Ed ecco qua un uomo, — conchiuse ironicamente, — che -non farebbe troppo il difficile. Ma appunto per questo, lo lasciano -da banda tutt’e due. Basta, sia come vogliono loro, e andiamo dalla -cantante. — - -Beato carattere, che non si commoveva di nulla! Auguro a voi, amico -lettore, di possederne uno compagno. - -La cantante ci aveva i nervi. Quella mattina, attaccando i soliti -solfeggi, si era accorta di non aver più il suo _re_ sopracuto, per -cui amava essere paragonata alla Frezzolini. L’Anselmi, sempre in -vena di sciocchezze, le promise di fargliene venire uno da Parigi, e -quella spiritosità senza sugo lo fece mettere alla porta. La giornata -voleva esser lunga. Il contino si ritirò nella sua camera e si buttò -sul letto, a fumare una spagnoletta. Ciò lo condusse a pensare che la -sua provvista di tabacco del Levante aveva mestieri di essere rifatta. -Stese la mano all’orario delle strade ferrate, che era sul comodino, -accanto ad un _Figaro_ di due giorni addietro, e meditò un tratto sulle -coincidenze dei treni. Lo studio dovette tornargli facile, poichè, -balzato tosto dal letto ed infilzato da capo il soprabito, prese il -cappello ed uscì. - -Quella sera il contino Anselmi mancò alla conversazione e al ballo -del Casino. Le signore non seppero che era andato a passar la notte -a Firenze. Probabilmente notarono l’assenza del grazioso perondino; -ma non ne fecero argomento di discorso. E nemmeno Aldo De Rossi, vi -prego di crederlo. Il nostro eroe si contentò di respirare un po’ più -liberamente. Trionfava, direte. Ma ohimè, v’ingannate, non trionfava -affatto. La signora Camilla, non essendo più là il contino per fare il -riscontro al De Rossi, apparve meno confidente, meno tenera con Aldo; -tornò ad essere quella capricciosetta incomprensibile, quella cara -sfinge che avete la fortuna di conoscere. Ballò due volte con Aldo, ma -senza dirgli nessuna di quelle parole che potevano farlo contento; e -ballò anche molto con altri, lasciandosi fare quel che suol dirsi una -corte spietata, da mezza dozzina di cavalieri. - -La signora Elena, dal canto suo, non mutò di umore, nè di contegno; era -distratta il mattino, continuò ad essere distratta la sera. - -Che cosa aveva la signora Elena? Ve lo dirò in confidenza; aveva fatto -una cosa superiore alle proprie forze e sentiva tutto il fastidio -dell’impresa. - -Vi è egli mai avvenuto di dire: io non berrò più vino? Oppure: io -non fumerò più per un anno e un giorno? Conosco degli uomini che si -son resi padroni dei propri difetti, e diciamo pure dei propri vizi. -Ma la più parte di questi sperimentatori in persona propria, dopo -aver fatto il fermo proponimento, si seccano. La durano dieci, venti -giorni, magari anche un mese; poi incominciano a languire, a struggersi -dalla voglia, e finiscono come potete immaginarvi, dando ascolto alla -tentazione e ritornando al peccato. Gran mercè se il peccato è veniale, -come nei due casi citati di privazione volontaria. - -Il paragone vi sembrerà volgare. Lo vedo anch’io. Ma, appunto perchè -volgare, vi darà una misura proporzionale dello stato d’animo in cui -era la signora Vezzosi. Ella si era proposta un sacrifizio assai più -grave di quello che si proporrebbe un uomo, di non fumar più, o di non -bere più vino per un anno. - -A mezza sera, dopo aver fatto un giro di valzer con Aldo De Rossi, la -signora Elena si lagnò del caldo soffocante che faceva nella sala. - -— Volete prender aria? — le disse il giovanotto. - -— Sì, credo che mi farà bene. Ve ne prego, andate nella sala da giuoco -e dite a Gerardo che venga a prendermi. - -— Che? vorreste già ritirarvi? - -— No, solamente andare sul terrazzo. - -— Se è così, non basto io? - -— Siete molto gentile; — disse la signora. — Ma io non vorrei -sacrificarvi, facendovi abbandonare il ballo, con gl’impegni che -avrete. - -— Non ho impegni; — rispose Aldo. — E, poi, vedetemi in faccia. Vi ho -l’aria di un uomo che si diverte? - -— No, davvero. Ma che cosa avete? Le vostre cose vanno dunque così male? - -— Non potrebbero andar peggio. La duro fin che posso, e poi ne faccio -una delle mie. - -— Calma! Calma! — disse la signora Vezzosi, nell’atto di prendere il -suo braccio per escir dalla sala. — Infine, che ragioni avete, per -essere in collera? Siete geloso! Bella novità! Ma almeno, non lo sarete -più del contino Anselmi. - -— Sì, di lui per l’appunto. - -— Ma se non è neanche presente! - -— Proprio perchè è lontano; — disse Aldo. — Vedete, Donna Elena, con -voi posso parlare. Siete la mia Egeria... - -— Ma voi non siete savio come Numa Pompilio; — ribattè la signora -Vezzosi. — Basta, parlate egualmente e confidatemi le vostre pene. Che -cosa significa questo esser geloso di un assente, appunto perchè egli è -assente? - -— Signora, — fece Aldo, — avete notato come oggi, da Birindelli, e poi -nel ritorno, ella fosse gentile con me, quantunque ci fosse lui? - -— Sì, l’ho notato, e, se volete riconoscerlo, vi ho anche un pochino -aiutato. - -— È vero, e vi ringrazio. Ma avete veduto stassera? L’Anselmi non c’è, -fa l’imbronciato, ed ella ha rizzato muso. - -— Non mi pare, signor Aldo, non mi pare. Ella non fa che ballare. - -— Già, con tutti, e senza lasciare un ballo. Vedete che furia! E non -trova neanche il tempo per rivolgere un’occhiata a questo sciocco che è -il vostro umilissimo servo. - -— Dio buono! Ma voi siete incontentabile. La donna che amate non ha da -vedere che voi! - -— È la mia opinione; o tutto o nulla. - -— Perciò, — disse la signora Vezzosi, fermandosi a mezzo il terrazzo, -e guardando in viso il suo cavaliere, — al poco che vi è toccato... -preferireste il nulla. - -— Sicuramente, il nulla; — rispose egli, risoluto. - -La signora Elena rimase alquanto sovra pensiero; indi riprese: - -— Che strano innamorato! Siete un uomo di altri tempi. - -— Perchè? Non è di tutti i tempi, l’amore? - -— Lo sarà stato, signor Aldo, lo sarà stato; ma sicuramente non è più -del nostro. - -— E da che lo argomentate, se è lecito? - -— Da un po’ d’esperienza. Oh, non istate a credere che io ci abbia -provato; — soggiunse ella, ridendo. — Ho semplicemente veduto. -Ammetterete, io spero, che una donna mia pari possa averne veduti -spasimare parecchi. - -— Ne ammetto volontieri un centinaio — disse Aldo De Rossi. - -— E che, anco non dandogli retta.... — proseguì la signora Elena. - -— Sempre un centinaio; — ripigliò il giovinotto inchinandosi. - -— Sopratutto non dandogli retta, — soggiunse la signora Elena, -appoggiando sulla frase, — possa averli studiati, essersi convinta e -persuasa del modo con cui amano gli uomini del nostro tempo. Orbene, -signor Aldo, nell’amore degli uomini della vostra generazione c’è una -parte di desiderio e una parte di vanità. Questa, poi, è molto più del -desiderio. Figuratevi come possa entrarci l’amore, l’amor vero, che è -un bisogno del cuore, l’aspirazione ad un sentimento di tenerezza, che -abbellisca la vita, o la renda sopportabile. - -— Come dite bene! — esclamò Aldo De Rossi, traendo un sospiro. — -È proprio questo, l’amore che sento. Rinunzierei al possesso della -persona amata, rinunzierei alle consolazioni della pubblica invidia, -pur di sapere dentro di me che quella donna mi ama e che io posso -riporre intieramente la mia fede nella sua. - -— Ve l’ho detto; — replicò la signora Vezzosi: — siete un uomo strano, -un uomo d’altri tempi. Su che libri vi siete formato? Dico su libri, e -non sopra esempi viventi; perchè questi, o mancano, o vivono nascosti. -Certi sentimenti, come i colori troppo delicati, non amano la luce viva -del sole. — - -In quel punto una luce più mite, ma diffusa, coglieva in pieno la -persona di Aldo De Rossi, che stava ritto accanto al davanzale del -terrazzo, con la faccia rivolta verso l’entrata del Casino. E in quel -punto apparve sul limitare dell’anticamera la signora Camilla. Il -commendatore Gerardo la teneva a braccetto. - -Aldo se la vide baluginare davanti agli occhi e rizzò prontamente la -testa. La signora Elena indovinò dal gesto di Aldo che c’era qualche -cosa di nuovo, e lentamente, come persona stanca, o svogliata, si girò -da un lato a guardare. Non vi dirò che la vista dell’amica le facesse -in quel punto un gran piacere. Se ve lo dicessi, non credereste. Siamo -dunque intesi, non ve l’ho detto. - -— Ah, sei qui, mia cara? — esclamò la signora Camilla, mettendo il -piede sul terrazzino. — Ti avevo veduta andar via dal salone con una -cert’aria abbattuta!.... Non ti ho vista tornare, e credevo già che ti -sentissi male. - -— Infatti, — rispose la signora Vezzosi, — il caldo mi aveva oppressa. -Non ho neanche potuto finire il valzer, perchè mi era venuto un -capogiro. - -— Perchè non farmi chiamare? — disse il commendatore Gerardo, prendendo -affettuosamente per mano la sua dolce metà. - -— Oh, non mi parve necessario d’incomodarvi per così poco. Ho dato -invece il disturbo al signor Aldo, che è stato tanto gentile da -sacrificarsi per me. Del resto, credevo che voi foste impegnato a -giuocare. - -— Che! Mi seccavo a veder giuocare gli altri, aspettando che il -presidente si fosse liberato da un noiosissimo giudice di mandamento -che gli s’è attaccato ai panni e non lo ha ancora lasciato. Per -fortuna, — soggiunse il commendatore Gerardo, volgendosi alla sua bella -vicina, — la signora Camilla è apparsa sull’uscio.... - -— Cercavo appunto mio zio, — interruppe la signora Camilla, a cui non -metteva conto di far sapere quelle piccolezze alla gente. - -— Ed io, — ripigliò il commendatore che non voleva rinunziare al gusto -di finire la frase, — son corso incontro alla bella visione. - -— Come siete galante! — esclamò la signora Camilla, risoluta per quella -volta di mozzargli le parole in bocca, se per caso ne aveva altre da -aggiungere. — E adesso vorreste compir l’opera? Ma no; — riprese ella, -come pentita; — dividiamo la fatica tra due. Signor Aldo, sareste voi -così buono.... - -— Dite, signora; — gridò Aldo, scattando come una molla. - -— Da andare nella sala ove si trova mio zio; — continuò la signora -Camilla. - -— Sarete servita immediatamente. E gli dirò?.... - -— Che vado all’albergo; con lui, se crede di accompagnarmi; con Elena e -col signor Gerardo, se egli ha ancora desiderio di restare. — - -Aldo si affrettò a fare l’imbasciata. Ma dentro di sè andava cercando -che diamine potesse aver cagionato quella pronta risoluzione di -Camilla. Anche il tono con cui ella aveva parlato era di persona -oltremodo nervosa. E questo non era neanche sfuggito all’attenzione -della signora Elena, la quale rimase sovra pensiero, lasciando a suo -marito tutto il carico della conversazione. Gerardo, come sapete, -faceva per due, e all’occorrenza per quattro. Del resto, egli ebbe -poco da dire, perchè due minuti dopo tornava Aldo, accompagnando il -presidente gran croce. - -— Vi sarete seccato, col giudice? — chiese il commendatore al -presidente gran croce. - -— No, — rispose questi, — mi parlava d’una causa abbastanza importante, -che si è discussa ultimamente a Perugia. Sapete, Vezzosi, il proverbio -dice: chi l’ha nell’ossa lo porta alla fossa. Si è stati giudici e le -cause.... - -— Producono i loro effetti, capisco. — - -In queste chiacchiere si escì dal Casino, per ritornare all’albergo. Il -presidente gran croce non pensò neanche a domandare perchè si escisse -così presto. In simili casi, sono le signore che comandano, e nelle -risoluzioni delle signore non si cerca mai il perchè. - -Le dame andavano innanzi, accompagnate da Aldo, che era passato dalla -banda di Camilla e procedeva mogio mogio, come un cane bastonato. Nel -vestibolo dell’albergo, il giovinotto augurò la buona notte alle dame e -si accomiatò dai due accompagnatori legali. Intanto le dame ponevano il -piede sui primi gradini della scala. - -— Carina, — disse Elena a mezza voce, — vorrei parlarti. - -— Ora? — dimandò Camilla col suo accento nervoso. - -— Anche ora; — rispose quell’altra. - -La signora Camilla si volse allora ai due accompagnatori che erano già -per seguirle, e disse: - -— Signori, non è necessario che salgano, per adesso. Elena ed io -vogliamo stare un’oretta insieme. - -— Grandi segreti? — disse il commendatore Gerardo. - -— Segreti di Stato; — rispose Camilla. - -E fatto un cenno di commiato, si avviò per le scale, seguendo la -signora Vezzosi. - - - - -XVI. - - -Giunte sul primo pianerottolo, le due signore entrarono nel corridoio. -La cameriera, andata avanti col lume, si fermò davanti al quartierino -occupato dai Vezzosi, che era il più vicino alle scale. Ma la signora -Camilla le accennò di proseguire, volendo condurre l’amica nel suo. -Entrate nel salottino che divideva la camera della signora Rivanera da -quella del presidente Roberti, la signora Vezzosi si lasciò cadere sul -canapè, come persona sfinita. - -— Hai più coraggio di me; — diss’ella, dopo aver ricolto il fiato, e -con un accento da cui trapelava un leggero sarcasmo. - -— Perchè? — domandò la signora Camilla. - -— Perchè li hai mandati via, così alla svelta, come si farebbe con due -estranei. Si poteva pur rimandare il nostro colloquio a domani. - -— Non hai detto: anche ora? — ripigliò Camilla. - -— È vero, ma come si dice una cosa senza importanza. - -— E senza importanza discorriamo stasera, scambio di discorrere domani. -Del resto, che conti ho da rendere? Son libera, nota, son libera; — -soggiunse Camilla, premendo sull’aggettivo, come se volesse rimandare -il sarcasmo alla sua bella interlocutrice. - -Tra due donne questo po’ di malumore c’è sempre. La tensione è lo stato -abituale di queste due pile elettriche, anteriori di tante migliaia -d’anni alla scoperta di Alessandro Volta. Ora è quistione di un amore -che si contendono, ora di una vanità che debbono soddisfare, ma sempre -di una preminenza che vogliono mantenere. Noi uomini, più spesso che -non si creda, ci buttiamo via, ci rassegniamo alle seconde parti. Le -donne mai, viva la faccia loro! Ditela pure una debolezza; ma di che -cosa s’ha egli ad esser teneri, anzi gelosi, se non della propria -dignità? Sta bene che ci vuol diplomazia, per vivere in questo mondo; -ma forse che la diplomazia non ha diritto di mostrarsi permalosa, -per la maestà dello Stato che rappresenta? E se mi chiedeste che cosa -rappresenta la donna, vi risponderei che rappresenta sè stessa; come a -dire un Impero, e un Impero... celeste. - -— Volevi parlarmi, — soggiunse la signora Camilla dopo alcuni istanti -di pausa. — Domani avrebbero potuto mancare le occasioni. Un momento -così propizio come questo non si presenterà più. Siamo qui sole, e i -nostri compagni di viaggio, se non li facciamo chiamare, si periteranno -di venire quassù. Aggiungo che sei da me, e non c’è neanche il pericolo -che tuo marito entri qua, senza farsi annunziare. Parla! — - -Elena ammirò la risolutezza di quella personcina, in apparenza così -leggera, fatta piuttosto per lasciarsi trasportare dai casi che per -dominarli. In apparenza, ho detto, ed anche per la signora Vezzosi, -che veramente l’aveva giudicata assai meglio di così. Certi errori non -sono possibili tra donne, e l’una conosce l’altra di primo acchito, -come noi ci conosciamo a malo stento un giorno prima di morire. Or -dunque, la signora Elena aveva da un pezzo conosciuto il carattere -di Camilla Rivanera; in quell’impasto di grazia aveva intravveduta la -forza; sotto quell’aria di leggerezza aveva indovinato un carattere. -Ma certo, non l’aveva immaginata mai così pronta nelle sue risoluzioni, -così disposta ad affrontare il pericolo, come essa gli appariva in quel -momento, andando incontro agli agguati, alle insidie, ai tranelli d’una -conversazione, che non prometteva niente di buono. - -Una lotta s’impegnava. Ma quale? Voi, lettori, l’avete già presentita -e potreste già in parte descriverne le fasi. Ma le cose non potevano -essere già così chiare tra le due dame, ed una di esse, la Rivanera, -doveva anzi fingere di non capirne nulla in anticipazione, e mostrar di -credere che il discorso annunziato dalla sua amica fosse il più liscio -e il più naturale del mondo. - -— Camilla, — incominciò la signora Vezzosi, — sai che ti amo. Sebbene -queste cose ce le siamo dette finora assai poco.... - -— Non importa; — interruppe Camilla, con un gesto che dissimulava male -l’impazienza, se pur non è da dire che la metteva in mostra; — poche -parole bastano ad affermare l’amicizia. L’amore, poi, non ha neanche -mestieri di quelle poche parole. — - -Elena si scosse e diede alla sua interlocutrice un’occhiata di -meraviglia. In quelle parole di Camilla non era a vedersi una sfida? -Almeno almeno un invito a tagliar corto? Fosse l’una cosa o l’altra, -la signora Vezzosi doveva cogliere l’occasione che gli era offerta di -entrare in argomento. - -— Tu, dunque, — diss’ella, — saprai che Aldo De Rossi è innamorato di -te. — - -Ecco, lettori, una donna può sapere molte cose; ma non può sempre -sapere qual ragione faccia parlare in un dato senso un’altra donna; -specie quando quest’altra incomincia il suo discorso ex abrupto. Non -vi parrà dunque strano che la signora Camilla, comunque preparata -all’attacco, balenasse al primo urto un tantino. Forse anche questo era -un atto meditato, e la perplessità di Camilla serviva di appoggio ad un -gesto di stupore, che voleva dire: — che cos’è questa alzata d’ingegno? - -— Non ti offendere, sai! — ripigliò la signora Vezzosi, ingannata da -quel gesto. — Dirti che il signor De Rossi è innamorato di te, non è -già un farti torto. - -— No; — rispose Camilla, con un tono tra scherzoso ed ironico. — -Rendiamo giustizia ai meriti del signor Aldo De Rossi. È un po’ strano, -il signore, e via, diciamo anche un po’ stupido, perchè ogni cosa abbia -il suo nome appropriato; ma certo egli non offende una donna, facendole -la corte. Infatti, mia bella, ne sei offesa, tu? — - -Un attacco rispondeva ad un altro. La signora Elena, che non si -aspettava di essere assalita, mentre ella stessa si era fatta -assalitrice, ne fu grandemente turbata. - -— Io! — esclamò. — E di che dovrei essere offesa? Egli non mi fa la -corte. - -— Davvero? - -— Non me l’ha fatta mai. - -— Ah! questa è anche più strana. - -— Te lo giuro; — disse Elena, con accento solenne. - -Camilla stette un momento in forse; poi chinò la testa, con aria di -persona che vuol dimostrarsi persuasa, anche non essendo convinta. - -— E sia; — diss’ella. — Non saprei che cosa opporre ad una affermazione -come questa. Ma non perdiamo il filo del discorso. Esso avrà pure una -conclusione; andiamo alla conclusione. — - -La signora Vezzosi aggrottò le ciglia, vedendo che Camilla si metteva -a quel modo in sussiego con lei, e si pentì di aver voluta quella -conversazione. Ma non c’era rimedio e bisognava andare fino in fondo. - -— È male che tu la prenda su questo tono; — diss’ella. — Io vengo a -te senza secondi fini, col cuore in mano, e ti dico: Aldo De Rossi -è innamorato di te. È un uomo serio, un gentil cavaliere; amalo. O -meglio, — soggiunse, — poichè queste cose non si comandano, se è vero -che tu l’ami, o sei disposta ad amarlo, te ne prego, non fare che egli -si disperi per la tua apparente insensibilità. — - -Camilla ascoltò con molta attenzione il predicozzo, non togliendo gli -occhi dal volto dell’amica. Indi, col suo solito sussiego, le disse: - -— Parli per conto suo? - -— Se fosse, — replicò la signora Elena, ferita da quell’aria altezzosa, -— che cosa ci vedresti di male? - -— Anzi, — ribattè la signora Camilla, — ci vedrò una prova del suo -buon gusto a saper scegliere.... gli ambasciatori. Peccato che col -buon gusto non si trovi d’accordo lo spirito! Sicuramente, mia bella; -non s’incomoda una dama come tu sei, più fatta per udire di questi -discorsi, che per farli ad un’altra. E non è bello, inoltre, che in -queste faccende s’aiuti con gl’intercessori, chi ha voce e ginocchia -per pregare da sè. - -— È giusto; — osservò la signora Vezzosi. — O, per dire più veramente, -sarebbe giusto, se il signor De Rossi mi avesse dato l’incarico di -farti un simile discorso. Il vero è che non mi ha incaricato di nulla. -Conosco il suo segreto.... Da un pezzo glielo leggevo negli occhi. Mi -duole di vederlo così triste, così avvilito, e ti parlo per conto mio, -in favore di quel povero giovanotto. - -— Ah, volevo ben dire! — esclamò la signora Camilla. — È dunque tutta -bontà tua. Veramente singolare! Non ti offenderai, spero, di questa -osservazione. È tutto ciò che io ti dirò su questo particolare, usando -dei diritti che accorda l’amicizia. E per questa medesima amicizia -ti dico: càlmati, bella mia.... E frattanto, non mi chiedere di fare -questa cosa, o quell’altra, perchè io non posso far nulla. Non amo il -signor De Rossi. - -— Ah! — gridò la signora Elena. — E perchè? - -— Ti potrei rispondere molto semplicemente: perchè non l’amo. Tu -stessa lo hai detto poc’anzi, queste cose non si comandano; o sono, -o non sono, e la ragione del non essere è così oscura, come quella -dell’essere. Vedi, mi fai parlare come un filosofo; — soggiunse -Camilla, ridendo. — Ma voglio essere schietta, quantunque la cosa abbia -i suoi rischi. Solo chi custodisce il proprio segreto è forte; e la -donna, già tanto debole in questa società così male costituita, ha -doppia ragione di custodirlo. Pure, lo ripeto, sarò schietta con te. -E tu, spero, ci vedrai un’altra prova della mia amicizia. Mi stai a -sentire? - -— Son qua, tutt’orecchi; — rispose la signora Vezzosi, atteggiando le -labbra ad un sorriso, che non le venne altrimenti. - -Camilla, che era stata fino allora in piedi, davanti alla Vezzosi, andò -a sedersele accanto, sul canapè; indi, presa la mano dell’amica tra le -sue, come a trastullo infantile, così incominciò la sua confessione. - -— Sono una donna leggiera, vana, capricciosa, tutto quello che vorranno -dire di me tante caritatevoli persone. Oh, non me la prendo, io! -Riconosco, anzi, che c’è molta apparenza di vero in questi giudizi. Ci -sono dei modi di essere, che fanno l’uffizio della maschera, con cui -andiamo al veglione, per non essere conosciute e per far disperare la -gente. C’è chi riconosce il viso, sotto la forma di raso nero: ma non -importa, la maschera c’è, e ti dà il diritto di parlare liberamente, -come se tu non fossi riconosciuta. Dunque, diciamo, leggiera, vana, -capricciosa, volubile, e chi più n’ha ne metta. Io, dentro di me, so -d’essere tutt’altra. Odio i caratteri falsi, sono assetata di verità; -perciò, capirai che non posso amar gli uomini, e che, sopratutto, non -posso stimarli. Questi per la bellezza, quegli per la ricchezza, o -per la condizione sociale, uno perchè sei libera, l’altro perchè non -lo sei più, ci hanno tutti una ragione eccellente per mettersi sul -tenero, qualche volta ingannando sè stessi, sempre cercando d’ingannare -anche te. Ma parliamo di me, che sono libera. Ho la bellezza, dicono; -ho la ricchezza, dice il mio ragioniere, che guarda al sodo e non si -confonde con certe lustre. Ora, io te lo confesso sinceramente; sarò -matta da legare, ma quando m’accorgo che un uomo non ama in me che -una superficie di bellezza, vorrei esser brutta da far paura, per -vedere dove va tanto amore disperato; quando m’accorgo che si tratta -anche e sopratutto del mio milioncino (sono afflitta da questo guaio, -che farci?) vorrei essere povera come Giobbe, per vedere se la mia -bellezza, ridotta a figurare tra i cenci, farebbe fare tante pazzie a -quell’uomo. - -— Aldo De Rossi non bada alla ricchezza; — osservò la signora Vezzosi. - -— Lo credo, e gli rendo giustizia in questo particolare; — rispose -Camilla. — Ma io parlo in genere, e dico che l’amore è una cosa -delicatissima, imponderabile, indefinibile. O c’è tutto, o non vale un -bel nulla. L’uomo che ami solamente per amare, e per amare quella donna -più d’un’altra, e per amare solamente quella, è possibile trovarlo? -Io credo di no. Vado ad altezze vertiginose, lo capisco; ma sono fatta -così ed oramai non c’è verso di mutarmi. Ho potuto non chiedere queste -cose, quando ero fanciulla ed abbastanza inesperta; ma oggi ho veduto, -ho paragonato, ho studiato, cerco quell’amore e quell’amore non c’è. O -ci sarà, ed io non l’ho trovato. Sarò come quel tale, che voleva andare -ad alloggio nell’albergo della Felicità; ma era tanto distratto a furia -di pensarci, che passò rasente e non vide l’insegna. E può anche darsi -che il tuo De Rossi sia l’uomo ch’io cerco; e può anche darsi che non -lo sia. Non l’ho studiato, e gli è come se non lo fosse. - -— Già, — notò ironicamente la signora Vezzosi, — tu l’hai per uno -stupido! - -— Oh, questo non vorrebbe dir nulla; — rispose con molta tranquillità -la signora Camilla. — Ci s’innamora male, degli uomini di spirito. -Sono come le donne letterate, che abbagliano annoiando, o come i -cani sapienti, che fanno tante belle cose egregiamente, salvo quella -per cui i cani sono ammessi agli onori della domesticità. Un povero -canino da pagliaio, che non sa dar la zampa, nè saltare il cerchio, nè -andar ritto da un capo all’altro della sala, ama il padrone, lo segue -fedelmente e ne custodisce la casa. Non fo torto al signor De Rossi; -dico soltanto che un uomo simile non farebbe per me. Ci avesse almeno -il buon gusto di dedicarsi ad una donna, di non vedere e di non servire -che a quella! Ma no; lo vedi girandolare da questa a quell’altra, -con una facilità che dimostra tutta la sua leggerezza, di cuore e di -spirito. - -— Eh via! — disse la signora Vezzosi. — Tu gli fai torto, adesso. Egli -va in società, come ci vanno tutti i suoi pari. Perchè accusi lui solo? - -— Lui solo, certamente, perchè nessun altro va in società come lui, con -quell’aria di voler parere una eccezione ambulante. Gli altri, a buon -conto, non si piccano di apparirti diversi da quelli che sono, mentre -egli, il tuo De Rossi, — (la signora Camilla appoggiò maliziosamente -sul pronome possessivo) — fa il filosofo meditabondo, l’uomo dei grandi -concetti e dei profondi dolori. L’ho veduto in molti luoghi, a balli, -a conversazioni, a teatri, sempre inguantato, incravattato, insaldato, -i capegli ravviati con una diligenza miracolosa, la divisa condotta -a pennello fino alla nuca, le ciocche lucenti sulla fronte; e da per -tutto con quel suo cipiglio imbronciato e scontroso, come un uomo che -mediti un suicidio. - -— Non è certo come l’Anselmi; — osservò la signora Vezzosi. - -— Oh no, — riprese Camilla, — e viva l’Anselmi, con la sua faccia -serena e il cuor contento. È uno sciocco, te lo concedo, ma uno -sciocco che non fa male. L’insegna non ti tradisce. Ride, distilla -continuamente il suo spirito; qualche volta ci riesce e qualche volta -no; ma in fine, non ha l’aria di volerti dare una lezione ad ogni -batter di ciglia, e, sopra tutto, non si atteggia a rubacuori. - -— Lo credi? - -— Almeno, mi sembra tale, ed è tutt’uno. A me, che non ho mestieri di -legger nell’anima di questi signori, basta quel po’ di vernice. - -— Hai torto; — disse placidamente la signora Vezzosi. — Conosci sempre -più addentro che puoi le persone che ti avvicinano più spesso. Non -sai che cosa pensano? Avrai anche il rammarico di non sapere che cosa -diranno alle tue spalle. - -— Che cosa diranno? — Quello che potranno dire. E se io non darò loro -argomento... - -— Brava! Come se non bastasse una cortesia, uno scherzo, una frase -detta senza metterci importanza, per mandare in solluchero questi -signori e destare le più ardite speranze! Ma sia pure come tu credi; -avranno poco da dire. Rimarrà sempre quella che potranno lasciar -supporre. C’è un modo di lasciar supporre, che vale il raccontare... ed -anche il dare ad intendere. — - -La signora Camilla stette un istante sovra pensiero, indi si strinse -nelle spalle. - -— Bella mia, — replicò, — tu chiedi più attenzione e più vigilanza, che -non sia possibile ad una donna di usare. Io permetterò anche questo, -purchè non si pensi ad alta voce con me e non mi si annoi con certe -dichiarazioni. - -— Oggi, infatti... — notò la signora Elena. - -— Ah, oggi! Che cos’hai veduto, quest’oggi? - -— Non dovrei dirlo, perchè sarebbe un pensare ad alta voce... e -potrebbe annoiarti. - -— No, parla, te ne prego. Non crederai già che la mia insofferenza per -certi discorsi si estenda anche a te! - -— Dirò, dunque, — ripigliò la signora Elena, ringraziando Camilla con -un lieve cenno del capo, — che stamane tu avevi l’aria di trattare -molto bene il contino Anselmi, e che subito, entrando da Birindelli, -hai incominciato a trattarlo assai male. Almeno se si deve giudicare -dal suo contegno, che era proprio d’uomo avvilito, a cui non basta più -l’allegria sforzata, nè la filosofia naturale, per apparire tranquillo. - -— Ah, l’ho trattato male? — ripetè la signora Camilla. — Non me ne sono -avveduta. Prendo e lascio con tanta facilità! E questo ti provi che non -dò nessuna importanza ai nostri bei cavalieri; peggio per loro, se, da -qualche frase buttata là per chiasso, traggono argomento a sperare Dio -sa che cosa! Può anche darsi, — soggiunse Camilla, tornando al fatto, — -che il contino mi abbia seccata. Anzi, mi pare di ricordarmi... Sì, mi -ha detto qualche cosa che m’ha dato noia. Ma quello è un uomo che non -ci ritorna più. Non avrà avuto filosofia quest’oggi, perchè sarà escito -senza la sua provvista quotidiana; ma vedrai che ne avrà una provvista -doppia, domani. È, dopo tutto, un uomo gentile ed un compagno prezioso. -Ne convieni? - -— Eh, sì; — fece la signora Elena, dividendo la sua frase in due tempi. -— Aldo De Rossi ne è molto geloso; — soggiunse poscia, per richiamare -all’argomento la sua interlocutrice. - -— Geloso! E con quale diritto? — gridò la signora Camilla. — Mi ha egli -comprata? Gli ho detto io: sarò la vostra schiava? Io te lo ripeto, -Elena; non amo, non amerò mai un uomo che le corteggia tutte ad un -modo. - -— Tutte! Tutte! — esclamò la signora Vezzosi. — Bisognerebbe che tu -incominciassi a citarne qualcheduna. - -— Te, per esempio. Ma tu dici di no... - -— Lo dico. Con tutte le forze dell’anima mia, te lo dico. - -— E non si potrà più insistere; — ripigliò Camilla. — Ma qui -dentro, capirai, non si comanda, e qui dentro si potrà anche pensare -diversamente. — - -La signora Vezzosi stette muta un istante, offesa com’era da quel -dubbio e combattuta da due opposti sentimenti, di tristezza e di -sdegno. Ma infine si padroneggiò e così mestamente rispose: - -— Farai quello che ti parrà, e mi dimostrerai di non avere amicizia per -me. Io, credi, ne ho sempre molta per te; ne ho più che non pensi. - -— Ed è per questo che vuoi... — incominciò Camilla. - -Ma si trattenne subito; e la signora Vezzosi, volgendo gli occhi alla -sua interlocutrice, vide l’aria di vivacità, quasi di collera, che -stava per accompagnare la frase; ma non uscì altrimenti la frase. - -— Parla! — disse la signora Elena. — Che cosa sono queste tue -reticenze? Tu pensi il male e non hai cuore di dirlo. Bada, Camilla; -hai incominciato, devi finire. - -— E sia, finirò: — rispose Camilla. — Se è un cattivo pensiero, tu lo -combatterai ed io ne avrò liberato il mio cuore. Elena, io dubito che -questo tuo colloquio... che questa tua raccomandazione a favore di Aldo -De Rossi... o miri a scoprir terreno... o a coprire una tua passione, -che può essere stata osservata. Dimmi che non è vero! — - -Ma nell’atto di finire la sua invettiva, Camilla ebbe argomento di -pentirsene. Elena si era abbandonata contro la spalliera del sofà, -coprendosi gli occhi con le palme, come per frenare le lagrime. - -— È orribile, ciò che supponi; — diss’ella, singhiozzando. — È -orribile, ed io non meritavo questi crudeli sospetti. — - -Turbata, confusa da quello scoppio improvviso, ma più ancora commossa -da quell’accento di verità, Camilla gittò le braccia al collo di Elena. - -— Via! via! Non ho detto nulla, sai? Dimentica, te ne prego. È effetto -del mio umore selvaggio. Ci sono certi momenti, che m’accorgo di -essere cattiva. Ma vedi, mi ha resa tale il mondo, che è tutto una -guerra d’imboscate e di tradimenti. Non piangere, te ne supplico, non -piangere! Fa conto ch’io non t’abbia detto nulla. Io non mi alzo di -qua, se tu non mi perdoni. - -— Ti ho perdonato; — rispose la signora Elena, traendo faticosamente -il respiro, che le era mozzato dai singhiozzi. — Ti ho perdonato. Ma -tu, ascolta un consiglio. Ama; è il rimedio ai cattivi pensieri. Ama; -è anche il nostro destino, a cui non possiamo sottrarci senza pericolo. -E ama senza dar cagione di gelosia all’uomo che hai scelto per signore -dell’anima tua. - -— Mi domandi una cosa grave, quasi impossibile; — rispose Camilla, -abbracciando la signora Elena e tergendo le sue ultime lagrime. — Ma -sai che, per dispormi a tanto, bisognerebbe trovare un uomo perfetto? E -forse, trovandolo, mi annoierei della sua stessa perfezione. Perdonami, -è ancora un resto della mia cattiveria naturale. E senza dargli -cagione di gelosia, dovrei dunque rinchiudermi in casa come una schiava -nell’_harem_. Perchè l’uomo sospetta di nulla, perfino d’un volger di -ciglia, lo sai. Inoltre, c’è questo da osservare, mia bella; l’uomo -si riposa troppo facilmente nella vittoria; più si sente amato, e meno -riama. - -— L’uomo, forse; — replicò la signora Elena; — ma quell’uomo, -quell’uomo che hai scelto, quell’uomo che ami, non è più della specie -degli altri, come tu non sei più simile alle altre per lui. E poi, -— soggiunse la signora Vezzosi, animandosi, — che importa pensare a -ciò che avverrà? L’amore è una fiamma che consuma e purifica; non ti -curar di cercare se dovrà rimanerne un pugno di cenere. E non temere -di essere, o di apparire una schiava. Benedetta schiavitù! Per un uomo -che io sentissi di amare, Dio mi perdoni, accetterei di essere ridotta -in eterna miseria, e di non veder più la luce del sole. Senti, bambina -mia, è il gran fine della vita, l’amore. E sia grande, profondo, -immenso; giustifica tutto, redime tutto, santifica tutto. A che ti -servono questi vagheggini, che han preso l’amore per un trastullo delle -ore d’ozio? Ti dicono che sei bella. Gran che! Non te lo dice il tuo -specchio, e senza chiederti nulla in compenso? Poi, vedi, lo dicono -a te, come lo dicono a tante, secondo l’umore della giornata, e per -vedere se mai la lode non t’inducesse in tentazione. Esser tentata da -vanitosi siffatti! — esclamò Elena, con atto di ribrezzo. — E sapere -che, mentre parlano, stanno formando un disegno su me e applaudendosi -delle loro trovate! Ci sarebbe ragione di fuggire mille miglia lontano, -se non si fosse certe di poterli confondere con una allegra risata. -Ma bada, bambina mia, bisogna saperla buttar là, quella risata, ed in -tempo, chè non abbiano campo a sperare, nè agio a vantarsi. Il timido -silenzio, lo sguardo soave, il verecondo sorriso, serbali per l’uomo -che potrai ascoltare, quando ti avvedrai che parla dalle sue labbra -la verità, non orpellata da vani complimenti, non raffidata da troppa -sicurezza di sè. - -Così parlava la signora Elena, resa eloquente dalla profondità del -sentire. Camilla era stata ad udirla con molta attenzione, e quasi -sospesa al suo labbro. Com’ella ebbe finito, le si accostò per -bisbigliarle all’orecchio: - -— Tu ami, Elena. Chi ami? Ed hai avuto fortuna dall’amore? - -— Io? — disse la signora Elena, scuotendosi. — No; sono una povera -donna ferita. - -— Tu? così bella? - -— Eh, la bellezza non ci ha nulla a vedere, pur troppo! E poi, dove è -la donna così bella, che non sia vinta da un’altra, più bella di lei, o -che sembri tale agli occhi di un uomo? Senti, bambina mia, — soggiunse -amorevolmente la signora Vezzosi, che quella risoluzione pacifica del -dialogo aveva messa in vena di tenerezza; — l’uomo che ho amato.... -Non dovrei parlarti così, io; ma infine, è un peccato, e i peccati si -confessano. L’uomo che ho amato mi paragonava un giorno ad una statua -di Fidia, ma per pospormi nel medesimo tempo ad un’altra donna. - -— Che sarà stata, m’immagino, una statua di Prassitele; — osservò la -signora Camilla. - -— No, — rispose la signora Elena, — egli fu più galante e più crudele -di così. Paragonò quell’altra al capolavoro che non era stato mai -fatto da un artefice mortale, alla figura di donna che Fidia aveva -intravveduta nei sogni della fantasia, ma che non aveva saputo -effigiare nel marmo. - -— Al giro della frase lo si direbbe un complimento del contino Anselmi; -— notò Camilla, sorridendo. - -— No, non è suo; — rispose Elena. — L’Anselmi non direbbe tanto bene -di una donna assente, a scapito della donna presente. Quell’altro è -più schietto, anche a risico di far soffrire un povero cuore di donna. -È forse per questo, — disse la signora Vezzosi, come parlando a sè -stessa, — che anch’egli è condannato a soffrire? - -— Che dici tu, ora? — esclamò Camilla, a cui parve d’indovinare. — Chi -era quest’uomo? E chi era quella donna? - -— Chi era? — ripetè la signora Vezzosi. — Lo chiesi a lui e non potei -strappargli il suo segreto. Non ne avevo il diritto, poichè egli non mi -aveva ingannata, non mi aveva detto mai una parola d’amore. Ma volevo -conoscere ad ogni costo quella donna, che era agli occhi suoi tanto -più bella di me. Feci patto di rassegnarmi all’ultimo posto, se ella -era degna del primo. E l’ho conosciuta, e ho dovuto dargli ragione; la -donna che egli amava era più bella di me, più bella di molte a cui non -oserei paragonarmi; — soggiunse modestamente la signora Vezzosi. — Ed -io mi sono rassegnata; vedi, Camilla? mi sono rassegnata, e, fedele al -mio patto, ho lavorato per lui, cercando di ravvicinarlo a quella donna -e di intercedere per lui. - -— Tu hai fatto ciò? — disse Camilla, stupita. — Hai potuto far ciò? Ma -non è cosa di donna; è superiore alle forze d’una donna. - -— Non lo è stato alle mie, come vedi; — rispose la signora Vezzosi. - -E nascose, ciò detto, la fronte nel seno di Camilla. - -— Che vuoi che ti dica? — riprese quest’ultima. — Sei migliore di me; -e non meriti di piangere, come fai, per cagion mia, ma, te lo assicuro, -senza mia colpa. - -— Oh, non badare alle mie lagrime; — rispose Elena. — È il ricordo che -mi fa piangere. Ma sono forte, sai? Ti avrei io detto ogni cosa, con -tanta sincerità di cuore, con tanta libertà di spirito, se non fossi -forte? - -E sollevò la fronte, parlando così, e si provò a sorridere, coi -lucciconi alle ciglia. Vi risparmio qui la bella immagine del cielo che -si rasserena attraverso le ultime stille di pioggia, perchè veramente -se n’è troppo abusato. - -— Andiamo; — disse Camilla, cingendo tra le sue braccia la vita di -Elena, come se volesse sollevarla di peso dal canapè. — È tardi e i -nostri signori si annoieranno di aspettarci. - -— Ah sì, li avevo dimenticati; — rispose Elena. — Ma tu mi ascolterai, -non è vero? - -— Ne parleremo. - -— No, tu devi ascoltarmi; devi dirmi di sì. - -— Te lo dirò poi; — replicò Camilla. — Non sono cose da prendersi così -alla leggera. Bisogna pensarci su. Te lo dirò poi; — ripetè; — anzi -meglio, te lo scriverò. La parola scritta ha questo vantaggio, che essa -permette di legger meglio nell’animo, mentre si esprime il proprio -pensiero. Capisco che è male lo scrivere. Una donna non dovrebbe mai -darsi a questa occupazione pericolosa. Almeno, — soggiunse Camilla, — -fino a tanto che essa è la serva umilissima degli uomini e la nemica -naturale delle donne. E padroni e nemici sono cattivi depositari dei -nostri segreti, ne convieni? Ma io farò questo per te, e tu ci vedrai -una prova d’amicizia confidente, che è l’amicizia del presente e del -futuro. Dammi un bacio, bella mia; ti sembra sincero, questo? — - -La signora Vezzosi baciò l’amica con effusione, su ambe le guancie. Ma -la povera bella aveva ancora i luccioloni sulle ciglia. - -— Via, rasciughiamo le lagrime; — disse Camilla. — Se fossi un uomo, -in fede mia, ti direi di seguitare, perchè sei bella così, e perchè le -lagrime di una bella donna si bevono volentieri. È scritto in tutti i -romanzi, e a me qualche volta verrebbe voglia di piangere, per vedere -se gli uomini usano ancora di dirlo. Ridi? Va bene, ed io mi lodo delle -sciocchezze che dico così spesso e così volentieri, se esse hanno la -virtù di rasserenarti. Ecco intanto due donne che hanno avuto colloquio -per un uomo, senza farsi giuramento di inimicizia eterna. Non è vero -che siamo calunniate dagli uomini? Ma già, — conchiuse filosoficamente -Camilla, — fino a tanto che comanderanno loro, e i libri li scriveranno -loro, sarà così e ci vorrà pazienza. Non ti pare? — - -La signora Vezzosi, scambio di rispondere, abbracciò nuovamente -Camilla. E rasciugate le lagrime, escì insieme con lei dal salottino. - - - - -XVII. - - -Ci hanno insegnato alla scuola, in que’ beati tempi che s’aveva -ancora bisogno di andare alla scuola, come qualmente, per comando di -Domineddio, l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della propria -fronte. Il che torna a dire che l’uomo, condannato ad un continuo -stento per la battaglia della vita, sarà perennemente infelice. Questa -dev’essere la regola, e, come tutte le regole di questo mondo, ha da -averci le sue brave eccezioni. Nel fatto, vi sono degli uomini, i quali -non sudano, neanche a scottar loro i piedi con acqua bollente; e ce ne -sono degli altri, i quali non mangiano pane, o tutt’al più ne prendono -qualche sottilissima fetta, per ispalmarla di burro. Similmente, ci -sono degli uomini continuamente allegri, che non si rompono la testa -coi malanni, che vedono tutto color di rosa, che sono felici, insomma, -felici ad ogni costo, e contro il precetto delle Sacre Scritture. -Laonde io sono indotto a pensare che ogni uomo, nascendo, porti il -suo destino con sè. All’uno, messer Domineddio deve aver detto: «tu -sarai lieto»; all’altro: «tu sarai imbecille»; all’altro: «tu sarai -dotto»; e così via discorrendo, ad ognuno dei nuovi nati, secondo -certi motivi suoi, che non ci è dato conoscere, ma dal cui svolgimento -dipende senza alcun dubbio la storia delle nazioni. Lo stato sociale -e l’educazione non ci hanno a veder nulla, o assai poco, in questa -varietà d’indirizzi, poichè si trovano dotti, imbecilli e felici in -tutte le classi sociali. Per contro, è facile di osservare una specie -di compensazione, come a dire un saggio di giustizia distributiva, -che dimostra la saviezza infinita del sommo legislatore. Il felice è -sbadato, miope, quasi cieco, e non vede le cantonate, se non quando -ci ha dato contro del naso; l’imbecille può salire ai più alti uffici -dello Stato; il dotto riesce facilmente noioso. Non è sempre così, -lo capisco, ed anch’io lo riconoscevo implicitamente, accennando alle -solite eccezioni ond’è circondata e quasi circoscritta ogni regola; ma -in fondo in fondo si può dire che la giustizia distributiva governi e -che la compensazione sia il fatto costante. - -Perchè questo squarcio di filosofia? Per dirvi, o lettori, che il -contino Anselmi era un uomo felice, o alcun che di somigliante. Almeno -almeno, egli era molto contento di sè, nell’atto di ritornare da -Firenze per Montecatini. E che cosa ci aveva, per essere contento? -Nulla, in verità; ma per essere contenti non è sempre necessario di -avere, bastando qualche volta di sperare. I cavalli di Plutone, ad -esempio, non ci sono stati descritti dal poeta Claudiano allegri a quel -Dio, per il semplice fatto che essi pregustavano le biade del ritorno? - -Che cosa s’aspettava l’Anselmi? Un mutamento naturale in tutto ciò -che aveva lasciato il giorno addietro tanto mal disposto per lui. La -signora Camilla, che si era mostrata così capricciosamente severa da -un momento all’altro, doveva tornargli benigna. La cantante, che ci -aveva i nervi e che lo aveva mandato così liberamente a farsi benedire, -doveva essere guarita. E queste due fortune gli sarebbero toccate in -premio di una sapiente scappata. - -Il contino Anselmi si era accorto di avere, come dicono i francesi, -l’_absence heureuse_. Dopo qualche giorno di lontananza, lo vedevano -più volentieri le donne e gli amici. Egli non andava a cercare se -ciò dipendesse per avventura da quel periodo di tregua, che ci fa -sopportare con maggior filosofia il ritorno dei vecchi dolori. Sentiva -il benefizio e non ne indagava le cause. Non vi ho detto ch’egli -apparteneva alla schiera dei felici, di coloro che vedono tutto color -di rosa e che sono molto contenti di sè? - -Il nostro viaggiatore ebbe alla stazione di Montecatini i sorrisi e i -saluti amichevoli di cento conoscenze; saluti e sorrisi che non avrebbe -avuti, se, scambio di giunger lui, fosse andato con quella medesima -folla a veder giungere un altro. Era già una consolazione, come vedete. -Non si fermò a chiacchiera con nessuno, perchè un uomo che arriva non -ha mai tempo da perdere, o non deve mostrare di averne. Del resto, il -contino Anselmi sentiva gli stimoli dell’appetito e il bisogno di darsi -una risciacquata. Prese una vettura di piazza e corse all’albergo della -Torretta, per attendere ai due uffici importanti; si restaurò dentro -e fuori, e quindi andò a far visita alla cantante. Era la più vicina; -doveva anche esser la prima, nelle sue attenzioni galanti. - -La diva lo ricevette benissimo. I nervi non la molestavano più; segno -evidente che aveva ritrovato il suo _re_ sopracuto. Il contino Anselmi -che le aveva proposto di andare a Parigi, per portargliene uno nuovo -fiammante, le portava in quella vece una graziosa novità dalle rive -dell’Arno, cioè a dire un elegantissimo braccialetto, comperato in via -Tornabuoni, dal Marchesini, che era, e spero lo sia tuttora, il Dio -dei gioiellieri di Firenze. Ad una dama non si sarebbe potuto portare -un presente d’oro e pietre preziose; ad una diva sì, perchè i Numi -gradiscono, da tempi immemorabili, ogni specie di offerte. - -La diva accolse il dono con gioia, ed ammirò da esperta conoscitrice -una fila di piccoli smeraldi e rubini, frammezzati da brillanti, -che luccicavano sulle spire elastiche del braccialetto, foggiato a -serpente. S’intende che, per ammirarlo meglio, se lo rigirò subito al -braccio. - -— Siete un compito cavaliere; — diss’ella; — ed anche un uomo di buon -gusto. Guardate come sta bene. — - -E gli stese un braccio ben tornito, candidissimo senza mestieri di -biacca, che meritava anch’esso la sua parte d’ammirazione. Il contino -Anselmi lo prese delicatamente e gli rese l’omaggio a cui essa sembrava -invitarlo. - -— Porterò il vostro braccialetto questa sera al Casino; — disse allora -la diva. - -— Ah! — esclamò il contino, inarcando le ciglia. — Questa sera -finalmente vi risolvete di andarci? - -— Sì; volete accompagnarmi? Mando a spasso il Torricelli. — - -La proposta non garbava troppo al contino Anselmi. - -— Lo vorrei; — diss’egli, sospirando. — Ma temo di compromettervi. - -— Compromettermi! — ripetè la diva, rizzando la testa e fissando gli -occhi curiosi in volto all’Anselmi. — Non sarebbe per caso il timore... -di comprometter voi? — - -Il contino fece la bocca da ridere. - -— Che dite mai? — gridò egli. — Ad accompagnare una bella donna, un -cavaliere ci guadagna sempre nella stima dei popoli. Fate conto che io -non v’abbia detto nulla. Avevo parlato solamente per voi. - -— Sentiamo questa, che ha da essere nuova di zecca; — rispose la diva -con accento sarcastico. - -— Eh, nuova o vecchia, eccola qua. Voi dovete far colpo, stassera, -essere ammirata, adorata, applaudita da tutti. Ora, voi lo saprete per -esperienza, i gelosi applaudono di mala voglia. Ed io, entrando con voi -al Casino, farò chiacchierare, ingelosire moltissimi. Il Torricelli è -vecchio e la sua galanteria sessagenaria non dà ombra a nessuno; mentre -la mia, che non è ancora sui trenta, mi capite?.... - -— Capisco che ve la cavate abbastanza bene; — disse la diva, con un -risolino sardonico. - -— Non me la cavo, anzi voglio restarci; — replicò l’Anselmi, già -mezzo stizzito. — Son pronto ad accompagnarvi e felicissimo di lasciar -pensare tutto ciò che cento sciocchi invidiosi vorranno pensare di noi. - -— No, così non fa comodo a me; — rispose la diva. — Credo che in fondo -in fondo non diciate male. Restate nell’ombra e non intorbidate il mio -trionfo, se trionfo ha da essere. Andrò col Torricelli. Il poveretto ne -sarà felicissimo. - -— Eh, purchè sappia contentarsi! — fece l’Anselmi, con aria di burlesca -minaccia. - -— Sciocco! — disse la cantante, appoggiando l’epiteto con quel grazioso -torcimento di labbra che ha nella nostra lingua il brutto nome di -boccaccia. - -— Adorabile! — rispose il contino Anselmi, facendo in quella vece il -bocchino. - -In quella guisa l’Anselmi vinceva il punto di non accompagnare la diva -al Casino. Veramente, non si sarebbe tirato indietro a quel modo, tre -giorni prima. L’uomo, quando non ha altri ripeschi in mira, si presta -sempre volentieri a queste comparse, che fanno prendere il moscherino a -mezzo mondo e che dànno alle donne un alto concetto della sua persona. -Perchè, infatti, le figlie d’Eva sono meno insensibili che non si pensi -a questi spettacoli di felicità mascolina, e l’uomo che credesse di -guastare i fatti suoi per il futuro con simili mostre, si gabellerebbe -da sè per un vero collegiale. S’intende che le mostre in discorso -riescono utili, quando l’uomo non abbia altri amori imbastiti lì per -lì. Se ce li ha, deve astenersi con ogni cura da questi riscontri -pericolosi. Una donna può e deve ammirare il signor Tizio, che ha -fortuna con le altre, fino a tanto che ella non sia ricercata da lui; -ma a nessuna donna può altrimenti piacere che il signor Tizio le si -presenti con una rivale a braccetto. - -Quella sera, finito il pranzo, e senza indugiarsi a prendere il -caffè in giardino, il nostro Cupido escì dall’albergo della Torretta, -avviandosi per lo stradone. Non sapeva nulla delle signore che aveva -così bruscamente piantate il giorno innanzi. Non lo avevano veduto -al Casino; lo avevano probabilmente aspettato al Tettuccio; dovevano -essere impensierite della sua sparizione improvvisa. Ora il contino -Anselmi giustamente pensava che un po’ d’assenza fa bene, ma che non -deve mica esser troppa. - -Così egli andava ruminando il suo capitolo _de arte amandi_, quando -(vedete fortuna!) riconobbe da lunge le dame, che, accompagnate dai -soliti cavalieri, venivano incontro a lui verso il Tettuccio. Il -commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle andavano innanzi con -la signora Camilla; seguivano Aldo e il presidente gran croce con la -signora Elena. - -A farlo a posta, il numero era giusto e non c’era più luogo per lui. -Ma beati gli ultimi, dice il proverbio, se i primi han discrezione. Il -commendatore Gerardo fu tanto discreto da cedergli il suo posto. - -— Ah, sei qui, briccone? — gridò il Vezzosi appena lo ebbe veduto. — -Dove diamine ti sei nascosto, Anselmi? — - -Il contino biascicò alcune frasi sconnesse. - -— Nascosto, no.... veramente.... Del resto, tu mi vedi.... - -— Ora, si capisce. Ma iersera? e stamane? Ti abbiamo aspettato al -Tettuccio, e non ti sei lasciato vedere. Di grazia, si potrebbe sapere -che cura fai? - -— Dio buono! La cura degli affari, quando ti vengono addosso; — rispose -l’Anselmi, con un’aria di candore, che non pareva lui. — Ho dovuto -andar fuori. - -— A Collodi, m’immagino; — replicò il commendatore Gerardo. — Oppure a -Monsummano. - -— Che! Più lontano; in capo al mondo; — disse l’Anselmi. — Ieri, quando -vi ho lasciati, ho trovato all’albergo un telegramma, ed ho dovuto -correre a Firenze, per incontrare un amico, che doveva giungere da -Roma. E con lui sono venuto stamane, dandogli il passaporto per Pisa. -Una noia, come capirai; ed io ne sono stato dolentissimo; — soggiunse -il contino, dando un’occhiata malinconica alla signora Camilla. - -— E deggio e posso crederlo? — chiese con enfasi melodrammatica il -commendatore Gerardo. - -La signora Camilla venne allora in soccorso dell’Anselmi. - -— Come non volete crederlo? — diss’ella. — Il conte Anselmi non è -certamente uomo da dire una cosa per un’altra. Ha avuto da fare e -ci ha lasciati; ha sbrigate le sue faccende e ci ritorna. Questo è -l’essenziale. — - -Un inchino e uno sguardo eloquente ringraziarono la signora Camilla del -suo gentile intervento. - -Ma perchè le due file dei nostri passeggiatori erano molto vicine -l’una all’altra, Aldo De Rossi udì le parole di Camilla. Il poveretto -ci diventò verde dalla stizza e si morse le labbra fino a far sangue. -La signora Elena, che le aveva udite anch’essa, volse un’occhiata di -sbieco al compagno e notò come avesse la cera contraffatta. - -— Calma! — gli bisbigliò allora, facendo un rapido movimento da quella -parte. — Vi dirò tutto. — - -Frattanto il contino Anselmi diceva al Vezzosi: - -— E dove andate ora, se è lecito saperlo? - -— Al Rinfresco, per far ora. La signora Camilla non conosce ancora il -luogo. - -— E mi dicono che sia molto bello; — soggiunse Camilla. - -— Bellissimo; — rispose il contino. — Sta sotto la mia giurisdizione, -perchè è proprio accanto alla Torretta. Di modo che, — proseguì -l’Anselmi, — se io fossi rimasto all’albergo, avrei avuta la fortuna di -vedervi egualmente? - -— Ma non avreste meritato di accompagnarci, — replicò la signora. - -Aldo De Rossi andava al Rinfresco come la biscia all’incanto. Si -pentiva di non essersi posto lui al fianco della signora Camilla, per -impedire all’Anselmi di appiccicarsi in quel modo. Ma come avrebbe -potuto fare diversamente? Quel giorno gli era andata così male ogni -cosa! La mattina, al Tettuccio, aveva notato una grande freddezza, o, -per dire più veramente, un’aria di grande inquietudine, che metteva -le signore a disagio con lui. Esse, del resto, non si lasciavano -mai, e come non gli era riescito di parlare da solo a solo con la -signora Camilla, così non aveva potuto dire neanche una parola alla -signora Elena. Infastidito da quelle difficoltà, che erano durate fino -all’ora di colazione, Aldo De Rossi aveva infilato l’uscio e preso il -portante verso Monsummano, sperando di chetare le sue furie con una -lunga passeggiata. Ma si era stancato, senza punto calmarsi. Tornato -all’albergo sull’ora di pranzo, aveva trovata la signora Elena più -turbata, più confusa che mai. Non ebbe modo di chiederle nulla, perchè -il Vezzosi l’accompagnava nel corridoio, e del resto era già ora -di scendere nella sala da pranzo. Solamente nell’anticamera, mentre -Gerardo appiccava il cappello al gancio del cappellinaio, essa ebbe il -tempo di dirgli: — Proporrò una gita al Rinfresco; veniteci: troverò il -modo di parlarvi. — - -Concertata la gita mentre erano a tavola, gli convenne di restare al -fianco della signora Elena quando si escì dall’albergo. La signora -Camilla era venuta a pranzo in una abbigliatura elegantissima, che -faceva risaltare vieppiù i segni di una freddezza senza esempio. -Aldo non ci capiva più nulla e si rodeva di non sapere che diavolo -fosse. Avviandosi con la brigata al Rinfresco, e non vedendo comparire -l’Anselmi, si era arrischiato a sperare che la giornata dovesse finir -meglio che non era cominciata. Ma tutto ad un tratto era apparso -l’Anselmi; egli stesso era stato il primo a vederlo e il cuore gli -aveva dato una scossa violenta. - -E pensare che quello zerbinotto, quel Ganimede, quell’Adone da -strapazzo (già, i nomi da appioppare ad un rivale non mancano mai) -veniva a guastargli le sue faccende con un tradimento in corpo, e -probabilmente ancora caldo delle tenerezze dette ad un’altra donna! -Perchè infatti il contino Anselmi ce lo aveva, il suo ripesco amoroso, -all’albergo della Torretta. Non si era confessato egli stesso con Aldo, -nelle espansioni di una passeggiata a lume di luna! E la delicatezza, -la lealtà e tante altre belle cose egualmente moleste, non permettevano -ad Aldo di metter carte in tavola, di propalare senza tanti complimenti -ogni cosa? - -Si giunse al Rinfresco, una specie di giardino all’antica, con mura -alte e severe, ornato con una gravità architettonica abbastanza -pretensiosa, ma ricco di verde, d’ombra e di silenzi romantici, da -piacer molto ai cuori innamorati, ed anche ai filosofi misantropi. -Questo riscontro non ha niente di strano e si spiega facilmente, poichè -l’amore è una misantropia masticata in due. - -Una fontana, decorata di marmi, sorgeva nel mezzo del piazzale, -accanto all’entrata; ma l’acqua non aveva allegrezza di zampilli. Acqua -termale, tu eri triste a vedere, come la faccia del mio Aldo De Rossi. -Più lieta appariva tutto intorno la frappa, in mezzo a cui s’aprivano -alcuni viali, ma per chiudersi tosto, nel fitto dei rami sporgenti. -Cari viali, amiche rèdole, liberali di ombre discrete ai fidati -colloquii, come si sarebbe inoltrato volentieri pe’ vostri meandri il -mio Aldo De Rossi, tenendo a braccetto la signora Camilla! Ma a farlo -a posta, la signora Camilla non si spiccava dal fianco dei signori -Anselmi e Vezzosi, o, per dir meglio, i signori Vezzosi ed Anselmi non -si spiccavano dal suo. - -E bisognava sentirlo, il contino Anselmi, che fuoco d’artifizio -faceva! Ed anche la signora Camilla, come rideva, alle arguzie, -alle galanterie, alle svenevolezze del signorino! Rideva anche più -degli altri giorni, d’un riso acuto, quasi stridente, che urtava -maledettamente i nervi al De Rossi. Ci fu un momento che gli parve di -odiarla. Lettori, che avete sofferto di questo male, non riconoscete -qui l’amore innalzato alla quarta potenza? - -Come Dio volle, i passeggiatori si sentirono stanchi e si arresero al -tacito invito dei sedili di pietra che correvano intorno alla fontana. -Aldo non si posò come gli altri, ma stette in sull’ali; da prima per -andare a veder l’acqua da presso e far le mostre di assaggiarla; quindi -per girandolare qua e là ed osservare le piante. In certi momenti della -vita ogni uomo è un naturalista. - -Egli, per altro, non era escito dalla vista della comitiva. E dopo -alcuni istanti di dotte osservazioni, vide con la coda degli occhi la -signora Elena spiccarsi dalla brigata, per venire verso di lui. Si -volse allora con aria grave e tranquilla e le accennò una pianta di -bossolo, per modo che gli altri, se avessero guardato da quella parte, -credessero ad una vera e propria conversazione botanica. - -— Sapete che è un affar serio? — gli diceva intanto la signora Vezzosi. -— Non si può neanche trovare il momento propizio.... per darvi un -dispiacere. - -Aldo De Rossi diede un sobbalzo e si fece pallido in viso. - -— Calma! — ripigliò la signora. — Ho avuto iersera un colloquio con -lei. Ve ne darò i particolari... quando potrò. Intanto, ne capirete -abbastanza, dalla lettera che ella mi ha scritto questa mane. - -— Una lettera! — mormorò Aldo turbato. - -— È qui; — disse la signora Elena, traendo un foglio di tasca, mentre -si avvicinava al De Rossi e chinava la testa verso la pianta di -bossolo. — Voi la leggerete... e me la restituirete. - -— Sì; — disse Aldo, imitando la mimica della signora e stendendo le -dita per prendere il foglio. - -Ma la signora Elena non se lo lasciò fuggir di mano così presto. - -— Badate, — riprese, — è necessario che mi sia restituito. Mi confido -ad un uomo, non è vero? - -— E ad un gentiluomo; — replicò il De Rossi. - -— Qualunque cosa avvenga, mi restituirete questa lettera, oggi stesso? - -— Avete la mia parola d’onore; — disse Aldo. - -— Bene; — soggiunse la signora. — Mettetela in tasca. La leggerete più -tardi. - -— Mentre voi starete conversando alla fontan, — mormorò Aldo, — io -andrò a passeggio qui presso. - -— Troppa fretta! Se almeno aveste la forza di dominarvi.... - -— L’avrò, signora, l’avrò. Da ciò che mi dite, capisco già che c’è una -sentenza di morte... per il mio povero amore; — rispose tristamente il -De Rossi. — Ma voi lo vedete, son forte. - -— Sarete anche sereno? In apparenza, se non altro? - -— Riderò; — disse Aldo. — Va bene così? — - -La signora Elena non rispose parola, e, accompagnata dal De Rossi, -tornò a passi lenti verso la fontana. - -— Che cosa guardavate con tanta attenzione? — domandò il commendatore -Gerardo. - -— Una pianta che non conoscevo; — rispose Aldo con aria sbadata. - -— Gran che! Figuratevi che era una pianta di bossolo; — soggiunse la -signora Vezzosi. - -— Ma di un verde così tenero, che in verità non mi pareva bossolo; — -ribattè Aldo De Rossi, per dar colore alla storia. - -— Effetto del terreno, che non è molto confacente alla sua specie; — -replicò la signora Vezzosi. - -— Donna Elena ha grandi cognizioni in botanica; — disse il cavaliere -Sestavalle. — Rammento ancora la distinzione tra l’_Hibiscus siriacus_ -e l’_Hibiscus_... Di grazia, come si chiama l’ibisco dell’albergo della -Pace? - -— Vedo che la rammentate poco, la distinzione; — notò argutamente la -signora Vezzosi. — È un _Hibicus liliflorus_. - -— E li ha sulla punta delle dita, i nomi latini! — gridò ammirato -l’Alcibiade. - -— Il latino è brutto parecchio; — disse il contino Anselmi, — ma la -giardiniera è bella. Propongo di chiamarla la bella Giardiniera. - -— Magazzino di mode? — domandò la signora Vezzosi. - -— No, capolavoro di Raffaello; — rispose l’Anselmi, inchinandosi. - -— Conosco questo complimento; — disse la signora. — Ce lo avete detto -l’altro dì, sull’uscio della Speranza. - -Il contino Anselmi si morse le labbra, rammentando che infatti aveva -già speso un’altra volta quel motto arguto, e pensando che ciò poteva -nuocergli presso le dame. Ma non si diede per vinto. - -— Mi rimandate all’uscio? — diss’egli. — Vedo già i campi della -disperazione. - -— Eh! — fece il commendatore Gerardo. — L’ha rimbrodolata abbastanza -bene. - -Aldo De Rossi approffittò di quelle ciarle senza sugo, per dare -un’altra voltata sui tacchi. La lettera che gli aveva consegnata la -signora Elena gli scottava la mano. Dovete sapere, infatti, che teneva -sempre la mano in tasca, stringendo convulsivamente quel foglio in cui -stava scritta la sua condanna. - -Camilla non fu tratta in inganno da quella invenzione botanica. Ella -si era avveduta che Elena e il De Rossi avevano colto il primo pretesto -per iscambiarsi alcune parole e argomentò facilmente che quelle parole -la risguardavano lei, vedendo che Aldo De Rossi, tornato presso la -compagnia, aveva evitato di guardarla. - -Giunto fuori dalla vista de’ suoi compagni di passeggiata, Aldo -De Rossi cavò di tasca la lettera misteriosa. Aveva la febbre; gli -tremavano le mani, e gli occhi ci vedevano poco. Raccolse tutte le sue -forze con un atto supremo di volontà, spiegò il foglio e decifrò alla -meglio i sottili uncinetti della signora Camilla. - - - - -XVIII. - - -Quali sentimenti dovessero agitarlo durante la lettura non vi dirò, -perchè le angosce del cuore, quando sian giunte ad un certo grado di -violenza, non si descrivono più. Del resto, immaginate voi; ecco la -lettera: - - «_Elena mia_, - - «Ho pensato lungamente al tuo discorso di iersera, e ti rispondo - ora in iscritto quello che avevo già incominciato a risponderti a - voce; non accetto la tua generosa proposta. - - «Non è capriccio, non è caparbietà; è maturato consiglio. Ho - ragionato tutta la notte il pro e il contro, ma sopratutto ho - pensato a te e alla nobiltà del tuo carattere. Tu sei buona e - sincera, mia Elena, e meriti di esser felice. - - «Una cosa mi è apparsa evidente. Tu stessa t’inganni, intorno - allo stato del tuo cuore e alla forza della tua volontà. Tu ami il - signor De Rossi; ed egli... Egli, una delle due, o ama te, oppure è - uno sciocco. Ad ogni modo, se non ti ama oggi, ti amerà domani. Ciò - che m’hai narrato de’ suoi furori per me, è molto vago, nè credo - ci si possa far fondamento per l’edifizio della mia felicità. Tu - stessa, ne sei ben certa? Non ti pare che c’entri un pochino di - vanità (vanità offesa, o vanità stuzzicata, non importa cercare) - nella passione di cui tu m’hai fatto una pittura così viva? Sai, - gli uomini ce l’hanno tutti, la loro parte di puntiglio; anche - quando giuocano per celia, vorrebbero vincere. Il signorino va - attorno come le farfalle; e quasi direi senza scegliere i fiori. - S’è imbattuto in me; m’ha trovata più sorda di qualcun’altra alle - sue attenzioni, alle sue gentilezze. Come io sia stata con lui, non - so veramente, perchè io non mi osservo. Vo innanzi alla libera, - come una selvaggia; quando una cosa mi piace, non la nascondo; - quando mi dispiace, non ne faccio mistero. Può darsi che io l’abbia - ferito; può anche darsi che egli abbia sognato di esserlo. Comunque - sia, non credo che si tratti d’una ferita profonda. E vorresti che - per una cosa da nulla io mi mettessi a fare la suora di carità? - Io non amerò, forse; ma quando amerò, bada bene, sarà per tutta la - vita. I mezzi amori mi fanno rabbia; non voglio scomodarmi per così - poco; non voglio perdere la mia pace per una di queste passioncelle - da dozzina, in cui ha tanta parte la vanità, e la galanteria tutto - il resto. Quando amerò... Ma questo te l’ho già detto. Soggiungerò - invece che l’uomo destinato a impadronirsi di me, ha da fare - qualche cosa di grande, o di pazzo, che in questi casi è tutt’uno. - Gli uomini del nostro tempo non fanno più pazzie per le donne, ed - è male. Può anche esser bene; chi lo sa? Forse noi non meritiamo - che se ne facciano più; siamo diventate anche noi troppo frivole. - Or bene, sia pure, io non amerò, e sarà tanto di guadagnato per - la tranquillità de’ miei nervi. Qualche volta, vedi, mi prende la - malinconia di farmi monaca. Ma non ti spaventare, bella mia, sono - accessi che non durano. E negli intervalli mi lascio cogliere dalla - manìa dei giuochi innocenti; gradisco la corte degli sciocchi, e - son felice quando mi accade di farli disperare a quattro per volta. - - «Ma lasciamo stare queste fanciullaggini. Come vedi, sono una - ragazza viziata. Lo zio, che mi vuol bene mi chiama spesso la - sua _testa falsa_. S’intende che parla per celia, e senza sapere - di cogliere così netto nel segno. Veniamo a te. Se ti riesce di - rinfrancare il dolente personaggio e di far parlare il suo cuore, - fallo per te, Elena mia. Forse c’è stoffa per un uomo di garbo; e - tu, del resto, sei donna da far miracoli. Dirai che ti consiglio - male. Io stessa, rileggendo la frase, me ne accorgo. Ma è scritta, - e non voglio far cancellature, che avrebbero aria di pentimenti. - Del resto, noi donne viviamo solamente per il cuore e non badiamo - troppo a certe piccole tirannie d’una legge che non abbiamo fatta - noi. Alla fin fine, brucia la lettera; è il meglio che tu possa - fare. Il conservarla potrebbe dire due cose alla gente di poco - spirito, a cui capitassero sott’occhio i miei scarabocchi: che il - consigliere è cattivo e che l’alunno meritava un tal consigliere. - Queste cose non debbono dirsi, nè di te, nè di me. E poi, ti - sentiresti di fare un’altra cosa, che ti raccomando tanto? Ridi, - e non pensare ad altro. Io sarò veramente felice quest’oggi, se, - entrando nella sala da pranzo, e sedendo di rimpetto a te, vedrò - un bel sorriso sulle tue labbra. Labbra di corallo tenero, come - t’avran detto già molti; labbra che invitano, ecc., ecc., come - avranno pensato moltissimi. Ridi, ora? Orbene, va avanti così. — La - tua CAMILLA.» - -Aldo De Rossi era rimasto attonito, a quella lettura, e ci volle il -suo tempo perchè riprendesse il dominio di quella poca ragione che -possedeva. Così a occhio e croce capì che la signora Elena aveva -parlato eloquentemente, quantunque senza frutto, per lui. Capì inoltre -che non era stato compreso. Due cose spiacevano alla signora Camilla, -siccome appariva dal contesto della sua lettera; che egli usasse andar -troppo attorno, quasi a corteggiarle tutte, e che il suo amore per una, -se lo sentiva davvero, non lo dimostrasse con qualche gloriosa follia. -Ma non erano due pretesti, messi fuori dalla dama, per dissimulare -la freddezza del suo cuore? Una donna non s’inganna mai su certi usi -di mondo e sa fare le sue distinzioni a favore di un uomo, che, anco -facendo riverenza a cento, non ne vede e non ne preferisce che una. -Quanto alle imprese meravigliose, Dio buono, anche la signora Camilla -lo capiva, che i tempi e i costumi non erano da ciò. - -Una ragione doveva esserci, e più forte di tutte le altre, a -giustificare la freddezza della signora Camilla. Elena amava Aldo, -e non aveva potuto negarlo. Ora, come non sospettare che Aldo avesse -dato argomento, appiglio, esca, e tutto il peggio che vorrete, a quella -simpatia della signora Vezzosi? - -Un pensiero di quella fatta doveva venire a lui, come ad ognuno de’ -miei lettori. Ma i lettori afferrano le cose con animo pacato; Aldo De -Rossi, in quella vece, non ci vedeva più lume. Perciò, se il pensiero -gli venne, come vi ho detto, egli non si fermò altrimenti a misurarne -l’importanza. Quando si soffre, si studia poco sulle cause del dolore; -l’ermeneutica non è fatta per gli spiriti turbati dalla passione. -Al nostro povero eroe parve più sbrigativo e più comodo accusare la -signora Camilla di freddezza, d’orgoglio, di leggerezza, e di vedere -nella sua lettera un ammasso di pretesti, messi fuori per liberarsi da -un uomo antipatico. Ma a benefizio di chi? Una donna, per solito, non -disprezza un uomo, se non perchè ne stima troppo un altro. - -Giunto a’ piedi dell’ultima pagina, Aldo De Rossi voltò il foglio per -tornare da capo. Era un moto naturale, come d’uomo che non ha bene -inteso e che vuol sincerarsi. Ma in verità non c’era bisogno di tanto; -la lettera parlava chiaro e Aldo non poteva dare ai propri occhi -una così audace mentita. La mano aveva girato il foglio; la stessa -mano lo strinse e lo spiegazzò, come se volesse lacerarlo. Le labbra -borbottarono qualche cosa, che sapeva d’imprecazione, e la lettera andò -a finire nella tasca del soprabito, dove fu cacciata con un atto poco -rispettoso. A qual pro l’avrebbe egli riletta? Si torna mal valentieri -sulle notizie spiacevoli. E quelle che gli erano date nella lettera -di Camilla dovevano imprimersi nel suo cervello a caratteri di fuoco, -come.... (scusate il paragone che è vecchio, ma calzante) come le tre -parole misteriose sulla parete, nel famoso convito di Baldassarre. - -— Egregiamente! — mormorò Aldo, con un accento che faceva a pugni -con l’ottimismo dell’avverbio. — Non si potrebbe mandarmi al diavolo -con parole più chiare. Ma una cosa non è chiara... o lo è troppo. La -signora parla di me; ne parla molto, ne parla oltre il bisogno. Ma -tace di un altro, come se non esistesse neanche. E quello di cui tace -è appunto quello che ama. Son tutte così; l’uomo di cui non gliene -importa nulla, lo mettono in piazza; l’altro, poi, lo nascondono, come -si nasconde un tesoro. Provatevi a farle parlare! Ve ne citano dodici, -se occorre; si accuserebbero magari di amarne ventiquattro; ma il nome -di quel tale, non c’è caso che se lo lascino sfuggire di bocca. — - -Vi fo grazia di tutto l’altro che disse, o che borbottò tra i denti, -perchè gli vo’ bene e non mi piace di mostrarvelo troppo violento nei -pensieri e nelle espansioni. Ad ognuno di voi sarà avvenuto di dirle -grosse, in un momento di rabbia. E certamente vi sarebbe dispiaciuto -che le vostre parole fossero raccattate da un imprudente uditore -e ripetute ai quattro punti cardinali, come monumento della vostra -pazzia. - -Lo stesso Aldo si avvide di essere uscito dai gangheri. Se ne avvide -ad una imprecazione troppo forte che gli era sfuggita e che gli aveva -percosso l’orecchio. - -— Che cos’è questo? — esclamò. — Sono io dunque un ragazzo, e non saprò -far altro che chiacchiere? — - -Si scosse, così dicendo; digrignò i denti, con atto di profondo -disgusto; si asciugò gli occhi, e si avviò verso la fontana con passo -risoluto. - -Egli era triste ma laggiù si rideva. E il contino Anselmi, come al -solito, dava la battuta. - -— Che buffone! — disse Aldo tra sè, mentre compariva nel piazzale -alla vista di tutti. — Se bisogna essere così, per piacere alle donne, -rinunzio, in fede mia, a questa fortuna; se fortuna può dirsi. — - -Già, conchiuse proprio con questo epifonema. Quando vi dico che Aldo De -Rossi aveva perduta la bussola! - -— Non lo credete? — chiedeva frattanto l’Anselmi, proseguendo un -discorso incominciato. — Io ne sono persuaso. - -— Ed io, con vostra buona pace, niente affatto; — rispose la signora -Camilla. - -— Signora, la vostra opinione ha un gran peso per me; ma voi non dovete -abusare della vostra autorità. È l’obbligo di tutti i re, e di tutte le -regine; — replicò l’Anselmi. - -— Che c’entra l’autorità? — disse la signora Camilla. — Vi hanno -sentito tutti, e credo che vi diano torto. - -— Tutti, poi! - -— Facciamo giudice il nostro De Rossi; — entrò a dire il commendatore -Gerardo. — Egli viene dal verde; colore che concilia lo spirito alla -calma. Ed egli potrà darci una sentenza scevra da ogni passione, da -ogni parzialità. — - -La signora Elena chinò gli occhi a terra, pensando alla calma che -doveva avere il povero De Rossi, per dare una sentenza tra il contino -Anselmi e Camilla, egli che tornava appunto da leggerne una, niente -piacevole per lui. - -— Ma non c’è bisogno di giudici; — rispose Camilla al signor Vezzosi. — -Son cose troppo evidenti. Direi quasi che saltano agli occhi. — - -Aldo si sarebbe astenuto volentieri da ogni giudizio intorno alle -arguzie dell’Anselmi, e forse era già sul punto di pregare Gerardo che -volesse dispensarnelo. Ma le parole della signora Camilla gli suonarono -male all’orecchio. - -— Bella signora, — diss’egli, — non mi volete dunque per giudice? — - -La voce era tranquilla, in apparenza, ma più sottile del solito, quasi -sibilante. - -— Non ho detto ciò; — rispose asciuttamente la signora Camilla, a -cui dava noia l’asprezza dell’osservazione, male dissimulata dalla -galanteria della forma. — Se il signor Gerardo lo vuole, esponga egli -la cosa. Ma veda di essere esatto; — soggiunse ella, con accento più -umano, poichè si rivolgeva al Vezzosi. - -— Non dubitate; — rispose il commendatore: — sono stato relatore di -leggi, in Parlamento, e conosco il debito mio. Tu siedi, giudice, e -prendi un atteggiamento conforme alla gravità dell’ufficio. - -— Dio buono! — esclamò Aldo De Rossi, sforzandosi di sorridere. — Si -tratta dunque di una cosa grave? - -— Eh, grave... secondo i casi e le età. Per voi altri giovani è -gravissima. Si ragionava d’amore. - -— Argomento importante, non c’è che dire. - -— Sicuramente, e il nostro Anselmi ne parlava come di una malattia, e -lo paragonava alla tosse. Ma la signora Camilla, dal canto suo, negando -la malattia, trovò che il paragone era volgare. - -— Ecco... — interruppe la signora Camilla. — Io non ho detto -propriamente così. - -— Mia bella signora, perdonate; avete esclamato: che paragone! - -— Sì, perchè mi pareva che se ne potesse trovare uno più adatto. Per -esempio la febbre. - -— Ma io, — entrò a dire l’Anselmi, — non avevo fatto che ispirarmi -al proverbio: amore e tosse, con quel che segue. Ma vada pure per la -febbre. Che cosa sentenzia il giudice eletto? — - -Aldo De Rossi non aveva gradito niente affatto che tra la signora -Camilla e l’Anselmi si fosse appiccato un discorso di tal genere. Egli -stava per l’appunto almanaccando da che potesse aver avuto occasione -quella tuffatina nel tenero, quando venne a rompergli il filo la -domanda dell’Anselmi. - -— L’amore — rispose egli sentenziosamente, — è una malattia, o non -lo è. Se è una malattia, non può essere paragonato alla tosse, che è -indizio di malattia, non malattia per sè stessa. Se non è una malattia, -ma semplicemente indizio di malattia, e tosse, e febbre, e quel che -vorrete, possono entrare in paragone con esso, secondo l’umore e il -buon gusto di chi ne parla. - -— Dotta sentenza! — esclamò l’Anselmi, non senza un pochino d’ironia. -— Ma se tu credi che l’amore sia un indizio, a qual malattia vorrai tu -regalarlo? - -— Gl’indizi sono qualche volta fallaci; — rispose sul medesimo tono il -De Rossi. — L’occhio medico deve badare a molte cose, prima di giungere -alla conclusione. Anzi tutto bisogna osservare il temperamento del -malato. Per esempio, io conosco certi uomini, presso i quali l’amore -sarebbe indizio... di stupidità. - -— Ah, buona questa! — gridò il Vezzosi che non ci vedeva il baco. - -— Buona per cui tocca; — notò l’Anselmi, a cui sembrava pessima, -appunto perchè gli toccava a lui. — Tu non sei un giudice, Aldo; sei un -Minosse, un Radamanto. E noi che si faceva per celia! - -— Non si fanno queste cose per celia; — replicò Aldo De Rossi. — -L’amore è una cosa grave, e non è permessa agli uomini leggeri, che -vedono un sollazzo passeggiero in ciò che dev’essere il negozio di -tutta la vita. — - -Il contino Anselmi si seccò per davvero; si seccò doppiamente, pensando -che la signora Camilla udiva e che poteva indovinare a cui fossero -dirette le bottate del giudice. - -— M’inchino alla tua sapienza; — diss’egli. - -E fece l’inchino, proprio come aveva detto, mettendoci un’ostentazione -che diede maledettamente sui nervi al De Rossi. Questi non aveva -mestieri di tanto, per dar di fuori; che, anzi, come vi sarà parso -evidente, staccava i bollori da un pezzo. - -— Accetto il complimento per quel che significa, — diss’egli; — cioè -per un’ironia; e lo accetto anche per quel che vale, — soggiunse, — -cioè per un’ironia... in bocca tua. - -— Ehi, giovinotti! — gridò il commendatore Gerardo, che incominciava a -capire. — Che cosa è questo? Il giudice mi pare... - -— Il giudice ha data la sentenza; — disse Aldo, con un risolino -sardonico. - -— Egli vorrà almeno riconoscere l’autorità della Cassazione; — entrò a -dire il presidente gran croce. - -— Con tutto il piacere, e chiedendovi perdono, se è necessario; — -rispose Aldo, inchinandosi. — Per altro, mi consentirete d’insistere -nella mia opinione. Il tono ironico non mi va, da qualunque parte -proceda; e i patti chiari.... - -— Fanno i buoni amici, manco male; — interruppe il commendatore -Gerardo, sperando di ravviare la conversazione. - -— No, — ribattè Aldo De Rossi, — il proverbio non è giusto. Tra amici -non occorre far patti di nessuna specie. Diciamo invece che i patti -chiari fanno i buoni nemici. Infatti, — soggiunse, guardando l’Anselmi, -— ci sono i buoni nemici; cioè quelli che si conoscono tali e non -giuocano più ad ingannarsi. — - -Il contino Anselmi rispose al discorso di Aldo De Rossi con un cenno -del capo, che aveva del saluto, del ringraziamento e dell’altro ancora. - -La conversazione, come potete immaginarvi, non andò più oltre. Camilla -aveva alzati gli occhi e non le era sfuggito il gesto sarcastico -dell’Anselmi, nè lo sguardo di minacciosa promessa con cui gli -rispondeva il De Rossi. - -— Vogliamo tornare all’albergo? — diss’ella, rivolgendo il discorso ai -Vezzosi. - -Elena, più morta che viva, fece uno sforzo supremo per alzarsi dal -sedile. Gerardo e il cavaliere Sestavalle furono subito in piedi; il -presidente gran croce si stimò fortunato di poterli imitare. Quella -scena agrodolce aveva seccato il nostro gravissimo personaggio, che -in quel momento malediceva di sicuro la compagnia dei ragazzi e le -ragazzate di cui lo facevano spettatore. Ma già, colpa sua, signor -presidente. Dove c’è paglia, c’è sempre pericolo d’incendio. E lei, -perchè portare la paglia con sè? - -Basta, lasciamo le considerazioni da banda. I nostri personaggi -escirono dal Rinfresco; Gerardo tenendo a braccetto la signora Camilla, -il presidente Roberti la signora Elena. Il Sestavalle si accompagnò -alla seconda coppia, ma senza preferenze e disposto a correre verso la -prima quando fosse chiamato. Uomo inarrivabile, e veramente Alcibiade, -che sapeva trovarsi bene con tutti e in ogni circostanza della vita! -Egli sarebbe anche rimasto coi due giovanotti, quantunque le loro facce -scure non promettessero una conversazione troppo piacevole; ma uno -sguardo benigno della signora Elena lo aveva tirato daccanto a lei; -così il De Rossi e l’Anselmi erano rimasti liberi di dirsi quel che -volevano, e magari anche di accapigliarsi. - -La signora Camilla certamente sospettò qualche cosa di questo genere, -poichè trattenuto con un pretesto il suo cavaliere, lasciò passare -avanti Elena col presidente gran croce. Rimasta così abbastanza vicina -ai due rivali inviperiti, le venne fatto di cogliere a volo alcune -frasi del dialogo che essi avevano insieme: - -— Mi dirai ora che cosa è questa scenata? — chiedeva l’Anselmi al De -Rossi. - -— Signor conte, — rispondeva il De Rossi, — vi credevo più -intelligente. È proprio un peccato che, con tanto spirito, siate così -tardo a capire. - -— È dunque una _querelle d’Allemand?_ — riprese l’Anselmi. - -— Chiamatela anche così; purchè abbia un seguito; — disse Aldo De Rossi. - -— Ed una conclusione; — rispose quell’altro stizzito. - -— Tanto meglio; — ribattè il De Rossi. - -Il commendatore Gerardo udì anch’egli, sebbene confusamente, qualche -cosa del diverbio tra i due. - -— Orbene, — diss’egli, volgendosi a mezzo, con un piglio tra -l’amichevole e il paterno, — che cosa borbottate, voi altri? Spero bene -che l’avrete finita. - -— Per l’appunto, finita; — disse Aldo. - -— Ci siamo spiegati; — soggiunse il contino. — È stato un malinteso; -non è vero, De Rossi? - -— Certo, — rispose questi, — e il maggior torto è stato il mio. - -— Questo poi no; diciamo il torto d’ambedue, — replicò il contino, — e -non se ne parli più. - -— Ah, bene! — gridò il commendatore Gerardo, e così forte, che potesse -udirlo anche il presidente gran croce. — Quando lo dicevo io, che non -c’era una ragione al mondo perchè aveste a leticare! Si crede qualche -volta di avere udito una parola, ed è invece un’altra. Oppure, è -quistione di significato, e ci si guasta il sangue per nulla. — - -Frattanto il presidente diceva alla signora Vezzosi: - -— Non so che diamine sia saltato in capo a quei due giovinotti. Ci -avete capito nulla, voi, Donna Elena? - -— Io no; e voi, cavaliere? — diss’ella, volgendosi al Sestavalle. - -— Neppur io; — rispose l’Alcibiade. — Qualche piccola ruggine, forse. -Ma sentite, parlano insieme e Gerardo li mette in pace. Dev’essere -tutto appianato, oramai. - -— Meno male; — conchiuse il presidente. — Perchè, a dirvela schietta, -noi vecchi ci troviamo male, in questi litigi della gioventù. Sarebbe -stata veramente una noia per me, se fossero andati più oltre delle -parole, e questa sera medesima avrei fatte le valigie. — - -Il presidente Roberti capiva benissimo che la cagione di quell’alterco -era la sua bella nipote. E si disponeva a fare una solenne ramanzina, -anche a rischio di vederla accolta come tante altre. Non vi formate -da ciò una cattiva idea della signora Camilla. È degli zii lo sgridare -per cose da nulla, e specialmente a torto, quantunque con le migliori -intenzioni del mondo; è delle nipoti il ridere, specie quando si -sa di non aver nulla da rimproverarsi. Del resto, se una risatina -è testimonianza di poco ossequio, un abbraccio è prova d’amore, e i -vecchi zii, da tempo immemorabile, amano più questo che l’altro. - -Intanto che si preparava a ridere con lo zio, la signora Camilla rideva -col suo cavaliere. Veramente non ne aveva una gran voglia; ma bisognava -fingere, non dare a divedere il proprio turbamento. Come sarebbe -andata volentieri innanzi con Elena, lasciando tutti i signori uomini -insieme! Elena doveva sapere la cagione di quella improvvisa sfuriata -di Aldo De Rossi. Certamente, egli era escito fuori dei gangheri per -qualche discorso della signora Vezzosi. E questo bisognava sapere, per -regolarsi con tutti. Ma non si poteva neanche strappare l’amica dal -braccio dello zio, senza aver l’aria di una capricciosa, la quale non -sapesse far altro che pazzie. Perciò si trattenne, e ragionò col signor -Gerardo di cose inconcludenti, che parvero divertirla un mondo, tanto -ne rise. - -— Signora, — le disse il contino Anselmi, avvicinandosi a lei, mentre -erano poco lungi dall’albergo della Pace, — verrete questa sera al -Casino? - -— Credo di no; — rispose ella. — Mio zio deve essere stanco. - -— Se non si tratta che di ciò, — entrò a dire Gerardo, — potremo -accompagnarvi noi altri. - -— Grazie; anch’io amo riposare. Starò a fare quattro ciarle con Elena. -Siamo state così poco insieme, quest’oggi! — - -Mentre l’Anselmi si era accostato alla signora Camilla, Aldo De Rossi -veniva innanzi da solo, e sdegnando di seguire il viale. Forse, poichè -era venuto ai ferri corti col suo nemico, non sentiva più la dolorosa -curiosità di udire i discorsi che si facevano tra lui e la signora -Camilla. Perciò, quasi ad ostentare la propria noncuranza, era andato a -spaziare nel mezzo dello stradone. - -La signora Elena lo vide con la coda dell’occhio, e avrebbe voluto -mandare il Sestavalle a tenergli compagnia; ma erano oramai al termine -della loro passeggiata e non occorreva più usargli quest’atto di -misericordia. - -— Vuol dire, — fece l’Anselmi, quando si fu davanti all’uscio -dell’albergo, — che questa sera le signore... - -— Riposeranno; — interruppe la signora Elena, che aveva indovinato il -resto della frase, e che aveva sentito dianzi il discorso di Camilla. — -Perciò i cavalieri son liberi; meno il Sestavalle, che avrà la bontà di -portarmi in camera il libro che m’ha promesso stamane. — - -L’Alcidiade fece il gesto dell’uomo che non si raccapezza. Ma uno -sguardo della signora Elena lo richiamò all’intelligenza della scena. - - - - -XIX. - - -Aldo De Rossi e il contino Anselmi, salutate con gran cerimonia -le dame, si allontanarono dall’uscio, e la signora Elena li vide -traversare lo stradone per recarsi al Casino. - -Il cavaliere Sestavalle salì le scale in compagnia delle signore. Come -furono sul terrazzino scoperto che metteva dal primo pianerottolo al -corridoio dell’albergo, la signora Elena disse al vecchio Alcibiade: - -— Ora scenderete nella vostra camera, e prenderete il primo libro che -vi verrà tra le mani. - -— Ahimè, donna Elena! — esclamò il Sestavalle. — Se non vi porto -l’orario delle strade ferrate!... - -— Anche l’orario, purchè me lo portiate tra dieci minuti nel salottino -di Camilla. - -— Ora che ci penso, — ripigliò l’Alcibiade, — ci ho anche una Guida di -Firenze. - -— Benissimo; andate e portate la Guida. — - -Si entrò nel corridoio. Il Sestavalle scese per una scaletta interna, -che metteva alla sua camera; le signore proseguirono verso il -quartierino di Camilla, dove Elena voleva far sosta. Gerardo, indettato -da sua moglie, propose al presidente gran croce una discesa nella sala -di lettura. - -— È ancora così presto! — diss’egli. — Come si fa a prender -sonno? — - -Le signore entrarono nel salottino e andarono a sedersi su quel canapè, -di cui già conoscete l’esistenza. Erano ambedue sovra pensieri, e per -quella volta non ci fu continuazione di dialogo. Poco stante bussarono -all’uscio. Era il Sestavalle che giungeva col libro. - -— Ecco il pretesto; — diss’egli, sorridendo, — che cosa mi comandate, -donna Elena? - -— Non comando; vi prego.... - -— Tornerebbe lo stesso: ma io amo i vostri comandi. - -— Sia; vi comanderò dunque di andare al Casino, dove passerete un’ora, -due ore, quanto sarà necessario. - -— Necessario! A che cosa? - -— A sapere quel che fanno, o quel che contano di fare i due signorini. - -— Ah! — disse l’Alcibiade. — Quei due che si sono riscaldati al -Rinfresco? - -— Per l’appunto. Ma badate, Sestavalle; voi non avrete l’aria di esser -mandato da noi. - -— Che, vi pare? Sono un uomo di giudizio. - -— E neppure dovete parere troppo curioso. All’occorrenza dovete lasciar -credere di non esservi neanche accorto del loro diverbio. - -— Benissimo. E poi? - -— E poi dovrete correre qua per informarci di tutto; — entrò a dire -Camilla. — Non avete capito di che cosa si tratta? - -— Ho capito, ho capito, bella signora; — rispose l’Alcibiade. — O -piuttosto avevo creduto di capire, laggiù al Rinfresco; ma poi, dopo -che si son dati spiegazioni.... - -— Ah, e voi credete alla commedia delle spiegazioni? Dite piuttosto, -cavaliere, che volete calmare i nostri timori.... Ma noi, come vedete, -non ci lasciamo abbattere dalla paura, nè ingannare dalle pietose -bugie. - -— Siete una bella Amazzone; — disse il Sestavalle, infiammandosi. -— Andrò, dunque, osserverò, scoprirò ogni cosa, e verrò a darvene -ragguaglio. — - -Camilla, per quanto poca voglia ne avesse, non potè far a meno -di ridere di quell’entusiasmo senile. E porse la sua bella mano -all’Alcibiade, che vi stampò un bacio, ma di quelli che s’usavano -ancora sotto i cessati governi. - -Quasi sarebbe inutile il dirvi di che prendessero a ragionare le due -dame, a mala pena rimasero sole. Dovrei io raccontare a voi, lettori -di pronto ingegno, che si parlò della lettera di Camilla e che Elena -confessò di averla fatta leggere al De Rossi? E che Camilla, dal canto -suo, aveva già indovinata la cosa, prima che la confessione di Elena -venisse a confermargliela? E che non ne fu niente scontenta? E che la -signora Elena si rifece da capo alle sue esortazioni, sacrificandosi -nobilmente all’amicizia, con quella intensità di desiderio, con quella -profondità di soddisfazione, che tutti abbiamo provata in un giorno -della nostra vita, quando ci parve di aver messo d’accordo la voce -della nostra coscienza con la felicità del nostro simile? E che la -signora Camilla, finalmente.... Ma basta; se no, con l’aria di non -volervi dir nulla, vi spiffero ingenuamente ogni cosa. - -Sarebbe meglio per me di seguitare l’Alcibiade nelle sale del Casino. -Ma tant’è, mi dispiace di abbandonar le signore, e preferisco di -cogliere il mio uomo, nel punto in cui egli ritorna dal Casino -all’albergo della Pace. - -Erano le nove di sera, quando il cavaliere Sestavalle entrò per la -seconda volta nel salottino della signora Camilla. Le due dame erano -sole e dovevano restar sole ancora un bel pezzo, poichè il presidente -gran croce aveva trovato un avversario degno di lui al giuoco degli -scacchi, e proprio allora incominciava a dargli la rivincita, assistito -dal commendatore Gerardo, che ne capiva poco, ma si dava l’aria di -saperne moltissimo e di trovarci un gusto matto. Che fare, del resto? -Bisognava pure ammazzare il tempo, aspettando l’ora del sonno. - -Il cavaliere Sestavalle giungeva carico di notizie, e della più alta -importanza. Le signore avevano indovinato; era guerra dichiarata, -guerra ad oltranza fra i due giovanotti. L’Anselmi cercava padrini -da una parte; il De Rossi cercava padrini dall’altra; o, per dire -più veramente, ne cercavano tutt’e due nel medesimo luogo, mentre in -una sala si cantava e nell’altra si giuocava a biliardo. Il povero -Sestavalle era appena capitato nella sala del pianoforte, che già -doveva sostenere un fierissimo assalto. Il contino Anselmi era stato il -primo a vederlo, e lo aveva afferrato, condotto in una camera attigua, -messo tra l’uscio e il muro, chiedendogli per somma grazia che volesse -fargli da padrino. - -Padrino, lui? In un duello? Sicuramente, lui, il cavaliere Sestavalle. -Già, dice il proverbio che in mancanza di cavalli si fanno trottare.... -altri quadrupedi. L’Alcibiade, così pregato e scongiurato dal contino -Anselmi, era stato un po’ in forse, ma due considerazioni vinsero le -sue esitanze. Il Sestavalle non era nuovo del tutto alle armi, poichè -aveva prestato lunghi e onorati servizi nella guardia nazionale, -buon’anima sua; ed anzi, appunto a dieci anni di spalline, nobilmente -portate in pro’ del palladio, andava debitore della sua croce di -cavaliere. Lo vedete anche voi, lettori umanissimi, _noblesse oblige_. -Inoltre, come non accogliere la domanda dell’Anselmi, se quello era il -miglior modo di saper tutto? Senza averlo chiesto senza aver mostrato -di desiderarlo, egli entrava di botto nella questione, e avrebbe potuto -riferirne i più minuti particolari alle dame. - -Egli aveva dunque accettato, premettendo tuttavia di non avere una gran -pratica di quelle faccende. Ma di ciò non si dava pensiero l’Anselmi. -A lui era necessario anzi tutto di avere un padrino serio e discreto, -che conoscesse le cagioni dello scontro e la impossibilità di evitarlo. -Quanto ai particolari, alle piccole cure dell’ufficio, bastava l’altro -padrino, un giovinotto forastiero, che l’Anselmi aveva conosciuto -all’albergo della Torretta. E qui, senza por tempo in mezzo, il contino -presentò al Sestavalle il suo compagno di seccatura. I due padrini si -ricambiarono i saluti d’obbligo; e il nuovo venuto ricordò amabilmente -al Sestavalle di averlo veduto qualche giorno prima alla Speranza, -insieme con due belle signore che avevano fatta una partita al -biliardo. L’Alcibiade rammentò a sua volta il giovine forastiero, che -giuocava a picchetto con la sua elegantissima compagna. Essersi veduti -una volta, era già una mezza conoscenza; da far da padrini insieme era -un’amicizia senz’altro. E come amici si strinsero la mano; dopo di che, -andarono ad abboccarsi coi padrini del signor Aldo De Rossi. - -Aldo, infatti, aveva già trovati i suoi; un maggiore di fanteria ed un -professore di storia naturale. Le due professioni non erano troppo bene -assortite; ma il De Rossi non aveva avuto mica il tempo di scegliere. -Quei due gentiluomini erano dei pochissimi con cui egli avesse -barattato parole al Casino. Del resto, se uno era guerriero, e, per -conseguenza, pratico d’armi, l’altro era medico, e, per conseguenza, -pratico di ferite. E dato l’ufficio a cui essi dovevano prestarsi, -l’assortimento c’era. - -Quattro persone educate non durano fatica a trovarsi d’accordo. -Aggiungete che, per desiderio espresso dei loro primi, dovevano -metterci anche una certa dose di buona volontà. La quistione era -delicatissima, ma senza difficoltà; o, per dire più veramente, le -difficoltà c’erano, ma i due primi non volendo dir chiaro e tondo come -fosse nata e volendo invece far presto, non lasciavano appigli, nè -gretole, a quei curiosi cavillatori che sono per solito i padrini. La -scelta delle armi poteva essere un guaio, non sapendosi bene chi fosse -lo sfidatore e chi lo sfidato, o chi il provocatore e chi il provocato; -ma anche questa difficoltà era appianata dal fatto che ai bagni di -Montecatini non si sarebbero trovate due spade, nè due sciabole, dato -il caso che si volesse fare un duello all’arma bianca, mentre uno dei -padrini aveva per l’appunto nelle sue valigie un bel paio di pistole, -che pareva proprio il fatto loro. I due primi ne avevano pochi degli -spiccioli, e meno da spicciolare; il mezzo più sbrigativo era dunque -di farli battere alla pistola. Si andava di buon mattino a Monsummano -alto. Il pretesto era pronto: una passeggiatina igienica. Lassù, tra -le rovine del vecchio castello, all’aria aperta, due colpi per uno -erano presto sparati. Se poi i due combattenti ne avessero voluti di -più, andassero a cercarsi un’altra coppia di padrini per ciascheduno; -essi, i facili ordinatori della giostra, non volevano prestarsi alla -continuazione del giuoco, nè aver aria di tentare il diavolo oltre i -limiti della discrezione. - -Il nostro povero Sestavalle era rimasto un po’ sbalordito da quel modo -spicciativo di concertare le cose. Ma già, egli non aveva pratica e -doveva lasciare il mestolo a chi sapeva maneggiarlo. E perciò s’era -contentato di dir sempre: _et cum spiritu tuo._ - -Frattanto, poichè la ricerca affannosa dei padrini, il loro -abboccamento, e infine i negoziati erano stati fatti nel corso di -un’ora, nelle sale del Casino, la gente radunata colà non aveva tardato -a insospettirsi. I quattro padrini si separavano appena, per recarsi -ad informare d’ogni cosa i loro primi, che già la voce del duello -imminente si era sparsa nella sala da giuoco, e di là nella sala da -ballo. - -Il nostro Sestavalle, fatto il debito suo con l’Anselmi e promessogli -di ritornare più tardi per gli opportuni concerti, stava già per -infilar l’uscio dell’anticamera, quando si vide impedire il passo -da una bella signora. La cosa gli sarebbe tornata piacevole in ogni -altra occasione, ma non allora, poichè egli era impaziente di giungere -all’albergo della Pace, dove lo aspettavano le sue belle curiose. Ma -bisognava fare di necessità virtù, e l’Alcibiade si era rassegnato, -riconoscendo la signora Augusta Maravigli, soprano assoluto, che -appunto quella sera, mentre egli ragionava d’armi e d’armati, -s’era fatta applaudire dalla società del Casino, cantando con molto -sentimento il _Vorrei morire_ del mio amico Tosti. - -Non so se la signora Augusta Maravigli volesse morir lei davvero; -ma certamente non voleva lasciar morire gli altri, e meno di tutti -l’Anselmi. - -— Signor.... signor.... — aveva incominciato la diva, mostrando, -insieme con la perplessità della parola, il rammarico di non sapere il -nome dell’uomo a cui voleva contendere il passo. - -— Emilio Sestavalle, a’ suoi comandi; — aveva risposto lui, ma col -gesto di uno che non amava di restarci troppo. - -— Signor Sestavalle, perdoni; il conte Anselmi ha un duello.... — - -Così l’alunna d’Euterpe entrava risolutamente in materia. E perchè il -cavaliere Sestavalle si stringeva nelle spalle e allungava il muso, col -desiderio evidente di non risponder altro, la signora Augusta proseguì: - -— Non mi dica di no. Lei è uno dei suoi padrini. So tutto. - -— Signora, poichè Ella sa tutto.... — - -E così dicendo, l’Alcibiade si tirava rispettosamente da un lato, come -in atto di riverirla, per proseguire la sua strada. Ma una scappata di -quella fatta non comodava punto alla signora Augusta Meravigli. - -— Perchè questo duello? — diss’ella, mettendogli audacemente la mano -sopra un bottone del soprabito. — E per chi? Per una donna, non è -vero? — - -E fremeva di sdegno, parlando in tal guisa, e schizzava fuoco dagli -occhi. Un poeta della vecchia scuola avrebbe pensato al corruccio di -Giunone, quando la Dea ebbe fumo delle prime scappatelle di Giove. Ma -il nostro Sestavalle non era un poeta, e quello, del resto, non era un -momento da paragoni classici. - -— La prego; — diss’egli; — lasciamo stare le donne. Il bel sesso si -cita mal volentieri, in queste faccende. - -— Perchè? Se fossi un uomo, intenderei la sua riserbatezza e l’avrei -anche per una lezione meritata; — rispose la signora Augusta. — Ma -sono donna anch’io... Ed ho il diritto di sapere... L’avverto, signor -Sestavalle, ho il diritto di sapere!... - -— Eh, non dico il contrario; — replicò il Sestavalle. — Ma in questo -caso, mi voglia perdonare l’osservazione indiscreta.... o perchè non -chiederne direttamente a lui? — - -Ad una domanda così ragionevole, la signora Augusta rispose con un -gesto d’impazienza. - -— Signor Sestavalle, — soggiunse poscia, con aria tra lusinghiera e -solenne; — Lei è un uomo? - -— Signora.... — balbettò l’Alcibiade, chinando la testa e stendendo le -braccia, in atto di umiltà. — Un pover uomo, se vuole.... ma un uomo. - -— Ella dunque sarà cortese con le donne. È uomo e ne ha l’obbligo. - -— Sicuramente.... sicuramente! - -— Dunque, la prego, venga con me. — - -Anche a voler fare diverso, l’Alcibiade non avrebbe potuto liberarsi, -poichè la signora Augusta teneva sempre quel benedetto bottone. E il -bottone e il suo proprietario si lasciarono trascinare fino ad uno dei -sedili che erano sul terrazzino. - -— Mi stia a sentire; — ripigliò la cantante, com’ebbe preso posto sul -sedile e obbligato il Sestavalle a fare altrettanto. — Vuol meritare la -mia amicizia? - -— Che dice, signora? È il mio voto più ardente; — rispose l’Alcibiade, -tirato dalla consuetudine alle fioriture del linguaggio galante. — Mi -dica che cosa debbo fare per ottenerla. - -— Questo duello è impossibile; — riprese la signora Augusta. — Non mi -conviene; non deve farsi. - -— Ma, signora.... - -— Capisco; ciò che non conviene a me, potrebbe convenire invece a -Lei ed ai suoi degni colleghi. Già, lor signori, quando possono veder -spargere il sangue del loro simile!... - -— Oh, non me ne parli, per carità! — interruppe il calunniato -Alcibiade. — Io amare gli spargimenti di sangue? E del mio simile, -per giunta? Ma neanche d’un bue; neanche d’un agnello; che non sono -nè l’uno nè l’altro miei simili, se non forse per qualche qualità -morale, come potrebbero insinuare i maligni. Io, veda, sono in questo -pasticcio, perchè.... In fede mia, è il caso di domandarlo; perchè ci -sono? Lo ignoro. Mi ci sono trovato contro la mia volontà, quasi senza -avvedermene. Ma ora che ci sono, capirà, ci ho da stare e non è in -poter mio di disfare ciò che è stato fatto, di sconcertare ciò che è -stato concertato. - -— Per quando? — chiese la diva, cogliendo la frase al volo. - -— Oh, questo non lo so. - -— Come, non lo sa? Un padrino? - -— Signora, è proprio così come ho l’onore di dirle. Non lo so, -perchè di questo non si è ancora parlato. Ma certo, — soggiunse il -Sestavalle, facendosi forte dietro il riparo della propria ignoranza, -— quand’anche lo sapessi.... cioè, quand’anche fosse stato combinato -il giorno e l’ora, io non potrei in coscienza dir nulla. Ci sono certe -norme di delicatezza cavalleresca, che, non si possono violare per -nessuna ragione, e neanche per far piacere alla più bella donna del -mondo. — - -Briccone d’un Alcibiade! Come ripigliava il possesso di scena, che -l’improvviso attacco gli aveva fatto smarrire! - -Ma neanche il complimento del vecchio cortigiano poteva ammansire la -diva sdegnata. - -— Badi! — gridò ella. — Farò uno scandalo. Questo duello per un’altra -donna non mi va, e non lo voglio. Ha capito? Non lo voglio. Per -un’altra donna! — ripetè, con accento d’amarezza. — Per un’altra donna! -Dio sa poi che roba! — - -Alcibiade era buono, due volte buono; ma non tre, badate, non tre. -Quella bottata all’albergo della Pace gli fece salire la mosca al naso. - -— Signora, — diss’egli con un certo sussiego, — Io non so proprio -che farci. I miei obblighi sono pochi e determinati. Mi rincresce -che abbiano a cozzare co’ suoi desideri, ma che vuole? io non ci ho -colpa e mi resta il dispiacere di non poterla contentare. Veda Lei, -se le riesce di persuadere il conte Anselmi.... Io le auguro magari un -trionfo. Buona notte! — - -E approfittando della circostanza che la signora Augusta aveva lasciato -poc’anzi il bottone del suo soprabito, l’Alcibiade si sottrasse con una -riverenza frettolosa alle noia di quella inutile conversazione. - -Cinque minuti dopo, era giunto all’albergo e vuotava il sacco delle -notizie ai piedi delle dame. - -Com’egli fu a raccontare l’entrata in scena della cantante, personaggio -nuovo di cui esse non avevano mai udito parlare, la signora Elena -atteggiò le labbra ad un sorrisetto malinconico, che voleva dir molto. -Voleva dire, per esempio, che il destino serviva assai bene il signor -Aldo De Rossi, e assai male la signora Vezzosi. Ma questa aveva buon -cuore, e non era solamente rassegnata alla sua sconfitta, ma anche -desiderosa di affrettarla. Perciò al sorrisetto malinconico tenne -dietro una osservazione come questa: - -— Ah! il signor conte ci aveva l’amica a Montecatini? Vo’ fargli i miei -complimenti. - -— Questa amica è forse una provvidenza per noi; — esclamò la signora -Camilla. - -— Una provvidenza! E in che modo? - -— Or ora lo vedrai. Sestavalle, a noi! Il riserbo cavalleresco non vi -permette di dire alla più bella donna del mondo l’ora e il luogo dello -scontro; ma a noi che non siamo la signora Augusta Meravigli.... — - -L’Alcibiade, che aveva capito dove la signora Camilla volesse andare a -battere, fu pronto ad interrompere la frase. - -— A voi, che siete due meraviglie, — diss’egli, — racconterò tutto, -dall’a fino alla zeta. I nostri due primi si batteranno domattina. -Salvo qualche piccolo cambiamento, che potrebbe essere stabilito più -tardi, il barone Marcovic, che è l’altro padrino e mio collega, verrà -dalla Torretta all’Albergo della Pace, insieme col contino Anselmi, -verso le cinque. E alle cinque in punto si partirà tutti, in due -carrozze, per Monsummano, donde, col pretesto di una gita igienica, -come mi pare d’avervi già detto, si salirà fino alla vetta del monte. -Ahimè! — soggiunse l’Alcibiade sospirando. — Penso già con dolore a -quella ripida ascesa. - -— Benissimo; — esclamò la signora Camilla; senza darsi un pensiero al -mondo dei dolori dell’amico Sestavalle. — Queste cose dovrà saperle -anche la signora Meravigli. - -— Anche lei! — gridò l’Alcibiade, stupito. — E perchè? E chi si -prenderà la cura di andargliele a dire? - -— Il perchè lo so io; — rispose Camilla. — Quanto all’ambasciatore, -sarete voi. Sicuramente le siete debitore di questo piccolo uffizio, -dopo averla piantata là al Casino, come Olimpia sullo scoglio. - -— Ma io, signora mia.... Pensate.... - -— Ho pensato a tutto. Col pretesto di vedere l’Anselmi per qualche -nonnulla, dimenticato nella fretta, dovete andare all’albergo, dove -essa è alloggiata. - -— La cantante sarà ancora al Casino; — disse l’Alcibiade. - -— Meglio così; la vedrete al Casino, e troverete il modo di farle avere -una lettera. - -— Una lettera! E di chi, se è lecito? - -— Una lettera che scriverò io. Infatti, guardate, incomincio. — - -E mandando i fatti compagni alle parole, la signora Camilla si pose -allo scrittoio, per buttare su d’un foglietto di carta pochi versi -della sua calligrafia aristocraticamente sottile. Indi, piegato il -foglio e ficcatolo nella sua sopraccarta, scrisse il ricapito: _Alla -signora Augusta Meravigli_. - -— Eccovi qua; — diss’ella, consegnando la lettera al cavaliere; — -andate. - -— Signora.... — balbettò egli. — È presto detto: andate! Sono il -padrino dell’Anselmi.... onore che non ho cercato io! Come volete che -lavori ad impedire il duello che ho aiutato a concertare? Perchè questa -è la vostra idea, non è vero? - -— Orbene, e se lo fosse? - -— Se lo fosse, — ripigliò l’Alcibiade, — non toccherebbe a me -di prestarvi mano. Figuratevi! Se lo risapessero mai i padrini -avversari!... Infine, considerate che non sono in questo pasticcio per -colpa mia.... - -— Ci siete per colpa nostra; — rispose Camilla. — Ci siete in qualità -di nostro schiavo, e dovete obbedire; altrimenti, badate, mi metto la -mantellina sulle spalle, prendo il vostro braccio, vado io al Casino, e -faccio una scena che vi piacerà poco. - -— Signora, voi siete feroce! Andrò, come volete, andrò; ma vi avverto -che mi metto in un brutto impiccio. Entrerò nella fossa dei leoni, e -senza essere Daniele. - -— Non temete, penso io a salvarvi dalle loro unghie. Ma andate, in -nome di Dio! Sento nel corridoio i passi di mio zio e del signor -Gerardo. Quando avrete fatta l’ambasciata, tornate a darmene avviso; vi -aspetto. — - -L’Alcibiade chinò la testa ed uscì dal salottino. - -— Che cosa hai scritto alla cantante? — domandò la signora Vezzosi -all’amica. - -— Lo saprai più tardi; ora non avrei tempo a dirtelo. L’essenziale è -d’impedire questo duello. - -— E credi che si potrà? — chiese Elena, scuotendo il capo in atto -d’incredulità. — Queste ire, una volta scoppiate, non si arrestano -più. — - -L’arrivo di Gerardo e del presidente Roberti interruppe il dialogo -delle due dame. - -— Orbene, — disse il commendatore Vezzosi, — è finita la conversazione? - -— No; — rispose Camilla. — Sestavalle ha dovuto andar fuori per una -sua faccenda, ma tornerà ancora ad augurarci la buona notte. E voi -prenderete il tè, m’immagino. - -— Tutto quello che voi immaginate, — rispose galantemente il Vezzosi, — -è quello che mi deve accadere. Prenderò il _tè_. — - -Non era mica una cosa facile, tenere a chiacchiera due uomini come il -presidente Roberti e il commendatore Gerardo, che erano legati alle -signore da vincoli di famiglia e di consuetudine, che avevano passata -una lunga giornata senza far nulla, che si erano seccati parecchio, -assistendo ad un alterco d’amici, sul quale non volevano aprir bocca, -sebbene ci ritornassero spesso col pensiero, e che finalmente avrebbero -gradito assaissimo di poter seppellire tra le pietose lenzuola i -fastidi della giornata e il brutto ricordo della contesa avvenuta. -Eppure, la signora Camilla ne venne a capo. Quando la bella birichina -voleva qualche cosa, non c’era verso di volerne un’altra; sto per -dire che il cielo si metteva dalla sua e si divertiva a vedergli fare -un miracolo. Non avete mai veduto dei babbi e dei nonni che da certi -angioletti si lasciano tirare i baffi e levar la parrucca? Anche messer -Domineddio, a certe sue belle creature.... Ma non diciamo eresie; -contentiamoci di raccontare che la signora Camilla, aiutata da Elena, -tenne a bada un bel pezzo i due gentiluomini, e che ella si disponeva -appena ad ammannire il _tè_, quando fu di ritorno il messaggero -Alcibiade. - -— Ah, bene! — esclamò ella, dandogli un’occhiata d’intelligenza. — -Capitate a tempo per farmi da aiutante. - -— Son qua, donna Camilla, son qua; — disse l’Alcibiade, avvicinandosi -al deschetto su cui stava il vassoio con tutto il bisognevole per -«cotanto uffizio.» - -— Avete fatto? — gli chiese ella sottovoce. - -— Ogni cosa; — rispose egli nel medesimo tono. - -— Ha letto? - -— Sì, ed è rimasta un po’ meravigliata. Ma poi ha lodato il vostro -passo. Vi servirà, come desiderate; quantunque tema di non riuscire. È -un uomo leggiero, mi disse, e gli uomini leggieri vi sfuggono proprio -da quel lato per cui vi argomentate di tenerli. - -— È una sciocchezza; — rispose Camilla. — Non ci sono uomini leggieri. -Del resto, — soggiunse, — aspettiamo. — - -E alzò gli occhi al cielo, col gesto dell’Arabo che commette la sua -salute al destino. Ma balenava da’ suoi occhi la sicurezza di chi -rimettendosi all’aiuto del destino, si promette anche di dargli una -mano. - -— A Elena; — disse poi, versando il _tè_ e porgendo la prima chicchera -al suo bravo aiutante. - - - - -XX. - - -Quella sera Aldo De Rossi rientrò molto tardi all’albergo. Da principio -la ricerca dei padrini, quindi gli accordi e i preparativi del -duello, avevano occupato tutto il suo tempo. Alla perfine, tutto era -concertato, e in guisa di non lasciar nulla ai capricci del caso. Le -carrozze erano state fissate per l’alba, e alle cinque in punto i suoi -padrini dovevano andarlo a svegliare. - -Per la prima volta, dacchè era a Montecatini, Aldo De Rossi andava -a letto contento. La rabbia, tanto tempo chiusa nel petto, l’aveva -finalmente sfogata. La condizione uggiosa e ridicola, in cui era da -parecchi giorni, di amante negletto, di osservatore geloso, di rivale -infelice, che doveva stare alle mosse, parlar dolce con l’amaro sulla -lingua, sorridere con la voglia di ruggire e graffiare, l’aveva chiusa -con una brava sfuriata. Al giorno seguente la cura di farla finita; per -intanto, Aldo De Rossi avrebbe dormito sei ore senza pensare a nulla. A -nulla, mi capite? a nulla! - -Perchè, non so se l’abbiate osservato mai, occorre in questi casi -uno strano fenomeno. L’uomo ha un gran sopraccapo, o un grande -struggicuore, e per l’uno o per l’altro gli accade di venire ai ferri -corti con Tizio, o con Caio. Si combina lo scontro in piena regola; gli -sdegni feroci avranno uno sfogo, i dolori acerbi un sollievo. Ed ecco, -come per incanto, alla vigilia della carneficina, il combattente non -pensa più alle sue malinconie; si direbbe quasi che non ne abbia avuto -pur l’ombra. Come può succedere una tranquillità così grande ad un così -fiero scompiglio? Vorrei dirlo, ma temo che non sia qui il luogo, nè -l’ora. Comunque, si può riscontrare questo periodo di calma con quella -pace improvvisa degli elementi, che precede lo scoppio del temporale. -L’uomo sembra dire a sè stesso: «Sarà per domani; ho dunque tempo a -pensarci, poichè senza di me non si fa nulla, di sicuro.» E quasi quasi -non sente più ira contro il nemico, la cui immagine abborrita, già così -spesso presente a’ suoi occhi, è lontana mille miglia da lui. Le furie -torneranno domani, nel momento critico dell’assalto dato o respinto; -per ora si sta in dormiveglia. La soddisfazione di aver trovata la -via ad uno sfogo onorevole (se onesto, poi, non so dirvi) è quella che -domina, ed è già per sè stessa una maniera di sfogo. - -Non argomentate da ciò che il nostro eroe andasse subito a letto. Un -pensiero, anche breve, all’impresa futura, bisognava pur darglielo; -non foss’altro, per provvedere a qualche caso delicato. Perciò entrato -nella sua camera, Aldo De Rossi pensò di scrivere due versi in fretta -ad un amico fidato. - -«Avrò domattina (così diceva la lettera) una piccola seccatura, intorno -alla quale, se ne porto via la pelle, ti manderò un cenno telegrafico, -per togliere ogni importanza a questo foglio, quando ti verrà tra le -mani. Dato poi il caso peggiore, e quando tu abbia avuto l’annunzio -dalle trombe della fama, tu hai a rendermi un servizio da amico provato -e da cavaliere del buon tempo antico. Andrai a casa mia e farai ardere -sotto i tuoi occhi, con tutta delicatezza, le carte che sono entro lo -stipo, nella mia camera da letto. Sono dolente di non aver fatto io, -e da lunga mano, questo _auto da fe_. Certi ricordi del passato non -dovrebbero sopravvivere ai pensieri e ai sentimenti che li rendevano -preziosi. Grazie anticipate e addio.... se ha da essere addio.» - -Finito di scrivere, Aldo rilesse quel che gli era escito dalla penna, e -sorrise. - -— In fede mia, — esclamò, — ecco una prosa molto fredda, e per il -momento in cui è scritta, e per l’uomo a cui va. Ma infine che ci ho da -far io, se non mi si scioglie la vena? — - -Infatti, egli non sentiva nulla, nè ardore, nè tenerezza. Il cuore di -Faraone era indurito, o giù di lì. - -Fece alcuni passi per la camera, sorridendo a sè stesso, come un -uomo che, per la prima volta dopo un lungo periodo di sciocchezze, -si persuade di aver bene spesa la propria giornata. Quindi, poichè la -giornata era finita ed occorreva dargli una chiusa, pensò che il meglio -era di andarsene a letto. - -Mentre egli stava prendendo quella risoluzione, bussarono all’uscio -della camera. Forse era il cameriere. Aldo ricordava benissimo di non -aver chiesto nulla; ma non poteva essere frullato in testa al cameriere -di venire appunto per ciò a domandargli se per caso non avesse bisogno -di qualche cosa? verbigrazia, a che ora del mattino volesse essere -svegliato? I camerieri d’albergo li hanno, qualche volta, questi -rimorsi di coscienza, che li farebbero creder capaci dei sacrifizi più -grandi! - -— Avanti! — disse Aldo, senza voltarsi e senza rallentare i suoi passi. - -L’uscio si aperse lentamente e qualcheduno si affacciò nel vano. - -— Che cosa volete? — chiese Aldo De Rossi, nell’atto che compiva la sua -passeggiata fino all’angolo più lontano della camera. - -Ma la sua dimanda non ebbe risposta. Si volse allora, insospettito da -un leggiero scalpiccio che non accennava punto a ciò ch’egli aveva -immaginato da principio; si volse, vide che cos’era, e diede un -sobbalzo; poi restò lì, tra contuso e sbalordito. - -— Signora!... — diss’egli; e più non disse, tanta era la sua commozione. - -Avrete già indovinato chi fosse la signora, il cui improvviso apparire -turbava così profondamente Aldo De Rossi. Era la signora Camilla, -che stava ritta ed immobile davanti a lui, a due passi dall’uscio; la -signora Camilla Rivanera, bella come una visione celeste, di quelle -che in altri tempi usavano visitare i monaci e i pensatori, nelle loro -celle solitarie. E dico in altri tempi, per accennare a quelli della -poesia; che i nostri sono tempi di prosa e certe visioni sdegnano di -offrirsi ai mortali. - -La signora Camilla rimase un istante a guardare il De Rossi; indi -si volse indietro a mezzo per richiuder l’uscio, e finalmente venne -incontro a lui, che non s’era mosso dal suo primo atteggiamento di -confusione e stupore. - -Ella s’inoltrava, e il giovane la vedeva venire incontro a lui, muta e -severa come un fantasma. - -Grazioso fantasma, in verità, e in ogni altra occasione Aldo De Rossi -l’avrebbe accolto a braccia aperte. Ma in quell’ora notturna, mentre -egli era lunge dall’aspettarsi una simile apparizione, ed anzi, -diciamo tutto, mentre egli non avrebbe mai osato sperarla o immaginarla -possibile, Aldo De Rossi n’ebbe come un capogiro, vacillò e cadde su -d’una scranna, che, per fortuna sua, era ai piedi del letto. Ed ella, -come fu presso a lui, si fermò, stette un momento a guardarlo, con una -aria grave, in cui la curiosità si mescolava alla tristezza. - -— Non mi aspettavate? — diss’ella, come fu giunta presso al De Rossi. - -— No; — rispose Aldo, senza sviar gli occhi da lei. - -— Che uomo! — esclamò allora Camilla. — Voi non capirete dunque mai -nulla! - -— Io.... — balbettò il giovane. — Che cosa intendete di dirmi?... — - -E rimase attonito, pensando a quella frase di Camilla. Che cosa doveva -egli capire? Per esempio, cercando molto tra sè, incominciò a capir -questo: che ella volesse da lui una viltà. Ma con quale intento? Forse -per liberarsi da una malleveria troppo grave, perchè su lei, solamente -su lei, sarebbe caduta la colpa del duello.. Forse anche per tutelare -la vita dell’Anselmi? Questo sospetto lo fece fremere di rabbia. E -pensò di stare in guardia, aspettando che ella scoprisse il suo giuoco. - -— Signora, — riprese egli, tanto per dire qualche cosa e ravviare il -discorso, — vogliate sedervi. — - -Camilla non rispose parola e non fece neppur caso dell’invito di Aldo. -In quella vece andò risolutamente verso lo scrittoio e prese la lettera -che il signor De Rossi vi aveva lasciata; guardò il ricapito e aperse -la busta, senza chieder licenza, senza esitare un istante, come se -facesse la cosa più naturale del mondo. E neppur egli, confuso com’era -dall’improvvisa apparizione di lei, trovò strano che quella donna, -entrata là dentro come in casa sua, aprisse la lettera che egli aveva -finito poc’anzi di scrivere. - -La signora Camilla diede una rapida occhiata al foglio, e come fu -giunta agli ultimi versi, atteggiò le labbra ad un sorriso sardonico. - -— Lettere d’altre donne! — esclamò. — Ritratti! Fiori appassiti! Non è -vero? - -— Signora!... - -— Oh, non importa, dovevo aspettarmelo. Ma nella lettera che avete -scritta è anche la vostra condanna. In verità, dite benissimo; questi -ricordi non dovrebbero mai sopravvivere ai lieti casi, ai dolci -episodii di cui fanno testimonianza. — - -Aldo rimase muto, parendogli indegno di sè e di lei un tentativo di -giustificazione, che non si sarebbe potuto fare, senza aver l’aria di -rinnegare il passato. Ma quand’anche egli lo avesse voluto, Camilla non -gliene avrebbe lasciato il tempo. - -— Chi amate voi ora? — ripigliò essa. — Ma no, non occorre saperne il -nome. È una donna da compiangere. Infatti, essa non potrebbe essere -lieta, sapendo che in un angolo riposto del vostro scrigno c’è tanta -roba da gettare alle fiamme. — - -L’accenno doveva riescirle doloroso, poichè ella dopo aver dette quelle -parole, si lasciò cadere sul sofà, che era accanto allo scrittoio, -nascondendosi il viso tra le palme. - -Aldo non seppe più contenersi. Balzò dalla scranna, e avvicinatosi a -lei, le prese una mano, che strinse amorevolmente tra le sue. - -— Signora.... — diss’egli, con accento supplichevole. — Camilla, ve ne -prego.... Che significa ciò? Di che m’accusate voi? Mia dolce signora, -è dunque possibile?... E siete voi qui, veramente voi? O non sono io -piuttosto io che vi vedo e vi parlo in sogno? — - -Così dicendo, non senza interruzioni, tra sospiri e singhiozzi, baciava -quella bianca mano, che Camilla non gli aveva concessa, ma che non -aveva pensato neanche a ritrarre. La baciava, dico, e finì col bagnarla -delle sue lagrime; dolce tributo che l’amore dà così spesso e così -volentieri ad una cara bellezza. E Camilla sentì quelle lagrime, e -levata la fronte a guardare il piangente, con un moto rapidissimo della -persona venne a nascondere il viso sul petto di lui. - -Qui veramente Aldo De Rossi credette di essere innalzato al settimo -cielo, se è vero, come hanno scritto gli antichi, che i cieli sieno -sette e non più. Era lui, proprio lui, che stringeva al petto quella -divina creatura? Era lui, proprio lui che aveva sofferto tanto per la -freddezza di quella donna, e letta poche ore innanzi una sua lettera -acerba, che pareva fatta per levarlo d’ogni speranza? E quella donna -che egli credeva di aver perduta per sempre, quella donna, proprio -allora che egli pensava di esserne più lontano che mai, era là, -commossa, palpitante, nelle sue braccia, come una colomba nel nido? - -Quanto durasse la scena non saprei dirvi, nè, sapendolo, vorrei. -L’uggioso misuratore delle allegrezze umane non dimentica nessuno; -ma è permesso ai felici di dimenticarlo, in uno di quei rapimenti -sublimi che nello spazio di un’ora concentrano le gioie di un’intiera -esistenza. Non mi chiedete neanche quali pensieri prendessero forma -nella mente di lui, o di lei; poichè vi sono istanti in cui non si -pensa affatto, se non per avere una vaga coscienza dell’annientamento -di questa superba facoltà, per cui l’uomo è il più infelice degli -esseri. - -— Dimmi, — bisbigliò finalmente Aldo all’orecchio di lei, — perchè mi -odiavi? - -— Perchè?... — rispose ella, destandosi da quel dolce torpore -dell’anima. — Non amavi tu un’altra? - -— No; — disse Aldo, con accento vibrato che prorompeva dal cuore. — Te -sola. - -— Giuralo! — rispose Camilla, levando la testa e fissando i suoi begli -occhi nel viso di Aldo. — Giura che non amavi Elena, e che il tuo -cuore non ha mai palpitato per essa. Bada, — soggiunse, con un gesto -di minaccia. — Avresti avuto torto a non amarla, perchè essa è bella -tra tutte le donne; avresti avuto torto, perchè essa ti ama. Se l’hai -amata, sii leale ed onesto nel rispondermi. Puoi tradirla nel futuro; -non devi rinnegarla nel passato. - -— Non sarei così vile; — rispose Aldo gravemente. — Per tutto ciò -che ho di più sacro; per la memoria di mia madre, te lo giuro; non -ho amata mai quella donna. Il mio cuore è pieno di te, dal primo -giorno che ti ho veduta; ed ho veduta te prima di conoscere lei. Il -passato.... — soggiunse Aldo sospirando; — il passato non è più mio. -Come lo distruggerei? È la nostra gioventù che ha sparsi i fiori -della sua ghirlanda lungo il cammino: possiamo noi tornare indietro -a raccoglierli? Una cosa sola possiamo far noi: dolerci amaramente di -non averli serbati, per incoronarne la fronte di colei che ameremo per -tutta la vita. Credimi, dolce signora; io non ho amato Elena, non le ho -detto mai parola che potesse lasciarle sospettare un’ombra di tenerezza -per lei. Eppure, io gliene ho dette molte! — notò il giovane, crollando -mestamente il capo. — Ma tutte, sai, tutte per intrattenerla del mio -amore per te! - -— Male! — sclamò Camilla. — Si fanno forse di queste confidenze ad una -donna? - -— Elena è buona; — disse Aldo. - -— Sì, troppo buona; e appunto ciò mi ha dato noia; — rispose Camilla, -battendo sdegnosamente le labbra. — Stimare un uomo per quel che -vale.... almeno, immaginarsi che egli val molto; desiderare che le sue -labbra vi dicano ciò che i suoi occhi v’hanno lasciato sospettare; -attendere che egli cessi di andare attorno, per non vedere, per non -seguire, per non servire che voi; e invece.... non veder nulla, non -udir nulla di ciò che speravate vedere ed udire; e frattanto, sentirvi -offrire quell’uomo da un’altra donna, bellissima, non c’è che dire, e -che ha l’aria di volervi fare un regalo, quasi una cessione.... Signor -De Rossi, ecco ciò che è toccato a me, per colpa vostra. Ditemi ora, -non eravate un bambino, a diportarvi così? E non sentite là dentro un -po’ di rimorso? — - -Aldo De Rossi vide in quel momento ciò che non aveva veduto mai. -Delicatissimo nelle cose del cuore e punto disposto alle confidenze -tra uomini, si era lasciato andare a far partecipe del suo segreto -una donna. Perchè quella debolezza sua con la signora Vezzosi? -Certo, bisognava farle intendere in qual modo, come e perchè egli non -rispondesse al nascente affetto di lei; certo, non era tutta colpa -della signora Elena se quell’affetto aveva fatto capolino, e il signor -Aldo degnissimo, con le sue spensierate assiduità in casa Vezzosi, -doveva riconoscersi per il primo e per il maggiore colpevole. Ma dal -trovare il modo di persuadere gentilmente una donna dell’errore in -cui essa era caduta, allo spiattellarle intiera e nuda la verità, ci -correva un bel tratto. Ed era poi lui, l’uomo degli amori esclusivi, il -fautore della massima «o tutto o nulla,» che doveva lasciar supporre -tante cose alla signora Vezzosi e mettersi nella condizione in cui si -trovava finalmente, davanti alla signora Camilla? - -I criminalisti, in ciò d’accordo coi moralisti, richiedono nel delitto, -perchè possa chiamarsi tale la coscienza e l’intenzione di commetterlo. -Dove non è intenzione, dove non è coscienza, il delitto sparisce e -resta semplicemente l’errore. Ma nelle cose del cuore, è, scusatemi -l’espressione, un altro paio di maniche. Dove lo spirito ha obbligo -d’esser sempre desto e vigilante, non ci sono errori perdonabili; ogni -errore è delitto. Aldo, anche innocente nell’anima sua, aveva errato, -doveva riconoscersi in colpa. - -— Mi faccio orrore; — diss’egli chinando umilmente il capo. — Ma anche -voi, Camilla.... non siete stata troppo lungamente crudele con me? -Quell’Anselmi, poi!... — - -Non avrebbe voluto nominarlo; anzi, aveva fatto proponimento di non -tirare il discorso da quella parte. Ma al povero Aldo De Rossi accadde -ciò che accade a tutti gl’innamorati, che non sanno destreggiarsi, -perchè non sanno aspettare, e cascano essi primi nei discorsi che -vorrebbero ad ogni costo cansare. - -— Ah sì, l’Anselmi! — rispose Camilla. — Gran che! Ditemi voi, ve ne -prego, che cosa ha ottenuto l’Anselmi da me. - -— Non so; — balbettò Aldo, chinando gli occhi e stringendosi nelle -spalle. - -— Ah, non mi dite che non lo sapete; — ribattè essa con accento severo. -— Escirei da questa camera, per non vedervi mai più. Siate pure geloso; -la cosa piace qualche volta alle donne, specie quando amano anch’esse -davvero. Ma non siate mai permaloso, nè ingiusto. — - -Aldo si fermò a meditare sopra una frase di Camilla, che lo aveva -colpito. - -— E.... — diss’egli allora con una mezza sospensione, che dimostrava la -sua paurosa curiosità, — vi piace che io sia geloso? - -— No; — rispose Camilla, preparandosi a ridere della sua cera -scontenta, ed anche, se egli non era a dirittura un grande zuccone, a -lasciargli intendere il contrario. - -Ma, proprio a dirvi le cose come stanno, il mio signor Aldo, con -tutte le sue belle qualità, era un po’ zucca. Non zucca al vento, chè -sarebbe stato sciocco e vanitoso; ma zucca coricata, zucca supina. -Poveretto, non so scusarlo, ma non so neanche condannarlo, poichè -conosco della gente che gli somiglia e a cui voglio un gran bene. Del -resto, lo sapete, Aldo ci aveva quel tal sospetto in corpo; il sospetto -che Camilla non avesse fatto quel passo imprudente, audacissimo, di -andare da lui, a quell’ora di notte, se non per chiedergli una viltà, -a vantaggio dell’altro. E il dubbio, anche vano, e, peggio che vano, -indegno di entrambi, gli risorgeva nell’animo. - -— No, — gli aveva risposto Camilla, ridendo. — E poi, — aveva -soggiunto, vedendo che egli non afferrava la celia, — perchè sareste -geloso? E di che? - -— Di che! — esclamò egli, aggrottando le ciglia. — E me lo domandate? -Non ho io vedute tutte le cortesie che egli vi faceva e l’aria di bontà -particolare, direi quasi di gratitudine, con cui avete sempre mostrato -di accoglierle? - -— Dio mio! Dite pure che gli ho data l’erba trastulla. E in fede mia, -— soggiunse Camilla, — ci sarebbe qualche cosa di vero; ma nessuno -potrebbe dolersene, salvo l’Anselmi. Non mi era dunque lecito di -stare a vedere che effetto vi facevano certe cose, di studiarvi, di -scandagliarvi un pochino? Alla fine, che mezzo abbiamo noi, povere -donne, per conoscere se un uomo ci ami davvero? Usiamo una pietra di -paragone, ecco tutto. E poi, ditemi ancora, potevo figurarmi io, con -tutte le vostre visite di qua e di là, che voi mi amaste davvero, come -io ho il diritto e la pretesa di essere amata? - -— Ed ora, — disse Aldo, — lo sapete, non è vero? - -— Sì, perchè un uomo non perde il lume degli occhi per una donna, come -avete fatto voi, quando è presente un’altra che egli ha amata prima, o -che ha tuttavia mestieri d’ingannare. E come eravate splendido ieri al -Rinfresco! Vi ho veduto rotar gli occhi come una bestia feroce. E senza -una ragione al mondo; questa è proprio una delle vostre! - -— Già! — esclamò Aldo. — Senza ragione. Dopo quella lettera che avete -scritta alla vostra amica!... - -— Che s’è affrettata a metterla sotto i vostri occhi! — rispose -Camilla. — Dovevo immaginarmelo. La bontà di cuore è sempre così; -non ha altra smania che di servirvi; tutto per voi e niente per sè! -Generoso spirito di rinunzia, magnanimo sentimento di sacrifizio, chi -non vi rende giustizia! Io vi ammiro e m’auguro.... di non avervi tra -i piedi. Ma basti di ciò; — soggiunse Camilla, che temeva di andare -troppo in là coi sarcasmi; — ringraziamo anzi l’amica di avervi fatto -leggere quel foglio. Se ciò non fosse stato, sarei io qui a domandarvi -perdono? Perchè, infatti, la cosa è proprio così. Strana sorte è la -nostra! Da padrone a schiave, da superbe a supplichevoli; e senza -gradazioni, senza neanche un po’ di vergogna! Che cosa faccio io qui? -come ho avuto il coraggio di venirci? Che si direbbe di me, quando si -risapesse la cosa? — - -Aldo scosse la testa, come uomo che sente il peso degli argomenti -altrui, e battè due o tre volte le labbra. - -— Avete ragione; — mormorò egli. — E per quanto io sia felice di -vedervi qui, debbo pensare che c’è un pericolo per voi. Se aprissero -quell’uscio.... — - -E il signor Aldo, turbato com’era, non ardì compire la frase. - -— Se lo aprissero!... — rispose Camilla. — Chiudetelo a chiave e non ci -sarà questo pericolo. — - -Al signor Aldo balenò davanti agli occhi come un’immagine delle -beatitudini celesti. Guardò Camilla, che reclinava lo sguardo a terra; -poi corse all’uscio, afferrò la chiave e diede tutt’e due le mandate. -Ciò fatto, ritornò, veloce come un lampo, e cadde alle ginocchia di -Camilla. - -— Voi siete un angelo! — le disse. - -Camilla sorrise malinconicamente. - -— Un angelo che perde le ali; — rispose. — Ho fatto male e desidero che -la cosa non passi in esempio. Ma sono così, io; — soggiunse tosto con -accento più franco. — Avevo bisogno di sapere come amate voi, mio bel -cavaliere. Quanto a me, eccovi come amo; o tutto o nulla. - -— Mia dolce signora, lo sapete; — replicò Aldo giubilando. — È questo -il mio motto. - -— Tanto meglio; — disse allegramente Camilla. — E non voglio donne -sulla mia strada. - -— Nè io uomini; — ribattè Aldo, sul medesimo tono. - -— Gelosia feroce, dunque? - -— Gelosia diabolica. L’amore non ne conosce altra. Approvato? - -— E firmato in doppio originale. — - -Così chiacchieravano, seduti l’uno a fianco dell’altro, le mani nelle -mani e gli occhi negli occhi. Camilla non accennò punto all’alterco -di Aldo con l’Anselmi, e Aldo dimenticò facilmente i primi sospetti. -La conversazione si aggirava mollemente a mezz’aria, tessuta di -quei graziosi nonnulla che piacciono tanto agli innamorati e fanno -scorrere il tempo così veloce. Che cosa si è detto? Da che parte si -era incominciato e dove si era rimasti? Impossibile il ricordarsene. -Donde qualche volta il rimprovero di lei, o di lui. Perchè mai la -tal cosa, o la tal altra, che aveva pure una certa importanza, non -era stata rammentata da lui, o da lei? Ma, Dio buono, come si fa, -a ritenere una sinfonia, che passa per tutti i toni, e sfiora e -confonde tutte le melodie dello spartito? E poi, perchè ritenere -solamente certi particolari? Non erano tutti importanti ad un modo? -E il pregio vero del dialogo non era forse tutto in quella medesima -varietà di soggetti, collegati da tenui fila, armonizzati da gradazioni -insensibili? Inoltre, ci sono delle cose che, udite una volta, paiono -sublimi; ripetute, sviscerate, son nulla, e si possono paragonare -a quelle nuvolette leggiere, che stanno librate in alto, prendendo -forma dall’aria che le spinge, e colore dalla luce che le investe. -La vaghezza è tutta nelle apparenze mutevoli; a che si cercherebbe la -sostanza? Ora, nel dialogo di due innamorati la soavità ineffabile è -quel susurro di due voci che si confondono, è quel bacio che si accenna -e non si scocca. Un gran pittore ne ha foggiato uno nel sasso, ed è -parsa idea luminosa, come poteva offrirsi all’arte figurativa; ma c’è -altresì il bacio che nessun pennello può rendere, il bacio che si sente -nell’aria, il bacio che vi sfiora la guancia e vi penetra nel sangue. -Esso è nella voce cara che vi suona timidamente all’orecchio, nello -sguardo acceso che v’illumina e vi riscalda, nell’alito delicato che -vi accarezza il volto, in quel misto di fragranze nuove, inesprimibili, -per cui sentite l’amata così diversa da tutte le altre donne del mondo. -Insomma, lettori dell’anima mia, che cosa vi dirò? Che qui si perde la -bussola. E fo punto, per ritornare alla prosa. - -Il povero torcetto stearico, piantato nel modesto candeliere d’albergo, -era al verde. Vo’ dire che s’era consumato bel bello, e che l’ultimo -avanzo di stearina si spandeva liquefatto sulla padellina del -cristallo. Poco dopo, il lucignolo, non più nutrito, nè sorretto, diede -l’ultimo guizzo e cadde stridendo nel suo minuscolo laghetto di untume. -Una piccola tragedia in un bocciuolo di candeliere! E i due felici -non si erano avveduti di nulla. Risero, quando si trovarono al buio; e -Aldo, cercando Camilla, sfiorò col sommo delle labbra i capegli di lei. - -— Mia? — mormorò egli, così sommessamente, che l’aria non avrebbe -potuto sentirlo. — Indovini, che cosa? - -— Sì; — rispose ella; — tua.... fidanzata. - -— E lo diremo allo zio; — riprese Aldo. - -— Che sarà felice di liberarsi di me. - -— Lo credi? - -— No, povero zio! Mi ama tanto! Ma infine, alla sua età si hanno altre -cure, e si custodisce male una nipotina come son io; — disse Camilla, -ridendo. — Vedi, infatti!... - -— Non vedo nulla; — rispose Aldo. — C’è così buio! - -— Ma io ti vedo ancora; — replicò ella. — Cioè torno a vederti un -pochino. È quasi l’alba. - -— Ahimè, l’alba! — mormorò Aldo. — Che noia! — - -Un pensiero molesto si affacciò alla mente di Camilla, e un brivido le -corse per le vene. - -— Che hai? — diss’egli, sentendola tremare. - -— Nulla, nulla. — - -E cercò di vincersi, di sviare i pensieri dolorosi, ritornando a -parlare di cento cose; dei giorni in cui si erano conosciuti; delle -prime parole che egli le aveva dette in una festa da ballo; di un -fiore che egli portava sempre all’occhiello; di una storia che aveva -incominciata per compiacere a lei, ma che non aveva saputa finire, -per certe risa di lei, e via discorrendo. Ma le tenebre si andavano -diradando nella camera, e la conversazione languiva. Aldo rispondeva -a sorrisi interrotti, a monosillabi, e tratto tratto si mordeva le -labbra, come persona che stenti a dominare la propria inquietudine. - -Ad un certo punto non seppe più contenersi. - -— Sono dolente.... — incominciò. - -— Di che? — fece Camilla. - -— Sono dolente di dirlo io; ma tu.... dovrai ritornare nelle tue camere. - -— Perchè? - -— Perchè tra mezz’ora sarà giorno. E se ti vedessero.... se ti -trovassero qui.... - -— È vero; — disse Camilla. — Che cosa si penserebbe.... del signor Aldo? - -— Cattiva! — esclamò egli. — Penso a te, non a me. Quando apparirà la -luce.... - -— Ah, la luce! — interruppe Camilla. — Sarà la mia nemica, perchè mi -farà comparire assai brutta. - -— Se non si trattasse d’altro, — disse Aldo, — ti pregherei di restare. -Ma infine.... - -— Ma infine, — ripigliò Camilla, — è meglio che io me ne vada; non è -vero? - -— Sì; — rispose Aldo sospirando. - -— Andiamo dunque; — replicò Camilla. - -E si alzò lentamente e si mosse di mala voglia. Aldo, rigiratole un -braccio intorno alla vita e tenendosela stretta al seno, l’aiutò a -fare i dieci o dodici passi che correvano dal canapè all’uscio. Dieci o -dodici a farli corti, s’intende; ed anche questo breve tragitto volle -parecchi minuti di tempo. Coppia gentile che s’inoltrava nella mezza -oscurità della camera, io credo che così, e non altrimenti, dovrebbero -andare nel regno delle ombre coloro che si sono amati sulla faccia -della terra. - -Mentre i miei due personaggi andavano verso l’uscio, ma col metro del -fanciullo ritroso di cui è detto nella Bassvilliana del Monti (ricordi -dell’adolescenza, che cosa volete da me?), un improvviso rumore si udì -dalla strada. Qualcheduno di fuori batteva a ripetuti colpi sul portone -d’ingresso. - -— Vieni; — disse Aldo, traendo Camilla, che si era molto volentieri -arrestata a mezza strada; — abbiamo appena il tempo di giungere alle -tue stanze. - -— No, — diss’ella, — è tardi, per escire. Se passa un servo nel -corridoio?... - -— Che? Spero bene non ci sarà questo bisogno; — rispose Aldo. — Aprirà -il portiere. — - -Ma proprio per far torto alle previsioni di Aldo, il portiere aveva -il sonno duro, o l’orecchio. Di fuori continuavano a bussare, e poco -stante si udì nel corridoio un passo grave, ma spedito, come di persona -destata in soprassalto, che si affrettasse verso le scale, per metter -fine a quel diavolìo. - -— Ahi! — mormorò Aldo. — Son essi. - -— Essi! — ripetè Camilla. — E chi? - -— Amici miei.... — balbettò Aldo; — amici miei, che vengono a cercarmi, -per una scampagnata. Ho promesso iersera, al Casino, di andare fino -a Collodi. Vieni; ora non ci sarà pericolo ad escire sul corridoio, -poichè il servitore è passato. Ma che hai? — soggiunse egli, sentendola -tremar tutta nelle sue braccia. - -— Ho freddo; — rispose Camilla. — E avrò anche più freddo di -fuori. — - -Per la stagione in cui s’era, la cosa doveva parere assai strana. -Ma al nostro eroe il freddo che sentiva Camilla sembrò strettissimo -parente della poca voglia che essa aveva di escire dalla camera. -Rammentò che per tutta la notte Camilla non aveva accennato, neanche -lontanamente, ad un pericolo di duello; silenzio notevole, che da -principio lo aveva fatto insospettire, ma che egli si era poi spiegato -nel miglior modo possibile, ricordando le parole con cui l’Anselmi, -nell’escire dal Rinfresco, aveva cercato di rassicurare le donne. La -spiegazione gli era servita lì per lì; ma allora, quella ritrosia di -Camilla a separarsi da lui, il tremito subitaneo che l’aveva presa -all’avvicinarsi dell’alba, e infine quella ostinazione a restare, -anche a rischio di farsi cogliere nella camera di lui, dovevano dirgli -abbastanza chiaramente che Camilla aveva indovinato ogni cosa e che -la sua presenza colà mirava ad un fine. Ma quale? E con che mezzi -contava ella di raggiungerlo? Aldo non ci vedeva molto chiaro; anzi, -diciamo schiettamente che non ci vedeva affatto. E mentre stava lì -almanaccando, si udivano i passi di parecchie persone, entrate allora -nel corridoio; indi a poco i passeggiatori mattinieri fecero sosta e -bussarono all’uscio della sua camera. - -— Apri; — gli disse Camilla all’orecchio. — Io mi nascondo là dietro. -Escirò dopo di te; non temere. — - -Così dicendo si spiccò dal suo braccio e andò a celarsi nella stretta -del letto. - -Aldo aperse l’uscio e diede il passo a due gentiluomini, che erano per -l’appunto i suoi padrini. - -— Già alzato! — esclamarono, nell’atto di stringergli la mano. - -— Sì; non è forse l’alba? - -— Verissimo; ma credevamo che proprio in questa occasione avreste fatto -il sonno più lungo. Si narra del principe di Condè.... - -— _Promessi Sposi_, capitolo tale! — interruppe Aldo, sorridendo. — Ma -io, anche a risico di non somigliar punto al principe di Condè, non -ho attaccato sonno, essendo rientrato troppo tardi e avendo avuto da -scrivere qualche lettera. - -— Infatti, — notò uno dei padrini, dando una occhiata al letto, di cui -si vedeva la rimboccatura intatta, — ecco la prova più chiara della -vostra veglia d’armi. La chiameremo così, in omaggio alla memoria -degli antichi cavalieri. Ma permettetemi di osservare che, non avendo -dormito, punterete male, stamane. — - -Aldo rispose con una leggiera alzata di spalle. Ma dentro di sè mandò -a quel paese il troppo loquace padrino; tanto più che dalla stretta del -letto era giunto a lui come un gemito soffocato. - -— Basta, — ripigliò il padrino, — poichè siete già alzato, avremo il -tempo di prendere il caffè. - -— Lo vogliono qui? — domandò il cameriere. - -— No, — rispose prontamente Aldo, — lo prenderemo giù in sala. Vi -prego, amici, — soggiunse, volgendosi ai due visitatori, — concedetemi -due minuti e sono da voi. — - -Esciti finalmente i padrini, Aldo ritornò verso Camilla, che si -abbandonava bocconi contro la sponda del letto, in preda ad una -agitazione violenta. - -— Animo, via, Camilla; siate forte! — diss’egli. - -— Ah! — gridò ella. — E per mia colpa! Ma non sarà.... non sarà! Mio -Dio, abbiate compassione di me! - -— Sì, egli mi assisterà; — disse Aldo. — Vieni, ora, te ne prego; non è -più tempo di restar qui. — - -Camilla si lasciò condurre, come un bambino. Da sola, non avrebbe -avuta la forza di muovere un passo. La sua energia femminile, d’indole -essenzialmente nervosa, era venuta meno davanti all’idea del pericolo -che Aldo correva per lei. - -Ma forse, direte, non lo sapeva prima? Sì, buon Dio, lo sapeva; -ma bisogna anche osservare che ella faceva assegnamento su certe -circostanze, molto ben prevedute, perchè attentamente studiate, le -quali all’ultimo momento non le parevano più così certe, come le aveva -immaginate da principio. Non vi è egli mai avvenuto di contare su -certe combinazioni, sapientemente architettate, che a tutta prima vi -sembravano irresistibili, e poi, giunti all’ora della prova finale, -di perder la fede, di dubitare, di sospettare un errore di calcolo, -infiltrarsi nelle vostre deduzioni, col pericolo di mandare a rotoli -il vostro faticoso edifizio? Alla signora Camilla, già tanto sicura -durante la notte, tornavano in cuore i sospetti, coll’avvicinarsi -dell’alba. L’arrivo dei due padrini di Aldo le aveva dato il tracollo; -i sospetti si erano tramutati in paura. - -Oramai non si poteva più indugiare, nè mendicar pretesti, nè far capo -ad alcune di quelle debolezze che in momenti meno solenni fanno buon -giuoco alle donne. Camilla si lasciò condurre fuor della camera di -Aldo. C’era appena appena il tempo necessario, perchè ella potesse -raggiungere la sua. - -Ma nell’atto di escire sul corridoio, alla incerta luce del mattino, -i nostri due innamorati fecero un incontro che non s’aspettavano di -certo. I padrini erano scesi al pianterreno e il servitore con essi; -ma dal fondo del corridoio apparivano due altri personaggi, quasi due -ombre; la signora Elena e il commendatore Gerardo. - -Il primo e istintivo moto di Aldo fu di mettersi avanti, come per -nascondere Camilla agli occhi dei nuovi venuti. Ma era tardi; Elena -e suo marito avevano veduta la signora Rivanera, e ambedue, fatto -un gesto di meraviglia, accennavano a ritirarsi, per non riescire -importuni. Camilla se ne avvide. La poveretta si sentiva morire; ma la -gravità del momento rianimò le sue forze. Non toccava a lei di salvare -ogni cosa, se era possibile, o di confessare audacemente la propria -sconfitta? - -Perciò, respinto leggermente Aldo, che non si era anche persuaso della -impossibiliti di nasconderla, Camilla si fece incontro ai Vezzosi, e -incominciò in questa forma: - -— Amici, anche voi siete venuti a salutare il signor De Rossi e ad -augurargli fortuna? - -— Non potevamo farne di meno, — rispose Gerardo, — avendo indovinato -iersera quel che doveva accadere. - -— Bravo! — disse Camilla. — E lo confessate ancora? Indovinare una cosa -simile e non darmene un cenno, in verità, non è bello da parte vostra. -Buon per me che l’avevo indovinata anch’io. - -— E più fortunata di noi, — entrò a dire la signora Vezzosi, — sei -giunta anche prima. Noi, appena abbiamo sentito battere all’uscio di -strada, siamo saltati dal letto. - -— Ed anche voi, — aggiunse Gerardo, — avrete fatto lo stesso. - -— Sì, ma molto prima; — rispose arditamente Camilla. — Non ero io la -colpa di tutto? - -— Che dite, Camilla? — gridò Aldo, commosso. — Ed ora, perchè -queste lagrime? Vorrei aver mille vite ed incontrar mille morti per -voi. — - -L’impeto con cui Aldo profferì le sue calde parole non doveva piacer -troppo alla signora Elena. L’ascoltatrice negletta ne ebbe una scossa -violenta, e sentì il bisogno di appoggiarsi alla parete. - -Camilla vide quell’atto, e forse lo indovinò, e corse ad abbracciare -l’amica. - -— Animo! — le bisbigliò all’orecchio, — Perdonami! - -— Sì, ti ho perdonato; — mormorò la signora Elena. — Poveretta, tu non -ci hai colpa.... salvo quella di averlo fatto soffrire. - -— Ah, ne avrò un rimorso eterno; — rispose Camilla, trascinando Elena -in disparte. — Ed ora, che cosa avverrà? La signora Meravigli avrà -fatta la sua parte? - -— Lo spero; — disse Elena. — Il Sestavalle ha dormito alla Torretta, -per esser vicino all’Anselmi. Bisognerà aspettarlo. - -— E Gerardo lo sa? — chiese Camilla. - -— Sì; non ho creduto di dovergli nascondere i nostri tentativi. Povero -Gerardo! egli è tanto buono! Sento di amarlo doppiamente, oggi. — - -Così parlava la signora Elena. Ed ecco, lettori discreti, ecco un uomo -che non saprà mai a che fortunata combinazione egli sia debitore di una -ripresa d’affetti coniugali. Uomini felici, che passano sulla scena del -mondo, vedendo sempre la superficie delle cose, e nient’altro che la -superficie! A buon conto, non è forse meglio così? - -Essendo presenti i Vezzosi, non era più necessario che la signora -Camilla ritornasse nelle sue camere. Perciò scesero tutti al -pianterreno, per accompagnare il De Rossi. - -La carrozza di Aldo stava in attesa, davanti al portone. Aspettando il -caffè, ed essendo lì vicino il portiere, non si reputò conveniente di -alludere al grave caso che raccoglieva tutta quella gente sull’ingresso -dell’albergo, e si ebbe l’aria di parlare d’una scampagnata a Collodi. -Sì, proprio a Collodi! Orazio avrebbe collocato qui una ripetizione del -suo famoso: «_Credite posteri._» - -Poco stante, si udì dallo stradone un rumore di ruote. Una carrozza -veniva a furia dalla parte del Tettuccio. - -— Son essi, e veramente puntuali; — disse uno dei padrini, il maggiore -di fanteria, dando una guardata all’orologio. - -La carrozza venne a fermarsi davanti al portone. I due padrini di Aldo -escirono tosto, per andare al montatoio, a ricevere i colleghi della -parte avversaria. Erano essi per l’appunto, ma soli. Il contino Anselmi -non c’era. - -Aldo, affacciato all’ingresso, non potè trattenere un gesto di -meraviglia. Quanto ai suoi padrini, lo avevano già fatto, e stavano -appunto chiedendo perchè mancasse l’Anselmi. - -— Ah, ah! Il conte Anselmi? — dice l’Alcibiade, con aria che voleva -parere disinvolta. — Il conte Anselmi verrà; sicuramente, verrà. -Egli è trattenuto ancora pochi minuti all’albergo. Frattanto, egli -mi ha incaricato di consegnare una lettera.... alla signora Camilla -Rivanera. — - -Alle parole dell’Alcibiade rispose un gesto di meraviglia, anzi di -stupore da parte di tutti gli astanti. E non fu questo il solo effetto -di quello squarcio d’eloquenza, poichè la signora Camilla, udendo -proferire il proprio nome, fu sollecita ad apparire sulla soglia. - -— Certamente.... — ripigliò l’Alcibiade, — non parrebbe questa una -commissione da darsi ad un padrino, ad un araldo d’armi. Nè io l’avrei -accettata, se il conte Anselmi non m’avesse raccomandato di eseguirla -solennemente, alla presenza di tutti. L’indole stessa della quistione -(son parole del conte Anselmi) l’indole stessa della quistione che -ho avuta col De Rossi, è tale da richiedere questo preliminare. Ad -un linguaggio simile io non ho saputo negare più nulla, e il barone -Marcovich, qui presente, mi ha incuorato egli stesso ad incaricarmi di -questa trasmissione, che lor signori non troveranno essere fatta da me -con solennità minore del bisogno. A lei, dunque, signora Camilla mia -riverita — conchiuse l’Alcibiade, facendosi innanzi col suo messaggio, -— eccolo il preliminare in discorso. — - -V’immaginate come rimanessero tutti, a quel secondo squarcio -d’eloquenza del cavaliere Sestavalle. Camilla, intanto, aveva presa la -lettera, lacerata la busta, e leggeva. I suoi occhi tutto ad un tratto -si animarono; un bel colore incarnatino le tornò in viso, a mano a -mano che procedeva nella lettura; finalmente sorrise. Aldo, secondo il -solito, ci aveva un diavolo per occhio. Benedetto geloso! - -Dopo aver letto, Camilla porse la lettera al commendatore Gerardo. - -— È di un uomo di spirito, ed anche di un uomo di cuore; — disse ella. -— Leggete. — - -Gerardo obbedì. Com’ebbe letto a sua volta, rispose: - -— Avete ragione. È in fondo in fondo, un buon ragazzo. Maggiore, vuol -leggere? - -— Se è cosa che debba entrare nel mio ufficio di padrino.... — disse il -maggiore. — E se la signora permette... - -— Sicuramente; — rispose Camilla. - -Il Maggiore prese la lettera dalle mani del Vezzosi e lesse anch’egli, -tenendo il foglio alquanto da un lato, affinchè potesse leggere con -lui il professore di storia naturale. Ambidue convennero che la signora -Camilla aveva ragione. Sfido io! Una donna bella ha sempre ragione, e -la sua bocca è una fonte di verità. - -Aldo De Rossi, vedendo che tutti leggevano prima di lui si era -allontanato di alcuni passi e andava su e giù, facendo le volte del -leone sul marciapiede dell’albergo. Per desiderio della signora Camilla -il foglio fu trasmesso anche a lui. Aldo lo prese con aria svogliata, -ma nel fatto con una grande impazienza di leggerlo. - -Vediamolo anche noi, poichè lo legge il De Rossi. Il conte Anselmi -scriveva in questa forma alla signora Camilla: - - «_Signora_, - - «Ho fatto parecchie cose a malincuore, e posso dire anzi con - rammarico. E adesso ne fo una con piacere, quantunque la penna mi - serva male. Infatti, c’è sempre un po’ di ritegno a parlare di - certe faccende con una signora; peggio poi con quella stessa... - Ma non caschiamo a filosofare, che è il peccato del secolo, e - raccontiamo le cose come stanno. La morale verrà dopo. - - «Il signor De Rossi mi ha provocato ieri, al Rinfresco. Le parole - erano misurate, ma il senso era chiaro, così chiaro che ho dovuto - provvedere alla tutela del mio onore, mettendo la cosa in mano - a due padrini. Voi sapete già tutto questo, e sapete anche una - parte di ciò che debbo raccontarvi ora. Veramente, il venirvi - a spiattellare un secreto del mio cuore, o della mia testa, - foss’anco il segreto d’Arlecchino, non sarebbe da uomo di garbo, - e i cavalieri antichi non ci sarebbero incappati. Ma qui, signora - mia, tutto è nuovo e passabilmente strano. E con tutta la poca - voglia che ne avrei, debbo pure parlarvi del duello ed anche di una - certa persona, che voi avete scoperta, e da cui mi trovo stretto - d’assedio. Eccolo qua, l’uomo che si aspetta, occupato nelle - più audaci scorribande; eccolo qua, chiuso tra quattro pareti, - nell’albergo della Torretta, ubbidiente ad una voce, che, con una - leggiera variante nella parola, potrebbe dirsi di sovrano assoluto. - - «Il sovrano, o l’assediante, non avrebbe già potuto vantarsi di - tenermi sotto chiave. Egli era così poco sicuro della sua forza - materiale, così timoroso d’una mia sortita dalla piazza, che - ha dovuto far capo ad un mezzo speditivo, facendomi saltare il - deposito delle polveri. Son qua, signora mia, disarmato dalla - lettura di una nota lettera, che dice a un dipresso così: «Impedite - questo duello, che io non capisco, e che è cagionato sicuramente da - un equivoco. Non ci può essere quistione tra il signor De Rossi, - l’uomo che io amo, e il signor conte Anselmi, amico nostro leale, - ma nient’altro che amico.» - - «Signora, questa lettera è vostra ed io l’ho letta con - quell’attenzione e con quella reverenza che meritano i vostri - caratteri. Questa lettera mi ha persuaso che non ci farei la più - bella figura a muovermi di qui, senza chiederne il permesso a Voi. - Per andare ad oste contro il signor Aldo De Rossi, debbo passare - nei vostri dominii. Bella dama, consentirete voi che io lo faccia? - E se mi volete disposto a restare, in qual modo mi salverete dalla - taccia di pauroso? - - «Vedete voi, bella dama, giudicate voi; sono ai vostri ordini. - Posso essere leggiero, come è opinione di molti; ma sono onesto - e non voglio fu piangere nessuno per deliberato proposito. È - veramente un caso strano, che, tra due uomini disposti ad entrare - in lizza, si mettano arbitre le donne. Ma non sarà mai detto che - il caso strano mi trovi puntiglioso e caparbio. Signora, accetto - l’arbitrato. Dite voi ai miei padrini se debbo andare o restare. - Per me è quistione di pochi minuti, e i padrini dell’altra - parte non vorranno chiamarmi in colpa per pochi minuti, messi a - disposizione della dama, a cui bacio riverente le mani.» - -Non mi fermerò a commentarvi la lettera del contino Anselmi, e neanche -a riferirvi la scena intima dopo cui era stata scritta. Già avrete -capito l’essenziale, cioè che il sovrano assoluto si era diportato -veramente da sovrano assoluto, e che, non potendo vincere con le buone -la caparbietà dell’Anselmi, lo aveva umiliato senz’altro, mostrandogli -la lettera della signora Camilla Rivanera. Il povero contino ne era -rimasto ferito, crudelmente ferito nelle sua vanità; aveva veduto il -ridicolo di cui si sarebbe coperto, andando a battersi per una donna -che gli dichiarava chiaro e tondo di amare il suo avversario, e si era -facilmente persuaso della necessità di comparire un uomo di spirito. -Come sapete, ci guadagnò anche la riputazione d’uomo di cuore. - -Ma se in questa forma gli rese giustizia la signora Camilla, non fu -altrimenti disposto a seguirne l’esempio il signor Aldo De Rossi. Un -punto buono soltanto egli aveva veduto nella lettera dell’Anselmi, ed -era la citazione delle parole di Camilla. Quell’accenno di lei all’uomo -che amava, fece alzare gli occhi di Aldo, in segno di gratitudine, -verso la signora Rivanera, in quel mentre più bella e più fresca che -mai, ad onta della notte vegliata. Ma il contesto della lettera non -finì di contentarlo, specie per il tono allegro e per l’ostentazione -cavalleresca dell’Anselmi. - -— Egli, in fondo, non si disdice di nulla; — osservò egli, restituendo -la lettera. - -Ci fu, dopo quelle parole, un istante di pausa. La signora Camilla -rizzò la testa e guardò Aldo, come per domandargli donde avesse cavata -un’idea così peregrina; indi si volse al Maggiore. Questi, che leggeva -a prima vista, senza essere maestro di musica, rispose per tutti -all’obbiezione di Aldo. - -— Scusi, — incominciò egli, — di che cosa s’avrebbe a disdire -l’Anselmi? Se mi è stata riferita esattamente la conversazione che -hanno avuta insieme al Rinfresco, non c’è nessuna frase che richieda -attenuazioni, almeno da parte sua. Noi altri, piuttosto.... Ma non -insisterò su questo tasto, — soggiunse il Maggiore, — poichè il -conte Anselmi, con molto garbo, ha rimessa la quistione all’arbitrato -delle dame. Gli stessi padrini suoi, da quei gentiluomini che sono, -intendono esser qui una quistione delicatissima, nella quale essi e -noi si avrebbe poca grazia ad entrare. Accetta lei l’arbitrato, come -lo accetta il conte Anselmi? Questo è il punto essenziale; non sembra -anche a loro? — - -I padrini dell’Anselmi, a cui era rivolta l’ultima frase, risposero con -un cenno affermativo del capo. - -Aldo De Rossi non trovò più nulla a ridire. - -— Accetto l’arbitrato; — rispose. - -— Oh, manco male! — esclamò la signora Camilla. — Signori, non si parli -più di duello; i due contendenti si stringeranno la mano a Tettuccio. È -la mia volontà. — - -La decisione fu accolta con giubilo da tutti gli astanti. Aldo, come i -padrini furono partiti, si avvicinò alla signora Camilla e le disse: - -— Siete una bella prepotente. - -— Ricordate il vostro motto; — rispose Camilla. — O tutto o nulla. È -anche il mio, lo sapete. - -— Angelo! — mormorò egli. - -— Che ha perdute le ali; sapete anche questo. - -— Tanto meglio, non volerete più via. - -— Ah, questo poi! Vedete per esempio, incomincio a volare fin d’ora. -Mio zio sarà alzato, oramai. Ci vedremo più tardi, al Tettuccio. - -— Grazie! — rispose Aldo, stringendo la mano che essa gli stendeva. — -Dite allo zio, ve ne prego, che un povero innamorato di sua conoscenza -ha bisogno di parlargli, per chiedergli una grazia. Indovinate? - -— No, — disse ella ridendo. - -— Volete saperlo? - -— Neanche; non sono curiosa. Lo saprò da mio zio. — - -Così scherzavano, a mala pena scongiurato il pericolo d’uno scontro -che poteva riescire sanguinoso, non senza scandalo per la tranquilla -società di Montecatini. Il mondo è così fatto; ed anche il mare, dopo -gli sconvolgimenti della burrasca.... Ma qui si casca a filosofare, che -è il peccato del secolo, come scriveva l’Anselmi. - -Il quale Anselmi capitò la stessa mattina al Tettuccio, per ossequiar -le signore. Aldo ragionava in disparte col presidente Roberti, -chiedendogli una grazia, che doveva essergli facilmente concessa. Il -nostro eroe vide con la coda dell’occhio l’Anselmi, e osservò l’onesto -riserbo con cui egli aveva dato il buon dì alla signora Rivanera. -Il contino era sereno, ilare come al solito. Quando vide Aldo, fece -un atto di pronta risoluzione e si mosse per andargli incontro. Ma -Aldo non gli diede il tempo di fare la strada e corse egli stesso a -stringergli la mano. Uno sguardo amorevole di Camilla lo ricompensò -di quella onesta sollecitudine. L’Anselmi, dal canto suo, gli diede il -resto del carlino. - -— Sai, è una stretta d’addio. Parto oggi per Firenze, e domani per -Roma. Sicuro, c’è un soprano assoluto che s’annoia qui, e mi bisogna -far le valigie. - -— Ti dai corpo ed anima ad Euterpe! — osservò Aldo, tanto per dire -qualche cosa. - -— No, per amor del cielo! — replicò l’Anselmi. — Accompagno la diva, e -prendo il largo alla prima occasione.... che avrò cura di far nascere. -Aldo mio, ti sembrerò forse leggiero: — soggiunse il contino. — Ma -trovami tu il modo di essere diverso. C’è della gente a cui tocca -tutto, e della gente a cui non tocca nulla. Capi scarichi, cuori vuoti -d’affetti, gran mercè se non prendiamo in uggia la vita! - -— Tu caschi a filosofare! — disse Aldo, che rammentava la lettera -dell’Anselmi. - -— Hai ragione; — rispose il contino, ridendo. — Fo punto e tiro -via. Già, a che servono le chiacchiere? Il fatto è fatto e non ci si -rimedia. — - -Aurea sentenza, che consolava l’Anselmi. Così avesse potuto -consolarsene la signora Vezzosi! Ma questa non aveva il carattere del -contino, e certa filosofia pratica, di cui molti vanno mantellando la -propria leggerezza, non era il fatto suo, lo sapete. - -Del resto, se la signora Elena doveva soffrire un pochino per colpa -di Aldo De Rossi, non ci aveva altrimenti ragione di odiarlo, e molto -meno disprezzarlo. Aldo avrebbe potuto diportarsi in questa occasione -come tanti e tanti; avrebbe potuto amar l’una e mentire con l’altra. Ma -se egli aveva molti difetti, era tuttavia immune da questo. Non sapeva -fingere. Però a qualcheduno de’ miei lettori sarà parso un po’ sciocco. -Siamo tanto avvezzi ai furbi trincati! - - - FINE. - - - - -DELLO STESSO AUTORE - -(_Edizioni in-16_). - - - Capitan Dodero (1865). _Settima edizione_ L. 2 — - Santa Cecilia (1866). _Quinta edizione_ » 2 — - L’olmo e l’edera (1867)._ Settima edizione_ » 2 50 - I Rossi e i Neri (1870). _Seconda edizione_ » 6 — - Il libro nero (1871). _Quarta edizione_ » 2 — - Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » 3 — - Val d’Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 — - Semiramide, racconto babilonese. (1873). _Seconda ediz_. » 3 — - La legge Oppia, commedia (1874) » 1 — - La notte del commendatore (1875). _Seconda edizione_ » 4 — - Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50 - Come un sogno (1875). _Quinta edizione_ » 2 — - Tizio Caio Sempronio (1877). _Seconda edizione_ » 3 — - Cuor di ferro e cuor d’oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 — - Lutezia (1878). _Seconda edizione_ » 2 — - Diana degli Embriaci (1877). _Seconda edizione_ » 3 — - La conquista d’Alessandro (1879). _Seconda edizione_ » 4 — - Il tesoro di Golconda (1879). _Seconda edizione_ » 3 50 - La donna di picche (1880). _Seconda edizione_ » 4 — - L’undecimo Comandamento (1881). _Seconda edizione_ » 3 — - Il ritratto del diavolo (1882). _Seconda edizione_ » 3 — - Il biancospino (1882) » 4 — - - SOTTO I TORCHI - L’anello di Salomone. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK O TUTTO O NULLA *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for -copies of this eBook, complying with the trademark license is very -easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation -of derivative works, reports, performances and research. Project -Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may -do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected -by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country other than the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you will have to check the laws of the country where - you are located before using this eBook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm website -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that: - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of -the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set -forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation's website -and official page at www.gutenberg.org/contact - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without -widespread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our website which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This website includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
