summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old/68766-0.txt
diff options
context:
space:
mode:
Diffstat (limited to 'old/68766-0.txt')
-rw-r--r--old/68766-0.txt9896
1 files changed, 0 insertions, 9896 deletions
diff --git a/old/68766-0.txt b/old/68766-0.txt
deleted file mode 100644
index 0a04c23..0000000
--- a/old/68766-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,9896 +0,0 @@
-The Project Gutenberg eBook of O tutto o nulla, by Antonio Giulio
-Barrili
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: O tutto o nulla
-
-Author: Antonio Giulio Barrili
-
-Release Date: August 16, 2022 [eBook #68766]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK O TUTTO O NULLA ***
-
-
- O TUTTO O NULLA
-
-
- ROMANZO
-
- DI
- ANTON GIULIO BARRILI
-
-
- SECONDA EDIZIONE
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1883.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- Tip. Fratelli Treves.
-
-
-
-
-I.
-
-
-Senza fiori nascosti nella sottoveste, ma con un volumetto tra mani
-e liberamente in mostra per ogni genìa di curiosi, Aldo De Rossi era
-andato, verso le tre del pomeriggio, a far visita alla signora.
-
-Non istate a credere che io voglia entrare così leggermente in materia,
-defraudandovi del nome di lei. Non mi avviene sempre di sapere quel che
-si deve a Cesare; ma ho sempre saputo quel che si deve ai lettori, e
-sopra tutto alle lettrici. Vi dirò dunque che la signora si chiamava
-Elena Vezzosi, e meritava così il suo nome di battesimo come quello
-della famiglia in cui era entrata da otto a nove anni; di guisa che
-si soleva dire, senza aver l’aria di farle un complimento, che l’uno
-e l’altro dovevano essere stati inventati a bella posta per lei. La
-signora Elena era bellissima dalla punta dei capegli a quella dei
-piedi, ed io lascio pensare a voi che sorte d’elettricità dovesse
-sprigionarsi da quelle due punte. A farvela breve, ella possedeva tutte
-le attrattive, della bellezza e dello spirito. Eppure, non si conosceva
-che avesse un amante; la qual cosa parrà strana, con la facilità che
-hanno le donne di trovarsene sempre uno tra’ piedi, e con quell’altra,
-anche maggiore, di vedersene imprestare una mezza dozzina. Ma, strano
-o no, il fatto era questo, e si vedeva chiaro che la signora Elena
-non amava nessuno. Di certo, non l’aveva detto, o lasciato sperare ad
-anima viva; tanto che le male lingue avevano finito col dire che ella
-amava solamente sè stessa. Già, tutte così, quando sono troppo belle,
-e quando lo specchio è li per farne testimonianza, tanto più credibile
-quanto meno interessata.
-
-Comunque fosse, molti cavalieri si affollavano intorno a lei, per
-dirle in prosa sdolcinata quello che le diceva in forma più recisa lo
-specchio. Ed ella non respingeva nessuno; era cortese in egual modo
-con tutti; faceva ad ognuno quelle accoglienze onestamente liete e
-svogliate, in cui dobbiamo vedere il _non plus ultra_ della buona
-compagnia. Perchè, si sa, la consegna è di godere la vita, con aria
-di averla a noia. Il fare altrimenti non è di buon gusto. La gente,
-uscendo dal salotto della bella svogliata, deve poter dire: «Quella
-signora Iccase! Che donna! Con che garbo riceve!»
-
-Del resto, non mormoriamo. Succede questo fenomeno quando si va per
-consuetudine a teatro e si conosce da lunga mano l’opera, o il dramma.
-Arie e scene non hanno allettamento di novità, e le commozioni non
-vengono; si aspetta il gran duetto, o la scena capitale, che vi faccia
-provare, magari un po’ diminuite, le sensazioni della prima volta;
-intanto si sta esposte alle ammirazioni degli uomini e si fanno crepar
-d’invidia le amiche. Ora la signora Elena Vezzosi sapeva da un pezzo
-tutto ciò che avevano a dirle, con periodica regolarità, i suoi cento
-divoti. Era la sua voluttà e in pari tempo la sua condanna, come il
-«_toujours perdrix_» del gastronomo. E a quelle sedute di galanteria
-ella dava allegramente il nome di lavori forzati. Lavori forzati a
-tempo, pur troppo! Vien sempre il tristo giorno della liberazione, mie
-belle signore, e qualche volta il sovrano della falce e della clessidra
-vi fa precocemente la grazia.
-
-Aldo De Rossi conosceva la signora Vezzosi da un anno. Le era stato
-presentato in una fiera di beneficenza, dove ella non aveva sdegnato
-di vender cravatte, e di mettergliene una al collo per la tenue moneta
-di cinquecento lire. Il favore era stato disputato fieramente da
-cinque o sei cavalieri. Dal prezzo di due lire si era saliti a venti,
-a cinquanta, a cento, a centocinquanta. Aldo De Rossi, entrato allora
-in lizza, aveva messo fuori un biglietto da cinquecento, e lo aveva
-deposto sul banco, dicendo modestamente: «signori, non ne ho altri», e
-in quel momento di trepidazione che segue tutti i grandi avvenimenti,
-la bella venditrice aveva girata intorno al collo di Aldo De Rossi la
-sua cravatta nera, da mezza lira, a prezzo di fabbrica. Il sorriso
-della dama c’entrava per quattrocento novantanove lire e cinquanta
-centesimi. Una presentazione era venuta lì per lì; Aldo De Rossi aveva
-fatta la corsa di prammatica e lasciati nell’anticamera di casa Vezzosi
-i due biglietti di visita che l’etichetta comanda; il commendatore
-Vezzosi, uomo grave, che sapeva stare sulle cerimonie, aveva mandato
-il suo in ricambio, e il giovinotto era stato formalmente ammesso a
-fare le sue devozioni. Ma, cosa strana (badate, lettori, qui tutto è
-strano, poichè la scena è del secolo presente), Aldo De Rossi non aveva
-approfittato dell’occasione e non era più andato in casa Vezzosi. Il
-nostro giovinotto non era uno di que’ frustini, i quali s’appiccicano
-facilmente alle persone e si fanno avere in uggia da tutti. Faceva
-riverenza alla dama, quando la incontrava per via, e ciò bastava a
-dimostrare com’egli gradisse la sua conoscenza. Poi, venuto l’inverno,
-e avendola trovata in una festa da ballo, le aveva chiesto l’onore
-di un giro di _waltzer_ o di _polka_, che non rammento più bene. La
-signora, quella notte, ballava mal volentieri, ma stette volentieri
-a chiacchiera con lui, rimandando col suo solito garbo gli altri
-cavalieri, che impetravano la medesima grazia. Del resto, padronissimi
-tutti di restare accanto al divano della signora, come ci restava
-Aldo De Rossi. Ma perchè in simili feste i signori uomini non istanno
-mai fermi, anzi amano andare attorno _tamquam leo rugiens quaerens
-quem devoret_, le fermate non furono lunghe e Aldo De Rossi rimase
-più spesso solo che accompagnato, al fianco della signora Vezzosi.
-S’era dato il caso che parlassero di poeti e di romanzieri. Aldo non
-era un letterato, Dio guardi, ma aveva letto molto e parlava con un
-certo calore de’ suoi autori prediletti. La signora non conosceva il
-Pushkine, ed egli, di parola in parola, era stato tirato ad offrirle il
-volume. In imprestito, si capisce. E il giorno seguente, a quell’ora
-tarda che volevano le buone creanze, le aveva portate le opere del
-poeta russo, tradotte nella lingua universale di Francia. Così era
-entrato, senza avvedersene, in casa della signora Vezzosi, e diventato
-a mano a mano il suo provveditore di libri.
-
-Quando egli andava dalla signora per alcuna di quelle faccende
-librarie, si poteva esser certi che la conversazione, dopo le solite
-frasi di cerimonia, girava subito su questo tono: — Come le è piaciuto
-il carattere di Enrico? E la scena del bosco? Le raccomando di leggere
-attentamente il capitolo della pioggia. Che pittura! E quel raggio
-di sole che viene d’improvviso a illuminare la fronte di Dorotea!
-Che vivezza di tocco! Ecco un verismo che ha ottant’anni di data.
-Gli scrittori moderni non se li sognano neanche, questi ardimenti
-dell’arte. E l’incontro col barone dopo la caccia! Che movimento
-d’affetti! Ha poi notata quella digressione sui toni musicali? Come si
-trova a posto, e come prepara bene alla scena del concerto! —
-
-Poi, la scena del concerto, od altra consimile, porgeva appiglio ad
-una disputa sentimentale. Era sempre la signora che girava al tenero;
-Aldo ci entrava, dirò meglio, ci faceva capolino, senza escire dal
-grave, come un riguardoso carabiniere che si provi a sorridere, senza
-dimenticare la maestà dell’uniforme. Ed erano dispute così delicate,
-così aeree, che un marito avrebbe potuto sentirle, dietro una cortina,
-senza che la mano gli corresse al pugnale.... Scusate, siamo nel secolo
-decimonono, e bisognerà dire al bastone. È un’arma più prosaica, ma più
-alla mano.
-
-E tutto ciò durava da un anno? Mio Dio, sì, durava da un anno. Sono le
-cose monotone che durano di più. Altrimenti, non sarebbero monotone.
-
-La signora Elena discorreva volentieri, come tutte le persone che
-discorrono bene. E per lui, e con lui, la sua svogliatezza consueta
-assumeva un leggerissimo tono, come una sfumatura, di malinconia. Aldo
-De Rossi si era avvezzo a quel gentile chiacchiericcio, e vedeva nella
-signora Elena Vezzosi un’amica; anzi meglio, un amico, e della specie
-migliore. Perchè, quando un tal legame può stringersi tra persone di
-un sesso diverso, l’amicizia si rinfranca, direi quasi che si soppanna,
-di tutte le grazie, di tutte le capestrerie, di tutte le eleganze, che
-non è dato combinare tra uomini, uno dei quali è così facile a escire
-di riga, e l’altro a seguitarne l’esempio. Questa amicizia tra uomo e
-donna, quando il cuore non parli in nessuno dei due, è veramente una
-delizia, poichè è una specie d’affetto, senza le ansie, i sopraccapi,
-le gelosie, gli struggimenti feroci di quell’altra passione, da cui Dio
-misericordioso dovrebbe scampare ogni fedel cristiano.
-
-O come? Non la sentiva egli dunque, l’altra passione? Avremo qui un
-personaggio tutto testa, come certe qualità di pesci, buoni a mala pena
-per farne la zuppa? Lettori e lettrici, aspettate un pochino e vedrete.
-
-Quel giorno, che v’ho accennato in principio, Aldo De Rossi era entrato
-nel salotto, e aveva presentato alla signora Elena il suo volume;
-credo le _Confessions d’un enfant du siècle_ del Musset. La signora
-Elena aveva ringraziato il gentil provveditore e deposto il libro sul
-tavolincino di lacca giapponese, che serviva d’aiuto ai gomiti e di
-nesso alla conversazione. Il cielo, quel giorno, aveva messa la cappa
-di piombo, e un caldo afoso pesava maledettamente sui nervi. La signora
-Elena non era di buon umore. Per un altro visitatore sarebbe parsa più
-svogliata del solito; per Aldo De Rossi non era che più malinconica.
-Sapete pure, quel leggiadrissimo tocco, quella sfumatura di cui sopra!
-
-Si ragionò, secondo l’uso, di libri e d’autori, ma più particolarmente
-del Musset. Voi non lo ignorate, il Musset, che sofferse tanto per una
-donna e ne fece soffrire tante altre (almeno, se si ha da riconoscerlo
-in tutti i suoi personaggi, così fittamente impregnati del suo _io_), è
-l’evangelista del sesso gentile e generalmente di tutti gl’innamorati
-moderni. Egli ha la nota fondamentale del dolore elegante. I suoi
-campioni portano i guanti perlati, la sottoveste bianca insaldata e
-tutto l’altro come noi, perfino la gardenia, all’occhiello; ma celano
-sotto quella gardenia, sotto quella sottoveste, un picciolo dramma,
-una tempesta in ristretto, un vulcano in miniatura, come noi, proprio
-come noi. Ci ravvisiamo nel Rolla, in Don Paez, nell’_Enfant du
-siècle_, come tutte le donne si ravvisano nella marchesa di Amaeguì,
-in Marianna, e ad ore rubate perfino in Mimì Pinson. Aggiungete che
-non dice mai villania al bel sesso, come fanno certi genii screanzati.
-Si sente bensì, attraverso l’asprezza di certi periodi, che egli
-considera le donne come una varietà della razza felina; ma la donna
-non isgradisce d’essere creduta una tigre, visto e considerato che
-la tigre ha un bellissimo mantello ed atti e movimenti di leggiadria
-insuperabile. Lasciategli supporre che la credete tale, senza dirglielo
-troppo aperto, ed ella avrà qualche volta la bontà di farvi ammirare le
-unghie. Adorabili unghie!
-
-La signora Vezzosi si era fermata con una certa compiacenza a stillare
-una sentenza del poeta di Marianna, e Aldo De Rossi, forse a cagione
-dell’afa che gl’intorpidiva i nervi, durava fatica ad intenderla.
-Già, quel benedetto ragazzo, con la sua serietà, aveva sempre l’aria
-d’essere un po’ straniero al dialogo, in cui si trovava impegnato.
-Quel giorno, poi, mentre la signora Elena, sempre per effetto dell’afa
-che la rendeva più malinconica, era sdrucciolata più che mai, anzi
-sprofondata nel tenero, egli stava più fermo, più impettito d’un
-carabiniere dell’antica maniera. Diciamo le cose alla libera; la
-signora Vezzosi accennava coppe ed egli rispondeva bastoni. Si poteva
-dare peggior distrazione di quella?
-
-Ad un certo punto, con aria d’impazienza e dispetto, la signora gli
-disse:
-
-— Signor Aldo, voi non capite dunque nulla? —
-
-Il giovinotto rimase un po’ sconcertato. Non era orgoglioso; ma
-sentirsi dire lì per lì che non capiva nulla, converrete con me che
-non dovesse piacergli. Il sangue non è acqua, ed anche il dio Proteo,
-quando fu messo tra l’uscio e il muro... Infine, Aldo rizzò la testa,
-spalancò gli occhi e replicò:
-
-— Perchè, signora?
-
-— Perchè... perchè non capite. —
-
-E così dicendo la signora Elena si lasciò sfuggire un mezzo sospiro.
-
-Aldo De Rossi ebbe come un barlume di ciò che la signora pensava.
-
-— E... — balbettò egli allora — se io capissi?...
-
-— Oh, sarà difficile; — ribattè la signora Vezzosi.
-
-Il giovanotto si trovò messo al punto; fece un mezzo inchino e ripigliò:
-
-— Orbene, signora, mi proverò a dimostrarvi il contrario. Resta sempre
-che, se io mi sarò ingannato, voi avrete buono in mano per ridere dei
-fatti miei.
-
-— Avete tanta paura?
-
-— No, signora, poichè m’arrischio a parlare. E soggiungo che, se non mi
-sarò ingannato, dovrò piangere a calde lagrime.
-
-— Ah, questo è più grave; — esclamò la signora. — Sentiamo.
-
-— Sì, o signora, è più grave; — riprese Aldo De Rossi, facendo una cera
-da funerale. — Voi siete bella... bellissima.... —
-
-La signora Elena diede in uno scoppio di risa.
-
-— Avete dimenticato il comparativo; — soggiunse poscia. — In grammatica
-si usa dire: bella, più bella, bellissima.
-
-— Da molto tempo non vado più a scuola, perdonate; — rispose Aldo
-De Rossi. — Del resto, che importa il comparativo, quando c’è il
-superlativo?
-
-— Sì, vi perdono, in grazia del superlativo; — disse la signora
-Vezzosi. — Continuate. Sebbene, dopo questo, sia abbastanza facile
-capire ciò che avete a dirmi. —
-
-E prese, così dicendo, un atteggiamento di languore, che le andava a
-meraviglia.
-
-— Ecco; — rispose Aldo De Rossi; — non è facile veramente a capire, e
-vi assicuro che non è facile a dire. Io ci provo uno stringimento alla
-gola.
-
-— Che? Bisognerà ancora aiutarvi? Badate, signor Aldo, ciò non istà
-troppo bene ad una donna. Ma via, — soggiunse la signora, chinando gli
-occhi con un’aria tra la vergogna e la rassegnazione, — ci conosciamo
-da tanto tempo, e voi siete un così gentil cavaliere... un amico tanto
-prezioso.... —
-
-La frase, ad onta di ciò che prometteva, si fermò lì. Si capiva che la
-signora Elena, dopo aver dato animo al suo interlocutore, voleva essere
-interrotta.
-
-Ma il suo interlocutore era più impacciato che mai.
-
-— Signora... — balbettò egli, chinando la testa, — non ci siamo. Ve
-l’ho detto poc’anzi, dovrò farvi una confessione, da piangerne a calde
-lagrime. —
-
-Tutte quelle reticenze e sospensioni promettevano poco di buono alla
-signora Vezzosi. Aldo De Rossi aveva chinata la testa, ed ella alzò
-mezzo sdegnata la sua.
-
-— Sentiamo dunque una volta; — diss’ella. — Non avrete già speso il
-vostro superlativo, per venirmi a dire, mettiamo il caso, che siete
-innamorato... d’un’altra?
-
-— Ah, signora! — esclamò Aldo, sospirando. — Proprio così, come voi
-dite. Sono... perdonatemi!... Sono innamorato di un’altra. È una
-fatalità; è tutto quel che vorrete.
-
-— Non sarà niente, allora; — replicò la signora Vezzosi indispettita; —
-perchè io non voglio niente, signor De Rossi. Debbo solamente avvisarvi
-che queste cose si possono pensare, ma che non è punto necessario di
-dirle.
-
-— Oh, non andate in collera, ve ne prego. È forse un male esser
-sinceri, con un angiolo come voi?
-
-— Angiolo! — ripetè la signora Vezzosi, con un accento indescrivibile.
-— Angiolo! Bella parola usata male! Anche questa non si usa, debbo
-avvisarvene; non si usa che quando si ama e per chi si ama. Che cosa
-dite voi dunque alla donna che amate? Ma già, perchè domandare queste
-cose a voi, che siete un uomo così originale?
-
-— Originale! Io? E perchè?
-
-— Me lo chiedete? E dovrò io incaricarmi della vostra educazione? —
-replicò la signora Elena, con un certo risolino stridente. — In verità,
-il caso è bizzarro! Ma accettiamo l’ufficio, in pena dei peccati che
-non abbiamo commessi. Sappiate dunque, signor De Rossi, che quando un
-uomo trova bella una donna, e cara la sua compagnia....
-
-— Carissima, lo sapete; — interruppe Aldo De Rossi, felice di poter
-rimediare in qualche parte alle sue malefatte.
-
-— Ottimamente; — ripigliò la signora. — Ne avevo da qualche tempo
-le prove. E solo per questo... badate, signorino, solo per questo,
-m’è avvenuto di escire da quel riserbo, in cui deve tenersi una
-donna. Ma già, avevo anch’io qualche cosa da imparare; — osservò
-ella, tormentando con le dita il suo ventaglio cinese. — Dopo questa
-lezione, non mi avverrà più, ve lo giuro. Dunque, dicevamo.... Che cosa
-dicevamo, signor De Rossi? Ah, dicevamo che quando un uomo trova bella
-una donna, e glielo dice al superlativo, si deve intendere.... Non vi
-pare, signor De Rossi, che si debba intendere....
-
-— Sì; — rispose Aldo, disposto per una volta tanto ad interrompere in
-tempo una frase difficile; — generalmente è così. L’uomo è uno zolfino
-e s’accende. Ma io, signora, sono un pochino diverso.
-
-— Ah, bene! — esclamò la signora. — Non ci sarà pericolo che
-appicchiate il fuoco alle sedie. Ma che cosa siete voi, di grazia? Una
-macchina da fabbricare il ghiaccio?
-
-— Signora!... — balbettò Aldo De Rossi, con aria contrita e
-supplichevole.
-
-— Ah, è vero; — ripigliò la signora Vezzosi. — Dimenticavo che siete
-innamorato; la qual cosa lascia supporre che il freddo, l’avversione,
-sia solamente per me. Non me ne lagno, badate. Scherzavo, più o meno, e
-continuo lo scherzo.
-
-— Ma non su questo particolare, ve ne prego — disse Aldo De Rossi.
-— Perchè parlate d’avversione, ad un uomo che ha sempre avuto tanto
-piacere a conversare con voi? Ve l’ho già detto una volta, signora. Se
-sono sincero anche a mio danno, perchè non mi crederete anche in ciò?
-Voi siete bella come....
-
-— Ah sì, sentiamo come.
-
-— Come la Venere di Milo, — prosegui Aldo De Rossi, — cioè a dire come
-la più bella statua del mondo. —
-
-La signora Vezzosi rispose al complimento con un lieve moto del capo:
-indi alzò gli occhi ad uno specchio che pendeva inclinato dalla parete,
-di rincontro a lei; un magnifico specchio ovale, con una gran cornice
-intagliata a fogliami, capriccioso impasto di classico e di barocco,
-e con la luce mezzo coperta da una cascata di fiori, dipinti da mano
-maestra a guisa di festoncino.
-
-— E... — diss’ella poscia — quell’altra... com’è?
-
-— Quell’altra! Chi?
-
-— La donna che amate. Se io sono da paragonare alla più bella statua
-del mondo, che cosa vi resterà da dire per quell’altra?
-
-— Signora, — rispose Aldo De Rossi, — non vi sdegnate con me. Sono
-un disgraziato, e veramente non avrei dovuto impigliarmi in questo
-discorso.
-
-— Quell’altra! — gridò stizzita la signora Vezzosi, battendo col suo
-piedino il tappeto. — Voglio quell’altra!
-
-— Orbene, — riprese il giovinotto, armandosi di coraggio, — quell’altra
-è come la statua... che non è stata mai fatta. Fidia deve averla
-sognata e dev’esser morto....
-
-— Oh, per questo, statene certo; egli è morto davvero!
-
-— Sì, ma volevo dire che egli dev’esser morto... senza trovarne il
-modello. —
-
-La signora Vezzosi era lì lì per rispondere: — «Dio mio, che
-svenevolezze!» — ma si trattenne. Voleva mandare a spasso
-quell’impertinente, dall’aria così dolce e contrita; ma non seppe
-risolversi, e l’una e l’altra voglia sfogò in una seconda risata. Vi
-avverto, per debito di coscienza, che non si trattava d’una risata
-molto schietta, quantunque fosse abbastanza sonora.
-
-— E voi — diss’ella, dopo quel piccolo sfogo, — siete riescito dove ha
-inciampato Fidia?
-
-— Si, — rispose Aldo De Rossi, — ma non ho fatta la statua.
-
-— Questo lo capisco da me. Non siete uno scultore. Ma almeno avrete
-avvicinato il modello, ed esso si sarà infiammato per voi. Un grande
-amore vuol essere corrisposto; — notò sarcasticamente la signora Elena.
-— Lo ha detto Dante in un verso che voi mi avete commentato così bene:
-_Amor che a nullo amato amar perdona_. —
-
-Aldo De Rossi crollò malinconicamente la testa e represse un sospiro di
-desiderio.
-
-— Ahimè, signora! Per la prima volta, forse, Dante ha avuto torto e la
-sua massima è stata sbugiardata nel mio caso.
-
-— Eccone un’altra! — esclamò la signora. — Signor De Rossi, poc’anzi
-volevo mandarvi via, con la scusa di dover ricevere la sarta; ma ho
-poi cangiato pensiero. Siete un uomo tanto strano! Raccontatemi tutto,
-poichè siete avviato. Quali sono le vostre speranze?
-
-— Non ho speranze, signora.
-
-— Almeno, le avrete detto il vostro amore?
-
-— Quasi.
-
-— È già abbastanza; le donne leggono sempre il resto negli occhi. E
-lei, che cosa vi ha risposto?
-
-— Nulla, o qualche cosa che val come nulla.
-
-— Oh povero signor De Rossi, come vi compatisco!
-
-— Si, compatitemi; è il sentimento ch’io merito; — rispose Aldo De
-Rossi, fingendo di non accorgersi del senso di sottile ironia che
-trapelava dalle parole della signora Vezzosi. — Ora voi vedete la
-mia grandezza, o signora. Almeno, se vi parrò ridicolo, con le mie
-sofferenze, non vi parrò un insolente, con le mie confessioni. Rinunzio
-alla Venere di Milo, e mi perdo....
-
-— Per la Venere che non è stata fatta; — interruppe la signora. —
-Ma badate, poc’anzi mi avete ferita. Sicuramente, signor Aldo, mi
-avete ferita. Le vostre lodi, le vostre ammirazioni artistiche, non
-compensano la lezione che ho ricevuta, e che, mi affretto a dirvelo,
-ho anche meritata con un povero scherzo. Perchè era uno scherzo, il
-mio, lo sapete? Ci avevo i miei nervi, quando siete capitato, e volevo
-stordirmi con quattro chiacchiere.
-
-— Oh, l’ho capito subito; — rispose Aldo De Rossi, inchinandosi
-profondamente.
-
-L’atto fu così comico nella sua umiltà, che la signora Elena si
-vergognò del sotterfugio.
-
-— Bene! — diss’ella, col suo risolino stridente. — Ecco una bugia a due
-voci, la quale non salverà nulla, neanche le apparenze. Ma non importa.
-Voi mi siete sempre debitore di una riparazione. La esigo, chiedendovi
-la storia del vostro amore.
-
-— Non c’è storia; — rispose Aldo De Rossi.
-
-— Come? Non s’ha neanche da sapere come è nato? Ogni cosa ha un
-principio. Voglio il principio della vostra passione.
-
-— Signora... vi pare? — balbettò il giovinotto. — Raccontare ad una
-donna bella....
-
-— Più bella, bellissima! — interruppe la signora Vezzosi.
-
-— Certamente; — ripigliò Aldo De Rossi; — raccontare ad una donna
-bellissima in che modo si sia innamorati di un’altra, non vi pare un
-tantino... scortese?
-
-— Ah sì, dopo quello che avete fatto, ritiratevi ancora sul monte
-Sacro! — gridò la signora Elena, con accento sardonico. — Questa volta,
-signor De Rossi, sento proprio la tentazione di mandarvi via, anche
-senza la scusa di ricevere la sarta. Siate conseguente, nella vostra
-originalità. Non sono io strana la parte mia? Non merito una confidenza
-intiera? E non vi pare che sia questo il miglior modo di farvi
-perdonare la prima parte?
-
-— Sì, sì; — disse Aldo De Rossi, prendendole la mano e stringendola
-tra le sue. — Ma in tutta sincerità vi dico che non c’è storia. In due
-parole è tutto narrato. L’ho veduta e l’ho amata.
-
-— Così di schianto?
-
-— No certo; — rispose Aldo De Rossi. — L’amavo già prima.
-
-— Ah, c’è un prima? È dunque la storia del prima che voi dovete
-raccontarmi.
-
-— Signora, anche quella si racconta con le stesse parole. L’avevo
-veduta ed amata. Era un fiore nato nel mio cuore. Sapete voi come
-queste cose avvengono? In mezzo al turbine della vita si hanno di
-queste apparizioni gentili, come in un viaggio triste e faticoso si
-vede un tratto di campagna, di cui vi resta un’immagine poetica e
-dolce. Si va innanzi, dove chiama il piacere, o l’ombra del piacere,
-una follia, un destino; ma di tanto in tanto si ripensa a quell’oasi
-benedetta, e un’aria d’idillio vi spira soavemente alle tempie. Viene
-il giorno che vi fermate a cercare il perchè di quella sensazione, e vi
-duole, e vi date del fanciullo, e scuotete la testa, come per cacciare
-un’idea importuna. Ma quell’immagine è là, sempre là; gli stordimenti
-del viaggio ve l’hanno offuscata nell’animo, per un anno, per due; poi
-viene il giorno che essa ritorna, netta, spiccata, ai vostri occhi; e
-vi prende allora un desiderio pazzo di rivedere quel luogo, e là, dove
-avete sentito così profondamente le bellezze della natura, là, proprio
-là, vorreste ridurvi a morire. Così di certi amori. Erano immagini del
-passato, a cui l’anima credeva di resistere; sentimenti graziosi, a cui
-il cuore si faceva forte di aver rinunziato. Ma ad un tratto l’immagine
-offuscata s’illumina; il sentimento doloroso e caro si rinnova. Pensate
-a quella donna intravveduta un giorno, e vi assale una gran tenerezza.
-Come è avvenuto ciò? Per quali vie quell’amore è tornato, e vi s’è
-fatto gigante nel cuore? Come mai è diventato un incendio, da così
-breve favilla che vi era parso in principio?
-
-— Misericordia! — gridò la signora Elena. — Sarà il caso di chiamare le
-guardie del fuoco.
-
-— Ah sì, davvero! — rispose Aldo De Rossi, ricondotto a terra da quella
-bizzarra osservazione. — Ma è così dolce il bruciare!
-
-— E perder la lite, non è vero?
-
-— Ve l’ho detto, signora. Rinunzio da un lato e perdo dall’altro. Non
-sono dunque da compiangere, come un matto o come uno sventurato? —
-
-Il dilemma pareva saldo e non era. Infatti, vedete, la signora
-Vezzosi pensò che Aldo De Rossi avrebbe servito meglio alla verità,
-gabellandosi per sciocco. Ma, dopo averlo pensato, ne ebbe come
-un rimorso, parendole quasi di essersi lasciata sfuggire la parola
-di bocca, e rimase a lungo silenziosa, mentre il giovinotto stava
-contemplando i fiori bizzarri, disegnati in sottili filettature
-d’oro sul tavolincino di lacca giapponese che lo separava dalla bella
-signora.
-
-Anch’egli sentiva un po’ di rimorso d’aver parlato con tanta
-schiettezza. La signora Elena aveva ragione; certe cose si possono
-pensare, ma non è punto necessario di dirle. Ed egli, pentito d’averle
-dette, vedeva già la conseguenza della sua sincerità; vedeva, ad
-esempio, che, dopo quella conversazione, egli non aveva più nulla
-a fare in casa Vezzosi e che il meglio sarebbe stato di ridurre a
-trimestrali, magari anche a semestrali, le troppo frequenti sue visite.
-
-Ma le donne hanno tesori inesauribili di bontà, oppure, se vi piace
-meglio, raffinatezze di crudeltà, che sventano tutti i calcoli più
-sapienti di un uomo. Dopo essere rimasta un tratto in silenzio, la
-signora Elena levò la fronte e disse di schianto al De Rossi:
-
-— Mi promettete una cosa?
-
-— Non so di che si tratta, — rispose egli, felice d’interrompere i suoi
-studi sulla flora giapponese, — ma vi prometto anticipatamente tutto
-quel che vorrete.
-
-— Voi mi prenderete per confidente delle vostre pene; — ripigliò la
-signora. — Mi chiederete consiglio nei momenti difficili. —
-
-Addio diradamento di visite, come al signor Aldo degnissimo pareva
-necessario di fare. La Vezzosi cangiava di punto in bianco il suo
-sistema di attacco, oppure in atto era da vedersi una trasformazione
-di tenerezza? Aldo De Rossi non ci pensò più che tanto; rispose un
-«grazie!» ardentissimo e baciò la mano della signora.
-
-— Che fuoco! — esclamò ella, ridendo. — Siamo noi sempre in pericolo
-d’incendio? Dite, signor Aldo; vi sareste per caso immaginato di
-baciare un’altra mano, in cambio della mia? —
-
-Aldo De Rossi non ebbe cuore di rispondere a quella domanda, appoggiata
-da uno sguardo che pareva volergli leggere nell’anima. Pose in quella
-vece un ginocchio a terra e ripigliò la mano della signora Vezzosi.
-
-— Perdonate; — soggiunse. — Questa volta è proprio per voi che
-m’inginocchio. —
-
-E depose, ciò detto, un bacio rispettoso su quella bianca mano, che
-sentì tremare al contatto delle sue labbra, quantunque non fossero per
-allora di fuoco.
-
-
-
-
-II.
-
-
-Se Elena Vezzosi fosse stata un’antica romana, avrebbe notato quel
-giorno tra i nefasti. Ma era una gentildonna moderna, e si restrinse a
-dolersi d’aver fatto troppo per quel signorino, che, messo al punto di
-parlar bene, aveva parlato così male, o almeno così diversamente da ciò
-che ella era in diritto d’aspettarsi.
-
-Fors’anche a voi, lettrici cortesi, parrà che la signora Elena si fosse
-buttata, come suol dirsi, un po’ via. Ma di certo non pensereste in tal
-guisa, se sapeste appuntino in che termini fosse la relazione di quei
-due personaggi. Perchè io non v’ho detto nulla, accennandovi brevemente
-che si conoscevano da oltre un anno e che si vedevano molto spesso.
-Bisognerebbe tessere la storia di quell’anno, anzi farne a dirittura
-il diario, e notarvi ad una ad una tutte le delicatezze, le graziette
-e sarei quasi per dire le moinerie di quella amicizia, apparentemente
-mantenuta da una specie di commercio librario. La signora Vezzosi
-aveva, secondo me, il grave torto di credere che un uomo non possa
-provare per una donna quel sentimento pacato e fine, che Lord Byron
-chiamò giustamente un amore senz’ali. Ella conosceva poco gli uomini,
-anche vedendosene molti d’attorno; o forse il conoscerne troppi e il
-vederli quasi tutti uguali per lei, le aveva tolto di riconoscere le
-eccezioni. Perchè era bellissima e perchè glielo dicevano a gara, la
-signora Elena era giunta facilmente, quasi fatalmente, a non ammettere
-che un uomo potesse resistere all’incantesimo delle sue grazie, e ci
-avesse l’originalità non artificiale di star saldo sulla galanteria
-cavalleresca, rinunziando all’amore; infine, non sospettava nemmeno
-che vivessero uomini, i quali, stanchi dei falsi amici e sazii di
-amori violenti, si riducessero a cogliere presso una leggiadra e
-colta signora i fiori innocenti di una quieta amicizia. Venendo al
-caso concreto, e notando quella corte assidua che le faceva Aldo De
-Rossi, corte riguardosa nella forma, ma tutta impastata di dolcezze,
-la signora Elena aveva creduto che quel giovinotto fosse invaghito
-fieramente di lei, ma che appartenesse alla categoria degli innamorati
-che non parlano. C’è tanta noia cogli innamorati che parlano, specie
-quando parlano troppo presto, come generalmente avviene! Perciò la
-signora Elena aveva gradita quella corte muta, l’aveva assaporata per
-un anno, se n’era impietosita; e, senza promettere nulla a sè stessa,
-quasi senza pensarci su, era venuta al punto di aiutarlo a parlare, di
-aprirgli la bocca, come il papa usa coi nuovi cardinali.
-
-In quella vece, come sapete oramai, Aldo De Rossi era tutt’altro, e la
-sua bocca doveva aprirsi per dire alla signora Vezzosi ciò ch’ella non
-avrebbe amato d’intendere. Tipo curioso d’ingannatore senza volerlo!
-Pieno di delicatezza verso le dame, ne sentiva l’influsso benefico, ed
-anche quando il suo cuore taceva, la sua immaginazione si riscaldava
-per la più bella metà del genere umano. Figuratevi dunque se non
-dovesse cercarla, essendo innamorato! In tutte le donne egli vedeva
-quell’una che sapete già, quantunque non la conosciate ancora; e stando
-vicino alla signora Elena Vezzosi, tanto gentile e buona, gli pareva
-di sentire come un profumo di quell’altra, più rigorosa e più fredda,
-che lo aveva conquistato. E non vi sembri inverosimile il fatto.
-Generalmente, non si esce della compagnia di una orgogliosa bellezza,
-che per andare a far pazzie, a dar del capo nei muri per tutte le
-vie più deserte della città, o ad affogare il rammarico in una cena
-chiassosa. È questa la moda, e lo Sciampagna ed il ponce sono indicati
-da tutti i maestri del dolore elegante come ottimi condimenti ad una
-passione infelice. Aldo De Rossi, per seguire l’andazzo, aveva fatto
-anche questo; ma la sua indole si era presto ribellata a quel genere di
-cura, e il nostro giovinotto aveva finito a ritornarsene tra le dame,
-per far la cura omeopatica del _similia similibus_. Povera signora
-Vezzosi! A lei doveva toccare di portarne la pena.
-
-Dopo il colloquio che v’ho narrato, la bella signora Elena non ebbe
-più pace. Non già che si disperasse. Oibò! Ad una donna come lei non
-potevano mancare le consolazioni, e del resto il suo amor proprio era
-salvo. Ma restava una curiosità da soddisfare, e questo sentimento
-andava innanzi a tutti gli altri. Occorrendo, si sarebbe doluta poi
-di ciò che le era toccato con Aldo De Rossi; per intanto le premeva di
-sapere il nome della beltà preferita.
-
-— Chi sarà questa Dea? questo portento di bellezza, che Fidia ha
-sognato e che non ha saputo scolpire nel marmo? —
-
-Fatta e ripetuta dentro di sè questa domanda, non senza giulebbarla
-di tutte le ironie, di tutti i sarcasmi che le erano suggeriti dal
-suo demone familiare, la signora Elena Vezzosi passò diligentemente
-in rassegna tutte le dame di sua conoscenza. Certo, fra queste doveva
-essere la donna amata con tanto calore dal signor Aldo De Rossi, poichè
-egli frequentava la medesima società in cui ella viveva, e in cui fino
-a quel giorno aveva creduto di regnare. Ma nessuna di quelle dame
-rispondeva al tipo, di cui, a parer suo, avrebbe dovuto innamorarsi
-il De Rossi. La signora Graziani, per esempio? Quanto agli occhi,
-non c’era male; anzi potevano passare per belli; ma, Dio buono, per
-invaghirsi della signora Graziani, sarebbe bisognato proprio avere
-una predilezione spiccata per le acciughe. La marchesa Altobelli?
-Peggio che mai; aveva i capegli rossigni, e il signor Aldo, mentendo
-al suo proprio casato, non amava che le brune. La signora Milani,
-forse? Ma era troppo in carne, quella là, e con le sue trentatrè
-primavere incominciava a dare nel floscio. La contessa Albaresi? Dei
-immortali, una sciocca, e non metteva conto parlarne. La Vernetti? Una
-secca allampanata, che faceva pena a guardarla. O forse la Salieri?
-Belloccia, in verità, ma d’un colore, anime sante del purgatorio,
-d’un colore così vivo, che si era sempre sul punto di consigliarle
-un salasso. E forse avrebbe fatto bene, ad alleggerirsi un poco, di
-tanto in tanto. Aveva anche il collo così corto! La Rivanera, poi! Ma
-era troppo piccola, e poteva contare al più al più su d’un madrigale
-del Guadagnoli. Carina, la testa; ma il corpo, il corpo!... Niente più
-lungo d’un raperonzolo.
-
-Notate, lettrici garbate, la signora Elena ragionava in buona fede e
-passava proprio in rassegna tutte le bellezze più famose della città.
-Non era poi colpa sua, se le accomodava tutte in salsa piccante. Dov’è
-la donna che, mettendosi a giudicare, non abbia trovato il neo nella
-bellezza di un’altra? Io dunque prego le signore Salieri, Vernetti,
-Albaresi, Milani, Altobelli, Graziani e via discorrendo, a non andare
-in collera per simili inezie. A buon conto, possono ricattarsene,
-pettinando a loro volta la signora Vezzosi. Non possono dire, per
-esempio, che ella somigliava ad una serpe? Il collo lungo e flessuoso
-lo aveva; la testa piccina e la fronte depressa, egualmente; il
-paragone veniva dunque da sè. I poeti, a dir vero, la paragonavano ad
-un cigno; ma i poeti, si sa, non dicono che bugie.
-
-Torniamo alle indagini della signora Vezzosi. Secondo lei, nessuna
-tra le più celebrate bellezze di sua conoscenza poteva esser quella
-che aveva colpita la fantasia e piagato il cuore di Aldo De Rossi.
-Ella non sapeva, o non voleva sapere, che gli uomini guardano le donne
-con occhi ben diversi da quelli con cui le signore donne si guardano
-tra loro, e che essi non sogliono badare a certe piccolezze di cui i
-giudici femminini fanno invece un gran caso. Inoltre, ella non sapeva,
-o non voleva sapere, che un diploma di bella non basta a comandar
-l’affetto, e che, per invaghirsi della tale, o della tal altra, un uomo
-non ha mestieri di sentirla celebrare sui tetti. Vi sono anzi certuni,
-i quali si ristuccano di queste bellezze tanto strombazzate e non le
-guardano neanche, parendo loro che debbano essere palloni gonfiati e
-sempre lì lì per iscoppiare. L’uomo, veramente, è pronto ad accendersi,
-come un fiammifero ad ogni strofinatura, e tanto più pronto quanto più
-è raffinato. Ma, comunque egli sia, credete pure, lettrici garbate,
-che egli s’innamora sempre di qualche cosa che le donne non avvertono
-neanche; d’una cosa da nulla, come a dire d’un atto, d’un gesto, d’una
-parola. Io ne conosco uno, il quale s’invaghì d’una donna, a cui non
-aveva pensato mai, solo perchè ella gli disse un giorno: — Signor Zeta,
-vi siete divertito iersera dagli Ipsilon? — La voce era soave, non lo
-nego; ma non l’aveva egli sentita impunemente altre volte? Quanto alla
-frase, converrete con me che non aveva nulla di singolare. A che cosa
-dobbiamo noi dunque attribuire l’innamoramento del mio amico Zeta?
-Forse al momento, al terribile quarto d’ora, in cui cadono gli uomini,
-le donne e gli imperi.
-
-Per fare il paio con questa brevissima istoria dell’amico Zeta, vi
-dirò che una signora s’innamorò d’un uomo, a lei niente più simpatico
-d’un altro, perchè egli, sedendo un giorno a tavola daccanto a lei, si
-prese l’incomodo di mescerle il vino nel bicchiere, quantunque ci fosse
-dietro la sedia il servitore gallonato, a cui, trattandosi di un pranzo
-magno, era serbato quel nobile ufficio. Il vicino di tavola ebbe,
-agli occhi della signora, il merito grande di non aver badato alle
-convenienze, ma solamente al piacere di servirla. E quando, passato
-il famoso quarto d’ora in cui cadono gl’imperi, gli uomini e le donne,
-si sentì confessare in che modo l’amore fosse entrato nel cuore della
-dama, il buon cavaliere pensò.... pensò, se permettete, che la felicità
-umana pende da un filo, e che forse un’altra dama, a cui egli avesse
-fatta più ardentemente la corte, trovandosi a giudicare del suo atto,
-avrebbe detto in cuor suo: — Ma quest’uomo non ha proprio uso di mondo!
-
-La signora Elena, intanto, cercava e non trovava. Evidentemente, non
-era sulla buona via. Per sapere di qual donna sia innamorato un uomo,
-non ce ne sono che due. Anzi tutto, osservarlo attentamente in tutte
-le occupazioni della sua giornata. Ma questa è una via lunga, e ci
-sono degli uomini così astuti, che, a tenergli dietro, ci si rimettono
-le spese. Oppure, c’è lo spediente di domandarne a lui. È la via più
-diritta, ed anche la più sicura, quando l’uomo ha voglia di rispondere
-in tono.
-
-Ora, come sapete, la signora Elena gentilissima gliene aveva domandato,
-ma senza andare troppo a fondo, per la prima volta; ed egli le aveva
-risposto con molta sincerità, ma anche con molto riserbo per ciò che
-risguarda la persona, lasciandole capire che su quel particolare non
-si sarebbe aperto di più. Restava di osservarlo. Ma come? La signora
-Vezzosi non aveva occasione di vedere il De Rossi vicino ad altre
-donne, fuorchè a balli e teatri: ma la stagione invernale era passata
-da oltre due mesi e una nuova occasione bisognava aspettarla altri sei.
-
-Quantunque, se pure ci fossero state le occasioni, non era mica facile
-indovinare il segreto del signor Aldo alle prime. Non aveva egli
-confessato candidamente che si trattava di un amore infelice? Un amore
-di questa fatta è quasi sempre un amore a distanza, nutrito di occhiate
-più o meno timide, che non è dato di cogliere a volo, con la certezza
-di colpire nel segno.
-
-Ed era un peccato che la signora Vezzosi non sapesse quel nome di
-donna, che esercitava tanto la sua curiosità; era proprio un peccato,
-perchè ella aveva promesso di aiutare il suo gentil provveditore. Lei?
-Sicuramente lei; sebbene dopo il colloquio che vi ho riferito, una
-lagrima di dispetto le avesse fatto pizzicare le palpebre.
-
-Aldo De Rossi non era quel bellissimo giovane sul cui taglio si
-fabbricano, da Lancillotto del Lago in qua, tutti gli eroi da romanzo.
-Era un giovane serio, pallido, con una gran fronte bianca, la cui
-severità appariva temperata da due ciocche di capegli, voltate in giù
-ed appiastricciate a furia di cosmetico secondo l’ultima moda; gli
-occhi grandi e pensosi, i baffi neri, le labbra tumide e abitualmente
-contratte; suppergiù un misto di pensatore e di damerino, che non
-mancava di attrattive e che certamente era fatto per destare una mezza
-curiosità. A quell’aspetto rispondeva un carattere chiuso, non altiero,
-ma inaccessibile. Pari a certe fortificazioni moderne, a cui bisogna
-giunger sotto, per avvedersi della difficoltà somma d’entrarci, Aldo
-De Rossi non aveva l’aria di tenere indietro la gente, e sapeva anche
-stare alle chiacchiere, ma senza che ai suoi interlocutori venisse
-fatto di leggergli nel cuore, più di quello che al giovinotto mettesse
-conto di lasciar leggere altrui.
-
-A farvela breve, egli apparteneva alla categoria dei tenebrosi; specie
-di sètta sociale, che non ha simboli, nè riti particolari, ma che pure
-è facile di distinguere. Sono uomini uguali a tutti gli altri nelle
-esteriorità del vivere; ma ci hanno questo di singolare, che non è mai
-dato di coglierli alla sprovveduta. Vi parlano e si lasciano parlare
-d’ogni cosa, ma non c’è verso di intravedere un barlume di ciò che
-pensano o fanno, poichè essi sono capaci di passare rasente al segreto
-della loro vita, senza batter le palpebre, o dare un altro segno di
-turbamento. In casa loro si penetra a stento, ed essi ci vanno sempre
-da soli, per non aver aria di novità quando hanno mestieri di cansare
-gl’importuni. Li vedete da per tutto, ma generalmente, dopo una breve
-apparizione, scappano via. Dove? Non chiedete di accompagnarli, perchè
-sarebbero capaci di accettare, per condurvi nel più noioso dei ritrovi,
-e farvi assistere magari ad una discussione di politica. La politica
-è l’unico argomento su cui non siano circospetti. Da troppo tempo è
-cessato il pericolo di manifestare le proprie opinioni sulla miglior
-forma di governo, e, non dubitate, su questo particolare i tenebrosi
-vi aprono intieramente l’animo loro. Essi, poi, non amano troppo le
-persone della loro medesima età; prediligono i vecchi, che non sono
-noiosi, o lo sono altrimenti, e che non cercano mai di ficcare il
-naso nelle faccende del prossimo. Con le donne sono molto cortesi;
-vecchie e giovani, belle e brutte, sono trattate da essi con una forma
-di galanteria quasi solenne, che merita loro il titolo di cavalieri
-compiti. Del resto, i loro più spiccati esemplari hanno per massima:
-«servirle tutte, non amarne che una.» Il servirle, s’intende, sta qui
-per ossequiarle; chè in verità i tenebrosi servono poco, e, passata
-l’ora dei soliti complimenti, se ne vanno pei fatti loro, si pèrdono
-nel buio delle proprie abitudini.
-
-Chi ha dato origine a questa efflorescenza, che parrà morbosa ai miei
-candidi lettori? La società, con le sue indagini curiose e con le sue
-ciarle assassine. I tenebrosi sono circospetti per ragione di difesa
-ed anche un tantino per disprezzo della moltitudine. Non già che siano
-certi di sottrarsi in tal modo alla curiosità, o alla maldicenza del
-prossimo; ma almeno sanno di non averci dato appiglio con nessuna
-indiscrezione. Sono giovani vecchi, ed esercitano per questa ragione un
-fascino bizzarro sulle donne. Anche meno favoriti dalla natura, sono
-amati più di tanti Adoni, che battono i marciapiedi delle strade, e
-si sospettano di loro assai più trionfi che non ne abbiano veramente
-ottenuti. Perchè, bisogna dir tutto, ci sono anche i falsi tenebrosi;
-certi sciocchi scaltriti, i quali con un finto riserbo giungono a far
-credere un visibilio di cose. Non parlano mai, ma si diportano in guisa
-da lasciar dubitare. E questo, pei falsi tenebrosi, è il gran punto.
-
-Aldo non apparteneva alla categoria dei falsi, lo avete capito. Perciò
-il suo segreto era sfuggito anche all’attenzione della signora Vezzosi,
-che potè ingannarsi fino al segno di credersi lei la prescelta. Se non
-parlava lui, con quella schiettezza che sapete, di certo la signora
-Elena non avrebbe saputo mai che nel cuore del giovinotto covasse un
-incendio di quella fatta.
-
-Dice un proverbio francese: _ce que femme veut Dieu le veut_. Il
-proverbio è galante; ma è poi giusto del pari? Anche non essendo
-francese, io credo di sì. La donna è stata l’ultima opera del Signore;
-e aggiungerei, se mi fosse permesso di far confronti, la più accurata.
-Ora, voi lo sapete tutti per quotidiana esperienza, ogni babbo ha
-sempre una certa predilezione per l’ultimo nato. Aspettiamo dunque che
-Domineddio si degni di appagare la curiositi della signora Vezzosi,
-operando per lei uno de’ suoi miracoli abituali, poichè ella non ha
-potuto giovarsi dei due spedienti che ho detti più sopra.
-
-Due giorni dopo il dialogo col signor Aldo De Rossi, era un mercoledì,
-giorno di visite per la signora Vezzosi. Giorno ufficiale, solenne, e
-tutto ciò che vorrete, poichè era destinato a ricevere ogni sorta di
-visitatori, anche i noiosi; anzi più specialmente questi, dell’uno e
-dell’altro sesso. Nei rimanenti sei giorni della settimana la signora
-Elena riceveva egualmente, ma senza obbligo di trovarsi in casa, se
-i suoi intimi capitavano senza darne l’annunzio. Generalmente era
-lei che invitava, dicendo al tale o al tal altro: — venite domani;
-avrò l’emicrania. — Il che significava che non sarebbe escita di
-casa e che si poteva esser sicuri di trovarla. Per contro, nel giorno
-ufficiale, nel giorno solenne, destinato al maggior numero, andavano
-a salutarla le amiche, i cavalieri che si contentavano di non esser
-soli e quelli che amavano di trovar compagnia; cioè a dire tutti quegli
-Alcibiadi ritinti e rimessi a nuovo, che, non avendo più la fortuna dei
-giorni riservati, godono il benefizio dei giorni solenni, dei giorni
-di parlatorio, col diritto annesso di veder sfilare tre o quattro
-visitatrici, senza levarsi dalla poltrona, o dal _puff_, di cui si sono
-impadroniti.
-
-Poveri Alcibiadi rimessi a nuovo! Come sono felici di poter dire la
-sera al _Club_: — Sono stato oggi dalla Bice; c’era la Ninì; poi venne
-la Fanny, poi la Violante, poi la Dumont Cadigan. Si è stati allegri.
-Un vero fuoco d’artifizio! Quella Dumont Cadigan è veramente una cara
-donnina. —
-
-La signora che si chiama così, per il suo casato e non per il suo nome
-di battesimo, è una forastiera di alti natali, o creduti tali. Fa bene
-all’anima di conoscerla, e ai polmoni di pronunziarne il nome, con
-quello strascico di pronunzia che è la regola dei ben parlanti del
-Jockey-Club. In questa guisa i miei Alcibiadi rimessi a nuovo hanno
-la fortuna di conoscere l’Europa, senza muoversi dalla loro poltrona.
-Poi vanno in giro, come i devoti della _Via Crucis_, a raccontare
-al giovedì della Clarice, al venerdì della Cleonice, al sabato della
-Berenice, quello che hanno udito dalla Alice in martedì, dalla Euridice
-in lunedì, e da ogni generazione di sfaccendati in domenica.
-
-Alcibiadi, Alcibiadi! Voi passate gloriosamente sulla scena del mondo,
-senza aver neanche mestieri di tagliare la coda al vostro cane. È vero,
-per contro, che nessun Plutarco e nessun Cornelio Nepote scriverà la
-vostra vita. Consolatevi, per altro; sarà questo l’unico modo perchè
-nessuno ve l’abbia a leggere dietro le spalle.
-
-Quel mercoledì che v’ho detto, di Alcibiadi rimessi a nuovo ce n’erano
-due, nel salotto della signora Vezzosi. E si alternavano frattanto
-le visitatrici eleganti, baronesse, contesse, marchese, banchieresse,
-cavalieresse, e via discorrendo; tutte dame che stavano bene insieme,
-poichè si trovavano nella condizione sociale richiesta dal codice della
-buona compagnia. Poichè non è più vero oggi, come una volta, che le
-signore donne stiano in sussiego secondo i gradi dei rispettivi mariti
-e secondo i quarti della loro nobiltà. Il mondo moderno poggia tutto
-oramai sul parere. Ora, per parere, bisogna aver quattrini, o poterne
-spendere. Vi sembrerà tutt’uno, e non è, vi assicuro, non è. Se fosse
-questo il luogo vi farei notare la distinzione tra le due cose; mi
-basti invece di osservare che tutte le varietà sociali concorrono,
-quando possono brillare di luce propria o riflessa, allo splendore
-d’un ballo, d’una conversazione, d’un ricevimento, e chi più n’ha ne
-metta. Cionondimeno, quando la dama può metter fuori uno scampoletto
-di corona... _C’est très-bien porté_, come dicono i francesi, che ho
-citati poc’anzi. Laonde, se non passa sulla faccia della terra un altro
-Novantatrè, ho paura, lettori umanissimi.... Ma perchè desiderarlo, e
-per così piccola cosa? I miei francesi sullodati osserverebbero qui che
-_le jeu ne vaut pas la chandelle._
-
-Dunque, dicevamo, erano annunziati nel salotto della signora Elena
-molti titoli e nomi pomposi, ma erano poche le belle. La signora
-Vezzosi poteva consolarsi di non essere che commendatrice. So bene che
-questo titolo non è ammesso ancora dal vocabolario; ma, non temete,
-lo sarà. Al giorno d’oggi, le mogli dei ministri non fanno scrivere a
-lettere da speziali sulle valigie, sui bauli, sulle cappelliere, e su
-tutte l’altre carabattole di viaggio, «_S. E. la signora ecc., ecc._»?
-Siamo in tempi di largo progresso; l’Edison manda fuori un’invenzione
-al giorno; il Tanner insegna con l’esempio a vivere di fumo; dunque
-avanti, e diciamo pure la commendatrice Vezzosi. Perchè neghereste ad
-un collo così leggiadro uno straccio di collare? Per me, gli voterei
-anche quello dell’Annunziata, a patto che il più fedele tra i miei
-lettori (siete voi, non dubitate) fosse incaricato dell’annunzio, e
-della relativa collazione. Dico bene?
-
-
-
-
-III.
-
-
-— Sì, mia cara, come ho l’onore di dirti, questa è la mia ultima
-visita, per la stagione; — notò ad alta voce la signora Margherita
-Corniani, perchè la sentissero bene tutte le persone che erano, quel
-mercoledì, nel salotto della signora Vezzosi.
-
-Margherita Corniani, moglie al banchiere di questo nome, era una
-signora lunga come le mie speranze e smilza in ogni sua parte, più
-che non comportasse l’euritmìa, tranne nel naso, che aveva l’onesta
-persuasione di far compenso alla pochezza del resto. Era nata baronessa
-e portava l’analogo cerchietto d’oro, attorcigliato di perle, sul suo
-biglietto di visita. Così la baronia dei Martoli, dond’ella nasceva,
-era tacitamente passata nei Corniani, e la servitù di casa, per non
-isbagliare, chiamava barone anche il marito della signora. Alla qual
-gentilezza il banchiere si prestava con molta compiacenza, salvandosi
-dal ridicolo in faccia agli amici con questa dichiarazione modesta: —
-Io vivo all’ombra di mia moglie. — E la cosa poteva passare, tanto nel
-proprio quanto nel figurato, poichè la signora era lunga come l’indice
-d’una meridiana, ed egli corto e tondo come una trottola.
-
-Del resto, se la baronessa Corniani non era bella, poteva annoverarsi
-tra le signore più eleganti della città. Metteva fuori una nuova
-abbigliatura ad ogni settimana; il che torna a cinquantadue per anno.
-Grande conforto per il mezzo barone, a cui tutti facevano complimenti
-per il buon gusto della sua dolce ed allampanata compagna.
-
-— Tu dunque ci lasci? — chiese la signora Vezzosi. — Così presto?
-
-— Sì, che vuoi? Debbo andare a Parigi, per rinnovare il mio vestiario.
-Anzi, ho già tardato fin troppo, e corro il rischio di prendere gli
-avanzi. È vero che Wörth non mi tratta più come la prima venuta; —
-si affrettò a soggiungere la signora Margherita, con un sorrisetto di
-soddisfazione, a cui il naso rispose con espansione paterna. — Intanto,
-passerò il solito mesetto a Parigi, e poi tornerò, ma per andar subito
-alle acque.
-
-— Ti dài bel tempo? — osservò gentilmente la signora Vezzosi.
-
-— Mio Dio, sì. Non ti par giusto, dopo un inverno così noioso? È
-vero che tu non te ne sei avveduta. Sei rimasta così in disparte! A
-proposito, e perchè?
-
-— Sai, Margherita, non si ha sempre voglia di divertirsi. Del resto,
-dobbiamo fuggire il mondo prima che il mondo fugga noi.
-
-— Lo dici perchè non ne credi un ette; — replicò la signora Margherita.
-— Che ne dite voi, signori, di questa modestia della nostra bellissima
-Elena? — soggiunse, volgendosi ai due Alcibiadi. — Mostrate alle dame
-che l’antica galanteria non è spenta.
-
-— Noi ascoltavamo in un religioso silenzio; — rispose Alcibiade primo.
-— È così dolce e così nuovo vedere una grande modestia accoppiata ad
-una grande bellezza!
-
-— Ah, meno male! — esclamò la signora Margherita.
-
-— E poi, — aggiunse Alcibiade secondo, — da lunga pezza la signora
-Elena lo sa, che dipende solamente da lei di farci combattere un’altra
-guerra per dieci anni.
-
-— No, per carità! — gridò la signora Vezzosi. — Avrei troppa paura del
-cavallo di legno.
-
-— A buon conto, ti sei quasi ecclissata, quest’inverno; — entrò a dire
-la signora Bertini, una brunetta bofficiona, ma non inelegante, che
-fino allora era stata a sentire le chiacchiere della baronessa.
-
-— Che vuoi? — ripigliò la Vezzosi. — Parliamo sul serio. Gerardo era
-così cagionevole di salute! Si può dire che è stato più a letto, tra
-gennaio e aprile, che non per le strade. I nostri signori uomini non
-ci sposano forse perchè facciamo l’infermiera? — soggiunse la signora
-Elena, con un placido riso. — Del resto, ho fatto volentieri il
-sacrificio. Gerardo è così buono con me!
-
-— Bugiarda! — pensò la Margherita. — Come se non si sapesse che ci ha
-avuto qui tutti i giorni il De Rossi! — Hai fatto bene; — proseguì
-poscia ad alta voce. — Ma speriamo che ti ricatterai della tua
-reclusione in estate. Dove vai quest’anno? Io andrò a Recoaro. Ci va la
-regina, e Recoaro sarà la _great attraction_ della stagione.
-
-— Ma... — fece la signora Vezzosi, tentennando la testa — Gerardo
-avrebbe desiderio di andare a Courmayeur. Egli soffre tanto del caldo!
-
-— Io — disse la Bertini — andrò a Livorno. È il gran _chic_, e tutti mi
-raccontano che l’anno scorso si sono divertiti un mondo.
-
-— Ma, signore mie... — entrò a dire uno degli Alcibiadi. — Non si
-direbbe, a sentirle....
-
-— Che cosa? — domandò la signora Margherita.
-
-— Che i medici non c’entrano più per nulla nell’ordinare le acque.
-Una volta si andava in un luogo piuttosto che in un altro, secondo i
-bisogni della salute... secondo le malattie....
-
-— Bravo! — gridò la signora Margherita. — E voi credete alle malattie?
-
-— Ahimè, da qualche anno! — rispose l’Alcibiade, contrito. — Io credo,
-per esempio, ai reumi, e vado a Casciana.
-
-— Vi raccomando le zanzare; — disse l’altro Alcibiade. — Io andrò a
-Monsummano.
-
-— A Monsummano! E perchè? Sareste sordo, per avventura? — domandò la
-signora Margherita, che per quel giorno dava la battuta in orchestra.
-
-— Non come voi, baronessa; — replicò l’Alcibiade secondo, torcendo
-amabilmente il collo.
-
-La signora Margherita aperse le labbra ad un sorriso e il naso ad una
-delle solite espansioni concomitanti.
-
-— Questo m’ha l’aria di un complimento: — diss’ella.
-
-— Il cavaliere Sestavalle è sempre galante; — notò cortesemente la
-padrona di casa.
-
-— Vecchia scuola, signora mia, vecchia scuola! — disse l’Alcibiade,
-ridendo.
-
-— È la buona; — si degnò di soggiungere la baronessa.
-
-In quel mentre fu annunziata la visita del contino Anselmi; un capo
-scarico, un matto grazioso, che passava la sua vita in società come
-una farfalla tra i fiori, aliando un po’ a destra, un po’ a manca,
-seminando da per tutto il suo spirito facile e la sua filosofia
-leggiera; l’unica che sia sopportabile in questo mondo, già così pieno
-di sopraccapi, grattacapi ed altri simili rompicapi.
-
-Ossequiata la padrona di casa, fatta riverenza alle visitatrici e
-stretta la mano ai due Alcibiadi, il contino Anselmi piantò la fida
-lente nell’occhiaia destra, il gomito sinistro sulla spalliera di un
-seggiolone, e così prese a parlare:
-
-— La seduta è aperta. Anzi, lo era già e non occorre più dichiararla
-tale. Di che parlavano le signore? Ed è permesso ad un nuovo venuto di
-dire la sua?
-
-— Prima di tutto, Anselmi, ci direte tutte le notizie della città; —
-rispose la signora Vezzosi.
-
-— Volontieri, ed anche della campagna; — ripigliò l’Anselmi,
-inchinandosi. — Ieri un terribile uragano, non preveduto dall’uffizio
-meteorologico del _New York Herald_....
-
-— Ma voi incominciate proprio dalla campagna; — notò ridendo la signora
-Elena.
-
-— È vero; rientro subito in città. La Camera di Commercio, nella
-sua seduta dell’altro ieri... dovendo rispondere ad analoga domanda
-del signor ministro d’agricoltura, industria e commercio.... Ma che,
-signore mie? Non credono neanche conveniente d’interrompermi? Badino
-bene, io non so davvero che cosa abbia deliberato la Camera, e in un
-caso disperato come questo sono capace di tutto... anche d’inventare la
-deliberazione.
-
-— E la domanda del ministro; — soggiunse la signora Elena.
-
-— Si capisce. Tanto, egli non protesterà. I ministri ne firmano tante,
-di carte, senza pigliarsi il fastidio di leggerle!
-
-— Insomma, voi non sapete nulla, Anselmi?
-
-— Come voi dite, donna Elena. Sono nel caso di sant’Agostino. So
-questo soltanto, che non so nulla di nulla. Prego adunque le signore di
-riprendere la loro conversazione al punto in cui l’avevano lasciata.
-
-— Si parlava di bagnature e d’acque termali; — disse la signora Vezzosi.
-
-— Argomento di stagione; staremo freschi; — notò il contino Anselmi,
-felice d’aver colto in aria un bisticcio.
-
-— Sicuramente, e ci contiamo su; — rispose la signora Vezzosi.
-
-— Ah! partite anche voi, donna Elena? Ecco una notizia.
-
-— Che non avevate voi, Anselmi! Ma già, siete così a secco, quest’oggi,
-che bisognerà darne a voi.
-
-— Date sempre; i poveri vi benediranno. Io, del resto, non avendo
-notizie, farò i commenti su quelle degli altri. E dove andrete, se è
-lecito saperlo?
-
-— Non è ancora deciso; ma credo a Courmayeur. Gerardo ne ha già parlato
-tre volte, citando i nomi de’ suoi amici che andranno lassù.
-
-— Viaggio disastroso, — osservò il contino Anselmi. — Cretini in Val
-d’Aosta; valanghe più su; continuo pericolo di ribaltare.... Viaggio
-disastroso! Viaggio terribile! sconsiglierò il mio amico Gerardo.
-
-— Farete un’opera inutile; — rispose la signora Vezzosi. — Gerardo ha
-cinque o sei amici che vanno a Courmayeur; tutti uomini politici....
-
-— Ah! — esclamò Anselmi. — Non resteranno dunque tutti nella valle,
-i....
-
-— Via! — interruppe la signora Vezzosi, che vedeva già tornare in ballo
-i cretini. — Un po’ di carità per gli uomini politici!
-
-— Che vi seccheranno, donna Elena, ve lo prometto io, vi seccheranno.
-
-— Ci vorrà pazienza; — replicò la signora Vezzosi, simulando un
-sospiro. — Gli uomini hanno tutti il loro cavalluccio di legno, come
-dicono gli inglesi. E chi è senza peccato scagli la prima pietra.
-
-— Oh, la scaglio io, la scaglio io; — gridò l’Anselmi. — Degli otto
-peccati capitali, proprio questo mi manca.
-
-— È curiosa, per altro; — ripigliò la signora Elena, cercando di
-ravviare la conversazione. — Si suol dire: tre italiani, tre opinioni
-diverse. Ora eccoci qui tre italiane, tre amiche, e nessuna di noi
-andrà dove va l’altra. Io forse a Courmayeur; Margherita a Recoaro e
-l’Amalia a Livorno.
-
-— _Variata placent_; — disse l’Alcibiade primo. — Del resto, io ne
-conosco due che andranno insieme, l’Altobelli e la Salieri, a Venezia.
-
-— Le due rosse! — esclamò la baronessa.
-
-— Sicuro, bene osservato! — entrò a dire l’Alcibiade secondo. — Una
-rossa di capegli e l’altra di carnagione.
-
-— Si capisce allora perchè vadano ambedue a Venezia — notò gravemente
-l’Anselmi.
-
-— Sentiamo il perchè; — disse la signora Vezzosi. — Ma vi avverto,
-Anselmi; non vogliamo bottate. Si tratta di due amiche. —
-
-Il contino Anselmi chinò la testa, con aria di contrizione.
-
-— Allora non parlo più; — diss’egli. — Se le mie oneste intenzioni sono
-così neramente sospettate....
-
-— Via, lascialo dire, povero Anselmi! — mormorò la baronessa, con
-accento di preghiera. — Se no, è capace di morirne.
-
-— Margherita intercede per voi; — riprese la signora Vezzosi. —
-Parlate, Anselmi. Se sarà troppo forte, fingeremo di non avere udito
-nulla.
-
-— Di male in peggio! — gridò il contino Anselmi, con accento di comica
-disperazione. — E voi credete proprio, Donna Elena, che io voglia dire
-delle cose assai gravi? Venezia è stata famosa un tempo nell’arte per
-una scuola di coloristi insigni; che ci sarebbe di male se le nostre
-due dame più colorite andassero colà, a rinfrescare le tradizioni della
-scuola? Eccovi tutto quello che io ci avevo da dire.
-
-— Proprio tutto? Nient’altro che questo? — domandò la baronessa, con
-aria d’incredulità, mista ad un pochino di disillusione.
-
-— Nient’altro che questo; lo giuro ai Numi! — rispose il contino
-Anselmi. — Ma già, capisco; questa è la sorte che tocca a tutti gli
-oratori, che hanno lasciato sperar molto di sè.
-
-— Sperare! È un po’ troppo. Noi temevamo; — osservò la signora Vezzosi.
-
-— Risposta arguta, e m’inchino al vostro spirito, Donna Elena; —
-replicò il contino. — Con voi non c’è modo di collocare una malignità.
-
-— E che dite, signor conte, della Milani, che va invece a Tabiano? —
-chiese a sua volta la signora Amalia Bertini.
-
-— Che ne so io, signora? Ci andrà per dimagrare.
-
-— E della Vernetti, che va in Engadina?
-
-— Ma!.... Forse per ingrassare, con la cura del latte. Non credete voi
-che ciò le farà bene?
-
-— Se ne vanno tutte! — esclamò Alcibiade primo. — È dunque una
-diserzione generale?
-
-— È la moda, cavaliere, è la moda. Bisogna pure farsi ordinare qualche
-cosa dal medico, per ordinare qualche cosa alla sarta. Si va alle acque
-con una sola ricetta, che si dimentica magari alla prima stazione; ma
-con una dozzina di bauli e di casse, da disgradarne una prima attrice.
-Non è così, mie belle signore? Abbigliatura di mattina, abbigliatura di
-pomeriggio, abbigliatura di sera; cangiare tutti i giorni, ripartire
-quando si è veduto il fondo alle casse; ecco il modo di andare alle
-acque e di ritrarne vantaggio. Perdonate, signora, io scherzo. La
-cura si fa e riesce utilissima... a noi uomini, per cui queste cose si
-fanno.
-
-— Ah, se credete che si facciano proprio per voi! — esclamò la signora
-Vezzosi, minacciando il contino Anselmi col suo ventaglio cinese.
-
-— Sicuramente, dico per noi. Che volete, che sia per le amiche? Ma
-questo non sarebbe il modo di curarle, bensì di farle morire d’invidia.
-Non è vero, baronessa? Lo domando a voi, che siete annoverata
-meritamente tra le stelle più brillanti del nostro firmamento. —
-
-La baronessa rispose al complimento con un risolino delle sue labbra
-sottili e con l’analoga espansione del vicino di sopra.
-
-— Ma dite, e la Rivanera? — esclamò la signora Amalia. — Avevamo
-dimenticata la Rivanera.
-
-— La divina Rivanera! — disse l’Anselmi, con un accento che fece alzare
-la testa alla signora Vezzosi.
-
-— Parlate sul serio, Anselmi? Vi pare proprio divina?
-
-— Signora sì, mi pare; e credo per giunta che lo sia.
-
-— Infatti, è carina; — ripigliò la signora Vezzosi. — Una bella testa!
-
-— Peccato che non sia un palmo più alta! — soggiunse la baronessa.
-
-— Pazienza, Donna Margherita, pazienza! — replicò il contino Anselmi.
-— Non tutte hanno la vostra bella ed elegante persona. Del resto,
-la Rivanera non è piccola. Vi ricordate della fiera di beneficenza
-dell’altro anno? C’era il bilico, come all’ufficio del dazio, e
-il metro, come nei consigli di leva. Ci si è pesati tutti quanti
-e misurati, a vantaggio dei poveri. La Rivanera pesa cinquantanove
-chilogrammi e misura un metro e sessantadue, salvo errore, ma sempre
-più di quel che ci vuole per assicurare un bersagliere alla patria.
-
-— Del resto, tanto carina! — ripetè la signora Vezzosi.
-
-— Sì, Donna Elena, è questa l’opinione di molti.
-
-— Tutti innamorati, s’intende; — notò la baronessa, con accento
-agrodolce. — Stiamo a vedere che glieli regalate tutti! Siete così
-maliziosi, voi altri!
-
-— Adagio, baronessa, vi prego. Non mi fate parlare prima che io abbia
-aperto bocca. Volevo dire per l’appunto il contrario. La signora
-Camilla è Rivanera di casato, ma si potrebbe chiamare più giustamente
-Riva alta.
-
-— Già, — disse la baronessa, — un metro e sessantadue, salvo errore!
-
-— Certo, non è più alta di così; ma gli adoratori ci han fatto mala
-prova ugualmente. Io, per esempio, ne conosco uno che ci ha fatto un
-fiasco piramidale.
-
-— Lo conoscete, Anselmi? Intimamente? — domandò la signora Vezzosi.
-
-— Ve lo dica il sospiro che mi prorompe dall’imo petto! — rispose il
-contino.
-
-— Ah, povero Anselmi! Povero Anselmi! E voi certamente vi facevate
-innanzi con le migliori intenzioni del mondo.
-
-— Sfido io! Una vedova a ventitrè anni! Si va innanzi, pesciolini
-fidenti, sperando sempre che la bella pescatrice abbia una rete in mano
-e che voglia servirsene.
-
-— L’avevate giudicata male; — replicò la signora Vezzosi. — Camilla è
-molto fiera. Non vuol questo, perchè è troppo ricco; non vuol quello,
-perchè lo è troppo meno di lei; non vuole quell’altro, perchè manca
-d’idealità.... È la sua frase.
-
-— Sarei curioso di sapere in che categoria ha messo me; — disse
-l’Anselmi pensoso.
-
-— Probabilmente nell’ultima; — rispose la signora Elena, dandogli
-gentilmente la baia. — Non ve ne siete accorto, che mancate d’idealità?
-
-— Voi mi direte quel che vorrete, Donna Elena; ma io non andrò in
-collera; — disse di rimando l’Anselmi. — Vi proverò in questo modo che,
-se manco d’idealità, son sempre l’ideale degli uomini di buona pasta.
-
-— Intanto che voi distillate il vostro spirito, — entrò a dire la
-Bertini, — noi non sappiamo dove andrà quest’anno la Rivanera. Un
-innamorato come voi dovrebbe pure saperlo.
-
-— Signora mia, sono un innamorato respinto, andato a male, vi prego di
-rammentarlo. Che cosa volete che io sappia? Di sicuro, una dama così
-piena d’idealità non può andare che in un luogo molto elevato.
-
-— Al Monte Generoso; — suggerì Alcibiade secondo.
-
-— O sul Davalagiri; — soggiunse l’Anselmi.
-
-— Il Davalagiri! — esclamò la baronessa. — Che stazione di bagni è
-questa mai?
-
-— Non è una stazione di bagni, Donna Margherita. Non ci si fa altro
-che la cura dell’aria rarefatta. Il luogo è in India, sulla catena
-dell’Imalaia, ad ottomila metri sul livello del mare.
-
-— Sempre lo stesso capo ameno! — disse la signora Bertini.
-
-— Del resto, — ripigliò l’Anselmi, — la Rivanera andrà dov’è andata
-l’anno scorso. _Qui a bu boira_, dice il proverbio francese. Ed essa
-berrà le acque di Montecatini; o, per dire più esattamente, le berrà
-lo zio, presidente e gran croce. Le acque del Tettuccio sono acque
-eminentemente politiche, amministrative e giudiziarie, come il mal di
-fegato che hanno la fama di guarire. A proposito, Donna Elena, perchè
-non raccomanderemo le acque del Tettuccio al mio amico Gerardo?
-
-— Per carità, non ne fate nulla. Volete mandarmi a morire dal caldo in
-Val di Nievole. Meglio centomila volte Courmayeur, con le valanghe, le
-ribaltature e i cretini, di cui mi parlavate poc’anzi. —
-
-Il contino Anselmi stava per rispondere qualche altra spiritosità
-delle solite; ma gli furono mozzate le parole in bocca da un atto della
-baronessa, che accennava di volersene andare.
-
-— Dunque addio, la mia bella e cara Elena; — diss’ella, abbracciando
-l’amica e mettendole il naso sulla guancia. — O piuttosto, a rivederci
-in novembre.
-
-— E tu, bada a non dimenticarti di noi, a Parigi. Voglio sperare che,
-se avrai un ritaglio di tempo...
-
-— Non dubitare, avrai mie notizie. E anch’io spero di avere le
-tue. —
-
-Un nuovo bacio e sonoro chiuse il dialogo delle due svisceratissime
-amiche.
-
-Anselmi aspettava la baronessa al varco.
-
-— Donna Margherita, — le bisbigliò, inchinandosi, con aria di
-devozione, — e per me niente?
-
-— No, — rispose la baronessa, — voi mancate.... d’idealità. —
-
-L’Anselmi non si commosse punto di quella bottata.
-
-— Diamine! — esclamò, stringendosi nelle spalle; — ve ne importa
-proprio, della idealità? E per che farne? —
-
-La baronessa gli rispose con un mezzo sorriso; segno che non gradiva
-intieramente lo scherzo. Perciò al moto delle labbra non si accompagnò
-quella volta l’espansione del vicino di sopra.
-
-Il contino Anselmo ritornò alla conversazione, molto contento di sè.
-Si contentava di poco, in verità. Ma la sua fama di bell’umore si
-rassodava sempre più, e un uomo può credere di aver tutto, quando,
-insieme con la gioventù, la bellezza e i quattrini, è sicuro di avere
-anche la gloria.
-
-Anch’egli era sul punto di prender commiato; ma la signora Elena,
-nell’atto di rimettersi a sedere, e approfittando di un discorso
-impegnato tra la signora Bertini e i due Alcibiadi, trovò il modo di
-bisbigliargli, dietro la seta del suo ventaglio cinese:
-
-— Restate, ve ne prego. —
-
-Ad onore del contino Anselmi e della sua filosofia leggera, debbo dire
-che egli non insuperbì punto punto di quell’invito confidenziale. Tra
-lui e la signora Elena non erano mai corse parole infiammate, e nemmeno
-galanti, oltre il limite d’uno scherzo. Ne avrebbe dette sicuramente,
-se avesse potuto sperare di non dirle invano; ma, anche veduto di buon
-occhio dalla signora Vezzosi, il contino aveva capito che quell’occhio
-non toglieva ispirazione dal cuore. In genere, le dame non prendevano
-il contino Anselmi sul serio. Egli era diventato lo schiavo del
-proprio spirito, come un antico doge di Venezia della propria dignità.
-Era condannato ad esser leggiero e ad esser trattato come tale. Per
-compenso, gli erano lecite tutte le bizzarrìe possibili e tutte le
-scappate immaginabili. Da principio, questa condizione gli aveva dato
-un po’ noia, ed egli si era proposto di diventare un uomo serio e
-noioso come tutti gli altri; ma andate a dirla con la natura! La lingua
-era pronta e non sapeva stare alle mosse. Il contino Anselmi era andato
-avanti per la sua strada, si era adattato alle miserie della propria
-grandezza. Si rideva delle sue dichiarazioni, quando s’arrisicava a
-farne; e allora lui le voltava prontamente in celia, si ricattava con
-le arguzie, e aveva il gusto di sentirsi dire da tutte: che spirito,
-quell’Anselmi! che spirito! Aggiungete che lo cercavano da per tutto,
-lo volevano in ogni luogo, dame, cavalieri, ufficiali e commendatori. E
-questo è come dirvi che era ben veduto anche dai signori mariti.
-
-Or dunque, vi ho narrato come l’Anselmi non insuperbisse dell’invito.
-Restava a lui di dare una pubblica ragione della sua persistenza a
-restare, anche oltre i termini d’una visita, e sopra tutto di mandar
-via gli altri visitatori, che, dopo l’invito della signora Elena, gli
-dovevano parere altrettanti importuni.
-
-— Mi permettete. Donna Elena, di farvi la guerra? — diss’egli, dopo
-alcuni minuti di chiacchiere.
-
-— La guerra a me? — esclamò la signora Vezzosi. — E in che modo?
-
-— Ecco qua; persuaderò Gerardo a cangiare il suo itinerario. Appena
-torna a casa, ve lo riduco io come va. Non più Courmayeur; Montecatini,
-vuol essere.
-
-— Sarebbe il caso di mandarvi via subito; — replicò la signora Vezzosi.
-— Ma questo non sarebbe di buona guerra, ed io voglio darvi la prova
-che non potete nulla su di lui.
-
-
-
-
-IV.
-
-
-Erano le cinque del pomeriggio, quando l’ultimo degli Alcibiadi si alzò
-dalla poltrona e prese commiato dalla signora Elena. In casa Vezzosi
-era costume di pranzare alle sei e il commendatore Gerardo soleva
-capitare per l’appunto all’ora di tavola. I nostri due personaggi
-avevano dunque un’ora di tempo, per chiacchierare a lor posta. Ma la
-signora Elena non aveva neanche bisogno di tanto.
-
-Rimasto solo con lei, il contino Anselmi prese posto su d’una
-poltroncina accanto al sofà, si rizzò ossequiosamente sulla vita,
-allungò il collo verso di lei e le disse:
-
-— Donna Elena, eccomi qua. Che comandi avete da darmi?
-
-— Nessun comando; — rispose la signora Vezzosi. — Mettete che io
-v’abbia trattenuto per farvi far penitenza di tante chiacchiere e di
-tante mormorazioni. —
-
-L’Anselmi fece una mossa che voleva dire: non ne credo una maledetta.
-Ma intanto rispondeva, con la solita galanteria:
-
-— Dolce penitenza ad un grosso peccato. Vi avverto, Donna Elena, che
-peccherò molto e spesso. —
-
-Credete, lettori, che si sdrucciolasse finalmente nel tenero?
-Disingannatevi; quella era galanteria dozzinale, semplice maniera di
-discorrere. Del resto, la signora Elena non fece caso del complimento,
-e rannicchiatasi contro la spalliera del sofà, mentre aveva l’aria di
-guardare le figurine del suo ventaglio cinese, così disse brevemente
-all’Anselmi:
-
-— Conoscete Aldo De Rossi?
-
-Il contino trasse indietro il collo, anzi il busto senz’altro, e guardò
-trasognato la sua bella vicina.
-
-— Donna Elena, — le disse, dopo un istante di pausa, — voi mi parlate
-ora come parlò un giorno Domineddio al Diavolo, «Conosci tu il mio
-servo Giobbe?» Sì, signora, vi risponderò io, lo conosco. E voi?
-
-— Finiamola, con le vostre scioccherie! — replicò ella stizzita.
-
-— Ma, signora... — ribattè l’implacabile Anselmi. — Non lo avete
-indovinato? Gli è per buscarmi da voi un’altra penitenza.
-
-— Voi sapete pure che non c’è nulla di nulla; — continuò la signora
-Vezzosi, senza por mente alla risposta.
-
-— Che fretta, Donna Elena, che fretta! Io non avevo ancora toccato il
-tasto delicato.
-
-— Perciò bisognava fermarvi al primo cenno, al primo sospetto di un
-vostro giudizio temerario. Con voi è necessario difendersi prima di
-essere attaccati, e mettere a dirittura i puntini sugli i. Di grazia,
-Anselmi, se ci fosse qualche cosa, vi avrei io trattenuto qua, per
-parlarvi di lui?
-
-— Eh! — rispose il contino, crollando la testa. — Potrebbe anche essere
-una finezza di seconda intenzione. Ci sono delle donne così astute! Del
-resto, non negherete che Aldo vi fa la corte.
-
-— A me?
-
-— Sì, una corte spietata. È sempre qui, e mi meraviglio che non ci sia
-stato anche oggi. Infine, non va a vedere le altre dame della città
-così spesso come viene da voi.
-
-— Apparenze! — rispose la signora Vezzosi. — Le apparenze
-ingannano. —
-
-E perchè il contino Anselmi seguitava a tentennare il capo, la signora
-Elena aggiunse:
-
-— Non mi credete? Vi dò la mia parola di onore.
-
-— Quand’è così, — disse l’Anselmi, «lasciando l’atto di cotanto
-uffizio,» — non oso più contraddirvi. La vostra parola d’onore mi rende
-l’uomo più serio della cristianità. Parlate, signora.
-
-— Desidero sapere una cosa da voi; — ripigliò essa.
-
-— Intorno al De Rossi?
-
-— Intorno a lui.
-
-— L’ho poco in pratica, Donna Elena. Ma infine, se le mie poche
-cognizioni possono servirvi in qualche modo, son qua.
-
-— Si tratta d’una cosa da nulla; — proseguì la signora; — d’una cosa
-che si nasconde male fra tanti uomini, tutti intenti a scoprire i
-segreti dei loro amici e rivali. Insomma, desidero sapere da voi di che
-donna è innamorato il signor De Rossi. —
-
-Il contino Anselmi diede un sobbalzo sulla poltrona.
-
-— Nientemeno! — esclamò. — E sono io che devo... siete voi che
-volete....
-
-— Badate, — osservò la signora Vezzosi, — ora siete sul punto di
-passare per un povero di spirito.
-
-— È vero, è vero! — gridò l’Anselmi, cercando di rimettersi in sella. —
-Ma vedete, signora; la cosa, quando non ci sto attento, mi accade così
-spesso! È la natura mia; ero nato imbecille. Ma facciamo di rialzarci
-un pochino agli occhi vostri. Vi risponderò con tutta sincerità che
-io non tengo dietro al signor Aldo De Rossi. Non mi è mai capitato
-di osservarlo, tranne in casa vostra. E poichè credevo che fosse
-innamorato di voi....
-
-— Ab, già, dimenticavo quest’altra invenzione, — disse la signora
-Elena. — Ma io vi ho detto, e voi lo crederete, spero, che egli non è
-innamorato di me, e che io non sono innamorata di lui. Gli sono amica,
-ecco tutto; e sono curiosa....
-
-— Ecco il resto; — aggiunse il contino Anselmi, che non sapeva
-rinunziare al gusto di collocare un’arguzia.
-
-— Certamente, ecco il resto; — ripigliò la signora, ridendo a suo
-malgrado. — E siccome ho gran timore che il signor Aldo De Rossi sia
-invaghito di qualche sciocca....
-
-— Che ve ne importa, Donna Elena? — interruppe l’Anselmi. — Per solito,
-la donna che piace non è mai sciocca; anzi, sarei per dire che è un
-Pico della Mirandola in gonnella, se non temessi di lasciar credere che
-è sapiente e noiosa per giunta.
-
-— Come voi, adesso, non è vero? — ribattè la signora Vezzosi. — State
-a sentire. Anselmi, e vi spiegherò tutto, dall’a fino alla zeta. C’è
-una bellissima fanciulla, che ama il signor De Rossi. Io conosco i
-segreti di quel giovine cuore e i tesori della sua anima innocente. È
-ben detto, così? Dunque, come intenderete, speravo un matrimonio, che
-avrebbe fatto molto piacere ad una famiglia, che è in strettissima
-relazione con Gerardo e con me. Non andate a indagare, ve ne prego;
-non sono segreti da farne argomento di chiacchiere e di mormorazioni,
-sul genere delle vostre. Vi ho data una prova di stima, accennandovi
-semplicemente la cosa; siatene degno.
-
-— Ne sarò degno; — rispose contrito l’Anselmi.
-
-— Dunque, state a sentire. Sarebbe un matrimonio conveniente sotto
-tutti gli aspetti. A Gerardo piace; io ne sarei contentissima. Il
-signor De Rossi, sulle prime, pareva accostarsi alle nostre idee. Se ne
-è parlato più volte, a questo medesimo posto, — soggiunse la signora
-Vezzosi rincalzando la bugia con tutte le più audaci invenzioni, —
-e speravo già d’essere riuscita a persuaderlo. Ma ecco che, sul più
-bello, venuti al punto di conchiudere, il signor Aldo mi si raffredda,
-cerca di guadagnar tempo, ha paura di fare il primo passo; insomma,
-che vi dirò? vorrebbe rimandare il principio dei negoziati alle calende
-greche.
-
-— Oh diamine! — esclamò il contino Anselmi. — E voi dite, signora, che
-sulle prime pareva disposto?
-
-— Dispostissimo. Voleva sapere molte cose; ma infine, anche la
-sua curiosità, troppo legittima in un caso come questo, faceva
-testimonianza di una certa propensione.
-
-— È grave; — ripigliò l’Anselmi. — Non potrebbe darsi il caso che,
-pigliando lingua da altri, avesse scoperto qualche amoruccio della
-ragazza? Ce n’hanno sempre qualcheduno, queste benedette fanciulle! Son
-diventate tanto precoci, a questi soli di libertà!
-
-— No, la ragazza esce a mala pena di collegio.
-
-— O qualche difetto, qualche imperfezione fisica?
-
-— È un portento di bellezza.
-
-— Che Aldo cerchi una dote più vistosa? Gli uomini ne hanno,
-qualche volta, di queste malinconie! E se la ragazza non fosse ricca
-abbastanza, per determinare la sua scelta?
-
-— È ricca come lui, e alla morte dei parenti lo sarà anche più di lui.
-Si convengono per ogni verso.
-
-— Allora, — disse il contino, assumendo un’aria grave, — non c’è più
-che una supposizione da fare. Il signor De Rossi s’è innamorato di
-un’altra.
-
-— Ve lo avevo detto, io; — rispose la signora Elena. — Ma di chi? Come
-saperlo? Questo è il difficile.
-
-— Non tanto, signora, non tanto.
-
-— Ah bene, aiutatemi dunque a trovare.
-
-— È presto fatto. Il signor De Rossi s’è innamorato... di voi. —
-
-La signora Vezzosi fu per andare in collera davvero.
-
-— Calma! calma, Donna Elena, e statemi a sentire; — proseguì il
-contino Anselmi. — Credete proprio possibile che si stia impunemente
-a ragionare di un’altra donna, accanto ad una donna come voi? Gli
-dipingevate le bellezze, gli snocciolavate le grazie e tutti gli altri
-pregi fisici e morali di una assente; intanto, quei pregi, quelle
-grazie, quelle bellezze, gli si mostravano presenti e irresistibili
-nella divina oratrice. Ciò si è veduto altre volte nella storia.
-Francesca da Polenta non amò Paolo Malatesta, che andava ad impalmarla
-per conto di suo fratello Gian Ciotto? Non ho più in mente i romanzi
-di Alessandro Dumas; ma mi pare che ci sia un caso somigliante anche
-nella storia di Francia. Che meraviglia, adunque, se un uomo viene ad
-intrattenersi così lungamente con voi, e, scambio d’intenerirsi per
-una donna lontana di cui gli parlate con tanta eloquenza, si infiamma
-lentamente ma profondamente di voi? —
-
-La signora Elena era rimasta pensierosa. — Se fosse vero! — andava
-dicendo tra sè. Intanto il contino Anselmi, pigliando ansa da quel
-silenzio, proseguiva:
-
-— Ecco il vostro errore, Donna Elena. Si assumono degli incarichi
-superiori alle forze proprie e a quelle di chi ci ascolta. Si manda
-la paglia ambasciatrice al fuoco, per dirgli: tu brucerai l’acqua. E
-il fuoco trova che è più comodo, più pronto, e sopra tutto piacevole,
-divorarsi la paglia. Scusate il paragone, non m’è venuto altro alle
-mani. Ed anche voi, abbiate pazienza, perchè assumervi di questi uffici
-pericolosi? Alla vostra età! Con quel viso!
-
-— Tutte le età son buone, per fare un’opera buona; — ribattè la signora
-Vezzosi.
-
-— Giusto! — replicò l’Anselmi. — E vedete come la cosa vi riesce! Aldo
-non vuol saperne della vostra protetta.
-
-— E voi chiacchierate, Anselmi, senza venire a capo di nulla.
-
-— Dio buono, se non so nulla! Ma vediamo. Donna Elena. Voi non siete la
-fiamma del signor De Rossi. Ne siete ben certa?
-
-— Certissima. Una donna indovina sempre queste cose, anche quando
-l’uomo non le ha ancor dette a sè stesso.
-
-— È verissimo. Cerchiamone dunque un’altra. Passiamo in rassegna le
-dame di nostra conoscenza. Le rassegne son sempre di moda, dopo quella
-delle navi, che si legge in Omero. Chi sospettate voi?
-
-— Ma.... non saprei.... Varii nomi mi son passati per la fantasia; —
-disse la signora Vezzosi. — Che direste voi di Margherita?
-
-— Quale Margherita?
-
-— La baronessa. Non è la Margherita per eccellenza? —
-
-Il contino Anselmi si trasse indietro con aria di sommo stupore.
-
-— Donna Elena! — esclamò. — Vorreste voi canzonare il vostro povero
-servo?
-
-— E perchè, di grazia? Non è Margherita l’elegantissima tra le nostre
-signore?
-
-— Sia pure; ma, a questi patti, Aldo De Rossi farebbe meglio a
-innamorarsi a dirittura della sarta. Che vi pare? Un uomo di garbo
-innamorarsi del contenente? Eh via!
-
-— Ma il contenuto.... — si provò a dire la signora Vezzosi.
-
-— Il contenuto! — ripetè l’Anselmi. — Il contenuto è così poca cosa! Io
-non ci trovo di... come direste voi? Di consistente? di palpabile? Io
-non ci trovo di palpabile che il naso.
-
-— Esagerazioni! — rispose la signora Elena. — Esagerazioni di quelle
-che fate sempre voi. Quando vi correggerete di questo brutto vizio?
-
-— Avete ragione, Donna Elena, mi correggerò. Ma desidero che incominci
-la baronessa. Voi gli siete amica; avete influenza sull’animo suo.
-Ditegli, ve ne prego, di rinunziare a quel naso. —
-
-Con quel capo scarico dell’Anselmi non c’era verso di vincerne una. La
-signora Vezzosi si appigliò al partito di ridere.
-
-— Dunque, la Corniani no; — diss’ella, abbandonando il naso di
-Margherita alle celie del contino. — Vediamo l’Altobelli.
-
-— Quella dei capelli rossi! — esclamò l’Anselmi. — In verità, non siete
-amica al signor De Rossi, se gli attribuite un gusto così bizzarro.
-
-— Lasciamo l’Altobelli. Che ve ne pare della Vernetti?
-
-— È sul fare della Corniani.
-
-— La Milani, dunque. Eccone una che non è sul fare della Corniani.
-
-— Giustissimo; essa è sul fare delle corniòle. Perchè non piuttosto la
-Rivanera?
-
-A quel nome, buttato là d’improvviso, la signora Elena diede un
-sobbalzo, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Perchè? ve lo
-dico subito. Generalmente, le cose più strane comportano (per servirmi
-di un verbo filosofico) una spiegazione semplicissima. Le altre
-donne le aveva nominate lei; la Rivanera, invece, l’aveva ricordata
-lui. Perciò la signora Vezzosi potè credere lì per lì che il contino
-Anselmi ci avesse qualche particolare, ricordato in quel momento, per
-giustificare la citazione di un nome anzi che di un altro. Infatti,
-ella fu pronta a domandargli:
-
-— Che cosa sapete? Ditemi tutto.
-
-— Non so nulla, io; — rispose l’Anselmi. — Non le passavamo noi tutte
-in rassegna? —
-
-La signora Vezzosi non pose neppur mente a quella circostanza
-attenuante.
-
-— Ci va forse in casa? — ripigliò.
-
-— Lo ignoro. Io non mi arrisico mai in quei paraggi. È così noiosa la
-società del presidente gran croce!
-
-— Anselmi! — disse la signora Vezzosi, rimettendosi un tratto dalla sua
-commozione. — Lo sapete, il proverbio: non c’è rosa senza spina. E chi
-vuole la rosa....
-
-— Deve adattarsi alla spina, lo capisco; — rispose l’Anselmi. — Ma chi
-non vuole a nessun costo la spina rinunzia volentieri alla rosa.
-
-— È strano! — esclamò la signora, con un accento di sottile ironia. —
-Vi piace tanto la Rivanera, e non sapete fare un piccolo sacrifizio ad
-una così grande bellezza!
-
-— Grande, sicuro; ma è una bellezza vedova; alla larga. —
-
-La signora Vezzosi alzò il ventaglio in atto di minaccia.
-
-— Signor Anselmi, — diss’ella, — sapete che non siete punto galante,
-quest’oggi? Un bell’omaggio lo rendete, alle donne! Quando son libere,
-le fuggite.
-
-— Abbiate pazienza, Donna Elena, son fatto così. Del resto, sono così
-poco pericoloso, che il mio omaggio alle dame.... non libere, non deve
-far paura a nessuno. Si sa, ogni donna ha bisogno di un uomo, come la
-vite di un sostegno. Quando la vite perde il palo, il savio agricoltore
-si affretta a dargliene un altro. Io.... — soggiunse con tragico
-accento il contino Anselmi, — io non sarò quel palo. E son certo che
-anche il signor De Rossi la pensa così.
-
-— Vi ha mai manifestate le sue opinioni in proposito?
-
-— No, ma un uomo giunto alla sua età, cioè a dire con tanti anni di
-navigazione, e per conseguenza passato per tante burrasche, o sarebbe
-naufragato prima, o non ci casca più. Questa è la mia opinione. —
-
-La signora Vezzosi stava per rispondere, quando si udì un rumore di
-passi nell’anticamera.
-
-— Ecco Gerardo; — diss’ella. — Son già le sei!
-
-— Signora, ecco un’osservazione e un accento molto lusinghieri per me.
-
-— Ma sì, ma sì! — rispose la signora Vezzosi, sorridendo amabilmente. —
-Mi avete fatto volare il tempo, con le vostre follie. —
-
-La bussola si aperse ed entrò nel salotto il commendatore Gerardo
-Vezzosi. Non meritava il suo cognome, in verità, ma non poteva neanche
-dirsi un uomo antipatico. Portava gli occhiali d’oro e la barba corta
-intorno al mento, per somigliare al conte di Cavour, buon’anima sua;
-ma non ne veniva a capo. Era ancora troppo smilzo, per essere tolto in
-iscambio. Era stato deputato, tant’anni addietro, e si parlava sempre
-di lui come di un senatore possibile. Egli, del resto, aspettando
-la nomina, ne aveva già l’aria. In gioventù peccava di ruvidezza,
-e l’ingratitudine degli elettori e qualche fiasco elettorale,
-sopravvenuto a renderla più solenne, non avevano contribuito a farlo
-più maneggevole. Ma da qualche anno, e per il solo fatto che i giornali
-lo avevano preconizzato senatore in quelle loro liste fantastiche da
-cui suol essere preceduta una infornata ministeriale, il commendatore
-Gerardo era diventato uno zucchero, un marzapane, sorrideva a tutti,
-dava volentieri del tu e versava anche più volentieri nel seno dei
-conoscenti la piena delle sue idee sulla politica estera. Come vedete,
-faceva il suo mestiere di candidato; cosa che non disdisse neppure a
-Cesare, che era Cesare e aveva domate le Gallie.
-
-— Gerardo, — gli disse il contino Anselmi, stendendogli la mano, — son
-qui a fare una guerra atroce alla tua signora.
-
-— Ah sì? — fece il commendatore sorridendo benevolmente. — Speriamo
-almeno che avrà saputo difendersi.
-
-— Non ne dubitare. È una cittadella. Ed io, poichè tanto le son giunti
-i soccorsi, levo prudentemente l’assedio. —
-
-Con quest’ultima arguzia il contino Anselmi prese commiato.
-
-— Meriteresti che ti si facesse prigioniero e che ti si trattenesse a
-pranzo; — replicava intanto il commendatore.
-
-— Grazie, grazie di cuore; ho un impegno; — disse l’Anselmi.
-
-E stretta gentilmente la mano alla signora Elena, e dato un crollo
-con britannica vigoria alla destra del suo amico Gerardo, il contino
-Anselmi si avviò verso l’uscio.
-
-— Diamine! Diamine! — borbottava egli tra sè, nell’atto di scendere le
-scale. — Una lo vuole e l’altra lo vorrebbe. Il De Rossi è nato sotto
-buona luna. Con quell’aria da scimunito! Che cosa ci trovino le donne
-in questi tipi, io non lo so. Ma già, — conchiuse filosoficamente,
-mettendo il piede in istrada, — per piacere a loro, un uomo non ha da
-essere solamente scimunito; deve anche parerlo. —
-
-
-
-
-V.
-
-
-Aldo De Rossi uno scimunito? Sissignori, così lo aveva giudicato
-l’Anselmi, e tale doveva essere per molti, se non a dirittura per
-tutti.
-
-È difficile, molto difficile, che una donna sia bella agli occhi
-di un’altra; ma è anche più difficile che un uomo vi ammetta senza
-contrasto e senza restrizioni la superiorità d’un altr’uomo. In genere
-non si bada a queste demolizioni scambievoli dei signori uomini, poichè
-in società si bada molto alle donne; ma la cosa è proprio così, come
-ho l’onore di raccontarvi. Il lievito dell’invidia s’impasta benissimo
-con questa farina del diavolo che è la natura umana, e le anime
-refrattarie son poche. Così avviene che un uomo non sia gabellato per
-sapiente, che a patto di essere riconosciuto pedante e noioso, o che
-non sia annoverato tra i belli, che a patto d’essere confinato tra gli
-sciocchi. Si ammette questo, ma si aggiunge sempre la nota in margine;
-ad una qualità, riconosciuta a denti stretti, risponde sempre un grosso
-difetto, che deve guastarla senz’altro.
-
-Le donne, per solito, non danno retta a questi giudizi mascolini, o li
-accettano soltanto per dissimular meglio una loro propensione, che non
-mette conto manifestare alle turbe. E nello stesso modo gli uomini non
-accettano che _pro forma_ il giudizio della signora Ipsilonne sulla
-signora Zeta, facendo dentro di sè tutte le possibili e immaginabili
-restrizioni mentali. Donde la conseguenza naturalissima che uomini e
-donne s’ingannino a vicenda, col miglior garbo del mondo.
-
-O non sarebbe meglio dire alla libera quel che si sente? No, lettori
-dell’anima mia; la società civile ha mestieri di questi giuochi
-innocenti. Non è neanche vero, come certuni pretendono, che tutti
-capiscano lo scherzo. I dolci di sale non mancano mai, e c’è sempre il
-gusto di tirare qualcheduno dalla sua. Poi, il vivere in società gli è
-come il destreggiarsi in diplomazia. Non si ha da dire mai la verità.
-Capiscano pure gli avversari qual ragione vi fa parlare in un modo o
-nell’altro, e sempre contrariamente alle opere vostre; negando oggi,
-potrete in ogni occasione mantellarvi della vostra innocenza.
-
-Aldo De Rossi, battezzato dal contino Anselmi con l’epiteto di
-scimunito, non rendeva pan per focaccia a lui, nè ad altri della sua
-risma. Apparteneva al numero di quei pochi che non si risciacquano mai
-la bocca dei torti e dei difetti di nessuno, e che, quando possono,
-o se ne ricordano, rendono giustizia a tutti. Egli faceva anche di
-più, e questo era un difetto suo; si esagerava facilmente i meriti di
-tutti. Avrete già capito di qui che Aldo De Rossi pigliava ombra d’ogni
-più piccola cosa e in ogni rivale assiduo vedeva un rivale fortunato.
-Innamorato, come possono esserlo soltanto certi caratteri malinconici
-e chiusi, che ardono e si consumano da sè come la lampada dei
-sepolcri (vecchia lampada, ti rimetto io, dopo tanti anni d’ingiusta
-dimenticanza, all’onore del mondo), Aldo si struggeva di vedere tanti
-farfalloni intorno alla donna amata, e s’immaginava d’esser l’ultimo,
-anzi peggio che l’ultimo, nelle grazie di lei.
-
-Nè senza un po’ di ragione, in verità. La dama era tanto cortese, tanto
-umana, tanto facile dispensiera di vezzi alla moltitudine de’ suoi
-adoratori, che Aldo De Rossi giunse fino a pensare d’essersi innamorato
-d’una creatura vana, come ce ne son tante, e in forma d’angioli, sotto
-la cappa del cielo. Immaginate come ne soffrisse. Ma non c’era rimedio,
-poichè il male era fatto, e Aldo De Rossi era uno di quei caratteri
-intieri e diritti, che, una volta avviati, non tornano più indietro.
-
-Intanto egli si trovava a mal partito, e avrebbe potuto dire con Dante:
-«Io sono tra color che son sospesi.» Non dava un passo indietro, ma non
-ne faceva uno avanti; e quella incertezza dolorosa gli toglieva, non
-solo la serenità dello spirito, ma anche l’uso della parola. Intendo
-l’uso vero e proprio della parola, che è stata data all’uomo per
-dissimulare il pensiero; chè, quanto a dire buon giorno, buona sera
-e tutte l’altre frasi di prima necessità, Aldo De Rossi ci reggeva
-ancora. A farvela breve, ci aveva l’amaro in corpo; qual meraviglia
-se non poteva dar fuori il dolce? Ma il peggio era questo, che egli,
-sempre così torbido e muto accanto alla donna amata, diventava libero,
-sciolto, perfino arguto, con tutte le altre. Perchè non c’era solamente
-la signora Vezzosi, che avesse i cavallereschi omaggi del signor Aldo
-degnissimo. Le necessità del racconto mi obbligano a non presentarvene
-che una; ma in verità ce n’erano parecchie. E tutte riconoscevano in
-Aldo De Rossi un compito cavaliere; fors’anche qualcheduna, oltre la
-signora Elena, avrebbe gradita una corte meno superficiale e generica.
-
-Sempre così, non è vero? Si ha presso questa o quella delle proprie
-conoscenze la giusta misura di quel che si vale; ma si va al
-cospetto di una donna a cui si vorrebbe far atto di vassallaggio e di
-sudditanza, a cui frattanto si scocca un inno in un’occhiata, un poema
-in una stretta di mano; e si sente subito un gran freddo; l’inno si
-gela a mezz’aria; il poema resta inedito _in pectore_; ci si ritrova
-piccini piccini, ed anche passabilmente ridicoli. Là, proprio là,
-dove si voleva essere qualche cosa, con l’onesto desiderio di offrire
-qualche cosa in omaggio di leale servitù, non si è, non si vale, non si
-conta più nulla.
-
-Una sera, non reggendo più a quel trattamento, che si era forse anche
-un po’ meritato col suo umore scontroso, prese di schianto il cappello.
-Lo prese nel senso figurato e nel proprio, e se ne andò dalla casa
-della donna amata; un’ora dopo che c’era entrato, e col proposito di
-restarci per tutta la sera! Il poveretto aveva centomila diavoli in
-corpo e andò girelloni per le vie della città, senza sapere che si
-facesse, proprio alla guisa dei matti. In uno di quei lucidi intervalli
-che occorrono nelle pazzie più acute, come le radure nei boschi più
-folti, Aldo De Rossi riconobbe il palazzo in cui abitavano i Vezzosi;
-vide lume dalle finestre del salotto della signora Elena, e si ricordò
-che, dopo quella tale conversazione, in cui le aveva manifestato
-l’animo suo, non era più stato a farle visita.
-
-Era una scortesia, dopo la gentile profferta che la signora Elena gli
-aveva fatta, di aiutarlo in ogni occasione. Aldo pensò allora che la
-sua serata era andata a male. Abitudini di caffè, o d’altri ritrovi
-mascolini, non ne aveva da un pezzo. Perciò, soccorrendo la ragione del
-caso, che è spesso la ragione determinante delle azioni umane, infilò
-il portone e salì dalla signora Elena.
-
-Anche in casa Vezzosi c’era conversazione. Il commendatore Gerardo
-faceva la sua partita con una mezza dozzina di uomini gravi. La
-signora Elena, la commendatrice, stava a chiacchiera con gl’inevitabili
-Alcibiadi, con qualche Socrate sperso e con due o tre dame della sua
-corte. S’intende che erano tutte meno belle di lei; che altrimenti
-Aspasia non le avrebbe sopportate.
-
-Aldo De Rossi ha accolto come un Pericle.
-
-— Ah, siete qui, voi? Che miracolo è questo?
-
-— Donna Elena, non è un miracolo. Dite piuttosto il desiderio di
-ossequiarvi.
-
-— Lasciamo andare i complimenti. Vogliamo notizie del mondo. Siete
-l’ultimo arrivato e dovete portarcene il fior fiore. Ecco qui il
-cavaliere Sestavalle, il quale pretende che il matrimonio della
-Morandini sia andato a monte.
-
-— Il matrimonio si farà; — rispose Aldo De Rossi, con una sicumèra che
-non era rincalzata dal menomo grado di certezza.
-
-— Scusate, De Rossi, — entrò a dire Alcibiade primo, che era, come
-sapete, il cavaliere Sestavalle, — io ripeto ciò che m’ha detto il
-Cusani, che è lo zio materno della sposa.
-
-— Non vuol dir nulla; — replicò Aldo De Rossi, con la medesima
-asseveranza; — vedrete che il matrimonio si farà ugualmente. Lo sposo
-è innamorato; la sposa è deliberata di entrare in convento, se non le
-dànno il Revelli. O il Revelli, o la clausura. Che volete di più?
-
-— Signor De Rossi, — rispose l’Alcibiade, inchinandosi, — voi siete
-meglio informato di me.
-
-— Non vorrei farvi dispiacere, — disse Aldo, inchinandosi a sua volta,
-— ma questa è la verità. Un forte amore deve passare avanti a tutte
-le quistioni di dare e avere, che inventano i signori babbi, per
-tormentare i poveri cuori. In fin de’ conti, non sono mica i babbi che
-hanno da sposarsi, ed io non capisco perchè s’impuntino a voler fissare
-i termini di una felicità che essi non hanno a godere. Una sola cosa
-è vera, una sola cosa trionfa di tutti i calcoli umani; l’amore. Il
-quale, poi, — soggiunse Aldo De Rossi, mutando tono con una facilità
-straordinaria, — ci conduce a fare tutte le più grandi sciocchezze del
-mondo. Già, incominciamo a dire che spesso si crede di amare e non si
-ama. Qualche volta avviene di cedere ad un movimento di stizza, e di
-procacciarsi un inferno in questa vita, peggiore di quello che ci è
-minacciato nell’altra. Auguro agli sposi di amarsi davvero e di non
-dover finire che in purgatorio. —
-
-Aldo De Rossi seguitò un bel tratto su questo tono, senza neanco sapere
-che diavolo dicesse. Era maravigliato dentro di sè d’aver buttata là
-con tanta sicurezza una bugìa di quella fatta, e voleva affogarla in
-un mare di parole, come se ciò potesse farla dimenticare all’udienza. E
-tirò avanti in quella forma, finchè lo lasciarono dire.
-
-— Infine, — proseguiva, — che cos’è l’amore? Un inganno scambievole. Ci
-si avvede poi che uno ci ha messo troppo del suo, e l’altro, o l’altra,
-ci ha messo troppo poco. Ora, signore mie, il troppo, è come il troppo
-poco; almeno, per ciò che risguarda gli effetti. Il troppo è un errore.
-Dio vi salvi dagli uomini che amano troppo, perchè essi seguono un
-falso indirizzo della loro fantasia, come chi sogna ad occhi aperti.
-E quando finalmente essi vengono a pensarci su.... Perchè, io reputo
-necessario avvertirlo, gli uomini lo hanno sempre, il momento in cui
-tornano a ragionare; e quando essi vengono a pensarci su, si avvedono
-di non essere nel vero. A certe altezze non si può stare; vi colgono le
-vertigini e si casca giù. Ma perchè l’altezza non è qui che un sogno,
-la cascata non è altro che un risveglio improvviso. Ed è un brutto
-risveglio, signori miei, quando si riconosce d’aver voluto incarnare
-il proprio sogno in una persona viva, la quale, poverina, non poteva
-sopportare, con le sue spalle delicate e bianche, un peso così grave.
-
-— Dio! Come cascate anche voi, signor De Rossi! — notò una delle
-sue ascoltatrici. — Avevate cominciato con un poema e finite con una
-satira.
-
-— Signora mia, la farsa non viene, di solito, dopo la tragedia? Io
-seguo l’uso. La vita è una varietà. E se permettete, poichè la parola
-vi sembra amara, passerò alle note musicali, che non dicono nulla, o
-soltanto ciò che si vuole. —
-
-Il pianoforte era vicino, e, con quella volubilità nervosa che avete
-già notata nel suo discorso, Aldo De Rossi andò a sedersi davanti
-alla tastiera. Non era un Liszt, nè un Rubinstein, credo necessario di
-avverticene; ma suonava abbastanza bene, per non lacerare a dirittura
-gli orecchi e per rendersi utile alla società, attaccando per uso
-altrui il _valtzer_ o la quadriglia che egli non voleva ballare.
-
-Per quella volta, non essendo il caso di far ballare nessuno, Aldo De
-Rossi attaccò un motivo del _Rigoletto_, e proprio quello che mette le
-donne a raffronto con le piume.
-
-La signora Elena capì (che cosa non capiscono le donne?) che spirava un
-vento di scirocco, e che il De Rossi aveva perduta la tramontana. Ebbe
-compassione di lui, e, appena le venne fatto di trovare un pretesto, si
-mosse dal suo posto per andare verso il pianoforte.
-
-— Orbene, — diss’ella, passando accanto al De Rossi, — voi non siete
-contento, signor Aldo?
-
-— Dite pure che sono triste; — rispose il De Rossi, continuando a
-suonare.
-
-— Vi va sempre male?
-
-— Malissimo.
-
-— Vi ho promesso di aiutarvi; — ripigliò la signora. Ditemi il
-nome. —
-
-Aldo guardò la signora Elena e stette zitto.
-
-— Ho cercato di scoprir terreno, — proseguì ella, con grande sincerità,
-— e non ci sono riescita. Non avete fiducia in me, signor Aldo?
-
-— Ne ho molta; — rispose il giovine; — ma chiedere il soccorso di una
-donna....
-
-— Non si tratta di chiedere; — interruppe ella, — si tratta di
-accettare.
-
-— Orbene, anche l’accettare non va.
-
-— Perchè? Una donna può saperne, in queste cose, più di voi. Chi sa poi
-che non v’inganniate, disperandovi così!
-
-— Non mi dispero, signora. So già quel che mi tocca.
-
-— Ma infine, questo nome, non è possibile saperlo?
-
-— Ve lo dirò.... più tardi. Perdonate!
-
-— Sarà troppo tardi, allora; — replicò la signora Vezzosi.
-
-Aldo De Rossi non rispose più nulla, e affogò un sospiro, che gli
-esciva dal petto, in un diluvio di note.
-
-Egli, come vi sarà facile intendere, si vergognava di dover mettere la
-sua causa nelle mani di una donna. E di qual donna, poi! Per l’appunto
-di quella che gli aveva lasciato capire tante cose, e a cui aveva
-detto con brutale schiettezza: ne amo un’altra. Aggiungete che Aldo De
-Rossi sentiva come un rimorso di quella sincerità, che non era neppur
-necessaria, poichè egli avrebbe potuto benissimo cavarsi d’impiccio
-con uno scherzo, fingendo, alla disperata, di essere canzonato dalla
-signora Vezzosi. E come mai aveva potuto osar tanto, a rischio di
-offendere il suo amor proprio? Ma già, egli era un ragazzo così fatto;
-quando sentiva di amare una donna, non poteva simulare tenerezza
-per un’altra, e gli mancava la prontezza di spirito per girare le
-difficoltà di un dialogo condotto agli estremi del sì o del no.
-
-La signora Elena non istette a domandargli più altro e si allontanò dal
-pianoforte con aria abbastanza sostenuta. Aldo pensò di averla offesa,
-e perdette il filo della suonata. Perciò, dopo aver annaspato per due
-o tre minuti sulla tastiera, si tolse di là e andò a sedersi presso
-le dame. Ci erano sulla tavola parecchi giornali illustrati; ne prese
-uno e cominciò a meditare su d’una scena più o meno autentica della
-spedizione inglese nell’Afganistan.
-
-La conversazione si reggeva in quel mentre per merito degli Alcibiadi,
-che in caso simile facevano uffizio di Telamoni. Lo sapete pure, si
-chiamano Telamoni quelle atletiche figure di marmo che reggono le
-travature e i cornicioni delle fabbriche. Se avessi detto Cariatidi,
-mi sarei fatto capire anche meglio, perchè infatti, in società, certi
-personaggi noiosi si chiamano per l’appunto Cariatidi. Ma le Cariatidi
-son femmine, e i Telamoni son maschi. Diciamo dunque Telamoni, tanto
-più che io sto per presentarvi il signor Silvestro Caramelli, Telamone
-di primissima forza, entrato allora nel salotto della signora Vezzosi.
-
-Il signor Silvestro Caramelli non va descritto con troppe parole. Vi
-basti sapere che era vecchio, così vecchio da far venire la voglia
-di domandargli notizie del patriarca Matusalemme. Per altro, sempre
-diritto come un fuso, con tanto di solini insaldati, all’inglese;
-sempre in cravatta bianca ed abito nero, e sempre a balli, a teatri, in
-conversazioni e dovunque si radunasse la miglior compagnia. Aggiungo
-che non istava mai fermo in un luogo. Aveva fatto il farfallone in
-gioventù e seguitava a farlo in vecchiaia; ma non più per corteggiare
-le dame, e sfrombolare a tutte il medesimo complimento, studiato di
-prima sera; sibbene per raccontare in casa Ipsilonne il fatterello
-udito poc’anzi in casa Zeta, e far girare in tal guisa prontamente,
-per tutte le conversazioni della città, una notizia, che, senza di lui,
-avrebbe stentato tre giorni, fors’anco una settimana, a penetrare nel
-gran regno delle chiacchiere. Potete immaginare come una simile qualità
-lo rendesse prezioso. Era il gazzettino dei salotti, e dove non lo si
-vedeva ancora, lo si aspettava con una certa ansietà.
-
-— Bravo Caramelli, avete fatto bene a venirmi a vedere; — disse la
-signora Elena, stendendogli la mano. — Un po’ tardi, per altro!
-
-— È vero, ma ho già fatto due visite, stasera; — rispose il Telamone. —
-Sono stato dalla Vernetti, che ha la cognata a letto, con la sua solita
-emicrania. Poi dal presidente Roberti che si dispone a partire per le
-acque, insieme con la nipote. Oh, buona sera, De Rossi; — soggiunse,
-vedendo Aldo seduto lì presso. — Quantunque non sarebbe guari
-necessario, poichè ci siamo lasciati poc’anzi.
-
-La signora Vezzosi diede una sbirciata al De Rossi, che si era turbato
-e involontariamente alzava gli occhi verso di lei.
-
-— Ma sapete, — diss’ella, volendo averne lo intiero, — che siete due
-amici preziosi! Eravate ambedue dalla bellissima Camilla e siete venuti
-a finire la serata da me! Ciò merita una lode particolare.
-
-— Signora, — rispose il Caramelli, facendo la ruota; — per nessuna cosa
-al mondo avrei voluto mancare al vostro tè, che è come dire alla dolce
-abitudine di farvi la mia corte.
-
-— Grazie! Il complimento è gentile come il vostro pensiero; — disse la
-signora Vezzosi. — Vedete il vostro compagno di viaggio. Egli ha avuto
-come voi il pensiero gentile, ma non mi ha detto il complimento. —
-
-Aldo De Rossi, tirato in ballo a quel modo, alzò la testa e balbettò
-alcune parole che non mette conto ripetere.
-
-Di grazia, lettori miei, che cosa avrebbe potuto egli rispondere? Che
-cosa avreste risposto voi, nel suo-caso? Forse a un dipresso così: —
-Signora Elena, io non potevo schiccherarvi un complimento, sul fare di
-quello del signor Caramelli, perchè dianzi, quando son capitato nel
-vostro salotto, voi non mi avete dato occasione di raccontarvi dove
-fossi stato e donde venissi. Al signor Caramelli è venuta la palla al
-balzo, perciò egli ha potuto dirvi da che casa tornava, ed aggiungere
-(che Dio glielo perdoni) d’avermi trovato in casa del presidente
-Roberti. Voi gli avete detto allora.... quel che gli avete detto, ed
-egli ha potuto rispondervi quello che v’ha risposto, non una parola di
-più, non una di meno. —
-
-Ma vedete un po’ che lungo discorso sarebbe riescito per una cosa da
-nulla. Credete a me, lettori umanissimi; era meglio rispondere poche
-parole senza sugo, come fece per l’appunto il signor Aldo De Rossi.
-
-Le balbettò, come vi ho detto. Ma non balbettò, rispondendo per lui, il
-signor Silvestro Caramelli che era in vena di cortesie.
-
-— Il signor De Rossi ha fatto meglio; — osservò il Telamone. — Mi ha
-preceduto da voi. Benedetta gioventù! Ma io, pur troppo, non ho le sue
-gambe. A cinquantott’anni non si fanno più miracoli.
-
-— Già cinquantotto? — esclamò, con la più candida delle ipocrisie, la
-signora Vezzosi. — Per caso, signor Caramelli, non ve ne aggiungete
-qualcheduno?
-
-— A qual pro? — disse modestamente il Telamone. — Quando si hanno, si
-hanno, e non c’è verso di mandarli via. —
-
-Aldo De Rossi aveva ripreso lo studio del suo giornale illustrato. Ma,
-nel voltare la pagina, gli avvenne di alzare la testa, e i suoi occhi
-si scontrarono in quelli della signora Vezzosi, che avevano l’aria di
-dirgli:
-
-— Li vedete, signorino, i vostri gelosi segreti, come vanno a finire?
-Custoditeli ancora, se vi riesce! —
-
-Aldo, in quel punto, maledisse il signor Silvestro Caramelli fino alla
-decimaquinta generazione. Siamo giusti, il signor Silvestro se l’era
-meritata, perchè aveva commesso una indiscrezione. Statuisce il codice
-della buona società (un libro, tra parentesi, di cui manca tuttavia
-un’edizione completa) che non è bene raccontare in conversazione
-d’avere veduto Tizio, o Cajo, nel tal luogo, perchè potrebbe darsi
-il caso che Tizio e Cajo dicessero a lor volta di essere stati nel
-tal altro, o di non essere stati in nessuno, e sarebbero colti in
-flagranti di contraddizione. E poi in questa società, tutta segreti
-d’Arlecchino, non si sa mai dove uno mette i piedi e le mani. Qua si
-pesta, senza volerlo, una coda; là si ferisce, senza saperlo, un povero
-cuore geloso. Eppure, a farlo apposta, queste indiscrezioni occorrono
-frequenti, anche quando non c’entri l’animo deliberato di commetterle.
-Si ha sempre bisogno di un soggetto di chiacchiera. Le discussioni
-di politica, di economia, di amministrazione, riescono uggiose alle
-dame, ed io in verità non saprei condannarle. Non si ha sempre la dote
-dei teatri sotto la mano, nè un ballo, nè un’opera nuova da levare
-al cielo, o da cacciare all’inferno. I discorsi galanti dispiacciono
-ai mariti; e poi, che serve? ora è tornata di moda una certa rigidità
-puntigliosa, che rimanda questi discorsi a migliore occasione. Di che
-cosa si ha dunque a parlare, Dio buono? — Ho visto il tale; ero col
-tale; andando insieme abbiamo veduta la tale, che entrava nella via
-tale, accompagnata dal tale. — E in tale maniera s’imbastisce un cencio
-di conversazione, senza badare al pericolo di dare, con tale minutezza
-di particolari, un colpo mortale a qualcuno.
-
-Aldo De Rossi, vedendosi scoperto per quel capriccio del caso, era
-rimasto un po’ sconcertato. Ma infine, non aveva rimorsi, perchè non
-aveva ingannato nessuno.
-
-Si chiacchierò, senza il suo aiuto, di cento cose diverse. Poi giunsero
-i pezzi grossi della sala da giuoco, e la signora Elena si alzò dal
-suo trono, per prendersi cura del tè; cura gelosa, che è riservata alle
-padrone di casa. Versato dalle mani di una bella signora, il tè diventa
-migliore. Almeno, così dicono tutti coloro che lo trovano buono. Io,
-che non l’ho per tale, mi restringo ad ammettere che diventa più bello.
-
-— E così, commendatore, — diceva intanto il signor Silvestro Caramelli
-al padrone di casa, — voi andrete quest’anno a Courmayeur?
-
-— Ma, veramente la tentazione c’è; — rispose il signor Gerardo. — Per
-altro, voi sapete che un marito per bene non deve aver volontà.
-
-— Sentite com’è galante, Donna Elena? — disse allora il Telamone,
-volgendosi alla signora Vezzosi.
-
-— Gerardo lo è sempre, — rispose la signora continuando ad amministrare
-il suo néttare; — ma questa volta egli ascolta anche i consigli della
-prudenza.
-
-— Ah sì! — disse il Vezzosi, ridendo. — Minerva che ha indossati i
-panni del mio amico Anselmi! Figuratevi, egli ha detto a mia moglie
-e ripetuto a me che la strada è disastrosa. Se avesse detto lunga,
-pazienza; ma disastrosa, poi!
-
-— Oh, per me, — replicò la signora, — lunga e disastrosa è tutt’uno.
-Gerardo, io mi ribello al codice, e non vi seguo.
-
-— Il codice ha proprio che la moglie debba seguire il marito? — notò il
-Vezzosi, continuando a fare l’amabile, come soleva, quando era in mezzo
-alla gente. — E non ha invece che il marito debba seguir la moglie?
-Sentiamo dove vorreste andar voi, Elena.
-
-— Io? — esclamò la signora. — Non ho preferenze. Ma siccome credo che
-più di Courmayeur vi gioverebbe Recoaro, o Montecatini....
-
-— Luoghi non tanto lontani! — soggiunse il signor Vezzosi, con un fil
-d’ironia.
-
-— Eh, anche questa ragione ha il suo pregio; — replicò la signora.
-
-— Quest’anno ci vuol essere gran gente, a Montecatini; — entrò a dire
-il Caramelli. — Ho letto ieri sul giornale che ci vanno due ministri;
-nientemeno!
-
-— Quali? — domandò il commendatore Vezzosi.
-
-— Il ministro dei lavori pubblici e quello degli esteri. La politica
-italiana si farà tutta al Tettuccio.
-
-— E alla locanda della Pace; — aggiunse Alcibiade primo. — Come vedono,
-questo è un buon segno.
-
-— Certamente; — disse il signor Vezzosi, sorridendo all’arguzia del
-Sestavalle. — E voi credete che a Montecatini non si morrà dal caldo?
-
-— Esagerazioni di certi malinconici, che non sanno vivere in nessun
-luogo; — rispose l’Alcibiade. — Io ci sono stato ancora l’anno scorso,
-e fo conto di ritornarci.
-
-— Vedete? — osservò la signora Elena, giubilando in cuor suo per tutti
-quei soccorsi inattesi. — Ecco una buona occasione per farvi risolvere.
-
-— Ditela pure preziosa; — rispose il commendatore, che pensava molto ai
-ministri, e poco al Sestavalle.
-
-— Inoltre, — soggiunse il Telamone Caramelli, — avrete il presidente
-gran croce. Egli parte lunedì, con la sua bella nipote.
-
-— Questa sarà una fortuna per me; — disse la signora Elena, volgendo
-una rapida occhiata al De Rossi, il quale reputò conveniente di fare
-l’astratto. — A voi, Gerardo, che amate tanto ragionar di politica,
-lasceremo già uomini gravi, i presidenti, i ministri.
-
-— Ah sì, due vecchi amici, i ministri; — rispose il commendatore
-Gerardo; — li rivedrò volontieri.
-
-— Siete dunque deciso? — domandò l’Alcibiade primo.
-
-— Ma sì, caro Sestavalle; — replicò il signor Gerardo; — io son uomo di
-pronte risoluzioni. E poi (voi non lo crederete, perchè non si usa...
-o almeno non è costume di confessarlo in società) io amo mia moglie.
-La via disastrosa di Courmayeur le mette i brividi; non si parli più
-dunque di Courmayeur. —
-
-La signora Elena ebbe l’aria di commuoversi a quella gentilezza, e
-volle portare ella stessa a suo marito una chicchera di _tè_.
-
-— Neppur questo si usa; — diss’ella, ridendo, mentre gli porgeva la
-tazza; — ma ad una cortesia deve rispondere un’altra. —
-
-L’atto e la frase ottennero il plauso di tutti gli astanti. In cuor
-loro, certamente, parecchi avevano detto: frascherie, sciocchezze,
-ridicolaggini! Ma quante cose non si pensano, in società, mentre si
-dice tutto l’opposto!
-
-— Vediamo, dunque; — disse il signor Gerardo. — Sestavalle sarà dei
-nostri. Chi altri di voi verrà a curare il mal di fegato?
-
-— Son capace io di venirci; — rispose una tra le dame, la signora
-Sofonisba Torcelli. — Mi dicono che a Montecatini ci si diverte.
-
-— Benissimo; — ripigliò il signor Gerardo; — ed anche questa è una cura
-eccellente per il fegato.
-
-— Come sei buona! — esclamò la signora Vezzosi, accarezzando la mano
-della signora Sofonisba. — Noi faremo dunque una vera colonia? E voi,
-signor De Rossi, non sarete dei nostri?
-
-— Veramente.... volevo andare a Venezia; — balbettò il giovinotto. — Ma
-non sarà mai che io dica di no, ad una occasione come questa.
-
-— Ottimamente; qua la mano. De Rossi! — gridò il commendatore Vezzosi.
-
-E strinse la mano al De Rossi, come se il giovinetto avesse fatto al
-genio dell’amicizia il sacrifizio più grande.
-
-Quella sera la signora Elena trovò ancora il destro di scambiare due
-parole con Aldo De Rossi.
-
-— Orbene, signor Aldo, — gli disse, — sono io un’amica sincera?
-
-— Perchè mi dite questo? — chiese egli, turbato.
-
-— Come? Vorreste ancora dissimulare con me?
-
-— No, signora; — rispose il giovane, notando negli occhi di lei un
-indizio di collera. — Ma tanta vostra bontà....
-
-— Non tanta bontà; — ribattè la signora Elena; — ma piuttosto un
-pochino di curiosità. Mi avete detto una certa cosa, l’altro giorno! Ve
-ne ricordate?
-
-— Signora, ne ho dette tante, l’una più sciocca dell’altra!
-
-— Se lo saranno, credete pure che io vi dirò liberamente anche questo,
-senza bisogno di averne la confessione da voi. Avete detto, tra
-l’altre, che una certa signora somiglia ad una statua.... la quale non
-è stata mai fatta, perchè a Fidia è mancato l’ardimento.
-
-— Non ho detto precisamente questo.
-
-— Lo avete detto a un dipresso, e non ci vedo gran differenza. Poi,
-quel buttarmi la Venere di Milo in seconda linea! Son curiosa di
-studiare un po’ da vicino quell’altra, per vedere se la Venere di Milo
-meritava un così severo giudizio.
-
-— Venere di Milo! — esclamò il commendatore Vezzosi, che si avvicinava
-in quel mentre, per andare a riporre la chicchera sulla tavola da tè. —
-Siete nelle belle arti, a quanto pare?
-
-— Sì; — rispose la signora Elena, senza scomporsi punto. — Il signor
-Aldo non trova bella la Venere di Milo, che abbiamo tanto ammirata al
-Louvre, ti rammenti? Almeno volesse dirmi qual altra preferisce!
-
-— Sicuro, — disse il commendatore, approvando, — bisogna avere il
-coraggio di manifestare un’opinione. Preferite la Capitolina, o quella
-dei Medici? —
-
-Aldo De Rossi era sulle spine.
-
-— E voi, commendatore, quale preferite?
-
-— Io? In arte, come in tante altre cose, sono sempre del parere di mia
-moglie. A lei piace la Venere di Milo? Evviva la Venere di Milo. —
-
-Aldo De Rossi fece un inchino, che poteva parere un atto di
-approvazione, ed anche una scappatoia.
-
-— Ma, Gerardo, — diceva intanto la signora Elena, — stasera siete d’una
-galanteria!...
-
-— Elena mia, non lo ripetete, ve ne prego; — rispose il commendatore
-Vezzosi. — I nostri amici potrebbero argomentare dalla vostra
-meraviglia che io faccia una cosa insolita, quest’oggi. —
-
-Aldo reputò conveniente di scostarsi alcuni passi, col pretesto di
-osservare un piccolo stipo di antica fattura, che faceva bella mostra
-di sè sopra una mensola addossata alla parete. Non lo vedeva già per
-la prima volta; ma non voleva neanche restare come un terzo incomodo in
-quella scena di tenerezze coniugali.
-
-Il signor Gerardo aveva dato a bella posta quel giro al discorso per
-allontanare un tratto il suo giovane amico? Il dialoghetto ch’egli
-ebbe con la sua dolce metà mi darebbe quasi argomento di sospettarlo,
-se il commendatore Vezzosi non fosse stato superiore ad ogni sospetto
-di questa natura. Diciamo dunque che non ci pensò affatto, ma che gli
-cascò l’olio... No, l’immagine è brutta. Gli cascò il cacio... Peggio
-che mai. Infine, lasciamola lì, e il lettore discreto metta lui quel
-che gli torna meglio.
-
-— Vi ringrazio, sapete; — proseguiva il futuro senatore, abbassando la
-voce d’un tono.
-
-— Ringraziarmi! E di che? — disse la signora Vezzosi.
-
-— Di aver tirata in ballo stasera la questione delle acque. Avevo
-promesso agli amici di andare a Courmayeur, perchè, a dirvela in
-confidenza, credevo che ci andasse il ministro degli esteri. Lo avevano
-annunziato i giornali, quindici giorni fa. Soltanto ieri ho saputo che
-andrà invece a Montecatini, e, come potete immaginarvi, ero già pentito
-d’aver preso l’impegno.
-
-— Che? — fece la signora Elena. — Non lo avete saputo dianzi dal signor
-Silvestro?
-
-— No, lo avevo letto iersera sui giornali; ma ho fatto mostra di non
-saperne nulla.
-
-— Andate lì, Gerardo, che siete un gran diplomatico! — esclamò la
-signora Elena, ridendo.
-
-— Eh! Che vi pare? — diss’egli pettoruto. — Voi, senza saperlo, siete
-venuta a levarmi d’impiccio. Lo hanno sentito tutti, che il disegno di
-andare a Montecatini non è venuto da me. E gli amici, che m’aspettavano
-per andare a Courmayeur, non sapranno solamente da me che faccio,
-abbandonandoli, un sacrifizio ad Imene.
-
-— Benissimo; ed io passerò per una capricciosa.
-
-— Via, vi rincresce tanto? Non lo siete un po’ tutte? E non avete il
-diritto di esserlo? — aggiunse graziosamente il commendatore Vezzosi.
-
-— Politica! — disse in cuor suo la signora Elena. — Come tu trasformi
-il carattere degli uomini! —
-
-L’ossequio coniugale non permise alla signora Vezzosi di dire:
-ambizione, che forse era il vocabolo più acconcio.
-
-— Vedete dunque — ripigliò il commendatore, — che ho ragione di essere
-contento. Non vi pare che sia andato bene, il mio cambiamento di
-fronte?
-
-— Non poteva andar meglio; — rispose la signora Vezzosi.
-
-E mentalmente soggiunse:
-
-— Nè per voi, nè per me. —
-
-
-
-
-VI.
-
-
-Camilla Rivanera, che i miei lettori non hanno ancora veduta, nè
-di prospetto, nè di profilo, ma soltanto udita nominare e criticare
-leggermente in casa Vezzosi, era tutt’altro che l’innesto d’una bella
-testa su d’un corpo niente più lungo d’un raperonzolo. E nemmeno si
-poteva dire meritevole appena appena d’un elogio del Guadagnoli, che
-dopo tutto non sarebbe da disprezzare; anzi io porto opinione che
-avrebbe meritato un canto dell’Ariosto.
-
-Perchè dell’Ariosto? Perchè il mio messer Ludovico è dei classici
-nostri quello che ha dipinte con maggiore evidenza le donne. Dante
-le accenna; il Petrarca le volatilizza; il Tasso le rinfronzolisce;
-solo l’Ariosto le descrive, le raffigura, le rende. Vedete ad esempio
-madonna Alessandra, nel piccolo canzoniere che le ha consacrato il
-poeta; vedete Alcina, Ginevra, Olimpia, Fiordispina, nelle stanze così
-vere del suo fantastico poema. Quanto a Bradamante l’ho lasciata in
-disparte, perchè ella non ci si vede una volta sola, ma due; una in
-sè e l’altra in suo fratello Ruggero, che le somigliava tanto, da far
-cascare una bella principessa nel più grave degli errori.
-
-Con questi principii che ho messi innanzi quasi a indugiarmi la
-trattazione dell’argomento difficile, m’avvedo di essermi aguzzato il
-palo sulle ginocchia, perchè il còmpito m’è diventato più malagevole
-a gran pezza. Dio sa che cosa v’aspettate oramai! Ed io, povero
-imbrattacarte, ardirò metter mano ai pennelli, dopo una invocazione
-così pericolosa? Alla fin fine, e perchè no? Ognuno fa quel poco che
-sa, e i lettori, pigliando ad imprestito da Domineddio il più bello de’
-suoi attributi, usano misericordia alle buone intenzioni.
-
-Veduta così nel complesso, la signora Camilla era un tipo di perfetta
-eleganza. Le forme erano agili e flessuose come quelle d’una ninfa;
-la testa finamente modellata; la mano di bambina; il piede di fata;
-la vita snella, senza dare in quella sottigliezza, che fa temere ad
-ogni tratto di vederla spezzata ad un soffio di vento per via, o alla
-pressione d’un braccio virile nel vortice della danza. Per altro, la
-facevano apparire più snella i pieni contorni del seno e del fianco.
-Perchè non direi anche questo, se l’hanno detto tante volte i maestri?
-Gli antichi dipingevano la bellezza, senza tanti scrupoli e senza
-tante ipocrisie. E la pelle di grazia, come l’accarezzavano! Come ci
-si fermavano su! Quella della signora Camilla, io non la paragonerò
-ai ligustri e alle rose, di cui s’è fatto uno sciupìo maledetto; dirò,
-quantunque non sia neppur nuovo, che era d’un bianco latteo perlato, a
-cui davano risalto le sopracciglia nere e sottili, le ciglia lunghe e
-morbide, gli occhi neri e lucenti come il bitume giudaico. Insomma, era
-una bellezza strana, quantunque non escisse dal naturale. Piuttosto,
-parevano escire dal naturale i capelli. Ne aveva una selva fitta fitta,
-ed erano così lunghi, che avrebbe potuto, lasciandone ricadere il
-volume, coprirsene fino oltre il ginocchio. Di questo si dubitava un
-pochino, perchè non si era veduto; ma non si dubitava che fossero suoi,
-cioè nati e saldamente piantati sulla sua testa, poichè ella usava
-portarli acconciati con molta semplicità, e le sue caritatevoli amiche
-potevano vedere che non c’erano inganni. Quei capegli, inoltre, avevano
-la lucentezza e il riflesso turchino delle penne del corvo; donde una
-tenue velatura d’azzurro a tutte le incavature (e stavo già per dire i
-sottosquadri) del bellissimo volto.
-
-E l’anima? Di questa mi chiederete, non bastandovi più l’antica
-sentenza che ad un bel viso risponda sempre un’anima eletta. Ma prima
-di entrare in questi segreti, vi parlerò dello stato civile della
-signora Camilla. Giovanissima ancora, e appena escita di collegio,
-aveva sposato un uomo maturo, un banchiere. Non vi aspettate qui il
-solito contrapposto e le analoghe riflessioni. Il banchiere non era più
-giovane, ma era tuttavia un bell’uomo, e molto simpatico, che spesso
-vale assai più. Camilla lo aveva amato, di quell’amore candido e magari
-un pochettino insipido, che non nasce da profondi contrasti, che non
-s’è scaldato ancora al sole delle passioni, e che ha, per dirvi tutto
-in una immagine sola, i difetti e le qualità delle frutta primaticce.
-Perciò, secondo l’opinione dei buongustai, bisognerebbe poter
-cominciare dal secondo; ma non così tardi, che già si fosse perduto
-il profumo e la delicatezza del primo. Queste sono sottigliezze di
-cervelli matti, che vanno alla caccia dello strano, dell’impossibile.
-Io mi contento di osservare che il primo amore di una donna non è che
-una pallida immagine, una timida promessa del secondo, e ahimè, qualche
-volta del terzo. La fanciulla vi concede il suo cuore con tutti i riti
-e con tutte le formalità, ma altresì con tutta la tranquillità d’un
-atto notarile. La leggiadra colomba non sa ancora nulla delle tempeste
-del mondo e i suoi voli son brevi. Ciò ch’ella sa, quando sa qualche
-cosa, è meno che nulla, poichè si tratta di una scienza imparaticcia,
-mentre la vera scienza, la scienza che resta e che forma lo spirito,
-è quella che s’impara per propria esperienza. Non a torto la famosa
-Accademia del Cimento volle nella sua impresa il motto: _Provando e
-riprovando_.
-
-Il banchiere non aveva fatto a sua moglie una lunga compagnia. Ricordo
-del suo passaggio e segno di gratitudine per due anni di unione,
-l’aveva lasciata tre volte più ricca di quando l’aveva sposata. La
-giovane vedova, che era orfana per giunta, si era ritirata in casa
-dello zio materno, il Roberti, presidente di Cassazione, che aveva
-colta l’occasione opportuna per chiedere il suo ritiro. Personaggio
-grave, il Roberti; _sanctissimus vir_, come lo avrebbe chiamato
-Cicerone, se fosse vissuto ai suoi tempi; commendatore di più ordini,
-gran croce dei due Santi che sapete, e credo anche della Corona
-d’Italia; infine, doveva avere tutti i ciondoli dell’oreficeria
-equestre italiana, salvo un certo collare, che, per ottenerlo, bisogna
-essere stati molto in su, e aver avuto occasione di fare una politica
-da cani. La cosa, trattandosi di un collare, s’intende alla prima, e il
-ragionamento non fa neanche una grinza.
-
-Con tanti onori, che avrebbero fatto girar la testa a più d’uno, il
-presidente Roberti era un modestissimo uomo. Aveva servito utilmente e
-con decoro il suo paese ed era escito di servizio con una fama illibata
-di gentiluomo e di galantuomo. Anch’egli aveva il suo difetto; ma chi
-non l’ha si faccia avanti. A dirvela schietta, pizzicava d’erudito,
-specie in materia d’antichità romana; effetto naturalissimo di lunghi
-ed amorosi studi sulle fonti del diritto. Il _Corpus Juris_ non
-aveva difficoltà, nè segreti per lui, e tutti lo consultavano come un
-oracolo, pendevano dalle sue labbra, come si dovette pendere un giorno
-da quelle d’Irnerio, o di Bartolo. Nella casa del presidente Roberti
-convenivano spesso magistrati d’ogni categoria ed avvocati vecchi e
-giovani. Questi ultimi abbondarono, quando ci entrò la nipote. Si sa,
-il fare un viaggio e due servizi è sempre stato il colmo dell’economia.
-
-Quella bella bambina (perchè là dentro, in mezzo a tanta gravità
-curiale, aveva proprio l’aspetto d’una bambina) faceva in casa del
-presidente Roberti l’effetto di un raggio di sole che si disegni in
-mezzo all’ombre fitte della boscaglia. Non è più uggioso quel fondo
-di valle, quando il raggio allegro sforacchia audacemente la frappa
-e viene a danzare sul verde tappeto che si distende sotto i gelosi
-ombrelli degli abeti e dei faggi. E non parve più tanto noiosamente
-erudita, nè tanto eruditamente noiosa, la società dei seguaci
-d’Ulpiano. Le massime del diritto, sciorinate davanti a quella bella
-creatura, assumevano aria di complimenti; gli articoli del Codice di
-procedura civile prendevano (Dio mi perdoni) apparenza di madrigali.
-Aveva torto marcio il contino Anselmi a dire che in casa del presidente
-Roberti c’era da morire di noia, e bisognerà credere che parlasse
-così, perchè la signora Camilla non aveva mostrato di gradire le sue
-distillazioni. Basta così poco (una frase spensierata, un momento
-di disattenzione, e che so io), per far andare in bestia un uomo di
-spirito.
-
-Ed era strano come ella si trovasse bene, come si adagiasse facilmente,
-in quella società di parrucconi. Non già che prendesse parte alle
-dispute, ai consulti, ai pareri. Dio buono, non ci sarebbe mancato
-altro. Quantunque, il dipingervi una bella legale sarebbe una
-fortissima tentazione per il vostro umilissimo servo; il quale non
-avrebbe che a frugare nei suoi ricordi, per farvela fuori, la donna
-elegante e galante, che aveva le Pandette e il Digesto sulla punta
-delle dita. No, la signora Camilla non sputava sentenze, nè commentava
-quelle dello zio, o degli altri insigni frequentatori di casa. Infine,
-non dava neanche pareri ai giovani avvocati, che (sia detto ad onor
-loro) li avrebbero ascoltati a bocca aperta. Ricordate il paragone
-di poc’anzi; era il raggio di sole tra le ombre del bosco; l’allegria
-che vive in mezzo all’uggia e la fa sparire, o dimenticare; una cara
-visione; una amabile frivolità, che non poteva disdire tra tanti
-aspetti severi di uomini e di cose.
-
-Eppoi, non istate a credere che ella si contentasse di brillare in
-casa, nella corte giudiziaria del presidente gran croce. La signora
-Camilla andava spesso a feste, conversazioni e teatri, e il presidente
-gran croce, che aveva una tenerezza paterna per la sua bella nipote,
-lasciava per quelle sere in disparte i codici, le Pandette, il Digesto,
-e tant’altre cose egualmente indigeste, per accompagnarla qua e là. Il
-degno uomo avrebbe fatto qualunque sacrifizio per vederla contenta. E
-tollerava, persino nel suo salotto, grave e severo come il tempio della
-Giustizia, tollerava, dico, una dozzina di zerbinotti, che ad uno ad
-uno si erano fatti presentare alla signora Rivanera.
-
-Di tanto in tanto il presidente Roberti esciva in un giudizio breve e
-riciso come una massima di diritto.
-
-— Quel signor Zeta mi sa di sciocco. —
-
-Oppure:
-
-— Quanti seccatori ha da sopportare una bella donna come te! Le brutte
-e le mediocri debbono essere più felici quel tanto! —
-
-Nè queste cose diceva con mal animo, o col desiderio di mettere i
-vagheggini alla porta. La signora Camilla gli manifestava qualche volta
-la noia che provava, di sentire tanti madrigali, e sempre gli stessi,
-ogni giorno. E allora la bella vedova aveva l’aria di andare molto più
-oltre del presidente gran croce. Ma egli, con la sua calma, con la sua
-serenità giuridica, la riconduceva due passi indietro.
-
-— Adagio, Camilla; — diceva lui. — Bisogna vivere nel mondo, e il mondo
-non è bello se non perchè è vario. Accetta gli uomini come sono. La
-cosa non deve riescir difficile ad una donna che li accetta per modo
-di dire, e può tenerli sempre ad una rispettosa distanza. Per quelli
-che volessero farsi più avanti, ci sono i carabinieri; — soggiungeva
-egli celiando; — e c’è ancora, la Dio grazia, un presidente di
-Cassazione. —
-
-La signora Camilla era costretta a riconoscere che suo zio aveva
-ragione, e sopportava i noiosi. In fondo in fondo ella procedeva a
-sbalzi, nelle sue antipatie. E la cosa si capiva facilmente; anche
-senza mettere in conto per la signora Camilla una certa festività di
-umore. Chiedete a cento donne se rinunzierebbero di buon grado alla
-corte di undici cavalieri, quando già ne amassero un dodicesimo. Due
-(proporzione forse esagerata; ma bisogna anche essere condiscendenti,
-col sesso gentile) due vi risponderanno di sì. Le altre novantotto
-vi risponderanno di no, anche concedendovi che tra quei dieci non
-ce n’è uno il quale franchi la spesa di starlo a sentire. La donna
-è cosiffatta: l’abbiamo avvezza a non considerarsi che per la sua
-bellezza, ed è giusto che ella sia venuta ad amare queste parlanti
-e palpitanti testimonianze del suo potere, anche quando palpitano
-con troppa facilità per molte, od esprimono troppo volgarmente
-la loro passione. A questo proposito, rammenterò ciò che diceva a
-me, giovinetto, una vecchia dama: — Nessun omaggio d’amore, quando
-sia caldo, è volgare. — La cosa mi spiacque allora, e soltanto la
-perdonai alla dama, pensando che la poverina era stata giovane ai
-tempi del primo Impero, quando non si usavano mica tante distinzioni
-psicologiche. Ma, andando avanti negli anni, riconobbi che la vecchia
-maestra poteva aver ragione, non solamente per il primo Impero, ma
-anche in tutti i tempi dell’Era nostra. La quale, non senza un grande
-perchè, si chiama Volgare.
-
-Ho detto che la signora Camilla procedeva a sbalzi nelle sue antipatie,
-e, per conseguenza, nelle sue simpatie. Aggiungerò che, per la stessa
-ragione, per lo stesso amore dei contrasti, le piaceva moltissimo
-quella sua vita, libera ad un tempo e rinchiusa. Era come una bella
-prigioniera e per cui, nella stessa corte del castello, si facevano
-tornei di galanteria, serenate e gualdane. Era sotto custodia, ma i
-vagheggini le ronzavano intorno liberamente, come le solite api intorno
-al solito fiore. L’austerità della casa era la sua salvaguardia; il
-presidente gran croce era un carceriere molto vigilante, ma anche
-abbastanza umano. Ella, in fondo, vedeva tutto, coglieva il meglio
-delle galanterie universali, si lasciava amare, adorare, venerare, e
-rideva.
-
-Come non ridere, per esempio, quando lo zio presidente le diceva:
-
-— Che cosa s’immagina di ottenere quel marchese Dello Stinco, con
-quella figura allampanata? Ingegno non ne ha; danari nemmeno. Il suo
-titolo mi pare, in verità, troppo poco. E Dio sa da quante s’è già
-fatto rifiutare, prima di volgersi a te! —
-
-Ne cito uno, ma potrei riferirvene cento, di questi giudizi che
-andavano brevi e diritti alla meta, esercitando una certa, sebbene
-inavvertita influenza sull’animo della sua bella nipote.
-
-Che cosa aveva detto il presidente Roberti, del signor Aldo De Rossi?
-Lo sapremo a suo tempo.
-
-Aldo aveva conosciuta la Rivanera ad una festa da ballo. Era serio, il
-signor Aldo, fin troppo serio per la sua età. Ciò l’aveva colpita, e
-per un po’ di tempo l’aveva distratta dai suoi eterni vagheggini. Nel
-corso d’una notte, il De Rossi aveva ballato due volte con lei, salvo
-errore; che potrebbero essere state anche tre. Ma, oltre la compagnia
-naturale del ballo, che fa, dicono, di due vite una sola, il signor
-Aldo era rimasto a parlare con lei, più a lungo che non avesse fatto
-con le altre dame di sua conoscenza. Il giorno dopo aveva portati due
-biglietti di visita a casa Roberti; e il presidente gran croce aveva
-corrisposto a quella tacita domanda col suo delle grandi occasioni.
-Ne era seguita una prima visita del De Rossi in casa Roberti; poi,
-a giuste distanze, una seconda e una terza. Inoltre, il signor Aldo
-aveva modo di vedere la signora Camilla in questo o in quel ritrovo
-della città; di guisa che, o in casa di lei, o d’altri, o per via,
-o a teatro, la vedeva spessissimo. Ma era noto che egli ne vedeva
-tante altre in quello stesso modo, e la signora Camilla aveva tutto il
-diritto di non dar molto peso a quella frequenza d’incontri.
-
-Ma un giorno, o una sera, che non ricordo bene, egli ebbe l’ardimento
-di dirle:
-
-— Siete bella! —
-
-Come glielo disse? A proposito d’una veste che le andava a pennello,
-o d’una acconciatura nuova? D’un quadro di Raffaello Sanzio, o
-d’una fotografia dello Schemboche? D’un romanzo di Walter Scott, o
-d’un articolo di giornale? Io non lo so. L’uomo che vuol dire una
-cosa, trova sempre l’appiglio, e quando l’ha detta non rammenta più
-donde abbia prese le mosse. Immaginate un filosofo innamorato, il
-quale facesse questo sillogismo ad una donna: «L’uomo è un animale
-ragionevole. Ma il quadrato dell’ipotenusa è eguale alla somma dei
-quadrati dei due cateti. Dunque, signora, voi siete un occhio di sole.»
-A voi quel filosofo parrebbe un matto. Ma alla signora parrebbe che
-conseguenza più logica non fosse tratta mai, dacchè c’è logica al
-mondo.
-
-La signora Camilla sorrise, alla scappata di Aldo De Rossi.
-Evidentemente, da un pezzo lo aspettava lì. Quella frase trema a lungo
-sulle labbra di un uomo innamorato, prima di trasformarsi in suono,
-come la stilla di rugiada trema sul lembo d’una foglia prima di cadere
-a terra.
-
-Sorrise, adunque, la bella, sentendosi salutare con quel vecchio
-epiteto; indi, con aria di stupore, gli rispose brevemente:
-
-— Davvero? —
-
-Aldo De Rossi sentì il veleno dell’interrogazione e replicò:
-
-— Signora, io so bene che non dico nulla di nuovo. Ma che ne posso io,
-se tanti parlano la mia stessa lingua? Vorrete voi levare il pregio al
-pane, perchè vivete nell’abbondanza?
-
-— No, certamente, — rispose la signora Camilla; — abbondanza non nuoce.
-Ma non posso tacervi la mia maraviglia, in udir sempre e da tutti la
-medesima storia. Bisogna dire che voi altri, signori uomini, manchiate
-anzi che no d’invenzione. Di grazia, non potreste una volta tanto girar
-la frase altrimenti? —
-
-Aldo si morse le labbra e ricacciò in corpo una sciocchezza, che già
-stava per escirgli di bocca.
-
-— Signora, — diss’egli invece, — fate conto che io non v’abbia detto
-nulla.
-
-— Ah, così va bene; — rispose ella.
-
-Parve contenta, la signora; sopratutto parve non avvedersi dello sforzo
-che Aldo De Rossi faceva per vincere il proprio dispetto.
-
-Giunsero altri visitatori, Alcibiadi, Telamoni e Ganimedi; questi
-ultimi in maggior numero. Aldo era sulle spine; la signora Camilla
-rideva. Come rideva bene! Se aveste veduto, che denti! E il suono
-argentino della sua voce! Io rinunzio a descrivervi l’una cosa e
-l’altra, chè tanto non verrei a capo di nulla.
-
-Del resto, i fatti incalzano, e le descrizioni non fanno procedere il
-racconto. La signora Camilla si lasciò cadere il ventaglio e Tizio
-lo raccolse e n’ebbe in ricompensa il permesso di tenerlo per tutta
-la sera. Si parlò di parecchie signore, e Caio le disse audacemente
-che essa era la più bella di tutte; nè ella volse il complimento in
-burletta, come aveva fatto con Aldo De Rossi. Sempronio aveva una
-gardenia: la signora Camilla ammirò la gardenia; Sempronio ebbe la
-sfacciataggine di offrirgliela; essa la crudeltà di accettarla.
-
-Il signor Aldo non ci reggeva. Parlò poco, quella sera, e male. Si
-fece battere agli scacchi dal presidente gran croce, e battere in un
-modo così indegno, che il suo avversario dichiarò di non voler neanche
-vantarsi della vittoria. Insomma, il poveretto non ci vedeva più lume e
-avrebbe, vi so dir io, data l’anima al diavolo.
-
-Così presto? Ma sì, lettori garbati. In amore, un uomo non comincia
-mai; cioè, mi spiego, l’amore dell’uomo non ha un vero cominciamento,
-di cui si possa dire: ecco il principio. Quando ci s’accorge di amare
-una donna, è finita, si è innamorati dalla testa ai piedi. Ha principio
-un incendio? Quando incomincia a divampare, è già un incendio. Chi
-si avvede di esso, quando è ancora latente? Il valore della parola vi
-risponda per me.
-
-Un’altra volta, nel salotto del presidente gran croce, e nell’angolo
-dove si radunava la corte della signora Camilla, il discorso era
-cascato sui grandi poeti, e, come potete immaginarvi, sui loro famosi
-amori.
-
-— Amo il Petrarca; — disse la signora Camilla. — Egli amò senza
-speranza madonna Laura, fino a tanto che ella visse; la amò ancora
-e la cantò dopo morta. Chi ai giorni nostri si sentirebbe di fare
-altrettanto?
-
-— Eh! — notò Aldo De Rossi. — Non certo coloro che per una donna morta,
-o sperimentata crudele, fanno assai più d’una canzone, ma si tolgono
-disperatamente la vita.
-
-— Colpo di scena! — esclamò la signora Camilla, ridendo. — Ma neanche
-questo si usa più.
-
-— Lo credete, signora? Non sono del tempo nostro gli amori più ardenti
-del Werther e di Jacopo Ortis?
-
-— Due romanzi! — ribattè la signora Camilla. — E i loro autori....
-Non me ne parlate, per carità. Uno morì tranquillamente ottuagenario,
-dopo aver fatto soffrire, dicono, una mezza dozzina di donne. L’altro
-fu sventurato, ma non per le donne che anzi furono in parecchie a
-consolarlo; tanto che egli poteva scrivere a due o tre, con la medesima
-penna e col medesimo inchiostro. Credete a me, signor De Rossi. Noi,
-anche senza molta esperienza di mondo, leggiamo abbastanza chiaramente
-nei cuori....
-
-— Sfido io! — interruppe Aldo. — Li abbiamo sulle labbra.
-
-— Bene, e noi ci vediamo attraverso; — replicò la signora Camilla. —
-Ora, volete sapere che cosa ci vediamo di dedicato a noi? Un pochettino
-di vanità, che si dilegua, se è soddisfatta, che si cangia in dispetto,
-se è offesa. Fuoco di paglia; o fiammata improvvisa, e un pugno di
-cenere, se la paglia è asciutta; o fumo negli occhi e soffocamento in
-gola, se la paglia è umida. Non vi pare? E poi, — continuò la signora,
-senza dargli tempo a rispondere, — c’è questo di peggio: che tutte le
-belle cose che voi dite ad una donna, per intenerirla, le dite a tutte
-le altre, e col medesimo fine.
-
-— Oh, questo poi! Permettete....
-
-— È la verità; — ripigliò la signora Camilla. — Di grazia, che cosa
-ci andate a fare, voi altri, dalla tale o dalla tal altra, spesso da
-dieci o dodici tutte belle, tutte eleganti, tutte amabili? Non certo
-a tacere. E se parlate, come io credo, — soggiunse ella, ridendo
-maliziosamente, — che cosa direte voi a quelle gentili signore?
-Dei complimenti, che avranno aria di madrigali; dei madrigali, che
-somiglieranno molto a dichiarazioni. Non dite di no; questa è la forza
-delle cose.
-
-— No, no; ad onta della vostra sicurezza, qui potreste ingannarvi;
-— rispose Aldo De Rossi. — Io non credo di dire una cosa strana,
-affermando che si possa conversare con una dama, anche bellissima,
-parlando di cose da nulla, e facendo delle questioni accademiche; come
-adesso, per l’appunto. —
-
-La signora Camilla diede al suo contradittore un’occhiata
-compassionevole.
-
-— Per amor del cielo, non mi citate ad esempio la nostra conversazione.
-Se io fossi un’altra donna, e sapessi di questo dialogo, o d’un altro
-consimile, vi assicuro io, signor De Rossi gentilissimo, che non
-mi piacerebbe niente, ma niente affatto che si disputasse di certi
-argomenti, lontano da me. Del resto, — ripigliò la signora Camilla,
-tornando al principio del discorso, — il Petrarca non faceva così, e
-questo è l’essenziale. Egli ne amò una alla luce del sole, non vide,
-non cantò, non esaltò che quell’una. Invece, eccovi qui, o signori, o
-in abito di mattina, col fiore all’occhiello, o con l’abito nero, reso
-ridicolo da quell’indegno pioppino, che sostituite qualche volta al
-cappello _gibus_ dei vostri babbi; e in una foggia, o nell’altra sempre
-in visite, in conversazioni, e in balli e teatri, sempre intorno alle
-dame e pronti a ripetere la stessa musica con tutte.
-
-— Le apparenze ingannano, — disse Aldo De Rossi, — e vi danno buon
-giuoco contro di me. Ma pensate, vi prego, che non siamo più ai tempi
-del Petrarca, quando le belle usanze della cavalleria e delle corti
-d’amore permettevano di mettere in piazza una donna. Ci si costituiva
-suo cavaliere, si facevano per lei giostre e canzoni, senza che nessun
-geloso ci trovasse a ridire. Il Petrarca è ancora uno di quelli che
-hanno fatto meno, forse perchè già propendeva al canonicato, e il
-signor Ugo di Noves potè averne di catti. Ma adesso, signora mia,
-adesso siamo in tempi sospettosi e difficili, secondo gli altri,
-ma più riguardosi, secondo me e più delicati. L’amore si nasconde
-volontieri, un po’ perchè è naturalmente vergognoso, ma molto perchè
-ama il mistero, come la felicità sua sorella. Ora che c’è di meglio per
-nasconderlo, che il moltiplicare le apparenze? Andando a fare una corte
-generica a due dame, si nasconde la tenerezza che si ha per una terza.
-
-— E chi vi dice che una donna voglia essere nascosta così, come si
-nasconde un delitto? — gridò la signora Camilla. — Lo capisco anch’io;
-generalmente una donna non si lagna di questi riguardi eccessivi, e
-ve li ammette, perchè non le è dato di mutarvi il carattere. Anch’essa
-ha la sua dignità e non s’ostina a tentare le opere inutili. Accade lo
-stesso nella faccenda del fumare. Per avere in casa sua, a certe ore, i
-civilissimi visitatori, una dama moderna è costretta a lasciar passare
-le costumanze dei selvaggi. Ma ogni donna, signor mio, pensa dentro
-di sè che l’uomo il quale non sa rinunziare a queste brutte usanze da
-caffè, non merita che si rinunzi per lui alla pace dell’esistenza. E
-ogni donna sa inoltre che l’uomo il quale non ardisce compromettersi
-per lei, e comprometterla un poco, è un uomo che non l’ama davvero.
-
-— E l’ascoltate, allora, un uomo simile? — chiese Aldo De Rossi.
-
-— Lui, come tutti gli altri; — rispose la signora.
-
-— Sì, come tutti gli altri; — ripigliò il De Rossi, con una certa
-amarezza; — come tutti gli altri, la cui assiduità, rimeritata di
-piccoli favori, può far disperare un poveretto, il quale vi amerà anche
-senza sapervelo dire, come piacerebbe a voi ma vi amerà fortemente!
-
-— Che farci? Si disperi; — disse la signora Camilla, stringendosi nelle
-spalle.
-
-— Ma scusate; — incalzò Aldo De Rossi; — che vi fanno tanti vagheggini,
-che poi non stimate niente più di quell’uno?
-
-— Mi dicono bella; — replicò la signora Camilla, con un leggiadro
-movimento di testa; — e mi piace di sentirmelo a dire. Li tratto
-come i fiori; ne aspiro il profumo, e poi.... li lascio finire come
-possono. —
-
-Aldo De Rossi rimase male, a quella risposta della signora Camilla. Nè
-altro replicò per allora. Ma più tardi ebbe il torto di ritornarci su.
-
-— Signora, mi permettete di dirvi che io sono quel tale.... di cui
-parlavamo poc’anzi?
-
-— Quel tale! Chi?
-
-— L’uomo che.... vi ama. Sarò io proprio come un altro, per voi?
-
-— No; — rispose la signora Camilla. — Potreste essere di più; potreste
-esser meno.
-
-Aldo si morse le labbra, ma non si diede per vinto.
-
-— Come lo indovinerò io? — chiese egli, dopo un istante di pausa.
-
-— Che cosa volete indovinare? — gridò la signora Camilla, rizzando la
-testa e fissando i suoi begli occhi sdegnosi in volto al De Rossi. —
-Qual diritto ci avete, a sapere queste cose?
-
-— Nessuno, certamente; — rispose egli compunto; — ma infine, poichè
-l’una cosa o l’altra ho da essere, mi sembra, con vostra licenza, che
-si potrebbe anche lasciarmi intendere che sorte mi tocca.
-
-— Ecco l’uomo! — esclamò la signora. — Ecco l’uomo che fa capolino.
-Egli non ha tempo da perdere; vuole sapere alle prime se ha da restare,
-o da andarsene; vuol essere il prescelto e sentirselo a dire, per
-atteggiarsi immediatamente a padrone. Ora, sappiatelo, signor De Rossi,
-io non voglio padroni. —
-
-Camilla Rivanera parlava risoluto, se badiamo alla sostanza; ma,
-come avviene tra le persone a modo, il risolino, l’accento soave, la
-reticenza, la pausa, temperavano spesso la severità della frase.
-
-Meno garbato, perchè meno padrone di sè, era il signor Aldo De Rossi.
-
-— Sareste senza cuore! — diss’egli.
-
-— Mettete che sia così, se vi piace.
-
-— No, non mi piace. Anzi, stavo per aggiungere: che peccato! quando mi
-avete interrotto.
-
-— Allora, — ripigliò Camilla, scuotendo la testa, — immaginate pure che
-io n’abbia. —
-
-E la parola e il gesto accennavano chiaramente che la signora voleva
-farla finita. Ma il giovinotto non se ne diede per inteso, e continuò:
-
-— Ne avrete, dunque; ma non per me. Questo, volevate dire?
-
-— Oh Dio! — mormorò la signora, spazientita. — Per caso, signor De
-Rossi, apparterreste voi alla specie dei.... —
-
-E si arrestò, temendo di dir troppo. Ma era fatta; ed anche un ingegno
-più tardo di quello del signor Aldo De Rossi avrebbe inteso il pensiero
-di Camilla e compiuta la frase.
-
-— Oh, ditelo pure liberamente; — gridò egli, volendo averne l’intiero.
-— Dei noiosi?
-
-— Quasi; — fece ella, aggrottando le ciglia.
-
-— No signora, neanche così! — ripigliò Aldo De Rossi. — E permettete
-che io ve lo provi, facendovi riverenza. —
-
-In queste parole si era alzato dalla scranna e salutava con molto
-sussiego la signora Camilla.
-
-— Buona sera; — rispose la signora, senza porgere la destra, che Aldo
-non aveva mostrato di chiedere poichè non aveva stesa la sua.
-
-E così freddamente lo rimandò con Dio. Ma in verità, io non saprei
-dirvi se egli ci andasse, poichè aveva un diavolo per capello.
-
-Che grilli passavano per la testa alla signora Camilla? Le donne
-sono creature così diverse da noi, quantunque fatte della nostra
-medesima carne, che un uomo non può arrischiarsi a giudicarle da
-sè. Bisognerebbe studiarle, l’una per mezzo dell’altra, mettendole a
-confronto, facendole parlare, e via di questo passo. Ma neppure per
-tal via ci sarebbe da cavarne un costrutto. Una donna non somiglia ad
-un’altra. Ci avete mai badato, a questo fatto psicologico? Son tutte
-diverse; allegre e malinconiche, leggiere e gravi, matte e savie,
-gentili e contegnose, prudenti e sbadate, buonine e scontrose, si
-mostrano formate di tanti elementi, e così variamente combinati che
-somigliano tra loro come una partita a scacchi somiglia ad un’altra.
-Lo sapete pure; si comincia sempre ad un modo, cioè muovendo le stesse
-pedine; ma dopo le prime mosse, non è più la medesima cosa, e dura
-la bella varietà fino al penultimo colpo. L’ultimo, rammentatelo,
-riconduce le partite ad una certa uniformità, poichè si foggia per
-solito su d’un ristretto numero di combinazioni. E in amore e agli
-scacchi, la regina finisce sempre ad un modo: scacco matto al re.
-
-Ma la signora Camilla?... Voi non volete essere tenuti a bada con
-le chiacchiere e tornate a domandarmi che diamine avesse in capo la
-signora Camilla. Ecco, per quello che io ne so... (ma badate, so poco,
-e potrei anche aver preso abbaglio) per quello che io ne so, la signora
-Camilla non amava Aldo De Rossi. In fondo non amava nessuno. Li voleva
-tutti devoti, e poi non sapeva che farsene della loro devozione, e
-li accusava di essere sempre gli stessi piagnoni con tutte. Novità,
-volevano essere, prove straordinarie, atti di valore e di sacrifizio,
-come non se ne fanno più, e come non è più permesso di farne in questi
-tempi volgari. Ma perchè, poi? Per premiarli con un sorriso, con una
-stretta di mano, con una di quelle piccole grazie e cortesie di gran
-dama, che ella usava largire al primo venuto, o all’ultimo, senza che
-questi avesse compiuto nulla di grande per lei.
-
-Dunque, per farvela breve, la signora Camilla Rivanera non amava Aldo
-De Rossi, nè altri. Le adorazioni di tutti l’avevano avvezzata a non
-amare che sè stessa. L’uomo di valore che si fosse invaghito di lei
-poteva dirsi perduto, se una circostanza fortunata non venisse ad
-aiutarlo. Ma convenite che è doloroso aspettare la propria salute dal
-caso.
-
-Aldo De Rossi incominciava a non aspettare più nulla. Aveva commesso
-un altro errore gravissimo, incalzandola troppo con le sue furie
-impazienti; aveva dimenticato quel primo tra gli elementi della
-grammatica d’amore: che ogni donna vuol essere amata a suo modo. Ma,
-d’altra parte, come indovinare il modo della signora Camilla? Notate
-che egli non doveva indovinare una cosa sola, ma due; prima di tutto
-se egli era quel tale che potesse toccarle il cuore, e poi in che
-modo ci sarebbe riuscito. Ora, quando un uomo appartiene alla specie
-dei noiosi, che vogliono spingere troppo oltre le indagini e andare
-a fondo prima che la bella nemica (stile del Cinquecento) mostri il
-petto indifeso, dite pure che succederà una catastrofe. E il signor
-Aldo aveva avuta la sua. Quel giorno, se il mondo fosse stato un uovo
-ed egli lo avesse avuto tra le dita, vi assicuro che si faceva una
-frittata nello spazio.
-
-Il giorno dopo quel dialogo, Aldo De Rossi andò dalla signora Vezzosi,
-ed ebbe con lei quella strana conversazione che vi ho riferita in
-principio. Un altr’uomo non sarebbe più tornato dalla Rivanera.
-Ma egli ci tornò. Vi ho già detto che non era un uomo perfetto. La
-trovò fredda, poi gentile, poi gaia, poi niente di particolare. Egli,
-quasi sarebbe inutile il dirlo, si guardò bene di toccare l’argomento
-delicato. Ed ella, per caso, non fu più umana con gli altri visitatori,
-di quello che fosse con lui. Mal comune è mezzo gaudio, e insegna la
-pazienza a tutti.
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Era la prima domenica di luglio. L’anno si lascia in bianco, che
-tanto non vi servirebbe a nulla il saperlo. Forse vi tornerà più utile
-sapere che una calessina da quattro posti, con un sopraccielo di cuoio
-e le cortine di tela torno torno, secondo la foggia comune in Val di
-Nievole, si muoveva poco dopo le otto del mattino, dall’albergo della
-Pace, in Montecatini, andando di buon trotto su lo stradone alberato
-che mette allo stabilimento del Tettuccio.
-
-La giornata era splendida; cosa naturalissima in luglio, che è il mese
-dei solleoni e delle cicale. Ma a quell’ora non faceva ancora troppo
-caldo, e le cicale cantavano con una certa moderazione. Perfino la
-polvere della strada usava qualche riguardo ai viandanti, non levandosi
-a nugoli intorno alle ruote delle carrozze.
-
-Il veicolo che v’ho accennato, dopo otto o dieci minuti di corsa, andò
-a fermarsi in fondo allo stradone, davanti ad un edifizio di mezzo
-colore tra il bianco e il rossigno. Era quello il Tettuccio, il primo
-e il più celebre tra i molti stabilimenti termali di Montecatini, che
-dispensano le acque acidulo-saline atte a rimettere in istato normale,
-o quasi, i visceri dell’umanità sofferente.
-
-Fermato il veicolo, ne uscì fuori un cappello di paglia, indi un
-tutto vestito grigio. Il cappello era largo, ma il tutto vestito era
-strettino, segno che il signore che lo indossava era magro. La tesa
-del cappello alquanto rilevata sul davanti, lasciava scorgere dal viso
-che il signore magro era anche vecchio. Ma la prontezza con cui aveva
-posto il piede sul montatoio e la sicurezza con cui era balzato dal
-montatoio a terra, dimostravano chiaramente che il magro e vecchio
-gentiluomo portava bene i suoi anni. Come ebbe posto piede a terra,
-prese un atteggiamento nobile e franco, che, unito a certi particolari
-del vestiario, come a dire i guanti di fil di Scozia, il taglio inglese
-dell’abito e i solini insaldati e diritti che reggevano il mento, vi
-faceva indovinare alla bella prima il pezzo grosso, il personaggio
-ragguardevole. Che se voi, lettori discreti, non l’aveste indovinato,
-vedendolo, ci sarei sempre io per mettervi sulla buona strada,
-aggiungendovi che quel magro e vecchio gentiluomo era il Roberti, il
-nostro degnissimo presidente gran croce.
-
-Appena fu a terra ed ebbe preso l’atteggiamento che v’ho detto, il
-presidente Roberti stese la mano ad una graziosa figura di donna, che
-usciva alla sua volta di mezzo alle cortine di tela del carrozzino.
-Non vi descriverò l’abbigliatura, perchè, con questa benedetta moda
-che cangia tutti gli anni, rischierei di parervi un antiquario oggi, e
-a dirittura un archeologo domani. Vi dirò soltanto che era una bella
-nuvoletta bianca, picchiettata di lilla; nella quale immagine, che
-non sembrerà più ardita dopo l’_aria tessuta_ di mastro Giovenale,
-vi è lecito d’intendere che la signora indossava una veste di stoffa
-bianca e leggiera, con certi cappiolini di nastro color lilla. Ed anche
-lei portava in testa un cappello di paglia; ma era paglia di riso,
-per stare in armonia con la bianchezza della veste; e i larghi nastri
-ond’era adornato, le facevano un gran fiocco sotto la gola. Che candore
-abbagliante di collo, tra quel gran fiocco lilla e la gorgiera della
-veste! E che luccichio d’occhi neri, sotto la leggiadra curva di quel
-cappellino bianco! E che grazia di sorriso tra quelle guance di rosa! E
-che splendore di perle tra quelle labbra vermiglie! Insomma, lettori,
-io non ve ne dico altro, poichè avete riconosciuta la signora Camilla
-Rivanera, la bellissima vedova, che pareva sempre una fanciulla da
-marito.
-
-Infatti, chi non l’avrebbe creduta la figlia del presidente gran croce,
-vedendola entrare, al suo fianco, sotto l’atrio del Tettuccio? Tutti,
-io credo, salvo quei pochi maligni, a cui potesse passare per la mente
-che ella fosse sua moglie. Bartolo non fu sul punto di sposare Rosina?
-E Donna Sol non corse il rischio di andar moglie a Ruy Gomez de Silva?
-Anche ai dì nostri son cose che si dànno, per consolazione dei vecchi e
-per disperazione dei giovani.
-
-Erano soli, come due sposi, in piena luna di miele, quando entrarono
-sotto l’atrio del Tettuccio. Ma dovevano essere riconosciuti
-e accompagnati ben presto. Il sopraintendente governativo del
-Tettuccio (perchè le acque del Tettuccio scorrono col visto e sotto
-la sorveglianza dello Stato) si era fatto incontro al presidente
-gran croce. E il ragguardevole uomo, ascoltate con molta benevolenza
-le parole di ossequio del giovane ufficiale, gli aveva stesa con
-altrettanta degnazione la sua mano di giustizia in ritiro, accettandolo
-ad introduttore negli orti saluberrimi.
-
-Vi ho già detto che erano passate di poco le otto del mattino. Il
-Tettuccio era pieno zeppo di eleganti ammalati. La cura di Montecatini
-è tutta mattutina e si fa regolarmente prima dell’asciolvere; di guisa
-che il fortunato bevitore delle acque acidulo-saline ci ha tutto il
-tempo di seccarsi fino all’ora del pranzo, ed anche più in là. Si
-lasciano le molli piume tra le sette e le otto; si sale in carrozza e
-si va al Tettuccio; si siede colà, sotto i porticati, o lungo i viali,
-o tra le aiuole; si barattano quattro ciarle con le proprie conoscenze,
-quando se ne hanno, o si sta a guardare intorno, aspettando di farne;
-intanto passano gli acquaiuoli coi bicchieri e le caraffe piene delle
-linfe salutari; si stende la mano, si prende un bicchiere e lo si
-beve a lenti sorsi. È di buon gusto il chiacchierare tra una sorsata e
-l’altra, tenendo il bicchiere all’altezza del mento. I discorsi, poi,
-hanno da essere ameni. Galanteria, se ci sono signore nel crocchio;
-ma la politica deve far capolino di tanto in tanto; se no, correte il
-rischio d’esser preso per un uomo da nulla.
-
-Perchè ciò? Perchè Montecatini è il luogo di cura, la _statio bene
-fida_ degli uomini politici, a cui danno molestia le bili accumulate
-nei cinque o sei mesi d’una sessione parlamentare. Il fegato è un
-viscere eminentemente politico. Guai all’oratore, stanco delle
-infeconde battaglie della parola, che non si consegna una volta
-all’anno alle terme Leopoldine, al Bagno Regio, al Tettuccio,
-all’Olivo, alla Regina, al Cipollo, al Rinfresco, e via discorrendo a
-qualcheduna delle preziosissime polle minerali di Valdinievole, per
-ritemprarvi le forze! Lo stesso Antèo, il famoso gigante che ebbe a
-lottare con Ercole, se vivesse ai dì nostri, non vorrebbe toccar terra
-che a Montecatini.
-
-Per queste ragioni, ogni anno, tra giugno e settembre, in mezzo a dame
-clorotiche e anemiche, a banchieri pletorici, a generali reumatizzati,
-a giovinetti rachitici, a tenori e baritoni infreddati, si vedono
-molti infermi di una malattia particolare, riconoscibili alla medaglia
-di San Venanzio che ciondola loro sul petto, sospesa alla catenella
-dell’orologio. E si sentono qua e là, nel pigia pigia, dei discorsi
-come questo:
-
-— Oh, buon giorno! Come stai, mio caro? Quando sei giunto?
-
-— Ieri; e tu?
-
-— Io da sei giorni, ed ho già passato trenta bicchieri. E che nuove da
-Roma?
-
-— Niente di bello. Il Ministero si sosterrà.
-
-— Sfido io! Siamo in vacanze. Ma lo voglio vedere alla riapertura.
-
-— Hai già un’interpellanza in corpo?
-
-— Una, per ora; ma fra due mesi ne avrò quattro. Così non può durare.
-
-— Oh, per questo hai ragioni da vendere. Se ne parlava ancora l’altra
-notte in strada ferrata con l’onorevole Bulinelli. Sai che gli
-hanno rovinato il collegio, con quella concessione di nuove sezioni
-elettorali separate? Il Bulinelli è fuori della grazia di Dio. Lo
-sentiranno. Egli è uno dei cinque che capiscono qualche cosa nell’arabo
-dei bilanci, e pretende che ci siano più errori che cifre.
-
-— Cifre arabiche; errori arabici, mio caro!
-
-— Ah sì, tu ci hai sempre la burletta. Si vede che le acque ti giovano.
-
-— Di’ piuttosto che non mi mutano. Ho piacere che il Bulinelli sia
-in collera. Quantunque io dubiti sempre, dopo il suo _sì_ dell’anno
-scorso. —
-
-Il _sì_ dell’on. Bulinelli è tanto grazioso, che non si può accennarlo,
-senza raccontarne la storia. Era imminente a Montecitorio una votazione
-importante, da cui doveva dipendere la sorte del Ministero, e questo
-e l’opposizione battevano di continuo il telegrafo, per chiamare i
-tiepidi a Roma. All’ultimo giorno della discussione, che era stata
-tirata in lungo oltre il convenevole, per dar tempo alle ultime
-categorie di giungere sul campo, non si poteva ancor prevedere di
-chi sarebbe stata la vittoria. Quindici voti di assenti, che potevano
-capitare coll’ultima corsa, erano dubbi, e la vittoria dipendeva dal
-voltarsi che una metà di quei quindici avrebbe fatto o da una parte o
-dall’altra.
-
-— Come voterà il Bulinelli? — si chiedeva dai capi dell’opposizione,
-raccolti in una sala di Montecitorio, in prossimità dell’ingresso.
-
-L’accenno al Bulinelli era cagionato per l’appunto dalla apparizione di
-quell’onorevole uomo nell’anticamera.
-
-— Aspettate; — disse un amico; — vo a tastargli il polso. —
-
-E andando incontro all’onorevole Bulinelli, e messagli amichevolmente
-una mano sulla spalla, gli disse:
-
-— Buon giorno! Sei giunto ora?
-
-— Sì, non ho avuto neanche il tempo di smontare all’albergo, tanto mi
-premeva di essere al mio posto. Sai che nelle grandi occasioni io non
-manco mai al mio dovere.
-
-— Soldato vero e fedele alla bandiera! — esclamò l’amico, premendo
-forte con la palma della mano. — E che ti pare del Ministero? Hai
-veduto che povertà di ragioni, nel discorso del guardasigilli?
-
-— Non me ne parlare! Ho letto il rendiconto telegrafico e m’è bastato.
-Ma sai che ci vuole un bel coraggio?
-
-— Dunque, voterai contro?
-
-— Si domanda? Contro, arcicontro, contrissimo.
-
-— Ah, bene! — esclamò l’amico, noverando un voto di più per
-l’opposizione.
-
-Poco dopo si entrò nell’aula. Si svolgevano gli ultimi emendamenti
-dei vari ordini del giorno; poi, come al solito, si ritirarono cinque
-o sei ordini del giorno, e i rispettivi emendamenti, non restando al
-contrasto che l’ordine del giorno accettato dal Ministero e quello
-delle opposizioni collegate. Venne fuori la solita domanda di votare
-per appello nominale, e i segretari della presidenza misero mano agli
-elenchi. S’incominciò a leggere i nomi, dal banco della presidenza, e
-a sentire i sì e i no, diversamente modulati, da questa e da quella
-parte dell’aula. La prima lettera dell’alfabeto, povera anzi che no
-di cognomi, si mantenne in un prudente equilibrio di sì e di no.
-La seconda lettera, più ricca, ma ancora troppo lontana dal mezzo
-dell’alfabeto, diede una certa prevalenza ai sì. Fortunatamente
-l’opposizione contava su certi nomi sicuri, che avrebbero rimesse
-le parti in bilico. Tra questi, come v’ho detto, era il nome
-dell’onorevole Bulinelli.
-
-Finalmente ci s’arriva; il segretario grida il nome del Bulinelli. E il
-Bulinelli, con una voce che potrebbe dare l’intonazione alle trombe del
-giudizio, risponde:
-
-— Sì!
-
-Gli oppositori si guardano scambievolmente, poi guardano l’amico che
-aveva annunziato loro il no dell’onorevole Bulinelli. L’amico allunga
-le labbra e si stringe nelle spalle. Intanto, l’appello nominale
-continua, e un’ora dopo è finito. Il Ministero ha vinto per soli cinque
-voti, ma ha vinto, e questo è l’essenziale. E insieme col Ministero
-ha vinto anche l’onorevole Bulinelli, che si trova rassodato nel suo
-collegio per un altro bimestre, cioè fino ad un altro appello nominale
-e ad un altro pericolo di crisi ministeriale.
-
-— Che vuoi? — diceva quella sera l’onorevole Bulinelli all’amico,
-che gli domandava la ragione del suo voto. — Avevo promesso un no,
-e sarebbe stato un no tanto fatto, perchè io, come sai, non guardo
-in faccia a nessuno. Ma il presidente del Consiglio e il ministro
-degl’interni mi han preso in mezzo, mentre andavo a fumare il mio
-sigaro tra un emendamento e l’altro; mi han condotto nei corridoi; mi
-hanno date spiegazioni sufficienti della loro politica. Infine, che ti
-dirò? Mi hanno persuaso.... almeno per ora. E tu capirai....
-
-— Capisco, capisco; — interruppe l’amico. — Sarà per un’altra volta.
-
-— E col medesimo risultato; — soggiunse mentalmente un collega, che
-aveva colto quel dialogo a volo.
-
-Vi ho raccontato questo piccolo episodio della vita parlamentare
-italiana, perchè m’è venuto a taglio, anzi per dire più esattamente,
-m’è sgocciolato dalla penna; ma non istate a credere che io voglia
-trattenermi con gli uomini politici raccolti al Tettuccio. Seguiterò
-invece la signora Camilla Rivanera, che entrava nello stabilimento,
-con quella dignità, con quella scioltezza di modi, e infine con quel
-possesso di scena, che contraddistingue le dame, queste prime attrici
-della commedia sociale. Oramai, signori belli, o prime attrici, o
-nulla. Le ingenue non sono più di moda, e sto per dire neanche le
-amorose. Almeno, l’apparenza della cosa non ci ha da essere, perchè
-stonerebbe maledettamente in mezzo a questa cara finzione. Anche le
-fanciulle contraggono nell’uso del mondo un’aria di padronanza che
-farebbe trasecolare i nostri bisnonni, se tornassero mai, per loro
-tormento ineffabile, a recitare nella sullodata commedia la loro parte
-di caratteristi. Disinvoltura vuol essere, e magari anche audacia. Ogni
-altra maniera di portamento, ogni altra espressione di volto, saprebbe
-di provinciale e di goffo. La donna gentile, che Dante ha descritta
-a passeggio in sonetto immortale, farebbe una brutta figura ai tempi
-nostri e lungo i margini delle nostre vie. Ci si fermerebbe ancora a
-guardarla, perchè la bellezza vuol sempre il suo omaggio consueto, ma
-si borbotterebbe tra i denti: — Che peccato! Ha un’aria molto sciocca.
-
-Il presidente Roberti, magro profilo d’uomo, perduto nello splendore
-mattutino della sua bella nipote, come un povero satellite nella luce
-di Giove, andava cercando con l’occhio un sedile vuoto. Tutto ad un
-tratto, gli baluginò sugli occhi un cappello che descriveva la sua
-parabola davanti a lui e gli venne all’orecchio una voce ossequiosa.
-
-— Signor presidente, i miei rispetti! —
-
-Il presidente si volse, riconobbe il personaggio e, fermandosi con atto
-di lieta meraviglia, gli disse:
-
-— Cavaliere Sestavalle! Anche Lei a Montecatini?
-
-— È la mia stazione di tutti gli anni; — rispose l’Alcibiade,
-inchinandosi. — E mi è permesso di ossequiare la signora, e di
-chiederle notizie della sua salute? Quantunque, — soggiunse, piegando
-il busto e rimpicciolendo le labbra, — non sarebbe il caso di
-domandarne, vedendo quel florido aspetto. —
-
-La signora Camilla sorrise benignamente e stese la sua leggiadra manina
-al cavaliere Sestavalle.
-
-— Troveranno qui parecchie conoscenze; — ripigliò l’Alcibiade,
-prendendo posto a fianco della signora Camilla.
-
-— Davvero? — esclamò la signora. — E chi?
-
-— I Vezzosi, prima di tutti. Eccoli là, nella rèdola a sinistra. Li
-hanno veduti per l’appunto, e il commendatore Gerardo si alza per
-venirli ad incontrare. —
-
-Infatti, il signor Gerardo si era levato allora dal suo sedile, accanto
-ad una tavola di marmo, e muoveva frettolosamente verso il viale.
-L’atto premuroso richiedeva una pronta voltata verso la rèdola, e la
-signora Camilla fece ella stessa una parte di strada, tanto più che
-dietro al signor Gerardo aveva veduta la signora Vezzosi, che era
-seduta presso la tavola, e aveva al fianco parecchi cavalieri, tra i
-quali il signor Aldo De Rossi.
-
-Anche la signora Elena si alzò per muovere incontro all’amica, e
-avvenne la solita scena commovente delle due dame che si combinano a
-caso, dopo un certo periodo di separazione. L’incontro di due stelle
-è sempre un cataclisma, nelle regioni celesti; ma in terra, la cosa
-ha più modeste apparenze, quantunque non meno degne di osservazione.
-Generalmente, le stelle terrestri (passatemi lo strano accoppiamento di
-vocaboli) hanno qualche cosa da invidiarsi a vicenda, o la bellezza, o
-la gioventù, o un bel paio di pendenti, o una abbigliatura di Worth, o
-un cavalierino di garbo. E frattanto si ammirano, si baciano, si dicono
-delle paroline inzuccherate, che farebbero correre l’acquolina alla
-bocca, se non si pensasse che lo zucchero è di quello che riveste le
-pillole; roba per solito amara, e qualche volta, velenosa.
-
-— Sei qui, mia cara! Che fortuna! Ma sai che diventi ogni giorno più
-bella?
-
-— Che dici? Sei tu che risplendi come un sole. E avevi bisogno di
-questa cura?
-
-— Che! Non faccio cura. Seguo il mio signore e padrone. E neanche tu,
-m’immagino, sarai venuta per bere.
-
-— Oh no, sicuramente. Io seguo lo zio, come, vedi.
-
-— Ad ogni modo, ringraziamo il sesso forte e le sue debolezze, poichè
-ci si guadagna di vederci e di stare un po’ insieme. In città non è
-possibile. Tu ci hai il tuo trono....
-
-— E tu la tua corte.
-
-— Carina! Qui invece potremo fare un regno solo, non è vero? Ti
-presenterò i miei cavalieri e saranno i tuoi. —
-
-Ad un discorso di questa fatta, si sa, i cavalieri s’inchinano, senza
-muovere un lagno, per essere stati regalati così alla libera, come ai
-tempi antichi una coppia di schiavi.
-
-La signora Elena Vezzosi non aveva da presentare nominatamente il
-signor Aldo De Rossi, che era per la signora Camilla una conoscenza
-già fatta. Ma ella reputò necessario, indicandolo dopo gli altri, di
-soggiungere, con l’aria più naturale del mondo:
-
-— Vedi, abbiamo anche trovato a Montecatini il signor De Rossi, che
-fa le sue gite, senza darne cenno a nessuno. Ma per questa volta lo
-abbiamo sorpreso, e lo riterremo prigioniero di guerra. —
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Aldo aveva salutata la signora Camilla con un muto inchino, ma anche
-con una confusione più eloquente di qualsivoglia discorso. La signora
-Camilla, dal canto suo, fin dalle prime parole di Elena, aveva
-mormorato quel certo «_ah sì?_» mezzo interrogativo e mezzo sbrigativo,
-con cui se la cava chi non ha da dir nulla e vuole tuttavia aver l’aria
-di dire qualche cosa.
-
-Intanto il signor Gerardo e il Roberti avevano cominciato a
-chiacchierare tra loro. Il commendatore Vezzosi era felice di aver
-trovato un presidente gran croce, in mancanza dei due ministri, che non
-si erano ancora lasciati vedere in Valdinievole. Cinque minuti dopo,
-il presidente Roberti, seduto presso la tavola dei Vezzosi, aveva già
-bevuto due bicchieri dell’acqua salutare e sorbito un discorso politico
-del commendatore Gerardo.
-
-La signora Camilla, ultima arrivata a Montecatini, accettava di buon
-grado gli uffici del cavaliere Sestavalle. Il vecchio Alcibiade s’era
-tramutato nel più compiacente dei Ciceroni, e le andava sciorinando
-i nomi di tutte le signore che passavano a mano a mano lungo il viale
-d’entrata. La rassegna del Sestavalle comprendeva contesse veneziane,
-marchese fiorentine, duchesse napolitane, principesse greche,
-moldovalacche e via discorrendo. Perchè c’era di tutto laggiù, e il
-cavaliere Sestavalle era già informato di tutto.
-
-Aldo De Rossi, presa di fianco alle dame una posizione modesta, ma
-buona, come tutte le posizioni modeste, sorrideva col sommo delle
-labbra alla signora Elena, ogni qual volta essa gli volgesse il
-discorso; ma intanto era tutt’occhi per la signora Camilla. Felice
-quando ne incontrava lo sguardo! Ma erano istanti brevissimi; lo
-sguardo della signora Camilla passava, e la bellissima donna aveva
-l’aria di non essersi neanche avveduta delle sue contemplazioni.
-
-Poco stante, le signore si mossero, per fare un giro nello
-stabilimento. Si sentivano dal fondo gli accordi d’un concertino di
-pianoforte e di flauto, musica improvvisata da suonatori girovaghi,
-che volevano parere artisti di passaggio, e la signora Elena propose di
-andare nella sala del concerto. Intanto la signora Camilla, che veniva
-per la prima volta a Montecatini, doveva conoscere in ogni sua parte lo
-stabilimento del Tettuccio, vedere la fonte, il giardino e il _bazar_.
-Mercè una sapientissima mossa strategica, Aldo De Rossi aveva ottenuto
-di trovarsi al fianco della signora Camilla, cacciandone il Sestavalle,
-che dovette appoggiare a sinistra, verso la signora Elena Vezzosi. E
-perchè lungo il viale, in mezzo al viavai della gente, non si poteva
-marciare per quattro, ne venne che la fronte si spezzò subito in due.
-La signora Elena andò innanzi con l’Alcibiade; il presidente gran croce
-e il commendatore Gerardo venivano indietro, con una gravità degna di
-loro: Aldo e Camilla si trovavano soli nel mezzo.
-
-— Che fortuna per me, signora! — disse Aldo in modo da non essere udito
-dalla prima, nè dalla terza fila.
-
-— Fortuna! Di che? — esclamò la signora Camilla.
-
-— Ma.... di avervi incontrata; — rispose il De Rossi. —
-
-La signora Camilla si volse a mezzo e lo guardò co’ suoi begli occhi
-neri, in atto di curiosità, mentre le labbra vermiglie s’increspavano
-ad un risolino sarcastico.
-
-— O non lo sapevate, di dovermi incontrare? — gli chiese. —
-
-Aldo rimase un po’ sconcertato da quella domanda e dall’espressione di
-quel sorriso. Tuttavia volle provarsi a rispondere.
-
-— Anche a saperlo prima, sarebbe sempre una fortuna; — diss’egli. — Non
-potevate avere mutato opinione?
-
-— Ah, bene! — esclamò la signora Camilla. — Voi mi fate molto volubile,
-signor De Rossi! Ma badate, nel caso presente l’accusa non verrebbe a
-me, sibbene a mio zio. Vi ha proprio l’aria di un uomo volubile? —
-
-Aldo De Rossi era lì per rispondere qualche altra sciocchezza;
-ma proprio in quel punto il fermarsi improvviso della prima fila
-richiamava ad altro argomento l’attenzione della signora Camilla.
-Un nuovo venuto salutava la signora Elena indi si volgeva con atto
-ossequioso alla compagnia. Il nuovo venuto era il contino Anselmi,
-sempre elegante, sempre gaio, sempre contento di sè, quantunque non
-fosse poi tanto imbecille, come qualche volta gli piaceva di chiamarsi,
-per antivenire il giudizio de’ suoi contemporanei.
-
-Le tre file si erano tramutate in un crocchio. E il commendatore
-Gerardo aveva presentato il contino Anselmi al presidente gran croce.
-
-— Non è necessario: — disse il presidente. — Col signor conte ci
-conosciamo da un pezzo. —
-
-Così dicendo, stendeva la mano, che il contino Anselmi fu pronto
-a stringere, non senza un atto del capo, che faceva fede della sua
-reverenza e della sua gratitudine.
-
-— Quantunque, — entrò a dire la signora Camilla, che aveva già ricevuti
-gli omaggi del nuovo venuto, — sarebbe quasi necessario di rinnovare la
-presentazione.
-
-— Perchè mi si vede di rado? — chiese l’Anselmi ridendo e inchinandosi
-di bel nuovo. — Ma la colpa non è mia.
-
-— Stiamo a vedere che è nostra! — ribattè la signora Camilla.
-
-— Per l’appunto, — replicò l’Anselmi, — e si vede che le vostre labbra,
-o signora, hanno l’uso delle verità. Conosco due virtù che stanno ad
-alloggio nella medesima casa; la grazia e la giustizia; — soggiunse
-amabilmente il contino, accompagnando i due sostantivi con due guardate
-consecutive alla signora Rivanera ed al presidente Roberti. — Con che
-coraggio ci entrerebbe la mia dappocaggine?
-
-— Ecco un pretesto che vuol parere un complimento; — notò la signora
-Camilla. — Lo accetteremo per un complimento, zio?
-
-— Oh, ve ne prego, signora; — gridò il contino Anselmi; — non
-interrogate il magistrato. Egli mi condannerebbe. —
-
-Il presidente gran croce, chiamato in causa a quel modo, reputò
-necessario di fingere altrettanta gravità, quanta era stata nel contino
-Anselmi la finzione dello spavento.
-
-— Forse perchè vi sentite colpevole? — diss’egli. — Ma badate, signor
-conte; io non fo più sentenze da molti anni. L’ultimo uffizio che ho
-tenuto, è stato quello di cassare le sentenze degli altri, quando mi
-accadeva di ritrovarci un vizio di forma. Se mia nipote vi condannasse,
-vedrei....
-
-— E cassereste la sua sentenza per vizio di forma? Meno male; — replicò
-l’Anselmi. — Ma io, ringraziando Vostra Eccellenza, non approfitterò
-della cortesia. Per una sentenza della signora Camilla io non ricorrerò
-mai in cassazione; foss’anche una sentenza di morte. —
-
-Così chiacchieravano allegramente, andando a lenti passi verso la sala
-del concerto. Intanto, il signor Aldo De Rossi era sulle spine.
-
-— Che sciocchezze! — disse egli tra sè. — Non capisco come il
-presidente ci trovi gusto. —
-
-Se la pigliava col presidente, ma in fondo in fondo l’aveva con la
-signora Camilla. E si doleva che quel perondino vanaglorioso fosse
-venuto in mezzo con le sue ciance, per prendersi il primo posto. Ma
-già, l’occasione è di chi si caccia avanti e sa afferrarla per il
-ciuffo.
-
-A farlo a posta, la signora Camilla non aveva occhi nè orecchi che per
-il contino Anselmi; e questi, molto naturalmente, senza che Aldo De
-Rossi potesse lagnarsene, prese il suo posto a fianco della signora.
-Non doveva egli continuare una conversazione che ella mostrava di
-gradire?
-
-Sì, questo andava benissimo; il ragionamento non faceva una grinza e al
-signor Aldo gli toccava di rassegnarsi. Solo una cosa non poteva mandar
-giù; che la signora Camilla potesse dilettarsi di quelle ciarle senza
-sugo, di quei complimenti smaccati, di quelle amplificazioni noiose.
-Ma dobbiamo noi pensare in tutto e per tutto come il signor Aldo De
-Rossi? E la signora Camilla non meritava in questo caso le circostanze
-attenuanti? In società siamo tutti un po’ facili a giudicare secondo
-il nostro tornaconto, e il non vedere che poi ci rende ingiusti con
-gli altri. Ma se il signor Aldo non ci pensa, a queste cose, dobbiamo
-pensarci noi; ricordare ad esempio che si era in viaggio, lontani da
-casa, da tutte le cure e da tutte le serie occupazioni della vita. In
-simili casi l’incontro di un grazioso cavaliere, d’un capo ameno, è
-sempre una fortuna; ed è naturale che si faccia festa all’uomo che può
-e vuole tenere allegra la compagnia. Gli uomini che ci hanno una spina
-nel cuore farebbero bene a starsene a casa, o a viaggiare da soli.
-E chi sa? Forse, viaggiando da soli, s’imbatterebbero in una società
-nuova per essi, nella quale non avrebbero sopraccapi, e per la quale
-sarebbero aiuti preziosi. Tanto è vero che nel mondo c’è posto per
-tutti. L’essenziale è di trovare quel posto.
-
-Forse ne aveva già fitto l’esperienza, il signor Aldo De Rossi, che si
-trovava libero di cuore e franco di lingua presso la signora Vezzosi,
-mentre era così triste e ingrugnato (diciamo pure la brutta parola)
-presso la signora Camilla? Ora, nella battaglia della vita, chi ha la
-mente serena è sicuro del fatto suo.
-
-Bel ragionamento, del resto! Andatelo a fare a chi soffre. Ogni nato
-di donna ha da seguire il suo fato. E il fato moderno, più vero
-dell’antico, è costituito da tante piccole cause inavvertite, che
-vi fanno rete intorno alla persona e vi trascinano di concessione in
-concessione, di debolezza in debolezza, agitandovi di qua e di là come
-il vento la piuma. E guai a chi è leggiero com’essa; guai a chi non ha
-un bricciolo di volontà, per resistere in qualche modo e sottrarre una
-parte di sè medesimo all’azione combinata delle piccole cause!
-
-Intanto, il nostro Aldo si foggiava i proprii mali. Già se li vedeva
-compendiati in quel principio di sofferenze, come una commedia antica
-nell’argomento di cui l’hanno provveduta i grammatici. Era, lui,
-proprio lui, che col suo tirarsi in disparte, col suo metter broncio,
-rendeva possibile il peggio.
-
-E pensare che quella mattina egli era tanto felice! E i giorni
-addietro, che ansietà fanciullesca, ma piacevole, ad aspettare l’arrivo
-della signora! Confuso tra quella moltitudine elegante che si accalcava
-ad ogni arrivo di treno sull’asfalto della stazione di Montecatini, per
-veder giungere i nuovi compagni di cura, egli aveva finalmente veduto
-scendere da una carrozza di prima classe il presidente Roberti e la
-sua bella nipote. Non si era fatto avanti, volendo assaporare la sua
-gioia, e procurarsi il piacere di dire più tardi alla signora Camilla:
-— Sapete? Io ero là. Avevate un cappellino così e così, con un velo
-del tal colore, una cappa, o una mantellina del tal altro. — E fuori
-della stazione l’aveva pedinata fino all’albergo della Pace, dove egli
-stesso era sceso due giorni prima ad alloggio in compagnia dei Vezzosi.
-E quella sera, scambio di andare al Casino, che era il luogo di ritrovo
-della buona compagnia, era stato a piuolo sotto le mura dell’«albergo
-avventurato», che egli, con le parole del Giusti, aveva cantato a
-mezza voce «soave asilo di gioia e piacer.» E più tardi, esciti i
-Vezzosi dal Casino, aveva data la lieta notizia alla signora Elena,
-prima di augurarle la buona notte. Lieta notizia per lui, si capisce;
-e poco gl’importava che non fosse ugualmente lieta per lei. Anzi, a
-dirvela schietta, non era stato neanche a pensarci su. Un uomo felice
-crede che tutti debbano esser felici con lui, e per la stessa ragione.
-Quella notte aveva dormito poco. Alla mattina, per tempissimo, era già
-alzato, per far la ronda sotto certe finestre. Sapeva già, infatti, a
-che numero alloggiava la signora Camilla. Poi, era andato al Tettuccio,
-senza neanche aspettare i Vezzosi. In verità, dormivano troppo, i
-suoi compagni di viaggio, e si sarebbe detto che fossero andati a
-Montecatini, non già per far la cura delle acque, ma quella del sonno.
-
-Eppure, quantunque non provassero le sue impazienze, i Vezzosi
-erano giunti in tempo, cioè molto prima della signora Camilla, allo
-stabilimento del Tettuccio. Segno evidente che aveva avuto torto lui
-a non aspettarli, come nei giorni antecedenti. La signora Elena non
-si era mica trattenuta dal dirglielo, con la sua aria maliziosa. — Che
-fretta, stamane! — Ed egli, a quella osservazione, si era fatto rosso,
-come un monelluccio colto in flagranti. Ma via, siamo giusti; poteva
-egli operare diverso? Gl’innamorati son tutti così. Triste colui che
-non li sente più, questi benedetti spasimi della passione! Egli potrà
-benissimo vantarsi di aver girato il capo delle Tempeste; ma questa
-cara filosofa non varrà a consolarlo dagli ardori svaniti.
-
-Sebbene, un mio amico che la sa lunga.... Ma non facciamo digressioni.
-È un amico che dice spesso le sue corbellerie, e qualche volta ne
-scrive, che è peggio.
-
-L’entrata della signora Rivanera nella _Kursaal_ (scusate il vocabolo
-esotico, ma bisogna conformarsi all’uso e chiamare _Kursaal_ il
-recinto delle acque salutari) aveva destato nella folla un movimento di
-curiosità e di ammirazione; di curiosità nelle donne, di ammirazione
-negli uomini. La bellezza non si mostra impunemente, neanche ad
-un consesso di Areopagiti. Tutta quella gente seduta, o disposta
-a capannelli lungo i viali, poteva contemplare a suo bell’agio la
-nuova venuta, come mille spettatori contemplano una prima attrice
-sul palcoscenico. L’effetto era stato grande, ed accompagnato da quel
-bisbiglio, che vale per una bella signora come per la prima attrice
-l’applauso. Ma in un paio d’occhi brillavano compendiate le ammirazioni
-universali; in un cuore ardevano tutti gl’incensi che la moltitudine
-degli ammiratori avrebbe potuto bruciare ai piedi di quella bellissima
-sconosciuta. E come, in quel punto, la Valdinievole s’era illuminata
-per esso! La _Kursaal_ del Tettuccio era da quel momento il centro
-della terra, il nuovo meridiano, da cui Aldo De Rossi avrebbe misurate
-le distanze. La signora Elena aveva veduta la Rivanera qualche momento
-prima che la vedesse il Sestavalle; ma assai prima della signora Elena
-l’aveva veduta Aldo De Rossi, e si può dire che la signora Elena
-volgesse gli occhi all’ingresso dopo avere osservato un improvviso
-scolorimento sul viso di lui. Non vi dirò (e se ve lo dicessi non
-lo credereste) che la signora Elena fosse molto contenta di ciò. Una
-bella donna non vede mai di buon occhio questi omaggi resi ad un’altra,
-anche quando ella abbia conchiuso il patto che la signora Elena aveva
-conchiuso, bontà sua, con Aldo De Rossi. Strano patto, del resto! E
-la signora Vezzosi non ci aveva proprio un secondo fine, appiattato
-negli abissi del cuore? Si sa, le donne si lasciano tentare dalle idee
-bizzarre, e l’impossibile ha il privilegio di allettarle. Combattere,
-rapire il cuore di un uomo al fascino che lo possiede, e poi.... E poi,
-chi sa? Forse non sapere che farsene. Anche i bambini piangono e si
-disperano per un giocattolo; quando son giunti ad averlo tra le mani,
-lo spezzano.
-
-Il cavaliere Sestavalle, Alcibiade primo, si era mosso per andare
-incontro alla Rivanera e allo zio presidente gran croce. La signora
-Camilla si era voltata, aveva visto Elena e si era affrettata ad
-andare verso la tavola di marmo. Le due signore, che si salutavano
-appena nella loro città natale, diventavano amiche alle acque. Ed era
-naturale, perchè la comunanza del divertimento è più che bastante a
-generare l’amicizia, o almeno almeno l’intimità. Aldo De Rossi era
-a Montecatini insieme coi Vezzosi; poteva dunque ripromettersi di
-vedere la signora Camilla ogni giorno ed ogni ora. E già il poveretto
-assaporava le delizie di quel suo paradiso. Ma egli non aveva preveduto
-ciò che avviene alle acque, dove l’intimità, facile per uno, è
-ugualmente facile per molti. Per l’appunto, anche il contino Anselmi
-si era fatto avanti; e non si era mica contentato di un saluto, di una
-stretta di mano, e di quattro chiacchiere; no, si era ficcato in mezzo,
-e di primo acchito aveva occupato il posto del signor Aldo presso la
-signora Camilla. E lei, di schianto, gentilissima col contino Anselmi;
-mentre con lui, col povero Aldo, si era tenuta in un riserbo direi quai
-diplomatico.
-
-Strana cosa! La Rivanera e l’Anselmi non si vedevano spesso. Il contino
-aveva conosciuta la signora Camilla in una festa da ballo, come Aldo
-De Rossi, ma, andato a farle visita, non c’era tornato che rarissime
-volte, e poi non s’era più presentato affatto. E il De Rossi, che
-vedeva tutto, non contava più l’Anselmi tra i rivali possibili. Ma
-ecco, di punto in bianco, il presidente Roberti e la sua bella nipote
-credevano necessario di rimproverare all’Anselmi la sua negligenza.
-Che bisogno c’era di notare la cosa? Non era padrone il contino di
-andare dove meglio voleva? E perchè dargli argomento d’insuperbirsi? di
-sperare Dio sa che cosa? Perchè oramai, il contino Anselmi si sarebbe
-fatto un dovere di piantarsi ai fianchi del presidente Roberti.
-
-Queste cose non c’è mestieri di studiarle, si capiscono alla prima.
-Un uomo vede una donna per un anno e per due, senza innamorarsene,
-quantunque sia bellissima tra le belle. Ma dategli l’occasione, e
-s’accenderà come un fiammifero.
-
-O dove ci aveva la testa, il presidente gran croce? Ed era dunque
-da credere che per piacere alle donne, per farsi ricercare da esse,
-occorra di trattarle male? Aldo De Rossi ci pensò tutto il tempo che
-rimase nella sala del concerto; e ci pensava ancora quando escirono
-tutti dalla _Kursaal_, per ritornare all’albergo.
-
-La strada non era breve; ma le due compagnie, liete di essersi
-incontrate, non volevano separarsi. Perciò il commendatore Gerardo
-propose, e gli altri accettarono, di fare la strada a piedi. In una
-ventina di minuti si sarebbe giunti all’albergo. Lo stradone era
-fiancheggiato da due filari d’alberi, e c’era ombra abbastanza. Del
-resto, alle nove e mezzo del mattino i raggi del sole non iscottavano
-ancora.
-
-Capirete che il contino Anselmi era in vena di dirne e la signora
-Rivanera di sentirne. Perciò andarono avanti, e Aldo stette indietro, a
-udire il suono argentino delle risa di Camilla.
-
-— Che avete? — gli disse la signora Elena, prendendo famigliarmente il
-suo braccio.
-
-— Io? Niente; — rispose egli, scuotendo la testa, come uno che si
-svegli d’improvviso.
-
-— Niente! — esclamò la signora Elena. — È troppo poco. —
-
-
-
-
-IX.
-
-
-Aldo rimase taciturno. Forse non udì neanche l’osservazione della
-signora Vezzosi. Il nostro povero eroe non avea orecchi che per le
-risa della signora Camilla, più vive in quel punto, e più argentine
-che mai. Per tutti i settecentomila settecento settantasette diavoli,
-che si sogliono invocare in simili occasioni, che cosa diceva di così
-spiritoso, a otto passi da lui, il contino Anselmi, che la signora
-Camilla dovesse riderne in quel modo?
-
-La signora Elena, usando liberamente dei diritti dell’amicizia, diede
-una strappatina al braccio del suo distratto cavaliere.
-
-— Suvvia, rispondete; — gli disse; — che cosa vi affligge?
-
-— Ve l’ho già detto, nulla; — rispose Aldo De Rossi.
-
-— Ah, è vero; — ripigliò la signora Elena, con accento sarcastico. —
-Voi dovete esser triste per eccesso d’allegrezza. La gioia fa paura; lo
-ha detto anche la signora di Girardin. La splendida Camilla è venuta
-a brillare sull’orizzonte del Tettuccio, e voi, povero pianeta, vi
-oscurate nella sua luce. Non è così? Bisogna convenire, — soggiunse
-la signora Vezzosi, — che è molto bella, e ciò giustifica le vostre
-adorazioni. Vi parrà strano, mio bel cavaliere, che una donna si
-rassegni a lodarne un’altra. Ma io l’ho guardata molto, poc’anzi; l’ho
-guardata più in un’ora, che non abbia fatto in due anni. Sono una donna
-sincera ed amo rendere omaggio alla verità. E poi, con vostra licenza,
-non ho paura di confronti.
-
-— È giusto; — rispose Aldo. — Siete bellissima.
-
-— Già! — ribattè la signora Vezzosi. — Non sono forse la Venere di
-Milo, io? Ma quell’altra statua, che non è stata fatta da Fidia....
-
-— Ha già trovato un Pigmalione, che le dà l’anima; — proruppe Aldo, che
-non poteva più contenersi. — Sentite che allegre risate! —
-
-La signora Elena si volse a mezzo, per guardare negli occhi il suo
-cavaliere.
-
-— Ah, eccolo, il segreto di quest’anima nera! — diss’ella. — Siete
-geloso! —
-
-Aldo scosse la testa e battè le labbra, come un uomo che si vede
-scoperto e non vuole ammettere di esserlo.
-
-— Sì, siete geloso; — ripigliò la signora Vezzosi. — Già, un uomo
-geloso si riconosce tra mille. È un brutto vizio, la gelosia; peggio
-che un vizio, è un errore.
-
-— Credete? — balbettò Aldo De Rossi.
-
-— Certamente; son donna e posso parlarvene con sicurezza. Supponete,
-ad esempio, che un uomo mi ami e che io l’ami ugualmente. Una donna,
-abbiatelo per massima, ha sempre timore di essere abbandonata. Avvezza
-al piedestallo, non ama discenderne, e se in un momento di passione e
-d’oblio ne è pure discesa, vuol esserci ricollocata. Era adorata, che
-è molto, e non può bastarle d’essere amata, che è meno. Perciò, voi
-vedete la conseguenza, signor Aldo... ella ha mestieri di tener l’anima
-di un uomo in sospeso. Ho detto l’anima, e bisognerebbe dire il cuore;
-il cuore, che non è ben nostro, intieramente nostro, se non quando lo
-vediamo soffrire. E perchè il cuore di un uomo non soffre tanto bene,
-come quando egli teme di aver dei rivali, la donna sa quel che ha da
-fare per custodirlo. E quando non ci sono rivali, la donna si affretta
-a cercarli.
-
-— O come? — esclamò Aldo De Rossi.
-
-— È presto fatto; — rispose la signora Elena — Intorno ad una donna
-(parlo di una donna bella e piacente) ci sono sempre uomini a dozzine.
-
-— Sciocchi! — brontolò Aldo, a cui pareva di vederli.
-
-— Generalmente sciocchi, ve lo concedo. Ma sono per l’appunto quei che
-ci vogliono. Tutti questi sciocchi sono da lei adoperati a due usi;
-fanno uffizio di specchio e di leva.
-
-— Entra in scena Archimede; — scappò detto al De Rossi.
-
-— Che c’entra Archimede? — domandò la signora.
-
-— C’entra in questo modo, che egli è celebre nella storia, per avere
-inventati gli specchi ustorii e per aver sognata la più gran leva
-dell’universo, una leva con cui smuovere il cielo e la terra.
-
-— Vedete che combinazione! — esclamò la signora Vezzosi. — Diciamo
-dunque che la donna ha qualche cosa del vostro Archimede. Ella si
-specchia ne’ suoi dieci o dodici sciocchi; i quali la salutano bella,
-con le loro mute ammirazioni, e le fanno un piacere da non dirsi. State
-pur certo che ella non rinunzierebbe agli specchi, per nessuna cosa al
-mondo. Vi amasse pure come un Dio, sapesse pure che andate in collera
-e che ella risicherà di perdervi, ella non vorrebbe privarsi di questa
-consolazione. Del resto, se voi siete un uomo di spirito, non dovete
-adombrarvi troppo degli specchi, quando sono al plurale.
-
-— E la leva? — disse Aldo. — Come mai uno specchio può trasmutarsi in
-leva?
-
-— Ecco qua, signor Aldo. La donna si serve di tutti questi personaggi,
-per tenerne un altro, uno solo, in bilico, tra speranza e timore. Si
-ama sempre molto ciò che si teme di perdere. Non siete tutti così, voi
-altri uomini? Una donna che si abbandona oggi intieramente, si prepara
-un brutto domani. Ella è Didone, e voi siete pronti a seguire l’esempio
-di Enea.
-
-— Sarà così, come voi dite; — mormorò Aldo De Rossi. — Ma io mi sento
-diverso dagli altri.
-
-— Lo credete, e ciò vi fa onore. Ma anche molti altri dicono così; e
-poi nel fondo.... Signori uomini, lasciatevelo dire, presi l’uno per
-l’altro, valete pochino.
-
-— Scusate, donna Elena; — balbettò Aldo. — Non vorrei aver l’aria di
-offendere il vostro sesso; ma....
-
-— Ma vorreste dire che le donne non valgono di più. Confessatelo; era
-questo il vostro pensiero. Orbene — proseguì la signora Elena, vedendo
-di essersi apposta, — con vostra buona pace, le donne valgono molto di
-più... quando sacrificano molto di più. Perciò riconoscerete in esse il
-diritto di prendere le loro precauzioni.
-
-— Sicuro; — rispose Aldo De Rossi, — a danno.... degli specchi. Tutti
-quei poveri di spirito, che s’immaginano di piacervi, voi li tirate in
-ballo, vi prendete giuoco di loro. È forse ben fatto? Non ne uccidete
-qualcheduno? —
-
-La signora Elena rimase un tratto pensosa; ma subito dopo si riebbe.
-
-— È vero, — diss’ella, — la cosa non è troppo caritatevole. Ma
-considerate che noi non siamo perfette, e che io, mettendo le donne
-tanto al disopra degli uomini, non ho voluto neanche alzarle troppo.
-Ci vuol così poco, per essere superiori a voi! Del resto, se il giuoco
-è crudele, credete pure, signor Aldo, che non è altrimenti fatale. Gli
-uomini non muoiono di queste ferite, e la statistica ci assicura che
-ne guariscono tutti. Quando l’uomo che ha fatto da specchio si accorge
-di essere stato burlato, va in collera. Ma anche la collera sbollisce;
-l’uomo nulla nulla educato si mette con una certa diligenza a passare
-in rassegna tutte le piccole cortesie, e diciamo pure tutte le piccole
-provocazioni femminili che lo hanno condotto a sperare. S’avvede
-allora che non c’era nulla, o quasi nulla; si persuade d’aver torto;
-dà una crollatina di spalle e va a ripigliare altrove il suo ufficio
-di specchio. Ci sono degli uomini che non sanno, che non potrebbero
-far altro. E ci hanno sempre la speranza di trovare un giorno qualche
-povera donna, che, travolta dalla sua vanità, s’innamori dello
-specchio.
-
-— Ma qualcheduno, ammettetelo, — replicò Aldo, — qualcheduno ci
-diventerà cattivo, a questo giuoco, e farà soffrire ad una ciò che
-venti altre avranno fatto soffrire a lui.
-
-— Ah, per questo, non me ne importa nulla; — rispose la signora Elena.
-— Ci ha da pensare quell’una. Perchè dobbiamo noi darci pensiero di
-lei? Ogni donna è centro del suo piccolo mondo, e nel nostro sesso non
-troverete mai la più piccola traccia di quello spirito di corporazione,
-che si riscontra fra uomini.
-
-— E sia; — disse Aldo; — non disputerò su questo punto con voi. Ma
-mettete il caso che l’uomo specchio s’impermalisca per davvero e si
-vendichi della donna che s’è fatta zimbello di lui.
-
-— Zimbello è troppo, signor Aldo. Quando una donna prende uno specchio,
-lo fa con un certo garbo, che non lascia mai appiglio ad una simile
-accusa. Del resto, l’uomo che si vendicasse del giuoco sarebbe un vile.
-E di questi vili se ne trovano molti, in società, anche senza aver
-fatto loro l’onore di adoperarli come specchi.
-
-— Sì; ma quando sono stati adoperati, ci hanno una scusa alla loro
-vendetta.
-
-— Non c’è scusa, per una viltà. Ma infine, io non vi dico che tutto ciò
-sia ben fatto; vi dico quello che generalmente avviene. Fatene vostro
-pro, signor Aldo, e abbiate la bontà di restar tranquillo, davanti ad
-un giuoco di specchi, che forse incomincia oggi, e che certamente non
-ha nulla di grave. —
-
-Aldo De Rossi sospirò profondamente, pensando alle gaie risate della
-signora Camilla, e rispose:
-
-— Signora, bisognerebbe che quel giuoco fosse incominciato davvero per
-tener me in sospeso. Ma io, pur troppo, non sono neanche, «tra color
-che son sospesi» perchè non sono stato ancora accettato.
-
-— Ma... che dirvi? — rispose la signora Elena, stringendosi nelle
-spalle. — Potrebbe essere vero e non essere. Camilla può benissimo aver
-paura di voi, prima che a voi sembri di essere diventato pericoloso.
-Ma ad ogni modo, fatevi avanti. Perchè vi lasciate rubare il posto?
-Siete un uomo curioso, signor Aldo, con la vostra irresolutezza e la
-vostra malinconia. Credete a me, vostra amica sincera; le donne non
-amano i cavalieri malinconici. Questi eroi non fanno fortuna che nelle
-pagine dei romanzi. In società bisogna essere allegri, quantunque senza
-esagerazione, e sopra tutto padroni di sè, pronti a mutar registro
-secondo l’umore della dama, e desiderosi soltanto di non riescirle
-noiosi. Vedete? — soggiunse ella ridendo. — Non c’è spirito di
-corporazione, tra le donne, ed io tradisco per voi i segreti delle mie
-sorelle in Eva.
-
-— Sarà come voi dite, signora. Ma che fatica ha da essere questa!
-E come è poco degna di omaggio una donna per cui sia necessaria
-quest’eterna finzione! Io ho intravveduta nei miei sogni una donna più
-alta; una donna profondamente buona....
-
-— Con voi, non è vero? E molto cattiva con gli altri, non è vero anche
-questo?
-
-— No, semplicemente austera con tutti; — rispose Aldo, punto nel vivo
-da quella osservazione maliziosa, che scopriva il lato debole del
-suo argomento. — Se si ha da vivere per l’amore, perchè non volerlo a
-dirittura profondo, immenso, esclusivo?
-
-— E tragico per giunta; — notò la signora Vezzosi.
-
-— No, piuttosto epico, — ribattè Aldo De Rossi, — con qualche cosa di
-sacro, come in tutti i grandi poemi. La Dea s’innamora d’un mortale, ma
-è sempre Dea e non esce mai dalla nuvola. Infine, si può amare un uomo,
-senza lasciarsi amare da cento. Che gusto ci provano le donne a tanta
-varietà, e, diciamolo pure, a tanta volgarità d’incensi?
-
-— La ragione l’avete detta voi; — rispose la signora Vezzosi. — Non
-si tratta d’una Dea? Le Dee antiche gradivano ogni sorta d’incensi,
-badando poco al valore dell’aroma e molto alla divozione con cui era
-offerto. Del resto, signor Aldo, voi siete poeta e andate facilmente
-alle esagerazioni, sognate ad occhi aperti, come accade a tutti i
-poeti. Ora, io, per debito d’amicizia, vi avverto d’una cosa. La donna
-che avete sognata.... non esiste.
-
-— Ah! lo credete? — esclamò il De Rossi.
-
-— O se pure esiste, — proseguì la signora Elena, — voi le siete passato
-accanto e non vi siete accorto di nulla. —
-
-Il colpo era forte e andava forse più oltre che la signora Vezzosi non
-avesse voluto. Anche lei, senza avvedersene, lavorava contro Camilla.
-Eppure, lo ricordate, la signora Elena era andata a Montecatini col
-nobile proposito di aiutare il De Rossi. Ma già, abbiate pure un pan di
-zucchero al posto del cuore, il fegato, suo vicino, ci rovescerà sempre
-addosso qualche cosa d’amaro. È sempre spiacevole di dover lavorare ai
-propri danni, quando si sperava di poter fare tutt’altro.
-
-Aldo De Rossi non era uno sciocco, vi prego di crederlo, e lo era
-solamente per quella parte in cui lo sono tanti uomini di valore;
-cioè a dire quando amano e con la persona che amano. Perciò intese
-facilmente il senso riposto delle parole che la signora Elena aveva
-buttate là in un impeto di cattivo umore, e, come potete immaginarvi,
-rimase un pochino sconcertato. Lì per lì, quasi per debito di cortesia,
-avrebbe voluto dirle: — «avete ragione.» — Ma non sarebbe stato un far
-torto alla signora Camilla? Ed egli, così raffinato nel suo modo di
-pensare, tanto raffinato da dar dei punti ad un teologo della scuola
-bisantina, si tenne in corpo la sua cortesia, ottenendo così il bel
-risultato di parer sciocco due volte.
-
-— Ma via, — ripigliò la signora Elena, dopo un istante di pausa, —
-noi forse giudichiamo male Camilla. Cioè.... — soggiunse, — diciamo le
-cose come stanno; siete voi che la giudicate, mentre io non fo altro
-che ragionare sui vostri giudizi. Camilla sarà benissimo capace di
-amare sul serio, e sotto quell’apparenza di leggerezza ci sarà, c’è di
-sicuro, una forza di sentimento che voi ora non sospettate neppure. Ma
-bisognerà toccare il suo cuore con qualche impresa maravigliosa, escire
-senz’altro dal comune. Quell’aria di malinconia che voi avete presa per
-livrea d’amore, non vi basterà, ve lo dico io, non vi basterà. Dio sa
-quanti altri avranno tentato di piacerle con quelle forme romantiche!
-Se sapeste come fanno ridere, quegli atteggiamenti da poeta moribondo!
-La donna vuol esser padrona, ma non vuole passare per tiranna, nè
-essere obbligata ogni giorno a scolparsi, o a dare una costituzione. E
-quell’uomo che mostra di soffrire per ogni cosa da nulla....
-
-— Vi prego, — interruppe Aldo, — dite quell’uomo che soffre davvero.
-
-— Peggio che mai! — ribattè la signora Vezzosi. — Quell’uomo che soffre
-davvero per ogni cosa da nulla, che cosa non soffrirà e che cosa non
-farà soffrire tutti i giorni, ad una donna che sarà tanto debole per
-concedergli il suo cuore? A questo pensa una donna, ed ha ragione
-a pensarci in tempo, perchè il pensarci poi non le gioverebbe più
-a nulla. Sappiate, signor Aldo, che le donne non amano le tragedie;
-qualche volta ne fanno, ma senza avvedersene, come quel personaggio
-di Molière, che faceva della prosa robusta senza saperlo. Dunque,
-mi raccomando, non siate malinconico. È un vizio pericoloso, perchè
-correrete il rischio di non parerle originale, ma una copia, fors’anche
-una brutta copia, di cento e cento altri.
-
-— Sarà benissimo così! — rispose il De Rossi, chinando la testa. —
-Proverò ad essere allegro. Ma sarò anche qui poco originale.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè sarò una copia di lei. Non sentite com’è gaia? Ci ha sulle
-labbra il riso stereotipato, quest’oggi. —
-
-La signora Elena non potè trattenersi dal ridere, a quella osservazione
-bizzarra.
-
-— Sì, è vero; — diss’ella. — Ma sarà meglio imitar lei che altri.
-Camilla non si accorgerà del plagio, e accoglierà volentieri
-quell’umore che sarà più conforme al suo. Vi torna?
-
-— La riflessione è giustissima; — rispose il De Rossi. — Purchè mi
-venga fatto di seguire il vostro consiglio!
-
-— Lo potrete, se vorrete. E poi, badate, ci avete obbligo, anche per
-un’altra ragione. Stando sempre così imbronciato, fareste torto a me,
-che non lo merito.
-
-— A voi? E come?
-
-— Ma sicuro! Si dirà che noi abbiamo portato a Montecatini un orso,
-e un orso male addomesticato. Suvvia, state allegro, siate forte, e
-combattete da uomo leale.
-
-— Grazie! — esclamò Aldo, allungando la mano per stringer quella della
-signora Elena, che posava ancora sul suo braccio.
-
-Erano giunti allora davanti alla succursale dell’albergo della Pace.
-La signora Camilla e il contino Anselmi avevano già fatto alto, per
-aspettare il resto della comitiva, e frattanto l’Anselmi prendeva
-commiato dalla signora, poichè egli doveva tornare indietro, essendo ad
-alloggio all’albergo della Torretta. Si avvide la signora Camilla della
-stretta di mano che Aldo aveva data alla signora Vezzosi? Forse sì,
-forse no; il che significa che non potrei starvene mallevadore.
-
-
-
-
-X.
-
-
-Ogni tempesta ha i suoi riposi, come i raggi solari hanno i loro
-intervalli opachi. Ed io metto avanti questi dotti paragoni, per dirvi
-una cosa molto comune, cioè che, dopo tanti spasimi di gelosia, Aldo De
-Rossi ebbe qualche ora di tregua. Il contino Anselmi alloggiava lontano
-dalla Pace, e si aveva la bella prospettiva di non rivederlo così
-presto. Prima di tutto, non c’era da vederlo a colazione, anche perchè
-le signore usavano farla nelle loro camere. Seguivano le ore calde
-della giornata, che erano caldissime a Montecatini, e che si solevano
-passare riposando, e mettendosi poi in fronzoli per la solenne comparsa
-nella sala da pranzo. Aldo De Rossi respirò a larghi polmoni pensando
-per la seconda volta che l’Anselmi pranzava alla pensione Birindelli,
-ed attese con bastante tranquillità l’ora di rivedere la signora
-Camilla.
-
-Per altro, qualche minuto prima della chiamata, scese nella sala
-da pranzo, per riscontrare sugli anelli di bosso che cerchiavano i
-tovaglioli il numero delle camere occupate dal presidente Roberti e
-dalla signora Rivanera. I posti dei nuovi venuti erano un po’ troppo
-distanti da quelli che occupavano i Vezzosi; ed era naturale, poichè
-erano giunti due giorni dopo di loro all’albergo. Ma il nostro eroe,
-che aveva spirito abbastanza, quando non si trovava a discorrere con
-la signora Camilla, si raccomandò in tempo al direttore, perchè il
-presidente Roberti e sua nipote fossero avvicinati ai loro concittadini
-ed amici. Inutile il dire che questa ragione persuase il direttore e
-che il desiderio di Aldo fu prontamente appagato.
-
-Così avvenne che, mentre egli era già seduto a tavola, al fianco della
-signora Elena, potesse vedere il presidente gran croce e la signora
-Camilla entrare nella sala da pranzo, venire innanzi cercando con gli
-occhi i loro numeri a tutti i posti liberi, e finalmente sedersi di
-rimpetto ai signori Vezzosi.
-
-— Ah bene! — esclamò il presidente Roberti, volgendosi alla signora
-Elena e al commendatore Gerardo. — Siamo vicini di tavola.
-
-— Presidente, ecco una buona parola per noi; — rispose il Vezzosi. —
-Noi ringrazieremo due volte la sorte. —
-
-La signora Camilla, elegantissimamente vestita, come l’uso voleva, era
-molto tranquilla, e direi quasi un tantino contegnosa. Non si sentiva
-più il riso argentino che aveva tanto dato sui nervi al signor De Rossi
-sette ore prima, e la sua parola era sobria come lo sguardo. Meglio
-così! Cioè, niente affatto. L’uomo innamorato è così facile a trovare
-argomenti di pena, che il signor Aldo rimpianse le schiette risate del
-mattino. O perchè doveva averne il privilegio l’Anselmi? E non era
-il caso di sorridere anche un pochino a lui, che pure s’industriava
-a trovare sempre nuove gentilezze da dire alla signora Camilla e al
-presidente gran croce?
-
-Veramente, quelle sue gentilezze non erano tali da destare il buon
-umore della dama. Aldo De Rossi aveva quel giorno il complimento con
-lo strascico, cioè niente spigliato e niente gaio. Se ne avvide egli
-stesso, e se ne avvide con lui la signora Vezzosi, che si fece a
-punzecchiarlo leggermente, per obbligarlo a rispondere e a trovare nel
-suo cervello qualche cosa di meglio. Aldo De Rossi non riuscì ad essere
-arguto, ma volle almeno essere gaio, e lo fu con ostentazione, che è
-come dire senza grazia. In verità, la signora Vezzosi aveva portato a
-Montecatini un orso male addimesticato.
-
-Finito il pranzo, si andò in giardino a prendere il caffè. Era
-tempo. Il commendatore Gerardo abbrancò il suo presidente gran croce
-ed attaccò senza misericordia una delle sue predilette questioni
-politiche. La signora Vezzosi e la signora Rivanera sedettero l’una
-accanto all’altra. Aldo si piantò al fianco della signora Camilla ed
-ebbe la fortuna di poterle offrire lo zucchero. Ma c’era presente la
-signora Elena e il povero Aldo non trovava modo di fare un discorso
-tenero, che lo compensasse della impossibilità in cui era, di fare un
-discorso arguto. Come Dio volle, capitò in giardino Alcibiade primo, o,
-per dire più esattamente, il cavaliere Sestavalle, che occupò subito
-il posto vuoto accanto alla signora Vezzosi. E questa non lo lasciò
-troppo lungamente in ozio. A mala pena ebbe trangugiato il caffè,
-sotto pretesto di veder da vicino una pianta, che egli sosteneva fosse
-un _Hibiscus siriacus_ ed ella _Hibiscus liliiflorus_, si mosse per
-andarla a vedere da vicino. M’è occorso di dirlo un pretesto, e forse
-lo era; certamente parve tale al De Rossi, che diede una rifiatata di
-contentezza e mandò una benedizione al ricapito della signora Vezzosi.
-Povera signora, come ne avrebbe fatto volontieri di meno!
-
-Aldo meditava già un madrigale in prosa, quando la signora Camilla
-entrò a parlargli del Tettuccio e della gran folla che ci aveva
-trovata.
-
-— Troppa gente, è vero, troppa gente! — diss’egli, sospirando. — Io non
-vedevo il momento di tornar via.
-
-— Ah! — esclamò la signora. — Ho dunque toccato una corda sensibile?
-Dimenticavo che siete un filosofo, e che amate anche molto le dispute.
-
-— Io? Da che l’argomentate?
-
-— Ma! Se non altro, dall’ardore con cui avete sostenuta la
-conversazione, dal Tettuccio fino all’albergo.
-
-— Non si parlava di filosofia; — rispose Aldo, turbato da quell’accenno
-inatteso e non sapendo lì per lì che cosa dovesse pensarne. — La
-signora Vezzosi non ama questi discorsi. E in verità, — soggiunse egli,
-sforzandosi di dare un giro più allegro al discorso, — nessuna signora
-li gradirebbe. Si è parlato invece di tante cose; ma, prima di tutto, e
-più di tutto, s’è parlato di voi.
-
-— Di me? Pure, non mi sono sentita fischiare gli orecchi; — notò la
-signora Camilla ridendo.
-
-— Almeno il sinistro avrebbe dovuto fischiarvi, — replicò Aldo De Rossi.
-
-— Perchè il sinistro?
-
-— Perchè, secondo il proverbio toscano, quando fischia l’orecchio
-diritto, il cuore è afflitto, ma quando fischia l’orecchio manco il
-cuore è franco.
-
-— Eh, a questi patti, non dico di no; — fece la signora Camilla,
-appoggiando la frase con un leggero movimento del capo. — Ma forse
-non ho potuto sentirlo, perchè il suono si confondeva col ronzìo delle
-vostre parole.
-
-— Signora mia, — rispose Aldo, sospirando, — perchè non ho io il suono
-argentino del vostro sorriso, che mi giungeva stamane all’orecchio,
-più dolce d’una musica celeste? Voi siete lieta ed io triste, ecco
-il guaio. Ma mi correggerò, non dubitate, mi correggerò. Amo meglio
-parervi uno sciocco, come ce ne sono tanti nel mondo, anzi che un
-filosofo. Che cosa non farei, per meritare la vostra stima? —
-
-Aldo De Rossi tirò giù tutta quella roba in fretta e in furia, per una
-ragione che i miei lettori avranno già indovinata. Egli voleva dire
-e non aver l’aria di dire ciò che pensava delle moinerie di madonna
-col contino Anselmi; perciò, a mala pena gli era sfuggita l’allusione,
-andava via affastellando chiacchiere, affinchè ella non si fermasse a
-pensarci su.
-
-Ma la signora Camilla non mostrò neanche di aver notata la cosa.
-
-— La mia stima! — diss’ella, guardando il signor Aldo con aria di
-stupore. — E per che farne?
-
-— Ma.... — rispose egli. — Per averla.
-
-— Ah sì, — replicò la signora Camilla, increspando le labbra ad un
-risolino sarcastico, — dimenticavo che amate le collezioni.
-
-— Io, signora?
-
-— Oh, non c’è niente di male, e non occorre che mi guardiate con quegli
-occhi stralunati. Siete come l’ape, che raccoglie da tutti i fiori il
-suo miele. —
-
-Aldo si sentì ferito nella sua dignità.
-
-— Questo paragone, poi.... — esclamò egli, rizzando la testa.
-
-— Per caso, — ripigliò la signora Camilla, — vorreste essere paragonato
-piuttosto ad un raccoglitore di francobolli?
-
-— Non è più di moda; — rispose Aldo, mordendosi le labbra. —
-Quantunque, anche un francobollo, per metterlo sopra una lettera....
-nella quale io vi dicessi....
-
-— Ho capito, — interruppe la signora, — ho capito. Quello che gli
-uomini dicono a tutte le donne che hanno la bontà di lasciarselo dire.
-No, no, signor De Rossi, smettete; non mi fate prendere in uggia i
-francobolli.
-
-— A Dio non piaccia; — rispose Aldo, stizzito. — Son tanto carini, i
-francobolli! —
-
-Dopo questo dialoghetto agrodolce, ci fu, come potete immaginarvi,
-una pausa. Aldo rotava gli occhi come un cane rabbioso. Non si
-muoveva dalla sedia, ma il suo spirito faceva le volte, come il leone
-in gabbia, o, se vi piace meglio, rodeva il morso, come un cavallo
-frustato. Quanti animali tirati in ballo, per descriverne uno solo, che
-in quel punto non era neanche «grazioso e benigno!»
-
-La signora Camilla fu la prima a rompere quell’uggioso silenzio.
-
-— Siete in collera? — gli disse. — Vi avverto che diventereste brutto.
-
-— Meno male che non lo sono ancora, ai vostri occhi! — rispose Aldo,
-aggrappandosi prontamente a quel filo che essa gli porgeva in buon
-punto. — Ma in verità, signora mia, siete molto crudele, coi vostri
-paragoni.
-
-— Sono schietta, signor De Rossi, e dovete adattarvi a prendermi come
-sono, o a lasciarmi. Alla mia età non si cangia più tanto facilmente.
-
-— Dio buono! Si direbbe, a sentirvi, che avete quarant’anni.
-
-— Eh, se vi pare che io li abbia, siano pure quaranta. A voi; quanti me
-ne ne date?
-
-— Non saprei. Ventuno.
-
-— Ecco un’esagerazione! Dite almeno venticinque.
-
-— Diciamo venticinque, sebbene io non lo creda. Una rosa non sarebbe
-più fresca di voi. —
-
-La signora Camilla diede in un’allegra risata, che ricordò al De Rossi
-i suoni argentini di ott’ore prima.
-
-— Bel paragone! — esclamò poscia. — Lo metterò insieme coi miei.
-
-— Signora, che cosa ho detto di male?
-
-— Niente, niente. Una rosa a ventun anno! Ha da essere proprio fresca!
-
-— È vero, — rispose Aldo, con aria contrita. — Vedete da questo esempio
-che i paragoni non tornano mai ad esprimere giustamente il pensiero.
-Mutiamo discorso, signora; — soggiunse egli, vedendo la signora Elena,
-che ritornava dal fondo. — Verrete stasera al Casino? È il ritrovo
-universale.
-
-— Credo che ci andremo. Ne hanno parlato a mio zio ed egli non ha detto
-di no.
-
-— Ah, bene! — esclamò Aldo. — Come risplenderà il Casino, questa sera!
-
-— Altra esagerazione! — disse la signora Camilla. — Quando vi
-correggerete, signor De Rossi? Una donna non può mica crederle, queste
-cose!
-
-— Ma un uomo può pensarle, — rispose Aldo, — e quando le pensa, può
-dirle. —
-
-L’arrivo della signora Elena pose fine a quella conversazione senza
-sugo. Mentre le signore ne ripigliavano un’altra, anche più vana di
-quella, Aldo andava ruminando tra sè chi mai potesse aver invitato al
-Casino il presidente Roberti. E gli passò per la mente quell’antipatica
-figura del contino Anselmi. Ma come poteva l’Anselmi essere stato alla
-Pace, tra la colazione ed il pranzo? Una visita cosiffatta, due ore
-dopo l’incontro del Tettuccio, non sarebbe stata di buon gusto. Ma già,
-è proprio necessario che gli uomini seguano tutti, e sempre, le norme
-della buona compagnia? Il contino Anselmi era poi così sciocco!
-
-Per fortuna del signor De Rossi, ed anche del contino Anselmi, la
-cui fama ne scapitava un poco, nell’animo del nostro innamorato, il
-commendatore Gerardo, nell’atto che la compagnia esciva dal giardino
-per ritornare in casa, disse alla signora Camilla:
-
-— Speriamo di rivedervi tra poco. Il presidente ha promesso di venire
-al Casino, e _promissio boni viri est obligatio_, anche per la sua
-bella nipote. —
-
-Aldo De Rossi respirò. L’invito era stato fatto dal commendatore
-Gerardo. E, per quel momento almeno, il contino Anselmi ricuperò la sua
-fama.
-
-Mi chiederete perchè Aldo De Rossi, geloso com’era, fosse il primo a
-pregare la signora Camilla di andare quella sera al Casino. Lettori
-umanissimi, se voi siete gelosi della buona specie....
-
-Ma qui bisogna interrompere il discorso e fare una parentesi. C’è, in
-materia di gelosia, la buona specie e la cattiva. La cattiva è quella
-gelosia feroce, bestiale, che, oltre all’essere irragionevole, riesce
-anche offensiva per la donna a cui è particolarmente dedicata. La
-buona è quella gelosia che, senza essere niente più ragionevole, non
-va tuttavia agli eccessi, alle sfuriate dell’altra, ma si chiude nel
-cuore dell’uomo innamorato, facendogli vedere un rivale in ogni uomo
-che s’avvicini alla donna amata, un pericolo in ogni oggetto, animato
-o inanimato, fosse pure un palo di telegrafo. Questa forma di gelosia
-è stata poeticamente tratteggiata in un’arietta della _Sonnambula_:
-«Son geloso del zefiro amante» a cui ho l’onore di rimandarvi, per
-maggiori cognizioni. Vi avverto frattanto che, buona o cattiva specie,
-fanno soffrire tutte e due ad un modo, e v’auguro di non essere mai
-gelosi, nè d’una specie, nè dell’altra. Ma se, per vostra disgrazia,
-siete gelosi, e gelosi della buona specie, vi sarà certamente avvenuto
-di rizzar muso, di consacrare qualcheduno agli Dei infernali, di
-voler morire, o almeno di non saper più come vivere, di meditare i
-più tristi disegni, come quello di andare in Cina, di chiudervi alla
-Trappa, e di fare tante altre belle cose di questo genere. Ma poi, una
-parola improvvisamente più umana della donna amata, o una guardatina,
-un sorrisetto ironico da cui trapelasse un’ombra di affetto, mandava
-subito in aria i tremendi propositi. E allora, quasi in atto di
-pentimento, ed anche un pochino per dimostrare a voi medesimi la
-vostra bella sicurezza di spirito, offrivate alla dama un compenso
-delle offese che non le avevate pur fatte, delle malinconie che non
-v’erano escite dall’anima, e la pregavate o la esortavate a prendere un
-passatempo, il cui solo pensiero vi avrebbe fatto maledire, poche ore
-prima, l’esistenza e l’amore.
-
-In questa condizione di spirito era il signor Aldo De Rossi. Del
-resto, non era ammissibile che la signora Camilla potesse rimanere a
-Montecatini senza andare al Casino, ed anche un bel numero di volte.
-Quello era l’unico luogo di ritrovo per il forastiero che non volesse
-morire di noia. Le dame ci avevano la sala dei concerti e del ballo;
-i giovinotti ci avevano il biliardo; gli uomini stagionati la sala da
-giuoco; tutti poi la sala di lettura, per dare un’occhiata ai giornali,
-che Iddio misericordioso prosperi chi li legge, e perdoni a chi li
-scrive.
-
-
-
-
-XI.
-
-
-Erano le nove di sera, quando la signora Camilla escì dalla sua
-camera e scese nell’atrio, in compagnia della signora Vezzosi. Aldo
-passeggiava da un’ora sul marciapiede, avendo l’aria di godersi
-il fresco, che scendeva da Montecatini alto, lungo lo stradone dei
-bagni. Appena ebbe vedute le dame, affrettò il passo, fece un saluto
-e un complimento premeditato, indi si accompagnò a loro, per andare
-dall’altra parte della strada, dov’era la Locanda maggiore, con
-l’attiguo stabilimento del Casino.
-
-La signora Camilla aveva accettato il braccio del commendatore Gerardo;
-la signora Elena quello del presidente Roberti. Aldo trovò che era una
-disposizione eccellente di coppie; ma non pensò a fare la terza col
-cavaliere Sestavalle, e marciò da fiancheggiatore, un po’ indietro alla
-signora Camilla, un po’ avanti alla signora Elena, dicendo a tutt’e
-due le cose più garbate del mondo. Era allegro, per una volta tanto, e
-aveva trovata la nota giusta.
-
-Si entrò al Casino. Il commendatore Gerardo, che era già socio da
-due giorni, presentò e fece iscrivere sull’albo S. E. il presidente
-Roberti. Indi la comitiva penetrò nelle sale.
-
-Il luogo non risplendeva già per un lusso asiatico, e neanche europeo;
-ma era pulito, e questo era l’essenziale. La sala da ballo appariva un
-po’ nuda, ma ciò accresceva l’effetto dei lumi e non c’era niente da
-ridire. Tutto intorno correva un ampio, ma non troppo soffice divano;
-ed anche questo era fatto con previdente consiglio. Se fosse stato
-soffice, le dame si sarebbero troppo abbandonate con gli omeri alla
-spalliera, che brillava per la sua assenza, e si sarebbero tinte le
-spalle alla parete, imbiancata di fresco. Non dimentichiamo per altro
-che c’erano qua e là dei guanciali imbottiti di crino e che poteva
-esser cura di un attento cavaliere di trovarne uno, per metterlo a
-posto, tra la parete e la dama.
-
-La gran sala era già abbastanza popolata, quando vi giunse la comitiva
-che abbiamo l’onore di seguire. Lungo i divani stavano sedute quindici
-o venti signore, tutte col loro crocchio di amici e conoscenti, che le
-tenevano a chiacchiera. Una signorina sedeva al pianoforte, accennando
-timidamente un motivo d’opera, per dar motivo (scusate il bisticcio)
-a tre o quattro cavalieri, di dirle in coscienza che ella suonava come
-un angelo. Voi lo sapete pure, o lettori umanissimi, ci sono anche gli
-angeli che suonano il pianoforte.
-
-Si fece capannello intorno alla signora Elena, che era una vecchia
-conoscenza per i frequentatori del Casino. In una società che si muta
-e si rimuta ogni settimana, si è già vecchi amici nello spazio di
-due giorni. E la signora Camilla, nuovo astro apparso quel giorno nel
-firmamento della Valdinievole e già ammirato la mattina nella _kursaal_
-del Tettuccio, ebbe omaggio di fedeltà da tutti i sudditi della signora
-Vezzosi.
-
-Aldo De Rossi, fresco ancora della sua allegrezza, si adattò con buona
-grazia a tutte le premure di cui il nuovo astro era fatto argomento. Il
-contino Anselmi non c’era, ed anche questo era tanto di guadagnato. Si
-sopporta con pazienza una dozzina di nuovi cavalieri ossequiosi intorno
-alla donna dei vostri pensieri, quando non c’è quel tale, quell’unico,
-che v’ha dato sui nervi.
-
-Cionondimeno, perchè le galanterie più innocenti tornano uggiose ad
-un povero innamorato, Aldo si mosse di là, per dare una capatina nella
-sala del biliardo. La sala era piena di spettatori; anche i giuocatori
-dovevano essere molti, e tra essi il contino Anselmi, che si vedeva
-con la stecca in mano. O là, od altrove, bisognava aspettarselo; meglio
-dunque trovarlo là, ed impegnato in una partita alla corda.
-
-Sapete che cos’è il giuoco della corda? Parecchi giuocatori, che
-possono esser molti o pochi, lavorano a mettersi in bilia l’un l’altro,
-ognuno di loro essendo l’avversario naturale di quello che ha tirato
-prima di lui. Ogni giuocatore ha sul principio del giuoco tre punti, i
-quali, per essere segnati dall’apertura di tre numeri su d’una tabella
-addossata al muro, si chiamano occhi. Il giuocatore, che tira dopo di
-voi, mette la vostra palla in bilia? Il segnatore vi chiude un occhio,
-facendo scorrere una listerella di legno sopra uno dei tre numeri
-progressivi che si leggono l’uno di costa all’altro, presso il numero
-d’ordine che voi avete nel giuoco; e così di seguito fino al tre, se
-avete la disgrazia di essere messo in bilia tre volte; nel qual caso
-escite di giuoco, restando in combattimento i più fortunati. È la
-_poule_ dei francesi, e si dice corda in Italia, per il nome di quella
-linea che s’immagina tirata da mattonella a mattonella ai due quarti
-di cima e di fondo del biliardo. Di qua dalla linea deve stare chi
-s’acchita, come chi s’imposta, per battere la palla dell’avversario.
-Donde il modo: _stare in corda_, che significa non collocare la propria
-palla, prima di batterla, oltre il limite assegnato.
-
-Aldo stette un minuto nel vano dell’uscio, a vedere l’andamento del
-giuoco. In questo breve spazio di tempo salutò l’Anselmi, che gli rese
-distrattamente il saluto. Ogni giuocatore essendo chiamato per numero
-d’ordine, Aldo potè riscontrare sulla tabella il numero dell’Anselmi e
-vedere per giunta com’egli avesse ancora i suoi tre occhi liberi; dalla
-quale osservazione era facile cavare la conseguenza che l’Anselmi fosse
-impegnato per molto tempo, essendo i combattenti in numero di quindici.
-
-Fatta questa rassegna, senza aver aria di nulla, Aldo De Rossi diede
-una giravolta sui tacchi e ritornò nella sala da ballo.
-
-Un maestrino di buona voglia era andato a sedersi al pianoforte e
-s’improvvisavano i quattro salti d’obbligo. Aldo si sentì battere il
-cuore, pensando che avrebbe fatto il primo _valzer_ con la signora
-Camilla. Questo era per l’appunto il suo disegno; ed egli, descritto
-per la sala il giro maestro che il falcone descrive nell’aria prima di
-piombare addosso alla preda, si avanzò difilato verso la dama.
-
-— Giungo in tempo, — le disse, col tono più dolce che gli venisse
-fatto di dare alla sua voce, — per chiedervi l’onore d’un giro di
-_valzer_? —
-
-Quello del giungere in tempo era un modo di dire. Egli, in fatti,
-era sicuro di essere il primo, poichè il maestro non aveva ancora
-attaccato.
-
-E tuttavia il povero Aldo si sentì rispondere:
-
-— Ahimè, no, signor De Rossi; sono impegnata. —
-
-Egli non potè reprimere un gesto di meraviglia.
-
-— Così presto? — esclamò. — Incominciano appena adesso a suonare.
-
-— Giustissimo; — replicò la signora Camilla. — Ma sono impegnata da
-stamane.
-
-— Ecco ciò che si chiama non perder tempo; — notò Aldo, sforzandosi di
-sorridere. — E chi è il felice mortale?
-
-— Oh, se sia felice, non so, e dovrà pensarci lui. Vedetelo là che
-viene. Le prime battute del _valzer_ lo hanno fatto escir fuori. —
-
-Aldo aveva già indovinato, fin dalle prime parole della signora
-Camilla. Alzò gli occhi macchinalmente, per guardare dov’ella
-accennava, e vide il contino Anselmi, che entrava nella sala da ballo,
-mettendosi i guanti alla svelta.
-
-Il contino attraversò la sala col passo misurato e sicuro d’un
-trionfatore romano, che pensa esser gli occhi della folla rivolti su
-lui e vuol farci una buona figura. Giunto davanti alla signora Camilla,
-si piegò in due, con un amabile scorcio di vita, mentre finiva di
-mettersi i guanti; le chiese anzi tutto notizie della sua salute, indi
-le rammentò la promessa del mattino.
-
-— Signora — le disse, tra l’altre cose, — stamane pretendevate che,
-ad invitarvi così presto per un giro di _valzer_, non mi sarei più
-rammentato dell’invito. Eccomi qua, puntuale come Don Ruy Gomez de
-Silva, a ricordarvi la vostra promessa. —
-
-La signora Camilla sorrise e si alzò. Il contino Anselmi la prese
-per mano; indi, fatti con lei due passi verso il mezzo del salone,
-le rigirò un braccio intorno alla vita, e via, con la più graziosa
-scivolata del mondo.
-
-Aldo era rimasto a vedere. Ma il poverino ci aveva un diavolo per
-occhio.
-
-La signora Vezzosi lo trasse in buon punto dalle sue dolorose
-meditazioni.
-
-— Orbene, signor Aldo, — diss’ella, — è così che m’invitate a ballare?
-
-— Signora... — balbettò egli, confuso, — non siete voi impegnata?
-
-— Da voi, signor De Rossi; — rispose la signora Vezzosi. — Non ve ne
-rammentate?
-
-— L’avevo preveduto, che la signora, era impegnata; — soggiunse un
-cavaliere lì presso. — E infatti, stavo a vedere....
-
-— Chi sta a vedere vuol far poca strada; — mormorò la signora Elena,
-mentre prendeva il braccio di Aldo. — Del resto, — soggiunse, — se voi
-non ballate, De Rossi...
-
-— Come? come? — interruppe Aldo, richiamato da quelle parole al
-sentimento del suo dovere. — Non ballo, io? Ballo come... aiutatemi a
-dire.
-
-— Come un povero pazzo che siete; — gli sussurrò essa all’orecchio,
-nell’atto di mettergli la mano sull’òmero. — Se non c’ero io a
-salvarvi, facevate una bella figura. —
-
-Aldo non ebbe mestieri di chiedere in che consistesse la brutta figura
-che aveva corso il rischio di fare, e ringraziò in cuor suo la signora
-Elena di averlo levato da un atteggiamento, che era d’uomo imbronciato,
-ma poteva diventare d’uomo ridicolo.
-
-Si diede allora per disperato all’ebbrezza del _valzer_, e descrisse
-tante volte il giro della sala, che nessun altro cavaliere potè
-durarla al suo paragone. Egli, per altro, non guardava che la signora
-Camilla, e si sarebbe detto che la inseguisse, quando era lontana,
-e la precedesse, per tornarla ad inseguire. Dopo cinque minuti di
-quella corsa pazza, vide la signora Camilla arrestarsi; poco dopo
-ella era tornata al suo posto. Evidentemente era stanca, e l’essersi
-rimessa a sedere dimostrava che non avrebbe più ripigliato il ballo.
-Aldo continuava a girare, dandosi pensiero della sua dama, come io e
-voi del Gran Turco. Egli pensava invece a quel maledetto Anselmi, che
-aveva trovato modo d’impegnare la signora Camilla fin dalle dieci del
-mattino. Lo vedeva nella sala del biliardo, intento al giuoco della
-corda; poi lo vedeva comparire nel salone, coi guanti mezzo infilati,
-alla prima battuta del _valzer_. Come diamine aveva potuto spiccarsi
-dal giuoco? Non ci voleva una grande perspicacia ad indovinarlo. Il
-giuoco della corda è proprio quello che si può abbandonare quando si
-voglia, e con molto gusto dei compagni, poichè, lasciandolo a mezzo, si
-perde il posto e la posta.
-
-Maledetto Anselmi! Aldo De Rossi voleva conciarlo per il dì delle
-feste. Ma come? L’occasione, ci voleva, o almeno almeno il pretesto.
-
-Credete, lettori, che un pretesto di litigio sia sempre facile a
-trovare? Anche un mio amico era di questa opinione. Sentiva una
-profonda antipatia per un tale, che non gli offriva mai occasione
-d’attaccarla, anzi, quante volte lo incontrava (e s’incontravano
-spesso, nel salotto di una bella signora), gli faceva un mondo di
-cortesie. E non già per paura che avesse di lui; che anzi era celebrato
-come un cavaliere assai forte nel punto d’onore ed espertissimo
-tiratore di pistola. Al mio povero amico questa celebrità non metteva
-mica i brividi in corpo. Voleva leticare con lui, voleva trovare
-un appiglio, che non lasciasse campo a sospettare la vera cagione
-dell’alterco. Lo appostò un giorno in una sala di trattoria, trovò il
-modo di sedersi ad una tavola vicina alla sua, e lì, a bruciapelo, tra
-il lesso e l’arrosto, gli scaraventò la sua frase:
-
-— Signor tale, è vero quel che si dice da certi sciocchi imprudenti,
-che voi preferite la mostarda francese alla inglese? —
-
-Quell’altro lo guardò sì placidamente, come egli lo aveva guardato
-ferocemente, e gli rispose con la sua gentilezza consueta:
-
-— Mio signore, io non ho ancora su questo punto un’opinione formata;
-e su questo, come su tanti e tanti altri, mi atterrò volontieri alla
-vostra. —
-
-Dopo otto minuti di giri e rigiri, la signora Elena si dichiarò vinta
-e manifestò il desiderio di riposarsi. Aldo, continuando a girare, la
-condusse più presso al divano, e là si fermò sui due piedi, come un
-ballerino di cartello, ma non per ricevere gli applausi.
-
-Camilla era là, e accolse l’amica con un leggiadro sorriso.
-
-— Che ferocissimo valzer, mia cara! — le disse. — Sarai stanca?
-
-— Non tanto, ma mi girava un pochino la testa e da qualche minuto mi
-facevo quasi portare dal mio fortissimo cavaliere.
-
-— Il signor De Rossi è un fiero ballerino al cospetto di Dio; — disse
-una voce, presso alla signora Camilla.
-
-Aldo alzò gli occhi a guardare. Il contino Anselmi non era più là,
-ed egli vide in sua vece Alcibiade primo, il cavaliere Sestavalle.
-Aveva già aggrottate le ciglia, il signor Aldo degnissimo; ma vedendo
-il posto vuoto, e riconoscendo che il complimento gli era fatto dal
-Sestavalle, spianò le rughe e sorrise.
-
-Il caso era strano; almeno, gli pareva tale. Perchè era partito il
-contino Anselmi dal fianco della signora Camilla? Di certo, essa gli
-aveva detto di non voler più ricominciare; ma era questa una ragione
-per andarsene via?
-
-— Ecco un uomo che non vuol perder nulla; — pensò Aldo tra sè. — È
-ritornato al biliardo, per ripigliare la partita. —
-
-Qui il signor Aldo De Rossi avrebbe potuto, e fors’anche dovuto,
-impegnare la signora Camilla per un altro ballo, poichè aveva perduta
-l’occasione di avere il primo. Ma, che volete? insensibilmente gli si
-era formato e cresciuto intorno al cuore un lago di amarezza. So bene
-che la cosa non è scientificamente vera; ma io vi descrivo l’effetto,
-o, per dire più esattamente, la sensazione. Quando si è in collera,
-quando si sente di non poter neanche guardare in viso la persona amata,
-allora, signori miei, si ha l’amaro al cuore, e tanto amaro, tanto
-amaro, che sembra di affogarci dentro.
-
-— Giuoca, giuoca! — borbottò egli tra i denti, volgendo gli occhi verso
-la sala del biliardo. — E la fortuna ti conceda di guadagnare anche
-laggiù la tua posta. —
-
-Parecchi cavalieri si erano avvicinati a complimentare le due dame.
-Aldo si scostò lentamente e finì col trovarsi davanti all’uscio della
-sala di lettura. Avete già capito che si avviò a quella volta; ma non
-vorrei lasciarvi nella falsa opinione che andasse là dentro per leggere
-un giornale. Aldo De Rossi non fece che passare; attraversò la sala
-d’ingresso e riuscì sul loggiato.
-
-La notte limpida e stellata parve recare un po’ di lume nella
-confusione delle sue povere idee. Ma sentite in che modo, e giudicate
-voi. Andando su e giù, e dopo aver dato due o tre stupide occhiate alla
-luna, che appariva allora allora tra i pioppi di Pieve a Nievole, e
-dopo aver mandato, non so bene se a lei o ad altra luce del firmamento,
-mezza dozzina di giaculatorie, il nostro eroe venne in questa opinione,
-che, non avendo potuto fare con la signora Camilla il primo ballo di
-quella sera, non poteva dicevolmente fare con lei il secondo, nè il
-terzo. Oramai, la poesia del fatto era sfumata. Anche lei, la signora
-Camilla, non doveva intenderlo e pensare come lui?
-
-Fortificato in questa idea, che gli parve luminosa, Aldo De Rossi diede
-una crollata di spalle, simile a quella che dovette dare Giulio Cesare
-quando fu per passare il Rubicone, e, senza aspettare un bicchiere
-di birra, che aveva domandato al cameriere in un breve intervallo di
-calma, infilò la scaletta scoperta che metteva nel cortile, e di lì,
-passando rapidamente per l’anticamera del Casino, giunse all’uscio di
-strada.
-
-Dove andava? In verità, non lo sapeva neanche lui. Voleva escire, non
-tornar più quella sera al Casino. Posto il piede all’aperto, aveva
-voltato a sinistra, come se volesse andare verso l’abitato; ma si pentì
-subito, e diede una giravolta a destra, per andare verso il Tettuccio.
-Al Tettuccio, alle dieci di sera! Signori miei, con quella stizza che
-ci aveva in corpo il nostro eroe, non è da badare a queste piccolezze.
-Del resto, la notte era splendida, e a fargli cansare una capata in
-quel tronco d’albero, o una stincata in qualche piuolo, c’era il lume
-della luna, che cominciava ad imbiancare la strada.
-
-E poi, quella era la _via crucis_ del suo povero amore. In un giorno
-solo, quanti ricordi dolorosi! Qui rideva — pensò egli, notando un
-pezzo di marciapiede, poco discosto dall’Acqua della Speranza, —
-rideva, forse per l’invito al ballo, che il contino Anselmi le andava
-facendo, in anticipazione di dodici ore. Ci sono degli uomini così
-pronti a cavar profitto da ogni circostanza! Ah, sì, perchè ci hanno il
-cuor libero. E le donne ci credono, a questi scettici gaudenti! E le
-donne ci s’ingannano, a questa padronanza di spirito, che sa mentire
-ogni affetto, significandolo con parole tanto più vive, quanto più è
-dato di studiarle liberamente! Commedia! Retorica! Non c’è infiltri
-espressione più calda di quella del commediante, che sa distribuire
-con arte i suoi chiaroscuri intorno alle frasi mandate a memoria, o
-mendicate dal monotono brontolìo del suggeritore appiattato nella buca.
-Non c’è eloquenza più ornata e più splendida di quella dei rètori,
-fatta a musaico e per mero esercizio letterario. A lui, poveretto, non
-soccorreva l’arte di Roscio, nè quella di Ermogene; la frase gli esciva
-rotta dal labbro, scaldata da un amore violento, tinta, direi quasi,
-del suo sangue; ed era negletta, derisa, o presa in mala parte da lei.
-
-Proseguendo il cammino, trovò un altro punto critico. Era davanti
-all’Acqua della Fortuna, alquanto sotto alle Terme Leopoldine. In quel
-punto alla signora Camilla era caduto dagli òmeri il suo sciallettino
-di pizzi di Fiandra; non del tutto, ma solamente si era allentato e
-sfuggiva da uno dei capi. Voleva rimetterlo a posto e non le veniva
-fatto. Ora, sapete che cosa aveva osato di fare il contino Anselmi?
-Ve la darei da indovinare alle mille, e voi, furbe lettrici, la
-indovinereste alla prima. Aveva osato aiutarla, prendere con le sue
-mani il capo dello scialle e ravviarlo sull’òmero della signora,
-forse sfiorandole il collo col sommo delle dita. Perchè gli uomini dal
-cuore libero ce le hanno, queste audacie fortunate; anzi, sono proprio
-loro che ne hanno il segreto. Lui, poveretto, al posto dell’Anselmi,
-sarebbe stato mal destro, non avrebbe ardito di toccare quel collo. A
-lui sarebbe occorso quello che accadde a Vittor Hugo, giovane, quando
-una bellissima compagna di passeggiata gli aveva detto di guardare che
-cosa la ci avesse sotto il mento, che le dava molestia. Il poeta aveva
-veduto un collo di neve, e su quel collo di neve un insetto color di
-rosa, picchiettato di nero. Meglio che l’insetto sul collo, avrebbe
-dovuto vedere il bacio che a lei tremolava sulla bocca; ma era giovane,
-aveva sedici anni, o giù di lì; si appressò tremante, colse l’insetto
-e lasciò sfuggire il bacio, della quale sciocchezza lo riprese
-l’animaletto arguto.
-
- «_Fils, apprends comme on me nomme_,»
- _Dit l’insecte du ciel bleu;_
- «_Les bêtes sont au bon Dieu,_
- «_Mais la bêtise est à l’homme_».
-
-Sì, il povero Aldo si sarebbe dimostrato in quella occasione uno
-sciocco, e il contino Anselmi si era dimostrato un uomo di spirito. Ma
-poteva la signora Camilla vedere in lui un innamorato? Ella ci aveva
-proprio allora un fatto da cui giudicarlo, se era una donna nulla
-nulla più accorta di tante sue sorelle in Eva. Il contino Anselmi
-aveva meditato il gran colpo di fare il primo ballo con lei; ma aveva
-aspettata l’occasione giuocando prosaicamente alla corda, e, finito il
-suo giro di valzer, e ricondotta la signora al suo posto, non aveva
-trovato a far altro di meglio, che tornare difilato nella sala del
-biliardo.
-
-Mentre pensava a ciò, prendendosi il magro conforto di un paragone tra
-lui e quell’altro, il nostro filosofo peripatetico (molto peripatetico,
-invero, e poco filosofo) s’imbattè in un altro personaggio, che veniva
-incontro a lui, sullo stesso viale. Si tirò da un lato, prendendo la
-sua diritta, e l’altro fece istintivamente lo stesso. Ma, come furono a
-pari, si riconobbero e si fermarono di botto ambedue.
-
-
-
-
-XII.
-
-
-— Oh, De Rossi, sei tu?
-
-— Io; — rispose Aldo, confuso, poichè aveva riconosciuto il contino
-Anselmi.
-
-— E come va? — ripigliò questi con la sua bella tranquillità di
-spirito. — Hai già lasciato il Casino?
-
-— Sì; — disse Aldo, più confuso che mai; — avevo bisogno d’una boccata
-d’aria.
-
-— Anch’io, vedi, anch’io. Del resto, m’era anche venuta una curiosità.
-Volevo vedere se una certa coppia di tortorelle innamorate si fosse
-data la posta lungo i viali dello stradone, e ho colta l’occasione per
-dare una sbirciatina qua sotto. —
-
-S’ingannavano a vicenda, e, quel ch’è peggio, se ne accorgevano
-ambedue. Ma i costumi della società son questi per l’appunto: lasciar
-credere quel che si vuole, purchè non si dica mai il vero e non si
-abbia mai l’aria di convenirne.
-
-— Ed io che ti credevo ritornato al biliardo! — esclamò, con accento
-ingenuo, il De Rossi.
-
-— Che! — rispose l’Anselmi. — Giuocavo per far ora. Il giuoco della
-corda è tanto noioso! Fortuna che lo si lascia quando si vuole.
-
-— Ed anche il ballo; — soggiunse Aldo, con un risolino che voleva
-parere sarcastico.
-
-— Sicuro, anche il ballo; — replicò l’Anselmi, con imperturbabile
-sicumèra. — Avevo promesso alla Rivanera di fare il primo ballo con
-lei. Del resto, anche il ballo mi annoia.
-
-— Ah, — disse Aldo, — le avevi promesso!...
-
-— Già, promesso stamane, ritornando dal Tettuccio. Ma sai, Aldo mio,
-che è una donnina adorabile? Intendiamoci, per altro; io non nego i
-meriti grandi della signora Vezzosi. Non vorrei, per nessuna cosa al
-mondo, avere una quistione con te.
-
-— Con me? E per qual motivo?
-
-— Dio buono, per un motivo semplicissimo; — rispose l’Anselmi,
-continuando la celia. — Parliamoci col cuore in mano, da buoni amici
-come siamo. Tu ami la Vezzosi; la Vezzosi ama te.
-
-— Baie! — disse Aldo, crollando la testa.
-
-— Me lo ha confessato; — replicò l’Anselmi.
-
-— Confessato! A te?
-
-— Parola d’onore, a me.
-
-— Allora, — disse Aldo, rassegnato, — bisogna dire che la signora
-Elena non abbia presa la via più speditiva. Io, vedi, non ne sono
-stato avvertito. Ma sia pure come tu dici; — proseguì il De Rossi, per
-ravviare il discorso; — non intendo ancora come potesse nascere una
-quistione tra me e te.
-
-— Ma sicuramente, bello mio, sicuramente, per naturale dissenso intorno
-al grado di bellezza delle due dame. Sai quel che accadeva nel Medio
-Evo? Un cavaliere si piantava al capo d’un ponte e gridava: Giuro
-per Dio che la castellana di Rocca Scura è la più bella donna della
-cristianità. Tu passavi da quelle parti; l’affermazione ti dava noia;
-ti avanzavi all’altro capo del ponte e rispondevi: Tu menti per la
-gola, cavalier disleale; la più bella e la più degna d’ossequio è la
-castellana di Rocca Stellata. Allora, mettevate le lancie in resta;
-si prendeva campo, e giù botte da orbi. Non vorrei, dunque.... siamo
-intesi? Quando io ti dico che la Rivanera è la bellissima tra le belle,
-tu devi vedere in questo giudizio il mio gusto particolare, che può
-essere ed è certamente diverso dal tuo.
-
-— Vigliacco! — pensò Aldo De Rossi. — Anche in amore, ci ha le
-restrizioni mentali. —
-
-Indi, ad alta voce, proseguì:
-
-— Ti faccio i miei complimenti. La signora Cam... la signora Rivanera è
-a mala pena arrivata, e tu ottieni di farti pregare da lei....
-
-— Ecco, non esageriamo; — interruppe modestamente l’Anselmi. — Ella non
-mi ha pregato di nulla.
-
-— Dicevi che t’ha fatto promettere....
-
-— È stato un modo di dire. Sta in fatto che io le ho promesso di
-trovarmi al Casino per il primo ballo; ma in fondo in fondo son io che
-l’ho impegnata. —
-
-Aldo respirò un tratto più liberamente; ma continuò a dissimulare, per
-averne l’intiero.
-
-— Fa lo stesso; — replicò. — La signora ha accettato l’invito,
-mostrando di credere che tu ti saresti dimenticato. Era un impegnarti a
-ricordartene; — notò Aldo, non senza un pochino d’amarezza. — Ma perchè
-non rimanere al Casino, per continuare?
-
-— Che! — gridò l’Anselmi. — Dio me ne scampi. In confidenza, Aldo mio,
-sappi che su questo proposito io ci ho un’usanza particolare, effetto
-di una certa teorica....
-
-— Ah sì? Sentiamo la teorica.
-
-— Eccola qua. Non bisogna star troppo ai fianchi di una donna a cui si
-fa la corte.
-
-— Questa è nuova di zecca. Tu credi che giovi l’assenza?
-
-— Qualche volta sì. Ma in generale torna più utile il tenersi preziosi.
-Ti pianti alle costole d’una dama? Le dài noia. Oppure, ella si scalda
-a quella vicinanza; perciò non ha tempo a vedere, a confrontare. E
-questo non sarebbe male, lo capisco; anzi ti metterebbe conto. Ma bada;
-mentre tu ti sei impegnato al giuoco, ella, che non ha confrontato
-prima, confronta più tardi; donde troppo spesso la conseguenza che tu
-vada innanzi ed ella torni indietro. Ti volti per dirle una parola più
-tenera? Addio, bella; è già lontana un miglio e non c’è verso di farla
-tornare. So questo per vecchia esperienza; ed anche ripetuta. Non me
-la fanno più. Dunque, ti ripeto, assenze, nel vero significato della
-parola, non ne consiglierei a nessuno; possono andarti bene, ed anche
-riuscirti pericolose. Ma una piccola scappata, una sparizione sotto le
-armi, come si dice in sala di scherma, è spesso la man di Dio.
-
-— Benedetta la tua scienza! — esclamò Aldo De Rossi. — Anzi, dirò
-meglio, la tua diplomazia.
-
-— Diciamo pure diplomazia; — rispose l’Anselmi, con aria di
-condiscendenza. — Eccone intanto un bel saggio. Ho fatto con la
-Rivanera il primo ballo; nota, il primo ballo della serata, il suo
-primo ballo a Montecatini. Questo, in linguaggio d’ingegneria, si
-chiama piantare la prima biffa, che servirà di traguardo per tracciare
-la strada. È molto probabile che la Rivanera si dimentichi con chi avrà
-fatto il secondo ballo, od il terzo; ma ella sicuramente ricorderà
-con chi avrà fatto il primo. Aggiungi che questa sera mi cercherà ad
-ogni tanto con gli occhi, per la naturalissima curiosità femminile,
-di sapere qual dama io abbia invitata dopo di lei. Infatti, c’è qui la
-diplomazia sopraffina, la diplomazia di seconda intenzione. Tu insegni
-a me, caro De Rossi, che quando si corteggia una donna, si finge
-spesso di non preferirla, e si incomincia da un’altra, per giungere
-a lei nel punto meno osservato. Le vere preferenze scattano fuori al
-secondo valzer, o alla seconda quadriglia; ma allora nessuno ci abbada,
-e il tuo giuoco rimane coperto, se hai la fortuna di non commettere
-una imprudenza troppo grave nel cotillon. Tu capisci già dove vado
-a parare. La Rivanera domanda tra sè quale sia la signora preferita
-dall’Anselmi, tuo umilissimo servo. Ma il tuo umilissimo servo non si
-vede più, è escito dalla sala; non ha saputo resistere alla tentazione
-di ballar subito con lei, e, dopo aver ballato con lei, non ha saputo
-rassegnarsi a ballare con un’altra. Se avesse potuto ballare due
-volte con lei, magari Dio! Ma questo non si poteva fare decentemente,
-senza dare nell’occhio ai curiosi, senza correre il rischio di
-comprometterla, e fors’anche di seccarla. Perciò è sparito; ma, non
-dubitare, egli brilla per la sua medesima assenza, ed apparisce ai
-suoi occhi come un uomo innamorato, come un uomo delicato, come un uomo
-sincero. Innamorato, perchè è corso subito a lei; delicato, perchè non
-è tornato all’assalto, chiedendole un secondo favore; sincero, perchè
-non ha saputo infingersi, cercando di ballare con un’altra. E così, con
-poca fatica, il colpo è fatto. Ti capacita? —
-
-Aldo De Rossi, era stato a sentire quella lunga dimostrazione, rotando
-gli occhi e mordendosi le labbra; due cose che poteva fare senza
-pericolo d’esser veduto, poichè volgeva le spalle alla luna. Ma quando
-il contino Anselmi ebbe finito, egli fece forza al suo cattivo umore,
-sibilò un mezzo sorriso e rispose al compagno:
-
-— Non sei solamente un gran diplomatico, sei anche il più furbo dei
-logici. —
-
-Intanto il povero Aldo pensava con dolore che un ragionamento simile
-avrebbe potuto farlo, anche rispetto a lui, la signora Camilla. Non
-aveva egli fatto il primo ballo con la signora Vezzosi? E non era
-subito andato via dal Casino, come se gli tornasse ostico di dover
-ballare con un’altra? Veramente, egli non aveva ballato con la signora
-Elena, se non dopo il mal esito della sua domanda alla signora Camilla.
-Ma egli, turbato com’era, non pensò a questa circostanza attenuante. Ci
-avesse anche pensato, la dimostrazione dell’Anselmi gli avrebbe offerto
-anche l’argomento contro di lui. Infatti, non poteva la signora Camilla
-vedere nel suo atto quella stessa diplomazia sopraffina, di seconda
-intenzione, che vi fa fare il primo passo verso una donna che vi preme
-meno, per coprire il secondo, verso quella che vi preme di più?
-
-— Un furbo, che parla! — replicava l’Anselmi, non sospettando neppure
-di parlare così giusto.
-
-— Tu invece, De Rossi mio, sei un furbo che tace.
-
-— Taccio, — rispose Aldo, — perchè non ho nulla da raccontare.
-
-— Ah via! Amato come sei? Col tuo nido bell’e fatto? Col tuo trono
-stabilito?
-
-— Eh sì! — mormorò Aldo, crollando il capo. — Tu ti sei incocciato a
-supporre....
-
-— Non suppongo, credo, son certo; — interruppe l’Anselmi. — Ti ho già
-detto che me lo ha confessato la signora Elena. Cioè, intendiamoci,
-confessato no; ma non saputo negare. Del resto la sua medesima
-curiosità intorno ai fatti tuoi....
-
-— Che storia è questa? — fece il De Rossi, non lasciandogli tempo a
-finire la frase.
-
-— Ma sì; — ripigliò il contino Anselmi. — Figurati che la signora...
-sta bene, non la nominiamo, — soggiunse, notando un atto esortativo del
-compagno. — Diremo invece la figlia di Leda, che poi torna lo stesso.
-Ma, prima di tutto, una dichiarazione necessaria. Si è amici, o non
-si è; ne convieni? Siamo dunque amici, siamo giovani, e dobbiamo esser
-collegati, per aiutarci a vicenda. —
-
-Aldo De Rossi, quantunque non ne avesse gran voglia, rispose a quelle
-premesse con un cenno affermativo del capo.
-
-— Dunque io dico — ripigliò l’Anselmi, — due alleati hanno obbligo
-di conoscere scambievolmente lo stato delle loro finanze e dei
-loro armamenti. Che cosa sarebbe l’alleanza, se non ci fosse questa
-cognizione, questa fede piena ed intera? Tu non devi aver segreti per
-me; ma io debbo dirti tutto quello che so. Senti dunque, un bel giorno
-la signora... la figlia di Leda, mi trattenne nel suo salotto, mentre
-ero sul punto di andarmene. E sai di che diavolo mi parlò, quando si
-rimase soli? Di te, sempre di te, solamente di te; fino al punto che io
-ne fui mortalmente seccato.
-
-— Grazie! — fece Aldo De Rossi.
-
-— Non è il caso; — rispose prontamente l’Anselmi. — Rendimi la
-pariglia, alla prima occasione: La figlia di Leda voleva sapere da me
-di quale altra donna tu fossi innamorato. Era gelosa, capisci? E mi
-fece passare in rassegna tutte le signore del nostro piccolo mondo. Tra
-l’altre, ricordo che si nominò anche la Rivanera. Io, naturalmente,
-negai per questa, come per tutte le altre. Infatti, non ti avevo mai
-veduto accennare a questa, nè ad altre. Se c’era una dama a cui tu
-dedicassi visibilmente i tuoi omaggi, quella era la signora... la
-figlia di Leda, in persona. E naturalmente, dicendole io queste cose,
-ebbi il piacere di vederla arrossire. S’intende che non volle convenire
-di nulla, e che cercò di colorire la sua curiosità con la storiella di
-un matrimonio che ella disegnava di farti fare, con una bella e ricca
-fanciulla, che tu, ne son certo, non conosci e della quale non hai mai
-udito parlare. Ti dico che sei nato vestito, De Rossi mio. Una bellezza
-come quella! E uno spirito poi, uno spirito!... Nei tempi andati, m’ero
-fatto avanti ancor io; ma che vuoi? la signora m’ha riso in faccia e
-addio speranze. Già dev’essere una di quelle donne che s’innamorano
-soltanto degli uomini seri. Io, vedi, perchè rido, perchè chiacchiero,
-perchè non straluno gli occhi, non sono un uomo serio.
-
-— La signora Rivanera, — disse Aldo, con voce sepolcrale, — ti vede di
-buon occhio. Forse non li ama serî, lei?
-
-— Che vuoi che ti dica? Non ne so nulla. Incomincio appena. Sai che
-prima d’ora la vedevo poco. Quel presidente gran croce mi dava una
-noia!... Prevedo che d’ora innanzi dovrò ragionare di codici e giuocare
-anche a scacchi. Pazienza! Ma lei.... che grazia! che umore! che
-spirito! Pare una stranezza, una contraddizione, aver tanto spirito una
-donna così bella!
-
-— Dove trovi la contraddizione? — esclamò Aldo de Rossi.
-
-— Nel fatto costante; — rispose l’Anselmi. — Non hai sempre veduto che
-le più belle sono anche le più sciocche? Infatuate della loro grande
-bellezza, disposte a credere che la bellezza, in una donna, sia tutto,
-ti pigliano un atteggiamento da statue greche, qualche volta anche da
-idoli indiani, e stimano che il farsi ammirare le dispensi dal farsi
-sentire. Meglio così, del resto, meglio così, perchè non ci sarebbe
-gusto a sentirle. Vederle ridere è già molto, perchè infatti si degnano
-di sorridere, trovandoci un’ottima occasione per mettere in mostra le
-trentadue perle, incassate nel corallo, di cui cantano da duemila anni
-tutti i poeti del mondo.
-
-— Ma anche la Vez... la figlia di Leda è bella ed ha molto spirito; —
-osservò Aldo De Rossi.
-
-— Sicuro, ed è un’eccezione; — replicò l’Anselmi. — Siamo cascati su
-due eccezioni. Felici noi! Cioè, mi correggo, felice te, fino ad ora!
-Io incomincio appena, te l’ho già detto, e non posso ancora mettere in
-conto che la conversazione allegra di stamane.
-
-— Infatti, ridevate di cuore; — disse Aldo. — E di che, se è lecito?
-
-— Lo sai tu? Io no; forse di nulla. Essa incominciò a darmi la baia
-sulle mie avventure di Montecatini; avventure di cui non aveva notizia,
-ma che s’immaginava facilmente. Le risposi che ero un disgraziato,
-in veste d’uomo felice. Ella non lo volle credere, ed io gliene fui
-grato, perchè, come capirai, ci si umilia sempre per essere esaltati;
-ma trovai il modo di dirle che tutte le più celebrate bellezze di
-Montecatini sarebbero ecclissate da lei, e che la mia fortuna sarebbe
-stata al colmo, anzi meglio, che avrei fatto morire di rabbia un
-centinaio di cavalieri, o giù di lì, se ella mi avesse concesso di
-fare questa sera al Casino, il primo ballo con lei. — Per vedere
-questa morte generale, — mi rispose ella, — ve lo concedo. — Poi si
-parlò d’altre cose. Le ho fatta la cronaca di Montecatini, come mi era
-permesso di conoscerla in una settimana di soggiorno, incominciando
-dalle mie commensali della Torretta. Ella mi canzonò, perchè ero andato
-ad alloggiare così lontano dall’orbe conosciuto; ma io, come puoi
-immaginarti, mi sono ben guardato dal dirle il perchè.
-
-— Ah, c’era un perchè?
-
-— Non lo sai? La cantante.
-
-— La cantante? Io non so nulla di nulla; — rispose Aldo, che cascava
-dalle nuvole.
-
-— Oh vedi! Ed io credevo che la signora.... la figlia di Leda ti
-avesse informato di questo particolare. Mi accorgo che è una dama molto
-prudente, anche co’ suoi più intimi amici. Ma forse non ha ancora avuto
-il tempo di parlartene. Deve aver risaputo soltanto ieri le mie alte
-gesta della Torretta, poichè me ne ha parlato iersera soltanto. Dunque,
-tu lo sai ora da me, scambio di saperlo da lei. Ci ho una cantante, una
-diva sulle braccia.
-
-— I miei complimenti; — disse Aldo De Rossi. — Tu hai dunque un occhio
-al cane e l’altro alla macchia. —
-
-Il contino Anselmi diede in uno scoppio di risa, che faceva
-testimonianza della più invidiabile contentezza.
-
-— Dio buono, — esclamò egli, — s’ha egli da star sempre col filosofo
-Platone?
-
-— Perciò, — ribattè Aldo De Rossi, — segui anche Aristotile.
-
-— Ah bella, questa, bellissima! Me la cedi?
-
-— Che cosa?
-
-— La tua arguzia. Ma sai, De Rossi, che per un uomo serio, sei molto
-spiritoso? Se tu dunque mi cedi l’invenzione, d’ora in poi dividerò gli
-amori in platonici ed aristotelici.
-
-— Sei molto gaio; — notò Aldo De Rossi. — E s’ha a credere che tu sia
-innamorato davvero?
-
-— Ah, questo poi no; ti permetto, anzi ti prego di credere che non
-lo sono. Ho ancora e conserverò per un pezzo l’intiera padronanza
-del mio cuore, del mio povero cuore. Le donne, non lo nego, sono cari
-animaletti; e le paragonerei volontieri a certi canini tanto graziosi e
-tanto preziosi, che formano l’ammirazione dei salotti. Carezze molte,
-ed anche qualche bacio su quelle bianche testine; ma badar sempre
-ai denti, per non buscarsi una morsicatura. La scienza non ha ancora
-trovato il rimedio contro la rabbia. —
-
-Aldo era stomacato da tanto cinismo. Mettete pure che non lo sarebbe
-stato tanto, se avesse avuto il cuor libero. Quando non si ama, certi
-discorsi tra uomini non fanno cattivo senso, e tutti i frizzi contro
-il sesso debole son buoni, anche se paiano un tantino volgari. Ma era
-innamorato, era geloso dell’Anselmi, e gli saltava la voglia di dirgli
-chiaro e tondo:
-
-— Sei un vile, contino Anselmi. Non si parla così delle donne in
-genere, quando si tenta e si spera di convincerne una. E non si tenta
-nemmeno, quando non si ama sul serio. È vergognoso per un uomo di
-garbo, per un cavaliere, turbar la pace di queste povere creature
-indifese, quando non si mette il proprio cuore nel giuoco, quando si
-è come te, che ti consoli dei rigori di Platone con le condiscendenze
-di Aristotele. Sei un vile, te lo ripeto, e ti proibisco da questo
-momento di far la corte alla signora Rivanera. Se la cosa non ti garba,
-provvedi ai casi tuoi; ci taglieremo la gola domani, a quell’ora che ti
-piacerà meglio. —
-
-Vi ho detto che ne aveva la voglia, e aggiungo una voglia spasimata,
-una voglia matta. Ma poteva egli spifferargli tutto ciò? Non era
-un costituirsi custode e tiranno della signora Camilla? Non poteva
-essa dirgli: amo essere corteggiata da chi mi piace, e voi, come non
-avete ancora il diritto di compromettermi, così non avete il diritto
-di liberarmi da una corte che io ho mostrato di gradire, per quanto
-insidiosa e villana vi sembri?
-
-Tutti questi pensieri passarono per la mente di Aldo De Rossi e lo
-persuasero a star zitto. Omero, in un caso simile, avrebbe detto che
-Minerva, amica e protettrice di Achille, gli aveva posto una mano sulla
-bocca. Certamente, l’immagine sarebbe più efficace e più bella. Ma io
-non sono Omero; questa ch’io narro non è la guerra di Troia, e Aldo
-De Rossi, vulnerabile in tante parti oltre il calcagno, non potrebbe
-essere paragonato in nessun modo ad Achille.
-
-Il nostro povero eroe vinse la ripugnanza che gl’inspiravano i discorsi
-del suo rivale inconsapevole, e dopo un istante di pausa gli disse:
-
-— Non sei innamorato; dunque, perchè turbi la sua pace? Essa è libera,
-inoltre, e tu potresti aver obbligo di cavalleria....
-
-— Che! che! — interruppe l’Anselmi. — In queste cose la cavalleria
-non c’entra. C’è posto a mala pena per la galanteria, sua cugina in
-terzo grado. Del resto, — soggiunse, — sono ragionamenti da farsi poi.
-Oggi non sono innamorato, e per conseguenza non sono cieco; ma potrei
-diventarlo, potrei perdere il lume degli occhi, e allora, ci sarà tempo
-a pensarci. Quantunque, ricordo che Napoleone I diceva: «la palla che
-ha da colpirmi non è stata ancor fusa.» Ed io dico, imitandolo: la
-donna che ha da accalappiarmi non è ancor nata. Napoleone vedeva più
-giusto di quello che non credesse, poichè non è morto di palla; vedrai
-che il tuo umilissimo servo non morirà ammogliato. Segui tu pure il
-mio esempio, De Rossi; non prender moglie. È un brutto guaio; specie
-quando si ha un umor triste come il tuo. È vero che io predico ad
-un convertito, poichè tu non mi sembri aver presa la via che conduce
-all’ara municipale.
-
-— Che ne sai tu? — fece Aldo.
-
-— Come? Torneresti ancora a negare?
-
-— Sì, torno a negare; — rispose Aldo, fermandosi sui due piedi e
-assumendo un’aria solenne. — Ti giuro, e tu devi credermi, che non
-faccio la corte alla signora Vezzosi.
-
-— Gliela farai più tardi, poichè essa ti ama.
-
-— Non gliela farò. Che essa mi ami, è una tua supposizione, non
-giustificata da alcuna prova agli occhi miei. Ma fosse anche vero....
-ammesso per pura ipotesi che potesse esser vero.... io non amerò la
-signora Elena. Sappi che io la rispetto...
-
-— E la venero; — soggiunse quell’altro, col suo fare canzonatorio.
-
-— Anselmi!
-
-— E via, non andare in collera! Il rispetto non chiama la venerazione?
-Ma non ischerzo più, se la cosa ti dispiace tanto, ed ammetto ciò che
-mi affermi con tanta sicurezza. Ma bada, De Rossi mio, ti annoierai,
-senza un amoruccio pur che sia; ti annoierai maledettamente. Non c’è
-annoiato più compassionevole al mondo, di quello che non ha il suo
-piccolo ripesco amoroso. Solo per lui il giorno ha ventiquattr’ore.
-Animo! Se non è la figlia di Leda, sia un’altra, che occupi un pochino
-del tuo tempo. Vuoi che ti presenti alla cantante? È, nel suo genere,
-una donna divina.
-
-— No, grazie; — rispose Aldo, seccato. — La donna io non la intendo
-così. Queste dee che si lasciano adorare da tutti, che si spezzettano
-di qua e di là, concedendo sorrisi a destra e a mancina, non sono il
-fatto mio. In amore ho sempre avuto una massima: o tutto o nulla.
-
-— Massima pericolosa! — esclamò l’Anselmi.
-
-— Pericolosa! Perchè?
-
-— Perchè la donna potrebbe volere il ricambio. Sarai tu disposto a
-concederlo?
-
-— Sì; — rispose Aldo, con accento risoluto.
-
-— Bada, tu dici di sì e l’esperienza risponde di no. Andar contro a
-questa esperienza è il torto massimo degli innamorati, e di quelli che
-hanno il temperamento amoroso. L’amore è come il piacere; lo si crede
-eterno, fino a tanto non lo si è esaurito. —
-
-Aldo De Rossi rispose a quel ragionamento con una alzata di spalle.
-
-— Sia pure destinato a perire, come tu vuoi e come io non credo; —
-diss’egli. — Resta sempre che l’amore è un sentimento esclusivo. Finchè
-dura, non patisce divisioni.
-
-— Ma se l’ho detto! Temperamento amoroso; — replicò l’Anselmi. —
-Temperamento amoroso, composto di bilioso e di sanguigno. Mi darai
-del materialista; ma che farci, se la cosa è in questi termini? Tu,
-per altro, sei un bel matto, De Rossi mio. Lasciatelo dire, sei un bel
-matto. Non ami nessuna donna, e parli come se ci avessi un Mongibello
-nel cuore.
-
-— Son molto calmo, invece; — rispose Aldo. — Ti dico ciò che penso, e
-abito all’insegna della Pace.
-
-— Davanti a cui siamo tornati, di chiacchiera in chiacchiera; — disse
-l’Anselmi. — Ma tu vorrai tornare al Casino.
-
-— No, vado a letto.
-
-— Ecco un predestinato del matrimonio; — esclamò l’Anselmi, ridendo.
-— Spero almeno che non metterai il berretto di cotone. Ma che c’è?
-Abbiamo fatto tardi, con la nostra filosofia, e la gente incomincia ad
-escire; — soggiunse, vedendo una brigatella di persone, uomini e donne,
-che escivano dal Casino, sull’opposto viale. — Mi pare di riconoscere
-la voce dell’amico Gerardo. Sono certamente le nostre ballerine, che
-vengono a questa volta.
-
-— Ritiriamoci in disparte; — disse Aldo.
-
-— Come personaggi di tragedia? Io non la intendo così. Già, a
-questo lume di luna ci avranno riconosciuto. La donna, come sai,
-appartiene alla specie felina ed ha la vista acuta, di notte come di
-giorno. —
-
-Non c’era verso di persuadere l’Anselmi a proseguire la strada. Aldo
-non seppe risolversi ad andar solo, poichè restava il compagno, il
-rivale.
-
-Il contino Anselmi non si era ingannato. Erano proprio le loro
-ballerine del primo valzer che escivano dal Casino, accompagnate dal
-commendatore Gerardo, dal presidente gran croce e dall’Alcibiade primo,
-cavaliere Sestavalle.
-
-La signora Elena fu la prima a ravvisare i due fuggitivi.
-
-— Ah, venite qua, voi! — diss’ella, con accento di minaccia. — Abbiamo
-da aggiustare i conti.
-
-— Signora, aggiustiamo pure; — rispose l’Anselmi, affrettandosi a
-muoverle incontro.
-
-— Avete ancora l’aria di ridere? Sappiate, signor conte, che
-non ammetteremo mai ciò, alla nostra presenza. E prima di tutto,
-giustificatevi. Perchè questa fuga?
-
-— Signore, io volevo far loro un’eguale domanda. Perchè lasciare
-il Casino, mentre noi, schiavi fuggiaschi, ma pentiti, venivamo ad
-impegnarle per il _cotillon!_
-
-— Si trattava proprio di _cotillon!_ — esclamò la signora Vezzosi.
-— Non si trova più un ballerino, a pagarlo un occhio. Non c’è più
-cavalieri, a questo mondo. Chiedetene al nostro fedele Sestavalle....
-
-— Che lo è dei Santi Maurizio e Lazzaro; — notò, salutando, l’Anselmi.
-
-Alcibiade primo rese il saluto e ripigliò tosto il suo atteggiamento
-dignitoso, riveduto e corretto per quella occasione.
-
-— Egli vi dirà, — proseguì la signora Vezzosi, — che a’ suoi
-tempi.... —
-
-Ma era detto che la signora Elena non potesse finire il suo discorsetto.
-
-— Sì, — interruppe il Sestavalle, seccato di quell’accento ad un
-passato troppo remoto, — dieci anni fa, non era mica così. I giovanotti
-del mio tempo lasciavano ai vecchi il giuoco e le discussioni
-politiche, ed essi tenevano compagnia alle dame.
-
-— Vi faccio notare, amico Sestavalle, — rispose gravemente l’Anselmi,
-— che a quei tempi la compagnia di cui parlate si chiamava a dirittura
-servitù. Diciamo dunque servitù, e senza rincrescimento, perchè in
-verità non fu mai servitù così dolce, nè così pregiata da noi. Ma,
-venendo al caso nostro, noi non potevamo già credere che in un’ora
-di assenza dal campo si dovessero contare tante diserzioni. Avevamo
-lasciate le dame in mezzo ad un circolo, ad una folla di gentiluomini.
-E non è da credere, — soggiunse il contino, volgendo un’occhiata
-eloquente alla signora Camilla, — che noi ci ritirassimo per cedere
-la piazza. Ci siamo ritirati per un sentimento di delicatezza. Non
-si voleva e non si poteva mica aver l’aria di maghi carcerieri, di
-cerberi, di tiranni; ufficio che va lasciato agli _aventi diritto_,
-come ad esempio il nostro buon amico Gerardo.
-
-— Un tiranno che ha data la costituzione; — notò il commendatore
-Gerardo, ridendo della sua arguzia, così facilmente trovata.
-
-— Noi, per altro, — ripigliò l’Anselmi, — dobbiamo dire la verità tutta
-intiera. Eravamo scesi a prendere una boccata d’aria, desiderosi di
-tornar subito. Ma l’uomo propone e la politica dispone. Figuratevi che
-abbiamo attaccato una discussione politica.
-
-— Ci avete anche voi questo peccato sulla coscienza? — domandò la
-signora Camilla.
-
-— Oh, in forma molto veniale, una volta all’anno; — rispose il contino,
-inchinandosi e saettando un’altra occhiata assassina.
-
-— Credevamo — notò la signora Vezzosi, — che foste andati nella sala
-del bigliardo, come tanti altri. Sestavalle voleva venirvi a cercare;
-ma noi non lo abbiamo permesso.
-
-— E Sestavalle, da buon cavaliere, ha obbedito; — replicò l’Anselmi. —
-Se fosse venuto non ci avrebbe trovati. Noi non avremmo osato mai di
-piantarci ad una mattonella di bigliardo, in vicinanza di così belle
-signore. Se almeno anche le signore prendessero la stecca!
-
-— Che idea! — esclamò la signora Camilla.
-
-— Eh, se vi degnaste di provare, signore mie, sareste belle di una
-nuova bellezza. Minerva non impugnò la lancia? E Venere non s’è
-compiaciuta di rubarla a Marte?
-
-— Come lo sapete?
-
-— Ho veduta la cosa in molti Musei d’arte antica, disperando sempre di
-averne un esempio nella realtà. Volete incominciare, signore? C’è un
-bigliardo discreto, dal Birindelli, all’Acqua della Speranza. Ho veduto
-ieri mattina giuocare la principessa Solikoff, e vi assicuro che non ci
-scapitava punto. Se volete, la prima lezione domani, dopo colazione.
-
-— Accettiamo la sfida? — chiese la signora Camilla alla Vezzosi.
-
-— Si riderà; — rispose la signora Elena; — accettiamo dunque. Voi,
-signor Aldo, che ne dite?
-
-— Aldo farà il quarto; — gridò l’Anselmi, non lasciando all’amico il
-tempo di rispondere. — Vi avverto che è un terribile giuocatore.
-
-— Ho già capito, — disse il commendatore Gerardo, volgendosi al
-presidente gran croce, — che noi faremo la parte di giudici.
-
-— L’ufficio mi conviene; — rispose il Roberti, col suo grave sorriso.
-
-Aldo si era frattanto avvicinato alla signora Camilla, e le diceva:
-
-— Poichè si tratta d’una partita in quattro, vorrete voi stare insieme
-con me?
-
-— Vi farò perdere; — rispose la signora Camilla. — Non lo
-domandate. —
-
-Aldo aggrottò le ciglia e fu per mordersi le labbra, secondo l’uso.
-
-— Per caso, — ripigliò abbassando la voce d’un tono, — sareste già
-impegnata al bigliardo, come lo eravate al ballo?
-
-— Dio, che cipiglio! — esclamò ella, con un gesto di terrore. — È
-l’ombra della notte che vi rende così cupo? —
-
-Egli chinò la testa, senza rispondere alla celia. Che cosa poteva dire,
-con tutta quella gente lì presso?
-
-— Via, per non farvi andare in collera, accetterò; — riprese la signora
-Camilla. — Perderete, e sarà la vostra punizione.
-
-— Perderò! — ripetè egli tristemente, scandendo la parola, quasi
-volesse farne fuori un senso recondito. — Che importa? Oramai, sono
-avvezzo. —
-
-La signora Camilla gli diede un’occhiata tra curiosa e beffarda; ma lo
-lasciò senza risposta, poichè s’avvicinava l’Anselmi.
-
-— A domani dunque, e buona notte; — disse il contino, stringendo la
-mano alla signora Camilla. — Prego voi, come la signora Elena, di non
-sognare che ci avete puniti con una giornata di rigore.
-
-— Che avreste meritato; — rispose la signora Vezzosi, per sè e per la
-Rivanera. — Ma voi, conte, non sognate di farci la seconda di cambio.
-
-— Per gl’inferni numi, lo giuro; — replicò, nell’atto di levarsi il
-cappello, quel caro ed amato Anselmi, che Aldo De Rossi avrebbe mandato
-tanto volontieri a trovare gli augusti testimoni del suo giuramento.
-
-
-
-
-XIII.
-
-
-La mia felicità sarebbe al colmo, se il candido lettore e la vermiglia
-lettrice si contentassero del poco che io dò e non mi chiedessero di
-approfondire, anzi meglio, di sviscerare il caso psicologico che ho
-preso a descrivere. Si tratta di una malattia, per cui, qual più,
-qual meno, siamo tutti passati, e le troppo minute descrizioni non
-chiarirebbero niente di nuovo.
-
-Aldo De Rossi era in una di quelle condizioni indefinite e
-indefinibili, che non permettono di risolver nulla e fanno avere in
-uggia ogni cosa. Si vorrebbe morire, dormire, sognare, e tutto il resto
-del monologo d’Amleto; farsi certosino, o prendere una sbornia di due
-settimane; mettersi a capo di uno squadrone di cavalleria e caricare un
-esercito in ordine di battaglia; affondarsi in una nuvola e andare dove
-il vento la spinge, in Africa, in Lapponia, a casa del diavolo; tutte
-cose che in altre parole mi è già occorso di dire e che vi coloriscono
-sempre imperfettamente lo stato d’incertezza di un’anima, che il
-passato opprime, il presente annoia e il futuro sgomenta.
-
-Ci sono dei malinconici, i quali, da ogni libro che leggono, vorrebbero
-che escisse un insegnamento morale. Se questo insegnamento lo chiedono
-al mio, eccolo qua: Fuggite le passioni, perchè esse guastano il sonno
-e l’appetito, questi due grandi riparatori della macchina umana.
-
-Ma sì, darla ad intendere! Si ama, ed è questo il più forte bisogno
-della macchina sullodata, o, se vi piace meglio, dello spirito,
-troppo raffinato, che presiede ai movimenti della macchina. Predicare
-allo spirito la necessità di dominarsi, di mortificarsi, di ottenere
-la pace, è lo stesso che dire all’uomo: — «Tu vivrai, alzandoti da
-letto alle dieci, ora un po’ tarda, ma indicatissima, per rubare un
-ritaglio di tempo alle noie della vita. Prenderai, ogni mattina, un
-bagno freddo, e, se hai passati i trent’anni, anche uno spruzzolo di
-doccia; indi farai una passeggiata, per riscaldare la pelle e disporre
-l’esofago alla colazione. La quale non dovrà essere troppo abbondante,
-per aggravarti lo stomaco, nè troppo succulenta, per riscaldarti la
-testa. Leggerai un giornale, per tenerti al fatto di ciò che accade nel
-mondo e non prendere scosse troppo forti, quando un amico ti combina
-per via e ti spara a bruciapelo le più brutte notizie. Anche quando
-le notizie non siano dolorose, per te, nè per altri, quell’improvviso:
-«sai la gran novità?» è sempre fatto per rimescolarti il sangue nelle
-vene. Stropicciati le mani di tanto in tanto; è un costume sanissimo
-e chiama una dose discreta di calore alle estremità. Dai frattanto una
-seconda passeggiatina per le vie, e trova il modo di spicciare in pari
-tempo qualche affaruccio. Quindi ti ridurrai a casa, o al banco, o allo
-studio, secondo i casi, per accudire con misura ai tuoi interessi;
-ripasserai i conti del tuo ragioniere, per saper sempre in che acque
-navighi; darai qualche ordine, tanto per non perdere l’abitudine;
-mediterai sull’allevamento del bestiame o sul modo di far rendere
-trentaquattro sementi al tuo grano. Poi, quando ritorni l’appetito, a
-pranzo. Ma non in famiglia, poichè non devi aver famiglia. Essa non
-è indicata come elemento di calma; nasce dall’amore e reca un mondo
-di sopraccapi. L’uomo savio non ha da aver passioni e deve cansare
-il pericolo dei sopraccapi in discorso. Indi un’altra passeggiata,
-anzi una scarrozzata, se si può. Veder tutto, passando a volo, non
-ammirare, non infiammarsi di nulla, è cosa veramente salubre. La sera,
-una capatina al teatro, o una visitina di complimento, sfiorando la
-galanteria, per tenere lo spirito in esercizio, ma non mettendo il
-cuore nel giuoco, che sarebbe pericoloso in sommo grado. Da ultimo una
-seduta a caffè, evitando le bibite spiritose, e le compagnie _idem_;
-finalmente a letto, con un giornale non troppo divertente, e aspetterai
-i conforti del sonno.» —
-
-Lettori, questa è la vita dell’uomo giusto, che non s’appassiona di
-nulla. Vi piacerebbe! Se avete nell’anima qualche cagione di tristezza,
-risponderete di sì. Se avete l’anima in pace, risponderete di no. E
-perchè, di grazia? Perchè volete soffrire; perchè volete provarle,
-quelle benedette febbri, che i filosofi vi consigliano di sfuggire;
-perchè volete infiammarvi del bello, del vero, del buono, incarnati,
-se si può, in una creatura diletta; perchè la quiete è la morte dello
-spirito, e la febbre una necessità dell’umana natura.
-
-Dunque, addio insegnamento morale. Amate, ragazzi, e soffrite. E se
-vi capita di guastarvi il sangue come Aldo De Rossi, imprecate pure al
-vostro male e alle sue belle cagioni. Sarete appena guariti, che farete
-la vostra brava ricaduta.
-
-Povero Aldo! Andò a letto, perchè non c’era da far altro; ma non gli
-venne fatto di prender sonno. Rimuginava dentro di sè tutto quello che
-avrebbe voluto dire alla donna crudele. Senza di lei non poteva più
-vivere. Non pensava mica ad averla; pensava ad essere amato da lei,
-anche a patto di non ottenerla mai più. Ad ogni tratto, per naturale
-riscontro, gli tornava davanti agli occhi l’immagine dell’Anselmi. Che
-vilissimo personaggio, sotto l’apparenza di un gentiluomo! E simili
-figuri, pensava egli, possono piacere alle donne! Par di sognare,
-vedendole sempre così sciocche. Ma già, questa è la storia. La
-migliore di tutte è sempre donna e ci ha sempre in fondo al cuore un
-pochino di vanità. Che importa a lei, se non è sincero l’omaggio? Le
-fa testimonianza della sua bellezza, le dimostra il fascino che ella
-esercita su tutti, e questo è l’essenziale. Essere amata sul serio, o
-semplicemente corteggiata per capriccio, è lo stesso; tutti gli uomini
-sono eguali, per lei, se le dicono tutti che è bella. Anzi, no, non
-sono tutti eguali, ed hanno qualche privilegio a’ suoi occhi coloro che
-glielo dicono in forma meno drammatica. Certi caratteri gelosi, certi
-innamorati che girano al tragico, riescono mortalmente noiosi; dànno, è
-vero, un omaggio profondo, ma vorrebbero impedirne cento, più leggeri e
-più gradevoli. Leggieri, poi! Chi l’ha detto, che siano tanto leggieri?
-Gli uomini galanti sono troppo spesso calunniati dai cosidetti uomini
-seri. Ogni donna intorno a cui si affollano molti vagheggini, crede di
-poter fermare quello che le piacerà meglio e incatenarlo al suo carro.
-Che cosa pretende di essere, e di valere più di un altro, l’innamorato
-geloso e scontroso, che vorrebbe condannarla a rizzar muso come lui, a
-vivere nel mondo come si vive in un chiostro?
-
-Sì, sta bene, tutto bene; ma la donna, dal canto suo, ignora una cosa.
-Ignora che ella pure, senza avvedersene, si abbatte ad essere gelosa,
-e lo è in modo feroce, che fa pena a vederla. Perchè ella tratta da
-padrona l’amato (non l’ha egli avvezzata al comando?), le accade di
-dimenticare perfino quei mezzi riguardi, quelle forme di rispetto
-benevolo, a cui si costringe per lei un innamorato geloso.
-
-Povera umanità, egualmente ammalata nei due sessi, e, quel che è
-peggio, senza speranza di guarigione! Eccola qui, lettori malinconici,
-eccola qui, la eterna morale della favola eterna. Siamo un grande
-ospedale di matti. Fortuna che qualche volta l’eccesso del dolore
-ci prostra i nervi e una mezza congestione del sangue ci procura i
-benefizii del sonno.
-
-Ciò avvenne anche al signor Aldo De Rossi. Almanaccò a tutto spiano,
-torturò lungamente il suo povero cervello, quindi si addormentò.
-Per altro, il suo sonno fu inquieto, e quando egli si destò e scese
-dal letto, si vide piuttosto brutto, allo specchio. Quella mattina
-il parrucchiere non venne a capo di dargli un aspetto piacevole.
-Immaginate come Aldo ne fosse scontento. Non era vano, vi prego di
-crederlo; ma gli sarebbe piaciuto di giungere al cospetto delle signore
-con la sua faccia degli altri giorni.
-
-Comunque fosse, e poichè bisognava mostrarsi, Aldo si recò verso
-la solita ora al Tettuccio. Le dame non c’erano ancora, ma le vide
-giungere quindici minuti dopo, tutt’e due nella medesima carrozza. Il
-primo suo moto fu quello di sfuggirle; ma pensò che doveva essere un
-uomo e non un ragazzo; perciò, vinta la timidezza, andò loro incontro
-ed ebbe la fortuna di trovarsi solo al montatoio della carrozza, per
-dar loro la mano. Fatto quel primo passo, andò avanti abbastanza bene;
-mortificò il suo onore con una voluttà da anacoreta e trovò il modo di
-esser umile, riguardoso, gentile. Ma il contino Anselmi, caduto lì per
-lì, come un fulmine a ciel sereno, nel crocchio, fu gentile ed allegro,
-sopra tutto allegro. Aldo non lo poteva essere, per quanti sforzi
-facesse. Quistione di temperamento!
-
-Basta, il mostrarsi gentile era già qualche cosa. La signora Vezzosi
-fece i suoi complimenti al De Rossi per la calma che gli traspariva dal
-volto.
-
-— L’aria d’iersera vi ha fatto bene; — gli disse.
-
-— Credete? — fece egli, con accento impresso di mestizia.
-
-La signora Elena gli diede una rapida occhiata, che parve passarlo fuor
-fuori.
-
-— Non ne credo nulla; — rispose ella, abbassando la voce. — Ma siate
-forte; se no, perderete la causa. —
-
-Quella buona signora Elena si mostrò in quel giorno due volte buona con
-lui. Si vedeva la cura che ella metteva a scuoterlo, a farlo figurare
-nella conversazione. Gli rivolgeva spesso il discorso, per dargli
-occasione di parlare; qualche volta lo interrogava di schianto, per
-rompere il silenzio in cui egli accennava sempre a rinchiudersi.
-
-I tre personaggi gravi della compagnia, cioè a dire il presidente gran
-croce, il commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle, bevevano
-coscienziosamente l’acqua salutare del Tettuccio. Le signore, sedute
-davanti alla tavola di marmo che v’ho descritta, tenevano corte di
-giustizia, o, per dire più veramente, di grazia. Aldo le vedeva tutte
-e due, fresche e sorridenti come due belle rose sul medesimo cespo. E
-andava pensando tra sè che una di quelle donne gli aveva confessato di
-amarlo, e che egli le aveva confessato di essere invaghito di un’altra.
-Pure, quella donna era là, gaia, sorridente, serena, proprio accanto
-a quell’altra. E Aldo ne faceva in cuor suo le grandi meraviglie, non
-sapendo che in una donna si trovano sempre due donne, una delle quali
-sta sulla scena e recita la sua parte con grande disinvoltura, anche
-quando l’altra si cruccia nella propria amarezza. Figurarsi poi se non
-doveva apparir serena la signora Vezzosi, col semplice carico di una
-simpatia soffocata sul nascere.
-
-Per uno di quei ragionamenti subitanei, irriflessivi, involontarii,
-che sono così frequenti in noi, e che la casuistica più arcigna non
-saprebbe imputare alla coscienza del peccatore, Aldo diceva a sè
-stesso:
-
-— Se io amassi questa e non l’altra! Qui regnerei senza contrasto;
-mentre là, — e frattanto lo sguardo correva alla signora Camilla, —
-anche regnando, il mio regno sarebbe sempre turbato da tentativi di
-ribellione. —
-
-Sì, ma avrebbe regnato sempre, dove credeva di poter regnare senza
-contrasto? Chi sa? Non c’entrava nella simpatia dichiarata della
-signora Elena un pochettino di picca? Vinto il puntiglio, cioè quando
-si fosse impadronita del cuore di Aldo De Rossi, sarebbe sempre stata
-la stessa? E lui, per avventura, non ci metteva del puntiglio, a voler
-essere amato dalla signora Camilla? Aldo fece il suo esame di coscienza
-e gli parve di no. Non l’amava mica perchè era superba con lui; l’amava
-perchè era bella; l’amava perchè... Oh insomma, l’amava perchè l’amava,
-e non sapeva, non voleva e non poteva far altro.
-
-Quel giorno, finita la stazione al Tettuccio, i nostri personaggi
-decisero di far colazione insieme, nel giardino dell’albergo, per andar
-poi tutti insieme allo stabilimento della Speranza. Il contino Anselmi
-si scusò di non poter seguire la compagnia; aveva qualche cosa da fare
-alla Torretta e si sarebbe sbrigato appena in tempo per trovarsi dal
-Birindelli a ricever le dame. Curioso uomo, che rinunziava a due ore
-di conversazione con la signora Rivanera! Aldo pensò alla cantante, che
-forse aspettava quel leggerissimo tra tutti i vagheggini.
-
-A proposito della cantante, se egli ne avesse dato un cenno alla
-signora Camilla, che colpo! Il modo di entrare in discorso senza aver
-l’aria di commettere una indiscrezione a caso pensato, non poteva
-certamente mancargli. Ma se il pensiero gli venne, sappiate che gli
-parve anche un’infamia. Da tutt’altri avrebbe potuto sapere la signora
-Camilla di quel ripesco amoroso; da tutt’altri, ma non da lui. Si
-poteva, è vero, parlarne alla signora Vezzosi. Ma non ci sarebbe
-stato il secondo fine, la speranza che la signora Elena ne parlasse
-a sua volta con la signora Camilla? E questa sarebbe stata un’infamia
-confettata di vigliaccheria.
-
-— Come son grande! — pensò egli, dandosi ironicamente la baia. — Mi
-rassegno a non dir nulla e a non raccogliere il frutto di un’utile
-bricconata! Ma che sciocchezza, esser grandi! Ecco un atto degno degli
-eroi di Plutarco, che si perde nei segreti della vita borghese. Basta,
-mi decreterò una medaglia da me. —
-
-Questo pensiero lo fece ridere, ma d’un riso amaro, che non lo dispose
-punto a gustare la colazione. Mangiò poco, o nulla; ma si sforzò di
-essere gentile, come al solito, con qualche lampo di gaiezza. Il riso
-sulle labbra, lo aveva; per quanto fosse sardonico, era sempre riso.
-E quando le signore si alzarono da tavola, anch’egli si alzò, per
-accompagnarle fuori; si alzò come un condannato, che ha bevuto il suo
-ultimo bicchierino, e mormorò tra i denti: — animo, via, imbecille;
-andiamo a morire. —
-
-Morire! Che esagerazione! Ma sì, lettori; la sofferenza non ha gradi.
-Si soffre, o non si soffre, ecco il punto. E quando si soffre, non c’è
-nulla che superi quella sofferenza; è il finimondo, è l’ira di Dio.
-
-La lieta brigata, con cui Aldo De Rossi portava a passeggio i suoi
-crucci, escì dall’albergo della Pace verso le dodici. Il sole scottava,
-e il presidente Roberti pensava dentro di sè che non era la più bella
-cosa del mondo andare attorno a quell’ora. Ma un presidente, che ha la
-fortuna di portare una gran croce, può far buon viso ed anche buone
-spalle alle piccole. Inoltre, il vecchio Roberti ci aveva una gran
-tenerezza per la sua bella nipote, senza contare che gli era rimasto
-nell’anima un pochettino di quella cortesia imperturbabile, direi
-quasi stereotipa, che è sempre stata una dote dei magistrati, fin
-dai tempi di Marco Tullio. Cavalleria pesante, direbbe un amico mio,
-che ha ridotta la vita ad un eterno bisticcio. Con quella sua grave
-bontà, il presidente gran croce si espose coraggiosamente alla vampa
-del sole e al riverbero della strada. Il commendatore Gerardo, pur
-d’essere in compagnia d’un presidente (i ministri, lo sapete, non erano
-ancora arrivati) si adattò anche lui. Era una specie di Cireneo, il
-commendatore Gerardo, e aiutava il presidente Roberti a portare la sua
-gran croce. Di Alcibiade primo non si parla neanche; era un cavaliere
-della provianda e seguiva fedelmente l’esercito.
-
-Le signore apersero l’ombrellino; i loro compagni le imitarono, poichè
-questo arnese è entrato anch’esso nelle consuetudini del sesso forte;
-e tutti si avviarono pei non floridi ma polverosi sentieri della
-Speranza. Questa per fortuna loro non era troppo lontana.
-
-Prima che giungessero alla mêta del loro viaggio, videro il contino
-Anselmi, che veniva incontro alle dame, con franco passo e viso
-allegro, come un paggio del Medio Evo. Le parole, per altro, non furono
-da paggio, bensì da cavaliere del secolo decimottavo.
-
-— Mi duole, signore mie, — diss’egli, salutando, — di non aver potuto
-mandar via il sole; colpa di Giosuè, che lo ha avvezzato a star fermo.
-Abbiate pazienza, del resto. In cielo non esistono le invidie che
-guastano il sangue agli abitanti della terra, ed è giusto che il sole
-si faccia avanti, per onorare le sue belle rivali.
-
-— Che galanteria! — esclamò la signora Camilla.
-
-— Un po’ vecchia! — borbottò Aldo tra i denti.
-
-— Signora, — rispondeva intanto il contino, — è ufficio del sole di far
-sbocciare i fiori. E alla vostra vista....
-
-— Ho capito; — interruppe la signora Camilla, ridendo come sapeva rider
-lei; — il vostro cuore è un giardino.
-
-— Proprio così; — replicò l’Anselmi; — ed invoca le cure di una bella
-Giardiniera.
-
-— Magazzino di mode! — esclamò la signora Camilla.
-
-— No, capolavoro di Raffaello; — ribattè prontamente l’Anselmi, che non
-si trovava mai all’asciutto.
-
-Aldo De Rossi che aveva udito il dialoghetto, quantunque proseguito
-a mezza voce davanti a lui, mandò cordialmente al diavolo il suo
-spiritoso rivale. Questi, frattanto, dando il braccio alla signora
-Camilla, introduceva la comitiva nello stabilimento della Speranza.
-
-Credo inutile di fare una descrizione del luogo. Chi è stato a
-Montecatini ha veduto certamente quel villino gaiamente soleggiato,
-ad un quarto dello stradone che mette al Tettuccio, e situato tra
-il medesimo stradone e il torrente, o fossatello, che porta il nome
-caratteristico di Salsero. Non c’è pensione, laggiù, perchè il suo
-proprietario la tiene altrove, sulla via Nazionale, e laggiù, come per
-adescarvi alle sue acque saline clorurate, mette a vostra disposizione
-una bella sala terrena, con biliardo, tavolini da giuoco e divani
-di conversazione. Non si vive a Montecatini senza andare ogni sera
-al Casino; nè ci si vive senza andare qualche volta di giorno alla
-Speranza, come sul tramonto al Rinfresco, altro luogo che dovrete
-conoscere, poichè avvenne laggiù la triste scena... Ma, acqua in bocca,
-per ora, e non precorriamo gli eventi.
-
-La sala era vuota, o come vuota, poichè solamente nell’angolo più
-lontano dell’ingresso si vedeva seduta una coppia di felici, che
-stavano giuocando a picchetto. Dico di felici, perchè erano uomo e
-donna, giovani ambedue; la signora assai bella, ma di una bellezza
-parigina, in cui aveva gran parte la moda, con tutti i suoi cenci
-preziosi, e la pittura, con tutti i sapienti chiaroscuri della sua
-tavolozza; il giovinotto secco, allampanato, pallido, elegantissimo
-fusto d’uomo, che già lasciava intravvedere e presentire lo scheletro.
-
-I due giuocatori non mossero neanche la testa per guardare i nuovi
-venuti. E non furono neanche disturbati dalla curiosità di questi
-ultimi. L’Anselmi, per far degnamente il suo ufficio di cicerone,
-bisbigliò all’orecchio della signora Camilla:
-
-— Due innamorati che vengono qui tutti i giorni dalla Torretta, e ci
-stanno quattr’ore di seguito, giuocando a picchetto. Non sanno come
-ammazzare il tempo; compiangiamoli!
-
-— O che? — rispose la signora. — Vorreste che avessero sempre a
-ripetersi le stesse parole: io ti amo, tu mi ami?
-
-— Non già, bella signora, ma giuocare a picchetto!
-
-— Gran che! Non giuochiamo noi al biliardo? —
-
-A quella scappata della signora Camilla, il contino Anselmi sgranò
-tanto d’occhi.
-
-— Signora, — balbettò egli, — che avete detto? Noi.... questo riscontro
-che fate tra essi e noi.... Se fosse vero!
-
-— Non sarà vero niente, poichè il riscontro non esiste; — rispose la
-signora Camilla, a cui forse non piaceva che si cogliessero le sue
-parole a volo, come le rondini. — Infatti essi sono in due, e noi siamo
-in sette.
-
-— Cinque di troppo; — mormorò l’Anselmi, chinando la testa e reprimendo
-con arte sopraffina un mezzo sospiro.
-
-
-
-
-XIV.
-
-
-Le regole della buona compagnia permettono questi duettini sottovoce,
-nel bel mezzo della conversazione generale, a patto che siano
-brevi. L’obbligo, per gli astanti, è di non sentir nulla; ma c’è
-sempre il diritto di coglierne tutto quello che si può. Colpa dei
-due interlocutori, se non parlano abbastanza sommesso e non sanno
-confondere gli ascoltatori con abili reticenze. Del resto, anche quando
-si colga a volo una frase, come si potrebbe arguire da essa tutto
-intiero il discorso? Aldo De Rossi, per esempio, non udì altro che una
-frase dalla signora Camilla: — «essi sono in due e noi siamo in sette.»
-— Ma come ricostruire un dialogo galante, su quel semplice rapporto
-aritmetico?
-
-Perciò il nostro eroe non capì nulla di nulla. Se avesse capito ciò
-che voleva dire l’Anselmi, certo avrebbe dato di fuori. Ma Iddio
-misericordioso, che misura il freddo all’agnello tosato, misura anche
-le sofferenze agli innamorati gelosi.
-
-— Cinque di troppo; — aveva risposto l’Anselmi. E la signora Camilla si
-era custodita da quell’attacco troppo vivo con una guardata tra curiosa
-e severa. Non ci voleva di meno, per rimettere a posto l’audace,
-che esciva per la prima volta dalle solite frasi di complimento,
-accennando ad una vera dichiarazione. Alle donne i troppo repentini
-smascheramenti di batterie dispiacciono sempre; non già per sè stessi,
-ma perchè dimostrano troppo baldanza, troppo sicurezza di sè, nei
-signori assedianti, mentre questa sicurezza e questa baldanza son esse
-che vogliono consentirle, per poterle dominare e moderare a lor posta.
-Ora noi conosciamo la signora Camilla per una certa testolina, che le
-sue ragioni non le mandava a dire, e potremmo anche aspettarci qualche
-frase recisa, a conforto di quell’occhiata tra curiosa e severa che
-abbiamo veduta poc’anzi. Ma il contino Anselmi non le diè tempo di
-proferirla; appena ebbe buttato là il suo malinconico epifonema, diede
-una voltata sui tacchi e andò verso la rastrelliera, a prendere due
-stecche, una per sè e l’altra per la signora Camilla.
-
-— A che giuoco giuochiamo? — diss’egli, tornando verso le signore. — A
-birilli, non è vero?
-
-— A birilli! — rispose Aldo, assentendo del capo.
-
-— Birilli! — esclamò la signora Elena. — Vogliate dirci prima di tutto
-che cosa sono i birilli.
-
-— Eccoli, signora; — disse l’Anselmi. — Son questi cinque pioletti
-d’avorio, che io metto qua in croce nel mezzo del biliardo. L’abilità
-del giuocatore consiste nel farli cascare.
-
-— Non ci riesciremo mai; — osservò la signora Camilla, vedendo il
-contino impostarsi sul biliardo e battere con la punta della stecca una
-palla contro l’altra, per modo che questa venisse a dare nel mezzo del
-biliardo.
-
-— Che dite, signora? — esclamò il contino. — Vi riescirà anzi
-facilissimo. Fate conto che siano uomini.
-
-— Il paragone non corre; — rispose la signora Camilla. — Qui ci vuole
-l’aiuto della stecca; e gli uomini cascano da sè.
-
-— Ottimamente! Questa me l’ho comprata coi miei danari; — disse
-l’Anselmi, ridendo.
-
-E avvicinatosi alla signora Camilla, aggiunse sottovoce:
-
-— Come si sta? Volete essere con me?
-
-— Sono impegnata; — rispose la signora Camilla, col medesimo tono di
-voce.
-
-Il contino Anselmi inarcò le ciglia e si volse a guardare il De Rossi.
-Ma questi faceva lo gnorri e ingessava la stecca.
-
-— Avrebbe avuto ragione la signora Elena? — pensò il contino Anselmi. —
-Sarei proprio cascato bene! —
-
-Indi, ad alta voce, proseguì:
-
-— Si va all’acchito. Signora Elena, volete farmi l’onore di stare con
-me?
-
-— Volentieri; — rispose la signora Vezzosi, non senza dare un’occhiata
-a Camilla, che stava rispondendo allora ad un complimento del
-commendatore Gerardo, e un’altra al De Rossi, che continuava
-tranquillamente ad ingessare la stecca.
-
-Ma anche questa operazione ebbe un termine, ed anche il commendatore
-Gerardo lasciò libera la signora Camilla. Aldo le si accostò e le
-disse:
-
-— Signora, siamo adunque insieme?
-
-— Gran novità! — rispose Camilla, con quell’aria canzonatoria che
-sapete.
-
-Aldo De Rossi non capì troppo bene che cosa significasse quell’accento
-ironico.
-
-— Vi dispiace, forse? — ripigliò.
-
-— A me, no; — ribattè la signora Camilla. — E a voi?
-
-— Io... — balbettò Aldo — sono al settimo cielo. —
-
-La signora Camilla sorrise; ma fu un lampo, e la sua faccia tornò
-subito a farsi oscura.
-
-— Complimenti! — diss’ella. — Come a dire bugìe.
-
-— Ma il mio non è un complimento; — rispose Aldo De Rossi.
-
-Intanto il contino Anselmi lo chiamava a giuocarsi l’acchito. Aldo
-si mosse dal fianco della signora Camilla, fece la prova, la perdè
-e diede l’acchito all’avversario. Questi s’impostò, colpì la palla
-dell’avversario e fece un doppietto, mandandola nei birilli ad
-abbattere il filone, ossia la fila di mezzo.
-
-— Bene! — gridò la signora Elena. — Avete già indovinato che io non
-v’aiuterò molto, e incominciate a fare da per voi.
-
-— Oh, ci sarà lavoro per tutti; — rispose l’Anselmi. — Aldo è un
-terribile giuocatore. —
-
-A farlo a posta, Aldo De Rossi non si mostrò degno della lode; fece
-steccaccia e andò nei birilli con la sua. Gli avversarii ebbero
-quattordici punti dei ventiquattro.
-
-— Si mette male! — disse Aldo, volgendosi con aria contrita alla
-signora Camilla.
-
-— Avete paura? — fece ella, col suo solito accento canzonatorio.
-
-— Non ne ho mai avuta; — rispose egli. — Mi rincresce soltanto che
-abbiate a formarvi un così gramo concetto di me. —
-
-La signora Camilla fece un gesto che pareva volesse dirgli: è già
-formato da un pezzo. Indi, temperando quella espressione beffarda in un
-consiglio di benevola autorità, soggiunse:
-
-— Bisogna essere più calmi.
-
-— Potere! — mormorò Aldo De Rossi.
-
-Intanto il contino Anselmi si disponeva a fare il suo colpo. Egli
-poteva, mettendoci un po’ di buona volontà, guadagnare la partita,
-poichè la posizione in cui Aldo aveva lasciata la sua palla era brutta
-parecchio. Ma il contino, da buon cavaliere, non volle approfittare
-dell’occasione; fece anzi di più, giuocò male e restò peggio, lasciando
-un bel colpo alla signora Camilla, che doveva entrare in giuoco, per lo
-sbaglio di Aldo.
-
-La signora Camilla, nuova al giuoco, non s’era avveduta di quel piccolo
-artifizio galante.
-
-— E adesso come si fa? — diss’ella, prendendo posto davanti al biliardo.
-
-Il contino Anselmi non aspettava altro. Lesto come uno scoiattolo,
-si piantò a fianco della signora, rubando il posto e l’ufficio al De
-Rossi, che, essendole compagno, aveva il diritto di consigliarla e di
-guidarle la mano.
-
-— Si fa così; — disse il contino, prendendole la punta della stecca e
-mettendola in quella direzione che gli parve più conveniente. — Sono
-rimasto male e voi dovete approfittare del mio errore. Lasciate andare
-il colpo; son punti fatti. —
-
-Vedendosi vogar sul remo a quel modo, Aldo De Rossi aveva fatto un
-gesto d’impazienza. La signora Elena se ne accorse e disse prontamente
-al contino Anselmi:
-
-— Ma bravo, signorino! È così che stiamo insieme? Voi fate il giuoco
-degli avversari.
-
-— Donna Elena, non l’ho fatto apposta. Non tutti i colpi riescono.
-
-— Non parlo del colpo; parlo del consiglio che date.
-
-— Ah, è vero; — rispose l’Anselmi. — Ma, per una volta tanto...
-
-— Per una volta tanto, — replicò la signora Elena, con aria mezzo
-stizzita, — lasciate che il consiglio lo dia il signor Aldo. —
-
-Il contino Anselmi capì di aver fatto un passo falso e si tirò indietro
-con tutta quella buona grazia che gli era consentita da un così molesto
-rimprovero. Intanto la signora Camilla era rimasta con la stecca sul
-biliardo, nella medesima posizione in cui l’aveva messa il troppo
-volonteroso consigliere. Aldo De Rossi, tirato in ballo dalla signora
-Elena, ripigliò tosto i suoi diritti. Diede un’occhiata alla direzione
-della stecca, e vide che si trattava appunto di spingere, per mandare
-nei birilli la palla avversaria. Ma questo, che era evidentemente
-un regalo del contino Anselmi, non gli poteva convenire per nessun
-modo. Perciò, sviata leggermente la stecca della sua bella compagna, e
-raccomandatole di battere la palla un po’ sotto il centro, perchè non
-avesse a correr troppo, le accennò sommessamente di colpire. Camilla,
-a dir vero, non sapeva che si facesse; ma il compagno consigliava ed
-ella obbedì, spingendo la stecca in quella direzione che egli aveva
-indicata. La palla avversaria, scambio di andare nei birilli di primo
-tratto, li rasentò, andando a battere verso il mezzo la mattonella
-corta, donde ritornata, entrò nella croce dei birilli, abbattendone
-quattro.
-
-Aldo, la signora Vezzosi, il cavalier Sestavalle e i due personaggi
-politici della compagnia, applaudirono alla franchezza del colpo. La
-signora Camilla si fece rossa dalla gioia.
-
-— Ma bene, egregiamente! — disse il contino Anselmi, parlando a denti
-stretti, come potete immaginarvi. — Ed io che credevo...
-
-— Già! — interruppe la signora Camilla. — E perciò mi avevate preparato
-un colpo facile, non è vero? Ma io, per vostra norma, amo il difficile.
-
-— E riescite egualmente; riescite in tutto; — rispose il contino
-Anselmi, per farla finita senza troppa vergogna. — Ora a voi, Donna
-Elena; poichè entrate in giuoco, salvatemi. Abbiamo quattordici
-punti; gli avversari ne hanno dieci; bisognerà stare attenti. Del
-resto, — soggiunse, — non occorre dirvi altro; la guerra è tra le
-Amazzoni. —
-
-La signora Elena giuocava per mera compiacenza. Non fece nulla di
-buono, e si contentò di non guastare. A poco a poco fu vinta dal buon
-umore di Camilla, che metteva colpo su colpo, senza chieder parere al
-compagno, ed ambedue fecero gazzarra per parecchi minuti, senza dar mai
-nei birilli, quantunque più volte ci passassero molto vicino, e, quel
-che era peggio, con la palla propria, anzi che con la palla avversaria.
-Finalmente, avvenne che la signora Elena mandasse la propria in bilia.
-Erano due punti perduti e doveva tornare in giuoco l’Anselmi.
-
-— Venite a consigliarmi; — disse allora la signora Camilla al De Rossi.
-— La guerra non è più tra Amazzoni. —
-
-Aldo non se lo fece dire due volte e si piantò subito daccanto a lei,
-consigliandola e mettendole in posizione la stecca. Ma la signora
-Camilla fece come qualche volta Orazio, che vedeva il meglio e si
-appigliava al peggio. I consigli e gl’insegnamenti di Aldo non ci
-potevano più nulla; essa giuocava sempre alla rovescia. Ma rideva,
-mostrava le perle della sua bocca al compagno, e questi si sentiva
-correre al cuore una vena d’allegrezza, fino allora ignorata.
-L’Anselmi, frattanto, vedendo che l’aria spirava da un’altra banda,
-si mise in guardia contro le infreddature. Giuocava con prudente
-abbandono, e celiava con la signora Elena, che non aveva ragione per
-stare sostenuta con lui, o per ridere dei fatti suoi, come faceva
-quell’altra. Il contino Anselmi adoperava in quella occasione come
-il buon marinaio in tempo di burrasca; imbrogliava le vele, perchè
-il vento non avesse a lacerargliele e, Dio guardi, a spezzargli anche
-l’albero.
-
-Tutto ad un tratto la signora Camilla fece steccaccia e andò nei
-birilli con la sua.
-
-— Perduti? — chiese ella al De Rossi.
-
-— Perduti; — rispose Aldo, sorridendo.
-
-— Benissimo! — ripigliò Camilla. — Siamo dunque della medesima
-forza. —
-
-E lo guardava, così dicendo, con una espressione tanto strana, che egli
-ne fu tutto rimescolato.
-
-Che cosa voleva dire quello sguardo? Probabilmente questo: Siamo
-due capi ameni, voi con la vostra gelosia scontrosa, io con le mie
-leggerezze infantili. Oppure quest’altro: Ci combiniamo in ogni cosa,
-perchè in fondo in fondo ci amiamo più che non paia. Infine, poteva
-significare anche questo: Siete così scemo, che ho compassione di voi.
-Comunque fosse, l’intensità dello sguardo di Camilla aveva un perchè.
-Ma fors’anche non ne aveva nessuno, ed era un suo modo di guardare la
-gente, per il quale tornava inutile di beccarsi il cervello.
-
-Vi ho detto che si sentì tutto rimescolato. Non si sostiene impunemente
-lo sguardo di una donna che si ama, specie quando non si sa ancora se
-quella donna vi ami, e perchè vi guardi in tal modo. Ma il turbamento
-non è una risposta, e Aldo De Rossi doveva darne una.
-
-— No, — diss’egli tanto per aver l’aria di rispondere qualche cosa,
-— mi riconosco più debole di voi. Anch’io, è vero, sono andato nei
-birilli con la mia; ma voi, almeno, avete fatti una volta dieci punti
-buoni, mentre io non ne ho imbroccato mai una.
-
-— Ed è giusto che si vada così; — ribattè la signora Camilla, col suo
-solito accento sarcastico. — Tirate a troppo, signor mio! —
-
-Aldo inarcò le ciglia, come un uomo che non ha capito e sta per
-domandare una spiegazione. Ma il contino Anselmi capitò in buon punto a
-troncare il duetto.
-
-— Volete la rivincita, signora? — chies’egli a Camilla.
-
-— No, — rispose ella, — salvo che Elena non voglia continuare...
-
-— Come vuoi tu, mia bella; — disse la signora Vezzosi. — Sai pure che
-si ama poco ciò che non si sa fare abbastanza bene.
-
-— Quand’è così, — ripigliò Camilla, — diciamo le cose come stanno.
-Signor conte, il vostro giuoco è assai brutto. —
-
-Il contino Anselmi s’inchinò, senza rispondere. Era furbo, il
-giovinotto. Rispondere non si poteva che in due modi; o piccato, od
-umile. Ora il contino Anselmi non voleva fare nè una cosa nè l’altra.
-
-La signora Camilla proseguì:
-
-— Giuocate voi altri, noi staremo a vedere.
-
-— Non sarebbe bello; — rispose l’Anselmi.
-
-— Perchè? Quando i cavalieri vostri antenati combattevano in giostra,
-credevano forse di dare un brutto spettacolo alle dame? Giuocate,
-signori, giuocate; noi ammireremo i bei colpi.
-
-— Se si prende una partita a biliardo per una giostra, eccomi a
-rompere una lancia; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — È l’unica
-forma di combattimento che sia permessa ad un cavaliere che tocca i
-cinquanta. A voi, conte Anselmi, lancia in resa e prendete campo, io vi
-sfido.
-
-— Ed io vi armo il braccio; — disse la signora Camilla, porgendo la sua
-stecca al Vezzosi. — Vi sia cara quest’arma; essa ha già fatto dieci
-punti. —
-
-Il commendatore Gerardo ringraziò. L’Anselmi, preso tra due fuochi,
-dovette rassegnarsi a giuocare senza dame.
-
-Il presidente gran croce, abbandonato dal suo interlocutore assiduo,
-andò a sedersi sul divano, presso la signora Elena, a cui si era già
-accostato il cavaliere Sestavalle. Aldo De Rossi rimase libero di
-sedersi presso la signora Camilla.
-
-— Come siete buona! — le disse, a mezza voce, mentre aveva l’aria di
-guardare il ventaglio che essa teneva tra le mani.
-
-— Vi pare? — fece ella. — E perchè?
-
-— Perchè avete posto un termine a questo giuoco, che è tanto noioso.
-
-— Grazie, — rispose Camilla. — Noioso, anche stando con me?
-
-— Oh, che dite mai? Noioso in sè stesso; — replicò il De Rossi. — Del
-resto con voi ci si sta meglio a discorrere.
-
-— Ecco un altro complimento; — osservò la signora.
-
-— Ah, è vero; — disse Aldo; — ricordo la vostra definizione;
-complimento, bugìa. Ma parliamoci schiettamente, signora: credete
-proprio che uno il quale vi dichiari di amare la vostra conversazione
-vi snoccioli una bugia?
-
-— No, davvero; — rispose Camilla, ridendo, — non sono così modesta per
-crederlo, nè così ipocrita per dirlo.
-
-— Ah, meno male! — esclamò il De Rossi.
-
-La bontà di Camilla era contagiosa; scusate il brutto epiteto,
-adoperato a colorire una bella cosa. Voglio dire che Aldo, incuorato
-dalla cortesia della dama, fu di ottimo umore e chiacchierò
-allegramente, come non aveva fatto mai. Intanto i due combattenti si
-riscaldavano al giuoco, e uno di essi, il commendatore Gerardo, non
-faceva troppo onore all’arma della signora Camilla.
-
-— Chi guadagna? — chiese ella, ad un certo punto, interrompendo il suo
-dialogo con Aldo.
-
-— Guadagna Anselmi, signora; — rispose il Vezzosi. — Ha vent’anni meno
-di me, e venti punti di più.
-
-— Coraggio, e rimettetevi in pari! — disse Camilla.
-
-— Signora, — fece l’Anselmi, con finta umiltà, — se debbo perdere...
-
-— Potreste averlo già fatto; — rispose Camilla, che, come sapete, le
-sue ragioni non le mandava a dire; — potreste averlo già fatto, poichè
-il signor Gerardo è il mio cavaliere, armato da me. Ma non lo fate ora,
-ve ne prego; chè non ne avreste più merito. —
-
-La mattinata da Brindelli finì maluccio per il contino Anselmi, che
-l’aveva concertata. Nell’uscir di là, Aldo ebbe il coraggio di offrire
-il braccio a Camilla, e Camilla ebbe il coraggio di accettarlo. A quei
-solleoni!
-
-
-
-
-XV.
-
-
-Il contino Anselmi andava chiedendo a sè stesso da che cosa avesse
-potuto prendere origine un cangiamento così repentino.
-
-— Avrei io inciampato in un amore nascente, — pensava egli, — come,
-attraversando un campo di grano, si mette il piede su d’un nido di
-quaglie? —
-
-Preso in questa forma l’aire, il contino almanaccò un bel tratto;
-almanaccò, verbigrazia, che aveva fatto male a impegnarsi con una
-leziosa come la Rivanera, così invanita della sua bellezza e de’ suoi
-quattrini. Ma si era egli impegnato davvero? Le aveva detto un mondo
-di galanterie ed ella aveva mostrato di gradirle. Che fosse innamorata
-di Aldo, o corrispondesse in qualche modo all’amore di lui, non pareva
-possibile; non era, sopra tutto, conciliabile con la libertà di cui
-aveva fatto prova per due giorni alla fila. Se pure non era da credere
-che tutto quell’esercizio di moinerie mirasse proprio ad ingelosire
-il De Rossi!... Le signore donne le hanno familiari, queste alzate
-d’ingegno; per far disperare uno, fanno nascere le speranze di un
-altro, dal quale non vogliono poi essere prese in parola. Ora, in
-certo qual modo, le speranze erano nate nel cuore del contino Anselmi,
-ed egli, nei primi bollori, aveva commesso un piccolo sbaglio. Si
-era sbilanciato, se ben ricordate; aveva detto alla signora Camilla,
-parlando della compagnia con cui andavano da Birindelli: «cinque
-di troppo!»; e aveva anche appoggiata la frase con un sospiro molto
-significativo. Da quel momento l’umore della dama si era cangiato.
-Diamine, per così poco? Ma sì, per poco o per molto che fosse, si era
-cangiato di schianto.
-
-Ora, quando una donna comincia a prendere ombra e a mettersi in
-contegno, le spiegazioni non possono essere che due. O ella si annoia
-dei fatti vostri, riconoscendo in voi un pretendente; o gradisce
-l’omaggio, ma, per ottenerlo intiero, per mettervi il collare, ed
-anche la musoliera, incomincia a trattarvi un po’ male, come se volesse
-stuzzicarvi nell’amor proprio, infiammarvi all’impresa.
-
-Ma quale delle due spiegazioni era la buona, in quel caso? Come
-occorre di tutte le cose che un uomo domanda a sè stesso, mentre la
-ragione sufficiente di esse è tutta fuori di lui, il contino Anselmi,
-poveretto, non seppe darsi una risposta, e vide la necessità di
-fermarsi ad osservare con diligenza i più piccoli indizii. Una cosa
-sola gli appariva evidente, certissima; che egli aveva commesso un
-errore di grammatica amatoria, buttandosi troppo avanti, e quasi
-spiccando il salto, senza sicurezza di cascare in piedi. Grosso errore,
-errore massiccio, e bisognava prontamente ripararlo.
-
-La cosa non gli tornava difficile. Ripigliare le proprie posizioni,
-rimettersi in osservazione, è sempre agevolissimo agli spiriti
-superficiali, agli amatori leggieri, che vi danno la galanteria in
-iscambio dell’affetto. E sono proprio essi che hanno ragione con la
-maggior parte delle donne, a cui bastano le apparenze della passione,
-forse perchè non possono o non vogliono approfondir nulla, in una
-società come l’odierna, che è tutta una fiera di vanità.
-
-Il termine di tanti studi e di tante meditazioni fu questo, che
-il contino Anselmi lasciò libera la signora Camilla. Il caso aveva
-posto sulla sua strada un’altra donna, forse a guisa di riscontro,
-fors’anche come pietra di paragone. Si accompagnò dunque a quell’altra,
-e incominciò la sua serie di arguzie galanti. Dico la serie, perchè gli
-amici suoi lo avevano paragonato, per questo rispetto, ad un giuocatore
-di carambola, che, riescito a bene il primo colpo, ne manda altri cento
-di costa a quel primo. Infatti, il contino Anselmi faceva tutto da sè:
-preparava il giuoco, e poi via, adagino, con garbo, vi faceva la sua
-infilzata di sciocchezze, che attingevano tutto il loro pregio dal modo
-facile e gaio con cui erano snocciolate.
-
-Per sua disgrazia, la signora Elena era molto distratta; non poneva
-mente alle sue arguzie, e, per conseguenza, non ne rideva. Un
-giuocatore di carambola a cui manchi la galleria (intendete un certo
-numero d’ammiratori) perde subito il filo. Ora, lo spirito del contino
-Anselmi, per risplendere della sua luce, aveva mestieri di ascoltatori
-compiacenti. Non ne ebbe, e a poco a poco languì; quando giunsero
-davanti all’albergo della Pace, era spento del tutto.
-
-— Anselmi, — gli disse il commendatore Gerardo, — volete venire in
-giardino, a bere una gramolata?
-
-— No, grazie, Gerardo; — rispose il contino, — debbo tornare
-all’albergo.
-
-— Un appuntamento? Gatta ci cova.
-
-— Sì, — disse l’Anselmi, con un sorriso di uomo stanco in
-anticipazione, — la gatta è rappresentata da una risma di carta. Ho un
-monte di lettere da scrivere. —
-
-Le signore non credettero necessario d’intromettersi, e il contino
-Anselmi, fatta la sua riverenza, si allontanò. Per fare più presto la
-strada della Torretta, chiamò una carrozza. Credete pure che ciò fosse
-per amore dell’epistolario; quanto a me, penso che faceva caldo e che
-il contino Anselmi non amava scottarsi da solo.
-
-— Errore di grammatica! — andava dicendo tra sè. — Errore di
-grammatica! Il diavolo mi porti, se ci casco una seconda volta. E la
-Vezzosi, che mi faceva la distratta! Quella, poi, è innamorata cotta.
-Ma come non si accorge di quello che avviene? Oppure la Rivanera
-le serve di copertoio? In fede mia, ecco un copertoio mal scelto!
-La Rivanera è due volte più bella, a dir poco. È vero che io mi
-contenterei; — soggiunse egli, sorridendo a sè stesso. — È un fior di
-donna, la Vezzosi. Ed ecco qua un uomo, — conchiuse ironicamente, — che
-non farebbe troppo il difficile. Ma appunto per questo, lo lasciano
-da banda tutt’e due. Basta, sia come vogliono loro, e andiamo dalla
-cantante. —
-
-Beato carattere, che non si commoveva di nulla! Auguro a voi, amico
-lettore, di possederne uno compagno.
-
-La cantante ci aveva i nervi. Quella mattina, attaccando i soliti
-solfeggi, si era accorta di non aver più il suo _re_ sopracuto, per
-cui amava essere paragonata alla Frezzolini. L’Anselmi, sempre in
-vena di sciocchezze, le promise di fargliene venire uno da Parigi, e
-quella spiritosità senza sugo lo fece mettere alla porta. La giornata
-voleva esser lunga. Il contino si ritirò nella sua camera e si buttò
-sul letto, a fumare una spagnoletta. Ciò lo condusse a pensare che la
-sua provvista di tabacco del Levante aveva mestieri di essere rifatta.
-Stese la mano all’orario delle strade ferrate, che era sul comodino,
-accanto ad un _Figaro_ di due giorni addietro, e meditò un tratto sulle
-coincidenze dei treni. Lo studio dovette tornargli facile, poichè,
-balzato tosto dal letto ed infilzato da capo il soprabito, prese il
-cappello ed uscì.
-
-Quella sera il contino Anselmi mancò alla conversazione e al ballo
-del Casino. Le signore non seppero che era andato a passar la notte
-a Firenze. Probabilmente notarono l’assenza del grazioso perondino;
-ma non ne fecero argomento di discorso. E nemmeno Aldo De Rossi, vi
-prego di crederlo. Il nostro eroe si contentò di respirare un po’ più
-liberamente. Trionfava, direte. Ma ohimè, v’ingannate, non trionfava
-affatto. La signora Camilla, non essendo più là il contino per fare il
-riscontro al De Rossi, apparve meno confidente, meno tenera con Aldo;
-tornò ad essere quella capricciosetta incomprensibile, quella cara
-sfinge che avete la fortuna di conoscere. Ballò due volte con Aldo, ma
-senza dirgli nessuna di quelle parole che potevano farlo contento; e
-ballò anche molto con altri, lasciandosi fare quel che suol dirsi una
-corte spietata, da mezza dozzina di cavalieri.
-
-La signora Elena, dal canto suo, non mutò di umore, nè di contegno; era
-distratta il mattino, continuò ad essere distratta la sera.
-
-Che cosa aveva la signora Elena? Ve lo dirò in confidenza; aveva fatto
-una cosa superiore alle proprie forze e sentiva tutto il fastidio
-dell’impresa.
-
-Vi è egli mai avvenuto di dire: io non berrò più vino? Oppure: io
-non fumerò più per un anno e un giorno? Conosco degli uomini che si
-son resi padroni dei propri difetti, e diciamo pure dei propri vizi.
-Ma la più parte di questi sperimentatori in persona propria, dopo
-aver fatto il fermo proponimento, si seccano. La durano dieci, venti
-giorni, magari anche un mese; poi incominciano a languire, a struggersi
-dalla voglia, e finiscono come potete immaginarvi, dando ascolto alla
-tentazione e ritornando al peccato. Gran mercè se il peccato è veniale,
-come nei due casi citati di privazione volontaria.
-
-Il paragone vi sembrerà volgare. Lo vedo anch’io. Ma, appunto perchè
-volgare, vi darà una misura proporzionale dello stato d’animo in cui
-era la signora Vezzosi. Ella si era proposta un sacrifizio assai più
-grave di quello che si proporrebbe un uomo, di non fumar più, o di non
-bere più vino per un anno.
-
-A mezza sera, dopo aver fatto un giro di valzer con Aldo De Rossi, la
-signora Elena si lagnò del caldo soffocante che faceva nella sala.
-
-— Volete prender aria? — le disse il giovanotto.
-
-— Sì, credo che mi farà bene. Ve ne prego, andate nella sala da giuoco
-e dite a Gerardo che venga a prendermi.
-
-— Che? vorreste già ritirarvi?
-
-— No, solamente andare sul terrazzo.
-
-— Se è così, non basto io?
-
-— Siete molto gentile; — disse la signora. — Ma io non vorrei
-sacrificarvi, facendovi abbandonare il ballo, con gl’impegni che
-avrete.
-
-— Non ho impegni; — rispose Aldo. — E, poi, vedetemi in faccia. Vi ho
-l’aria di un uomo che si diverte?
-
-— No, davvero. Ma che cosa avete? Le vostre cose vanno dunque così male?
-
-— Non potrebbero andar peggio. La duro fin che posso, e poi ne faccio
-una delle mie.
-
-— Calma! Calma! — disse la signora Vezzosi, nell’atto di prendere il
-suo braccio per escir dalla sala. — Infine, che ragioni avete, per
-essere in collera? Siete geloso! Bella novità! Ma almeno, non lo sarete
-più del contino Anselmi.
-
-— Sì, di lui per l’appunto.
-
-— Ma se non è neanche presente!
-
-— Proprio perchè è lontano; — disse Aldo. — Vedete, Donna Elena, con
-voi posso parlare. Siete la mia Egeria...
-
-— Ma voi non siete savio come Numa Pompilio; — ribattè la signora
-Vezzosi. — Basta, parlate egualmente e confidatemi le vostre pene. Che
-cosa significa questo esser geloso di un assente, appunto perchè egli è
-assente?
-
-— Signora, — fece Aldo, — avete notato come oggi, da Birindelli, e poi
-nel ritorno, ella fosse gentile con me, quantunque ci fosse lui?
-
-— Sì, l’ho notato, e, se volete riconoscerlo, vi ho anche un pochino
-aiutato.
-
-— È vero, e vi ringrazio. Ma avete veduto stassera? L’Anselmi non c’è,
-fa l’imbronciato, ed ella ha rizzato muso.
-
-— Non mi pare, signor Aldo, non mi pare. Ella non fa che ballare.
-
-— Già, con tutti, e senza lasciare un ballo. Vedete che furia! E non
-trova neanche il tempo per rivolgere un’occhiata a questo sciocco che è
-il vostro umilissimo servo.
-
-— Dio buono! Ma voi siete incontentabile. La donna che amate non ha da
-vedere che voi!
-
-— È la mia opinione; o tutto o nulla.
-
-— Perciò, — disse la signora Vezzosi, fermandosi a mezzo il terrazzo,
-e guardando in viso il suo cavaliere, — al poco che vi è toccato...
-preferireste il nulla.
-
-— Sicuramente, il nulla; — rispose egli, risoluto.
-
-La signora Elena rimase alquanto sovra pensiero; indi riprese:
-
-— Che strano innamorato! Siete un uomo di altri tempi.
-
-— Perchè? Non è di tutti i tempi, l’amore?
-
-— Lo sarà stato, signor Aldo, lo sarà stato; ma sicuramente non è più
-del nostro.
-
-— E da che lo argomentate, se è lecito?
-
-— Da un po’ d’esperienza. Oh, non istate a credere che io ci abbia
-provato; — soggiunse ella, ridendo. — Ho semplicemente veduto.
-Ammetterete, io spero, che una donna mia pari possa averne veduti
-spasimare parecchi.
-
-— Ne ammetto volontieri un centinaio — disse Aldo De Rossi.
-
-— E che, anco non dandogli retta.... — proseguì la signora Elena.
-
-— Sempre un centinaio; — ripigliò il giovinotto inchinandosi.
-
-— Sopratutto non dandogli retta, — soggiunse la signora Elena,
-appoggiando sulla frase, — possa averli studiati, essersi convinta e
-persuasa del modo con cui amano gli uomini del nostro tempo. Orbene,
-signor Aldo, nell’amore degli uomini della vostra generazione c’è una
-parte di desiderio e una parte di vanità. Questa, poi, è molto più del
-desiderio. Figuratevi come possa entrarci l’amore, l’amor vero, che è
-un bisogno del cuore, l’aspirazione ad un sentimento di tenerezza, che
-abbellisca la vita, o la renda sopportabile.
-
-— Come dite bene! — esclamò Aldo De Rossi, traendo un sospiro. —
-È proprio questo, l’amore che sento. Rinunzierei al possesso della
-persona amata, rinunzierei alle consolazioni della pubblica invidia,
-pur di sapere dentro di me che quella donna mi ama e che io posso
-riporre intieramente la mia fede nella sua.
-
-— Ve l’ho detto; — replicò la signora Vezzosi: — siete un uomo strano,
-un uomo d’altri tempi. Su che libri vi siete formato? Dico su libri, e
-non sopra esempi viventi; perchè questi, o mancano, o vivono nascosti.
-Certi sentimenti, come i colori troppo delicati, non amano la luce viva
-del sole. —
-
-In quel punto una luce più mite, ma diffusa, coglieva in pieno la
-persona di Aldo De Rossi, che stava ritto accanto al davanzale del
-terrazzo, con la faccia rivolta verso l’entrata del Casino. E in quel
-punto apparve sul limitare dell’anticamera la signora Camilla. Il
-commendatore Gerardo la teneva a braccetto.
-
-Aldo se la vide baluginare davanti agli occhi e rizzò prontamente la
-testa. La signora Elena indovinò dal gesto di Aldo che c’era qualche
-cosa di nuovo, e lentamente, come persona stanca, o svogliata, si girò
-da un lato a guardare. Non vi dirò che la vista dell’amica le facesse
-in quel punto un gran piacere. Se ve lo dicessi, non credereste. Siamo
-dunque intesi, non ve l’ho detto.
-
-— Ah, sei qui, mia cara? — esclamò la signora Camilla, mettendo il
-piede sul terrazzino. — Ti avevo veduta andar via dal salone con una
-cert’aria abbattuta!.... Non ti ho vista tornare, e credevo già che ti
-sentissi male.
-
-— Infatti, — rispose la signora Vezzosi, — il caldo mi aveva oppressa.
-Non ho neanche potuto finire il valzer, perchè mi era venuto un
-capogiro.
-
-— Perchè non farmi chiamare? — disse il commendatore Gerardo, prendendo
-affettuosamente per mano la sua dolce metà.
-
-— Oh, non mi parve necessario d’incomodarvi per così poco. Ho dato
-invece il disturbo al signor Aldo, che è stato tanto gentile da
-sacrificarsi per me. Del resto, credevo che voi foste impegnato a
-giuocare.
-
-— Che! Mi seccavo a veder giuocare gli altri, aspettando che il
-presidente si fosse liberato da un noiosissimo giudice di mandamento
-che gli s’è attaccato ai panni e non lo ha ancora lasciato. Per
-fortuna, — soggiunse il commendatore Gerardo, volgendosi alla sua bella
-vicina, — la signora Camilla è apparsa sull’uscio....
-
-— Cercavo appunto mio zio, — interruppe la signora Camilla, a cui non
-metteva conto di far sapere quelle piccolezze alla gente.
-
-— Ed io, — ripigliò il commendatore che non voleva rinunziare al gusto
-di finire la frase, — son corso incontro alla bella visione.
-
-— Come siete galante! — esclamò la signora Camilla, risoluta per quella
-volta di mozzargli le parole in bocca, se per caso ne aveva altre da
-aggiungere. — E adesso vorreste compir l’opera? Ma no; — riprese ella,
-come pentita; — dividiamo la fatica tra due. Signor Aldo, sareste voi
-così buono....
-
-— Dite, signora; — gridò Aldo, scattando come una molla.
-
-— Da andare nella sala ove si trova mio zio; — continuò la signora
-Camilla.
-
-— Sarete servita immediatamente. E gli dirò?....
-
-— Che vado all’albergo; con lui, se crede di accompagnarmi; con Elena e
-col signor Gerardo, se egli ha ancora desiderio di restare. —
-
-Aldo si affrettò a fare l’imbasciata. Ma dentro di sè andava cercando
-che diamine potesse aver cagionato quella pronta risoluzione di
-Camilla. Anche il tono con cui ella aveva parlato era di persona
-oltremodo nervosa. E questo non era neanche sfuggito all’attenzione
-della signora Elena, la quale rimase sovra pensiero, lasciando a suo
-marito tutto il carico della conversazione. Gerardo, come sapete,
-faceva per due, e all’occorrenza per quattro. Del resto, egli ebbe
-poco da dire, perchè due minuti dopo tornava Aldo, accompagnando il
-presidente gran croce.
-
-— Vi sarete seccato, col giudice? — chiese il commendatore al
-presidente gran croce.
-
-— No, — rispose questi, — mi parlava d’una causa abbastanza importante,
-che si è discussa ultimamente a Perugia. Sapete, Vezzosi, il proverbio
-dice: chi l’ha nell’ossa lo porta alla fossa. Si è stati giudici e le
-cause....
-
-— Producono i loro effetti, capisco. —
-
-In queste chiacchiere si escì dal Casino, per ritornare all’albergo. Il
-presidente gran croce non pensò neanche a domandare perchè si escisse
-così presto. In simili casi, sono le signore che comandano, e nelle
-risoluzioni delle signore non si cerca mai il perchè.
-
-Le dame andavano innanzi, accompagnate da Aldo, che era passato dalla
-banda di Camilla e procedeva mogio mogio, come un cane bastonato. Nel
-vestibolo dell’albergo, il giovinotto augurò la buona notte alle dame e
-si accomiatò dai due accompagnatori legali. Intanto le dame ponevano il
-piede sui primi gradini della scala.
-
-— Carina, — disse Elena a mezza voce, — vorrei parlarti.
-
-— Ora? — dimandò Camilla col suo accento nervoso.
-
-— Anche ora; — rispose quell’altra.
-
-La signora Camilla si volse allora ai due accompagnatori che erano già
-per seguirle, e disse:
-
-— Signori, non è necessario che salgano, per adesso. Elena ed io
-vogliamo stare un’oretta insieme.
-
-— Grandi segreti? — disse il commendatore Gerardo.
-
-— Segreti di Stato; — rispose Camilla.
-
-E fatto un cenno di commiato, si avviò per le scale, seguendo la
-signora Vezzosi.
-
-
-
-
-XVI.
-
-
-Giunte sul primo pianerottolo, le due signore entrarono nel corridoio.
-La cameriera, andata avanti col lume, si fermò davanti al quartierino
-occupato dai Vezzosi, che era il più vicino alle scale. Ma la signora
-Camilla le accennò di proseguire, volendo condurre l’amica nel suo.
-Entrate nel salottino che divideva la camera della signora Rivanera da
-quella del presidente Roberti, la signora Vezzosi si lasciò cadere sul
-canapè, come persona sfinita.
-
-— Hai più coraggio di me; — diss’ella, dopo aver ricolto il fiato, e
-con un accento da cui trapelava un leggero sarcasmo.
-
-— Perchè? — domandò la signora Camilla.
-
-— Perchè li hai mandati via, così alla svelta, come si farebbe con due
-estranei. Si poteva pur rimandare il nostro colloquio a domani.
-
-— Non hai detto: anche ora? — ripigliò Camilla.
-
-— È vero, ma come si dice una cosa senza importanza.
-
-— E senza importanza discorriamo stasera, scambio di discorrere domani.
-Del resto, che conti ho da rendere? Son libera, nota, son libera; —
-soggiunse Camilla, premendo sull’aggettivo, come se volesse rimandare
-il sarcasmo alla sua bella interlocutrice.
-
-Tra due donne questo po’ di malumore c’è sempre. La tensione è lo stato
-abituale di queste due pile elettriche, anteriori di tante migliaia
-d’anni alla scoperta di Alessandro Volta. Ora è quistione di un amore
-che si contendono, ora di una vanità che debbono soddisfare, ma sempre
-di una preminenza che vogliono mantenere. Noi uomini, più spesso che
-non si creda, ci buttiamo via, ci rassegniamo alle seconde parti. Le
-donne mai, viva la faccia loro! Ditela pure una debolezza; ma di che
-cosa s’ha egli ad esser teneri, anzi gelosi, se non della propria
-dignità? Sta bene che ci vuol diplomazia, per vivere in questo mondo;
-ma forse che la diplomazia non ha diritto di mostrarsi permalosa,
-per la maestà dello Stato che rappresenta? E se mi chiedeste che cosa
-rappresenta la donna, vi risponderei che rappresenta sè stessa; come a
-dire un Impero, e un Impero... celeste.
-
-— Volevi parlarmi, — soggiunse la signora Camilla dopo alcuni istanti
-di pausa. — Domani avrebbero potuto mancare le occasioni. Un momento
-così propizio come questo non si presenterà più. Siamo qui sole, e i
-nostri compagni di viaggio, se non li facciamo chiamare, si periteranno
-di venire quassù. Aggiungo che sei da me, e non c’è neanche il pericolo
-che tuo marito entri qua, senza farsi annunziare. Parla! —
-
-Elena ammirò la risolutezza di quella personcina, in apparenza così
-leggera, fatta piuttosto per lasciarsi trasportare dai casi che per
-dominarli. In apparenza, ho detto, ed anche per la signora Vezzosi,
-che veramente l’aveva giudicata assai meglio di così. Certi errori non
-sono possibili tra donne, e l’una conosce l’altra di primo acchito,
-come noi ci conosciamo a malo stento un giorno prima di morire. Or
-dunque, la signora Elena aveva da un pezzo conosciuto il carattere
-di Camilla Rivanera; in quell’impasto di grazia aveva intravveduta la
-forza; sotto quell’aria di leggerezza aveva indovinato un carattere.
-Ma certo, non l’aveva immaginata mai così pronta nelle sue risoluzioni,
-così disposta ad affrontare il pericolo, come essa gli appariva in quel
-momento, andando incontro agli agguati, alle insidie, ai tranelli d’una
-conversazione, che non prometteva niente di buono.
-
-Una lotta s’impegnava. Ma quale? Voi, lettori, l’avete già presentita
-e potreste già in parte descriverne le fasi. Ma le cose non potevano
-essere già così chiare tra le due dame, ed una di esse, la Rivanera,
-doveva anzi fingere di non capirne nulla in anticipazione, e mostrar di
-credere che il discorso annunziato dalla sua amica fosse il più liscio
-e il più naturale del mondo.
-
-— Camilla, — incominciò la signora Vezzosi, — sai che ti amo. Sebbene
-queste cose ce le siamo dette finora assai poco....
-
-— Non importa; — interruppe Camilla, con un gesto che dissimulava male
-l’impazienza, se pur non è da dire che la metteva in mostra; — poche
-parole bastano ad affermare l’amicizia. L’amore, poi, non ha neanche
-mestieri di quelle poche parole. —
-
-Elena si scosse e diede alla sua interlocutrice un’occhiata di
-meraviglia. In quelle parole di Camilla non era a vedersi una sfida?
-Almeno almeno un invito a tagliar corto? Fosse l’una cosa o l’altra,
-la signora Vezzosi doveva cogliere l’occasione che gli era offerta di
-entrare in argomento.
-
-— Tu, dunque, — diss’ella, — saprai che Aldo De Rossi è innamorato di
-te. —
-
-Ecco, lettori, una donna può sapere molte cose; ma non può sempre
-sapere qual ragione faccia parlare in un dato senso un’altra donna;
-specie quando quest’altra incomincia il suo discorso ex abrupto. Non
-vi parrà dunque strano che la signora Camilla, comunque preparata
-all’attacco, balenasse al primo urto un tantino. Forse anche questo era
-un atto meditato, e la perplessità di Camilla serviva di appoggio ad un
-gesto di stupore, che voleva dire: — che cos’è questa alzata d’ingegno?
-
-— Non ti offendere, sai! — ripigliò la signora Vezzosi, ingannata da
-quel gesto. — Dirti che il signor De Rossi è innamorato di te, non è
-già un farti torto.
-
-— No; — rispose Camilla, con un tono tra scherzoso ed ironico. —
-Rendiamo giustizia ai meriti del signor Aldo De Rossi. È un po’ strano,
-il signore, e via, diciamo anche un po’ stupido, perchè ogni cosa abbia
-il suo nome appropriato; ma certo egli non offende una donna, facendole
-la corte. Infatti, mia bella, ne sei offesa, tu? —
-
-Un attacco rispondeva ad un altro. La signora Elena, che non si
-aspettava di essere assalita, mentre ella stessa si era fatta
-assalitrice, ne fu grandemente turbata.
-
-— Io! — esclamò. — E di che dovrei essere offesa? Egli non mi fa la
-corte.
-
-— Davvero?
-
-— Non me l’ha fatta mai.
-
-— Ah! questa è anche più strana.
-
-— Te lo giuro; — disse Elena, con accento solenne.
-
-Camilla stette un momento in forse; poi chinò la testa, con aria di
-persona che vuol dimostrarsi persuasa, anche non essendo convinta.
-
-— E sia; — diss’ella. — Non saprei che cosa opporre ad una affermazione
-come questa. Ma non perdiamo il filo del discorso. Esso avrà pure una
-conclusione; andiamo alla conclusione. —
-
-La signora Vezzosi aggrottò le ciglia, vedendo che Camilla si metteva
-a quel modo in sussiego con lei, e si pentì di aver voluta quella
-conversazione. Ma non c’era rimedio e bisognava andare fino in fondo.
-
-— È male che tu la prenda su questo tono; — diss’ella. — Io vengo a
-te senza secondi fini, col cuore in mano, e ti dico: Aldo De Rossi
-è innamorato di te. È un uomo serio, un gentil cavaliere; amalo. O
-meglio, — soggiunse, — poichè queste cose non si comandano, se è vero
-che tu l’ami, o sei disposta ad amarlo, te ne prego, non fare che egli
-si disperi per la tua apparente insensibilità. —
-
-Camilla ascoltò con molta attenzione il predicozzo, non togliendo gli
-occhi dal volto dell’amica. Indi, col suo solito sussiego, le disse:
-
-— Parli per conto suo?
-
-— Se fosse, — replicò la signora Elena, ferita da quell’aria altezzosa,
-— che cosa ci vedresti di male?
-
-— Anzi, — ribattè la signora Camilla, — ci vedrò una prova del suo
-buon gusto a saper scegliere.... gli ambasciatori. Peccato che col
-buon gusto non si trovi d’accordo lo spirito! Sicuramente, mia bella;
-non s’incomoda una dama come tu sei, più fatta per udire di questi
-discorsi, che per farli ad un’altra. E non è bello, inoltre, che in
-queste faccende s’aiuti con gl’intercessori, chi ha voce e ginocchia
-per pregare da sè.
-
-— È giusto; — osservò la signora Vezzosi. — O, per dire più veramente,
-sarebbe giusto, se il signor De Rossi mi avesse dato l’incarico di
-farti un simile discorso. Il vero è che non mi ha incaricato di nulla.
-Conosco il suo segreto.... Da un pezzo glielo leggevo negli occhi. Mi
-duole di vederlo così triste, così avvilito, e ti parlo per conto mio,
-in favore di quel povero giovanotto.
-
-— Ah, volevo ben dire! — esclamò la signora Camilla. — È dunque tutta
-bontà tua. Veramente singolare! Non ti offenderai, spero, di questa
-osservazione. È tutto ciò che io ti dirò su questo particolare, usando
-dei diritti che accorda l’amicizia. E per questa medesima amicizia
-ti dico: càlmati, bella mia.... E frattanto, non mi chiedere di fare
-questa cosa, o quell’altra, perchè io non posso far nulla. Non amo il
-signor De Rossi.
-
-— Ah! — gridò la signora Elena. — E perchè?
-
-— Ti potrei rispondere molto semplicemente: perchè non l’amo. Tu
-stessa lo hai detto poc’anzi, queste cose non si comandano; o sono,
-o non sono, e la ragione del non essere è così oscura, come quella
-dell’essere. Vedi, mi fai parlare come un filosofo; — soggiunse
-Camilla, ridendo. — Ma voglio essere schietta, quantunque la cosa abbia
-i suoi rischi. Solo chi custodisce il proprio segreto è forte; e la
-donna, già tanto debole in questa società così male costituita, ha
-doppia ragione di custodirlo. Pure, lo ripeto, sarò schietta con te.
-E tu, spero, ci vedrai un’altra prova della mia amicizia. Mi stai a
-sentire?
-
-— Son qua, tutt’orecchi; — rispose la signora Vezzosi, atteggiando le
-labbra ad un sorriso, che non le venne altrimenti.
-
-Camilla, che era stata fino allora in piedi, davanti alla Vezzosi, andò
-a sedersele accanto, sul canapè; indi, presa la mano dell’amica tra le
-sue, come a trastullo infantile, così incominciò la sua confessione.
-
-— Sono una donna leggiera, vana, capricciosa, tutto quello che vorranno
-dire di me tante caritatevoli persone. Oh, non me la prendo, io!
-Riconosco, anzi, che c’è molta apparenza di vero in questi giudizi. Ci
-sono dei modi di essere, che fanno l’uffizio della maschera, con cui
-andiamo al veglione, per non essere conosciute e per far disperare la
-gente. C’è chi riconosce il viso, sotto la forma di raso nero: ma non
-importa, la maschera c’è, e ti dà il diritto di parlare liberamente,
-come se tu non fossi riconosciuta. Dunque, diciamo, leggiera, vana,
-capricciosa, volubile, e chi più n’ha ne metta. Io, dentro di me, so
-d’essere tutt’altra. Odio i caratteri falsi, sono assetata di verità;
-perciò, capirai che non posso amar gli uomini, e che, sopratutto, non
-posso stimarli. Questi per la bellezza, quegli per la ricchezza, o
-per la condizione sociale, uno perchè sei libera, l’altro perchè non
-lo sei più, ci hanno tutti una ragione eccellente per mettersi sul
-tenero, qualche volta ingannando sè stessi, sempre cercando d’ingannare
-anche te. Ma parliamo di me, che sono libera. Ho la bellezza, dicono;
-ho la ricchezza, dice il mio ragioniere, che guarda al sodo e non si
-confonde con certe lustre. Ora, io te lo confesso sinceramente; sarò
-matta da legare, ma quando m’accorgo che un uomo non ama in me che
-una superficie di bellezza, vorrei esser brutta da far paura, per
-vedere dove va tanto amore disperato; quando m’accorgo che si tratta
-anche e sopratutto del mio milioncino (sono afflitta da questo guaio,
-che farci?) vorrei essere povera come Giobbe, per vedere se la mia
-bellezza, ridotta a figurare tra i cenci, farebbe fare tante pazzie a
-quell’uomo.
-
-— Aldo De Rossi non bada alla ricchezza; — osservò la signora Vezzosi.
-
-— Lo credo, e gli rendo giustizia in questo particolare; — rispose
-Camilla. — Ma io parlo in genere, e dico che l’amore è una cosa
-delicatissima, imponderabile, indefinibile. O c’è tutto, o non vale un
-bel nulla. L’uomo che ami solamente per amare, e per amare quella donna
-più d’un’altra, e per amare solamente quella, è possibile trovarlo?
-Io credo di no. Vado ad altezze vertiginose, lo capisco; ma sono fatta
-così ed oramai non c’è verso di mutarmi. Ho potuto non chiedere queste
-cose, quando ero fanciulla ed abbastanza inesperta; ma oggi ho veduto,
-ho paragonato, ho studiato, cerco quell’amore e quell’amore non c’è. O
-ci sarà, ed io non l’ho trovato. Sarò come quel tale, che voleva andare
-ad alloggio nell’albergo della Felicità; ma era tanto distratto a furia
-di pensarci, che passò rasente e non vide l’insegna. E può anche darsi
-che il tuo De Rossi sia l’uomo ch’io cerco; e può anche darsi che non
-lo sia. Non l’ho studiato, e gli è come se non lo fosse.
-
-— Già, — notò ironicamente la signora Vezzosi, — tu l’hai per uno
-stupido!
-
-— Oh, questo non vorrebbe dir nulla; — rispose con molta tranquillità
-la signora Camilla. — Ci s’innamora male, degli uomini di spirito.
-Sono come le donne letterate, che abbagliano annoiando, o come i
-cani sapienti, che fanno tante belle cose egregiamente, salvo quella
-per cui i cani sono ammessi agli onori della domesticità. Un povero
-canino da pagliaio, che non sa dar la zampa, nè saltare il cerchio, nè
-andar ritto da un capo all’altro della sala, ama il padrone, lo segue
-fedelmente e ne custodisce la casa. Non fo torto al signor De Rossi;
-dico soltanto che un uomo simile non farebbe per me. Ci avesse almeno
-il buon gusto di dedicarsi ad una donna, di non vedere e di non servire
-che a quella! Ma no; lo vedi girandolare da questa a quell’altra,
-con una facilità che dimostra tutta la sua leggerezza, di cuore e di
-spirito.
-
-— Eh via! — disse la signora Vezzosi. — Tu gli fai torto, adesso. Egli
-va in società, come ci vanno tutti i suoi pari. Perchè accusi lui solo?
-
-— Lui solo, certamente, perchè nessun altro va in società come lui, con
-quell’aria di voler parere una eccezione ambulante. Gli altri, a buon
-conto, non si piccano di apparirti diversi da quelli che sono, mentre
-egli, il tuo De Rossi, — (la signora Camilla appoggiò maliziosamente
-sul pronome possessivo) — fa il filosofo meditabondo, l’uomo dei grandi
-concetti e dei profondi dolori. L’ho veduto in molti luoghi, a balli,
-a conversazioni, a teatri, sempre inguantato, incravattato, insaldato,
-i capegli ravviati con una diligenza miracolosa, la divisa condotta
-a pennello fino alla nuca, le ciocche lucenti sulla fronte; e da per
-tutto con quel suo cipiglio imbronciato e scontroso, come un uomo che
-mediti un suicidio.
-
-— Non è certo come l’Anselmi; — osservò la signora Vezzosi.
-
-— Oh no, — riprese Camilla, — e viva l’Anselmi, con la sua faccia
-serena e il cuor contento. È uno sciocco, te lo concedo, ma uno
-sciocco che non fa male. L’insegna non ti tradisce. Ride, distilla
-continuamente il suo spirito; qualche volta ci riesce e qualche volta
-no; ma in fine, non ha l’aria di volerti dare una lezione ad ogni
-batter di ciglia, e, sopra tutto, non si atteggia a rubacuori.
-
-— Lo credi?
-
-— Almeno, mi sembra tale, ed è tutt’uno. A me, che non ho mestieri di
-legger nell’anima di questi signori, basta quel po’ di vernice.
-
-— Hai torto; — disse placidamente la signora Vezzosi. — Conosci sempre
-più addentro che puoi le persone che ti avvicinano più spesso. Non
-sai che cosa pensano? Avrai anche il rammarico di non sapere che cosa
-diranno alle tue spalle.
-
-— Che cosa diranno? — Quello che potranno dire. E se io non darò loro
-argomento...
-
-— Brava! Come se non bastasse una cortesia, uno scherzo, una frase
-detta senza metterci importanza, per mandare in solluchero questi
-signori e destare le più ardite speranze! Ma sia pure come tu credi;
-avranno poco da dire. Rimarrà sempre quella che potranno lasciar
-supporre. C’è un modo di lasciar supporre, che vale il raccontare... ed
-anche il dare ad intendere. —
-
-La signora Camilla stette un istante sovra pensiero, indi si strinse
-nelle spalle.
-
-— Bella mia, — replicò, — tu chiedi più attenzione e più vigilanza, che
-non sia possibile ad una donna di usare. Io permetterò anche questo,
-purchè non si pensi ad alta voce con me e non mi si annoi con certe
-dichiarazioni.
-
-— Oggi, infatti... — notò la signora Elena.
-
-— Ah, oggi! Che cos’hai veduto, quest’oggi?
-
-— Non dovrei dirlo, perchè sarebbe un pensare ad alta voce... e
-potrebbe annoiarti.
-
-— No, parla, te ne prego. Non crederai già che la mia insofferenza per
-certi discorsi si estenda anche a te!
-
-— Dirò, dunque, — ripigliò la signora Elena, ringraziando Camilla con
-un lieve cenno del capo, — che stamane tu avevi l’aria di trattare
-molto bene il contino Anselmi, e che subito, entrando da Birindelli,
-hai incominciato a trattarlo assai male. Almeno se si deve giudicare
-dal suo contegno, che era proprio d’uomo avvilito, a cui non basta più
-l’allegria sforzata, nè la filosofia naturale, per apparire tranquillo.
-
-— Ah, l’ho trattato male? — ripetè la signora Camilla. — Non me ne sono
-avveduta. Prendo e lascio con tanta facilità! E questo ti provi che non
-dò nessuna importanza ai nostri bei cavalieri; peggio per loro, se, da
-qualche frase buttata là per chiasso, traggono argomento a sperare Dio
-sa che cosa! Può anche darsi, — soggiunse Camilla, tornando al fatto, —
-che il contino mi abbia seccata. Anzi, mi pare di ricordarmi... Sì, mi
-ha detto qualche cosa che m’ha dato noia. Ma quello è un uomo che non
-ci ritorna più. Non avrà avuto filosofia quest’oggi, perchè sarà escito
-senza la sua provvista quotidiana; ma vedrai che ne avrà una provvista
-doppia, domani. È, dopo tutto, un uomo gentile ed un compagno prezioso.
-Ne convieni?
-
-— Eh, sì; — fece la signora Elena, dividendo la sua frase in due tempi.
-— Aldo De Rossi ne è molto geloso; — soggiunse poscia, per richiamare
-all’argomento la sua interlocutrice.
-
-— Geloso! E con quale diritto? — gridò la signora Camilla. — Mi ha egli
-comprata? Gli ho detto io: sarò la vostra schiava? Io te lo ripeto,
-Elena; non amo, non amerò mai un uomo che le corteggia tutte ad un
-modo.
-
-— Tutte! Tutte! — esclamò la signora Vezzosi. — Bisognerebbe che tu
-incominciassi a citarne qualcheduna.
-
-— Te, per esempio. Ma tu dici di no...
-
-— Lo dico. Con tutte le forze dell’anima mia, te lo dico.
-
-— E non si potrà più insistere; — ripigliò Camilla. — Ma qui
-dentro, capirai, non si comanda, e qui dentro si potrà anche pensare
-diversamente. —
-
-La signora Vezzosi stette muta un istante, offesa com’era da quel
-dubbio e combattuta da due opposti sentimenti, di tristezza e di
-sdegno. Ma infine si padroneggiò e così mestamente rispose:
-
-— Farai quello che ti parrà, e mi dimostrerai di non avere amicizia per
-me. Io, credi, ne ho sempre molta per te; ne ho più che non pensi.
-
-— Ed è per questo che vuoi... — incominciò Camilla.
-
-Ma si trattenne subito; e la signora Vezzosi, volgendo gli occhi alla
-sua interlocutrice, vide l’aria di vivacità, quasi di collera, che
-stava per accompagnare la frase; ma non uscì altrimenti la frase.
-
-— Parla! — disse la signora Elena. — Che cosa sono queste tue
-reticenze? Tu pensi il male e non hai cuore di dirlo. Bada, Camilla;
-hai incominciato, devi finire.
-
-— E sia, finirò: — rispose Camilla. — Se è un cattivo pensiero, tu lo
-combatterai ed io ne avrò liberato il mio cuore. Elena, io dubito che
-questo tuo colloquio... che questa tua raccomandazione a favore di Aldo
-De Rossi... o miri a scoprir terreno... o a coprire una tua passione,
-che può essere stata osservata. Dimmi che non è vero! —
-
-Ma nell’atto di finire la sua invettiva, Camilla ebbe argomento di
-pentirsene. Elena si era abbandonata contro la spalliera del sofà,
-coprendosi gli occhi con le palme, come per frenare le lagrime.
-
-— È orribile, ciò che supponi; — diss’ella, singhiozzando. — È
-orribile, ed io non meritavo questi crudeli sospetti. —
-
-Turbata, confusa da quello scoppio improvviso, ma più ancora commossa
-da quell’accento di verità, Camilla gittò le braccia al collo di Elena.
-
-— Via! via! Non ho detto nulla, sai? Dimentica, te ne prego. È effetto
-del mio umore selvaggio. Ci sono certi momenti, che m’accorgo di
-essere cattiva. Ma vedi, mi ha resa tale il mondo, che è tutto una
-guerra d’imboscate e di tradimenti. Non piangere, te ne supplico, non
-piangere! Fa conto ch’io non t’abbia detto nulla. Io non mi alzo di
-qua, se tu non mi perdoni.
-
-— Ti ho perdonato; — rispose la signora Elena, traendo faticosamente
-il respiro, che le era mozzato dai singhiozzi. — Ti ho perdonato. Ma
-tu, ascolta un consiglio. Ama; è il rimedio ai cattivi pensieri. Ama;
-è anche il nostro destino, a cui non possiamo sottrarci senza pericolo.
-E ama senza dar cagione di gelosia all’uomo che hai scelto per signore
-dell’anima tua.
-
-— Mi domandi una cosa grave, quasi impossibile; — rispose Camilla,
-abbracciando la signora Elena e tergendo le sue ultime lagrime. — Ma
-sai che, per dispormi a tanto, bisognerebbe trovare un uomo perfetto? E
-forse, trovandolo, mi annoierei della sua stessa perfezione. Perdonami,
-è ancora un resto della mia cattiveria naturale. E senza dargli
-cagione di gelosia, dovrei dunque rinchiudermi in casa come una schiava
-nell’_harem_. Perchè l’uomo sospetta di nulla, perfino d’un volger di
-ciglia, lo sai. Inoltre, c’è questo da osservare, mia bella; l’uomo
-si riposa troppo facilmente nella vittoria; più si sente amato, e meno
-riama.
-
-— L’uomo, forse; — replicò la signora Elena; — ma quell’uomo,
-quell’uomo che hai scelto, quell’uomo che ami, non è più della specie
-degli altri, come tu non sei più simile alle altre per lui. E poi,
-— soggiunse la signora Vezzosi, animandosi, — che importa pensare a
-ciò che avverrà? L’amore è una fiamma che consuma e purifica; non ti
-curar di cercare se dovrà rimanerne un pugno di cenere. E non temere
-di essere, o di apparire una schiava. Benedetta schiavitù! Per un uomo
-che io sentissi di amare, Dio mi perdoni, accetterei di essere ridotta
-in eterna miseria, e di non veder più la luce del sole. Senti, bambina
-mia, è il gran fine della vita, l’amore. E sia grande, profondo,
-immenso; giustifica tutto, redime tutto, santifica tutto. A che ti
-servono questi vagheggini, che han preso l’amore per un trastullo delle
-ore d’ozio? Ti dicono che sei bella. Gran che! Non te lo dice il tuo
-specchio, e senza chiederti nulla in compenso? Poi, vedi, lo dicono
-a te, come lo dicono a tante, secondo l’umore della giornata, e per
-vedere se mai la lode non t’inducesse in tentazione. Esser tentata da
-vanitosi siffatti! — esclamò Elena, con atto di ribrezzo. — E sapere
-che, mentre parlano, stanno formando un disegno su me e applaudendosi
-delle loro trovate! Ci sarebbe ragione di fuggire mille miglia lontano,
-se non si fosse certe di poterli confondere con una allegra risata.
-Ma bada, bambina mia, bisogna saperla buttar là, quella risata, ed in
-tempo, chè non abbiano campo a sperare, nè agio a vantarsi. Il timido
-silenzio, lo sguardo soave, il verecondo sorriso, serbali per l’uomo
-che potrai ascoltare, quando ti avvedrai che parla dalle sue labbra
-la verità, non orpellata da vani complimenti, non raffidata da troppa
-sicurezza di sè.
-
-Così parlava la signora Elena, resa eloquente dalla profondità del
-sentire. Camilla era stata ad udirla con molta attenzione, e quasi
-sospesa al suo labbro. Com’ella ebbe finito, le si accostò per
-bisbigliarle all’orecchio:
-
-— Tu ami, Elena. Chi ami? Ed hai avuto fortuna dall’amore?
-
-— Io? — disse la signora Elena, scuotendosi. — No; sono una povera
-donna ferita.
-
-— Tu? così bella?
-
-— Eh, la bellezza non ci ha nulla a vedere, pur troppo! E poi, dove è
-la donna così bella, che non sia vinta da un’altra, più bella di lei, o
-che sembri tale agli occhi di un uomo? Senti, bambina mia, — soggiunse
-amorevolmente la signora Vezzosi, che quella risoluzione pacifica del
-dialogo aveva messa in vena di tenerezza; — l’uomo che ho amato....
-Non dovrei parlarti così, io; ma infine, è un peccato, e i peccati si
-confessano. L’uomo che ho amato mi paragonava un giorno ad una statua
-di Fidia, ma per pospormi nel medesimo tempo ad un’altra donna.
-
-— Che sarà stata, m’immagino, una statua di Prassitele; — osservò la
-signora Camilla.
-
-— No, — rispose la signora Elena, — egli fu più galante e più crudele
-di così. Paragonò quell’altra al capolavoro che non era stato mai
-fatto da un artefice mortale, alla figura di donna che Fidia aveva
-intravveduta nei sogni della fantasia, ma che non aveva saputo
-effigiare nel marmo.
-
-— Al giro della frase lo si direbbe un complimento del contino Anselmi;
-— notò Camilla, sorridendo.
-
-— No, non è suo; — rispose Elena. — L’Anselmi non direbbe tanto bene
-di una donna assente, a scapito della donna presente. Quell’altro è
-più schietto, anche a risico di far soffrire un povero cuore di donna.
-È forse per questo, — disse la signora Vezzosi, come parlando a sè
-stessa, — che anch’egli è condannato a soffrire?
-
-— Che dici tu, ora? — esclamò Camilla, a cui parve d’indovinare. — Chi
-era quest’uomo? E chi era quella donna?
-
-— Chi era? — ripetè la signora Vezzosi. — Lo chiesi a lui e non potei
-strappargli il suo segreto. Non ne avevo il diritto, poichè egli non mi
-aveva ingannata, non mi aveva detto mai una parola d’amore. Ma volevo
-conoscere ad ogni costo quella donna, che era agli occhi suoi tanto
-più bella di me. Feci patto di rassegnarmi all’ultimo posto, se ella
-era degna del primo. E l’ho conosciuta, e ho dovuto dargli ragione; la
-donna che egli amava era più bella di me, più bella di molte a cui non
-oserei paragonarmi; — soggiunse modestamente la signora Vezzosi. — Ed
-io mi sono rassegnata; vedi, Camilla? mi sono rassegnata, e, fedele al
-mio patto, ho lavorato per lui, cercando di ravvicinarlo a quella donna
-e di intercedere per lui.
-
-— Tu hai fatto ciò? — disse Camilla, stupita. — Hai potuto far ciò? Ma
-non è cosa di donna; è superiore alle forze d’una donna.
-
-— Non lo è stato alle mie, come vedi; — rispose la signora Vezzosi.
-
-E nascose, ciò detto, la fronte nel seno di Camilla.
-
-— Che vuoi che ti dica? — riprese quest’ultima. — Sei migliore di me;
-e non meriti di piangere, come fai, per cagion mia, ma, te lo assicuro,
-senza mia colpa.
-
-— Oh, non badare alle mie lagrime; — rispose Elena. — È il ricordo che
-mi fa piangere. Ma sono forte, sai? Ti avrei io detto ogni cosa, con
-tanta sincerità di cuore, con tanta libertà di spirito, se non fossi
-forte?
-
-E sollevò la fronte, parlando così, e si provò a sorridere, coi
-lucciconi alle ciglia. Vi risparmio qui la bella immagine del cielo che
-si rasserena attraverso le ultime stille di pioggia, perchè veramente
-se n’è troppo abusato.
-
-— Andiamo; — disse Camilla, cingendo tra le sue braccia la vita di
-Elena, come se volesse sollevarla di peso dal canapè. — È tardi e i
-nostri signori si annoieranno di aspettarci.
-
-— Ah sì, li avevo dimenticati; — rispose Elena. — Ma tu mi ascolterai,
-non è vero?
-
-— Ne parleremo.
-
-— No, tu devi ascoltarmi; devi dirmi di sì.
-
-— Te lo dirò poi; — replicò Camilla. — Non sono cose da prendersi così
-alla leggera. Bisogna pensarci su. Te lo dirò poi; — ripetè; — anzi
-meglio, te lo scriverò. La parola scritta ha questo vantaggio, che essa
-permette di legger meglio nell’animo, mentre si esprime il proprio
-pensiero. Capisco che è male lo scrivere. Una donna non dovrebbe mai
-darsi a questa occupazione pericolosa. Almeno, — soggiunse Camilla, —
-fino a tanto che essa è la serva umilissima degli uomini e la nemica
-naturale delle donne. E padroni e nemici sono cattivi depositari dei
-nostri segreti, ne convieni? Ma io farò questo per te, e tu ci vedrai
-una prova d’amicizia confidente, che è l’amicizia del presente e del
-futuro. Dammi un bacio, bella mia; ti sembra sincero, questo? —
-
-La signora Vezzosi baciò l’amica con effusione, su ambe le guancie. Ma
-la povera bella aveva ancora i luccioloni sulle ciglia.
-
-— Via, rasciughiamo le lagrime; — disse Camilla. — Se fossi un uomo,
-in fede mia, ti direi di seguitare, perchè sei bella così, e perchè le
-lagrime di una bella donna si bevono volentieri. È scritto in tutti i
-romanzi, e a me qualche volta verrebbe voglia di piangere, per vedere
-se gli uomini usano ancora di dirlo. Ridi? Va bene, ed io mi lodo delle
-sciocchezze che dico così spesso e così volentieri, se esse hanno la
-virtù di rasserenarti. Ecco intanto due donne che hanno avuto colloquio
-per un uomo, senza farsi giuramento di inimicizia eterna. Non è vero
-che siamo calunniate dagli uomini? Ma già, — conchiuse filosoficamente
-Camilla, — fino a tanto che comanderanno loro, e i libri li scriveranno
-loro, sarà così e ci vorrà pazienza. Non ti pare? —
-
-La signora Vezzosi, scambio di rispondere, abbracciò nuovamente
-Camilla. E rasciugate le lagrime, escì insieme con lei dal salottino.
-
-
-
-
-XVII.
-
-
-Ci hanno insegnato alla scuola, in que’ beati tempi che s’aveva
-ancora bisogno di andare alla scuola, come qualmente, per comando di
-Domineddio, l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della propria
-fronte. Il che torna a dire che l’uomo, condannato ad un continuo
-stento per la battaglia della vita, sarà perennemente infelice. Questa
-dev’essere la regola, e, come tutte le regole di questo mondo, ha da
-averci le sue brave eccezioni. Nel fatto, vi sono degli uomini, i quali
-non sudano, neanche a scottar loro i piedi con acqua bollente; e ce ne
-sono degli altri, i quali non mangiano pane, o tutt’al più ne prendono
-qualche sottilissima fetta, per ispalmarla di burro. Similmente, ci
-sono degli uomini continuamente allegri, che non si rompono la testa
-coi malanni, che vedono tutto color di rosa, che sono felici, insomma,
-felici ad ogni costo, e contro il precetto delle Sacre Scritture.
-Laonde io sono indotto a pensare che ogni uomo, nascendo, porti il
-suo destino con sè. All’uno, messer Domineddio deve aver detto: «tu
-sarai lieto»; all’altro: «tu sarai imbecille»; all’altro: «tu sarai
-dotto»; e così via discorrendo, ad ognuno dei nuovi nati, secondo
-certi motivi suoi, che non ci è dato conoscere, ma dal cui svolgimento
-dipende senza alcun dubbio la storia delle nazioni. Lo stato sociale
-e l’educazione non ci hanno a veder nulla, o assai poco, in questa
-varietà d’indirizzi, poichè si trovano dotti, imbecilli e felici in
-tutte le classi sociali. Per contro, è facile di osservare una specie
-di compensazione, come a dire un saggio di giustizia distributiva,
-che dimostra la saviezza infinita del sommo legislatore. Il felice è
-sbadato, miope, quasi cieco, e non vede le cantonate, se non quando
-ci ha dato contro del naso; l’imbecille può salire ai più alti uffici
-dello Stato; il dotto riesce facilmente noioso. Non è sempre così,
-lo capisco, ed anch’io lo riconoscevo implicitamente, accennando alle
-solite eccezioni ond’è circondata e quasi circoscritta ogni regola; ma
-in fondo in fondo si può dire che la giustizia distributiva governi e
-che la compensazione sia il fatto costante.
-
-Perchè questo squarcio di filosofia? Per dirvi, o lettori, che il
-contino Anselmi era un uomo felice, o alcun che di somigliante. Almeno
-almeno, egli era molto contento di sè, nell’atto di ritornare da
-Firenze per Montecatini. E che cosa ci aveva, per essere contento?
-Nulla, in verità; ma per essere contenti non è sempre necessario di
-avere, bastando qualche volta di sperare. I cavalli di Plutone, ad
-esempio, non ci sono stati descritti dal poeta Claudiano allegri a quel
-Dio, per il semplice fatto che essi pregustavano le biade del ritorno?
-
-Che cosa s’aspettava l’Anselmi? Un mutamento naturale in tutto ciò
-che aveva lasciato il giorno addietro tanto mal disposto per lui. La
-signora Camilla, che si era mostrata così capricciosamente severa da
-un momento all’altro, doveva tornargli benigna. La cantante, che ci
-aveva i nervi e che lo aveva mandato così liberamente a farsi benedire,
-doveva essere guarita. E queste due fortune gli sarebbero toccate in
-premio di una sapiente scappata.
-
-Il contino Anselmi si era accorto di avere, come dicono i francesi,
-l’_absence heureuse_. Dopo qualche giorno di lontananza, lo vedevano
-più volentieri le donne e gli amici. Egli non andava a cercare se
-ciò dipendesse per avventura da quel periodo di tregua, che ci fa
-sopportare con maggior filosofia il ritorno dei vecchi dolori. Sentiva
-il benefizio e non ne indagava le cause. Non vi ho detto ch’egli
-apparteneva alla schiera dei felici, di coloro che vedono tutto color
-di rosa e che sono molto contenti di sè?
-
-Il nostro viaggiatore ebbe alla stazione di Montecatini i sorrisi e i
-saluti amichevoli di cento conoscenze; saluti e sorrisi che non avrebbe
-avuti, se, scambio di giunger lui, fosse andato con quella medesima
-folla a veder giungere un altro. Era già una consolazione, come vedete.
-Non si fermò a chiacchiera con nessuno, perchè un uomo che arriva non
-ha mai tempo da perdere, o non deve mostrare di averne. Del resto, il
-contino Anselmi sentiva gli stimoli dell’appetito e il bisogno di darsi
-una risciacquata. Prese una vettura di piazza e corse all’albergo della
-Torretta, per attendere ai due uffici importanti; si restaurò dentro
-e fuori, e quindi andò a far visita alla cantante. Era la più vicina;
-doveva anche esser la prima, nelle sue attenzioni galanti.
-
-La diva lo ricevette benissimo. I nervi non la molestavano più; segno
-evidente che aveva ritrovato il suo _re_ sopracuto. Il contino Anselmi
-che le aveva proposto di andare a Parigi, per portargliene uno nuovo
-fiammante, le portava in quella vece una graziosa novità dalle rive
-dell’Arno, cioè a dire un elegantissimo braccialetto, comperato in via
-Tornabuoni, dal Marchesini, che era, e spero lo sia tuttora, il Dio
-dei gioiellieri di Firenze. Ad una dama non si sarebbe potuto portare
-un presente d’oro e pietre preziose; ad una diva sì, perchè i Numi
-gradiscono, da tempi immemorabili, ogni specie di offerte.
-
-La diva accolse il dono con gioia, ed ammirò da esperta conoscitrice
-una fila di piccoli smeraldi e rubini, frammezzati da brillanti,
-che luccicavano sulle spire elastiche del braccialetto, foggiato a
-serpente. S’intende che, per ammirarlo meglio, se lo rigirò subito al
-braccio.
-
-— Siete un compito cavaliere; — diss’ella; — ed anche un uomo di buon
-gusto. Guardate come sta bene. —
-
-E gli stese un braccio ben tornito, candidissimo senza mestieri di
-biacca, che meritava anch’esso la sua parte d’ammirazione. Il contino
-Anselmi lo prese delicatamente e gli rese l’omaggio a cui essa sembrava
-invitarlo.
-
-— Porterò il vostro braccialetto questa sera al Casino; — disse allora
-la diva.
-
-— Ah! — esclamò il contino, inarcando le ciglia. — Questa sera
-finalmente vi risolvete di andarci?
-
-— Sì; volete accompagnarmi? Mando a spasso il Torricelli. —
-
-La proposta non garbava troppo al contino Anselmi.
-
-— Lo vorrei; — diss’egli, sospirando. — Ma temo di compromettervi.
-
-— Compromettermi! — ripetè la diva, rizzando la testa e fissando gli
-occhi curiosi in volto all’Anselmi. — Non sarebbe per caso il timore...
-di comprometter voi? —
-
-Il contino fece la bocca da ridere.
-
-— Che dite mai? — gridò egli. — Ad accompagnare una bella donna, un
-cavaliere ci guadagna sempre nella stima dei popoli. Fate conto che io
-non v’abbia detto nulla. Avevo parlato solamente per voi.
-
-— Sentiamo questa, che ha da essere nuova di zecca; — rispose la diva
-con accento sarcastico.
-
-— Eh, nuova o vecchia, eccola qua. Voi dovete far colpo, stassera,
-essere ammirata, adorata, applaudita da tutti. Ora, voi lo saprete per
-esperienza, i gelosi applaudono di mala voglia. Ed io, entrando con voi
-al Casino, farò chiacchierare, ingelosire moltissimi. Il Torricelli è
-vecchio e la sua galanteria sessagenaria non dà ombra a nessuno; mentre
-la mia, che non è ancora sui trenta, mi capite?....
-
-— Capisco che ve la cavate abbastanza bene; — disse la diva, con un
-risolino sardonico.
-
-— Non me la cavo, anzi voglio restarci; — replicò l’Anselmi, già
-mezzo stizzito. — Son pronto ad accompagnarvi e felicissimo di lasciar
-pensare tutto ciò che cento sciocchi invidiosi vorranno pensare di noi.
-
-— No, così non fa comodo a me; — rispose la diva. — Credo che in fondo
-in fondo non diciate male. Restate nell’ombra e non intorbidate il mio
-trionfo, se trionfo ha da essere. Andrò col Torricelli. Il poveretto ne
-sarà felicissimo.
-
-— Eh, purchè sappia contentarsi! — fece l’Anselmi, con aria di burlesca
-minaccia.
-
-— Sciocco! — disse la cantante, appoggiando l’epiteto con quel grazioso
-torcimento di labbra che ha nella nostra lingua il brutto nome di
-boccaccia.
-
-— Adorabile! — rispose il contino Anselmi, facendo in quella vece il
-bocchino.
-
-In quella guisa l’Anselmi vinceva il punto di non accompagnare la diva
-al Casino. Veramente, non si sarebbe tirato indietro a quel modo, tre
-giorni prima. L’uomo, quando non ha altri ripeschi in mira, si presta
-sempre volentieri a queste comparse, che fanno prendere il moscherino a
-mezzo mondo e che dànno alle donne un alto concetto della sua persona.
-Perchè, infatti, le figlie d’Eva sono meno insensibili che non si pensi
-a questi spettacoli di felicità mascolina, e l’uomo che credesse di
-guastare i fatti suoi per il futuro con simili mostre, si gabellerebbe
-da sè per un vero collegiale. S’intende che le mostre in discorso
-riescono utili, quando l’uomo non abbia altri amori imbastiti lì per
-lì. Se ce li ha, deve astenersi con ogni cura da questi riscontri
-pericolosi. Una donna può e deve ammirare il signor Tizio, che ha
-fortuna con le altre, fino a tanto che ella non sia ricercata da lui;
-ma a nessuna donna può altrimenti piacere che il signor Tizio le si
-presenti con una rivale a braccetto.
-
-Quella sera, finito il pranzo, e senza indugiarsi a prendere il
-caffè in giardino, il nostro Cupido escì dall’albergo della Torretta,
-avviandosi per lo stradone. Non sapeva nulla delle signore che aveva
-così bruscamente piantate il giorno innanzi. Non lo avevano veduto
-al Casino; lo avevano probabilmente aspettato al Tettuccio; dovevano
-essere impensierite della sua sparizione improvvisa. Ora il contino
-Anselmi giustamente pensava che un po’ d’assenza fa bene, ma che non
-deve mica esser troppa.
-
-Così egli andava ruminando il suo capitolo _de arte amandi_, quando
-(vedete fortuna!) riconobbe da lunge le dame, che, accompagnate dai
-soliti cavalieri, venivano incontro a lui verso il Tettuccio. Il
-commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle andavano innanzi con
-la signora Camilla; seguivano Aldo e il presidente gran croce con la
-signora Elena.
-
-A farlo a posta, il numero era giusto e non c’era più luogo per lui.
-Ma beati gli ultimi, dice il proverbio, se i primi han discrezione. Il
-commendatore Gerardo fu tanto discreto da cedergli il suo posto.
-
-— Ah, sei qui, briccone? — gridò il Vezzosi appena lo ebbe veduto. —
-Dove diamine ti sei nascosto, Anselmi? —
-
-Il contino biascicò alcune frasi sconnesse.
-
-— Nascosto, no.... veramente.... Del resto, tu mi vedi....
-
-— Ora, si capisce. Ma iersera? e stamane? Ti abbiamo aspettato al
-Tettuccio, e non ti sei lasciato vedere. Di grazia, si potrebbe sapere
-che cura fai?
-
-— Dio buono! La cura degli affari, quando ti vengono addosso; — rispose
-l’Anselmi, con un’aria di candore, che non pareva lui. — Ho dovuto
-andar fuori.
-
-— A Collodi, m’immagino; — replicò il commendatore Gerardo. — Oppure a
-Monsummano.
-
-— Che! Più lontano; in capo al mondo; — disse l’Anselmi. — Ieri, quando
-vi ho lasciati, ho trovato all’albergo un telegramma, ed ho dovuto
-correre a Firenze, per incontrare un amico, che doveva giungere da
-Roma. E con lui sono venuto stamane, dandogli il passaporto per Pisa.
-Una noia, come capirai; ed io ne sono stato dolentissimo; — soggiunse
-il contino, dando un’occhiata malinconica alla signora Camilla.
-
-— E deggio e posso crederlo? — chiese con enfasi melodrammatica il
-commendatore Gerardo.
-
-La signora Camilla venne allora in soccorso dell’Anselmi.
-
-— Come non volete crederlo? — diss’ella. — Il conte Anselmi non è
-certamente uomo da dire una cosa per un’altra. Ha avuto da fare e
-ci ha lasciati; ha sbrigate le sue faccende e ci ritorna. Questo è
-l’essenziale. —
-
-Un inchino e uno sguardo eloquente ringraziarono la signora Camilla del
-suo gentile intervento.
-
-Ma perchè le due file dei nostri passeggiatori erano molto vicine
-l’una all’altra, Aldo De Rossi udì le parole di Camilla. Il poveretto
-ci diventò verde dalla stizza e si morse le labbra fino a far sangue.
-La signora Elena, che le aveva udite anch’essa, volse un’occhiata di
-sbieco al compagno e notò come avesse la cera contraffatta.
-
-— Calma! — gli bisbigliò allora, facendo un rapido movimento da quella
-parte. — Vi dirò tutto. —
-
-Frattanto il contino Anselmi diceva al Vezzosi:
-
-— E dove andate ora, se è lecito saperlo?
-
-— Al Rinfresco, per far ora. La signora Camilla non conosce ancora il
-luogo.
-
-— E mi dicono che sia molto bello; — soggiunse Camilla.
-
-— Bellissimo; — rispose il contino. — Sta sotto la mia giurisdizione,
-perchè è proprio accanto alla Torretta. Di modo che, — proseguì
-l’Anselmi, — se io fossi rimasto all’albergo, avrei avuta la fortuna di
-vedervi egualmente?
-
-— Ma non avreste meritato di accompagnarci, — replicò la signora.
-
-Aldo De Rossi andava al Rinfresco come la biscia all’incanto. Si
-pentiva di non essersi posto lui al fianco della signora Camilla, per
-impedire all’Anselmi di appiccicarsi in quel modo. Ma come avrebbe
-potuto fare diversamente? Quel giorno gli era andata così male ogni
-cosa! La mattina, al Tettuccio, aveva notato una grande freddezza, o,
-per dire più veramente, un’aria di grande inquietudine, che metteva
-le signore a disagio con lui. Esse, del resto, non si lasciavano
-mai, e come non gli era riescito di parlare da solo a solo con la
-signora Camilla, così non aveva potuto dire neanche una parola alla
-signora Elena. Infastidito da quelle difficoltà, che erano durate fino
-all’ora di colazione, Aldo De Rossi aveva infilato l’uscio e preso il
-portante verso Monsummano, sperando di chetare le sue furie con una
-lunga passeggiata. Ma si era stancato, senza punto calmarsi. Tornato
-all’albergo sull’ora di pranzo, aveva trovata la signora Elena più
-turbata, più confusa che mai. Non ebbe modo di chiederle nulla, perchè
-il Vezzosi l’accompagnava nel corridoio, e del resto era già ora
-di scendere nella sala da pranzo. Solamente nell’anticamera, mentre
-Gerardo appiccava il cappello al gancio del cappellinaio, essa ebbe il
-tempo di dirgli: — Proporrò una gita al Rinfresco; veniteci: troverò il
-modo di parlarvi. —
-
-Concertata la gita mentre erano a tavola, gli convenne di restare al
-fianco della signora Elena quando si escì dall’albergo. La signora
-Camilla era venuta a pranzo in una abbigliatura elegantissima, che
-faceva risaltare vieppiù i segni di una freddezza senza esempio.
-Aldo non ci capiva più nulla e si rodeva di non sapere che diavolo
-fosse. Avviandosi con la brigata al Rinfresco, e non vedendo comparire
-l’Anselmi, si era arrischiato a sperare che la giornata dovesse finir
-meglio che non era cominciata. Ma tutto ad un tratto era apparso
-l’Anselmi; egli stesso era stato il primo a vederlo e il cuore gli
-aveva dato una scossa violenta.
-
-E pensare che quello zerbinotto, quel Ganimede, quell’Adone da
-strapazzo (già, i nomi da appioppare ad un rivale non mancano mai)
-veniva a guastargli le sue faccende con un tradimento in corpo, e
-probabilmente ancora caldo delle tenerezze dette ad un’altra donna!
-Perchè infatti il contino Anselmi ce lo aveva, il suo ripesco amoroso,
-all’albergo della Torretta. Non si era confessato egli stesso con Aldo,
-nelle espansioni di una passeggiata a lume di luna! E la delicatezza,
-la lealtà e tante altre belle cose egualmente moleste, non permettevano
-ad Aldo di metter carte in tavola, di propalare senza tanti complimenti
-ogni cosa?
-
-Si giunse al Rinfresco, una specie di giardino all’antica, con mura
-alte e severe, ornato con una gravità architettonica abbastanza
-pretensiosa, ma ricco di verde, d’ombra e di silenzi romantici, da
-piacer molto ai cuori innamorati, ed anche ai filosofi misantropi.
-Questo riscontro non ha niente di strano e si spiega facilmente, poichè
-l’amore è una misantropia masticata in due.
-
-Una fontana, decorata di marmi, sorgeva nel mezzo del piazzale,
-accanto all’entrata; ma l’acqua non aveva allegrezza di zampilli. Acqua
-termale, tu eri triste a vedere, come la faccia del mio Aldo De Rossi.
-Più lieta appariva tutto intorno la frappa, in mezzo a cui s’aprivano
-alcuni viali, ma per chiudersi tosto, nel fitto dei rami sporgenti.
-Cari viali, amiche rèdole, liberali di ombre discrete ai fidati
-colloquii, come si sarebbe inoltrato volentieri pe’ vostri meandri il
-mio Aldo De Rossi, tenendo a braccetto la signora Camilla! Ma a farlo
-a posta, la signora Camilla non si spiccava dal fianco dei signori
-Anselmi e Vezzosi, o, per dir meglio, i signori Vezzosi ed Anselmi non
-si spiccavano dal suo.
-
-E bisognava sentirlo, il contino Anselmi, che fuoco d’artifizio
-faceva! Ed anche la signora Camilla, come rideva, alle arguzie,
-alle galanterie, alle svenevolezze del signorino! Rideva anche più
-degli altri giorni, d’un riso acuto, quasi stridente, che urtava
-maledettamente i nervi al De Rossi. Ci fu un momento che gli parve di
-odiarla. Lettori, che avete sofferto di questo male, non riconoscete
-qui l’amore innalzato alla quarta potenza?
-
-Come Dio volle, i passeggiatori si sentirono stanchi e si arresero al
-tacito invito dei sedili di pietra che correvano intorno alla fontana.
-Aldo non si posò come gli altri, ma stette in sull’ali; da prima per
-andare a veder l’acqua da presso e far le mostre di assaggiarla; quindi
-per girandolare qua e là ed osservare le piante. In certi momenti della
-vita ogni uomo è un naturalista.
-
-Egli, per altro, non era escito dalla vista della comitiva. E dopo
-alcuni istanti di dotte osservazioni, vide con la coda degli occhi la
-signora Elena spiccarsi dalla brigata, per venire verso di lui. Si
-volse allora con aria grave e tranquilla e le accennò una pianta di
-bossolo, per modo che gli altri, se avessero guardato da quella parte,
-credessero ad una vera e propria conversazione botanica.
-
-— Sapete che è un affar serio? — gli diceva intanto la signora Vezzosi.
-— Non si può neanche trovare il momento propizio.... per darvi un
-dispiacere.
-
-Aldo De Rossi diede un sobbalzo e si fece pallido in viso.
-
-— Calma! — ripigliò la signora. — Ho avuto iersera un colloquio con
-lei. Ve ne darò i particolari... quando potrò. Intanto, ne capirete
-abbastanza, dalla lettera che ella mi ha scritto questa mane.
-
-— Una lettera! — mormorò Aldo turbato.
-
-— È qui; — disse la signora Elena, traendo un foglio di tasca, mentre
-si avvicinava al De Rossi e chinava la testa verso la pianta di
-bossolo. — Voi la leggerete... e me la restituirete.
-
-— Sì; — disse Aldo, imitando la mimica della signora e stendendo le
-dita per prendere il foglio.
-
-Ma la signora Elena non se lo lasciò fuggir di mano così presto.
-
-— Badate, — riprese, — è necessario che mi sia restituito. Mi confido
-ad un uomo, non è vero?
-
-— E ad un gentiluomo; — replicò il De Rossi.
-
-— Qualunque cosa avvenga, mi restituirete questa lettera, oggi stesso?
-
-— Avete la mia parola d’onore; — disse Aldo.
-
-— Bene; — soggiunse la signora. — Mettetela in tasca. La leggerete più
-tardi.
-
-— Mentre voi starete conversando alla fontan, — mormorò Aldo, — io
-andrò a passeggio qui presso.
-
-— Troppa fretta! Se almeno aveste la forza di dominarvi....
-
-— L’avrò, signora, l’avrò. Da ciò che mi dite, capisco già che c’è una
-sentenza di morte... per il mio povero amore; — rispose tristamente il
-De Rossi. — Ma voi lo vedete, son forte.
-
-— Sarete anche sereno? In apparenza, se non altro?
-
-— Riderò; — disse Aldo. — Va bene così? —
-
-La signora Elena non rispose parola, e, accompagnata dal De Rossi,
-tornò a passi lenti verso la fontana.
-
-— Che cosa guardavate con tanta attenzione? — domandò il commendatore
-Gerardo.
-
-— Una pianta che non conoscevo; — rispose Aldo con aria sbadata.
-
-— Gran che! Figuratevi che era una pianta di bossolo; — soggiunse la
-signora Vezzosi.
-
-— Ma di un verde così tenero, che in verità non mi pareva bossolo; —
-ribattè Aldo De Rossi, per dar colore alla storia.
-
-— Effetto del terreno, che non è molto confacente alla sua specie; —
-replicò la signora Vezzosi.
-
-— Donna Elena ha grandi cognizioni in botanica; — disse il cavaliere
-Sestavalle. — Rammento ancora la distinzione tra l’_Hibiscus siriacus_
-e l’_Hibiscus_... Di grazia, come si chiama l’ibisco dell’albergo della
-Pace?
-
-— Vedo che la rammentate poco, la distinzione; — notò argutamente la
-signora Vezzosi. — È un _Hibicus liliflorus_.
-
-— E li ha sulla punta delle dita, i nomi latini! — gridò ammirato
-l’Alcibiade.
-
-— Il latino è brutto parecchio; — disse il contino Anselmi, — ma la
-giardiniera è bella. Propongo di chiamarla la bella Giardiniera.
-
-— Magazzino di mode? — domandò la signora Vezzosi.
-
-— No, capolavoro di Raffaello; — rispose l’Anselmi, inchinandosi.
-
-— Conosco questo complimento; — disse la signora. — Ce lo avete detto
-l’altro dì, sull’uscio della Speranza.
-
-Il contino Anselmi si morse le labbra, rammentando che infatti aveva
-già speso un’altra volta quel motto arguto, e pensando che ciò poteva
-nuocergli presso le dame. Ma non si diede per vinto.
-
-— Mi rimandate all’uscio? — diss’egli. — Vedo già i campi della
-disperazione.
-
-— Eh! — fece il commendatore Gerardo. — L’ha rimbrodolata abbastanza
-bene.
-
-Aldo De Rossi approffittò di quelle ciarle senza sugo, per dare
-un’altra voltata sui tacchi. La lettera che gli aveva consegnata la
-signora Elena gli scottava la mano. Dovete sapere, infatti, che teneva
-sempre la mano in tasca, stringendo convulsivamente quel foglio in cui
-stava scritta la sua condanna.
-
-Camilla non fu tratta in inganno da quella invenzione botanica. Ella
-si era avveduta che Elena e il De Rossi avevano colto il primo pretesto
-per iscambiarsi alcune parole e argomentò facilmente che quelle parole
-la risguardavano lei, vedendo che Aldo De Rossi, tornato presso la
-compagnia, aveva evitato di guardarla.
-
-Giunto fuori dalla vista de’ suoi compagni di passeggiata, Aldo
-De Rossi cavò di tasca la lettera misteriosa. Aveva la febbre; gli
-tremavano le mani, e gli occhi ci vedevano poco. Raccolse tutte le sue
-forze con un atto supremo di volontà, spiegò il foglio e decifrò alla
-meglio i sottili uncinetti della signora Camilla.
-
-
-
-
-XVIII.
-
-
-Quali sentimenti dovessero agitarlo durante la lettura non vi dirò,
-perchè le angosce del cuore, quando sian giunte ad un certo grado di
-violenza, non si descrivono più. Del resto, immaginate voi; ecco la
-lettera:
-
- «_Elena mia_,
-
- «Ho pensato lungamente al tuo discorso di iersera, e ti rispondo
- ora in iscritto quello che avevo già incominciato a risponderti a
- voce; non accetto la tua generosa proposta.
-
- «Non è capriccio, non è caparbietà; è maturato consiglio. Ho
- ragionato tutta la notte il pro e il contro, ma sopratutto ho
- pensato a te e alla nobiltà del tuo carattere. Tu sei buona e
- sincera, mia Elena, e meriti di esser felice.
-
- «Una cosa mi è apparsa evidente. Tu stessa t’inganni, intorno
- allo stato del tuo cuore e alla forza della tua volontà. Tu ami il
- signor De Rossi; ed egli... Egli, una delle due, o ama te, oppure è
- uno sciocco. Ad ogni modo, se non ti ama oggi, ti amerà domani. Ciò
- che m’hai narrato de’ suoi furori per me, è molto vago, nè credo
- ci si possa far fondamento per l’edifizio della mia felicità. Tu
- stessa, ne sei ben certa? Non ti pare che c’entri un pochino di
- vanità (vanità offesa, o vanità stuzzicata, non importa cercare)
- nella passione di cui tu m’hai fatto una pittura così viva? Sai,
- gli uomini ce l’hanno tutti, la loro parte di puntiglio; anche
- quando giuocano per celia, vorrebbero vincere. Il signorino va
- attorno come le farfalle; e quasi direi senza scegliere i fiori.
- S’è imbattuto in me; m’ha trovata più sorda di qualcun’altra alle
- sue attenzioni, alle sue gentilezze. Come io sia stata con lui, non
- so veramente, perchè io non mi osservo. Vo innanzi alla libera,
- come una selvaggia; quando una cosa mi piace, non la nascondo;
- quando mi dispiace, non ne faccio mistero. Può darsi che io l’abbia
- ferito; può anche darsi che egli abbia sognato di esserlo. Comunque
- sia, non credo che si tratti d’una ferita profonda. E vorresti che
- per una cosa da nulla io mi mettessi a fare la suora di carità?
- Io non amerò, forse; ma quando amerò, bada bene, sarà per tutta la
- vita. I mezzi amori mi fanno rabbia; non voglio scomodarmi per così
- poco; non voglio perdere la mia pace per una di queste passioncelle
- da dozzina, in cui ha tanta parte la vanità, e la galanteria tutto
- il resto. Quando amerò... Ma questo te l’ho già detto. Soggiungerò
- invece che l’uomo destinato a impadronirsi di me, ha da fare
- qualche cosa di grande, o di pazzo, che in questi casi è tutt’uno.
- Gli uomini del nostro tempo non fanno più pazzie per le donne, ed
- è male. Può anche esser bene; chi lo sa? Forse noi non meritiamo
- che se ne facciano più; siamo diventate anche noi troppo frivole.
- Or bene, sia pure, io non amerò, e sarà tanto di guadagnato per
- la tranquillità de’ miei nervi. Qualche volta, vedi, mi prende la
- malinconia di farmi monaca. Ma non ti spaventare, bella mia, sono
- accessi che non durano. E negli intervalli mi lascio cogliere dalla
- manìa dei giuochi innocenti; gradisco la corte degli sciocchi, e
- son felice quando mi accade di farli disperare a quattro per volta.
-
- «Ma lasciamo stare queste fanciullaggini. Come vedi, sono una
- ragazza viziata. Lo zio, che mi vuol bene mi chiama spesso la
- sua _testa falsa_. S’intende che parla per celia, e senza sapere
- di cogliere così netto nel segno. Veniamo a te. Se ti riesce di
- rinfrancare il dolente personaggio e di far parlare il suo cuore,
- fallo per te, Elena mia. Forse c’è stoffa per un uomo di garbo; e
- tu, del resto, sei donna da far miracoli. Dirai che ti consiglio
- male. Io stessa, rileggendo la frase, me ne accorgo. Ma è scritta,
- e non voglio far cancellature, che avrebbero aria di pentimenti.
- Del resto, noi donne viviamo solamente per il cuore e non badiamo
- troppo a certe piccole tirannie d’una legge che non abbiamo fatta
- noi. Alla fin fine, brucia la lettera; è il meglio che tu possa
- fare. Il conservarla potrebbe dire due cose alla gente di poco
- spirito, a cui capitassero sott’occhio i miei scarabocchi: che il
- consigliere è cattivo e che l’alunno meritava un tal consigliere.
- Queste cose non debbono dirsi, nè di te, nè di me. E poi, ti
- sentiresti di fare un’altra cosa, che ti raccomando tanto? Ridi,
- e non pensare ad altro. Io sarò veramente felice quest’oggi, se,
- entrando nella sala da pranzo, e sedendo di rimpetto a te, vedrò
- un bel sorriso sulle tue labbra. Labbra di corallo tenero, come
- t’avran detto già molti; labbra che invitano, ecc., ecc., come
- avranno pensato moltissimi. Ridi, ora? Orbene, va avanti così. — La
- tua CAMILLA.»
-
-Aldo De Rossi era rimasto attonito, a quella lettura, e ci volle il
-suo tempo perchè riprendesse il dominio di quella poca ragione che
-possedeva. Così a occhio e croce capì che la signora Elena aveva
-parlato eloquentemente, quantunque senza frutto, per lui. Capì inoltre
-che non era stato compreso. Due cose spiacevano alla signora Camilla,
-siccome appariva dal contesto della sua lettera; che egli usasse andar
-troppo attorno, quasi a corteggiarle tutte, e che il suo amore per una,
-se lo sentiva davvero, non lo dimostrasse con qualche gloriosa follia.
-Ma non erano due pretesti, messi fuori dalla dama, per dissimulare
-la freddezza del suo cuore? Una donna non s’inganna mai su certi usi
-di mondo e sa fare le sue distinzioni a favore di un uomo, che, anco
-facendo riverenza a cento, non ne vede e non ne preferisce che una.
-Quanto alle imprese meravigliose, Dio buono, anche la signora Camilla
-lo capiva, che i tempi e i costumi non erano da ciò.
-
-Una ragione doveva esserci, e più forte di tutte le altre, a
-giustificare la freddezza della signora Camilla. Elena amava Aldo,
-e non aveva potuto negarlo. Ora, come non sospettare che Aldo avesse
-dato argomento, appiglio, esca, e tutto il peggio che vorrete, a quella
-simpatia della signora Vezzosi?
-
-Un pensiero di quella fatta doveva venire a lui, come ad ognuno de’
-miei lettori. Ma i lettori afferrano le cose con animo pacato; Aldo De
-Rossi, in quella vece, non ci vedeva più lume. Perciò, se il pensiero
-gli venne, come vi ho detto, egli non si fermò altrimenti a misurarne
-l’importanza. Quando si soffre, si studia poco sulle cause del dolore;
-l’ermeneutica non è fatta per gli spiriti turbati dalla passione.
-Al nostro povero eroe parve più sbrigativo e più comodo accusare la
-signora Camilla di freddezza, d’orgoglio, di leggerezza, e di vedere
-nella sua lettera un ammasso di pretesti, messi fuori per liberarsi da
-un uomo antipatico. Ma a benefizio di chi? Una donna, per solito, non
-disprezza un uomo, se non perchè ne stima troppo un altro.
-
-Giunto a’ piedi dell’ultima pagina, Aldo De Rossi voltò il foglio per
-tornare da capo. Era un moto naturale, come d’uomo che non ha bene
-inteso e che vuol sincerarsi. Ma in verità non c’era bisogno di tanto;
-la lettera parlava chiaro e Aldo non poteva dare ai propri occhi
-una così audace mentita. La mano aveva girato il foglio; la stessa
-mano lo strinse e lo spiegazzò, come se volesse lacerarlo. Le labbra
-borbottarono qualche cosa, che sapeva d’imprecazione, e la lettera andò
-a finire nella tasca del soprabito, dove fu cacciata con un atto poco
-rispettoso. A qual pro l’avrebbe egli riletta? Si torna mal valentieri
-sulle notizie spiacevoli. E quelle che gli erano date nella lettera
-di Camilla dovevano imprimersi nel suo cervello a caratteri di fuoco,
-come.... (scusate il paragone che è vecchio, ma calzante) come le tre
-parole misteriose sulla parete, nel famoso convito di Baldassarre.
-
-— Egregiamente! — mormorò Aldo, con un accento che faceva a pugni
-con l’ottimismo dell’avverbio. — Non si potrebbe mandarmi al diavolo
-con parole più chiare. Ma una cosa non è chiara... o lo è troppo. La
-signora parla di me; ne parla molto, ne parla oltre il bisogno. Ma
-tace di un altro, come se non esistesse neanche. E quello di cui tace
-è appunto quello che ama. Son tutte così; l’uomo di cui non gliene
-importa nulla, lo mettono in piazza; l’altro, poi, lo nascondono, come
-si nasconde un tesoro. Provatevi a farle parlare! Ve ne citano dodici,
-se occorre; si accuserebbero magari di amarne ventiquattro; ma il nome
-di quel tale, non c’è caso che se lo lascino sfuggire di bocca. —
-
-Vi fo grazia di tutto l’altro che disse, o che borbottò tra i denti,
-perchè gli vo’ bene e non mi piace di mostrarvelo troppo violento nei
-pensieri e nelle espansioni. Ad ognuno di voi sarà avvenuto di dirle
-grosse, in un momento di rabbia. E certamente vi sarebbe dispiaciuto
-che le vostre parole fossero raccattate da un imprudente uditore
-e ripetute ai quattro punti cardinali, come monumento della vostra
-pazzia.
-
-Lo stesso Aldo si avvide di essere uscito dai gangheri. Se ne avvide
-ad una imprecazione troppo forte che gli era sfuggita e che gli aveva
-percosso l’orecchio.
-
-— Che cos’è questo? — esclamò. — Sono io dunque un ragazzo, e non saprò
-far altro che chiacchiere? —
-
-Si scosse, così dicendo; digrignò i denti, con atto di profondo
-disgusto; si asciugò gli occhi, e si avviò verso la fontana con passo
-risoluto.
-
-Egli era triste ma laggiù si rideva. E il contino Anselmi, come al
-solito, dava la battuta.
-
-— Che buffone! — disse Aldo tra sè, mentre compariva nel piazzale
-alla vista di tutti. — Se bisogna essere così, per piacere alle donne,
-rinunzio, in fede mia, a questa fortuna; se fortuna può dirsi. —
-
-Già, conchiuse proprio con questo epifonema. Quando vi dico che Aldo De
-Rossi aveva perduta la bussola!
-
-— Non lo credete? — chiedeva frattanto l’Anselmi, proseguendo un
-discorso incominciato. — Io ne sono persuaso.
-
-— Ed io, con vostra buona pace, niente affatto; — rispose la signora
-Camilla.
-
-— Signora, la vostra opinione ha un gran peso per me; ma voi non dovete
-abusare della vostra autorità. È l’obbligo di tutti i re, e di tutte le
-regine; — replicò l’Anselmi.
-
-— Che c’entra l’autorità? — disse la signora Camilla. — Vi hanno
-sentito tutti, e credo che vi diano torto.
-
-— Tutti, poi!
-
-— Facciamo giudice il nostro De Rossi; — entrò a dire il commendatore
-Gerardo. — Egli viene dal verde; colore che concilia lo spirito alla
-calma. Ed egli potrà darci una sentenza scevra da ogni passione, da
-ogni parzialità. —
-
-La signora Elena chinò gli occhi a terra, pensando alla calma che
-doveva avere il povero De Rossi, per dare una sentenza tra il contino
-Anselmi e Camilla, egli che tornava appunto da leggerne una, niente
-piacevole per lui.
-
-— Ma non c’è bisogno di giudici; — rispose Camilla al signor Vezzosi. —
-Son cose troppo evidenti. Direi quasi che saltano agli occhi. —
-
-Aldo si sarebbe astenuto volentieri da ogni giudizio intorno alle
-arguzie dell’Anselmi, e forse era già sul punto di pregare Gerardo che
-volesse dispensarnelo. Ma le parole della signora Camilla gli suonarono
-male all’orecchio.
-
-— Bella signora, — diss’egli, — non mi volete dunque per giudice? —
-
-La voce era tranquilla, in apparenza, ma più sottile del solito, quasi
-sibilante.
-
-— Non ho detto ciò; — rispose asciuttamente la signora Camilla, a
-cui dava noia l’asprezza dell’osservazione, male dissimulata dalla
-galanteria della forma. — Se il signor Gerardo lo vuole, esponga egli
-la cosa. Ma veda di essere esatto; — soggiunse ella, con accento più
-umano, poichè si rivolgeva al Vezzosi.
-
-— Non dubitate; — rispose il commendatore: — sono stato relatore di
-leggi, in Parlamento, e conosco il debito mio. Tu siedi, giudice, e
-prendi un atteggiamento conforme alla gravità dell’ufficio.
-
-— Dio buono! — esclamò Aldo De Rossi, sforzandosi di sorridere. — Si
-tratta dunque di una cosa grave?
-
-— Eh, grave... secondo i casi e le età. Per voi altri giovani è
-gravissima. Si ragionava d’amore.
-
-— Argomento importante, non c’è che dire.
-
-— Sicuramente, e il nostro Anselmi ne parlava come di una malattia, e
-lo paragonava alla tosse. Ma la signora Camilla, dal canto suo, negando
-la malattia, trovò che il paragone era volgare.
-
-— Ecco... — interruppe la signora Camilla. — Io non ho detto
-propriamente così.
-
-— Mia bella signora, perdonate; avete esclamato: che paragone!
-
-— Sì, perchè mi pareva che se ne potesse trovare uno più adatto. Per
-esempio la febbre.
-
-— Ma io, — entrò a dire l’Anselmi, — non avevo fatto che ispirarmi
-al proverbio: amore e tosse, con quel che segue. Ma vada pure per la
-febbre. Che cosa sentenzia il giudice eletto? —
-
-Aldo De Rossi non aveva gradito niente affatto che tra la signora
-Camilla e l’Anselmi si fosse appiccato un discorso di tal genere. Egli
-stava per l’appunto almanaccando da che potesse aver avuto occasione
-quella tuffatina nel tenero, quando venne a rompergli il filo la
-domanda dell’Anselmi.
-
-— L’amore — rispose egli sentenziosamente, — è una malattia, o non
-lo è. Se è una malattia, non può essere paragonato alla tosse, che è
-indizio di malattia, non malattia per sè stessa. Se non è una malattia,
-ma semplicemente indizio di malattia, e tosse, e febbre, e quel che
-vorrete, possono entrare in paragone con esso, secondo l’umore e il
-buon gusto di chi ne parla.
-
-— Dotta sentenza! — esclamò l’Anselmi, non senza un pochino d’ironia.
-— Ma se tu credi che l’amore sia un indizio, a qual malattia vorrai tu
-regalarlo?
-
-— Gl’indizi sono qualche volta fallaci; — rispose sul medesimo tono il
-De Rossi. — L’occhio medico deve badare a molte cose, prima di giungere
-alla conclusione. Anzi tutto bisogna osservare il temperamento del
-malato. Per esempio, io conosco certi uomini, presso i quali l’amore
-sarebbe indizio... di stupidità.
-
-— Ah, buona questa! — gridò il Vezzosi che non ci vedeva il baco.
-
-— Buona per cui tocca; — notò l’Anselmi, a cui sembrava pessima,
-appunto perchè gli toccava a lui. — Tu non sei un giudice, Aldo; sei un
-Minosse, un Radamanto. E noi che si faceva per celia!
-
-— Non si fanno queste cose per celia; — replicò Aldo De Rossi. —
-L’amore è una cosa grave, e non è permessa agli uomini leggeri, che
-vedono un sollazzo passeggiero in ciò che dev’essere il negozio di
-tutta la vita. —
-
-Il contino Anselmi si seccò per davvero; si seccò doppiamente, pensando
-che la signora Camilla udiva e che poteva indovinare a cui fossero
-dirette le bottate del giudice.
-
-— M’inchino alla tua sapienza; — diss’egli.
-
-E fece l’inchino, proprio come aveva detto, mettendoci un’ostentazione
-che diede maledettamente sui nervi al De Rossi. Questi non aveva
-mestieri di tanto, per dar di fuori; che, anzi, come vi sarà parso
-evidente, staccava i bollori da un pezzo.
-
-— Accetto il complimento per quel che significa, — diss’egli; — cioè
-per un’ironia; e lo accetto anche per quel che vale, — soggiunse, —
-cioè per un’ironia... in bocca tua.
-
-— Ehi, giovinotti! — gridò il commendatore Gerardo, che incominciava a
-capire. — Che cosa è questo? Il giudice mi pare...
-
-— Il giudice ha data la sentenza; — disse Aldo, con un risolino
-sardonico.
-
-— Egli vorrà almeno riconoscere l’autorità della Cassazione; — entrò a
-dire il presidente gran croce.
-
-— Con tutto il piacere, e chiedendovi perdono, se è necessario; —
-rispose Aldo, inchinandosi. — Per altro, mi consentirete d’insistere
-nella mia opinione. Il tono ironico non mi va, da qualunque parte
-proceda; e i patti chiari....
-
-— Fanno i buoni amici, manco male; — interruppe il commendatore
-Gerardo, sperando di ravviare la conversazione.
-
-— No, — ribattè Aldo De Rossi, — il proverbio non è giusto. Tra amici
-non occorre far patti di nessuna specie. Diciamo invece che i patti
-chiari fanno i buoni nemici. Infatti, — soggiunse, guardando l’Anselmi,
-— ci sono i buoni nemici; cioè quelli che si conoscono tali e non
-giuocano più ad ingannarsi. —
-
-Il contino Anselmi rispose al discorso di Aldo De Rossi con un cenno
-del capo, che aveva del saluto, del ringraziamento e dell’altro ancora.
-
-La conversazione, come potete immaginarvi, non andò più oltre. Camilla
-aveva alzati gli occhi e non le era sfuggito il gesto sarcastico
-dell’Anselmi, nè lo sguardo di minacciosa promessa con cui gli
-rispondeva il De Rossi.
-
-— Vogliamo tornare all’albergo? — diss’ella, rivolgendo il discorso ai
-Vezzosi.
-
-Elena, più morta che viva, fece uno sforzo supremo per alzarsi dal
-sedile. Gerardo e il cavaliere Sestavalle furono subito in piedi; il
-presidente gran croce si stimò fortunato di poterli imitare. Quella
-scena agrodolce aveva seccato il nostro gravissimo personaggio, che
-in quel momento malediceva di sicuro la compagnia dei ragazzi e le
-ragazzate di cui lo facevano spettatore. Ma già, colpa sua, signor
-presidente. Dove c’è paglia, c’è sempre pericolo d’incendio. E lei,
-perchè portare la paglia con sè?
-
-Basta, lasciamo le considerazioni da banda. I nostri personaggi
-escirono dal Rinfresco; Gerardo tenendo a braccetto la signora Camilla,
-il presidente Roberti la signora Elena. Il Sestavalle si accompagnò
-alla seconda coppia, ma senza preferenze e disposto a correre verso la
-prima quando fosse chiamato. Uomo inarrivabile, e veramente Alcibiade,
-che sapeva trovarsi bene con tutti e in ogni circostanza della vita!
-Egli sarebbe anche rimasto coi due giovanotti, quantunque le loro facce
-scure non promettessero una conversazione troppo piacevole; ma uno
-sguardo benigno della signora Elena lo aveva tirato daccanto a lei;
-così il De Rossi e l’Anselmi erano rimasti liberi di dirsi quel che
-volevano, e magari anche di accapigliarsi.
-
-La signora Camilla certamente sospettò qualche cosa di questo genere,
-poichè trattenuto con un pretesto il suo cavaliere, lasciò passare
-avanti Elena col presidente gran croce. Rimasta così abbastanza vicina
-ai due rivali inviperiti, le venne fatto di cogliere a volo alcune
-frasi del dialogo che essi avevano insieme:
-
-— Mi dirai ora che cosa è questa scenata? — chiedeva l’Anselmi al De
-Rossi.
-
-— Signor conte, — rispondeva il De Rossi, — vi credevo più
-intelligente. È proprio un peccato che, con tanto spirito, siate così
-tardo a capire.
-
-— È dunque una _querelle d’Allemand?_ — riprese l’Anselmi.
-
-— Chiamatela anche così; purchè abbia un seguito; — disse Aldo De Rossi.
-
-— Ed una conclusione; — rispose quell’altro stizzito.
-
-— Tanto meglio; — ribattè il De Rossi.
-
-Il commendatore Gerardo udì anch’egli, sebbene confusamente, qualche
-cosa del diverbio tra i due.
-
-— Orbene, — diss’egli, volgendosi a mezzo, con un piglio tra
-l’amichevole e il paterno, — che cosa borbottate, voi altri? Spero bene
-che l’avrete finita.
-
-— Per l’appunto, finita; — disse Aldo.
-
-— Ci siamo spiegati; — soggiunse il contino. — È stato un malinteso;
-non è vero, De Rossi?
-
-— Certo, — rispose questi, — e il maggior torto è stato il mio.
-
-— Questo poi no; diciamo il torto d’ambedue, — replicò il contino, — e
-non se ne parli più.
-
-— Ah, bene! — gridò il commendatore Gerardo, e così forte, che potesse
-udirlo anche il presidente gran croce. — Quando lo dicevo io, che non
-c’era una ragione al mondo perchè aveste a leticare! Si crede qualche
-volta di avere udito una parola, ed è invece un’altra. Oppure, è
-quistione di significato, e ci si guasta il sangue per nulla. —
-
-Frattanto il presidente diceva alla signora Vezzosi:
-
-— Non so che diamine sia saltato in capo a quei due giovinotti. Ci
-avete capito nulla, voi, Donna Elena?
-
-— Io no; e voi, cavaliere? — diss’ella, volgendosi al Sestavalle.
-
-— Neppur io; — rispose l’Alcibiade. — Qualche piccola ruggine, forse.
-Ma sentite, parlano insieme e Gerardo li mette in pace. Dev’essere
-tutto appianato, oramai.
-
-— Meno male; — conchiuse il presidente. — Perchè, a dirvela schietta,
-noi vecchi ci troviamo male, in questi litigi della gioventù. Sarebbe
-stata veramente una noia per me, se fossero andati più oltre delle
-parole, e questa sera medesima avrei fatte le valigie. —
-
-Il presidente Roberti capiva benissimo che la cagione di quell’alterco
-era la sua bella nipote. E si disponeva a fare una solenne ramanzina,
-anche a rischio di vederla accolta come tante altre. Non vi formate
-da ciò una cattiva idea della signora Camilla. È degli zii lo sgridare
-per cose da nulla, e specialmente a torto, quantunque con le migliori
-intenzioni del mondo; è delle nipoti il ridere, specie quando si
-sa di non aver nulla da rimproverarsi. Del resto, se una risatina
-è testimonianza di poco ossequio, un abbraccio è prova d’amore, e i
-vecchi zii, da tempo immemorabile, amano più questo che l’altro.
-
-Intanto che si preparava a ridere con lo zio, la signora Camilla rideva
-col suo cavaliere. Veramente non ne aveva una gran voglia; ma bisognava
-fingere, non dare a divedere il proprio turbamento. Come sarebbe
-andata volentieri innanzi con Elena, lasciando tutti i signori uomini
-insieme! Elena doveva sapere la cagione di quella improvvisa sfuriata
-di Aldo De Rossi. Certamente, egli era escito fuori dei gangheri per
-qualche discorso della signora Vezzosi. E questo bisognava sapere, per
-regolarsi con tutti. Ma non si poteva neanche strappare l’amica dal
-braccio dello zio, senza aver l’aria di una capricciosa, la quale non
-sapesse far altro che pazzie. Perciò si trattenne, e ragionò col signor
-Gerardo di cose inconcludenti, che parvero divertirla un mondo, tanto
-ne rise.
-
-— Signora, — le disse il contino Anselmi, avvicinandosi a lei, mentre
-erano poco lungi dall’albergo della Pace, — verrete questa sera al
-Casino?
-
-— Credo di no; — rispose ella. — Mio zio deve essere stanco.
-
-— Se non si tratta che di ciò, — entrò a dire Gerardo, — potremo
-accompagnarvi noi altri.
-
-— Grazie; anch’io amo riposare. Starò a fare quattro ciarle con Elena.
-Siamo state così poco insieme, quest’oggi! —
-
-Mentre l’Anselmi si era accostato alla signora Camilla, Aldo De Rossi
-veniva innanzi da solo, e sdegnando di seguire il viale. Forse, poichè
-era venuto ai ferri corti col suo nemico, non sentiva più la dolorosa
-curiosità di udire i discorsi che si facevano tra lui e la signora
-Camilla. Perciò, quasi ad ostentare la propria noncuranza, era andato a
-spaziare nel mezzo dello stradone.
-
-La signora Elena lo vide con la coda dell’occhio, e avrebbe voluto
-mandare il Sestavalle a tenergli compagnia; ma erano oramai al termine
-della loro passeggiata e non occorreva più usargli quest’atto di
-misericordia.
-
-— Vuol dire, — fece l’Anselmi, quando si fu davanti all’uscio
-dell’albergo, — che questa sera le signore...
-
-— Riposeranno; — interruppe la signora Elena, che aveva indovinato il
-resto della frase, e che aveva sentito dianzi il discorso di Camilla. —
-Perciò i cavalieri son liberi; meno il Sestavalle, che avrà la bontà di
-portarmi in camera il libro che m’ha promesso stamane. —
-
-L’Alcidiade fece il gesto dell’uomo che non si raccapezza. Ma uno
-sguardo della signora Elena lo richiamò all’intelligenza della scena.
-
-
-
-
-XIX.
-
-
-Aldo De Rossi e il contino Anselmi, salutate con gran cerimonia
-le dame, si allontanarono dall’uscio, e la signora Elena li vide
-traversare lo stradone per recarsi al Casino.
-
-Il cavaliere Sestavalle salì le scale in compagnia delle signore. Come
-furono sul terrazzino scoperto che metteva dal primo pianerottolo al
-corridoio dell’albergo, la signora Elena disse al vecchio Alcibiade:
-
-— Ora scenderete nella vostra camera, e prenderete il primo libro che
-vi verrà tra le mani.
-
-— Ahimè, donna Elena! — esclamò il Sestavalle. — Se non vi porto
-l’orario delle strade ferrate!...
-
-— Anche l’orario, purchè me lo portiate tra dieci minuti nel salottino
-di Camilla.
-
-— Ora che ci penso, — ripigliò l’Alcibiade, — ci ho anche una Guida di
-Firenze.
-
-— Benissimo; andate e portate la Guida. —
-
-Si entrò nel corridoio. Il Sestavalle scese per una scaletta interna,
-che metteva alla sua camera; le signore proseguirono verso il
-quartierino di Camilla, dove Elena voleva far sosta. Gerardo, indettato
-da sua moglie, propose al presidente gran croce una discesa nella sala
-di lettura.
-
-— È ancora così presto! — diss’egli. — Come si fa a prender
-sonno? —
-
-Le signore entrarono nel salottino e andarono a sedersi su quel canapè,
-di cui già conoscete l’esistenza. Erano ambedue sovra pensieri, e per
-quella volta non ci fu continuazione di dialogo. Poco stante bussarono
-all’uscio. Era il Sestavalle che giungeva col libro.
-
-— Ecco il pretesto; — diss’egli, sorridendo, — che cosa mi comandate,
-donna Elena?
-
-— Non comando; vi prego....
-
-— Tornerebbe lo stesso: ma io amo i vostri comandi.
-
-— Sia; vi comanderò dunque di andare al Casino, dove passerete un’ora,
-due ore, quanto sarà necessario.
-
-— Necessario! A che cosa?
-
-— A sapere quel che fanno, o quel che contano di fare i due signorini.
-
-— Ah! — disse l’Alcibiade. — Quei due che si sono riscaldati al
-Rinfresco?
-
-— Per l’appunto. Ma badate, Sestavalle; voi non avrete l’aria di esser
-mandato da noi.
-
-— Che, vi pare? Sono un uomo di giudizio.
-
-— E neppure dovete parere troppo curioso. All’occorrenza dovete lasciar
-credere di non esservi neanche accorto del loro diverbio.
-
-— Benissimo. E poi?
-
-— E poi dovrete correre qua per informarci di tutto; — entrò a dire
-Camilla. — Non avete capito di che cosa si tratta?
-
-— Ho capito, ho capito, bella signora; — rispose l’Alcibiade. — O
-piuttosto avevo creduto di capire, laggiù al Rinfresco; ma poi, dopo
-che si son dati spiegazioni....
-
-— Ah, e voi credete alla commedia delle spiegazioni? Dite piuttosto,
-cavaliere, che volete calmare i nostri timori.... Ma noi, come vedete,
-non ci lasciamo abbattere dalla paura, nè ingannare dalle pietose
-bugie.
-
-— Siete una bella Amazzone; — disse il Sestavalle, infiammandosi.
-— Andrò, dunque, osserverò, scoprirò ogni cosa, e verrò a darvene
-ragguaglio. —
-
-Camilla, per quanto poca voglia ne avesse, non potè far a meno
-di ridere di quell’entusiasmo senile. E porse la sua bella mano
-all’Alcibiade, che vi stampò un bacio, ma di quelli che s’usavano
-ancora sotto i cessati governi.
-
-Quasi sarebbe inutile il dirvi di che prendessero a ragionare le due
-dame, a mala pena rimasero sole. Dovrei io raccontare a voi, lettori
-di pronto ingegno, che si parlò della lettera di Camilla e che Elena
-confessò di averla fatta leggere al De Rossi? E che Camilla, dal canto
-suo, aveva già indovinata la cosa, prima che la confessione di Elena
-venisse a confermargliela? E che non ne fu niente scontenta? E che la
-signora Elena si rifece da capo alle sue esortazioni, sacrificandosi
-nobilmente all’amicizia, con quella intensità di desiderio, con quella
-profondità di soddisfazione, che tutti abbiamo provata in un giorno
-della nostra vita, quando ci parve di aver messo d’accordo la voce
-della nostra coscienza con la felicità del nostro simile? E che la
-signora Camilla, finalmente.... Ma basta; se no, con l’aria di non
-volervi dir nulla, vi spiffero ingenuamente ogni cosa.
-
-Sarebbe meglio per me di seguitare l’Alcibiade nelle sale del Casino.
-Ma tant’è, mi dispiace di abbandonar le signore, e preferisco di
-cogliere il mio uomo, nel punto in cui egli ritorna dal Casino
-all’albergo della Pace.
-
-Erano le nove di sera, quando il cavaliere Sestavalle entrò per la
-seconda volta nel salottino della signora Camilla. Le due dame erano
-sole e dovevano restar sole ancora un bel pezzo, poichè il presidente
-gran croce aveva trovato un avversario degno di lui al giuoco degli
-scacchi, e proprio allora incominciava a dargli la rivincita, assistito
-dal commendatore Gerardo, che ne capiva poco, ma si dava l’aria di
-saperne moltissimo e di trovarci un gusto matto. Che fare, del resto?
-Bisognava pure ammazzare il tempo, aspettando l’ora del sonno.
-
-Il cavaliere Sestavalle giungeva carico di notizie, e della più alta
-importanza. Le signore avevano indovinato; era guerra dichiarata,
-guerra ad oltranza fra i due giovanotti. L’Anselmi cercava padrini
-da una parte; il De Rossi cercava padrini dall’altra; o, per dire
-più veramente, ne cercavano tutt’e due nel medesimo luogo, mentre in
-una sala si cantava e nell’altra si giuocava a biliardo. Il povero
-Sestavalle era appena capitato nella sala del pianoforte, che già
-doveva sostenere un fierissimo assalto. Il contino Anselmi era stato il
-primo a vederlo, e lo aveva afferrato, condotto in una camera attigua,
-messo tra l’uscio e il muro, chiedendogli per somma grazia che volesse
-fargli da padrino.
-
-Padrino, lui? In un duello? Sicuramente, lui, il cavaliere Sestavalle.
-Già, dice il proverbio che in mancanza di cavalli si fanno trottare....
-altri quadrupedi. L’Alcibiade, così pregato e scongiurato dal contino
-Anselmi, era stato un po’ in forse, ma due considerazioni vinsero le
-sue esitanze. Il Sestavalle non era nuovo del tutto alle armi, poichè
-aveva prestato lunghi e onorati servizi nella guardia nazionale,
-buon’anima sua; ed anzi, appunto a dieci anni di spalline, nobilmente
-portate in pro’ del palladio, andava debitore della sua croce di
-cavaliere. Lo vedete anche voi, lettori umanissimi, _noblesse oblige_.
-Inoltre, come non accogliere la domanda dell’Anselmi, se quello era il
-miglior modo di saper tutto? Senza averlo chiesto senza aver mostrato
-di desiderarlo, egli entrava di botto nella questione, e avrebbe potuto
-riferirne i più minuti particolari alle dame.
-
-Egli aveva dunque accettato, premettendo tuttavia di non avere una gran
-pratica di quelle faccende. Ma di ciò non si dava pensiero l’Anselmi.
-A lui era necessario anzi tutto di avere un padrino serio e discreto,
-che conoscesse le cagioni dello scontro e la impossibilità di evitarlo.
-Quanto ai particolari, alle piccole cure dell’ufficio, bastava l’altro
-padrino, un giovinotto forastiero, che l’Anselmi aveva conosciuto
-all’albergo della Torretta. E qui, senza por tempo in mezzo, il contino
-presentò al Sestavalle il suo compagno di seccatura. I due padrini si
-ricambiarono i saluti d’obbligo; e il nuovo venuto ricordò amabilmente
-al Sestavalle di averlo veduto qualche giorno prima alla Speranza,
-insieme con due belle signore che avevano fatta una partita al
-biliardo. L’Alcibiade rammentò a sua volta il giovine forastiero, che
-giuocava a picchetto con la sua elegantissima compagna. Essersi veduti
-una volta, era già una mezza conoscenza; da far da padrini insieme era
-un’amicizia senz’altro. E come amici si strinsero la mano; dopo di che,
-andarono ad abboccarsi coi padrini del signor Aldo De Rossi.
-
-Aldo, infatti, aveva già trovati i suoi; un maggiore di fanteria ed un
-professore di storia naturale. Le due professioni non erano troppo bene
-assortite; ma il De Rossi non aveva avuto mica il tempo di scegliere.
-Quei due gentiluomini erano dei pochissimi con cui egli avesse
-barattato parole al Casino. Del resto, se uno era guerriero, e, per
-conseguenza, pratico d’armi, l’altro era medico, e, per conseguenza,
-pratico di ferite. E dato l’ufficio a cui essi dovevano prestarsi,
-l’assortimento c’era.
-
-Quattro persone educate non durano fatica a trovarsi d’accordo.
-Aggiungete che, per desiderio espresso dei loro primi, dovevano
-metterci anche una certa dose di buona volontà. La quistione era
-delicatissima, ma senza difficoltà; o, per dire più veramente, le
-difficoltà c’erano, ma i due primi non volendo dir chiaro e tondo come
-fosse nata e volendo invece far presto, non lasciavano appigli, nè
-gretole, a quei curiosi cavillatori che sono per solito i padrini. La
-scelta delle armi poteva essere un guaio, non sapendosi bene chi fosse
-lo sfidatore e chi lo sfidato, o chi il provocatore e chi il provocato;
-ma anche questa difficoltà era appianata dal fatto che ai bagni di
-Montecatini non si sarebbero trovate due spade, nè due sciabole, dato
-il caso che si volesse fare un duello all’arma bianca, mentre uno dei
-padrini aveva per l’appunto nelle sue valigie un bel paio di pistole,
-che pareva proprio il fatto loro. I due primi ne avevano pochi degli
-spiccioli, e meno da spicciolare; il mezzo più sbrigativo era dunque
-di farli battere alla pistola. Si andava di buon mattino a Monsummano
-alto. Il pretesto era pronto: una passeggiatina igienica. Lassù, tra
-le rovine del vecchio castello, all’aria aperta, due colpi per uno
-erano presto sparati. Se poi i due combattenti ne avessero voluti di
-più, andassero a cercarsi un’altra coppia di padrini per ciascheduno;
-essi, i facili ordinatori della giostra, non volevano prestarsi alla
-continuazione del giuoco, nè aver aria di tentare il diavolo oltre i
-limiti della discrezione.
-
-Il nostro povero Sestavalle era rimasto un po’ sbalordito da quel modo
-spicciativo di concertare le cose. Ma già, egli non aveva pratica e
-doveva lasciare il mestolo a chi sapeva maneggiarlo. E perciò s’era
-contentato di dir sempre: _et cum spiritu tuo._
-
-Frattanto, poichè la ricerca affannosa dei padrini, il loro
-abboccamento, e infine i negoziati erano stati fatti nel corso di
-un’ora, nelle sale del Casino, la gente radunata colà non aveva tardato
-a insospettirsi. I quattro padrini si separavano appena, per recarsi
-ad informare d’ogni cosa i loro primi, che già la voce del duello
-imminente si era sparsa nella sala da giuoco, e di là nella sala da
-ballo.
-
-Il nostro Sestavalle, fatto il debito suo con l’Anselmi e promessogli
-di ritornare più tardi per gli opportuni concerti, stava già per
-infilar l’uscio dell’anticamera, quando si vide impedire il passo
-da una bella signora. La cosa gli sarebbe tornata piacevole in ogni
-altra occasione, ma non allora, poichè egli era impaziente di giungere
-all’albergo della Pace, dove lo aspettavano le sue belle curiose. Ma
-bisognava fare di necessità virtù, e l’Alcibiade si era rassegnato,
-riconoscendo la signora Augusta Maravigli, soprano assoluto, che
-appunto quella sera, mentre egli ragionava d’armi e d’armati,
-s’era fatta applaudire dalla società del Casino, cantando con molto
-sentimento il _Vorrei morire_ del mio amico Tosti.
-
-Non so se la signora Augusta Maravigli volesse morir lei davvero;
-ma certamente non voleva lasciar morire gli altri, e meno di tutti
-l’Anselmi.
-
-— Signor.... signor.... — aveva incominciato la diva, mostrando,
-insieme con la perplessità della parola, il rammarico di non sapere il
-nome dell’uomo a cui voleva contendere il passo.
-
-— Emilio Sestavalle, a’ suoi comandi; — aveva risposto lui, ma col
-gesto di uno che non amava di restarci troppo.
-
-— Signor Sestavalle, perdoni; il conte Anselmi ha un duello.... —
-
-Così l’alunna d’Euterpe entrava risolutamente in materia. E perchè il
-cavaliere Sestavalle si stringeva nelle spalle e allungava il muso, col
-desiderio evidente di non risponder altro, la signora Augusta proseguì:
-
-— Non mi dica di no. Lei è uno dei suoi padrini. So tutto.
-
-— Signora, poichè Ella sa tutto.... —
-
-E così dicendo, l’Alcibiade si tirava rispettosamente da un lato, come
-in atto di riverirla, per proseguire la sua strada. Ma una scappata di
-quella fatta non comodava punto alla signora Augusta Meravigli.
-
-— Perchè questo duello? — diss’ella, mettendogli audacemente la mano
-sopra un bottone del soprabito. — E per chi? Per una donna, non è
-vero? —
-
-E fremeva di sdegno, parlando in tal guisa, e schizzava fuoco dagli
-occhi. Un poeta della vecchia scuola avrebbe pensato al corruccio di
-Giunone, quando la Dea ebbe fumo delle prime scappatelle di Giove. Ma
-il nostro Sestavalle non era un poeta, e quello, del resto, non era un
-momento da paragoni classici.
-
-— La prego; — diss’egli; — lasciamo stare le donne. Il bel sesso si
-cita mal volentieri, in queste faccende.
-
-— Perchè? Se fossi un uomo, intenderei la sua riserbatezza e l’avrei
-anche per una lezione meritata; — rispose la signora Augusta. — Ma
-sono donna anch’io... Ed ho il diritto di sapere... L’avverto, signor
-Sestavalle, ho il diritto di sapere!...
-
-— Eh, non dico il contrario; — replicò il Sestavalle. — Ma in questo
-caso, mi voglia perdonare l’osservazione indiscreta.... o perchè non
-chiederne direttamente a lui? —
-
-Ad una domanda così ragionevole, la signora Augusta rispose con un
-gesto d’impazienza.
-
-— Signor Sestavalle, — soggiunse poscia, con aria tra lusinghiera e
-solenne; — Lei è un uomo?
-
-— Signora.... — balbettò l’Alcibiade, chinando la testa e stendendo le
-braccia, in atto di umiltà. — Un pover uomo, se vuole.... ma un uomo.
-
-— Ella dunque sarà cortese con le donne. È uomo e ne ha l’obbligo.
-
-— Sicuramente.... sicuramente!
-
-— Dunque, la prego, venga con me. —
-
-Anche a voler fare diverso, l’Alcibiade non avrebbe potuto liberarsi,
-poichè la signora Augusta teneva sempre quel benedetto bottone. E il
-bottone e il suo proprietario si lasciarono trascinare fino ad uno dei
-sedili che erano sul terrazzino.
-
-— Mi stia a sentire; — ripigliò la cantante, com’ebbe preso posto sul
-sedile e obbligato il Sestavalle a fare altrettanto. — Vuol meritare la
-mia amicizia?
-
-— Che dice, signora? È il mio voto più ardente; — rispose l’Alcibiade,
-tirato dalla consuetudine alle fioriture del linguaggio galante. — Mi
-dica che cosa debbo fare per ottenerla.
-
-— Questo duello è impossibile; — riprese la signora Augusta. — Non mi
-conviene; non deve farsi.
-
-— Ma, signora....
-
-— Capisco; ciò che non conviene a me, potrebbe convenire invece a
-Lei ed ai suoi degni colleghi. Già, lor signori, quando possono veder
-spargere il sangue del loro simile!...
-
-— Oh, non me ne parli, per carità! — interruppe il calunniato
-Alcibiade. — Io amare gli spargimenti di sangue? E del mio simile,
-per giunta? Ma neanche d’un bue; neanche d’un agnello; che non sono
-nè l’uno nè l’altro miei simili, se non forse per qualche qualità
-morale, come potrebbero insinuare i maligni. Io, veda, sono in questo
-pasticcio, perchè.... In fede mia, è il caso di domandarlo; perchè ci
-sono? Lo ignoro. Mi ci sono trovato contro la mia volontà, quasi senza
-avvedermene. Ma ora che ci sono, capirà, ci ho da stare e non è in
-poter mio di disfare ciò che è stato fatto, di sconcertare ciò che è
-stato concertato.
-
-— Per quando? — chiese la diva, cogliendo la frase al volo.
-
-— Oh, questo non lo so.
-
-— Come, non lo sa? Un padrino?
-
-— Signora, è proprio così come ho l’onore di dirle. Non lo so,
-perchè di questo non si è ancora parlato. Ma certo, — soggiunse il
-Sestavalle, facendosi forte dietro il riparo della propria ignoranza,
-— quand’anche lo sapessi.... cioè, quand’anche fosse stato combinato
-il giorno e l’ora, io non potrei in coscienza dir nulla. Ci sono certe
-norme di delicatezza cavalleresca, che, non si possono violare per
-nessuna ragione, e neanche per far piacere alla più bella donna del
-mondo. —
-
-Briccone d’un Alcibiade! Come ripigliava il possesso di scena, che
-l’improvviso attacco gli aveva fatto smarrire!
-
-Ma neanche il complimento del vecchio cortigiano poteva ammansire la
-diva sdegnata.
-
-— Badi! — gridò ella. — Farò uno scandalo. Questo duello per un’altra
-donna non mi va, e non lo voglio. Ha capito? Non lo voglio. Per
-un’altra donna! — ripetè, con accento d’amarezza. — Per un’altra donna!
-Dio sa poi che roba! —
-
-Alcibiade era buono, due volte buono; ma non tre, badate, non tre.
-Quella bottata all’albergo della Pace gli fece salire la mosca al naso.
-
-— Signora, — diss’egli con un certo sussiego, — Io non so proprio
-che farci. I miei obblighi sono pochi e determinati. Mi rincresce
-che abbiano a cozzare co’ suoi desideri, ma che vuole? io non ci ho
-colpa e mi resta il dispiacere di non poterla contentare. Veda Lei,
-se le riesce di persuadere il conte Anselmi.... Io le auguro magari un
-trionfo. Buona notte! —
-
-E approfittando della circostanza che la signora Augusta aveva lasciato
-poc’anzi il bottone del suo soprabito, l’Alcibiade si sottrasse con una
-riverenza frettolosa alle noia di quella inutile conversazione.
-
-Cinque minuti dopo, era giunto all’albergo e vuotava il sacco delle
-notizie ai piedi delle dame.
-
-Com’egli fu a raccontare l’entrata in scena della cantante, personaggio
-nuovo di cui esse non avevano mai udito parlare, la signora Elena
-atteggiò le labbra ad un sorrisetto malinconico, che voleva dir molto.
-Voleva dire, per esempio, che il destino serviva assai bene il signor
-Aldo De Rossi, e assai male la signora Vezzosi. Ma questa aveva buon
-cuore, e non era solamente rassegnata alla sua sconfitta, ma anche
-desiderosa di affrettarla. Perciò al sorrisetto malinconico tenne
-dietro una osservazione come questa:
-
-— Ah! il signor conte ci aveva l’amica a Montecatini? Vo’ fargli i miei
-complimenti.
-
-— Questa amica è forse una provvidenza per noi; — esclamò la signora
-Camilla.
-
-— Una provvidenza! E in che modo?
-
-— Or ora lo vedrai. Sestavalle, a noi! Il riserbo cavalleresco non vi
-permette di dire alla più bella donna del mondo l’ora e il luogo dello
-scontro; ma a noi che non siamo la signora Augusta Meravigli.... —
-
-L’Alcibiade, che aveva capito dove la signora Camilla volesse andare a
-battere, fu pronto ad interrompere la frase.
-
-— A voi, che siete due meraviglie, — diss’egli, — racconterò tutto,
-dall’a fino alla zeta. I nostri due primi si batteranno domattina.
-Salvo qualche piccolo cambiamento, che potrebbe essere stabilito più
-tardi, il barone Marcovic, che è l’altro padrino e mio collega, verrà
-dalla Torretta all’Albergo della Pace, insieme col contino Anselmi,
-verso le cinque. E alle cinque in punto si partirà tutti, in due
-carrozze, per Monsummano, donde, col pretesto di una gita igienica,
-come mi pare d’avervi già detto, si salirà fino alla vetta del monte.
-Ahimè! — soggiunse l’Alcibiade sospirando. — Penso già con dolore a
-quella ripida ascesa.
-
-— Benissimo; — esclamò la signora Camilla; senza darsi un pensiero al
-mondo dei dolori dell’amico Sestavalle. — Queste cose dovrà saperle
-anche la signora Meravigli.
-
-— Anche lei! — gridò l’Alcibiade, stupito. — E perchè? E chi si
-prenderà la cura di andargliele a dire?
-
-— Il perchè lo so io; — rispose Camilla. — Quanto all’ambasciatore,
-sarete voi. Sicuramente le siete debitore di questo piccolo uffizio,
-dopo averla piantata là al Casino, come Olimpia sullo scoglio.
-
-— Ma io, signora mia.... Pensate....
-
-— Ho pensato a tutto. Col pretesto di vedere l’Anselmi per qualche
-nonnulla, dimenticato nella fretta, dovete andare all’albergo, dove
-essa è alloggiata.
-
-— La cantante sarà ancora al Casino; — disse l’Alcibiade.
-
-— Meglio così; la vedrete al Casino, e troverete il modo di farle avere
-una lettera.
-
-— Una lettera! E di chi, se è lecito?
-
-— Una lettera che scriverò io. Infatti, guardate, incomincio. —
-
-E mandando i fatti compagni alle parole, la signora Camilla si pose
-allo scrittoio, per buttare su d’un foglietto di carta pochi versi
-della sua calligrafia aristocraticamente sottile. Indi, piegato il
-foglio e ficcatolo nella sua sopraccarta, scrisse il ricapito: _Alla
-signora Augusta Meravigli_.
-
-— Eccovi qua; — diss’ella, consegnando la lettera al cavaliere; —
-andate.
-
-— Signora.... — balbettò egli. — È presto detto: andate! Sono il
-padrino dell’Anselmi.... onore che non ho cercato io! Come volete che
-lavori ad impedire il duello che ho aiutato a concertare? Perchè questa
-è la vostra idea, non è vero?
-
-— Orbene, e se lo fosse?
-
-— Se lo fosse, — ripigliò l’Alcibiade, — non toccherebbe a me
-di prestarvi mano. Figuratevi! Se lo risapessero mai i padrini
-avversari!... Infine, considerate che non sono in questo pasticcio per
-colpa mia....
-
-— Ci siete per colpa nostra; — rispose Camilla. — Ci siete in qualità
-di nostro schiavo, e dovete obbedire; altrimenti, badate, mi metto la
-mantellina sulle spalle, prendo il vostro braccio, vado io al Casino, e
-faccio una scena che vi piacerà poco.
-
-— Signora, voi siete feroce! Andrò, come volete, andrò; ma vi avverto
-che mi metto in un brutto impiccio. Entrerò nella fossa dei leoni, e
-senza essere Daniele.
-
-— Non temete, penso io a salvarvi dalle loro unghie. Ma andate, in
-nome di Dio! Sento nel corridoio i passi di mio zio e del signor
-Gerardo. Quando avrete fatta l’ambasciata, tornate a darmene avviso; vi
-aspetto. —
-
-L’Alcibiade chinò la testa ed uscì dal salottino.
-
-— Che cosa hai scritto alla cantante? — domandò la signora Vezzosi
-all’amica.
-
-— Lo saprai più tardi; ora non avrei tempo a dirtelo. L’essenziale è
-d’impedire questo duello.
-
-— E credi che si potrà? — chiese Elena, scuotendo il capo in atto
-d’incredulità. — Queste ire, una volta scoppiate, non si arrestano
-più. —
-
-L’arrivo di Gerardo e del presidente Roberti interruppe il dialogo
-delle due dame.
-
-— Orbene, — disse il commendatore Vezzosi, — è finita la conversazione?
-
-— No; — rispose Camilla. — Sestavalle ha dovuto andar fuori per una
-sua faccenda, ma tornerà ancora ad augurarci la buona notte. E voi
-prenderete il tè, m’immagino.
-
-— Tutto quello che voi immaginate, — rispose galantemente il Vezzosi, —
-è quello che mi deve accadere. Prenderò il _tè_. —
-
-Non era mica una cosa facile, tenere a chiacchiera due uomini come il
-presidente Roberti e il commendatore Gerardo, che erano legati alle
-signore da vincoli di famiglia e di consuetudine, che avevano passata
-una lunga giornata senza far nulla, che si erano seccati parecchio,
-assistendo ad un alterco d’amici, sul quale non volevano aprir bocca,
-sebbene ci ritornassero spesso col pensiero, e che finalmente avrebbero
-gradito assaissimo di poter seppellire tra le pietose lenzuola i
-fastidi della giornata e il brutto ricordo della contesa avvenuta.
-Eppure, la signora Camilla ne venne a capo. Quando la bella birichina
-voleva qualche cosa, non c’era verso di volerne un’altra; sto per
-dire che il cielo si metteva dalla sua e si divertiva a vedergli fare
-un miracolo. Non avete mai veduto dei babbi e dei nonni che da certi
-angioletti si lasciano tirare i baffi e levar la parrucca? Anche messer
-Domineddio, a certe sue belle creature.... Ma non diciamo eresie;
-contentiamoci di raccontare che la signora Camilla, aiutata da Elena,
-tenne a bada un bel pezzo i due gentiluomini, e che ella si disponeva
-appena ad ammannire il _tè_, quando fu di ritorno il messaggero
-Alcibiade.
-
-— Ah, bene! — esclamò ella, dandogli un’occhiata d’intelligenza. —
-Capitate a tempo per farmi da aiutante.
-
-— Son qua, donna Camilla, son qua; — disse l’Alcibiade, avvicinandosi
-al deschetto su cui stava il vassoio con tutto il bisognevole per
-«cotanto uffizio.»
-
-— Avete fatto? — gli chiese ella sottovoce.
-
-— Ogni cosa; — rispose egli nel medesimo tono.
-
-— Ha letto?
-
-— Sì, ed è rimasta un po’ meravigliata. Ma poi ha lodato il vostro
-passo. Vi servirà, come desiderate; quantunque tema di non riuscire. È
-un uomo leggiero, mi disse, e gli uomini leggieri vi sfuggono proprio
-da quel lato per cui vi argomentate di tenerli.
-
-— È una sciocchezza; — rispose Camilla. — Non ci sono uomini leggieri.
-Del resto, — soggiunse, — aspettiamo. —
-
-E alzò gli occhi al cielo, col gesto dell’Arabo che commette la sua
-salute al destino. Ma balenava da’ suoi occhi la sicurezza di chi
-rimettendosi all’aiuto del destino, si promette anche di dargli una
-mano.
-
-— A Elena; — disse poi, versando il _tè_ e porgendo la prima chicchera
-al suo bravo aiutante.
-
-
-
-
-XX.
-
-
-Quella sera Aldo De Rossi rientrò molto tardi all’albergo. Da principio
-la ricerca dei padrini, quindi gli accordi e i preparativi del
-duello, avevano occupato tutto il suo tempo. Alla perfine, tutto era
-concertato, e in guisa di non lasciar nulla ai capricci del caso. Le
-carrozze erano state fissate per l’alba, e alle cinque in punto i suoi
-padrini dovevano andarlo a svegliare.
-
-Per la prima volta, dacchè era a Montecatini, Aldo De Rossi andava
-a letto contento. La rabbia, tanto tempo chiusa nel petto, l’aveva
-finalmente sfogata. La condizione uggiosa e ridicola, in cui era da
-parecchi giorni, di amante negletto, di osservatore geloso, di rivale
-infelice, che doveva stare alle mosse, parlar dolce con l’amaro sulla
-lingua, sorridere con la voglia di ruggire e graffiare, l’aveva chiusa
-con una brava sfuriata. Al giorno seguente la cura di farla finita; per
-intanto, Aldo De Rossi avrebbe dormito sei ore senza pensare a nulla. A
-nulla, mi capite? a nulla!
-
-Perchè, non so se l’abbiate osservato mai, occorre in questi casi
-uno strano fenomeno. L’uomo ha un gran sopraccapo, o un grande
-struggicuore, e per l’uno o per l’altro gli accade di venire ai ferri
-corti con Tizio, o con Caio. Si combina lo scontro in piena regola; gli
-sdegni feroci avranno uno sfogo, i dolori acerbi un sollievo. Ed ecco,
-come per incanto, alla vigilia della carneficina, il combattente non
-pensa più alle sue malinconie; si direbbe quasi che non ne abbia avuto
-pur l’ombra. Come può succedere una tranquillità così grande ad un così
-fiero scompiglio? Vorrei dirlo, ma temo che non sia qui il luogo, nè
-l’ora. Comunque, si può riscontrare questo periodo di calma con quella
-pace improvvisa degli elementi, che precede lo scoppio del temporale.
-L’uomo sembra dire a sè stesso: «Sarà per domani; ho dunque tempo a
-pensarci, poichè senza di me non si fa nulla, di sicuro.» E quasi quasi
-non sente più ira contro il nemico, la cui immagine abborrita, già così
-spesso presente a’ suoi occhi, è lontana mille miglia da lui. Le furie
-torneranno domani, nel momento critico dell’assalto dato o respinto;
-per ora si sta in dormiveglia. La soddisfazione di aver trovata la
-via ad uno sfogo onorevole (se onesto, poi, non so dirvi) è quella che
-domina, ed è già per sè stessa una maniera di sfogo.
-
-Non argomentate da ciò che il nostro eroe andasse subito a letto. Un
-pensiero, anche breve, all’impresa futura, bisognava pur darglielo;
-non foss’altro, per provvedere a qualche caso delicato. Perciò entrato
-nella sua camera, Aldo De Rossi pensò di scrivere due versi in fretta
-ad un amico fidato.
-
-«Avrò domattina (così diceva la lettera) una piccola seccatura, intorno
-alla quale, se ne porto via la pelle, ti manderò un cenno telegrafico,
-per togliere ogni importanza a questo foglio, quando ti verrà tra le
-mani. Dato poi il caso peggiore, e quando tu abbia avuto l’annunzio
-dalle trombe della fama, tu hai a rendermi un servizio da amico provato
-e da cavaliere del buon tempo antico. Andrai a casa mia e farai ardere
-sotto i tuoi occhi, con tutta delicatezza, le carte che sono entro lo
-stipo, nella mia camera da letto. Sono dolente di non aver fatto io,
-e da lunga mano, questo _auto da fe_. Certi ricordi del passato non
-dovrebbero sopravvivere ai pensieri e ai sentimenti che li rendevano
-preziosi. Grazie anticipate e addio.... se ha da essere addio.»
-
-Finito di scrivere, Aldo rilesse quel che gli era escito dalla penna, e
-sorrise.
-
-— In fede mia, — esclamò, — ecco una prosa molto fredda, e per il
-momento in cui è scritta, e per l’uomo a cui va. Ma infine che ci ho da
-far io, se non mi si scioglie la vena? —
-
-Infatti, egli non sentiva nulla, nè ardore, nè tenerezza. Il cuore di
-Faraone era indurito, o giù di lì.
-
-Fece alcuni passi per la camera, sorridendo a sè stesso, come un
-uomo che, per la prima volta dopo un lungo periodo di sciocchezze,
-si persuade di aver bene spesa la propria giornata. Quindi, poichè la
-giornata era finita ed occorreva dargli una chiusa, pensò che il meglio
-era di andarsene a letto.
-
-Mentre egli stava prendendo quella risoluzione, bussarono all’uscio
-della camera. Forse era il cameriere. Aldo ricordava benissimo di non
-aver chiesto nulla; ma non poteva essere frullato in testa al cameriere
-di venire appunto per ciò a domandargli se per caso non avesse bisogno
-di qualche cosa? verbigrazia, a che ora del mattino volesse essere
-svegliato? I camerieri d’albergo li hanno, qualche volta, questi
-rimorsi di coscienza, che li farebbero creder capaci dei sacrifizi più
-grandi!
-
-— Avanti! — disse Aldo, senza voltarsi e senza rallentare i suoi passi.
-
-L’uscio si aperse lentamente e qualcheduno si affacciò nel vano.
-
-— Che cosa volete? — chiese Aldo De Rossi, nell’atto che compiva la sua
-passeggiata fino all’angolo più lontano della camera.
-
-Ma la sua dimanda non ebbe risposta. Si volse allora, insospettito da
-un leggiero scalpiccio che non accennava punto a ciò ch’egli aveva
-immaginato da principio; si volse, vide che cos’era, e diede un
-sobbalzo; poi restò lì, tra contuso e sbalordito.
-
-— Signora!... — diss’egli; e più non disse, tanta era la sua commozione.
-
-Avrete già indovinato chi fosse la signora, il cui improvviso apparire
-turbava così profondamente Aldo De Rossi. Era la signora Camilla,
-che stava ritta ed immobile davanti a lui, a due passi dall’uscio; la
-signora Camilla Rivanera, bella come una visione celeste, di quelle
-che in altri tempi usavano visitare i monaci e i pensatori, nelle loro
-celle solitarie. E dico in altri tempi, per accennare a quelli della
-poesia; che i nostri sono tempi di prosa e certe visioni sdegnano di
-offrirsi ai mortali.
-
-La signora Camilla rimase un istante a guardare il De Rossi; indi
-si volse indietro a mezzo per richiuder l’uscio, e finalmente venne
-incontro a lui, che non s’era mosso dal suo primo atteggiamento di
-confusione e stupore.
-
-Ella s’inoltrava, e il giovane la vedeva venire incontro a lui, muta e
-severa come un fantasma.
-
-Grazioso fantasma, in verità, e in ogni altra occasione Aldo De Rossi
-l’avrebbe accolto a braccia aperte. Ma in quell’ora notturna, mentre
-egli era lunge dall’aspettarsi una simile apparizione, ed anzi,
-diciamo tutto, mentre egli non avrebbe mai osato sperarla o immaginarla
-possibile, Aldo De Rossi n’ebbe come un capogiro, vacillò e cadde su
-d’una scranna, che, per fortuna sua, era ai piedi del letto. Ed ella,
-come fu presso a lui, si fermò, stette un momento a guardarlo, con una
-aria grave, in cui la curiosità si mescolava alla tristezza.
-
-— Non mi aspettavate? — diss’ella, come fu giunta presso al De Rossi.
-
-— No; — rispose Aldo, senza sviar gli occhi da lei.
-
-— Che uomo! — esclamò allora Camilla. — Voi non capirete dunque mai
-nulla!
-
-— Io.... — balbettò il giovane. — Che cosa intendete di dirmi?... —
-
-E rimase attonito, pensando a quella frase di Camilla. Che cosa doveva
-egli capire? Per esempio, cercando molto tra sè, incominciò a capir
-questo: che ella volesse da lui una viltà. Ma con quale intento? Forse
-per liberarsi da una malleveria troppo grave, perchè su lei, solamente
-su lei, sarebbe caduta la colpa del duello.. Forse anche per tutelare
-la vita dell’Anselmi? Questo sospetto lo fece fremere di rabbia. E
-pensò di stare in guardia, aspettando che ella scoprisse il suo giuoco.
-
-— Signora, — riprese egli, tanto per dire qualche cosa e ravviare il
-discorso, — vogliate sedervi. —
-
-Camilla non rispose parola e non fece neppur caso dell’invito di Aldo.
-In quella vece andò risolutamente verso lo scrittoio e prese la lettera
-che il signor De Rossi vi aveva lasciata; guardò il ricapito e aperse
-la busta, senza chieder licenza, senza esitare un istante, come se
-facesse la cosa più naturale del mondo. E neppur egli, confuso com’era
-dall’improvvisa apparizione di lei, trovò strano che quella donna,
-entrata là dentro come in casa sua, aprisse la lettera che egli aveva
-finito poc’anzi di scrivere.
-
-La signora Camilla diede una rapida occhiata al foglio, e come fu
-giunta agli ultimi versi, atteggiò le labbra ad un sorriso sardonico.
-
-— Lettere d’altre donne! — esclamò. — Ritratti! Fiori appassiti! Non è
-vero?
-
-— Signora!...
-
-— Oh, non importa, dovevo aspettarmelo. Ma nella lettera che avete
-scritta è anche la vostra condanna. In verità, dite benissimo; questi
-ricordi non dovrebbero mai sopravvivere ai lieti casi, ai dolci
-episodii di cui fanno testimonianza. —
-
-Aldo rimase muto, parendogli indegno di sè e di lei un tentativo di
-giustificazione, che non si sarebbe potuto fare, senza aver l’aria di
-rinnegare il passato. Ma quand’anche egli lo avesse voluto, Camilla non
-gliene avrebbe lasciato il tempo.
-
-— Chi amate voi ora? — ripigliò essa. — Ma no, non occorre saperne il
-nome. È una donna da compiangere. Infatti, essa non potrebbe essere
-lieta, sapendo che in un angolo riposto del vostro scrigno c’è tanta
-roba da gettare alle fiamme. —
-
-L’accenno doveva riescirle doloroso, poichè ella dopo aver dette quelle
-parole, si lasciò cadere sul sofà, che era accanto allo scrittoio,
-nascondendosi il viso tra le palme.
-
-Aldo non seppe più contenersi. Balzò dalla scranna, e avvicinatosi a
-lei, le prese una mano, che strinse amorevolmente tra le sue.
-
-— Signora.... — diss’egli, con accento supplichevole. — Camilla, ve ne
-prego.... Che significa ciò? Di che m’accusate voi? Mia dolce signora,
-è dunque possibile?... E siete voi qui, veramente voi? O non sono io
-piuttosto io che vi vedo e vi parlo in sogno? —
-
-Così dicendo, non senza interruzioni, tra sospiri e singhiozzi, baciava
-quella bianca mano, che Camilla non gli aveva concessa, ma che non
-aveva pensato neanche a ritrarre. La baciava, dico, e finì col bagnarla
-delle sue lagrime; dolce tributo che l’amore dà così spesso e così
-volentieri ad una cara bellezza. E Camilla sentì quelle lagrime, e
-levata la fronte a guardare il piangente, con un moto rapidissimo della
-persona venne a nascondere il viso sul petto di lui.
-
-Qui veramente Aldo De Rossi credette di essere innalzato al settimo
-cielo, se è vero, come hanno scritto gli antichi, che i cieli sieno
-sette e non più. Era lui, proprio lui, che stringeva al petto quella
-divina creatura? Era lui, proprio lui che aveva sofferto tanto per la
-freddezza di quella donna, e letta poche ore innanzi una sua lettera
-acerba, che pareva fatta per levarlo d’ogni speranza? E quella donna
-che egli credeva di aver perduta per sempre, quella donna, proprio
-allora che egli pensava di esserne più lontano che mai, era là,
-commossa, palpitante, nelle sue braccia, come una colomba nel nido?
-
-Quanto durasse la scena non saprei dirvi, nè, sapendolo, vorrei.
-L’uggioso misuratore delle allegrezze umane non dimentica nessuno;
-ma è permesso ai felici di dimenticarlo, in uno di quei rapimenti
-sublimi che nello spazio di un’ora concentrano le gioie di un’intiera
-esistenza. Non mi chiedete neanche quali pensieri prendessero forma
-nella mente di lui, o di lei; poichè vi sono istanti in cui non si
-pensa affatto, se non per avere una vaga coscienza dell’annientamento
-di questa superba facoltà, per cui l’uomo è il più infelice degli
-esseri.
-
-— Dimmi, — bisbigliò finalmente Aldo all’orecchio di lei, — perchè mi
-odiavi?
-
-— Perchè?... — rispose ella, destandosi da quel dolce torpore
-dell’anima. — Non amavi tu un’altra?
-
-— No; — disse Aldo, con accento vibrato che prorompeva dal cuore. — Te
-sola.
-
-— Giuralo! — rispose Camilla, levando la testa e fissando i suoi begli
-occhi nel viso di Aldo. — Giura che non amavi Elena, e che il tuo
-cuore non ha mai palpitato per essa. Bada, — soggiunse, con un gesto
-di minaccia. — Avresti avuto torto a non amarla, perchè essa è bella
-tra tutte le donne; avresti avuto torto, perchè essa ti ama. Se l’hai
-amata, sii leale ed onesto nel rispondermi. Puoi tradirla nel futuro;
-non devi rinnegarla nel passato.
-
-— Non sarei così vile; — rispose Aldo gravemente. — Per tutto ciò
-che ho di più sacro; per la memoria di mia madre, te lo giuro; non
-ho amata mai quella donna. Il mio cuore è pieno di te, dal primo
-giorno che ti ho veduta; ed ho veduta te prima di conoscere lei. Il
-passato.... — soggiunse Aldo sospirando; — il passato non è più mio.
-Come lo distruggerei? È la nostra gioventù che ha sparsi i fiori
-della sua ghirlanda lungo il cammino: possiamo noi tornare indietro
-a raccoglierli? Una cosa sola possiamo far noi: dolerci amaramente di
-non averli serbati, per incoronarne la fronte di colei che ameremo per
-tutta la vita. Credimi, dolce signora; io non ho amato Elena, non le ho
-detto mai parola che potesse lasciarle sospettare un’ombra di tenerezza
-per lei. Eppure, io gliene ho dette molte! — notò il giovane, crollando
-mestamente il capo. — Ma tutte, sai, tutte per intrattenerla del mio
-amore per te!
-
-— Male! — sclamò Camilla. — Si fanno forse di queste confidenze ad una
-donna?
-
-— Elena è buona; — disse Aldo.
-
-— Sì, troppo buona; e appunto ciò mi ha dato noia; — rispose Camilla,
-battendo sdegnosamente le labbra. — Stimare un uomo per quel che
-vale.... almeno, immaginarsi che egli val molto; desiderare che le sue
-labbra vi dicano ciò che i suoi occhi v’hanno lasciato sospettare;
-attendere che egli cessi di andare attorno, per non vedere, per non
-seguire, per non servire che voi; e invece.... non veder nulla, non
-udir nulla di ciò che speravate vedere ed udire; e frattanto, sentirvi
-offrire quell’uomo da un’altra donna, bellissima, non c’è che dire, e
-che ha l’aria di volervi fare un regalo, quasi una cessione.... Signor
-De Rossi, ecco ciò che è toccato a me, per colpa vostra. Ditemi ora,
-non eravate un bambino, a diportarvi così? E non sentite là dentro un
-po’ di rimorso? —
-
-Aldo De Rossi vide in quel momento ciò che non aveva veduto mai.
-Delicatissimo nelle cose del cuore e punto disposto alle confidenze
-tra uomini, si era lasciato andare a far partecipe del suo segreto
-una donna. Perchè quella debolezza sua con la signora Vezzosi?
-Certo, bisognava farle intendere in qual modo, come e perchè egli non
-rispondesse al nascente affetto di lei; certo, non era tutta colpa
-della signora Elena se quell’affetto aveva fatto capolino, e il signor
-Aldo degnissimo, con le sue spensierate assiduità in casa Vezzosi,
-doveva riconoscersi per il primo e per il maggiore colpevole. Ma dal
-trovare il modo di persuadere gentilmente una donna dell’errore in
-cui essa era caduta, allo spiattellarle intiera e nuda la verità, ci
-correva un bel tratto. Ed era poi lui, l’uomo degli amori esclusivi, il
-fautore della massima «o tutto o nulla,» che doveva lasciar supporre
-tante cose alla signora Vezzosi e mettersi nella condizione in cui si
-trovava finalmente, davanti alla signora Camilla?
-
-I criminalisti, in ciò d’accordo coi moralisti, richiedono nel delitto,
-perchè possa chiamarsi tale la coscienza e l’intenzione di commetterlo.
-Dove non è intenzione, dove non è coscienza, il delitto sparisce e
-resta semplicemente l’errore. Ma nelle cose del cuore, è, scusatemi
-l’espressione, un altro paio di maniche. Dove lo spirito ha obbligo
-d’esser sempre desto e vigilante, non ci sono errori perdonabili; ogni
-errore è delitto. Aldo, anche innocente nell’anima sua, aveva errato,
-doveva riconoscersi in colpa.
-
-— Mi faccio orrore; — diss’egli chinando umilmente il capo. — Ma anche
-voi, Camilla.... non siete stata troppo lungamente crudele con me?
-Quell’Anselmi, poi!... —
-
-Non avrebbe voluto nominarlo; anzi, aveva fatto proponimento di non
-tirare il discorso da quella parte. Ma al povero Aldo De Rossi accadde
-ciò che accade a tutti gl’innamorati, che non sanno destreggiarsi,
-perchè non sanno aspettare, e cascano essi primi nei discorsi che
-vorrebbero ad ogni costo cansare.
-
-— Ah sì, l’Anselmi! — rispose Camilla. — Gran che! Ditemi voi, ve ne
-prego, che cosa ha ottenuto l’Anselmi da me.
-
-— Non so; — balbettò Aldo, chinando gli occhi e stringendosi nelle
-spalle.
-
-— Ah, non mi dite che non lo sapete; — ribattè essa con accento severo.
-— Escirei da questa camera, per non vedervi mai più. Siate pure geloso;
-la cosa piace qualche volta alle donne, specie quando amano anch’esse
-davvero. Ma non siate mai permaloso, nè ingiusto. —
-
-Aldo si fermò a meditare sopra una frase di Camilla, che lo aveva
-colpito.
-
-— E.... — diss’egli allora con una mezza sospensione, che dimostrava la
-sua paurosa curiosità, — vi piace che io sia geloso?
-
-— No; — rispose Camilla, preparandosi a ridere della sua cera
-scontenta, ed anche, se egli non era a dirittura un grande zuccone, a
-lasciargli intendere il contrario.
-
-Ma, proprio a dirvi le cose come stanno, il mio signor Aldo, con
-tutte le sue belle qualità, era un po’ zucca. Non zucca al vento, chè
-sarebbe stato sciocco e vanitoso; ma zucca coricata, zucca supina.
-Poveretto, non so scusarlo, ma non so neanche condannarlo, poichè
-conosco della gente che gli somiglia e a cui voglio un gran bene. Del
-resto, lo sapete, Aldo ci aveva quel tal sospetto in corpo; il sospetto
-che Camilla non avesse fatto quel passo imprudente, audacissimo, di
-andare da lui, a quell’ora di notte, se non per chiedergli una viltà,
-a vantaggio dell’altro. E il dubbio, anche vano, e, peggio che vano,
-indegno di entrambi, gli risorgeva nell’animo.
-
-— No, — gli aveva risposto Camilla, ridendo. — E poi, — aveva
-soggiunto, vedendo che egli non afferrava la celia, — perchè sareste
-geloso? E di che?
-
-— Di che! — esclamò egli, aggrottando le ciglia. — E me lo domandate?
-Non ho io vedute tutte le cortesie che egli vi faceva e l’aria di bontà
-particolare, direi quasi di gratitudine, con cui avete sempre mostrato
-di accoglierle?
-
-— Dio mio! Dite pure che gli ho data l’erba trastulla. E in fede mia,
-— soggiunse Camilla, — ci sarebbe qualche cosa di vero; ma nessuno
-potrebbe dolersene, salvo l’Anselmi. Non mi era dunque lecito di
-stare a vedere che effetto vi facevano certe cose, di studiarvi, di
-scandagliarvi un pochino? Alla fine, che mezzo abbiamo noi, povere
-donne, per conoscere se un uomo ci ami davvero? Usiamo una pietra di
-paragone, ecco tutto. E poi, ditemi ancora, potevo figurarmi io, con
-tutte le vostre visite di qua e di là, che voi mi amaste davvero, come
-io ho il diritto e la pretesa di essere amata?
-
-— Ed ora, — disse Aldo, — lo sapete, non è vero?
-
-— Sì, perchè un uomo non perde il lume degli occhi per una donna, come
-avete fatto voi, quando è presente un’altra che egli ha amata prima, o
-che ha tuttavia mestieri d’ingannare. E come eravate splendido ieri al
-Rinfresco! Vi ho veduto rotar gli occhi come una bestia feroce. E senza
-una ragione al mondo; questa è proprio una delle vostre!
-
-— Già! — esclamò Aldo. — Senza ragione. Dopo quella lettera che avete
-scritta alla vostra amica!...
-
-— Che s’è affrettata a metterla sotto i vostri occhi! — rispose
-Camilla. — Dovevo immaginarmelo. La bontà di cuore è sempre così;
-non ha altra smania che di servirvi; tutto per voi e niente per sè!
-Generoso spirito di rinunzia, magnanimo sentimento di sacrifizio, chi
-non vi rende giustizia! Io vi ammiro e m’auguro.... di non avervi tra
-i piedi. Ma basti di ciò; — soggiunse Camilla, che temeva di andare
-troppo in là coi sarcasmi; — ringraziamo anzi l’amica di avervi fatto
-leggere quel foglio. Se ciò non fosse stato, sarei io qui a domandarvi
-perdono? Perchè, infatti, la cosa è proprio così. Strana sorte è la
-nostra! Da padrone a schiave, da superbe a supplichevoli; e senza
-gradazioni, senza neanche un po’ di vergogna! Che cosa faccio io qui?
-come ho avuto il coraggio di venirci? Che si direbbe di me, quando si
-risapesse la cosa? —
-
-Aldo scosse la testa, come uomo che sente il peso degli argomenti
-altrui, e battè due o tre volte le labbra.
-
-— Avete ragione; — mormorò egli. — E per quanto io sia felice di
-vedervi qui, debbo pensare che c’è un pericolo per voi. Se aprissero
-quell’uscio.... —
-
-E il signor Aldo, turbato com’era, non ardì compire la frase.
-
-— Se lo aprissero!... — rispose Camilla. — Chiudetelo a chiave e non ci
-sarà questo pericolo. —
-
-Al signor Aldo balenò davanti agli occhi come un’immagine delle
-beatitudini celesti. Guardò Camilla, che reclinava lo sguardo a terra;
-poi corse all’uscio, afferrò la chiave e diede tutt’e due le mandate.
-Ciò fatto, ritornò, veloce come un lampo, e cadde alle ginocchia di
-Camilla.
-
-— Voi siete un angelo! — le disse.
-
-Camilla sorrise malinconicamente.
-
-— Un angelo che perde le ali; — rispose. — Ho fatto male e desidero che
-la cosa non passi in esempio. Ma sono così, io; — soggiunse tosto con
-accento più franco. — Avevo bisogno di sapere come amate voi, mio bel
-cavaliere. Quanto a me, eccovi come amo; o tutto o nulla.
-
-— Mia dolce signora, lo sapete; — replicò Aldo giubilando. — È questo
-il mio motto.
-
-— Tanto meglio; — disse allegramente Camilla. — E non voglio donne
-sulla mia strada.
-
-— Nè io uomini; — ribattè Aldo, sul medesimo tono.
-
-— Gelosia feroce, dunque?
-
-— Gelosia diabolica. L’amore non ne conosce altra. Approvato?
-
-— E firmato in doppio originale. —
-
-Così chiacchieravano, seduti l’uno a fianco dell’altro, le mani nelle
-mani e gli occhi negli occhi. Camilla non accennò punto all’alterco
-di Aldo con l’Anselmi, e Aldo dimenticò facilmente i primi sospetti.
-La conversazione si aggirava mollemente a mezz’aria, tessuta di
-quei graziosi nonnulla che piacciono tanto agli innamorati e fanno
-scorrere il tempo così veloce. Che cosa si è detto? Da che parte si
-era incominciato e dove si era rimasti? Impossibile il ricordarsene.
-Donde qualche volta il rimprovero di lei, o di lui. Perchè mai la
-tal cosa, o la tal altra, che aveva pure una certa importanza, non
-era stata rammentata da lui, o da lei? Ma, Dio buono, come si fa,
-a ritenere una sinfonia, che passa per tutti i toni, e sfiora e
-confonde tutte le melodie dello spartito? E poi, perchè ritenere
-solamente certi particolari? Non erano tutti importanti ad un modo?
-E il pregio vero del dialogo non era forse tutto in quella medesima
-varietà di soggetti, collegati da tenui fila, armonizzati da gradazioni
-insensibili? Inoltre, ci sono delle cose che, udite una volta, paiono
-sublimi; ripetute, sviscerate, son nulla, e si possono paragonare
-a quelle nuvolette leggiere, che stanno librate in alto, prendendo
-forma dall’aria che le spinge, e colore dalla luce che le investe.
-La vaghezza è tutta nelle apparenze mutevoli; a che si cercherebbe la
-sostanza? Ora, nel dialogo di due innamorati la soavità ineffabile è
-quel susurro di due voci che si confondono, è quel bacio che si accenna
-e non si scocca. Un gran pittore ne ha foggiato uno nel sasso, ed è
-parsa idea luminosa, come poteva offrirsi all’arte figurativa; ma c’è
-altresì il bacio che nessun pennello può rendere, il bacio che si sente
-nell’aria, il bacio che vi sfiora la guancia e vi penetra nel sangue.
-Esso è nella voce cara che vi suona timidamente all’orecchio, nello
-sguardo acceso che v’illumina e vi riscalda, nell’alito delicato che
-vi accarezza il volto, in quel misto di fragranze nuove, inesprimibili,
-per cui sentite l’amata così diversa da tutte le altre donne del mondo.
-Insomma, lettori dell’anima mia, che cosa vi dirò? Che qui si perde la
-bussola. E fo punto, per ritornare alla prosa.
-
-Il povero torcetto stearico, piantato nel modesto candeliere d’albergo,
-era al verde. Vo’ dire che s’era consumato bel bello, e che l’ultimo
-avanzo di stearina si spandeva liquefatto sulla padellina del
-cristallo. Poco dopo, il lucignolo, non più nutrito, nè sorretto, diede
-l’ultimo guizzo e cadde stridendo nel suo minuscolo laghetto di untume.
-Una piccola tragedia in un bocciuolo di candeliere! E i due felici
-non si erano avveduti di nulla. Risero, quando si trovarono al buio; e
-Aldo, cercando Camilla, sfiorò col sommo delle labbra i capegli di lei.
-
-— Mia? — mormorò egli, così sommessamente, che l’aria non avrebbe
-potuto sentirlo. — Indovini, che cosa?
-
-— Sì; — rispose ella; — tua.... fidanzata.
-
-— E lo diremo allo zio; — riprese Aldo.
-
-— Che sarà felice di liberarsi di me.
-
-— Lo credi?
-
-— No, povero zio! Mi ama tanto! Ma infine, alla sua età si hanno altre
-cure, e si custodisce male una nipotina come son io; — disse Camilla,
-ridendo. — Vedi, infatti!...
-
-— Non vedo nulla; — rispose Aldo. — C’è così buio!
-
-— Ma io ti vedo ancora; — replicò ella. — Cioè torno a vederti un
-pochino. È quasi l’alba.
-
-— Ahimè, l’alba! — mormorò Aldo. — Che noia! —
-
-Un pensiero molesto si affacciò alla mente di Camilla, e un brivido le
-corse per le vene.
-
-— Che hai? — diss’egli, sentendola tremare.
-
-— Nulla, nulla. —
-
-E cercò di vincersi, di sviare i pensieri dolorosi, ritornando a
-parlare di cento cose; dei giorni in cui si erano conosciuti; delle
-prime parole che egli le aveva dette in una festa da ballo; di un
-fiore che egli portava sempre all’occhiello; di una storia che aveva
-incominciata per compiacere a lei, ma che non aveva saputa finire,
-per certe risa di lei, e via discorrendo. Ma le tenebre si andavano
-diradando nella camera, e la conversazione languiva. Aldo rispondeva
-a sorrisi interrotti, a monosillabi, e tratto tratto si mordeva le
-labbra, come persona che stenti a dominare la propria inquietudine.
-
-Ad un certo punto non seppe più contenersi.
-
-— Sono dolente.... — incominciò.
-
-— Di che? — fece Camilla.
-
-— Sono dolente di dirlo io; ma tu.... dovrai ritornare nelle tue camere.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè tra mezz’ora sarà giorno. E se ti vedessero.... se ti
-trovassero qui....
-
-— È vero; — disse Camilla. — Che cosa si penserebbe.... del signor Aldo?
-
-— Cattiva! — esclamò egli. — Penso a te, non a me. Quando apparirà la
-luce....
-
-— Ah, la luce! — interruppe Camilla. — Sarà la mia nemica, perchè mi
-farà comparire assai brutta.
-
-— Se non si trattasse d’altro, — disse Aldo, — ti pregherei di restare.
-Ma infine....
-
-— Ma infine, — ripigliò Camilla, — è meglio che io me ne vada; non è
-vero?
-
-— Sì; — rispose Aldo sospirando.
-
-— Andiamo dunque; — replicò Camilla.
-
-E si alzò lentamente e si mosse di mala voglia. Aldo, rigiratole un
-braccio intorno alla vita e tenendosela stretta al seno, l’aiutò a
-fare i dieci o dodici passi che correvano dal canapè all’uscio. Dieci o
-dodici a farli corti, s’intende; ed anche questo breve tragitto volle
-parecchi minuti di tempo. Coppia gentile che s’inoltrava nella mezza
-oscurità della camera, io credo che così, e non altrimenti, dovrebbero
-andare nel regno delle ombre coloro che si sono amati sulla faccia
-della terra.
-
-Mentre i miei due personaggi andavano verso l’uscio, ma col metro del
-fanciullo ritroso di cui è detto nella Bassvilliana del Monti (ricordi
-dell’adolescenza, che cosa volete da me?), un improvviso rumore si udì
-dalla strada. Qualcheduno di fuori batteva a ripetuti colpi sul portone
-d’ingresso.
-
-— Vieni; — disse Aldo, traendo Camilla, che si era molto volentieri
-arrestata a mezza strada; — abbiamo appena il tempo di giungere alle
-tue stanze.
-
-— No, — diss’ella, — è tardi, per escire. Se passa un servo nel
-corridoio?...
-
-— Che? Spero bene non ci sarà questo bisogno; — rispose Aldo. — Aprirà
-il portiere. —
-
-Ma proprio per far torto alle previsioni di Aldo, il portiere aveva
-il sonno duro, o l’orecchio. Di fuori continuavano a bussare, e poco
-stante si udì nel corridoio un passo grave, ma spedito, come di persona
-destata in soprassalto, che si affrettasse verso le scale, per metter
-fine a quel diavolìo.
-
-— Ahi! — mormorò Aldo. — Son essi.
-
-— Essi! — ripetè Camilla. — E chi?
-
-— Amici miei.... — balbettò Aldo; — amici miei, che vengono a cercarmi,
-per una scampagnata. Ho promesso iersera, al Casino, di andare fino
-a Collodi. Vieni; ora non ci sarà pericolo ad escire sul corridoio,
-poichè il servitore è passato. Ma che hai? — soggiunse egli, sentendola
-tremar tutta nelle sue braccia.
-
-— Ho freddo; — rispose Camilla. — E avrò anche più freddo di
-fuori. —
-
-Per la stagione in cui s’era, la cosa doveva parere assai strana.
-Ma al nostro eroe il freddo che sentiva Camilla sembrò strettissimo
-parente della poca voglia che essa aveva di escire dalla camera.
-Rammentò che per tutta la notte Camilla non aveva accennato, neanche
-lontanamente, ad un pericolo di duello; silenzio notevole, che da
-principio lo aveva fatto insospettire, ma che egli si era poi spiegato
-nel miglior modo possibile, ricordando le parole con cui l’Anselmi,
-nell’escire dal Rinfresco, aveva cercato di rassicurare le donne. La
-spiegazione gli era servita lì per lì; ma allora, quella ritrosia di
-Camilla a separarsi da lui, il tremito subitaneo che l’aveva presa
-all’avvicinarsi dell’alba, e infine quella ostinazione a restare,
-anche a rischio di farsi cogliere nella camera di lui, dovevano dirgli
-abbastanza chiaramente che Camilla aveva indovinato ogni cosa e che
-la sua presenza colà mirava ad un fine. Ma quale? E con che mezzi
-contava ella di raggiungerlo? Aldo non ci vedeva molto chiaro; anzi,
-diciamo schiettamente che non ci vedeva affatto. E mentre stava lì
-almanaccando, si udivano i passi di parecchie persone, entrate allora
-nel corridoio; indi a poco i passeggiatori mattinieri fecero sosta e
-bussarono all’uscio della sua camera.
-
-— Apri; — gli disse Camilla all’orecchio. — Io mi nascondo là dietro.
-Escirò dopo di te; non temere. —
-
-Così dicendo si spiccò dal suo braccio e andò a celarsi nella stretta
-del letto.
-
-Aldo aperse l’uscio e diede il passo a due gentiluomini, che erano per
-l’appunto i suoi padrini.
-
-— Già alzato! — esclamarono, nell’atto di stringergli la mano.
-
-— Sì; non è forse l’alba?
-
-— Verissimo; ma credevamo che proprio in questa occasione avreste fatto
-il sonno più lungo. Si narra del principe di Condè....
-
-— _Promessi Sposi_, capitolo tale! — interruppe Aldo, sorridendo. — Ma
-io, anche a risico di non somigliar punto al principe di Condè, non
-ho attaccato sonno, essendo rientrato troppo tardi e avendo avuto da
-scrivere qualche lettera.
-
-— Infatti, — notò uno dei padrini, dando una occhiata al letto, di cui
-si vedeva la rimboccatura intatta, — ecco la prova più chiara della
-vostra veglia d’armi. La chiameremo così, in omaggio alla memoria
-degli antichi cavalieri. Ma permettetemi di osservare che, non avendo
-dormito, punterete male, stamane. —
-
-Aldo rispose con una leggiera alzata di spalle. Ma dentro di sè mandò
-a quel paese il troppo loquace padrino; tanto più che dalla stretta del
-letto era giunto a lui come un gemito soffocato.
-
-— Basta, — ripigliò il padrino, — poichè siete già alzato, avremo il
-tempo di prendere il caffè.
-
-— Lo vogliono qui? — domandò il cameriere.
-
-— No, — rispose prontamente Aldo, — lo prenderemo giù in sala. Vi
-prego, amici, — soggiunse, volgendosi ai due visitatori, — concedetemi
-due minuti e sono da voi. —
-
-Esciti finalmente i padrini, Aldo ritornò verso Camilla, che si
-abbandonava bocconi contro la sponda del letto, in preda ad una
-agitazione violenta.
-
-— Animo, via, Camilla; siate forte! — diss’egli.
-
-— Ah! — gridò ella. — E per mia colpa! Ma non sarà.... non sarà! Mio
-Dio, abbiate compassione di me!
-
-— Sì, egli mi assisterà; — disse Aldo. — Vieni, ora, te ne prego; non è
-più tempo di restar qui. —
-
-Camilla si lasciò condurre, come un bambino. Da sola, non avrebbe
-avuta la forza di muovere un passo. La sua energia femminile, d’indole
-essenzialmente nervosa, era venuta meno davanti all’idea del pericolo
-che Aldo correva per lei.
-
-Ma forse, direte, non lo sapeva prima? Sì, buon Dio, lo sapeva;
-ma bisogna anche osservare che ella faceva assegnamento su certe
-circostanze, molto ben prevedute, perchè attentamente studiate, le
-quali all’ultimo momento non le parevano più così certe, come le aveva
-immaginate da principio. Non vi è egli mai avvenuto di contare su
-certe combinazioni, sapientemente architettate, che a tutta prima vi
-sembravano irresistibili, e poi, giunti all’ora della prova finale,
-di perder la fede, di dubitare, di sospettare un errore di calcolo,
-infiltrarsi nelle vostre deduzioni, col pericolo di mandare a rotoli
-il vostro faticoso edifizio? Alla signora Camilla, già tanto sicura
-durante la notte, tornavano in cuore i sospetti, coll’avvicinarsi
-dell’alba. L’arrivo dei due padrini di Aldo le aveva dato il tracollo;
-i sospetti si erano tramutati in paura.
-
-Oramai non si poteva più indugiare, nè mendicar pretesti, nè far capo
-ad alcune di quelle debolezze che in momenti meno solenni fanno buon
-giuoco alle donne. Camilla si lasciò condurre fuor della camera di
-Aldo. C’era appena appena il tempo necessario, perchè ella potesse
-raggiungere la sua.
-
-Ma nell’atto di escire sul corridoio, alla incerta luce del mattino,
-i nostri due innamorati fecero un incontro che non s’aspettavano di
-certo. I padrini erano scesi al pianterreno e il servitore con essi;
-ma dal fondo del corridoio apparivano due altri personaggi, quasi due
-ombre; la signora Elena e il commendatore Gerardo.
-
-Il primo e istintivo moto di Aldo fu di mettersi avanti, come per
-nascondere Camilla agli occhi dei nuovi venuti. Ma era tardi; Elena
-e suo marito avevano veduta la signora Rivanera, e ambedue, fatto
-un gesto di meraviglia, accennavano a ritirarsi, per non riescire
-importuni. Camilla se ne avvide. La poveretta si sentiva morire; ma la
-gravità del momento rianimò le sue forze. Non toccava a lei di salvare
-ogni cosa, se era possibile, o di confessare audacemente la propria
-sconfitta?
-
-Perciò, respinto leggermente Aldo, che non si era anche persuaso della
-impossibiliti di nasconderla, Camilla si fece incontro ai Vezzosi, e
-incominciò in questa forma:
-
-— Amici, anche voi siete venuti a salutare il signor De Rossi e ad
-augurargli fortuna?
-
-— Non potevamo farne di meno, — rispose Gerardo, — avendo indovinato
-iersera quel che doveva accadere.
-
-— Bravo! — disse Camilla. — E lo confessate ancora? Indovinare una cosa
-simile e non darmene un cenno, in verità, non è bello da parte vostra.
-Buon per me che l’avevo indovinata anch’io.
-
-— E più fortunata di noi, — entrò a dire la signora Vezzosi, — sei
-giunta anche prima. Noi, appena abbiamo sentito battere all’uscio di
-strada, siamo saltati dal letto.
-
-— Ed anche voi, — aggiunse Gerardo, — avrete fatto lo stesso.
-
-— Sì, ma molto prima; — rispose arditamente Camilla. — Non ero io la
-colpa di tutto?
-
-— Che dite, Camilla? — gridò Aldo, commosso. — Ed ora, perchè
-queste lagrime? Vorrei aver mille vite ed incontrar mille morti per
-voi. —
-
-L’impeto con cui Aldo profferì le sue calde parole non doveva piacer
-troppo alla signora Elena. L’ascoltatrice negletta ne ebbe una scossa
-violenta, e sentì il bisogno di appoggiarsi alla parete.
-
-Camilla vide quell’atto, e forse lo indovinò, e corse ad abbracciare
-l’amica.
-
-— Animo! — le bisbigliò all’orecchio, — Perdonami!
-
-— Sì, ti ho perdonato; — mormorò la signora Elena. — Poveretta, tu non
-ci hai colpa.... salvo quella di averlo fatto soffrire.
-
-— Ah, ne avrò un rimorso eterno; — rispose Camilla, trascinando Elena
-in disparte. — Ed ora, che cosa avverrà? La signora Meravigli avrà
-fatta la sua parte?
-
-— Lo spero; — disse Elena. — Il Sestavalle ha dormito alla Torretta,
-per esser vicino all’Anselmi. Bisognerà aspettarlo.
-
-— E Gerardo lo sa? — chiese Camilla.
-
-— Sì; non ho creduto di dovergli nascondere i nostri tentativi. Povero
-Gerardo! egli è tanto buono! Sento di amarlo doppiamente, oggi. —
-
-Così parlava la signora Elena. Ed ecco, lettori discreti, ecco un uomo
-che non saprà mai a che fortunata combinazione egli sia debitore di una
-ripresa d’affetti coniugali. Uomini felici, che passano sulla scena del
-mondo, vedendo sempre la superficie delle cose, e nient’altro che la
-superficie! A buon conto, non è forse meglio così?
-
-Essendo presenti i Vezzosi, non era più necessario che la signora
-Camilla ritornasse nelle sue camere. Perciò scesero tutti al
-pianterreno, per accompagnare il De Rossi.
-
-La carrozza di Aldo stava in attesa, davanti al portone. Aspettando il
-caffè, ed essendo lì vicino il portiere, non si reputò conveniente di
-alludere al grave caso che raccoglieva tutta quella gente sull’ingresso
-dell’albergo, e si ebbe l’aria di parlare d’una scampagnata a Collodi.
-Sì, proprio a Collodi! Orazio avrebbe collocato qui una ripetizione del
-suo famoso: «_Credite posteri._»
-
-Poco stante, si udì dallo stradone un rumore di ruote. Una carrozza
-veniva a furia dalla parte del Tettuccio.
-
-— Son essi, e veramente puntuali; — disse uno dei padrini, il maggiore
-di fanteria, dando una guardata all’orologio.
-
-La carrozza venne a fermarsi davanti al portone. I due padrini di Aldo
-escirono tosto, per andare al montatoio, a ricevere i colleghi della
-parte avversaria. Erano essi per l’appunto, ma soli. Il contino Anselmi
-non c’era.
-
-Aldo, affacciato all’ingresso, non potè trattenere un gesto di
-meraviglia. Quanto ai suoi padrini, lo avevano già fatto, e stavano
-appunto chiedendo perchè mancasse l’Anselmi.
-
-— Ah, ah! Il conte Anselmi? — dice l’Alcibiade, con aria che voleva
-parere disinvolta. — Il conte Anselmi verrà; sicuramente, verrà.
-Egli è trattenuto ancora pochi minuti all’albergo. Frattanto, egli
-mi ha incaricato di consegnare una lettera.... alla signora Camilla
-Rivanera. —
-
-Alle parole dell’Alcibiade rispose un gesto di meraviglia, anzi di
-stupore da parte di tutti gli astanti. E non fu questo il solo effetto
-di quello squarcio d’eloquenza, poichè la signora Camilla, udendo
-proferire il proprio nome, fu sollecita ad apparire sulla soglia.
-
-— Certamente.... — ripigliò l’Alcibiade, — non parrebbe questa una
-commissione da darsi ad un padrino, ad un araldo d’armi. Nè io l’avrei
-accettata, se il conte Anselmi non m’avesse raccomandato di eseguirla
-solennemente, alla presenza di tutti. L’indole stessa della quistione
-(son parole del conte Anselmi) l’indole stessa della quistione che
-ho avuta col De Rossi, è tale da richiedere questo preliminare. Ad
-un linguaggio simile io non ho saputo negare più nulla, e il barone
-Marcovich, qui presente, mi ha incuorato egli stesso ad incaricarmi di
-questa trasmissione, che lor signori non troveranno essere fatta da me
-con solennità minore del bisogno. A lei, dunque, signora Camilla mia
-riverita — conchiuse l’Alcibiade, facendosi innanzi col suo messaggio,
-— eccolo il preliminare in discorso. —
-
-V’immaginate come rimanessero tutti, a quel secondo squarcio
-d’eloquenza del cavaliere Sestavalle. Camilla, intanto, aveva presa la
-lettera, lacerata la busta, e leggeva. I suoi occhi tutto ad un tratto
-si animarono; un bel colore incarnatino le tornò in viso, a mano a
-mano che procedeva nella lettura; finalmente sorrise. Aldo, secondo il
-solito, ci aveva un diavolo per occhio. Benedetto geloso!
-
-Dopo aver letto, Camilla porse la lettera al commendatore Gerardo.
-
-— È di un uomo di spirito, ed anche di un uomo di cuore; — disse ella.
-— Leggete. —
-
-Gerardo obbedì. Com’ebbe letto a sua volta, rispose:
-
-— Avete ragione. È in fondo in fondo, un buon ragazzo. Maggiore, vuol
-leggere?
-
-— Se è cosa che debba entrare nel mio ufficio di padrino.... — disse il
-maggiore. — E se la signora permette...
-
-— Sicuramente; — rispose Camilla.
-
-Il Maggiore prese la lettera dalle mani del Vezzosi e lesse anch’egli,
-tenendo il foglio alquanto da un lato, affinchè potesse leggere con
-lui il professore di storia naturale. Ambidue convennero che la signora
-Camilla aveva ragione. Sfido io! Una donna bella ha sempre ragione, e
-la sua bocca è una fonte di verità.
-
-Aldo De Rossi, vedendo che tutti leggevano prima di lui si era
-allontanato di alcuni passi e andava su e giù, facendo le volte del
-leone sul marciapiede dell’albergo. Per desiderio della signora Camilla
-il foglio fu trasmesso anche a lui. Aldo lo prese con aria svogliata,
-ma nel fatto con una grande impazienza di leggerlo.
-
-Vediamolo anche noi, poichè lo legge il De Rossi. Il conte Anselmi
-scriveva in questa forma alla signora Camilla:
-
- «_Signora_,
-
- «Ho fatto parecchie cose a malincuore, e posso dire anzi con
- rammarico. E adesso ne fo una con piacere, quantunque la penna mi
- serva male. Infatti, c’è sempre un po’ di ritegno a parlare di
- certe faccende con una signora; peggio poi con quella stessa...
- Ma non caschiamo a filosofare, che è il peccato del secolo, e
- raccontiamo le cose come stanno. La morale verrà dopo.
-
- «Il signor De Rossi mi ha provocato ieri, al Rinfresco. Le parole
- erano misurate, ma il senso era chiaro, così chiaro che ho dovuto
- provvedere alla tutela del mio onore, mettendo la cosa in mano
- a due padrini. Voi sapete già tutto questo, e sapete anche una
- parte di ciò che debbo raccontarvi ora. Veramente, il venirvi
- a spiattellare un secreto del mio cuore, o della mia testa,
- foss’anco il segreto d’Arlecchino, non sarebbe da uomo di garbo,
- e i cavalieri antichi non ci sarebbero incappati. Ma qui, signora
- mia, tutto è nuovo e passabilmente strano. E con tutta la poca
- voglia che ne avrei, debbo pure parlarvi del duello ed anche di una
- certa persona, che voi avete scoperta, e da cui mi trovo stretto
- d’assedio. Eccolo qua, l’uomo che si aspetta, occupato nelle
- più audaci scorribande; eccolo qua, chiuso tra quattro pareti,
- nell’albergo della Torretta, ubbidiente ad una voce, che, con una
- leggiera variante nella parola, potrebbe dirsi di sovrano assoluto.
-
- «Il sovrano, o l’assediante, non avrebbe già potuto vantarsi di
- tenermi sotto chiave. Egli era così poco sicuro della sua forza
- materiale, così timoroso d’una mia sortita dalla piazza, che
- ha dovuto far capo ad un mezzo speditivo, facendomi saltare il
- deposito delle polveri. Son qua, signora mia, disarmato dalla
- lettura di una nota lettera, che dice a un dipresso così: «Impedite
- questo duello, che io non capisco, e che è cagionato sicuramente da
- un equivoco. Non ci può essere quistione tra il signor De Rossi,
- l’uomo che io amo, e il signor conte Anselmi, amico nostro leale,
- ma nient’altro che amico.»
-
- «Signora, questa lettera è vostra ed io l’ho letta con
- quell’attenzione e con quella reverenza che meritano i vostri
- caratteri. Questa lettera mi ha persuaso che non ci farei la più
- bella figura a muovermi di qui, senza chiederne il permesso a Voi.
- Per andare ad oste contro il signor Aldo De Rossi, debbo passare
- nei vostri dominii. Bella dama, consentirete voi che io lo faccia?
- E se mi volete disposto a restare, in qual modo mi salverete dalla
- taccia di pauroso?
-
- «Vedete voi, bella dama, giudicate voi; sono ai vostri ordini.
- Posso essere leggiero, come è opinione di molti; ma sono onesto
- e non voglio fu piangere nessuno per deliberato proposito. È
- veramente un caso strano, che, tra due uomini disposti ad entrare
- in lizza, si mettano arbitre le donne. Ma non sarà mai detto che
- il caso strano mi trovi puntiglioso e caparbio. Signora, accetto
- l’arbitrato. Dite voi ai miei padrini se debbo andare o restare.
- Per me è quistione di pochi minuti, e i padrini dell’altra
- parte non vorranno chiamarmi in colpa per pochi minuti, messi a
- disposizione della dama, a cui bacio riverente le mani.»
-
-Non mi fermerò a commentarvi la lettera del contino Anselmi, e neanche
-a riferirvi la scena intima dopo cui era stata scritta. Già avrete
-capito l’essenziale, cioè che il sovrano assoluto si era diportato
-veramente da sovrano assoluto, e che, non potendo vincere con le buone
-la caparbietà dell’Anselmi, lo aveva umiliato senz’altro, mostrandogli
-la lettera della signora Camilla Rivanera. Il povero contino ne era
-rimasto ferito, crudelmente ferito nelle sua vanità; aveva veduto il
-ridicolo di cui si sarebbe coperto, andando a battersi per una donna
-che gli dichiarava chiaro e tondo di amare il suo avversario, e si era
-facilmente persuaso della necessità di comparire un uomo di spirito.
-Come sapete, ci guadagnò anche la riputazione d’uomo di cuore.
-
-Ma se in questa forma gli rese giustizia la signora Camilla, non fu
-altrimenti disposto a seguirne l’esempio il signor Aldo De Rossi. Un
-punto buono soltanto egli aveva veduto nella lettera dell’Anselmi, ed
-era la citazione delle parole di Camilla. Quell’accenno di lei all’uomo
-che amava, fece alzare gli occhi di Aldo, in segno di gratitudine,
-verso la signora Rivanera, in quel mentre più bella e più fresca che
-mai, ad onta della notte vegliata. Ma il contesto della lettera non
-finì di contentarlo, specie per il tono allegro e per l’ostentazione
-cavalleresca dell’Anselmi.
-
-— Egli, in fondo, non si disdice di nulla; — osservò egli, restituendo
-la lettera.
-
-Ci fu, dopo quelle parole, un istante di pausa. La signora Camilla
-rizzò la testa e guardò Aldo, come per domandargli donde avesse cavata
-un’idea così peregrina; indi si volse al Maggiore. Questi, che leggeva
-a prima vista, senza essere maestro di musica, rispose per tutti
-all’obbiezione di Aldo.
-
-— Scusi, — incominciò egli, — di che cosa s’avrebbe a disdire
-l’Anselmi? Se mi è stata riferita esattamente la conversazione che
-hanno avuta insieme al Rinfresco, non c’è nessuna frase che richieda
-attenuazioni, almeno da parte sua. Noi altri, piuttosto.... Ma non
-insisterò su questo tasto, — soggiunse il Maggiore, — poichè il
-conte Anselmi, con molto garbo, ha rimessa la quistione all’arbitrato
-delle dame. Gli stessi padrini suoi, da quei gentiluomini che sono,
-intendono esser qui una quistione delicatissima, nella quale essi e
-noi si avrebbe poca grazia ad entrare. Accetta lei l’arbitrato, come
-lo accetta il conte Anselmi? Questo è il punto essenziale; non sembra
-anche a loro? —
-
-I padrini dell’Anselmi, a cui era rivolta l’ultima frase, risposero con
-un cenno affermativo del capo.
-
-Aldo De Rossi non trovò più nulla a ridire.
-
-— Accetto l’arbitrato; — rispose.
-
-— Oh, manco male! — esclamò la signora Camilla. — Signori, non si parli
-più di duello; i due contendenti si stringeranno la mano a Tettuccio. È
-la mia volontà. —
-
-La decisione fu accolta con giubilo da tutti gli astanti. Aldo, come i
-padrini furono partiti, si avvicinò alla signora Camilla e le disse:
-
-— Siete una bella prepotente.
-
-— Ricordate il vostro motto; — rispose Camilla. — O tutto o nulla. È
-anche il mio, lo sapete.
-
-— Angelo! — mormorò egli.
-
-— Che ha perdute le ali; sapete anche questo.
-
-— Tanto meglio, non volerete più via.
-
-— Ah, questo poi! Vedete per esempio, incomincio a volare fin d’ora.
-Mio zio sarà alzato, oramai. Ci vedremo più tardi, al Tettuccio.
-
-— Grazie! — rispose Aldo, stringendo la mano che essa gli stendeva. —
-Dite allo zio, ve ne prego, che un povero innamorato di sua conoscenza
-ha bisogno di parlargli, per chiedergli una grazia. Indovinate?
-
-— No, — disse ella ridendo.
-
-— Volete saperlo?
-
-— Neanche; non sono curiosa. Lo saprò da mio zio. —
-
-Così scherzavano, a mala pena scongiurato il pericolo d’uno scontro
-che poteva riescire sanguinoso, non senza scandalo per la tranquilla
-società di Montecatini. Il mondo è così fatto; ed anche il mare, dopo
-gli sconvolgimenti della burrasca.... Ma qui si casca a filosofare, che
-è il peccato del secolo, come scriveva l’Anselmi.
-
-Il quale Anselmi capitò la stessa mattina al Tettuccio, per ossequiar
-le signore. Aldo ragionava in disparte col presidente Roberti,
-chiedendogli una grazia, che doveva essergli facilmente concessa. Il
-nostro eroe vide con la coda dell’occhio l’Anselmi, e osservò l’onesto
-riserbo con cui egli aveva dato il buon dì alla signora Rivanera.
-Il contino era sereno, ilare come al solito. Quando vide Aldo, fece
-un atto di pronta risoluzione e si mosse per andargli incontro. Ma
-Aldo non gli diede il tempo di fare la strada e corse egli stesso a
-stringergli la mano. Uno sguardo amorevole di Camilla lo ricompensò
-di quella onesta sollecitudine. L’Anselmi, dal canto suo, gli diede il
-resto del carlino.
-
-— Sai, è una stretta d’addio. Parto oggi per Firenze, e domani per
-Roma. Sicuro, c’è un soprano assoluto che s’annoia qui, e mi bisogna
-far le valigie.
-
-— Ti dai corpo ed anima ad Euterpe! — osservò Aldo, tanto per dire
-qualche cosa.
-
-— No, per amor del cielo! — replicò l’Anselmi. — Accompagno la diva, e
-prendo il largo alla prima occasione.... che avrò cura di far nascere.
-Aldo mio, ti sembrerò forse leggiero: — soggiunse il contino. — Ma
-trovami tu il modo di essere diverso. C’è della gente a cui tocca
-tutto, e della gente a cui non tocca nulla. Capi scarichi, cuori vuoti
-d’affetti, gran mercè se non prendiamo in uggia la vita!
-
-— Tu caschi a filosofare! — disse Aldo, che rammentava la lettera
-dell’Anselmi.
-
-— Hai ragione; — rispose il contino, ridendo. — Fo punto e tiro
-via. Già, a che servono le chiacchiere? Il fatto è fatto e non ci si
-rimedia. —
-
-Aurea sentenza, che consolava l’Anselmi. Così avesse potuto
-consolarsene la signora Vezzosi! Ma questa non aveva il carattere del
-contino, e certa filosofia pratica, di cui molti vanno mantellando la
-propria leggerezza, non era il fatto suo, lo sapete.
-
-Del resto, se la signora Elena doveva soffrire un pochino per colpa
-di Aldo De Rossi, non ci aveva altrimenti ragione di odiarlo, e molto
-meno disprezzarlo. Aldo avrebbe potuto diportarsi in questa occasione
-come tanti e tanti; avrebbe potuto amar l’una e mentire con l’altra. Ma
-se egli aveva molti difetti, era tuttavia immune da questo. Non sapeva
-fingere. Però a qualcheduno de’ miei lettori sarà parso un po’ sciocco.
-Siamo tanto avvezzi ai furbi trincati!
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-DELLO STESSO AUTORE
-
-(_Edizioni in-16_).
-
-
- Capitan Dodero (1865). _Settima edizione_ L. 2 —
- Santa Cecilia (1866). _Quinta edizione_ » 2 —
- L’olmo e l’edera (1867)._ Settima edizione_ » 2 50
- I Rossi e i Neri (1870). _Seconda edizione_ » 6 —
- Il libro nero (1871). _Quarta edizione_ » 2 —
- Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » 3 —
- Val d’Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 —
- Semiramide, racconto babilonese. (1873). _Seconda ediz_. » 3 —
- La legge Oppia, commedia (1874) » 1 —
- La notte del commendatore (1875). _Seconda edizione_ » 4 —
- Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50
- Come un sogno (1875). _Quinta edizione_ » 2 —
- Tizio Caio Sempronio (1877). _Seconda edizione_ » 3 —
- Cuor di ferro e cuor d’oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 —
- Lutezia (1878). _Seconda edizione_ » 2 —
- Diana degli Embriaci (1877). _Seconda edizione_ » 3 —
- La conquista d’Alessandro (1879). _Seconda edizione_ » 4 —
- Il tesoro di Golconda (1879). _Seconda edizione_ » 3 50
- La donna di picche (1880). _Seconda edizione_ » 4 —
- L’undecimo Comandamento (1881). _Seconda edizione_ » 3 —
- Il ritratto del diavolo (1882). _Seconda edizione_ » 3 —
- Il biancospino (1882) » 4 —
-
- SOTTO I TORCHI
- L’anello di Salomone.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK O TUTTO O NULLA ***
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
-United States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for an eBook, except by following
-the terms of the trademark license, including paying royalties for use
-of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
-copies of this eBook, complying with the trademark license is very
-easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
-of derivative works, reports, performances and research. Project
-Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
-do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
-by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
-license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country other than the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you will have to check the laws of the country where
- you are located before using this eBook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm website
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that:
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
-the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set
-forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation's website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
-widespread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our website which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This website includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.