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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: I due Desiderii - -Author: Salvatore Farina - -Release Date: April 16, 2022 [eBook #67850] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I DUE DESIDERII *** - - - SALVATORE FARINA - - - I DUE DESIDERII - - (Prologo ed Epilogo) - - - - MILANO - ALFREDO BRIGOLA & C. - EDITORI - - - - - Proprietà Letteraria riservata - - Milano, 1889 — A. Colombo & A. Cordani, tipografi. - - - - -_A Salvatore Delogu — Roma._ - - - _Natale, 1888._ - - _Salvatore mio caro,_ - -Come vedi, ho scritto un’altra novella che tu giudicherai almeno almeno -curiosa, perchè si compone unicamente del Prologo e dell’Epilogo d’un -gran romanzo, il quale ognuno di noi, più o meno, ha vissuto. - -Ragioni d’arte che non sto a dichiarare, ma che tu intenderai senza -fatica, mi avevano consigliato fin da principio a non disporre questo -romanzo in capitoli, e in ultimo a tacerlo, accennandovi solo da -lontano il tanto che bastasse a illuminare lo studio psicologico. -Vorrei dire lo “studio filosofico„ se non avessi paura di far la -voce troppo grossa, chè si sa bene essere la filosofia e la poesia -e qualunque cosa altissima negata sopratutto a chi fa il romanziere, -negata non tanto dai profani di lettere, ma da molti burbanzosi che -di lettere insegnano dalla cattedra. Dunque il mio romanzo è lasciato -all’immaginazione del lettore, il quale non stenterà a farsene uno con -le traccie che gli ho dato; io ho scritto solo il principio e la fine. - -Tu leggi con la bontà che mi hai sempre dimostrato, pensando che se -la mia scrittura non avesse altro pregio, questo ha almeno agli occhi -miei d’essere intitolata a te, che, fra i molti amici cari, sei uno dei -pochissimi avanzati. Gli altri sono morti o peggio che morti. Così ti -siano risparmiate le afflizioni, e concessa lunga vita ai tuoi affetti. - - S. FARINA. - - - - -PROLOGO - -I. - - -Il primo a svegliarsi nell’ampio dormitorio, era sempre Desiderio; -quando entravano per i finestroni le luci smorte dell’alba, il piccino -si era già messo a sedere sul letticciuolo ad aspettarle, e per non -ricadere nel sonno, aveva contato i letti del camerone, che erano -trentadue, oltre quello del sorvegliante, in fondo in fondo, sotto -l’immagine della Madonna. - -Tutti quei piccoli dormenti, che empivano l’aria di strani suoni, visti -di scorcio o di profilo, alla scarsa luce mattutina, con le bocche -aperte e gli occhi chiusi, offrivano a Desiderio un po’ di svago. Ma -gli davano anche un certo sgomento dal giorno che, svegliandosi, e -non udendo la respirazione del piccolo Giulio, il quale dormiva nel -letticciuolo accanto al suo, avea poi riconosciuto che il letto era -vuoto: nella notte Giulio si era sentito male, e l’avevano trasportato -nell’infermeria. - -Quel Giulio era un buon ragazzo, ma piangeva sempre, perchè avendo -conosciuto la mamma, che gli era morta, si ostinava a volerla ancora. - -Desiderio si era provato tante volte a consolare il suo vicino, -dicendogli che le mamme si ritrovano poi in paradiso; ma un giorno -Giulietto gli aveva risposto che lui di queste cose non ne poteva -sapere, perchè la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non l’aveva -avuta nemmanco. - -Era vero; Desiderio la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non -l’aveva nemmeno avuta; di modo che, non si sentendo l’autorità di -far cessare le lagrime di Giulietto con quest’argomento, non aveva -più saputo che cosa consigliare... Però se cercasse di svagarsi, di -leggere, per esempio... Oibò! a Giulietto non piacevano i libri se non -sulle ginocchia della mamma, e voleva morire per andare a leggere in -paradiso. - -Dunque ogni mattina Desiderio, svegliandosi quasi al buio, stava -ad ascoltare se mai fra i varii suoni dei compagni russanti potesse -discernere anche la respirazione debole del piccolo Giulio; ma non -udendo nulla, e riconoscendo il letto vuoto prima ancora che l’alba -glielo facesse vedere, si domandava, con un po’ di terrore, se -Giulietto fosse proprio morto per andar a trovare la mamma, e il suo -piccolo criterio gli diceva di no, che se Giulio fosse morto, il suo -letto non sarebbe rimasto tanto tempo vuoto. - -Poi la luce entrava dai finestroni, Desiderio cavava di sotto -il guanciale un libro, un magnifico libro pieno di storielle, e -dimenticava Giulietto ammalato e tutti i suoi compagni che russavano -nel camerone, per pensare solo a Puccettino e alla Bella addormentata -nel bosco. - -Il letto di Desiderio era l’ultimo del dormitorio; un vicoletto largo -una spanna lo separava appena dal muro, poi vi era un altro vicoletto -più largo, poi il letto vuoto di Giulio; così il fanciullo era quasi -isolato in mezzo ai compagni. Non ne era scontento, tutt’altro, perchè -da soli si viaggia meglio con gli stivali delle sette leghe. - -E poi quella barriera che la malattia di Giulio metteva fra lui e il -mondo, gli faceva pensare a un altro personaggio, di cui aveva inteso a -parlare, a un certo Robinson, che si era perduto in un’isola, e aveva -vissuto tanto tempo senza la zuppa di latte, perchè non aveva pane e -nemmeno latte, facendo però delle scorpacciate di frutta. Desiderio -una buona scorpacciata di frutta non l’aveva potuta fare ancora, ed era -press’a poco convinto che non la farebbe mai, salvo di capitare anche -lui in un’isola disabitata. Ma chi sa se d’isole disabitate ne sono -rimaste? Dopo che Robinson ha insegnato ai ragazzi come si fa a vivere -nelle isole deserte, tutti ci saranno voluti andare, e sarà forse là -come in Milano, la zuppa di latte la mattina, la minestra e la carne -lessata al mezzodì, la zuppa di brodo la sera, e qualche mela nana ogni -tanto. - -Una notte Desiderio si svegliò, e tese l’orecchio; la lampada notturna, -che per solito ardeva all’estremità opposta del dormitorio, sopra -il letto del sorvegliante, s’era spenta; ma il buio non era fitto: -penetrava dagli ampi finestroni, insieme con la luce diffusa delle -stelle, un bagliore incerto e rossigno, il raggio smarrito d’un -lampione lontano. - -Era difficile anche agli occhi avvezzi di Desiderio, comporre in -quello spazio nero la visione che gli appariva ogni mattina; pure vi si -provò, tanto non aveva sonno. Ecco... in faccia a lui, là, proprio là, -ci deve essere il letto di Gabriele, il piccolo Gabriele dagli occhi -scerpellini, dalla faccia rossa; ma che è stato? dov’era il letto di -Gabriele non vi è più nulla e in quella direzione, ma lontano, lontano, -ecco apparire il corpo accoccolato di un gigante nero. Desiderio capì -che se fosse stato solo, avrebbe avuto paura di quel corpo nero, ma -siccome sapeva d’essere in compagnia numerosa, fissò audacemente il -gigante per costringerlo a smascherarsi e a dirgli: “ho fatto per -celia, non sono un gigante, sono il cassettone a piedi del letto di -Gabriele.„ Ma il corpo nero non mutò positura. Desiderio perdette la -pazienza e volle dormire, oibò... non aveva sonno. Allora si voltò in -modo da porgere l’orecchio destro per udire il respiro di qualcuno... -Ed ecco un altro fenomeno; accanto a lui, così vicino che par che -gli soffii addosso, qualcuno russa leggermente. E proprio lì, vicino -vicino, più vicino del letto di Giulio, ma non può essere se non nel -letto di Giulio.... - -Chi mai nella notte era venuto ad occupare il letto di Giulio, se -non era Giulio stesso? Desiderio ascoltò lungamente; era un respiro -regolare, non sonoro ma robusto, senza quei gemiti che qualche volta -gli avevano fatto venire in mente l’orco quando va per iscannare -Puccettino e i suoi fratelli e scanna invece le proprie figliuole. -Quella respirazione, sceverata di mezzo al suono delle altre -respirazioni più lontane, dopo alcune cadenze ritmiche precise si -faceva più complicata e più ricca; aveva accenti singolari, smorzature -flebili, sospensioni misteriose: poi a un tratto cresceva d’intensità, -si avviava deliberatamente come a dire qualche cosa di tremendo, in -cui entrassero la morte e la dannazione eterna fino ad esaurire il -suo tema,... e silenzio, un gran silenzio oratorio prima di tornare da -capo. - -Desiderio, che non aveva avuto paura del gigante nero raggomitolato in -distanza, cominciava a sentire il fascino tormentoso di quello strano -linguaggio che gli empiva l’orecchio, e per romperlo addirittura chiamò -a bassa voce: Giulio! Nessuno gli rispose, ed egli chiamò più forte: -Giulio! - -— Che cosa è? domandò qualcuno svegliandosi in sussulto. - -Non pareva la voce di Giulio, ma il fanciullo non sapendo più di che -cosa fidarsi in quel buio, ripetè ad ogni buon conto: Giulio? - -— Che cosa è stato? chiese una voce grossa. Parlava dal letto di -Giulio, ma non era Giulio. - -— Che cosa vuoi? insistè la voce. - -— Credevo che mi avessi chiamato.... disse Desiderio. - -— Io no, dormivo.... - -— Chi sei? Come ti chiami? domandò Desiderio. - -— Desiderio! rispose l’altro, ho sonno... e tu come ti chiami? - -— Desiderio! - -Ma l’incognito, invece di rispondere all’immenso stupore del suo vicino -con uno stupore simile, ricominciò a russare. - -In quel momento entrò la luna nel dormitorio degli orfanelli, e -Desiderio volse l’occhio prima di tutto a cercare il gigante nero -lontano. Scomparso. - -Ecco il letto di Gabriele dagli occhi scerpellini ed ecco tutti gli -altri letti in fila; ma lì presso, nel posto rimasto vuoto per tanto -tempo, dorme ancora qualcuno che gli volta la schiena, Giulio senza -dubbio, sebbene abbia detto d’esser Desiderio! Curiosa idea di volersi -chiamare Desiderio, ma forse sognava. - -Anche il vero Desiderio non tardò a sognare. - -E sognò d’essere arrivato al castello della bella addormentata, -la quale assomigliava ad una bambina che aveva visto un giorno in -parlatorio; perchè era bionda come quella bambina, perchè era vestita -color di rosa come quella bambina. - -Subito si era svegliata e gli si era buttata al collo per dirgli: “è un -pezzo che ti aspetto!„ - -E anche la voce era la stessa di quella tal bambina. - -Quella tal bambina, per dire addirittura tutto quello che sapeva di lei -il piccolo orfanello, si chiamava Speranza. - - - - -II. - - -Siccome aveva perduto un’oretta di sonno, il piccino si svegliò un -po’ più tardi del solito, cioè quando le prime luci dell’alba erano -già entrate nello stanzone bigio e melanconico. Aprendo gli occhi vide -un ragazzo dell’età sua, che stava a sedere sul letto di Giulio e lo -guardava fissamente. Non era Giulio. Aveva una faccetta angolosa, una -gran fronte sporgente, due occhioni neri e profondi e i capelli rossi. -Senza dargli tempo ad uscire dallo stupore, quell’ignoto gli domandò. - -— Come ti chiami? e perchè l’interpellato non fu pronto a rispondere, -ripetè: come ti chiami? - -— Desiderio! balbettò il piccino. - -— Mi hai preso il nome! disse l’altro, anch’io mi chiamo Desiderio, -però a bottega non ero più che Derio, perchè tutto il nome, vedi, era -troppo lungo! chiamami anche tu Derio, se lo preferisci. - -— Io no.: ma tu avrai un altro nome giusto, ti chiamerò con quello per -non confonderci. - -— Allora il Matto.... mi chiamavano anche così. - -— Preferisco Derio. - -— Ho anche un altro nome.... Coppa, Desiderio Coppa, il Matto. C’è da -scegliere. - -— Dove sei stato finora, che non ti ho mai visto? - -— A bottega; mi è morto il babbo, che faceva il calzolaio, un -mestieraccio da cane; non mi ci divertivo proprio, te lo assicuro. La -zia è povera e mi ha fatto entrare qui. Per farmici venire mi ha detto -che ci si sta tanto bene, che il luogo è bello, che qui si vive come i -figli della gente ricca. Stavo appunto guardando, non mi pare poi così -bello come in casa dei signori. Io in casa dei signori ci sono andato -tante volte quando viveva il babbo... Se tu vedessi! altro che qua!... - -— Ma qui non si sta male, osservò Desiderio, sentendosi attratto da una -strana simpatia verso quel fanciullo, che portava il suo medesimo nome -e che gli si era messo accanto in un modo così insolito, vedrai..... - -— Ho già veduto abbastanza, ribattè l’altro con sussiego, il luogo -è nero; a me piacciono le case tutte bianche, dentro e fuori, oppure -rosse, blu e dorate, con gli scaloni di marmo. - -— Come la casa della bella addormentata nel Bosco! esclamò Desiderio. - -— Non ci sono mai stato, osservò il Coppa serio serio. È bella? - -— Altro! - -E Desiderio cominciò a descriverla; ma quando stretto dalle domande -del suo omonimo, confessò di non averla veduta se non in un libro, il -Matto alzò gli occhi al soffitto e allungò le labbra ad una smorfia di -compassione. - -Non disse altro per lasciar intendere il proprio pensiero, ma non ce -n’era bisogno. - -— Vuoi che facciamo un patto? - -— Facciamolo. - -— Promettiamo d’essere amici per tutta la vita. Vuoi? - -— Altro! disse Desiderio abbassando troppo la voce, perchè il matto -l’alzava troppo. - -— Come lo dici! - -— Perchè non si svegli il sorvegliante; altrimenti ci fa star zitti; -sono appena le cinque... - -— Aspetta, disse il nuovo venuto, bisogna giurarlo.... - -E uscendo quasi dal letto e allungando le braccia presentò al piccolo -amico i due indici messi in croce.... - -— Che cosa devo fare? - -— Mettici la mano sopra e giura che saremo amici, per la vita e per la -morte. - -Desiderio non capiva bene come ci entrasse la morte, ma quel giuramento -solenne fatto a quel modo misterioso, durante il sonno di tutta la -camerata, lo lusingava, e giurò, per la vita e per la morte, non senza -ammirarsi un tantino. Il Matto fece subito altrettanto, poi disse: “Più -tardi ti darò da bere il mio sangue, ed io berrò il tuo.„ - -Oh! Come? In un modo semplicissimo; intanto Desiderio non doveva -chiedere altro. - -— Ora che siamo amici, ripigliò il Coppa, ci dobbiamo proporre di -andare poi insieme a visitare quel magnifico palazzo.... - -— Quale palazzo?... - -— Quello della bella che dorme; l’andremo a svegliare noi due.... Sei -contento? - -Desiderio manifestò il proprio dubbio che quel palazzo non esistesse -più, o non avesse esistito mai, ma il Matto non gli volle credere. Se -l’aveva letto in un libro, ci doveva essere. Il libro non diceva dove -fosse quel palazzo? — No, non lo diceva. — Ebbene, non importa, lo -troverebbero poi lo stesso. - -— Ancora non mi hai detto come hai fatto a venire nel letto di Giulio, -senza che io ti abbia visto. - -— Dormivi quando io sono arrivato; non mi volevano ricevere, perchè era -troppo tardi, ma un signore con la barba, non so chi sia, ha creduto a -tutte le bugie che gli ha detto la zia per iscusarsi, e mi ha lasciato -venire.... Mi hanno messo qui, per questa notte soltanto, ma se credono -di cambiarmi di letto, sbagliano.... io qui sto bene. - -Vi era qualche cosa nel linguaggio del Matto, che a Desiderio non -andava a versi; e pure la sua simpatia per il nuovo amico non ci pativa -nulla. - -— Quant’anni hai? gli chiese il Coppa. - -— Io, dieci compiti... - -— Ed io, dieci non compiti, rispose l’altro, e parve umiliato di essere -più giovine; ma sono più alto di te, guarda.... E di botto, senza dir -altro, lasciò penzolare le gambe sotto le lenzuola, e quando fu ritto, -ripetè: guarda! - -Forse non era vero che fosse più alto di Desiderio, ma il fanciullo non -si curò di correggere quella piccola vanità, accontentandosi di dirgli -che tornasse subito in letto, perchè era proibito levarsi prima che -sonasse la campana. - -— Quando suona la campana? domandò il piccolo insofferente, -ricacciandosi sotto la coltre. - -— Sono le cinque.... fra mezz’ora. - -Il Coppa non udì neppure questa risposta; pareva distratto da un’altra -idea, e Desiderio stette un po’ a guardarlo con una grande indulgenza, -come se sapesse già la parte che gli spettava nella nuova amicizia. - -— Tu ed io siamo due Desiderii; disse a un tratto il Coppa; tu che cosa -desideri? - -Il fanciullo, così interrogato, stette un po’ perplesso; non sapeva -bene nemmanco lui che cosa desiderava, forse nulla - -— Non è vero, osservò l’altro; pensaci bene; devi desiderare qualche -cosa. - -Allora il piccino confessò che desiderava passassero due anni, per -poter entrare nella seconda sezione, dove gli orfani imparano il -disegno. - -— Ma questo non è un desiderio, disse il Coppa. - -— Perchè? - -— Perchè è una cosa sicura; che gusto ci è a desiderare le cose quando -devono proprio succedere? È lo stesso come desiderare che fra sette ore -sia mezzodì. - -Desiderio non era preparato a rispondere a questo argomento, e si -accontentò di ripetere che per ora non desiderava altro. - -— Per ora; insistè il Coppa; ma per dopo? - -— Per dopo, non so, disse Desiderio. - -Era sincero nella propria ignoranza come il Matto nel suo stupore. - -— Io invece, annunziò solennemente quest’ultimo, penso sempre al -_dopo_; io desidero, lo vuoi sapere che cosa desidero? - -— Sì, dillo. - -— Desidero di diventar ricco, ricco, ricco, di poter sempre avere le -tasche piene di monete d’oro e d’argento, e spenderle senza contare, e -regalarne agli amici, ma averne poi sempre delle altre. - -— Ma tu desideri l’impossibile.... - -— Chi ti dice che sia impossibile?... - -— Ma.... mi pare. Che speranza hai di diventar tanto ricco? - -— Io, nessuna.... - -— Lo vedi! esclamò baldanzosamente il piccolo filosofo, ma subito, -accorgendosi di aver detto qualche cosa che impensieriva il suo -interlocutore, e di cui non vedeva bene il fondo egli stesso, stette in -silenzio a riflettere. - -— Temo anch’io che sia una cosa impossibile, concluse il Matto, ma a -desiderarla non ci è alcun male. - -Desiderio allora non rispose nulla, ma un momento dopo, scotendosi ai -suoni prolungati della campana mattutina, disse più a sè stesso che al -suo nuovo amico: - -— Non so. - -— Che cosa non sai? - -— Se a desiderare l’impossibile non ci sia del male. - -E balzò giù dal letticciuolo. - -L’aspetto del dormitorio era interamente mutato, e sopra ogni -letticciuolo era ripetuta in diverso modo la medesima scena: un -fanciullo seminudo, in piedi, o seduto, o giacente ancora, ma con le -braccia alzate al soffitto; sbadigli che fendevano similmente le guance -paffute e le smunte. In pochi istanti tutta la camerata fu a terra, a -frugare nel cassettone, a infilare i calzoni di tela, a lustrarsi le -scarpe posando i piedi sullo sgabello di ferro, poi a lavarsi la faccia -con gran chiasso nel lavatoio comune, e in ultimo a rifare i letti. - -Desiderio dovette insegnare al nuovo amico come si rifà il letto, e -il Matto imparò subito; in compenso volle che Desiderio apprendesse da -lui a rendere lucide le scarpe senza molta fatica, alternando sul cuoio -l’alito caldo e i colpi di spazzola rapidi e leggieri. - -In sostanza quella scenetta del risveglio non aveva infastidito -troppo il signor Coppa; ma rimaneva ancora a fare qualche cosa che -Desiderio non sapeva come sarebbe accolta dal novizio: la rimboccatura -ai letti. Anche questa andò benone; appena il Matto udì ripetere di -bocca in bocca per tutto il dormitorio: “la corda, la corda„ e vide -venti braccia agitarsi per afferrare una corda, subito, senza nemmeno -intendere di che si trattasse, a furia di spintoni allontanò quanti gli -stavano dinanzi e spiccando un salto afferrò la corda lui. Ma quando -l’ebbe in mano non avrebbe saputo che farne se Desiderio non gli avesse -detto che bisognava tenderla da un capo all’altro del dormitorio, sui -letti, per.... perchè mai? per allineare le rimboccature. - -Un risultato simile dopo una prodezza non iscoraggerebbe l’eroismo del -novizio? Desiderio ne ebbe un po’ di timore, ma s’ingannò, perchè il -Coppa, dopo d’aver tesa la corda, parve contentone di poter accomodare -la rimboccatura del proprio letto. - -Gli orfani erano lavati, asciugati, spazzolati; il piccolo tumulto non -poteva più durare, e pure durava ancora per opera di pochi volonterosi, -che si erano imbrattati le dita e correvano un’altra volta al lavatoio, -o non si erano asciugata bene la faccia, o avevano dimenticato di -chiudere le spazzole nel proprio cassettone, mentre i più tranquilli -erano già schierati in fila, dinanzi all’immagine della Madonna, per -udire la preghiera del mattino. - -Il sorvegliante, dominando con l’alta statura quel piccolo drappello, -radunò gli sbandati e fece affrettare i tardivi; poi ad un cenno -s’inginocchiarono tutti insieme. - -Quella mattina toccava a Desiderio leggere la preghiera del mattino, -ma egli l’aveva tutta in mente e non ebbe neppur bisogno di guardare la -scritta. - -Quando egli incominciò con la sua vocetta limpida e dolce: “La notte -è passata, ed io vivo ancora, o Signore, mentre chi sa quanti sono -comparsi questa notte medesima dinanzi a voi per essere giudicati....„ -il Matto che gli si era inginocchiato accanto, lo guardò fisso in -bocca per non perdere una sillaba. Quando Desiderio a nome di tutta -la camerata promise al Signore di approfittare dell’educazione -intellettuale e di prepararsi da buon cittadino ad onorare la patria, -la sua voce tremava un tantino come per una segreta commozione, e -quando disse che “sebbene questa terra non fosse la sua patria eterna, -la vita era un dono col quale poteva prepararsi la corona del cielo„, -egli abbassò la voce e rallentò la lettura quasi pigliasse tempo -per intendere tutto il significato di quelle mistiche parole. Poi la -vocetta di Desiderio squillò un’altra volta nella sala, per assicurare -ai compagni che gli avrebbe amati, cercando d’essere loro di buon -esempio. - -A questo punto una mano strinse di nascosto un lembo del camiciotto -di Desiderio, tanto per stringere qualche cosa; ed era la mano del suo -nuovo amico. - -“Tutto questo vi prometto, o Signore, conchiuse il piccino, voi datemi -la grazia di non mancare. Mandatemi l’angelo vostro, che m’illumini, mi -custodisca, mi governi e mi salvi da tutti i pericoli che incontrerò in -questo giorno„. - -— _Amen_, disse l’assistente, e gli orfanelli balzando in piedi -ripeterono _amen_. Poi s’avviarono deliberatamente al refettorio. - -Uno solo rimaneva ancora in ginocchio, come smemorato, a guardare -Desiderio che riattaccava al chiodo la scritta delle preghiere. Il -sorvegliante si accostò al piccino e gli disse: - -— Non ti ho mai veduto; come ti chiami? - -— Desiderio Coppa il Matto; rispose l’interrogato levandosi in piedi. - -— Perchè il _Matto?_ - -— Non lo so. - -— Bisogna essere savio, piccino mio, savio come questo tuo compagno, -che ha appunto il tuo nome.... Lo prometti? - -Il Coppa gettò un braccio al collo del nuovo amico e dichiarò senza -scomporsi: - -— Allora non bisogna cambiarmi di letto, bisogna dire a quel signore -con la barba che io voglio dormire sempre dove ho dormito stanotte. - -Scesero anch’essi in refettorio a mangiarsi la zuppa di latte caldo; -ma il Coppa non aveva fretta, sebbene avesse un appetito!... Egli -si piantò sul pianerottolo, dopo la prima scala, e trattenne il suo -piccolo amico per dirgli: - -— Dimmi un poco, è la stessa cosa tutte le mattine? - -— Sì, tutte. - -— Ogni mattina tu dici al Signore che ti mandi l’angelo?... - -— Non sono sempre io che leggo, si va per turno; leggerai anche tu. - -— E quest’angelo, insistè il Coppa, fisso nella sua idea, è mai venuto? - -— Io credo di sì.., - -— L’hai visto tu? - -Desiderio avrebbe potuto rispondere che l’aveva veduto tante volte, -guardando dal cortile attraverso i vetri del parlatorio, e che era un -angelo color di rosa, e che veniva accompagnato dalla sua mammina, -a visitare uno dei grandi della prima sessione, e che si chiamava -Speranza; tutto questo avrebbe potuto dire, ma non sapeva ancora se il -Coppa fosse degno di una confidenza simile. - -— Ho capito, disse il piccolo indiscreto leggendo nella faccia del -nuovo amico un po’ di titubanza — me lo dirai più tardi. - -— Sì, più tardi, esclamò Desiderio, lieto in fondo di aver sotto mano -un confidente. - -— Più tardi, ripetè il Matto con accento misterioso, di cui Desiderio -intese con raccapriccio tutto il senso arcano. - -Ancora egli non aveva bevuto il sangue del Coppa, nè il Coppa aveva -bevuto il suo. - - - - -III. - - -Desiderio non aveva dimenticato Giulio, sebbene dopo tanto tempo che -lo conosceva non si sentisse legato a lui da quel misterioso laccio, -che in poche ore gli aveva stretti così bene, il Coppa e lui. L’ingenuo -orfanello se ne faceva quasi un rimprovero, e cercando di scusarsi, -non trovò altro che una piccola bugia da dire al cuore. “Non è vero, si -provò a dire, che questo nuovo venuto che ieri non conoscevo neppure, -mi sia più caro del piccolo Giulio che ha pianto tante volte dinanzi a -me e persino sul mio capezzale.... Non è vero....„ Ma sì, era proprio -vero, e Desiderio comprese allora come le bugie che qualche volta -diciamo al cuore non abbiamo la minima fortuna. - -Dunque Desiderio pensava a Giulio, ma pensava anche alla solenne -cerimonia del sangue, la quale gli metteva un po’ di paura, prima -perchè immaginava che non si potesse far uscire il sangue senza -pungersi in qualche parte del corpo, poi perchè, non avendo mai bevuto -il sangue di nessuno, non sapeva che effetto straordinario avesse a -produrre nella sua amicizia per il Matto. - -Quando il Coppa, dopo la colazione, fu chiamato dal rettore, Desiderio -sentì uno sgomento, pensando che se il suo nuovo amico non sapeva -rispondere alle domande di catechismo e di grammatica, non lo avrebbero -lasciato nella stessa scuola e nella stessa camerata. - -— Che cosa sai tu? gli domandò in fretta. - -— Non so, rispose ingenuamente il Coppa. - -— Chi ci ha creati? insistè Desiderio. - -— La mamma, rispose il Coppa impassibile. - -— No, non bisogna dire così; se il rettore ti domanda chi ci ha creati, -devi dire che è _Dio_; poi il rettore ti domanderà per qual fine Dio ci -ha creati, e tu risponderai: per amarlo ed onorarlo.... - -Il Coppa crollava il capo. - -— Ma se non sai queste cose, ti metteranno in prima, e allora ci -toccherà separarci. - -Fu un gran colpo pel povero Coppa. - -— L’articolo lo sai? E il pronome? E le coniugazioni dei verbi, le -sai?.... Ma che cosa sai? - -— So leggere e scrivere, so far le somme e le sottrazioni. - -Era già qualche cosa. - -— Non sai altro? - -— Aspetta, che mi ricordi, disse il Coppa.... - -— Va, va, gli disse Desiderio, non bisogna far perdere la pazienza al -rettore. E il Coppa s’avviò a capo chino, cercando di radunare le poche -cognizioni dimenticate a bottega. - -Desiderio durante la mezz’ora di ricreazione che precedette la scuola, -vagò come un’anima smarrita nel cortile: si era dimenticato perfino -del piccolo Giulio, e non aveva occhi se non per la porticina, da cui -doveva da un momento all’altro affacciarsi la testa rossa del Coppa. Ah -quanto tardava! - -Finalmente il Coppa fece irruzione nel cortile: coi capelli rossi -tagliati a spazzola e con la gioia che gli balenava negli occhioni -pareva un raggio di sole perduto in quel luogo melanconico. - -— Mi lasciano con te! gridò da lontano, mi lasciano con te, gridò -anche quando fu addosso al suo nuovo amico, e lo scrollava tutto in un -amplesso. - -— Come hai fatto? - -— E stata una cosa facile. Ha voluto sapere chi mi ha creato ed io gli -ho risposto: Dio, per fargli piacere; mi ha fatto fare una somma, mi ha -fatto leggere, mi ha fatto scrivere.... voleva anche che gli dicessi -che cosa è il pronome possessivo, ma io gli ho risposto che una volta -lo sapevo e che se mi lasciava con te, mi sarebbe venuto in mente. -Ci ha pensato un poco. Poi voleva che gli dicessi almeno che cosa è -l’articolo.... E dalli! fra otto giorni saprò ogni cosa. - -— E lui? - -— E lui ci ha pensato un altro poco, mi ha messo la mano sulla testa, -e mi ha detto che andassi pure, che voleva contentarmi. Tu m’insegnerai -quello che non so, e staremo sempre insieme.... che piacere! - -— E Giulio? chiese allora Desiderio. - -— Quale Giulio? quello che dormiva nel mio letto? - -— Sì, quello..... - -— Hanno detto che sta male, molto male. - -Allora venne in mente a Desiderio che per legittimare l’irresistibile -simpatia da cui si sentiva legato al suo omonimo bisognasse far visita -al piccolo Giulio ammalato e fargli conoscere il Coppa. - -— Vieni, disse a quest’ultimo e si avvicinò al vice-rettore, che -attraversava in quel mentre il cortile. - -— Signore, gli disse col berretto in mano, il Coppa ed io, invece -di giocare, vogliamo far visita al piccolo Giulio ammalato; ce lo -permette? - -Non era la prima volta che l’uomo con la barba nera dava indizio di -avere il cuore tenero, ed il Coppa notò il sorriso melanconico con cui -accolse la richiesta. - -— Venite con me, disse il vice-rettore, il quale non era uomo da -abbandonare ad altri lo spettacolo melanconico e sano che offrono -talvolta l’affetto e la sventura uniti insieme. - -I due piccini, tenendosi per mano, con quella trepidanza che danno -anche le azioni generose, risalirono le scale, attraversarono parecchi -stanzoni bigi e melanconici e giunsero all’ingresso della infermeria. -Nel primo stanzino erano due letti, e in uno di essi un piccolo infermo -col corpo abbandonato su due guanciali moveva a fatica alcuni soldatini -di piombo, che non volevano star ritti sulla rimboccatura del lenzuolo. -Non alzò nemmeno la testa al lieve rumore che fecero i due bambini, e -Desiderio tratteneva il respiro, guardando la larva di colui che era -stato per tanto tempo il suo vicino di letto. - -— Giulio! balbettò finalmente. - -L’infermo alzò gli occhi, riconobbe il suo piccolo amico e gli sorrise; -e allora Desiderio corse al capezzale. Il Coppa, rimasto sull’uscio, -era commosso ed agitato da qualche cosa che somigliava alla gelosia, e -si sentiva solo, sebbene avesse alle spalle il vice-rettore. - -— Giulio! disse Desiderio con voce in cui tremava una lagrima repressa, -Giulio, come stai? - -— Sei venuto, ora sto bene, rispose il fanciulle continuando a drizzare -i soldatini caduti, con quella suprema indifferenza di chi si sente -nulla più che un soldatino caduto nell’ampio mondo. - -Desiderio non sapeva che dire, e allora l’ammalato volse il capo verso -di lui, con gran fatica, e mormorò: - -— Hai fatto bene a venire. - -— Povero Giulio! disse Desiderio perchè gli ripugnava discolparsi, io -credeva di trovarti quasi guarito. - -— Presto, disse Giulio, e lasciò ricadere la testa stanca sui -guanciali. Al lieve urto anche i soldatini di piombo si rovesciarono -come persone stanche. - -Dopo un istante di silenzio, che Desiderio occupò accarezzando il -visino patito di Giulio, l’infermo chiese: - -— Chi è questo ragazzo? - -— È il Coppa, rispose Desiderio con titubanza pensando che forse non -conveniva far sapere a Giulio che il suo antico letto era occupato, ma -non sapeva come prevenire il nuovo amico. - -— È un nuovo? domandò Giulio. - -— Sì, è un nuovo; gli ho detto che venivo a vederti ed ha voluto venire -anche lui, perchè abbiamo parlato tanto di te.... - -Desiderio si fece rosso appena ebbe detta questa bugia innocente, che -gli era sembrata necessaria. - -— Perchè sta lì? disse Giulio. - -— Coppa, disse Desiderio, avvicinati. Giulio ti vuol vedere. - -Il Coppa si fece innanzi e domandò bruscamente: - -— Come stai? quando guarisci? - -L’ammalato non rispose; ma fissò un momento gli occhi luccicanti dalla -febbre sulla faccia del Coppa. - -— Hai la mamma tu? e quando seppe che non l’aveva mai avuta (perchè -il Coppa rispose così), egli chiuse gli occhi, mormorando qualche cosa -che i fanciulli non intesero bene. In quel momento si udì la campana, e -Giulio disse: “La scuola!„ - -Allora Desiderio si curvò sul guanciale del piccolo ammalato e lo baciò -in fronte. - -— Ritornerò, disse, guarisci. - -— Guarisci, disse il Coppa. - -Giulio fissava gli occhi nella finestra dirimpetto; giungeva fino a -lui, dal cortile sottostante, un rumore confuso; erano i compagni che -facevano irruzione nella scuola. - -— Mi pare di vederli, disse l’ammalato, mi piacerebbe venire alla -lezione ancora una volta per salutarli tutti. - -Desiderio non rispose, aveva il cuore stretto, ma il Coppa rispose per -lui: li saluteremo noi.... ma tu prometti di guarire. - -— Presto, disse Giulio. - -Quel giorno alla lezione del pomeriggio tutti gli scolari della seconda -elementare poterono leggere, scritte a grossi caratteri, queste parole -che occupavano tutta la lavagna: _Giulio ammalato manda tanti saluti ai -suoi compagni di scuola_. Anche il signor maestro lesse la scritta, e -non ebbe cuore di cancellarla, nemmeno per ispiegare la sottrazione dei -numeri decimali. - - - - -IV. - - -Due giorni dopo il piccolo Giulio era morto, e i suoi compagni -aggiunsero un _de profundis_ alla loro preghiera prima d’andare a -letto. Il Coppa quella notte non potè chiudere occhio; il cadaverino -di Giulio affascinava, da lontano, la sua giovane immaginazione; se il -regolamento non lo avesse vietato, egli sarebbe balzato dal letto nel -cuore della notte per andare ad empirsi l’anima di terrore al capezzale -del morticino. - -Però non versò una lagrima, ingegnandosi di consolare sottovoce il suo -piccolo amico, il quale aveva soffocato i singhiozzi sul guanciale, -finchè il sonno lo aveva preso a tradimento. - -Quando il giorno successivo tutti gli orfani della seconda elementare -furono chiamati ad assistere all’uffizio mortuario nella cappella, -e si avviarono a due a due dietro la piccola bara, dall’ospizio al -camposanto, Desiderio ricominciò a piangere e il Coppa ripigliò a -consolarlo. E quando Giulio fu calato nella fossa e i suoi compagni -cominciarono a buttare le manate di terra sulla bara sonora, il Coppa, -che avea guardato ogni cosa attentamente, tirò in disparte Desiderio e -gli disse: non era un ragazzo coraggioso, è meglio che sia andato con -sua madre, non avrebbe mai fatto fortuna. - -— Sì, è forse meglio, disse Desiderio, asciugandosi la faccia lagrimosa. - -Per tutta la via, finchè furono tornati all’ospizio, i due fanciulli -non dissero nulla, ma durante l’insolita ricreazione, che gli aspettava -appena arrivati, invece della scuola, il Coppa prese Desiderio in -disparte e gli disse: ora che Giulio è morto il tuo amico son io, non è -vero? - -Desiderio accennò di sì, ma non era punto rassicurato da quel -preambolo, che annunziava pur troppo una cerimonia temuta. - -— Dobbiamo bere il nostro sangue, assicurò il Matto, è necessario. Non -aver paura, è una cosa da nulla, beverai tu prima il mio, sta a vedere -come si fa.... - -Così dicendo cacciò la punta d’un ago nel polpastrello dell’indice -e ne fece spicciare alcune goccie di sangue, ma Desiderio si rifiutò -ostinatamente di fare altrettanto. - -— Non ci è bisogno del sangue, disse, per essere amici; non l’abbiamo -noi giurato? - -Quella debolezza non fece un grand’onore a Desiderio nel concetto del -Coppa, ma egli fu generoso, e perdonò. Solo disse con severità: - -— Se è vero che mi sei amico non devi avere segreti con me; dimmi tutto -quello che pensi, tanto vedi, io ti ho già capito: tu sei innamorato. - -Terribile omino il Coppa, egli aveva messo il dito proprio in mezzo -al cuore del suo piccolo amico, a cui fu impossibile negare una verità -che cavava gli occhi alla gente. Non perciò Desiderio fu sconfortato, -tutt’altro; egli aveva, come tutti gli innamorati, un gran bisogno -di confidare il gran segreto ad uno che lo sapesse intendere, tanto -più che tra la sua innamorata e lui non ci era stato se non scambio -d’occhiate, le quali dicono fino a un certo punto, ma si sa.... - -— Si sa, approvò il Coppa; però qualche volta si dice anche meno con la -bocca... io stesso vedi... - -— Tu? - -Sì, proprio lui, si era già innamorato due volte, e non era mai stato -capace di dichiarare la sua fiamma. — Ma si era mai trovato da solo a -solo coll’innamorata? — Sicuramente, quando era a bottega e per ragioni -di professione andava nelle case dei signori, una volta aveva visto -una donna. — Una donna? — Già una donna, tanto bella, tanto bella.... -bella come.... non sapeva come, non c’era nessuna altra donna bella -a quel modo, la chiamavano donna Lucia, era maritata ad una specie di -colonnello.... un pezzo di diavolaccio alto così, ma non era stato per -paura del marito, non sapeva neppur lui perchè era stato; non le aveva -mai parlato. Desiderio rimaneva a bocca aperta, ascoltando la storia di -questo amore straordinario. - -— E l’altra volta? chiese. - -— L’altra volta ho parlato, rispose, perchè era dipinta.... Però, si -affrettò a dire per parare la beffa, mi guardava sempre, io girava di -qua e di là ed essa mi accompagnava con gli occhi sin sull’uscio; mi -pareva perfino che movesse la testa, ma non n’ero sicuro.... - -— Dove hai veduto quella donna dipinta? chiese Desiderio. - -— Nell’anticamera d’una casa di signori. - -— Oh! quanto mi piacerebbe saper dipingere una donna così bella. - -— Tu la dipingerai, ed io quando sarò ricco te la pagherò bene e la -metterò nel mio palazzo.... - -Accomodate così le cose, non rimaneva alcun pretesto di ritardare la -confidenza, e Desiderio cominciò titubando: - -— La mia innamorata ha solo otto anni, non l’ho vista se non in -parlatorio attraverso i vetri della finestra, ha già capito che io le -voglio bene e mi ha fatto intendere che anche essa me ne vuole. Io non -so quando le potrò parlare; essa viene con una donna a visitare uno dei -grandi, ed io in parlatorio non posso mai andare, perchè a vedermi non -viene mai nessuno. - -Diceva queste parole senza falso sentimentalismo, ma con la melanconia -di chi vede un ostacolo al proprio sentimento e non sa ancora in che -modo superarlo. - -— Come si chiama? domandò il Coppa. - -— Si chiama Speranza. - -— Senti, tu me la farai vedere domenica, attraverso i vetri ed io le -parlerò per te; mi dirai che cosa le dovrò dire; non aver paura che -te la rubi; prima di tutto a me non piacciono le bambine, e poi siamo -amici. - -— E tu le parlerai? - -— Sicuro che le parlerò. Mia zia viene qualche volta a trovarmi, io le -dirò che non posso stare senza vederla tutte le domeniche.... - -Sonò la campana; — la ricreazione era finita. — Ragazzi a scuola! - - -Era stato concesso al Coppa di provare le proprie forze nella seconda -elementare, sebbene la sua dottrina messa per tanto tempo al contatto -delle ciabatte più logore di Porta Garibaldi avesse perduto tutta -la freschezza e in più luoghi abbisognasse di toppe. Ma egli aveva -promesso al signor maestro di far sue prima di un mese tutte quelle -suppellettili scientifiche che fanno l’ornamento dell’ingegno in -seconda elementare, e si poteva star sicuri che non avrebbe mancato di -parola. - -Aveva una memoria pronta e tenace, e fu per lui un gioco il colmare -le lacune grammaticali ed aritmetiche che lo separavano dai colleghi. -Quando ebbe assicurato per tutto l’anno il proprio posto, a scuola -e nella camerata, accanto al suo nuovo amico, si tenne contento. -Il maestro gli diceva che continuando così (cioè ad ornarsi delle -suppellettili scientifiche) poteva essere uno dei primi della -scuola, ma egli non continuò così, aveva ben altro per la testa -che le suppellettili del signor maestro. Viveva già in un suo mondo -fantastico, oltre le mura di quell’ospizio che gli aveva tutta l’aria -di una prigione; aveva aspirazioni ignote all’infanzia, desiderii -strani e curiosità a cui nessuno dei libri di scuola sapeva rispondere. - -— Perchè tu non sei nato ricco? domandò un giorno al suo compagno. - -— E tu? rispose Desiderio ridendo. - -Il Coppa non rise. - -— Perchè vi è della gente che nasce ricca, e dell’altra che ha sempre -appetito? Lo sai tu? - -Desiderio non sapeva; forse il signor maestra lo sapeva, ma non glielo -avrebbe voluto dire. - -— Ci è però della gente che nasce povera e poi si fa ricca.... osservò -il Coppa. - -— Lavorando, disse Desiderio, senza pensarvi troppo. - -— Già lavorando, brontolò il Coppa; ma non a fare il ciabattino; vorrei -avere tante lire quante toppe ha messo il babbo finchè ne è morto. -Eppure ci è della gente che non metterebbe una toppa nemmeno per due -lire, nemmeno per quattro. Farò così anch’io quando sarò ricco. E tu? - -Desiderio non spingeva ancora l’occhio fino a quel tempo remoto; -l’unico avvenire che lo tentava era lontano due anni; quando egli fosse -nella sezione dei grandi, e potesse imparare il disegno, non vorrebbe -più nulla. - -— Ti pare, disse il Coppa; ma quando ci sarai, vorrai dell’altro; io -invece no.... - -Egli furbo voleva addirittura una bella carrozza, con due cavalli, -e due servitori incipriati; però non aveva ancora deciso se dovesse -bastargli un milione, o se ci volesse un miliardo; ci penserebbe poi. - -Intanto giunse la domenica. - -— Mi viene un’idea, aveva detto il Coppa al compagno; scrivi alla -tua innamorata ed io le consegnerò la lettera, le dirò che sei tu che -gliela mandi. - -— Essa non sa il mio nome.... - -— Non importa; tu ti metterai dietro i vetri, io farò un segno verso di -te, ed essa comprenderà subito.... le ragazze sono furbe. - -— E se qualcuno se ne accorge.... - -— Lascia fare a me.... tu scrivi.... - -Ed allora Desiderio non aveva saputo resistere alla tentazione ed aveva -scritto: - - “_Speranza mia_, - - “Io sono quello che ti guarda sempre dai vetri del parlatorio, e - che ti vuole tanto bene. Io non posso andare in parlatorio perchè - nessuno viene a vedermi; non ho più la mamma, non ho più parenti; - ma se tu non mi abbandoni non sarò mai solo. Ho saputo il tuo nome - un giorno che tua madre venne senza di te; tuo fratello, appena - entrato, domandò: E _Speranza?_ Non udii altro perchè la porta si - chiuse, ma tua madre gli rispose di sicuro che eri un po’ malata. - Io vidi dalla faccia che soffriva parlando. Ho sofferto molto tutta - quella settimana, era come se mi fossi perduto in mezzo alla gente; - non lo so esprimere bene, ma era una cosa così. La domenica dopo, - vedendoti, mi sembrò di ritrovare la mia strada. Dunque, Speranza - mia, non mi lasciare; promettimi di esser mia per tutta la vita. Mi - pare che con te al fianco, io non mi perderò in mezzo alla gente. - Mi chiamo Desiderio, ho già dieci anni compiti, e ti voglio tanto - bene.„ - -Il Coppa lesse questa lettera con molto raccoglimento, e si degnò -di lodarne la struttura. “Non vi sono errori di grammatica, disse, -va benissimo.„ Ma era chiaro che diceva così per non scoraggiare -un principiante; le lettere che egli aveva scritto alla moglie del -colonnello erano ben altro; non certamente calligrafiche, e forse -nemmeno in pace con la grammatica, ma calde; parlavano meglio il -linguaggio che bisogna usare colle innamorate.... Se quella donna -superba le avesse lette.... — Perchè vedi, spiegò il Coppa, alle donne -piace sentirsi dire: “Mia bella, mio tesoro, anima mia,„ e poi bisogna -sempre promettere qualche cosa alle donne... Vediamo se tu promettessi -alla tua Speranza di coprirla di pietre preziose.... no? non vuoi? sarà -per un’altra volta — del resto la tua lettera va benissimo. - -— La mia Speranza è modesta, rispose il fanciullo, guardando attraverso -i vetri del parlatorio; e d’improvviso esclamò: - -— Eccola!... Guardala, soggiunse mostrando al suo compagno la faccia -illuminata dalla gioia, guardala.... - -— È quella biondina cogli occhi azzurri? chiese il Coppa accostando -l’occhio alle commessure dei vetri smerigliati, quella che ha i capelli -sciolti.... quella che.... - -Era proprio quella, e Desiderio non gli poteva rispondere. - -Bisognò tirarsi da parte per non farsi scorgere troppo, essendo -l’affacciarsi ai vetri del parlatorio una delle tante cose proibite dal -regolamento. - -Un momento dopo si venne all’uscio a gridare il nome del Coppa. - -— Presente, rispose il piccino mettendosi alle spalle del sorvegliante -che si affacciava a cercarlo con gli occhi. Dammi la lettera, mormorò -all’orecchio di Desiderio, sta vicino ai vetri e vedrai.... - -La raccomandazione era soverchia; il suo nuovo amico non era ancora -scomparso quando Desiderio appiccicava la faccia ai vetri a rischio di -guastarsi col regolamento. - -Il Coppa, appena entrato nel parlatorio cominciò ad essere imbarazzato -della parte difficile che si era preso senza riflettervi molto. Sua -zia lo trovò distratto più del solito e glielo disse, ed egli rispose -distrattamente che era verissimo. Un’idea lo tentava. Quando la -faccia di Desiderio appariva dietro i vetri smerigliati col nasino -schiacciato, il Coppa sentiva venuto il momento di precipitarsi verso -la piccola Speranza, fingendo di raccogliere qualche cosa che le fosse -caduto per metterle in mano il bigliettino. Ma se non capisse? Intanto -pensava: “È bella questa biondina, troppo piccola e troppo insipida per -un uomo come me, ma è proprio bella. In tutto il parlatorio non ce n’è -nemmeno una da metterle a confronto.„ - -Egli volle assicurarsi meglio se non ce ne fosse almeno una e fece -delle risposte così strambe alla zia, che per poco non la mise in -collera. - -— Che cos’hai questa mattina? gli disse. - -— Non ci badare, rispose il fanciullo serio serio; sono tanto contento -che tu sia venuta a vedermi; promettimi di non mancare mai.... - -— E allora dimmi qualche cosa.... - -— Non ho nulla da dirti; mi piace vedere la gente ed esserti vicino.... - -La povera donna pensò che non per nulla suo nipote si chiamava il -Matto; sedette sopra una panca e si contentò di tenere nelle proprie -una mano del piccino, lasciando che tutto il resto, anima e corpo, -fosse da un’altra parte. - -No, in tutto il parlatorio non v’era alcuna donna che potesse -paragonarsi a Speranza. Era pur fortunato Desiderio! Oh! sta a vedere -che egli invidiava la sorte del suo disgraziato amico, costretto per -vedere la sua bella di mostrarle il naso schiacciato e perduto nella -nebbia. - -Non lo invidiava, ma veniva cercando intorno a sè qualche donna di -cui innamorarsi. Non ce n’era proprio! Erano tutte troppo vecchie, o -troppo brutte. “Il biglietto, il biglietto!„ sembrò dire il nasino di -Desiderio picchiando contro il vetro e il Coppa senti la necessità di -essere un eroe. Egli si sprigionò dalla stretta della zia, si cacciò -attraverso la folla dei visitatori e passando rasente a Speranza le -prese coraggiosamente una mano e v’introdusse il biglietto. - -“È di lui,„ disse senza arrestarsi; il nasino di Desiderio in quel -momento scomparve. - -La fanciulla si era fatta rossa fossa, ma aveva capito benissimo; -passato il primo sgomento, mandò in giro un’occhiata per accertarsi che -nessuno le aveva gli occhi addosso, poi guardò coraggiosamente il Coppa -e gli sorrise per ringraziarlo. - -Dio! quanto era bella! sorridendo, lasciava vedere i dentini tersi e -lucenti; gli occhioni azzurri, guardando, sembravano andare incontro -alla gente. - -Il Coppa fece queste osservazioni, mentre la zia, tiratolo un’altra -volta a sè, gli veniva aggiustando le pieghe del camiciotto perchè non -gli facesse smorfie sulla persona. Era la cerimonia dell’addio; quella -buona donna, che veniva in parlatorio per semplice carità cristiana, -non immaginava di aver fatto il proprio dovere di zia amorosa e di -potersene andare tranquillamente a casa, e più tardi in paradiso, se -non avesse accomodato il camiciotto del suo ragazzo. - -— Me ne vado, disse la zia. - -— Così presto? domandò il Coppa, occupato a studiare l’innamorata del -suo amico per farsene un’idea chiara. - -— Mi aspettano a casa. - -In quel momento appunto, la piccola Speranza fu presa per mano dalla -mamma e fece atto di avviarsi. - -— Va pure, disse allora il Coppa, ma non mancare domenica. - -Speranza parve cercare sul vetro della finestra un nasino schiacciato -che da un poco non si mostrava, poi diede ancora uno sguardo di -gratitudine al Coppa, il quale pensò: “pare una donnina!„ e lo andò a -dire a Desiderio. - -— La tua Speranza pare una donnina, ed è proprio bella; se non fosse la -tua innamorata, la piglierei per me. - -Perchè aveva egli detto queste parole? Perchè le aveva pensate prima -e perchè era schietto. Non aveva forse fatto bene a dirle? Certo che -sì; eppure quando le ebbe dette come per levarsele dal capo, si trovò -occupato a ripeterle mentalmente; allora gli parve di far male. - -Quella notte il Matto sognò che era matto davvero, che aveva rubato -l’innamorata al suo amico migliore, dopo d’averlo trafitto con un -temperino per bevente il sangue. - -Si svegliò piangendo, e anche quando si fu ben bene assicurato che -Desiderio russava e ch’egli era innocente, non potè più chiudere -occhio. Pensava ai casi suoi, scendeva in fondo alla propria coscienza -a ricercare le magagne con una crudeltà fanciullesca. Intravvide, e -ne fu atterrito, quella specie di ossessione che esercita un pensiero -cattivo quando si è formato interamente; ma nella sua ingenuità ne -attribuì a sè solo la virtù maligna. - -Sbagliando ancora, egli si provò a ripetere a bassa voce che se -quella Speranza non fosse stata dell’amico gli sarebbe piaciuto farla -sua; ma ancora non sentì che lo stratagemma avesse allontanato da -lui l’immagine della fanciulla, come egli aveva voluto fare in buona -coscienza. Nessuno era al suo fianco per dirgli che le idee malsane -bisogna combatterle in embrione, negarle risolutamente mentre si stanno -formando nel cervello, perchè a cacciarnele dopo non basta battere il -capo nella parete. - -Dopo una lunga smania il fanciullo ricadde sfinito in braccio al sonno, -e non si svegliò se non al suono della campana. - -Due idee gli erano entrate in capo mentre dormiva, e appena desto le -vide e le manifestò all’amico. Prima idea: Desiderio doveva andare in -parlatorio con lui, perciò basterebbe dire alla zia che lo chiamasse; -seconda idea: assolutamente bisognava trovare un’innamorata anche al -Coppa. - - - - -V. - - -Il Coppa fece anche di più per tornare in pace con sè medesimo; la -domenica successiva trovò modo di avvicinarsi alla piccola Speranza -e di parlarle dell’amico suo con un linguaggio d’innamorato. Nessuno, -in quell’ampio parlatorio, badava ai due piccini, che si erano messi -sopra una panca a discorrere. Mentre la zia dell’uno era intenta a far -la calza e a dire il rosario, e la mamma dell’altro non aveva occhi se -non per il suo figliuolo, un bel pezzo di ragazzo tredicenne, il Coppa -diceva a Speranza: - -— Tu non hai visto ancora Desiderio?... - -— Sì, l’ho visto.... rispondeva Speranza senza falsa modestia. - -— Come hai fatto? - -— L’ho visto tante volte; quando fa troppa caldo, aprono la finestra e -allora si può vedere in cortile. - -— Ti piace? domandò il Coppa. - -Nemmeno questa domanda brutale scoraggiò la fanciulla, la quale alzò, -gli occhi per far rientrare il suo interlocutore nei confini della -discrezione. - -Il Coppa si affrettò a soggiungere: - -— Se tu sapessi quanto è buono, gli vorresti anche più bene. Ha poi un -talento.... ha poi un cuore.... ha poi una memoria.... - -Che cosa non aveva quel giorno il povero Desiderio? Aveva ogni ben di -Dio, salvo uno: la ricchezza; ma a questa penserebbe lui, proprio lui, -perchè non vi era dubbio che un giorno, lui, proprio lui, il Coppa, -diventerebbe milionario.... e allora? - -Non finirono qui le confidenze che il fanciullo fece all’innamorata -dell’amico; senza avvedersene, come qualche volta accade, per parlare -di Desiderio era costretto a dire delle proprie aspirazioni, dei -proprii sogni, dei proprii disegni d’avvenire; ma quando si accorgeva -d’aver perduto il filo, lo ripigliava bruscamente dimostrando in modo -repentino una nuova virtù dell’amico. - -Così la piccola Speranza seppe del giuramento che legava i due -Desiderii per la vita e per la morte, della cerimonia del sangue e -perfino del piccolo Giulio, che era morto per tornare con la mamma. - -Allo spirare dell’ora del parlatorio, il Coppa, che aveva già preparato -ogni cosa con la zia, disse alla fanciulla che la domenica successiva -avrebbe visto e parlato a Desiderio.... - -Speranza non osava domandar come, ma interrogava con gli occhi, e -questi occhi erano così grandi e venivano così bene incontro alla -gente quando interrogavano a quel modo, che il fanciullo fu costretto -a guardare di qua e di là, per cercare un’innamorata. Ahi! in tutte -quelle donne giovani o vecchie, che distribuivano baci agli orfanelli, -non ve n’era una, il cui bacio potesse valere più dei baci appaiati che -gli dava la zia nell’andarsene, e nemmeno più d’un bacio spaiato. - -E forse il Coppa cominciava a pensare che avrebbe baciato volontieri -l’innamorata del suo grande amico, senza metterci malizia. - -Ma un altro amplesso lo distrasse, e gli troncò a mezzo il pensiero — -era la zia che aveva intascata la calza e gli piombava addosso col suo -paio di baci regolamentari. - -La piccola Speranza già perduta in mezzo alla folla si voltava verso i -vetri della finestra, dove si vedeva ancora la traccia di due labbra, -la punta schiacciata d’un nasino e qualche altra parte di una faccetta, -i cui contorni si smarrivano come nella nebbia. - -Il Coppa raggiunse l’amico nel cortile e gli annunziò la lieta novella. - -— Acconsente. - -— Davvero? - -— Sì, domenica ti farà chiamare, e tu parlerai alla tua Speranza; -e sarà così tutte le domeniche; non avrai più bisogno di stare -dietro i vetri; se tu vedessi come sei brutto, quando hai il naso -schiacciato!... - -Dunque, in grazia dell’amico suo, Desiderio potè un giorno andare in -parlatorio. Mettendo il piede in quello stanzone, che non riceveva luce -se non dalla finestra coi vetri smerigliati, udendo un bisbiglio di -voci carezzevoli in ogni crocchio, il piccino si trovò come smarrito, -e credette di sentire per la prima volta tutta la miseria di chi non -ha altra famiglia che l’ospizio. Ma avvezzandosi a quella scarsa luce, -egli vide in fondo alla stanza due occhi pieni di consolazione, i cari -occhioni della sua Speranza; e fu necessario che il Coppa gli desse uno -spintone amichevole per impedirgli di precipitarsi da quella parte e -mandarlo prima di tutto dalla zia. - -— Come sta? chiese il fanciullo timidamente. - -— Sta benone, rispose il Coppa per sua zia; e rivolgendosi alla buona -donna, che era occupata ad estrarre da una tasca profonda qualche cosa -che pareva una mela, ma non poteva essere se non il gomitolo della -calza, proseguì: questo qua è il mio amico di cui ti ho parlato; egli -non è mai venuto in parlatorio, e si immaginava che fosse una specie di -teatro.... Ma noi ci divertiremo lo stesso, concluse. - -La zia del Coppa si credette in obbligo di promettere il paradiso -all’amico di suo nipote, se fosse savio, rispettoso, e non tralasciasse -di fare le devozioni ogni giorno; quando ebbe assestato questo -conticino con la propria coscienza, si cacciò un ferro da calzetta -nel costato destro come se volesse per la via del martirio arrivare in -paradiso più presto — e cominciò a contare tranquillamente le maglie. - -Allora i due ragazzi la lasciarono, e facendo gli sbadati con un’arte -sopraffina, vennero entrambi dinanzi alla panca della fanciulla. -Speranza e Desiderio si fecero rossi rossi, perchè erano troppo -felici, e il Coppa, che aveva lavorato tanto a quella felicità, se ne -sentì respinto, e voltò le spalle con falsa disinvoltura. Egli andò a -mettersi in un canto, senza sapere nemmanco lui perchè e lasciò venire -a sè tutti i pensieri amari. - -Quella donna che faceva la calzetta e diceva le orazioni, senza voltare -nemmeno gli occhi a cercare di lui, era dunque la sola persona al mondo -incaricata d’amarlo in terra e di insegnargli la via del paradiso! - -Dacchè egli era al mondo, aveva voluto bene soltanto a suo padre, -un buon uomo, che lavorava troppo, digiunava troppo, e lo picchiava -troppo; alla moglie d’un colonnello che non si era nemmeno accorta -di lui, a una donna dipinta ed ora a Desiderio. Avrebbe amato ancora -volontieri qualcuno o qualcuna perchè tutto l’affetto che non aveva -potuto spendere gli faceva nodo nel cuore. Gli pareva di doversi -precipitare verso i due smemorati, i quali non badavano più a lui, e -dire... che cosa? che voleva essere il servo del loro amore, e che gli -ordinassero subito di fare qualche grossa pazzia, e poi lo pizzicassero -a sangue, o accarezzassero la sua testa matta. - -Eccoli là, soli, poveri, dimenticati; e lui del pari, ma più solo e -più dimenticato, s’immaginava di proteggerli con lo sguardo e aveva un -sentimento di tenerezza quasi materna nel ripetere a sè stesso che egli -voleva essere qualche cosa per la loro felicità. - -Subito dopo si adirava della loro indifferenza per lui; voleva -tenere il broncio a Desiderio, e intanto si provava a non degnare -nemmeno d’una occhiata quella biondina — ma quando il suo sguardo -aveva ramingato un poco nello stanzone nero, ritornava ai due piccoli -innamorati. Seduti l’uno vicino all’altro sopra una panca, protetti -dalla loro età, essi potevano discorrere come vecchi amici senza -che nessuno desse loro noia. Avevano l’aria di dirsi le cose più -indifferenti, e perfino la madre di Speranza, che si voltava ogni tanto -a ricercare la sua figliuola, non entrava in sospetto di nulla. - -Quel giorno l’ora del parlatorio parve lunga al povero Coppa, sebbene -avesse sentito una compiacenza malsana nello scoprire che egli era -grandemente infelice. - -Violando per la prima volta un giuramento fatto per la vita e per la -morte, il Coppa non disse nulla al suo grande amico; e per tutto il -resto di quel giorno sentì crescere la propria infelicità, nella lotta -tra il bisogno di confidarsi e un nuovo sentimento, come di vendetta, -che gli consigliava di serbare tutto il dolore per sè solo. Anche la -notte, quando fu entrato nel suo letto, egli ebbe la forza di augurare -buon riposo a Desiderio e di soggiungere che aveva un gran sonno per -troncare in bocca all’amico le espansioni della felicità, e per essere -lasciato solo con il suo dolore sconosciuto. - -Per solito essi aspettavano che il sonno fosse sceso sui letticciuoli -più vicini per incominciare poi sottovoce una conversazione, che aveva -il sapore del frutto proibito. - -Peccato che il Coppa avesse tanto sonno, mentre Desiderio non poteva -chiuder occhio! Purè il Coppa non russava ancora, e Desiderio si provò -a tentarlo chiedendo con un filo di voce: - -— Dormi? - -Il Coppa aveva gli occhi aperti, non rispose. - -Era una cattiveria, e pure ci trovava gusto. - -— Dormi? ripetè il piccino. - -Sì, era una crudeltà, il non rispondere, ma gli piaceva che tutte le -voci della propria coscienza gridassero insieme: cattivo, cattivo, -cattivo! - -Quando Desiderio tacque e si voltò sull’altro fianco invocando un sonno -che gli ripresentasse le vaghe immagini della veglia, il povero Coppa -sentì tutta la propria miseria, e pianse, senza sapere perchè. - -Quel pianto gli fece bene; gli sembrò di vedere attraverso le lagrime -il cadaverino del piccolo Giulio di cui occupava il letto, e s’immaginò -d’essere morente anch’egli e di avere al capezzale Desiderio e la sua -piccola innamorata, e dir loro prima di chiudere gli occhi per sempre: -“siate felici!„ E lo disse veramente “siate felici!„ perchè Desiderio, -il quale non dormiva ancora e da un poco s’era accorto che l’amico suo -faceva uno strano sogno, si voltò di botto e disse: Coppa? che cosa -hai? - -— Ho fatto un cattivo sogno, rispose il fanciullo lottando con le -ultime riluttanze. Ma subito soggiunse tutta la verità, o almeno quella -che a lui pareva tutta la verità, cioè che quel giorno si era sentito -solo, e che gli sembrava di essere stato infelicissimo. - -Desiderio non capì gran che, e pure con la massima sincerità disse che -anche lui, qualche volta, provava qualche cosa di simile... ma che poi -passava... “Bisogna dormire, consigliò, e domandare al cielo un bel -sogno...„ - -— Hai provato a ripetere la preghiera? - -Il Coppa non aveva provato, non avrebbe nemmeno potuto provare perchè -non la sapeva. - -— Io la so tutta, disse Desiderio; qualche volta quando non posso -dormire la ripeto mentalmente, e sento che mi fa bene. Mi sembra -perfino che dicendola sottovoce sia ancora più bella... Senti. - -E con un bisbiglio che pareva una carezza, cominciò: - -“Ancora un giorno è passato, o Signore, ed eccomi alla vostra -presenza..... - -“O Signore, che godete più del nome di padre che di quello di giudice, -non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra -misericordia.„ - -Egli tacque, aspettando che il Coppa dicesse qualche cosa, e in quel -breve intervallo fu pigliato dal sonno. - -Il Coppa, rimasto un’altra volta solo, ripetè più volte prima di -addormentarsi: “non mi trattate come ho meritato, ma secondo la -grandezza della vostra misericordia.„ - -Poi dormì e sognò d’essere trattato male. - - - - -VI. - - -Da quel giorno incominciò per il Coppa la peggiore di tutte le -torture mortali, quella di chi serba il cuore retto quando i sensi -sono turbati. Che cosa fece il povero fanciullo in questa orrenda -congiuntura? - -Alle prime interrogazioni della coscienza, cercò di rispondere una -bugia, ma stretto dalle domande ingegnose e crudeli, si diede vinto, -confessò tutto: egli voleva un’innamorata, che fosse come quella del -suo grande amico, così bella, così serena, così buona, così bionda, -egli voleva Speranza, egli amava Speranza, la piccola Speranza d’un -amico legato a lui per la vita e per la morte. - -E si diceva indegno dell’amicizia, dell’amore, di tutte le cose belle -che adornano il creato, e del sole che ce le fa vedere. Questo fece il -povero fanciullo, ma che cosa avrebbe fatto di meglio un uomo? - -Quell’idea entrata nel suo cervello, l’occupava tutto, tormentandolo ad -ogni ora del giorno e della notte; egli si provò a cacciarla in mille -modi, studiando molto la lezione, e non studiandola affatto per essere -messo in castigo, evitando di parlare di Speranza coll’amico suo, e -parlandone invece fino a stancare lo stesso amore tanto per vedere da -vicino l’immagine di quella felicità su cui il suo demonio lo spingeva -a stendere una mano ladra. Questo fece, e inutilmente, il povero -fanciullo; l’uomo non avrebbe fatto altrimenti. - -Desiderio intanto era così ingenuo, o così felice, che non si accorgeva -di nulla; nelle parole e nei silenzii del Coppa egli non vedeva se non -nuovi aspetti di quel temperamento bizzarro a cui avevano messo nome il -_Matto_. - -La loro amicizia del resto non ci pativa; il Coppa aveva anzi per -Desiderio una specie di tenerezza che somigliava alla pietà; si -umiliava volentieri al suo cospetto, qualche volta avrebbe voluto -farsi picchiare da lui.... o da lei. Dà lei! Oh, essere picchiato da -Speranza, che dolcezza infinita! - -Bizzarra cosa: in quella lotta per nascondere il proprio sentimento e -per vincerlo, il Coppa era contrastato senza avvedersene dalla propria -vanità; egli non dubitava mai di nulla, si sa bene, non immaginava -neppure che Speranza, invitata a scegliere tra l’amico e lui, non -avesse a buttargli nelle braccia; anzi perciò solo aveva una gran -compassione di entrambi, perchè si credeva d’aver in pugno la loro -felicità. Egli non dubitava nemmeno delle proprie forze; anche quando -abbandonava la testa stanca sul guanciale, persisteva in lui una falsa -coscienza che, pur di volere sul serio, egli potrebbe da un momento -all’altro strapparsi di dosso la strana malìa. - -Questa falsa convinzione che egli avrebbe voluto smentire, per trovarsi -meglio con la coscienza, ma che l’amor proprio avvalorava di nascosto, -gli fece del male; a poco a poco, senza avvedersi, egli cominciò -davvero a lottare per stancarsi e per soffrire, ma non più per vincere. - -La domenica, all’ora del parlatorio, vi andava tirandosi dietro -l’amico, e studiandosi di fare un ingresso decoroso. - -Perciò dopo aver salutato con un cenno del capo dal basso in alto la -piccola Speranza, le voltava le spalle addirittura, perchè essa non -gli potesse leggere nel cuore, e innamorarsi lei, povera creatura, e -guastare il sacrifizio che egli voleva fare ad ogni costo. - -Ma quando aveva arrestato un momentino la zia nella strada del -paradiso, e chiestole come aveva passata l’ultima settimana in questa -terra, quando aveva udito contare le maglie della calzetta eterna, il -disgraziato Coppa era spinto da una mano invisibile al cospetto dei -due innamorati, per vedere da vicino che sorta di balocco essi andavano -facendo della sua felicità distrutta. - -E quella vista era così dolorosa, che egli avrebbe voluto spirare ai -loro piedi, per colpire di sgomento la loro spensieratezza. - -Poi si pentiva, e tornava al suo cantuccio, a girare sguardi inquieti -per l’ampio stanzone, cercando inutilmente un sorriso sopra una faccia -giovine e bella. - -Quello strazio durava da qualche tempo, e Desiderio non si accorgeva -di nulla. Un giorno alla passeggiata, il Coppa, che era stato sempre -silenzioso ed inquieto, vide passare entro una carrozza, tirata da due -cavalli bianchi, una bellissima giovinetta. - -— Guarda, disse a Desiderio, guarda in quella carrozza.... guarda.... -ah! non sei più in tempo, è passata. - -— Chi? - -— La mia Speranza. - -Allora Desiderio lo guardò in faccia, perchè non capiva, il Coppa si -credette scoperto e si fece rosso. - -— È passata, disse celiando a stento, ma la raggiungerò; i suoi cavalli -bianchi corrono molto, ma anche i miei correranno molto. - -— Non ti capisco, confessò l’amico umilmente. - -— Eppure non è difficile, disse il Coppa con calma, volevo anch’io -un’innamorata, ed ora ce l’ho; è passata in questo momento; era bella, -era bionda; la chiamerò Speranza, come la tua. - -— Matto! disse Desiderio. - -— Sì, matto, disse il Coppa. - -Tacque; ma dopo un centinaio di passi, impacciato dal proprio silenzio, -tanto per dire qualche cosa, fece una strana proposta all’amico: - -— Ti piacerebbe andarcene pel mondo, noi due, a cercar la fortuna? Si -fuggirebbe dall’ospizio insieme, e si andrebbe fuori di porta, sempre -diritti, fino a Parigi o fino a Londra? Ti piacerebbe? - -— A me no, rispose schiettamente Desiderio. - -— A me invece, tanto. Si andrebbe laggiù a cercar la fortuna; al -ritorno tu sposeresti la tua Speranza, io.... andrei a trovare quella -ragazza, che è passata or ora, e le direi: mia cara, tu devi sapere -che io t’ho vista un giorno nel viale dei giardini pubblici, allora ero -orfano e povero, oggi sono.... - -— Oggi sei più matto del solito, interruppe Desiderio. - - - - -VII. - - -La stramba idea che, sorgendo a un tratto sul lastrico di Milano, -aveva lusingato il Coppa con la sua monelleria, non lo lasciò più. -Egli era così fatto, il povero orfanello, che l’insolito lo seduceva, -e il pericoloso lo attirava. La notte, nel silenzio del dormitorio, -quando egli cercando di dormire, poteva credere in buona fede di -non ricordarle più, qualcuno gli venne presentando ad una ad una le -sue medesime parole: “ti piacerebbe andare per il mondo a cercar la -fortuna?„ - -Aprì gli occhi, e alla scarsa luce della lampada notturna, il camerone -gli parve più nero; stette in ascolto, e gli sembrò che tutti i suoi -compagni si lamentassero nel sonno, tranne uno, che era felice anche -dormendo, Desiderio. - -Sì, fuggire domani stesso, questa notte medesima, subito, che bella -impresa! Bella, ma difficile. - -Allora si finse prigioniero coll’immaginazione, e si provò ad -architettare la sua fuga. Prima di tutto egli aspetterebbe ancora -un’ora per assicurarsi che tutti dormissero, poi si vestirebbe di -nascosto, farebbe un fardelletto delle sue robe... Di tutte? No, -bisognava lasciare all’ospizio ogni cosa che l’ospizio gli aveva dato; -salvo un paio di grosse scarpe, dovendo camminar molto; il difficile -nell’uscire dal dormitorio, sarebbe l’aprir l’uscio così piano che -non facesse rumore. Giunto sulle scale, scenderebbe tentoni fino al -gran cortile. E poi? Come arrampicarsi fino al ciglio del muro? Non -vi erano scale a piuoli ed egli non si sentiva capace di tirarsi su -puntellandosi con le mani e coi piedi nell’angolo dei due muri, come -aveva visto fare ad altri. Bisognava rinunziare alla scalata e trovare -un’altra uscita più volgare. - -Finchè rimase sveglio, il Coppa non trovò nulla, ma appena si fa -addormentato tutto ciò che gli era riuscito scabro gli si appianò -dinanzi; egli trovò subito un’uscita, e fuggì, e andò per Milano e per -il mondo a cercar la fortuna, e la trovò a Parigi, o a Londra, e fu -ricco ed ebbe due cavalli bianchi e un’innamorata bionda. - -L’alba svegliandolo da quei sogni lo consolò dandogli un rimorso. Egli -si accusò d’aver tradito l’amicizia, d’aver potuto pensare alla fuga -abbandonando nell’ospizio l’amico a cui era legato per la vita e per -la morte. Per fare la pace con la coscienza, confessò a Desiderio il -proprio sogno, poi disse: - -— Ci ho pensato anche da sveglio, ma per celia; io non me ne vado, se -tu non vieni; perchè dimmi un poco, se non ci fossi io, come faresti tu -ad andare nel parlatorio? Povero Desiderio! - -Povero Coppa! egli compiangeva il suo rivale, e per respingere la -tentatrice idea d’una fuga dall’ospizio non trovava un argomento più -valido di questo: no, io devo rimanere perchè Desiderio possa andare in -parlatorio a vedere la sua innamorata! - -E ci andò in parlatorio, il povero Desiderio, dieci volte, venti, -e fa ogni volta più felice, e non vide, non sospettò mai lo strazio -del piccolo eroe dimenticato, che andò egli pure in parlatorio, e fu -infelice sempre più. - -Ma intervenne la morte a rompere questo idillio penoso. - -Una domenica, i due fanciulli aspettavano l’ora del parlatorio, quando -si venne a chiamare il Coppa, il Coppa soltanto. - -— E tu? chiese il fanciullo al suo compagno, e lui? domandò al -sorvegliante. Non è mia zia che mi chiama? - -— No, è un uomo. - -— Povero Desiderio! mormorò il Coppa, offeso da una pallida gioia -entrata furtivamente nel proprio cuore. - -Nel parlatorio si vide venire incontro un certo Tita che egli conosceva -appena, un vicino di casa della zia. - -— La zia è malata? domandò il fanciullo. - -— È morta! rispose bruscamente Tita. - -— Morta? ripetè il fanciullo come uno smemorato. - -— Sicuro; fino a jeri l’altro stava meglio di me e di te, spiegò -l’impassibile visitatore; io dico che dev’essere stata qualche cosa che -aveva dentro e che si è rotta. - -— Morta! ripeteva il Coppa. - -— Sicuro, è morta ieri mattina all’alba; oggi alle quattro la portano -al camposanto. - -Ad ogni parola di quell’uomo, che gli parlava con una voce strascicante -mettendo nel suo discorso delle cadenze pigre, il fanciullo vedeva -un’immagine desolata. Fissava gli occhi nella parete dirimpetto, o -guardava senza vederle le faccie indifferenti dei visitatori; egli -vide così sua zia, stecchita, immobile entro una cassa d’abete e vide -i ceri che ardevano nella stanzetta, e vide una calza non finita sul -canterano. - -E intanto ripeteva, come se stentasse ad afferrarne bene tutto il -significato, questa grande parola: morta! - -La piccola Speranza era là; ma i suoi occhioni azzurri interrogavano -invano; oggi la morte soltanto parlava all’anima sbigottita del -fanciullo. - -Più tardi il Coppa sarebbe stato sincero nel misurare la sventura -che lo colpiva, ma in quel momento non la misurava ancora; e poteva -accettare senza rimorso il nuovo sentimento di forza che gli veniva -offerto dalla morte. Non sapeva come avvenisse, ma era quasi sicuro di -non offendere nessuna religione umana, lasciandosi accarezzare da una -baldanza nuova. E poi, toccato dalla sventura, egli si sentiva di tanto -più alto della piccola Speranza, che non badava nemmanco più ai due -grand’occhi fissi sopra di lui, e poteva lusingarsi che tutto sarebbe -finito fra loro due. - -Intanto Tita gli veniva dicendo: - -— I corvi sono già venuti; sono già là, a spartirsi quella poca roba; -tua zia voleva bene a te più di loro; ma se non ha fatto testamento tu -non avrai nulla. - -— I corvi? balbettò il fanciullo. - -— I tuoi zii; non li conosci? - -— No. - -— Ne hai due, uno più bello dell’altro; sono là — tu non sai se tua -zia abbia fatto testamento?... No?... peccato! Della bella e buona roba -ce ne aveva; il canterano è un bel mobile..... il letto è vecchio, ma -solido; ci sono due gran guardarobe verniciate; e poi doveva avere del -denaro... - -A me, prima di morire, ha chiesto una calza incominciata, col suo -gomitolo, e ha detto che l’aveva fatta in parlatorio per te. - -— Per me? balbettò il Coppa, e pianse. Non aveva potuto strappargli una -lagrima la notizia che sua zia era morta, ma l’idea che la buona donna -veniva ogni domenica, e si metteva a sedere là, su quella panca, e -cavava di tasca la calzetta che essa destinava a lui, senza vantarsene, -e che egli quasi se ne era indispettito, e una volta ne aveva riso, -quest’idea gli gettò un gran turbamento nel cuore, e lo fece piangere. - -All’estremità del camerone, la piccola Speranza indovinò un gran -dolore, ed ebbe voglia di piangere anch’essa. - -— Eccola! disse Tita.... ma è inutile piangere; eccola! insistè, e si -cavò di tasca la famosa calzetta, lasciando cadere a terra il gomitolo, -che rotolò fino a Speranza. - -Subito la fanciulla lo prese e lo portò all’incognito, ma il Coppa la -vide appena e si compiacque di sentire che gli occhioni smarriti della -fanciulla lo lasciavano freddo. - -— La riconosci? proseguì Tita, ravvolgendo il filo al gomitolo, è -questa qui; te l’ho voluta portare io stesso, perchè è cosa tua, -sebbene non sia finita, anche i tuoi zii non hanno detto di no. - -— Grazie, balbettò il fanciullo, e nascose la calzetta sotto il -camiciotto. - -— Non ci ho altro, conchiuse Tita, e me ne posso andare; però se tu -avessi voglia d’uscire domani per visitare tua zia in camposanto, io -verrò. - -— Grazie.... ripetè il fanciullo - -— Devo venire? - -— Sì, sì, venga; ma bisogna chiedere il permesso al rettore. - -— Lo chiederò. - -— Venga presto. - -Tita se ne era già andato tranquillamente, e il Coppa rimaneva ancora -nel mezzo dello stanzone. - -Nella vetrata della finestra appariva e spariva il nasino di Desiderio; -gli occhioni di Speranza interrogavano invano. - -Il fanciullo la vide, le si accostò, e le disse semplicemente: - -— Mi è morta la zia, non verrà più nessuno a chiamarmi in parlatorio; -non ci vedremo più. - -La fanciulla spensieratamente gli prese una mano, ed a quel contatto il -Coppa sentì che la malia si rinnovava. - -— Mi dispiace per voi altri, disse il Coppa, e anche per me; tu sei -tanto bella!... - -Si arrestò; tutti i suoi nervi tremavano. - -— Addio, ripetè a un tratto, e fuggì. - -La vocetta di Speranza mormorò: addio, ma il Coppa era già lontano. - - - - -VIII. - - -Il rettore dell’ospizio, quando seppe della disgrazia toccata al Coppa, -chiamò il fanciullo, doppiamente orfano, e gli disse: - -— La morte di tua zia ti lascia solo nel mondo; ma questa gran famiglia -d’orfani è la tua; molti dei tuoi fratelli, uscendo di qui, si sono -fatti un gran nome nel mondo; imita il loro esempio, studia.... -eccetera. - -Il Coppa crollò il testone rosso in una certa maniera, che non diceva -nè sì, nè no, e uscì dallo stanzino del rettore per andare al cospetto -del direttore spirituale. - -Il buon prete cominciò con le stesse parole del rettore, ma proseguì -dicendo che sotto l’occhio di Dio nessuno è solo, e che coll’aiuto del -cielo, il coraggio e il lavoro tolgono l’uomo da ogni impiccio. - -E questa volta il testone del Coppa disse propriamente di sì. - -Poi il fanciullo andò risolutamente incontro a Desiderio, e gli disse: - -— Desiderio mio, perdonami. - -— Che cosa? - -Il fanciullo fu lì lì per confessare che aveva detto a Speranza: tu sei -tanto bella! ma non ne ebbe cuore. - -— Io ti lascio, io me ne vado. - -— Perchè? - -— Perchè sono solo nel mondo, e non ti posso essere utile.... ora che -mia zia è morta, non andrò più in parlatorio nemmen io.... - -Desiderio si provò inutilmente a dimostrargli la stranezza del suo -disegno; appunto perchè la zia era morta, bisognava rimanere.... - -— Me l’ha detto anche il signor rettore; ma io non la penso così; stavo -qui per non dare dispiacere alla zia, e ci sarei rimasto volontieri per -te.... ma ora.... - -— Ma ora? - -— Ora non posso: giurami, proseguì affrettandosi a colmare -l’involontaria reticenza; giurami che anche lontani, noi saremo sempre -amici, e ci ritroveremo un giorno. - -Parlava con tanta enfasi, che Desiderio volle secondarlo e giurò. - -— Di’ così: per la vita e per la morte. - -— Per la vita e per la morte. - -— Me ne andrò domani, disse il Coppa con pacatezza. - -— E dove andrai? chiese Desiderio con voce soffocata. - -— Prima di tutto in camposanto, a visitare mia zia, poi andrò pel mondo. - -Queste parole facevano un magnifico effetto anche all’orecchio del -Coppa che le diceva; quanto a Desiderio egli era sbalordito. - -— Coraggio, gli disse l’amico suo. - -Era inutile lottare col Coppa; quando un proposito buono o cattivo era -entrato in quel testone, non ne usciva più; Desiderio lo sapeva bene, e -non si provò neppure a rimuoverlo, ma pianse molto, pianse troppo, e al -Coppa, oltre il pensiero di preparare ogni cosa per la fuga, toccò il -compito di consolare il suo piccolo amico. - -— Credi a me, gli diceva, tu studierai il disegno, e diventerai un -pittore famoso, e sarai ricco anche tu, e sposerai la tua Speranza; ci -troveremo poi nel mondo quando uscirai di qui: intanto io ti scriverò -spesso, ogni settimana, o tutti i giorni, e tu mi risponderai. È -inutile piangere, il pianto non serve a nulla. - -E così dicendo egli raccoglieva nella propria pezzuola le lagrime calde -e frequenti di Desiderio. - -— Non piango più, disse il fanciullo mostrando gli occhi rossi.... ma -tu, tu? - -— Io me ne andrò solo pel mondo; è il mio destino; io non avrò mai una -Speranza al fianco, lo sento bene, ma non importa; ho una gran voglia -di arrivare ad essere ricco, e arriverò. Vedrai.... non affliggerti per -me, ti scriverò tutto... - -Quella notte, finchè Desiderio fu sveglio, i due fanciulli non -fecero altro che discorrere del loro avvenire. Siccome sarebbero -stati imbarazzati a servirsi delle Regie Poste, il Coppa fece una -magnifica pensata: ogni domenica, uscendo a passeggio, Desiderio doveva -raccogliere una lettera fatta a pallottola che il Coppa avrebbe deposto -prima sul davanzale d’una finta finestra a terreno, dinanzi alla quale -il drappello d’orfani doveva necessariamente passare. La domenica -successiva vi deporrebbe la risposta. - -— E Speranza? - -— Andrò a trovarla, promise il Coppa, e le dirò che ti voglia sempre -bene, e che non ti tradisca mai per un altro. - -Al povero Coppa tremava un tantino la voce, facendo questa ardua -promessa, ma egli voleva espiare anche il pericolo corso di essere lui -il traditore dell’amico suo, e questo gli pareva il modo migliore. - -Finalmente il sonno chiuse gli occhi di Desiderio; allora il Coppa fu -libero di pensare ai casi suoi. - -Egli non voleva essere preso alla sprovveduta il domani; quel Tita -che aveva promesso di chiedere per lui l’uscita straordinaria, doveva -venire di buon’ora, e bisognava che il fardello del Coppa fosse pronto. -Quale fardello? Pensandoci meglio, il povero fanciullo riconobbe -che, anche volendo, non avrebbe potuto portare seco se non gli abiti -che avrebbe messo in dosso, cioè quelli dell’uscita, perchè non lo -avrebbero lasciato uscire con altri panni. Poteva però vestire due -camicie almeno, due paia di mutande, e infilare più d’una calza, finchè -ce ne potesse entrare nelle sue scarpe migliori. - -Voleva poi portare nel pellegrinaggio attraverso il mondo i libri e -i quaderni di scuola che avrebbero trovato posto fra la camicia e il -giubbetto; infine non bisognava dimenticare la penna e il calamaio per -scrivere subito a Desiderio. - -Prese queste disposizioni mentali, si abbandonò al sonno. - - -Come il Coppa aveva immaginato, il Tita fu mattiniero; gli orfani non -erano entrati in scuola, quando egli attraversò il cortile dirigendosi -al camerino del rettore, per chiedere l’uscita straordinaria del Coppa. - -Passando, cercò con gli occhi il fanciullo; lo vide e gli fece un -cenno di complicità; pareva un brav’uomo, e al Coppa venne lo scrupolo -d’ingannarlo. - -Ma si fece forza, perchè non era momento di debolezze, come fece -osservare anche a Desiderio, che stava lì lì per tradirlo con le -lagrime. - -— Che cosa hai da piangere? disse forte, perchè il sorvegliante lo -udiva; non sai forse la lezione?... Vediamo, soggiunse tirandolo in -disparte, non bisogna essere come le bambine. Fra pochi minuti ci -separiamo; ti ricorderai di tutto? - -— Sì, balbettò Desiderio, il quale non si sentiva tanto forte da -lottare contro il capriccio del suo grande amico, ma in cuor suo aveva -sperato che, dormendoci sopra, il Coppa avesse a pentirsi dell’ardito -disegno — sì, ma non te ne andare. - -— La finestra finta a terreno... ricordalo bene; tutte le domeniche -all’ora della passeggiata. - -— Sì, ripeteva Desiderio, ma non te ne andare; ritorna, pensaci -ancora.... sarai in tempo un’altra volta... - -— Per la vita e per la morte, conchiuse solennemente il Coppa, -stampando due baci sulle guancie dell’amico. - -Il Tita riappariva allora. - -Desiderio lo guardò sperando di leggergli in faccia che il rettore non -avesse concesso l’uscita; ma vi lesse il contrario. - -— Andiamo, disse Tita. - -— Addio, disse il Coppa a Desiderio. - -Un sorvegliante venne a dirgli d’andarsi a vestire, perchè gli era -concessa l’uscita per tutto il giorno. Gli orfani, che si mettevano in -fila per entrare in iscuola, guardarono il loro fortunato compagno con -invidia; il solo Desiderio non vide più nulla, perchè aveva dinanzi -agli occhi un velo di lagrime. - -Quando il Coppa scese tutto corazzato di libri e di quaderni, aveva -quasi un aspetto battagliero; si doveva capire, solo a guardarlo, che -egli andava a sfidare la vita, e che il mostro non gli faceva paura. - -Era già sull’uscio, ma si arrestò. - -— Ho dimenticato una cosa.... disse; torno subito. E via di corsa, su -per le scale, fino al dormitorio; colà giunto, aprì il suo piccolo -canterano e ne tolse una calza incominciata, quattro ferri e un -gomitolo, l’eredità della zia. - -Cacciò ogni cosa in una tasca, raggiunse la sua guida, ed uscì a -respirare l’aria libera. - -— Andiamo a casa, disse il Tita. - -— No, rispose risolutamente il Coppa, io vado al cimitero. - -L’uomo stava dubbioso. - -— Ci sai andare al cimitero? - -— Altro! esclamò il fanciullo, a cui non sembrava vero di poter essere -libero così presto; ma sentì un’altra volta lo scrupolo d’ingannare -quell’uomo che si era incomodato per lui, e ripetè con accento più -dimesso che al cimitero ci sapeva andare. - -L’uomo guardò a diritta ed a mancina, come cercando un’uscita -all’irresolutezza, poi concluse: - -— Ebbene, vacci; io ti aspetto in casa; bada a non arrestarti in piazza -Castello, dinanzi alle baracche dei giocolieri. - -Il Coppa crollò il capo, e si pose in cammino. - -— Coppa! gli gridò il Tita alle spalle. - -Il povero fanciullo credette che il suo liberatore si fosse pentito, ed -affrettò il passo. - -— Coppa! ripetè l’altro, e il Coppa si arrestò. - -— Per sapere dove è seppellita tua zia, disse il Tita, domandalo al -custode. - -Il fanciullo chinò il capo, e tirò innanzi frettoloso. - -Eccolo solo nell’ampio mondo. - - - - -EPILOGO - -I. - - -La portinaia doveva essere entrata senza far rumore; aveva deposto, -lì accanto, sulla scrivania, quella lettera voluminosa, e se n’era -andata in punta di piedi, per non svegliarlo; sicuramente egli si era -riaddormentato a tavolino, sebbene si fosse levato appena di letto. - -Così pensò lungamente il vecchio Desiderio, e fu un pensiero languido, -quasi inconscio, a cui seguì quest’altra riflessione: - -“Il sole è entrato in camera da un’ora almeno; già dev’essere alto -sull’orizzonte, perchè la striscia d’oro ha lasciato il letto di -Speranza, ed è scesa sull’ammattonato.„ - -Per un poco non pensò più nulla, finchè il lavorìo pigro della sua -mente gli disse: “La striscia d’oro è impallidita; il cielo è nuvolo.„ - -Al vecchio Desiderio non importava affatto che il cielo si annuvolasse; -dacchè era venuto in terra, egli aveva preso il cielo come il Signore -glielo mandava, e da un poco in qua lo accettava anche con più -rassegnazione; pure a un pallido riflesso dei sentimenti modesti che lo -avevano animato una volta, vide nel proprio cervello l’idea fuggitiva -che quella giornata bigia non sarebbe piaciuta a Speranza. - -“Poveretta! pensò; essa avrebbe spiato tutta la mattina un raggio -di sole, assicurandomi che prima del mezzodì la giornata si sarebbe -accomodata. E molte volte si accomodava per davvero, a quel tempo!„ - -Ora no; il bel sole non sarebbe più entrato nella casa che la -vecchia Speranza aveva lasciato da un mese, per sempre; o forse -vi rientrerebbe, una volta ancora, presto, appena Desiderio avesse -spiccato anche lui il gran volo. Quel giorno sarebbe festa solenne nel -melanconico nido. - -Sì, era ben questo il solo, forse l’ultimo, desiderio di quell’anima -battuta e contenta; assomigliava a tutti i desiderii del passato, -perchè era modesto come quelli, e si sarebbe compiuto del pari, ma -anche più securamente. - -Teneva gli occhi fissi sul letterone, e non gli nascendo ancora la -volontà di pigliarlo in mano, per indovinare chi gli avesse scritto, -continuava ad essere con la sua morta, rifaceva nel pensiero i -cinquanta anni di vita passati insieme. Appena due mesi fa, Speranza -era viva, sana, allegra; aveva ancora un viso gentilino, in cui -le rughe erano disegnate appena; ancora i grandi occhi di lei gli -promettevano la serenità del cielo; ancora la voce nota gli mormorava -parole che sonavano come la musica di chiesa. - -Contenti entrambi, ringraziavano il cielo ogni sera perchè dalla loro -casa aveva allontanato la morte, la disgrazia e il turbamento d’ogni -brama smodata, avendo avuto cento occasioni, non una, di toccare con -mano quanta sia l’infelicità della gente che non si sa contentare del -poco. Una volta sola, quarant’anni prima, Desiderio aveva guardato -troppo in alto; e fu quando, maestro di disegno in una scuola serale, -sposato appena alla sua Speranza, immaginando che il nido luminoso -dovesse splendere più ancora se l’arte vi avesse mandato un raggio di -gloria, si lasciò tentare dall’idea ambiziosa di mettere un cartone -sopra il cavalletto. - -— Farò il tuo ritratto, aveva detto pomposamente; sei contenta che io -veda se sono artista? - -Speranza avendo battuto le mani, si era andata a mettere, come suo -marito aveva voluto, accanto alla finestra, in modo che la luce -battesse in pieno sulla faccetta bianca e sui capelli d’oro. E subito -erano venute due voglie all’artista novellino: coprire di baci il -volto ridente, e fare un capolavoro. Una voglia fu contentata subito; -ma inutilmente il povero maestro d’ornato consumò molti carboncini per -fare una figura che somigliasse press’a poco a Speranza. Sbricciolò -molta mollica di pane per cancellarla, dopo di che mise il cuore in -pace e scrisse allegramente sul foglio cancellato appena queste poche -parole che erano tutta la verità: - -“Desiderio mio, rassegnati; tu non sei nato pittore, e ti manca la -forza di diventarlo.„ - -Anche sua moglie prese la cosa celiando, ma le rimaneva in cuore un -sentimento: “chi sa? la forza che ora ti pare di non avere, ti verrà -forse in seguito.„ - -— Forse; speriamolo. - -La forza non gli venne mai, e il maestro di disegno si accontentò di -ammirare senza invidia la pittura degli altri. - -Solamente non era persuaso che egli non fosse un pochino artista; -scandagliando tutto sè stesso, trovava in un cantuccio della mente -il germe di qualche cosa che poteva essere l’arte; e la sera, dopo -la scuola, menando a spasso la sua Speranza per i viali ombrosi, o -ascoltando il mormorio delle foglie, si sentiva tentato dallo stimolo. - -Diceva allora dopo un lungo silenzio: - -— Sai? mi pare proprio che qualche cosa di buono ci sia qua dentro; il -difficile è metterlo fuori. - -Un giorno assicurò bonariamente che l’arte non è facile a nessuno, e un -altro giorno ebbe l’intuizione fuggitiva che i pittori veramente grandi -_forse_ erano stati quelli a cui la pittura aveva prima voltato le -spalle per darsi poi interamente all’artista importuno. - -Desiderio volle essere importuno un’altra volta; solamente in luogo di -ostinarsi a pretendere che il cartone gli ripetesse la figura che aveva -sempre nel pensiero, sempre nel cuore, si provò a riprodurre sulla tela -e con colori un lembo del giardino in cui andava a spasso ogni sera. - -Non riesci meglio. Il suo paesaggio, dopo aver rallegrato molto i -monelli che si avvicinavano al pittore in silenzio, e se ne andavano -gridandogli forte una parola sola, ma significativa, disse a lui stesso -quella parola schietta: cerotto. - -Il maestro di disegno non se la lasciò dire due volte; si arrese alla -prima, e quel giorno tornò a scuola con lo sgomento di scroccare le -poche lire che il municipio gli pagava ogni mese per insegnare ogni -sera il disegno d’ornato ai monelli, i quali un giorno forse gli -griderebbero in coro: cerotto! - -Fu uno sgomento passeggiero, chè anzi in fine d’anno l’assessore -municipale, avendo fatto una visita alla scuola, espresse al giovine -maestro la propria soddisfazione per il profitto e per la disciplina -della scolaresca. - -Ah! sì; quanto alla disciplina il maestro di scuola poteva farsi bello; -non se ne vantava perchè Desiderio era prima d’ogni cosa ingenuo, e -dopo aver confessato a sè stesso che quella disciplina non gli costava -ombra di fatica, sarebbe stato capace, capacissimo di dirlo anche -all’assessore. - -— Tener a segno i miei scolari mi è facile, perchè essi sono buoni e mi -vogliono bene; ma è merito degli scolari, non del maestro. Ti pare? - -Questo diceva alla sua compagna, e Speranza gli rispondeva che a buon -conto non lo stesse a ripetere alla gente. - -Campavano allegri, potendosi quasi dire felici, se questa parola avesse -un significato preciso; anzi sì, felici propriamente perchè i due -sposi novellini vivevano sognando sempre, ma poco, e che altro è la -felicità se non un sogno bello e discreto? Ahi! quanti ne avevano già -conosciuti, ammalati di aspettazione, rosi dall’impazienza, scontenti -della sorte e di sè stessi, che avevano sempre l’aria d’esser destati -appena da un sogno audace! - -Il Coppa per esempio. Quello era un sognatore di prima forza! Dacchè -se n’era andato per il mondo, fuggendo dall’ospizio, egli non aveva -fatto altro che seminare le avventure; facendo cento professioni, in -cento paesi, attraverso tutti i mari dell’orbe terraqueo; innamorandosi -molte volte, e non capitando mai bene. Sebbene vivesse con molta più -larghezza del necessario, si sentiva nelle angustie di un creditore, il -quale non possa riavere il fatto suo. - -Questo lo aveva appreso molti anni prima, quando si erano riveduti a -Milano nel teatro Santa Radegonda; allora il Coppa era un prestigiatore -famoso e faceva stare a bocca aperta il pubblico affollato; allora, -come sempre, Desiderio continuava a campare della disciplina dei propri -scolari, della disciplina dei propri sogni. - -Perchè a quel tempo felice ne aveva ancora dei sogni belli. Avendo -imparato a sonare l’organo, era entrata nel suo cervello l’idea che -potesse diventare organista d’una chiesa, per accompagnare la messa -cantata e la benedizione prima e dopo la lezione di disegno; egli -appunto aveva il resto della sera libero, e poteva disporre delle -domeniche e delle altre feste comandate come ogni buon cristiano. - -Quando il Coppa gli aveva confidato tutte le vicende fortunose -della sua vita, la quale ancora non era riuscita a contentarlo, e il -proposito immutabile di pigliar la fortuna per il ciuffo e costringerla -a darsi vinta, il povero Desiderio si era creduto in dovere di -confessare anche lui qualche cosa. - -— E tu che desideri? che speri? gli aveva detto il Coppa. - -— Unicamente di avere il posto di organista, nella chiesa di San Babila. - -Appunto l’organo era ancora occupato da un vecchio prete, malandato in -salute, e Desiderio aveva paura che la propria speranza affrettasse la -catastrofe di Don Gioachino. - -Per placare la coscienza, non solamente sonava invece del vecchio -prete, senza intascare mai un quattrino, ma ogni sera aggiungeva alla -preghiera imparata nell’ospizio una parola buona, perchè il Signore -tenesse in vita lungamente l’organista ammalato. - -E perchè il Coppa, a cui la vita aveva insegnato qualche cosa di più, -si era messo di buon umore a questa affermazione, Desiderio andando -a letto disse all’Eterno Padre: “Il mio cuore vi è aperto; se le -mie intenzioni non sono giuste, correggetele voi, Signore, mandatemi -l’angelo vostro che m’illumini.„ - -Don Gioachino si era fatto aspettare molto in paradiso, ma finalmente -fece l’improvvisata e vi andò; al funerale del vecchio prete, Desiderio -accompagnò la messa di morto a capo chino, col cuore stretto, e al _De -profundis clamavi_ due grosse lagrime gli gocciolarono fra le dita. - -Ma il nuovo organista di San Babila asciugò prontamente la tastiera, -e lavorò forte col pedale, per confondere, nel medesimo stordimento, -l’organista morto, l’organista vivo e le sue quattrocento lire annue, e -perfino la soddisfazione d’aver versato quelle lagrime sulla tastiera. - -Messo una volta a sedere davanti all’organo di San Babila, Desiderio -non la finiva più; sonava Palestrina, Marcello e Bach, e qualche volta, -ma solo dopo la benedizione nel mese di Maria, lasciava scattare una -pioggia di note allegre, che faceva alzare la testa ai fedeli e gli -inchiodava in chiesa, intanto che il sagrestano spegneva le candele -dell’altare maggiore. - -A piè della scala dell’organo, Speranza sua era sempre pronta a -stringergli la mano in silenzio, e lo menava subito fuori di chiesa per -mostrargli la faccia illuminata dalla contentezza. - -— Hai sonato come si suona in Paradiso; aspetta che sia a casa, e -sentirai che cosa ti farò... - -Desiderio sorrideva un po’ di compiacenza, ma più perchè sapeva già che -cosa lo aspettava a casa, un bacio, due, dieci bacioni filati. - -Ma non perciò si era impuntato a voler diventare un organista famoso. -Contento del suo pubblico di donnette, che non sarebbero mai andate a -cena fino che egli lo avesse permesso, contento dei suoi allievi di -disegno, egli aveva rinunziato volontieri alle smanie dell’arte per -essere semplicemente un uomo felice. - - -La striscia d’oro pallido dell’ammattonato era scomparsa, brontolava -il tuono annunziando il solito temporale d’ogni mattina. Desiderio, -indifferente a tutto, allungò il braccio, e la mano sua trovò la -lettera all’estremità del tavolino. - -I bolli, il suggello, dissero al vecchio che quel letterone veniva -da Buenos Ayres; la scrittura gli annunziò dalla soprascritta che si -preparasse a leggere le grandi imprese che in questi ultimi mesi erano -state osate dal Coppa. - -E parve a Desiderio che qualche cosa o qualcuno sorridesse nell’anima -sua. - -Staccò lentamente il suggello di ceralacca, in modo che la busta -rimanesse intatta, e andò pensando da quanto tempo il Coppa non gli -dava notizia dei fatti suoi. Da sei mesi almeno; l’ultima Volta aveva -scritto da Nuova York, dove aveva ripreso in teatro gli esercizi di -magia bianca e nera, dopo aver venduto per poco danaro un pozzo di -petrolio nel Canadà, perchè si era stancato di vivere in mezzo ai -boschi di Petrolea. - -Aveva intanto levato dalla busta il foglio e spiegatolo innanzi a -sè; ma quando volle leggerlo, se lo lasciò cadere di mano alle prime -parole, e gli occhi gli si empirono di lagrime, perchè la lettera -cominciava così: “Miei buoni amici.„ - -Il Coppa dunque non sapeva in che miseria fosse piombata quell’anima -contenta; non poteva saper nulla, perchè, dopo la disgrazia, Desiderio -si era fatto neghittoso e sonnolento, svegliandosi appena dalla -melanconia taciturna, per empirsi l’orecchio e la mente delle parole -solenni di Bach. - -La stanza melanconica fu empita da un lampo e subito da uno scoppio -tremendo e lungo come l’ira di Dio, poi la pioggia si rovesciò con -impeto. - -Desiderio levatosi per chiudere la finestra, stette un poco a guardare -a traverso le vetrate i goccioloni che, rimbalzando sul davanzale, -sembravano animati da un’allegria furiosa; ma non si sentiva invasato -da quella furia; non gridava, non batteva le mani come aveva fatto più -d’una volta in compagnia della sua morta; e solo quando lo scrosciare -della pioggia ebbe preso quell’andatura solenne, confacente col proprio -sentimento, egli si andò a sedere davanti al vecchio _harmonium_ che -gli ripetè gli accordi del _De Profundis_. - -Quando cessò la pioggia ed entrò un raggio di sole nella stanzetta, -Desiderio asciugò la tastiera silenziosa. Non piangeva più, poteva -ascoltare quello che il Coppa avrebbe detto da Buenos Aires ai buoni -amici suoi. - - - - -II. - - -Miei buoni amici. — L’ultima volta che vi ho scritto mi pareva d’essere -giovine ancora; oggi mi sento vecchio, sebbene da quel tempo siano -passati sei anni appena. Fino a poco fa, mi sono creduto padrone della -sorte; non avendo mai dubitato un momento che il voto mio si avesse -a compiere un giorno, ora che finalmente è compiuto, ho paura di -aver sbagliato strada. Ho camminato tutta la vita verso la ricchezza -soltanto; eccomi ricco, non perciò felice. Anzi il contrario, perchè -soltanto ora mi pento di aver sprecato tanta vita e tanto ardore -nell’inseguire un’ombra. Direte: ti rimane però la soddisfazione di -essere riuscito nel tuo intento. No, non mi rimane nemmeno questo. Non -è stato il mio lavoro, non è stata una mia idea a farmi ricco; è la -fortuna cieca ed imbecille, che per un peso me ne mette in tasca cento -mila. - -Lo volete sapere? Ho vinto il primo premio in una lotteria. Continua, -in una nuova forma, la mia miseria vecchia. Miei buoni amici, voi non -sapete tutto quello che possa confessare a se stesso un uomo beffato -lungamente dalla fortuna. A me premeva d’essere forte, e perciò di -dimostrarmi sicuro di tutto quanto facevo; ma oggi guardo la mia vita -male spesa e mi confesso a voi, che siete buoni e mi volete un po’ di -bene. - -Sì, ho sciupato il meglio delle mie facoltà. Avevo dell’ingegno e che -ne ho fatto? tante cose sbagliate, una sola riuscita: il prestigiatore; -ho avuto e sento di avere ancora un po’ di forza, sono stato amico -della verità, della giustizia, del bene, e non mi è riuscito _veramente -bene_ altro mai che l’inganno, prima in piazza, ora sul palcoscenico; -ebbi sempre il cuore aperto agli affetti, ma per fatalità ho sbagliato -l’amore, e se non fosse di voi, non mi rimarrebbe nemmanco un amico. - -Un attento esame di tutto il mio passato mi ha lasciato persuaso d’una -verità che ho notato così sul mio taccuino: “ho visto l’amore generare -il dolore, dalla grave fatica nascere la felicità; e la vita non ha -nulla di meglio che l’amore e il lavoro.„ - -Ma vuol essere lavoro utile, come quello che si faceva in cerca di -pozzi di petrolio al Canadà, in mezzo ai boschi con l’accetta in pugno -per aprirsi il sentiero, scavalcando le macchie e lasciando lembi di -carne alle spine. O come quello che avevo fatto prima a Nuova York, di -modellare figurine di gesso e venderle in piazza. Ma queste fatiche -mi stancarono, appena potei temere che non mi conducessero diritto -alla ricchezza; e allora disperando di me stesso, tornai di mala -voglia all’inganno più rimunerato del prestigiatore. Spesso vedendo -un facchino vacillare sotto un peso enorme, o un minatore fendere col -piccone il granito del monte, o un contadino vangare al sole cocente, -mi fermai a guardare la loro fatica; non già che mi paresse meno aspra -o meno ingrata, pure mi tratteneva, senza desiderio, senza compianto, -ma non indifferente. Non sapendo nemmeno io che cosa sentissi a -quella vista, qualche volta mi parve di indovinare lo scoraggiamento -per la inettitudine di chi si è posto innanzi agli occhi una meta da -raggiungere, e che intanto si balocca per via, corbellando il prossimo -e un po’ sè stesso. - -Dunque finalmente sono ricco! Non quanto ho sognato nell’ospizio, ma -tanto da poter contentare molti dei miei desideri d’una volta se me ne -fossero rimasti. - -Ahi! l’infelicità di ognuno è proprio questa, di non desiderare più -nulla quando si ha ottenuto tutto; ma l’infelicità mia è peggio, perchè -all’assenza di ogni bramosia si aggiunge il rimpianto. - -Mi dolgo di non essere stato felice, di non avere avuto al mio fianco -una compagna, se non bella e amabile come la tua, ma tale almeno a -cui potessi dire oggi: tu sei invecchiata aspettando il mio amore; ora -questo amore eccolo; è tutto tuo, se ancora lo vuoi. - -E anche m’affliggo di non aver dato all’arte o alla scienza la forza -che ho speso per inseguire la felicità senza afferrarla mai. Non sarei -stato felice, perchè me ne mancava il temperamento, ma se non altro nel -mio paese sarei stato buono a qualche cosa, forse uno scrittore onesto -e povero, o un inventore di qualche macchina, o magari un filosofo -solitario poco apprezzato dai contemporanei, ma che avrebbe parlato -forte e lontano alla posterità. - -Da una settimana sono in possesso dei miei pesos fiammanti, e già mi -danno battaglia per non sapere che buon uso farne; e mentre nella mia -povertà avevo speso la ricchezza avvenire, dandole tante buone opere da -compiere per me stesso e per gli altri, ora guardando intorno non vedo -gli altri; scendendo in me stesso, quasi non mi ritrovo. - -Il mio sogno, ve lo ricordate? era di arricchire più presto, e anche -meglio, cioè con un po’ di soddisfazione, intanto che tu, Desiderio -mio, combattevi ancora per l’arte ed eri giovane e povero, per poter, -io solo, dare un po’ di luce e d’aria alla vostra casa. Ma ora molto -tempo è passato, e voi non avete più bisogno di nulla. Mi par d’udire -la voce mite e buona della tua compagna: “ci sono tanti ammalati -unicamente di miseria; ne guarisca più che può.... Non ha detto così, -signora Speranza?„ - - -Desiderio non resse oltre; tutto il passato che il Coppa era andato -rimescolando, empiendogli il petto di singhiozzi repressi, diè una -lunga voce di pianto. - -“Ma no, non ha detto nulla, non dirà più nulla; essa è là sotto, muta, -fredda ma non indifferente... ed ama ancora.„ - - -“Non ha detto così, signora Speranza? - -Ci ho pensato, sa? Ma mi sono convinto che per cominciare a guarire -il prossimo ammalato di miseria non sono ricco abbastanza; a fare -l’elemosina, non mi si apre altra via che beneficare un ospedale; -quanto a correre in traccia di miserie vere per portarvi io stesso -il rimedio, non m’illudo già più, ed ho incominciato appena. Mi sono -convinto che siamo tutti quanti un po’ prestigiatori; io trasformo -l’acqua in vino, quando il pubblico mi guarda; ma a quattr’occhi ho -trovato dei compari più forti di me, compari sanissimi, i quali mi -hanno fatto credere d’essere paralitici, zoppi, pieni di malanni e di -appetito, mentre non era vero nulla, vivevano di rendita, erano capaci -di digerire i miei bussolotti. - -Non ho rinunziato a fare un po’ di bene, ma mi scoraggiano le prove -fatte fin qui. Una sola mi rallegra, se anche non mi contenta. -Talvolta, dopo aver desinato all’aperto, adocchio un miserabile che -va in giro fra i tavolini, cacciato inutilmente dai camerieri, per -raccogliere croste di pane e mozziconi di zigaro che egli raduna in -una tascaccia; chiedo al mio vicino una moneta per fare un giuoco, la -moneta mi vien data, sparisce, la si trova poi nella tascaccia fra i -mozziconi di zigaro e le croste di pane. Qualche volta veggo splendere -una gioia ingenua sulla faccia dell’accattone: _grazie_, mi dice, e se -ne va allegramente; ma non sempre è così; ieri soltanto ne ho trovato -uno così ladro e così sciocco che sostenne a faccia tosta d’aver avuto -quella moneta da un signore, e giurava su Dio, sulla Madonna, sui -Santi, sulla salute eterna dei suoi morti, perchè aveva paura di dover -restituire la moneta. - -Oggi dunque, sono ricco, ma questa ricchezza che ho tanto desiderato -non mi contenta ancora; non mi contenterà mai più, essendo sceso nella -mia coscienza a vedere da vicino che il mio desiderio aveva preso un -nome falso; si doveva invece chiamare la _felicità_. - -E vedo che anche la ricchezza come l’ho desiderata io doveva venirmi -dalla mia volontà e dalla mia intelligenza; ma per arricchire a questo -modo, come arricchirono tanti, bisognava scegliere una via sola, e -avviarsi per quella senza arrestarsi mai, contento di sapermi ogni -giorno più vicino alla meta. Non perciò sarei stato felice, perchè la -meta era troppo lontana dal desiderio mio. Rallegratevi, amici cari, -che almeno voi siete stati più savi. - -Tronco il piagnisteo con una nota allegra; non sono io che rido, è la -sorte beffarda. - -Vi ricordate della eredità avuta dalla zia dell’ospizio? Quella calza -incominciata dalla buona donna, è sempre rimasta intatta. Viaggiò -in fondo alle mie valigie e molte volte la guardai per farmi cuore, -pensando che era press’a poco tutto quanto il capitale che il mondo mi -aveva dato per sfidare la vita. - -L’altro giorno mi cadde sott’occhio e non mi parlò con parole -amare e forti; mi suggerì invece di servirmi del gomitolo, nella -rappresentazione d’addio facendovi trovare un biglietto da cinquanta -pesos che vi avrei fatto entrare prima per regalarlo poi ai poveri -italiani di Buenos Ayres. I miei giochi me li preparo da me e la cosa -fu lunga. Non sospettereste mai che cosa trovassi in capo al filo? -Un biglietto di cinquecento fiorini austriaci che la povera zia aveva -sottratto all’avidità dei suoi fratelli per favorire me senza svegliare -rancori. - -La scoperta m’intenerì e mi fece dispetto, pensando che quella somma -trovata in un buon momento avrebbe forse mutato interamente la mia -condizione. - -La mia lettera è già lunga, e ancora non ho detto il meglio. Sappiate -dunque che io abbandono il teatro, e che me ne torno in Italia, e che -non tornerò solo. Ho conosciuto una buona ragazza italiana, povera e -ancora onesta; ha diciotto anni, è bella, andava cantando al suono del -suo mandolino per le osterie e per i caffè. Molti avventori dicevano -che ha una voce meravigliosa, e non è vero; da una settimana non canta -più, perchè io me ne sono impadronito. E come? L’ho semplicemente -comprata da suo _nonno_; i cinquecento fiorini della calza non bastando -al contratto, ne ho aggiunto degli altri in _pesos_. Ed ora Bambina è -_nostra_, perchè voi le vorrete bene. Speranza le farà di mamma, e tu -sarai un magnifico padre. Io non mi conto, perchè non so quello che -farò del rimanente della mia vita, e poi mi conosco tanto da dubitare -di un disegno che ora mi sembra bello bello bello. - -Bambina è in festa; l’idea di tornare a Milano che essa ha lasciato a -dodici anni, d’imparare il canto nel Conservatorio e l’organo alla tua -scuola, Desiderio mio, e di non dover più trascinare la sua giovinezza -per le bettole di Buenos Ayres, le sembra un sogno. Facciamo lunghe -passeggiate per la campagna; essa ha la chiacchierina affettuosa -d’una vera bimba; mi narra il suo breve passato con tanta ingenuità da -intenerirmi. Sono convinto che è rimasta onesta per miracolo, o a dir -meglio che la stessa sua ingenuità invece di perderla l’ha salvata. -Ma, quando indovino le trame che erano già state messe in opera per -corromperla, complice il vecchio _nonno_, l’ira mi manda dal cuore una -parola che vorrebbe arrivare fino a Dio.... e forse non arriva. Sì, -ho promesso a me stesso di salvare Bambina; a lei ho detto che se non -potremo farne una gran cantante, almeno a tempo giusto le... daremo -marito. Bambina ha riso e giurato (perchè le hanno imparato a giurare) -che non saprebbe che fare d’un marito. Infine mi pare che sia entrato -un raggio di sole nell’anima mia; non sono proprio sicuro, ma ringrazio -il cielo di avermi dato una buona opera da compiere, un’opera che non -mi lascierà sconsolato, se mi aiutate voi pure. - -Partiremo di qui col _Sud America_ fra dieci giorni, che tanti ce ne -vogliono per preparare ogni cosa. - -Addio, ottimi cuori; a rivederci presto. - - Il fratello vostro - - DESIDERIO COPPA. - - - - -III. - - -La lunga lettera era finita, e ancora Desiderio non sapeva se il -contenuto di quelle sedici pagine lo contentasse interamente. Certo -la notizia della prossima venuta del suo amico migliore portava una -pallida luce in quell’anima addolorata, ma non era come una volta, no, -non era come una volta. Rilesse qua e là, a spizzico, qualche periodo -senza quasi intendere il senso; pensava, o meglio aspettava che il -pensiero neghittoso si formasse a poco a poco, e solo quando si formò -tutto, fu contento di dire a sè stesso: “Coppa non poteva sapere quanta -era la mia felicità! Ora che l’ho perduta, gli dirò che io stesso non -lo sapeva bene.„ - -Poi il suo pensiero interrogò: - -“Che faremo di Bambina? Ah! se ci fosse ancora la mia morta, che -festa sarebbe per tutti! Essa sì, saprebbe accomodare la nostra vita; -quella ragazza deve essere proprio una buona figliuola; non avendo -più la mamma, avrà tanto più bisogno di carezze; e Speranza mia era -carezzevole tanto! - -Lungamente si fermò in quest’idea e solo quando il portinaio gli portò -la ciotola di latte fresco e la pagnotta della colazione, Desiderio -rialzò il capo affrettandosi a cancellare le idee melanconiche col -sorriso buono con cui era solito accogliere quel servizio. - -Il portinaio brontolò: - -— Ha visto che sorta di lampi, ha sentito che carambola? - -— Che carambole? che partita? - -— M’intendo, i tuoni! e che diluvio eh! - -Ah! sì, Desiderio aveva sentito, visto e anche pianto.... ma non lo -disse; ora sorrideva per placare il suo portinaio. - -— Quella lettera che ho messo sul tavolino?... ah! l’ha letta.... Lei -dormiva, e io l’ho lasciato dormire e me ne sono andato....“ma che idea -di addormentarsi appena alzato? - -— Grazie, Peppino; voi siete sempre buono con me, siete accorto e -indulgente. - -Peppino non tentò di meravigliarsi punto di questa sua indulgenza, -parve anzi assicurare con un brontolìo che forse era la verità, ma per -dimostrare che almeno l’accortezza era verità accertata e sacrosanta, -domandò: - -— O che quel letterone di America ci ha dentro del buono? Io ho visto -subito che veniva da lontano.... se i francobolli non le servono, me li -può dare, che io ci ho la mia ragazza che ne va matta.... - -— Pigliate la busta, Peppino.... - -Peppino eseguì, senza dir _grazie_. Questa parola bassa non gli usciva -mai di bocca, avendo capito che se il decoro della sua posizione umile -poteva essere mantenuto di fronte alla superbiaccia degli inquilini -il sistema ottimo era di parlare con voce brusca ed impaziente, -malmenandone qualcuno ogni tanto. - -Ma era anche verissimo che Peppino aveva il verso buono e che chi lo -sapeva prendere per quello con la debita prudenza, poteva maneggiarlo -senza pericolo. - -Con i “coniugi dell’organo,„ che così venivano chiamati Desiderio e la -sua compagna, Peppino si era oramai quasi mansuefatto, al punto che -da quando la vecchia aveva lasciato il quartierino al quarto piano -per andare “più basso che a terreno„, secondo la sua espressione -pittoresca, egli si era offerto subito di salire due volte il giorno -i novantasei gradini per fare i piccoli servigi di casa al vedovo -sconsolato, per pochissimo salario. Non ci guadagnava nemmeno le -suole delle scarpe, ma al mondo ci si è per qualche cosa, anche per -far un po’ di bene al prossimo; che se Peppino per andare su e giù -tutto quanto il giorno, adoperava solo le scarpe acciabattate dei -vari inquilini, in un paio solo di quante gli eran state regalate -non gli era riuscito d’infilare il piede, ed era appunto in quelle di -Desiderio. - -— Che sorta di piede ha lei? gli aveva detto riportandole al donatore -per confonderlo; lei ha dei fusi invece di piedi. Le sue scarpe non mi -vanno, _grazie tante._ - -Ma Peppino fu giusto; riconobbe prontamente che il vecchio Desiderio -non aveva se non i piedi che il Signore gli aveva attaccato alle -gambe, tenne a buon conto le scarpe per farne un’elemosina, e continuò -inalterabile a fare i novantasei gradini due volte il giorno.... per -tre lire di salario. - -— Il latte è fresco; la pagnotta è calda calda; se la mangi subito — -ordinò Peppino. - -Nel cervello di Desiderio si era affacciata un’idea, e pregò Peppino di -fargli vedere ancora la busta della lettera di Buenos Ayres. - -— È in ritardo, disse dopo aver esaminato lungamente e fatto il suo -conto; ha impiegato più di 50 giorni; il mare sarà stato burrascoso. - -Restituì la busta al portinaio e cominciò ad immollare la pagnotta -nel latte riducendola in bocconcini; pensava ancora, e nel punto di -sorbire la prima cucchiaiata, fece stupire l’attonito Peppino, dicendo -bruscamente: - -— Ma se il _Sud America_ ha fatto meglio la traversata, essi dovrebbero -essere arrivati; forse a quest’ora sono qui. - -Il portinaio si voltò istintivamente verso l’uscio, poi insistè con la -solita indulgenza: - -— E se sono qui, li vedrà; ma intanto lei metta in corpo quella poca -grazia di Dio; io me ne vado. - -Se ne andò infatti dopo essersi accertato che i suoi ordini -cominciavano ad essere eseguiti. - -Desiderio, continuando a trangugiare la zuppa di latte caldo, pensava -melanconicamente al prossimo incontro col Coppa; gli pareva che, -avvisato da una lettera o magari da un telegramma — perchè l’amico -suo era sempre stato spendereccio e tanto più doveva essere ora che -sentiva il bisogno di alleggerirsi dei suoi pesos — gli pareva dunque -che, avvisato da un telegramma, egli andrebbe alla stazione centrale ad -aspettare il Coppa e la sua piccola compagna: “Dov’è Speranza? Come sta -Speranza?„ e allora invece di rispondere Desiderio si stringerebbe al -petto il testone rossigno e piangerebbero insieme. - -I bocconi della zuppa di latte non passavano facilmente, perchè questa -immagine li tratteneva, ma infine passarono tutti, e quando l’organista -solitario depose il cucchiarino nella chicchera si asciugò i pochi peli -bianchi che aveva lasciato crescere sul mento e sulla faccia. Li aveva -lasciati crescere per negligenza. “Tanto, diceva allo specchio se gli -accadeva d’incontrarvi per caso la propria faccia melanconica, tanto a -che serve radersi ora?„ - -In quel mentre tornò Peppino trafelato. - -— Sono ancora qui, era già giunto all’ultima scala quando lui mi ha -detto: “L’organista è in casa?„ E in casa, ho detto, gli ho portato -appena la scodella di latte fresco. — E lui ha detto: _fammi_ il -piacere — già, ha un certo modo di parlare quel suo amico, dà del _tu_ -grosso un braccio — _fammi_ il piacere di tornar di sopra ad avvertirlo -che viene su una visita. Non mi sarei mosso, come è vero Dio, ma quel -suo amico ha un certo modo di parlare, di guardare la gente.... (Poteva -ben dire tutta la verità, tanto che male vi era?...) e di fare il -solletico nella palma della mano. - -Rideva l’allegro Peppino; ma vedendo che l’organista era diventato -pallido e non trovava parole guardando verso l’uscio, si affrettò a -soggiungere con gravità: - -— Ora egli viene su a poco a poco per non perdere il fiato, come ho -fatto io; la sua ragazza lo accompagna... è una bella tosa... per -quello che ho potuto vedere... Eccoli! - -Desiderio si era sentito mancare le forze a queste parole del portinaio -e stentava a reggersi in piedi; quando Peppino disse: _eccoli_! il -vecchio non si mosse, come da un poco andava pensando di fare per -correre incontro all’amico sul pianerottolo, ma per istinto cercò un -appoggio, e trovò la tastiera dell’armonio. - -Era rimasto un filo d’aria nei mantici che, sprigionandosi, sembrò -mandare un sospiro. - -— Desiderio! gridò la voce nota del Coppa; Desiderio, sono qui. - -Il Coppa, impetuoso come era sempre stato, non badò neppure allo -stato dell’amico; gli fu addosso, lo prese per le braccia e lo baciò -ripetutamente sulle guancie. - -Desiderio, vinto dalla tenerezza, non parlava ancora. Peppino, rimasto -sull’uscio, continuava a dire a qualcuno di venire pure innanzi. - -— Che hai? disse poi il Coppa; non ti senti bene? - -— Mi sento benissimo, rispose il vecchio sorridendo; solamente sono un -po’ più vecchio di te, lo sai bene, e non ho mai avuto la tua forza. Mi -sento debole, mi sento debole tanto da poco tempo in qua... - -Il Coppa guardò con occhio indagatore la faccia sparuta dell’amico, e -assicurò: - -— Ti darò io un po’ di forza; ma poi aggiunse: se ancora me n’è -rimasta... chè ora comincio a dubitare d’essere stato mai forte. -Bambina! Vieni innanzi; ecco qui il mio migliore amico; è un amico -d’infanzia; abbiamo dormito in due letti accanto all’ospizio degli -orfani; abbiamo detto la preghiera insieme tutte le mattine e tutte le -sere; è anche un bravo organista e ti insegnerà a sonare.... Si chiama -anche lui Desiderio... Desiderio Diodato. Ma dove è andata Speranza? - -A questa domanda, Desiderio ruppe in un singhiozzo e curvò la lunga -persona per nascondere la faccia sull’omero del Coppa. - -Peppino, rimasto sull’uscio a guardare la scenetta, se ne andò in -silenzio. - - - - -IV. - - -— Senti, disse il Coppa melanconicamente; ora hai pianto abbastanza; -guardiamo insieme l’avvenire, perchè forse ancora ce ne rimane uno: a -te almeno sicuramente. - -A queste parole Desiderio, rialzando la faccia lagrimosa, balbettava: -_l’avvenire?_ - -— Sì, l’avvenire! Tu puoi ancora essere felice, e pregare il tuo Dio -che ti conceda un lungo tempo per la nuova felicità. Bambina è savia, -e tu sei amorevole. Fa tu il padre di questa poveretta, e la tua morta -sarà contenta. Sentila! - -Dalla vicina stanza giungeva il riso allegro di Bambina, la quale -preparava la colazione, aiutata da una fantesca novizia. Diceva con la -sua vocetta buona: “fra tutte e due non ne sappiamo molto.„ La fantesca -muggì che essa credeva di saperne abbastanza, purchè la si lasciasse -fare; e Bambina rise forte fino a far ridere la stessa Togna, la quale -assicurò poi che la signorina aveva buon tempo. - -I due Desiderii stettero un po’ ad ascoltare, finchè la risata si -spense nell’implacabile mugolìo di Togna. - -Allora il Coppa interrogò per la centesima volta in due giorni: - -— Non è vero che è un fiore? - -— Sì, è un fiore, confermò Desiderio, ma la paura mia è che siamo -troppo vecchi per essa! - -A questa frase che era stata accolta male già una volta, la faccia -del Coppa si trasformò come per dolore, e la mano inquieta cercò una -risposta nella fitta capigliatura rossa ancora, ma già velata dalla -polvere del tempo. Non la trovando, tacque. - -Desiderio, tenendo gli occhi fissi nella sua idea melanconica, insistè: - -— Mi pare che essa dovrebbe aver bisogno di vedere delle faccie giovani -e liete.... invece che cosa le possiamo offrire noi? E mi viene anche -in mente che un giorno possa essere ripresa dalla nostalgia di vivere -all’aperto, di cantare davanti alla folla col suo mandolino.... - -Il Coppa taceva sempre. - -— Ora la novità le dà un po’ di svago, ma chi sa in seguito? Potremo -noi essere tutto quello che questa povera Bambina ha diritto di trovare -nella vita?... - -— Ah! taci, taci, taci. - -Questa parola ripetuta, senza ombra di collera, ma con voce bassa, in -cui si sentiva tremare la corda del pianto, tolse interamente Desiderio -dal suo pensiero, costringendolo a levare gli occhi dall’ammattonato -per fissarli in un nuovo dolore, che gli si apriva allora. - -E con l’anima pietosa interrogò l’anima inquieta del suo vecchio amico. -Il Coppa tacque e Desiderio non indovinò quel silenzio. - -— Che cosa hai? chiese poi con un filo di voce. - -— Non ho nulla, rispose il Coppa allegramente. Ho che mi hanno sempre -detto il Matto, e che a forza di sentirmelo dire, lo sono diventato -un poco; ecco quello che ho... Non ho proprio nulla... cioè no, ho -la certezza che l’uomo non invecchia mai perchè è fatto d’un’anima -immortale; non è forse vero? So che la volontà è debole, ma diventa una -forza se la fantasia prepotente l’aiuta, e che quando mi hanno dato -battaglia tutte e due insieme, vi ho sempre lasciato un brandello di -carne viva. Da un poco questa battaglia è ricominciata più crudele che -mai. - -Queste ultime parole furono mormorate appena, e Desiderio non le intese. - -— Che cosa vai dicendo? - -Il Coppa tacque un momento ancora; poi rialzò la testa, disse una sola -parola, ma così dolcemente che era una carezza: sentila! - -Desiderio cominciò a credere d’aver inteso tutto. Stettero tutti e -due in ascolto, con gli occhi fissi sulla porta socchiusa della stanza -attigua, da cui passava la risata squillante di Bambina. - -Poi Desiderio volle leggere in silenzio nell’animo dell’amico suo; e il -Coppa con un gesto soltanto credette di aprirgli il proprio cuore come -un libro. - -— Capisco; mormorò Desiderio, non intendendo ancora gran cosa. - -Bambina, irrompendo dalla cucina, venne ad annunziare che la colazione -era pronta. - -Capì subito che aveva interrotto un discorso, e stette un momentino a -decidere se dovesse tornarsene in cucina alla muta, oppure mettere la -testina bruna a tiro di babbo Coppa, il quale per solito l’attirava -al suo petto e le cacciava una mano nei capelli ricciuti. Ma in quel -momento Desiderio le prese prima una mano, poi l’altra, e guardandola -negli occhioni lucenti: “Lascia che ti guardi„ le disse. - -Dopo un esame lungo che Bambina sopportò con calma, soggiunse: - -— Sei proprio bella, lo sai? - -— Me lo dicevano tutti... - -— Ma tu bada a non invanire per questo... - -— Che cosa devo fare? interrogò ingenuamente. - -Desiderio ci pensò, e non trovando una valida difesa contro il -sentimento della vanità che gli faceva paura, rispose crollando il capo -che forse non ci era nulla a fare. - -— Questa tua bellezza io l’ho conosciuta, proseguì, e le parole sue -erano tremanti; è la bellezza buona, è la bellezza che fa pensare, è la -bellezza che sa amare, che accende, ma tien sempre caldo il cuore e non -vi lascia mai una parte addolorata. Questa è la tua missione, Bambina. - -— Per Bacco! deve essere difficile? Non è vero, babbo? - -— Sì, è difficile, confermò il Coppa pensosamente; vi è della gente -che si accende da sè alla vista d’un visino... come il tuo; poi soffre -senza dirlo; oppure dice a se stesso tante volte: matto, matto, matto! -e nondimeno soffre sempre. Che cosa può mai la bellezza buona perchè -nel cuore di questa gente non rimanga una parte addolorata? - -— Nulla, rispose Bambina ridendo. - -— Nulla... è quel che dico anch’io, proseguì con accento ilare. Hai -ragione tu, Bambina; questa missione è difficile; ma io voglio sperare -che non sia proprio la tua; ora andiamo a tavola. - -Fecero colazione nella camera di Desiderio; la mensa era imbandita -a piè del lettone matrimoniale, dove erano scesi per cinquanta anni -tanti sogni belli, tanti sogni cari... cari anche quando portavano gli -sgomenti inevitabili in un amore che campa di poco. Coppa dal suo posto -vedeva innanzi a sè i due guanciali, ogni volta che alzava il capo dal -piatto; l’amico suo avendo voluto voltare le spalle alle memorie, se -ne sentiva afferrato ogni tanto; e allora interrompeva la chiacchierina -gentile di Bambina con un sospiro. - -Che volevano dire gli sguardi fuggitivi che il Coppa gettava come lampi -sopra Bambina e sopra di lui? Desiderio credeva d’aver inteso qualche -cosa della confessione, ma ora a quegli sguardi era ben sicuro che -l’amico credeva di avere detto tutto da essere perfettamente inteso; e -questo lo metteva a disagio. Guardava quella faccetta tonda, fresca, -quella bocca ridente d’un sorriso buono, che metteva in mostra una -dentatura smagliante, scavando due fossette nelle guancie; quegli -occhi profondi e neri come i capelli che scendevano inanellati fino -sull’omero. E quella vista guastava il primo fantasma che, dalla -confessione dell’amico, era entrato nel suo cervello; perchè il Coppa -aveva il pelo rosso, gli occhi bigi, a fior di testa, impazienti. - -Pensava: “se Bambina fosse nata di lui, che bisogno ci sarebbe stato di -venirmi a contare la frottola del mandolino e del nonno?„ - -A un tratto, come seguiva sempre a quell’anima monca dacchè sua moglie -se n’era andata al camposanto, a un tratto l’idea vagante si arrestò e -mandò una luce così viva e così crudele, che gli si empirono gli occhi -di lagrime. - -— Povero Desiderio! mormorò, allungando la mano verso il Coppa; ora ho -inteso. - -— Che cosa ha inteso? domandò Bambina, arrestando un boccone a mezza -via. - -— Curiosaccia! disse il Coppa celiando. - -— Sì, che cosa ha inteso, me lo dica... insistè Bambina. Lei lo sa? - -— Sì, ma tu non lo saprai... volle promettere il Coppa; si pentì e -soggiunse: Spero almeno.... si pentì ancora e disse: Ma chi sa?.... -forse. - -E allora non fiatò più per un poco. Bambina insisteva col riso -tentatore fissando gli occhioni in faccia al _babbo_, che cercò uno -scampo così: - -— Gli affari si trattano meglio a tavola; ora è il momento di -conchiudere il più importante. Dunque, Desiderio mio, vediamo: questa -casa ti è cara, e si capisce, ma bisogna rinunziarvi per la nostra -figliuola, la quale non può proseguire la vita che fa da quattro -giorni; non può dormire nel tuo studiolo, sopra un materasso buttato su -sei sedie... - -— Le sedie sono otto, corresse Bambina, e ci si sta tanto bene! - -— Le avrei ceduto il mio letto, e non ha voluto; ha detto che aveva -paura di perdersi in un letto così grande... ma tu piuttosto non puoi -continuare a dormire all’albergo... Ci ho pensato, sai? - -— A che cosa hai pensato? - -— Che si potrebbe comprare due letti, uno per Bambina e uno per te; tu -dormiresti come una volta accanto a me. - -— Ma tu dimentichi che ora siamo ricchi, uscì a dire con accento -nervoso il Coppa, che ora possiamo avere ciascuno la nostra camera per -empirla di sogni e di smanie... I novantasei gradini della tua scala -li ho contati; sono troppi per... Bambina; per me sono meno di nulla, -anzi... ma per Bambina sono gravi... non dire di no, che so io quel che -mi dico. Ho già il fatto nostro; sette stanze allegre, piene di sole, -al secondo piano, con la vista verso un giardino... è già contratto -fatto, e quando ti dirò di venirci a stare, tu non mi dirai di no. - -Tacque per aspettare una risposta, ma Desiderio non la diede subito, -e mandava in giro un’occhiata pietosa alle pareti coperte d’una carta -cenerognola tempestata di fiorellini rossi, ma non si sentiva male -all’idea dell’abbandono, quanto avrebbe potuto immaginare, perchè era -entrato nell’anima sua uno sgomento nuovo, che vinceva ogni altro al -paragone. - -— Farò tutto quello che vorrai, rispose, povero Desiderio mio! - -— Oh! non mi stare a compiangere ancora; la partita è appena -incominciata; posso guadagnare. - -— Che partita? domandò Bambina. - -— Dunque è inteso; vedi bene che tutto sta a scegliere il buon momento, -e si vince sempre... ora la verità è questa, che le sette stanze non -ci sono ancora, ma ci saranno prima di sera. Scarrozzeremo per Milano, -Bambina e noi due, fino a tanto che abbiamo trovato il fatto nostro... -Non guardare i garofani della parete; ne metteremo anche nella tua -camera; ti parrà ancora di essere qui dove hai vissuto tanto tempo. E -la tua Speranza, soggiunse sommessamente, ti verrà a trovare... - -Queste parole del Coppa chiamarono un sorriso sulle labbra scolorite di -Desiderio. - -— Ella è sempre accanto a me; non mi abbandona mai. - -Intanto che Bambina sparecchiava, continuava a vagare nel cervello del -vecchio organista un pensiero inquieto, e appena la ragazza fu andata -nella sua cameretta per vestirsi, Desiderio interruppe: - -— Dunque? - -— Dunque l’amo, dunque soffro perchè l’amo come un pazzo; ma essa -non sa nulla, e non saprà mai nulla, rispose il Coppa con accento -tranquillo. - -— E da quando? - -— Da un mese forse; eravamo a bordo del _Sud-America_ quando feci la -strana scoperta che la mia pazzia era cominciata. Viaggiava con noi -un giovinotto, un commesso viaggiatore di una gran casa di prodotti -chimici; egli adocchiava Bambina da un pezzo; una sera che il mare -era tempestoso, e la piccina ed io soffrivamo entrambi, egli mi chiese -timidamente licenza di offrirle un suo rimedio contro il mal di mare; -e fu allora che vidi chiaro nell’anima mia, lo vidi dallo sforzo che -feci per ringraziarlo, invece di percuoterlo. Ottenuto il permesso, -egli si accostò a Bambina, che era al parapetto, ed io mi rizzai in -piedi e gli venni accanto. A me il mal di mare era passato. “Prova, -dissi a Bambina, prova, ti farà bene.„ E speravo, speravo proprio -che il rimedio di quel giovinotto non avesse nessuna efficacia; e mi -afflissi che invece Bambina se ne trovasse ristorata per un poco, e -quando il mal di mare fu più forte della medicina mi sentii consolato, -come se avessi ottenuto un trionfo. Cessò la burrasca nell’oceano, nel -mio cuore, no; e fino a tanto che a Gibilterra non vidi scendere quel -commesso viaggiatore della disgrazia, io non ritrovai più me stesso. - -— E che pensava Bambina? - -— Non si era accorta di nulla. - -— Bravo! - -— Perchè dici bravo?... La vigilia della fermata a Gibilterra -quell’innamorato timido, che da un poco andava cercando di attaccar -discorso con me per giungere meglio alla piccina, mi si mise al -fianco e mi disse che il giorno dopo mi avrebbe lasciato per _fare_ -la Spagna. Egli non potè penetrare la soddisfazione mia nel dirgli: -“Oh!... me ne dispiace tanto! E _fare_ la Spagna, gli dissi, non sarà -una cosa spiccia.„ — “Più spiccia che non crede; il mio prodotto si -vende solo nelle piazze principali, e da pochi consumatori in grande.„ -E mi assicurò che bastandogli un mese, dopo se ne ritornerebbe in -Italia a Milano. — “Lei pure va in Italia? E ci si fermerà? E andrà -a Milano?„ Risposi la verità, ma circondandola di tanti _forse_, di -tanti _se_, che il povero innamorato deve aver inteso che io non gli -volevo dar animo d’aprirsi meglio, come voleva fare. — “Mi chiamo Piero -Corruccini, mi confessò timidamente, se posso esserle utile in qualche -cosa in Spagna...„ Gli dissi gentilmente che non poteva essermi utile -in nulla nè in Spagna, nè altrove. “Il mio nome è Desiderio Coppa„ -conchiusi. — Non avendo potuto arrivare fino a Bambina per la mia -porta, egli quella sera medesima volle tentare l’usciolino segreto, -di mettere in mano di Bambina una dichiarazione scritta. Ma egli -non aveva la pratica di far _passare_ nè biglietti nè altro; io lo -prevenni, e quando egli per disperazione volle cacciare il biglietto -in un guanto abbandonato della mia ragazza io m’impadronii del guanto, -e nel consegnarlo a Bambina ne levai il contenuto. E mi venne anche -il ticchio di fare una celia crudele, svolgendo la carta sotto gli -occhi di Piero Corruccini, dicendo; “Stiamo a vedere che cosa si era -cacciato nel tuo guanto; leggi.„ E Bambina lesse ridendo la lista del -desinare ultimo. “Non serve più a nulla, feci notare all’innamorato, -ora il desinare è digerito.„ Piero Corruccini mi guardò fieramente, -io guardai lui; ma mentre mi sembrava di essermi vendicato, un’idea mi -pigliò, e nel momento di dire _addio_ al commesso dei prodotti chimici -mi venne detto invece _a rivederci_, e gli dissi dove mi avrebbe potuto -rivedere, cioè in Milano, scrivesse al mio recapito fermo in posta. Se -ne andò in estasi. - -— Bravissimo! mormorò Desiderio. - -— Tu dici _bravissimo_, come io direi ad altri, come inutilmente ho -detto tante volte a me stesso. Dicevo _bravo_ quando mi sentivo la -forza di rinunciare a questo sentimento che del mio vecchio cuore ha -fatto un trastullo pietoso; non lo dico più ora... - -Stettero un po’ in silenzio. Parve al vecchio organista che dalla -stanza vicina venisse ogni tanto un canto lieto vincendo il pedale -basso di Togna. — Era la voce di Bambina. - -— Oh! poveretta me! diceva quella voce allegra, oh! poveretta me!... - -— Poveretta te! disse il Coppa, parlando quasi a se stesso, poveretta -te, se la mia pazzia non mi lascia; se tu per compassione rinunzi alla -tua parte di felicità, che è la gioventù e l’amore, poveretta te! - -— Oh! poveretta me; continuava a dire Bambina, e ad un tratto irruppe -dall’uscio di cucina, e venne innanzi al Coppa: — Guarda, babbo, sono -insudiciata molto? - -Mostrava la faccetta bruna, in cui si vedeva uno sberleffo nero di -fuliggine. - -Il babbo rise molto nel vederla, disse che faceva orrore, che corresse -subito in camera a lavarsi col sapone. - -E appena Bambina fu scomparsa, proseguì coll’accento di prima: - -— Sì, Desiderio mio, ho fatto perfino questa magnifica pensata, -sposarmela; essa ha diciott’anni non compiuti, io ne ho settanta... -non compiuti; ma sono ricco; a quella povera ragazza che l’altro giorno -ancora sonava il mandolino nelle bettole di Buenos-Ayres, alla mercè di -un argentino intraprendente o danaroso, posso dare uno stato splendido -in cambio della sua gioventù, della sua bellezza. Essa non direbbe di -no; è tanto bambina! Ancora non sa come è fatta la felicità, e posso -farle credere che sia fatta così: lei diciott’anni, io settanta. — Il -mondo batterebbe le mani come al teatro, quando un giuoco è riuscito. E -ora... - -— E ora? interrogò Desiderio melanconicamente. - -— Ci ho pensato meglio; perciò te la lascio, e me ne vado... Non per -sempre, però; per un poco soltanto; quando la mia pazzia sia passata, -verrò anch’io a pigliarmi la mia parte di carezze; e penseremo tutti e -due a darle un buon marito, sceglieremo un giovane che le voglia bene, -che renda felice lei e noi contenti. - -Disse queste ultime parole stentatamente; Desiderio cercò in silenzio -la mano dell’amico suo, e la tenne a lungo nelle sue, tacendo sempre. -Poi Bambina apparve nel vano dell’uscio, e disse con compiacenza al -Coppa: - -— Guardami, _babbo_, sono bella? - -Era veramente uno splendore. - - - - -V. - - -La ricerca dell’appartamento fu lunga perchè il Coppa non era mai -contento delle stanze che vedeva, perchè Desiderio in cuor suo era -sempre scontento di abbandonare le proprie dove aveva amato, dove aveva -pianto. - -Ma infine si trovarono. E furono proprio sette, non contando un -corridoio, che doveva servire di anticamera; a terreno, ma piene di -sole, come il Coppa le aveva volute, e non solo con la vista d’ampie -praterie, perchè Desiderio non si dolesse troppo di perdere la -prospettiva dei comignoli, ma con un piccolo giardino dove Bambina -potesse coltivare i piselli e le insalatine. - -La segreta cura del Coppa era stata d’andare in cerca d’una tappezzeria -coi fiorellini rossi per la camera del gran letto matrimoniale; furono -papaveri invece di garofani di prato, ma il fondo bigio era lo stesso, -e l’insieme così ridente che Desiderio se ne dovesse contentare. -Veramente se n’era contentato subito, non già che quei papaveri gli -ricordassero meglio i garofani che aveva lasciato, ma perchè il povero -vedovo, avendo l’animo docile e riconoscente, era incapace di resistere -a una dimostrazione d’affetto anche se paresse costargli un sagrificio. - -E poi la sua morta si era affrettata a venire al capezzale durante il -sonno per dirgli che andava bene ogni cosa, che non pensasse tanto a -raggiungerla perchè, avendo ancora molto da fare in terra, a vedersi in -cielo c’era tutta l’eternità. “Ma tu, Speranza cara, non ti stancherai -d’aspettare?„ aveva chiesto lui — e la morta aveva assicurato che la -stanchezza è una cosa della terra e di là non se ne intende neanco la -parola. - -Siccome questa risposta non lo contentava, aveva soggiunto: “io non ho -perduto nulla; ti sono sempre accanto, ti vedo meglio di prima; tutta -l’anima tua ora mi appartiene; pur che tu non mi respinga, io posso -leggere ciò che stenti a vedere tu stesso; e non è nemmanco vero che io -non ti possa parlare; parlo al tuo pensiero, ti conforto, t’incoraggio, -ti contrasto alla muta — solamente mi rimane un dolore, ed è che tu non -abbia la coscienza della felicità del mio stato.„ - -Dunque fin da quel primo sogno era svanito ogni scrupolo di abbandonare -la vecchia casa; altri sogni seguirono nei quali la morta approvò la -scelta dell’abitazione vicina al Conservatorio; consentì che il Coppa -se ne andasse per il mondo un pochino ancora, fino a tanto che non -si fosse medicato della sua ultima ferita, e raccomandò ben bene che -Desiderio insegnasse l’organo a Bambina, che lui in persona, nessun -altri, accompagnasse la fanciulla al Conservatorio nell’andare e nel -venire; e infine nulla impediva... (ma questo non fu la morta a dirlo, -fu invece il Coppa) nulla impediva... - -— Che cosa? - -Che per Desiderio la fanciulla fosse ribattezzata Speranza. - -— I morti non devono essere gelosi, insinuò il Coppa, — almeno mi pare. - -— Non sono gelosi, assicurò Desiderio; la chiameremo Speranza. - -— Io no; per me rimane Bambina. - -Accomodate le cose in tal guisa, il vecchio Desiderio vide venirsi -incontro la felicità un’altra volta; e così lietamente, e così bella -e così larga di promesse al suo cuore modesto, che quasi gli pareva -soverchiare non le proprie forze, chè egli si sentiva fortissimo più -che mai, ma il ragionevole e il lecito ad una povera creatura mortale. -E si sentiva perfino scrupolo quando confessava a se stesso che la -morte di Speranza non aveva tolto nulla alla sua vita, perchè Bambina -era venuta, e la morta era viva ancora. - -— Ma tu, povero amico mio, ma tu? interrogava spesso. - -— Io sto bene, rispondeva il Coppa; tu sai che io so soffrire, e so -anche vincermi; ci ho la lunga pratica; chi sa, a forza di vincermi, a -che eccellenza arriverò? - -— Ma soffri?... - -— Altro! ma taccio. Spero che Bambina non abbia penetrato nulla; ogni -mattina, quando mi viene dinanzi e si rizza in punta di piedi perchè -io le dia un bacio paterno, essa non immagina il supplizio che mi dà. -Ma posso soffrire ancora: quando non potrò proprio più, me ne andrò a -spasso per il mondo, e tornerò guarito. - -E in buona coscienza il Coppa, il vecchio Coppa, a cui la vita aveva -insegnato tante cose, il Coppa che aveva visto il doppio fondo di -molte gherminelle umane, il Coppa si vantava. Povero lui! Si credeva -forte perchè sapeva soffrire! Desiderio, il quale lo ammirava senza -restrizioni anche in questo, espresse una volta un pensiero che gli era -venuto. - -— Lo so che tu sei forte, disse; e so che te ne compiaci; ma la forza -sta nel saper poi soffrire, oppure nel non soffrire? Chi sa? Forse i -fortissimi sono gl’indifferenti. - -— Può essere. - - -Bambina era una scolara disattenta, e dopo poche settimane il vecchio -organista potè dire che di quell’allieva non avrebbe mai fatto nulla -di buono; essa rideva di tutto, assicurando che la lezione l’aveva -imparata benissimo, e per pagarsi della noia che le voleva infliggere -il professore con i suoi accordi, staccava dalla parete il vecchio -mandolino e strimpellava una canzone d’osteria. Era un dolore per -Desiderio, era anche uno strazio per il suo orecchio avvezzo alla -maestà dell’organo di Bach, udire quella musicaccia sonata con quello -strumento di tortura, ma quando il Coppa e Bambina ridevano, anche lui -rideva. Soggiungeva poi senza rancore che l’uomo che aveva inventato il -mandolino doveva essere ubbriaco, o forse paralitico, o almeno ammalato -di nervi. - -In ogni modo Bambina per degnazione imparò le scale e gli accordi, e il -vecchio organista non disperava ancora che la passione dell’organo non -la pigliasse come aveva preso lui, quando la sentiva dire: “ora suona -qualcosa tu, che suoni tanto bene; mi fa tanto piacere ascoltare...„ -Desiderio sonando Marcello e Bach, con gli occhi fissi al soffitto, -sembrava interrogare il cielo, mentre il Coppa seduto in disparte a -capo chino, con la faccia nascosta fra le mani, cercava nella faccia di -Bambina una ragione seria della propria pazzia. - -Diceva a se stesso: “ma chi mi assicura che sia proprio una pazzia?„ - -E veramente sapeva egli dove, nella vita sociale, finisce il senno -e comincia la mania? Chi sa? La vera saviezza sta forse nel sapersi -sbarazzare la strada per arrivare al proprio contentamento; ed è pazzo -soltanto chi, avendo finalmente a tiro di mano la felicità, s’impunta a -non allungare il braccio e dire: è mia, me la piglio. - -Un giorno Bambina sembrava cedere dolcemente alla tentazione di Bach, -ma sorrideva ancora ogni tanto guardando ora l’uno, ora l’altro dei -due babbi; mentre il vecchio organista con gli occhi sempre fissi -nell’ideale era lontano, le idee del Coppa si ordinarono meglio alla -battaglia. - -Finora l’aveva tenuto lo scrupolo d’incatenare la gioventù fiorente al -vecchio egoismo, ma se qualcuno gli dimostrasse che sposando i suoi -settant’anni ai diciotto di Bambina per darle un nome, uno stato, la -ricchezza... e perfino, sì, perfino l’amore forte dei vecchi, perchè -solo i vecchi sanno amare... se qualcuno con intelletto pietoso gli -facesse questa dimostrazione piena di senno, confortandola con molti -esempi ricavati da quello che si è fatto sempre nel mondo, da quello -che si fa tutti i giorni, e si farà ancora: se... - -— Scommettiamo, entrò a dire qualcuno, che se tu facessi a Bambina la -proposta di sposarla subito, essa non direbbe di no; si scoterebbe, -mentre ora sta per addormentarsi, balzerebbe in piedi e, battendo le -mani, griderebbe: sposiamoci subito. - -— È tanto bambina! rispose il Coppa; non vi sarebbe da stupire! Ma io -non vorrei questo, io vorrei... - -Che cosa? Non lo voleva dire; non lo voleva pensare neanco lui? -Egli, se non fosse stata troppa audacia il solo immaginare, avrebbe -voluto semplicemente che Bambina, coi suoi diciott’anni, con la sua -bellezza, s’innamorasse di lui, della sua persona lunga e magra, del -pelo quasi rosso, della sua barba e dei capelli tagliati a spazzola. -Ecco che cosa voleva. S’innamorasse scioccamente, da non vederci più, -da perdere quella testina vezzosa; e dei molti giovinotti belli, forti -ed invaghiti di lei così bella, essa preferisse il vecchio Coppa solo -perchè egli le voleva più bene di tutti quanti presi insieme; e un -giorno vinta da quello stranissimo amore, confidasse la propria smania -a babbo Desiderio, o a lui stesso... il quale... il quale avrebbe -aperto le braccia per stringerla al proprio petto, lagrimando per -tenerezza come un fanciullone. - -E allora forse Desiderio stesso, l’amico per la vita e la morte... -troverebbe finalmente la parola incoraggiante che ora gli repugnava -pronunziare: “Lo vedi bene, gli direbbe, è innamorata di te; sposala e -falla felice.„ Il Coppa s’immaginava l’accento di queste parole, gravi -come se le dicesse il divino Bach: non ci entrava sicuramente neanco -un’ombra d’invidiuzza, neanco il timore che l’avvenire non potesse -bastare a dar realtà a una gran speranza; infine il Coppa non era -ancora da buttar via, e si sentiva la forza di campare cento anni per -amare. Non erano forse di Desiderio quelle parole consolatrici: “La -felicità arriva sempre, per chi sa aspettarla.„ — “Io l’ho aspettata -settant’anni, disse a se stesso il Coppa: ora è arrivata, è lì a tiro, -basta che allunghi un braccio e dica: _è mia_.„ - -L’organo tacque e Desiderio si volse sorridendo: - -— Ti credevo addormentato, come Bambina... - -— Pensavo invece... - -— A che pensavi? - -— Pensavo che bisogna vincere, che bisogna strapparmi dal cuore questa -malia... - -Desiderio, rizzandosi innanzi all’amico suo, crollava il capo, ma non -diceva nulla, altro che la pietà. - -— Pensavo che bisogna darle marito... ecco ciò che Bach mi ha detto -poc’anzi. - -— E a me pure Bach ha detto una parola che accomoderà forse ogni cosa, -se gli diamo retta. - -Il Coppa si alzò in piedi di scatto. - -— Dimmela... - -— Tu vuoi bene a Bambina (e il vecchio si voltò per assicurarsi che -la loro figliuola dormisse veramente), le vuoi molto bene, come le -voglio io, ma un po’ più di me; hai bisogno di essere al suo fianco per -amarla; non è vero? - -Il Coppa non fece cenno di sì; aspettava il resto. - -— Di goderti la sua chiacchierina gentile, le sue carezze, di guardare -la sua bellezza buona... non è vero? e tutto questo per egoismo, -s’intende; ma anche di proteggerla, di avere diritto in faccia al mondo -di vantarla _tua_, di poterle dare il tuo nome... — - -— Dunque, interruppe il Coppa, dunque sposala; non è questo che mi vuoi -dire? - -Desiderio rimase un po’ sbigottito dalla interruzione e dall’accento -tremante con cui era fatta, non rispose subito. L’altro proseguì: - -— E sei tu, il compagno mio, l’amico mio d’infanzia, proprio tu che mi -dai questo consiglio? Ti ringrazio di cuore; tu forse finisci con una -parola la lotta che sopporto da molto tempo. Ma io vi penso, vi voglio -pensare ancora... Guardala... povera Bambina! - -— Dorme... povera Bambina! ripetè Desiderio, rinunziando -melanconicamente a finire il pensiero che gli era venuto. - -Dopo un poco di silenzio il Coppa interrogò: - -— Era questo che mi volevi dire? - -— Questo... sì... questo; solamente che se sposarla non ti sembrasse -la via migliore per dare la felicità a lei ed a te, ci era un’altra via -che forse vi avrebbe reso felici entrambi. - -— Un’altra via? - -— Sì... adottarla. - -Bambina si svegliò allora. - -— Brava figliuola mia, esclamò Desiderio mettendo una nota allegra, ma -falsa, nella voce lenta e grave; brava! a te che cosa ha detto Bach? me -lo vuoi dire? - -Il Coppa guardava sottecchi attentamente. - -— Non mi ha detto nulla! - -— Bambina! Bambina! minacciò Desiderio. - -Bambina, dopo aver cercato per la stanza un punto dove mettere lo -sguardo securamente, uscì di corsa. - -— Che è stato? domandò Desiderio al Coppa, e il Coppa rispose -trepidante: - -— Non dormiva, ha inteso ogni nostra parola. - -E non sapendo ancora se doveva essere molto afflitto, gli parve di -sentire una contentezza strana, la vecchia contentezza d’ogni volta -che gli era riuscito di fare una corbelleria col fermo proposito di non -farla. - - - - -VI. - - -_Adottala!_ Con questa sola parola Desiderio aveva preparato una -battaglia all’anima inquieta dell’amico suo: ma il Coppa, che non -lasciava mai andar a male una goccia di fermento sol che potesse dargli -un’ora di spasimo, il Coppa non s’era ripetuto ancora il consiglio -di Desiderio. Però l’aveva in serbo per essere infelicissimo più -tardi. Intanto pensava alla rivelazione uscita di bocca ai due vecchi -imprudenti, mentre Bambina doveva dormire. Ma che ci sono più delle -bambine che dormano veramente? Una volta, ai loro tempi, forse ce n’era -qualcuna, ma oggi le ragazze che hanno in vista il marito sono tutto -orecchi anche se hanno l’aria di essere addormentate. - -Così assicurava il Coppa con un po’ di celia baldanzosa, per chiedere -poi in modo dimesso: - -— Ma perchè è andata via di corsa? lo immagini tu? che significato ci -vedi? - -Desiderio non ci vedeva altro significato se non uno, cioè che Bambina -non dormiva ed aveva inteso ogni cosa... - -— E allora? domandò il Coppa. - -— E allora, rispose a se stesso, allora aspettiamo. - -Volendo raccogliere qualche indizio, egli sentiva che la collaborazione -dell’amico suo gli era indispensabile, ma non si faceva illusione sul -sentimento di Desiderio; dalle parole incerte, dal tono rassegnato -con cui le balbettava, e più dai silenzi lunghi comprendeva che il -matrimonio non avrebbe contentato l’amico vecchio. Mentre era probabile -che Bambina, messa alle strette, avesse a dire sì senza riflettere, -era quasi possibile che, avendo riflettuto già un poco, aspettasse con -impazienza. Si sa, le Bambine di quell’età non hanno paura di nulla! - -Vincere la ritrosia di Desiderio! ecco il punto; per ora almeno era -l’indispensabile, perchè il Coppa non si indurrebbe mai a guadagnare la -battaglia se prima tutti i sofismi che egli stesso aveva armati contro -il suo proprio senno, contro il suo proprio sentimento di giustizia, -passando nell’anima del vecchio amico, non gli parlassero con l’accento -della verità. Rispetto a Bambina, la pratica del mondo e degli uomini -gli aveva già detto molte parole consolatrici. - -— Senti, Desiderio mio, voglio che tu mi dica una parola schietta, -voglio che non rimanga all’oscuro neanco un cantuccio della nostra -coscienza. - -Così incominciò il Coppa, a cui Desiderio rispose con poca voce: — -Parla, ti sto a sentire. - -— Ti ho detto, e tu me lo avevi letto nel cuore, che ho commesso uno -sproposito, che mi sono innamorato di Bambina; facendo di tutto per -resistermi, forse lo spropositaccio si è andato formando meglio; ora -è fatto perfettamente. Ho cercato di leggere di nascosto nella tua -coscienza, e mi è sembrato di vedere che il negozio più onesto e più -leale in faccia al mondo, il negozio in cui la società non vedrebbe -ombra di male, ti mette un po’ di paura. Questa povera creaturina tanto -bella, tanto dolce ha diritto ad uno sposo molto diverso — hai pensato -tu, come ho pensato io — ma dimmi: la felicità di due che si sposano -dipende infallibilmente dai loro anni? O piuttosto molti matrimoni non -vanno a male, se non perchè i coniugi sono stati legati quando l’uomo -non era maturo per dargli una compagna? - -— Questo è vero, rispose Desiderio; ho visto tante unioni imbarcate -allegramente naufragare dopo un anno solo; più raro è il caso quando il -marito... - -La frase aveva una chiusa difficile. - -— Quando il marito ha settant’anni, disse il Coppa. - -— Non volevo dir così. So bene che a settant’anni si può essere giovani -come a quaranta, quando si ha la fibra sana; — la morte picchia a tutti -gli usci senza distinzione; so anche questo — e so un’altra cosa... -proseguì Desiderio con un accento baldanzoso insolito in lui. - -— Che cosa sai? - -— So che contro un sentimento la discussione è inutile, che bisogna -accettare l’amore in ogni età. E quando ci pare buono a darci la -felicità, forse la pazzia è di contrastargli troppo. Forse... - -Il Coppa strinse la mano dell’amico senza dir parola. - -— Forse, ripetè Desiderio; ma il Coppa non lasciò luogo a pentimenti, -assicurando che quello che aveva detto era proprio pieno di senno. - -Nondimeno resisteva ancora a se stesso. - -— Infine, che ricerca la ragazza nel matrimonio? un compagno che l’ami, -che si occupi di lei, che le dia, se può, un figliuolo o due; a questo -patto essa è innamorata, è fedele, è felice. Ti pare che io non possa -far tutto questo? - -— Altro! - -— Sì, io lo posso, assicurò il Coppa; posso dare ancora la felicità -alla mia donna e forse a me stesso. - -— Sarebbe ora! disse l’amico melanconicamente. - -— Sì, sarebbe ora; perchè proprio proprio, io non so come sia fatta la -felicità; la immagino composta di pace, di amore, di... non so di che -altro... forse di lavoro... - -— È fatta anche di rassegnazione. - -Ed è così fatta, avrebbe voluto soggiungere Desiderio, che a te, mio -povero amico, non piacerà mai; ti passerà rasente e la guarderai in -faccia senza riconoscerla. - -Ottenuto il suo intento da Desiderio, al Coppa rimaneva ancora la -bramosia di accertare subito il sentimento di Bambina. Essa era -schietta, e interrogata a quattr’occhi avrebbe detto tutta l’anima sua; -ma appunto sarebbe stato meglio se egli, potendo gettare lo scandaglio -in quel cuore turbato dalla rivelazione, lo rasserenasse poi con una -parola quando mai il turbamento fosse ansietà o sconforto, senza metter -lei brutalmente alle strette, povera Bambina tanto cara! Gli sembrava -un egoismo abusare di quella fragile creatura per darle a sostenere una -battaglia intima. Mentre lui si sentiva forte da sfidare il rifiuto, da -ridere con lei di se stesso — perchè questo sentimento della propria -forza non aveva mai abbandonato il Coppa — s’inteneriva al pensiero -di far soffrire una persona cara. Tutto ben considerato, era ancora il -meglio affidare a Desiderio il difficile incarico. - -— Senti, amico mio, parlale tu stesso; leggi tu nel suo cuore, prima di -me; a quest’ora essa forse pensa, ed aspetta; va subito, io rimango... - -Desiderio accondiscese, ma il Coppa non rimase in salotto; se ne -andò subito in cucina, dove, mettendo l’occhio alla toppa della porta -che metteva nella camera di Bambina, sperava di poter vedere e udire -quanto si diceva. Non gli passava nemmeno in mente che quel modo di -leggere nell’anima delle persone care fosse basso o maligno o soltanto -impertinente; sapeva bene che per una cosa importante non sono mai -volgari i mezzi per riuscire. Non aveva forse, in mezzo a un pubblico -strepitante d’applausi, non aveva forse fatto apparire una vaschetta -piena d’acqua e con i pesci rossi... appendendosela di dietro, sotto le -falde della marsina? - -Desiderio era entrato appena, e, stando ritto nel mezzo della camera, -guardava amorevolmente verso Bambina che il Coppa non poteva vedere — -taceva ancora, ma sorrideva, cercando le migliori parole per entrare in -argomento. - -Finalmente disse adagino, come se non volesse svegliare gli echi -d’un’anima turbata: - -— Bambina!... vieni a darmi un bacio... vieni a dire al babbo quello -che non può restare troppo tempo nell’anima tua, senza farti male. - -Bambina s’accostò senza dir parola; e Desiderio proseguì: - -— Qui, sul mio cuore di padre... perchè ora devi aver compreso che, -di due babbi, te ne rimane uno solo, e sono io quello... Ma non aver -paura d’essere amata meno di prima; sappi che io so come si ama una -creaturina buona come sei tu... solamente mi fa paura di conoscermi -egoista, perchè io godo, io sono felice, e non dovrei essere tanto -contento d’essere rimasto solo. - -Bambina, appoggiando la testina al petto del vecchio, sollevava verso -di lui uno sguardo luminoso. - -Desiderio le accarezzava la fronte, i capelli, il visino rosato; poi -proseguì con l’accento di prima: - -— Egli non gode, egli non è felice, e soffre... perchè ti vuol bene in -un altro modo... ma se tu vuoi... sarà felice. - -— Come? domandò Bambina abbassando lo sguardo. - -— Lo hai già capito... _se puoi_... se nulla ti trattiene, nè una -promessa, nè un sentimento... e se... egli non ti sembra troppo -vecchio. - -S’interruppe. - -Bambina ci pensò un poco, tenendo sempre gli occhi fissi -sull’ammattonato. - -— Mi piace com’è; disse lentamente; gli vorrei bene come gliene ho -voluto finora... ma... - -Un lungo silenzio. - -Meravigliato di sentire una contentezza inesplicabile, Desiderio -aspettò che Bambina proseguisse: - -— Ma _egli_ deve arrivare fra poco, anzi quest’oggi stesso, a quest’ora -forse è arrivato... - -— Chi? - -— Piero... Piero Corruccini, così si chiama..., è un giovane con cui -ho viaggiato per mare, da Buenos Ayres a Barcellona;... mi ha detto che -gli piaccio tanto, che vuol sposarmi se io non gli dico di no. - -— E tu? - -— Non gli ho detto nulla... - -Un altro silenzio lungo. - -— E come sai che egli deve arrivare a Milano oggi? - -— Me lo disse lui stesso a bordo, me l’ha anche scritto in un pezzo di -carta... che mi lasciò in mano nel salutarmi... - -— In questo tempo hai pensato a lui? - -La risposta non fu pronta, ma fu leale. - -— Sì, ho pensato sempre a lui; sapendo che doveva arrivare, che forse -è arrivato, ho mandato or ora Togna a buttar nella buca un bigliettino -fermo in posta... non gli dico altro che la via e il numero della -casa... egli forse verrà. - -— Verrà di sicuro, affermò Desiderio, baciando la fronte bianca di -Bambina — questa piccola ruga non ci dev’essere; mandala via subito. - -— Gli dica che gli voglio tanto bene, e che se vuole proprio io mi -lascio sposare; ma allora deve pensare lui a parlare con Piero... a -dirgli... - -Al pensiero di ciò che il Coppa dovrebbe dire a Piero per mandarlo -via, Bambina sentì venire le lagrime, e nascose il viso nel petto del -babbo. Il quale, mettendole le mani sulla testa, disse a bassa voce: ho -capito! - -— Che cosa ha capito? domandò Bambina, scostando appena il viso e -alzando gli occhi verso Desiderio; non è vero che io sia innamorata di -Piero, ma ho tanto pensato a lui... e forse lui non ha pensato a me, e -non verrà nemmeno. - -— Verrà, affermò un’altra volta Desiderio, e allora Bambina mostrò -tutta la faccia luminosa. - -— Ecco Togna, disse la fanciulla sentendo rumore in cucina — ma -correndo all’uscio, vide che si era ingannata, perchè Togna arrivava -appena allora. - -Desiderio, andato in salotto a capo chino, non si aspettava di trovarvi -il Coppa, e sopratutto di trovarlo tanto di buon umore. - -— Non hai nulla di consolante, scattò a dire; ti si legge in viso -la mia sconfitta — negalo se puoi; ma non potendo consolarmi tu, mi -consola la mia filosofia. Ce ne ho anch’io una! non mi serve molto -a ragionare prima di commettere le corbellerie, ma mi calza come un -guanto quando la corbelleria l’ho commessa. Dimmi un poco: se non fosse -di questa filosofia, ti pare che avrei potuto campare settant’anni, -ammucchiando spropositi senza mai imbroccarne uno che mi desse la -felicità per isbaglio? - -Desiderio lo guardava con faccia pietosa; avendo preparato la frase con -cui doveva incominciare, aspettava che il Coppa gli porgesse occasione -di dirla. Aveva congiunto le mani per aver più forza. - -— Bambina ti vuol tanto bene, dice che se... - -— Dice che se voglio proprio sposarla, si lascia sposare, ma che in -questo caso devo parlare io stesso al signor Piero per fargli intendere -che la sua innamorata ha trovato di meglio... Ero in cucina; ho inteso -tutto. - -Desiderio sciolse le mani una dall’altra, e le lasciò penzolare lungo i -fianchi. Il gesto significava: tanto meglio. - -— Il signor Piero verrà domani o doman l’altro; ma stasera io parto. -Che ci vuoi fare? la mia filosofia non va fino a preparare le nozze -del mio rivale. È già bello avere un rivale alla nostra età — perchè -tu l’hai sentito “se io voglio proprio, mi sposa„ ma io non voglio -proprio, povera Bambina! Tu accoglierai bene il signor Piero, ti -informerai quale stato può offrire alla nostra ragazza, e gli dirai -che Bambina ha cinquantamila franchi di dote.... a patto che lo sposo -permetta al babbo di finire i propri giorni in casa di sua figlia... -E il babbo, resta inteso, sei tu; t’informi da un notaio come va fatta -questa cosa, e adotti Bambina. Va bene così? - -No, non andava bene; si leggeva nel viso di Desiderio, che la cosa, -combinata con tanta filosofia, non andava bene. Era troppo bella; bella -troppo singolarmente per uno dei due Desiderii. Ma l’altro? - -Il Coppa intese quasi tutto il significato del silenzi del vecchio -amico. - -— Vi è una cosa che non va bene, non è vero? Dimmela, e vedremo se la -possiamo accomodare. - -Desiderio pensò un poco prima di rispondere, e rispose con una domanda: - -— Stasera dunque vuoi andar via? e dove vai? e quando ritorni? - -Il Coppa sorrise e assicurò che dopo sessant’anni non rinnoverebbe -la fuga dell’ospizio; solamente andrebbe via perchè, qualche cosa di -fanciullone rimanendogli anche a settant’anni, non si sentiva forte da -sfidare lo sguardo di Bambina. Tornerebbe poi, quando ogni cosa fosse -assestata per il contratto e per pagare la dote. - -Ecco: Desiderio intendeva benissimo che il Coppa avesse il bisogno -d’andarsene subito; certo che se fosse tanto forte, come si era sempre -vantato, e tanto filosofo come si vantava ora, rimarrebbe a pigliar -per le corna il suo demonio; ma vi è filosofia e filosofia; quella che -ha paura forse non è la peggiore; la chiamano prudenza, mentre l’altra -più audace non è forse che temerità. Che domani o al più tardi doman -l’altro il signor Piero Corruccini si avesse a presentare per chiedere -il fatto suo cioè la mano di Bambina, nessuno dei due Desiderii poteva -metterlo in dubbio; ma che fosse assolutamente necessario che uno dei -due pagasse la dote, e l’altro desse il proprio nome, mentre era così -decoroso, così bello, così filosofico per il Coppa che fosse lui solo -a far tutto questo, Desiderio, per quanto gli costasse dirlo, non lo -poteva intendere. - -— Sta bene, acconsentì il Coppa, può essere che abbi ragione tu; per -ora l’essenziale è d’andarmene. - -I preparativi della partenza furono cosa spiccia: due valigie a mano, -nient’altro; più lungo fu invece scrivere le istruzioni a Desiderio -perchè nella sua assenza le cose andassero come se lui non mancasse; -più lungo ancora radersi. Questa operazione delicata che il Coppa era -solito fare con le proprie mani il sabato, fu fatta questa volta in -venerdì. - -“Il meno che ti possa capitare, assicurò il Coppa parlando a se stesso -nello specchietto, è di metterti una virgola sul mento. Bada a te se -non vuoi guastare la tua faccia.„ Ma non ci badò abbastanza quando vide -Bambina nello specchietto, la quale arrivò proprio a tempo per vedere -un orrore... il sangue che guastava mezza la faccia rasa del Coppa, -mentre l’altra metà avea tutto il suo pelo della settimana. - -— Che cosa ti sei fatto, babbo? esclamò Bambina — ti sei fatto male? -domandò Desiderio. - -Il Coppa si voltò ridendo. - -— Nulla di male. - -E contento di potersi lavare nel catino, fin che il sangue non -colasse più dalla piccola ferita, pensava che il rasoio era stato più -intelligente di lui, facendo ciò che egli non avrebbe saputo fare. -Ora poteva ridere forte sotto gli occhi di Bambina, la quale gli aveva -detto _babbo_ come gli altri giorni e cercava con l’occhio negli angoli -della stanza una tela di ragno per medicarlo. Appena il Coppa non -perdette più sangue, finì tranquillamente di radersi; si voltava ogni -tanto verso Bambina a ridere della paura che le aveva fatto, e quando -la faccia sua fu rasa, la sua determinazione pure fu mutata. - -— Non me ne vado più, disse a Desiderio. - -— Volevi andar via? domandò Bambina, tentando leggere sul viso sbarbato. - -— Avrei dovuto partire per una faccenda; sarei stato assente pochi -giorni; ma ho pensato che alle altre faccende vi è sempre tempo, mentre -per fare la felicità d’una Bambina cara, che sei tu, proprio tu, il -tempo buono è questo; perciò rimango. - -— Oh! in buon ora! esclamò Desiderio, ecco una parola che mi piace! -Questa è la filosofia. - -— Che cosa è la filosofia? domandò Bambina. - -— Pare che sia una cosa così: farsi una virgola sulla faccia col rasoio -e rimanere quando si ha fermamente deciso di partire. - -All’opera del rasoio miracoloso mancava ancora che il Coppa si -pigliasse fra le mani la faccetta tonda di Bambina e se la baciasse -in faccia a Desiderio, come aveva fatto ogni giorno — ma a questo il -vecchio Coppa non si sapeva indurre, perchè anche Bambina non veniva a -mettere a tiro la testina tentatrice. - - - - -VII. - - -A quattr’occhi il Coppa diede a Desiderio spiegazioni larghissime, -anche più larghe del necessario, del suo repentino mutamento; voleva, -come aveva già espresso, trovarsi accanto a Bambina quando Piero -Corruccini venisse a prendersela; voleva assestare il contratto di -nozze, voleva scrivere a Buenos Ayres, con la speranza che Domenico -Lauri, il vecchio _nonno_ di Bambina, vi fosse ancora e gli potesse -dire qualche cosa dei genitori, e consentire all’adozione della -ragazza. Tante altre cose voleva che Desiderio intese a volo, -approvando tutto. - -Il rimanente di quel giorno il Coppa fu sereno, così sereno che, -venuta l’ora d’andare a letto, notando che Bambina dava la buona notte -a Desiderio senza porgergli la fronte perchè egli v’imprimesse il -solito bacio, la prese per mano e la tenne prigioniera dinanzi a sè. -E le disse: “dunque la nostra figliuola non ci vuol più bene; e che le -abbiamo fatto? Nulla? e allora non ci è bisogno di rinunciare al bacio -che ogni sera mi hai dato prima d’andare a letto; dammelo oggi pure, se -vuoi che i bei sogni scendano sul tuo capezzale.„ - -Bambina si fece rossa, diede il bacio voluto e rise forte; poi tornò -davanti a Desiderio. - -— A lei non l’ho dato; sono proprio una distratta... lo vuole? - -Altro che volerlo! - -Anzi Desiderio, appena la ragazza se ne fu andato in camera sua, si -accostò al Coppa e se lo strinse al petto. - -— Sono proprio contento, disse poi sottovoce. - -La mattina successiva il Coppa si mostrò un po’ nervoso, soltanto fino -all’ora del pasto. Egli aveva creduto possibile, e l’aveva detto a -Desiderio, che il signor Piero, appena avuta la lettera di Bambina, -ne avesse subito scritta un’altra a lui per annunziargli che dopo il -mezzodì sarebbe venuto a fargli visita; ma non avendo la posta del -mattino portato nulla di nulla, egli poteva correggere i suoi calcoli -così: “Corruccini non ha scritto, e non scriverà; verrà in persona -verso l’una.„ E anche questa predizione volle affidare a Desiderio, il -quale non vi trovando nulla di improbabile, aggiunse: - -— Bambina deve aver pensato la stessa cosa, perchè mi sembra inquieta; -ha cominciato tre volte: _Una voce poco fa_... ed ha troncato subito. -Sicuramente essa pure aspetta il signor Piero dopo il mezzodì. - -Ma il signor Piero all’ora della cena non era ancor venuto. Tutto il -pomeriggio il Coppa lo aveva aspettato inutilmente; era andato su e giù -un gran pezzo per il salotto, poi, sentendo venire un po’ di pazienza, -si era accomodato in una poltrona a sdraio, e la pazienza essendogli -cresciuta, si era perfino fatto bello dinanzi allo specchio, così, -per fare qualche cosa. Il vecchio Desiderio — quello sì era vecchio! -— il vecchio Desiderio aveva passato il suo tempo interrogando alla -muta ora l’amico, suo, ora Bambina, la quale per verità non gli pareva -afflittissima come avrebbe pensato. - -Senza rammaricarsi troppo, che sarebbe stato un ipocrita, e nemmeno -compiacersi, dimostrandosi un fatuo ed un egoista, il Coppa a cena non -fiatò di Fiero come se si chiamasse Paolo, come se non avesse lui le -chiavi del cuore di Bambina. - -Lo aspettò in buona coscienza fino alle nove, alimentando lui solo la -conversazione con molte peripezie della sua vita, scegliendo però bene, -per non danneggiarsi troppo agli occhi dei suoi ascoltatori; e infine, -prima che la ragazza scendesse nella sua camera, le disse a fior di -labbro: _verrà domani_. Bambina rise forte e se n’andò canticchiando: -_Una voce poco fa, Qui, nel cor, mi risonò_... - -Ma anche il domani, il signor Piero non si lasciò vedere, e nemmeno -il giorno dipoi, nè l’altro. I vecchi Desiderii erano tutti e due -d’accordo nel dire che era una cosa strana, perchè i viaggiatori di -commercio, per abito di professione, sono puntuali alle poste date, -non si dimenticano mai di visitare la casa d’un cliente buono il -giorno stabilito, fosse anche alla distanza d’una stagione intera, -fosse anche alla distanza di tutto un anno; e tanto più poi quando -hanno un incendio acceso in qualche parte del corpo. E il Coppa, -facendosi la barba tutti i giorni dacchè aveva corso rischio di farsi -una guancia per aver lasciato crescere troppo il pelo rossigno, finì -con l’enunziare una sua sentenza: “i giovani d’oggi sono di poco -peso; vuoi scommettere qualche cosa che il signor Piero ha piantato la -_nostra_ Bambina per un’andalusa; pianterà più tardi l’andalusa per una -parigina.„ - -Desiderio, senza arrivare fino a questo punto, non scommetteva nulla. - -— Io invece, ci sono arrivato subito. - -E scommetteva volontieri, perchè conosceva il mondo, povero Coppa! - -Lo sgomento dei due Desiderii fu che la ragazza non ridesse abbastanza, -perchè il pensiero del viaggiatore tardivo le occupasse il cuore, o -che canterellasse troppo, per stordirsi e non pensarci. Ma Bambina non -tenne lungamente in angustie i vecchi, che le volevano tanto bene, e -appena si fu accorta della loro inquietudine li rasserenò con poche -parole: “se viene bene; se non viene...„ - -— Se non viene? insistè Desiderio. - -— Se non viene, meglio. - -E sembrava quasi sincera. - -Il Coppa non fiatò, ma sentì martellare qualche cosa dentro, un -desiderio forse, o una speranza. - -Lungamente i due vecchi aspettarono Corruccini, quando Bambina non -ci pensava più. Sapendo che la ragazza aveva scritto una lettera per -dare il recapito al pretendente, il Coppa andò a sincerare la cosa -alla posta, e trovò la lettera che aspettava Piero da quindici giorni. -L’impiegato gli domandò se fosse lui veramente Piero Corruccini, ed -il Coppa confessò che egli non era quello, ma che era stato lui a -scrivere, e voleva sapere quanto tempo ancora la lettera aspetterebbe -il destinatario. - -L’impiegato postale ebbe la bontà di fare il conto sulle dita, e dirgli -che quel giorno medesimo doveva mettere la lettera nelle caselle delle -arretrate.... - -Allora il Coppa, avvedendosi che aveva da fare con un impiegato umano; -(chè qualche volta accade anche questo), pregò che la lettera rimanesse -ancora qualche giorno nella casella solita. - -— Fin che qui sono io, lo prometto; ma quando viene un altro -distributore, farà quello che dice il regolamento... però se lei mi -dice di dove viene la lettera... io posso consegnargliela, e lei la -imbucherà un’altra volta mettendo un nuovo francobollo, così rimarrà -altri quindici giorni nella casella. - -— La lettera è scritta da Milano, dà un recapito; niente altro; se -vuole la imbuco alla sua presenza... lì c’è una buca, che sembra fatta -a posta. - -— È fatta a posta... ma si vede bene che lei è una persona come si -deve... concluse il distributore consegnando la lettera. - -— Grazie mille; la prego di stare attento che ora la imbuco... - -— S’immagini, disse l’altro, e il Coppa insistè, mentre appiccicava un -francobollo nuovo: No, mi faccia il piacere di guardare... - -Il distributore guardò sorridendo per contentare il buon vecchio, il -quale dopo aver imbucato la lettera si rivolse a salutare l’amabile -distributore dicendo: è passata. - -Invece no, non era passata. Al momento di imbucare la lettera gli era -venuto l’idea tentatrice di trattenerla; come fu in via Rastrelli la -guardò lungamente per dar tempo alla monelleria che gli aveva parlato -all’orecchio di dire tutto il suo pensiero. - -Perchè aveva egli fatto quel giochetto? Non già per la soddisfazione di -corbellare un distributore di buona fede e distratto; e dunque perchè? - -Forse perchè Bambina aveva detto così: _se non viene, meglio_. - -“Ecco, ora quella lettera che dà il recapito a Piero Corruccini è in -mani mie, ed io posso distruggerla; venga Piero e non troverà nulla; il -distributore, se anche è lo stesso di questa mattina, non si ricorderà -più di niente, o crederà che la lettera sia già stata consegnata da -un suo collega — allora Piero si ricorderà di scrivere a me, fermo -in posta, come gli avevo detto, ma io non vado mai alla posta, perchè -le lettere mi vengono recapitate a casa. Piero Corruccini si stanca, -rinunzia al suo scopo, se non vi ha rinunziato ancora, e se ne va a -fare altre piazze„. - -Il Coppa ripetè parecchie volte a se stesso queste ed altre parole, -mentre andava di buon passo al portico di piazza del Duomo; giunto -colà si arrestò un momento; poi tornò indietro a passi lenti fino alla -posta, ed imbucò la lettera, la quale diceva a Piero Corruccini di -venire pure subito in casa di Bambina, e di chiedere la sua mano che -non gli sarebbe rifiutata. - -Tornando a casa, il Coppa per consolarsi si ripetè mentalmente più -volte, come se qualcuno le andasse scrivendo nel vuoto: “se non viene, -meglio.„ - - - - -VIII. - - -Non si era più detta una parola che ricordasse Piero, e il Coppa non -se lo poteva levare dal capo; invece pareva proprio che Bambina non -ci pensasse più, anzi da poco in qua canterellava e rideva meglio, -era più docile alle lezioni di organo di babbo Desiderio, e parlava -di andare al Conservatorio ad imparare il canto teatrale. Ma il Coppa -interveniva ogni volta a dire che la carriera del palcoscenico non era -fatta per lei, che la sua carriera era un’altra. “Qual’è?„ interrogava -la fanciulla. Il Coppa non diceva quale. - -Ma sempre pensava quelle quattro parole: “se non viene meglio.„ - -Le pensava anche Desiderio. - -“Che cosa aspettiamo? diceva segretamente a se stesso. Se questa -corbelleria si ha a fare, almeno si faccia subito; per quanto _egli_ -dica, mi pare che tempo da buttar via non ne abbia troppo; può essere -che egli possa ancora fare cose grandi, ma se giudico da me...„ - -Zitto, neanco l’aria doveva sapere la segreta paura di Desiderio, il -quale avrebbe riso volentieri della smania del suo vecchio amico, se -non fosse stato un vecchio amico, se quella smania non fosse stato un -dolore. Invece lui, rinato alla felicità, ringraziava il cielo ogni -sera, perchè gli aveva concesso sul limitare della tomba la bellezza -buona di Bambina, ringraziava la sua morta ogni mattina perchè la notte -era stata un pezzo al suo capezzale. - -Anche gli sorgeva in un cantuccio della mente l’idea di dare il proprio -nome alla ragazza. Diodato! Non era il nome di suo padre e nemmeno -della mamma, perchè non aveva conosciuto nè l’uno nè l’altra; era un -nome tutto proprio; glie l’aveva dato l’ospizio dei trovatelli... o -forse Dio in persona. Bambina, pigliando quel nome, si ribattezzerebbe -Speranza Diodato per andare a nozze! Peccato che, sposata, rimuterebbe -da capo e rimuterebbe male. E veramente che sugo vi è a chiamarsi la -signora Coppa? Un’altra cosa non sembrava vera nè possibile al buon -Desiderio, cioè che egli dovesse diventare suocero del vecchio amico -d’infanzia. Però, se il cielo lo avesse voluto, se sua figlia fosse -veramente contenta, se il genero fosse finalmente felice; che festa! -Di tutte queste cose non impossibili, a rigor di linguaggio, la meno -probabile era l’ultima, cioè che finalmente il Coppa trovasse una -contentezza che paresse a lui la felicità; sicuramente, egli vorrebbe -afferrare la felicità vera e propria e così la contentezza svanirebbe -subito. - -Lo stesso Coppa ebbe un giorno il medesimo timore. Desiderio gli -aveva sparato a bruciapelo una schioppettata: “Piero Corruccini si è -dimenticato di Bambina,„ gli aveva detto. “Bambina mi pare avviata a -dimenticarsi di Piero; è il buon momento; se ti senti di far felice -questa buona ragazza, e di fare la tua vecchiaia contenta, fa presto, -sposala.„ - -Il Coppa arrossì come un fanciullone; ma dopo quel lampo di felicità, -si accasciò subito brontolando che ci voleva pensare ancora. - -Mentre egli ci pensava, venne Piero. - -Venne di buon mattino, segretamente, quasi avesse paura di lasciarsi -vedere; mandò dalla portinaia la sua carta di visita a dire che egli -era da basso, a chiedere se potesse venire a quell’ora. - -Il Coppa corse in camera di Desiderio, per consultarsi con lui, ma ebbe -appena detto di che cosa si trattava e si accostò all’uscio per dire -alla portinaia: _venga_. - -Il vecchio Desiderio non fiatava; cercò di leggere nel volto del Coppa, -mentre egli finiva di vestirsi, e l’amico andava su e giù. - -— Bambina dorme ancora? chiese il Coppa. - -E Bambina rispose essa stessa, picchiando alla porta: - -— Ci è un signore che cerca di te... - -— Entra, Bambina. - -La fanciulla, entrata con l’aria ridente d’ogni giorno, corse ad -appiccare un bacio sulla guancia dei due vecchi. - -— Quel signore... interrogò il Coppa fissandola in volto... l’hai visto? - -— Appena, appena, rispose Bambina senza evitare lo sguardo di babbo -Coppa. - -Sembrava sincera, non era troppo disinvolta e audace — forse non aveva -riconosciuto il Piero dei sogni suoi. - -Ed era già un conforto all’animo del vecchio innamorato, al quale venne -in aiuto Desiderio con un’altra domanda: - -— Come è quel signore? vecchio o giovane? - -— Giovine... - -— Bello?... - -— Oh! no; mi è sembrato che abbia la faccia gonfia... teneva la testa -bassa... ma perchè mi fai queste domande?... - -Il Coppa, senza dir parola, rizzò la testa il più possibile, e andò -incontro al suo rivale. - -Aveva ragione Bambina; quel signore era quasi irriconoscibile, ma -era proprio lui. Piero Corruccini aveva passato appena il vano della -porta, non osando quasi arrischiarsi fino in mezzo alla sala, così -forte era lo scoraggiamento che lo vinceva; teneva la testa bassa; la -faccia gonfia, in cui gli occhi quasi si nascondevano, implorava pietà. -Il Coppa ne ebbe molta. Con una tenerezza che egli non spiegava a se -stesso, si accostò subito al poveraccio. - -— Cos’è stato? gli disse. - -— È stato il vaiuolo. Un mese fa ero a Nizza a fare la piazza; ero -contento di venire a Milano dove speravo d’essere aspettato, quando -la malattia mi colse. Mi ha lasciato così, come mi vede. La signorina -non mi ha riconosciuto, tanto sono mutato; essa invece è sempre tanto -bella. - -Piero parlava con accento desolato, e quando disse: “essa invece è -sempre tanto bella„ tremò nella sua voce una corda che era desiderio e -rammarico. - -Il Coppa indovinò tutta quell’anima addolorata, e gli parve -d’addolorarsi sinceramente anche lui, nel dirgli bruscamente una parola -di conforto. - -— Ma ora è guarito! Non è vero? Dunque non si smarrisca. - -— Anche il medico mi ha detto così. Non voleva che io lasciassi Nizza, -ma a me premeva di essere a Milano, non ricevendo risposta alla lettera -che avevo scritto. - -— Lei ha scritto a Bambina? - -— No, ma ho scritto a lei, fermo in posta, come mi aveva detto; non ha -ricevuto? - -— Non ho ricevuto nulla. - -— Vede! è il destino. Avevo detto alla signorina d’essere di ritorno -per il primo del mese, e mi ero fatto promettere che essa mi avrebbe -scritto due parole fermo in posta perchè sapessi dove potevo fare... in -ogni caso... una visita al signor Coppa: corro alla posta e non trovo -nulla. Allora ho detto: essa sa che io sono deformato e non mi vuole -più... Ha ragione, povera creaturina: io sono tanto brutto, essa invece -è sempre tanto bella! - -Trovandosi a guardare un dibattimento stranissimo che seguiva nel -suo foro interno, il vecchio Coppa non sapeva decidere se egli fosse -afflitto della faccia gonfia di Piero, come gli sembrava, o se il -trionfo sicuro, imminente, della sua propria faccia, sbarbata ogni -mattina, lo contentasse del tutto, come pure gli pareva. Non rispondeva -nulla alle parole del disgraziato. Il quale proseguì: - -— Nella lettera che le scrivevo da Nizza, mi raccomandavo a lei perchè -dicesse... alla signorina... che non ho più il coraggio di pensare al -sogno bello fatto a bordo del _Sud America_... che perciò... - -— Che perciò?.. insistè il Coppa, tanto per dire qualche cosa. - -— Che perciò rinunziavo ad essa... - -Nel ripetere a voce bassa queste parole desolate che lo avevano fatto -piangere scrivendole, singhiozzò come un fanciullo. - -— Si faccia cuore, disse il Coppa... non pianga ora. - -— No, non piango; non volevo nemmanco venire qui, ma è stato più forte -di me... - -Il vecchio aveva sulla lingua altre consolazioni di parole; stentava -a metterle fuori, sembrandogli parole ipocrite, condite largamente di -egoismo; taceva, ma anche il silenzio era crudeltà. - -— Senta, signor Corruccini, mi dica che cosa vuol fare, che cosa devo -dire io stesso, perchè se posso... creda... - -— Mi pare che non ci sia nulla a fare per me... non dica niente... cioè -dica alla signorina in che stato sono ridotto... e avrà detto tutto. Io -me ne andrò per il mondo, come ho fatto fin qui... - -Un’idea si era affacciata al Coppa, e da un poco egli si affaticava a -guardarla da lontano, non intendendo bene ancora se fosse da accogliere -o da respingere. - -— Sto pensando una cosa, disse tranquillamente; non so se sia buona -o cattiva; deve decidere lei; sto pensando se sia meglio farsi vedere -alla mia ragazza... - -Piero fece risolutamente di no col capo. - -— No?... Le pare che non convenga, proseguì il vecchio amorosamente, -e allora aspetti che la gonfiezza cessi, perchè deve cessare; allora -la sua faccia riavrà quasi l’aspetto di prima... non si smarrisca; le -ragazze, come la mia, non s’innamorano soltanto d’una faccia liscia. -O il cuore, la gentilezza d’animo... tutto _il resto_ non deve contare -per nulla? - -Piero Corruccini fece un atto di sfiducia; a parer suo tutto il resto -contava poco. - -— Preferisco che sia informata da lei... se caso mai essa volesse -proprio vedere tutta la mia miseria... mi scriva... io abito in via -Solferino al 41, terzo piano. Ma sono sicuro che non tornerò più in -questa casa. - -Il Coppa non gli volle contraddire; accompagnò fin sull’uscio il suo -infelicissimo visitatore, e stringendogli la mano con tenerezza gli -disse _addio_. - -Poi raggiunse in sala da pranzo Desiderio e Bambina. - - - - -IX. - - -— Povero figliuolo! esclamò il Coppa entrando. - -— Chi? domandò Bambina. - -Invece di rispondere, il vecchio interrogò se stesso. Ora gli pareva -proprio d’essere addolorato; l’accento di commiserazione che aveva -messo in quelle due parole, non era ipocrisia sicuramente, e le volle -ripetere variando. - -— Povero ragazzo! - -— Chi? - -— E di chi vuoi che parli se non di lui? Non l’hai visto sull’uscio, -quando entrava? - -— Chi? - -— Pietro Corruccini. - -— Era lui? - -— Non l’avevi riconosciuto? Sì, era lui. Io stesso, per verità, con la -sua carta di visita in mano, aspettavo che mi dicesse con chi avevo -l’onore di parlare. Proprio. È stato il vaiuolo a sfigurarlo a quel -modo. Ne fu colto a Nizza un mese fa; ora è guarito perfettamente, ma -gli rimarrà il segno fin che campa. Povero figliuolo! - -— Era lui, e non ha voluto vedermi! mormorò la fanciulla. - -— Non dir così, poveraccio! piuttosto non ha voluto che tu lo vedessi -per non farti ribrezzo. - -Siccome Bambina ripetè un’altra volta come smemorata: era lui — siccome -Desiderio aspettava in silenzio, il Coppa proseguì: - -— Che cosa vuol fare? gli ho detto. — Non voglio far nulla; me ne andrò -lontano, a nascondere la mia deformità. - -— È proprio così brutto? chiese a bassa voce Desiderio. - -— Eh! sì... non è bello; ma sicuramente il tempo accomoderà la sua -faccia, da non... disgustare come ora... Sì, è proprio brutto, ripetè -pietosamente a Bambina, è gonfio e rosso; pare perfino che gli manchino -dei pezzettini di faccia. L’ho consolato, come ho potuto... ma la -verità è... che non è bello... ecco. - -Bambina interrogava ancora con gli occhi pieni di lagrime; il Coppa -non sapeva più trovare una parola che lo contentasse, perchè ora gli -sembrava d’essere un ipocrita feroce. Andò due volte su e giù, poi uscì -in silenzio dalla stanza. - -Appena se ne fa andato, Bambina corse a buttarsi nelle braccia di -Desiderio, singhiozzando. - -— Dunque gli volevi proprio bene? - -La ragazza non rispose subito; prima pianse, poi si asciugò gli occhi. - -— Non credo che gli volessi bene; se non veniva, io non piangeva; e ora -piango, non so nemmeno io perchè, e mi pare che gli vorrei dare tutto -il mio amore per consolarlo. - -Desiderio raccolse nella pezzuola le ultime lagrime di Bambina e la -baciò in fronte. - -— Tu hai una bell’anima! E che cosa vuoi fare? - -— Lasciarlo andar via così, come un cane, perchè è diventato brutto, -non è vero che sarebbe una cosa crudele? Che colpa ne ha lui se il -vaiuolo gli ha guastato la faccia? Domani non potrebbe guastare la mia? - -No; questo poi no: il vaiuolo non può nulla per sè stesso, il cielo -soltanto lo manda a guastare certe faccie così così per far dire che -prima erano bellissime; ma una faccetta così tonda, così bianca, così -ridente, come quella di Bambina... - -La dimostrazione che Desiderio voleva fare fu interrotta da poche -parole: - -— Senti, se io gli scrivessi? - -Sì; se Bambina scrivesse a quel disgraziato, che male vi sarebbe? - -— Egli sicuramente aspetta una parola buona... - -— E che cosa gli vorresti scrivere? - -— Vorrei fargli intendere che non sono una scioccherella, che la sua -disgrazia mi fa pena;... niente più. - -Desiderio ci pensò e non vi trovando proprio nulla di male, finì con -accondiscendere. “Scrivi; faremo poi leggere la lettera a babbo Coppa, -che approverà anche lui.„ - -E Bambina, lì per lì, scrisse poche linee alla buona, come le pensava; -poi le presentò a Desiderio perchè vedesse se ci erano molti sbagli. - -Non molti veramente, perchè Bambina, messa al cimento di fare la sua -corrispondenza, si cavava d’impiccio benino; il poco che aveva imparato -a scuola non gli avrebbe servito gran che, ma essa vi aggiungeva -tutto quello che aveva appreso dalle letture, e non solo questo, ma la -malizietta di evitare certi giri di frase in cui non si sentiva franca. -L’ortografia che non si può aiutare col criterio e che richiede sempre -molta pratica, ce la metteva per lo più il Coppa; questa volta ce la -mise babbo Desiderio. - -L’amico per la vita e per la morte non era preparato all’idea che -Bambina dovesse scrivere al signor Piero, ma si contenne bene; disse, -come era la verità, d’aver voluto che quel povero ragazzo si mostrasse -alla sua innamorata. - -— Nascondersi o fuggire, gli ho detto, non ha mai servito a nulla; -bisogna sempre andare fino al fondo della cosa... - -La lettera fu mandata, e il Coppa si preparò alla battaglia, dinanzi -allo specchio. Parendo d’essere proprio risoluto ad andare fino in -fondo della cosa, aspettò di piè fermo la visita del suo rivale; e non -lo confessando a se stesso, si sentiva sicuro di vincere la partita. - -Se non che la vergogna fece fare a Piero Corruccini la mossa che solo -avrebbe saputo consigliare la prudenza; l’innamorato non si lasciò -vedere; ma scrisse ingenuamente così: - -“Grazie, signorina; lei è tanto buona; io vorrei correre per vederla, -ma mi vergogno perchè sono deformato; il medico mi assicura che se -tengo il viso fasciato sarò meno brutto fra poche settimane. E io -voglio essere meno brutto per presentarmi a lei.„ - -Quando questa letterina passò sotto gli occhi del Coppa, egli ebbe -un sospetto pauroso, che tutte le arti del pettine e del rasoio non -potessero salvare la sua vecchiaia da una nuova disillusione. - -Guardando Bambina nascostamente, egli indovinò subito sulla faccetta -buona un amore fatto di pietà; espresse la propria scoperta a Desiderio -e si sentì rispondere che certamente era così. - -— Come lo sai? - -— Essa non canta più, e ride solo quando uno di noi la guarda; pensa a -lui... pensa a te. - -— A me? - -— Sì, anche a te: la stessa pietà che la spinge verso l’infelicità -di Piero, l’accosta pure.... verso la tua... perchè quella ragazza è -proprio buona. - -Essere amato e sposato per misericordia! Era una cosa possibile, e -Piero se ne sarebbe contentato, ma il Coppa, no. - -Quando fu proprio sicuro che Bambina era tormentata dai due amori -infelici, volle essere forte e generoso. - -— Vado a prendere il signor Piero e lo conduco qua, annunziò a -Desiderio una mattina; fasciato o no, ha da combattere se vuol vincere. - -— E tu? - -— Io farò l’invalido, e sta sicuro che non è un’astuzia di guerra; ma -tu che mi conosci sai che non saprei che cosa fare d’essere amato per -compassione. Non mi dai ragione? - -— Non te la dò sicuramente. Che importa la causa, purchè l’amore ci sia -veramente? Pensaci per non pentirti poi: Bambina ti vuol bene, sarebbe -già tua a quest’ora se... quel disgraziato... - -— Lo so: essa avrebbe fatto un’opera di misericordia sposandomi, ma ce -n’era da fare un’altra più meritoria... Non è questo che vuoi dire? - -Non era questo, ma press’a poco. - -In sostanza il Coppa quella stessa mattina andò a trovare Piero -Corruccini, e fece tanto e fece così bene da indurlo a venire a casa -sua. Volle essere lui a presentarlo a Bambina: - -— Bambina, le disse, di là ci è il signor Piero; ci è voluto fatica -a farlo venire; non voleva perchè non è ancora accomodato bene; ma si -accomoda ogni giorno un poco; bisognava vederlo l’altra settimana. - -La ragazza gli fissava in volto gli occhioni sbigottiti. - -— Non mi guardare così; ti dico che è di là, con babbo Desiderio; va, -va, va subito. - -Egli si accomodò sopra il seggiolone a dondolo; Bambina, nel lasciare -la stanza alla muta, si voltò un momentino a guardare il vecchio -innamorato. Il quale aveva chiuso gli occhi e lasciandosi cullare da -quel sedile di giunco, non sognava ancora. - -Anzi durava il primo proposito, di non sognare mai più, di sagrificarsi -interamente, e già gli sembrava di assaporare la rassegnazione. - -“È amara, pensava, ma è sana; molti facendone uso sono guariti d’ogni -malanno, e campano lungamente. Farò anch’io così per campare quanto -Matusalemme. - -_Sì, no; sì, no;_ sembrava dire quel letto di vimini col suo cigolìo. - -“Ha ragione Desiderio; l’adotterò, si chiamerà Bambina Corruccini -Coppa; sarò per essa l’uomo che l’ha amata più d’ogni altro, sarò il -_padre_ suo. - -_Sì, no; sì, no._ - -“Che fanno ora? interrogò, e subito rispose; Piero è brutto ancora, -ha gli occhi bassi perchè si vergogna della sua bruttezza; Bambina non -osa guardarlo per non dargli soggezione, ma ha già visto abbastanza... -forse vorrebbe essere rimasta con Babbo Coppa, e non sa che dire... -Il mio buon Desiderio non sa nemmeno lui che fare; guarda Bambina -fissamente non sapendo se essa sceglierà l’innamorato vecchio, o -l’innamorato brutto. - -_Sì, no; sì no._ - -“Può essere il contrario. Bambina e Piero si sono intesi alla prima -occhiata, a quest’ora si amano; fra un mese si sposeranno... La scelta -era già fatta, senza che Bambina lo sapesse; vi aveva pensato la -natura. Li amore la vecchiaia ha sempre torto.„ - -Dopo questa sentenza, il suo pensiero si annuvolò, la fantasia non -seppe presentargli altro che immagini confuse di cose, di persone e -di sentimenti; ed erano cose antiche, sentimenti solitarii, bambine -indifferenti, che piombavano tutte in un medesimo sepolcro. - -Quando Desiderio si affacciò all’uscio a interrogare sommessamente: -“dormi?„ il Coppa scostò la mano dal viso bagnato di lagrime. - -Non si vergognando di farle vedere all’amico per la vita e per la -morte, interrogò con una sola parola: “dunque?„ - -Desiderio non rispose, e allora il Coppa rizzandosi in piedi ripetè: -“in amore la vecchiaia ha sempre torto.„ Si asciugò la faccia e -sorrise. - - - - -X. - - -Le valigie erano rimaste in un canto, perchè nè il Coppa nè altri si -era ricordato di esse, per disfarle e riporle nell’armadio. - -Quel giorno le dimenticate si fecero innanzi agli occhi del Coppa, -il quale, apertele e richiusele con un sospiro, quella sera medesima -le aveva volute prendere in mano di nascosto per andarsene alla -stazione. Ma di quella sua determinazione era trapelato qualche cosa, -e al momento giusto Desiderio si accompagnò a lui in silenzio, mentre -Bambina era rimasta in casa a piangere. - -Sulla via un facchino si offrì di portare le valigie e il Coppa -acconsentì. - -— Tornerò presto, assicurava al taciturno amico come per iscusarsi, -capirai bene il mio bisogno di mutar aria; perchè una corbelleria si -rimargini interamente, e non se ne veda neanco il solco, l’impiastro -che mi è riuscito meglio è un viaggio lungo. Ma questa volta sarà un -viaggio breve; appena tu mi abbia scritto che Bambina e Piero si sono -messi d’accordo e vogliono sposarsi, io verrò per dare la dote. Siamo -intesi? - -Desiderio accennò di sì; dopo un poco il Coppa aggiunse: - -— Ho già tutto disposto; ho sollecitato l’atto di nascita di Bambina, -che servirà per il matrimonio e per l’adozione. Tu stammi allegro e di’ -a Bambina che non pianga più, che mi fa male; dille che rida sempre. - -— Dove vai? domandò Desiderio quando l’ebbe visto tornare col biglietto. - -— A Torino, scriverò subito. - -E se ne andò in sala d’aspetto sorridente, a testa alta, preceduto dal -facchino che portava le sue valigie. Desiderio lo seguì con l’occhio e -tornò a casa ad asciugare le lagrime di Bambina. - -Il biglietto dava diritto al Coppa di andare d’un fiato a Torino; ma -egli poteva pure fermarsi dove gli piacesse; e allora perchè Torino -invece di Vercelli, dove non era mai stato? Lungamente rimase incerto, -e quando fu annunziato nella notte che si era giunti a Novara, il -Coppa si sentì afferrato da un nuovo dubbio. E perchè Vercelli invece -di Novara? Ci pensò sino al momento che si richiudeva lo sportello, e -scese con le sue valigie. - -Solamente quando il convoglio se ne fu ripartito, gli parve che il -fischio della locomotiva gli mandasse da lontano una longa beffa; e -avviandosi all’albergo pensò ai casi suoi. - -“Sì, sono diventato irresoluto, perchè sono vecchio e forse perchè sono -debole; la mia volontà se ne sta andando perchè io sto per arrivare -alla indifferenza. - -— Vuole un albergo? gli domandò qualcuno. - -— Sì, un albergo... Ho sognato per l’ultima volta di potermi rifare -una gioventù; Bambina sarebbe stata la mia pace, e in un lungo tramonto -avrei guardato negli occhi la felicità. Oh! quanto avrei saputo amare -ancora! Ora è finita. - -Ma pensandovi, dovette confessare a se stesso che tutto, proprio tutto, -non era finito; tra Bambina e Piero ancora non era stabilito nulla, e -solamente perchè la ragazza non aveva detto addirittura di non sentirsi -il coraggio di amare una faccia buccherata come una grattugia, egli si -era preso in mano le valigie per andarsene. - -E volle essere sincero fino all’ultimo: se invece di andare fino a -Torino o anche più distante, come aveva pensato di fare, si era fermato -a Novara, ci doveva essere stata una ragione inavvertita, che è forse -quella che chiamano l’istinto. - -Quella notte non chiuse occhio, sebbene egli avesse detto molte volte -a se stesso che stava arrivando all’indifferenza; spento il lume e -fissando gli occhi nel buio, gli venivano scorte alcune linee d’un -mobile che, entrando in camera, non gli pareva d’aver veduto; sembrava -una persona immensa, che allungasse un braccio verso il suo letto, per -far paura al vecchio Coppa. Ma il tempo delle vane paure era passato -da un pezzo per lui. Lo minacciassero pure, egli era tanto indifferente -da non voler nemmeno accertare se fosse la minaccia di un attaccapanni, -come gli sembrava probabile. Chiuse gli occhi, e allora l’attaccapanni -piegò le braccia e si avvicinò senza far rumore fino a mettere la -faccia sua proprio accanto a quella del Coppa. Era una faccia beffarda; -stette un momento così per mettere in collera il vecchio indifferente, -poi si mutò in un altro sembiante. Il Coppa se ne rimase a guardare -sino a tanto che, fra molte trasformazioni, gli si presentò la smorfia -di una faccia butterata dal vaiolo. - -— Sei proprio bellino, disse forte il Coppa; no, non te ne andare così -presto, lascia che io ti guardi bene; tu avrai l’amore di Bambina e la -dote che io le farò. - -La faccia butterata svanì come le altre e il vecchio la trattenne un -poco ancora: - -— No, non te ne andare; tu non sei bello, ma hai la gioventù; e in -amore la vecchiaia ha sempre torto. - -Quando la faccia fu scomparsa interamente, entrò nel cervello del Coppa -un’idea di battaglia: chi sa? non è forse detto che la vecchiaia non -possa nulla; essa soltanto ama veramente; e se Bambina sapesse... - -“Ancora non ha detto la parola che deve legarla a lui, ma la dirà -domani„ — pensò, e questa idea ficcandogli nel cervello come un chiodo, -lo tenne desto tutta notte. A volte si proponeva di tornare a Milano -col primo treno del mattino per rendere più difficile la vittoria -di Piero, più tormentata la propria sconfitta. Ma si pentiva subito -pensando alla pietà di Bambina. E poi con quale pretesto giustificare -il proprio pentimento? Ah! se in quel letto, dove si voltolava in -silenzio, lo cogliesse un febbrone, che obbligasse lui a tornare, -ovvero inducesse Bambina a correre al suo capezzale d’infermo... a -sanarlo con un bacio, a farlo morire con una parola d’amore! - -Finchè il mattino non entrò nella camera, il povero Coppa continuò la -sua smania silenziosa; ma quando la nuova luce gli ebbe fatto vedere -in un canto l’attaccapanni, il quale allungava ingenuamente l’unico -braccio che gli era rimasto, scese un po’ di quiete nel suo spirito, e -il Matto si addormentò sotto l’occhio del sole. - -Alle dieci del mattino mandò un telegramma a Desiderio per avvertirlo -che egli si era arrestato a Novara, dove aspettava una _parola_. - -Questa parola giunse a Novara il giorno dopo. Era di Bambina. Diceva: - -“Perdonami, babbo caro; ma mi sembra di volergli tanto bene!„ - -Un’ora dopo il Coppa ripartiva per Milano, dove fece stupire la piccina -e il vecchio amico con la sua disinvoltura: - -— Dov’è Piero?... domandò allegramente, come! non è qua? è mezzogiorno; -che cosa aspetta? Ai nostri tempi, non è vero Desiderio? ai nostri -tempi non si aspettava l’ora delle visite; quando si poteva andare -in casa dell’innamorata ci si andava a tutte l’ore; quando no, si -passeggiava sotto la finestra buscandosi il torcicollo. - -Bambina si lasciò ingannare da quella sicurezza e ringraziò -ingenuamente il cielo che, fra le due misericordie da usare, le -permetteva di far la scelta del giovane Piero; e oltre il cielo -ringraziò babbo Coppa quando le promise di far il necessario perchè la -cosa andasse liscia liscia. - -Il _necessario_ nel concetto del vecchio e dall’accento con cui egli -proferiva la parola, comprendeva anche, anzi più che tutto, l’adozione; -ma quando, a furia di lettere, ogni cosa fu pronta, e non mancò altro -che fare gli atti legali, il Coppa ebbe un solo pentimento; mantenne -tutto quanto aveva promesso, ma non volle il meglio: rinunziò ad essere -il padre di Bambina. - -Ed ebbe l’aria di essere generoso agli occhi di tutti, nel dire a -Desiderio: “La prima idea era la buona; sarai tu il babbo di Bambina; -io me ne sento incapace.„ - -L’amico per la vita e per la morte gli si buttò fra le braccia, e -pianse perchè era troppo felice. - -Ma il Matto era incapace di nascondere a se stesso il segreto -pensamento, che lo aveva trattenuto nell’atto di fare della fidanzata -(e più tardi della moglie) di Piero Corruccini la propria figliuola! -Ed era la ripugnanza a mettere fra se stesso e Bambina una barriera -legale, insuperabile, per tutta la vita. - -Anche quando quella faccia disgraziata di Piero ebbe, con la dote, la -sua magnifica Bambina, il Coppa non si pentì d’essere stato prudente. -Gli durava in mente lo stesso sentimento; non lo voleva confessare più, -non lo confessava quasi, ma qualche volta in segreto pensava che... -non si sa mai che cosa possa accadere... che Piero poteva anche essere -felice, magari Dio dare dei figliuoli a Bambina, durar lungamente e -seppellire il Coppa... ma poteva anche morire... E allora?... - -No, non era una speranza; forse non era nemmeno un desiderio... E -allora?... - -E allora nessun dubbio che il Coppa avrebbe aperto le braccia perchè -la vedova e tutti i figliuoli di lei vi riparassero come in un porto -sicuro. - - - FINE. - - - - -OPERE DELLO STESSO AUTORE: - - - _Oro nascosto_ — 3ª edizione con ritratto L. 4 — - _Capelli biondi_ — 3ª ediz., legato alla bodoniana » 4 — - _Amore Bendato_ — 3ª ed. diamante legata in tela » 3 — - _Il Tesoro di Donnina_ — 3ª edizione » 4 — - _Racconti e Scene_ — 2ª edizione » 2 — - _Dalla Spuma del mare_ — 2ª edizione » 3 — - _Frutti proibiti_ — 3ª edizione » 2 — - _Un Tiranno ai bagni di mare_ — 3ª edizione » 1 20 - _Il Romanzo di un vedovo_ — 3ª edizione » 2 — - _Prima che nascesse_ — 3ª edizione » 1 50 - _Le Tre Nutrici_ — 2ª edizione » 1 50 - _Coraggio & avanti!_ — 2ª edizione. » 1 50 - _Mio figlio studia_. — 2ª edizione » 1 — - _L’intermezzo e la pagina nera_ — 2ª edizione » 1 50 - _Mio figlio s’innamora_ — 2ª edizione » 1 50 - _Il marito di Laurina_ — 2ª edizione » 2 — - _Nonno_ — 2ª edizione » 1 50 - _Mio figlio!_ — edizione di bibliofili » 12 — - _Il signor Io_ — 3ª edizione » 2 50 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. La numerazione del -capitolo V e dei tre seguenti, errata nell’originale, è stata corretta. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I DUE DESIDERII *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. 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