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-The Project Gutenberg eBook of I due Desiderii, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: I due Desiderii
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: April 16, 2022 [eBook #67850]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I DUE DESIDERII ***
-
-
- SALVATORE FARINA
-
-
- I DUE DESIDERII
-
- (Prologo ed Epilogo)
-
-
-
- MILANO
- ALFREDO BRIGOLA & C.
- EDITORI
-
-
-
-
- Proprietà Letteraria riservata
-
- Milano, 1889 — A. Colombo & A. Cordani, tipografi.
-
-
-
-
-_A Salvatore Delogu — Roma._
-
-
- _Natale, 1888._
-
- _Salvatore mio caro,_
-
-Come vedi, ho scritto un’altra novella che tu giudicherai almeno almeno
-curiosa, perchè si compone unicamente del Prologo e dell’Epilogo d’un
-gran romanzo, il quale ognuno di noi, più o meno, ha vissuto.
-
-Ragioni d’arte che non sto a dichiarare, ma che tu intenderai senza
-fatica, mi avevano consigliato fin da principio a non disporre questo
-romanzo in capitoli, e in ultimo a tacerlo, accennandovi solo da
-lontano il tanto che bastasse a illuminare lo studio psicologico.
-Vorrei dire lo “studio filosofico„ se non avessi paura di far la
-voce troppo grossa, chè si sa bene essere la filosofia e la poesia
-e qualunque cosa altissima negata sopratutto a chi fa il romanziere,
-negata non tanto dai profani di lettere, ma da molti burbanzosi che
-di lettere insegnano dalla cattedra. Dunque il mio romanzo è lasciato
-all’immaginazione del lettore, il quale non stenterà a farsene uno con
-le traccie che gli ho dato; io ho scritto solo il principio e la fine.
-
-Tu leggi con la bontà che mi hai sempre dimostrato, pensando che se
-la mia scrittura non avesse altro pregio, questo ha almeno agli occhi
-miei d’essere intitolata a te, che, fra i molti amici cari, sei uno dei
-pochissimi avanzati. Gli altri sono morti o peggio che morti. Così ti
-siano risparmiate le afflizioni, e concessa lunga vita ai tuoi affetti.
-
- S. FARINA.
-
-
-
-
-PROLOGO
-
-I.
-
-
-Il primo a svegliarsi nell’ampio dormitorio, era sempre Desiderio;
-quando entravano per i finestroni le luci smorte dell’alba, il piccino
-si era già messo a sedere sul letticciuolo ad aspettarle, e per non
-ricadere nel sonno, aveva contato i letti del camerone, che erano
-trentadue, oltre quello del sorvegliante, in fondo in fondo, sotto
-l’immagine della Madonna.
-
-Tutti quei piccoli dormenti, che empivano l’aria di strani suoni, visti
-di scorcio o di profilo, alla scarsa luce mattutina, con le bocche
-aperte e gli occhi chiusi, offrivano a Desiderio un po’ di svago. Ma
-gli davano anche un certo sgomento dal giorno che, svegliandosi, e
-non udendo la respirazione del piccolo Giulio, il quale dormiva nel
-letticciuolo accanto al suo, avea poi riconosciuto che il letto era
-vuoto: nella notte Giulio si era sentito male, e l’avevano trasportato
-nell’infermeria.
-
-Quel Giulio era un buon ragazzo, ma piangeva sempre, perchè avendo
-conosciuto la mamma, che gli era morta, si ostinava a volerla ancora.
-
-Desiderio si era provato tante volte a consolare il suo vicino,
-dicendogli che le mamme si ritrovano poi in paradiso; ma un giorno
-Giulietto gli aveva risposto che lui di queste cose non ne poteva
-sapere, perchè la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non l’aveva
-avuta nemmanco.
-
-Era vero; Desiderio la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non
-l’aveva nemmeno avuta; di modo che, non si sentendo l’autorità di
-far cessare le lagrime di Giulietto con quest’argomento, non aveva
-più saputo che cosa consigliare... Però se cercasse di svagarsi, di
-leggere, per esempio... Oibò! a Giulietto non piacevano i libri se non
-sulle ginocchia della mamma, e voleva morire per andare a leggere in
-paradiso.
-
-Dunque ogni mattina Desiderio, svegliandosi quasi al buio, stava
-ad ascoltare se mai fra i varii suoni dei compagni russanti potesse
-discernere anche la respirazione debole del piccolo Giulio; ma non
-udendo nulla, e riconoscendo il letto vuoto prima ancora che l’alba
-glielo facesse vedere, si domandava, con un po’ di terrore, se
-Giulietto fosse proprio morto per andar a trovare la mamma, e il suo
-piccolo criterio gli diceva di no, che se Giulio fosse morto, il suo
-letto non sarebbe rimasto tanto tempo vuoto.
-
-Poi la luce entrava dai finestroni, Desiderio cavava di sotto
-il guanciale un libro, un magnifico libro pieno di storielle, e
-dimenticava Giulietto ammalato e tutti i suoi compagni che russavano
-nel camerone, per pensare solo a Puccettino e alla Bella addormentata
-nel bosco.
-
-Il letto di Desiderio era l’ultimo del dormitorio; un vicoletto largo
-una spanna lo separava appena dal muro, poi vi era un altro vicoletto
-più largo, poi il letto vuoto di Giulio; così il fanciullo era quasi
-isolato in mezzo ai compagni. Non ne era scontento, tutt’altro, perchè
-da soli si viaggia meglio con gli stivali delle sette leghe.
-
-E poi quella barriera che la malattia di Giulio metteva fra lui e il
-mondo, gli faceva pensare a un altro personaggio, di cui aveva inteso a
-parlare, a un certo Robinson, che si era perduto in un’isola, e aveva
-vissuto tanto tempo senza la zuppa di latte, perchè non aveva pane e
-nemmeno latte, facendo però delle scorpacciate di frutta. Desiderio
-una buona scorpacciata di frutta non l’aveva potuta fare ancora, ed era
-press’a poco convinto che non la farebbe mai, salvo di capitare anche
-lui in un’isola disabitata. Ma chi sa se d’isole disabitate ne sono
-rimaste? Dopo che Robinson ha insegnato ai ragazzi come si fa a vivere
-nelle isole deserte, tutti ci saranno voluti andare, e sarà forse là
-come in Milano, la zuppa di latte la mattina, la minestra e la carne
-lessata al mezzodì, la zuppa di brodo la sera, e qualche mela nana ogni
-tanto.
-
-Una notte Desiderio si svegliò, e tese l’orecchio; la lampada notturna,
-che per solito ardeva all’estremità opposta del dormitorio, sopra
-il letto del sorvegliante, s’era spenta; ma il buio non era fitto:
-penetrava dagli ampi finestroni, insieme con la luce diffusa delle
-stelle, un bagliore incerto e rossigno, il raggio smarrito d’un
-lampione lontano.
-
-Era difficile anche agli occhi avvezzi di Desiderio, comporre in
-quello spazio nero la visione che gli appariva ogni mattina; pure vi si
-provò, tanto non aveva sonno. Ecco... in faccia a lui, là, proprio là,
-ci deve essere il letto di Gabriele, il piccolo Gabriele dagli occhi
-scerpellini, dalla faccia rossa; ma che è stato? dov’era il letto di
-Gabriele non vi è più nulla e in quella direzione, ma lontano, lontano,
-ecco apparire il corpo accoccolato di un gigante nero. Desiderio capì
-che se fosse stato solo, avrebbe avuto paura di quel corpo nero, ma
-siccome sapeva d’essere in compagnia numerosa, fissò audacemente il
-gigante per costringerlo a smascherarsi e a dirgli: “ho fatto per
-celia, non sono un gigante, sono il cassettone a piedi del letto di
-Gabriele.„ Ma il corpo nero non mutò positura. Desiderio perdette la
-pazienza e volle dormire, oibò... non aveva sonno. Allora si voltò in
-modo da porgere l’orecchio destro per udire il respiro di qualcuno...
-Ed ecco un altro fenomeno; accanto a lui, così vicino che par che
-gli soffii addosso, qualcuno russa leggermente. E proprio lì, vicino
-vicino, più vicino del letto di Giulio, ma non può essere se non nel
-letto di Giulio....
-
-Chi mai nella notte era venuto ad occupare il letto di Giulio, se
-non era Giulio stesso? Desiderio ascoltò lungamente; era un respiro
-regolare, non sonoro ma robusto, senza quei gemiti che qualche volta
-gli avevano fatto venire in mente l’orco quando va per iscannare
-Puccettino e i suoi fratelli e scanna invece le proprie figliuole.
-Quella respirazione, sceverata di mezzo al suono delle altre
-respirazioni più lontane, dopo alcune cadenze ritmiche precise si
-faceva più complicata e più ricca; aveva accenti singolari, smorzature
-flebili, sospensioni misteriose: poi a un tratto cresceva d’intensità,
-si avviava deliberatamente come a dire qualche cosa di tremendo, in
-cui entrassero la morte e la dannazione eterna fino ad esaurire il
-suo tema,... e silenzio, un gran silenzio oratorio prima di tornare da
-capo.
-
-Desiderio, che non aveva avuto paura del gigante nero raggomitolato in
-distanza, cominciava a sentire il fascino tormentoso di quello strano
-linguaggio che gli empiva l’orecchio, e per romperlo addirittura chiamò
-a bassa voce: Giulio! Nessuno gli rispose, ed egli chiamò più forte:
-Giulio!
-
-— Che cosa è? domandò qualcuno svegliandosi in sussulto.
-
-Non pareva la voce di Giulio, ma il fanciullo non sapendo più di che
-cosa fidarsi in quel buio, ripetè ad ogni buon conto: Giulio?
-
-— Che cosa è stato? chiese una voce grossa. Parlava dal letto di
-Giulio, ma non era Giulio.
-
-— Che cosa vuoi? insistè la voce.
-
-— Credevo che mi avessi chiamato.... disse Desiderio.
-
-— Io no, dormivo....
-
-— Chi sei? Come ti chiami? domandò Desiderio.
-
-— Desiderio! rispose l’altro, ho sonno... e tu come ti chiami?
-
-— Desiderio!
-
-Ma l’incognito, invece di rispondere all’immenso stupore del suo vicino
-con uno stupore simile, ricominciò a russare.
-
-In quel momento entrò la luna nel dormitorio degli orfanelli, e
-Desiderio volse l’occhio prima di tutto a cercare il gigante nero
-lontano. Scomparso.
-
-Ecco il letto di Gabriele dagli occhi scerpellini ed ecco tutti gli
-altri letti in fila; ma lì presso, nel posto rimasto vuoto per tanto
-tempo, dorme ancora qualcuno che gli volta la schiena, Giulio senza
-dubbio, sebbene abbia detto d’esser Desiderio! Curiosa idea di volersi
-chiamare Desiderio, ma forse sognava.
-
-Anche il vero Desiderio non tardò a sognare.
-
-E sognò d’essere arrivato al castello della bella addormentata,
-la quale assomigliava ad una bambina che aveva visto un giorno in
-parlatorio; perchè era bionda come quella bambina, perchè era vestita
-color di rosa come quella bambina.
-
-Subito si era svegliata e gli si era buttata al collo per dirgli: “è un
-pezzo che ti aspetto!„
-
-E anche la voce era la stessa di quella tal bambina.
-
-Quella tal bambina, per dire addirittura tutto quello che sapeva di lei
-il piccolo orfanello, si chiamava Speranza.
-
-
-
-
-II.
-
-
-Siccome aveva perduto un’oretta di sonno, il piccino si svegliò un
-po’ più tardi del solito, cioè quando le prime luci dell’alba erano
-già entrate nello stanzone bigio e melanconico. Aprendo gli occhi vide
-un ragazzo dell’età sua, che stava a sedere sul letto di Giulio e lo
-guardava fissamente. Non era Giulio. Aveva una faccetta angolosa, una
-gran fronte sporgente, due occhioni neri e profondi e i capelli rossi.
-Senza dargli tempo ad uscire dallo stupore, quell’ignoto gli domandò.
-
-— Come ti chiami? e perchè l’interpellato non fu pronto a rispondere,
-ripetè: come ti chiami?
-
-— Desiderio! balbettò il piccino.
-
-— Mi hai preso il nome! disse l’altro, anch’io mi chiamo Desiderio,
-però a bottega non ero più che Derio, perchè tutto il nome, vedi, era
-troppo lungo! chiamami anche tu Derio, se lo preferisci.
-
-— Io no.: ma tu avrai un altro nome giusto, ti chiamerò con quello per
-non confonderci.
-
-— Allora il Matto.... mi chiamavano anche così.
-
-— Preferisco Derio.
-
-— Ho anche un altro nome.... Coppa, Desiderio Coppa, il Matto. C’è da
-scegliere.
-
-— Dove sei stato finora, che non ti ho mai visto?
-
-— A bottega; mi è morto il babbo, che faceva il calzolaio, un
-mestieraccio da cane; non mi ci divertivo proprio, te lo assicuro. La
-zia è povera e mi ha fatto entrare qui. Per farmici venire mi ha detto
-che ci si sta tanto bene, che il luogo è bello, che qui si vive come i
-figli della gente ricca. Stavo appunto guardando, non mi pare poi così
-bello come in casa dei signori. Io in casa dei signori ci sono andato
-tante volte quando viveva il babbo... Se tu vedessi! altro che qua!...
-
-— Ma qui non si sta male, osservò Desiderio, sentendosi attratto da una
-strana simpatia verso quel fanciullo, che portava il suo medesimo nome
-e che gli si era messo accanto in un modo così insolito, vedrai.....
-
-— Ho già veduto abbastanza, ribattè l’altro con sussiego, il luogo
-è nero; a me piacciono le case tutte bianche, dentro e fuori, oppure
-rosse, blu e dorate, con gli scaloni di marmo.
-
-— Come la casa della bella addormentata nel Bosco! esclamò Desiderio.
-
-— Non ci sono mai stato, osservò il Coppa serio serio. È bella?
-
-— Altro!
-
-E Desiderio cominciò a descriverla; ma quando stretto dalle domande
-del suo omonimo, confessò di non averla veduta se non in un libro, il
-Matto alzò gli occhi al soffitto e allungò le labbra ad una smorfia di
-compassione.
-
-Non disse altro per lasciar intendere il proprio pensiero, ma non ce
-n’era bisogno.
-
-— Vuoi che facciamo un patto?
-
-— Facciamolo.
-
-— Promettiamo d’essere amici per tutta la vita. Vuoi?
-
-— Altro! disse Desiderio abbassando troppo la voce, perchè il matto
-l’alzava troppo.
-
-— Come lo dici!
-
-— Perchè non si svegli il sorvegliante; altrimenti ci fa star zitti;
-sono appena le cinque...
-
-— Aspetta, disse il nuovo venuto, bisogna giurarlo....
-
-E uscendo quasi dal letto e allungando le braccia presentò al piccolo
-amico i due indici messi in croce....
-
-— Che cosa devo fare?
-
-— Mettici la mano sopra e giura che saremo amici, per la vita e per la
-morte.
-
-Desiderio non capiva bene come ci entrasse la morte, ma quel giuramento
-solenne fatto a quel modo misterioso, durante il sonno di tutta la
-camerata, lo lusingava, e giurò, per la vita e per la morte, non senza
-ammirarsi un tantino. Il Matto fece subito altrettanto, poi disse: “Più
-tardi ti darò da bere il mio sangue, ed io berrò il tuo.„
-
-Oh! Come? In un modo semplicissimo; intanto Desiderio non doveva
-chiedere altro.
-
-— Ora che siamo amici, ripigliò il Coppa, ci dobbiamo proporre di
-andare poi insieme a visitare quel magnifico palazzo....
-
-— Quale palazzo?...
-
-— Quello della bella che dorme; l’andremo a svegliare noi due.... Sei
-contento?
-
-Desiderio manifestò il proprio dubbio che quel palazzo non esistesse
-più, o non avesse esistito mai, ma il Matto non gli volle credere. Se
-l’aveva letto in un libro, ci doveva essere. Il libro non diceva dove
-fosse quel palazzo? — No, non lo diceva. — Ebbene, non importa, lo
-troverebbero poi lo stesso.
-
-— Ancora non mi hai detto come hai fatto a venire nel letto di Giulio,
-senza che io ti abbia visto.
-
-— Dormivi quando io sono arrivato; non mi volevano ricevere, perchè era
-troppo tardi, ma un signore con la barba, non so chi sia, ha creduto a
-tutte le bugie che gli ha detto la zia per iscusarsi, e mi ha lasciato
-venire.... Mi hanno messo qui, per questa notte soltanto, ma se credono
-di cambiarmi di letto, sbagliano.... io qui sto bene.
-
-Vi era qualche cosa nel linguaggio del Matto, che a Desiderio non
-andava a versi; e pure la sua simpatia per il nuovo amico non ci pativa
-nulla.
-
-— Quant’anni hai? gli chiese il Coppa.
-
-— Io, dieci compiti...
-
-— Ed io, dieci non compiti, rispose l’altro, e parve umiliato di essere
-più giovine; ma sono più alto di te, guarda.... E di botto, senza dir
-altro, lasciò penzolare le gambe sotto le lenzuola, e quando fu ritto,
-ripetè: guarda!
-
-Forse non era vero che fosse più alto di Desiderio, ma il fanciullo non
-si curò di correggere quella piccola vanità, accontentandosi di dirgli
-che tornasse subito in letto, perchè era proibito levarsi prima che
-sonasse la campana.
-
-— Quando suona la campana? domandò il piccolo insofferente,
-ricacciandosi sotto la coltre.
-
-— Sono le cinque.... fra mezz’ora.
-
-Il Coppa non udì neppure questa risposta; pareva distratto da un’altra
-idea, e Desiderio stette un po’ a guardarlo con una grande indulgenza,
-come se sapesse già la parte che gli spettava nella nuova amicizia.
-
-— Tu ed io siamo due Desiderii; disse a un tratto il Coppa; tu che cosa
-desideri?
-
-Il fanciullo, così interrogato, stette un po’ perplesso; non sapeva
-bene nemmanco lui che cosa desiderava, forse nulla
-
-— Non è vero, osservò l’altro; pensaci bene; devi desiderare qualche
-cosa.
-
-Allora il piccino confessò che desiderava passassero due anni, per
-poter entrare nella seconda sezione, dove gli orfani imparano il
-disegno.
-
-— Ma questo non è un desiderio, disse il Coppa.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè è una cosa sicura; che gusto ci è a desiderare le cose quando
-devono proprio succedere? È lo stesso come desiderare che fra sette ore
-sia mezzodì.
-
-Desiderio non era preparato a rispondere a questo argomento, e si
-accontentò di ripetere che per ora non desiderava altro.
-
-— Per ora; insistè il Coppa; ma per dopo?
-
-— Per dopo, non so, disse Desiderio.
-
-Era sincero nella propria ignoranza come il Matto nel suo stupore.
-
-— Io invece, annunziò solennemente quest’ultimo, penso sempre al
-_dopo_; io desidero, lo vuoi sapere che cosa desidero?
-
-— Sì, dillo.
-
-— Desidero di diventar ricco, ricco, ricco, di poter sempre avere le
-tasche piene di monete d’oro e d’argento, e spenderle senza contare, e
-regalarne agli amici, ma averne poi sempre delle altre.
-
-— Ma tu desideri l’impossibile....
-
-— Chi ti dice che sia impossibile?...
-
-— Ma.... mi pare. Che speranza hai di diventar tanto ricco?
-
-— Io, nessuna....
-
-— Lo vedi! esclamò baldanzosamente il piccolo filosofo, ma subito,
-accorgendosi di aver detto qualche cosa che impensieriva il suo
-interlocutore, e di cui non vedeva bene il fondo egli stesso, stette in
-silenzio a riflettere.
-
-— Temo anch’io che sia una cosa impossibile, concluse il Matto, ma a
-desiderarla non ci è alcun male.
-
-Desiderio allora non rispose nulla, ma un momento dopo, scotendosi ai
-suoni prolungati della campana mattutina, disse più a sè stesso che al
-suo nuovo amico:
-
-— Non so.
-
-— Che cosa non sai?
-
-— Se a desiderare l’impossibile non ci sia del male.
-
-E balzò giù dal letticciuolo.
-
-L’aspetto del dormitorio era interamente mutato, e sopra ogni
-letticciuolo era ripetuta in diverso modo la medesima scena: un
-fanciullo seminudo, in piedi, o seduto, o giacente ancora, ma con le
-braccia alzate al soffitto; sbadigli che fendevano similmente le guance
-paffute e le smunte. In pochi istanti tutta la camerata fu a terra, a
-frugare nel cassettone, a infilare i calzoni di tela, a lustrarsi le
-scarpe posando i piedi sullo sgabello di ferro, poi a lavarsi la faccia
-con gran chiasso nel lavatoio comune, e in ultimo a rifare i letti.
-
-Desiderio dovette insegnare al nuovo amico come si rifà il letto, e
-il Matto imparò subito; in compenso volle che Desiderio apprendesse da
-lui a rendere lucide le scarpe senza molta fatica, alternando sul cuoio
-l’alito caldo e i colpi di spazzola rapidi e leggieri.
-
-In sostanza quella scenetta del risveglio non aveva infastidito
-troppo il signor Coppa; ma rimaneva ancora a fare qualche cosa che
-Desiderio non sapeva come sarebbe accolta dal novizio: la rimboccatura
-ai letti. Anche questa andò benone; appena il Matto udì ripetere di
-bocca in bocca per tutto il dormitorio: “la corda, la corda„ e vide
-venti braccia agitarsi per afferrare una corda, subito, senza nemmeno
-intendere di che si trattasse, a furia di spintoni allontanò quanti gli
-stavano dinanzi e spiccando un salto afferrò la corda lui. Ma quando
-l’ebbe in mano non avrebbe saputo che farne se Desiderio non gli avesse
-detto che bisognava tenderla da un capo all’altro del dormitorio, sui
-letti, per.... perchè mai? per allineare le rimboccature.
-
-Un risultato simile dopo una prodezza non iscoraggerebbe l’eroismo del
-novizio? Desiderio ne ebbe un po’ di timore, ma s’ingannò, perchè il
-Coppa, dopo d’aver tesa la corda, parve contentone di poter accomodare
-la rimboccatura del proprio letto.
-
-Gli orfani erano lavati, asciugati, spazzolati; il piccolo tumulto non
-poteva più durare, e pure durava ancora per opera di pochi volonterosi,
-che si erano imbrattati le dita e correvano un’altra volta al lavatoio,
-o non si erano asciugata bene la faccia, o avevano dimenticato di
-chiudere le spazzole nel proprio cassettone, mentre i più tranquilli
-erano già schierati in fila, dinanzi all’immagine della Madonna, per
-udire la preghiera del mattino.
-
-Il sorvegliante, dominando con l’alta statura quel piccolo drappello,
-radunò gli sbandati e fece affrettare i tardivi; poi ad un cenno
-s’inginocchiarono tutti insieme.
-
-Quella mattina toccava a Desiderio leggere la preghiera del mattino,
-ma egli l’aveva tutta in mente e non ebbe neppur bisogno di guardare la
-scritta.
-
-Quando egli incominciò con la sua vocetta limpida e dolce: “La notte
-è passata, ed io vivo ancora, o Signore, mentre chi sa quanti sono
-comparsi questa notte medesima dinanzi a voi per essere giudicati....„
-il Matto che gli si era inginocchiato accanto, lo guardò fisso in
-bocca per non perdere una sillaba. Quando Desiderio a nome di tutta
-la camerata promise al Signore di approfittare dell’educazione
-intellettuale e di prepararsi da buon cittadino ad onorare la patria,
-la sua voce tremava un tantino come per una segreta commozione, e
-quando disse che “sebbene questa terra non fosse la sua patria eterna,
-la vita era un dono col quale poteva prepararsi la corona del cielo„,
-egli abbassò la voce e rallentò la lettura quasi pigliasse tempo
-per intendere tutto il significato di quelle mistiche parole. Poi la
-vocetta di Desiderio squillò un’altra volta nella sala, per assicurare
-ai compagni che gli avrebbe amati, cercando d’essere loro di buon
-esempio.
-
-A questo punto una mano strinse di nascosto un lembo del camiciotto
-di Desiderio, tanto per stringere qualche cosa; ed era la mano del suo
-nuovo amico.
-
-“Tutto questo vi prometto, o Signore, conchiuse il piccino, voi datemi
-la grazia di non mancare. Mandatemi l’angelo vostro, che m’illumini, mi
-custodisca, mi governi e mi salvi da tutti i pericoli che incontrerò in
-questo giorno„.
-
-— _Amen_, disse l’assistente, e gli orfanelli balzando in piedi
-ripeterono _amen_. Poi s’avviarono deliberatamente al refettorio.
-
-Uno solo rimaneva ancora in ginocchio, come smemorato, a guardare
-Desiderio che riattaccava al chiodo la scritta delle preghiere. Il
-sorvegliante si accostò al piccino e gli disse:
-
-— Non ti ho mai veduto; come ti chiami?
-
-— Desiderio Coppa il Matto; rispose l’interrogato levandosi in piedi.
-
-— Perchè il _Matto?_
-
-— Non lo so.
-
-— Bisogna essere savio, piccino mio, savio come questo tuo compagno,
-che ha appunto il tuo nome.... Lo prometti?
-
-Il Coppa gettò un braccio al collo del nuovo amico e dichiarò senza
-scomporsi:
-
-— Allora non bisogna cambiarmi di letto, bisogna dire a quel signore
-con la barba che io voglio dormire sempre dove ho dormito stanotte.
-
-Scesero anch’essi in refettorio a mangiarsi la zuppa di latte caldo;
-ma il Coppa non aveva fretta, sebbene avesse un appetito!... Egli
-si piantò sul pianerottolo, dopo la prima scala, e trattenne il suo
-piccolo amico per dirgli:
-
-— Dimmi un poco, è la stessa cosa tutte le mattine?
-
-— Sì, tutte.
-
-— Ogni mattina tu dici al Signore che ti mandi l’angelo?...
-
-— Non sono sempre io che leggo, si va per turno; leggerai anche tu.
-
-— E quest’angelo, insistè il Coppa, fisso nella sua idea, è mai venuto?
-
-— Io credo di sì..,
-
-— L’hai visto tu?
-
-Desiderio avrebbe potuto rispondere che l’aveva veduto tante volte,
-guardando dal cortile attraverso i vetri del parlatorio, e che era un
-angelo color di rosa, e che veniva accompagnato dalla sua mammina,
-a visitare uno dei grandi della prima sessione, e che si chiamava
-Speranza; tutto questo avrebbe potuto dire, ma non sapeva ancora se il
-Coppa fosse degno di una confidenza simile.
-
-— Ho capito, disse il piccolo indiscreto leggendo nella faccia del
-nuovo amico un po’ di titubanza — me lo dirai più tardi.
-
-— Sì, più tardi, esclamò Desiderio, lieto in fondo di aver sotto mano
-un confidente.
-
-— Più tardi, ripetè il Matto con accento misterioso, di cui Desiderio
-intese con raccapriccio tutto il senso arcano.
-
-Ancora egli non aveva bevuto il sangue del Coppa, nè il Coppa aveva
-bevuto il suo.
-
-
-
-
-III.
-
-
-Desiderio non aveva dimenticato Giulio, sebbene dopo tanto tempo che
-lo conosceva non si sentisse legato a lui da quel misterioso laccio,
-che in poche ore gli aveva stretti così bene, il Coppa e lui. L’ingenuo
-orfanello se ne faceva quasi un rimprovero, e cercando di scusarsi,
-non trovò altro che una piccola bugia da dire al cuore. “Non è vero, si
-provò a dire, che questo nuovo venuto che ieri non conoscevo neppure,
-mi sia più caro del piccolo Giulio che ha pianto tante volte dinanzi a
-me e persino sul mio capezzale.... Non è vero....„ Ma sì, era proprio
-vero, e Desiderio comprese allora come le bugie che qualche volta
-diciamo al cuore non abbiamo la minima fortuna.
-
-Dunque Desiderio pensava a Giulio, ma pensava anche alla solenne
-cerimonia del sangue, la quale gli metteva un po’ di paura, prima
-perchè immaginava che non si potesse far uscire il sangue senza
-pungersi in qualche parte del corpo, poi perchè, non avendo mai bevuto
-il sangue di nessuno, non sapeva che effetto straordinario avesse a
-produrre nella sua amicizia per il Matto.
-
-Quando il Coppa, dopo la colazione, fu chiamato dal rettore, Desiderio
-sentì uno sgomento, pensando che se il suo nuovo amico non sapeva
-rispondere alle domande di catechismo e di grammatica, non lo avrebbero
-lasciato nella stessa scuola e nella stessa camerata.
-
-— Che cosa sai tu? gli domandò in fretta.
-
-— Non so, rispose ingenuamente il Coppa.
-
-— Chi ci ha creati? insistè Desiderio.
-
-— La mamma, rispose il Coppa impassibile.
-
-— No, non bisogna dire così; se il rettore ti domanda chi ci ha creati,
-devi dire che è _Dio_; poi il rettore ti domanderà per qual fine Dio ci
-ha creati, e tu risponderai: per amarlo ed onorarlo....
-
-Il Coppa crollava il capo.
-
-— Ma se non sai queste cose, ti metteranno in prima, e allora ci
-toccherà separarci.
-
-Fu un gran colpo pel povero Coppa.
-
-— L’articolo lo sai? E il pronome? E le coniugazioni dei verbi, le
-sai?.... Ma che cosa sai?
-
-— So leggere e scrivere, so far le somme e le sottrazioni.
-
-Era già qualche cosa.
-
-— Non sai altro?
-
-— Aspetta, che mi ricordi, disse il Coppa....
-
-— Va, va, gli disse Desiderio, non bisogna far perdere la pazienza al
-rettore. E il Coppa s’avviò a capo chino, cercando di radunare le poche
-cognizioni dimenticate a bottega.
-
-Desiderio durante la mezz’ora di ricreazione che precedette la scuola,
-vagò come un’anima smarrita nel cortile: si era dimenticato perfino
-del piccolo Giulio, e non aveva occhi se non per la porticina, da cui
-doveva da un momento all’altro affacciarsi la testa rossa del Coppa. Ah
-quanto tardava!
-
-Finalmente il Coppa fece irruzione nel cortile: coi capelli rossi
-tagliati a spazzola e con la gioia che gli balenava negli occhioni
-pareva un raggio di sole perduto in quel luogo melanconico.
-
-— Mi lasciano con te! gridò da lontano, mi lasciano con te, gridò
-anche quando fu addosso al suo nuovo amico, e lo scrollava tutto in un
-amplesso.
-
-— Come hai fatto?
-
-— E stata una cosa facile. Ha voluto sapere chi mi ha creato ed io gli
-ho risposto: Dio, per fargli piacere; mi ha fatto fare una somma, mi ha
-fatto leggere, mi ha fatto scrivere.... voleva anche che gli dicessi
-che cosa è il pronome possessivo, ma io gli ho risposto che una volta
-lo sapevo e che se mi lasciava con te, mi sarebbe venuto in mente.
-Ci ha pensato un poco. Poi voleva che gli dicessi almeno che cosa è
-l’articolo.... E dalli! fra otto giorni saprò ogni cosa.
-
-— E lui?
-
-— E lui ci ha pensato un altro poco, mi ha messo la mano sulla testa,
-e mi ha detto che andassi pure, che voleva contentarmi. Tu m’insegnerai
-quello che non so, e staremo sempre insieme.... che piacere!
-
-— E Giulio? chiese allora Desiderio.
-
-— Quale Giulio? quello che dormiva nel mio letto?
-
-— Sì, quello.....
-
-— Hanno detto che sta male, molto male.
-
-Allora venne in mente a Desiderio che per legittimare l’irresistibile
-simpatia da cui si sentiva legato al suo omonimo bisognasse far visita
-al piccolo Giulio ammalato e fargli conoscere il Coppa.
-
-— Vieni, disse a quest’ultimo e si avvicinò al vice-rettore, che
-attraversava in quel mentre il cortile.
-
-— Signore, gli disse col berretto in mano, il Coppa ed io, invece
-di giocare, vogliamo far visita al piccolo Giulio ammalato; ce lo
-permette?
-
-Non era la prima volta che l’uomo con la barba nera dava indizio di
-avere il cuore tenero, ed il Coppa notò il sorriso melanconico con cui
-accolse la richiesta.
-
-— Venite con me, disse il vice-rettore, il quale non era uomo da
-abbandonare ad altri lo spettacolo melanconico e sano che offrono
-talvolta l’affetto e la sventura uniti insieme.
-
-I due piccini, tenendosi per mano, con quella trepidanza che danno
-anche le azioni generose, risalirono le scale, attraversarono parecchi
-stanzoni bigi e melanconici e giunsero all’ingresso della infermeria.
-Nel primo stanzino erano due letti, e in uno di essi un piccolo infermo
-col corpo abbandonato su due guanciali moveva a fatica alcuni soldatini
-di piombo, che non volevano star ritti sulla rimboccatura del lenzuolo.
-Non alzò nemmeno la testa al lieve rumore che fecero i due bambini, e
-Desiderio tratteneva il respiro, guardando la larva di colui che era
-stato per tanto tempo il suo vicino di letto.
-
-— Giulio! balbettò finalmente.
-
-L’infermo alzò gli occhi, riconobbe il suo piccolo amico e gli sorrise;
-e allora Desiderio corse al capezzale. Il Coppa, rimasto sull’uscio,
-era commosso ed agitato da qualche cosa che somigliava alla gelosia, e
-si sentiva solo, sebbene avesse alle spalle il vice-rettore.
-
-— Giulio! disse Desiderio con voce in cui tremava una lagrima repressa,
-Giulio, come stai?
-
-— Sei venuto, ora sto bene, rispose il fanciulle continuando a drizzare
-i soldatini caduti, con quella suprema indifferenza di chi si sente
-nulla più che un soldatino caduto nell’ampio mondo.
-
-Desiderio non sapeva che dire, e allora l’ammalato volse il capo verso
-di lui, con gran fatica, e mormorò:
-
-— Hai fatto bene a venire.
-
-— Povero Giulio! disse Desiderio perchè gli ripugnava discolparsi, io
-credeva di trovarti quasi guarito.
-
-— Presto, disse Giulio, e lasciò ricadere la testa stanca sui
-guanciali. Al lieve urto anche i soldatini di piombo si rovesciarono
-come persone stanche.
-
-Dopo un istante di silenzio, che Desiderio occupò accarezzando il
-visino patito di Giulio, l’infermo chiese:
-
-— Chi è questo ragazzo?
-
-— È il Coppa, rispose Desiderio con titubanza pensando che forse non
-conveniva far sapere a Giulio che il suo antico letto era occupato, ma
-non sapeva come prevenire il nuovo amico.
-
-— È un nuovo? domandò Giulio.
-
-— Sì, è un nuovo; gli ho detto che venivo a vederti ed ha voluto venire
-anche lui, perchè abbiamo parlato tanto di te....
-
-Desiderio si fece rosso appena ebbe detta questa bugia innocente, che
-gli era sembrata necessaria.
-
-— Perchè sta lì? disse Giulio.
-
-— Coppa, disse Desiderio, avvicinati. Giulio ti vuol vedere.
-
-Il Coppa si fece innanzi e domandò bruscamente:
-
-— Come stai? quando guarisci?
-
-L’ammalato non rispose; ma fissò un momento gli occhi luccicanti dalla
-febbre sulla faccia del Coppa.
-
-— Hai la mamma tu? e quando seppe che non l’aveva mai avuta (perchè
-il Coppa rispose così), egli chiuse gli occhi, mormorando qualche cosa
-che i fanciulli non intesero bene. In quel momento si udì la campana, e
-Giulio disse: “La scuola!„
-
-Allora Desiderio si curvò sul guanciale del piccolo ammalato e lo baciò
-in fronte.
-
-— Ritornerò, disse, guarisci.
-
-— Guarisci, disse il Coppa.
-
-Giulio fissava gli occhi nella finestra dirimpetto; giungeva fino a
-lui, dal cortile sottostante, un rumore confuso; erano i compagni che
-facevano irruzione nella scuola.
-
-— Mi pare di vederli, disse l’ammalato, mi piacerebbe venire alla
-lezione ancora una volta per salutarli tutti.
-
-Desiderio non rispose, aveva il cuore stretto, ma il Coppa rispose per
-lui: li saluteremo noi.... ma tu prometti di guarire.
-
-— Presto, disse Giulio.
-
-Quel giorno alla lezione del pomeriggio tutti gli scolari della seconda
-elementare poterono leggere, scritte a grossi caratteri, queste parole
-che occupavano tutta la lavagna: _Giulio ammalato manda tanti saluti ai
-suoi compagni di scuola_. Anche il signor maestro lesse la scritta, e
-non ebbe cuore di cancellarla, nemmeno per ispiegare la sottrazione dei
-numeri decimali.
-
-
-
-
-IV.
-
-
-Due giorni dopo il piccolo Giulio era morto, e i suoi compagni
-aggiunsero un _de profundis_ alla loro preghiera prima d’andare a
-letto. Il Coppa quella notte non potè chiudere occhio; il cadaverino
-di Giulio affascinava, da lontano, la sua giovane immaginazione; se il
-regolamento non lo avesse vietato, egli sarebbe balzato dal letto nel
-cuore della notte per andare ad empirsi l’anima di terrore al capezzale
-del morticino.
-
-Però non versò una lagrima, ingegnandosi di consolare sottovoce il suo
-piccolo amico, il quale aveva soffocato i singhiozzi sul guanciale,
-finchè il sonno lo aveva preso a tradimento.
-
-Quando il giorno successivo tutti gli orfani della seconda elementare
-furono chiamati ad assistere all’uffizio mortuario nella cappella,
-e si avviarono a due a due dietro la piccola bara, dall’ospizio al
-camposanto, Desiderio ricominciò a piangere e il Coppa ripigliò a
-consolarlo. E quando Giulio fu calato nella fossa e i suoi compagni
-cominciarono a buttare le manate di terra sulla bara sonora, il Coppa,
-che avea guardato ogni cosa attentamente, tirò in disparte Desiderio e
-gli disse: non era un ragazzo coraggioso, è meglio che sia andato con
-sua madre, non avrebbe mai fatto fortuna.
-
-— Sì, è forse meglio, disse Desiderio, asciugandosi la faccia lagrimosa.
-
-Per tutta la via, finchè furono tornati all’ospizio, i due fanciulli
-non dissero nulla, ma durante l’insolita ricreazione, che gli aspettava
-appena arrivati, invece della scuola, il Coppa prese Desiderio in
-disparte e gli disse: ora che Giulio è morto il tuo amico son io, non è
-vero?
-
-Desiderio accennò di sì, ma non era punto rassicurato da quel
-preambolo, che annunziava pur troppo una cerimonia temuta.
-
-— Dobbiamo bere il nostro sangue, assicurò il Matto, è necessario. Non
-aver paura, è una cosa da nulla, beverai tu prima il mio, sta a vedere
-come si fa....
-
-Così dicendo cacciò la punta d’un ago nel polpastrello dell’indice
-e ne fece spicciare alcune goccie di sangue, ma Desiderio si rifiutò
-ostinatamente di fare altrettanto.
-
-— Non ci è bisogno del sangue, disse, per essere amici; non l’abbiamo
-noi giurato?
-
-Quella debolezza non fece un grand’onore a Desiderio nel concetto del
-Coppa, ma egli fu generoso, e perdonò. Solo disse con severità:
-
-— Se è vero che mi sei amico non devi avere segreti con me; dimmi tutto
-quello che pensi, tanto vedi, io ti ho già capito: tu sei innamorato.
-
-Terribile omino il Coppa, egli aveva messo il dito proprio in mezzo
-al cuore del suo piccolo amico, a cui fu impossibile negare una verità
-che cavava gli occhi alla gente. Non perciò Desiderio fu sconfortato,
-tutt’altro; egli aveva, come tutti gli innamorati, un gran bisogno
-di confidare il gran segreto ad uno che lo sapesse intendere, tanto
-più che tra la sua innamorata e lui non ci era stato se non scambio
-d’occhiate, le quali dicono fino a un certo punto, ma si sa....
-
-— Si sa, approvò il Coppa; però qualche volta si dice anche meno con la
-bocca... io stesso vedi...
-
-— Tu?
-
-Sì, proprio lui, si era già innamorato due volte, e non era mai stato
-capace di dichiarare la sua fiamma. — Ma si era mai trovato da solo a
-solo coll’innamorata? — Sicuramente, quando era a bottega e per ragioni
-di professione andava nelle case dei signori, una volta aveva visto
-una donna. — Una donna? — Già una donna, tanto bella, tanto bella....
-bella come.... non sapeva come, non c’era nessuna altra donna bella
-a quel modo, la chiamavano donna Lucia, era maritata ad una specie di
-colonnello.... un pezzo di diavolaccio alto così, ma non era stato per
-paura del marito, non sapeva neppur lui perchè era stato; non le aveva
-mai parlato. Desiderio rimaneva a bocca aperta, ascoltando la storia di
-questo amore straordinario.
-
-— E l’altra volta? chiese.
-
-— L’altra volta ho parlato, rispose, perchè era dipinta.... Però, si
-affrettò a dire per parare la beffa, mi guardava sempre, io girava di
-qua e di là ed essa mi accompagnava con gli occhi sin sull’uscio; mi
-pareva perfino che movesse la testa, ma non n’ero sicuro....
-
-— Dove hai veduto quella donna dipinta? chiese Desiderio.
-
-— Nell’anticamera d’una casa di signori.
-
-— Oh! quanto mi piacerebbe saper dipingere una donna così bella.
-
-— Tu la dipingerai, ed io quando sarò ricco te la pagherò bene e la
-metterò nel mio palazzo....
-
-Accomodate così le cose, non rimaneva alcun pretesto di ritardare la
-confidenza, e Desiderio cominciò titubando:
-
-— La mia innamorata ha solo otto anni, non l’ho vista se non in
-parlatorio attraverso i vetri della finestra, ha già capito che io le
-voglio bene e mi ha fatto intendere che anche essa me ne vuole. Io non
-so quando le potrò parlare; essa viene con una donna a visitare uno dei
-grandi, ed io in parlatorio non posso mai andare, perchè a vedermi non
-viene mai nessuno.
-
-Diceva queste parole senza falso sentimentalismo, ma con la melanconia
-di chi vede un ostacolo al proprio sentimento e non sa ancora in che
-modo superarlo.
-
-— Come si chiama? domandò il Coppa.
-
-— Si chiama Speranza.
-
-— Senti, tu me la farai vedere domenica, attraverso i vetri ed io le
-parlerò per te; mi dirai che cosa le dovrò dire; non aver paura che
-te la rubi; prima di tutto a me non piacciono le bambine, e poi siamo
-amici.
-
-— E tu le parlerai?
-
-— Sicuro che le parlerò. Mia zia viene qualche volta a trovarmi, io le
-dirò che non posso stare senza vederla tutte le domeniche....
-
-Sonò la campana; — la ricreazione era finita. — Ragazzi a scuola!
-
-
-Era stato concesso al Coppa di provare le proprie forze nella seconda
-elementare, sebbene la sua dottrina messa per tanto tempo al contatto
-delle ciabatte più logore di Porta Garibaldi avesse perduto tutta
-la freschezza e in più luoghi abbisognasse di toppe. Ma egli aveva
-promesso al signor maestro di far sue prima di un mese tutte quelle
-suppellettili scientifiche che fanno l’ornamento dell’ingegno in
-seconda elementare, e si poteva star sicuri che non avrebbe mancato di
-parola.
-
-Aveva una memoria pronta e tenace, e fu per lui un gioco il colmare
-le lacune grammaticali ed aritmetiche che lo separavano dai colleghi.
-Quando ebbe assicurato per tutto l’anno il proprio posto, a scuola
-e nella camerata, accanto al suo nuovo amico, si tenne contento.
-Il maestro gli diceva che continuando così (cioè ad ornarsi delle
-suppellettili scientifiche) poteva essere uno dei primi della
-scuola, ma egli non continuò così, aveva ben altro per la testa
-che le suppellettili del signor maestro. Viveva già in un suo mondo
-fantastico, oltre le mura di quell’ospizio che gli aveva tutta l’aria
-di una prigione; aveva aspirazioni ignote all’infanzia, desiderii
-strani e curiosità a cui nessuno dei libri di scuola sapeva rispondere.
-
-— Perchè tu non sei nato ricco? domandò un giorno al suo compagno.
-
-— E tu? rispose Desiderio ridendo.
-
-Il Coppa non rise.
-
-— Perchè vi è della gente che nasce ricca, e dell’altra che ha sempre
-appetito? Lo sai tu?
-
-Desiderio non sapeva; forse il signor maestra lo sapeva, ma non glielo
-avrebbe voluto dire.
-
-— Ci è però della gente che nasce povera e poi si fa ricca.... osservò
-il Coppa.
-
-— Lavorando, disse Desiderio, senza pensarvi troppo.
-
-— Già lavorando, brontolò il Coppa; ma non a fare il ciabattino; vorrei
-avere tante lire quante toppe ha messo il babbo finchè ne è morto.
-Eppure ci è della gente che non metterebbe una toppa nemmeno per due
-lire, nemmeno per quattro. Farò così anch’io quando sarò ricco. E tu?
-
-Desiderio non spingeva ancora l’occhio fino a quel tempo remoto;
-l’unico avvenire che lo tentava era lontano due anni; quando egli fosse
-nella sezione dei grandi, e potesse imparare il disegno, non vorrebbe
-più nulla.
-
-— Ti pare, disse il Coppa; ma quando ci sarai, vorrai dell’altro; io
-invece no....
-
-Egli furbo voleva addirittura una bella carrozza, con due cavalli,
-e due servitori incipriati; però non aveva ancora deciso se dovesse
-bastargli un milione, o se ci volesse un miliardo; ci penserebbe poi.
-
-Intanto giunse la domenica.
-
-— Mi viene un’idea, aveva detto il Coppa al compagno; scrivi alla
-tua innamorata ed io le consegnerò la lettera, le dirò che sei tu che
-gliela mandi.
-
-— Essa non sa il mio nome....
-
-— Non importa; tu ti metterai dietro i vetri, io farò un segno verso di
-te, ed essa comprenderà subito.... le ragazze sono furbe.
-
-— E se qualcuno se ne accorge....
-
-— Lascia fare a me.... tu scrivi....
-
-Ed allora Desiderio non aveva saputo resistere alla tentazione ed aveva
-scritto:
-
- “_Speranza mia_,
-
- “Io sono quello che ti guarda sempre dai vetri del parlatorio, e
- che ti vuole tanto bene. Io non posso andare in parlatorio perchè
- nessuno viene a vedermi; non ho più la mamma, non ho più parenti;
- ma se tu non mi abbandoni non sarò mai solo. Ho saputo il tuo nome
- un giorno che tua madre venne senza di te; tuo fratello, appena
- entrato, domandò: E _Speranza?_ Non udii altro perchè la porta si
- chiuse, ma tua madre gli rispose di sicuro che eri un po’ malata.
- Io vidi dalla faccia che soffriva parlando. Ho sofferto molto tutta
- quella settimana, era come se mi fossi perduto in mezzo alla gente;
- non lo so esprimere bene, ma era una cosa così. La domenica dopo,
- vedendoti, mi sembrò di ritrovare la mia strada. Dunque, Speranza
- mia, non mi lasciare; promettimi di esser mia per tutta la vita. Mi
- pare che con te al fianco, io non mi perderò in mezzo alla gente.
- Mi chiamo Desiderio, ho già dieci anni compiti, e ti voglio tanto
- bene.„
-
-Il Coppa lesse questa lettera con molto raccoglimento, e si degnò
-di lodarne la struttura. “Non vi sono errori di grammatica, disse,
-va benissimo.„ Ma era chiaro che diceva così per non scoraggiare
-un principiante; le lettere che egli aveva scritto alla moglie del
-colonnello erano ben altro; non certamente calligrafiche, e forse
-nemmeno in pace con la grammatica, ma calde; parlavano meglio il
-linguaggio che bisogna usare colle innamorate.... Se quella donna
-superba le avesse lette.... — Perchè vedi, spiegò il Coppa, alle donne
-piace sentirsi dire: “Mia bella, mio tesoro, anima mia,„ e poi bisogna
-sempre promettere qualche cosa alle donne... Vediamo se tu promettessi
-alla tua Speranza di coprirla di pietre preziose.... no? non vuoi? sarà
-per un’altra volta — del resto la tua lettera va benissimo.
-
-— La mia Speranza è modesta, rispose il fanciullo, guardando attraverso
-i vetri del parlatorio; e d’improvviso esclamò:
-
-— Eccola!... Guardala, soggiunse mostrando al suo compagno la faccia
-illuminata dalla gioia, guardala....
-
-— È quella biondina cogli occhi azzurri? chiese il Coppa accostando
-l’occhio alle commessure dei vetri smerigliati, quella che ha i capelli
-sciolti.... quella che....
-
-Era proprio quella, e Desiderio non gli poteva rispondere.
-
-Bisognò tirarsi da parte per non farsi scorgere troppo, essendo
-l’affacciarsi ai vetri del parlatorio una delle tante cose proibite dal
-regolamento.
-
-Un momento dopo si venne all’uscio a gridare il nome del Coppa.
-
-— Presente, rispose il piccino mettendosi alle spalle del sorvegliante
-che si affacciava a cercarlo con gli occhi. Dammi la lettera, mormorò
-all’orecchio di Desiderio, sta vicino ai vetri e vedrai....
-
-La raccomandazione era soverchia; il suo nuovo amico non era ancora
-scomparso quando Desiderio appiccicava la faccia ai vetri a rischio di
-guastarsi col regolamento.
-
-Il Coppa, appena entrato nel parlatorio cominciò ad essere imbarazzato
-della parte difficile che si era preso senza riflettervi molto. Sua
-zia lo trovò distratto più del solito e glielo disse, ed egli rispose
-distrattamente che era verissimo. Un’idea lo tentava. Quando la
-faccia di Desiderio appariva dietro i vetri smerigliati col nasino
-schiacciato, il Coppa sentiva venuto il momento di precipitarsi verso
-la piccola Speranza, fingendo di raccogliere qualche cosa che le fosse
-caduto per metterle in mano il bigliettino. Ma se non capisse? Intanto
-pensava: “È bella questa biondina, troppo piccola e troppo insipida per
-un uomo come me, ma è proprio bella. In tutto il parlatorio non ce n’è
-nemmeno una da metterle a confronto.„
-
-Egli volle assicurarsi meglio se non ce ne fosse almeno una e fece
-delle risposte così strambe alla zia, che per poco non la mise in
-collera.
-
-— Che cos’hai questa mattina? gli disse.
-
-— Non ci badare, rispose il fanciullo serio serio; sono tanto contento
-che tu sia venuta a vedermi; promettimi di non mancare mai....
-
-— E allora dimmi qualche cosa....
-
-— Non ho nulla da dirti; mi piace vedere la gente ed esserti vicino....
-
-La povera donna pensò che non per nulla suo nipote si chiamava il
-Matto; sedette sopra una panca e si contentò di tenere nelle proprie
-una mano del piccino, lasciando che tutto il resto, anima e corpo,
-fosse da un’altra parte.
-
-No, in tutto il parlatorio non v’era alcuna donna che potesse
-paragonarsi a Speranza. Era pur fortunato Desiderio! Oh! sta a vedere
-che egli invidiava la sorte del suo disgraziato amico, costretto per
-vedere la sua bella di mostrarle il naso schiacciato e perduto nella
-nebbia.
-
-Non lo invidiava, ma veniva cercando intorno a sè qualche donna di
-cui innamorarsi. Non ce n’era proprio! Erano tutte troppo vecchie, o
-troppo brutte. “Il biglietto, il biglietto!„ sembrò dire il nasino di
-Desiderio picchiando contro il vetro e il Coppa senti la necessità di
-essere un eroe. Egli si sprigionò dalla stretta della zia, si cacciò
-attraverso la folla dei visitatori e passando rasente a Speranza le
-prese coraggiosamente una mano e v’introdusse il biglietto.
-
-“È di lui,„ disse senza arrestarsi; il nasino di Desiderio in quel
-momento scomparve.
-
-La fanciulla si era fatta rossa fossa, ma aveva capito benissimo;
-passato il primo sgomento, mandò in giro un’occhiata per accertarsi che
-nessuno le aveva gli occhi addosso, poi guardò coraggiosamente il Coppa
-e gli sorrise per ringraziarlo.
-
-Dio! quanto era bella! sorridendo, lasciava vedere i dentini tersi e
-lucenti; gli occhioni azzurri, guardando, sembravano andare incontro
-alla gente.
-
-Il Coppa fece queste osservazioni, mentre la zia, tiratolo un’altra
-volta a sè, gli veniva aggiustando le pieghe del camiciotto perchè non
-gli facesse smorfie sulla persona. Era la cerimonia dell’addio; quella
-buona donna, che veniva in parlatorio per semplice carità cristiana,
-non immaginava di aver fatto il proprio dovere di zia amorosa e di
-potersene andare tranquillamente a casa, e più tardi in paradiso, se
-non avesse accomodato il camiciotto del suo ragazzo.
-
-— Me ne vado, disse la zia.
-
-— Così presto? domandò il Coppa, occupato a studiare l’innamorata del
-suo amico per farsene un’idea chiara.
-
-— Mi aspettano a casa.
-
-In quel momento appunto, la piccola Speranza fu presa per mano dalla
-mamma e fece atto di avviarsi.
-
-— Va pure, disse allora il Coppa, ma non mancare domenica.
-
-Speranza parve cercare sul vetro della finestra un nasino schiacciato
-che da un poco non si mostrava, poi diede ancora uno sguardo di
-gratitudine al Coppa, il quale pensò: “pare una donnina!„ e lo andò a
-dire a Desiderio.
-
-— La tua Speranza pare una donnina, ed è proprio bella; se non fosse la
-tua innamorata, la piglierei per me.
-
-Perchè aveva egli detto queste parole? Perchè le aveva pensate prima
-e perchè era schietto. Non aveva forse fatto bene a dirle? Certo che
-sì; eppure quando le ebbe dette come per levarsele dal capo, si trovò
-occupato a ripeterle mentalmente; allora gli parve di far male.
-
-Quella notte il Matto sognò che era matto davvero, che aveva rubato
-l’innamorata al suo amico migliore, dopo d’averlo trafitto con un
-temperino per bevente il sangue.
-
-Si svegliò piangendo, e anche quando si fu ben bene assicurato che
-Desiderio russava e ch’egli era innocente, non potè più chiudere
-occhio. Pensava ai casi suoi, scendeva in fondo alla propria coscienza
-a ricercare le magagne con una crudeltà fanciullesca. Intravvide, e
-ne fu atterrito, quella specie di ossessione che esercita un pensiero
-cattivo quando si è formato interamente; ma nella sua ingenuità ne
-attribuì a sè solo la virtù maligna.
-
-Sbagliando ancora, egli si provò a ripetere a bassa voce che se
-quella Speranza non fosse stata dell’amico gli sarebbe piaciuto farla
-sua; ma ancora non sentì che lo stratagemma avesse allontanato da
-lui l’immagine della fanciulla, come egli aveva voluto fare in buona
-coscienza. Nessuno era al suo fianco per dirgli che le idee malsane
-bisogna combatterle in embrione, negarle risolutamente mentre si stanno
-formando nel cervello, perchè a cacciarnele dopo non basta battere il
-capo nella parete.
-
-Dopo una lunga smania il fanciullo ricadde sfinito in braccio al sonno,
-e non si svegliò se non al suono della campana.
-
-Due idee gli erano entrate in capo mentre dormiva, e appena desto le
-vide e le manifestò all’amico. Prima idea: Desiderio doveva andare in
-parlatorio con lui, perciò basterebbe dire alla zia che lo chiamasse;
-seconda idea: assolutamente bisognava trovare un’innamorata anche al
-Coppa.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Il Coppa fece anche di più per tornare in pace con sè medesimo; la
-domenica successiva trovò modo di avvicinarsi alla piccola Speranza
-e di parlarle dell’amico suo con un linguaggio d’innamorato. Nessuno,
-in quell’ampio parlatorio, badava ai due piccini, che si erano messi
-sopra una panca a discorrere. Mentre la zia dell’uno era intenta a far
-la calza e a dire il rosario, e la mamma dell’altro non aveva occhi se
-non per il suo figliuolo, un bel pezzo di ragazzo tredicenne, il Coppa
-diceva a Speranza:
-
-— Tu non hai visto ancora Desiderio?...
-
-— Sì, l’ho visto.... rispondeva Speranza senza falsa modestia.
-
-— Come hai fatto?
-
-— L’ho visto tante volte; quando fa troppa caldo, aprono la finestra e
-allora si può vedere in cortile.
-
-— Ti piace? domandò il Coppa.
-
-Nemmeno questa domanda brutale scoraggiò la fanciulla, la quale alzò,
-gli occhi per far rientrare il suo interlocutore nei confini della
-discrezione.
-
-Il Coppa si affrettò a soggiungere:
-
-— Se tu sapessi quanto è buono, gli vorresti anche più bene. Ha poi un
-talento.... ha poi un cuore.... ha poi una memoria....
-
-Che cosa non aveva quel giorno il povero Desiderio? Aveva ogni ben di
-Dio, salvo uno: la ricchezza; ma a questa penserebbe lui, proprio lui,
-perchè non vi era dubbio che un giorno, lui, proprio lui, il Coppa,
-diventerebbe milionario.... e allora?
-
-Non finirono qui le confidenze che il fanciullo fece all’innamorata
-dell’amico; senza avvedersene, come qualche volta accade, per parlare
-di Desiderio era costretto a dire delle proprie aspirazioni, dei
-proprii sogni, dei proprii disegni d’avvenire; ma quando si accorgeva
-d’aver perduto il filo, lo ripigliava bruscamente dimostrando in modo
-repentino una nuova virtù dell’amico.
-
-Così la piccola Speranza seppe del giuramento che legava i due
-Desiderii per la vita e per la morte, della cerimonia del sangue e
-perfino del piccolo Giulio, che era morto per tornare con la mamma.
-
-Allo spirare dell’ora del parlatorio, il Coppa, che aveva già preparato
-ogni cosa con la zia, disse alla fanciulla che la domenica successiva
-avrebbe visto e parlato a Desiderio....
-
-Speranza non osava domandar come, ma interrogava con gli occhi, e
-questi occhi erano così grandi e venivano così bene incontro alla
-gente quando interrogavano a quel modo, che il fanciullo fu costretto
-a guardare di qua e di là, per cercare un’innamorata. Ahi! in tutte
-quelle donne giovani o vecchie, che distribuivano baci agli orfanelli,
-non ve n’era una, il cui bacio potesse valere più dei baci appaiati che
-gli dava la zia nell’andarsene, e nemmeno più d’un bacio spaiato.
-
-E forse il Coppa cominciava a pensare che avrebbe baciato volontieri
-l’innamorata del suo grande amico, senza metterci malizia.
-
-Ma un altro amplesso lo distrasse, e gli troncò a mezzo il pensiero —
-era la zia che aveva intascata la calza e gli piombava addosso col suo
-paio di baci regolamentari.
-
-La piccola Speranza già perduta in mezzo alla folla si voltava verso i
-vetri della finestra, dove si vedeva ancora la traccia di due labbra,
-la punta schiacciata d’un nasino e qualche altra parte di una faccetta,
-i cui contorni si smarrivano come nella nebbia.
-
-Il Coppa raggiunse l’amico nel cortile e gli annunziò la lieta novella.
-
-— Acconsente.
-
-— Davvero?
-
-— Sì, domenica ti farà chiamare, e tu parlerai alla tua Speranza;
-e sarà così tutte le domeniche; non avrai più bisogno di stare
-dietro i vetri; se tu vedessi come sei brutto, quando hai il naso
-schiacciato!...
-
-Dunque, in grazia dell’amico suo, Desiderio potè un giorno andare in
-parlatorio. Mettendo il piede in quello stanzone, che non riceveva luce
-se non dalla finestra coi vetri smerigliati, udendo un bisbiglio di
-voci carezzevoli in ogni crocchio, il piccino si trovò come smarrito,
-e credette di sentire per la prima volta tutta la miseria di chi non
-ha altra famiglia che l’ospizio. Ma avvezzandosi a quella scarsa luce,
-egli vide in fondo alla stanza due occhi pieni di consolazione, i cari
-occhioni della sua Speranza; e fu necessario che il Coppa gli desse uno
-spintone amichevole per impedirgli di precipitarsi da quella parte e
-mandarlo prima di tutto dalla zia.
-
-— Come sta? chiese il fanciullo timidamente.
-
-— Sta benone, rispose il Coppa per sua zia; e rivolgendosi alla buona
-donna, che era occupata ad estrarre da una tasca profonda qualche cosa
-che pareva una mela, ma non poteva essere se non il gomitolo della
-calza, proseguì: questo qua è il mio amico di cui ti ho parlato; egli
-non è mai venuto in parlatorio, e si immaginava che fosse una specie di
-teatro.... Ma noi ci divertiremo lo stesso, concluse.
-
-La zia del Coppa si credette in obbligo di promettere il paradiso
-all’amico di suo nipote, se fosse savio, rispettoso, e non tralasciasse
-di fare le devozioni ogni giorno; quando ebbe assestato questo
-conticino con la propria coscienza, si cacciò un ferro da calzetta
-nel costato destro come se volesse per la via del martirio arrivare in
-paradiso più presto — e cominciò a contare tranquillamente le maglie.
-
-Allora i due ragazzi la lasciarono, e facendo gli sbadati con un’arte
-sopraffina, vennero entrambi dinanzi alla panca della fanciulla.
-Speranza e Desiderio si fecero rossi rossi, perchè erano troppo
-felici, e il Coppa, che aveva lavorato tanto a quella felicità, se ne
-sentì respinto, e voltò le spalle con falsa disinvoltura. Egli andò a
-mettersi in un canto, senza sapere nemmanco lui perchè e lasciò venire
-a sè tutti i pensieri amari.
-
-Quella donna che faceva la calzetta e diceva le orazioni, senza voltare
-nemmeno gli occhi a cercare di lui, era dunque la sola persona al mondo
-incaricata d’amarlo in terra e di insegnargli la via del paradiso!
-
-Dacchè egli era al mondo, aveva voluto bene soltanto a suo padre,
-un buon uomo, che lavorava troppo, digiunava troppo, e lo picchiava
-troppo; alla moglie d’un colonnello che non si era nemmeno accorta
-di lui, a una donna dipinta ed ora a Desiderio. Avrebbe amato ancora
-volontieri qualcuno o qualcuna perchè tutto l’affetto che non aveva
-potuto spendere gli faceva nodo nel cuore. Gli pareva di doversi
-precipitare verso i due smemorati, i quali non badavano più a lui, e
-dire... che cosa? che voleva essere il servo del loro amore, e che gli
-ordinassero subito di fare qualche grossa pazzia, e poi lo pizzicassero
-a sangue, o accarezzassero la sua testa matta.
-
-Eccoli là, soli, poveri, dimenticati; e lui del pari, ma più solo e
-più dimenticato, s’immaginava di proteggerli con lo sguardo e aveva un
-sentimento di tenerezza quasi materna nel ripetere a sè stesso che egli
-voleva essere qualche cosa per la loro felicità.
-
-Subito dopo si adirava della loro indifferenza per lui; voleva
-tenere il broncio a Desiderio, e intanto si provava a non degnare
-nemmeno d’una occhiata quella biondina — ma quando il suo sguardo
-aveva ramingato un poco nello stanzone nero, ritornava ai due piccoli
-innamorati. Seduti l’uno vicino all’altro sopra una panca, protetti
-dalla loro età, essi potevano discorrere come vecchi amici senza
-che nessuno desse loro noia. Avevano l’aria di dirsi le cose più
-indifferenti, e perfino la madre di Speranza, che si voltava ogni tanto
-a ricercare la sua figliuola, non entrava in sospetto di nulla.
-
-Quel giorno l’ora del parlatorio parve lunga al povero Coppa, sebbene
-avesse sentito una compiacenza malsana nello scoprire che egli era
-grandemente infelice.
-
-Violando per la prima volta un giuramento fatto per la vita e per la
-morte, il Coppa non disse nulla al suo grande amico; e per tutto il
-resto di quel giorno sentì crescere la propria infelicità, nella lotta
-tra il bisogno di confidarsi e un nuovo sentimento, come di vendetta,
-che gli consigliava di serbare tutto il dolore per sè solo. Anche la
-notte, quando fu entrato nel suo letto, egli ebbe la forza di augurare
-buon riposo a Desiderio e di soggiungere che aveva un gran sonno per
-troncare in bocca all’amico le espansioni della felicità, e per essere
-lasciato solo con il suo dolore sconosciuto.
-
-Per solito essi aspettavano che il sonno fosse sceso sui letticciuoli
-più vicini per incominciare poi sottovoce una conversazione, che aveva
-il sapore del frutto proibito.
-
-Peccato che il Coppa avesse tanto sonno, mentre Desiderio non poteva
-chiuder occhio! Purè il Coppa non russava ancora, e Desiderio si provò
-a tentarlo chiedendo con un filo di voce:
-
-— Dormi?
-
-Il Coppa aveva gli occhi aperti, non rispose.
-
-Era una cattiveria, e pure ci trovava gusto.
-
-— Dormi? ripetè il piccino.
-
-Sì, era una crudeltà, il non rispondere, ma gli piaceva che tutte le
-voci della propria coscienza gridassero insieme: cattivo, cattivo,
-cattivo!
-
-Quando Desiderio tacque e si voltò sull’altro fianco invocando un sonno
-che gli ripresentasse le vaghe immagini della veglia, il povero Coppa
-sentì tutta la propria miseria, e pianse, senza sapere perchè.
-
-Quel pianto gli fece bene; gli sembrò di vedere attraverso le lagrime
-il cadaverino del piccolo Giulio di cui occupava il letto, e s’immaginò
-d’essere morente anch’egli e di avere al capezzale Desiderio e la sua
-piccola innamorata, e dir loro prima di chiudere gli occhi per sempre:
-“siate felici!„ E lo disse veramente “siate felici!„ perchè Desiderio,
-il quale non dormiva ancora e da un poco s’era accorto che l’amico suo
-faceva uno strano sogno, si voltò di botto e disse: Coppa? che cosa
-hai?
-
-— Ho fatto un cattivo sogno, rispose il fanciullo lottando con le
-ultime riluttanze. Ma subito soggiunse tutta la verità, o almeno quella
-che a lui pareva tutta la verità, cioè che quel giorno si era sentito
-solo, e che gli sembrava di essere stato infelicissimo.
-
-Desiderio non capì gran che, e pure con la massima sincerità disse che
-anche lui, qualche volta, provava qualche cosa di simile... ma che poi
-passava... “Bisogna dormire, consigliò, e domandare al cielo un bel
-sogno...„
-
-— Hai provato a ripetere la preghiera?
-
-Il Coppa non aveva provato, non avrebbe nemmeno potuto provare perchè
-non la sapeva.
-
-— Io la so tutta, disse Desiderio; qualche volta quando non posso
-dormire la ripeto mentalmente, e sento che mi fa bene. Mi sembra
-perfino che dicendola sottovoce sia ancora più bella... Senti.
-
-E con un bisbiglio che pareva una carezza, cominciò:
-
-“Ancora un giorno è passato, o Signore, ed eccomi alla vostra
-presenza.....
-
-“O Signore, che godete più del nome di padre che di quello di giudice,
-non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra
-misericordia.„
-
-Egli tacque, aspettando che il Coppa dicesse qualche cosa, e in quel
-breve intervallo fu pigliato dal sonno.
-
-Il Coppa, rimasto un’altra volta solo, ripetè più volte prima di
-addormentarsi: “non mi trattate come ho meritato, ma secondo la
-grandezza della vostra misericordia.„
-
-Poi dormì e sognò d’essere trattato male.
-
-
-
-
-VI.
-
-
-Da quel giorno incominciò per il Coppa la peggiore di tutte le
-torture mortali, quella di chi serba il cuore retto quando i sensi
-sono turbati. Che cosa fece il povero fanciullo in questa orrenda
-congiuntura?
-
-Alle prime interrogazioni della coscienza, cercò di rispondere una
-bugia, ma stretto dalle domande ingegnose e crudeli, si diede vinto,
-confessò tutto: egli voleva un’innamorata, che fosse come quella del
-suo grande amico, così bella, così serena, così buona, così bionda,
-egli voleva Speranza, egli amava Speranza, la piccola Speranza d’un
-amico legato a lui per la vita e per la morte.
-
-E si diceva indegno dell’amicizia, dell’amore, di tutte le cose belle
-che adornano il creato, e del sole che ce le fa vedere. Questo fece il
-povero fanciullo, ma che cosa avrebbe fatto di meglio un uomo?
-
-Quell’idea entrata nel suo cervello, l’occupava tutto, tormentandolo ad
-ogni ora del giorno e della notte; egli si provò a cacciarla in mille
-modi, studiando molto la lezione, e non studiandola affatto per essere
-messo in castigo, evitando di parlare di Speranza coll’amico suo, e
-parlandone invece fino a stancare lo stesso amore tanto per vedere da
-vicino l’immagine di quella felicità su cui il suo demonio lo spingeva
-a stendere una mano ladra. Questo fece, e inutilmente, il povero
-fanciullo; l’uomo non avrebbe fatto altrimenti.
-
-Desiderio intanto era così ingenuo, o così felice, che non si accorgeva
-di nulla; nelle parole e nei silenzii del Coppa egli non vedeva se non
-nuovi aspetti di quel temperamento bizzarro a cui avevano messo nome il
-_Matto_.
-
-La loro amicizia del resto non ci pativa; il Coppa aveva anzi per
-Desiderio una specie di tenerezza che somigliava alla pietà; si
-umiliava volentieri al suo cospetto, qualche volta avrebbe voluto
-farsi picchiare da lui.... o da lei. Dà lei! Oh, essere picchiato da
-Speranza, che dolcezza infinita!
-
-Bizzarra cosa: in quella lotta per nascondere il proprio sentimento e
-per vincerlo, il Coppa era contrastato senza avvedersene dalla propria
-vanità; egli non dubitava mai di nulla, si sa bene, non immaginava
-neppure che Speranza, invitata a scegliere tra l’amico e lui, non
-avesse a buttargli nelle braccia; anzi perciò solo aveva una gran
-compassione di entrambi, perchè si credeva d’aver in pugno la loro
-felicità. Egli non dubitava nemmeno delle proprie forze; anche quando
-abbandonava la testa stanca sul guanciale, persisteva in lui una falsa
-coscienza che, pur di volere sul serio, egli potrebbe da un momento
-all’altro strapparsi di dosso la strana malìa.
-
-Questa falsa convinzione che egli avrebbe voluto smentire, per trovarsi
-meglio con la coscienza, ma che l’amor proprio avvalorava di nascosto,
-gli fece del male; a poco a poco, senza avvedersi, egli cominciò
-davvero a lottare per stancarsi e per soffrire, ma non più per vincere.
-
-La domenica, all’ora del parlatorio, vi andava tirandosi dietro
-l’amico, e studiandosi di fare un ingresso decoroso.
-
-Perciò dopo aver salutato con un cenno del capo dal basso in alto la
-piccola Speranza, le voltava le spalle addirittura, perchè essa non
-gli potesse leggere nel cuore, e innamorarsi lei, povera creatura, e
-guastare il sacrifizio che egli voleva fare ad ogni costo.
-
-Ma quando aveva arrestato un momentino la zia nella strada del
-paradiso, e chiestole come aveva passata l’ultima settimana in questa
-terra, quando aveva udito contare le maglie della calzetta eterna, il
-disgraziato Coppa era spinto da una mano invisibile al cospetto dei
-due innamorati, per vedere da vicino che sorta di balocco essi andavano
-facendo della sua felicità distrutta.
-
-E quella vista era così dolorosa, che egli avrebbe voluto spirare ai
-loro piedi, per colpire di sgomento la loro spensieratezza.
-
-Poi si pentiva, e tornava al suo cantuccio, a girare sguardi inquieti
-per l’ampio stanzone, cercando inutilmente un sorriso sopra una faccia
-giovine e bella.
-
-Quello strazio durava da qualche tempo, e Desiderio non si accorgeva
-di nulla. Un giorno alla passeggiata, il Coppa, che era stato sempre
-silenzioso ed inquieto, vide passare entro una carrozza, tirata da due
-cavalli bianchi, una bellissima giovinetta.
-
-— Guarda, disse a Desiderio, guarda in quella carrozza.... guarda....
-ah! non sei più in tempo, è passata.
-
-— Chi?
-
-— La mia Speranza.
-
-Allora Desiderio lo guardò in faccia, perchè non capiva, il Coppa si
-credette scoperto e si fece rosso.
-
-— È passata, disse celiando a stento, ma la raggiungerò; i suoi cavalli
-bianchi corrono molto, ma anche i miei correranno molto.
-
-— Non ti capisco, confessò l’amico umilmente.
-
-— Eppure non è difficile, disse il Coppa con calma, volevo anch’io
-un’innamorata, ed ora ce l’ho; è passata in questo momento; era bella,
-era bionda; la chiamerò Speranza, come la tua.
-
-— Matto! disse Desiderio.
-
-— Sì, matto, disse il Coppa.
-
-Tacque; ma dopo un centinaio di passi, impacciato dal proprio silenzio,
-tanto per dire qualche cosa, fece una strana proposta all’amico:
-
-— Ti piacerebbe andarcene pel mondo, noi due, a cercar la fortuna? Si
-fuggirebbe dall’ospizio insieme, e si andrebbe fuori di porta, sempre
-diritti, fino a Parigi o fino a Londra? Ti piacerebbe?
-
-— A me no, rispose schiettamente Desiderio.
-
-— A me invece, tanto. Si andrebbe laggiù a cercar la fortuna; al
-ritorno tu sposeresti la tua Speranza, io.... andrei a trovare quella
-ragazza, che è passata or ora, e le direi: mia cara, tu devi sapere
-che io t’ho vista un giorno nel viale dei giardini pubblici, allora ero
-orfano e povero, oggi sono....
-
-— Oggi sei più matto del solito, interruppe Desiderio.
-
-
-
-
-VII.
-
-
-La stramba idea che, sorgendo a un tratto sul lastrico di Milano,
-aveva lusingato il Coppa con la sua monelleria, non lo lasciò più.
-Egli era così fatto, il povero orfanello, che l’insolito lo seduceva,
-e il pericoloso lo attirava. La notte, nel silenzio del dormitorio,
-quando egli cercando di dormire, poteva credere in buona fede di
-non ricordarle più, qualcuno gli venne presentando ad una ad una le
-sue medesime parole: “ti piacerebbe andare per il mondo a cercar la
-fortuna?„
-
-Aprì gli occhi, e alla scarsa luce della lampada notturna, il camerone
-gli parve più nero; stette in ascolto, e gli sembrò che tutti i suoi
-compagni si lamentassero nel sonno, tranne uno, che era felice anche
-dormendo, Desiderio.
-
-Sì, fuggire domani stesso, questa notte medesima, subito, che bella
-impresa! Bella, ma difficile.
-
-Allora si finse prigioniero coll’immaginazione, e si provò ad
-architettare la sua fuga. Prima di tutto egli aspetterebbe ancora
-un’ora per assicurarsi che tutti dormissero, poi si vestirebbe di
-nascosto, farebbe un fardelletto delle sue robe... Di tutte? No,
-bisognava lasciare all’ospizio ogni cosa che l’ospizio gli aveva dato;
-salvo un paio di grosse scarpe, dovendo camminar molto; il difficile
-nell’uscire dal dormitorio, sarebbe l’aprir l’uscio così piano che
-non facesse rumore. Giunto sulle scale, scenderebbe tentoni fino al
-gran cortile. E poi? Come arrampicarsi fino al ciglio del muro? Non
-vi erano scale a piuoli ed egli non si sentiva capace di tirarsi su
-puntellandosi con le mani e coi piedi nell’angolo dei due muri, come
-aveva visto fare ad altri. Bisognava rinunziare alla scalata e trovare
-un’altra uscita più volgare.
-
-Finchè rimase sveglio, il Coppa non trovò nulla, ma appena si fa
-addormentato tutto ciò che gli era riuscito scabro gli si appianò
-dinanzi; egli trovò subito un’uscita, e fuggì, e andò per Milano e per
-il mondo a cercar la fortuna, e la trovò a Parigi, o a Londra, e fu
-ricco ed ebbe due cavalli bianchi e un’innamorata bionda.
-
-L’alba svegliandolo da quei sogni lo consolò dandogli un rimorso. Egli
-si accusò d’aver tradito l’amicizia, d’aver potuto pensare alla fuga
-abbandonando nell’ospizio l’amico a cui era legato per la vita e per
-la morte. Per fare la pace con la coscienza, confessò a Desiderio il
-proprio sogno, poi disse:
-
-— Ci ho pensato anche da sveglio, ma per celia; io non me ne vado, se
-tu non vieni; perchè dimmi un poco, se non ci fossi io, come faresti tu
-ad andare nel parlatorio? Povero Desiderio!
-
-Povero Coppa! egli compiangeva il suo rivale, e per respingere la
-tentatrice idea d’una fuga dall’ospizio non trovava un argomento più
-valido di questo: no, io devo rimanere perchè Desiderio possa andare in
-parlatorio a vedere la sua innamorata!
-
-E ci andò in parlatorio, il povero Desiderio, dieci volte, venti,
-e fa ogni volta più felice, e non vide, non sospettò mai lo strazio
-del piccolo eroe dimenticato, che andò egli pure in parlatorio, e fu
-infelice sempre più.
-
-Ma intervenne la morte a rompere questo idillio penoso.
-
-Una domenica, i due fanciulli aspettavano l’ora del parlatorio, quando
-si venne a chiamare il Coppa, il Coppa soltanto.
-
-— E tu? chiese il fanciullo al suo compagno, e lui? domandò al
-sorvegliante. Non è mia zia che mi chiama?
-
-— No, è un uomo.
-
-— Povero Desiderio! mormorò il Coppa, offeso da una pallida gioia
-entrata furtivamente nel proprio cuore.
-
-Nel parlatorio si vide venire incontro un certo Tita che egli conosceva
-appena, un vicino di casa della zia.
-
-— La zia è malata? domandò il fanciullo.
-
-— È morta! rispose bruscamente Tita.
-
-— Morta? ripetè il fanciullo come uno smemorato.
-
-— Sicuro; fino a jeri l’altro stava meglio di me e di te, spiegò
-l’impassibile visitatore; io dico che dev’essere stata qualche cosa che
-aveva dentro e che si è rotta.
-
-— Morta! ripeteva il Coppa.
-
-— Sicuro, è morta ieri mattina all’alba; oggi alle quattro la portano
-al camposanto.
-
-Ad ogni parola di quell’uomo, che gli parlava con una voce strascicante
-mettendo nel suo discorso delle cadenze pigre, il fanciullo vedeva
-un’immagine desolata. Fissava gli occhi nella parete dirimpetto, o
-guardava senza vederle le faccie indifferenti dei visitatori; egli
-vide così sua zia, stecchita, immobile entro una cassa d’abete e vide
-i ceri che ardevano nella stanzetta, e vide una calza non finita sul
-canterano.
-
-E intanto ripeteva, come se stentasse ad afferrarne bene tutto il
-significato, questa grande parola: morta!
-
-La piccola Speranza era là; ma i suoi occhioni azzurri interrogavano
-invano; oggi la morte soltanto parlava all’anima sbigottita del
-fanciullo.
-
-Più tardi il Coppa sarebbe stato sincero nel misurare la sventura
-che lo colpiva, ma in quel momento non la misurava ancora; e poteva
-accettare senza rimorso il nuovo sentimento di forza che gli veniva
-offerto dalla morte. Non sapeva come avvenisse, ma era quasi sicuro di
-non offendere nessuna religione umana, lasciandosi accarezzare da una
-baldanza nuova. E poi, toccato dalla sventura, egli si sentiva di tanto
-più alto della piccola Speranza, che non badava nemmanco più ai due
-grand’occhi fissi sopra di lui, e poteva lusingarsi che tutto sarebbe
-finito fra loro due.
-
-Intanto Tita gli veniva dicendo:
-
-— I corvi sono già venuti; sono già là, a spartirsi quella poca roba;
-tua zia voleva bene a te più di loro; ma se non ha fatto testamento tu
-non avrai nulla.
-
-— I corvi? balbettò il fanciullo.
-
-— I tuoi zii; non li conosci?
-
-— No.
-
-— Ne hai due, uno più bello dell’altro; sono là — tu non sai se tua
-zia abbia fatto testamento?... No?... peccato! Della bella e buona roba
-ce ne aveva; il canterano è un bel mobile..... il letto è vecchio, ma
-solido; ci sono due gran guardarobe verniciate; e poi doveva avere del
-denaro...
-
-A me, prima di morire, ha chiesto una calza incominciata, col suo
-gomitolo, e ha detto che l’aveva fatta in parlatorio per te.
-
-— Per me? balbettò il Coppa, e pianse. Non aveva potuto strappargli una
-lagrima la notizia che sua zia era morta, ma l’idea che la buona donna
-veniva ogni domenica, e si metteva a sedere là, su quella panca, e
-cavava di tasca la calzetta che essa destinava a lui, senza vantarsene,
-e che egli quasi se ne era indispettito, e una volta ne aveva riso,
-quest’idea gli gettò un gran turbamento nel cuore, e lo fece piangere.
-
-All’estremità del camerone, la piccola Speranza indovinò un gran
-dolore, ed ebbe voglia di piangere anch’essa.
-
-— Eccola! disse Tita.... ma è inutile piangere; eccola! insistè, e si
-cavò di tasca la famosa calzetta, lasciando cadere a terra il gomitolo,
-che rotolò fino a Speranza.
-
-Subito la fanciulla lo prese e lo portò all’incognito, ma il Coppa la
-vide appena e si compiacque di sentire che gli occhioni smarriti della
-fanciulla lo lasciavano freddo.
-
-— La riconosci? proseguì Tita, ravvolgendo il filo al gomitolo, è
-questa qui; te l’ho voluta portare io stesso, perchè è cosa tua,
-sebbene non sia finita, anche i tuoi zii non hanno detto di no.
-
-— Grazie, balbettò il fanciullo, e nascose la calzetta sotto il
-camiciotto.
-
-— Non ci ho altro, conchiuse Tita, e me ne posso andare; però se tu
-avessi voglia d’uscire domani per visitare tua zia in camposanto, io
-verrò.
-
-— Grazie.... ripetè il fanciullo
-
-— Devo venire?
-
-— Sì, sì, venga; ma bisogna chiedere il permesso al rettore.
-
-— Lo chiederò.
-
-— Venga presto.
-
-Tita se ne era già andato tranquillamente, e il Coppa rimaneva ancora
-nel mezzo dello stanzone.
-
-Nella vetrata della finestra appariva e spariva il nasino di Desiderio;
-gli occhioni di Speranza interrogavano invano.
-
-Il fanciullo la vide, le si accostò, e le disse semplicemente:
-
-— Mi è morta la zia, non verrà più nessuno a chiamarmi in parlatorio;
-non ci vedremo più.
-
-La fanciulla spensieratamente gli prese una mano, ed a quel contatto il
-Coppa sentì che la malia si rinnovava.
-
-— Mi dispiace per voi altri, disse il Coppa, e anche per me; tu sei
-tanto bella!...
-
-Si arrestò; tutti i suoi nervi tremavano.
-
-— Addio, ripetè a un tratto, e fuggì.
-
-La vocetta di Speranza mormorò: addio, ma il Coppa era già lontano.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Il rettore dell’ospizio, quando seppe della disgrazia toccata al Coppa,
-chiamò il fanciullo, doppiamente orfano, e gli disse:
-
-— La morte di tua zia ti lascia solo nel mondo; ma questa gran famiglia
-d’orfani è la tua; molti dei tuoi fratelli, uscendo di qui, si sono
-fatti un gran nome nel mondo; imita il loro esempio, studia....
-eccetera.
-
-Il Coppa crollò il testone rosso in una certa maniera, che non diceva
-nè sì, nè no, e uscì dallo stanzino del rettore per andare al cospetto
-del direttore spirituale.
-
-Il buon prete cominciò con le stesse parole del rettore, ma proseguì
-dicendo che sotto l’occhio di Dio nessuno è solo, e che coll’aiuto del
-cielo, il coraggio e il lavoro tolgono l’uomo da ogni impiccio.
-
-E questa volta il testone del Coppa disse propriamente di sì.
-
-Poi il fanciullo andò risolutamente incontro a Desiderio, e gli disse:
-
-— Desiderio mio, perdonami.
-
-— Che cosa?
-
-Il fanciullo fu lì lì per confessare che aveva detto a Speranza: tu sei
-tanto bella! ma non ne ebbe cuore.
-
-— Io ti lascio, io me ne vado.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè sono solo nel mondo, e non ti posso essere utile.... ora che
-mia zia è morta, non andrò più in parlatorio nemmen io....
-
-Desiderio si provò inutilmente a dimostrargli la stranezza del suo
-disegno; appunto perchè la zia era morta, bisognava rimanere....
-
-— Me l’ha detto anche il signor rettore; ma io non la penso così; stavo
-qui per non dare dispiacere alla zia, e ci sarei rimasto volontieri per
-te.... ma ora....
-
-— Ma ora?
-
-— Ora non posso: giurami, proseguì affrettandosi a colmare
-l’involontaria reticenza; giurami che anche lontani, noi saremo sempre
-amici, e ci ritroveremo un giorno.
-
-Parlava con tanta enfasi, che Desiderio volle secondarlo e giurò.
-
-— Di’ così: per la vita e per la morte.
-
-— Per la vita e per la morte.
-
-— Me ne andrò domani, disse il Coppa con pacatezza.
-
-— E dove andrai? chiese Desiderio con voce soffocata.
-
-— Prima di tutto in camposanto, a visitare mia zia, poi andrò pel mondo.
-
-Queste parole facevano un magnifico effetto anche all’orecchio del
-Coppa che le diceva; quanto a Desiderio egli era sbalordito.
-
-— Coraggio, gli disse l’amico suo.
-
-Era inutile lottare col Coppa; quando un proposito buono o cattivo era
-entrato in quel testone, non ne usciva più; Desiderio lo sapeva bene, e
-non si provò neppure a rimuoverlo, ma pianse molto, pianse troppo, e al
-Coppa, oltre il pensiero di preparare ogni cosa per la fuga, toccò il
-compito di consolare il suo piccolo amico.
-
-— Credi a me, gli diceva, tu studierai il disegno, e diventerai un
-pittore famoso, e sarai ricco anche tu, e sposerai la tua Speranza; ci
-troveremo poi nel mondo quando uscirai di qui: intanto io ti scriverò
-spesso, ogni settimana, o tutti i giorni, e tu mi risponderai. È
-inutile piangere, il pianto non serve a nulla.
-
-E così dicendo egli raccoglieva nella propria pezzuola le lagrime calde
-e frequenti di Desiderio.
-
-— Non piango più, disse il fanciullo mostrando gli occhi rossi.... ma
-tu, tu?
-
-— Io me ne andrò solo pel mondo; è il mio destino; io non avrò mai una
-Speranza al fianco, lo sento bene, ma non importa; ho una gran voglia
-di arrivare ad essere ricco, e arriverò. Vedrai.... non affliggerti per
-me, ti scriverò tutto...
-
-Quella notte, finchè Desiderio fu sveglio, i due fanciulli non
-fecero altro che discorrere del loro avvenire. Siccome sarebbero
-stati imbarazzati a servirsi delle Regie Poste, il Coppa fece una
-magnifica pensata: ogni domenica, uscendo a passeggio, Desiderio doveva
-raccogliere una lettera fatta a pallottola che il Coppa avrebbe deposto
-prima sul davanzale d’una finta finestra a terreno, dinanzi alla quale
-il drappello d’orfani doveva necessariamente passare. La domenica
-successiva vi deporrebbe la risposta.
-
-— E Speranza?
-
-— Andrò a trovarla, promise il Coppa, e le dirò che ti voglia sempre
-bene, e che non ti tradisca mai per un altro.
-
-Al povero Coppa tremava un tantino la voce, facendo questa ardua
-promessa, ma egli voleva espiare anche il pericolo corso di essere lui
-il traditore dell’amico suo, e questo gli pareva il modo migliore.
-
-Finalmente il sonno chiuse gli occhi di Desiderio; allora il Coppa fu
-libero di pensare ai casi suoi.
-
-Egli non voleva essere preso alla sprovveduta il domani; quel Tita
-che aveva promesso di chiedere per lui l’uscita straordinaria, doveva
-venire di buon’ora, e bisognava che il fardello del Coppa fosse pronto.
-Quale fardello? Pensandoci meglio, il povero fanciullo riconobbe
-che, anche volendo, non avrebbe potuto portare seco se non gli abiti
-che avrebbe messo in dosso, cioè quelli dell’uscita, perchè non lo
-avrebbero lasciato uscire con altri panni. Poteva però vestire due
-camicie almeno, due paia di mutande, e infilare più d’una calza, finchè
-ce ne potesse entrare nelle sue scarpe migliori.
-
-Voleva poi portare nel pellegrinaggio attraverso il mondo i libri e
-i quaderni di scuola che avrebbero trovato posto fra la camicia e il
-giubbetto; infine non bisognava dimenticare la penna e il calamaio per
-scrivere subito a Desiderio.
-
-Prese queste disposizioni mentali, si abbandonò al sonno.
-
-
-Come il Coppa aveva immaginato, il Tita fu mattiniero; gli orfani non
-erano entrati in scuola, quando egli attraversò il cortile dirigendosi
-al camerino del rettore, per chiedere l’uscita straordinaria del Coppa.
-
-Passando, cercò con gli occhi il fanciullo; lo vide e gli fece un
-cenno di complicità; pareva un brav’uomo, e al Coppa venne lo scrupolo
-d’ingannarlo.
-
-Ma si fece forza, perchè non era momento di debolezze, come fece
-osservare anche a Desiderio, che stava lì lì per tradirlo con le
-lagrime.
-
-— Che cosa hai da piangere? disse forte, perchè il sorvegliante lo
-udiva; non sai forse la lezione?... Vediamo, soggiunse tirandolo in
-disparte, non bisogna essere come le bambine. Fra pochi minuti ci
-separiamo; ti ricorderai di tutto?
-
-— Sì, balbettò Desiderio, il quale non si sentiva tanto forte da
-lottare contro il capriccio del suo grande amico, ma in cuor suo aveva
-sperato che, dormendoci sopra, il Coppa avesse a pentirsi dell’ardito
-disegno — sì, ma non te ne andare.
-
-— La finestra finta a terreno... ricordalo bene; tutte le domeniche
-all’ora della passeggiata.
-
-— Sì, ripeteva Desiderio, ma non te ne andare; ritorna, pensaci
-ancora.... sarai in tempo un’altra volta...
-
-— Per la vita e per la morte, conchiuse solennemente il Coppa,
-stampando due baci sulle guancie dell’amico.
-
-Il Tita riappariva allora.
-
-Desiderio lo guardò sperando di leggergli in faccia che il rettore non
-avesse concesso l’uscita; ma vi lesse il contrario.
-
-— Andiamo, disse Tita.
-
-— Addio, disse il Coppa a Desiderio.
-
-Un sorvegliante venne a dirgli d’andarsi a vestire, perchè gli era
-concessa l’uscita per tutto il giorno. Gli orfani, che si mettevano in
-fila per entrare in iscuola, guardarono il loro fortunato compagno con
-invidia; il solo Desiderio non vide più nulla, perchè aveva dinanzi
-agli occhi un velo di lagrime.
-
-Quando il Coppa scese tutto corazzato di libri e di quaderni, aveva
-quasi un aspetto battagliero; si doveva capire, solo a guardarlo, che
-egli andava a sfidare la vita, e che il mostro non gli faceva paura.
-
-Era già sull’uscio, ma si arrestò.
-
-— Ho dimenticato una cosa.... disse; torno subito. E via di corsa, su
-per le scale, fino al dormitorio; colà giunto, aprì il suo piccolo
-canterano e ne tolse una calza incominciata, quattro ferri e un
-gomitolo, l’eredità della zia.
-
-Cacciò ogni cosa in una tasca, raggiunse la sua guida, ed uscì a
-respirare l’aria libera.
-
-— Andiamo a casa, disse il Tita.
-
-— No, rispose risolutamente il Coppa, io vado al cimitero.
-
-L’uomo stava dubbioso.
-
-— Ci sai andare al cimitero?
-
-— Altro! esclamò il fanciullo, a cui non sembrava vero di poter essere
-libero così presto; ma sentì un’altra volta lo scrupolo d’ingannare
-quell’uomo che si era incomodato per lui, e ripetè con accento più
-dimesso che al cimitero ci sapeva andare.
-
-L’uomo guardò a diritta ed a mancina, come cercando un’uscita
-all’irresolutezza, poi concluse:
-
-— Ebbene, vacci; io ti aspetto in casa; bada a non arrestarti in piazza
-Castello, dinanzi alle baracche dei giocolieri.
-
-Il Coppa crollò il capo, e si pose in cammino.
-
-— Coppa! gli gridò il Tita alle spalle.
-
-Il povero fanciullo credette che il suo liberatore si fosse pentito, ed
-affrettò il passo.
-
-— Coppa! ripetè l’altro, e il Coppa si arrestò.
-
-— Per sapere dove è seppellita tua zia, disse il Tita, domandalo al
-custode.
-
-Il fanciullo chinò il capo, e tirò innanzi frettoloso.
-
-Eccolo solo nell’ampio mondo.
-
-
-
-
-EPILOGO
-
-I.
-
-
-La portinaia doveva essere entrata senza far rumore; aveva deposto,
-lì accanto, sulla scrivania, quella lettera voluminosa, e se n’era
-andata in punta di piedi, per non svegliarlo; sicuramente egli si era
-riaddormentato a tavolino, sebbene si fosse levato appena di letto.
-
-Così pensò lungamente il vecchio Desiderio, e fu un pensiero languido,
-quasi inconscio, a cui seguì quest’altra riflessione:
-
-“Il sole è entrato in camera da un’ora almeno; già dev’essere alto
-sull’orizzonte, perchè la striscia d’oro ha lasciato il letto di
-Speranza, ed è scesa sull’ammattonato.„
-
-Per un poco non pensò più nulla, finchè il lavorìo pigro della sua
-mente gli disse: “La striscia d’oro è impallidita; il cielo è nuvolo.„
-
-Al vecchio Desiderio non importava affatto che il cielo si annuvolasse;
-dacchè era venuto in terra, egli aveva preso il cielo come il Signore
-glielo mandava, e da un poco in qua lo accettava anche con più
-rassegnazione; pure a un pallido riflesso dei sentimenti modesti che lo
-avevano animato una volta, vide nel proprio cervello l’idea fuggitiva
-che quella giornata bigia non sarebbe piaciuta a Speranza.
-
-“Poveretta! pensò; essa avrebbe spiato tutta la mattina un raggio
-di sole, assicurandomi che prima del mezzodì la giornata si sarebbe
-accomodata. E molte volte si accomodava per davvero, a quel tempo!„
-
-Ora no; il bel sole non sarebbe più entrato nella casa che la
-vecchia Speranza aveva lasciato da un mese, per sempre; o forse
-vi rientrerebbe, una volta ancora, presto, appena Desiderio avesse
-spiccato anche lui il gran volo. Quel giorno sarebbe festa solenne nel
-melanconico nido.
-
-Sì, era ben questo il solo, forse l’ultimo, desiderio di quell’anima
-battuta e contenta; assomigliava a tutti i desiderii del passato,
-perchè era modesto come quelli, e si sarebbe compiuto del pari, ma
-anche più securamente.
-
-Teneva gli occhi fissi sul letterone, e non gli nascendo ancora la
-volontà di pigliarlo in mano, per indovinare chi gli avesse scritto,
-continuava ad essere con la sua morta, rifaceva nel pensiero i
-cinquanta anni di vita passati insieme. Appena due mesi fa, Speranza
-era viva, sana, allegra; aveva ancora un viso gentilino, in cui
-le rughe erano disegnate appena; ancora i grandi occhi di lei gli
-promettevano la serenità del cielo; ancora la voce nota gli mormorava
-parole che sonavano come la musica di chiesa.
-
-Contenti entrambi, ringraziavano il cielo ogni sera perchè dalla loro
-casa aveva allontanato la morte, la disgrazia e il turbamento d’ogni
-brama smodata, avendo avuto cento occasioni, non una, di toccare con
-mano quanta sia l’infelicità della gente che non si sa contentare del
-poco. Una volta sola, quarant’anni prima, Desiderio aveva guardato
-troppo in alto; e fu quando, maestro di disegno in una scuola serale,
-sposato appena alla sua Speranza, immaginando che il nido luminoso
-dovesse splendere più ancora se l’arte vi avesse mandato un raggio di
-gloria, si lasciò tentare dall’idea ambiziosa di mettere un cartone
-sopra il cavalletto.
-
-— Farò il tuo ritratto, aveva detto pomposamente; sei contenta che io
-veda se sono artista?
-
-Speranza avendo battuto le mani, si era andata a mettere, come suo
-marito aveva voluto, accanto alla finestra, in modo che la luce
-battesse in pieno sulla faccetta bianca e sui capelli d’oro. E subito
-erano venute due voglie all’artista novellino: coprire di baci il
-volto ridente, e fare un capolavoro. Una voglia fu contentata subito;
-ma inutilmente il povero maestro d’ornato consumò molti carboncini per
-fare una figura che somigliasse press’a poco a Speranza. Sbricciolò
-molta mollica di pane per cancellarla, dopo di che mise il cuore in
-pace e scrisse allegramente sul foglio cancellato appena queste poche
-parole che erano tutta la verità:
-
-“Desiderio mio, rassegnati; tu non sei nato pittore, e ti manca la
-forza di diventarlo.„
-
-Anche sua moglie prese la cosa celiando, ma le rimaneva in cuore un
-sentimento: “chi sa? la forza che ora ti pare di non avere, ti verrà
-forse in seguito.„
-
-— Forse; speriamolo.
-
-La forza non gli venne mai, e il maestro di disegno si accontentò di
-ammirare senza invidia la pittura degli altri.
-
-Solamente non era persuaso che egli non fosse un pochino artista;
-scandagliando tutto sè stesso, trovava in un cantuccio della mente
-il germe di qualche cosa che poteva essere l’arte; e la sera, dopo
-la scuola, menando a spasso la sua Speranza per i viali ombrosi, o
-ascoltando il mormorio delle foglie, si sentiva tentato dallo stimolo.
-
-Diceva allora dopo un lungo silenzio:
-
-— Sai? mi pare proprio che qualche cosa di buono ci sia qua dentro; il
-difficile è metterlo fuori.
-
-Un giorno assicurò bonariamente che l’arte non è facile a nessuno, e un
-altro giorno ebbe l’intuizione fuggitiva che i pittori veramente grandi
-_forse_ erano stati quelli a cui la pittura aveva prima voltato le
-spalle per darsi poi interamente all’artista importuno.
-
-Desiderio volle essere importuno un’altra volta; solamente in luogo di
-ostinarsi a pretendere che il cartone gli ripetesse la figura che aveva
-sempre nel pensiero, sempre nel cuore, si provò a riprodurre sulla tela
-e con colori un lembo del giardino in cui andava a spasso ogni sera.
-
-Non riesci meglio. Il suo paesaggio, dopo aver rallegrato molto i
-monelli che si avvicinavano al pittore in silenzio, e se ne andavano
-gridandogli forte una parola sola, ma significativa, disse a lui stesso
-quella parola schietta: cerotto.
-
-Il maestro di disegno non se la lasciò dire due volte; si arrese alla
-prima, e quel giorno tornò a scuola con lo sgomento di scroccare le
-poche lire che il municipio gli pagava ogni mese per insegnare ogni
-sera il disegno d’ornato ai monelli, i quali un giorno forse gli
-griderebbero in coro: cerotto!
-
-Fu uno sgomento passeggiero, chè anzi in fine d’anno l’assessore
-municipale, avendo fatto una visita alla scuola, espresse al giovine
-maestro la propria soddisfazione per il profitto e per la disciplina
-della scolaresca.
-
-Ah! sì; quanto alla disciplina il maestro di scuola poteva farsi bello;
-non se ne vantava perchè Desiderio era prima d’ogni cosa ingenuo, e
-dopo aver confessato a sè stesso che quella disciplina non gli costava
-ombra di fatica, sarebbe stato capace, capacissimo di dirlo anche
-all’assessore.
-
-— Tener a segno i miei scolari mi è facile, perchè essi sono buoni e mi
-vogliono bene; ma è merito degli scolari, non del maestro. Ti pare?
-
-Questo diceva alla sua compagna, e Speranza gli rispondeva che a buon
-conto non lo stesse a ripetere alla gente.
-
-Campavano allegri, potendosi quasi dire felici, se questa parola avesse
-un significato preciso; anzi sì, felici propriamente perchè i due
-sposi novellini vivevano sognando sempre, ma poco, e che altro è la
-felicità se non un sogno bello e discreto? Ahi! quanti ne avevano già
-conosciuti, ammalati di aspettazione, rosi dall’impazienza, scontenti
-della sorte e di sè stessi, che avevano sempre l’aria d’esser destati
-appena da un sogno audace!
-
-Il Coppa per esempio. Quello era un sognatore di prima forza! Dacchè
-se n’era andato per il mondo, fuggendo dall’ospizio, egli non aveva
-fatto altro che seminare le avventure; facendo cento professioni, in
-cento paesi, attraverso tutti i mari dell’orbe terraqueo; innamorandosi
-molte volte, e non capitando mai bene. Sebbene vivesse con molta più
-larghezza del necessario, si sentiva nelle angustie di un creditore, il
-quale non possa riavere il fatto suo.
-
-Questo lo aveva appreso molti anni prima, quando si erano riveduti a
-Milano nel teatro Santa Radegonda; allora il Coppa era un prestigiatore
-famoso e faceva stare a bocca aperta il pubblico affollato; allora,
-come sempre, Desiderio continuava a campare della disciplina dei propri
-scolari, della disciplina dei propri sogni.
-
-Perchè a quel tempo felice ne aveva ancora dei sogni belli. Avendo
-imparato a sonare l’organo, era entrata nel suo cervello l’idea che
-potesse diventare organista d’una chiesa, per accompagnare la messa
-cantata e la benedizione prima e dopo la lezione di disegno; egli
-appunto aveva il resto della sera libero, e poteva disporre delle
-domeniche e delle altre feste comandate come ogni buon cristiano.
-
-Quando il Coppa gli aveva confidato tutte le vicende fortunose
-della sua vita, la quale ancora non era riuscita a contentarlo, e il
-proposito immutabile di pigliar la fortuna per il ciuffo e costringerla
-a darsi vinta, il povero Desiderio si era creduto in dovere di
-confessare anche lui qualche cosa.
-
-— E tu che desideri? che speri? gli aveva detto il Coppa.
-
-— Unicamente di avere il posto di organista, nella chiesa di San Babila.
-
-Appunto l’organo era ancora occupato da un vecchio prete, malandato in
-salute, e Desiderio aveva paura che la propria speranza affrettasse la
-catastrofe di Don Gioachino.
-
-Per placare la coscienza, non solamente sonava invece del vecchio
-prete, senza intascare mai un quattrino, ma ogni sera aggiungeva alla
-preghiera imparata nell’ospizio una parola buona, perchè il Signore
-tenesse in vita lungamente l’organista ammalato.
-
-E perchè il Coppa, a cui la vita aveva insegnato qualche cosa di più,
-si era messo di buon umore a questa affermazione, Desiderio andando
-a letto disse all’Eterno Padre: “Il mio cuore vi è aperto; se le
-mie intenzioni non sono giuste, correggetele voi, Signore, mandatemi
-l’angelo vostro che m’illumini.„
-
-Don Gioachino si era fatto aspettare molto in paradiso, ma finalmente
-fece l’improvvisata e vi andò; al funerale del vecchio prete, Desiderio
-accompagnò la messa di morto a capo chino, col cuore stretto, e al _De
-profundis clamavi_ due grosse lagrime gli gocciolarono fra le dita.
-
-Ma il nuovo organista di San Babila asciugò prontamente la tastiera,
-e lavorò forte col pedale, per confondere, nel medesimo stordimento,
-l’organista morto, l’organista vivo e le sue quattrocento lire annue, e
-perfino la soddisfazione d’aver versato quelle lagrime sulla tastiera.
-
-Messo una volta a sedere davanti all’organo di San Babila, Desiderio
-non la finiva più; sonava Palestrina, Marcello e Bach, e qualche volta,
-ma solo dopo la benedizione nel mese di Maria, lasciava scattare una
-pioggia di note allegre, che faceva alzare la testa ai fedeli e gli
-inchiodava in chiesa, intanto che il sagrestano spegneva le candele
-dell’altare maggiore.
-
-A piè della scala dell’organo, Speranza sua era sempre pronta a
-stringergli la mano in silenzio, e lo menava subito fuori di chiesa per
-mostrargli la faccia illuminata dalla contentezza.
-
-— Hai sonato come si suona in Paradiso; aspetta che sia a casa, e
-sentirai che cosa ti farò...
-
-Desiderio sorrideva un po’ di compiacenza, ma più perchè sapeva già che
-cosa lo aspettava a casa, un bacio, due, dieci bacioni filati.
-
-Ma non perciò si era impuntato a voler diventare un organista famoso.
-Contento del suo pubblico di donnette, che non sarebbero mai andate a
-cena fino che egli lo avesse permesso, contento dei suoi allievi di
-disegno, egli aveva rinunziato volontieri alle smanie dell’arte per
-essere semplicemente un uomo felice.
-
-
-La striscia d’oro pallido dell’ammattonato era scomparsa, brontolava
-il tuono annunziando il solito temporale d’ogni mattina. Desiderio,
-indifferente a tutto, allungò il braccio, e la mano sua trovò la
-lettera all’estremità del tavolino.
-
-I bolli, il suggello, dissero al vecchio che quel letterone veniva
-da Buenos Ayres; la scrittura gli annunziò dalla soprascritta che si
-preparasse a leggere le grandi imprese che in questi ultimi mesi erano
-state osate dal Coppa.
-
-E parve a Desiderio che qualche cosa o qualcuno sorridesse nell’anima
-sua.
-
-Staccò lentamente il suggello di ceralacca, in modo che la busta
-rimanesse intatta, e andò pensando da quanto tempo il Coppa non gli
-dava notizia dei fatti suoi. Da sei mesi almeno; l’ultima Volta aveva
-scritto da Nuova York, dove aveva ripreso in teatro gli esercizi di
-magia bianca e nera, dopo aver venduto per poco danaro un pozzo di
-petrolio nel Canadà, perchè si era stancato di vivere in mezzo ai
-boschi di Petrolea.
-
-Aveva intanto levato dalla busta il foglio e spiegatolo innanzi a
-sè; ma quando volle leggerlo, se lo lasciò cadere di mano alle prime
-parole, e gli occhi gli si empirono di lagrime, perchè la lettera
-cominciava così: “Miei buoni amici.„
-
-Il Coppa dunque non sapeva in che miseria fosse piombata quell’anima
-contenta; non poteva saper nulla, perchè, dopo la disgrazia, Desiderio
-si era fatto neghittoso e sonnolento, svegliandosi appena dalla
-melanconia taciturna, per empirsi l’orecchio e la mente delle parole
-solenni di Bach.
-
-La stanza melanconica fu empita da un lampo e subito da uno scoppio
-tremendo e lungo come l’ira di Dio, poi la pioggia si rovesciò con
-impeto.
-
-Desiderio levatosi per chiudere la finestra, stette un poco a guardare
-a traverso le vetrate i goccioloni che, rimbalzando sul davanzale,
-sembravano animati da un’allegria furiosa; ma non si sentiva invasato
-da quella furia; non gridava, non batteva le mani come aveva fatto più
-d’una volta in compagnia della sua morta; e solo quando lo scrosciare
-della pioggia ebbe preso quell’andatura solenne, confacente col proprio
-sentimento, egli si andò a sedere davanti al vecchio _harmonium_ che
-gli ripetè gli accordi del _De Profundis_.
-
-Quando cessò la pioggia ed entrò un raggio di sole nella stanzetta,
-Desiderio asciugò la tastiera silenziosa. Non piangeva più, poteva
-ascoltare quello che il Coppa avrebbe detto da Buenos Aires ai buoni
-amici suoi.
-
-
-
-
-II.
-
-
-Miei buoni amici. — L’ultima volta che vi ho scritto mi pareva d’essere
-giovine ancora; oggi mi sento vecchio, sebbene da quel tempo siano
-passati sei anni appena. Fino a poco fa, mi sono creduto padrone della
-sorte; non avendo mai dubitato un momento che il voto mio si avesse
-a compiere un giorno, ora che finalmente è compiuto, ho paura di
-aver sbagliato strada. Ho camminato tutta la vita verso la ricchezza
-soltanto; eccomi ricco, non perciò felice. Anzi il contrario, perchè
-soltanto ora mi pento di aver sprecato tanta vita e tanto ardore
-nell’inseguire un’ombra. Direte: ti rimane però la soddisfazione di
-essere riuscito nel tuo intento. No, non mi rimane nemmeno questo. Non
-è stato il mio lavoro, non è stata una mia idea a farmi ricco; è la
-fortuna cieca ed imbecille, che per un peso me ne mette in tasca cento
-mila.
-
-Lo volete sapere? Ho vinto il primo premio in una lotteria. Continua,
-in una nuova forma, la mia miseria vecchia. Miei buoni amici, voi non
-sapete tutto quello che possa confessare a se stesso un uomo beffato
-lungamente dalla fortuna. A me premeva d’essere forte, e perciò di
-dimostrarmi sicuro di tutto quanto facevo; ma oggi guardo la mia vita
-male spesa e mi confesso a voi, che siete buoni e mi volete un po’ di
-bene.
-
-Sì, ho sciupato il meglio delle mie facoltà. Avevo dell’ingegno e che
-ne ho fatto? tante cose sbagliate, una sola riuscita: il prestigiatore;
-ho avuto e sento di avere ancora un po’ di forza, sono stato amico
-della verità, della giustizia, del bene, e non mi è riuscito _veramente
-bene_ altro mai che l’inganno, prima in piazza, ora sul palcoscenico;
-ebbi sempre il cuore aperto agli affetti, ma per fatalità ho sbagliato
-l’amore, e se non fosse di voi, non mi rimarrebbe nemmanco un amico.
-
-Un attento esame di tutto il mio passato mi ha lasciato persuaso d’una
-verità che ho notato così sul mio taccuino: “ho visto l’amore generare
-il dolore, dalla grave fatica nascere la felicità; e la vita non ha
-nulla di meglio che l’amore e il lavoro.„
-
-Ma vuol essere lavoro utile, come quello che si faceva in cerca di
-pozzi di petrolio al Canadà, in mezzo ai boschi con l’accetta in pugno
-per aprirsi il sentiero, scavalcando le macchie e lasciando lembi di
-carne alle spine. O come quello che avevo fatto prima a Nuova York, di
-modellare figurine di gesso e venderle in piazza. Ma queste fatiche
-mi stancarono, appena potei temere che non mi conducessero diritto
-alla ricchezza; e allora disperando di me stesso, tornai di mala
-voglia all’inganno più rimunerato del prestigiatore. Spesso vedendo
-un facchino vacillare sotto un peso enorme, o un minatore fendere col
-piccone il granito del monte, o un contadino vangare al sole cocente,
-mi fermai a guardare la loro fatica; non già che mi paresse meno aspra
-o meno ingrata, pure mi tratteneva, senza desiderio, senza compianto,
-ma non indifferente. Non sapendo nemmeno io che cosa sentissi a
-quella vista, qualche volta mi parve di indovinare lo scoraggiamento
-per la inettitudine di chi si è posto innanzi agli occhi una meta da
-raggiungere, e che intanto si balocca per via, corbellando il prossimo
-e un po’ sè stesso.
-
-Dunque finalmente sono ricco! Non quanto ho sognato nell’ospizio, ma
-tanto da poter contentare molti dei miei desideri d’una volta se me ne
-fossero rimasti.
-
-Ahi! l’infelicità di ognuno è proprio questa, di non desiderare più
-nulla quando si ha ottenuto tutto; ma l’infelicità mia è peggio, perchè
-all’assenza di ogni bramosia si aggiunge il rimpianto.
-
-Mi dolgo di non essere stato felice, di non avere avuto al mio fianco
-una compagna, se non bella e amabile come la tua, ma tale almeno a
-cui potessi dire oggi: tu sei invecchiata aspettando il mio amore; ora
-questo amore eccolo; è tutto tuo, se ancora lo vuoi.
-
-E anche m’affliggo di non aver dato all’arte o alla scienza la forza
-che ho speso per inseguire la felicità senza afferrarla mai. Non sarei
-stato felice, perchè me ne mancava il temperamento, ma se non altro nel
-mio paese sarei stato buono a qualche cosa, forse uno scrittore onesto
-e povero, o un inventore di qualche macchina, o magari un filosofo
-solitario poco apprezzato dai contemporanei, ma che avrebbe parlato
-forte e lontano alla posterità.
-
-Da una settimana sono in possesso dei miei pesos fiammanti, e già mi
-danno battaglia per non sapere che buon uso farne; e mentre nella mia
-povertà avevo speso la ricchezza avvenire, dandole tante buone opere da
-compiere per me stesso e per gli altri, ora guardando intorno non vedo
-gli altri; scendendo in me stesso, quasi non mi ritrovo.
-
-Il mio sogno, ve lo ricordate? era di arricchire più presto, e anche
-meglio, cioè con un po’ di soddisfazione, intanto che tu, Desiderio
-mio, combattevi ancora per l’arte ed eri giovane e povero, per poter,
-io solo, dare un po’ di luce e d’aria alla vostra casa. Ma ora molto
-tempo è passato, e voi non avete più bisogno di nulla. Mi par d’udire
-la voce mite e buona della tua compagna: “ci sono tanti ammalati
-unicamente di miseria; ne guarisca più che può.... Non ha detto così,
-signora Speranza?„
-
-
-Desiderio non resse oltre; tutto il passato che il Coppa era andato
-rimescolando, empiendogli il petto di singhiozzi repressi, diè una
-lunga voce di pianto.
-
-“Ma no, non ha detto nulla, non dirà più nulla; essa è là sotto, muta,
-fredda ma non indifferente... ed ama ancora.„
-
-
-“Non ha detto così, signora Speranza?
-
-Ci ho pensato, sa? Ma mi sono convinto che per cominciare a guarire
-il prossimo ammalato di miseria non sono ricco abbastanza; a fare
-l’elemosina, non mi si apre altra via che beneficare un ospedale;
-quanto a correre in traccia di miserie vere per portarvi io stesso
-il rimedio, non m’illudo già più, ed ho incominciato appena. Mi sono
-convinto che siamo tutti quanti un po’ prestigiatori; io trasformo
-l’acqua in vino, quando il pubblico mi guarda; ma a quattr’occhi ho
-trovato dei compari più forti di me, compari sanissimi, i quali mi
-hanno fatto credere d’essere paralitici, zoppi, pieni di malanni e di
-appetito, mentre non era vero nulla, vivevano di rendita, erano capaci
-di digerire i miei bussolotti.
-
-Non ho rinunziato a fare un po’ di bene, ma mi scoraggiano le prove
-fatte fin qui. Una sola mi rallegra, se anche non mi contenta.
-Talvolta, dopo aver desinato all’aperto, adocchio un miserabile che
-va in giro fra i tavolini, cacciato inutilmente dai camerieri, per
-raccogliere croste di pane e mozziconi di zigaro che egli raduna in
-una tascaccia; chiedo al mio vicino una moneta per fare un giuoco, la
-moneta mi vien data, sparisce, la si trova poi nella tascaccia fra i
-mozziconi di zigaro e le croste di pane. Qualche volta veggo splendere
-una gioia ingenua sulla faccia dell’accattone: _grazie_, mi dice, e se
-ne va allegramente; ma non sempre è così; ieri soltanto ne ho trovato
-uno così ladro e così sciocco che sostenne a faccia tosta d’aver avuto
-quella moneta da un signore, e giurava su Dio, sulla Madonna, sui
-Santi, sulla salute eterna dei suoi morti, perchè aveva paura di dover
-restituire la moneta.
-
-Oggi dunque, sono ricco, ma questa ricchezza che ho tanto desiderato
-non mi contenta ancora; non mi contenterà mai più, essendo sceso nella
-mia coscienza a vedere da vicino che il mio desiderio aveva preso un
-nome falso; si doveva invece chiamare la _felicità_.
-
-E vedo che anche la ricchezza come l’ho desiderata io doveva venirmi
-dalla mia volontà e dalla mia intelligenza; ma per arricchire a questo
-modo, come arricchirono tanti, bisognava scegliere una via sola, e
-avviarsi per quella senza arrestarsi mai, contento di sapermi ogni
-giorno più vicino alla meta. Non perciò sarei stato felice, perchè la
-meta era troppo lontana dal desiderio mio. Rallegratevi, amici cari,
-che almeno voi siete stati più savi.
-
-Tronco il piagnisteo con una nota allegra; non sono io che rido, è la
-sorte beffarda.
-
-Vi ricordate della eredità avuta dalla zia dell’ospizio? Quella calza
-incominciata dalla buona donna, è sempre rimasta intatta. Viaggiò
-in fondo alle mie valigie e molte volte la guardai per farmi cuore,
-pensando che era press’a poco tutto quanto il capitale che il mondo mi
-aveva dato per sfidare la vita.
-
-L’altro giorno mi cadde sott’occhio e non mi parlò con parole
-amare e forti; mi suggerì invece di servirmi del gomitolo, nella
-rappresentazione d’addio facendovi trovare un biglietto da cinquanta
-pesos che vi avrei fatto entrare prima per regalarlo poi ai poveri
-italiani di Buenos Ayres. I miei giochi me li preparo da me e la cosa
-fu lunga. Non sospettereste mai che cosa trovassi in capo al filo?
-Un biglietto di cinquecento fiorini austriaci che la povera zia aveva
-sottratto all’avidità dei suoi fratelli per favorire me senza svegliare
-rancori.
-
-La scoperta m’intenerì e mi fece dispetto, pensando che quella somma
-trovata in un buon momento avrebbe forse mutato interamente la mia
-condizione.
-
-La mia lettera è già lunga, e ancora non ho detto il meglio. Sappiate
-dunque che io abbandono il teatro, e che me ne torno in Italia, e che
-non tornerò solo. Ho conosciuto una buona ragazza italiana, povera e
-ancora onesta; ha diciotto anni, è bella, andava cantando al suono del
-suo mandolino per le osterie e per i caffè. Molti avventori dicevano
-che ha una voce meravigliosa, e non è vero; da una settimana non canta
-più, perchè io me ne sono impadronito. E come? L’ho semplicemente
-comprata da suo _nonno_; i cinquecento fiorini della calza non bastando
-al contratto, ne ho aggiunto degli altri in _pesos_. Ed ora Bambina è
-_nostra_, perchè voi le vorrete bene. Speranza le farà di mamma, e tu
-sarai un magnifico padre. Io non mi conto, perchè non so quello che
-farò del rimanente della mia vita, e poi mi conosco tanto da dubitare
-di un disegno che ora mi sembra bello bello bello.
-
-Bambina è in festa; l’idea di tornare a Milano che essa ha lasciato a
-dodici anni, d’imparare il canto nel Conservatorio e l’organo alla tua
-scuola, Desiderio mio, e di non dover più trascinare la sua giovinezza
-per le bettole di Buenos Ayres, le sembra un sogno. Facciamo lunghe
-passeggiate per la campagna; essa ha la chiacchierina affettuosa
-d’una vera bimba; mi narra il suo breve passato con tanta ingenuità da
-intenerirmi. Sono convinto che è rimasta onesta per miracolo, o a dir
-meglio che la stessa sua ingenuità invece di perderla l’ha salvata.
-Ma, quando indovino le trame che erano già state messe in opera per
-corromperla, complice il vecchio _nonno_, l’ira mi manda dal cuore una
-parola che vorrebbe arrivare fino a Dio.... e forse non arriva. Sì,
-ho promesso a me stesso di salvare Bambina; a lei ho detto che se non
-potremo farne una gran cantante, almeno a tempo giusto le... daremo
-marito. Bambina ha riso e giurato (perchè le hanno imparato a giurare)
-che non saprebbe che fare d’un marito. Infine mi pare che sia entrato
-un raggio di sole nell’anima mia; non sono proprio sicuro, ma ringrazio
-il cielo di avermi dato una buona opera da compiere, un’opera che non
-mi lascierà sconsolato, se mi aiutate voi pure.
-
-Partiremo di qui col _Sud America_ fra dieci giorni, che tanti ce ne
-vogliono per preparare ogni cosa.
-
-Addio, ottimi cuori; a rivederci presto.
-
- Il fratello vostro
-
- DESIDERIO COPPA.
-
-
-
-
-III.
-
-
-La lunga lettera era finita, e ancora Desiderio non sapeva se il
-contenuto di quelle sedici pagine lo contentasse interamente. Certo
-la notizia della prossima venuta del suo amico migliore portava una
-pallida luce in quell’anima addolorata, ma non era come una volta, no,
-non era come una volta. Rilesse qua e là, a spizzico, qualche periodo
-senza quasi intendere il senso; pensava, o meglio aspettava che il
-pensiero neghittoso si formasse a poco a poco, e solo quando si formò
-tutto, fu contento di dire a sè stesso: “Coppa non poteva sapere quanta
-era la mia felicità! Ora che l’ho perduta, gli dirò che io stesso non
-lo sapeva bene.„
-
-Poi il suo pensiero interrogò:
-
-“Che faremo di Bambina? Ah! se ci fosse ancora la mia morta, che
-festa sarebbe per tutti! Essa sì, saprebbe accomodare la nostra vita;
-quella ragazza deve essere proprio una buona figliuola; non avendo
-più la mamma, avrà tanto più bisogno di carezze; e Speranza mia era
-carezzevole tanto!
-
-Lungamente si fermò in quest’idea e solo quando il portinaio gli portò
-la ciotola di latte fresco e la pagnotta della colazione, Desiderio
-rialzò il capo affrettandosi a cancellare le idee melanconiche col
-sorriso buono con cui era solito accogliere quel servizio.
-
-Il portinaio brontolò:
-
-— Ha visto che sorta di lampi, ha sentito che carambola?
-
-— Che carambole? che partita?
-
-— M’intendo, i tuoni! e che diluvio eh!
-
-Ah! sì, Desiderio aveva sentito, visto e anche pianto.... ma non lo
-disse; ora sorrideva per placare il suo portinaio.
-
-— Quella lettera che ho messo sul tavolino?... ah! l’ha letta.... Lei
-dormiva, e io l’ho lasciato dormire e me ne sono andato....“ma che idea
-di addormentarsi appena alzato?
-
-— Grazie, Peppino; voi siete sempre buono con me, siete accorto e
-indulgente.
-
-Peppino non tentò di meravigliarsi punto di questa sua indulgenza,
-parve anzi assicurare con un brontolìo che forse era la verità, ma per
-dimostrare che almeno l’accortezza era verità accertata e sacrosanta,
-domandò:
-
-— O che quel letterone di America ci ha dentro del buono? Io ho visto
-subito che veniva da lontano.... se i francobolli non le servono, me li
-può dare, che io ci ho la mia ragazza che ne va matta....
-
-— Pigliate la busta, Peppino....
-
-Peppino eseguì, senza dir _grazie_. Questa parola bassa non gli usciva
-mai di bocca, avendo capito che se il decoro della sua posizione umile
-poteva essere mantenuto di fronte alla superbiaccia degli inquilini
-il sistema ottimo era di parlare con voce brusca ed impaziente,
-malmenandone qualcuno ogni tanto.
-
-Ma era anche verissimo che Peppino aveva il verso buono e che chi lo
-sapeva prendere per quello con la debita prudenza, poteva maneggiarlo
-senza pericolo.
-
-Con i “coniugi dell’organo,„ che così venivano chiamati Desiderio e la
-sua compagna, Peppino si era oramai quasi mansuefatto, al punto che
-da quando la vecchia aveva lasciato il quartierino al quarto piano
-per andare “più basso che a terreno„, secondo la sua espressione
-pittoresca, egli si era offerto subito di salire due volte il giorno
-i novantasei gradini per fare i piccoli servigi di casa al vedovo
-sconsolato, per pochissimo salario. Non ci guadagnava nemmeno le
-suole delle scarpe, ma al mondo ci si è per qualche cosa, anche per
-far un po’ di bene al prossimo; che se Peppino per andare su e giù
-tutto quanto il giorno, adoperava solo le scarpe acciabattate dei
-vari inquilini, in un paio solo di quante gli eran state regalate
-non gli era riuscito d’infilare il piede, ed era appunto in quelle di
-Desiderio.
-
-— Che sorta di piede ha lei? gli aveva detto riportandole al donatore
-per confonderlo; lei ha dei fusi invece di piedi. Le sue scarpe non mi
-vanno, _grazie tante._
-
-Ma Peppino fu giusto; riconobbe prontamente che il vecchio Desiderio
-non aveva se non i piedi che il Signore gli aveva attaccato alle
-gambe, tenne a buon conto le scarpe per farne un’elemosina, e continuò
-inalterabile a fare i novantasei gradini due volte il giorno.... per
-tre lire di salario.
-
-— Il latte è fresco; la pagnotta è calda calda; se la mangi subito —
-ordinò Peppino.
-
-Nel cervello di Desiderio si era affacciata un’idea, e pregò Peppino di
-fargli vedere ancora la busta della lettera di Buenos Ayres.
-
-— È in ritardo, disse dopo aver esaminato lungamente e fatto il suo
-conto; ha impiegato più di 50 giorni; il mare sarà stato burrascoso.
-
-Restituì la busta al portinaio e cominciò ad immollare la pagnotta
-nel latte riducendola in bocconcini; pensava ancora, e nel punto di
-sorbire la prima cucchiaiata, fece stupire l’attonito Peppino, dicendo
-bruscamente:
-
-— Ma se il _Sud America_ ha fatto meglio la traversata, essi dovrebbero
-essere arrivati; forse a quest’ora sono qui.
-
-Il portinaio si voltò istintivamente verso l’uscio, poi insistè con la
-solita indulgenza:
-
-— E se sono qui, li vedrà; ma intanto lei metta in corpo quella poca
-grazia di Dio; io me ne vado.
-
-Se ne andò infatti dopo essersi accertato che i suoi ordini
-cominciavano ad essere eseguiti.
-
-Desiderio, continuando a trangugiare la zuppa di latte caldo, pensava
-melanconicamente al prossimo incontro col Coppa; gli pareva che,
-avvisato da una lettera o magari da un telegramma — perchè l’amico
-suo era sempre stato spendereccio e tanto più doveva essere ora che
-sentiva il bisogno di alleggerirsi dei suoi pesos — gli pareva dunque
-che, avvisato da un telegramma, egli andrebbe alla stazione centrale ad
-aspettare il Coppa e la sua piccola compagna: “Dov’è Speranza? Come sta
-Speranza?„ e allora invece di rispondere Desiderio si stringerebbe al
-petto il testone rossigno e piangerebbero insieme.
-
-I bocconi della zuppa di latte non passavano facilmente, perchè questa
-immagine li tratteneva, ma infine passarono tutti, e quando l’organista
-solitario depose il cucchiarino nella chicchera si asciugò i pochi peli
-bianchi che aveva lasciato crescere sul mento e sulla faccia. Li aveva
-lasciati crescere per negligenza. “Tanto, diceva allo specchio se gli
-accadeva d’incontrarvi per caso la propria faccia melanconica, tanto a
-che serve radersi ora?„
-
-In quel mentre tornò Peppino trafelato.
-
-— Sono ancora qui, era già giunto all’ultima scala quando lui mi ha
-detto: “L’organista è in casa?„ E in casa, ho detto, gli ho portato
-appena la scodella di latte fresco. — E lui ha detto: _fammi_ il
-piacere — già, ha un certo modo di parlare quel suo amico, dà del _tu_
-grosso un braccio — _fammi_ il piacere di tornar di sopra ad avvertirlo
-che viene su una visita. Non mi sarei mosso, come è vero Dio, ma quel
-suo amico ha un certo modo di parlare, di guardare la gente.... (Poteva
-ben dire tutta la verità, tanto che male vi era?...) e di fare il
-solletico nella palma della mano.
-
-Rideva l’allegro Peppino; ma vedendo che l’organista era diventato
-pallido e non trovava parole guardando verso l’uscio, si affrettò a
-soggiungere con gravità:
-
-— Ora egli viene su a poco a poco per non perdere il fiato, come ho
-fatto io; la sua ragazza lo accompagna... è una bella tosa... per
-quello che ho potuto vedere... Eccoli!
-
-Desiderio si era sentito mancare le forze a queste parole del portinaio
-e stentava a reggersi in piedi; quando Peppino disse: _eccoli_! il
-vecchio non si mosse, come da un poco andava pensando di fare per
-correre incontro all’amico sul pianerottolo, ma per istinto cercò un
-appoggio, e trovò la tastiera dell’armonio.
-
-Era rimasto un filo d’aria nei mantici che, sprigionandosi, sembrò
-mandare un sospiro.
-
-— Desiderio! gridò la voce nota del Coppa; Desiderio, sono qui.
-
-Il Coppa, impetuoso come era sempre stato, non badò neppure allo
-stato dell’amico; gli fu addosso, lo prese per le braccia e lo baciò
-ripetutamente sulle guancie.
-
-Desiderio, vinto dalla tenerezza, non parlava ancora. Peppino, rimasto
-sull’uscio, continuava a dire a qualcuno di venire pure innanzi.
-
-— Che hai? disse poi il Coppa; non ti senti bene?
-
-— Mi sento benissimo, rispose il vecchio sorridendo; solamente sono un
-po’ più vecchio di te, lo sai bene, e non ho mai avuto la tua forza. Mi
-sento debole, mi sento debole tanto da poco tempo in qua...
-
-Il Coppa guardò con occhio indagatore la faccia sparuta dell’amico, e
-assicurò:
-
-— Ti darò io un po’ di forza; ma poi aggiunse: se ancora me n’è
-rimasta... chè ora comincio a dubitare d’essere stato mai forte.
-Bambina! Vieni innanzi; ecco qui il mio migliore amico; è un amico
-d’infanzia; abbiamo dormito in due letti accanto all’ospizio degli
-orfani; abbiamo detto la preghiera insieme tutte le mattine e tutte le
-sere; è anche un bravo organista e ti insegnerà a sonare.... Si chiama
-anche lui Desiderio... Desiderio Diodato. Ma dove è andata Speranza?
-
-A questa domanda, Desiderio ruppe in un singhiozzo e curvò la lunga
-persona per nascondere la faccia sull’omero del Coppa.
-
-Peppino, rimasto sull’uscio a guardare la scenetta, se ne andò in
-silenzio.
-
-
-
-
-IV.
-
-
-— Senti, disse il Coppa melanconicamente; ora hai pianto abbastanza;
-guardiamo insieme l’avvenire, perchè forse ancora ce ne rimane uno: a
-te almeno sicuramente.
-
-A queste parole Desiderio, rialzando la faccia lagrimosa, balbettava:
-_l’avvenire?_
-
-— Sì, l’avvenire! Tu puoi ancora essere felice, e pregare il tuo Dio
-che ti conceda un lungo tempo per la nuova felicità. Bambina è savia,
-e tu sei amorevole. Fa tu il padre di questa poveretta, e la tua morta
-sarà contenta. Sentila!
-
-Dalla vicina stanza giungeva il riso allegro di Bambina, la quale
-preparava la colazione, aiutata da una fantesca novizia. Diceva con la
-sua vocetta buona: “fra tutte e due non ne sappiamo molto.„ La fantesca
-muggì che essa credeva di saperne abbastanza, purchè la si lasciasse
-fare; e Bambina rise forte fino a far ridere la stessa Togna, la quale
-assicurò poi che la signorina aveva buon tempo.
-
-I due Desiderii stettero un po’ ad ascoltare, finchè la risata si
-spense nell’implacabile mugolìo di Togna.
-
-Allora il Coppa interrogò per la centesima volta in due giorni:
-
-— Non è vero che è un fiore?
-
-— Sì, è un fiore, confermò Desiderio, ma la paura mia è che siamo
-troppo vecchi per essa!
-
-A questa frase che era stata accolta male già una volta, la faccia
-del Coppa si trasformò come per dolore, e la mano inquieta cercò una
-risposta nella fitta capigliatura rossa ancora, ma già velata dalla
-polvere del tempo. Non la trovando, tacque.
-
-Desiderio, tenendo gli occhi fissi nella sua idea melanconica, insistè:
-
-— Mi pare che essa dovrebbe aver bisogno di vedere delle faccie giovani
-e liete.... invece che cosa le possiamo offrire noi? E mi viene anche
-in mente che un giorno possa essere ripresa dalla nostalgia di vivere
-all’aperto, di cantare davanti alla folla col suo mandolino....
-
-Il Coppa taceva sempre.
-
-— Ora la novità le dà un po’ di svago, ma chi sa in seguito? Potremo
-noi essere tutto quello che questa povera Bambina ha diritto di trovare
-nella vita?...
-
-— Ah! taci, taci, taci.
-
-Questa parola ripetuta, senza ombra di collera, ma con voce bassa, in
-cui si sentiva tremare la corda del pianto, tolse interamente Desiderio
-dal suo pensiero, costringendolo a levare gli occhi dall’ammattonato
-per fissarli in un nuovo dolore, che gli si apriva allora.
-
-E con l’anima pietosa interrogò l’anima inquieta del suo vecchio amico.
-Il Coppa tacque e Desiderio non indovinò quel silenzio.
-
-— Che cosa hai? chiese poi con un filo di voce.
-
-— Non ho nulla, rispose il Coppa allegramente. Ho che mi hanno sempre
-detto il Matto, e che a forza di sentirmelo dire, lo sono diventato
-un poco; ecco quello che ho... Non ho proprio nulla... cioè no, ho
-la certezza che l’uomo non invecchia mai perchè è fatto d’un’anima
-immortale; non è forse vero? So che la volontà è debole, ma diventa una
-forza se la fantasia prepotente l’aiuta, e che quando mi hanno dato
-battaglia tutte e due insieme, vi ho sempre lasciato un brandello di
-carne viva. Da un poco questa battaglia è ricominciata più crudele che
-mai.
-
-Queste ultime parole furono mormorate appena, e Desiderio non le intese.
-
-— Che cosa vai dicendo?
-
-Il Coppa tacque un momento ancora; poi rialzò la testa, disse una sola
-parola, ma così dolcemente che era una carezza: sentila!
-
-Desiderio cominciò a credere d’aver inteso tutto. Stettero tutti e
-due in ascolto, con gli occhi fissi sulla porta socchiusa della stanza
-attigua, da cui passava la risata squillante di Bambina.
-
-Poi Desiderio volle leggere in silenzio nell’animo dell’amico suo; e il
-Coppa con un gesto soltanto credette di aprirgli il proprio cuore come
-un libro.
-
-— Capisco; mormorò Desiderio, non intendendo ancora gran cosa.
-
-Bambina, irrompendo dalla cucina, venne ad annunziare che la colazione
-era pronta.
-
-Capì subito che aveva interrotto un discorso, e stette un momentino a
-decidere se dovesse tornarsene in cucina alla muta, oppure mettere la
-testina bruna a tiro di babbo Coppa, il quale per solito l’attirava
-al suo petto e le cacciava una mano nei capelli ricciuti. Ma in quel
-momento Desiderio le prese prima una mano, poi l’altra, e guardandola
-negli occhioni lucenti: “Lascia che ti guardi„ le disse.
-
-Dopo un esame lungo che Bambina sopportò con calma, soggiunse:
-
-— Sei proprio bella, lo sai?
-
-— Me lo dicevano tutti...
-
-— Ma tu bada a non invanire per questo...
-
-— Che cosa devo fare? interrogò ingenuamente.
-
-Desiderio ci pensò, e non trovando una valida difesa contro il
-sentimento della vanità che gli faceva paura, rispose crollando il capo
-che forse non ci era nulla a fare.
-
-— Questa tua bellezza io l’ho conosciuta, proseguì, e le parole sue
-erano tremanti; è la bellezza buona, è la bellezza che fa pensare, è la
-bellezza che sa amare, che accende, ma tien sempre caldo il cuore e non
-vi lascia mai una parte addolorata. Questa è la tua missione, Bambina.
-
-— Per Bacco! deve essere difficile? Non è vero, babbo?
-
-— Sì, è difficile, confermò il Coppa pensosamente; vi è della gente
-che si accende da sè alla vista d’un visino... come il tuo; poi soffre
-senza dirlo; oppure dice a se stesso tante volte: matto, matto, matto!
-e nondimeno soffre sempre. Che cosa può mai la bellezza buona perchè
-nel cuore di questa gente non rimanga una parte addolorata?
-
-— Nulla, rispose Bambina ridendo.
-
-— Nulla... è quel che dico anch’io, proseguì con accento ilare. Hai
-ragione tu, Bambina; questa missione è difficile; ma io voglio sperare
-che non sia proprio la tua; ora andiamo a tavola.
-
-Fecero colazione nella camera di Desiderio; la mensa era imbandita
-a piè del lettone matrimoniale, dove erano scesi per cinquanta anni
-tanti sogni belli, tanti sogni cari... cari anche quando portavano gli
-sgomenti inevitabili in un amore che campa di poco. Coppa dal suo posto
-vedeva innanzi a sè i due guanciali, ogni volta che alzava il capo dal
-piatto; l’amico suo avendo voluto voltare le spalle alle memorie, se
-ne sentiva afferrato ogni tanto; e allora interrompeva la chiacchierina
-gentile di Bambina con un sospiro.
-
-Che volevano dire gli sguardi fuggitivi che il Coppa gettava come lampi
-sopra Bambina e sopra di lui? Desiderio credeva d’aver inteso qualche
-cosa della confessione, ma ora a quegli sguardi era ben sicuro che
-l’amico credeva di avere detto tutto da essere perfettamente inteso; e
-questo lo metteva a disagio. Guardava quella faccetta tonda, fresca,
-quella bocca ridente d’un sorriso buono, che metteva in mostra una
-dentatura smagliante, scavando due fossette nelle guancie; quegli
-occhi profondi e neri come i capelli che scendevano inanellati fino
-sull’omero. E quella vista guastava il primo fantasma che, dalla
-confessione dell’amico, era entrato nel suo cervello; perchè il Coppa
-aveva il pelo rosso, gli occhi bigi, a fior di testa, impazienti.
-
-Pensava: “se Bambina fosse nata di lui, che bisogno ci sarebbe stato di
-venirmi a contare la frottola del mandolino e del nonno?„
-
-A un tratto, come seguiva sempre a quell’anima monca dacchè sua moglie
-se n’era andata al camposanto, a un tratto l’idea vagante si arrestò e
-mandò una luce così viva e così crudele, che gli si empirono gli occhi
-di lagrime.
-
-— Povero Desiderio! mormorò, allungando la mano verso il Coppa; ora ho
-inteso.
-
-— Che cosa ha inteso? domandò Bambina, arrestando un boccone a mezza
-via.
-
-— Curiosaccia! disse il Coppa celiando.
-
-— Sì, che cosa ha inteso, me lo dica... insistè Bambina. Lei lo sa?
-
-— Sì, ma tu non lo saprai... volle promettere il Coppa; si pentì e
-soggiunse: Spero almeno.... si pentì ancora e disse: Ma chi sa?....
-forse.
-
-E allora non fiatò più per un poco. Bambina insisteva col riso
-tentatore fissando gli occhioni in faccia al _babbo_, che cercò uno
-scampo così:
-
-— Gli affari si trattano meglio a tavola; ora è il momento di
-conchiudere il più importante. Dunque, Desiderio mio, vediamo: questa
-casa ti è cara, e si capisce, ma bisogna rinunziarvi per la nostra
-figliuola, la quale non può proseguire la vita che fa da quattro
-giorni; non può dormire nel tuo studiolo, sopra un materasso buttato su
-sei sedie...
-
-— Le sedie sono otto, corresse Bambina, e ci si sta tanto bene!
-
-— Le avrei ceduto il mio letto, e non ha voluto; ha detto che aveva
-paura di perdersi in un letto così grande... ma tu piuttosto non puoi
-continuare a dormire all’albergo... Ci ho pensato, sai?
-
-— A che cosa hai pensato?
-
-— Che si potrebbe comprare due letti, uno per Bambina e uno per te; tu
-dormiresti come una volta accanto a me.
-
-— Ma tu dimentichi che ora siamo ricchi, uscì a dire con accento
-nervoso il Coppa, che ora possiamo avere ciascuno la nostra camera per
-empirla di sogni e di smanie... I novantasei gradini della tua scala
-li ho contati; sono troppi per... Bambina; per me sono meno di nulla,
-anzi... ma per Bambina sono gravi... non dire di no, che so io quel che
-mi dico. Ho già il fatto nostro; sette stanze allegre, piene di sole,
-al secondo piano, con la vista verso un giardino... è già contratto
-fatto, e quando ti dirò di venirci a stare, tu non mi dirai di no.
-
-Tacque per aspettare una risposta, ma Desiderio non la diede subito,
-e mandava in giro un’occhiata pietosa alle pareti coperte d’una carta
-cenerognola tempestata di fiorellini rossi, ma non si sentiva male
-all’idea dell’abbandono, quanto avrebbe potuto immaginare, perchè era
-entrato nell’anima sua uno sgomento nuovo, che vinceva ogni altro al
-paragone.
-
-— Farò tutto quello che vorrai, rispose, povero Desiderio mio!
-
-— Oh! non mi stare a compiangere ancora; la partita è appena
-incominciata; posso guadagnare.
-
-— Che partita? domandò Bambina.
-
-— Dunque è inteso; vedi bene che tutto sta a scegliere il buon momento,
-e si vince sempre... ora la verità è questa, che le sette stanze non
-ci sono ancora, ma ci saranno prima di sera. Scarrozzeremo per Milano,
-Bambina e noi due, fino a tanto che abbiamo trovato il fatto nostro...
-Non guardare i garofani della parete; ne metteremo anche nella tua
-camera; ti parrà ancora di essere qui dove hai vissuto tanto tempo. E
-la tua Speranza, soggiunse sommessamente, ti verrà a trovare...
-
-Queste parole del Coppa chiamarono un sorriso sulle labbra scolorite di
-Desiderio.
-
-— Ella è sempre accanto a me; non mi abbandona mai.
-
-Intanto che Bambina sparecchiava, continuava a vagare nel cervello del
-vecchio organista un pensiero inquieto, e appena la ragazza fu andata
-nella sua cameretta per vestirsi, Desiderio interruppe:
-
-— Dunque?
-
-— Dunque l’amo, dunque soffro perchè l’amo come un pazzo; ma essa
-non sa nulla, e non saprà mai nulla, rispose il Coppa con accento
-tranquillo.
-
-— E da quando?
-
-— Da un mese forse; eravamo a bordo del _Sud-America_ quando feci la
-strana scoperta che la mia pazzia era cominciata. Viaggiava con noi
-un giovinotto, un commesso viaggiatore di una gran casa di prodotti
-chimici; egli adocchiava Bambina da un pezzo; una sera che il mare
-era tempestoso, e la piccina ed io soffrivamo entrambi, egli mi chiese
-timidamente licenza di offrirle un suo rimedio contro il mal di mare;
-e fu allora che vidi chiaro nell’anima mia, lo vidi dallo sforzo che
-feci per ringraziarlo, invece di percuoterlo. Ottenuto il permesso,
-egli si accostò a Bambina, che era al parapetto, ed io mi rizzai in
-piedi e gli venni accanto. A me il mal di mare era passato. “Prova,
-dissi a Bambina, prova, ti farà bene.„ E speravo, speravo proprio
-che il rimedio di quel giovinotto non avesse nessuna efficacia; e mi
-afflissi che invece Bambina se ne trovasse ristorata per un poco, e
-quando il mal di mare fu più forte della medicina mi sentii consolato,
-come se avessi ottenuto un trionfo. Cessò la burrasca nell’oceano, nel
-mio cuore, no; e fino a tanto che a Gibilterra non vidi scendere quel
-commesso viaggiatore della disgrazia, io non ritrovai più me stesso.
-
-— E che pensava Bambina?
-
-— Non si era accorta di nulla.
-
-— Bravo!
-
-— Perchè dici bravo?... La vigilia della fermata a Gibilterra
-quell’innamorato timido, che da un poco andava cercando di attaccar
-discorso con me per giungere meglio alla piccina, mi si mise al
-fianco e mi disse che il giorno dopo mi avrebbe lasciato per _fare_
-la Spagna. Egli non potè penetrare la soddisfazione mia nel dirgli:
-“Oh!... me ne dispiace tanto! E _fare_ la Spagna, gli dissi, non sarà
-una cosa spiccia.„ — “Più spiccia che non crede; il mio prodotto si
-vende solo nelle piazze principali, e da pochi consumatori in grande.„
-E mi assicurò che bastandogli un mese, dopo se ne ritornerebbe in
-Italia a Milano. — “Lei pure va in Italia? E ci si fermerà? E andrà
-a Milano?„ Risposi la verità, ma circondandola di tanti _forse_, di
-tanti _se_, che il povero innamorato deve aver inteso che io non gli
-volevo dar animo d’aprirsi meglio, come voleva fare. — “Mi chiamo Piero
-Corruccini, mi confessò timidamente, se posso esserle utile in qualche
-cosa in Spagna...„ Gli dissi gentilmente che non poteva essermi utile
-in nulla nè in Spagna, nè altrove. “Il mio nome è Desiderio Coppa„
-conchiusi. — Non avendo potuto arrivare fino a Bambina per la mia
-porta, egli quella sera medesima volle tentare l’usciolino segreto,
-di mettere in mano di Bambina una dichiarazione scritta. Ma egli
-non aveva la pratica di far _passare_ nè biglietti nè altro; io lo
-prevenni, e quando egli per disperazione volle cacciare il biglietto
-in un guanto abbandonato della mia ragazza io m’impadronii del guanto,
-e nel consegnarlo a Bambina ne levai il contenuto. E mi venne anche
-il ticchio di fare una celia crudele, svolgendo la carta sotto gli
-occhi di Piero Corruccini, dicendo; “Stiamo a vedere che cosa si era
-cacciato nel tuo guanto; leggi.„ E Bambina lesse ridendo la lista del
-desinare ultimo. “Non serve più a nulla, feci notare all’innamorato,
-ora il desinare è digerito.„ Piero Corruccini mi guardò fieramente,
-io guardai lui; ma mentre mi sembrava di essermi vendicato, un’idea mi
-pigliò, e nel momento di dire _addio_ al commesso dei prodotti chimici
-mi venne detto invece _a rivederci_, e gli dissi dove mi avrebbe potuto
-rivedere, cioè in Milano, scrivesse al mio recapito fermo in posta. Se
-ne andò in estasi.
-
-— Bravissimo! mormorò Desiderio.
-
-— Tu dici _bravissimo_, come io direi ad altri, come inutilmente ho
-detto tante volte a me stesso. Dicevo _bravo_ quando mi sentivo la
-forza di rinunciare a questo sentimento che del mio vecchio cuore ha
-fatto un trastullo pietoso; non lo dico più ora...
-
-Stettero un po’ in silenzio. Parve al vecchio organista che dalla
-stanza vicina venisse ogni tanto un canto lieto vincendo il pedale
-basso di Togna. — Era la voce di Bambina.
-
-— Oh! poveretta me! diceva quella voce allegra, oh! poveretta me!...
-
-— Poveretta te! disse il Coppa, parlando quasi a se stesso, poveretta
-te, se la mia pazzia non mi lascia; se tu per compassione rinunzi alla
-tua parte di felicità, che è la gioventù e l’amore, poveretta te!
-
-— Oh! poveretta me; continuava a dire Bambina, e ad un tratto irruppe
-dall’uscio di cucina, e venne innanzi al Coppa: — Guarda, babbo, sono
-insudiciata molto?
-
-Mostrava la faccetta bruna, in cui si vedeva uno sberleffo nero di
-fuliggine.
-
-Il babbo rise molto nel vederla, disse che faceva orrore, che corresse
-subito in camera a lavarsi col sapone.
-
-E appena Bambina fu scomparsa, proseguì coll’accento di prima:
-
-— Sì, Desiderio mio, ho fatto perfino questa magnifica pensata,
-sposarmela; essa ha diciott’anni non compiuti, io ne ho settanta...
-non compiuti; ma sono ricco; a quella povera ragazza che l’altro giorno
-ancora sonava il mandolino nelle bettole di Buenos-Ayres, alla mercè di
-un argentino intraprendente o danaroso, posso dare uno stato splendido
-in cambio della sua gioventù, della sua bellezza. Essa non direbbe di
-no; è tanto bambina! Ancora non sa come è fatta la felicità, e posso
-farle credere che sia fatta così: lei diciott’anni, io settanta. — Il
-mondo batterebbe le mani come al teatro, quando un giuoco è riuscito. E
-ora...
-
-— E ora? interrogò Desiderio melanconicamente.
-
-— Ci ho pensato meglio; perciò te la lascio, e me ne vado... Non per
-sempre, però; per un poco soltanto; quando la mia pazzia sia passata,
-verrò anch’io a pigliarmi la mia parte di carezze; e penseremo tutti e
-due a darle un buon marito, sceglieremo un giovane che le voglia bene,
-che renda felice lei e noi contenti.
-
-Disse queste ultime parole stentatamente; Desiderio cercò in silenzio
-la mano dell’amico suo, e la tenne a lungo nelle sue, tacendo sempre.
-Poi Bambina apparve nel vano dell’uscio, e disse con compiacenza al
-Coppa:
-
-— Guardami, _babbo_, sono bella?
-
-Era veramente uno splendore.
-
-
-
-
-V.
-
-
-La ricerca dell’appartamento fu lunga perchè il Coppa non era mai
-contento delle stanze che vedeva, perchè Desiderio in cuor suo era
-sempre scontento di abbandonare le proprie dove aveva amato, dove aveva
-pianto.
-
-Ma infine si trovarono. E furono proprio sette, non contando un
-corridoio, che doveva servire di anticamera; a terreno, ma piene di
-sole, come il Coppa le aveva volute, e non solo con la vista d’ampie
-praterie, perchè Desiderio non si dolesse troppo di perdere la
-prospettiva dei comignoli, ma con un piccolo giardino dove Bambina
-potesse coltivare i piselli e le insalatine.
-
-La segreta cura del Coppa era stata d’andare in cerca d’una tappezzeria
-coi fiorellini rossi per la camera del gran letto matrimoniale; furono
-papaveri invece di garofani di prato, ma il fondo bigio era lo stesso,
-e l’insieme così ridente che Desiderio se ne dovesse contentare.
-Veramente se n’era contentato subito, non già che quei papaveri gli
-ricordassero meglio i garofani che aveva lasciato, ma perchè il povero
-vedovo, avendo l’animo docile e riconoscente, era incapace di resistere
-a una dimostrazione d’affetto anche se paresse costargli un sagrificio.
-
-E poi la sua morta si era affrettata a venire al capezzale durante il
-sonno per dirgli che andava bene ogni cosa, che non pensasse tanto a
-raggiungerla perchè, avendo ancora molto da fare in terra, a vedersi in
-cielo c’era tutta l’eternità. “Ma tu, Speranza cara, non ti stancherai
-d’aspettare?„ aveva chiesto lui — e la morta aveva assicurato che la
-stanchezza è una cosa della terra e di là non se ne intende neanco la
-parola.
-
-Siccome questa risposta non lo contentava, aveva soggiunto: “io non ho
-perduto nulla; ti sono sempre accanto, ti vedo meglio di prima; tutta
-l’anima tua ora mi appartiene; pur che tu non mi respinga, io posso
-leggere ciò che stenti a vedere tu stesso; e non è nemmanco vero che io
-non ti possa parlare; parlo al tuo pensiero, ti conforto, t’incoraggio,
-ti contrasto alla muta — solamente mi rimane un dolore, ed è che tu non
-abbia la coscienza della felicità del mio stato.„
-
-Dunque fin da quel primo sogno era svanito ogni scrupolo di abbandonare
-la vecchia casa; altri sogni seguirono nei quali la morta approvò la
-scelta dell’abitazione vicina al Conservatorio; consentì che il Coppa
-se ne andasse per il mondo un pochino ancora, fino a tanto che non
-si fosse medicato della sua ultima ferita, e raccomandò ben bene che
-Desiderio insegnasse l’organo a Bambina, che lui in persona, nessun
-altri, accompagnasse la fanciulla al Conservatorio nell’andare e nel
-venire; e infine nulla impediva... (ma questo non fu la morta a dirlo,
-fu invece il Coppa) nulla impediva...
-
-— Che cosa?
-
-Che per Desiderio la fanciulla fosse ribattezzata Speranza.
-
-— I morti non devono essere gelosi, insinuò il Coppa, — almeno mi pare.
-
-— Non sono gelosi, assicurò Desiderio; la chiameremo Speranza.
-
-— Io no; per me rimane Bambina.
-
-Accomodate le cose in tal guisa, il vecchio Desiderio vide venirsi
-incontro la felicità un’altra volta; e così lietamente, e così bella
-e così larga di promesse al suo cuore modesto, che quasi gli pareva
-soverchiare non le proprie forze, chè egli si sentiva fortissimo più
-che mai, ma il ragionevole e il lecito ad una povera creatura mortale.
-E si sentiva perfino scrupolo quando confessava a se stesso che la
-morte di Speranza non aveva tolto nulla alla sua vita, perchè Bambina
-era venuta, e la morta era viva ancora.
-
-— Ma tu, povero amico mio, ma tu? interrogava spesso.
-
-— Io sto bene, rispondeva il Coppa; tu sai che io so soffrire, e so
-anche vincermi; ci ho la lunga pratica; chi sa, a forza di vincermi, a
-che eccellenza arriverò?
-
-— Ma soffri?...
-
-— Altro! ma taccio. Spero che Bambina non abbia penetrato nulla; ogni
-mattina, quando mi viene dinanzi e si rizza in punta di piedi perchè
-io le dia un bacio paterno, essa non immagina il supplizio che mi dà.
-Ma posso soffrire ancora: quando non potrò proprio più, me ne andrò a
-spasso per il mondo, e tornerò guarito.
-
-E in buona coscienza il Coppa, il vecchio Coppa, a cui la vita aveva
-insegnato tante cose, il Coppa che aveva visto il doppio fondo di
-molte gherminelle umane, il Coppa si vantava. Povero lui! Si credeva
-forte perchè sapeva soffrire! Desiderio, il quale lo ammirava senza
-restrizioni anche in questo, espresse una volta un pensiero che gli era
-venuto.
-
-— Lo so che tu sei forte, disse; e so che te ne compiaci; ma la forza
-sta nel saper poi soffrire, oppure nel non soffrire? Chi sa? Forse i
-fortissimi sono gl’indifferenti.
-
-— Può essere.
-
-
-Bambina era una scolara disattenta, e dopo poche settimane il vecchio
-organista potè dire che di quell’allieva non avrebbe mai fatto nulla
-di buono; essa rideva di tutto, assicurando che la lezione l’aveva
-imparata benissimo, e per pagarsi della noia che le voleva infliggere
-il professore con i suoi accordi, staccava dalla parete il vecchio
-mandolino e strimpellava una canzone d’osteria. Era un dolore per
-Desiderio, era anche uno strazio per il suo orecchio avvezzo alla
-maestà dell’organo di Bach, udire quella musicaccia sonata con quello
-strumento di tortura, ma quando il Coppa e Bambina ridevano, anche lui
-rideva. Soggiungeva poi senza rancore che l’uomo che aveva inventato il
-mandolino doveva essere ubbriaco, o forse paralitico, o almeno ammalato
-di nervi.
-
-In ogni modo Bambina per degnazione imparò le scale e gli accordi, e il
-vecchio organista non disperava ancora che la passione dell’organo non
-la pigliasse come aveva preso lui, quando la sentiva dire: “ora suona
-qualcosa tu, che suoni tanto bene; mi fa tanto piacere ascoltare...„
-Desiderio sonando Marcello e Bach, con gli occhi fissi al soffitto,
-sembrava interrogare il cielo, mentre il Coppa seduto in disparte a
-capo chino, con la faccia nascosta fra le mani, cercava nella faccia di
-Bambina una ragione seria della propria pazzia.
-
-Diceva a se stesso: “ma chi mi assicura che sia proprio una pazzia?„
-
-E veramente sapeva egli dove, nella vita sociale, finisce il senno
-e comincia la mania? Chi sa? La vera saviezza sta forse nel sapersi
-sbarazzare la strada per arrivare al proprio contentamento; ed è pazzo
-soltanto chi, avendo finalmente a tiro di mano la felicità, s’impunta a
-non allungare il braccio e dire: è mia, me la piglio.
-
-Un giorno Bambina sembrava cedere dolcemente alla tentazione di Bach,
-ma sorrideva ancora ogni tanto guardando ora l’uno, ora l’altro dei
-due babbi; mentre il vecchio organista con gli occhi sempre fissi
-nell’ideale era lontano, le idee del Coppa si ordinarono meglio alla
-battaglia.
-
-Finora l’aveva tenuto lo scrupolo d’incatenare la gioventù fiorente al
-vecchio egoismo, ma se qualcuno gli dimostrasse che sposando i suoi
-settant’anni ai diciotto di Bambina per darle un nome, uno stato, la
-ricchezza... e perfino, sì, perfino l’amore forte dei vecchi, perchè
-solo i vecchi sanno amare... se qualcuno con intelletto pietoso gli
-facesse questa dimostrazione piena di senno, confortandola con molti
-esempi ricavati da quello che si è fatto sempre nel mondo, da quello
-che si fa tutti i giorni, e si farà ancora: se...
-
-— Scommettiamo, entrò a dire qualcuno, che se tu facessi a Bambina la
-proposta di sposarla subito, essa non direbbe di no; si scoterebbe,
-mentre ora sta per addormentarsi, balzerebbe in piedi e, battendo le
-mani, griderebbe: sposiamoci subito.
-
-— È tanto bambina! rispose il Coppa; non vi sarebbe da stupire! Ma io
-non vorrei questo, io vorrei...
-
-Che cosa? Non lo voleva dire; non lo voleva pensare neanco lui?
-Egli, se non fosse stata troppa audacia il solo immaginare, avrebbe
-voluto semplicemente che Bambina, coi suoi diciott’anni, con la sua
-bellezza, s’innamorasse di lui, della sua persona lunga e magra, del
-pelo quasi rosso, della sua barba e dei capelli tagliati a spazzola.
-Ecco che cosa voleva. S’innamorasse scioccamente, da non vederci più,
-da perdere quella testina vezzosa; e dei molti giovinotti belli, forti
-ed invaghiti di lei così bella, essa preferisse il vecchio Coppa solo
-perchè egli le voleva più bene di tutti quanti presi insieme; e un
-giorno vinta da quello stranissimo amore, confidasse la propria smania
-a babbo Desiderio, o a lui stesso... il quale... il quale avrebbe
-aperto le braccia per stringerla al proprio petto, lagrimando per
-tenerezza come un fanciullone.
-
-E allora forse Desiderio stesso, l’amico per la vita e la morte...
-troverebbe finalmente la parola incoraggiante che ora gli repugnava
-pronunziare: “Lo vedi bene, gli direbbe, è innamorata di te; sposala e
-falla felice.„ Il Coppa s’immaginava l’accento di queste parole, gravi
-come se le dicesse il divino Bach: non ci entrava sicuramente neanco
-un’ombra d’invidiuzza, neanco il timore che l’avvenire non potesse
-bastare a dar realtà a una gran speranza; infine il Coppa non era
-ancora da buttar via, e si sentiva la forza di campare cento anni per
-amare. Non erano forse di Desiderio quelle parole consolatrici: “La
-felicità arriva sempre, per chi sa aspettarla.„ — “Io l’ho aspettata
-settant’anni, disse a se stesso il Coppa: ora è arrivata, è lì a tiro,
-basta che allunghi un braccio e dica: _è mia_.„
-
-L’organo tacque e Desiderio si volse sorridendo:
-
-— Ti credevo addormentato, come Bambina...
-
-— Pensavo invece...
-
-— A che pensavi?
-
-— Pensavo che bisogna vincere, che bisogna strapparmi dal cuore questa
-malia...
-
-Desiderio, rizzandosi innanzi all’amico suo, crollava il capo, ma non
-diceva nulla, altro che la pietà.
-
-— Pensavo che bisogna darle marito... ecco ciò che Bach mi ha detto
-poc’anzi.
-
-— E a me pure Bach ha detto una parola che accomoderà forse ogni cosa,
-se gli diamo retta.
-
-Il Coppa si alzò in piedi di scatto.
-
-— Dimmela...
-
-— Tu vuoi bene a Bambina (e il vecchio si voltò per assicurarsi che
-la loro figliuola dormisse veramente), le vuoi molto bene, come le
-voglio io, ma un po’ più di me; hai bisogno di essere al suo fianco per
-amarla; non è vero?
-
-Il Coppa non fece cenno di sì; aspettava il resto.
-
-— Di goderti la sua chiacchierina gentile, le sue carezze, di guardare
-la sua bellezza buona... non è vero? e tutto questo per egoismo,
-s’intende; ma anche di proteggerla, di avere diritto in faccia al mondo
-di vantarla _tua_, di poterle dare il tuo nome... —
-
-— Dunque, interruppe il Coppa, dunque sposala; non è questo che mi vuoi
-dire?
-
-Desiderio rimase un po’ sbigottito dalla interruzione e dall’accento
-tremante con cui era fatta, non rispose subito. L’altro proseguì:
-
-— E sei tu, il compagno mio, l’amico mio d’infanzia, proprio tu che mi
-dai questo consiglio? Ti ringrazio di cuore; tu forse finisci con una
-parola la lotta che sopporto da molto tempo. Ma io vi penso, vi voglio
-pensare ancora... Guardala... povera Bambina!
-
-— Dorme... povera Bambina! ripetè Desiderio, rinunziando
-melanconicamente a finire il pensiero che gli era venuto.
-
-Dopo un poco di silenzio il Coppa interrogò:
-
-— Era questo che mi volevi dire?
-
-— Questo... sì... questo; solamente che se sposarla non ti sembrasse
-la via migliore per dare la felicità a lei ed a te, ci era un’altra via
-che forse vi avrebbe reso felici entrambi.
-
-— Un’altra via?
-
-— Sì... adottarla.
-
-Bambina si svegliò allora.
-
-— Brava figliuola mia, esclamò Desiderio mettendo una nota allegra, ma
-falsa, nella voce lenta e grave; brava! a te che cosa ha detto Bach? me
-lo vuoi dire?
-
-Il Coppa guardava sottecchi attentamente.
-
-— Non mi ha detto nulla!
-
-— Bambina! Bambina! minacciò Desiderio.
-
-Bambina, dopo aver cercato per la stanza un punto dove mettere lo
-sguardo securamente, uscì di corsa.
-
-— Che è stato? domandò Desiderio al Coppa, e il Coppa rispose
-trepidante:
-
-— Non dormiva, ha inteso ogni nostra parola.
-
-E non sapendo ancora se doveva essere molto afflitto, gli parve di
-sentire una contentezza strana, la vecchia contentezza d’ogni volta
-che gli era riuscito di fare una corbelleria col fermo proposito di non
-farla.
-
-
-
-
-VI.
-
-
-_Adottala!_ Con questa sola parola Desiderio aveva preparato una
-battaglia all’anima inquieta dell’amico suo: ma il Coppa, che non
-lasciava mai andar a male una goccia di fermento sol che potesse dargli
-un’ora di spasimo, il Coppa non s’era ripetuto ancora il consiglio
-di Desiderio. Però l’aveva in serbo per essere infelicissimo più
-tardi. Intanto pensava alla rivelazione uscita di bocca ai due vecchi
-imprudenti, mentre Bambina doveva dormire. Ma che ci sono più delle
-bambine che dormano veramente? Una volta, ai loro tempi, forse ce n’era
-qualcuna, ma oggi le ragazze che hanno in vista il marito sono tutto
-orecchi anche se hanno l’aria di essere addormentate.
-
-Così assicurava il Coppa con un po’ di celia baldanzosa, per chiedere
-poi in modo dimesso:
-
-— Ma perchè è andata via di corsa? lo immagini tu? che significato ci
-vedi?
-
-Desiderio non ci vedeva altro significato se non uno, cioè che Bambina
-non dormiva ed aveva inteso ogni cosa...
-
-— E allora? domandò il Coppa.
-
-— E allora, rispose a se stesso, allora aspettiamo.
-
-Volendo raccogliere qualche indizio, egli sentiva che la collaborazione
-dell’amico suo gli era indispensabile, ma non si faceva illusione sul
-sentimento di Desiderio; dalle parole incerte, dal tono rassegnato
-con cui le balbettava, e più dai silenzi lunghi comprendeva che il
-matrimonio non avrebbe contentato l’amico vecchio. Mentre era probabile
-che Bambina, messa alle strette, avesse a dire sì senza riflettere,
-era quasi possibile che, avendo riflettuto già un poco, aspettasse con
-impazienza. Si sa, le Bambine di quell’età non hanno paura di nulla!
-
-Vincere la ritrosia di Desiderio! ecco il punto; per ora almeno era
-l’indispensabile, perchè il Coppa non si indurrebbe mai a guadagnare la
-battaglia se prima tutti i sofismi che egli stesso aveva armati contro
-il suo proprio senno, contro il suo proprio sentimento di giustizia,
-passando nell’anima del vecchio amico, non gli parlassero con l’accento
-della verità. Rispetto a Bambina, la pratica del mondo e degli uomini
-gli aveva già detto molte parole consolatrici.
-
-— Senti, Desiderio mio, voglio che tu mi dica una parola schietta,
-voglio che non rimanga all’oscuro neanco un cantuccio della nostra
-coscienza.
-
-Così incominciò il Coppa, a cui Desiderio rispose con poca voce: —
-Parla, ti sto a sentire.
-
-— Ti ho detto, e tu me lo avevi letto nel cuore, che ho commesso uno
-sproposito, che mi sono innamorato di Bambina; facendo di tutto per
-resistermi, forse lo spropositaccio si è andato formando meglio; ora
-è fatto perfettamente. Ho cercato di leggere di nascosto nella tua
-coscienza, e mi è sembrato di vedere che il negozio più onesto e più
-leale in faccia al mondo, il negozio in cui la società non vedrebbe
-ombra di male, ti mette un po’ di paura. Questa povera creaturina tanto
-bella, tanto dolce ha diritto ad uno sposo molto diverso — hai pensato
-tu, come ho pensato io — ma dimmi: la felicità di due che si sposano
-dipende infallibilmente dai loro anni? O piuttosto molti matrimoni non
-vanno a male, se non perchè i coniugi sono stati legati quando l’uomo
-non era maturo per dargli una compagna?
-
-— Questo è vero, rispose Desiderio; ho visto tante unioni imbarcate
-allegramente naufragare dopo un anno solo; più raro è il caso quando il
-marito...
-
-La frase aveva una chiusa difficile.
-
-— Quando il marito ha settant’anni, disse il Coppa.
-
-— Non volevo dir così. So bene che a settant’anni si può essere giovani
-come a quaranta, quando si ha la fibra sana; — la morte picchia a tutti
-gli usci senza distinzione; so anche questo — e so un’altra cosa...
-proseguì Desiderio con un accento baldanzoso insolito in lui.
-
-— Che cosa sai?
-
-— So che contro un sentimento la discussione è inutile, che bisogna
-accettare l’amore in ogni età. E quando ci pare buono a darci la
-felicità, forse la pazzia è di contrastargli troppo. Forse...
-
-Il Coppa strinse la mano dell’amico senza dir parola.
-
-— Forse, ripetè Desiderio; ma il Coppa non lasciò luogo a pentimenti,
-assicurando che quello che aveva detto era proprio pieno di senno.
-
-Nondimeno resisteva ancora a se stesso.
-
-— Infine, che ricerca la ragazza nel matrimonio? un compagno che l’ami,
-che si occupi di lei, che le dia, se può, un figliuolo o due; a questo
-patto essa è innamorata, è fedele, è felice. Ti pare che io non possa
-far tutto questo?
-
-— Altro!
-
-— Sì, io lo posso, assicurò il Coppa; posso dare ancora la felicità
-alla mia donna e forse a me stesso.
-
-— Sarebbe ora! disse l’amico melanconicamente.
-
-— Sì, sarebbe ora; perchè proprio proprio, io non so come sia fatta la
-felicità; la immagino composta di pace, di amore, di... non so di che
-altro... forse di lavoro...
-
-— È fatta anche di rassegnazione.
-
-Ed è così fatta, avrebbe voluto soggiungere Desiderio, che a te, mio
-povero amico, non piacerà mai; ti passerà rasente e la guarderai in
-faccia senza riconoscerla.
-
-Ottenuto il suo intento da Desiderio, al Coppa rimaneva ancora la
-bramosia di accertare subito il sentimento di Bambina. Essa era
-schietta, e interrogata a quattr’occhi avrebbe detto tutta l’anima sua;
-ma appunto sarebbe stato meglio se egli, potendo gettare lo scandaglio
-in quel cuore turbato dalla rivelazione, lo rasserenasse poi con una
-parola quando mai il turbamento fosse ansietà o sconforto, senza metter
-lei brutalmente alle strette, povera Bambina tanto cara! Gli sembrava
-un egoismo abusare di quella fragile creatura per darle a sostenere una
-battaglia intima. Mentre lui si sentiva forte da sfidare il rifiuto, da
-ridere con lei di se stesso — perchè questo sentimento della propria
-forza non aveva mai abbandonato il Coppa — s’inteneriva al pensiero
-di far soffrire una persona cara. Tutto ben considerato, era ancora il
-meglio affidare a Desiderio il difficile incarico.
-
-— Senti, amico mio, parlale tu stesso; leggi tu nel suo cuore, prima di
-me; a quest’ora essa forse pensa, ed aspetta; va subito, io rimango...
-
-Desiderio accondiscese, ma il Coppa non rimase in salotto; se ne
-andò subito in cucina, dove, mettendo l’occhio alla toppa della porta
-che metteva nella camera di Bambina, sperava di poter vedere e udire
-quanto si diceva. Non gli passava nemmeno in mente che quel modo di
-leggere nell’anima delle persone care fosse basso o maligno o soltanto
-impertinente; sapeva bene che per una cosa importante non sono mai
-volgari i mezzi per riuscire. Non aveva forse, in mezzo a un pubblico
-strepitante d’applausi, non aveva forse fatto apparire una vaschetta
-piena d’acqua e con i pesci rossi... appendendosela di dietro, sotto le
-falde della marsina?
-
-Desiderio era entrato appena, e, stando ritto nel mezzo della camera,
-guardava amorevolmente verso Bambina che il Coppa non poteva vedere —
-taceva ancora, ma sorrideva, cercando le migliori parole per entrare in
-argomento.
-
-Finalmente disse adagino, come se non volesse svegliare gli echi
-d’un’anima turbata:
-
-— Bambina!... vieni a darmi un bacio... vieni a dire al babbo quello
-che non può restare troppo tempo nell’anima tua, senza farti male.
-
-Bambina s’accostò senza dir parola; e Desiderio proseguì:
-
-— Qui, sul mio cuore di padre... perchè ora devi aver compreso che,
-di due babbi, te ne rimane uno solo, e sono io quello... Ma non aver
-paura d’essere amata meno di prima; sappi che io so come si ama una
-creaturina buona come sei tu... solamente mi fa paura di conoscermi
-egoista, perchè io godo, io sono felice, e non dovrei essere tanto
-contento d’essere rimasto solo.
-
-Bambina, appoggiando la testina al petto del vecchio, sollevava verso
-di lui uno sguardo luminoso.
-
-Desiderio le accarezzava la fronte, i capelli, il visino rosato; poi
-proseguì con l’accento di prima:
-
-— Egli non gode, egli non è felice, e soffre... perchè ti vuol bene in
-un altro modo... ma se tu vuoi... sarà felice.
-
-— Come? domandò Bambina abbassando lo sguardo.
-
-— Lo hai già capito... _se puoi_... se nulla ti trattiene, nè una
-promessa, nè un sentimento... e se... egli non ti sembra troppo
-vecchio.
-
-S’interruppe.
-
-Bambina ci pensò un poco, tenendo sempre gli occhi fissi
-sull’ammattonato.
-
-— Mi piace com’è; disse lentamente; gli vorrei bene come gliene ho
-voluto finora... ma...
-
-Un lungo silenzio.
-
-Meravigliato di sentire una contentezza inesplicabile, Desiderio
-aspettò che Bambina proseguisse:
-
-— Ma _egli_ deve arrivare fra poco, anzi quest’oggi stesso, a quest’ora
-forse è arrivato...
-
-— Chi?
-
-— Piero... Piero Corruccini, così si chiama..., è un giovane con cui
-ho viaggiato per mare, da Buenos Ayres a Barcellona;... mi ha detto che
-gli piaccio tanto, che vuol sposarmi se io non gli dico di no.
-
-— E tu?
-
-— Non gli ho detto nulla...
-
-Un altro silenzio lungo.
-
-— E come sai che egli deve arrivare a Milano oggi?
-
-— Me lo disse lui stesso a bordo, me l’ha anche scritto in un pezzo di
-carta... che mi lasciò in mano nel salutarmi...
-
-— In questo tempo hai pensato a lui?
-
-La risposta non fu pronta, ma fu leale.
-
-— Sì, ho pensato sempre a lui; sapendo che doveva arrivare, che forse
-è arrivato, ho mandato or ora Togna a buttar nella buca un bigliettino
-fermo in posta... non gli dico altro che la via e il numero della
-casa... egli forse verrà.
-
-— Verrà di sicuro, affermò Desiderio, baciando la fronte bianca di
-Bambina — questa piccola ruga non ci dev’essere; mandala via subito.
-
-— Gli dica che gli voglio tanto bene, e che se vuole proprio io mi
-lascio sposare; ma allora deve pensare lui a parlare con Piero... a
-dirgli...
-
-Al pensiero di ciò che il Coppa dovrebbe dire a Piero per mandarlo
-via, Bambina sentì venire le lagrime, e nascose il viso nel petto del
-babbo. Il quale, mettendole le mani sulla testa, disse a bassa voce: ho
-capito!
-
-— Che cosa ha capito? domandò Bambina, scostando appena il viso e
-alzando gli occhi verso Desiderio; non è vero che io sia innamorata di
-Piero, ma ho tanto pensato a lui... e forse lui non ha pensato a me, e
-non verrà nemmeno.
-
-— Verrà, affermò un’altra volta Desiderio, e allora Bambina mostrò
-tutta la faccia luminosa.
-
-— Ecco Togna, disse la fanciulla sentendo rumore in cucina — ma
-correndo all’uscio, vide che si era ingannata, perchè Togna arrivava
-appena allora.
-
-Desiderio, andato in salotto a capo chino, non si aspettava di trovarvi
-il Coppa, e sopratutto di trovarlo tanto di buon umore.
-
-— Non hai nulla di consolante, scattò a dire; ti si legge in viso
-la mia sconfitta — negalo se puoi; ma non potendo consolarmi tu, mi
-consola la mia filosofia. Ce ne ho anch’io una! non mi serve molto
-a ragionare prima di commettere le corbellerie, ma mi calza come un
-guanto quando la corbelleria l’ho commessa. Dimmi un poco: se non fosse
-di questa filosofia, ti pare che avrei potuto campare settant’anni,
-ammucchiando spropositi senza mai imbroccarne uno che mi desse la
-felicità per isbaglio?
-
-Desiderio lo guardava con faccia pietosa; avendo preparato la frase con
-cui doveva incominciare, aspettava che il Coppa gli porgesse occasione
-di dirla. Aveva congiunto le mani per aver più forza.
-
-— Bambina ti vuol tanto bene, dice che se...
-
-— Dice che se voglio proprio sposarla, si lascia sposare, ma che in
-questo caso devo parlare io stesso al signor Piero per fargli intendere
-che la sua innamorata ha trovato di meglio... Ero in cucina; ho inteso
-tutto.
-
-Desiderio sciolse le mani una dall’altra, e le lasciò penzolare lungo i
-fianchi. Il gesto significava: tanto meglio.
-
-— Il signor Piero verrà domani o doman l’altro; ma stasera io parto.
-Che ci vuoi fare? la mia filosofia non va fino a preparare le nozze
-del mio rivale. È già bello avere un rivale alla nostra età — perchè
-tu l’hai sentito “se io voglio proprio, mi sposa„ ma io non voglio
-proprio, povera Bambina! Tu accoglierai bene il signor Piero, ti
-informerai quale stato può offrire alla nostra ragazza, e gli dirai
-che Bambina ha cinquantamila franchi di dote.... a patto che lo sposo
-permetta al babbo di finire i propri giorni in casa di sua figlia...
-E il babbo, resta inteso, sei tu; t’informi da un notaio come va fatta
-questa cosa, e adotti Bambina. Va bene così?
-
-No, non andava bene; si leggeva nel viso di Desiderio, che la cosa,
-combinata con tanta filosofia, non andava bene. Era troppo bella; bella
-troppo singolarmente per uno dei due Desiderii. Ma l’altro?
-
-Il Coppa intese quasi tutto il significato del silenzi del vecchio
-amico.
-
-— Vi è una cosa che non va bene, non è vero? Dimmela, e vedremo se la
-possiamo accomodare.
-
-Desiderio pensò un poco prima di rispondere, e rispose con una domanda:
-
-— Stasera dunque vuoi andar via? e dove vai? e quando ritorni?
-
-Il Coppa sorrise e assicurò che dopo sessant’anni non rinnoverebbe
-la fuga dell’ospizio; solamente andrebbe via perchè, qualche cosa di
-fanciullone rimanendogli anche a settant’anni, non si sentiva forte da
-sfidare lo sguardo di Bambina. Tornerebbe poi, quando ogni cosa fosse
-assestata per il contratto e per pagare la dote.
-
-Ecco: Desiderio intendeva benissimo che il Coppa avesse il bisogno
-d’andarsene subito; certo che se fosse tanto forte, come si era sempre
-vantato, e tanto filosofo come si vantava ora, rimarrebbe a pigliar
-per le corna il suo demonio; ma vi è filosofia e filosofia; quella che
-ha paura forse non è la peggiore; la chiamano prudenza, mentre l’altra
-più audace non è forse che temerità. Che domani o al più tardi doman
-l’altro il signor Piero Corruccini si avesse a presentare per chiedere
-il fatto suo cioè la mano di Bambina, nessuno dei due Desiderii poteva
-metterlo in dubbio; ma che fosse assolutamente necessario che uno dei
-due pagasse la dote, e l’altro desse il proprio nome, mentre era così
-decoroso, così bello, così filosofico per il Coppa che fosse lui solo
-a far tutto questo, Desiderio, per quanto gli costasse dirlo, non lo
-poteva intendere.
-
-— Sta bene, acconsentì il Coppa, può essere che abbi ragione tu; per
-ora l’essenziale è d’andarmene.
-
-I preparativi della partenza furono cosa spiccia: due valigie a mano,
-nient’altro; più lungo fu invece scrivere le istruzioni a Desiderio
-perchè nella sua assenza le cose andassero come se lui non mancasse;
-più lungo ancora radersi. Questa operazione delicata che il Coppa era
-solito fare con le proprie mani il sabato, fu fatta questa volta in
-venerdì.
-
-“Il meno che ti possa capitare, assicurò il Coppa parlando a se stesso
-nello specchietto, è di metterti una virgola sul mento. Bada a te se
-non vuoi guastare la tua faccia.„ Ma non ci badò abbastanza quando vide
-Bambina nello specchietto, la quale arrivò proprio a tempo per vedere
-un orrore... il sangue che guastava mezza la faccia rasa del Coppa,
-mentre l’altra metà avea tutto il suo pelo della settimana.
-
-— Che cosa ti sei fatto, babbo? esclamò Bambina — ti sei fatto male?
-domandò Desiderio.
-
-Il Coppa si voltò ridendo.
-
-— Nulla di male.
-
-E contento di potersi lavare nel catino, fin che il sangue non
-colasse più dalla piccola ferita, pensava che il rasoio era stato più
-intelligente di lui, facendo ciò che egli non avrebbe saputo fare.
-Ora poteva ridere forte sotto gli occhi di Bambina, la quale gli aveva
-detto _babbo_ come gli altri giorni e cercava con l’occhio negli angoli
-della stanza una tela di ragno per medicarlo. Appena il Coppa non
-perdette più sangue, finì tranquillamente di radersi; si voltava ogni
-tanto verso Bambina a ridere della paura che le aveva fatto, e quando
-la faccia sua fu rasa, la sua determinazione pure fu mutata.
-
-— Non me ne vado più, disse a Desiderio.
-
-— Volevi andar via? domandò Bambina, tentando leggere sul viso sbarbato.
-
-— Avrei dovuto partire per una faccenda; sarei stato assente pochi
-giorni; ma ho pensato che alle altre faccende vi è sempre tempo, mentre
-per fare la felicità d’una Bambina cara, che sei tu, proprio tu, il
-tempo buono è questo; perciò rimango.
-
-— Oh! in buon ora! esclamò Desiderio, ecco una parola che mi piace!
-Questa è la filosofia.
-
-— Che cosa è la filosofia? domandò Bambina.
-
-— Pare che sia una cosa così: farsi una virgola sulla faccia col rasoio
-e rimanere quando si ha fermamente deciso di partire.
-
-All’opera del rasoio miracoloso mancava ancora che il Coppa si
-pigliasse fra le mani la faccetta tonda di Bambina e se la baciasse
-in faccia a Desiderio, come aveva fatto ogni giorno — ma a questo il
-vecchio Coppa non si sapeva indurre, perchè anche Bambina non veniva a
-mettere a tiro la testina tentatrice.
-
-
-
-
-VII.
-
-
-A quattr’occhi il Coppa diede a Desiderio spiegazioni larghissime,
-anche più larghe del necessario, del suo repentino mutamento; voleva,
-come aveva già espresso, trovarsi accanto a Bambina quando Piero
-Corruccini venisse a prendersela; voleva assestare il contratto di
-nozze, voleva scrivere a Buenos Ayres, con la speranza che Domenico
-Lauri, il vecchio _nonno_ di Bambina, vi fosse ancora e gli potesse
-dire qualche cosa dei genitori, e consentire all’adozione della
-ragazza. Tante altre cose voleva che Desiderio intese a volo,
-approvando tutto.
-
-Il rimanente di quel giorno il Coppa fu sereno, così sereno che,
-venuta l’ora d’andare a letto, notando che Bambina dava la buona notte
-a Desiderio senza porgergli la fronte perchè egli v’imprimesse il
-solito bacio, la prese per mano e la tenne prigioniera dinanzi a sè.
-E le disse: “dunque la nostra figliuola non ci vuol più bene; e che le
-abbiamo fatto? Nulla? e allora non ci è bisogno di rinunciare al bacio
-che ogni sera mi hai dato prima d’andare a letto; dammelo oggi pure, se
-vuoi che i bei sogni scendano sul tuo capezzale.„
-
-Bambina si fece rossa, diede il bacio voluto e rise forte; poi tornò
-davanti a Desiderio.
-
-— A lei non l’ho dato; sono proprio una distratta... lo vuole?
-
-Altro che volerlo!
-
-Anzi Desiderio, appena la ragazza se ne fu andato in camera sua, si
-accostò al Coppa e se lo strinse al petto.
-
-— Sono proprio contento, disse poi sottovoce.
-
-La mattina successiva il Coppa si mostrò un po’ nervoso, soltanto fino
-all’ora del pasto. Egli aveva creduto possibile, e l’aveva detto a
-Desiderio, che il signor Piero, appena avuta la lettera di Bambina,
-ne avesse subito scritta un’altra a lui per annunziargli che dopo il
-mezzodì sarebbe venuto a fargli visita; ma non avendo la posta del
-mattino portato nulla di nulla, egli poteva correggere i suoi calcoli
-così: “Corruccini non ha scritto, e non scriverà; verrà in persona
-verso l’una.„ E anche questa predizione volle affidare a Desiderio, il
-quale non vi trovando nulla di improbabile, aggiunse:
-
-— Bambina deve aver pensato la stessa cosa, perchè mi sembra inquieta;
-ha cominciato tre volte: _Una voce poco fa_... ed ha troncato subito.
-Sicuramente essa pure aspetta il signor Piero dopo il mezzodì.
-
-Ma il signor Piero all’ora della cena non era ancor venuto. Tutto il
-pomeriggio il Coppa lo aveva aspettato inutilmente; era andato su e giù
-un gran pezzo per il salotto, poi, sentendo venire un po’ di pazienza,
-si era accomodato in una poltrona a sdraio, e la pazienza essendogli
-cresciuta, si era perfino fatto bello dinanzi allo specchio, così,
-per fare qualche cosa. Il vecchio Desiderio — quello sì era vecchio!
-— il vecchio Desiderio aveva passato il suo tempo interrogando alla
-muta ora l’amico, suo, ora Bambina, la quale per verità non gli pareva
-afflittissima come avrebbe pensato.
-
-Senza rammaricarsi troppo, che sarebbe stato un ipocrita, e nemmeno
-compiacersi, dimostrandosi un fatuo ed un egoista, il Coppa a cena non
-fiatò di Fiero come se si chiamasse Paolo, come se non avesse lui le
-chiavi del cuore di Bambina.
-
-Lo aspettò in buona coscienza fino alle nove, alimentando lui solo la
-conversazione con molte peripezie della sua vita, scegliendo però bene,
-per non danneggiarsi troppo agli occhi dei suoi ascoltatori; e infine,
-prima che la ragazza scendesse nella sua camera, le disse a fior di
-labbro: _verrà domani_. Bambina rise forte e se n’andò canticchiando:
-_Una voce poco fa, Qui, nel cor, mi risonò_...
-
-Ma anche il domani, il signor Piero non si lasciò vedere, e nemmeno
-il giorno dipoi, nè l’altro. I vecchi Desiderii erano tutti e due
-d’accordo nel dire che era una cosa strana, perchè i viaggiatori di
-commercio, per abito di professione, sono puntuali alle poste date,
-non si dimenticano mai di visitare la casa d’un cliente buono il
-giorno stabilito, fosse anche alla distanza d’una stagione intera,
-fosse anche alla distanza di tutto un anno; e tanto più poi quando
-hanno un incendio acceso in qualche parte del corpo. E il Coppa,
-facendosi la barba tutti i giorni dacchè aveva corso rischio di farsi
-una guancia per aver lasciato crescere troppo il pelo rossigno, finì
-con l’enunziare una sua sentenza: “i giovani d’oggi sono di poco
-peso; vuoi scommettere qualche cosa che il signor Piero ha piantato la
-_nostra_ Bambina per un’andalusa; pianterà più tardi l’andalusa per una
-parigina.„
-
-Desiderio, senza arrivare fino a questo punto, non scommetteva nulla.
-
-— Io invece, ci sono arrivato subito.
-
-E scommetteva volontieri, perchè conosceva il mondo, povero Coppa!
-
-Lo sgomento dei due Desiderii fu che la ragazza non ridesse abbastanza,
-perchè il pensiero del viaggiatore tardivo le occupasse il cuore, o
-che canterellasse troppo, per stordirsi e non pensarci. Ma Bambina non
-tenne lungamente in angustie i vecchi, che le volevano tanto bene, e
-appena si fu accorta della loro inquietudine li rasserenò con poche
-parole: “se viene bene; se non viene...„
-
-— Se non viene? insistè Desiderio.
-
-— Se non viene, meglio.
-
-E sembrava quasi sincera.
-
-Il Coppa non fiatò, ma sentì martellare qualche cosa dentro, un
-desiderio forse, o una speranza.
-
-Lungamente i due vecchi aspettarono Corruccini, quando Bambina non
-ci pensava più. Sapendo che la ragazza aveva scritto una lettera per
-dare il recapito al pretendente, il Coppa andò a sincerare la cosa
-alla posta, e trovò la lettera che aspettava Piero da quindici giorni.
-L’impiegato gli domandò se fosse lui veramente Piero Corruccini, ed
-il Coppa confessò che egli non era quello, ma che era stato lui a
-scrivere, e voleva sapere quanto tempo ancora la lettera aspetterebbe
-il destinatario.
-
-L’impiegato postale ebbe la bontà di fare il conto sulle dita, e dirgli
-che quel giorno medesimo doveva mettere la lettera nelle caselle delle
-arretrate....
-
-Allora il Coppa, avvedendosi che aveva da fare con un impiegato umano;
-(chè qualche volta accade anche questo), pregò che la lettera rimanesse
-ancora qualche giorno nella casella solita.
-
-— Fin che qui sono io, lo prometto; ma quando viene un altro
-distributore, farà quello che dice il regolamento... però se lei mi
-dice di dove viene la lettera... io posso consegnargliela, e lei la
-imbucherà un’altra volta mettendo un nuovo francobollo, così rimarrà
-altri quindici giorni nella casella.
-
-— La lettera è scritta da Milano, dà un recapito; niente altro; se
-vuole la imbuco alla sua presenza... lì c’è una buca, che sembra fatta
-a posta.
-
-— È fatta a posta... ma si vede bene che lei è una persona come si
-deve... concluse il distributore consegnando la lettera.
-
-— Grazie mille; la prego di stare attento che ora la imbuco...
-
-— S’immagini, disse l’altro, e il Coppa insistè, mentre appiccicava un
-francobollo nuovo: No, mi faccia il piacere di guardare...
-
-Il distributore guardò sorridendo per contentare il buon vecchio, il
-quale dopo aver imbucato la lettera si rivolse a salutare l’amabile
-distributore dicendo: è passata.
-
-Invece no, non era passata. Al momento di imbucare la lettera gli era
-venuto l’idea tentatrice di trattenerla; come fu in via Rastrelli la
-guardò lungamente per dar tempo alla monelleria che gli aveva parlato
-all’orecchio di dire tutto il suo pensiero.
-
-Perchè aveva egli fatto quel giochetto? Non già per la soddisfazione di
-corbellare un distributore di buona fede e distratto; e dunque perchè?
-
-Forse perchè Bambina aveva detto così: _se non viene, meglio_.
-
-“Ecco, ora quella lettera che dà il recapito a Piero Corruccini è in
-mani mie, ed io posso distruggerla; venga Piero e non troverà nulla; il
-distributore, se anche è lo stesso di questa mattina, non si ricorderà
-più di niente, o crederà che la lettera sia già stata consegnata da
-un suo collega — allora Piero si ricorderà di scrivere a me, fermo
-in posta, come gli avevo detto, ma io non vado mai alla posta, perchè
-le lettere mi vengono recapitate a casa. Piero Corruccini si stanca,
-rinunzia al suo scopo, se non vi ha rinunziato ancora, e se ne va a
-fare altre piazze„.
-
-Il Coppa ripetè parecchie volte a se stesso queste ed altre parole,
-mentre andava di buon passo al portico di piazza del Duomo; giunto
-colà si arrestò un momento; poi tornò indietro a passi lenti fino alla
-posta, ed imbucò la lettera, la quale diceva a Piero Corruccini di
-venire pure subito in casa di Bambina, e di chiedere la sua mano che
-non gli sarebbe rifiutata.
-
-Tornando a casa, il Coppa per consolarsi si ripetè mentalmente più
-volte, come se qualcuno le andasse scrivendo nel vuoto: “se non viene,
-meglio.„
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Non si era più detta una parola che ricordasse Piero, e il Coppa non
-se lo poteva levare dal capo; invece pareva proprio che Bambina non
-ci pensasse più, anzi da poco in qua canterellava e rideva meglio,
-era più docile alle lezioni di organo di babbo Desiderio, e parlava
-di andare al Conservatorio ad imparare il canto teatrale. Ma il Coppa
-interveniva ogni volta a dire che la carriera del palcoscenico non era
-fatta per lei, che la sua carriera era un’altra. “Qual’è?„ interrogava
-la fanciulla. Il Coppa non diceva quale.
-
-Ma sempre pensava quelle quattro parole: “se non viene meglio.„
-
-Le pensava anche Desiderio.
-
-“Che cosa aspettiamo? diceva segretamente a se stesso. Se questa
-corbelleria si ha a fare, almeno si faccia subito; per quanto _egli_
-dica, mi pare che tempo da buttar via non ne abbia troppo; può essere
-che egli possa ancora fare cose grandi, ma se giudico da me...„
-
-Zitto, neanco l’aria doveva sapere la segreta paura di Desiderio, il
-quale avrebbe riso volentieri della smania del suo vecchio amico, se
-non fosse stato un vecchio amico, se quella smania non fosse stato un
-dolore. Invece lui, rinato alla felicità, ringraziava il cielo ogni
-sera, perchè gli aveva concesso sul limitare della tomba la bellezza
-buona di Bambina, ringraziava la sua morta ogni mattina perchè la notte
-era stata un pezzo al suo capezzale.
-
-Anche gli sorgeva in un cantuccio della mente l’idea di dare il proprio
-nome alla ragazza. Diodato! Non era il nome di suo padre e nemmeno
-della mamma, perchè non aveva conosciuto nè l’uno nè l’altra; era un
-nome tutto proprio; glie l’aveva dato l’ospizio dei trovatelli... o
-forse Dio in persona. Bambina, pigliando quel nome, si ribattezzerebbe
-Speranza Diodato per andare a nozze! Peccato che, sposata, rimuterebbe
-da capo e rimuterebbe male. E veramente che sugo vi è a chiamarsi la
-signora Coppa? Un’altra cosa non sembrava vera nè possibile al buon
-Desiderio, cioè che egli dovesse diventare suocero del vecchio amico
-d’infanzia. Però, se il cielo lo avesse voluto, se sua figlia fosse
-veramente contenta, se il genero fosse finalmente felice; che festa!
-Di tutte queste cose non impossibili, a rigor di linguaggio, la meno
-probabile era l’ultima, cioè che finalmente il Coppa trovasse una
-contentezza che paresse a lui la felicità; sicuramente, egli vorrebbe
-afferrare la felicità vera e propria e così la contentezza svanirebbe
-subito.
-
-Lo stesso Coppa ebbe un giorno il medesimo timore. Desiderio gli
-aveva sparato a bruciapelo una schioppettata: “Piero Corruccini si è
-dimenticato di Bambina,„ gli aveva detto. “Bambina mi pare avviata a
-dimenticarsi di Piero; è il buon momento; se ti senti di far felice
-questa buona ragazza, e di fare la tua vecchiaia contenta, fa presto,
-sposala.„
-
-Il Coppa arrossì come un fanciullone; ma dopo quel lampo di felicità,
-si accasciò subito brontolando che ci voleva pensare ancora.
-
-Mentre egli ci pensava, venne Piero.
-
-Venne di buon mattino, segretamente, quasi avesse paura di lasciarsi
-vedere; mandò dalla portinaia la sua carta di visita a dire che egli
-era da basso, a chiedere se potesse venire a quell’ora.
-
-Il Coppa corse in camera di Desiderio, per consultarsi con lui, ma ebbe
-appena detto di che cosa si trattava e si accostò all’uscio per dire
-alla portinaia: _venga_.
-
-Il vecchio Desiderio non fiatava; cercò di leggere nel volto del Coppa,
-mentre egli finiva di vestirsi, e l’amico andava su e giù.
-
-— Bambina dorme ancora? chiese il Coppa.
-
-E Bambina rispose essa stessa, picchiando alla porta:
-
-— Ci è un signore che cerca di te...
-
-— Entra, Bambina.
-
-La fanciulla, entrata con l’aria ridente d’ogni giorno, corse ad
-appiccare un bacio sulla guancia dei due vecchi.
-
-— Quel signore... interrogò il Coppa fissandola in volto... l’hai visto?
-
-— Appena, appena, rispose Bambina senza evitare lo sguardo di babbo
-Coppa.
-
-Sembrava sincera, non era troppo disinvolta e audace — forse non aveva
-riconosciuto il Piero dei sogni suoi.
-
-Ed era già un conforto all’animo del vecchio innamorato, al quale venne
-in aiuto Desiderio con un’altra domanda:
-
-— Come è quel signore? vecchio o giovane?
-
-— Giovine...
-
-— Bello?...
-
-— Oh! no; mi è sembrato che abbia la faccia gonfia... teneva la testa
-bassa... ma perchè mi fai queste domande?...
-
-Il Coppa, senza dir parola, rizzò la testa il più possibile, e andò
-incontro al suo rivale.
-
-Aveva ragione Bambina; quel signore era quasi irriconoscibile, ma
-era proprio lui. Piero Corruccini aveva passato appena il vano della
-porta, non osando quasi arrischiarsi fino in mezzo alla sala, così
-forte era lo scoraggiamento che lo vinceva; teneva la testa bassa; la
-faccia gonfia, in cui gli occhi quasi si nascondevano, implorava pietà.
-Il Coppa ne ebbe molta. Con una tenerezza che egli non spiegava a se
-stesso, si accostò subito al poveraccio.
-
-— Cos’è stato? gli disse.
-
-— È stato il vaiuolo. Un mese fa ero a Nizza a fare la piazza; ero
-contento di venire a Milano dove speravo d’essere aspettato, quando
-la malattia mi colse. Mi ha lasciato così, come mi vede. La signorina
-non mi ha riconosciuto, tanto sono mutato; essa invece è sempre tanto
-bella.
-
-Piero parlava con accento desolato, e quando disse: “essa invece è
-sempre tanto bella„ tremò nella sua voce una corda che era desiderio e
-rammarico.
-
-Il Coppa indovinò tutta quell’anima addolorata, e gli parve
-d’addolorarsi sinceramente anche lui, nel dirgli bruscamente una parola
-di conforto.
-
-— Ma ora è guarito! Non è vero? Dunque non si smarrisca.
-
-— Anche il medico mi ha detto così. Non voleva che io lasciassi Nizza,
-ma a me premeva di essere a Milano, non ricevendo risposta alla lettera
-che avevo scritto.
-
-— Lei ha scritto a Bambina?
-
-— No, ma ho scritto a lei, fermo in posta, come mi aveva detto; non ha
-ricevuto?
-
-— Non ho ricevuto nulla.
-
-— Vede! è il destino. Avevo detto alla signorina d’essere di ritorno
-per il primo del mese, e mi ero fatto promettere che essa mi avrebbe
-scritto due parole fermo in posta perchè sapessi dove potevo fare... in
-ogni caso... una visita al signor Coppa: corro alla posta e non trovo
-nulla. Allora ho detto: essa sa che io sono deformato e non mi vuole
-più... Ha ragione, povera creaturina: io sono tanto brutto, essa invece
-è sempre tanto bella!
-
-Trovandosi a guardare un dibattimento stranissimo che seguiva nel
-suo foro interno, il vecchio Coppa non sapeva decidere se egli fosse
-afflitto della faccia gonfia di Piero, come gli sembrava, o se il
-trionfo sicuro, imminente, della sua propria faccia, sbarbata ogni
-mattina, lo contentasse del tutto, come pure gli pareva. Non rispondeva
-nulla alle parole del disgraziato. Il quale proseguì:
-
-— Nella lettera che le scrivevo da Nizza, mi raccomandavo a lei perchè
-dicesse... alla signorina... che non ho più il coraggio di pensare al
-sogno bello fatto a bordo del _Sud America_... che perciò...
-
-— Che perciò?.. insistè il Coppa, tanto per dire qualche cosa.
-
-— Che perciò rinunziavo ad essa...
-
-Nel ripetere a voce bassa queste parole desolate che lo avevano fatto
-piangere scrivendole, singhiozzò come un fanciullo.
-
-— Si faccia cuore, disse il Coppa... non pianga ora.
-
-— No, non piango; non volevo nemmanco venire qui, ma è stato più forte
-di me...
-
-Il vecchio aveva sulla lingua altre consolazioni di parole; stentava
-a metterle fuori, sembrandogli parole ipocrite, condite largamente di
-egoismo; taceva, ma anche il silenzio era crudeltà.
-
-— Senta, signor Corruccini, mi dica che cosa vuol fare, che cosa devo
-dire io stesso, perchè se posso... creda...
-
-— Mi pare che non ci sia nulla a fare per me... non dica niente... cioè
-dica alla signorina in che stato sono ridotto... e avrà detto tutto. Io
-me ne andrò per il mondo, come ho fatto fin qui...
-
-Un’idea si era affacciata al Coppa, e da un poco egli si affaticava a
-guardarla da lontano, non intendendo bene ancora se fosse da accogliere
-o da respingere.
-
-— Sto pensando una cosa, disse tranquillamente; non so se sia buona
-o cattiva; deve decidere lei; sto pensando se sia meglio farsi vedere
-alla mia ragazza...
-
-Piero fece risolutamente di no col capo.
-
-— No?... Le pare che non convenga, proseguì il vecchio amorosamente,
-e allora aspetti che la gonfiezza cessi, perchè deve cessare; allora
-la sua faccia riavrà quasi l’aspetto di prima... non si smarrisca; le
-ragazze, come la mia, non s’innamorano soltanto d’una faccia liscia.
-O il cuore, la gentilezza d’animo... tutto _il resto_ non deve contare
-per nulla?
-
-Piero Corruccini fece un atto di sfiducia; a parer suo tutto il resto
-contava poco.
-
-— Preferisco che sia informata da lei... se caso mai essa volesse
-proprio vedere tutta la mia miseria... mi scriva... io abito in via
-Solferino al 41, terzo piano. Ma sono sicuro che non tornerò più in
-questa casa.
-
-Il Coppa non gli volle contraddire; accompagnò fin sull’uscio il suo
-infelicissimo visitatore, e stringendogli la mano con tenerezza gli
-disse _addio_.
-
-Poi raggiunse in sala da pranzo Desiderio e Bambina.
-
-
-
-
-IX.
-
-
-— Povero figliuolo! esclamò il Coppa entrando.
-
-— Chi? domandò Bambina.
-
-Invece di rispondere, il vecchio interrogò se stesso. Ora gli pareva
-proprio d’essere addolorato; l’accento di commiserazione che aveva
-messo in quelle due parole, non era ipocrisia sicuramente, e le volle
-ripetere variando.
-
-— Povero ragazzo!
-
-— Chi?
-
-— E di chi vuoi che parli se non di lui? Non l’hai visto sull’uscio,
-quando entrava?
-
-— Chi?
-
-— Pietro Corruccini.
-
-— Era lui?
-
-— Non l’avevi riconosciuto? Sì, era lui. Io stesso, per verità, con la
-sua carta di visita in mano, aspettavo che mi dicesse con chi avevo
-l’onore di parlare. Proprio. È stato il vaiuolo a sfigurarlo a quel
-modo. Ne fu colto a Nizza un mese fa; ora è guarito perfettamente, ma
-gli rimarrà il segno fin che campa. Povero figliuolo!
-
-— Era lui, e non ha voluto vedermi! mormorò la fanciulla.
-
-— Non dir così, poveraccio! piuttosto non ha voluto che tu lo vedessi
-per non farti ribrezzo.
-
-Siccome Bambina ripetè un’altra volta come smemorata: era lui — siccome
-Desiderio aspettava in silenzio, il Coppa proseguì:
-
-— Che cosa vuol fare? gli ho detto. — Non voglio far nulla; me ne andrò
-lontano, a nascondere la mia deformità.
-
-— È proprio così brutto? chiese a bassa voce Desiderio.
-
-— Eh! sì... non è bello; ma sicuramente il tempo accomoderà la sua
-faccia, da non... disgustare come ora... Sì, è proprio brutto, ripetè
-pietosamente a Bambina, è gonfio e rosso; pare perfino che gli manchino
-dei pezzettini di faccia. L’ho consolato, come ho potuto... ma la
-verità è... che non è bello... ecco.
-
-Bambina interrogava ancora con gli occhi pieni di lagrime; il Coppa
-non sapeva più trovare una parola che lo contentasse, perchè ora gli
-sembrava d’essere un ipocrita feroce. Andò due volte su e giù, poi uscì
-in silenzio dalla stanza.
-
-Appena se ne fa andato, Bambina corse a buttarsi nelle braccia di
-Desiderio, singhiozzando.
-
-— Dunque gli volevi proprio bene?
-
-La ragazza non rispose subito; prima pianse, poi si asciugò gli occhi.
-
-— Non credo che gli volessi bene; se non veniva, io non piangeva; e ora
-piango, non so nemmeno io perchè, e mi pare che gli vorrei dare tutto
-il mio amore per consolarlo.
-
-Desiderio raccolse nella pezzuola le ultime lagrime di Bambina e la
-baciò in fronte.
-
-— Tu hai una bell’anima! E che cosa vuoi fare?
-
-— Lasciarlo andar via così, come un cane, perchè è diventato brutto,
-non è vero che sarebbe una cosa crudele? Che colpa ne ha lui se il
-vaiuolo gli ha guastato la faccia? Domani non potrebbe guastare la mia?
-
-No; questo poi no: il vaiuolo non può nulla per sè stesso, il cielo
-soltanto lo manda a guastare certe faccie così così per far dire che
-prima erano bellissime; ma una faccetta così tonda, così bianca, così
-ridente, come quella di Bambina...
-
-La dimostrazione che Desiderio voleva fare fu interrotta da poche
-parole:
-
-— Senti, se io gli scrivessi?
-
-Sì; se Bambina scrivesse a quel disgraziato, che male vi sarebbe?
-
-— Egli sicuramente aspetta una parola buona...
-
-— E che cosa gli vorresti scrivere?
-
-— Vorrei fargli intendere che non sono una scioccherella, che la sua
-disgrazia mi fa pena;... niente più.
-
-Desiderio ci pensò e non vi trovando proprio nulla di male, finì con
-accondiscendere. “Scrivi; faremo poi leggere la lettera a babbo Coppa,
-che approverà anche lui.„
-
-E Bambina, lì per lì, scrisse poche linee alla buona, come le pensava;
-poi le presentò a Desiderio perchè vedesse se ci erano molti sbagli.
-
-Non molti veramente, perchè Bambina, messa al cimento di fare la sua
-corrispondenza, si cavava d’impiccio benino; il poco che aveva imparato
-a scuola non gli avrebbe servito gran che, ma essa vi aggiungeva
-tutto quello che aveva appreso dalle letture, e non solo questo, ma la
-malizietta di evitare certi giri di frase in cui non si sentiva franca.
-L’ortografia che non si può aiutare col criterio e che richiede sempre
-molta pratica, ce la metteva per lo più il Coppa; questa volta ce la
-mise babbo Desiderio.
-
-L’amico per la vita e per la morte non era preparato all’idea che
-Bambina dovesse scrivere al signor Piero, ma si contenne bene; disse,
-come era la verità, d’aver voluto che quel povero ragazzo si mostrasse
-alla sua innamorata.
-
-— Nascondersi o fuggire, gli ho detto, non ha mai servito a nulla;
-bisogna sempre andare fino al fondo della cosa...
-
-La lettera fu mandata, e il Coppa si preparò alla battaglia, dinanzi
-allo specchio. Parendo d’essere proprio risoluto ad andare fino in
-fondo della cosa, aspettò di piè fermo la visita del suo rivale; e non
-lo confessando a se stesso, si sentiva sicuro di vincere la partita.
-
-Se non che la vergogna fece fare a Piero Corruccini la mossa che solo
-avrebbe saputo consigliare la prudenza; l’innamorato non si lasciò
-vedere; ma scrisse ingenuamente così:
-
-“Grazie, signorina; lei è tanto buona; io vorrei correre per vederla,
-ma mi vergogno perchè sono deformato; il medico mi assicura che se
-tengo il viso fasciato sarò meno brutto fra poche settimane. E io
-voglio essere meno brutto per presentarmi a lei.„
-
-Quando questa letterina passò sotto gli occhi del Coppa, egli ebbe
-un sospetto pauroso, che tutte le arti del pettine e del rasoio non
-potessero salvare la sua vecchiaia da una nuova disillusione.
-
-Guardando Bambina nascostamente, egli indovinò subito sulla faccetta
-buona un amore fatto di pietà; espresse la propria scoperta a Desiderio
-e si sentì rispondere che certamente era così.
-
-— Come lo sai?
-
-— Essa non canta più, e ride solo quando uno di noi la guarda; pensa a
-lui... pensa a te.
-
-— A me?
-
-— Sì, anche a te: la stessa pietà che la spinge verso l’infelicità
-di Piero, l’accosta pure.... verso la tua... perchè quella ragazza è
-proprio buona.
-
-Essere amato e sposato per misericordia! Era una cosa possibile, e
-Piero se ne sarebbe contentato, ma il Coppa, no.
-
-Quando fu proprio sicuro che Bambina era tormentata dai due amori
-infelici, volle essere forte e generoso.
-
-— Vado a prendere il signor Piero e lo conduco qua, annunziò a
-Desiderio una mattina; fasciato o no, ha da combattere se vuol vincere.
-
-— E tu?
-
-— Io farò l’invalido, e sta sicuro che non è un’astuzia di guerra; ma
-tu che mi conosci sai che non saprei che cosa fare d’essere amato per
-compassione. Non mi dai ragione?
-
-— Non te la dò sicuramente. Che importa la causa, purchè l’amore ci sia
-veramente? Pensaci per non pentirti poi: Bambina ti vuol bene, sarebbe
-già tua a quest’ora se... quel disgraziato...
-
-— Lo so: essa avrebbe fatto un’opera di misericordia sposandomi, ma ce
-n’era da fare un’altra più meritoria... Non è questo che vuoi dire?
-
-Non era questo, ma press’a poco.
-
-In sostanza il Coppa quella stessa mattina andò a trovare Piero
-Corruccini, e fece tanto e fece così bene da indurlo a venire a casa
-sua. Volle essere lui a presentarlo a Bambina:
-
-— Bambina, le disse, di là ci è il signor Piero; ci è voluto fatica
-a farlo venire; non voleva perchè non è ancora accomodato bene; ma si
-accomoda ogni giorno un poco; bisognava vederlo l’altra settimana.
-
-La ragazza gli fissava in volto gli occhioni sbigottiti.
-
-— Non mi guardare così; ti dico che è di là, con babbo Desiderio; va,
-va, va subito.
-
-Egli si accomodò sopra il seggiolone a dondolo; Bambina, nel lasciare
-la stanza alla muta, si voltò un momentino a guardare il vecchio
-innamorato. Il quale aveva chiuso gli occhi e lasciandosi cullare da
-quel sedile di giunco, non sognava ancora.
-
-Anzi durava il primo proposito, di non sognare mai più, di sagrificarsi
-interamente, e già gli sembrava di assaporare la rassegnazione.
-
-“È amara, pensava, ma è sana; molti facendone uso sono guariti d’ogni
-malanno, e campano lungamente. Farò anch’io così per campare quanto
-Matusalemme.
-
-_Sì, no; sì, no;_ sembrava dire quel letto di vimini col suo cigolìo.
-
-“Ha ragione Desiderio; l’adotterò, si chiamerà Bambina Corruccini
-Coppa; sarò per essa l’uomo che l’ha amata più d’ogni altro, sarò il
-_padre_ suo.
-
-_Sì, no; sì, no._
-
-“Che fanno ora? interrogò, e subito rispose; Piero è brutto ancora,
-ha gli occhi bassi perchè si vergogna della sua bruttezza; Bambina non
-osa guardarlo per non dargli soggezione, ma ha già visto abbastanza...
-forse vorrebbe essere rimasta con Babbo Coppa, e non sa che dire...
-Il mio buon Desiderio non sa nemmeno lui che fare; guarda Bambina
-fissamente non sapendo se essa sceglierà l’innamorato vecchio, o
-l’innamorato brutto.
-
-_Sì, no; sì no._
-
-“Può essere il contrario. Bambina e Piero si sono intesi alla prima
-occhiata, a quest’ora si amano; fra un mese si sposeranno... La scelta
-era già fatta, senza che Bambina lo sapesse; vi aveva pensato la
-natura. Li amore la vecchiaia ha sempre torto.„
-
-Dopo questa sentenza, il suo pensiero si annuvolò, la fantasia non
-seppe presentargli altro che immagini confuse di cose, di persone e
-di sentimenti; ed erano cose antiche, sentimenti solitarii, bambine
-indifferenti, che piombavano tutte in un medesimo sepolcro.
-
-Quando Desiderio si affacciò all’uscio a interrogare sommessamente:
-“dormi?„ il Coppa scostò la mano dal viso bagnato di lagrime.
-
-Non si vergognando di farle vedere all’amico per la vita e per la
-morte, interrogò con una sola parola: “dunque?„
-
-Desiderio non rispose, e allora il Coppa rizzandosi in piedi ripetè:
-“in amore la vecchiaia ha sempre torto.„ Si asciugò la faccia e
-sorrise.
-
-
-
-
-X.
-
-
-Le valigie erano rimaste in un canto, perchè nè il Coppa nè altri si
-era ricordato di esse, per disfarle e riporle nell’armadio.
-
-Quel giorno le dimenticate si fecero innanzi agli occhi del Coppa,
-il quale, apertele e richiusele con un sospiro, quella sera medesima
-le aveva volute prendere in mano di nascosto per andarsene alla
-stazione. Ma di quella sua determinazione era trapelato qualche cosa,
-e al momento giusto Desiderio si accompagnò a lui in silenzio, mentre
-Bambina era rimasta in casa a piangere.
-
-Sulla via un facchino si offrì di portare le valigie e il Coppa
-acconsentì.
-
-— Tornerò presto, assicurava al taciturno amico come per iscusarsi,
-capirai bene il mio bisogno di mutar aria; perchè una corbelleria si
-rimargini interamente, e non se ne veda neanco il solco, l’impiastro
-che mi è riuscito meglio è un viaggio lungo. Ma questa volta sarà un
-viaggio breve; appena tu mi abbia scritto che Bambina e Piero si sono
-messi d’accordo e vogliono sposarsi, io verrò per dare la dote. Siamo
-intesi?
-
-Desiderio accennò di sì; dopo un poco il Coppa aggiunse:
-
-— Ho già tutto disposto; ho sollecitato l’atto di nascita di Bambina,
-che servirà per il matrimonio e per l’adozione. Tu stammi allegro e di’
-a Bambina che non pianga più, che mi fa male; dille che rida sempre.
-
-— Dove vai? domandò Desiderio quando l’ebbe visto tornare col biglietto.
-
-— A Torino, scriverò subito.
-
-E se ne andò in sala d’aspetto sorridente, a testa alta, preceduto dal
-facchino che portava le sue valigie. Desiderio lo seguì con l’occhio e
-tornò a casa ad asciugare le lagrime di Bambina.
-
-Il biglietto dava diritto al Coppa di andare d’un fiato a Torino; ma
-egli poteva pure fermarsi dove gli piacesse; e allora perchè Torino
-invece di Vercelli, dove non era mai stato? Lungamente rimase incerto,
-e quando fu annunziato nella notte che si era giunti a Novara, il
-Coppa si sentì afferrato da un nuovo dubbio. E perchè Vercelli invece
-di Novara? Ci pensò sino al momento che si richiudeva lo sportello, e
-scese con le sue valigie.
-
-Solamente quando il convoglio se ne fu ripartito, gli parve che il
-fischio della locomotiva gli mandasse da lontano una longa beffa; e
-avviandosi all’albergo pensò ai casi suoi.
-
-“Sì, sono diventato irresoluto, perchè sono vecchio e forse perchè sono
-debole; la mia volontà se ne sta andando perchè io sto per arrivare
-alla indifferenza.
-
-— Vuole un albergo? gli domandò qualcuno.
-
-— Sì, un albergo... Ho sognato per l’ultima volta di potermi rifare
-una gioventù; Bambina sarebbe stata la mia pace, e in un lungo tramonto
-avrei guardato negli occhi la felicità. Oh! quanto avrei saputo amare
-ancora! Ora è finita.
-
-Ma pensandovi, dovette confessare a se stesso che tutto, proprio tutto,
-non era finito; tra Bambina e Piero ancora non era stabilito nulla, e
-solamente perchè la ragazza non aveva detto addirittura di non sentirsi
-il coraggio di amare una faccia buccherata come una grattugia, egli si
-era preso in mano le valigie per andarsene.
-
-E volle essere sincero fino all’ultimo: se invece di andare fino a
-Torino o anche più distante, come aveva pensato di fare, si era fermato
-a Novara, ci doveva essere stata una ragione inavvertita, che è forse
-quella che chiamano l’istinto.
-
-Quella notte non chiuse occhio, sebbene egli avesse detto molte volte
-a se stesso che stava arrivando all’indifferenza; spento il lume e
-fissando gli occhi nel buio, gli venivano scorte alcune linee d’un
-mobile che, entrando in camera, non gli pareva d’aver veduto; sembrava
-una persona immensa, che allungasse un braccio verso il suo letto, per
-far paura al vecchio Coppa. Ma il tempo delle vane paure era passato
-da un pezzo per lui. Lo minacciassero pure, egli era tanto indifferente
-da non voler nemmeno accertare se fosse la minaccia di un attaccapanni,
-come gli sembrava probabile. Chiuse gli occhi, e allora l’attaccapanni
-piegò le braccia e si avvicinò senza far rumore fino a mettere la
-faccia sua proprio accanto a quella del Coppa. Era una faccia beffarda;
-stette un momento così per mettere in collera il vecchio indifferente,
-poi si mutò in un altro sembiante. Il Coppa se ne rimase a guardare
-sino a tanto che, fra molte trasformazioni, gli si presentò la smorfia
-di una faccia butterata dal vaiolo.
-
-— Sei proprio bellino, disse forte il Coppa; no, non te ne andare così
-presto, lascia che io ti guardi bene; tu avrai l’amore di Bambina e la
-dote che io le farò.
-
-La faccia butterata svanì come le altre e il vecchio la trattenne un
-poco ancora:
-
-— No, non te ne andare; tu non sei bello, ma hai la gioventù; e in
-amore la vecchiaia ha sempre torto.
-
-Quando la faccia fu scomparsa interamente, entrò nel cervello del Coppa
-un’idea di battaglia: chi sa? non è forse detto che la vecchiaia non
-possa nulla; essa soltanto ama veramente; e se Bambina sapesse...
-
-“Ancora non ha detto la parola che deve legarla a lui, ma la dirà
-domani„ — pensò, e questa idea ficcandogli nel cervello come un chiodo,
-lo tenne desto tutta notte. A volte si proponeva di tornare a Milano
-col primo treno del mattino per rendere più difficile la vittoria
-di Piero, più tormentata la propria sconfitta. Ma si pentiva subito
-pensando alla pietà di Bambina. E poi con quale pretesto giustificare
-il proprio pentimento? Ah! se in quel letto, dove si voltolava in
-silenzio, lo cogliesse un febbrone, che obbligasse lui a tornare,
-ovvero inducesse Bambina a correre al suo capezzale d’infermo... a
-sanarlo con un bacio, a farlo morire con una parola d’amore!
-
-Finchè il mattino non entrò nella camera, il povero Coppa continuò la
-sua smania silenziosa; ma quando la nuova luce gli ebbe fatto vedere
-in un canto l’attaccapanni, il quale allungava ingenuamente l’unico
-braccio che gli era rimasto, scese un po’ di quiete nel suo spirito, e
-il Matto si addormentò sotto l’occhio del sole.
-
-Alle dieci del mattino mandò un telegramma a Desiderio per avvertirlo
-che egli si era arrestato a Novara, dove aspettava una _parola_.
-
-Questa parola giunse a Novara il giorno dopo. Era di Bambina. Diceva:
-
-“Perdonami, babbo caro; ma mi sembra di volergli tanto bene!„
-
-Un’ora dopo il Coppa ripartiva per Milano, dove fece stupire la piccina
-e il vecchio amico con la sua disinvoltura:
-
-— Dov’è Piero?... domandò allegramente, come! non è qua? è mezzogiorno;
-che cosa aspetta? Ai nostri tempi, non è vero Desiderio? ai nostri
-tempi non si aspettava l’ora delle visite; quando si poteva andare
-in casa dell’innamorata ci si andava a tutte l’ore; quando no, si
-passeggiava sotto la finestra buscandosi il torcicollo.
-
-Bambina si lasciò ingannare da quella sicurezza e ringraziò
-ingenuamente il cielo che, fra le due misericordie da usare, le
-permetteva di far la scelta del giovane Piero; e oltre il cielo
-ringraziò babbo Coppa quando le promise di far il necessario perchè la
-cosa andasse liscia liscia.
-
-Il _necessario_ nel concetto del vecchio e dall’accento con cui egli
-proferiva la parola, comprendeva anche, anzi più che tutto, l’adozione;
-ma quando, a furia di lettere, ogni cosa fu pronta, e non mancò altro
-che fare gli atti legali, il Coppa ebbe un solo pentimento; mantenne
-tutto quanto aveva promesso, ma non volle il meglio: rinunziò ad essere
-il padre di Bambina.
-
-Ed ebbe l’aria di essere generoso agli occhi di tutti, nel dire a
-Desiderio: “La prima idea era la buona; sarai tu il babbo di Bambina;
-io me ne sento incapace.„
-
-L’amico per la vita e per la morte gli si buttò fra le braccia, e
-pianse perchè era troppo felice.
-
-Ma il Matto era incapace di nascondere a se stesso il segreto
-pensamento, che lo aveva trattenuto nell’atto di fare della fidanzata
-(e più tardi della moglie) di Piero Corruccini la propria figliuola!
-Ed era la ripugnanza a mettere fra se stesso e Bambina una barriera
-legale, insuperabile, per tutta la vita.
-
-Anche quando quella faccia disgraziata di Piero ebbe, con la dote, la
-sua magnifica Bambina, il Coppa non si pentì d’essere stato prudente.
-Gli durava in mente lo stesso sentimento; non lo voleva confessare più,
-non lo confessava quasi, ma qualche volta in segreto pensava che...
-non si sa mai che cosa possa accadere... che Piero poteva anche essere
-felice, magari Dio dare dei figliuoli a Bambina, durar lungamente e
-seppellire il Coppa... ma poteva anche morire... E allora?...
-
-No, non era una speranza; forse non era nemmeno un desiderio... E
-allora?...
-
-E allora nessun dubbio che il Coppa avrebbe aperto le braccia perchè
-la vedova e tutti i figliuoli di lei vi riparassero come in un porto
-sicuro.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-OPERE DELLO STESSO AUTORE:
-
-
- _Oro nascosto_ — 3ª edizione con ritratto L. 4 —
- _Capelli biondi_ — 3ª ediz., legato alla bodoniana » 4 —
- _Amore Bendato_ — 3ª ed. diamante legata in tela » 3 —
- _Il Tesoro di Donnina_ — 3ª edizione » 4 —
- _Racconti e Scene_ — 2ª edizione » 2 —
- _Dalla Spuma del mare_ — 2ª edizione » 3 —
- _Frutti proibiti_ — 3ª edizione » 2 —
- _Un Tiranno ai bagni di mare_ — 3ª edizione » 1 20
- _Il Romanzo di un vedovo_ — 3ª edizione » 2 —
- _Prima che nascesse_ — 3ª edizione » 1 50
- _Le Tre Nutrici_ — 2ª edizione » 1 50
- _Coraggio & avanti!_ — 2ª edizione. » 1 50
- _Mio figlio studia_. — 2ª edizione » 1 —
- _L’intermezzo e la pagina nera_ — 2ª edizione » 1 50
- _Mio figlio s’innamora_ — 2ª edizione » 1 50
- _Il marito di Laurina_ — 2ª edizione » 2 —
- _Nonno_ — 2ª edizione » 1 50
- _Mio figlio!_ — edizione di bibliofili » 12 —
- _Il signor Io_ — 3ª edizione » 2 50
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. La numerazione del
-capitolo V e dei tre seguenti, errata nell’originale, è stata corretta.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I DUE DESIDERII ***
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
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-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
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-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
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-to date contact information can be found at the Foundation's website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
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-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
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-increasing the number of public domain and licensed works that can be
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-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
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-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
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-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
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-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
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-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
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-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
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