diff options
Diffstat (limited to 'old/67296-0.txt')
| -rw-r--r-- | old/67296-0.txt | 20986 |
1 files changed, 0 insertions, 20986 deletions
diff --git a/old/67296-0.txt b/old/67296-0.txt deleted file mode 100644 index ba44863..0000000 --- a/old/67296-0.txt +++ /dev/null @@ -1,20986 +0,0 @@ -The Project Gutenberg eBook of Storia della Repubblica di Firenze v. -2/3, by Gino Capponi - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 - -Author: Gino Capponi - -Release Date: February 1, 2022 [eBook #67296] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed - Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was - produced from images made available by The Internet - Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI -FIRENZE V. 2/3 *** - - - STORIA - DELLA - REPUBBLICA DI FIRENZE - - DI - GINO CAPPONI. - - SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE. - - TOMO SECONDO. - - - - FIRENZE, - G. BARBÈRA, EDITORE. - 1876. - - - - - Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per - godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria. - - G. BARBÈRA. - - _Gennaio 1875._ - - - - -SOMMARI DEL TOMO SECONDO. - - - LIBRO QUARTO. - - _Capitolo_ I. — TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. - [AN. 1378.] Pag. 1 - - Tirannia del magistrato di Parte guelfa. — Delle prestanze, - e modi creati a ripartirle. — Monte comune, e sue vicende; - giochi di Borsa. — Grasso vivere e scioperato. — Dissidio - tra le Arti maggiori e le minori: Arte della lana. — - Salvestro dei Medici gonfaloniere [1º maggio 1378]. — - Disegni audaci dei Capitani della Parte. Bettino da - Ricasoli. — Benedetto Alberti leva il rumore: le Arti con - le loro insegne vengono in Piazza; arsioni di case; Lapo da - Castiglionchio: ruberie; congiure nella più minuta plebe. - Gli Otto rimasti in ufficio soffiano in quell’incendio. - Rivelazioni d’un congiurato. — La plebe in arme; nuove - arsioni: espugnano il palazzo del Potestà; strage d’un - bargello. — Petizioni sovvertitrici vinte per forza: la - plebe a furia entra in Palagio [22 luglio]. — Michele di - Lando gonfaloniere. — Gli Otto rimasti in Palagio, ne sono - poi cacciati dalla plebe: Giorgio Scali. — Bandi e - provvigioni della nuova Signoria. — L’infima plebe viene in - Piazza [fine d’agosto] e fa eleggere a suo modo la Signoria - nuova. Poi si raduna in Santa Maria Novella, e torna in - Piazza con petizioni che alcuni di loro, salendo le scale, - vogliono imporre alla Signoria. Michele di Lando, presa una - spada, gli assale e persegue giù per la scala. Poi monta a - cavallo, e percorre la città gridando morte ai traditori. - Si combatte intorno al Palagio, ma i Ciompi sono vinti e - dispersi. — Michele di Lando finisce l’ufizio: gastighi ai - Ciompi. - - _Capitolo_ II. — GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA - NELLE MAGGIORI. — RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.] 37 - - Stato della città. — Congiure, trame, sospetti, - condannagioni: sono tratti a morte Piero degli Albizzi, - Donato Barbadori ed altri chiari cittadini. — Alberico da - Barbiano forma la prima Compagnia Italiana di ventura. — - Carlo di Durazzo piglia la signoria d’Arezzo. — - Provvedimenti e leggi tiranniche in Firenze. — Giorgio - Scali e Tommaso Strozzi, seguiti da minuti artefici, si - pongono sopra alle leggi. — Le Arti si levano, e Giorgio è - preso e decapitato [gennaio 1382]. — L’Arte della lana e le - altre maggiori vengono in Piazza: si fa Parlamento e balìa - numerosa per la riforma dello Stato. — Abolizione delle due - Arti nuovamente aggiunte: le maggiori ottengono il maggior - numero negli uffici: le Arti minute insieme coi Grandi - invano cercano opporsi. — I malcontenti di tutte le parti, - uniti insieme, destano altri tumulti. — Arezzo viene alle - mani d’Alberico da Barbiano, poi di Enguerramo di Coucy - francese che la vende ai Fiorentini; altri acquisti, e - ordinamento del governo in quella Provincia. — Esilio di - Benedetto Alberti, e bando a tutta quella famiglia. — Nuovi - ordinamenti a più ristringere il Governo. - - _Capitolo_ III. — NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO - VISCONTI. — COSTITUZIONE D’UN GOVERNO D’OTTIMATI. - [AN. 1387-1402.] 62 - - Giovanni Galeazzo Visconti si fa signore di Milano. — - conquiste oltre Po. — Manda soccorsi ai Senesi, i quali - insieme co’ Perugini erano in guerra con Firenze per le - cose di Val di Chiana. — Dichiara guerra ai Fiorentini, i - quali mandano Giovanni Aguto al soccorso di Bologna e poi - di Padova. L’Aguto si avanza di là fino all’Adda. — Discesa - in Lombardia del Conte d’Armagnac assoldato dai Fiorentini: - questi muore sotto alle mura d’Alessandria, rotto e - disfatto da Iacopo del Verme capitano del Visconti [25 - luglio 1391]. — L’Aguto per grande maestria perviene in - Toscana, dov’era già entrato Iacopo del Verme. Dopo lunga - scherma tra’ due eserciti, una pace si conchiude. — Iacopo - d’Appiano uccide Piero Gambacorti e occupa la signoria di - Pisa. — 1393. Maso degli Albizzi gonfaloniere. — Nuova - riforma in modo più stretto. — Bando a tutta la famiglia - degli Alberti. — Fanti genovesi assoldati e messi a guardia - della Piazza. — Gli artefici fanno capo a Vieri de’ Medici, - il quale rifiuta stare con loro. — Rinaldo Gianfigliazzi - umiliato, Donato Acciaiuoli messo in accusa e sbandito - [1396]. — Due congiure successive per uccidere Maso degli - Albizzi. — Gastighi e molte famiglie battute; finale - proscrizione contro a tutta quella degli Alberti. — - Negoziati con Roma, con Napoli, con Francia e Germania - contro al Duca di Milano. — Roberto re dei Romani scende in - Italia [1401]. — Processioni dei Penitenti bianchi. — - Giovanni Galeazzo per battaglia entra in Bologna e stringe - con le armi da ogni parte la Toscana. — Morte di Giovanni - Galeazzo [3 settembre 1402]. - - _Capitolo_ IV. — ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406] 92 - - Morto Giovanni Galeazzo, lo Stato di Milano viene a disfarsi. - — Gabriele Maria, figlio non legittimo, ha in eredità Pisa, - ma costretto mettersi in protezione dei Francesi che erano - in Genova. — Vari negoziati del Maresciallo di Bouciquaut - governatore di questa città co’ Fiorentini per la signoria - di Pisa. — Questi poi l’hanno in vendita dal Visconti; ma i - Pisani si levano e cacciano i Francesi, dopo di che il - Maresciallo cede la Cittadella ai Fiorentini. — Tosto il - popolo di Pisa invade anche questa, e vi si rafforza: - comincia la guerra tra Pisa e Firenze in più luoghi - combattuta con grande passione: virtù di Sforza Attendolo, - condottiero che stava coi Fiorentini. — Questi cercano - avere Pisa per fame. — I Pisani si danno al Duca di - Borgogna, ma non perciò hanno soccorso dai Francesi. — - Giovanni Gambacorti, che era come signore in Pisa, ottiene - accordo a lui molto largo: i Fiorentini, a’ 9 d’ottobre - 1406, entrano nella città affamata e ne pigliano la - possessione. — Diceria di Gino Capponi ai notabili di Pisa. - — Allegrezza e feste a Firenze, dove portano il volume - delle Pandette. — Crudeli provvedimenti per vuotare Pisa - d’abitatori. — Condizione disperata di quella città. — - Effetti venuti da quell’acquisto alla Repubblica di - Firenze. - - _Capitolo_ V. — CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI - NAPOLI. — ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO. - [AN. 1407-1421.] 120 - - Ladislao re di Napoli invade le terre della Chiesa. — Piglia - in protezione Gregorio XII, nuovo papa, contro all’antipapa - Benedetto XIII. — I Fiorentini inimicati con Gregorio - consentono alla riunione in Pisa d’un Concilio per - terminare lo scisma. — Il Concilio, deposti i due papi, - n’elegge un terzo, Alessandro V [giugno 1409]: questi - essendo morto l’anno seguente in Bologna, a lui succede - Baldassarre Cossa col nome di Giovanni XXIII. — Ostilità - tra Ladislao e i Fiorentini. — Discesa in Italia di Luigi - d’Angiò. Ladislao cede ai Fiorentini Cortona; poi nuova - guerra e minaccia grande contro allo Stato di Firenze; - Ladislao muore a’ 6 agosto 1414. — Viene a Firenze Filippo - Scolari fiorentino, detto Pippo Spano, gran personaggio - presso a Sigismondo in Ungheria. — Sigismondo, fatto - imperatore, promuove il Concilio che s’adunò in Costanza - l’an. 1414. — Deposti i tre Papi contendenti, viene eletto - pontefice Martino V, di casa Colonna, il quale piglia - dimora in Firenze. — Male contento dei Fiorentini, si parte - [1420] dopo avere quivi ricevuto l’ubbidienza di Giovanni - XXIII; morte di questo e sue relazioni co’ principali di - Firenze. — Felice stato della città. L’Arte della seta - arriva qui a uno splendore altrove ignoto. — Cercavano - farsi potenti sul mare, al che i Veneziani si - contrapponevano. Galere mandate in Egitto e in altri - luoghi. Trattati per causa di traffici co’ Grimaldi di - Monaco e con altre famiglie Genovesi. — 1421. La Repubblica - di Firenze compra Livorno da quella di Genova. — Grandi - spese fatte, mantenendo alto il credito dei Libri del - Monte. — Fondazione dello Spedale degli Innocenti. — - Riforma degli Statuti per opera del giureconsulto Paolo da - Castro. - - _Capitolo_ VI. — GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ - DA UZZANO, GIOVANNI DE’ MEDICI, RINALDO - DEGLI ALBIZZI. [AN. 1422-1428.] 146 - - Qualità di quello Stato: persecuzione contro la famiglia - degli Alberti. — Arti per mantenere lo Stato piuttosto con - la virtù degli uomini che delle leggi. — Venezia ad essi - era esemplare, ma non potevano agguagliarlo. — Maso degli - Albizzi. — Niccolò da Uzzano. — Giovanni de’ Medici. — - Lagnanze, accuse. — Creazione del Consiglio dei Dugento. — - Filippo Maria Visconti signore in Milano. — Trattato da lui - proposto ai Fiorentini. — Questi per accomandigie e - protezioni tengono la media Italia. — Entrano in guerra col - Visconti e sono rotti a Zagonara [1424, 24 luglio]. — - Grande malcontento per le gravezze. — Fanno chiudere le - Confraternite, nelle quali erano spiriti popolari. — - Radunanza in Santo Stefano; discorso attribuito a Rinaldo - degli Albizzi. — La parte dei Medici comincia a mostrarsi; - consigli di Niccolò da Uzzano. — Altre sciagure in Romagna. - — Pratiche in Italia; circospezione dei Veneziani; Lorenzo - Ridolfi. — Grande Lega contro al Visconti [27 gennaio - 1426]. — Firenze soccorre i fuorusciti Genovesi; virtù di - Tommaso Frescobaldi. — Fatti gloriosi del Carmagnola per i - Veneziani in Lombardia. Battaglia di Maclodio, dove le armi - del Duca sono rotte dai Veneziani e Fiorentini. — Pace - conchiusa [18 aprile 1428]. Venezia distende il suo dominio - fino all’Adda. - - _Capitolo_ VII. — CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA - DI LUCCA. [AN. 1427-1433.] 178 - - Formazione del Catasto [1427]; come fosse popolarmente - chiesto, come passasse nei Consigli. — Regole minute per - fare il Catasto. — I Volterrani, come distrettuali, negano - esservi assoggettati. — Durezze dei Fiorentini; ribellione - di Volterra presto gastigata. — Niccolò Fortebracci - promuove le occasioni ad una guerra contro Paolo Guinigi - signore di Lucca. — Morte di Giovanni de’ Medici. — Neri - Capponi, poi l’Albizzi e tutta la parte dei Medici stanno - per quella guerra. — Rinaldo, che era uno dei Commissari, - per disgusti avuti si parte dal campo [18 marzo 1429]. — - Disegno del Brunelleschi per allagare Lucca, male riuscito. - — Antonio Petrucci senese, restaura la difesa di Lucca. — - Francesco Sforza, entrato in Lucca, s’impadronisce della - persona di Paolo Guinigi e delle ricchezze, mandatolo a - morire prigione in Pavia. — Niccolò Piccinino viene in - soccorso dei Lucchesi; assale il campo Fiorentino, che è - messo in rotta [2 dicembre 1430]. — Congiura in Pisa d’un - Gualandi. — I Fiorentini fanno intorno a Lucca grande - difesa contro al Piccinino, il quale, scorrendo la Toscana, - reca ad essi grandi mali; guerra mossa contro al Duca dai - Veneziani e Fiorentini. — Battaglia navale a Portofino; - prodezza di Raimondo Mannelli: fatti di arme in Lombardia. - — Battaglia di Maclodio; Niccolò da Tolentino sostiene la - guerra pei Fiorentini felicemente. — Passaggio per la - Toscana dell’Imperatore Sigismondo. — Pace col Visconti - [10 maggio 1433]. - - _Capitolo_ VIII. — ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI. - [AN. 1433-1434.] 202 - - Popolarità di Cosimo dei Medici. — Parti e opinioni diverse - nella Repubblica; parere attribuito a Niccolò da Uzzano. — - Rinaldo degli Albizzi, Neri Capponi, Legge degli - Scandalosi. — Contegno di Cosimo. Questi, chiamato in - Palagio, è chiuso in carcere [7 settembre 1433]. — - Parlamento, Balìa, nuove leggi, sentenza contro a Cosimo - e Averardo de’ Medici. — Cosimo, dopo un mese di prigionia, - è mandato a Padova in confine. — Acquista dall’esiglio - maggiore favore, ed è onorato come principe dai Veneziani. - — Guerra in Romagna. — Signoria amica ai Medici, cita a - comparire [26 settembre] l’Albizzi ed altri. Questi si - arma; dubbi consigli degli uomini principali. — Era in - Firenze Eugenio IV, che s’intromette per un accordo. - Rinaldo degli Albizzi, in quello fidatosi, licenzia gli - armati per lui. — 29 settembre. Parlamento e Balìa che - richiama il Medici e bandisce Rinaldo e pochi altri. — - Cosimo e il fratello, prima fermatisi in Ferrara ed - accompagnati sino ai confini da gente del Duca, rientrano - in Firenze a dì 6 ottobre 1434. - - _Capitolo_ IX. — GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE - INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.] 227 - - Decadenza sollecita delle latine lettere: abbandono degli - studi classici. — Primo il Petrarca diede moto alla ricerca - degli antichi scrittori: promosse lo studio anche del - greco, e seco il Boccaccio. Istituzione in Firenze l’anno - 1360 d’una cattedra di greco, prima in Occidente. — - Coluccio Salutati e sua grande fama. — La lingua volgare fu - allora trascurata dai letterati, ma progrediva nell’uso - dello scrivere familiare. — Franco Sacchetti e sue Novelle. - — Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino. — Cronisti: - Marchionne Stefani, Piero Minerbetti, Gino e Neri Capponi, - Iacopo Salviati, due Buoninsegni, Giovanni Morelli, Goro - Dati, Bonaccorso Pitti. — Scrittori ascetici e morali: - frate Giovanni Dominici. — Leonardo Aretino: sua Istoria di - Firenze, suoi Commentarii e traduzioni di autori greci. — - Studio fiorentino: Emanuele Crisolora v’insegna il greco, - an. 1396: Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi spiegano - leggi; Paolo Minucci insegna il diritto feudale; Paolo - Castro fu ordinatore dello Statuto fiorentino; il cardinale - Francesco Zabarella e Fra Leonardo Dati maestri in - teologia; Filippo Villani e Giovanni da Ravenna tennero la - cattedra per l’illustrazione della Divina Commedia. — Cessò - lo Studio l’anno 1421. — Niccolò da Uzzano aveva lasciato - l’eredità sua per un Collegio di cinquanta alunni, ma il - testamento non fu eseguito. — Molti uomini ricchi - s’adopravano a cercare e a fare copiare libri latini e - greci, fra tutti insigne Palla Strozzi: Ambrogio - Traversari, monaco autorevole per dottrina, tradusse dal - greco autori antichi. — Niccolò Niccoli e sua famosa - biblioteca. — Poggio Bracciolini da Terranova, cercatore - indefesso e soprattutti fortunato di libri classici: sua - Istoria fiorentina, trattati latini e lettere. — Nei - letterati era corruttela; migliori gli artisti, ed il - secolo non tutto guasto. — Masaccio e frate Giovanni - Angelico pittori. — Luca della Robbia e sua famiglia, loro - bassorilievi di plastica verniciata. — Filippo - Brunelleschi, Cupola del Duomo, chiese di Santo Spirito e - di San Lorenzo, Palazzo dei Pitti. — Donatello e sue opere - di scultura. — Lorenzo Ghiberti: porta maggiore di San - Giovanni ed altre sue opere in bronzo e orificerie. - - LIBRO QUINTO. - - _Capitolo_ I. — LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — - ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. — CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ - PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI BORGO SAN SEPOLCRO E - DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.] 245 - - Nuovo indirizzo dato al Governo. — Grande numero di sbanditi: - Palla Strozzi. — Arte usata da Cosimo. — Congiure, - condanne. — Guerre intorno a Roma e nella Marca. Pace col - Visconti. — I Genovesi in battaglia di mare fanno prigione - il re Alfonso d’Aragona: poi scosso il giogo del Visconti, - hanno soccorsi dai Fiorentini. — Eugenio IV prima di - lasciare Firenze consacra la nuova chiesa di Santa Maria - del Fiore. — Niccolò Piccinino entra in Toscana mandato dal - Duca; pei Fiorentini vi entra Francesco Sforza: la guerra - si rompe di nuovo in Lombardia: i Fiorentini assaltano - Lucca e acquistano Montecarlo. — Viluppi della politica - italiana: i Fiorentini costretti fare pace con Lucca. — An. - 1439, Concilio in Firenze per l’unione tra la Chiesa Greca - e la Latina. — Arti di Filippo e del Piccinino. Lo Sforza - mandato dai Fiorentini al soccorso dei Veneziani. Guerra - tra’ due grandi condottieri. Il Piccinino accompagnato dai - fuorusciti fiorentini passa in Toscana. — Sua grave rotta - sotto Anghiari [29 giugno 1440]: egli e i fuorusciti - abbandonano la Toscana. — Morte di Rinaldo degli Albizzi. — - I Fiorentini acquistano Borgo San Sepolcro e il Casentino - cacciandone la famiglia dei conti Guidi. — 1441. Pace col - Visconti. - - _Capitolo_ II. — INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL - 1444. — GUERRA DEL RE ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN - LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.] 275 - - Uccisione di Baldaccio d’Anghiari. — Cosimo de’ Medici e Neri - Capponi. — Sono rifatte le Borse nelle quali entrano nuovi - uomini. Famiglie di Grandi riammesse agli uffici ma poche - per volta. — Al Catasto abolito viene sostituita una Decima - Scalata, per la quale un maggiore aggravio cadesse su’ - ricchi. Frequente ripetizione di quella gravezza. Arbitrio - nell’imporla: modi per impoverire gli avversari ed - arricchire alcuni amici: Monte delle Doti. — Lagnanze ed - accuse contro a quello Stato. — Nuova Balía, nuovo - squittinio, famiglie escluse dagli uffici, revisione delle - antiche leggi. — Guerre tosto riaccese nella Marca. — - Francesco Sforza diviene genero del duca Filippo. — Fine di - Niccolò Piccinino. — Alfonso d’Aragona entrato in Toscana - combatte Piombino, poi ritiene Castiglione della Pescaia. — - Niccolò V si fa mediatore di una pace che si trattò in - Ferrara. — 1447. Morte di Filippo Maria Visconti. — Milano - costituitosi in Repubblica e per vari inganni ora difeso e - ora oppugnato dai Veneziani e da Francesco Sforza, cede - infine a questo che l’anno 1450 si fa proclamare duca di - Milano. - - _Capitolo_ III. — AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI - MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE - DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.] 297 - - Cosimo dei Medici si era tenuto sempre amico Francesco - Sforza. Motivi personali che egli ne aveva e motivi - pubblici. Pericoli dalle ambizioni dei Veneziani ed ora da - quelle del re Alfonso d’Aragona. — Sovvenzioni allo Sforza - col danaro della Repubblica. — Difficoltà incontrate da - Cosimo nei Consigli e nella opinione popolare. — Arti usate - da lui e dalla sua parte: magistrati fatti a mano. — I - Bolognesi chiamano un giovane del Casentino a governare la - città loro col nome di Santi Bentivoglio. — Si rompe la - guerra dai Veneziani e dal re Alfonso contro al nuovo Duca - di Milano ed ai Fiorentini. — 1452. Viene in Firenze - Federico imperatore. — Ferdinando figlio del re Alfonso - scende in Toscana, ma per breve tempo. — Guerra in - Lombardia. — I Fiorentini chiamano Renato d’Angiò - all’impresa di Napoli: questi, senza aver fatto cosa di - conto, torna in Francia. — Costantinopoli è preso dai - Turchi, 1453. — Pace di Lodi, 1454. — Morte del re Alfonso. - — Ingiustizia in Firenze delle tasse: Giannozzo Manetti. — - Arti di Cosimo per nascondere la sua potenza. — 1457. - Morte di Neri Capponi. — Grande e terribile uragano. — - 1458. Rinnovazione del Catasto. Nuova forma che piglia la - guerra tra’ pochi e i molti. Condanne. — Abbassamento del - Potestà, gli onori di Capo dello Stato essendo attribuiti - al Gonfaloniere. — Potenza e vanità di Luca Pitti: - accorgimento del vecchio Cosimo. — Pio II in Firenze. — - Grandi feste. — Morte dell’arcivescovo Sant’Antonino. — - 1464. Pio II muore in Ancona, dove aveva chiamato una - grande Crociata contro ai Turchi. — 1º agosto. Morte di - Cosimo dei Medici. Sue qualità, sue ricchezze, magnificenza - di edifizi, servigi resi da lui alle lettere ed alle arti. - - _Capitolo_ IV. — PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.] 331 - - I principali di quello Stato, ma ciascuno con diversi - pensieri, cercano abbassare la potenza di Piero dei Medici: - i Magistrati tornano ad essere tratti a sorte. — 1466. Per - la morte di Francesco Sforza le due parti vengono a guerra - scoperta, gli avversari di Piero de’ Medici negando - sovvenire con danari alle necessità del nuovo duca Galeazzo - Maria, e ciascuna armandosi dentro la città e avendo - aderenti fuori. La vita di Piero è insidiata, ma questi poi - col tirare a sè Luca Pitti, ripiglia lo Stato con l’esilio - dei suoi nemici. — I Veneziani muovono contro alla Toscana, - ma segretamente, il vecchio capitano Bartolommeo Colleoni - insieme co’ fuorusciti di Firenze. Viene con esso a - battaglia Federigo conte di Urbino, Capitano della Lega. - Scontri per terra e per mare: parole del Duca di Milano: - infine, 1468, Paolo II fattosi arbitro della pace, la - impone a tutti gli Stati d’Italia. — Acquisto di Sarzana. — - Grandezza principesca della Casa Medici: educazione di - Lorenzo: sue visite alle Corti d’Italia, e fama ch’egli si - acquistava: suo matrimonio. — 3 dicembre 1469. Morte di - Piero de’ Medici. - - _Capitolo_ V. — GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ - MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; - MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.] 353 - - Lorenzo capo effettivo dello Stato. — Venuta in Firenze del - Duca di Milano: grandi sontuosità, grandi feste. — Consigli - del Popolo e del Comune aboliti. Consiglio dei Cento, nel - quale entravano i più fidati: pure difficoltà grandi a far - passare le nuove leggi, a scemare il numero delle Arti, a - vendere i beni della parte Guelfa che diventò Magistrato - per la cura delle opere pubbliche. Fiducia riposta da Casa - Medici negli Accoppiatori che presiedevano alle tratte. - Bargello per il contado con uomini armati. — Ribellione dei - Volterrani offesi da Lorenzo per un suo privato interesse: - grande radunamento di forze contro a quella città che si - rende a patti, violati crudelmente dai vincitori. — 1471. - Sisto IV nuovo papa, e sua famiglia. — Pratiche per fare - Giuliano cardinale: sua giostra. — Nuovi ordini a vie più - stringere il governo: cessa il Capitano del Popolo, - l’Esecutore degli Ordini di Giustizia ridotto a Bargello, - imposte al Potestà le sentenze ch’egli deve pronunziare. — - Uccisione di Galeazzo duca di Milano, 26 dicembre 1476. — - Sisto IV. Girolamo Riario. Francesco dei Pazzi. Offese di - Lorenzo contro alla famiglia dei Pazzi. — Francesco - Salviati arcivescovo di Pisa. — Iacopo dei Pazzi capo di - questa famiglia. — Francesco s’intende in Roma con Girolamo - Riario, ed essi fanno il Papa consentire alle pratiche per - una mutazione di Stato in Firenze. — Apparecchi alla - esecuzione della congiura. Venuta in Firenze del giovane - cardinale Raffaele Riario. I congiurati si fermano nel - pensiero d’uccidere i due fratelli in Duomo la domenica 26 - aprile 1478. — Francesco dei Pazzi trafigge a morte - Giuliano: Lorenzo da due altri congiurati ferito nel collo, - si rifugia in sagrestia. — L’arcivescovo Salviati con altri - va in Palagio per occuparlo; Iacopo de’ Pazzi con una - frotta di armati viene in Piazza, ma niuno lo segue; molto - popolo amico ai Medici accorre. Dentro al Palagio i - congiurati sono presi; l’Arcivescovo con altri appiccato - alle finestre, dalle quali è il rimanente gettato in - Piazza. Lorenzo dalle finestre di casa sua si mostra al - popolo. La plebe infuria. Francesco dei Pazzi colto nel - letto suo è condotto in Palagio ed appiccato con gli altri; - quanti dei Pazzi trovarono, tutti uccisi. Il vecchio Iacopo - de’ Pazzi, colto nella fuga, è portato ad appiccare - anch’egli in Palagio: la plebe fa del suo cadavere nefando - ludibrio. — Condanne contro alla famiglia dei Pazzi. — Di - Giuliano dei Medici nacque un figlio che divenne poi - Clemente VII. - - _Capitolo_ VI. — GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A - NAPOLI. [AN. 1478-1480.] 380 - - Contegno di Sisto IV dopo avuta la notizia di quei tristi - fatti: più tardi le ire si accendono in Roma e in Firenze. - Breve di scomunica e di persecuzione contro a Lorenzo dei - Medici; la città è interdetta: richiami e scritture contro - al Breve; Lorenzo invoca soccorso dai Principi della - cristianità. — Cominciano le ostilità: Breve del Papa, a - cui risponde pubblicamente Lorenzo in Palagio. Gli è data - una guardia di dodici armati. — Guerra in Toscana. — - Proposta del Papa rigettata. Favore di Luigi XI per - Lorenzo: negoziati in Italia e fuori. — Diviene la guerra - sempre più difficile: la città stracca, minaccia voltarsi - contro a Lorenzo. Questi, mancandogli alleati certi, - delibera arditamente di gettarsi in braccio al re Ferrando - suo nemico. — 6 dicembre 1479. Espone in Pratica ristretta - il suo consiglio e parte per Napoli: varie impressioni di - questo fatto nella città, che rimane quieta. — Lorenzo in - Napoli si guadagna favore in Corte e nella città. Lunghezze - del Re; partenza improvvisa di Lorenzo, alla quale tiene - dietro il trattato della pace. Letizia in Firenze. — Il - Duca di Calabria venuto a Siena fa mostra di volerne - occupare la signoria. — I Turchi in Otranto; al che Alfonso - lascia la Toscana, andato a combatterli con sua molta - gloria. — I Fiorentini mandano a chiedere assoluzione, la - quale il Papa solennemente concede. - - _Capitolo_ VII. — GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI - PACE UNIVERSALE. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.] 403 - - Balía eletta senza le forme consuete di Parlamento. - Formazione di un Consiglio Maggiore con autorità sovrana. A - questo o a parte di esso appartenga la scelta dei minori - uffici. — Ordine dei Settanta, anch’esso permanente e da - rinnovarsi dentro sè stesso: aveva le attribuzioni d’un - Senato da stare a fianco della Signoria: da questo dovevano - uscire gli uffici più rilevanti. — Riforma del - ridotto a imposizione progressiva. — Provvedimenti circa al - Monte Comune e a quello delle Doti, nei quali il servirsene - che i Medici facevano di continuo aveva condotto grandi - disordini. — Liberazione d’Otranto. — Guerre del Papa e dei - Veneziani contro Ferrara, e del Duca di Calabria unito a - Lodovico Sforza e ai Fiorentini nel Patrimonio e nella - Romagna e in Lombardia. — Pratiche per la convocazione di - un Concilio. — Pace separata di Sisto IV. — Dieta in - Cremona dei collegati contro a’ Veneziani, dove andò - Lorenzo dei Medici. — Pace di Bagnolo. Morte di Sisto IV, - 1484. — Mutazioni in Siena col favore di Lorenzo. — Guerra - co’ Genovesi per Sarzana e acquisto di Pietrasanta. — - Congiura in Puglia dei Baroni, e guerra intorno a Roma; - indi pace. — Sarzana riacquistata: Lorenzo de’ Medici in - campo. — Uccisione di Girolamo Riario; moti nella Romagna. - — Grande favore di cui godeva in Roma Lorenzo: maritaggio - d’una sua figlia con Franceschetto Cibo. Giovanni de’ - Medici fatto Cardinale. — Pace universale in Italia. — - Grandezza e fama di Lorenzo. — Sua famiglia. — Sue arti di - Governo. — Come si giovasse del denaro pubblico; cerca di - rinnalzare Pisa. — Di quante cose fosse centro la Casa - Medici, e quali uomini vi convenissero. — Malattia e morte - di Lorenzo. Parvero con lui avere termine le felicità - d’Italia. - - _Capitolo_ VIII. — SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO - REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1494.] — LA LINGUA - TOSCANA DIVIENE ITALIANA. 430 - - Ampliazione degli studi. I Greci in Firenze: Accademia - Platonica iniziata nei tempi di Cosimo. — Marsilio Ficino. - — Francesco da Diacceto continuatore della sua scuola. — - Cristoforo Landino: suoi libri latini. — Leone Battista - Alberti scrittore ed artista. — Sant’Antonino. — Giannozzo - Manetti dotto in ebraico. — Segretari della Repubblica, - Matteo Palmieri, due Marsuppini, Bartolomeo Scala, due - Accolti. — Filippo Bonaccorsi, Paolo Cortese. — San - Bernardino da Siena predicatore popolare. — Enea Silvio - Piccolomini, papa col nome di Pio II; suo vario ingegno e - sue opere. — Paolo Toscanelli consultato dal Colombo; suo - gnomone. — Cenni sopra Leonardo da Vinci, Fra Luca Pacioli. - — La pittura dopo Giotto. — I Ghirlandai, i due Lippi, - Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli. — Andrea del - Verrocchio: Mino da Fiesole e altri scarpellini che - divennero scultori. I due da San Gallo, il Sansovino e il - Cronaca, architetti. — Un poco più tardi. Fra Bartolommeo - da San Marco e Andrea Del Sarto segnano il colmo - nell’antica scuola della pittura fiorentina. — Maso - Finiguerra, il Botticelli e Antonio Pollaiolo incisori in - rame. Oreficeria, miniature in cartapecora. — Poesia sul - finire del quattrocento. Feo Belcari, il Burchiello. Il - _Morgante_ di Luigi Pulci. — Angelo Poliziano. Girolamo - Benivieni. — Lorenzo de’ Medici. - - I letterati del quattrocento poco stimavano il volgare e poco - l’usavano. Nemmeno ai sommi del secolo precedente facevano - grazia: scrivevano latino o latineggiavano l’italiano. — La - lingua nell’uso familiare progrediva, nell’uso dei dotti si - era impoverita. — Non era il toscano mai stato parlato in - modo solenne così da rendersi autorevole a tutta l’Italia: - quindi nei libri mancò il magistero che viene ad essi dalla - parola viva; e mancò a questa l’autorità e quella maggiore - cultura che viene dai libri. — La sola Toscana ebbe cultura - che bastasse fin dal principio della lingua a svolgerla in - tutta l’ampiezza sua: nelle altre provincie più era da - fare, e quello che si fece rimase dialetto. I dialetti - grecizzanti delle provincie meridionali si discostavano dal - toscano meno di quelli nei quali era mistura celtica. — - Alla fine del quattrocento era già nata la stampa, che fu - nuovo organo alla diffusione della parola: si fecero in - varie città d’Italia edizioni dei sommi toscani. — Da - questa provincia uscivano intanto libri atti a farsi - popolari, come il Morgante e i libri italiani del Landino. - Allora si cominciò a scrivere per tutta Italia in lingua - toscana: questa deve tra i non Toscani all’Ariosto l’essere - divenuta universale alla nazione. — Niccolò Machiavelli e - Francesco Berni scrittori sommi. — Ma subito dopo l’Italia - decadde; il nostro livello tra le altre nazioni discese ad - un tratto: il popolo di Toscana meno operando, inventava - meno; mancò la fiducia, mancò lo stimolo alle volontà; - v’era in Italia poco da fare. — Mancò nei libri quello che - si impara fuori dei libri; vennero i letterati, sparve il - cittadino. — La lingua toscana non tenne mai signoria vera. - Quello era il tempo dei grammatici che sono i fisiologi - della lingua, come i fisiologi sono i grammatici della - vita: viveano le lettere di basse facezie e nobiltà false. - — Più tardi la scuola di Galileo rialzò la Toscana per - oltre un secolo. — Ma quando in Italia si cercò l’unione - anche nel fatto della lingua, apparve in questa la - mancanza d’un’autorità sovrana ed egualmente da tutti - ubbidita. — La lingua in Italia sarà quello che sapranno - essere gli Italiani. - - APPENDICE DI DOCUMENTI. - - I. Provvisione del 21 luglio 1378, approvata nei consueti - Consigli a’ 21 e 22 471 - Altra Provvisione dell’11 settembre 1378, approvata - c. s. a’ dì 11 e 12 476 - Altra del 28 settembre 1378, approvata il 28 e 29 480 - II. Provvisione del 21 gennaio 1381 dall’Incarnazione 487 - Altra Provvisione dello stesso giorno 488 - Altra Provvisione come sopra 490 - Altra Provvisione come sopra ivi - Provvisione del 22 gennaio 1381 dall’Incarnazione 492 - Altra Provvisione de’ 23 gennaio 1381 come sopra 496 - Altra del 24 gennaio ivi - Provvisione del 27 febbraio 1381 come sopra 499 - Provvisione del 15 marzo 1381 dall’Incarnazione - approvata negli opportuni Consigli a’ dì detto - e a’ dì 16 502 - III. Parlamento generale del 19 ottobre 1393 504 - Provvisioni della Balìa, creata nel suddetto Parlamento, - de’ 20 ottobre 1393 507 - Altre Provvisioni della Balìa, come sopra, de’ 21 ottobre 514 - IV. Lettere della Signoria concernenti all’acquisto e - alla conservazione di Pisa. 1402-1407 518 - V. Ordine degli Uffici della Repubblica di Firenze 524 - Descrizione delle feste di San Giovanni 531 - VI. Elenco delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi - per il Comune di Firenze 535 - VII. Tre lettere della Signoria di Firenze a Neri Capponi, - oratore a Siena, per il caso di Brolio. Ottobre 1434 542 - VIII. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli - mandato suo al re Ferrando. Risguarda le cose di Città di - Castello, tenuta da Niccolò Vitelli 544 - IX. _Confessione_ di Giovan Batista da Montesecco relativa - alla Congiura de’ Pazzi 547 - X. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli - mandato suo al re Ferrando; scritta mentre Lorenzo era - tuttora a Napoli e il Re si vedeva già inclinato ad - accordarsi con lui. Febbraio 1480 559 - XI. Lettera contenente le istruzioni e consigli di Lorenzo - de’ Medici al figlio Giovanni, quando fatto Cardinale, - andava a Roma nel marzo 1492 564 - - - - -STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. - - - - -LIBRO QUARTO. - - - - -CAPITOLO I. - -TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. [AN. 1378.] - - -Abbiamo sul fine del precedente Libro, dov’è rimasta la narrazione -dei fatti civili, mostrato come le due contrarie parti andassero -innanzi ciascuna per sè, fatte all’ultimo più temerarie, e dividessero -la Repubblica. Mentre era delitto parlare d’accordi e osservare -l’Interdetto, dal canto loro i Capitani della Parte guelfa nei due -mesi di settembre e ottobre 1377 più infierivano nelle ammonizioni, le -quali ruppero ogni freno quando la parte che voleva la guerra col Papa -non valse a reggere nel proposito: da quel tempo fino a luglio 1378 -leggo essere state ottantasette le ammonizioni, che spesso colpivano -intere famiglie.[1] Aveano trovato i Capitani un cotal modo pel quale -venivano a rimanere in ufficio durante un anno, essi o i più stretti -aderenti loro; quel fare le borse donde traevansi gli uffici, e poi -sovente nemmeno starsene alla sorte, facilitava gli arbitrii: uno era -tratto dei Ventiquattro, dai quali secondo la Riforma del 66 dovevano -essere approvate le sentenze, e se non piaceva, levarsi una voce tra i -preposti allo squittinio: «Io l’ho veduto andare in villa:» la polizza -era rimessa dentro; e così via via, finchè non uscisse tale che fosse a -grado loro. Guidava la Parte una consorteria di pochi, dei quali i nomi -si trovano registrati: Lapo da Castiglionchio, anima e capo di tutta la -setta. Avevano anche fatto un Gonfalone con l’antica arme del re Carlo, -ed a portarlo un Gonfaloniere che fu Benghi Bondelmonti; ripigliavano -le antiche forme che inaugurarono la Repubblica, quasichè volessero -tutta ora metterla nella Parte. Le sentenze pronunziavano di notte, -o fosse per ischifare tumulti, o ad accrescere il terrore pigliando -sembianza di segreto tribunale. Nessuno poteva tenersi sicuro, e non -bastava essere guelfo (come dicevano) più di Carlomagno; ai caporali -quando passavano, ed ai cagnotti o _aguzzetti_ loro, un trar di -berretta più che alla Signoria: gli impauriti cercavano riscattarsi o -per moneta o per favore, e facendo parentadi o disfacendoli, per avere -scampo a sè stessi o protezione. - -A chi legga queste cose ed i cronisti generalmente abominare la _furia -dell’ammonire_ come una proscrizione che desse nel sangue, potrebbe -sembrare che un divieto di quella sorta non fosse cosa pari al terrore -ch’ella ispirava, ed agli effetti che ne seguirono. Ma era entrata la -vita pubblica in questo popolo così addentro, che a non avere parte -allo Stato pareva essere come nulla.[2] Inoltre le leggi non avevano -imparato per anche a difendere l’universale dei cittadini e fare a -tutti le parti eguali: tenere lo Stato importava pagar meno; ed era -mestieri procacciarsi l’amicizia d’un qualche possente a fine di avere -sorte più equa nella distribuzione di quelle gravezze, le quali erano -personali.[3] Invano più volte si aveva cercato formare una Tavola o -Catasto delle possessioni per via di portate che ognuno facesse dei -propri suoi beni, ma fu attraversato dai più ricchi perch’erano sempre -i più favoriti; e ad ogni passo nacquero tali difficoltà, che il -provvedimento buono fu abbandonato come impossibile. Infino dal secolo -XIII era stato tentato l’Estimo degli immobili, o almeno comandato; -ed una prova ne venne fatta l’anno 1355, la quale al solito riuscì -male.[4] Aveva anche il Duca di Calabria nel 1326 ordinato stimare -l’entrata che avesse ciascuno così degli stabili come dei mobili e -guadagni; ma pur questa diede luogo a grandi lagnanze, nè in tale modo -fu ritentata.[5] Vedremo or ora intorno a ciò una petizione, la quale -però aspettò ancora una cinquantina d’anni prima di avere adempimento. - -Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia -di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di -fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma -non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle -ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste -era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte -sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano -cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della -somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano -in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie, -nominando per ciascuna divisione sette _settine_ di probi uomini, le -quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre, -a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi -trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri -frati, i quali dovevano da ogni _settina_ togliere via le due maggiori -e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle -tre altre, e il medio poi di tutte le _settine_ a questo modo insieme -sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova -che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni -1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale -soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per -cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni -estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio, -e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo -fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni -da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava -cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque; -ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni -sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere -del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per -alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i -Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea -la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero -anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando -con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che -ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva -già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari -che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero -immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali -deputati alla sopraindicata _diminuzione dei debiti del Monte_, i -quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi -volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8] -Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione -nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far -si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni -dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice -carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome -del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti -erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati; -e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal -trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le -vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in -tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il -prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici -e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla -Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a -questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria -(1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi -desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa -chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare -l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno -1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era -sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser -Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo -in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne -fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu -chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del -pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni -sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa: -compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in -capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte -vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei -crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica, -cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per -cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura -vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti -capitali tolti alle arti e alla mercatura. - -Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze, -oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le -gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per -gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo -popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna. -Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza, -e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli -antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior -numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre -e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere -questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle -ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori -cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su -su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di -occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348 -avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i -lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi, -volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata -cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale -durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla -potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a -contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle -donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una -grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava -il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni -bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi -ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un -freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese -allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso -Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure -parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più -utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa -la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto. - -Ma gravissimo dissidio sotto altri nomi divideva le Arti minori dalle -maggiori, mentre che insieme queste e quelle partecipavano al governo. -Avevano queste per sè la potenza del capitale e del sapere, quelle -il numero ed il lavoro de’ vari mestieri nelle piccole botteghe. -Delle sette Arti maggiori la prima era dei giudici e notai, alunni -di scuole dove regnava l’autorità; con l’Arte dei medici andavano gli -speziali, mercanti grossi di droghe e di spezierie venute dall’Asia; -e un’altra ve n’era pel commercio delle pelli: nell’Arte del cambio -gli uomini danarosi, possenti all’estero e di grande accesso nelle -cose degli Stati non che nella corte del Papa ed in quelle di Francia -e d’Inghilterra e di Polonia, e d’Ungheria, e nell’Oriente in molti -luoghi. A quei tempi l’Arte della seta non era per anche salita -al colmo; e decadeva quella appellata di Calimala, che riduceva -a perfezione i panni francesi. Teneva fra tutte le altre il sommo -luogo l’Arte della lana, che noi troviamo esercitare nella città un -primato d’autorità e di fiducia; e basti dire che fu commesso a lei -soprintendere alla edificazione del Duomo. Firenze è piena tuttavia -delle insegne di quell’Arte, poste sopra a case dove erano i suoi -lavorii o godeva essa dei privilegi. Sola tra le Arti aveva un giudice -forestiero, di cui non andava la giurisdizione infino al sangue nè -alla corda, ma con facoltà di porre in carcere ed in ceppi.[15] Grande -potenza veniva poi a cotesta Arte dall’avere essa a lei soggetto un -grande numero d’arti minori e di mestieri, da quei che servivano alle -prime conciature della lana infino alle ultime finiture. Cotesti non -erano in proprio nome rappresentati, o i loro collegi dipendevano -da quello della principale Arte, che adoprava quei mestieri avendo -in mano tutto lo spaccio della mercanzia, e regolando i salari e le -condizioni del lavoro con grande arbitrio su’ lavoranti. Le ventuna -Arti generalmente esercitavano la tutela di altre più minute, le quali -aveano loro collegi ma soggetti a quello della principale Arte che -alle inferiori dava il nome: nel 1300 però vedemmo che settantadue -mestieri aveano consoli chiamati a dar voto in caso grave, le Arti -essendosi divise a quel modo perchè più espresso fosse il parere della -città. Di quei mestieri il maggior numero andava con l’Arte della lana, -che n’ebbe infino a venticinque; e questi, per la moltitudine degli -artefici e per avere occasioni continue di lagni da’ grossi mercanti, -troviamo essere del minuto popolo la parte più viva e alla Repubblica -minacciosa. A tutti costoro il Duca d’Atene avea dato consoli e -rettori; i quali diritti subito perderono alla cacciata del Duca: e noi -vedemmo nel 1345 i pettinatori e scardassieri mettersi a capo d’una -congiura per l’accrescimento dei salari;[16] questi medesimi vedremo -ora destare un tumulto e farsi autori d’un rivolgimento pel quale -rimane fino a’ dì nostri celebre il nome degli scardassieri fiorentini. - -Odiosi com’erano i Capitani di Parte guelfa, gradiva però a molto -numero dei popolani avergli seco a terminare la guerra col Papa: -cessata questa, parve il campo farsi più sgombro ai dissidii antichi ed -ai pensieri di libertà. Contro al palagio della Parte stava il palagio -della Signoria, dove erano però sempre molti devoti alla setta la quale -stringeva con mano valida e impediva l’intera macchina dello Stato: ma -era setta, e fuori stava a dir così tutta la Repubblica; una tratta di -Signori ed una legge che si vincesse contraria agli ordini della Parte -guelfa, bastavano a rompere tutta quell’opera faticosa, congegno di -pochi ma senza solido fondamento. Il primo di maggio 1378 si prevedeva -che uscirebbe Gonfaloniere di giustizia Salvestro dei Medici: quale si -fosse cotesto uomo, io non lo so; con l’iniziare il sovvertimento dello -Stato fu primo autore alla grandezza di sua famiglia, ma bene io credo -che in lui non fosse valore pari a quelli effetti che da lui nacquero: -grande non era, nè affermerei che fosse egli buono e schietto; quello -che appare in lui d’incerto serve (cred’io) a definirlo. I Capitani, -a premunirsi da un cosiffatto Gonfaloniere, nè arrischiandosi -d’ammonirlo, da prima cercarono, perch’egli avesse divieto, che uno -de’ suoi congiunti sortisse ufficio minore, usando a tal fine il gioco -facile delle borse. Dipoi sventata cotesta trama, ed egli essendo -entrato Gonfaloniere, vennero seco alle agevolezze, promettendo che -nessuno sarebbe ammonito il quale non fosse veramente ghibellino; e per -la conferma delle ammonizioni, più di tre volte non si potesse girare -il partito: di tali promesse nè il popolo si appagava, nè i governatori -della Parte aveano in animo mantenerle. Quindi nei segreti consigli -loro altro macchinavano, e in ciò convenivano, che fosse con le armi da -occupare il Palagio, e col mezzo solito delle balíe fermare lo Stato in -mano agli uomini della Parte guelfa. Ma sul tempo discordavano, essendo -consiglio di Lapo da Castiglionchio troncare gli indugi: prevalse la -sentenza di Piero degli Albizzi, il quale voleva si aspettasse il San -Giovanni, quando gli uomini del contado venivano a folla nella città; -ed essendo costumanza della Signoria andare a vedere il palio nelle -case degli Alessandri, ch’erano parte di quelle degli Albizzi,[17] -il Palagio rimaneva quasi vuoto, sicch’era facile occuparlo: in -Firenze, chi aveva il Palagio aveva lo Stato. Già era vicino il dì -dell’esecuzione: le parti si fanno sicure le cose, e i Capitani più -inalberati aspettandosi che un Giraldi e un altro a loro male accetto -sarebbero tratti a sedere nel collegio, deliberarono ammonirli. Tra -loro passò, ma poi recato ai Ventiquattro non si vinceva, sebbene -fosse girato più volte: e già era mezza notte e alcuno faceva cenno -di partirsi, quando Bettino da Ricasoli, che presiedeva ai Capitani, -s’alzò, andò all’uscio e quello serrato tolse le chiavi e vi si pose a -sedere sopra, con un gran giuro affermando che si vincerebbe: così alla -fine per istanchezza passò il partito, dopo essere girato più di venti -volte. Furono gli ultimi ammoniti. - -Già si appressava il termine della Signoria nella quale era -Gonfaloniere di giustizia Salvestro de’ Medici. A lui dicevano: Tu -volesti medicare il male, e hai dato il lustro alla Parte; ed egli: -Noi l’acconceremo il giorno in cui sarò proposto. S’intese con molti -ragguardevoli cittadini, e ragunatisi in segreto deliberarono una -Petizione perchè fossero riposti gli Ordini della giustizia contro a’ -grandi: da questa vollero cominciare per assaggiare, e per vedere se -quei della Parte facessero movimento, e perchè quasi tutti i grandi -abbracciando l’occasione si erano dati all’ammonire. Saputo in città -che nuove cose si preparavano, quando fu dato nella campana, subito i -Capitani furono alla Parte; dove, richiesti, andarono molti grandi e -popolani dei loro, con panziere e stocchi celati sotto alle vesti: ma -poi che udirono che la petizione non toccava altro, parve la meglio -lasciar fare per allora, sebbene taluni proponessero di trarre fuori -il gonfalone della Parte e così armati farsi innanzi. In questo però, -la petizione messa a partito non si vinceva nei Collegi pei molti amici -che avea la setta, e cinque n’erano de’ Priori: il perchè Salvestro per -venire alla intenzione sua, fingendo che fosse per una sua comodità, -uscì dall’udienza, e andato nella sala dove il Consiglio del popolo era -già tutto radunato ed aspettava, cominciò a dire: «Savi del Consiglio, -io voleva questo dì sanicare questa città dalle malvage tirannie de’ -grandi e possenti uomini, e non sono lasciato fare, chè i miei compagni -e Collegi non lo consentono; poichè veggo che al ben fare non sono -creduto nè ubbidito come Gonfaloniere di giustizia, io me ne voglio -andare a casa mia: fate un altro Gonfaloniere in mio luogo, e fatevi -con Dio.[18]» A queste parole tutti quelli del Consiglio si levarono -ritti romoreggiando; ed egli uscito dalla sala andava giù per la scala, -ma lo ritennero, e non fu lasciato andare. Grande era il rumore; -ed un calzolaio pigliò per il petto Carlo degli Strozzi, che dopo -l’Albizzi ed il Castiglionchio primeggiava nella Parte, dicendogli: -«Carlo, Carlo, le cose anderanno altrimenti che tu non ti pensi, e le -vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano.» In questo punto -Benedetto degli Alberti fece il mal passo e dalla finestra cominciò -a gridare: «Viva il Popolo!» ed a quelli ch’erano in piazza: «Gridate -tutti, Viva il Popolo!» Il perchè di subito il romore si levò per la -città, serraronsi le botteghe e stettero chiuse tutto il dì vegnente; -la gente s’armava, e stavano guardie tutta la notte per la città. - -Il giorno di poi tutte le Arti si ragunarono, ciascuna nelle botteghe -sue, e tra loro elessero certi sindachi, i quali andarono in Palagio -a praticare co’ Priori e co’ Collegi; ma nulla si fece, chè non -erano d’accordo. Il martedì, ch’era l’antivigilia di San Giovanni, -le insegne delle Arti a gonfaloni spiegati cominciarono a venire in -piazza com’era ordinato, gridando _Viva il Popolo e Libertà_. Quei -del Palagio diedero allora balìa generale ai Priori ed ai Collegi, e -a’ Capitani di parte, a’ Dieci di libertà e agli Otto di guardia e ai -predetti sindachi, di riformare la terra, levando via gli ordini di cui -munivasi Parte guelfa. Ma intanto che ciò si faceva, e che nella piazza -già erano molti gonfaloni delle Arti; muoverne uno e dietro altri, -e andare alle case di messer Lapo da Castiglionchio presso al ponte -Rubaconte: vi misero fuoco, ma rubarle non poterono perch’egli aveva -la notte sgombrato ogni cosa,[19] e fuggitosi in Santa Croce, vestito -da frate, riuscì a scampare in Casentino: di lì andò a Padova, indi a -Roma, dove fu uomo di grande affare presso al Papa ed al Re di Puglia. -Dipoi stando tutto il giorno in quell’esercizio, arsero le case di -Piero degli Albizzi e de’ suoi nipoti e quelle di Carlo degli Strozzi -e dei Cavicciuli e dei Siminetti e di Migliore Guadagni, ed il palagio -dei Pazzi e la loggia e le case dei Buondelmonti, e Oltrarno quelle -dei Canigiani e dei Soderini e dei Serragli: ruppero dipoi tutte le -carceri del Comune e fuori trassero i prigioni. In quel medesimo dì uno -di plebe minuta, posto un cappello sopra una lancia, seguito da molti -andava per la città facendo danni e ruberie; cui altri s’aggiunsero con -l’insegna della libertà, e tutti insieme entrati a forza nel convento -dei Romiti degli Angeli, dove molti cittadini avean sgombrato le loro -sostanze, vi rubarono danari e gioielli e robe, stimati centomila -fiorini; e due frati vi morirono. Similmente alcuni del quartiere di -Camaldoli e di San Frediano, andati al convento di Santo Spirito a -rubare, avrebbero fatto qui danno grave; ma uno dei Priori, Piero di -Fronte, lanaiolo, armato a cavallo gli sopraggiunse in sulla piazza: il -quale salvava con molta sua lode anche la Camera del Comune, che certi -ribaldi volevano ardere. Infine i Signori, udito che alcuni Fiamminghi -tessitori voleano muoversi per rubare, avendo mandato per la città i -gonfaloni delle Compagnie in arme, quattro ne fecero impiccare, uno per -quartiere, in cui s’abbatterono; e così cessarono le ruberie venendo la -notte. - -Il primo di luglio entrava in ufficio la nuova Signoria, nella quale -fu Gonfaloniere Luigi Guicciardini: non si osservarono quella volta -le solennità usate del suonare le campane e del sermonare in sulla -ringhiera, ma tutto si fece nella sala del Consiglio; ed il Palagio -stette serrato con gente d’arme, e guardia in sulla piazza. Salvestro -de’ Medici fu a casa accompagnato con grande onore, e correvano le -vie di gente che fargli volea riverenza. Avevano quelli della passata -balìa avviata l’opera dello smunire (come dicevano) gli ammoniti, e -dichiarare ribelli e fare dei grandi; tra’ quali fu Piero degli Albizzi -confinato a trenta miglia dalla città. Le quali cose furono quietamente -per alcuni dì continuate dai nuovi, e questi e quelli a sè dando -privilegi principalmente del portare arme, talchè in Firenze oltre a -cinquecento cittadini portavano l’arme. Nè per tuttociò le Arti minute -si contentarono; e fecero sindachi, due per Arte a comune difensione, -volendo godessero quelle medesime preminenze ch’erano date alla balìa: -convenivano segretamente nelle botteghe adunando armi, guardie si -facevano dalle due parti nella città. Ad attizzare viepiù l’incendio -si aggiungevano gli smuniti, i quali dovevano stare tre anni fuori -d’ufficio, e quelli che ancora smuniti non erano; tutti questi faceano -insieme da centottanta tra cittadini e famiglie di cittadini. Quindi -ottennero che le ammonizioni a un tratto fossero tolte via, e che -gli uffici della Parte fossero tutti mutati e le borse rinnovate. Più -giorni trattaronsi coteste cose in Palagio coi sindachi delle Arti, ed -a mala pena si vincevano avendo contrari il maggior numero nei Collegi, -intantochè tali che in palese facevano contro alle petizioni degli -artefici, gli confortavano sottovoce viepiù animandoli all’impresa. - -Il giorno 18 dello stesso luglio fu senza gran festa pubblicata la -pace col Papa; ma ciò nonostante gli Otto erano tuttavia rimasti in -Palagio (sebbene avessero fatto mostra di volere lasciare l’ufficio) -e soffiavano in quell’incendio, usando il destro che avevano dal -magistrato, ma non palesi come altri capi della parte popolare: a tutti -innanzi andavano gli ammoniti non per ancora riabilitati, che tanto -erano Ghibellini, quanto odiavano Parte guelfa, oramai fatta comodo -arnese di cui si valevano gli ottimati. Quindi promossa dai popolani -la guerra col Papa; e noi vedemmo all’apparire del grande dissidio che -era nel seno della Repubblica, favoreggiato il riconoscimento della -imperiale supremazia dai più amatori del viver libero. Oggi volevano -restaurare l’egualità come nel 43, quando il popolo si levò d’addosso -una tirannide forestiera e la molestia dei grandi; al quale effetto -contrapponevano le Arti minute alle maggiori, affinchè il numero -prevalesse. Ma quando tu chiami la forza del popolo a fare impeto nelle -vie, il vero popolo non risponde; e vedi uscire una moltitudine cui si -pertiene diverso nome, la quale non puoi nè dirigere, nè contenere, e -che travalica ogni tuo disegno. Avevano da principio chiamato le Arti, -ma dietro a queste venne la turba di coloro che non hanno (come in -Firenze diciamo) nè arte nè parte, e quella plebe di mal vissuti che -sempre abbondano in città opulente, anche più astiosi che affamati. -Costoro avevano già tentato fare tumulti e ruberie alla cacciata dei -grandi, ma erano soli a quella mossa, allora essendo bene uniti il -grosso popolo ed il mezzano; ora il mezzano ed il minuto levati insieme -veniano a dare come un titolo ed una scusa a quei più infimi, che pur -vogliono innanzi a sè una idea che gli rinnalzi o che gli assolva, e -cui si credano ministrare. Non mai le sêtte, comunque sieno forti di -numero e d’audacia, hanno potere per sè medesime, se non si annestino -a un’idea comune ch’esse intervengono a guastare; nè la plebe di -per sè piglierebbe animo alle ribellioni, se non avesse fuori di lei -un vessillo da seguire, che a lei ne desse autorità. Le Arti minute -chiamate in piazza aveano fatto un mese innanzi quel dato numero di -arsioni che prima erano designate; e gli stessi rubatori che la virtù -di Piero di Fronte avea riuscito a contenere, troviamo ch’ebbero una -insegna da mano ignota d’uomo possente,[20] e diceano fare vendetta -pubblica. Ora, non pochi tra’ primi autori di quei tumulti tardi -cercavano un qualche modo alla composizione e pacificare la città; ma -gli uomini delle più minute Arti erano mal soddisfatti, e peggio d’essi -gli ammoniti, e gli strumenti dei mali fatti, a sè temevano il gastigo -che sopra i deboli suol cadere: sapevano essere armi in Palagio ed un -Bargello di rinomata ferocità, e che soldati si radunavano. - -Quindi avevano cominciato tra loro ad intendersi i fattori (oggi -diremmo braccianti) delle Arti minori e molti delle maggiori, e quelli -che arte per sè non facevano, e tutto quel fondo che sopra dicemmo -di minuto popolazzo: audaci pel numero e pronti a ogni cosa erano gli -uomini di quei mestieri, i quali viveano soggetti al collegio dell’Arte -della lana: a questi aveva il Duca d’Atene dato consoli ed un’insegna, -dov’era un Angiolo dipinto, e si chiamavano i Ciompi; nome corrotto, -secondo trovo, da quel di _Compare_ che ad essi davano francescamente i -famigliari del Duca. Furono insieme fuori la porta San Pier Gattolino -in certo luogo detto il Ronco, e fecero loro sindachi o caporali a -comune difensione, con gran sacramenta legandosi ad essere gli uni con -gli altri alla vita ed alla morte; e si baciarono in bocca, inviando -alle case dei loro pari a dare il giuramento ed a ricevere promissioni. -Di questo i Signori ch’erano in Palagio non avevano sentore infino -a’ 19 luglio; quando per avviso ad essi recato che il dì seguente la -terra si doveva levare a rumore e che facessero tosto, avendo mandato -a pigliare un Simoncino dalla porta di San Pier Gattolino, detto -Bugigatto; come lo ebbero in Palagio, il Proposto se ne andò con lui -nella cappella dinanzi all’altare, e lo interrogò di quel trattato. -Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici, -ragunati nello Spedale dei preti di via San Gallo, e avendo fatti -venire altri minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si -dovesse levare il rumore, com’era dato ordine per certi sindachi che -noi facemmo più dì sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti -congiunti insieme, ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de’ -buoni; ed ancora ci è grandissima parte degli ammoniti, i quali si sono -molto profferti. Domandò il Proposto: anche che questa gente si levi, -che voglion’eglino dalla Signoria? Vogliono, continuava Simoncino, che -i mestieri soggetti all’Arte della lana abbiano consoli e collegi loro, -nè riconoscano l’ufficiale che per piccola cosa li tormenta, nè aver a -fare co’ maestri lanaioli, che molto male li pagano e del lavorío che -vale dodici ne danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento -della città, e che d’ogni arsione e ruberia fatta non si possa contro -essi conoscere in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino -popolano o grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d’altri, -non volle dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i -compagni e narrò il fatto: era dopo cena ed insieme presero partito -di chiamare i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si -potessero avere era già notte. E di presente consultandosi co’ Dodici e -con gli Otto della guerra e co’ sindachi delle Arti ch’erano in Palagio -a trattare co’ Signori, deliberarono di mandare pe’ Consoli delle -Arti; i quali venuti, consigliarono che si facesse venire in piazza -le genti dell’armi, e che vi fossero in sul dì; e che i Gonfalonieri -andati a casa facessero armare tutti quelli del gonfalone, ognuno il -suo, e anch’essi venissero in piazza armati co’ gonfaloni spiegati. E -intanto aveano mandato lettere alle leghe e comunanze per il contado, -e a’ conti Guidi, nell’Alpe ed in altri luoghi, perchè mandassero -con prestezza genti il più che potessero. Parve altresì di mettere -Simoncino nelle forze del Capitano, e che fosse tanto martoriato -ch’egli dicesse tutto il vero: posto sulla corda, confermò il detto, -aggiugnendo che Salvestro dei Medici era capo e guida di questo -trattato; e diede i nomi di due suoi compagni che ne sapevano più di -lui: questi, pigliati la notte stessa, confermarono di tutto punto la -confessione del primo, e che ogni cosa nella città era già in ordine -alla esecuzione per la mattina seguente a terza. - -Accadde che un Niccolò degli Orivoli essendo in Palagio a racconciare -l’orologio, s’accorse ai gridi che Simoncino era tormentato; di -che subito se ne andò a casa sua da San Frediano, e armossi e uscì -gridando: _Levatevi, i Signori fanno carne_. Un di Camaldoli cominciò -a dare nella campana del Carmine, e la gente di là armatasi conveniva -dov’era prima dato l’ordine; in un subito, e di campana in campana, -tutta Firenze suonava a stormo. Primi quelli da San Pier Maggiore, poi -altra brigata giù per Vacchereccia vennero in piazza, dove erano forse -ottanta lance di gente dell’arme discesi a piedi e con le barbute in -testa; ma non si mossero, e dicevano: dateci delle vostre insegne e -de’ vostri cittadini, ed aiuteremo quando il popolo sia con noi: dei -Gonfalonieri nessuno veniva in soccorso dei Signori, com’era ordinato. -Ben v’era taluni che sarebbono voluti andare e s’erano mossi; ma -Tommaso Strozzi e Giorgio Scali gli rattennero, e ad uno che disse -com’egli voleva per sè andare ad ogni modo, gli volsero contro la furia -del popolo: due soli più tardi vennero in sulla Piazza con Giovenco -della Stufa e Giovanni Cambi; ma nulla poterono. Avevano i Signori -la notte mandato per Salvestro dei Medici e dettogli come fosse egli -infamato d’essere capo alla congiura; del che Salvestro si scusava, -bensì confessando che lo avevano ricercato. Poi quando la gente in -Piazza ingrossava, gridando gli fosse renduto Simoncino e gli altri -prigioni, sebbene taluno dicesse «Rendiamoli sì ma in due pezzi;» il -Gonfaloniere volle che fossero lasciati andare. E quei del Palagio -mandarono lo stesso Salvestro e Benedetto degli Alberti, Benedetto di -Carlone pianellaio e Calcagnino tavernaio a intendere quello che il -minuto popolo si volesse; e vi andò uno anche dei Signori, Guerriante -Marignolli. Usciti, viddero che i più ardenti si avevano tolto il -Gonfalone dal palazzo dell’Esecutore, e con esso innanzi facevano -arsioni e danni e mali, consentendo quelli ch’erano stati mandati fuori -ad acquietare il tumulto, ma viepiù lo raccendevano: ed ai Signori -venivano e rapportavano, che costoro voleano purgare il peccato delle -ammonizioni; ma, fatto un poco, resterebbero.[21] Imperocchè arsero -prima la casa del Gonfaloniere Luigi Guicciardini, poi d’un altro -Albizzi e di quel Simone Peruzzi che abbiamo noi più volte ricordato, -e di ser Piero delle Riformagioni e d’un Ugolino lanaiolo e di due -Ridolfi e d’un Castellani e di un Corsini e d’altri; altre disfecero, -per non appiccare il fuoco a’ vicini: e poi andarono e misero fuoco -al palagio dell’Arte della lana, e ne cacciarono l’ufficiale. Ma -perchè pure non si dicesse questa volta che andavano rubando, avevano -uomini preposti a badare che ogni cosa fino alle più preziose fosse -gettata nel fuoco; e narra lo Stefani avere veduto dare d’una lancia -nelle spalle a tale che aveva rubato un pezzo di carne salata e nol -voleva gettare. Molti seguivano per paura, siccome avviene, quelli -che ardevano; e ciò faceano per non essere arsi, perchè bastava che -uno gridasse: A casa il tale, e subito era fatto. Ora ecco uno strano -capriccio di popolo: pigliavano cittadini, chi per amore e chi per -forza, e gli armavano cavalieri; il popolo aveva diritto a ciò fare, -ed era usanza, cerimonia molto solenne nella città: primi Salvestro de’ -Medici e Tommaso Strozzi, e Benedetto ed un altro degli Alberti, e gli -Otto della guerra e Giorgio Scali ed altri assai, fra tutti sessanta: -due ve n’era delle Arti minori, che uno scardassiere e un fornaio. Il -popolo vago di novità, correndo qua e là, menava taluni e levavagli -a dignità di cavalleria, dei quali prima era stata arsa la casa o -ardeva in quel tempo, siccome avvenne al gonfaloniere Guicciardini: chi -aveva paura di essere arso mandava in piazza chi gridasse, Facciamolo -cavaliere: muovevansi al grido, e andavano per lui e lo portavano di -peso: era il più strano viluppo che mai si vedesse. - -Speravano molti che nella festa e nell’allegrezza del fare cavalieri -il popolo si quietasse, ma non avvenne: e sulla sera più migliaia -di gente minuta accampati da San Barnaba mandarono alle Arti perchè -venissero ordinati sotto a’ gonfaloni loro a formare certe petizioni -da portare alla Signoria. Quelli delle Arti che mossi gli avevano, si -cominciavano a pentire, perchè tutti i loro fattori s’eran messi nella -turma, e tardi s’avviddero che male avean fatto; chi v’andò e chi vi -mandò, per tema i più, e tale gonfalone non era seguito da più di sei -uomini. Gli artefici e il popolo a fatica s’accordavano sulla materia -delle petizioni; infine convennero che delle due parti ciascuna desse -la sua, e insieme armati le presentassero. Avevano anche mandato la -notte in Santa Croce per la cassa delle imborsazioni, che la volevano -ardere; ma i Signori, questo presentendo, l’avevano trafugata. Sul far -del dì venne una piova che tale niuno si ricordava; durò fino a terza -e correva le vie: la gente del popolo battuti dall’acqua, che aveano -vegghiato, si riposavano e pensavano; allora gli astuti guidatori -loro, con la paura dei mali fatti, gli conducevano a far peggio: -venuti in Piazza vi rizzarono le forche, dove appiccarono e sbranarono -crudelmente ser Nuto Bargello: di lì andati al palagio del Potestà, e -combattutolo due ore, l’ebbero a patti; e senza offendere il Potestà, -bruciarono tutte le scritture che trovarono in Palagio e i libri e -statuti dell’Arte della lana, e della Grascia: poi ne andarono a’ -Signori con le petizioni, le quali erano a questo modo. Si contentavano -da principio che le arti soggette all’Arte della lana avessero consoli, -e questa più non dovesse avere ufficiale forestiero: volevano ora che -i pettinatori, scardassieri, vergheggiatori e lavatori ed altri che -lavoravano nella lana, e similmente che i tintori, i barbieri, i sarti, -i cimatori, i pettinagnoli, i cappellai avessero consoli e tra loro -due priori, e che le quattordici Arti che prima avevano due priori ne -avessero tre, e così il terzo degli altri uffici di dentro e di fuora. -Appresso volevano che si facesse l’estimo delle possessioni e degli -averi entro sei mesi; che il Monte non rendesse più interesse, ma -solamente il capitale in dodici anni, traendo a sorte i creditori da -rimborsare, cosicchè alla fine dei dodici anni i creditori del Monte -fossero tutti pagati del capitale che v’era iscritto, venendo a perdere -l’interesse. Che non si mettesse più prestanze da indi a sei mesi, e in -quelle che poi si mettessero, chi fosse tassato da quattro fiorini in -giù, pagasse venti soldi di piccioli, e chi da quattro fiorini in su, -mezzo fiorino per ogni fiorino d’oro: il ch’era un principio alla scala -o progressione delle imposte, che indi i Medici praticarono. Appresso, -che niuno di questi minuti potesse nel tempo di due anni essere -condannato per alcun debito da fiorini cinquanta in giù. Che agli -ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse agevolato l’essere -smuniti; che gli sbanditi, eccetto i ribelli, fossero ribanditi, e che -si levasse via la pena de’ membri, i condannati pagando la multa senza -condizione. Che d’ogni eccesso fatto e commesso dai 18 giugno fino a -questo dì non si potesse conoscere per alcun rettore sotto gravissime -pene a chi accusasse di queste cose in tempo alcuno, o condannasse. Che -a qualunque fossero state arse e atterrate le case in questi rumori -passati, fosse privato in perpetuo degli uffici, o almeno per dieci -anni (questa era invero bella giustizia, e nuovo titolo di delitto). -Che la piazza di Mercato Vecchio non pagasse più di trecento fiorini -d’oro l’anno, cioè la descheria dei beccai, e quelli andassero a -benefizio di messer Giovanni di Mone biadaiolo che era degli Otto, ed -oggi fatto novello cavaliere. Che Guido Bandiera scardassiere, fatto -cavaliere novello perchè fu uno de’ primi che levò il rumore ed ora -si era portato bene in rubare e ardere, avesse de’ beni de’ rubelli -fiorini due mila d’oro. Che messer Salvestro de’ Medici, per potere -sostentare sua milizia, avesse le pigioni del Ponte Vecchio, che sono -fiorini 600 o più l’anno. Chiedevano per ultimo favori ad altri degli -amici loro, bando ai contrari e pene novelle o aggravamento delle -antiche.[22] - -Quel che importassero tali petizioni, ciascuno sel vede. Avute le -quali, subito i Signori fecero radunare i Collegi ed il Consiglio -del popolo; ai quali essendo presentate, furono vinte senza alcuna -diminuzione o mutazione.[23] I gonfaloni delle Arti e il popolo degli -artefici tutti armati erano sulla piazza, le grida andavano fino al -cielo; e perchè si penò un poco a radunare il Consiglio, si mossero -a furia e andarono oltr’Arno per ardere le case di due de’ Priori; -e così avrebbono fatto, se non che innanzi che le affuocassino fu -loro venuto a dire che le petizioni erano vinte. Venuta la notte, si -ridussero nel palagio del Potestà, quanti ve ne potè capire: già nella -sera, quando i fanti dei Signori tornavano da serrare le porte della -città, il popolo minuto si fece loro innanzi e tolse le chiavi: il -che fecero perchè avevano sentito dire che i Signori facevano venire -fanti forestieri in loro soccorso. Il dì seguente, che fu giovedì 22 -luglio, suonò la mattina a Consiglio di Comune: i Gonfalonieri delle -Arti e il Gonfalone di giustizia ed il popolo minuto vennero in piazza; -il rumore tale che nulla s’udiva quando le petizioni si leggevano a’ -consiglieri: furono vinte senza indugio, e il Consiglio licenziato. -Ma quelli montati allora per questo in maggior furore, gridavano che -volevano entrare in Palagio, e che i Signori se ne uscissero. Uno di -questi, Guerriante Marignolli, già si era partito d’allato i compagni -dicendo voleva scendere giù a guardare che il popolo non entrasse; ma -presa la porta, difilato uscì di Palagio. Quando il popolo e le Arti -viddero che Guerriante se ne andava a casa, cominciarono a gridare: -Scendanne tutti, noi non vogliamo che siano più Signori. Allora venne -Tommaso Strozzi nell’Udienza, e disse come Guerriante se n’era ito a -casa sua; per questo il popolo e Arti al tutto vogliono che voi altri -Signori tutti ve n’andiate a casa. I Signori smarriti deliberarono -significare ciò ai Collegi e agli Otto a fine d’intendere la loro -volontà. Quivi essendo tutti a cerchio, fu da uno di loro esposto il -caso; niuno sapeva pigliare partito, ed i Collegi piangevano, chi si -torceva le mani, chi si batteva il viso; gli Otto si mostravano tristi -e dolenti: fuori gridavano, che i Signori se ne andassero e gli Otto -rimanessero in Palagio, altrimenti che la città andrebbe a fuoco ed a -sacco; e che se di subito non ne uscissero, piglierebbono le loro mogli -e i loro figliuoli, e in loro presenza gli ucciderebbono: tutte queste -minaccie usavano come era loro insegnato dire. Benedetto Alberti, -venuto alla Signoria, propose che due del popolo delle Arti venissero -su a risiedere come Priori insieme con loro; il che essendo facilmente -consentito, egli e Tommaso andarono giù a trattare col popolo; il quale -non volle, dicendo: noi abbiamo fatto tante offese a questi Signori, -che noi non ci potremo mai più fidare di loro. I Signori guardavano -pure che un qualche accordo si facesse, che rimanessero in Palagio -con amore e volontà del popolo e delle Arti. Ma gli Otto e i Collegi -consigliarono che per manco male se ne andassero: dei Signori due, -Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Nero Canacci, dissero che per loro -non intendevano eglino uscire, e chi voleva andare se ne andasse; -il Gonfaloniere piangeva la moglie ed i figliuoli; gli altri Signori -stavano che parevano tutti morti. Non era persona che gli confortasse -nè che a loro si profferisse; ed anzi molti di quei che erano giù nella -Corte, venivano su e supplicavano se ne andassero: così era abbandonata -quella Signoria. La famiglia del Palagio si era nascosta nelle camere -degli Otto, ed i fanti venuti a richiesta della Signoria stavanle -contro; e già buona parte del popolo minuto era entrato nel Palagio. Il -Gonfaloniere, partitosi da’ compagni, se ne andò a Tommaso Strozzi e -a lui si raccomandò; Tommaso il prese e trasselo di Palagio e lo menò -a casa sua. Gli altri Priori e i Gonfalonieri e i Dodici anch’essi -se ne andarono. L’Acciaiuoli e Manetto Davanzati venuti nell’Udienza, -come viddero essere quivi soli, si tennero morti; e infine avviatisi -anch’essi giù per le scale, fecero dare al Proposto delle Arti le -chiavi della porta; la quale fu aperta, e il popolo irruppe ed entrò in -Palagio. - -A tutti innanzi era un pettinatore di lana chiamato Michele di Lando, -e la sua madre vendeva stoviglie;[24] egli in pianelle o scarpette e -senza calze, portando in mano il gonfalone. Salite le scale si fermò -ritto a mezzo la scala dell’Udienza dei Signori, e qui fu gridato a -voce di popolo Gonfaloniere di giustizia: rispose voleva; e volle, e -tosto pigliò animo dal magistrato, con grande ardire e intendimento, -essendo quel giorno egli solo come signore della città, e tenne il -Palagio, e scrisse lettere e comandamenti. Il seguente dì fatto suonare -a pubblico Parlamento, fu in piazza confermato Gonfaloniere fino a -tutto agosto, e data balía a lui ed agli Otto ed ai sindachi delle -Arti, quanta ne avesse tutto il popolo, di riformare la città e di fare -nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie. -I quali essendo messi in ufficio con le solennità consuete, insieme -agli altri della Balía ed a Salvestro de’ Medici e a Benedetto degli -Alberti, crearono subito tre nuove arti e consolati, la prima de’ -sarti, farsettai e cimatori e barbieri, la seconda de’ cardatori e -tintori, la terza dei Ciompi o popolo minuto; il che fu segno ad altri -mestieri, che erano sudditi delle principali Arti, di levarsi contro -a’ maggiori loro, e ai discepoli contro ai maestri; che fu cagione -di fieri scandali. Aveano da prima, col consiglio di ambasciatori -venuti da Perugia e da Bologna, voluto alle Arti maggiori mantenere la -preminenza; ma di ciò il popolo non si contentava: e quindi provviddero -che la Signoria fosse divisa per terzo sì che nel priorato fossero tre -delle Arti maggiori, tre delle minori, tre delle nuove Arti aggiunte, -avendo ognuno di questi tre ordini alla sua volta il Gonfaloniere -della giustizia. Credevansi gli Otto rimasti in Palagio d’aver essi -la balía di fare ogni cosa, e che potessono eleggere i Signori a mano; -tanto che avevano già mandato a dire a messer Giorgio Scali ch’egli era -fatto de’ Priori e che venisse in Palagio: ma quando il popolo l’udì -nominare, disse non lo voleano, e che voleano essere Signori loro: egli -si tornò a casa.[25] La plebe che aveva il suo Michele di Lando, poteva -far senza il nobile Giorgio Scali; nè fu bastevole questo disinganno -all’ambizione di Giorgio, che ebbe indi a porvi anche la vita. Costui -d’antica famiglia de’ grandi, ma fatto di popolo, fu di sottile ingegno -e di gran vedere, ardito e molto intramettente nelle cose dello -Stato; ammonito l’anno 1375, la città se ne turbò. Egli, quand’era -Gonfaloniere l’anno 1374, aveva posta una legge per la quale i grandi -non potessero avere tenuta o possessione che avesse fedeli e vassalli, -ma che fossero costretti di farne vendita al Comune dentro certo tempo: -la quale legge fu rivocata.[26] - -Correva frattanto il mese d’agosto, a fine del quale doveasi eleggere -nuova Signoria da cominciare al tempo usato. Per questa fecersi gli -squittinii; ai quali intervennero, oltre ai già detti, i Dieci di -libertà ed i nuovi Capitani della parte e gli Otto della Mercanzia, -di questi essendosi accresciuto il numero, sì che ne fossero sempre -due delle Arti minori: ma in quello squittinio prevalsero le Arti di -nuovo aggiunte ed il popolo minuto, gli altri tenendosi in disparte -per tema o disdegno, o a bello studio allontanati. Gli Otto frattanto -e i sindachi delle Arti, e gli altri che avevano in mano lo Stato -si cercavano perpetuarlo, e a sè arrogavano preminenza del portare -armi, ed onori, e salari ed uffici dentro e fuori, tra loro stretti in -consorteria fin da principio di quei tumulti,[27] e volendo che nessuna -riformagione valesse, se prima non fosse dai sindaci deliberata. Il -povero popolo era arrabbiato di fame, perchè le botteghe quasi stavano -serrate, e se stavan aperte non lavoravano; onde a chetarlo si prese -modo di dare uno staio di grano per bocca a chi ne volesse, e si -diedero a far venire biade in città: posero prestanze ai cittadini -di quaranta mila fiorini, poi di venticinque mila, com’era voluto -nelle petizioni di sopra esposte; levarono l’interesse ai capitali del -Monte, e che d’ora in poi nessun Monte si facesse, ma che si facesse un -estimo a tutti i cittadini; mandarono uomini pel contado a confortare -i contadini, ad essi scemando le stime il terzo, e ne assoldarono dalle -tre miglia in qua. Confinarono per le città d’Italia trentuno dei capi -del vecchio Stato; ch’era vendetta e sicurezza, ed era anche modo di -far danari da compire le prestanze, per le multe che ogni tratto i -confinati pagavano, costretti ogni dì presentarsi all’ufficiale della -terra dove risiedevano: per il che erano di continuo trovati in fallo e -condannati.[28] - -Più altre provvisioni si fecero tutto quel mese di agosto: prima -ordinarono mille balestrieri per la difesa della città; se nascesse -qualche rumore, vietarono mostrarvisi in arme e persino lo sparlare -contro allo Stato e contro al popolo minuto: si adoperarono a -recuperare ovunque i danari del Comune o le poste debite, rimettendo -però le penali, e a tenere la città provvista; concessero agli antichi -sbanditi qualche giorno di stare in città e farsi togliere il bando: -le signorie private di luoghi forti nel contado sottoposero alla -ubbidienza del Comune: cercavano insomma quella violenza di cose -comporre a stato fermo e regolare sotto a nuove leggi, per fare andare -come la forza anche il diritto in mano al popolo degli artefici.[29] - -Quello che impedisce cotesti governi popolari, è il non potergli fare -tanto larghi che sempre non sieno monchi e imperfetti: popolo siamo noi -tutti, ma pure in ogni popolo vi è una parte il cui diritto consiste -nell’essere quanto è possibile governata bene, perchè se vi ponga le -mani da sè, costretta accorgersi di non saper fare altro che male, si -spinge innanzi in quello che sa, ch’è la sola opera del disfare. Non -era in Firenze via da contentare i più feroci e infatuati: radunatisi -di loro circa due mila in San Marco nei giorni ultimi d’agosto, vennero -alla Piazza de’ Signori, e con essi alcuni d’ogni Arte co’ gonfaloni -loro, quali appiccarono alla ringhiera, eccetto quello del minuto -popolo che sempre era portato attorno. La turba empieva tutta la Piazza -e la ringhiera de’ Signori, sopra la quale si affaccendava a scrivere -petizioni, ch’erano leggi da presentare immantinente alla Signoria. -L’uno diceva al giovine del notaro: Scrivi, Gasparre, io voglio -così; l’altro gli ponea la spada alla gola e stracciava la scritta, e -ponevangli un foglio in mano e diceva: Scrivi; e l’altro vi fregava -su le dita e diceva: Vuole star così. Chi domandava che i libri del -Monte si ardessono; chi gridava «Viva il popolo!» e chi «Siano morti -i sindachi!» ed il rumore ed il parlare loro parea un inferno:[30] -così ne uscirono certe leggi, le quali furono il giorno dopo vinte ne’ -Collegi. Contenevano, che i sindachi delle Arti (autori primi di quel -rivolgimento) fossero cassi e tolta loro ogni provvisione; che niun -cavaliere (e pure i novellamente fatti) fossero abili agli uffici; che -a Salvestro dei Medici fossero tolte le botteghe del Ponte Vecchio, ed -a Giovanni di Mone la Piazza di Mercato; che di maleficio fatto insino -a quel dì non si conoscesse, nè di potere essere costretti per alcun -debito, tanti anni, nè in persona nè in avere. - -In tale scompiglio e a questo levarsi dell’ultima plebe avrebbero avuto -bel gioco e comoda occasione gli antichi grandi; e convien dire fossero -discesi a estrema bassezza, poichè nessun moto si trova facessero a -loro pro; dove se ne tragga il fatto oscuro di un solo, che fu Luca -de’ Firidolfi da Panzane, del ceppo dal quale si erano divisi quelli da -Ricasoli. Costui narra di sè stesso, come egli cercasse pertinacemente -la vendetta contro uno de’ Gherardini che gli aveva ucciso un parente, -e poi la compiesse per via di un assalto al campanile della chiesa -di Santa Margherita a Montici, dove lungamente si era difeso il -misero Gherardini. Bene cotesto Luca dovette essere dei più malvagi -ed avventati; e come colui che adoperato dalla Repubblica in cose -di guerra aveva ottenuto essere fatto di popolo e cavaliere, stava -sulla Piazza seguito da quasi tutti gli sbanditi ribanditi; quivi -si fece tôrre la cavalleria che aveva dapprima, tagliare li sproni, -e rifare cavaliere del minuto popolo che da lui, come anche nelle -scritture pubbliche, si trova chiamato Popolo di Dio, ed alle volte -Popolo Santo.[31] Poi liberarono due prigioni di recente fatti e gli -menarono a baciare sulla piazza l’insegna dell’Agnolo; dicendo all’uno -«ringrazia Dio ed il popolo di Dio che t’ha liberato,» e che facesse -fare una bottega d’arte di lana di fiorini tremila: disse farla di sei -mila, e tutti a grido: «questi è buon uomo, però volevangli fare male.» -Condusse a casa tutta la ciurma, ed aprì la cella e gli fece bere, che -il caldo era grande; egli entrò in casa e dietro se ne uscì, che a lui -parve mill’anni. Poi Luca ne andò con tutta la ciurma al palagio della -Parte, e volle tôrre il gonfalone; ma quando al popolo ch’era sulla -piazza fu ciò rapportato, nacque rumore che s’egli avesse levato su -altro gonfalone, il loro Agnolo non sarebbe nulla, e che à loro non -dovea bisognare gonfalone de’ Guelfi, chè ’l popolo era tutto guelfo. -Gridarono: s’egli ce lo reca, sia tagliato a pezzi. I suoi, lasciando -Luca, ne andarono sulla piazza; ed egli co’ suoi novelli sproni dorati -si dileguò; chè se lo trovavano, male sarebbe egli capitato. - -La sera andarono a Santa Maria Novella e chiesero quivi luogo dove -stare; fu loro assegnata la grande Cappella nel secondo chiostro. -Rimasti la notte, dissero al Priore desse loro certi buoni frati che -avessero a consolarli per l’anima e per il corpo: rispose il Priore, -che non aveva frati da ciò, se eglino dapprima non consolassero sè -medesimi; ed altre buone parole. Le quali udite, si strinsero insieme, -e chiesero a lui frati onesti e di buona vita, che gli ammaestrassero -ed insegnassero fare cose utili e buone. Alcuni n’ebbero, e praticando -co’ frati dei modi, l’uno diceva, l’altro si levava, l’altro -interrompeva; e, secondo disse chi fu ad intenderli, «peggio era che la -zolfa degli Armeni.» In questo cercare pietosi conforti, pochi erano -gli ipocriti: i molti credevano col vendicare le ingiustizie usare un -diritto; a loro dicevano essere negate le giuste mercedi, e grossi -guadagni dati a quei pochi fortunati che pure ambivano di chiamarsi -popolo. Nelle arti è viva sempre la guerra pei salari, e quindi viziato -in sè medesimo un governo fondato sulle arti. Marchionne Stefani, -sebbene tenesse parte popolare, aggrava i Ciompi, mostrando credere -a chi disse: volere essi correre la terra, rubarla e uccidere tutti i -vecchi e buoni uomini, e tôrsi la roba loro; quindi murate e steccate -le bocche delle vie, ridurre la città a piccolo compreso, ed ivi -farsi forti, poi vendere la città; chi disse al Marchese di Ferrara, -e chi ad un Bartolommeo Smeducci da Sanseverino, il quale trovavasi -allora in Firenze per cose di guerra; essi con la roba andarsene a -Siena.[32] Nè forse mancarono di tali disegni in taluno dei più tristi. -Ma nell’effetto (come apparve anche dal processo che loro poi si fece -addosso) era solo questo: aveano creati già prima otto ufficiali loro, -due per Quartiere, chiamati gli Otto di Balía di Santa Maria Novella, -con mero e misto impero; e sedici altri pure del popolo minuto, ogni -Gonfalone uno, i quali fossero il Consiglio loro. Questi ed altri -che si eleggessero successivamente di priorato in priorato, volevano -stessero in Palagio, e niuna cosa che toccasse alla città, senza di -loro potesse farsi; e quando fosse deliberata da essi oltre che dai -Priori, potesse andare ai Collegi ed ai Consigli. Pensarono altri -provvedimenti di questa sorta, nei quali non era altro vizio se non -quello di rendere al tutto impraticabile il governo, e guerra mettere -nel Palagio. - -Aveano gli Otto mandato ad ogni Arte inviassero loro due consoli o -artefici, co’ quali voleano trattare del modo del reggimento della -città. Ai quali poi fecero alcune proposte, non in forma di consiglio, -ma dicendo: così ci pare e vogliamo; e quelli uditele, si ritrassero. -Sentendo poi gli Otto suonare a Consiglio, vennero alla piazza con -grande moltitudine di popolo minuto in arme, e con gran rumore dicendo: -noi vogliamo sapere chi è tratto de’ Priori. Qualunque era tratto, si -mandava a domandare se piaceva loro o no; e quelli gridare: straccia, -straccia; ovvero: buono, buono. Feciono stracciare cui loro parve, -e però la tratta si penò a fare sino a sera. Volle anche il popolo -ammonire, serbando pur sempre le antiche forme della Repubblica; ma -questo modo così tirannico del fare la tratta dispiacque eziandio a -qualunque del popolo minuto che avesse sentimento. Dipoi mandarono -gli Otto in Palagio certe petizioni, con ordine ai Priori di tosto -riceverle, e sonare a Parlamento perchè venissero confermate: risposero -questi, che il mercoledì, primo settembre, dovendosi fare Parlamento -per l’entrata de’ nuovi Priori confermerebbero ogni loro ordine -compiutamente; e fatto venire il frate col messale, giurarono. Tra gli -altri ordini era questo: che potessero i consoli delle Arti co’ loro -consigli privare degli uffici del Comune chiunque volessero; ed è da -notare che nei consolati e nei consigli delle Arti quasi non erano che -discepoli, essendo i maestri tolti via quando furono arse e rinnovate -le borse. Vi era di mezzo altra circostanza che più toccava nel vivo; -questa cioè, che gli uomini della Balía passata si avevano fatto -assegnare doni e onorificenze, chi l’una cosa chi l’altra: Michele -di Lando, la potesteria di Barberino e cento fiorini per un cavallo e -pennone e targa. Si trova[33] che avesse Michele mandato a praticare -con loro perchè gli lasciassero o i doni o l’ufficio, e che infine -si arrecasse al solo pennone, così promettendo fare ogni cosa a modo -loro. Mi duole ciò fosse di lui creduto; ma non poteva egli oramai -più stare a bottega di scardassiere, ed era la chiesta di una tra -le potesterie minori, piccola cosa; ed il porre innanzi gli onori al -guadagno è prova d’animo dignitoso. Egli con l’avere fermato l’impeto -popolare e ricondotta la quiete in città, ardito nei fatti, grazioso -ne’ modi, avea gran seguito e favore presso ad ogni maniera di gente. -La mattina dell’ultimo dì d’agosto gli Otto di Santa Maria Novella -mandarono in Palagio due di loro, e tosto fecero rassegnare innanzi -a sè i Priori nuovi e vecchi, perchè giurassero; e se al primo cenno -non rispondevano, subito «ove sei?» con tanta arroganza che parevano -Signori. Allora Michele, ricordandosi ch’egli era Gonfaloniere da usare -le mani, andò a pigliare una spada, e con quella gridando raggiunse -uno degli Otto e gli diede in sulla testa, poi lo inseguì giù per la -scala dandogli sempre; e questi nel cadere trovò un frate di quei del -Palagio, che saliva recando del vino, cosicchè all’urto il povero frate -andò col capo all’indietro e morì. Michele percosse l’altro degli Otto -con lo stocco, i due rincorrendo fino ad una sala, che si chiamava -dei Grandi; appena lo poterono raffrenare che non gli uccidesse; i due -furono presi e custoditi in Palagio sotto alla scala. - -Intanto la piazza s’empiva di gente. Aveva dapprima invaso il terrore -gli animi de’ mercatanti; chi si fuggiva in contado, chi nelle -castella o città vicine, sgombrando le robe: se non che i Signori la -notte aveano dato ordine che la mattina seguente le Arti traessero -in arme alla piazza co’ gonfaloni loro, e fatto venire fanti dal -contado e richiamato i fuggenti. Benedetto Alberti stava co’ Signori, -e Giorgio Scali aveva la guardia della torre del Palagio; Salvestro -dei Medici non trovo allora che si mostrasse. Ma già suonavano le -campane di quelle parrocchie dove abitavano i Ciompi che ultimamente si -raccolsero a San Frediano. E la campana dei Signori suonava a martello, -chiamando le Arti che già traevano alla piazza. Michele di Lando -uscito in questo dal Palagio montò a cavallo, avendo seco Benedetto -da Carlona pianellaio; e dalla Piazza con molto seguito, e facendosi -portare innanzi il Gonfalone della giustizia, andò a Santa Maria -Novella, dov’egli credeva trovare i Ciompi: questi con la loro insegna -dell’Agnolo erano intanto venuti in Piazza ed assediavano il Palagio, -mentre da più lati giugnevano le Arti, e già tenevano le bocche di -tutte le vie. Allora soppraggiunse Michele di Lando, che aveva percorsa -gran parte della città gridando: «Vivano le Arti e il Popolo, e -muoiano i traditori che volevano recare a Signore il reggimento della -città.» Tornava alla Piazza con molta più gente che non si partì. -Allora i Signori mandarono a dire a tutte le Arti dessero le insegne, -chè le voleano in sul Palagio: le Arti, come fu ordinato, subito le -mandarono; ed i Priori le misero onoratamente alle finestre della Sala -del Consiglio: negarono i Ciompi dare quella dell’Agnolo; e mentre -i Signori con la loro gente cercavano torla, s’appiccò zuffa; dalle -finestre gettavano pietre addosso ai Ciompi ch’erano sulla ringhiera, -l’urto del popolo gli premeva; questi allora cominciarono ad arretrarsi -per la via de’ Magalotti, dove sopraggiunti da un’altra compagnia che -gli feriva di costa, andarono in rotta: pochi ne morirono, a chi non -si difese non fu detto nulla. La sera e la notte le Arti vittoriose -andavano per Camaldoli e per i borghi della città; ma i Ciompi s’erano -dileguati chi per le case, chi nel contado, e chi per Arno usciti -fuori nei campi. I pochi e deboli alle volte fanno breve sorpresa ad -una città, perchè la stessa miseria loro incute negli altri qualche -rispetto; guardagli in faccia e’ si dispergono, frustrati ancora delle -giustizie per cui levaronsi da principio. - -La mattina del primo settembre i nuovi Signori presero l’ufficio senza -le solennità usate, ma con la guardia delle sedici Compagnie, ch’erano -in Piazza grande brigata, e di cento lance di gente d’arme che allora -erano in Firenze. Michele di Lando non volle uscire alla ringhiera -nel consueto luogo, ma nella Sala d’udienza diede il Gonfalone in mano -al nuovo eletto ch’era dei Ciompi; ed egli co’ suoi compagni andarono -a casa privatamente: ebbe Michele l’onorificenza del pennone e della -targa ed a lui fu confermata la potesteria che gli era assegnata, e -i doni e gli uffici a qualcun altro de’ suoi[34] che avesse dato mano -alla vittoria contro alla setta di quei di Santa Maria Novella. Ma i -nuovi Signori la stessa mattina assieme ai Collegi ed alle Capitudini -delle Arti, e al grido di quelli ch’erano in piazza, deliberarono: che -l’Arte dei Ciompi, ultima aggiunta, fosse abolita; che il Gonfaloniere -e un altro Priore i quali erano del minuto popolo, chiamati uno il Tira -l’altro il Baroccio, fossero cassi; che rimanessero le due altre Arti -di nuovo create, sicchè le minori fossero sedici, rimanendo le maggiori -sette; che dei Priori fossero quattro delle maggiori Arti e cinque -delle minori, le quali avessero nella stessa proporzione la maggioranza -nei Collegi, e che dei due ordini ciascuno avesse alternamente il -Gonfaloniere. Poi consigliatisi con alcuni savi e discreti cittadini -a questo effetto richiesti in Palagio, annullarono le esenzioni del -portare armi ed il respiro di due anni dato ai debiti sotto una certa -data somma; renderono a favore dei creditori del Monte il pagamento -dell’interesse, dal che i danari del Monte i quali valevano tredici -per centinaio, salirono in pochi giorni a ventiquattro. Fecero -eletta di sessantaquattro ufficiali a fare l’estimo degli averi di -ciascun cittadino; rinnovarono la taglia di mille fiorini posta a -Lapo da Castiglionchio, chi lo desse morto o vivo; conservarono a -Salvestro de’ Medici l’entrata sulle botteghe del Ponte Vecchio, ed -a Giovanni di Mone quella del Mercato. Crearono Otto per la guardia -della città, ma senza balía, e che esercitassero la vigilanza su’ -forestieri. Riformarono il Consiglio del popolo in quaranta cittadini -per quartiere, e in simile numero il Consiglio del Comune, con più -dieci grandi per ogni Quartiere; con che in ciascuno dei Consigli -le Arti maggiori e le minori avessero parte eguale. Ordinarono che -in avvenire i Capitani di parte guelfa fossero undici, due magnati, -quattro delle Arti maggiori, e cinque delle minori, dividendosi con -la stessa proporzione gli uffici e collegi e consigli della Parte.[35] -Annullarono le cavallerie date in mezzo al tumulto; ma resero il grado -nell’usato modo a trentun cittadini per lo più delle maggiori case, i -quali prestarono il solito giuramento,[36] e cavalcarono per la terra -con popolare solennità. Sostituirono al Gonfaloniere levato d’ufficio -un rigattiere, e Giorgio Scali entrò nel numero dei Priori. Resero -alle Arti i gonfaloni che per sospetto si tenevano appiccati alle -finestre del Palagio, e le Arti vennero e se li portarono con grande -festa ed allegrezza. Gli Otto che avevano governata la guerra col Papa -lasciarono alla fine, dopo tre anni, l’ufficio. I due di quelli altri -Otto di Santa Maria Novella, che furono presi poichè Michele di Lando -gli ebbe feriti, andarono a morte per sentenza pronunciata contro gli -autori dell’ultima sedizione; dei quali furono condannati nella persona -e negli averi una trentina ch’erano contumaci. Coteste giustizie -facevansi in nome d’un governo d’artigiani: il popolo, come in Firenze -natural signore, non volle sapere di feccia plebea; ed io non so -quale altro popolo al pari di questo valesse a reggere sè medesimo, -qualora avesse trovato forme a ciò adatte, e fosse stata vera e sincera -l’egualità su cui fondavasi la Repubblica.[37] - - - - -CAPITOLO II. - -GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO -D’AREZZO. [AN. 1378-1387.] - - -Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno -bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di -forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti -più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente -nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono -vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione -dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a -rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè -alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa -lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si -disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi -facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale, -strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo -alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque, -veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli -che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro -contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè -anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli -anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato -tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della -Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col -senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica -suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna -per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti -minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i -sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti; -nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi, -imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi -tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia -fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il -fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica, -Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento. - -Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica, -ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e -a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare -la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè -per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli -altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario, -e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè -tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche -lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti -che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai -disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta -e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci -pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu -tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che -fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri -sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire -senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse -la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in -lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che -aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento -dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno -di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di -Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti -maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti. - -Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato -mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di -maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle -aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare -in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano -i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi -mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei -cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano -gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu -abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per -via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la -distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute -scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei -molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei -maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare -le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non -fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa -troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto. -Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra -congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri -essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San -Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della -Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo -Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e -d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti -falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38] - -Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò -a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto -in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i -fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini, -se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa, -usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in -quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai -chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei -Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso -a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna -s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e -avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti -i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler -far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra. -E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di -sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali -troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e -guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove -sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli -Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei -maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al -Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza -dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato, -ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di -prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e -la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano, -e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero, -con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe -alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma -sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse -loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose -che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono -onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una -cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano) -il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii -cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e -con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi. -Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito, -gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto -un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della -fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di -molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni -medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori -ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere -cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il -capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne -seguirono altre morti.[39] - -A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie -d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano -consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie -minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un -gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso, -ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne -celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano -a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi -non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non -erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual -pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo. -Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su -quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti -delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano -iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare. -Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare, -a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val -di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli -usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e -dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che -in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte -si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia -per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato -Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che -molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in -Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie; -dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori; -uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito -essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la -città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma -già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati -nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava -non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro -promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta -mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per -la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame -e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il -tedesco marito suo. - -Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di -questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi -a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento -che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro, -si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie -e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che -si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le -cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta -la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più -impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi -delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato, -quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente. -Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci -volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse -desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di -sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la -Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati -fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli -artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean -prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai -nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie -pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto -quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e -trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi -vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli -odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre -loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi -nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a -fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando -non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si -ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini -fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli -_in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse_, intantochè erano -posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti -erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello -Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate -quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di -restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori -togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli -dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni -quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche -cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se -ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno -volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne -Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino -suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo -estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel -solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il -beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e -mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici -che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e, -come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse -disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare -il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i -mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i -lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella -differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa -scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione -dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano. -Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo, -si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se -non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti -peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni -giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si -aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e -le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette -private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e -impotenti. - -Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme -guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei -conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi -pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità -sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi, -sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco -per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti -artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto -dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che -a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa. -Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già -Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i -modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse -ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato -lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed -altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti, -cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal -Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e -confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero, -il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo -morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava -ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del -Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose -la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo -Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli -delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a -confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano -a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in -palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo. -Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare -Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse -avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o -non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento -sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore -che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose -che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui -gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata -la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il -primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza -nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi, -scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua -famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei -più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono -morti e strascinati crudelmente per le vie. - -Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero -il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi -capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato. -La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza -grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse -l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni -cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto -gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una -petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città -e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero -suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi -alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia -di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando -fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori -e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due -de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici -gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del -Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte -che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta -dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il -Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo -cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.» -L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la -nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo -in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e -quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia -tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni -uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le -Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori -della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i -due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero -conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e -carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti, -e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese -prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati -dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni -divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il -78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case -o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana -due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il -terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici. - -Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo -avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando -che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti -i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle -loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni, -per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè -avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con -rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di -loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e -vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano -su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai -grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano -alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali -n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse -l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini; -e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero -capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo -di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella, -che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto -e inseguita dall’Aguto. - -Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene -in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con -l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in -uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella -fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero -incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi -non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come -loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della -comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il -quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva -nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato -a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la -plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre -nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato -dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli -esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono -il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre -era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una -egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare -di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi -legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi -delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il -male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere -questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle -discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi -che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo -agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel -vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere -contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già -nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate, -e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città -della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli -ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità, -negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male -intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria -l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun -magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi, -senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua -propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto -ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e -confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a -tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo -era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti, -le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero, -stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove -il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non -soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte -erano prepotenti e che appellavano _le famiglie_; i Ciompi si erano -accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi, -o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione -dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè -medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli -antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi -rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova -e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste -quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal -reggimento. Quindi nei fatti la confusione. - -Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e -mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente -posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni -dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’ -seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai; -o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più -di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia: -abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato -per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più -essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non -bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle -famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè -agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette; -costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio, -avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e -che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra -i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio, -recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel -Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza -era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e -a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero, -imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che -la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei -quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate -certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti -i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento, -sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e -i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi -tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero -negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle -maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo -la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai -Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per -le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato -termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi -in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si -commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano, -come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo -Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i -primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato -a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma -Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità -del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte -della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo -in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano -che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la -meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè -che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si -fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre -centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per -cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il -1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo -nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose -parvero acquietarsi.[48] - -Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova -Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie, -un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei -Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio -ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi -piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi -che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’ -10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano -sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed -altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro; -fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere -la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la -terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era -stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero -sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di -afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro: -e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine -di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero. -Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini -e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi -incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini -andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento, -per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo -gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e -le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date -ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei -tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque -cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando: -gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine. -In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero -forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte -corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto -operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la -maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’ -quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode -Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu -sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu -detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi -represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di -continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da -lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui -colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno -smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i -guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli -voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo -conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano -artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali -faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei -buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici -si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e -niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51] - -Vedemmo Arezzo essere tenuto in possessione da Carlo, novello re di -Napoli: un Vicario di lui avendo a fine di pace fatto rientrare nella -città i Tarlati e gli Ubertini e gli altri oramai da quarant’anni -fuorusciti di fazione ghibellina, questi con la potenza di fuori -e le aderenze che aveano dentro ne divennero come padroni così da -costringere gli amici stessi del Re a fuggirsi nella rôcca. I quali -sapendo il conte Alberigo da Barbiano ed altre masnade stare ne’ -confini di Perugia, lo chiamarono che gli aiutasse a racquistare -la terra. Parve a lui meglio farne suo prò, ed occupata la diede in -preda a’ suoi soldati, che la misero a sacco e vi dimorarono più mesi, -infinchè essendosi contra loro fatta lega delle città di Toscana, si -condussero nel Regno. Scendeva in Italia, a questi tempi, di Francia -con grande forza di cavalli il Duca d’Angiò, chiamato dalla regina -Giovanna di Napoli suo figlio adottivo e successore nel regno, d’onde -egli veniva a cacciare Carlo di Durazzo: mandava per tutte le città -d’Italia con larghe profferte, pure che seco si collegassero. E -dall’altra parte Carlo alla Repubblica ricordava l’antica amicizia, -ed essere il Duca d’Angiò venuto per la oppressione di papa Urbano e -della Chiesa, egli aderendo all’Antipapa che avea dimora in Avignone. -Non potean altro i Fiorentini che starsi neutrali; ma Carlo aveva -grande favore nelle famiglie che più salivano in potenza, talchè a -soccorrerlo senza fare altra più aperta dimostrazione fu trovato -questo modo, che licenziato Giovanni Aguto ne andasse a Roma con -danari che i Fiorentini gli aveano dati in nome del Papa. Così l’Aguto -passò a Napoli, e fu grande aggiunta alle forze di quel Re; ma di ciò -si tenne molto offeso il Duca d’Angiò, e scrisse in Francia perchè -fosse fatta rappresaglia sopra alle robe ed alle persone dei mercanti -fiorentini. L’anno dipoi 1384 un’altra grossa Compagnia di Francesi -venne a rinforzo del Duca d’Angiò: la conduceva Enguerramo Signore -di Coucy, il quale disceso di Lombardia in Toscana, prima si fermava -presso a San Miniato, poi su quel di Siena, dove i fuorusciti d’Arezzo -veniano a lui con la promessa di fargli occupare quella città per le -intelligenze che avevano dentro. Accettò l’offerta, ed occupò Arezzo -non senza battaglia contro a’ cittadini che validamente la difesero; -ma non prima ne fu egli al possesso, che giunse novella essere in -Puglia venuto a morte il Duca d’Angiò: dal che ebbe fine quella -impresa che si faceva per lui, ed i Francesi d’Arezzo, che a tornare -in Francia abbisognavano di moneta, pensarono vendere ai Fiorentini -quella città. Più volte avevano questi avuto discorsi di vendita dai -vari che l’avevano occupata, e fin dai Tarlati; nè certo si stavano -dal fare disegni sulle fortune d’Arezzo, ora che lo Stato di Firenze -era venuto in mano di pochi ai quali importava rialzare se stessi con -le imprese di fuori, e che avevano a condurle assai maggiore abilità. -Dunque il Coucy vendeva Arezzo per quaranta mila fiorini d’oro: -quanti degli Aretini fossero allegri di quel mercato noi non sappiamo; -questo bensì, che se ne fecero in Firenze grandi allegrezze e giostre -e luminarie; ma si trova che avessero speso intorno solamente alla -città d’Arezzo duecento mila fiorini. Il bello si fu che nell’atto -di cessione diceva il Coucy donare Arezzo ai Fiorentini pel grande -amore e devozione che avevano essi portato sempre alla Reale Casa di -Francia, e perchè avevano posseduta più anni prima quella città: per -un altro atto del giorno stesso i fiorini, ch’erano la somma di tutto -il negozio, veniano al Coucy per essersi egli astenuto da ogni danno -sopra le terre della Repubblica: Iacopo Caracciolo, il quale teneva pel -re Carlo tuttavia la rôcca d’Arezzo, la cedè subito. Così la Repubblica -di Firenze venne in possessione della città d’Arezzo e del suo contado -e sue dipendenze. Donato Acciaiuoli, Commissario per i Fiorentini, -condusse con molta sua lode le pratiche per l’acquisto; e ricevuto -l’atto di dedizione, ordinava poi tutto il governo del nuovo Stato: -abbiamo a stampa gli atti e i documenti a ciò relativi nella più volte -lodata collezione dei Capitoli del Comune di Firenze.[52] Molte grosse -terre di Valdichiana vennero tosto in balìa dei Fiorentini, sebbene -Lucignano e Monte Sansavino fossero più a lungo disputate dai Sanesi: -Marco Tarlati cedeva Anghiari con più castella di Val di Tevere: poi -tutte le altre fino a Pietramala, antico nido di una famiglia tanto -nemica dei Fiorentini, vennero in mano della Repubblica; alla quale si -diedero pure in accomandigia gli Ubertini e quei di Montedoglio ed i -Faggiolani ed altri, d’onde ebbero i Fiorentini breve guerra col Conte -d’Urbino. E quindi anche venne a pigliare contro essi grande ira papa -Urbano, sebbene lui solo riconoscessero vero papa, nè mai piegassero -alle sollecitazioni di quel d’Avignone ch’era protetto dai Re francesi. -In questo tempo ebbe termine la guerra tra Veneziani e Genovesi tanto -grandiosa e memorabile, la quale ha nome di guerra di Chioggia. Amedeo -Conte di Savoia era stato arbitro per la pace, quei principi essendosi -allora ingeriti per la prima volta nei fatti d’Italia. Ai Veneziani -era imposta la demolizione dei castelli costrutti da essi nell’isola -di Tenedo, con l’obbligo intanto e finchè non attenessero la promessa -di depositare in mano al Comune di Firenze centocinquanta mila fiorini -d’oro in tante gioie; il che fu occasione a qualche vertenza prima che -il fatto restasse compiuto.[53] - -Nell’estate del 1383 era di nuovo la peste entrata in Firenze, dove -morivano fino a due e tre e quattrocento persone al giorno, ma più di -giovani e fanciulli, che d’uomini e femmine di compiuta età. Fuggiva -chi poteva, e si temette, partendosi i ricchi, la gente minuta non si -accozzasse co’ malcontenti e facesse novità. Quindi per legge imposero -una multa a chi se ne andasse, e col ritratto di questa soldarono -gente. Imperocchè gli uomini delle famiglie primarie che già tiravano -a ristringere in pochi lo Stato, aveano continue intelligenze co’ -nuovi capitani delle Compagnie che in oggi erano italiani, e come -nobili fuorusciti o privati nelle città loro del grado che ambivano, -poneansi di grande animo ai servigi degli ottimati, che già in questi -anni prevalevano per tutta Italia generalmente. Il popolo intanto -aveva perduta nei passati sconvolgimenti la superbia di sè stesso, -e il commercio della seta venuto in grande auge negli ultimi anni di -questo secolo, insieme alle nuove ricchezze creava nuove dipendenze, -e un adagiarsi nei godimenti nei quali gli animi si rendevano parati -e docili a ogni signoria. I Ciompi riapparvero dopo il 1382, ma come -stracchi per mosse brevi che gli mostravano di già vinti; e quella -parte ch’era venuta su, fortificavasi ogni giorno con le aderenze di -fuori e con le pratiche al di dentro, così da rompere ogni ostacolo. In -Siena il Governo che da più anni era nelle mani del popolo basso, tornò -all’ordine dei Nove che si componeva de’ più alti cittadini: la parte -che in Firenze si mantellava col nome guelfo, in Siena promosse questa -mutazione nello Stato, mandandovi anche ambasciatori sotto pretesto di -cercare la concordia; e celebrò il fatto col suonare le campane e coi -falò e le armeggerie, sebbene a molti quelle cose dispiacessero, come -fatte alla oppressione loro. - -Uno degli ambasciatori mandati a Siena era Benedetto degli Alberti -che dapprincipio non voleva, ma gli fu risposto andasse a Siena o a -confine; onde nell’ambasceria tirando in senso contrario a quello dei -suoi colleghi, venne a rendersi più maleviso alla parte che reggeva, -cui pareva essere Benedetto un grande ostacolo da rimuovere. La -famiglia degli Alberti (diversa dai Conti dello stesso nome, signori -antichi delle castella in Val di Bisenzio che poi furono de’ Bardi) -era in Firenze potentissima per le ricchezze, vivendo splendida sopra -le altre e guadagnandosi con le limosine e la larga benignità dei -costumi il favore popolare. Niccolò Alberti moriva l’anno 1377 ricco, -si diceva, di sopra a trecento migliaia di fiorini che il padre suo -aveva acquistati con la mercatura per varie parti della cristianità, -massimamente dei panni francesi e delle lane dell’Inghilterra. Ebbe -egli esequie magnificentissime, nelle quali più di cinquecento poveri -lo piansero alla bara, senza contare quei molti altri nascostamente -beneficati che lui piangevano per le case.[54] Quando nel 1384 si -festeggiava l’avvenimento di Carlo di Napoli alla corona d’Ungheria, -gli Alberti fecero apparato di torneamenti e di giostre che bene -potevasi convenire ad ogni gran principe. Benedetto godeva il favore -che a lui davano le ricchezze, l’autorità delle cose fatte, e certa sua -prudenza facile nei consigli; talchè lo troviamo lodato, sebbene fosse -egli nel 78 primo a chiamare il popolo in Piazza, avesse poi cercata -la morte di Piero degli Albizi, poi fosse ministro a quella di Giorgio -Scali. Un parente suo di nome Cipriano, quando fu tratto Gonfaloniere -se ne adombrarono gli avversari; e s’egli avesse voluto usare il grande -seguito che aveva presso agli artefici, si temette potesse volgere la -Repubblica. Avvenne dipoi l’anno 1387 che essendo uscito gonfaloniere -un Filippo Magalotti, il quale aveva per moglie una figliuola di -Benedetto, ma non arrivava ai 45 anni, età voluta pe’ gonfalonieri, -fu al Magalotti vietato pigliare l’ufficio e invece sua tratto Bardo -Mancini. Di che fu tumulto e creata una Balìa, nella quale entrava -lo stesso Benedetto per essere uno dei gonfalonieri di compagnia. Pur -nonostante quella Balìa privava d’ogni ufficio tutta la famiglia degli -Alberti, eccetto pochi ch’ebbero grazia, e confinava Benedetto fuori -delle cento miglia.[55] Questi esulò in Genova; poi andato a visitare -il Santo Sepolcro, nella tornata moriva in Rodi, d’onde il corpo suo -portato in Firenze ebbe solenni esequie in Santa Croce. Così fino -all’ultimo il nome suo rimase in pregio, per quale merito non sappiamo. -Così avendosi d’in su gli occhi levato quell’uomo e abbassata quella -schiatta di cui potessero più temere, confinarono oltre quell’Adimari -che assai co’ Ciompi se la intendeva, taluni del popolo più minuto; -e per sempre posero a sedere intere famiglie, tra le quali erano gli -Scali, i Covoni, i Mannelli, i Rinuccini. Il dì medesimo vennero alla -Piazza molti di case possenti con fanti armati, e domandavano che altri -fossero levati di Firenze come fautori degli ammoniti, dei fuorusciti -e dei ghibellini; al che i Signori, armati anch’essi in quel frattempo -di gente a piedi ed a cavallo, non consentirono; ma questo si ottenne, -che tutti coloro i quali avessero nell’85 vinto il partito, entrassero -senza altra solennità nelle borse; talchè v’entrarono più di trecento -uomini e molti garzoni e fanciulli: cotesto era vizio da più anni -usato, che i reggitori vi mettessero dei figli loro e discendenti che -non giungevano all’adolescenza, ed allo squittinio venivano nomi di -tali che erano nelle fasce.[56] Deliberarono che le minori Arti, le -quali avevano prima il terzo nel priorato ed in altri uffici, avessero -il quarto, e salvo alcuna particella, la quale era data ai grandi, -tutto il resto alle sette maggiori; e a queste le grosse potesterie -ed i vicariati: imposero pene gravissime ai forestieri se accettassero -alcuno ufficio della città. Da ultimo fecero anche una borsa separata -dei più confidenti a quello Stato così ristretto, dei quali almeno in -ogni priorato ne fossero due; gli chiamavano i Priori del Borsellino, -dappoichè il popolo di Firenze pareva oramai ridotto a quel solo usato -sfogo del motteggiare. Il Gonfaloniere che tante cose aveva fatte, -ebbe in dono un cavallo coverto con le armi della Parte guelfa ed altre -nobili onoranze.[57] - - - - -CAPITOLO III. - -NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO VISCONTI. COSTITUZIONE D’UN -GOVERNO D’OTTIMATI. [AN. 1387-1402.] - - -Quando avvenivano queste cose, la Repubblica vedeva già incontro a -sè una guerra di grande pericolo, essendosi posta innanzi sola per la -difesa delle città libere contro alla più vasta e ambiziosa Signoria -che insino allora fosse in Italia. La potenza dei Visconti, benchè si -reggesse nel nome di Bernabò, era divisa tra due fratelli; dei quali -Galeazzo essendo morto, ebbe a successore il figlio Giovanni Galeazzo -che avea titolo di Conte di Virtù, giovane di smisurata ma coperta -sete d’impero, e che s’ingegnava con la dolcezza dei costumi, col -biasimare le guerre e in ogni cosa mostrarsi di quieta natura, tirando -a sè l’amore dei popoli, addormentare i sospetti del feroce Bernabò, -cui pareva essere il nipote timido e inerte ed inclinato alle arti di -pace ed alle opere di devozione. La fama andava dietro al giovane, ed -era opinione che Bernabò lo volesse giugnere; ma Galeazzo anticipò, -ed avendo con sottile inganno preso lo zio che gli andava incontro -sopra una via maestra, lo chiuse in carcere, e indi a pochi giorni lo -fece morire: le città, le armi e le ricchezze della grassa Lombardia, -subito ubbidirono a Giovanni Galeazzo. Egli pauroso della persona sua, -quanto era audace nelle imprese per altri condotte, vivendosi chiuso -e cinto d’armati nel castello di Pavia, sapeva dirigere con singolare -accorgimento le pratiche insieme alle militari spedizioni; non faceva -pace che in sè non covasse più semi di guerra, nè guerra senza essere -pronto a giovarsi degli accordi. Grande contesa era tra ’l Signore di -Verona e quello di Padova; Giovanni Galeazzo, dopo lunghi avvolgimenti, -dichiaratosi pel Carrarese, ebbe Verona ponendo fine alla signoria -degli Scaligeri; dipoi Vicenza, e per sopraggiunta voltosi contro a -Francesco da Carrara che aveva tradito, assalì Padova l’anno 1388. -I Veneziani, badando solo a quel grande odio ch’essi portavano ai -Carraresi, e per allora avendo massima di non impacciarsi troppo dei -casi di terraferma, avevano lasciato estendersi le armi e la potenza -del Visconti fin sulle sponde dell’Adriatico. Quel da Carrara, per -lunghi casi e miserevoli sottraendosi all’iniquo vincitore, scampò in -Firenze a lui benevola.[58] - -Ma era Giovanni Galeazzo di coloro ai quali non basta sola un’impresa, -e dove non abbiano alle mani cento fila, temono incontro agl’ignoti -eventi d’essere côlti alla sprovveduta, nè alla loro indole -soddisfanno. Aveva disegni anche sulle cose di Toscana; e ad un -ambasciatore fiorentino disse volere mutare titolo, e fu inteso che -divisasse egli farsi re.[59] Nè a ciò mancavano le occasioni: in -pezzi l’Italia, ed all’intorno imperi deboli; armi vendereccie, ed -egli copioso di tanta moneta che nessun principe l’agguagliava:[60] -Napoli consunta da interminabili guerre e di nuovo minacciata, la -Chiesa divisa. Contro a Firenze erano accesi dopo l’acquisto d’Arezzo -i sospetti dei vicini, che un governo ora stretto in pochi vedeano -fatto più aggressivo; Perugia aveva nelle sue mura chiamato il fiero -Papa Urbano, e cacciato quella parte che più aderiva ai Fiorentini. -Questi, padroni di tutte le altre terre e fortezze di Val di Chiana, -aveano costretto a porsi sotto al vassallaggio loro il Signore di -Cortona, il quale da prima era censuario dei Senesi; teneano pratiche -in Montepulciano, dove eccitata una ribellione contro alla Repubblica -di Siena, occuparono la terra co’ loro soldati siccome arbitri nel -dissidio; poi fatti venire in Firenze ambasciatori dei Montepulcianesi, -questi come di soppiatto la descrissero nel libro della Camera della -Repubblica,[61] chè in palese non si ardiva fare ai Senesi cotale onta. -Quindi, a meglio assicurarsi, fatte venire in Toscana certe compagnie -straniere le quali giravano per l’Italia cercando pane, le mandò -sotto bandiera libera a minacciare i Perugini e a fare danni su quel -di Siena. I Senesi allora chiesero d’aiuto il Signore di Milano, il -quale bramoso di porre le mani nelle cose di Toscana, mandava loro alla -sfilata ed a più riprese tre migliaia di soldati sotto le insegne di -Giovanni d’Azzo degli Ubaldini rinomato capitano, e di Giantedesco dei -Tarlati,[62] entrambi nemici capitalissimi sopra tutti della Repubblica -di Firenze. Così era guerra tra ’l più possente signore d’Italia e -la Repubblica (tranne Venezia) più possente, senza che alcuna delle -due parti spiegasse in campo le sue bandiere. Lucignano fu ripresa ed -altre castella tolte ai Fiorentini: sotto la bicocca di San Giusto alle -Monache nel Chianti vennero per la prima volta in questa parte d’Italia -adoperate le bombarde.[63] Poco dipoi Giovanni d’Azzo infermò e in -Siena venne a morte. Grande era frattanto la sospensione degli animi -all’appressarsi d’una guerra, la quale sembrava volere invadere tutta -Italia; ed il vecchio Piero Gambacorti, usando l’antica amistà co’ -Fiorentini, con grande animo attendeva a procurare un accordo: godeva -di molta autorità presso gli altri principi e signori per la prudenza -e bontà sua; talchè alla fine gli riuscì farsi mediatore d’una lega, -per la quale a Pisa intervennero ambasciatori del Duca di Milano, dei -Fiorentini e dei Senesi e delle altre città di Toscana, e dei Signori -di Lombardia e di Romagna in molto numero.[64] Non fu stipulata mai -nell’Italia confederazione tanto vasta, nè tanto solenne, nè tanto -inutile per gli effetti che tosto svanirono. Montepulciano, cagione -prima della guerra, non fu ai Senesi restituita che fintamente, ed -in Siena stessa una ribellione fu tramata co’ nobili fuorusciti per -introdurre ivi le masnade che i Fiorentini teneano sempre nei luoghi -all’intorno, mentre che i Senesi viepiù si stringevano al Signore di -Milano: il quale cacciava indi a pochi dì dalle sue terre i Fiorentini, -e facea ritenere Giovanni Ricci che andava in Francia ambasciatore, -maltrattandolo e negando poi restituirlo, perchè l’anno innanzi avea -caldamente orato in Consiglio contro al Visconti e (diceva questi) -messo a partito di avvelenarlo.[65] Fidava poi molto nelle corruttele, -trovandosi avere egli comprato in Firenze stessa la rivelazione di -alcuni segreti per mille fiorini d’oro da un Bonaccorso di Lapo ch’era -stato due volte Gonfaloniere: confessava costui la colpa, onde ebbe -bando e fu dipinto per traditore. Inoltre il Visconti con le pratiche -di dentro e co’ soldati di fuori studiavasi tôrre a Piero Gambacorti la -signoria di Pisa, ed ai Fiorentini ribellare Samminiato e più castella -su quel di Arezzo, dando mano ai signori antichi ed ai gentilotti, -i quali n’erano spossessati. Infine la guerra dalle due parti era -protestata nella primavera dell’anno 1390. - -In questo mezzo Francesco da Carrara, condotto com’era da infaticabile -passione, aveva potuto ritorre Padova al Visconti con grande letizia -di quei cittadini; e Verona per subito movimento scuotendo il giogo -che la opprimeva, stava tra ’l porsi in libertà o richiamare un -fanciullo rimasto in vita degli Scaligeri. Nelle quali divisioni -bentosto accorrendo le armi di Giovanni Galeazzo, spensero nel sangue -della infelice città la ribellione; e avendo impedito che Vicenza -si muovesse, si spinsero innanzi infin sotto Padova a soccorso del -Castello, il quale tuttora si teneva pel Visconti. Cotesti fatti -vennero in punto a rinnalzare alcun poco gli animi de’ Fiorentini, -i quali avendo in Toscana molta guerra intorno a Siena e ad Arezzo, -vedevano anche pericolare Bologna, antica difesa delle città guelfe -contro a’ Signori di Lombardia. Richiamarono con grande fretta Giovanni -Aguto, ch’era sempre in Puglia ai servigi della vedova di Carlo di -Durazzo, e assoldarono Rinaldo Orsini buon capitano, che avendo appena -raccolte sue genti moriva all’Aquila; ma l’Aguto per vie nascoste -sottraendosi alle armi nemiche, era giunto con due mila lance al -soccorso di Bologna; intorno alla quale Iacopo del Verme, principale -capitano del Visconti, con forte esercito campeggiava, assistito -dal favore di presso che tutti i signorotti di Romagna, che stavano -col più forte. L’Aguto, riuscendo con grande maestria a prevalere in -molti assalti di qua dal Po, conduceva infine le armi sue a Padova, -costringendo il marchese di Ferrara, il quale inclinava verso il -Signore di Milano, a porsi in lega co’ Fiorentini. Già intorno a Padova -era giunto un altro soccorso, ma insufficiente: il Carrarese aveva -mosso contro al Visconti il duca Stefano di Baviera, marito a una -figlia dell’ucciso Bernabò, e i Fiorentini gli aveano dato ottantamila -fiorini perchè scendesse in Italia con dodicimila cavalli: scendeva -con la metà del promesso numero, e bastato solamente alla riscossa di -Padova, ritornava quindi in Germania senz’altro effetto, o non volesse -o non sapesse o anch’egli fosse corrotto dall’oro di Giovanni Galeazzo. -L’Aguto, avendo inutilmente tentata Vicenza e Verona che trovò essere -ben guardate, potè spingersi però infino all’Adda, sulle cui sponde -celebrarono i Fiorentini correndo i palii, com’era usanza, il dì -solenne di san Giovanni.[66] - -Quivi aspettava in forte sito il Capitano della Repubblica infinchè a -lui si congiungesse un altro esercito che scendeva contro al Visconti -giù dalle Alpi. Dappoichè le Sicilie furono date in Regno ad una -famiglia di Francesi, più non cessarono questi d’immischiarsi nelle -faccende d’Italia, ed ora un altro Duca d’Angiò rivendicava con le -armi le ragioni della spossessata regina Giovanna, della quale era -fatto erede. Bene i Fiorentini si tennero fuori da tale contesa, invano -adopratisi a conciliarla con che il figliuolo del Duca d’Angiò sposasse -la figlia rimasta di Carlo di Durazzo: e quando cercarono dal re di -Francia Carlo VI aiuto nella guerra di Lombardia, proponeva questi -due condizioni; riconoscessero come legittimo e vero papa quel suo -d’Avignone, e al Re pagassero un tributo ancorchè minimo, onde avesse -egli alcun titolo a pigliare i Fiorentini in protezione. Rifiutarono, -perocchè l’una delle due cose importava incostanza nella fede, e -l’altra diminuzione di libertà. Ma si apriva loro in Francia altra via, -e senza obblighi verso il Re; appresso a lui poteva molto il fratello -Duca d’Orléans, recente marito a una figlia di Giovan Galeazzo, a -quella poi tanto ricordata Valentina, dalla quale cento anni dopo un -altro ramo di Re francesi pretendeva tenere un diritto al ducato di -Milano. L’oro del suocero accresceva la potenza di quel Duca d’Orléans, -contro del quale stavano gli altri principi del sangue, e acerbo -nemico il Duca di Borgogna: questi volendo abbassarne la grandezza, -metteva innanzi il conte Giovanni d’Armagnac, la cui sorella sposa -a Carlo primogenito di Bernabò Visconti non si dava pace di vederlo -privato ed esule e insidiato sempre. Incitava essa quindi il fratello a -pigliarne la vendetta, e quel di Borgogna faceva che sotto le insegne -di lui si raccogliessero in gran numero i soldati allora dispersi di -certe bande che aveano prima desolato le provincie intorno al Rodano -e alla Loira.[67] I Fiorentini somministrarono all’Armagnac in due -paghe centocinque migliaia di fiorini, e molti più ne promettevano -quando avesse condotto a fine l’impresa. Scendeva costui ne’ piani di -Lombardia con la forza di quindicimila cavalli, ed era dato ordine si -congiugnesse con Giovanni Aguto, che stando sull’Adda divisava farglisi -incontro verso Pavia. Non sia chi si vanti più animoso dei Francesi, -ma era in Italia più arte di guerra; scorrevano quelli pei grassi -piani di Lombardia fidatisi andare a facile preda:[68] ma era consiglio -d’Iacopo del Verme guardare le terre, tra le quali avendo munita quella -di Alessandria con forte presidio ed all’insaputa dei nemici, questi -crederono espugnarla tostochè se l’ebbero incontrata sulla via, mentre -muovevano giù da Asti. Discesi a terra per dare l’assalto, lasciarono -addietro i loro cavalli; addosso ai quali venuto ad un tratto il -Capitano del Visconti, gli prese o disperse, e quindi volgendosi -con la sua buona e grossa mano di uomini d’arme, percosse incauta e -sprovveduta l’oste dei pedoni, la quale già era impegnata fortemente -contro ai soldati della Fortezza. Fu grande la rotta che toccarono i -Francesi, e la fuga sparpagliata senza cavalli e senza capo; imperocchè -l’Armagnac, vinto dal caldo ch’era eccessivo il giorno 25 luglio 1391 -e dall’angoscia dell’animo, avendo bevuto molta acqua, fu colto da un -subito accidente, del quale moriva il giorno dipoi. È da vedere come -la morte di questo Signore venga narrata prolissamente dal cronista -francese Froissart, il quale alle volte ti sembra storico e alle volte -romanziere. Dei fuggitivi presi in caccia dai soldati d’Iacopo del -Verme quanto distendesi il Piemonte infino alle Alpi, molti rimasero -prigionieri; uccisi molti altri per le strade di Savoia, e quindi giù -pel Delfinato insino al Rodano e alla Senna, dove gli avanzi di quelle -terribili bande già tanto crudeli non trovavano pietà, pochi e miseri e -mendichi tornati essendo alle loro case.[69] - -I Capitani del Visconti nella letizia di tanta vittoria condussero -senza porre tempo in mezzo le armi loro sopra l’Adda, sperando -avere facilità quivi di rompere Giovanni Aguto; che sarebbe stato -fiaccare del tutto le forze nemiche e porre termine alla guerra. Ma -questi già vecchio e prudentissimo capitano, appena sentita la rotta -dell’Armagnac, ritraendosi alcun poco e con buon ordine lentamente fin -verso Cremona, quivi sostenne con suo vantaggio un primo assalto, e -poi varcato co’ nemici sempre addosso l’Oglio ed il Mincio, indi pe’ -confini di Verona e di Vicenza pervenne con frettoloso cammino sulle -terre padovane, facendosi spalla di Francesco da Carrara che teneva la -città. Ma era suo fine portare l’esercito alla difesa di Toscana; al -che gli restava ultimo e più difficile impedimento il fiume dell’Adige, -intorno al quale era il terreno allagato dai nemici che sempre a -tergo lo inseguivano: passò tra le acque felicemente,[70] e avendo -amiche le terre estensi e le bolognesi, ebbe poi facile e sicura la -via fin dentro ai confini di Toscana. Quivi era di lui ansietà eguale -al desiderio, imperocchè Iacopo del Verme già vi era disceso a grandi -giornate per l’Alpe di Lunigiana, ed era già intorno a Lucca ed a Pisa, -mentre l’Aguto da Pistoia, passato l’Arno, gli venne a chiudere le vie -di Siena e di Firenze ponendo il campo a Samminiato. Era consiglio -d’Iacopo del Verme andare a Siena battuta forte dai Fiorentini che -ivi tenevano, sotto Luigi da Capua figlio del conte d’Altavilla, -un esercito di quattromila cavalieri e duemila fanti tra italiani e -tedeschi consueti a’ soldi d’Italia: e quindi lasciando l’Aguto a’ suoi -fianchi, per la via di Volterra girò a Siena, dove ingrossatosi delle -genti che potè ivi raccorre e forte di sopra a diecimila cavalli, si -condusse voltando indietro a Poggibonsi. Quivi l’Aguto già era accorso -a guardare il passo, ma non parendogli di bastare contro al troppo -grande numero dei nemici, si chiudeva nelle castella; ed intanto quelli -a file serrate procedendo per la valle d’Elsa, in due o tre giornate -vennero nel piano di Pistoia. L’Aguto, seguendogli, poneva il campo -vicino a loro presso Tizzana, dove grande aiuto gli sopravvenne di -genti del contado di Firenze e di collegati; chè sola Bologna aveva -mandato duemila cavalli e quattrocento balestrieri. Quindi al Capitano -del Visconti parve ritrarsi inverso Lucca; lo inseguiva l’altro, e -avendo colta in sulla Nievole la retroguardia sprovveduta, l’assalì e -percosse con suo grande vantaggio, avendo anche preso Taddeo del Verme -che la comandava, congiunto del Capitano.[71] Ma qui per allora finiva -la guerra: il Doge di Genova Antoniotto Adorno aveva più volte mandato -a Firenze proposizioni di pace, della quale era molto desideroso Piero -Gambacorti, ed a promuoverla s’adoprava il nuovo papa Bonifazio IX; -Giovan Galeazzo era pronto sempre a vantaggiarsi per via d’accordi. -Infine elessero le due parti a comuni arbitri l’Adorno in suo proprio -nome, e il Gran Maestro di Rodi Ricciardo Caracciolo legato del Papa, -e terzo arbitro il Comune e popolo di Genova. Pronunziarono insieme -il lodo; per cui rimase a Francesco da Carrara Padova, ch’era il -principal momento di quella contesa, con che al Visconti pagasse per -cinquant’anni diecimila fiorini l’anno: i fuorusciti di Siena, tra’ -quali nobilissime famiglie i Malavolti ed i Tolomei, riavessero i -beni, ma senza però tornare in patria, il che volevano con grande -istanza i Fiorentini; le castella si rendessero dalle due parti; ed al -Visconti non fosse lecito mandare sue genti in Toscana, se non quando -patissero offesa i Perugini o i Senesi che a lui erano collegati. -Nei pochi mesi di quella guerra i Fiorentini aveano speso un milione -e duecentosessantaseimila fiorini d’oro, secondo che scrive Lionardo -Aretino avere trovato nei Libri della Camera del Comune. I cittadini -aveano pagato tanti danari, che quasi niuno poteva più pagare, e -molti erano rimasti deserti. Aveva il Comune sì grande il debito, che -presso che tutte le rendite sue ne andavano a pagare l’interesse del -Monte; e quindi stretti dalla necessità, fecero molti provvedimenti -ad accrescere le entrate e diminuire l’interesse, i quali erano contro -alla fede data, e molti cittadini ne ricevettero grandi danni; ma pur -sel patirono. Tra le altre cose fu ordinato si ritenesse ogni anno -la quarta parte dell’interesse, e coi danari ritenuti gli ufficiali -del Monte comperassero dai creditori al minor pregio che potessero i -titoli iscritti, a fine di scemare via via la somma del debito posato -sul Monte, secondo che era, siccome vedemmo, antica usanza nella -Repubblica.[72] - -Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii -restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in -segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di -soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare -guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario -tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve -quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale -assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense -e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori -delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del -Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla -stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la -guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico -alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto -però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando -Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a -lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa -gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da -gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran -presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente -Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva -allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni -più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano -traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi -un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi; -quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare -colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo. -Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni -Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi. - -In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle -Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere -tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe, -e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che -più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano -il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di -verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un -secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che -voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti -maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta -la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o -fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87 -manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore -degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte; -ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse -contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che -agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della -Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il -popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo -i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi; -patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi, -non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani. - -Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di -giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva -sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e -quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a -Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso -nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo -si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni -altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni -di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di -ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze -di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato -al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là -dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi -a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere -gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e -tormentati, dissero cose _vere e non vere_, e nominarono come fautori -di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in -città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse, -nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a -parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu -data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior -numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro -che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano -serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro -gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia -Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata -a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori -e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito, -ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse -ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse -tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo -suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di -quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè -avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale -termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa -tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere -suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta -la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato -l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino, -che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo -Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale -effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o _gentiletti_ -si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad -_essere principali_.[74] - -Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni -contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata -con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il -più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii -di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti -rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero -bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a -Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del -confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di -obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli -averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75] -In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che -attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da -Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi -era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed -altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello -che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora -solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento -balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella -stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme -e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con -l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie -dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in -quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio -ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi -fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che -per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto -d’alcuni pochi luoghi designati. - -Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni, -una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente -andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono -in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro -addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al -che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì -altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei -Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini, -Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente -di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle -Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che -rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse -l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo -che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè -molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri -e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza. -Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli -artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che -la città non rimanesse _sotto le branche di quella famiglia_: parole -quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle -branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi -memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon -ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto, -Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni -insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva -dipoi, non senza gloria, la Repubblica. - -Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e -Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato, -ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la -quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era -uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti -una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di -guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado, -ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non -volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della -rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi -reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse. -Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il -più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che -il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e -sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori -ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano -confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’ -consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli -l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe -primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe. -Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel -1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio -del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei -meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una -Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui -parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la -restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene -fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con -un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come -spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al -padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso -volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione. -Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia -in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in -Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo -di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che -doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e -gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo -consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui -varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto, -e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79] -Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non -bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non -volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero, -o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto, -aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e -i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per -città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci -voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la -vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza -cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per -venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di -lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in -che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli -cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza, -mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono -condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di -minor conto.[80] - -Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche, -dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era -piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era -un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati -da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti -in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui -morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie, -dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno -speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando -indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini -a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si -fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa, -gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e -seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.» -Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando -ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa -Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e -là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a -piè dei loro palagi stessi. - -Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come -in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo -da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli -usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero -molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere -la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della -Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro -mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza -la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato -cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria. -Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un -monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della -testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora -volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta -cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli -Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli -Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche -furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli -Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica. -Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i -Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si -trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte -comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva, -senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare -dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che -nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che -in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le -case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della -famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna -degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena -mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse -nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore; -e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella -persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti -quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro, -e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente -riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica. - -Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni -Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori -capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni -Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di -Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i -Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite -alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio -al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la -guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini -entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio -dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano -fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava -Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali -cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava -stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare -assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano -scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia; -tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita -bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli -la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo -s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta -dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai -nemici del Visconti il poco valido suo aiuto. - -La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle -magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie; -frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti, -e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti -soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada: -i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al -tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad -essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni -cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata -dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo -nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao, -figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita -sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte -contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno, -a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e -salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio -di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria, -perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero -lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di -Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove -era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il -soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre -della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean -chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano -contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava -pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro -al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza, -qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in -questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che -mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi -di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a -Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso -Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di -nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva -pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al -Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni -loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da -Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare -nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, _nè contro alla libertà_ -d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini _meglio essere -che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai -Francesi_;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed -altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già -avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare -ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo -cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia. - -Il Duca frattanto, il quale teneva in Toscana piede fermo a Siena ed -a Pisa, fatte oramai sue dipendenti, aveva mandato in quest’ultima -città i due Conti da Barbiano con cinquemila soldati ad infestare -i Lucchesi, i quali vivevano sotto Lazzaro Guinigi in amistà con la -Repubblica di Firenze; e questa avendo a soccorso loro inviato sue -genti e sprovveduto San Miniato, uno dei Mangiadori fuorusciti, di -furto entratovi, uccideva il Commissario fiorentino, ma era dal popolo -ricacciato;[90] e il conte Alberico scorreva da Siena fin sotto le -mura di Firenze a Pozzolatico ed a Signa, guastando il contado. Era -la guerra già denunziata, sebbene anche prima e fin dall’ottobre 1395 -per un consiglio di Richiesti fosse fatta deliberazione di opporsi al -Visconti, e creati i Dieci di balía e condotto gente d’arme e chiesto -l’aiuto de’ Bolognesi e degli altri collegati di Romagna. Imperocchè il -nodo di tutta la guerra già era in Mantova assalita con grande sforzo -dal Duca, il quale da prima con gravi barconi ed artiglierie fatte -scendere giù per il Mincio, avea rotto i ponti ed i serragli della -fortezza; la quale tuttavia resistendo per la difesa delle lagune, -e i Fiorentini avendovi in più tempi mandato fino a millesettecento -lancie sotto Carlo Malatesta, mentre all’incontro molto ingrossavano -le genti del Duca, fu a Governolo grande battaglia e gran rotta dei -Ducheschi, ma scarso il frutto pei collegati, il Malatesti avendo -ricusato spingere innanzi la guerra. Venezia allora la prima volta -entrava in lega, ma con l’intendimento di farsi arbitra della pace, -siccome colei che fino a quel tempo, o nulla ambiva in terraferma, o -solamente la ruina dei Carraresi, intanto piacendole si logorassero le -due parti.[91] Aveva cercato che in lei facessero compromesso; al che -negandosi il Visconti, fu stretta la lega, con questo però, che da sè -soli i Veneziani potessero fare pace o tregua anche pei collegati, i -quali dovessero il fatto loro ratificare: imposero quindi nel maggio -del 1398, e innanzi d’averla con gli altri convenuta, una tregua per -dieci anni; tanta era in Italia già da quel tempo l’autorità della -Repubblica di Venezia.[92] In Pisa era morto Iacopo d’Appiano, avendo -sepolto pochi mesi prima il figlio Giovanni capace a reggere quello -Stato, il quale cadeva nell’altro suo figlio di nome Gherardo, uomo -da poco; e già il Visconti con la frode e con le armi aveva tentato -occupare le fortezze; laonde Gherardo, perchè alla casa degli Appiani -nessuna infamia mancasse, vendeva al Duca Pisa per duecento mila -fiorini d’oro, col riservarsi la signoria di Piombino, che indi -rimase nei discendenti di lui: indarno i miseri Pisani avevano offerto -pagare essi la moneta e riscattarsi a libertà. Peggio fece Siena, che -di proprio moto si diede al Duca in servitù; il che era già stato -deliberato fino dall’anno 1391, ma non ebbe esecuzione, sinchè ora -fu vinto nel Consiglio generale; le guerre avevano e le contenzioni -ridotta in miseria quella nobile città, diserto lo Stato e quasi -vuoto d’abitatori.[93] A quel tempo stesso Perugia e Assisi erano -venute sotto il dominio del Duca, invano il Papa ed i Fiorentini a ciò -essendosi contrapposti; Lazzaro Guinigi signore di Lucca era ucciso -a tradimento da un suo proprio fratello ad istigazione del Vicario in -Pisa del Duca, il quale dava indi mano a Paolo della famiglia stessa -che pigliò la signoria, e lunghi anni poi la tenne: il Conte di Poppi, -quello di Bagno, gli Ubertini si diedero al Duca; il Signor di Cortona -s’accordò con lui: guerra minuta di correrie da questi facevasi in -Casentino e nel Chianti; e gli sbanditi del 93, cui piaceva scaldarsi a -quel fuoco, lo attizzavano più che mai.[94] Allora una pace in Pavia fu -conchiusa dai Veneziani, a questa obbligando anche gli altri collegati -secondo il patto che aveano posto; del che i Fiorentini si dolsero -assai:[95] ma pace non fu, siccome tregua non era stata, e sempre i -danni continuavano. Anche la peste era venuta fieramente a percuotere -la città, da quella fuggendosi grande numero di cittadini; infuriò in -Roma nei mesi del giubbileo di quell’anno 1400, e dipoi corse tutta -Italia. - -Qui è luogo a dire di quella devozione dei Bianchi penitenti, la quale -venuta d’oltr’Alpe, era entrata per Genova e Lucca in Toscana l’anno -precedente: Compagnie d’uomini e di donne, fanciulle e fanciulli, -coperti di panni lini bianchi, andavano a molte migliaia nove dì -processionando con l’insegna del Crocifisso innanzi; cantavano laudi, -chiamavano pace e misericordia, facevano rappacificare le genti tra -loro: sicure le andate anche nelle terre le quali soleano tenersi -nemiche: pareva proprio cosa di Dio. Venute in Firenze di tali -Compagnie da’ luoghi vicini, ebbero il vitto dalla Repubblica e molte -limosine: e quando forse quaranta mila dei Fiorentini vollero fare lo -stesso, provvidde la Signoria che oltre al Vescovo, il quale andava con -loro, avessero guide che gli ordinassero per contrade e regolassero -ogni cosa affinchè scandalo non nascesse; e a loro non permisero -dilungarsi molto fuori di città, dentro alla quale doveano ogni sera -tornare ad albergo. Usciva bensì con altri il Vescovo di Fiesole; ai -quali aggiugnendosi per la via molti del contado, si radunavano in -Figline venti mila persone o più; i quali andati fino ad Arezzo, di là -tornarono, dentro i nove dì: era due mesi continuata in Toscana quella -devozione.[96] - -Nell’anno 1401 la Repubblica, via più sentendo intorno a sè crescere -i pericoli da ogni parte, dappoichè i Signori di Mantova[97] e di -Ferrara segretamente si erano accordati col Visconti, ed in Pistoia -i Cancellieri aveano cercato fare mutazione dello Stato, si volse al -nuovo Imperatore: questi era Roberto conte Palatino di Baviera, creato -nel luogo del deposto Vinceslao. E lui sapendo essere voglioso di -avere dal Papa confermazione del grado, mandatogli Buonaccorso Pitti -ambasciatore, praticarono affinchè scendesse contro al Visconti in -Italia, con la promessa di cento mila fiorini subito ed altri novanta -mila durante la guerra: prometteano anche un’altra egual somma in -prestanza; e Roberto confermava i privilegi alla Repubblica prima -concessi da Carlo IV, ma con maggiore ampiezza, e quella volta senza -trattare di censo. Scendeva egli dunque a Trento, e presso Brescia -avendo avuto piccolo scontro ed infelice con le milizie del Visconti, -perchè il Duca d’Austria e l’Arcivescovo di Colonia subitamente lo -abbandonarono, venne a Padova con poche genti, indi a Venezia. Qui -pretendeva il pagamento dei novanta mila fiorini che rimanevano; -alla fine, contentatosi d’averne sessantacinque mila (a lui recati da -Giovanni de’ Medici, ch’era mercante ricchissimo), tornò a Padova e ivi -si fermò, finchè veduto che altre genti non gli venivano nè danari, si -ricondusse in Alemagna: questo fine ebbe la discesa dell’imperatore -Roberto in Italia.[98] Ma già era prossima a cadere in mano del Duca -l’ultima e la maggiore amica dei Fiorentini, Bologna. L’anno innanzi -era divenuto di questa signore Giovanni Bentivoglio, avendo cacciata -la parte dei Gozzadini; il quale a malgrado le lusinghe del Visconti -s’era collegato ai Fiorentini, persuadendosi che appresso al popolo ne -acquisterebbe favore. E da principio gli tornò bene; ma non sì tosto -l’Imperatore ebbe sgombrato l’Italia, Giovan Galeazzo facea radunare -sotto Bologna il maggior nerbo delle forze sue con otto mila cavalli, -dov’erano molti dei più riputati italiani condottieri, e a capo di -tutti Alberico da Barbiano: guidava le genti fiorentine e bolognesi un -Bernardo delle Serre guascone, che i nostri familiarmente appellavano -Bernardone. Fu grande battaglia e memorabile per quei tempi presso -Bologna a Casalecchio, dove i collegati essendo rotti ed il Capitano -preso, i soldati vincitori e i fuorusciti con essi insieme si sparsero -nella città: quivi molta e sanguinosa fu la zuffa cittadina, infin -che ucciso il Bentivoglio, il Duca pigliava la signoria libera di -Bologna, contro al volere dei fuorusciti ai quali aveva altro promesso. -Dei commissari fiorentini che erano al campo, uno per ferite moriva; -l’altro, Niccolò da Uzzano, prigione del Duca fu quindi a spese della -Repubblica riscattato per cinque mila fiorini. - -Prima d’allora non mai Firenze si vidde condotta in pericolo così -vicino: lo Stato è vero non era tocco, ma da ogni parte chiuse le -vie alle amicizie ed ai commerci, le città suddite minacciavano fare -sommossa; il contado stracco per le gravezze, e nel Mugello i contadini -davano mano a quei dell’Alpe, dove gli Ubaldini nemmeno allora affatto -spenti, anch’essi levavano la cresta insieme a quanti fossero male -contenti della Repubblica; le ricolte tutte fuori senza difesa pei -campi, e nella città non era roba per due mesi: temevasi anche di quei -di dentro, e due mila Ciompi dai Dieci furono assoldati, più per trarli -fuori che per fiducia che in loro avessero, e mandati a guernire le -castella.[99] In su quei primi non fu la guerra con vigore proseguita -da quei del Duca, e rimediossi pure in qualche modo; ma credeva egli -di affamare la città e così averla a discrezione: si diceva ch’egli -volesse in Firenze farsi coronare re d’Italia. Quand’ecco di subito -mutare le sorti per un evento cui la sagacità di lui non fu capace a -provvedere. Giovan Galeazzo fuggendo la peste, ne fu colto in Marignano -dove morì a’ 3 di settembre 1402, quando era signore del più grande -Stato che fino ai dì nostri fosse in Italia. Fu egli però oltre al -dovere magnificato, siccome colui che tutti vinceva nelle arti comuni, -ma da quelle non si discostava, più atto ad usare le forze altrui che -a farsi padrone degli animi, senza virtù di soldato nè armi proprie -e paesane, uomo da pigliarsi a brani l’Italia ma non da tenerla nè -insieme comporla: regolato nell’amministrazione quanto magnifico nelle -opere, lasciava di sè due molto splendidi monumenti, il Duomo di Milano -e la Certosa presso Pavia.[100] - - - - -CAPITOLO IV. - -ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406.] - - -Per il testamento di Giovan Galeazzo andava lo Stato diviso tra -due figli, dei quali il primogenito Giovanni Maria, ch’era in età -di tredici anni, ebbe il Ducato di Milano con le città poste tra -’l Mincio e il Ticino, e inoltre Piacenza, Parma, Bologna, Siena, -Assisi, Perugia. Pavia rimaneva come sede e come titolo al secondo -nato Filippo Maria, con quelle città le quali stanno ai due fianchi -della Lombardia verso il Piemonte e la Venezia. Un terzo figlio, -ma non legittimo, Gabriele Maria ebbe Pisa in successione, e Crema, -la quale il Duca potesse riscattare per moneta. Sebbene usanza del -Visconti fosse dividere le città considerandole nella successione come -tanti patrimoni ciascuna per sè, provvidde Giovan Galeazzo a mantenere -quanto per lui si potesse unito lo Stato, avendo anche fatto che i -due minori fratelli tenessero in feudo le città loro siccome parte del -Ducato di Milano. Ma era lo Stato senza armi proprie, i popoli stanchi -dalle gravezze; nelle città, le antiche parti risuscitavano, mosse dai -nobili che in ciascuna erano soliti dominare, e che ora oppressi dai -Visconti mettevano innanzi il nome guelfo: così aveano levato il capo -i Rossi a Parma, i Fogliani a Reggio, ed a Bergamo i Suardi, i Benzoni -a Crema, gli Scotti a Piacenza; Ugolino dei Cavalcabò, rioccupando -la signoria di Cremona e avuto rinforzo d’armi fiorentine, pigliava -Lodi, di là scorrendo fin sotto alle mura di Milano; intanto che i -Rusca ed il popolo con essi muovevano Como a feroce ribellione, che -le armi vennero ad estinguere. Ciascuna città faceva per sè, ma in -sè divisa: sul capo a tutte stava un’altra forza dispersa, vagante, -divisa anch’essa ma sola valida, i condottieri delle armi mercenarie, -i quali levati da Giovan Galeazzo a grande stato, perdevano ora la -sicurezza delle paghe e la fiducia delle imprese; mandati essi a -comprimere le ribellioni, di queste facevano il loro pro: ed in tale -modo ebbe occupata Facino Cane la signoria d’Alessandria; ed Ottobuon -Terzo prima facendo coi Rossi a mezzo, poscia ingannandoli, riduceva -Parma tutta a sua propria devozione: Brescia, dopo essersi prima data -al Carrarese, venne alle mani di Pandolfo Malatesta. I Fiorentini -ch’erano giunti per molte lunghezze a stringere lega col Papa nei -giorni quando morì Giovan Galeazzo, continuavano guerra stracca intorno -a Perugia e intorno a Siena ed in Romagna. Aveano condotto Alberico da -Barbiano, al quale si univa con le genti pontificie il troppo famoso -cardinale Baldassarre Cossa; e insieme avendo portata la guerra fin -sulle rive del Po, ecco giugnere a Firenze la mala novella che il -Cardinale si era accordato coi Visconti, avutone in prezzo l’abbandono -di Bologna, che subito venne a lui dal popolo consegnata: Perugia ed -Assisi tornarono anch’esse alla devozione del Pontefice. Aveano cercato -i Fiorentini che Bonifazio non ratificasse quell’accordo; indugiò il -Papa, e quindi offerse di rintegrare la prima lega e l’amicizia con la -Repubblica.[101] La quale intanto pigliava vendetta di quei signorotti -che a lei si erano ribellati, ampliando il dominio con la distruzione -dei Conti di Bagno, e avendo acquistato da quel lato degli Appennini -anche Castrocaro, e nelle Maremme Castiglione della Pescaia, importante -sito da stare a guardia contro a’ Senesi. Nè questi mantennero al nuovo -Duca la soggezione, ma raccostando il governo agli ordini popolari, ed -avendo richiamato i fuorusciti, fecero pace (sebbene ciò fosse a mala -voglia) co’ Fiorentini.[102] E in questo mezzo Francesco da Carrara, -uscito di Padova occupava con le armi Verona, dicendo tenerla per conto -d’un ultimo bastardo di casa Scaligera; ma questi però da indi a poco -venne a morte, non senza infamia del Carrarese; contro del quale i -Veneziani movendo allora una grande guerra, ebbero infine Padova e lui -a discrezione, e per iniqua ragione di Stato avendo nel carcere ucciso -Francesco e due suoi figli, a sè aprirono così la strada alle conquiste -ed alle guerre in terraferma. Pareva frattanto la signoria dei Visconti -al tutto disfarsi per interne commozioni mosse dai nobili malcontenti; -quindi in Milano lunga sequela di fatti atrocissimi, i quali mi piace -non avere obbligo di narrare; e infine la vedova Duchessa, reggente pe’ -figli, chiusa in castello e messa a morte: era essa nata di Bernabò, -e dopo regnato diciassette anni con l’uccisore del padre suo, venne al -fine stesso.[103] - -Nel mese di novembre 1403 giungeva in Pisa il nuovo signore Gabriele -Maria Visconti, e seco la madre Agnese Mantegazza. Cominciò male, -essendo accolto con poca festa nella città, la quale era esausta -dalle guerre precedenti, nè poteva egli trarne danaro a volontà sua; -cosicchè in capo a pochi giorni fatti pigliare alcuni cittadini più -facoltosi sotto colore che a lui volessero tôrre la città, ad un -Agliata e a due altri fece tagliare la testa, altri condannando in più -migliaia di fiorini, pena la vita se dentro un mese non gli avessero -messi fuori;[104] altri, dopo averli bene smunti, mandò a confine: -talchè i Pisani cercavano modo come liberarsi d’un tale signore, il -quale vedeano essere uomo di poco senno e poche forze nè da potere -avere aiuti di Lombardia. I Fiorentini teneano l’occhio a queste -cose; e da un uscito di Pisa avendo i Dieci di balìa avuto avviso come -agevolmente si potesse entrare in città per una porta murata, ma il -muro era debole e sottile, mandarono genti segretamente nel mese di -gennaio con isperanza di occupare la terra; se non che la trovarono ben -guardata e il popolo in arme, perchè il traditore si venne a pentire -e increbbegli della sua patria e disse ogni cosa; talchè per allora -falliva il disegno: ma bene pareva a Gabriele Maria stare troppo male -tra’ Pisani, che a morte l’odiavano, e i Fiorentini, contro ai quali -non bastava egli alla difesa di quel suo stato pericolante. Era in -Genova governatore pel Re di Francia il maresciallo Giovanni Le Maingre -detto Bouciquaut, e i nostri lo chiamavano Bucicaldo: ignoro se primo -a lui si volgesse Gabriele Maria per darsi a Francia in protezione, o -se il Francese molto ambizioso di più distendere le radici nel cuore -d’Italia avviasse pratiche a tal fine, eccitato anche dai Genovesi, i -quali temevano se Pisa cadesse in mano dei Fiorentini, averne perdita -pe’ commerci loro. Fatto è che il Visconti si rendè vassallo al Re -di Francia, cui doveva in segno d’omaggio presentare ogni anno un -destriere e un falcone pellegrino; ma quel che più era, gli diede -in possesso i castelli di Livorno, di gran momento dappoichè il mare -col discostarsi lasciava in secco il Porto antico dei Pisani. Mandava -pertanto Bucicaldo a Firenze intimazione di cessare ogni offesa contro -alla città di Pisa, la quale era divenuta cosa del Re. Di ciò si -turbarono molto gli animi dei Fiorentini; vedevansi tôrre Pisa di bocca -e venire addosso la potenza de’ Francesi. Quindi per allora chiamandosi -offesi, e pigliando tempo, mandarono a Genova ambasciatori a Bucicaldo; -mandarono in Francia a richiamarsene al Re stesso. Ma quegli frattanto, -vie più sdegnato per quel ricorso, facea sequestrare le robe in Genova -dei Fiorentini, per oltre a centomila fiorini d’oro, e ad essi vietava -usare il porto di Talamone perchè fossero costretti valersi di Genova o -d’altri scali in suo dominio. Vennero infine le mercanzie rese e tolto -il divieto; ma la Repubblica fu costretta fare tregua coi Pisani per -quattro anni, che a Firenze parve durissima condizione.[105] - -Durava lo scisma nella Chiesa: in Avignone all’antipapa Clemente VII -era succeduto infino dall’anno 1394 uno spagnuolo, Pietro da Luna, -che prese nome di Benedetto XIII; e poichè le armi dei Francesi erano -entrate in Italia, ed in Genova il governatore gli mostrava una fede -da soldato,[106] si confidò Benedetto a vantaggiare la parte sua: -quindi spediva suoi Legati infino a Roma; dove accolti male, com’era da -credere, vennero chiusi nella fortezza di Castel Sant’Angelo. Intanto -moriva papa Bonifazio, e in mezzo alle gravi perturbazioni della città -di Roma gli fu eletto successore il cardinale Cosimo Migliorati col -nome d’Innocenzio VII, e con la promessa solenne di fare ogni cosa per -la cessazione dello scisma, fino a deporre la tiara i due contendenti, -se a tal fine s’accordassero. E Benedetto era venuto per Marsiglia -e Nizza infino a Genova, che Bucicaldo riceveva in ubbienza, a ciò -abbassandosi un Cardinale di casa Fieschi ed il Vescovo della città: -quindi usando la debolezza di Gabriele Maria, ottenne che in Pisa -questi comandasse il riconoscimento di Benedetto, il quale aveva fatto -anche disegno venirvi della persona sua; ma voleva le castella, egli -insieme e Bucicaldo avendo disegni, comunque vari e mal fermi, sulle -cose di Toscana. Ambiva questi che il Re suo acquistasse anche la -signoria di Pisa, incitato come sembra dal duca d’Orléans, il quale era -allora quasi che reggente del regno di Parigi, e forse cercava con la -Valentina, moglie sua, fare in Italia a sè uno stato. Ma Bucicaldo, non -credendosi avere forze a ciò sufficienti, e temendo per l’unione con la -ghibellina Pisa non venisse questa parte a farsi in Genova prevalente, -volgeva l’animo ad una qualche sorta di componimento con la Repubblica -di Firenze; al che spingevalo Benedetto nella speranza di trarre questa -a porsi sotto all’ubbidienza sua con l’esca di Pisa. Si aggiugneva che -Francesco da Carrara trovandosi allora a dure strette, molto avrebbono -i Genovesi e Bucicaldo avuto caro di procacciargli soccorso; e questo -voleano fosse un altro prezzo da imporre alla cupidità della Repubblica -di Firenze. Ondeggiava Bucicaldo variamente in questi pensieri, -temendo l’odiosità dell’opprimere una città ed un signore che a lui -erano confidati; dal che odio gli verrebbe nella Corte di Parigi da -quella parte la quale stava contro all’Orléans ed a lui. I Fiorentini, -tra ’l Re di Francia e il duca d’Orléans e Bucicaldo ed i Pisani e -Gabbriello e Benedetto, cercavano fare segretamente i fatti loro, o -almanco svilupparsi dell’impedimento della tregua che a forza avevano -consentito.[107] - -La prima apertura del pensiero che Bucicaldo e Benedetto avrebbono -avuto della vendita di Pisa venne in Firenze per una lettera che -Buonaccorso degli Alderotti mercante in Genova scriveva privatamente -a Gino Capponi correndo il giugno 1405. La quale essendo subito -comunicata da questo ai Signori ed a pochissimi cittadini, fu preso -partito che Gino andasse a Genova come per altre faccende, e lì -vedesse qual fondamento avesse la cosa. Andava Gino, e fu a discorso -con l’Alderotti, poi con Bucicaldo, il quale chiedeva dapprima -quattrocentomila fiorini d’oro, che la metà fosse spesa nel soccorrere -a Francesco da Carrara; chiedeva inoltre che la Repubblica ubbidisse -a Benedetto; e interrogato da Gino qual modo terrebbe per avere Pisa -e quindi poterne fare cessione, disse l’avrebbe prestamente nelle mani -col favore del suo Papa. Rimasero, cercasse quegli di avere Pisa e poi -del resto si aggiusterebbero: con queste parole tornò a Firenze Gino -Capponi. Nel tempo stesso parendo a Gabriele Maria d’essere appiccato -con la cera nella signoria di Pisa, mandò a dire a Maso degli Albizzi -che avrebbe con lui voluto parlare segretamente; per il che Maso andato -un giorno come a diporto alla sua villa di Montefalcone, si condusse -con apparenza di pesca per Arno infino a Vico Pisano; dove abboccatosi -col Visconti non vennero a nulla, perchè Maso metteva innanzi discorsi -di vendita, e quegli di lega che lo rinforzasse nello Stato.[108] - -Ma non così tosto il popolo di Pisa ebbe sentore di queste cose, bene -accorgendosi che il fine sarebbe cadere per ogni modo in servitù, -si levò in arme ai 21 luglio sotto la condotta di un Ranieri Zacci e -venne in piazza, dove ebbe lunga battaglia con le genti del Signore, le -quali infine si dovettono ritrarre in cittadella, quivi assediate dal -popolo e chiuse con fossi e steccati; intantochè altre uscite fuori ed -accogliendosi in Ripafratta, di là correvano il contado ed infestavano -la città con isperanza di racquistarla. Gabriele Maria si era condotto -in Sarzana, città sua; e la madre andata in Genova a trattare per la -cessione col Maresciallo, e di là tornata in cittadella, qui venne -a morte d’una caduta. Cotesto levarsi del popolo aveva storpiato -i disegni dei Fiorentini e di Bucicaldo, il quale metteva nella -cittadella un centinaio di genti d’arme francesi prima che i Pisani -chiudessero il fosso, e cercò pure mandare in Pisa altri soldati e -vettovaglie e fornimenti sopra una nave che dai Pisani fu combattuta -in foce d’Arno e presa, e le genti francesi rotte, e fatto prigione -un nipote dello stesso Maresciallo. Del che pigliava egli grande -sdegno, e si rendè facile prima agli accordi con Gino in Livorno, -indi alla finale conclusione con Gabriele Maria in Sarzana, dov’erano -andati da Firenze altri ambasciatori, e due Genovesi pure intervennero -commissari. Il domestico scrittore delle memorie di Bouciquaut molto -si adira co’ Pisani per la ribellione che aveano fatta contro al -legittimo Signore loro, che gli trattava, secondo lui, amorosamente; -notando com’era vizio delle genti d’Italia mutare spesso signoria; e -dice essere dal tradimento loro, quando rubata la nave a lui presero -il nipote, stato condotto il Maresciallo a fare la vendita. Della quale -ben si vede come avesse grande bisogno egli di scusarsi per l’odiosità -del fatto, e dissimula i discorsi che n’erano prima stati tenuti, e -vuole poi dare ad intendere come nel trattato fossero clausule per -le quali veniva la stessa Repubblica di Firenze a mettersi sotto la -protezione dei Re francesi. Il che non era nè poteva essere com’egli -vanta; ma io credo gli scrittori fiorentini nemmeno dicessero ogni -cosa di quel fatto. Ebbero questi la cittadella e le altre fortezze, -pagando dugentomila fiorini a Gabriele Maria Visconti che riteneva -Sarzana, ed a Bucicaldo rimaneva in possessione Livorno: promettevano -poi di soccorrere Padova; e fu la ruina ultima del Carrarese questa -fiducia che lo rattenne dal fare accordo co’ Veneziani: alcune cose -anche promisero intorno a papa Benedetto. A’ 31 agosto 1405 pigliava -Gino la tenuta della cittadella per carta segnata da un commissario di -Bucicaldo.[109] - -Le più sostanziali differenze tra ’l racconto di Bucicaldo e quello -di Gino, consistono in ciò: che il Maresciallo dopo avere esposto -come avesse egli molto esortato i Pisani perchè tornassero in fede -al legittimo Signore loro, aggiugne questi essersi dati al Re di -Francia direttamente come avean fatto i Genovesi, ed egli essere alla -perfine nè senza molta esitazione condisceso ai desiderii loro, a -ciò consentendo Gabriele Maria con promissione di altri compensi dal -Re di Francia: il Maresciallo essere andato a ricevere in Livorno la -sommissione dei Pisani, e questi avere con insigne tradimento ucciso -sue genti, delle quali poche si condussero nella fortezza di Pisa; -e quindi assalita in foce d’Arno la nave con tutte le robe che il -Maresciallo avea spedite per fare in Pisa l’entrata sua. Continua -mostrando la perfidia dei Pisani, i quali trattavano tuttavia sempre -darsi al Re; e al tempo stesso ai Fiorentini ed ai Genovesi proponevano -di unirsi tutti contro a’ Francesi, ed uccidere quanti ve n’era in -Pisa e in Genova e in Livorno. Dopo di che avendo Gabriele Maria -fatto l’accordo co’ Fiorentini, al quale voleva che il Maresciallo -consentisse, questo lo comunicava tosto ai Pisani, e intimava loro si -dessero a lui dentro due giorni, se non volevano andare in mano de’ -Fiorentini. Negarono essi, ed il Maresciallo patteggiò allora con gli -inviati dalla Repubblica di Firenze: avesse questa la Signoria di Pisa -facendone omaggio al Re di Francia, dichiarandosi uomini ligi della -Corona; rimanesse Livorno in piena signoria del Re; ubbidissero i -Fiorentini a Benedetto, promettendo sotto certe condizioni combattere -anche il Papa di Roma, se dentro sei mesi non fosse accordo tra i -contendenti. Il quale trattato ebbe ratificazione solenne dal Re, -ma eseguito non fu mai, perchè i Pisani con le armi si opposero, e -la Repubblica di Firenze dopo la perdita della cittadella si tenne -sciolta: il che afferma Gino espressamente, ed il Maresciallo non -contradice, nè muove accuse alla Repubblica fiorentina di fede mancata: -tace bensì affatto la ripresa della cittadella che aveano fatta i -Pisani, come tace i negoziati avuti in principio per la vendita a’ -Fiorentini, e per l’aiuto a Francesco da Carrara; delle quali cose ben -poteano essere stati discorsi più o meno espressi, ma pur vi furono. I -Fiorentini dal canto loro credo tacessero le parole corse circa a una -sorta di vassallaggio verso il Re di Francia per la signoria di Pisa; -e in quanto risguarda alle cose dello scisma, Gino confessa «certa -intenzione di dare la ubbidienza a papa Benedetto; il che e come non -bisogna qui altrimenti specificare, perchè poi si perdè la cittadella e -vennero a variare i tempi.» - -Sei giorni dopo aveva il popolo dei Pisani racquistata la cittadella, -che per essere abbastanza forte di mura e di torri e per la guardia -che v’era dentro, non fosse stata trascurataggine dei capitani, poteva -reggere all’assalto di genti d’arme pratiche e valenti, non che d’un -popolo.[110] Ma forzata appena certa postierla in sito debole, i Pisani -con le scale su per le mura tumultuariamente v’entrarono dentro, e -tutta l’arsero e guastarono, eccetto le torri le quali poteano fare -custodia alla città. In Firenze, come giunse la novella, fu grande -sgomento; ai cittadini pareva fosse ad un tratto caduto un velo sugli -occhi; guardavansi muti, a ognuno pareva tutta sua propria la sciagura, -tanta era la passione d’aver Pisa. Un Raffacani, che avea la guardia -della cittadella, ebbe gastigo; Andrea Vettori, che fuori di Pisa -teneva il campo ma non potè giugnere a tempo, fu assoluto.[111] Una -troppo baldanzosa ambasceria de’ Pisani venuta a Firenze raccendeva -gli animi, e quindi con frettolosi provvedimenti s’attese alla guerra. -In Pisa, da che fu morto Piero de’ Gambacorti, dominava la parte -contraria, detta dei Raspanti; di buono animo richiamarono un Giovanni -Gambacorti co’ Bergolini; le due parti fecero insieme gran sacramento, -baciaronsi in bocca; ma durò poco. Giovanni tolse in pochi giorni -la signoria per sè e pe’ suoi, uccisi i capi dei Raspanti; un Piero -Gaetani di quella setta, il quale avea Laiatico ed altre castella, -cedeva queste per danari alla Repubblica di Firenze, della quale -divenne soldato, nè restava dal fare ai Pisani danni in Val d’Era e -nelle colline. Al Gambacorti aveva dato presso taluni favore l’essere -quella casa in amicizia coi Fiorentini, dai quali speravano più agevole -componimento: a tale effetto il Gambacorti scriveva lettere in Firenze -chiedendo salvocondotto per gli oratori di Pisa, i quali aveano da -trattare di certe cose: fugli risposto specificasse le condizioni; -e nulla si fece perchè la Repubblica teneva già Pisa come cosa -legittimamente sua, poichè l’avevano comperata, e sempre poneva nelle -soprascritte: «Al Capitano e Anziani della nostra città di Pisa.[112]» -Era cresciuta la Repubblica di Firenze francando gli uomini attorno -a sè da ogni legame di vassallaggio; ora ammetteva che un signore -vendesse un popolo, e di tal mercato faceasi titolo alla possessione -di città libera e gloriosa: cotesto titolo ai Pisani non parve buono e -resisterono. - -Quindi attendevano a fare genti; ma pure temendo soli non reggere -quella guerra, mandarono chetamente sopra una loro galea quattro -ambasciatori al re Ladislao, chiedendo pigliasse la città loro in -protezione; e sulla galea erano molte robe di grande valuta, che i -cittadini di Pisa metteano in Napoli a salvamento:[113] ma il Re aveva -fatto promessa ai Fiorentini di non impacciarsi nelle cose di Toscana, -e che essi lui non impedissero de’ fatti di Roma, nei quali aveva -grandi disegni, che in altro luogo dovremo esporre. Così andò a vuoto -quella speranza: e pure falliva quella che i Pisani avevano posta in -Agnolo della Pergola soldato da essi, e dovea menare seicento cavalli; -ma i Fiorentini co’ danari fecero tanto, che Lodovico Migliorati nipote -del Papa, il quale si trovava nelle terre di Siena, quivi assalisse -alla sprovveduta quelli che si erano fatti innanzi; ai quali rubando -armi e cavalli gli lasciò andare, egli pago della preda, e i Fiorentini -d’avere tolto a’ Pisani quel soccorso. Un altro menavane Gaspare -dei Pazzi, il quale veniva da Perugia con cent’ottanta lance, ma i -Fiorentini avutone spia mandarono buon polso di genti in Volterra sotto -la condotta di Sforza Attendolo da Cotignola, perchè al passare gli -sorprendesse; e questi avendoli côlti in Maremma vicino a Massa, gli -pose in rotta, cosicchè vennero in sua balía cinquecento dei cavalli -dei nemici; scamparono il Pazzi e l’Abate di san Paolo di Pisa ed il -Vescovo de’ Gambacorti, ch’erano insieme con quelle genti. Ma i Pisani -la difesa loro contavano stesse nell’aver tempo lungo a sostenere -l’assedio, perchè gli assalti poco temevano, la città essendo forte -di mura, e unito il popolo a non volere la signoria dei Fiorentini. -Premeva loro a questo effetto sopra ogni cosa il provvedersi di -vettovaglie, ed ebbero danno fra tutti gravissimo allora quando una -galera che aveano mandata a recarne di Sicilia, tornando carica, ed -avuta caccia dalle galere dei Fiorentini, sotto la torre di Vada fu -presa ed arsa, rendendo insigne la virtù di un Piero Maringhi, il -quale esule da Firenze e proponendosi col valore suo di racquistare -la patria, si gettò a noto così armato com’egli era, nè per ferite si -ritraeva finchè non la vidde in fiamme tutta: a lui fu tolto il bando, -e n’ebbe premi e lode. In questo mentre Peccioli ed altre terre di Val -d’Era vennero in mano dei Fiorentini, e la Verrucola fu espugnata per -subito assalto, e Vico Pisano cinto d’assedio che poi sostenne con -molte battaglie fin quasi al fine di quella guerra. Nelle Maremme i -conti Gherardesca di Montescudaio, ed in Lunigiana alcuni dei Malaspina -si erano dati alla Repubblica di Firenze; la quale teneva pure in -tutela il giovane figlio del morto Signore di Piombino, avendo mandato -Filippo Magalotti a governare quello Stato e l’isola dell’Elba che ne -dipendeva. - -A mezzo il gennaio, che per noi si conta 1406, furono creati nuovi -Dieci di balía, tra’ quali erano dei più eminenti cittadini di Firenze. -Maso degli Albizzi e Gino Capponi andarono al campo, dov’erano a -soldo mille cinquecento lance (cavalli quattromila cinquecento) e -mille trecento fanti e balestrieri genovesi, e marrajoli e palajoli -in grande numero, e mulattieri e buoi per trascinare legname, e -maestri d’ogni ragione. Fu prima cura dei Commissari assicurare le -vettovaglie a sè, togliendole ai Pisani: male s’era provveduto infino -allora, e si credettero quasi costretti a levare di là l’esercito -per il mancamento della panatica, non ostante che molto danaro fosse -andato per le incette; ma nulla poi vi si trovò. Laonde senz’altro -e con migliore partito mandarono voce per la riviera e per le terre -circostanti, essere il campo del Comune di Firenze sotto alle mura -di Pisa, al quale ciascuno che mandasse roba fosse sicuro e libero, -e potesse quella vendere come a lui pareva e piaceva senza decima o -gabella. A questo modo abbondò il pane, del quale fu in pochi giorni -grandissima la dovizia. Si aggiungevano le prede che ogni giorno -facevano le galere dai Fiorentini soldate a Genova ed in Provenza: -tenevan essi ben guardate le foci dell’Arno con grosse bombarde su per -il filo dell’acqua; cosicchè di ventidue navi le quali andavano cariche -a Pisa, non poche furono prese e le altre si dispersero qua e là, i -padroni essendosi partiti con le loro fuste, cosicchè a Pisa nulla ne -venne. I Fiorentini aveano posto il campo sotto a San Piero in Grado, -e prima cercarono se qualche modo vi fosse di abbarrare l’Arno così -da impedire l’acqua che non iscorresse, il che era allagare la città -di Pisa; ma per consiglio degli ingegneri, a’ quali parve la riuscita -essere incerta e la spesa troppa, abbandonarono quel pensiero. Aveano -sull’Arno due forti bastìe legate da un ponte, il quale prima d’essere -ultimato, da una grossa piena venuta nel maggio fu portato via. Al che -i Pisani essendo accorsi popolarmente con grande furia, diedero assalto -alla bastìa ch’era della parte loro e nemmeno essa bene armata. Nè a -soccorrerla era modo, il fiume correndo grosso e precipitoso per la -piena, se lo Sforza, egli della persona sua con memorabile ardimento -(ed uno simile gli dovea più tardi costare la vita) non si gettava nel -fiume con due soli famigliari su piccola barca, e riscaldando la pugna -e poi da altri seguito, non avesse dato grande terrore ai Pisani. Nè -però cessava la battaglia fino alle mura di Pisa, in cima alle quali -saliva parte degli aggressori: ed uno sbandito di Firenze, il quale -serviva pure nel campo, scalava tra’ primi le mura; e lì azzuffandosi -con uno di quelli di dentro e insieme abbracciatisi, poichè dibattuti -si furono assai, amendue caddero a terra dalla parte di dentro: ma più -infelice egli del Maringhi, cadeva morto col suo nemico. Allora essendo -Maso e Gino tornati in Firenze, nel campo erano Matteo dei Castellani, -Vieri Guadagni, Niccolò Davanzati, e Iacopo Gianfigliazzi: Iacopo -Salviati guidava le genti le quali attendevano ad impedire che in Pisa -non entrasse roba, massimamente di verso Lucca, dove il signore, Paolo -Guinigi, poco aggradiva che i Fiorentini tanto ingrossassero a’ suoi -fianchi.[114] Avvenne dipoi che tra lo Sforza ed il Tartaglia, primi e -più insigni tra’ condottieri, nascesse dissidio, tale che a Firenze non -credeano i cittadini potersi comporre, temendo che uno dei due, secondo -la fede usata dei soldati di ventura, mutasse a un tratto bandiera -e soldo. Fu mandato Gino, amicissimo ad ambedue; il quale partito di -Firenze la mattina dei 21 giugno di buon’ora, si condusse in campo la -sera stessa; e nel giorno dopo composte le cose, venne all’offerta di -San Giovanni ai 23, che è la vigilia del dì solenne. Udito l’accordo e -in quale modo s’era fatto, ciascuno andò con gran piacere all’offerta, -credendosi aver Pisa nelle mani. Il modo fu questo; che lo Sforza, -disgiunto dall’altro, ponesse il campo di qua da Pisa in sulla riva -destra dell’Arno, dando mano a quelle genti le quali erano sotto -a Vico, e meglio stringendo così la città, contro alla quale stava -un’altra brigata di genti in sulla riva sinistra; e i due campi erano -congiunti da un ponte di legname in sulle barche, venendo così la città -ad essere chiusa d’ogni parte, e impedito che v’entrasse nè roba nè -gente. - -Al Gambacorti parendo avere perduta ogni speranza di soccorso per -terra o per mare, e solamente essere ridotto in sulla fede del suo -popolo e in sulla fortezza delle mura, cominciò a volere scemare nella -città le bocche inutili della gente non atta alla guardia, perchè la -vivanda alle braccia utili più bastasse, e più si venisse a prolungare -la guerra sì che a Firenze ne increscesse. Ma i Commissari ordinarono -per pubblici bandi, che qualunque uscendo di Pisa venisse nelle forze -degli assediatori fosse impiccato: si contentavano da principio di fare -scorciare i panni alle donne, e suggellate con la bolla del giglio in -sulle gote, per forza farle tornare in Pisa. Dipoi non giovando questo, -s’aggiunse fare tagliare loro il naso, ed appiccare qualche uomo in -luogo che quelli della città lo potessono vedere.[115] «Molti (uomini -e femmine e fanciulli), perocchè quelli di dentro non gli volevano -lasciare dentro tornare, si stavano allato alle mura, ed erano morti; -e le femmine che uscivano erano ancora dentro ripinte, suggellate -nella testa con ferri affocati; e gridando e chiamando misericordia -non erano intesi, nè voluti nè dentro nè di fuori; e così standosi tra -le mura della città e il campo, mangiavano delle erbe come le bestie, -e moriano di fame:[116]» crudeli opere e nefande; ma così tra loro -si odiavano i popoli. Mentre attendevano i Pisani a consumare quello -ch’era dentro, il Gambacorti scese a pensare a’ suoi vantaggi. Prima -erano venuti due de’ Gambacorti a trattare con Matteo dei Castellani, -ch’era nel campo; dipoi veniva ai Commissari un Gasparre da Lavaiano, -col quale accozzatisi più volte, erano quasi che rimasti d’accordo -dei patti, quando una sera dal campo viddero in Pisa fare gran festa -e falò, tantochè dubitarono che vi fosse entrata gente: poi fatto -giorno vidersi le insegne del Duca di Borgogna poste in sulle torri di -Pisa, e l’arme sua dipinta alle porte; ed un araldo venne nel campo a -notificare come Pisa era del Duca, ed a comandare che ciascuno dovesse -partirsi. Il quale araldo fu con le mani legate gettato in Arno; ma -o non lo avessero legato bene o ch’egli co’ piedi sapesse notare, -il poveretto scampò, e andato a compiere l’ufficio suo in Firenze e -a dolersi dell’ingiuria, fu mandato via. A Bucicaldo aveano scritto -di Francia rompesse co’ Fiorentini, ed operasse con la forza perchè -l’assedio fosse tolto. Ma quegli rispose che ciò non potrebbe senza -disonore di spergiuro, e che inoltre la potenza dei Fiorentini era -tale che ci vorrebbe assai grande numero di genti d’arme, e pecunia -molta; delle quali cose difettava. Così all’infuori di lettere e di -messi, dei quali in Firenze non tennero conto, altro non fu: e Gino -Capponi scrive, che dubitando il Maresciallo non gli venisse ordine di -levare dal soldo dei Fiorentini quanti erano uomini a lui sottoposti, -avvisò fossero questi ricondotti con giuramento di non partirsi -per comandamento che ne avessero; il che si fece tosto per pubblico -consentimento del Maresciallo: ma questi afferma che dei Francesi molti -si partirono per non cadere nella disgrazia del Duca e dei signori di -quella Corte. Dichiara inoltre, che il Re avendo rotto l’accordo fatto -prima coi Fiorentini, erano questi verso lui disciolti da qualunque -obbligo o promessa. Gli ambasciatori mandati in Francia furono ivi -ritenuti, ma più mesi dopo senz’altro aggravio liberati.[117] - -A questo modo era passata la cosa infino a mezzo settembre: allora -Giovanni Gambacorti essendo tornato al pensiero dell’accordo, mandava -nel campo un altro suo uomo, Bindo delle Brache, il quale di notte -segretamente era ammesso nella casa dove alloggiavano i Commissari -Gino Capponi e Bartolommeo Corbinelli, che l’uno e l’altro erano dei -Dieci. Sapevano essi che Pisa bentosto caderebbe per la fame; dal che -era segno, tra molti altri, che Bindo veniva sempre digiuno, e dopo -cenato avrebbono voluto egli ed il compagno portar seco qualche pane; -ma Gino diceva: «portatene in corpo quanto volete, chè altrimenti non -ne avrete tanto che vi tenga in vita pure un centesimo d’ora.» Ma -benchè avessero quella sicurezza, pensavano pure che ad acquistare -Pisa per assedio si penava qualche dì di più; il quale indugio avea -pericoli, e che la città sarebbe andata a sacco senza rimedio: quindi -parve loro tornasse al Comune più conto averla salva e buona, che -guasta e deserta. Fermarono i patti, dei quali Gino era andato a -conferire co’ Dieci a Firenze: i patti furono, che messer Giovanni -desse in mano de’ Commissari la cittadella ed i contrassegni delle -rôcche; avesse fiorini tremila d’oro e la signoria di Bagno, per la -quale fosse egli raccomandato al Comune di Firenze; gli rimanessero le -isole di Capraia, della Gorgona e del Giglio, e per Andrea Gambacorti -la rôcca di Sillano; tutti fossero cittadini di Firenze, nella quale -avessero tre case, e fossero esenti da gravezze e gabelle nè potessero -per debiti essere costretti: in benefizio dei Pisani non si scrisse -nulla. Per l’esecuzione dei quali patti se gli doveano dare venti -statichi, i quali stessero dentro alla rôcca di Ripafratta nelle mani -di messer Luca del Fiesco capitano delle genti fiorentine, e di Sforza -e del Tartaglia condottieri. I venti erano giovani delle principali -case di Firenze, tra’ quali Cosimo dei Medici e Neri Capponi figlio del -Commissario, che l’uno e l’altro toccavano appena l’anno diciottesimo. -I Commissari, i Capitani e i Condottieri si radunavano quindi alla Casa -Bianca sulla riva d’Arno a fine di consigliare il come ed il modo (nel -caso che Pisa si avesse per patti) d’entrarvi senza che ella andasse -a ruba ed a sacco. Nel che differivano, tra loro sempre mali amici, -Sforza e il Tartaglia; chè l’uno voleva s’entrasse in Pisa per la -porta dei Prati, come in luogo più largo e meno facile alle offese, e -l’altro per quella di San Marco giù per il Borgo. Grande era la contesa -tra’ Capitani, quando Gino levatosi disse: «voi ci avete alcuna volta -dato ad intendere di vincere Pisa per forza, e ora che noi vi facciamo -aprire qual porta voi volete, e voi dubitate: avete paura voi di gente -assediata ed affamata? non più novelle, noi vogliamo che s’entri per -San Marco, e date modo ciascuno di voi che s’entri come se si dovesse -entrare in Firenze, o il difetto de’ vostri uomini porteranno le -persone vostre.» Alle quali parole, uno dei condottieri Franceschino -della Mirandola avendo risposto: «voi ci fate un aspro comandamento e -stretto; ma se il popolo contra noi si levi, non volete voi che s’entri -a ogni modo?» Gino a fatica gli lasciò finire le parole, e con impeto -e furia se gli volse e disse: «Franceschino, Franceschino, se il popolo -si rivolgerà, noi vi saremo come tu, e comanderemo e a te e agli altri -quello che sia da fare; e non ci andare più tentando o rompendo il -capo, chè noi vogliamo che si faccia quanto per noi v’è comandato.» - -Andò a Firenze allora Gino, e parlò prima co’ Dieci e co’ Signori -soli; poi ai Signori ed ai Collegi disse: «Magnifici Signori, Iddio -ha permesso che Pisa venga alla vostra signoria; ed essa è in tanta -necessità delle cose da vivere, che pare a noi essere certi che voi -l’avrete in venti dì, come siamo certi d’avere a morire: ma così -accadendo non veggiamo come la terra non vada a saccomanno, con le -arsioni e ruberie e adulteri che a quello seguitano. Ma voi potete -averla per patti: sta ora alle Vostre Signorie a pigliarla per uno -de’ due modi, qual più v’aggrada; che se a patti eleggerete volerla, -l’avrete senza lesione alcuna nè ruberie o altro atto disonesto: e nel -cospetto di Dio ne acquisterete merito, ed appresso le strane genti -perpetua fama.» Sulle quali cose tenuto Consiglio, unitamente dissero -a voce viva volerla per patti. E dipoi messa a partito tra’ Signori, -Collegi e Dieci, di quarantasette ch’erano a sedere vi fu quarantasei -fave nere ed una bianca. Al che tutti gridarono ad una voce: rimettasi -un’altra volta, acciocchè si possa dire essere stati tutti d’una -volontà e che nessuna ce ne sia bianca; e così fatto, trovarono essere -tutte le fave nere. - -Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi -giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti -sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a -pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri -vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa: -del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si -costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al -Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per -alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del -campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate -del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e -dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa, -dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale -pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria -di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia; -e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che -giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere -Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran -forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era -la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde -sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando -lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che -pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le -donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato -pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli -alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci; -ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia -che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine, -pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse -non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa -rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa -grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e -tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino -a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce; -il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno -aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto -e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata -sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto -pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua -ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi -anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame. - -Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori -a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi -delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza -le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si -partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere -del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al -che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul -principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era -indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla -e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio, -dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento -cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna -fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite -sommissioni. - -Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali -pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano -credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe -si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili -cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste -parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se -pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto -la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e -con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre -discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino -che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a -conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con -ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo -sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle -cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la -nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere -stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla -compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi, -intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore -per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi -d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria -per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo -raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per -rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare -di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè -a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed -eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi -vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo: -e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per -assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o -morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a -noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia -a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la -città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non -siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia, -noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di -ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non -altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè -solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata -fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima -maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande -della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di -Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si -sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati -osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La -cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente -si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non -secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome -buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi -sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e -che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per -qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante -alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto -per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo -sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta, -venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per -effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia -sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più -luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono -in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse. -E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che -se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta -da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima -punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona -voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe -e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende, -traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che -sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi -Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per -vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi, -pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche -potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare -di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve -ne segua.» - -Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era -prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non -avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte -alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città -non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di -testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava -nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze -con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai -sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo -ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra -cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i -quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di -Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali -avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma -al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di -Pisa. - -Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse -gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì -processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono -avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e -dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono -in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede -il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei -Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli -abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono -osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza -e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle -Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre -secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi -recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu -creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio -lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti -siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro -parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita, -siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si -tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli -uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi -Codici. Oltre alle _Pandette_, vennero in Firenze certe Reliquie tenute -in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle -città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini; -avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato: -intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare -la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per -obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121] - -Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare -fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere -la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in -Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di -più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano -a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o -con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero -ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli, -decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed -onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione -del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto -acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse -vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i -contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più -che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie -delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove -illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col -venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle -leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in -miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti, -i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie -loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai -Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124] -Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista -pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione -del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre -cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio, -colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice, -più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni. - -Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della -indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli -Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia -andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra. -Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi -anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei -tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi -male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale; -dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria -di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore -tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato: -avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura -di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre -la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi -traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col -farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e -le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi, -come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto, -che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di -quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore -(aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale. -Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità -che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono -quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la -storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere, -le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che -si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali -sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta -Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e -insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della -libertà. - - - - -CAPITOLO V. - -CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI -CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.] - - -Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta -vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno -sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello -scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che -un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città -come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il -giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e -vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio -della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo -suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le -discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano, -ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio. -Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato -d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia, -vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale -avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro -veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata -a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due -collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale -modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse -frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo -autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel -di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da -Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto, -e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti -un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu -appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in -Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in -Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una -cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a -coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto -la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie -e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca, -mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un -andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo, -che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si -accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi, -viemaggiormente si dividevano. - -Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato -poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo -Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo -stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’ -giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual -fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere -il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma: -al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno -essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di -collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro. -Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più -che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i -negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I -Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni -Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella -caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di -mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano -scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la -persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità -di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello -imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni -dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che -intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava. -Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da -coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa -data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate -Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della -regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi -uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza -non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di -abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei -rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano -separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in -comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale -la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più -sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi, -prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero -dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe -conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio, -al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno -1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo -ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè -avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza -contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di -quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza -si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza -del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la -Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso -a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare, -ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a -contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana. - -Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva -quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia -delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al -che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati, -quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a -Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto -avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi -avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva -necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini -sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi -le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben -prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma -ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla -Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che -rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi -del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi -i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano -quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse -un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i -Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro -divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose -Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della -scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame -teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma, -gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia, -siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto. -Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella -città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono -difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo, -rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che -alla Repubblica non mancava. - -A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi -prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole -per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono -anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini. -Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma -poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle -terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben -difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte -senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato -il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo -stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano -di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo -giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati -di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase -prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura -guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la -pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito -per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando -contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave, -la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo -valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito -danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni -industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando -a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da -Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso -popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un -remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132] - -Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono -ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o -Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori; -ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi, -i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in -teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di -Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e -del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli -inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi -anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli -fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu -il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e -per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli -ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne -andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati -per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei -mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e -ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso -i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di -molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e -per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa: -dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto -un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa. -Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed -ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che -pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la -presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti, -pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in -tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133] - -Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei -Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre -Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare, -fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel -Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo -egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano -di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i -Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la -città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso -con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal -papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di -Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise -entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino -ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val -di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste -che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato -ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il -quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui -afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano -per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della -Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini, -apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte -Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la -grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere -forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi -presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a -primavera con maggiore oste e con migliore fortuna. - -Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini -Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere, -si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile, -perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata; -infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello, -che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di -quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il -Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto -si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse -con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa -v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale -non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa, -e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di -tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte -Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col -nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa -fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo. -Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato -in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano -le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già -navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra -molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco -accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con -tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi -s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola -d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè -Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno. - -Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età: -nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore -delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a -morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli, -Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che -lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue -nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini, -prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza -viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le -paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della -Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla -Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei -cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e -la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come -straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere -un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore -d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente -Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno -di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna. -Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore -Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva -portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini -mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere -ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega. -Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona, -che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città -vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di -Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno -1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini -la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non -s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana, -tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai -quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre -ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che -era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere -Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa, -per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le -città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per -quell’acquisto.[137] - -Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede -promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la -Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta, -o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione -di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero -allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare -la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli -inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa. -Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè -medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi -giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un -tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria -desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai -Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e -fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni -cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e -la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio -di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa -di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati -che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo -la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno -solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe. -Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma, -quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao: -questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la -quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di -Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini -armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno. - -L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai -collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo -possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due -contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui, -entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla -pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva -d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea -castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e -l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino -lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere -appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In -quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che -avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo -presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore. -Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma -la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano -temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San -Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi -faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea -fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua. - -Ma il Re covava grandi disegni sulle cose di Toscana, della quale -prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di -Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per -bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche -il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in -Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu -a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto -però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed -il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose -impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la -concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di -già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in -Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di -Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in -Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende -in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era -impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao, -cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi -a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari -d’Alemagna.[138] - -Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte -confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni -della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di -danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo -di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi -per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma -pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini -per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in -Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta -ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene -sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro; -e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande -il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in -Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età -di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di -morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per -essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la -seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad -un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo -VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da -temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra, -solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le -armi.[140] - -Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima -riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le -nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto -dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo -imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava -farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno. -Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad -esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia, -conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era -semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi -al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della -Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari -detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che -visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli -Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo -avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà. -Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano -molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso -quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di -Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto -ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello -e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi -Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti -o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la -morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a -riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo -ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la -magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria -sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e -luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la -costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, -del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima -per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto, -o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre, -non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di -Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso. - -Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici -mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a -combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per -tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e -la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo -frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in -Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente -le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli; -ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava -presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una -tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi -infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere -servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il -quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana -tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413 -Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a -trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa -desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto -rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di -Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al -Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna, -e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una -carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi -(come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca, -e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede -loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e -Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo -dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che -mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e -tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un -mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del -Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria -di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate -nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto -a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere -contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in -carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso -Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il -cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il -Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed -il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua -stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto -solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo -Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146] - -La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque -nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna -all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una -misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde; -ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri -che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè -acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere -e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì -intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta, -e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o -altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come -prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei -fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi -napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse -in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino. -Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta -quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per -le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio -1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose -cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e -usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo -stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a -Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in -feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove -prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle -armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti -di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di -Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui -erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella -grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore; -laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza -gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al -confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo -popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano: -«_Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente -vince ogni gente_.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì -a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore -ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella, -dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo -Arcivescovile. - -Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa -Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro -allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo -vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto -lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i -decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso -nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua. -Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza -se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea -sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni -le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il -Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava -io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana -Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità -tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in -libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione: -altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni -vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle -assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano -dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a -molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora -si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera -elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea -qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè -Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici -più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la -liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i -documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata -con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio -testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori -era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici. -Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici, -Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco -erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150] - -Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori -forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a -Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro -così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a -capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e -di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo -d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo, -e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le -manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori -d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità -l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda -solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva -avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze -fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a -oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi -e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande -quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima -di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in -cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano -ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella -Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania, -in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano -a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono -all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi -e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]» -Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima, -l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato -fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della -Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto -ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e -addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152] - -Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè -furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed -ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica, -la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere. -Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere -altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di -Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra -essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di -due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La -prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè -al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di -buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno -aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni -che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono -ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero -che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa, -Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza -dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche -per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di -Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come -ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani; -questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero -patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare -ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose -la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza -ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155] -nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie -private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e -che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni -che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di -privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero -in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli -Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne -andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due -galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre -per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra -galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa -e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto -ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse -in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana, -che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era -mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno -d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il -signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva -pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i -Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro. - -Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era -la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due -tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla -costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica -nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o -che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a -farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno, -castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma -intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi, -e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi -vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi -rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia -che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse -potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le -risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini, -che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non -che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni -si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e -per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica -di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in -Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i -Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece -in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi -l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini. - -Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici -milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al -78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti, -sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza -contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il -credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano -a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri -vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di -Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più -tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa: -apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel -palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace -dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del -Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze -a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano -alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte -molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non -erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che -uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto -popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in -quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi -edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono -mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai -bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa -nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli -esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di -Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni -fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue -prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto -Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il -grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai -ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma -e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera -degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne -giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza -di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque -Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo -Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni -dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte -guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando -ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi -in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti -e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente -consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai -giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo, -e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene -vengono dichiarate.[161] - - - - -CAPITOLO VI. - -GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ DA UZZANO, GIOVANNI DE’ -MEDICI, RINALDO DEGLI ALBIZZI.[AN. 1422-1428.] - - -Lo stato di pochi, pel quale reggevasi allora Firenze, aveva in -quelli anni toccato il colmo di sua grandezza. Fondato nel 1382 con -l’abbassamento delle Arti minori; ordinato nell’87, dopo la prima -cacciata degli Alberti, con le leggi poste da Bardo Mancini; munito -d’armi e d’ordini più stretti da Maso degli Albizzi nel 93; avea -nel corso di quarant’anni tenuto a freno la potenza del Visconti, -felicemente condotto a fine due guerre pericolose, acquistato Pisa, -Livorno, Arezzo, Montepulciano, Cortona; che poco più era l’antico -dominio. Rimosso ogn’impaccio d’avversarii dentro, non mai tanta -quiete fu compagna di tale prosperità. Regnava l’ordine, il che -all’universale permette almeno il beneficio della libertà civile, della -quale facilmente i più si contentano, qualora non siano troppo stranati -dalle imposte. Pochi erano quelli che dominavano, e non molti furono -gli oppressi; non si abbondò nelle uccisioni, le quali producono odii -più acerbi ed inestinguibili: Maso degli Albizzi, che fu principale -autore d’ogni cosa, pare comprendesse come nei casi politici i morti -risuscitano. Un altro solo e tra’ più oscuri della casata degli -Alberti fu decapitato: ma negli anni 11 e 12 avendo trovato (così -dice il bando) che la famiglia degli Alberti aveva di nuovo tentato -congiure, una sentenza mandò esuli tutti di quella famiglia sino ai -fanciulli nelle fascie, che le altre condanne avevano risparmiato: con -essi andarono un Ricci e uno Strozzi. Che tutto ciò debba attribuirsi -all’odio personale di Maso degli Albizzi, può indursi anche dalla -circostanza, che dopo alla morte di lui cominciarono le condanne degli -Alberti a essere gradatamente revocate, o in qualche parte attenuate -con quello studio e con quell’arte di cui sono capaci i Governi che -stanno ristretti in mano di pochi.[162] - -Pure quello Stato altro non era che un fatto mantenuto a grande studio -da più anni, e, come nota sapientemente Donato Giannotti, lo reggeva la -virtù dei capi, non la bontà delle leggi; violava insino alle apparenze -d’egualità cittadina, nè aveva potuto trovarsi radici giù dentro alla -stessa costituzione della città. Manteneva degli antichi ordinamenti -della Repubblica quello che avevano di peggiore, il trarre a sorte i -magistrati, ed in ciascuno fino ai sommi porre insieme gli elementi -tra sè più contrari, ma sì che sempre il maggior numero stesse con -gli uomini che reggevano, cosicchè ogni deliberazione usciva divisa -e in ogni voto era un dileggio. Le Arti minori contavano sempre in -ogni collegio un piccol numero di rappresentanti, chiamati a dare voti -inutili se ai possenti uomini non si accostassero. Ma queste e tutta -generalmente la costituzione delle Arti aveva dismesso l’antica sua -forza, e, se oso pur dirlo, la verità di sè stessa, quando sotto ai -Ciompi si aggregarono le Arti nuove, ed una ne fecero degli uomini -senza lavoro. Dipoi vedemmo giovani ricchi farsi scrivere alle -Arti minori, strumenti egregi alle corruttele, che già d’ogni parte -s’insinuavano negli artefici. Col tanto ampliarsi delle industrie già -il capitale era ogni cosa, e la ricchezza imprimeva il moto a una gran -macchina di lavoro, della quale erano gli opranti come pezzi che non -avevano vita politica di per sè. In questo secolo XV le Arti maggiori -e le minori e i loro Consoli o le Capitudini già nei congegni della -Repubblica erano fatte un nome vano; più non v’era altro che ricchi -e poveri; le borse erano fatte a mano, per ogni ufizio una borsa -propria;[163] ed in quelle della Signoria e dei Collegi e maggiori -ufizi, che ad ogni tratto si riformavano, la sola regola consisteva -anco di nome nel mantenere gli stessi uomini e famiglie ch’erano -state prima in ufizio: pigliare gli uomini prima dell’82 era allargare -il reggimento; pigliare quelli dell’87, o più ancora del 93, era un -ristringerlo più che mai. Nè il magistrato di Parte guelfa serbava -più nulla di quella sua vecchia e trasmodante potenza, dacchè fu -arnese contro ai guelfi, cioè agli uomini popolani, usato dai grandi -o dalle famiglie che in fatto ai grandi s’accostavano. Battuto nel -1378 e rottagli in mano quell’arme logora delle ammonizioni, venne in -discredito; e noi troviamo nei primi anni del quattrocento il palazzo -e i Capitani della Parte guelfa tanto essere vilipesi, che non si -trovava chi volesse nella grande solennità cittadina andare con loro -all’offerta in San Giovanni:[164] mancava una forza ed un ingombro -nella Repubblica. - -La quale avrebbe pe’ nuovi tempi abbisognato di forme nuove, e quel -che non era se non accozzo quasi fortuito di pochi uomini e di famiglie -che aveano incontro famiglie ed uomini poco disuguali, quel ch’era un -fatto, avria voluto munirsi d’ordini e di leggi che forma dessero allo -Stato. Agli ottimati che lo tenevano, stava in quel secolo più che mai -dinanzi agli occhi grande esemplare la Repubblica dei Veneziani, cui -molto ambivano d’agguagliarsi, ma nulla avevano a tal fine: nulla in -Firenze si accomodava a quella forma di reggimento, la quale in Venezia -può dirsi che uscisse giù dalle viscere di quel popolo, e avesse forti -dalla natura i mezzi acconci a mantenerlo. Venezia teneva fin dalla -sua cuna tradizioni principesche nel Doge che n’era stato per più -secoli signore, e sempre re in piazza, sebbene con poca autorità nei -Consigli,[165] teneva con certe regali apparenze tuttora il popolo -in ossequio, e stava a petto degli altri principi. Venezia aveva -un patriziato di stampa latina, le cui origini si annestavano alla -istessa formazione ed a tutto il crescere d’una città per ogni conto -maravigliosa e dalle altre singolare. Avea commerci più che industrie, -e commerci d’oltremare che stanno in pochi; le possessioni dei suoi -patrizi erano le navi, quasi castelli dove un solo capo i vassalli -costringeva a dura opera e forzata. Nei marinari la stessa necessità -di salvarsi contro a pericoli incessanti impone ubbidienza continua, -docile, assoluta; tornati a casa, i marinari null’altro cercano che -riposo, nè mai riuscirono strumento facile ai tumulti. I quali in -Venezia erano vietati per fin dalla stessa struttura della città, -che dalle acque tramezzata rendea malagevoli i popolari adunamenti, -talchè a tenerla era bisogno di pochi armati; nè questi facevano alcun -pericolo allo Stato, che dentro Venezia non mai ricettava quelle -milizie forestiere di cui si valeva per le guerre e per la guardia -delle provincie di terraferma. - -Firenze ebbe in tutto condizioni differenti: avea con Venezia comuni -soltanto le antiche scaturigini del sangue etrusco, e più che altrove -inalterate da innesto germanico le latine tradizioni; talchè nei due -popoli una cert’aria di fratellanza traspare tuttora. Ma il popolo di -Firenze, più mobile e arguto e più inclinato allo speculare, voleva -reggersi a democrazia; e se ora pendeva da pochi ottimati, non era per -altro che per l’impotenza naturale all’altra forma di reggimento; e il -popolo aveva più che le apparenze tuttavia sempre della sovranità. Era -pei governanti un lavoro senza fine formare le borse, poi regolare le -tratte ai magistrati ed ai collegi, ed ai consigli, ed agli ufizi di -dentro e di fuori, secondo giovasse alla parte che reggeva; le molte -pratiche e le regole che si adopravano minutissime serbavano certe -loro peculiari e vive e affatto popolari locuzioni a noi trasmesse dai -cronisti.[166] - -Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da -Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla -Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini; -altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello -Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste -frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167] -nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della -giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo -zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati -aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè -l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in -favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado -non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza -sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere -grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente -celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri -più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso -serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier -Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore -innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente, -e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui -recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire -agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i -quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non -gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se -volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la -quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai -rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169] - -Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da -Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la -potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non -avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica -lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse -per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli, -frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi. -Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi -prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere -il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano -eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla -forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte -nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini; -degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di -libertà. - -Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni -Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo. -Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale -intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa -pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere, -lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri -assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia -fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine, -o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero -tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed -esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.» -Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della -Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove -pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine -(così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune -in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare -la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se -pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli, -che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo -l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella -città di Firenze.[171] - -Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici -chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro -e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro -meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà, -essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare: -aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando -l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il -più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora -godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che -egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai -savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le -sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua -casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici -della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva -Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano -avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo -passava innocuo e tranquillo.[172] - -Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre, -le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati; -intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli -avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove -a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle -imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute -necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era -stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è -impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo, -perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio -glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non -che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo -per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le -possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi; -o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che -abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono -per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di -avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che -precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un -altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento -cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori -del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati -più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e -palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non -ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto -che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio -del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un -Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri -ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e -in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere -più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della -Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano, -perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che -fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o -come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati -abili e imborsati. - -Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra -per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella -quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età -minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà -della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano -in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria, -portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò -la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire -per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva -nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse -avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando -l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo -valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con -quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso -che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta -in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era -Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile -a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità -dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con -la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro -più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua -della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta -si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave -disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli -mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle -strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca -la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo -racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là: -godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si -erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato -pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più -giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per -comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di -Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza -dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue -l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i -cittadini. - -Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo -dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il -reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi -ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era -Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso; -e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri -Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la -morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale -avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che -allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati -ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria -ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati; -e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano -anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual -titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le -terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani -di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo -uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui -dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza -della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in -fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie -generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se -nulla accadesse, venivano rinnovate.[177] - -Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli -in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di -dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo -Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta -di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine -che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la -potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo -col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città -contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più -manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi -per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in -Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano -di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In -questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse -morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo -sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola -il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di -Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi; -e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del -Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per -lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti -paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare -per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice, -non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge -avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini; -ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di -governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale -muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate -da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi -prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel -quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano -pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo -cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara -co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi -si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano -costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era -lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico -degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su -un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande -disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La -rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno -degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da -Tolentino.[179] - -Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei -maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso -tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che -pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano -come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone -rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di -fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e -per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le -somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati -posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181] -Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non -fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano -ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti -pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano -sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed -era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava -nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere -adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come -noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti -giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli -animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il -segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi -hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali -medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè -_chi ha del pane, mai non gli manca cane_. Solo in una cosa consiste il -vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti -abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi -ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole -difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è -escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè -ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini -a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini -potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere -entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza, -e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il -quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non -si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero -dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto -il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai -messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero -ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero -disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito -sconciamente. - -Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come -vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e -sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze -le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi, -assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora -stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e -lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato. -Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie -laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose. -Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili -venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si -riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete -o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato -col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma -perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo -in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero -congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184] - -Ma quanto facessero per tali industrie era nulla, se non pervenissero -a ridurre in pochi lo Stato, che era il fine d’ogni cosa, levando di -mezzo quei cittadini d’ogni colore i quali s’erano dovuti ammettere -per necessità a fare numero nei Consigli; perchè gli ordini della -Repubblica a ogni modo erano popolari, nè industria bastava, se -le antiche forme non si alterassero e lo Stato venisse al tutto -e scopertamente in potestà degli ottimati, grandi o di popolo che -si fossero. Quindi, con permesso del Gonfaloniere Lorenzo Ridolfi, -ordinarono d’essere insieme una mattina in Santo Stefano settanta -dei più eminenti cittadini; tra i quali (secondo si legge) Rinaldo di -Maso degli Albizzi, che tutti vinceva per eloquenza, parlò così: «Le -vostre discordie vi hanno dato a compagnia chi già ad altro tempo non -sarebbono stati tolti per sufficienti famigli de’ vostri maggiori: -dimenticate le ingiurie che fossero intra voi, ed accordatevi al -popolare reggimento ed al comune utile. Voi siete il Consiglio di -questa città; adunque quello che per voi si farà, farà il Comune, -perchè il Comune siete voi. In antico per dispetto de’ nobili e degli -antichi popolani, ciascuno ha fatto nuovo rimbotto, e aggiunti tanti -novissimi e meccanici nelle borse, che ora le loro fave è tal numero -che le vostre non ottengono. Io vi ricordo che sempre in tutti i popoli -è grandissimi odii tra’ nobili e meccanici cittadini. Nonostante che -qui tra noi non sia quella gentilezza che per li savi si conchiude, ma -noi siamo gentili appresso a chi noi ci abbiamo fatti compagni; chi -è venuto da Empoli, chi di Mugello, e chi c’è venuto per famiglia, -ed ora ce li troviamo per compagni al governo della Repubblica. Ed -almeno stessono contenti a quello che eletti gli abbiamo, ma e’ ci -tengono per servi, e loro essere i signori. Se si ragiona di guerra, -eglino la confortano e tra loro dicono: noi non possiamo perdere; però -che se la guerra vinciamo, noi siamo al governo appresso di loro, ed -empianci le borse; se si perde, che è a noi? conciossiachè niente o -poco ci costa, perocchè le nostre botteghe hanno altrettanto d’uscita -quanto d’entrata; possessione ne’ danari di Monte nostri non si -trovano e non abbiamo. Aggiungono ancora un’altra ragione, e dicono il -vero: quando c’è le guerre, la città è sempre abitata da moltitudine -di soldati a piede e a cavallo; chi viene per acconciarsi e chi s’è -acconcio; chi per le sue paghe e chi per fare la mostra; e così tutta -la terra sta sempre piena di gente bellicosa, la quale conviene che -ogni sua necessità compri; là ove gli artefici ne stanno grassi e bene -indanaiati. Savi cittadini, la guerra dei lupi sempre fu ed è pace -degli agnelli; e’ dicono essere gli agnelli, e voi i lupi; e però -niun partito, il quale voi ordinate e desiderate che si faccia, non -vogliono vincere con le loro fave, anzi desìano e cercano il vostro -disfacimento. Che amore credete voi che gli abbiano alla Repubblica -coloro a cui mai costò nulla? Eglino non sanno quasi chi essi si -sieno; come possono avere amore ad altrui coloro che non l’hanno a -loro medesimi? Io ho veduto venire il villano di contado, e dirgli il -figliuolo: quando venisti e quando ne andate? per le quali parole pare -che più tosto ami che se ne vada, che non ami che ci venisse. Ancora -di quelli ho veduti che hanno vietato al padre che non lo manifesti -per figliuolo, però che non vogliono che si sappia che il padre sia -bifolco o agricolo. Adunque, che amore credete abbiano a voi e alla -vostra Repubblica quelli i quali non l’hanno alle loro medesime case? -Niuna differenza è al nascere e al morire dal gentile al villano; ma -ne’ costumi sono differenze, e massimamente nell’amare; il gentile ama, -il villano teme: dico che dal villano all’artefice è poca differenza. -C’è poi tra tante ragioni una massima, conciossiachè l’origine della -vostra signoria distendeva il contado dal Galluzzo a Trespiano, e ciò -che avete d’avanzo possono dire non essere di vostra ragione; anzi -di coloro, di cui questi veniticci furono già fedelissimi vassalli. -Adunque l’amore è piuttosto nelle origini dei vostri nemici che non -è nella vostra Repubblica, e così naturalmente sono desideratori del -vostro rovinamento. Sicchè provvedete; che vi è tanto più necessario, -che bisogno vorrebbe già essere provveduto. Signori cavalieri, e voi -valorosi cittadini, non vedete voi ch’egli hanno poste le gravezze -trasordinatamente a tutti voi, i quali avete in mano le redini della -Repubblica? E vedete le ingiuste poste, le quali per voi si comprende -non le potere soddisfare. Avete addimandati non nuovi modi, ma antichi -ed usati da lunghe consuetudini. In simili condizioni di trasordini si -è sempre usato lo sgravio, acciocchè quelle poste che sono fuori del -ragionevole, si correggano e rechinsi al ragionevole per lo sgravio. -E niente hanno voluto acconsentire; innanzi vogliono contaminare -l’antico consueto dello sgravio, che ottenerlo colle fave alla civile -usanza. Non sapete voi che la lunga consuetudine si ritrova in tra -le leggi? E chi dalla legge si parte, rinunzia al ben vivere ed alla -civile libertà? Per certo voi potete vedere come in tutto cercano il -vostro disfacimento e quello della vostra Repubblica. Credete voi che -non tengano a mente la crudeltà de’ loro padri, e che non sappiano -quanto la loro perfidia si distese sopra il sangue de’ vostri maggiori? -Cercate i conventi de’ frati, e trovereteli pieni di corpi e di carogne -de’ vostri antichi; guatate il muro del Capitano, che ancora ritiene le -note del sangue di tanti valenti cittadini, i quali erano sufficienti -per le loro mani tutta lingua latina essere giustamente governata. -Qual cosa ci fu che non fosse piena di pianto e di lamento di vedove -e di pupilli? Tutta la città era piena di oscuri vestimenti con volti -tutti lagrimanti e pieni di dolorosi aspetti. Non sentiste voi le voci -delle misere madri, degli orfani e de’ pupilli gridare e dire: non -vi fate compagni coloro che ci hanno tolti i nostri sposi e i nostri -padri, i quali furono l’onore e la gloria di questa Repubblica. Qual -via o qual contrada sapete voi, che ancora non vi rinnovelli delle -reliquie delle loro arsioni? Perchè col fuoco le loro furie l’arsero -e disfecero. Quaranta maledetti mesi tennero in servitù questo popolo! -tanti sbanditi, tanti confinati, ed ancora con veleni nobili cittadini -falsamente feciono morire, e tali con le coltella perirono, e non -era cittade che non fusse piena de’ vostri antichi: chi v’era in -esilio, chi per isbandito e tale per rubello: e così le stranie patrie -abitavano. Piacciavi perdio di non volere stare pertinaci nelle vostre -discordie, acciocchè quelle non sieno più l’esca che accenda il fuoco, -il quale fu spento da quel vostro cittadino di Bardo Mancini. Voi ci -avete misto i campi di Figline e di Certaldo e di cotali luoghicciuoli, -con assai disutili schiatte; e venutici colla bottega al collo, hanno -tenuto in mano il vostro gonfalone. Ancora avete aggiunto a questi così -fatti mostacci, ammoniti ed originali ghibellini i quali sapete che -sempre furono nemici del guelfo reggimento; e addietro avete lasciato i -nobili della vostra città. Questo dite che fate per le incomportabili -superbie che usavano i loro antichi: la superbia non si niega che non -sia abbominevole a comportare, ma e’ non è minore il fastidio presente -della stolta plebe, che si sia la preterita superbia degli antichi e -de’ nobili. Diremo noi che sia superbia incomportabile quella di colui -che è nato de’ Bardi, se desidera di essere maggiore che il nipote -di Piero Ramini, e il figliuolo di Silvestro fornaio? Non è egli più -giusta cosa, che quegli che è nato de’ Rossi sia sopra quello dello -Stucco, che quello dello Stucco sopra lui? o che quel seggio sia -negato a’ Frescobaldi, che è conceduto allo Stuppino? Senza che non -contendono questo, ma desiderano egualità con tutti, e non maggiorità -di persona. Dico, che queste non sono superbie, ma più tosto ragioni -naturali e comandate dalla grandigia e dalla nobiltà della Repubblica; -avvegna dio che, da quanti più nobili è governata la Repubblica, tanto -è più nobile la Repubblica. E nientedimeno i nobili addietro avete -lasciati, e i vostri nemici per le vostre sfrenate volontà vi avete -fatti compagni. Dico che a voler tutti i vostri benefizi conservare, -è da dar modo che le borse si vuotino delle maladette pravità de’ mali -uomini. Sapete che la terra è compartita in tre generazioni d’uomini, -cioè scioperati, mercatanti ed artefici. Avete le leggi de’ vostri -antichi, che nel numero de’ Signori sia due delle Arti minori, e gli -altri sieno delle sette maggiori Arti e scioperati mescolatamente; e -per simile modo e ne’ Collegi. Ma il Consiglio del popolo, dov’è il -tutto delle volontadi, e dove si conchiude tutte le cose del Comune, -vi è delle ventuna Arte, sette delle maggiori, e quattordici delle -minori. Adunque vedete, che le due parti vi è delle minori e il terzo -delle maggiori; così la legge non è obbedita, e però non vi riescono le -vostre volontadi, perchè naturalmente vi sono nemici e hanno le fave -nelle mani. E’ si vuole le quattordici minori Arti recare a sette, e -che il numero degli artefici seguiti lo scemo delle Arti: dico là dove -sono due artefici, torni ad uno, ed a quel mancamento vi si aggiunga -le maggiori Arti e i Scioperati. Questo vi sia assai abile a fare: -come uomini nuovi, non intendono quello che si fanno, se non quando -comprendono fare il vostro disfacimento. Noi il senso della legge e -la volontà nostra faremo trarre a un medesimo fine: sempre la chiosa -di colui che ha fatto il testo va innanzi a tutte le altre; ed è -ragionevole, avvegnadio che tutte le leggi, per efficaci e giuste che -sieno, stanno soggette alla forza: chè sempre la spada nell’ultimo è il -competente giudice. Ed è tra voi la forza e il dominio sopra la gente -dell’arme, per l’asprezza della presente guerra: che avremo se non a -soldare due tre migliaia di fanti, e mostrare di voler fare una segreta -cavalcata in accrescimento della Repubblica, e quelli in un deputato -giorno, sotto colore di fare la mostra, condurli in sulla maestra -piazza a far pigliare le bocche per le quali gente plebea vi potesse -noiare? E chi ha il governo, adoperi le fave col favore della spada, -e per questa via si verrà alle desiderate conclusioni. Qui non resta -se non a dare il modo a seguire l’ordine ed eleggere il tempo abile a -tanto fatto. Se mestiero fosse la mislèa, vi è debito non fuggirla, -ma seguitarla. A che ricorreranno queste vili Capitudini? I fornai -si armeranno di pale, e con le vostre schiave ne faranno cordoglio; -e così altri coi loro trafficatori si compiagneranno della vostra -gloria. Però in tutto vi si prega, e me con voi insieme, a dare il modo -che gli uomini degni abbiano gli onorevoli luoghi del Comune; e che -questi veniticci stiano alle loro articelle a esercitare gli alimenti -necessari a nutricare le loro famiglie, ed in tutto dal governo della -Repubblica escluderli siccome seminatori di scandali e di discordie. -E se nessun altro più ottimo rimedio ci vedete, prego si manifesti; e -quanto più presto, meglio: e quello che è più utile, perdio, con tutta -sollecitudine si faccia.» - -A questo parlare tutti alzarono le mani al cielo, lodando Dio e messer -Rinaldo; e tutti si volsero a Niccolò da Uzzano, mostrando talento -d’udire il parere di Niccolò quanto aveano mostrato piacere del -consiglio di Rinaldo. Ma il grande Anziano lodando il fatto, una cosa -aggiunse: «Voi sapete come la famiglia de’ Medici è stata sempre capo -e guida della plebe. Ora voi vedete Giovanni di Bicci essere capo di -tutta la famiglia, ed è sostegno e guida degli artefici ed ancora di -più mercatanti, i quali reputano lui padre non che di tutte le Arti -minori, ma delle maggiori sostegno e campione. Io consiglio che chi si -sente a lui intimo, lo richiegga di recarsi alla nostra intenzione, ed -ogni volta che questo sia senza nulla di dubbio, faremo tutto quello -che il valente cavaliere ha consigliato.» A queste parole ciascuno -s’accordò; e messer Rinaldo fu chiamato a richiedere Giovanni de’ -Medici alla loro congiura. Andò Rinaldo ed espose il fatto; al quale -Giovanni si negava risolutamente, com’era da prevedere; e biasimandolo -forte: «Donde cavate voi (disse) che i sollevamenti de’ popoli sieno -pace e tranquillità de’ cittadini? Se il vostro padre vivesse, ei non -avrebbe voluto che il popolo fosse del suo luogo rimosso se non per -abilità de’ poveri uomini; e se voi tenete a mente i suoi portamenti, -direte questo medesimo essere così.» Qui annoverò alcuni benefizi che -Maso avea fatti a pro degli infimi, ed i freni posti alle soperchierie -dei potenti. Aggiunse: «Volete ora voi ritrovarvi a disfare con -insopportabile ingiuria, tanti benefizi del vostro eccellente padre -verso questo popolo? Io v’annunzio per vostro avviso che quando eglino -avessino acconci loro, che egli sconceranno voi e me e gli altri -buoni uomini di questa città. Io, come ho trovo il popolo, così il -voglio lasciare; ed ancora ne conforto voi che il simile facciate.» -Giovanni accennava ai grandi, che avrebbono sconciato ben tosto -tutta la parte dei popolani e tutti gli ordini dello Stato. Nè credo -l’Uzzano altra replica si aspettasse, nè altra volesse, avversi ambedue -ai modi violenti a cui Rinaldo parve inclinare. L’Uzzano esortava -si ripigliasse lo Stato come aveva fatto Maso degli Albizzi nel 93, -serrando le borse senza più fare rimbotti, cioè senza chiamarvi per via -di partiti altri nuovi cittadini; voleva che fosse rinnovata la balía -ogni dieci anni regolarmente, innanzi cioè che avesse potuto alterarsi -quello Stato, perchè le balíe non uscissero di mano ai capi di esso, -nè aprissero mai le vie degli uffici ad altri che ai loro. Bramava -accostarsi quanto più potesse ai modi e alle forme della Repubblica -veneziana: andava però con passi malfermi, secondo imponevano le troppo -diverse condizioni; e in certo suo scritto pare consigli ringiovanire -le decadute istituzioni della Parte guelfa, tornare cioè ai modi -antichi, soli possibili in questo popolo com’egli era.[185] Giovanni -voleva anch’egli serbare le forme antiche della Repubblica, null’altro -cercando a sè ed ai suoi che il favore popolare. - -Ma una parte si formava intorno a lui non consenziente, e i figli suoi -Cosimo e Lorenzo gli facevano rimprovero del non mostrarsi più vivo, -stimolati anche da un Averardo di Alamanno de’ Medici, uomo cupido e -ambizioso. Dai quali Giovanni qualche rara volta si lasciava condurre -in Palagio; ma rifiutandosi, quanto a lui, ad ogni cosa per cui potesse -nascere divisione nella città. Diceva: «Per me io voglio attendere -alle mercanzie dalle quali ebbi ogni grandezza, e da quelle in fuori la -Repubblica non mi glorifica; perchè quand’io ero indigente, non che la -Repubblica mi alzasse, ma cittadino non ci era che mi conoscesse o che -non mostrasse di non avermi mai veduto.» Giovanni di Bicci e Niccolò -da Uzzano, ambedue vecchi, s’adopravano a contenere ciascuno i suoi; -ma troppi già erano ai quali giovava la guerra aperta, e che cercavano -ad essa cogliere le occasioni. Erano in Palagio due Cancellieri; che -l’uno, ser Paolo di Lando Fortini, era tutto degli Uzzani, e l’altro, -ser Martino di Luca Martini, stava co’ Medici. Per il che cercando -quegli rimuoverlo dall’ufficio, ottennero questi che invece ser Paolo -fosse levato: l’anno dipoi fu casso il Martini; del che si legge il -vecchio Giovanni avere avuta grande afflizione.[186] - -Questo è il solo fatto di cui si trovi nei minori Cronisti alcun -cenno, ma basterebbe anche solo a mostrare già essersi scoperta la -parte de’ Medici, Rinaldo a quella dichiaratamente avverso, avverso -ma cauto Niccolò da Uzzano. Di tutto ciò noi però teniamo conto -accurato, perchè della grande mutazione che indi avvenne cerchiamo -indagare con ogni studio le prime origini, oscure in gran parte. Ma -quanto alle cose fin qui dette ci corre obbligo di dichiarare tutto il -racconto essere fondato sopra la nuda testimonianza d’un solo autore -contemporaneo, ch’è Giovanni Cavalcanti: da lui traeva il Machiavelli -non che la materia del quarto suo Libro, bene spesso le parole, senza -che per altri libri o documenti crescesse lume a questi fatti.[187] La -radunanza in Santo Stefano e i discorsi che vi si tennero, non hanno -per noi altro mallevadore che il Cavalcanti, alla cui autorità non -vorremmo starcene alla cieca; e quell’arringa che egli poneva in bocca -a Rinaldo, sembra esprimere a dir vero anzi i concetti degli antichi -grandi che i propri dell’Albizzi. Ma perchè assai bene e con linguaggio -molto nervoso ci mette innanzi le divisioni che erano in seno della -Repubblica, credemmo potesse riuscire utile all’istoria; e quando -ai lettori fosse apparita troppo lunga, saremmo ingannati del nostro -giudizio. Inoltre il fatto dell’essersi allora qualcosa agitato, riceve -conferma per altri indizi, sebbene lievi, che a studio potemmo altrove -raccogliere.[188] Torniamo al seguito del racconto. - -Ai reggitori di quello Stato, sebbene intorno si ammontassero le -difficoltà, non mancò l’animo; e rifatti di danaro pei balzelli pur -quella volta riscossi, pigliarono a soldo quanti poterono Capitani -che fossero al caso da restaurare quella guerra. Fidavano molto nelle -armi Braccesche, nelle quali era il conte Oddo, giovinetto che dopo la -morte del padre suo Braccio aveva seco governatore di tutte le imprese -Niccolò Piccinino, che fu il migliore tra i discepoli di Braccio, e -dopo lui tenne la condotta di quelle armi: bramò egli fare un’impresa -segnalata contro a Faenza, mosso da uno de’ Manfredi, ribelle che -si era posto ai servigi della Repubblica. Sperava favore costui nei -villani delle valli del Lamone, i quali vedemmo un’altra volta quanto -potessero; ma perchè i soldati non attendevano che a rubare, gli -furono contro, e chiudendo i passi, misero in rotta quei predatori, -uccidendo il misero e pro’ giovinetto, che bello della persona e -franco nelle armi s’era valorosamente diportato. Rimase prigione il -Piccinino, e fu menato nella città di Faenza: quivi egli riusciva con -le persuasioni a voltare quel Signore, sicchè lo condusse a entrare in -lega co’ Fiorentini. I quali però venivano successivamente a perdere -quante fortezze e terre aveano in Romagna, alcuna di esse abbandonate -con poca difesa per viltà dei Commissari che le tenevano: per il che -apparve tanto più eminente la virtù di Biagio del Melano; il quale, -mancatogli ogni mezzo alla difesa della rôcca di Monte Petroso e pure -negando renderla, e i nemici con animo di costringerlo avendo appiccato -il fuoco all’intorno; Biagio si fece ai merli, e gittate prima a terra -quante avea robe in casa leggere e morbide, vi gettava sopra i propri -suoi figli di piccola età, i quali furono dai nemici pietosamente -raccolti, ed egli lasciossi perire in mezzo a quelle fiamme anzichè -rendere la fortezza: il nome di lui fu molto in patria celebrato, e -la Repubblica provvedeva splendidamente ai rimasti figli del preclaro -cittadino. In Val di Tevere Capitano era Bernardino detto della Carda, -di quella casa degli Ubaldini la quale, avendo perduto lo Stato per -lunghi assalti dei Fiorentini, serviva ad essi ora per la necessità -di vivere colla spada, com’era l’usanza dei signori castellani: da -costui nacque (la madre s’ignora) quel Federigo che risuscitò la casa -dei Montefeltri e fu il migliore dei Principi di quel secolo. Avea -Bernardino incontro le forze dappertutto vittoriose di Guido Torello e -d’Agnolo della Pergola, dai quali essendo colto in Anghiari, fu messo -in rotta e andò prigione in Lombardia: e frattanto il Piccinino, per -indugi che i Dieci posero a soddisfarlo di certe pretese, lasciò allo -spirare della sua condotta per sempre i servigi della Repubblica; -alla quale, come capitano del Visconti, fece poi soffrire gravissimi -danni.[189] - -Tante rotte successive e tante perdite avean messo in grave angustia -i Fiorentini; dai gioghi alpestri della Romagna fino alla valle di -Chiana scoperto lo Stato delle più valide sue difese con tanto studio -acquistate, incerta la fede de’ Signori circostanti, e Siena e Lucca -male disposte perchè in sospetto esse medesime delle ambizioni della -Repubblica. Bisognosa di soccorso, cercava essa quindi con ogni -industria procurarselo. Sigismondo imperatore avea differenze col -duca Filippo; tantochè avendo speranza condurlo in Italia contro -lui, gli mandarono ambasciatori, fidando anche molto nel favore -dello Spano. Ma essendo Sigismondo tuttora in guerra ed in assai -mala inclinazione verso la Repubblica dei Veneziani, riusciva inutile -ogni pratica.[190] Al Papa era andato due volte Legato Rinaldo degli -Albizzi, e dimorato in Roma più mesi,[191] s’ingegnava intimorirlo -delle intenzioni che il Duca aveva nel Reame, per le quali praticava -segretamente col re Alfonso. Ma il Papa cercava invece condurre i -Fiorentini ad una sforzata pace, alla quale il Duca mettea condizioni -impossibili ad accettare, null’altro volendo che turbare in ogni modo -lo stato d’Italia. Ogni speranza era dunque posta nella Repubblica di -Venezia, dov’erano andati prima lo stesso Rinaldo, indi Palla Strozzi, -e troviamo che vi andasse Giovanni de’ Medici. Lorenzo Ridolfi, che -seguitò a questi e poi vi rimase, penò lungamente a fare capace quella -circospetta Signoria della convenienza di pigliare in tempo riparo -contro alle aggressioni che addosso a lei si volterebbero quando ella -fosse rimasta sola. Si narra che un giorno orando in Senato, Lorenzo -dicesse queste parole: «i Genovesi non aiutati da noi fecero Filippo -Maria signore; noi derelitti da Voi, e impotenti ad ogni difesa, lo -faremo re; Voi, quando non sia rimasto chi possa, benchè volesse, -darvi soccorso, Voi lo farete imperatore.» Da prima ottenne il Ridolfi -che la Lega venisse accettata in via di massima, continuando pure -a negoziare col Duca la pace. Allora in Venezia pervenne il conte -Francesco da Carmagnola, grande uomo di guerra, al quale doveva Filippo -Maria le sue maggiori vittorie; ma o che il debito pesasse a questo, o -che il Carmagnola fosse troppo alto per un principe di quella fatta, -si venne tra loro a tale rottura, che il Conte si partiva cercando -condurre quante più potesse armi italiane contro a Filippo. Ed era -in Venezia nel supremo magistrato Francesco Foscari, che ambizioso -d’ampliare il dominio, male s’adagiava in quelle cautele cui era -solita la Repubblica: ambedue questi diedero mano possente e valida -al Ridolfi, il quale ammesso un altro giorno in Senato, «Se (disse) -v’è cara quella libertà di cui s’onora la città vostra, unite le armi -vostre alle armi di noi, che pure siamo e vogliamo essere liberi; noi -per questa guerra abbiamo già speso più che due milioni di fiorini, -venduti per essa i gioielli delle spose e delle figlie nostre; ma pure -ancora possiamo con Voi portarne il peso, e noi vi chiediamo d’averlo -comune. Tenete a mente, che a duchi ed a re, senato e popolo sono nomi -odiosi egualmente, e che hanno animo a disfarli: oggi voi siete di noi -più possenti; ma non basterete, vinti noi, contro alle forze di questo -Duca, il quale se cerca la nostra ruina, vuole anche poi farsene scala -alla vostra, ed alla oppressione di quanti rimangono uomini liberi -in Italia.» Fu stretta la Lega, nella quale entrarono il Marchese di -Ferrara ed il Signore di Mantova, e il duca Amedeo VIII di Savoia, ed -il re Alfonso d’Aragona, e la Repubblica dei Senesi; il Carmagnola -supremo Capitano di tutta la guerra, che fu bandita a’ 27 gennaio -1426. Nella quale i Fiorentini avrebbono posto in campo sei mila -cavalli e sei mila fanti, i Veneziani da nove mila cavalli e otto mila -fanti.[192] Era tra le condizioni della Lega, che fosse in arbitrio -dei Signori Veneziani fare pace o tregua secondo che a loro paresse; ed -avevano pattuito che a loro dovessero andare tutti gli acquisti che si -facessero in Lombardia, quelli di Romagna e di Toscana venendo soli in -potestà della Repubblica di Firenze, quando non fossero della Chiesa. -Era patto disuguale, la Romagna essendo di ecclesiastica preminenza; -ed ai Fiorentini che portavano i due quinti della spesa, quello che -avanzasse da guadagnare non si vedeva; ma era minaccia contro al -Signore di Lucca, ed io non credo per nulla piacesse cotesta clausola -ai Senesi.[193] - -L’entrare in campo della Repubblica di Venezia aveva sommosso i Guelfi -di Lombardia, che è dire la parte degli artigiani delle città e tutto -il popolo campagnuolo, oppresso da quelle castellane Signorie le quali -stavano per il Duca. La forza che aveva Firenze trovata quando era capo -di Parte guelfa contro a’ piccoli Signori intorno a sè nel contado, -stava ora in Lombardia per la Repubblica de’ Veneziani, che bene sapeva -usare il vantaggio; cosicchè il passare sotto al dominio di questa, -era alleviare la condizione di popoli avvezzi ad imperi soldateschi, -i quali per essere in mano di nobili, anche sapevano di straniero. -Brescia avea scosso popolarmente il giogo del Duca, e con l’aiuto dei -villani che discendevano giù dai monti, faceva aspra guerra contro -ai soldati delle fortezze, che unite tra loro da mura grossissime con -torri e bastioni, la stringevano;[194] città serbata in ogni tempo alle -grandi prove ed al patire gloriosamente. Quivi era dunque allora il -nodo di quella guerra, ed i Veneziani vi mandarono il Carmagnola con -tutte sue genti, e scrissero ai Dieci perchè avviassero prestamente -in Lombardia quelle che la Repubblica di Firenze teneva in Romagna -sotto la condotta del Marchese di Ferrara venuto a parte della gran -Lega. Filippo Maria dal canto suo richiamava dai confini di Toscana -l’esercito; al quale essendo precorsa l’oste fiorentina, contendeva il -passo del Panaro, bene alloggiata e fortemente in sulla riva di là: ma -i ducheschi, scendendo il fiume, lo passarono a poca distanza, e avuto -il soccorso di Agnolo della Pergola, si poterono condurre sicuramente -oltre Po, non senza infamia del Marchese di Ferrara, che nulla avea -fatto a impedire quella mossa. Ma quella unione delle due Repubbliche -latine, che erano i due cardini dell’italica libertà, siccome avea -dato ardire e speranza di nuova salute ai popoli di Lombardia, così -era dovere che ai Signori dispiacesse; e a quello d’Este pareva -essere, tra’ due pericoli, meno grave e innanzi tutto meno odiosa la -potenza del Visconti, di quello che fossero o la vicina grandezza della -Repubblica di Venezia, o le popolari libertà che i Fiorentini venivano -oggi a promuovere in Lombardia.[195] - -A noi non ispetta narrare l’assedio memorabile di Brescia, nè la -ferocia popolare contro a’ Ghibellini che teneano le castella, nè le -crudeltà di questi, nè l’arte di guerra che dispiegò il Carmagnola, -finch’ebbe la terra in capo a otto mesi, facendone acquisto che -indi rimase alla Repubblica di Venezia. Intorno a Genova era grande -sforzo dei fuorusciti che una volta giungevano fino sotto le mura -della città, e si credevano rientrarvi: principali erano il Fregoso -e un Fieschi, ch’ebbero aiuto dai Fiorentini di buon numero di fanti -sotto la condotta del prode ed infelice Tommaso Frescobaldi, il quale -caduto in mano ai ducheschi, e messo alla corda perchè rivelasse la -intelligenza che aveva dentro, con forte animo ricusando tradire al -nemico i segreti del Comune, morì nei tormenti: la Repubblica dotava -due figlie lasciate dal fedele cittadino.[196] Il Papa frattanto -s’interponeva per la pace, ed era Legato per esso il buon Cardinale -Niccolò Albergati bolognese, il quale credette averla composta;[197] -ma era inganno, perchè Filippo che aveva promesso cedere il forte -castello di Chiari, faceva assalire i soldati di Venezia ch’erano -andati per occuparlo; cosicchè la guerra più fieramente si ripigliava -dalle due parti, che ebbero insieme prima ad Ottolengo, poi a Casa al -Secco presso Cremona, scontri inutili ma sanguinosi. Filippo istesso, -contra suo costume, era venuto della persona sua con grande seguito in -Cremona per dare fermezza a’ suoi partigiani e sopravvedere le difese. -Nel Po fu battaglia tra’ galeoni del Duca e quelli che i Veneziani -avean fatto risalire sotto la condotta di Francesco Bembo, il quale ivi -ottenne splendida vittoria. Ed altra più insigne e molto famosa ebbero -le genti della Lega presso Maclodio, dove i ducheschi spintisi innanzi -per terreni paludosi, in fondo ai quali il Carmagnola s’era cacciato a -disegno, si viddero a un tratto chiusa la via dietro per nuovo assalto -delle genti soldate dai Fiorentini sotto la condotta di Bernardino -della Carda, riuscito di fresco a fuggirsi di prigione, e di Niccolò -da Tolentino. Si gridava dinanzi San Marco, di dietro Marzocco, e nel -mezzo Duca: del quale l’esercito pareva condotto a ultima ruina, se -non avesse il Carmagnola lasciato a una parte dei vinti agio di porsi -in salvo; o fosse prudenza, temendo il valore di uomini disperati, o -dubbia fede, siccome parve più tardi al Senato di Venezia.[198] Questi, -per allora non fattane accusa al suo Capitano, si rese più agevole -alla conclusione della pace, per la quale erano andati ambasciatori -dei Fiorentini a Ferrara Palla Strozzi e Averardo dei Medici: mediatore -sempre il Cardinale di Santa Croce. Il nodo era Genova, che i collegati -volevano il Duca lasciasse o la rimettesse in mano del Papa: negò -pertinacemente;[199] ma infine l’accordo si fece, avendo il Duca -ceduto, oltre a Brescia, del suo territorio, Bergamo e tutta la parte -di Lombardia insino al fiume dell’Adda, rimasto confine ai Veneziani -finchè durava lo stato loro: e fu all’Italia beneficio quell’acquisto, -caduta Milano in mano a stranieri, e Venezia mantenendosi infino -all’estremo della sua decrepitezza pur sempre libera e latina. Maggiore -cosa fu avere innanzi Amedeo duca di Savoia aggiunto ai suoi Stati -Vercelli, stringendo d’allora in poi tra l’Adda e la Sesia il Ducato -di Milano. Aveva quel Duca sperato l’acquisto alla sua casa di tutto il -Ducato per via di nozze del figlio suo con la figlia unica di Filippo: -ma quei negoziati, che poteano pe’ tempi avvenire salvare l’Italia, -presso al conchiudersi poi svanirono.[200] - - - - -CAPITOLO VII. - -CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.] - - -Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di -fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201] -Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata -anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo -levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui -una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più -tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito -fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza. -Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare -in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi -modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero -chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni -e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate -ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e -con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo -di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo -o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da -parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma -oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti -che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non -le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di -mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile) -senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto -confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della -Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse -autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma -una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato -nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece -messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da -Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli -scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza: -l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre -l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo, -col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando -viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva -certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa -regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della -natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva -essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia, -sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello -che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè -stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera -l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio -suo il Catasto messo da parte per alcun tempo. - -Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio, -seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si -potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini -avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a -disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria, -o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti -e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba -ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare -ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti -la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna -d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro -posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia -parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le -mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli -armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna -cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse -manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri, -uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di -sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati -alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove -gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri, -cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del -sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni -sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse -notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre -gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi -e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la -valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento -fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti -d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o -scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo -così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni -cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo -per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per -cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse, -dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata, -della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio -degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere -o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni -tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze -od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei -contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro -al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento -delle gravezze.[206] - -È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato, -venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a -Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene -dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran -massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità, -e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a -coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza -agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano -coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della -_pompa_, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti -tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano, -che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il -Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo -Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i -patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte -le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare -gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati. -Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori, -che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in -persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano -e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che -frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del -Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove -non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e -rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio -che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo -fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice -antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e -di pericoli. - -Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non -si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne -desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi -passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano -dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero -a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano, -nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della -casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo -si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state -ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle -giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione -alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano -errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza -a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con -tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la -gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori, -io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il -giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del -ragguaglio non fosse altro. - -La somma da levare per via del Catasto montava in città a -venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni -tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna -venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta, -e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali -prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro -Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era -come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio, -laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli -soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi -ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo -a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per -nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo -liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si -eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si -levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a -loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma -era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti -avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini -volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque -avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di -San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto -ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali -uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il -Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano -i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli -a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe -altro che _pro forma_, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena -gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti -plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi -senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano -con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti -per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi -signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle -pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini -a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne -avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di -Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono -dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri -castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura, -quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria -lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e -di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non -furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu -descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad -essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210] - -Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini -tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò -Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in -quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta -fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio, -dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini -inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei -confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava -chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire -gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire -non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu -detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento -oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini. -Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare -l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini -di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che -voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero -delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a -farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè -tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato -ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde; -per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne -del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica; -ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia -già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva -per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto -e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo -Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa -della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva -dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male -alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non -quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non -breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una -manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni -già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le -potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non -lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro -spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni -e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era -(scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto -il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in -grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari -soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla. - -Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando -due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime -ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre -di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta, -nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro -prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla -morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima -vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il -fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una -repubblica temperata. - -Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio; -il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi -a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le -parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi -sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle -non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per -testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato -i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini -avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di -Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici -il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti -di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che -noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e -cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome -strumento delle _ritorte_ più segrete di parte medicea; ma noi lo -troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo -degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di -molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra, -i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di -tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente -la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti -variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della -mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come -più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in -ogni cosa gli attraversavano. - -Dapprincipio andarono Commissari a governare l’impresa Rinaldo -degli Albizzi e Astorre Gianni; dei quali Rinaldo si fermava sotto -Lucca, mentre che Astorre poneva un altro campo nelle marine sotto -Pietrasanta, cercando chiudere quelle vie d’onde venissero ai Lucchesi -le vettovaglie nella città ed i soccorsi di Lombardia. Attese Rinaldo -a pigliare le castella per indi accostarsi a stringere Lucca, e aveva -già fatto l’espugnazione di Collodi, quando ecco subito cominciare -dissensi tra’ capi, e quello scambiarsi d’accuse e sospetti donde ebbe -sì mala riuscita quella guerra. Accusavano Rinaldo ch’egli cercasse -i suoi privati più che i pubblici vantaggi, e che si facesse mercante -di prede per la comodità d’inviarle alla sua villa di Monte Falcone, -come aveano detto del padre suo Maso nella guerra contro Pisa. A quello -sparlare che si faceva di lui s’accese l’animo di Rinaldo, altiero -com’era non che dignitoso. Abbiamo una lettera di lui ai Dieci (18 -gennaio): «Io debbo ubbidire ai vostri comandamenti, ma la V. S. dee -comandare cose oneste e che si possano sopportare. — Io sono nato nella -città e allevato come cittadino, e non come un saccomanno di bosco. -Il perchè vi prego, Signori, mi diate licenza ch’io possa tornare a -casa a posarmi.» Rispondono i Dieci parole a lui molto onorifiche; e -Rinaldo, mandato a Firenze il figlio Ormanno, rivocava la licenza; ma -era in città mormorio e bollore, e molto i Dieci erano morsi. Inviarono -in campo due di loro, Neri Capponi ed Alamanno Salviati, i quali -si trassero addosso ai monti sotto Lucca. Rinaldo, fermatosi nella -pianura, conduceva arcani maneggi co’ quali sperava entrare in Lucca. -Ma egli co’ Dieci male s’accordava, e contro a Neri aveva sospetti; -cosicchè Rinaldo separatosi da loro, per lungo giro si accostava -sotto Pisa all’altro campo, d’onde volgendo, e tornato a porsi dal -lato opposto presso alle mura di Lucca, espugnava Pontetetto. Ma qui -per fastidi e per disagi, la notte col fango a mezza gamba e sempre -combattendo, lasciato in penuria di viveri, e per vedersi assottigliato -di soldati che a lui venivano tolti, operando virilmente ma sempre -dolendosi, e avendo più volte chiesta licenza, la ottenne in fine a’ 18 -marzo, nè d’allora in poi ebbe ingerenza in quella guerra.[221] - -Diversa alquanto è la narrazione la quale discese negli scrittori -di questa guerra contro Lucca; ma noi seguitammo gli irrefragabili -documenti che sono le lettere scritte dal campo. Per quegli autori -assai più trista celebrità rimase all’altro Commissario Astorre Gianni; -e i fatti atroci a lui apposti sarebbero questi. Costui, essendo -malvagio uomo ed a vantaggiare la sua Repubblica parendogli essere ogni -via buona, predava le terre, i castelli disfaceva, recava ogni danno -ai miseri contadini. Al che atterriti gli abitatori di Seravezza, ed -ancora forse come antichi guelfi odiando il tiranno Lucchese e avendo -amicizie con la Repubblica di Firenze, avrebbono al Gianni mandato -ad offrire liberamente l’ingresso nella popolosa valle, dalla quale -promettevano aprirgli le vie a fare acquisto di Pietrasanta. Accettò -quegli; e occupato subito l’adito angusto a Seravezza, e messo sue -genti nei luoghi muniti ch’erano attorno, mandava grida per tutto -il paese, che a una data ora si radunassero nella Pieve a udire le -leggi che il Comune di Firenze ad essi darebbe, e a giurare fedeltà. -Nè prima furono ivi accolti ch’entrando i soldati, fecero prigioni -quanti erano dentro, e di lì andarono ogni cosa mettendo a ruba e ad -esterminio, le donne a vergogna; faceano crudeli e orribili vituperii. -Per la notizia di questi fatti sarebbe Astorre stato richiamato con -grande sua infamia; quei di Seravezza, quanto potevasi ristorati.[222] -Nessuna conferma di tanta malvagità ci viene da molto credibili -documenti: qualcosa era stato contro lui nella opinione dei Dieci; ma -pure è scritto, che se avessero lasciato Astorre intorno a Pietrasanta -l’avrebbe avuta e chiuso la strada ai soccorsi di Lombardia; che egli -fu richiamato con villane lettere per la improntitudine d’Averardo de’ -Medici, e con la scusa del rimanere scoperta Pisa. Crediamo noi essere -qualcosa di vero in queste asserzioni, e assai più del vero in quelle -che contro lui rimasero nell’istoria.[223] - -Era fatale che in quell’impresa riuscisse a male ogni divisamento. -Recavasi al campo quel mirabile uomo di Filippo Brunelleschi che allora -inalzava la grande Cupola in Firenze: ardito com’era in ogni concetto, -ma delle opere d’ingegnere non bene pratico, offeriva d’allagare -Lucca, voltandovi addosso l’acqua del Serchio per un nuovo argine, -e sperandola condurre per via di chiaviche a sua posta. Piacque il -disegno ai Magistrati, che furono vinti dal parlare di Filippo, e -avevano fretta perchè Lucca si pigliasse dentro al tempo loro; intanto -che il popolo si confidava di terminare la guerra in breve ora, e fare -acquisto della città, della quale erano tanto cupidi. Invano il Capponi -si contrappose al disegno, col dire che il campo sarebbe allagato -e non la città, la quale avrebbe in quella guisa, oltre alle mura, -difesa d’acque. Non fu ascoltato, e infine anch’egli dovè consentire: -ma quando l’argine fu presso a cingere la città, i Lucchesi guastarono -la pescaia e ruppero l’argine in più luoghi, cosicchè la predizione -di Neri avverandosi, divennero le condizioni degli assedianti di -molto peggiori, e il campo, che s’era condotto fin sotto le mura di -Lucca, dovette ritrarsi dov’era innanzi, a Camaiore.[224] Ciò fu nel -maggio del 1430. Nel giugno seguente mutati i Dieci, andò Commissario -tra’ nuovi eletti Giovanni Guicciardini, al quale più tardi fu tolto -l’ufficio perchè intorno a Lucca facea mala guardia, e si diceva che -i cittadini liberamente uscissero a comprare nel campo stesso degli -assediatori.[225] - -A chi si piace nei viluppi della politica e considera le cose umane -come un gioco di tanto più bello quanto è condotto più sottilmente, -parranno quei tempi avere di molto progredito su’ passati, perchè -se nascesse d’allora in poi alcun fatto tra due vicine città, tutta -l’Italia se ne commuoveva, e di quello variamente pigliavano briga -quanti erano principi e repubbliche e condottieri da un capo all’altro -della penisola: certo era un principio di sorti migliori, ma era -lontano. Aveva Firenze mandato in più luoghi a notificare quella -guerra che essa imprendeva contro a Lucca, e le più amiche risposte -sarebbono ad essa venute da quello che più avea in animo di tradirla, -Filippo Maria Visconti, mentitore fra tutti solenne, e ora di fresco -pacificato.[226] Ma era grandissima l’ansietà in cui vivevano i Senesi, -nella pace abbandonati, come vedemmo, alle cupidigie male celate dei -Fiorentini, e non che offesi dalle macchinazioni di quei che reggevano, -messi in canzona popolarmente, come facile conquista a cui bastava -il porre mano.[227] Aveano mandato a Firenze ambasciatore un loro -insigne cittadino, Antonio Petrucci; il quale ivi essendo non senza -dispregio menato in parole, tornato in Siena e persuadendosi che alla -città per allora non giovava dichiararsi, ma egli volendo pur venire -a’ fatti, prima ne andava in Roma a papa Martino sempre a Firenze -poco amico, e col favore di lui raccolta in Maremma e per la riviera -di Genova quanta più gente potesse, venne in proprio suo nome e come -stipendiato da Paolo Guinigi su quello di Lucca, riuscito a munire di -maggior guardia la città. Nel passare aveva ripigliato molte terre dai -Fiorentini occupate, lasciando al marchese di Ferrara Castelnuovo ed -altri luoghi di Garfagnana, che da principio della guerra questi aveva -pigliato per sè. L’assedio però intorno a Lucca stringeva forte, e -più valido soccorso dentro era da tutti invocato variamente, secondo -portavano le condizioni della città. Recavasi quindi Antonio in Milano, -dov’erano andati due nobili Lucchesi, un Trenta e un Buonvisi, a -chiedere aiuto, non tenendo fede a Paolo Guinigi che, odiato da molti, -vedeano prossimo a cadere; ma offrivano al Duca darsi in protezione a -lui, quando egli traesse Lucca dalla cittadina servitù e lei scampasse -dall’esterna. Il Duca esitava, e trovo scritto che avesse egli dapprima -tentato il Piccinino perchè andasse sotto la coperta di servire Paolo -Guinigi in Lucca a torgli la città di mano; al che essendosi Niccolò -negato, chiamasse il Duca al brutto ufizio Francesco Sforza, che lo -accettava.[228] I Fiorentini aveano mandato a Milano ambasciatore -Lorenzo dei Medici fratello minore di Cosimo, ed allo Sforza un -Boccaccino Alamanni che gli era amicissimo: nulla ottenevano, perocchè -l’impresa già era sul muovere e il conte Francesco, prima fermatosi in -Parma a raccorre genti col dare voce ch’egli andasse per suo proprio -conto inverso Napoli, quando si trovò in punto, calava ad un tratto -giù per la via di Pontremoli, e sforzato i passi e le difese dei -Fiorentini, entrò in Lucca nel luglio del 1430: gli assediatori, levato -il campo, si ritrassero in Ripafratta. Condusse lo Sforza la guerra -infino sotto le mura di Pescia, la quale avendogli fatta resistenza -(sebbene l’avessero abbandonata gli ufficiali che la Repubblica vi -teneva), egli abbruciate nella Valdinievole alcune castella, tornato -indietro, si faceva forte presso alle mura di Lucca, o già guadagnato -dall’oro dei Fiorentini o avuto sentore delle pratiche tenute da Paolo -Guinigi con questi per dare ad essi Lucca in possessione al prezzo di -dugento mila fiorini d’oro. Non io però mi tengo certo che il Guinigi -espressamente a quelle pratiche aderisse; ma fatto è, che da quelle -avendo ragione ovvero pretesto lo Sforza, e il Petrucci ch’era dentro -la città, e quanti in essa nimicavano la signoria del Guinigi, dei -quali era capo un Piero Cenami, si misero insieme; e Antonio Petrucci -andato una notte a visitare il Guinigi, che di lui non si guardava, -lo fece prigione; Piero Cenami levò in arme la città, ed a quel cenno -Francesco Sforza pigliava il giovane Ladislao Guinigi che seco era in -campo: il padre ed il figlio, così dispogliati della signoria di Lucca -e d’ogni ricchezza,[229] furono condotti nella fortezza di Pavia, dove -l’infelice Paolo Guinigi tiranno di nome, in fatto però come uomo da -poco, men reo che non fossero il maggior numero de’ suoi pari, veniva -a morte in breve tempo. Lo Sforza, accordatosi con la Repubblica di -Firenze per cinquanta mila fiorini e ritrattosi d’intorno a Lucca, -se ne andava pe’ suoi fatti in Lombardia, nè più ebbe mano in quelle -cose.[230] - -I Lucchesi fatti liberi tentarono, io credo con poca fiducia, l’animo -de’ Fiorentini perchè cessassero dalla impresa che aveano tolta -contro al tiranno. Era il caso dei Pisani quando si furono liberati -da Gabriele Maria Visconti; ma pur questa volta i Fiorentini erano -andati troppo innanzi, e si credevano facilmente avere la terra, non -bene guardata e molto scarsa di vettovaglie. Fecero risposta benigna -a parole, nel fatto dura, ponendo condizione che subito dessero Monte -Carlo e Camaiore in via di pegno, il ch’era un volere Lucca nelle -mani.[231] Teneano l’animo anche volto a Siena, e al conte Francesco, -il quale credevano andasse nel Regno, proposero fare per proprio suo -conto l’impresa di Siena, e con lui quindi si aggiusterebbero. Ma -questi, alieno dall’impacciarsi nelle cose di Toscana, denunziava il -tutto ai Senesi; ai quali non parve più essere tempo da usare rispetti, -viepiù irritati da un’insidiosa e falsa ambasciata che ad essi aveano -i Fiorentini mandata in quel mezzo.[232] Antonio Petrucci ogni cosa -conduceva; il quale essendo in Lombardia, potè agevolmente persuadere -al Duca di Milano, che se non voleva manifestamente rompere una pace -conchiusa di fresco, mandasse in Toscana sotto altro nome di quei -soldati ch’erano a’ suoi cenni; usato modo in quella età. Filippo -Maria, siccome vedemmo, aveva allora in protezione la città di Genova, -di nome libera; ed i Genovesi mandarono a dire in Firenze, desistessero -da ogni offesa contro ai Lucchesi amici loro: della quale intimazione, -fatta da uomini servi, non si tenne conto; e Niccolò Piccinino, come -licenziato dal Duca e come soldato di Genova, muoveva con quattro mila -cavalli e due mila fanti alla volta di Toscana. Il Conte d’Urbino, -molle Capitano che di recente i Fiorentini aveano condotto, stavasi -accampato presso alle mura di Lucca; dov’egli soffriva, sendo il verno -crudo, penuria di viveri per la difficoltà di condurli. Ne avea il -Piccinino grande provvigione condotta per mare dalle navi genovesi, -e appena giunto volendo farne entrare in Lucca, tentava il guado del -fiume del Serchio con tutto in arme l’esercito suo: a fronte gli stava -il campo nemico, dal quale una schiera uscita per foraggiare, avendo -passato il fiume in un luogo dove le acque erano molto basse, mostrava -al nemico la via; per la quale fatto impeto il Piccinino con tutte -le schiere, mentre che da Lucca usciti quanti erano capaci alle armi -di fianco assalivano il campo sprovvisto e male guardato, lo mise -in rotta, cosicchè pochi scampati a fatica non rimasero prigioni. Le -donne ed i vecchi dall’alto dei tetti e delle torri di Lucca batteano -le palme per allegrezza della vittoria: i Lucchesi celebrarono sempre -dipoi con festa solenne, fino al cadere della Repubblica, quel giorno -che fu il secondo di dicembre.[233] - -Era tra’ minori condottieri i quali ubbidivano agli ordini del -Piccinino un Antonio da Pontadera fuoruscito che si diceva Conte, cui -parendo essere aperta una via a liberare la patria sua, insieme con -molti usciti da Pisa che in Lucca viveano, e co’ villani del territorio -e gli abitatori delle piccole castella che gli erano aperte per avere -mala guardia,[234] faceva gran pressa al prudente Capitano perchè egli -pigliasse l’impresa di Pisa. Ma i luoghi più forti aveano presidio così -da volere assedio lungo; e Pisa fortificata con gelosa cura dal non -mai cessante sospetto dei Fiorentini, sebbene bramosa di scuotere il -giogo, nulla poteva: ed una congiura, della quale s’era fatto capo un -dei Gualandi, non ebbe effetto; ed i Fiorentini chiudendo le porte agli -uomini del contado, e poi cacciando fuor della città per l’inopia di -vettovaglie le donne misere dei Pisani ed i fanciulli, stavano dentro -sicuri contro ad ogni assalto che avesse tentato il Piccinino. Laonde -questi con sano consiglio voltatosi prima all’acquisto delle Fortezze -di Lunigiana che a lui tenevano la strada aperta di Lombardia, scendeva -dipoi giù per la pianura nel contado di Volterra; imperocchè i passi -della Valle d’Arno gli erano chiusi, quivi essendosi affortificati con -molta industria i Fiorentini, che avendo raccolto del vinto esercito -molti avanzi, facevano guerra sempre intorno a Lucca, di là spingendosi -al racquisto dei castelli di Garfagnana, di Calci e d’altri in quel -di Pisa.[235] Ma si era in quel mezzo Siena dichiarata contro a’ -Fiorentini, che invano mandavano a ritenerla ambasciatori, e in lega -con essa era entrato il Signore di Piombino; e di Lombardia veniva -soccorso di nuove genti capitanate dal conte Alberigo di Zagonara. -Pe’ Fiorentini stava in Poggibonsi Bernardino della Carda, e aveano -condotto Micheletto Attendolo da Cotignola parente di Sforza; al che -il Fortebracci, seguendo la solita rivalità delle armi, aveva lasciato -i loro stipendi accostandosi al Piccinino. E questi volgendo le sue -schiere da Volterra nel territorio di Siena, e di là scorrendo per -quel di Firenze, aveva espugnato parecchie castella; e muovendo verso -Arezzo, credevasi entrarvi per una congiura, la quale falliva: ma il -Piccinino, dopo aver fatto per Toscana gravi danni, veniva dal Duca -richiamato in Lombardia per le necessità della guerra che i Veneziani -un’altra volta collegatisi co’ Fiorentini gli aveano mossa.[236] - -Pel Duca erano i due maggiori condottieri delle armi rivali, il -Piccinino e Francesco Sforza; a questo, perchè stesse con lui, Filippo -aveva insino d’allora promesso in isposa la figliuola naturale, erede -unico ch’egli avesse. Contro ai quali Francesco da Carmagnola menava -la guerra con dubbia fortuna e (siccome parve al Senato di Venezia) -con dubbia fede: la distruzione che in grossa battaglia fecero i -ducheschi d’un grande armamento di navi sul Po, la rotta in Soncino, -e invano tentato avere Cremona dai Veneziani molto ambita; queste -cose furono imputate a tradimento del Carmagnola, il quale condotto -a Venezia con inganno, vi perdè la testa con esecuzione solennemente -palese, ma con giudizio segretissimo: delitto inutile (se degli utili -ve ne fossero) e sfoggio di cruda ragione di Stato, nella quale non -ved’io nulla altro di buono, eccetto il volere con un grande esempio -tenere in paura la razza iniqua dei condottieri. Dopo ciò la guerra fu -trascinata più mesi: ma innanzi un fatto di mare vuol essere da noi -ricordato. I Genovesi tenevano in armi un forte naviglio, contro del -quale Venezia aveva mandato sedici galere sotto la condotta di Pietro -Loredano, le quali usavano la comodità dei Porti venuti in possesso -della Repubblica di Firenze, e avevano seco sei legni sottili armati -da questa, che stavano agli ordini di Paolo Rucellai. Si affrontarono -le due armate a Portofino con grande impeto, e le due navi capitane -erano alle prese, quando Raimondo Mannelli, il quale guidava una -galeazza fiorentina, cogliendo il vantaggio del vento, con essa venne -ad urtare siffattamente nella genovese ch’ella restò presa, tirando -con sè la vittoria de’ collegati: questi guadagnarono otto galere; ma i -prigioni, tra’ quali era il capitano Francesco Spinola, condotti prima -in Firenze a testimonio della virtù del Mannelli, furono dipoi mandati -a Venezia, non senza rammarico e malumore dei Fiorentini.[237] Uniti -a Venezia, avevano sempre le seconde parti; dal che oltre all’essere -umiliati, vedevano anche i vantaggi della guerra andare a crescere -la potenza di quello Stato di cui temevano più che d’ogni altro la -soperchianza, perchè la grandezza dei Visconti sapeano mutabile, e in -Venezia era perpetuità. Quindi usare i Fiorentini al collegarsi mille -cautele, che dai Veneziani maestri in politica erano tratte a loro pro: -nè l’alleanza tra le due migliori città d’Italia e tra’ due Stati che -primeggiassero per virtù, fu altro mai che una svogliata e ognora breve -necessità. - -Qui un grande mutarsi fu di Capitani tra le due parti combattenti. -Niccolò da Tolentino, che prima era dai Fiorentini andato al Duca, -tornava ora, lasciato il Duca, ai servigi della Repubblica; la quale -a lui dava il bastone del comando generale, trovata essendosi male -soddisfatta di Micheletto. E Bernardino che, ricordando più l’origine -toscana degli Ubaldini che le offese a questi recate dalla Repubblica -di Firenze, soleva tenere quivi lieta vita, mutò ad un tratto anch’egli -bandiera e divenne capitano dei Senesi, i quali aveano messo in catene -il conte Alberigo di Zagonara che gli conduceva, e così prigione -mandatolo al Duca. Menava la guerra con buona fortuna Niccolò da -Tolentino, che prima avendo in Val d’Elsa racquistato con molta -battaglia il castello di Linari, e sentendo come le genti del Duca -erano a campo intorno a Montopoli e con gran forza l’aveano stretto, -portavasi tosto alla liberazione di quel castello; e venuti a zuffa -tra la Torre di San Romano e Castel del Bosco, fu ivi per lo spazio -di sei in sette ore molto aspro e grande combattimento, sinchè i -ducheschi furono rotti, lasciando in preda agli inimici mille cavalli -e centosessanta prigioni da taglia e molto numero di fanti a piè. Di -là il Tolentino spingeva al racquisto di Pontedera; e avrebbe avuto -anche Ponsacco, se non che venne al popolazzo di Firenze gran voglia di -fare danno ai Senesi, e costretto egli a recarsi da quel lato, non vi -fece altro che guasti inutili. Micheletto avea pure avuto dal canto suo -buoni successi contro a Lodovico Colonna, mandato in Toscana dal Duca -con rinforzo di nuove genti.[238] - -Ma intanto avveniva in Italia maggior cosa. L’imperatore Sigismondo, -amico al Visconti, aveva pigliato la corona di ferro in Monza, e la -imperiale era convenuto di ricevere in Roma dal nuovo papa Eugenio -IV. Giugneva in Lucca, nè i Fiorentini però cessavano dal fare offese -alla città guidati da un giovane e molto audace capitano Baldaccio -d’Anghiari, fra tutti valente a bene usare le fanterie. Da Lucca -recavasi in Siena l’Imperatore con soli ottocento Ungheri, ed una -guardia d’altre poche centinaia di soldati avevagli aggiunta Filippo -Maria. Voleva dapprima Sigismondo, che a lui andassero due de’ Dieci -di guerra; ma fugli risposto, non essere usanza muovere gli uomini di -quel magistrato. Aveva ben egli contro alla Repubblica querele assai, -e fra tutte massima l’occupazione di Pisa, città ghibellina e solita -essere nella bassa Italia principale forza di parte imperiale; alle -quali rispondevano i Fiorentini, avere Pisa per giusto titolo, e che -la tenevano ad onore di Sua Maestà. Così acquetavasi la Cancelleria; e -cosa più grave fu il deliberare, se all’Imperatore dovesse impedirsi -la via di Roma, il che potea farsi collegandosi col Papa; ma questi -voleva maggiore sussidio di soldati e di moneta che a lui non potessero -i Fiorentini somministrare. Sarebbe anche stato uopo condurre a pace i -Senesi e avergli seco; pure un accordo stretto col Papa ebbe qualche -effetto, ed alcuni scontri così avvennero, dei quali uno di più -importanza alla Castellina, dove perirono molti Ungheri. Si erano in -quel mentre scoperti trattati contro alla Repubblica in Volterra e in -San Miniato. Passava infine Sigismondo, che avrebbe pur anche voluto -accordarsi toccando venticinque migliaia di fiorini, e contentandosi -venire in Firenze, per quindi senz’altro tornare in Ungheria: ed anche -troviamo che avesse passaporto dalla Repubblica di Firenze; tanto -era scaduta l’Imperiale Maestà: ma vero è che altri dice, aver egli -domandato trecento mila fiorini.[239] Cessato il contrasto, pigliava -in Roma Sigismondo la corona: e intanto la pace a’ 10 di maggio 1433 si -pubblicava in Ferrara tra ’l Duca di Milano e le Repubbliche di Venezia -e di Firenze ed i collegati di ambe le parti, ciascuna tenendo quel che -prima possedeva: era conchiusa per la intromessa del marchese Niccolò -da Este, che pare tenesse fra tutti in Italia il bell’ufficio di -paciere. Da Roma pigliava l’Imperatore la via del mare, ed abboccatosi -in Talamone col re Alfonso, quindi recavasi in Basilea, dove un -Concilio era adunato a continuare (sebbene avesse poi mala fine) -l’opera impresa già in Costanza per la riforma di Santa Chiesa. - - - - -CAPITOLO VIII. - -ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1433-1434.] - - -Al termine della guerra contro Lucca, crescendo le accuse e le ire tra -le parti, entrambe cercavano propizia al muoversi occasione. Sappiamo -le pratiche di quella dell’Albizzi, che prima essendo all’aggredire, -donava a Cosimo anche l’innocenza e con la finale vittoria il silenzio -delle arti usate a prepararla. Si legge che mentre viveva tuttora -Niccolò da Uzzano, andato un giorno a lui Niccolò Barbadori gli -facesse istanza perchè assentisse a tôrre di mezzo per via del bando -Cosimo de’ Medici. Al che il vecchio avrebbe risposto motteggiando: -«sarebbe a te meglio essere chiamato Barba d’argento, perchè venendo -i tuoi consigli da uomo canuto, non porterebbero la ruina ch’io -veggo appressarsi a te ed a noi ed alla Repubblica. Ma tu perchè non -conosci te medesimo, è ragionevole che tu nemmeno conosca gli altri; -il conoscimento di sè stesso bene io so che viene da Dio.» Aggiunse -di Cosimo: «quest’uomo è troppo utile al popolo, e massimamente agli -spendii delle guerre; non veggo oggi colpa o cagione per la quale stia -il popolo quieto al suo disfacimento. Cacciato, andranne egli buono, -e tornerà diverso, passando ogni giusto modo di vivere politico; andrà -oggi libero, e tornerà obbligato a coloro che lo avranno richiamato, i -quali sarà costretto fomentarsi e contentare d’ogni loro voglia. Datti -ad intendere, Niccolò, che io ho più volte meco medesimo disputato e -per ultimo conchiuso, che meglio è tacere che cominciare sì mortale -pericolo nella Repubblica. La parte dei Medici è unita e concorde, e ha -il popolo seco; la nostra, divisa, e più per natura che per accidente. -Imperocchè sempre tra’ patrizi spicciolati e le famiglie grosse furono -aguati sotto apparenze di falsa amistà: Maso degli Albizzi, per indurci -nell’odio del popolo, fece nel 1414 la pace col re Ladislao;[240] e -noi spicciolati popolani cercavamo il simile contro a quelle schiatte -fin dalla congiura contro a Maso nel 1400.» Di questa l’Uzzano avrebbe -confessato di essere stato partecipe. Venendo a dire poi di Rinaldo, -continuava: «costui non ha più a grado l’amico che il nemico, e ogni -uomo ha per cencio; costui non vuole concorrere con verun cittadino, -anzi cerca e desidera che ogni cittadino concorra con lui; costui -vuole che le sue volontà sieno ricevute dal popolo per leggi, e le -altrui cerca si scrivano in cenere, e pongansi dove con maggiore -forza soffiano i venti. Il padre fu tutto costante e amichevole a -chi la sua amicizia desiderava, costui è voltante e senza fermezza; -vedestilo essere con noi de’ principali in Santo Stefano, poi farsi -capo con Averardo alle rovine di Lucca, e per essere dei Dieci al tutto -gittarsi nelle braccia dei Medici. — Cosimo, dove non fosse lo stimolo -e la perversità d’Averardo, piuttosto desidererebbe essere accetto -da noi, che amato da loro. Noi, stando a vedere, avremo le due parti -del gioco; e soprattutto non abbiamo meno avvertenza alle opere de’ -nostri parziali che alle opere di coloro i quali ci tengono avversi: -avvisandoti, che dei due qualunque ottenga l’impresa, noi per la -scarsità degli uomini, da ciascuno saremo adoperati nel governo della -Repubblica; e chi fia principio di scandalo, sarà del suo e dell’altrui -disfacimento cagione.[241]» — Queste parole furono scritte dal -Cavalcanti, ma verosimilmente non dette nè forse pensate dall’Uzzano: -il Machiavelli, trascrivendole sbadatamente, le ha rese immortali. - -Occorse a noi di rilevare altra volta come i patrizi spicciolati che -s’innalzavano per gli uffici, avessero contro sè quelle famiglie che -forti di seguito, di parentele e di aderenze, facevano parte da sè -medesime, e cercavano tutta in sè chiudere la Repubblica. Di queste -era prima la Casa degli Albizzi; nella quale Piero s’innalzò e cadde, -fattosi capo della parte sua; ma seppe Maso rimanere infino alla morte -moderatore della Repubblica, della quale intese il Governo meglio che -niun altro insino allora avesse fatto, e conservando a sè l’amicizia -degli ottimati e dei patrizi, si acquistò quella del popolazzo.[242] -Rinaldo, più splendido e ornato d’ingegno, e d’animo forse più franco -e diritto, non ebbe prudenza che fosse guardiana delle ricche doti le -quali facevano lui primeggiare nella città; netto di presenti, frugale -nel vivere, ebbe taccia d’avarissimo; superbo di quella coscenza -medesima che egli aveva della virtù sua e disdegnoso di abbassarsi -alle arti comuni; ma iroso e mutabile e nei suoi fatti subitaneo, mal -seppe tenere il governo della sua parte e di sè stesso:[243] rimasto -principe nello Stato dopo la cacciata di Cosimo, nulla fece a mantenere -nè a sè la potenza nè alla Repubblica quegli ordini dei quali era egli -fra tutti sincero e forte e rigido amatore. Narrano si fosse mostrato -severo al padre suo stesso;[244] e un’altra volta noi troviamo che -avendo voluto Lorenzo Ridolfi in assai grave congiuntura ristringere -in pochi il numero dei richiesti, Rinaldo invece consigliò che -s’allargasse, facendo in ringhiera con parole generose il suo consiglio -prevalere.[245] - -Vedemmo noi come a fare la mala impresa di Lucca Rinaldo e Cosimo -s’accostassero: nei primi mesi della quale troviamo Rinaldo ai -Cosimeschi familiarissimo,[246] avverso fra tutti a Neri Capponi, che -gli era dai Dieci messo come a sopraccapo. Temeva di lui per l’amicizia -col Fortebraccio e per il seguito che avea Neri tra gli uomini -armigeri della Montagna di Pistoia.[247] I Medici anch’essi temevano -il Capponi più che altr’uomo in Firenze;[248] e questi col porsi come -fuori delle parti e stare da sè, pigliò sin d’allora certo suo proprio -atteggiamento, che ebbe in quei principii qual cosa d’oscuro, ma che -a lui diede poi di tenere per la sua propria autorità e pel favore -dei cittadini grado e potenza e onorato nome sinch’egli visse, nel -nuovo Stato. Già fino d’allora valevano i pochi più della Repubblica; -incontro alle quali soperchianze divenivano le stesse leggi strumenti -alle parti che abusando le torcevano a loro utile o guastavano. Aveano -creato l’anno 1429 il nuovo ufficio dei Conservatori delle leggi, -preposti a frenare le baratterìe de’ magistrati, e ai quali dovessero -i cittadini ricorrere che si tenessero aggravati.[249] Nell’anno -seguente usciva altra legge, la quale ebbe nome degli _Scandalosi_; -gastigava quelli i quali tirassero ai loro disegni gli uffici pubblici, -o s’intromettessero in cose di Stato senza commissione e senza averne -autorità. Per questa legge fu l’anno 1432 tenuto a confine due mesi -in Roma Neri Capponi che, ivi essendo, aveva trattato (a quello che -sembra) di proprio suo capo una lega con Eugenio contro a’ Senesi e -all’Imperatore.[250] Rinaldo degli Albizzi anch’egli apparisce avere -temuto quando si fece quella legge che fosse contro a lui, ma scrive -in fine al figlio suo: «lasciala correre.[251]» Molto è poi da notare -come nell’anno 1432 Rinaldo fosse in Roma Senatore, ufficio che allora -equivaleva a Potestà; onde egli potè avere a Firenze denunziato quei -maneggi pei quali a Neri fu dato il confine.[252] - -Nei tre anni che durava la guerra di Lucca, i nomi dei Dieci sei -volte rifatti non ci lasciano congetturare nè prevalenza dell’una -sopra l’altra parte, nè ondeggiamenti tra le due, ma si rinvengono -mescolati.[253] Lorenzo dei Medici andava solo ambasciatore a Milano -su’ primi dell’anno 1430; due anni dopo, lo stesso Cosimo ambasciatore -a Venezia. Questi certamente aveva co’ suoi grande ingerenza nella -condotta della guerra e nelle pratiche al di fuori: ma se alla parte -contraria a loro in tutto credere si volesse, avrebbono i Medici -fatto ogni cosa perchè andasse a male l’impresa, via via facendo -richiamare i Commissari che bene operavano, e inoltre tenendo a sè -obbligati co’ prestiti e con le comuni ruberie i capitani Micheletto -da Cotignola e massimamente Niccolò da Tolentino; il quale era tutto -di Cosimo, tanto che gli avrebbe questi fatto da prima lasciare i -servigi della Repubblica per andare a quelli del Duca, e poi di nuovo -fattolo a sua posta tornare in Firenze.[254] Intanto Lorenzo, venuto -in grande intrinsechezza col Duca, lo avrebbe persuaso a mandare -genti in Toscana perchè la guerra andasse più in lungo. Tuttociò i -Medici avriano fatto perchè i cittadini più trovandosi aggravati, se -gli potessero maggiormente legare co’ prestiti e farli mettere allo -_specchio_ del libro dei debitori, dal quale essi poi gli ritraevano: -oltrechè piaceva a quei tanto danarosi cambiatori prestare al Comune, -che era buono impiego; così obbligandosi anche la Repubblica. Ma noi -non crediamo la parte dei Medici potesse poi tanto nè volesse tanto -male; nè dare possiamo gran fede alla deposizione di quel Tinucci che, -dimestichissimo all’Uzzano (com’egli dichiara) innanzi al 1426, brigava -dipoi oscuramente co’ Medici per intromessa di Ser Martino, e avvolge -in parole confuse ed incerte le accuse più gravi. Dinanzi a lui stava -il terrore della fune, o era tirato da larghe promesse, quando egli -porgesse materia a procedere contro a colui che nell’istorie troviamo -chiamato il non colpevole uomo, perchè fino allora non reo che bastasse -a giusta condanna. - -Abbiamo tre lettere di Cosimo istesso:[255] la prima annunzia grande -fiducia nella guerra, ma insieme accenna alle male arti per cui taluni -s’ingegnavano guastarla.[256] Nelle altre due scritte di Lombardia, -dove era andato per fuggire la peste tornata quell’anno 1430 in -Firenze, già vede le cose voltare al peggio; e non vorrebbe essere dei -Dieci nè andare ambasciatore a Vinegia, come uomo cui giovi tenersi -in disparte, e il carico dell’avere fatta muovere quell’impresa -nascondere sotto le colpe o gli errori di chi poi l’ebbe condotta -a male.[257] Così egli andavasi destreggiando mentrechè durava la -guerra e dopo: i suoi lasciava con mettersi innanzi, attendendo -quanto a sè ad acquistarsi vie più la grazia delle moltitudini e lode -fra tutti di animo temperato: studiavasi molto anche d’accrescersi -le ricchezze,[258] dal che a lui veniva favore grandissimo pei -larghi imprestiti all’erario pubblico, ed ai privati che a sè legava -chiamandoli a parte dei vasti traffici o rendendoli, col fargli liberi -dallo _Specchio_, capaci d’entrare negli uffici dello Stato: già i -poveri tutti insieme invocavano a sè il patrocinio di lui, possente a -dare ad essi valida mano. - -Egli che s’era mostrato sempre vôlto alle cose grandi e _di non essere -contento al poco_, giovane ancora, per fuggire l’invidia era andato al -Concilio di Costanza, «dov’era tutto il mondo,» e poi due anni viaggiò -gran parte della Magna e della Francia; donde ritornato, si diede a -usare con uomini di bassa condizione, ritraendosi dal Palagio: il che -diceano facesse per addormentarli, e n’ebbero maggiore sospetto.[259] -Avea però anche certe grosse famiglie di grandi a sè congiunte di -parentela, tenendo egli in moglie la Contessina dei Bardi signori di -Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre era di -casa dei marchesi Malespini, e per le sirocchie di lei tirava a Cosimo -due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte degli Strozzi: -seco erano pure il maggior numero dei Buondelmonti, a lui guardando -generalmente il ceto dei grandi come a nuova cosa capace di abbattere -gli antichi ordini della Parte guelfa, e contentandosi, per avere un -grado nella città, di riconoscere un padrone. Ma come parte nella -Repubblica, quella dei Medici nemmeno aveva in quei principii nome -da lui, e si chiamò dei Puccini[260] da Puccio del quale più sopra -dicemmo, e che era fra tutti gli amici di Cosimo il più scaltrito ed -intramettente; lui dicono autore de’ più sagaci consigli, e sopra di sè -pigliava il carico de’ più odiosi. Cercavasi Cosimo i frutti piuttosto -che le apparenze della signoria; il ch’ebbe gli effetti di un’arte -finissima, ma era in lui cosa connaturale, innanzi tutto essendo egli -sempre fiorentino e popolano, che il bel vivere di Firenze non avrebbe -voluto scambiare con gli aspri costumi dei Signori di Lombardia; nè -questo era popolo che ciò sofferisse. Affermano tutti, egli essere -stato umano e benigno nel continuo della vita; ma quante volte gli -paresse tornare a lui conto essere malvagio, non ebbe nè affetti che lo -ritraessero, nè forti passioni che lui spingessero oltre al segno: nè -raro è tra gli uomini le stesse migliori qualità loro porre al servigio -delle meno buone. In lui ogni cosa mirava a fondare la grandezza della -Casa sua, ma seco avea complice gran parte del popolo; nè invero può -dirsi che Firenze discendesse in bassa fortuna, o che poi cadesse da -ogni splendore, sotto a quell’ombra di Casa Medici.[261] - -La pace con Lucca e col Visconti non rinnalzava il pubblico credito, -caduto a terra negli ultimi anni.[262] Frattanto l’urtarsi delle -due parti contrarie tenea guasta la città. Già erano tanto gli -antichi ordini trasandati, che dall’un anno si prevedevano le tratte -dell’altro; ed un Benedetto cieco predicava quali sarebbero per più -anni i Gonfalonieri di giustizia. Chiunque sapeva essere nelle borse -impolizzato, sapeva altresì di quali calendi avrebbe potenza di -vendicare le sue ire e dare effetto ai suoi disegni. Ad ogni tratta -degli ufizi principali, per la città si teneva conto quanti ve n’era -dell’una parte e quanti dell’altra; e non era mai tratta di Signori -che tutta la città non istesse sollevata, chi con sospetto e chi con -isperanza che le cose andassero a suo modo: le forze pareano essere -uguali tra le due parti. - -Il primo settembre di quell’anno 1433 pigliò il gonfalone Bernardo -Guadagni, al quale si disse Rinaldo degli Albizzi avere innanzi pulito -lo specchio, perchè la tratta non gli fallisse, e patteggiato con lui -quello che fu la ruina della città e di loro stessi. Nè al fatto posero -tempo in mezzo. Era Cosimo in Mugello (secondo egli narra in certi -Ricordi lasciati da lui),[263] dove era stato più mesi per levarsi -dalle contese che dividevano la città; e già mormorandosi di cose -nuove, fu scritto a lui tornasse, ed egli tornò a’ dì quattro. Andò -il giorno stesso a visitare i Signori, tra’ quali ve n’era amici a lui -ed obbligati; e detto loro quello che si diceva, tutti prestamente lo -negarono, e che _voleano lasciare la terra_ come _l’avevano trovata_. -A’ cinque ordinarono una pratica di otto cittadini, due per quartiere, -tra’ quali erano Cosimo istesso, Rinaldo degli Albizzi e altri de’ -maggiori; dicendo voleano col consiglio di questi fare ogni loro -deliberazione. A’ dì 7 la mattina, e sotto colore della detta pratica, -mandarono per Cosimo; ed egli, sebbene da taluno fosse sconfortato, -andò in Palagio:[264] quivi trovò la maggior parte dei compagni, e -mentre stavano a ragionare, dopo buono spazio gli fu comandato per -parte dei Signori andasse su di sopra, e dal Capitano dei fanti fu -chiuso dentro la torre in una cameretta, la quale scrive egli che era -chiamata la Barberìa, e tutti gli altri l’Alberghettino. Lorenzo dei -Medici era anch’egli di Mugello venuto in Firenze, sentendo il caso; -e chiamato dai Signori, andò in Palagio; poi subito si partì e tornò -al Trebbio: quivi dall’Alpe di Romagna e d’altri luoghi si radunarono -intorno a lui grande quantità di fanti. Niccolò da Tolentino capitano -di guerra il dì stesso era venuto da Pisa in arme fino alla Lastra, -volendo fare che fosse Cosimo rilasciato; ma perchè temevano gli -amici di questo dare occasione a torlo di mezzo, Niccolò fu persuaso -tornarsene a Pisa; e Lorenzo, licenziati i fanti, se ne andò a Venezia -co’ figli di Cosimo. - -Alla presura di tale uomo romoreggiando la città e massime i borghi -dove i più poveri abitavano, Rinaldo degli Albizzi era con molta -fanteria corso alla Piazza; seco i Peruzzi ed i Gianfigliazzi e tutti -quelli della parte loro. Suonò la campana, e a’ 9 settembre si fece -Parlamento; i Signori scesero in ringhiera, e Ser Filippo Pieruzzi -delle Riformagioni parlò ad alta voce e disse: «o popolo di Firenze, -tenete voi che in questa Piazza sieno le due (terze) parti del vostro -popolo? Fu risposto: sì di certo, noi siamo le due parti e più. -Continuò: siete voi contenti che si faccia uomini di Balìa a riformare -la vostra città? Gridarono sì; e al modo stesso, d’ogni altra cosa che -il Notaio dimandasse. Questi allora sopra un libello che aveva in mano -lesse i nomi di duecento cittadini dei quali doveva la Balìa comporsi, -ed i Signori comandato si radunasse per il dì vegnente, risalirono in -Palagio.» La Balìa aveva autorità quanta l’intero popolo di Firenze; -ma questo limite le fu posto, che le Borse rimanessero, aggiugnendovi -de’ nuovi nomi senza cavarne gli antichi, e che il Catasto non si -annullasse: ordinava farsi a mano dai Signori gli Otto di guardia, a -questi ed al Capitano del popolo concedendo autorità d’inquisire in -cose di Stato quanta nei passati tempi avessero mai goduta maggiore: -le quali perchè parvero essere esorbitanti cose, molto riuscirono dure -a vincere. Dipoi rifecero le borse dei Magistrati e dei Consigli e dei -Consoli delle Arti; crearono dieci Accoppiatori i quali traessero a -mano il Gonfaloniere di giustizia, e mettessero a loro arbitrio nel -borsellino i Priori. Rafforzarono le provvisioni circa la vendita -dei beni dei debitori del Comune. Levarono via i Consoli del mare, -e fecero che duecento fanti si assoldassero da stare a guardia della -Piazza. In quanto a Cosimo, già innanzi che fosse radunata la Balìa -aveano i Priori pronunziato contro lui ed Averardo la prima condanna. -Abbiamo noi questo singolare documento, dove esposte da prima le colpe -di quelli della Casa Medici a cominciare dal 1378, e quindi accusati -di gravi macchinazioni Cosimo ed Averardo negli anni passati, e -ultimamente apposta loro la guerra di Lucca, la quale fu quasi ruina -non solo della Repubblica ma di tutta Italia; appella quei due _nemici -truculenti e crudelissimi, promotori di stragi d’incendii e d’ogni -devastazione, e quale che fosse la diabolica natura loro, tollerati per -singolare benignità del popolo fiorentino_: questi, perchè la clemenza -di questo popolo medesimo rifugge dal sangue, hanno confine di un anno -solo, Cosimo a Padova ed Averardo a Genova; ch’è sentenza invero assai -mite dopo tanto sfoggio d’accuse contro essi e di feroci parole.[265] -Con altra sentenza degli undici, la Balìa prolungava fino a cinque anni -il confine di Cosimo e di Averardo, confinava a vari tempi in diversi -luoghi Lorenzo ed altri della Casa Medici. - -Cosimo intanto dall’alto della torre dov’era rinchiuso udendo più -volte suonare a Balìa e la Piazza piena d’armi, viveva in sospetto -grandissimo della vita, e non aveva più giorni voluto mangiare -altro che un poco di pane temendo veleno. In Palagio non mancava chi -cercasse levarsi d’impaccio, facendo morire Cosimo per qualche segreto -modo: a questo effetto due de’ Priori e due degli Otto si trova che -avessero sollecitato Federigo dei Malavolti da Siena Capitano dei -fanti in Palagio, al quale era stato il prigioniero dato in guardia. -Ma quegli, com’era di nobile animo, respingeva l’indegna richiesta; -e andato a Cosimo e lagnandosi del poco onore che temendo gli faceva, -quasi egli che avealo in guardia volesse tenere le mani a una simile -scelleratezza, con calde parole tutto lo riconfortò, ed aggiunse: -«perchè tu del cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose -medesime.» Cosimo con le lacrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo, -e lieto offerse d’avernegli gratitudine se dalla fortuna gliene fosse -data occasione. Un altro giorno Federigo, per dargli piacere, condusse -a cena seco un familiare del Gonfaloniere, uomo faceto e sollazzevole -che per soprannome era chiamato il Farganaccio; e quando furono alle -frutta, Cosimo col piede toccò Federigo e col viso accennò che si -partisse: levatosi il quale, come se andasse per alcune cose della -mensa e rimasti soli, Cosimo diede un contrassegno al Farganaccio, -col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento -ducati, e pigliandone cento per sè, mille ne recasse al Gonfaloniere, -il quale dipoi fu tutto per Cosimo.[266] Questi medesimo ne’ Ricordi -suoi racconta con poco divario dei fiorini dati al Gonfaloniere e -d’altri ottocento a uno de’ Priori; aggiugne dipoi da vero mercante: -«ebbero poco animo, chè se avessero voluto denari, n’avrebbero avuti -diecimila o più, per uscire di pericolo.[267]» - -Il prolungarsi che faceva senza buon consiglio l’inutile prigionia -dimostra già essere disegno fallito quello dell’Albizzi e dei suoi: -gli amici molti che aveva Cosimo in Palagio e fuori si agitavano -sordamente, nei vincitori e nella parte loro non era fiducia. Cosimo -giudica lo tenessero un mese in carcere per due cagioni. La prima, per -vincere i voti della Balìa colla minaccia di farlo morire; e l’altra, -perchè si credevano che non potendo egli valersi del suo, venisse a -fallire; il che non riusciva ad essi, che anzi la Casa dei Medici non -perdè credito e da molti mercanti e signori fu loro offerta grande -somma di danaro. E nei Ricordi pure si trova: la Signoria di Venezia -avere mandato tre ambasciatori a Firenze (e pone anco i nomi), i quali -ottennero non fosse offeso nella persona, e concordarono la liberazione -sua offrendo tenerlo a Venezia con la promessa che nulla farebbe contro -alla Signoria di Firenze. Il Marchese di Ferrara per simile modo facea -comandare al Capitano di guardia, ch’era messer Lodovico del Ronco -da Modena e suddito suo, salvasse Cosimo se poteva, fuggendo con seco -qualora occorresse, senza nulla dubitare. - -Infine usciva al 29 settembre la terza sentenza alquanto aggravata -dalle prime due, ma lieta a Cosimo perchè ne seguiva la pronta sua -liberazione. Fecero dei grandi tutta la schiatta dei Medici, tranne -i discendenti di Vieri, privandoli anche degli uffici pertinenti -all’ordine dei magnati, ma senza costringerli a mutare casa, quartiere -o pieve, nè a dare malleveria. Rilegarono per dieci anni Cosimo a -Padova, ed Averardo dei Medici a Napoli, Lorenzo a Vinegia per cinque -anni, ed altri di quella Casa in vari luoghi a tempi più brevi. -Lasciarono a tutti la proprietà dei loro crediti e capitali: quelli -sul Monte vollero che fossero sempre intestati nei nomi loro, ma senza -però che gli potessero alienare.[268] A’ 3 d’ottobre lo cavarono di -carcere, e fattolo venire innanzi alla Signoria, gli denunziarono il -confine; ed egli accettava con allegro animo, offerendo in qualunque -luogo fosse alla città, al popolo e alle loro Signorie sè stesso -e tutte le sostanze sue. La notte, perchè si sentiva Ormanno degli -Albizzi con molti armati essere in Piazza per manometterlo, volle lo -stesso Gonfaloniere sotto buona guardia condurselo a casa; dove fattolo -cenare, dipoi con la scorta di due degli Otto per la montagna di -Pistoia accompagnato da quelli alpigiani e presentato di biada e cera -(come solevano agli Ambasciatori), Cosimo usciva dal territorio del -Comune. Poco dipoi furono confinati Puccio e Giovanni Pucci, ch’erano -suoi principali amici, Bernardo Guadagni, che usciva di Gonfaloniere, -andò Capitano a Pisa; e gli altri della Signoria che seco avevano -prestato mano a quei fatti ebbero premio d’uffici lucrosi.[269] - -Frattanto i pericoli nei quali versava il nuovo Stato parea chiedessero -qualcosa d’insolito; troppo aveano osato, da starsene fermi negli -ordini consueti: nè Cosimo era tanto uno scandalo da rimuovere, quanto -era oggimai col nome e col seguito e con la pietà ch’avea destata, -e con la prova contra lui fatta inutilmente, più forte egli solo -nel felice esiglio di quello che fosse lo Stato in Firenze. Rinaldo -degli Albizzi bene si accorgeva di avere fatto troppo o troppo poco; -e ch’avess’egli avuto disegno d’uccidere Cosimo, nè voglio affermare -nè al tutto negare, perchè in lui poteano essere impeti di passione -ma non le furie dei Signori avvezzi al delitto; nè tra essi due era -nimistà indurita, nè dopo la breve e dubbia vittoria, Rinaldo ed i -suoi mai diedero segno di volere uscire dai modi civili: questo deve -l’istoria mantenere a grande onore di lui e di tutta quella parte.[270] -Col rifare gli squittinii, col porre a sedere coloro che erano nelle -antiche borse, e con l’arbitrio sulle tratte concesso agli Otto e agli -Accoppiatori, cercavano essi non lasciarsi uscire lo Stato di mano: -ma questo non si poteva stringere tanto, che al difuori non rimanesse -la libertà dei Consigli e dei Collegi; nè questa città dava materia -sufficiente a una repubblica d’ottimati. Si avrebbe ciò forse potuto -in addietro quando tutte insieme le grosse famiglie di grandi o di -popolo si fossero strette ad un concorde volere; il che noi vedemmo -Rinaldo degli Albizzi avere cercato, ed era già tardi per le lunghe -offese e gli odii scambievoli: ma oggi non poteva questo in lui essere -che un desiderio, perchè i grossi popolani divisi in sè stessi e -affranti dalla loro vittoria stessa, non erano tali da potersi unire -co’ grandi senza esserne oppressi, nè tali da smuovere i fondamenti -della Repubblica e fare opera sì difficile. Già erano tutti gli antichi -ordini come triturati dal vario percuotersi e confondersi tra loro; e -i più tra’ magnati vedeano con gioia prepararsi un’altra forma novella -di Stato, la quale avendo sua forza nella plebe, offrisse anche a loro -speranza d’alzare su quel fondamento più largo e sicuro una qualche -sorta di grandezza.[271] Così vedea l’Albizzi (e non lo taceva) da -quella sua stessa potenza uscire il proprio suo disfacimento; al quale -già molti chetamente lavoravano di quelli medesimi che prima non soliti -stare co’ Medici, s’accostavano ora alla parte che li desiderava. Era -un giovane Agnolo Acciaioli in Palagio nelle pratiche per ordinare lo -Stato, del quale una lettera a Cosimo venne nelle mani di Rinaldo; -scrivevagli crescere ogni giorno il numero di quei che bramavano -fosse egli in patria restituito, al quale effetto lo consigliava sopra -ogni cosa di farsi amico Neri di Gino, ed aggiugneva che una qualche -guerra nascerebbe presto e forse per voglia degli stessi reggitori, -nella quale mancando colui ch’era solito di sovvenire con le proprie -ricchezze il Comune, sarebbe necessità di farlo subito richiamare. -Per questa lettera l’Acciaioli fu preso, e dopo essere stato messo -alla corda, andò a confine in Cefalonia, terra dove la famiglia degli -Acciaioli avea principato. - -La guerra nasceva bentosto da quella necessità che era sempre -nei soldati di stare sulle armi, e dalle infrenabili cupidità dei -condottieri i quali ambivano farsi principi: le terre della Chiesa -offrivano campo fra tutti agevole alle aggressioni. Il conte Francesco -Sforza, data voce di andare nel Reame, s’insignoriva di quasi tutta -la Marca d’Ancona, e di là scendeva a Todi e a Viterbo, intantochè -le armi Braccesche avevano occupato sotto la condotta di Niccolò -Fortebracci gran parte dell’Umbria e del Patrimonio di San Pietro -insino a Tivoli. Tantochè il Papa stretto a quel modo, si accordava -col conte Francesco, al quale concesse il marchesato della Marca, e -consentì farlo Gonfaloniere di Santa Chiesa. Furono quindi tra i due -Capitani fazioni di guerra, e Niccolò Piccinino anch’egli scendeva con -le armi del Duca nel Patrimonio: ma in questo mezzo avendo i Romani -levato rumore, cacciarono il Papa, il quale nascosto in vesti mentite -e lungo il Tevere inseguíto con le balestre, pervenne ad Ostia, dove -con un solo Cardinale montato sopra una galea sottile che v’era della -regina Giovanna di Napoli, e di già essendo dai Fiorentini apprestata -a suo salvamento un’altra galera in Civitavecchia, pervenne a Livorno. -Quivi accolto con grandissime onoranze dalla Repubblica, fece indi -solenne ingresso in Firenze, dove fu raggiunto da molti prelati, ed -egli rimase a lunga dimora. Intanto Bologna s’era anch’essa ribellata -al Papa con l’opera di Battista da Canneto, che uccisi i capi della -contraria parte, cacciò il Legato; e perchè il duca Filippo Maria, -cui era buona ogni occasione, aveva pigliato i Bolognesi in tutela, -parve a’ Fiorentini e alla Repubblica di Venezia non essere caso da -starsene fermi: questa inviava nella Romagna Erasmo da Narni più noto -col nome di Gattamelata, pe’ Fiorentini andò il loro vecchio Capitano -Niccolò da Tolentino, le genti ecclesiastiche ubbidivano al Legato -Vitelleschi vescovo allora di Recanati; intantochè a fronte stava il -Piccinino con forte esercito di ducheschi. Non era consiglio delle -Repubbliche collegate venire a giornata: ma il Piccinino, maestro di -guerra, appiccò la zuffa sotto Imola il dì 28 agosto 1434, dove per -lunghi aggiramenti condotto a dividersi l’esercito della Lega già male -unito sotto al comando di tre capitani, ottenne vittoria per quello -che davano i tempi grandissima; avendo con la morte di pochi de’ suoi -fatto tremilacinquecento prigionieri, e tra essi il prode Niccolò da -Tolentino, il quale condotto a Milano e di là mandato più mesi dopo -in Val di Taro, moriva d’una caduta, o come fu detto per ordine del -Visconti.[272] Il corpo di lui, recato in Firenze, ebbe più tardi -esequie magnificentissime, e l’effigie di lui a cavallo si vede nel -tempio di Santa Maria del Fiore.[273] - -Per questa rotta, la quale avvenne contro l’opinione di ciascuno, molte -ebbero accuse i reggitori della Repubblica; dai quali è da credere -che più s’alienassero i Signori Veneziani, propensi al Medici più -che a loro, siccome apparve per tutto il tempo della dimora che fece -Cosimo in Venezia. Questi, che in Firenze viveva alla pari con gli -altri cittadini, era onorato come principe durante l’esilio. A Modena -il Governatore del Marchese di Ferrara lo visitò e presentò, e gli -fece dare compagnia e guida: innanzi che uscisse dallo Stato, un altro -grande gentiluomo del Marchese gli fu inviato con molte offerte. Andò -in Venezia, appena giunto, a ringraziare la Signoria di quanto aveva -operato per la sua salute, da essa mostrando riconoscere la vita: fu -ricevuto con tanto onore e tanta carità che non si potrebbe dire, la -Signoria dolendosi degli affanni patiti da lui, e offerendo per ogni -suo contentamento la città e le entrate loro. Così egli stesso.[274] -A Padova fu alloggiato nella casa di messere Iacopo Donati, bella e -fornita lautamente; andavano a fargli offerte uomini della Signoria, -ai quali però con le usate cautele fu comandato che fuori nulla ne -spargessero. Dipoi, a richiesta di Cosimo, fu a lui permesso dimorare -liberamente in qualunque luogo dentro al territorio della Repubblica -di Venezia, la quale in Firenze per il suo ambasciatore avvalorò -la domanda.[275] Ed egli si stette poi sempre in Venezia, quivi -dimostrandosi non che amorevole alla patria sua, benigno inverso -coloro stessi che lo avevano sbandito; delle quali cose gli rendeva -testimonianza una lettera che a lui scrisse la Signoria di Firenze. -Altre poi ne sono a lui di grande commendazione, massimamente di -letterati, dei quali troviamo avere egli sempre cercato il favore:[276] -e tanta era poi la magnificenza di quell’esule, tante le ricchezze, che -egli in Venezia faceva a sue spese edificare da Michelozzo architetto -la Biblioteca dei Monaci Benedettini in San Giorgio, secondo appare -da una iscrizione che ivi fu posta ad onore suo.[277] Per tanti modi -era manifesto ch’egli tornerebbe in patria già come signore e principe -dello Stato. - -I magistrati aveano ricominciato a farsi per tratte, e poichè le -vecchie borse non furon arse, ma rimanevano tramischiate con le nuove, -ogni volta si aspettava che uscirebbe una Signoria d’amici a Cosimo: -quella che doveva entrare in ufizio il primo di settembre 1434, tale -era che gli animi se ne sollevarono diversamente così del popolo come -della parte Rinaldesca; ma tutti vivevano sospesi, e temevano questi -di perdere; gli altri di non vincere. Gonfaloniere fu Niccolò di -Donato Cocchi, uomo nuovo, non ricco e fra tutti volonteroso di farsi -innanzi, secondato com’egli era dal maggior numero dei Priori, tra’ -quali troviamo quel Luca di messer Bonaccorso Pitti ancora giovane, -ma del quale avremo a dire poi le grandezze. Disegno dell’Albizzi -era impedire con la violenza l’entrata in ufizio d’una tale Signoria -facendo col mezzo del Gonfaloniere che usciva, Donato Velluti, suonare -a Parlamento e annullare a voce di popolo la nuova tratta: ma nè -gli amici di Rinaldo osarono tanto, e il Cocchi appena entrato in -ufizio fece condannare per baratteria e chiudere in carcere l’antico -Gonfaloniere. I nuovi Signori scrivevano a Cosimo, apparecchiavano -ogni cosa in città e fuori a stringere insieme e ordinare le forze dei -molti bramosi di mutare il reggimento, mettevano armi segretamente -in Palagio; mentre più apertamente Rinaldo degli Albizzi e i suoi -armavano intorno a sè molti dei soldati licenziati ch’erano in Firenze, -e dal contado faceano scendere villani: era imminente l’aperta guerra. -Quando ad un tratto, a’ 26 settembre la Signoria fornì la Piazza e la -ringhiera di fanti, facendo richiedere a comparire in Palagio Rinaldo -degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori: al che subito -questi uscirono armati, e seco aveano i Guasconi, i Rondinelli, i -Castellani, i Gianfigliazzi e alcuni de’ Bardi con altre famiglie, -e i Capitani di Parte e gli Otto di guardia. Rinaldo degli Albizzi -aveva più volte con grande istanza chiamato l’aiuto di Palla Strozzi: -questi era uomo di alto grado per la possanza della Casa[278] e per gli -ufizi esercitati, ma l’ingegno di lui teneva del mansueto e del dolce, -più atto ai gentili studi delle lettere che alle sollecitudini dei -moti civili. Si narra che un altro buono e caro cittadino, il vecchio -Agnolo Pandolfini, avesse da quella mossa inclinante a civil guerra -disconfortato lo Strozzi,[279] il quale co’ fanti che aveva raccolti -fu contento di guardare le proprie sue case. Troviamo però che tardi -venisse sopra un ronzino e coll’accompagnamento d’un solo famiglio[280] -alla piazza di Santo Apollinare, dove Rinaldo e i suoi avevano fatto -testa, deliberati quant’era in loro di assaltare il Palagio, qualora -le forze a ciò avessero sufficienti. Ma non che lo Strozzi, più -altri cittadini o mancarono al convegno, o si ritrassero o voltarono. -Giovanni Guicciardini non potè muoversi, ritenuto dal fratello Piero -il quale seguiva le parti di Cosimo, come faceva Luca degli Albizzi -fratello a Rinaldo; Neri Capponi e Nerone di Dionigi Neroni balenavano, -tenendosi guardinghi a vedere dove inchinassero le faccende. - -Con tutto ciò aveva Rinaldo degli Albizzi intorno a sè ottocento fanti, -i quali tenevano dal Palagio del Potestà le strade che menano verso -la Piazza: da parte dei Signori molti venivano a Rinaldo offrendo -concordia, e che non avevano intenzione rimettere Cosimo. Ridolfo -Peruzzi andò in Palagio egli medesimo a trattare queste cose. Intanto -alcuni cittadini principali, tra’ quali sarebbono stati Neri Capponi -e Giannozzo Pitti,[281] si erano raccolti a Bellosguardo, quivi -aspettando, prima di dichiararsi, dove il fatto riuscisse. Era in -Firenze, come dicemmo, papa Eugenio IV, in nome del quale giugneva a -cavallo sulla piazza di Santo Apollinare il Legato Vitelleschi: trattò -con Rinaldo lì sulla piazza, poi nel Palagio co’ Signori, e quindi -tornato ottenne che Rinaldo a un’ora di notte si persuadesse andare -al Papa ed in lui rimettersi. Andò Rinaldo, ma seguitato dagli armati -suoi, i quali passando voleano bruciare le case ai Martelli, e a stento -furono impediti. Infine a cinque ore di notte Rinaldo cedendo al Papa -e al Legato, rinviava i suoi fanti alle case loro disarmati, rimanendo -egli lì presso Eugenio in Santa Maria Novella. Quali speranze questi -gli desse non so, ma più ignoro quello che potesse allora promettere: -dipoi si tenne egli ingannato, ma era d’animo poco fermo. Rinaldo, -o fosse in lui bontà d’animo a non volere la guerra civile, o troppa -fede in Eugenio, o troppa fiducia nelle parole dei più mortali nemici -suoi, o che veramente conoscesse non potere fidarsi nelle armi contro -alla forza dei magistrati, rimase due giorni senza che di lui più altro -sappiamo, nè a quali partiti cercasse appigliarsi, nè quali pratiche si -tenessero.[282] - -A’ 29 di settembre suonò a Parlamento: stava del Palagio serrata la -porta, e dentro armati forestieri e cittadini; la Signoria aveva fatto -venire in Firenze la sua gente d’arme, e questi e molto popolo minuto -presero tutta la Piazza ed il Mercato Nuovo e Vecchio in modo che non -passava persona. Il Papa mandava ai magnifici Signori il Vitelleschi -con altri due Vescovi ed il Reggente della Camera suo proprio nipote, -i quali essendo saliti in ringhiera, poco stante scesero i Signori -con suoni di trombe e rumore grande. Insieme postisi a sedere, fecero -fermare le voci, e Ser Filippo Pieruzzi che aveva chiamato la Balìa -del 33, chiamò quest’altra; a cui risposero forse trecentocinquanta -cittadini, siccome troviamo notato in più luoghi, sebbene Cosimo ne’ -suoi _Ricordi_ scriva che fu grandissima moltitudine. Questa Balìa -annullava ogni altra Balìa dal 1393 in poi; quindi si tornarono i -Signori in Palagio ed i Prelati al Papa: fu comandato alle genti -d’arme e ai cittadini tornarsi ciascuno a casa, e non seguì alcuno -scandalo nella terra. Il primo d’ottobre la Signoria inviava al Papa -il Gonfaloniere di giustizia e uno dei Priori a fine di rendergli -grazie; avevano seco quattrocento fanti bene armati, e capi di questi -Neri di Gino, e con tradimento del nome suo Luca degli Albizzi ch’era -ammogliato ad una Medici. Alle quattro ore di notte giunti a Santa -Maria Novella ebbero subito udienza, e i due Signori stati un’ora -in camera del Papa col Vitelleschi grande amico di Cosimo (secondo -scrive egli medesimo), rimasero d’accordo insieme della ritornata -di questo, e poi rientrarono nel Palagio. Il giorno seguente era la -Piazza occupata di nuovo da genti armate, e con esse uno dei Medici e -Bartolommeo degli Orlandini svisceratissimo di quella parte e adoprato -poi, siccome dovremo più tardi conoscere, a fatti peggiori. Furono -in Palagio chiamati gli uomini della Balìa ed i Collegi, i quali -insieme con la Signoria a un grido levarono il bando a Cosimo de’ -Medici e agli altri con lui mandati in esilio, e all’Acciaioli e a’ -due Pucci. Riabilitarono agli uffici della Repubblica le famiglie dei -Medici e degli Alberti, che prima n’erano stati privi. Fecero i dieci -Accoppiatori che regolassero le tratte a modo di chi reggeva.[283] -Un Bartolommeo de’ Cresci, giovane ardito ch’era dei Collegi, e aveva -cercato levando rumore che la Pratica non si vincesse, fu preso e la -notte morì ne’ tormenti, o (come fu sparso) con le sue mani s’uccise -in carcere. L’altro dì poi furono confinati Rinaldo degli Albizzi -ed Ormanno suo figliuolo per otto anni, Ridolfo Peruzzi e Niccolò -Barbadori da principio per soli tre anni; i figli e i discendenti -loro posti a sedere. Narrasi che Rinaldo chiamato dal Papa avesse -conforti da lui e proteste, non avere egli creduto il dì che fece gli -accordi dovessero questi infine condurre al suo esiglio; e che Rinaldo -amaramente dicesse non d’altri dolersi che di sè medesimo, il quale -credette potesse in patria conservarlo chi il proprio suo seggio aveva -perduto.[284] Con queste parole Rinaldo degli Albizzi lasciò per sempre -la patria sua. - -Cosimo de’ Medici era a Venezia quando per lettere e messi da Firenze -gli giunse notizia della nuova Signoria ch’entrava in ufficio, -sollecitandolo molti parenti ed amici s’accostasse intanto ai confini, -avendo speranza di tosto poterlo rimettere dentro. Ma Cosimo volle -prima bene assicurarsi dell’animo dei Signori, col dire che nulla egli -e Lorenzo farebbero contro al volere della Signoria. Dalla quale avuto -espresso avviso che si muovessero, a’ 30 settembre lasciata Venezia -giunsero al ponte di Lagoscuro. Poi narra Cosimo come per corriere il -primo d’ottobre avesse lettere che lo avvisavano dell’essere stati -rimessi in Firenze, e lo esortavano a venir presto. Onde recatisi -a visitare il Marchese di Ferrara che del fatto mostrò allegrezza, -continuando la via giunsero a Modena, alloggiati quivi nelle case -del Marchese con grande onore; dappertutto trovarono fanti ch’erano -ordinati perchè andassero con loro, e a questo fine Uguccione dei -Contrari da Ferrara aveva a soldo duecento cavalli. I quali però -da essi furono licenziati, perchè non era di bisogno: e a’ cinque -rientrarono sul terreno del Comune di Firenze, un anno appunto -dacch’essi n’erano prima usciti.[285] Passarono fuori delle mura di -Pistoia, e tutto il popolo si fece alla porta per vederli così armati e -con tale accompagnamento, essendo incontrati anche sulla via da molti -cittadini; cosicchè erano grande numero. A questo modo Cosimo stesso -racconta il fatto di questo suo viaggio per l’Italia, che venne dipoi -magnificato oltre al vero, e descritto come trionfale di plausi di -popoli e di solenni festeggiamenti. Nei giorni più splendidi di Casa -Medici e delle arti, tra le allegorie dei fatti di quella famiglia -dipinte per mano di artisti eccellenti nel bellissimo salone del Poggio -a Caiano, si vede il ritorno di Cosimo figurato per quello di Cicerone -quando fu in patria ricondotto (secondo egli scrive) sugli omeri di -tutta Italia. A’ sei giugnevano a desinare a Careggi, dove fu gran -gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero prima di sera; -e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro d’uomini e di -donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere volgendo lungo -le mura vennero dietro la chiesa de’ Servi, poi da San Piero girando -presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, entrarono nel Palazzo -dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore tumulto, che -rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo giorno per -trecento anni tutta l’istoria di Firenze si annesta a quella di Casa -Medici. - - - - -CAPITOLO IX. - -GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. -1378-1434.] - - -Gli studi classici erano grandemente venuti a scadere nei popoli -latini prima che fossero cancellati dall’urto dei barbari e avessero -incontro la scuola cristiana. Breve regno ebbe la lingua latina quanto -alla eccellenza dello stile; e al cominciare del terzo secolo i primi -autori cristiani già non avevano tra i pagani chi li pareggiasse. -L’amore del bello cadeva bentosto di cuore ai Romani, la poesia -dopo all’età d’Augusto fu arte oratoria più che poesia vera. Dipoi -vennero i grammatici, non d’altro studiosi che di salvare la lingua; -gli studi ogni giorno più assottigliavano, e gli antichi libri poco -erano letti; Virgilio rimase in cima sempre allora e poi, ma come -fonte della grammatica; indi nelle età più barbare fu anche profeta. -Quei popoli nuovi e incolti cercavano in ogni cosa il maraviglioso; -l’ingegno esercitavano volonterosi nelle dottrine più astruse, -amavano nell’istoria la leggenda: quindi molti seppero l’istoria delle -dottrine, pochi o nessuno quella dei fatti, imperocchè il sapere dei -più si formava di quel che avevano imparato a scuola. Duravano queste -cose fino anche dopo all’età dell’Alighieri, nel quale può dirsi che -fosse divinazione avere sentita e in sè compresa la squisitezza della -poesia di Virgilio, cui fu seguace senza mai farsi imitatore. Ma da -quello in fuori, parte piccolissima dei libri classici era conosciuta, -e spesse volte non dei sommi, dove le finezze stanno più riposte: -Orazio leggevano poco, rimase Ovidio come esemplare di versificazione, -Lucano in grazia dell’argomento; amavano in Seneca le brevi sentenze e -alcune cose da lui attinte (come noi crediamo) negli scritti o nella -conversazione dei cristiani, di Tullio conoscevano gli Uffici e le -Tusculane e piccol numero di Orazioni e quasi null’altro: l’Istoria -romana attingevano da Paolo Orosio, poco bastando i brevi tratti che ne -dà Sallustio, Tacito ignoravano, a Tito Livio poco si arrischiavano. - -Tostochè Dante ebbe inaugurato la scienza laica e che una vita -letteraria cominciò ad essere fuori della scuola, cercare i codici -dove si nascondevano i grandi scrittori latini e farsene studio, fu -agli Italiani come andare alla recuperazione d’un antico patrimonio -vantato sempre, ma non goduto e gran parte ignoto. A questo si accinse, -e a lui ne spetta la prima lode, Francesco Petrarca; fu a lui passione -com’era ogni cosa, e di questa sola dice non avrebbe voluto guarire. -Scriveva oltremonti, scriveva oltremare per avere codici antichi, dei -quali si fece copiosa biblioteca, legata da lui alla città di Venezia e -principio a quella di San Marco; nei viaggi frequenti, ogni monistero -che incontrasse, vi accorrea cercando se un qualche tesoro di antichi -libri non vi fosse sotterrato. Rinvenne di Tullio le Lettere familiari -e tutte le Orazioni; ebbe in Firenze da Lapo da Castiglionchio le -Istituzioni di Quintiliano, ma guaste e scorrette. Le opere trovate -copiava spesso di mano sua, lagnandosi della scarsità dei copisti, del -caro prezzo e della temeraria infedeltà delle copie. Promosse lo studio -anche della lingua greca, della quale ebbe i rudimenti da un Barlaam -calabrese vissuto in Grecia monaco Basiliano. Aveva il Petrarca da -Costantinopoli avuto in dono un manoscritto dei poemi d’Omero in greco, -ma non seppe mai decifrarlo nè mai si diede molto allo studio di quella -lingua, egli uomo latino di genio e allora in età provetta. Chiedeva -pertanto al Boccaccio amico suo gli procurasse di quei poemi una -versione latina, la quale ottenne ma non compita: n’era stato autore, a -quello che sembra, un altro calabrese Leonzio Pilato, dottissimo nelle -greche lettere, e quanto gli concedevano i rozzi e strani costumi, -familiare al Petrarca ed al Boccaccio. Si deve a quest’ultimo che fosse -Leonzio chiamato l’anno 1360 ad insegnare nello Studio fiorentino -le lettere greche, cominciando dalla spiegazione dei poemi Omerici; -prima cattedra di greca lingua che si conosca nell’occidente d’Europa. -Nessun altri fece quanto il Petrarca ed il Boccaccio pel risorgimento -dei classici studi, i quali bentosto ebbero in Firenze un assai rapido -incremento. - -Al quale prestava opera lunga e autorità grande Coluccio Salutati, che -fu trent’anni Cancelliere della Repubblica Fiorentina [m. 1406]. Questa -soleva a tale ufizio chiamare uomini letterati che già si avessero -acquistata fama; Coluccio, insigne per dottrina, fu anche onorato -per l’animo virtuoso. Per sè negli studi fu tutto latino, ma Leonardo -d’Arezzo scrive doversi a lui quel che si sapeva di greco in Firenze. -Il nostro Coluccio fu anche poeta, essendo questo come un necessario -finimento dei classici studi, poichè il latino cercavasi allora -massimamente nei poeti; e come poeta fu egli portato alla sepoltura -con la corona d’alloro in capo, avendone prima la Repubblica ottenuto -privilegio, in quella età necessario, dal Papa o dall’Imperatore o -forse da entrambi. Ma la sua gloria principale stette nelle molte -lettere latine scritte in nome della Repubblica, o in proprio suo nome -a principi o a letterati per l’Italia, questi accattando l’amicizia -del celebre uomo con molto incenso di lodi magnifiche: a noi quelle -lettere, che pure mostrano padronanza della lingua e copia di stile, -appariscono lontane assai da vera eloquenza. Ma tali non parvero al -grande nemico dei Fiorentini Gian Galeazzo Visconti, il quale soleva -dire (se scrivono il vero), temere egli una lettera del Salutati più -che molte spade: bisogna dire che certe nuove bellezze dello scrivere -destassero affetti, che in noi oggi non valgono a destare. Il che -avviene, credo, sempre nelle arti, dove un certo modo di sentire si -forma vario nei diversi tempi; e chi risponda più a quel modo, col -destare ammirazione produce negli animi un commovimento più simpatico: -nelle arti imitative ogni somiglianza al vero che prima non fosse -veduta dagli uomini, potè suscitare ad occhi inesperti anche una sorta -d’illusione, sebbene l’immagine ai nostri apparisca rozza ed informe. - -Scriveva Coluccio in italiano le lettere che giornalmente andavano -per la Signoria dentro lo Stato ai rettori o ai comuni del contado; -e queste ora sono da noi cercate più avidamente di quelle famose in -lingua latina. Ma gli eruditi di quella età poco degnavano il volgare, -fatti ambiziosi di porre in mostra le nuove eleganze ch’avevano attinte -dall’uso dei classici. Si giunse a tale, che traducevano in latino le -istorie o le vite d’uomini insigni perchè ottenessero (così scrivevano) -maggiore divulgazione: già era formata quella che poi si chiamò -repubblica delle lettere; da questa accattavano le lodi, per questa -scrivevano. Dal che avvenne che separando troppo la scienza dall’uso -e la scuola dalla vita, la lingua avesse meno autorevole disciplina, -perchè i più dotti non si curavano di farsi uomini popolari. Troviamo -quindi per cento anni lo scrivere nella Toscana istessa come bipartito; -da un lato nell’uso familiare progredire, dall’altro fermarsi quasi -inceppato o irrigidito. Il quattrocento non è vero che in italiano -scrivesse male, ma fu sua colpa lo scrivere poco: scorreva la lingua -nelle scritture familiari e nelle lettere private forse meno viva -perchè già più adulta, ma più ordinata; ed il periodo era più finito -e le frasi meglio tra sè collegate di quello che fossero nell’aureo -trecento. - -Ma sugli ultimi di quel secolo le novelle di Franco Sacchetti sono -il libro dove più s’impari in fatto di lingua, e molto ancora se ne -ricava circa i costumi di questa e d’altre città italiane. Si tenne -il Sacchetti lontano affatto dal Boccaccio quanto alla forma, ed ebbe -diverso il fine stesso delle novelle. Non pensò a farsi egli inventore -di bella prosa, ma scrisse alla buona, usando le naturali grazie della -lingua e quelle che uscivano a lui dall’animo esercitato al bello ed al -buono: racconta spedito con le sole circostanze che meglio conducano -a intendere il fatto ed a mostrarne la significazione. Scrisse anche -poesie leggiadre talvolta, ma le più risguardano a cose politiche, la -città essendo molto agitata in quegli anni che seguitarono al fatto -dei Ciompi. Il Sacchetti popolano, sebbene portasse casato di grandi, -odiava le tirannie di chi stava in alto, e quelle cercate in nome del -popolo e col mezzo della plebe. Di lui sono a stampa alcune lettere, -e scrisse un breve suo Quaresimale da far contrasto alle intemperanze -dei predicatori: sicuro e forte nella religione, fu molto severo a chi -l’abusava. Un poco più tardi il _Pecorone_ di Ser Giovanni Fiorentino -contiene racconti più spesso che novelle, di buona lingua, ma senza che -altro sia da dirne. - -Molto abbondarono i Cronisti in quella età della lingua e della -repubblica. Marchionne Stefani terminava l’anno 1385 la lunga sua -Cronaca, la quale pei tempi da lui veduti e quando ebbero cessato i -Villani, è pregevole sopra ogni altra per la materia, bene esprimendo -lo stato della città e delle parti in quegli anni fortunosi che -prepararono il tumulto del 1378, poi, finchè rimase in vita lo Stato -allora fondato: Marchionne stava con le Arti minori, e in quel governo -ebbe qualche ingerenza. Non fu, a dir vero, felice scrittore; ma sa -metter fuori di quelle parole che riescono tratti di luce all’istoria. -Piero Minerbetti comincia laddove finisce lo Stefani e va fino al -1410; è buono scrittore, nè manca di certa sua gravità nè di acutezza, -sebbene alle volte alquanto prolisso. Di Gino Capponi abbiamo una -molto pregevole narrazione del tumulto de’ Ciompi, da lui condotta -fino alla distruzione del governo delle Arti maggiori: abbiamo anche -scritti nella ultima vecchiezza alcuni Ricordi a Neri suo figlio. -Non bene sappiamo a quale dei due appartenga il Commentario sopra -l’acquisto di Pisa, ma forse Neri ampliò e distese gli appunti del -padre. Scriveva Neri anche un Commentario delle cose da lui operate in -molti commissariati ed ambascerie, ma questo risguarda per la maggior -parte un tempo diverso, che sarà materia del libro seguente. Iacopo -Salviati anch’egli narrava le ambascerie onoratamente da lui sostenute. -Due Boninsegni continuarono una Istoria di Firenze fino al 1460. A -tutti sovrasta per la finezza della lingua e del dettato Giovanni -Morelli; non gli cadevano dalla penna inavvertite le eleganze, ma pochi -le ebbero più sincere e di miglior conio: una descrizione del Mugello, -d’onde era uscita la sua famiglia, pare abbia in sè tutta la freschezza -di quella grandiosa e amena provincia. Si estende la Cronaca dal 1393 -al 1421. In quelli anni stessi Goro Dati diede a un suo libretto -titolo di Storia; dovea chiamarlo Discorsi politici intorno allo -Stato di Firenze ed al vivere della città. Noi l’adoprammo più volte -come di uomo pensatore che guarda e giudica le cose addentro, acuto e -pratico e che sa bene ritrarre le qualità e gli umori di questo popolo -fiorentino. Bonaccorso Pitti scrisse con vivacità le sue fortune alle -Corti di Francia e di Borgogna e di altri Principi, dei quali rendevasi -familiare, mi dispiace dirlo, per via del giuoco. Ma questo dovette -riuscirgli bene perchè tornò in patria ricco, ed ebbe la mano nelle -cose dello Stato: fu padre a quel Luca, le cui ricchezze fruttarono -male a lui e peggio alla Repubblica. Di altri minori sarebbe tedioso il -dare qui la enumerazione. - -Tra’ libri di cose morali ed ascetiche è da contare un Trattato circa -il Governo della famiglia composto dal Beato frate Giovanni Dominici -dell’ordine dei Predicatori. Lo abbiamo a stampa da pochi anni, e vi -si scorge che l’autore aveva la buona lingua popolana dalla culla, -ma poi formava lo stile in gran parte sulle latinità dei Padri e -degli Scrittori ecclesiastici, il libro essendo tutto ascetico. Il -Dominici, creato cardinale da papa Gregorio XII in Lucca l’anno 1408, -seguì le fortune del suo promotore fino al Concilio di Costanza; -dopo di che inviato dal nuovo Pontefice in Ungheria Legato, moriva -in Buda l’anno 1420. Assai dei libri di devozione ed altri che senza -nome d’autore furono pubblicati la maggior parte ai tempi nostri, -o sono citati manoscritti come testi di lingua pel molto studiato -trecento, appartengono sicuramente agli ultimi anni di quello ed ai -primi del seguente secolo. Ma in questo crediamo venissero meno le -traduzioni popolari dai Padri o dai Classici latini poichè se ne furono -impadroniti i letterati. La poesia non ebbe nei primi anni di questo -secolo insigni cultori. - -Ma fu come principe di quell’età Leonardo Bruni d’Arezzo, che morì -vecchio l’anno 1444: in Roma fu Segretario apostolico sotto quattro -Pontefici, indi molti anni Cancelliere della Repubblica fiorentina. -Tradusse in latino i libri politici di Aristotele e più altri di greci -scrittori; illustrò alcuni punti speciali delle antiche istorie. Pure -in latino scrisse una Istoria di Firenze dalle origini della città fino -alla morte di Gian Galeazzo Visconti, ed i Commentari delle cose da lui -vedute o fatte ne’ vari ufizi nei quali fu esercitato. Questi ultimi -offrono con le particolarità più vive, a noi più gradito insegnamento; -ma le Istorie sono libro da leggere utilmente anche ai giorni nostri -per l’alto senno che l’autore vi dispiega e per l’intelligenza della -Repubblica, della quale vidde l’interno roteggio. Ma vero è che piace a -lui non uscire dalle cose generali, e come erudito dare ai fatti nostri -romano colore. Le Vite pregevoli di Dante e del Petrarca furono da lui -composte nella nativa sua lingua. - -Intanto lo Studio s’illustrava per Emanuele Crisolora, che nel 1396 -vi fu chiamato da Costantinopoli sua patria per cura di alcuni dotti -fiorentini, e massimamente di Palla Strozzi, ad insegnare la greca -lingua. Cessava però lo Studio nel 1404; riaperto nel 12, fioriva -nel 1421. Sovente uomini fiorentini di grande affare nella Repubblica -attendevano quivi a spiegare le leggi, tra’ quali ebbero molta fama -Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi; Paolo Minucci da Prato Vecchio, -rendutosi chiaro nelle maggiori Università d’Italia, fu ordinatore -del Diritto feudale. Paolo di Castro insigne giureconsulto, oltre -all’insegnare leggi, compilava quello Statuto fiorentino che nello -scorso secolo fu dato a stampa. Francesco Zabarella padovano insegnò -qui lungamente la teologia, poi fu Vescovo di Firenze e Cardinale -molto famoso nel Concilio di Costanza. Fra Leonardo Dati Generale -dei Predicatori ebbe in Firenze molta fama di sapiente in cose -ecclesiastiche ed autorità di cittadino. Filippo Villani professò -lettere, nelle quali si acquistò lode; egli e Giovanni da Ravenna -tennero la cattedra per la illustrazione della Divina Commedia. -Altri uomini chiari in lettere vennero ad insegnare in Firenze, tra’ -quali Pier Paolo Vergerio da Capo d’Istria, e per breve tempo Guarino -Veronese e Giovanni Aurispa e il Filelfo; lo Studio essendo spesso -trascurato a cagione della spesa. Nè pensarono i Fiorentini a condurre -qui l’Università che aveano fatta tacere a Pisa: più tardi Niccolò da -Uzzano avendo lasciato gran parte dell’eredità sua per la fabbrica di -un Collegio che annesso allo Studio potesse contenere cinquanta alunni, -metà fiorentini e metà esteri, nella via che allora pigliò nome della -Sapienza, non fu eseguito quel testamento per la gelosia di chi non -voleva che tanto Firenze dovesse all’Uzzano. - -Più della Repubblica, per l’incremento del nuovo sapere faceano i -privati. Molti cercavano manoscritti, viaggiavano in Grecia a tal fine -uomini oggi poco noti, Firenze abbondava già di buoni copiatori. Palla -Strozzi, grande cittadino, giovò agli studi egli sopra ogni altro; -ebbe a grande spesa i libri di Platone e di Plutarco, e la Politica -d’Aristotele e la Cosmografia di Tolomeo ed altri moltissimi; teneva -in casa chi gli facesse copie belle e sincere in greco ed in latino. -Radunò in breve ricca biblioteca, la quale voleva rimanesse a pubblico -uso, ad essa innalzando un edifizio molto degno in Santa Trinita, luogo -comodo a ciascuno per essere posto nel mezzo della città. Ma il bel -disegno andò fallito pel bando in cui finiva la vita, come tra poco -narreremo, quest’uomo illustre e benemerito. Un Piero de’ Pazzi, gran -ricco e grande spenditore, tardi si diede alla magnificenza del fare -copiare con ornamento di miniature gli antichi libri, lasciandone in -morte numero assai grande. Viveva in Firenze monaco Camaldolese negli -anni stessi Ambrogio della famiglia dei Traversari, che era stata -grande in Ravenna. Dotto nel greco, tradusse in lingua latina le Vite -dei Filosofi di Diogene Laerzio e molte scritture di antichi Padri. -Fatto Generale dell’Ordine suo, descrisse col titolo di _Odeporicon_ -i viaggi per le visite dei monasteri, narrando ogni cosa che meglio -servisse al promovimento degli studi: di lui abbiamo anche non poche -lettere scritte ad uomini che attendevano allo stesso fine. Inviato -da Eugenio IV al Concilio di Basilea, ebbe poi gran parte in quel -di Firenze, che appena era chiuso quando Ambrogio fu rapito da morte -immatura con grande rammarico della città, dove la sua cella era il -ritrovo dei maggiori uomini e più virtuosi. Lo studio di quella prima -metà del secolo XV pareva che fosse tutto nel ritrovamento d’antichi -codici e nell’esibirli ad uso comune per dare agli ingegni nutrimento -dell’erudizione tuttora mancante. Nella quale opera niun altri meritò -quanto Niccolò Niccoli di famiglia mercante in Firenze, ma non dei -più ricchi. Nulla pare che scrivesse del suo, ma dottissimo nel latino -impiegò la vita in fare copie di sua mano dei buoni scrittori, o nel -corregger le altrui. Molte se ne riconoscono tuttora dovute al Niccoli, -che spese poi anche gli averi suoi nel procacciarsi manoscritti latini -e greci, dei quali lasciava il numero allora molto considerabile di -ottocento. Di questi ordinava si formasse una pubblica Biblioteca, -la quale dopo la morte sua fu aperta in San Marco: ebbe grandi -amicizie e grandi brighe co’ letterati dell’età sua, soliti astiarsi -oltre al costume tra gli eruditi non infrequente. Nessuno però nelle -arrabbiate contese e nelle diffamazioni svergognate, ma insieme nei -servigi lungamente resi ai classici studi, vinse Poggio Bracciolini -da Terranuova in Valdarno. Questi fu autore di molti libri o trattati -in lingua latina, spettanti a cose o filologiche o antiquarie, cui -si aggiungono esercitazioni su vari argomenti. Primeggia fra tutti -una assai nota Istoria Fiorentina, tradotta poi da Iacopo suo figlio. -Descrive le guerre con la Casa dei Visconti, non senza taccia di -adulatore alla città sua; d’interni fatti è scarso, e va circospetto sì -che, a dir vero, non molto se ne cava di sostanzioso. Fu cinquant’anni -Scrittore delle lettere pontificie e poi da ultimo Cancelliere della -Repubblica fiorentina, avendo protratta la vita molto più in là che non -giunga la materia di questo Capitolo. Di lui si cercano ai dì nostri -con maggior cura le Lettere che egli scriveva in gran copia nei viaggi -frequenti e di mezzo alle varie faccende nelle quali fu implicato. Andò -al Concilio di Costanza, da dove recatosi alla vicina e celebre abbazia -di San Gallo, ne riportò ricca merce di scritture d’autori latini, -tra’ quali non pochi giacevano ignoti anche di nome. Ampliava del pari -d’antichi libri le greche lettere, avendo lasciato può dirsi aperta -l’antichità quand’egli moriva nel tempo in cui venivano in luce le -prime grandi opere a stampa. - -Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli -Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina -dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti -ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme, -la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma -con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose -nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di -sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto -diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato -gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli -animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente -guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in -Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i -letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso, -il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie, -teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di -pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti -in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni, -furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli -artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi. - -Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo -Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro -gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi -conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda, -nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei -predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò -i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle -figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare -dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli -atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi -renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro -a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi -maggiori e fatti abili a più ardimenti. - -Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del -Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il -suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe -tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso -su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti -furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere -del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni -soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la -fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che -non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era -una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli -vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il -numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni -nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già -progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene -esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel -1455. - -In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove -la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera -dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono -dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato -sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita -maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi -quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il -segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non -hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono -come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori, -dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a -fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per -oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si -confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo -morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della -vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome -della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e -ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi -affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa -dell’Alvernia. - -Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi. -Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto -al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le -classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile -di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua -Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza -tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo: -le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura -la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande -studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella -stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore, -cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente -di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori -d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe -d’orificeria. - -Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la -navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la -Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa; -ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto -se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro -modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità. -Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola -fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando -di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei -lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande -suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle -combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi, -avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi -molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte -della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri -molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura, -e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel -1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi -lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi -edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le -vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni. -Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato -circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del -tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che -avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal -1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno -al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno -1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea -studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne -ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per -mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna, -in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più -sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo -almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale, -dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più -strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò -e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire; -ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò -tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto -portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come -un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi -mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di -che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento, -senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire -a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza -di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo -che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole -con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare -le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di -ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno -che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui -che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto -del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande -mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera -sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè -quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha -in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche -il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò -in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese -di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del -Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di -Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446. - -Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta -indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere -essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima -dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in -Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore -degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla -aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo -agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei -movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria -dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni, -ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non -parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte -della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il -colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua -di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio -d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo, -ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato. -In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in -alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello -solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa -sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga -la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni -tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono -al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto -a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e -modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì -mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano. - -Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua -opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne -il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo -valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure -in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò -ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle -altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei -Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in -bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento -anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti -che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle -d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per -saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera -al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte: -se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il -disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non -aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze. -Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non -appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in -faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa -è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean -fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto -alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più -eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia, -la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa -esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla -porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si -mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io -non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me -medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per -tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime; -l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle -grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli -anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola, -ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò -alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato -l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi -guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure -d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di -bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero -degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri -dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel -quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano -state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa -Medici. - - - - -LIBRO QUINTO. - - - - -CAPITOLO I. - -LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. -— CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI -BORGO SAN SEPOLCRO E DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.] - - -La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava -sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della -Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno, -e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I -confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e -quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni -ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a -quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e -Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse -all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti -e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano -dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o -che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi -o andarono in bando.[286] Il quale fu esteso infino a dieci anni per -quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere -ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime -difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi la -restituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce -ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli -sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati -nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo -agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in -città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’ -balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire -nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’ -doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi -i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti -delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che -due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi -avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei -Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da -Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio, -e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra -parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette -potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio -procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi -consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse -autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a -questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti -popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto -per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano -di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti -uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano -ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure -una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori -e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpi tenute -maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato, -rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica, -della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto -polvere ogni cosa.[287] - -Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di -quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano -di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non -pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi -di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben -altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme -come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi -prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito -deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare -così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta; -malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie -rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne -andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a -Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso -dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della -Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza -fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere -nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la -cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse -Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la -sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla -parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo -Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e -aveva forse anche sperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile -egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto -non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a -Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli -fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte -dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di -mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia -dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti -gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale -non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli -studi e a maggior gloria della città sua.[288] Quel grande artefice di -questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre, -avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette -spesso da lui (come tenevasi) consigliate. - -In fine a’ _Ricordi_ lasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto -a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato -ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita. -Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero -astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più -odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi -giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione -della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere -sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene -alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289] Ma -sei ribelli, i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme -a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un -Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono -resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290] Dipoi un Guadagni, -figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero -Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca, -fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria -di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla -via per caso oscuro e subitaneo.[291] Ai cittadini era imposto sotto -gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da -un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292] e di lui sapendosi -avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi; -ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il -Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne -per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu -per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze -cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i -rettori.[293] Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era -condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado -d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e -Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni -di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere -ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in -quel di Lucca, di dove andasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di -Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto -in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e -un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano -Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello. - -Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo -co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in -qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli -avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel -Chianti.[294] Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare -quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci -senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente -con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della -Repubblica.[295] - -Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa -fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola, -avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu -confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato -a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze -dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega, -si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio, -le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato -ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono -di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in -Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza, -facendosi guerra dalle due parti molto grossa e lunga e dubbiosa: -tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati, -mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne -le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo -lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale -usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro -all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato -in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse -sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso -e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le -terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria -della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i -Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro -a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296] Col ritrarsi di -Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava -in Bologna la parte dei Bentivogli. - -Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno -Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione -il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato -da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse -le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata -la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per -i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase -facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente -naviglio loro incontro a quello del re Alfonso; il quale raccolto molto -numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava -animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con -isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e -grande numero di principi e signori,[297] egli avendo ceduto la spada -a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva -Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero -diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire, -con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande -prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto -suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona -per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali -ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti -argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con -grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli -le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così -anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo -grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui -fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore -che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e -presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi -stabilmente rivendicati in libertà.[298] - -Per questi fatti mutate essendo le condizioni d’Italia, rimase di -subito scompaginata la lega, la quale di nome era conchiusa tra il -Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini. Questi mandarono soccorso -a Genova di vettovaglie e di fanti armati sotto Baldaccio d’Anghiari -alla difesa d’Albenga, sebbene ciò fosse copertamente,[299] perchè -la lega non volea dirsi per anche rotta, ciascuno essendo tenuto in -rispetto dalla incertezza degli eventi, e il Papa adoprandosi con -grande studio perchè alle armi non si venisse. Aveva egli nel mese -d’aprile 1436 lasciato Firenze, dopo esservi dimorato quasi due anni, -ed alla Repubblica usato ogni sorta di benevole dimostrazioni. Poco -innanzi della partenza sua Eugenio, il giorno venticinquesimo di marzo, -ch’è la festa dell’Annunziazione ed era in Firenze principio dell’anno, -consacrò il tempio di Santa Maria del Fiore, essendo già l’occhio -della grande Cupola stato chiuso da Filippo di ser Brunellesco due anni -prima, quando era al termine lo Stato degli Albizzi.[300] Fu celebrata -quella consacrazione con molto grandissima solennità, essendosi dalle -scalee di Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava, infino a quelle -del Duomo alzato un palco ricco di tappeti e d’ogni magnificenza, -sul quale andassero fuori della calca egli e tutto l’accompagnamento -suo, ch’erano molti Cardinali e Vescovi e Principi ed Ambasciatori e -tutta la Signoria, tenendo la coda del papale ammanto il Gonfaloniere -Davanzati, che fu da Eugenio per mano di Gismondo Malatesta fatto -insignire della cavalleria. Il Papa dipoi recossi a Bologna, -venuta di fresco in potestà sua, dopo esservi stato ucciso Antonio -Bentivoglio.[301] - -Filippo Maria, tentata invano la recuperazione di Genova, fece che -tutte le forze sue con Niccolò Piccinino venissero innanzi per la -riviera di Levante verso allo Stato dei Fiorentini. Aveva mandato prima -sotto Pietrasanta due suoi minori capitani, Cristoforo da Lavello e -Luigi dal Verme, che si ritrassero per comandamento dello stesso Duca. -Ma il Piccinino occupò Sarzana de’ Genovesi ed alcune terre che la -Repubblica di Firenze avea sulla Magra; donde poi venne a fermarsi in -Lucca, mostrando intenzione d’andare nel Regno. Nè per essergli negato -il passo, rompeva di subito il Piccinino la guerra; nè i Fiorentini, -che inviarono a Pisa Neri Capponi con quante forze aveano in pronto, -vollero altro che porsi in guardia contro ogni assalto da quella -parte. Era il conte Francesco Sforza allora ai servigi del Papa, ed a -Cosimo già molto amico: lo aveva questi con grande onore accolto in -Firenze, dove ebbero giostre nella piazza di Santa Croce, balli di -donne in quella dei Signori. Dipoi, non senza difficoltà e patti di -non andare in Lombardia nè muovere guerra contro al Duca di Milano, -concesse Eugenio venisse il Conte ai servigi dei Fiorentini. Poneva -il campo questi a Santa Gonda con cinque mila cavalli e due mila -cinquecento fanti: il Piccinino all’incontro aveva sei mila cavalli -con minore numero di fanti. Non fecero mossa i due famosi Capitani, -l’un l’altro osservando; e anche tenuti in aspettazione dai negoziati -che non cessavano tra il Papa e il Duca: infinchè a mezzo il verno, -ad un tratto, il Piccinino, avuta speranza di occupare Vico Pisano, -muoveva per là; di dove respinto, correa la campagna già come nemico. -Dipoi assaliti altri minori castelli, andò poderoso in Garfagnana, -ponendo il campo sotto alle mura di Barga. Per il che essendo ogni -rispetto cessato, la Repubblica ordinava al Conte ed a Neri soccorrere -Barga. Andarono, e diedero grave percossa al Piccinino, costretto -ritrarsi quasi che rotto in Lunigiana; d’onde egli dovette quindi -passare in Lombardia, perchè i Veneziani, veduto la guerra dal Duca -essere cominciata, mandato aveano in Ghiaradadda Giovanni Francesco -da Gonzaga loro capitano, che molto stringeva le terre del Duca. I -Fiorentini poichè viddero questo impegnato in Lombardia, e Lucca, che -s’era per lui dichiarata, sprovvista essere d’altro aiuto, tornarono -al solito prurito d’avere quella città: del che Cosimo de’ Medici -ardeva di voglia, perchè se il governo degli Ottimati acquistò Pisa, -voleva pur egli ornarsi di qualche splendido acquisto alla Repubblica; -oltrechè a lui faceva bel gioco avere gli ufizi in Lucca e le terre -dei Lucchesi da dividere ai suoi partigiani; e con quella esca, da -altri non tocca, un maggior numero guadagnarsene. Anche tra ’l popolo -quella guerra avea però sempre grande favore, ed alla spesa tutti -concorrevano in quei principii alacremente.[302] Nel mese d’aprile -1437 il Conte Francesco muoveva l’esercito; e prima andato a recuperare -Sarzana e Lavenza, e alcune terre di Lunigiana o genovesi o fiorentine, -prese facilmente Viareggio e Camaiore ed altri luoghi,[303] mentre -che i Lucchesi tenevansi chiusi nella città, confidando questa potere -guardare per le sufficienti forze che avevano dentro e perchè il popolo -tutto intero vegliava geloso alla cittadina libertà. Laonde l’esercito -dei Fiorentini avendo fatto nel piano di Lucca quei maggiori danni -che poteva col guastare i campi allora coperti di grano e di biade, -tagliare le viti, e dei bestiami fare preda,[304] volgevasi tosto alla -espugnazione di Monte Carlo, castello tenuto infino allora come difesa -e guardia di Lucca; ma fatta piccola resistenza, cedeva: e fu quello -il termine ultimo alle cupidigie fiorentine, per gli accidenti che indi -avvennero.[305] - -I Veneziani avendo a petto in Ghiaradadda il Piccinino, ed essi rimasti -senza Capitano, perchè il Gonzaga mutando parte era passato ai soldi -del Duca, facevano istanza per avere Capitano di tutta la guerra in -Lombardia Francesco Sforza. Il che ai Fiorentini dispiaceva molto, -vedendo fallire a questo modo l’impresa di Lucca, della quale aveano -tanta passione: ma erano soli in tal desiderio, perchè nè il Conte -nè i Veneziani per nulla bramavano che la Repubblica acquistasse la -signoria di una città la quale aveva per sua difesa più volte aperto -gli appennini agli eserciti di Lombardia. Era il Conte rattenuto da -altri pensieri, non volendo egli con l’impegnarsi oltrepò lasciare -esposti alle aggressioni gli Stati suoi nella Marca;[306] e avendo -poi sempre gli occhi a Milano, della quale il Duca facevagli innanzi -balenare con fine arti la successione: strumento a quei giuochi di -vile astuzia essendo la misera e tuttora giovinetta Bianca Maria, -figlia sola ed erede, benchè illegittima, al Duca Filippo. Laonde -lo Sforza tergiversava: ed una volta, per certi ammenicoli che i -Fiorentini inventarono ed ai Veneziani poco soddisfecero, consentì -andare fino a Reggio; dove un ambasciatore veneziano, Andrea Morosini, -avendogli protestato pigliasse la guerra di là dal Po francamente, -o la Repubblica gli torrebbe la paga e il comando; venuti insieme a -grave alterco si separarono, e lo Sforza ripigliava la via di Toscana, -allora prestando più facili orecchie alle insinuazioni di Filippo. -Alla Repubblica di Firenze parea male stare; e lo stesso Cosimo de’ -Medici andava ambasciatore a Venezia, sperando col caldo dell’amicizia -a lui mostrata dai Veneziani potere a questi persuadere, provvedessero -che il Conte non si accordasse col Duca, dal che verrebbe pericolo -grave egualmente alle due Repubbliche; intanto lasciassero (qui era -la somma di tutto il negozio) fornire al Conte l’impresa di Lucca. Ma -il Doge Francesco Foscari gli replicava, bene conoscere il Senato le -forze sue proprie e quelle degli altri Stati d’Italia, non essere usi -i Veneziani pagare coloro che ad essi non servivano, nè avere voglia -di fare crescere il Conte Francesco a loro spese: in quanto a Lucca, -i Fiorentini provvedessero; per sè, non capire qual motivo avessero -d’entrare con loro in cosiffatti ragionamenti.[307] Così fu Cosimo -ributtato, senza che potesse ai Veneziani mai cavare altro di bocca: -donde egli principiò ad alienarsi da loro;[308] e avendo in quel -mentre le arti del Duca tirato a sè Taliano da Forlì, che per lo Sforza -teneva la Marca, questi pauroso di perderla, o doverla guardare da sè, -concluse l’accordo col Duca, e costrinse i Fiorentini ad accettare -la pace con Lucca, ritenendo questi per sè Monte Carlo e Uzzano che -aveano successivamente guadagnato. Fu buona pace, perchè muniva ad -essi il confine inverso Lucca; ma i Fiorentini, che ebbero a male -vedersi levata la terza volta in cento anni come di bocca questa città, -riempirono Italia con lettere piene di rammarico; e, come nota bene -il Machiavelli, «rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere -d’aver perdute le cose sue, quanto ebbero allora i Fiorentini per non -aver acquistate quelle d’altri.[309]» - -Mentre era in Venezia Cosimo de’ Medici, trovò anche nata ivi gelosia -per le cose del Concilio, delle quali egli aveva prima tenuto discorso -in Ferrara con Eugenio che da più tempo vi dimorava. Imperocchè sedendo -in Basilea la Sinodo che doveva essere continuazione di quella in -Costanza, pel molto numero che vi era di Prelati tedeschi e per quelle -semenze che già nella Germania pullulavano, si andò tant’oltre, che -fatto scisma da Eugenio, elessero antipapa sotto nome di Felice V quel -Duca Amedeo VIII di Savoia, il quale avendo deposto il governo nelle -mani deboli del figlio, viveva irrequieto con le apparenze d’eremita -in un suo castello presso al Lago di Ginevra.[310] Laonde Eugenio, -riprovando quel di Basilea, aveva intimato un altro Concilio da tenersi -in qualche città d’Italia; e perchè non si poteva in Lombardia, per -qualche aderenza che era tra ’l Duca Filippo e quel di Savoia e perchè -non voleano andare a mettersi sotto all’ombra della Repubblica di -Venezia, fu scelta Ferrara. Già s’eran ivi cominciati a radunare; ma -per la peste che v’era entrata, ottenne Cosimo si trasferissero in -Firenze, con qualche invidia di quella Signoria e amare parole verso i -Fiorentini. Voi Papa (dicevano), voi Concilio, voi Lucca, voi tra poco -volete ogni cosa.[311] Nel Concilio si doveva trattare d’unione della -Chiesa greca alla latina, e l’Imperatore Giovanni Paleologo stretto dai -Turchi, e per ogni modo ma invano cercando avere soccorso dagli Stati -d’occidente, era con molti de’ suoi Prelati venuto in Ferrara, donde -egli ed il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli facevano entrata -con grande seguito in Firenze negli ultimi di gennaio 1439. Alloggiò -il Papa, com’era consueto, nel convento di Santa Maria Novella, dove -si tenne il Concilio; e l’Imperatore nelle case dei Peruzzi, allora -sbanditi. Cosimo de’ Medici avea in quei due mesi il grado supremo -di Gonfaloniere; ed i Fiorentini, quanto soleano essere parchi nelle -private cose, tanto più godevano mostrarsi splendidi nelle pubbliche. -Fu aperta la Sinodo, alla quale intervennero da centosessanta tra -vescovi e abati latini e greci;[312] e gli animi essendo alla concordia -inclinati, l’unione tra le due Chiese e sovra esse la supremazia del -Papa fu pubblicata con grande solennità e letizia a’ 6 di luglio nel -maggior tempio di Santa Maria del Fiore. Moriva in Firenze poco avanti -la promulgazione il vecchio Gioseffo Patriarca di Costantinopoli, ed -ha sepoltura in Santa Maria Novella. L’Imperatore innanzi di partire -fece privilegio e carta solenne al Gonfaloniere Filippo Carducci, e -(stando al Cambi) l’avrebbe fatta anche ai Priori, che fossero Conti di -Palazzo, portando nelle armi loro il segno dell’Impero, ch’era l’aquila -a due teste, con autorità di fare Notari, con dare ad essi anche -l’esercizio, e di legittimare i figli naturali. Concesse altresì alla -Repubblica esenzioni di gabelle e grazie in tutto l’Impero suo, che -estendevasi allora non molto fuori delle mura dove Costantino più di -mille e cento anni prima lo aveva condotto. Rimase in Firenze il Papa, -ed in seguito appianò le differenze ch’aveano diviso la Chiesa pure -degli Armeni da quella di Roma. - -La pace che tolse ai Fiorentini l’impossessarsi di Lucca, non avea -dato all’Italia requie; la qual non era nell’animo di Filippo, -insofferente di vedersi privato di Genova, e dai Veneziani stretto -per la possessione ch’aveano acquistata di Bergamo e Brescia: temeva -la lega tra essi ed il Papa e i Fiorentini ed il Conte. A questo -faceva brillare sugli occhi il vicino parentado, andando sì oltre -ch’egli fermava alla cerimonia il luogo ed il giorno, apparecchiava -pubblicamente alla figliola il corredo, e al Conte sborsava i trenta -mila ducati promessi pagarli nei patti nuziali. Nè di ciò contento, -praticava a fine, che messo il Conte in sospetto pei suoi Stati della -Marca, mentre attendeva a guardare questi, si tenesse fuori del giuoco -e non cercasse recare aiuto ai Veneziani. Bramava puranche staccare il -Papa dalla Lega; ai quali effetti il Piccinino ad un tratto sparse come -egli si fosse alienato da Filippo dappoich’era questi tutto del Conte, -ed al Papa scrisse offrendosi andare contro al Conte nemico suo vecchio -alla recuperazione della Marca, facendo guerra per Santa Chiesa. Rimase -Eugenio pigliato all’esca, e mandò danari al Piccinino, e gli offerse -terre in feudo, a lui ed a’ suoi figli: così occupava questi in breve -ora Bologna e Forlì e Ravenna, il Duca gridando che tuttociò era senza -sua saputa, e dando ad intendere che, se una volta potesse, farebbe -al Piccinino tagliare la testa. Ma questi allora dal canto suo mutato -registro, si fece a dire ed a giurare che traditore non era, e che -era il Papa che lo accusava a fine di torlo dall’amicizia del Duca, -onde era ben giusto ch’egli ed il Duca se ne ritenessero le terre. -Così empiva de’ suoi soldati la riva destra del Po, donde impediva ai -Fiorentini e al Papa ed al Conte di soccorrere i Veneziani, mentre egli -ad un tratto contro essi muoveva l’armi sue insieme a quelle del Duca. -Quanto era iniquo e svergognato l’inganno, tanto fu sapiente quella -evoluzione di guerra, per la quale il grande condottiero subitamente -e senza impaccio varcato il Po, andava a porre l’assedio a Brescia. -Spingeva la guerra dipoi fin sotto alle mura di Verona; e se una di -queste due città espugnasse, mostravasi certa la ruina dei Veneziani -che di per sè non aveano forze sufficienti alla difesa di terraferma. -Allora prestarono opera egregia i Fiorentini; i quali sebbene offesi da -loro, ma fattisi innanzi a provvedere al comun pericolo, rinnovarono la -lega co’ Veneziani affinchè la guerra a spese comuni fosse condotta in -Lombardia.[313] - -Ma tutta la somma consisteva in questo, che il Conte Francesco -passasse il Po; egli peraltro avea l’animo sempre al parentado, e -non voleva lasciare esposti i suoi Stati della Marca sino a che le -armi del Duca fossero in Romagna. Ai Fiorentini era pericolosa quella -passata del Conte, il quale essendo di là dal Po, il Piccinino avrebbe -libera l’entrata in Toscana: ma pure scegliendo tra’ due pericoli il -minore, inviarono Neri; il quale incontrato lo Sforza nel campo sotto -Forlimpopoli, gli dimostrò che, «se i Veneziani perdeano Verona, si -abbandonerebbono dello Stato di terraferma, e a lui leverebbero il -pagamento; nè i Fiorentini potrebbono soli reggere la spesa; essi -medesimi divenuti al tutto inabili a difendersi.» Consentì lo Sforza -che Neri andasse ad offerire in Vinegia la sua passata e trattare della -via da eleggere. Andava Neri, ed appena giunto, orando innanzi alla -Signoria disse: «che avendo esaminate le condizioni loro, s’era nei -Consigli della Repubblica di Firenze venuti d’accordo, non essere altro -rimedio che nella passata del Conte col suo esercito alla difensione -dello Stato di Venezia; che un tale partito bene conoscevano quanto ad -essi, che lo proponevano, riuscisse pericoloso, e che i Lucchesi ed i -Senesi se gli scoprirebbero nemici, quando vedessero il Conte tanto -dilungato: pure, perchè il pericolo non si vince senza il pericolo, -consentivano essi a cedere il Conte ai Veneziani; il quale appena fosse -avvisato della via da fare, sarebbe mosso.» Nel Senato fu con lacrime -di allegrezza quella proposta ascoltata, e dove prima erano abbandonati -d’ogni difesa e vestiti a bruno, ripigliarono vigore, e i loro -imprestiti migliorarono parecchi per cento. Renderono a Neri ed alla -Repubblica di Firenze solenni grazie del beneficio con tali parole, che -Neri dichiara come a lui non istesse bene scriverle. Fermata appena la -via da pigliare, subito il Conte si mise in via con tutto l’esercito: -a’ 20 di giugno era già in Padovana, spiegando i vessilli di Venezia, -Genova e Firenze, a lui mandati in segno d’accordo.[314] - -Queste cose erano avvenute innanzi che si chiudesse il Concilio: e non -è intendimento nostro descrivere i casi vari e memorabili di quella -guerra che si combatteva tra due Capitani, i quali non ch’essere i -più esperti di quella età, furono maestri di un’arte nuova, secondo -che davano le condizioni dei tempi e la qualità delle milizie usate -in allora. Trattavano eglino veramente la guerra come arte e quasi a -modo di giostra, non correndo essi nè grandi rischi nelle battaglie, nè -dalle perdite avendo altro danno da quello in fuori della riputazione. -Imperocchè andando coperti i soldati di gravissime armature, pochi -erano i morti nelle più grosse battaglie; e gli eserciti dispersi -dalla sconfitta e svaligiati, cercando tornare agli usati soldi, stava -ogni cosa nel rinvenire chi questi pagasse.[315] Gli Stati, perdendo -terreno, perdevano le fonti all’entrate; ma i condottieri faceano -vivere i soldati loro a spese dei miseri abitatori dei luoghi dove -la guerra si combatteva; e il Capitano ch’avea perduto, se più non -trovasse da smugnere quelli che lo avevano condotto, andava a cercarsi -più ricco signore, o luoghi non tocchi insino allora, da farvi sacco. -Di questa fina arte e iniquo mestiere, solenni maestri erano Francesco -Sforza e Niccolò Piccinino: le mosse pertanto di quella guerra, le -astuzie, le grandi opere condotte a fin di creare impacci al nemico -o a sè agevolezza di marce, sovente inopinate e rapidissime, in tutti -quei mesi che andarono fino al verno avanzato, produssero fatti per sè -grandissimi, ma per gli effetti che ne seguirono quasi nulli. Intorno a -Brescia più volte battaglia; Verona perduta dallo Sforza, e racquistata -in quattro giorni; il Piccinino sconfitto, fuggire traverso i nemici, -portato, com’era di corpo esile, dentro un sacco da uno de’ suoi, e in -pochi giorni tornare in campo più forte di prima. - -Infine, parendo a lui che fossero del pari inabili i due eserciti -in quelle contrade durante il verno, tornò al pensiero d’assaltare -la Toscana, mostrando a Filippo come i Fiorentini sariano costretti -a richiamare di Lombardia il Conte o perdersi; e che in ciascheduno -di que’ due casi, i Veneziani da sè non poteano nutrire la guerra: -al quale consiglio muovevalo in proprio il desiderio di acquistare a -sè uno Stato, cacciando Francesco Sforza dalla Marca. Poterono molto -appresso al Duca anche le istanze grandissime che faceano Rinaldo degli -Albizzi ed i fuorusciti fiorentini, venuti a Milano già prima che il -Duca si risolvesse alla guerra, e stati non ultima cagione a fargliela -cominciare. Rinaldo, com’era di natura confidente, sperava certissimo -in patria il ritorno; ed a Cosimo faceva dire, che la gallina covava. -Rispondea questi; male potrà fuori del nido. Un’altra volta gli mandò -avviso, che i fuorusciti non dormivano; e Cosimo disse che lo credeva, -ad essi avendo cavato il sonno. Ora prometteva l’Albizzi sicuro il -passaggio nel Casentino, dove il Conte di Poppi teneva seco amicizia: -diceva poi, che dove le armi di Niccolò s’accostassero a Firenze, era -impossibile che il popolo, stracco dalle gravezze ed oppresso, non si -levasse ad accogliere gli antichi uomini e gli antichi ordini. - -In Firenze fu grande sgomento; e quello che dava maggiore sospetto -era il pensare che senza un qualche vicino aiuto avrebbe dovuto al -Duca parere imprudentissima quella mossa, nè egli era uomo da troppo -arrischiarsi. Temeano pertanto che segretamente fosse il Duca sicuro -del Patriarca Vitelleschi da Eugenio preposto al governo dello -Stato, sì fattamente che mentre il Papa dimorava tuttora in Firenze, -costui in Roma era come principe. Temeano cercasse novità in Firenze, -intendendosi coi fuorusciti; e quindi con molta diligenza s’adopravano -prima a scalzare nell’animo del Papa la fede grandissima che egli -aveva nel Patriarca, dipoi mostrandogli come lo avesse egli troppo -alto locato da poterne vivere sicuro. A questo fine, cogliendo il -tempo, gli misero innanzi una lettera intercetta a Montepulciano, che -il Vitelleschi senza consenso del Papa scriveva a Niccolò Piccinino. -Laonde il Papa deliberò infine assicurarsi del Patriarca: al quale -effetto Luca Pitti andato in Roma, s’intese col Capitano che aveva la -guardia di Castel Sant’Angelo. Costui aspettava il destro; ed un giorno -che il Patriarca, essendo in sul muovere verso Toscana, gli aveva fatto -dire scendesse giù fuori del Castello perchè aveva cose da conferir -seco, uscì ad incontrarlo; e in mezzo a discorsi trattolo sul ponte, -che mobile era, fece segno ai suoi d’alzarlo: rimasto così prigione ad -un tratto quell’uomo infine allora potentissimo, non si seppe più altro -di lui. Il Papa mandava poi di buon animo le sue genti alla difesa di -Toscana.[316] - -Tra ’l Conte frattanto e i Veneziani erano dispareri circa la condotta -di quella guerra. Voleva quegli ripassare il Po e scendere verso -Toscana dietro al Piccinino, massime dopo avere udito che i figli di -Pandolfo Malatesta, i quali erano nella Lega, aveano dovuto venire -a patti col Visconti; dal che si temeva che Pier Giampaolo Orsini, -mandato con cinquecento cavalli dai Fiorentini in quelle parti, essendo -preso e disarmato, le terre del Conte rimanessero senza difesa: questi -protestava, che da signore di Stati non volea tornare condottiero. -Laonde mandava la Repubblica Neri Capponi ad aggiustare le cose: il -quale avendo prima trattato in Venezia con la Signoria, e quindi in -Verona col Conte, pareva l’imminenza del doppio pericolo non dare alcun -modo che a tutti soddisfacesse; quando venute novelle che i Malatesta -non mancherebbero alla fede, e che l’Orsino avea potuto liberamente -scendere in Toscana, consentì lo Sforza di rimanere oltrepò, avendo -anche dati millecinquecento de’ suoi cavalli a Neri, che seco in -Firenze gli condusse, dov’egli giugneva nel mese d’aprile 1440. - -E già il Piccinino scendeva in Toscana; della quale non credendo -vincere il passo attraverso le alpi di San Benedetto, dove Niccolò -da Pisa prode Capitano facea buona guardia, disegnò forzare quello -di Val di Lamone, dov’erano genti raccogliticcie, ed alla difesa -del castello di Marradi Bartolommeo Orlandini vilissimo uomo, che al -primo appressarsi dei nemici fuggì, non prima fermatosi che a Borgo -San Lorenzo, e quando già era il Capitano del Visconti con tutto -l’esercito entrato in Mugello. Di là scorreva liberamente infino ai -poggi di Fiesole; e questi varcati, si era accostato fino a tre miglia -vicino a Firenze, avendo fermato il campo a Remole e passato l’Arno, -facendo prede e devastazioni fino a Villamagna. I contadini s’erano -messi in salvo dentro alle mura della città con le robe loro; i bovi e -le mandrie ingombravano le vie; e la penuria, la quale incominciava a -farsi sentire, cresceva il tumulto.[317] Nel quale Rinaldo prometteva -nascerebbe qualche movimento in favore degli usciti; ma non fu nulla, -perchè già tutta la moltitudine dei più infimi stava pe’ Medici, e -questi tenevano il governo stretto in mano di pochi, pronti a frenare -con la severità chiunque tentasse alzare il capo.[318] Crudele ambascia -dovette premere allora l’animo di Rinaldo, che giunto in vista della -città sua non ebbe persona che si muovesse per lui; e già era il -Capponi entrato in Firenze con le genti di Lombardia, e quindi Piero -Giampaolo ed altre genti. Null’altro potendo, Rinaldo faceva istanza -perchè andasse almeno il Piccinino all’impresa di Pistoia, la quale -fidava condurre col mezzo dei Panciatichi suoi aderenti. Ma quegli -che non avea le speranze ostinate di Rinaldo, e non voleva cedere a -consigli disperati, pigliava altra via. - -La famiglia dei Conti Guidi possedeva da oltre quattro secoli il -Casentino, del quale Francesco del ramo da Battifolle teneva allora -la signoria col titolo di Conte di Poppi: quivi era e tuttora si vede -il palagio di quei Signori, bello ed ornato ed in bel sito, essendo -la terra di Poppi nel centro del piccolo principato, ma lieto per la -freschezza dei luoghi e la vigoria degli uomini; oltrechè abbondante -di forti castelli nelle pendici dei colli o nei gioghi degli appennini -che soprastanno a quella provincia. Quel ramo dei Conti Guidi aveva -seguitato dai primi tempi la parte guelfa, talchè dipoi vissero in -grande amicizia con la Repubblica di Firenze. La quale poichè ebbe -esteso il dominio così da cingere poco meno che da ogni lato il -Casentino, rendevasi quella amicizia necessaria più e più sempre -ai Signori del piccolo Stato, rimasti soli in mezzo a tante baronie -distrutte; cercavano che alla Repubblica paresse d’avere nei Conti un -vicario. S’aiutavano anche di matrimoni pei quali a sè procacciassero -appoggio di qualche potente signore, e il Conte Francesco avea maritata -una sua figlia al Fortebraccio, che fu principio ad alienarlo dalla -Repubblica per le cose che tosto vedremo. S’aggiunse dipoi altra -cagione di mali umori verso Cosimo dei Medici, il quale avendo prima -trattato di maritare il figlio suo Piero ad una figliola del Conte -di Poppi, ruppe le pratiche perchè a Neri e ad altri amici di Cosimo -non piaceva questo imparentarsi con signori che avessero Stati.[319] -Cosimo, perch’era signore di fatto, dovea fuggire ogni apparenza che -fosse contraria alla civile egualità. Per queste cagioni il Conte -di Poppi era tutta cosa di Rinaldo degli Albizzi e della sua parte, -ai quali si diede in braccio da quando il Piccinino entrò in Toscana -così da fidare alla vittoria di quello le sorti sue, che fu cagione a -lui di ruina. Ma quanto a me tengo che in fondo a ogni cosa stesse la -certezza che la Repubblica ad ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il -Casentino: il ch’egli cercava prima evitare legando a sè col parentado -la Casa Medici; e poi fallito questo disegno, non ebbe più altro che -da sperare nella vittoria dei fuorusciti, a sè obbligandoli per un -beneficio di tanto più grande quanto era a lui più arrischiato. La -Repubblica pur nonostante lo aveva eletto suo Commissario, e datogli -bombarde per la difesa; ma egli chiamava le armi ducali nel Casentino: -dove entrato il Piccinino, prese alcuni minori castelli, e quindi -Bibbiena che si teneva pei Fiorentini. Ma trovò intoppo grandissimo e -fuori d’ogni sua credenza nella piccola fortezza di Castel San Niccolò, -alla quale poneva assedio e con ogni ingegno di guerra e con ogni -crudeltà sforzandosi d’espugnarla, rimasero le sue genti sotto a quelle -anguste ma forti mura ben trentadue giorni; che fu salvamento alla -Repubblica.[320] Perchè avendo quella dimora infruttuosa del Piccinino -lasciato tempo che giungessero soldati in copia, e che ogni maniera di -provvigioni nella città si facesse; al Piccinino venne a mostrare che -la impresa di Firenze, non sovvenuta da commozioni civili, riusciva -impossibile. Ben avrebbe il Conte di Poppi voluto che egli dimorasse -tra que’ monti, ma non erano luoghi da farvi stanziare un esercito: -il Piccinino gli rispose, che i suoi cavalli _non mangiavano sassi_; e -avendo già fatta risoluzione di tornare in Lombardia, prima s’accostava -ai monti per la Valle Tiberina, e quindi pigliandogli vaghezza di -rivedere la patria sua, fece con pochi soldati entrata in Perugia, -magnifica sì ed acclamata da’ cittadini, ma tosto seguìta da cosiffatte -dimostrazioni che a lui parve bene uscirne, perchè dava ombra a molti -l’avere in casa un tanto grande concittadino; il quale sapevano quanto -si struggesse di acquistare anch’egli una qualche città in possessione. -Tornando, faceva sopra Cortona qualche disegno; ma fu la congiura dei -malcontenti nella città scoperta bentosto; e Niccolò venne con tutto -l’esercito a porsi nel Borgo di San Sepolcro, per indi pigliare la via -dei monti e ricondursi in Lombardia. - -Innanzi però, ed egli bramava molto di onorare le armi sue con qualche -fatto, e i fuorusciti vivamente a ciò lo pressavano, e l’occasione -pareva buona perchè l’esercito dei nemici avendo più capi e più voleri, -l’autorità dei Commissari Neri Capponi e Bernardetto dei Medici era da -credere fosse attraversata: per la Chiesa era il Cardinale Scarampi, -nuovo patriarca d’Aquileia, con titolo di Legato; ed i soldati di -Lombardia scesi ubbidivano a Pier Giampaolo Orsino ed a Micheletto -Sforza Attendolo. Aveano fermato il campo sul colle che ha in alto -il forte castello d’Anghiari, di dove stendevasi per l’ampia pendice -la quale discende giù verso il Tevere, sito bene scelto:[321] ma il -Piccinino si fidò coglierli trascurati un giorno di festa, a’ 29 giugno -che è dì di San Pietro, e quando il caldo era grandissimo, quattro ore -innanzi al tramontare del sole.[322] Il che a lui sarebbe venuto fatto -se Micheletto, vecchio capitano, da un polverio ch’egli scorse di là -dal Tevere accostarsi per la strada che da Borgo San Sepolcro conduce -ad Anghiari fatto certo d’avere battaglia, non avesse chiamato alle -armi il campo, che in fretta potè ordinarsi. Il Tevere ha un ponte, -che il Piccinino passò a furia co’ suoi; ed avendogli affoltati giù -nella pianura, fece impeto sopra i primi nemici che erano discesi, i -quali cedendo e pel terreno che saliva congiugnendosi man mano alle -squadre che sopravvenivano, fu per tre ore varia fortuna, senza che -potessero nè il Piccinino rompere l’oste dei collegati che in largo -sito poteano muoversi ordinatamente, nè questi forzare il passo del -fiume sin verso sera. Ma non sì tosto furono i Ducheschi costretti a -ritrarsi sull’altra ripa, qui la difesa era tutta impedita da fosse -ed argini e vie strette, nè il Piccinino che non potè raccogliere in -grossa mano i soldati suoi, ebbe agio di fare degna resistenza. Fu -grande la rotta, preso lo stendardo del Capitano, i prigionieri molte -centinaia, tra’ quali erano uomini di qualità; ma sempre i numeri noi -dobbiamo tenere mal certi; tremila sarebbero i cavalli venuti in potere -dei vincitori. Il Piccinino s’andò a chiudere nel Borgo San Sepolcro -con forse millecinquecento cavalli, tra buoni e cattivi e quelli da -carriaggio. Di là non aveva l’uscita libera, e sarebbe stato anch’egli -preso; ma i Commissari, benchè facessero la mattina dopo infino a -terza il possibile, non trovarono un condottiero che gli seguisse, -perchè i soldati attendevano alla preda, e spogliati i prigioni gli -lasciavano andare in farsetto; tanto vili erano quelle guerre: Niccolò -Piccinino in sulla terza muoveva per tornare in Lombardia.[323] -Quella battaglia assicurava lo stato dei Medici, avendo levati d’ogni -speranza i fuorusciti, i quali dipoi non fecero mossa: di Rinaldo -degli Albizzi sappiamo, che essendo ito a visitare il Santo Sepolcro, -moriva in Ancona l’anno 1442: aveva sposata una figliola sua ad uno dei -Gambacorti cacciati di Pisa.[324] - -Essendo rimasto vuoto il Borgo San Sepolcro, i Commissari della -Repubblica l’occuparono. Era quella terra ai Fiorentini già stata -offerta dal Conte di Poppi, che vi teneva ragioni per la figliola -sua stata moglie al Fortebraccio. La Repubblica rispose allora di non -volersene impacciare per rispetto del Papa che aveva in casa, ma si -fece raccomandatrice delle ragioni del Conte presso ad Eugenio che -non voleva sentirne parlare. Questi allora diede Borgo San Sepolcro in -deposito alla Repubblica di Firenze: dopo la battaglia, tra’ Commissari -e il Legato fu qualche vertenza con male parole;[325] ma infine il -Papa, bisognoso di danaro, lasciava occupare per venticinquemila ducati -d’oro Borgo San Sepolcro come pegno ai Fiorentini, nei quali rimase. -Subito dopo la vittoria, Bernardetto dei Medici andato a Monterchi, -aveva avuto a patti la possessione di quella terra da una madonna -Alfonsina o Eufrosina, figlia del Conte di Montedoglio e vedova di -Bartolommeo da Pietramala con tre figlie da marito. Dissero a lei: «se -aveste atteso come donna al governo della famiglia, non avreste ora -perduto lo Stato vostro.» Ma i signori de’ castelli avevano sempre gli -occhi al Duca di Milano, protettore e capo di quanti erano per l’Italia -continuatori di signorie al modo antico ghibellino. Rispose la donna: -«che avea fatto quello gli era ito per l’animo, e che sperava nel suo -signore Duca di Milano, che aveva assegnato a lei millecinquecento -ducati d’oro all’anno, e dal quale avrebbero essa e le figlie sue -buono stato.» «Saranno di quelli del Re Erode,» a lei replicarono i -Fiorentini motteggiatori.[326] Rimaneva da punire il Conte di Poppi; al -che andò Neri con alcune centinaia di soldati sotto Niccolò da Pisa. -Avuta Rassina per minaccie, poneva il campo intorno a Poppi, dov’era -il Conte che per mancanza di vettovaglie in capo a pochi giorni trattò -di resa; per la quale essendo egli disceso giù sul ponte d’Arno ad -abboccarsi con Neri, la prima cosa ch’egli disse fu: «potrà egli essere -che i vostri Signori non mi lascino questa casa, la quale è nostra -da novecento anni? (la boria e le false carte facevano raddoppiare -gli anni): del resto, fate quello volete.» Rispose Neri: «pensate ad -altro, chè voi non avete tenuto modi che i miei Signori vi vogliano -per vicino. Vorrebbono volentieri che voi foste un grande signore nella -Magna.» E quegli: «ed io desidererei voi più là.[327]» Io me ne risi, -aggiunge crudamente Neri: e il Conte partivasi dal luogo antico de’ -padri suoi, co’ figli e le figlie,[328] e portando seco trentaquattro -some di roba. Tutto il Casentino entrava così nel dominio della -Repubblica, la quale premiava Neri e Bernardetto di ricchi doni, avendo -offerto anche di onorarli della cavalleria, che rifiutarono. - -L’assenza del Piccinino riusciva più grave al Visconti che forse non -s’era questi figurato; e bene si vidde che almeno da parte del Duca -tutto il fondamento di quella mossa non era stato che nella credenza -di richiamare Francesco Sforza alla difesa della Toscana e delle -proprie sue terre: dipoi l’impegno già preso e la mossa cominciata e -le speranze de’ fuorusciti fecero il resto. Ma in quel mentre che il -Piccinino era in Toscana, essendo le forze del Conte superiori ed egli -uomo da bene usarle, aveva questi per grande vittoria avuta a Soncino -sopra l’esercito milanese, liberato dall’assedio Brescia, cacciato i -nemici d’intorno a Bergamo; e il naviglio che il Duca teneva sul Lago -di Garda essendo già prima stato distrutto dai Veneziani, il Conte -Francesco s’era impadronito di Peschiera sul Lago e d’altri luoghi. -Al che il Visconti, cui pareva essere in grande pericolo, faceva -ricorso agli usati rimedi; e per mezzo del marchese Niccolò da Este -mandò ad offrire al Conte la pace e le nozze della figliola. Dal che -ottenne che il rimanente dell’estate andasse la guerra più lenta, -perchè i Veneziani, dubitando sempre dello Sforza, si tenevano corti -nel fargli le provvigioni: e dall’altra parte già essendo tornato il -Piccinino in Lombardia, passò la state, e gli eserciti si alloggiarono -per l’inverno. Durante il quale non essendo però del tutto cessata la -guerra, questa ripigliavano i due Capitani con forze maggiori nella -primavera. Avvenne che essendo andato il Conte alla espugnazione del -forte castello di Martinengo, ed il Piccinino con tutto l’esercito -essendo accorso alla difesa, mentre ciascuno dei Capitani, usando -sua arte, cercava pigliare vantaggio sull’altro; il Piccinino, -cogliendo il punto quando era dal Conte lasciato sprovvisto il luogo -d’ond’egli potea trarre vettovaglie, l’occupò, e tosto quivi essendosi -affortificato con fossi e tagliate, metteva il nemico in tal condizione -che dare l’assalto gli era impossibile, e a starsi fermo era per la -fame costretto d’arrendersi. Ma nacque caso per cui si vidde quali -si fossero quelle guerre, dove nè i Principi avevano mai sicurezza -dei loro eserciti, nè i Capitani di sè medesimi a fronte a coloro -dai quali erano assoldati. Il Piccinino, che aveva in pugno sì grande -vittoria, ponea condizioni al Duca e scrivevagli già essere vecchio -e non avere terra che fosse sua dopo tanti servigi da lui prestati -allo Stato di Milano; volere ritrarsi, e non avere luogo nemmeno da -porvi il corpo suo: altri dei Capitani del Duca d’accordo facevangli -eguali domande. E questi, per subito dispetto volendo cedere al nemico -piuttosto che a’ suoi, e avendo la scusa del matrimonio della figliola, -mandò a profferirne questa volta per davvero la celebrazione al Conte; -la quale indi a pochi giorni si fece in Cremona, città che rimase al -genero in dote. A questo modo la guerra essendo fatta impossibile, -dappoichè lo Sforza più non la voleva, l’altro non poteva, la pace -divenne ai collegati necessaria. Della quale essendosi lungamente -trattato in Venezia, arbitro lo Sforza, si conchiuse ai 20 novembre -1441 in Cavriana, riavendo ciascuno, secondo l’usanza, quello che aveva -prima, e il solo Gonzaga cedendo Peschiera ed altre minori terre ai -Veneziani, i quali accertarono per quell’acquisto a sè il dominio sul -Lago di Garda. Ma per segreti articoli fu inteso che il Duca tenesse -quel ch’egli occupava in Romagna della Chiesa, e di più avesse (così -almeno io trovo scritto) Perugia e Siena; il Conte aggiugnesse alla -signoria che aveva nella Marca gli acquisti che intorno si facessero -o del Reame di Napoli o degli Stati ecclesiastici: per il che il -Papa, solo malcontento, gettò alte grida e ricusò di sottoscrivere il -trattato; donde ebbero seme le guerre che tosto (com’era solito) si -raccesero.[329] - - - - -CAPITOLO II. - -INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL 1444. — GUERRA DEL RE -ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.] - - -Mentre la pace si negoziava, un atroce fatto avvenne in Firenze, del -quale i motivi in parte avvolgonsi nel mistero: noi ne diremo fin dove -giunga la nostra contezza. Gli affetti popolari, le ire di parte, e -tutte insomma quelle passioni che sono di molti, nate all’aperto e -alimentate da grandi cagioni, hanno in sè stesse uno splendore per cui -si mostrano evidenti; le vie tortuose delle ambizioni private riescono -tanto a rintracciare difficili, quanto a discorrere fastidiose. -Baldaccio d’Anghiari, capitano di fanti espertissimo, giovane tuttora -di grande animo e feroce in guerra,[330] non si era per anche inalzato -al pari dei sommi e più fortunati condottieri per esser l’arme delle -fanterie tenuta di grado inferiore; ma per la grande estimazione goduta -tra quelle si credeva che se la fortuna a lui arridesse, potrebbe egli -formare di tale arme un esercito da contrapporre forse ai maggiori di -quella età. Era Baldaccio ai servigi della Repubblica, e si ritrovava -allora in Firenze quando pei mesi di settembre e ottobre 1441 fu tratto -la seconda volta Gonfaloniere di Giustizia Bartolommeo Orlandini -svisceratissimo di Casa Medici, e quello stesso che noi vedemmo -avere aperto al Piccinino vilmente il passo di Marradi; del che era -egli stato e con parole e con lettere da Baldaccio vituperato. A’ 6 -settembre, quando era entrato l’Orlandini di pochi giorni in ufizio -e quasi che fosse scelto a quel fine, mandò a chiamare Baldaccio -in Palagio; il quale andato, e mentre col Gonfaloniere discorrendo -passeggiavano su e giù per l’andito della Signoria; usciti ad un -tratto da un camera vicina certi soldati che l’Orlandini aveva fatti -segretamente venire dall’Alpe, uccisero Baldaccio con molte ferite: -poi gittato il corpo dalla finestra che dava in Dogana, quivi per -bullettino mandato al Capitano gli fu mozzata la testa; ed egli dopo la -morte fatto rubello e gli averi suoi messi alla Camera. Di lui rimase -la moglie Annalena dei Malatesti e un piccolo figlio, il quale venuto -anch’egli a morte, l’Annalena virtuosa donna fece monastero della sua -casa, e rinchiusa quivi con più altre nobili femmine, visse santamente; -di lei essendo rimasta in Firenze memoria onorata, e il monastero -continuato fino ai primi anni di questo secolo.[331] - -Per tutta Italia di quella morte fu grande rumore; ma quali colpe o -false o vere se gli apponessero contro, non bene sappiamo.[332] Di -un saccheggio dato senza ordine della Repubblica a Suvereto, abbiamo -cenni:[333] altro motivo troviamo pure, cioè l’aver egli cercato di -torre Piombino alla donna degli Appiani, che n’era signora; del che -ripreso, avrebbe risposto superbamente ai Priori.[334] Ma ciò dovette -essere stato più mesi innanzi, nel gennaio di quell’anno stesso, -nel quale tempo Neri Capponi andava a _posare la cosa di Piombino e -di Baldaccio_, correndo sospetti che i Senesi ed altri cercassero -di levare la donna e Piombino dalla divozione della Repubblica di -Firenze.[335] Altra cagione vi ebbe però assai più forte e verosimile: -era Papa Eugenio tuttora in Firenze; il quale nel maggio di quell’anno -stesso aveva condotto contro a’ Bolognesi Baldaccio,[336] ed ora -segretamente volea mandarlo ad assalire nella Marca Francesco Sforza, -al quale effetto gli aveva sborsato già ottomila ducati d’oro. Ciò era -stato il giorno stesso che precedette alla uccisione di Baldaccio; -della quale Eugenio pigliò tanto sdegno, che a stento poterono i -Fiorentini rammorbidirlo per l’opera di Giannozzo Manetti, uomo probo -ed in lettere di molta fama.[337] Avrebbe pertanto quella morte giovato -allo Sforza sì contro ai timori per lo Stato della Marca, e sì perchè -io tengo avesse già questi in odio Baldaccio, siccome colui che solo -in Italia promuoveva l’arme allora avvilita delle fanterie: così gli -guastava come in mano l’arte, e questi temeva che in Italia prevalendo -nel guerreggiare un altro modo pel quale gli Stati potessero avere -milizie non tutte sotto all’arbitrio dei condottieri, di questi venisse -a cadere la fortuna. Lo Sforza e Cosimo già s’intendevano: leggiamo che -dubitando Baldaccio se egli si dovesse recare in Palagio sulla chiamata -dell’Orlandini, e chiestone Cosimo, fosse da lui rassicurato.[338] -Questi ad ogni modo e i suoi lo temeano per gelosie nate da interne -cagioni; e Cosimo usava dire, che gli Stati non si tengono co’ -paternostri. - -Aveva Baldaccio amicizia molto grande con Neri Capponi; e questi per la -recente vittoria contro al Piccinino era salito sì alto, che siccome -pareva con quella avere salvato lo Stato ai Medici, così dubitavano -che s’egli volesse ostare a Cosimo, gli sarebbe agevole torlo ad -esso di mano col favore di Baldaccio. Neri ed i più gravi e migliori -cittadini male sentivano quel levarsi dall’amicizia dei Veneziani, -mettendo lo Stato quasi a discrezione dello Sforza:[339] Neri, oltre -alla molta estimazione ch’aveva in città, si era guadagnato con le -frequenti ambascerie forti aderenze negli altri Stati; e pel governo -delle milizie, molta entratura presso a’ condottieri di queste e ai -soldati generalmente. Pareva a Cosimo che egli avesse (come scrive il -Guicciardini) forse più cervello che alcun altro in Firenze:[340] e -si trova scritto di que’ due primari cittadini, Cosimo essere il più -ricco, e Neri il più savio; la quale parola si deve intendere per la -conoscenza e per la pratica di più cose in guerra ed in pace. Il molto -favore da lui acquistato pubblicamente per vie scoperte, faceva a lui -voltare gli occhi di tutti coloro ai quali spiacevano i modi tirannici -e le ingorde cupidigie e i pravi disegni della setta che reggeva. A -questa pertanto parve essere necessario battere Neri, a lui togliendo -di mano la forza che avea da Baldaccio, e insieme mostrare sè stessi -potenti e capaci d’ogni cosa, tanto che ognuno pigliasse paura di -loro. Il Machiavelli scrive infatti, che per la morte di Baldaccio, -Neri venne a perdere _reputazione_; con che egli intende l’opinione -della forza, usando in un modo tutto suo proprio quelle parole le quali -importano morale giudizio. Troviamo infatti che Neri essendo, quando -fu ucciso Baldaccio, ambasciatore in Venezia con Agnolo Acciaioli, -questi solo poi sottoscrisse la pace;[341] e Neri in quel luogo dei -suoi _Commentari_ cessa ad un tratto di porre innanzi il nome suo, nè -per due anni poi troviamo a lui data ambasceria o commissione. Ma dopo -quel tempo sembra essere stata tra Cosimo e lui saldata ogni cosa; e -questi tornava, come nulla fosse (ignoro s’io debba per lui dolermene), -all’antico grado.[342] - -Per questo e per altri minori fatti si vede come un po’ di terrore -apparisse necessario di tratto in tratto a quel reggimento, sebbene -portato dai minuti uomini che ad esso erano larga base, ed assicurato -con l’avere in mano le borse e le gravezze, o in altri termini, la -Repubblica e le private fortune di tutti i singoli cittadini. Alla -Balía del 33 aveano fatto riserva che non potesse nè muovere le borse -nè abolire il Catasto; ma quella del 34 non ebbe limite, e bentosto le -borse s’empirono di uomini disperati, che per ingiurie patite o per -cupidigie nuove erano pronti alle offese ed alle rapine. Il Catasto -fu annullato, perchè a quella parte che tutto reggeva l’egualità non -si conveniva; ma un altro modo si rinvenne, ch’era di genio delle -moltitudini; i Ciompi nel 78 l’avevano chiesto, e ai Medici fu continua -regola nell’imporre tasse. Pigliando a norma l’antico Estimo, le quote -assegnavano con tal proporzione che fosse minima nelle poste minori, -e andasse via via progredendo su per una scala (così l’appellavano) -congegnata con gran sottigliezza, talchè se i poveri (a modo d’esempio) -pagassero della loro rendita il mezzo o l’uno per cento, i ricchi -pagassero il due il tre il quattro e più: ma questa era un’arme intesa -a battere gli avversari, perchè ogni volta pochi dei più confidenti -venivano eletti a porre le tasse; delle quali era norma l’arbitrio o, -come dicevano, la discrezione e coscienza degli ufiziali preposti al -reparto. Vero è che un balzello di sessanta mila fiorini, posto su’ -primi dell’anno 1441, apparve distribuito con giustizia, essendo la -maggior parte andata su’ ricchi e sopra coloro stessi che tenevano lo -Stato.[343] E un’altra gravezza del 1443, a questo effetto regolata -sottilmente, ebbe nome la _Graziosa_; ma che a molti fosse graziosa -non credo.[344] E se anche il modo paresse buono al maggior numero, -riusciva il peso a tutti esorbitante. Aveano posto in poco tempo -ventiquattro gravezze, a quattro a sei per volta, metà delle quali nel -solo anno 1442 produssero centottanta mila fiorini d’oro.[345] Fecero -anche un’altra legge, la quale importava ricercare gli arretrati a -quelli che avessero pagato meno del loro giusto.[346] - -Venivano anche i poveri a soffrire, oltrechè dall’assenza di tante -famiglie sbandite, dall’avere molti degli antichi cittadini abbandonata -la città, recatisi in villa per torsi dinanzi alla perversità dei -nemici loro, e per non potere più reggere le gravezze, nella speranza -di fuggire così anche la prigionia delle Stinche, alle quali era -condannato chi non pagasse. Fecero legge che i morosi dannava al -confine, e alcuni v’andarono: «ma due volte l’anno correvano messi -e berrovieri in campagna, votavano le case, toglievano le ricolte, -logoravano gli alimenti; e niuna di queste valute era posta a piè -della ragione del debitore,» perchè andavano in via di penale. Quei di -città si ridevano degli andati in villa, e gli chiamavano i cittadini -_salvatichi_. Gli antichi di schiatta vituperavano i nuovi uomini -venuti pel favore dei potenti a stare in città, e a questi davano -nome di villani raffazzonati.[347] Chi aveva debito di gravezze e -nel tempo stesso crediti inverso al Comune, gli mettevano il credito -in polizze, le quali per non essere venuta la scadenza non erano -ricevute. I cagnotti del reggimento e i minuti amici di esso (questi -appellavano del secondo pelo) coglievano al canto i possessori di -quelle polizze, e le compravano chi il quarto e chi il quinto della -valuta; che ad essi, perchè erano dei favoriti, venìa pagata per -intero; e così molti si arricchirono.[348] A questo modo Puccio -Pucci, venuto su dalla povertà della merceria, avea in poco tempo -accumulate grandi ricchezze. Comprava a prezzo bassissimo i crediti -inverso il Comune di coloro i quali per la povertà o per essere tenuti -avversi allo Stato non potevano farli valere; così ebbe dal Comune -in sette anni cinquantaquattromila fiorini d’oro: altri cittadini, -domestici a’ Medici o agli altri potenti, erano venuti abbondantissimi -di ricchezze.[349] Studio dei Medici pare fosse rendere povera la -Repubblica ed i cittadini ricchi. - -Ma quei che soffrivano delle rapine e che vedevano mai queste in -addietro non essere state tanto gravi, rimpiangevano lo stato degli -Albizzi. Dicevano questo governo puccinesco essere di più amaritudine -che mai alcuno altro, passando d’ingiurie e di torti i recenti e gli -antichi. A chi si doleva, gli statuali obiettavano la durezza delle -antiche leggi, per le quali a chi non pagasse le multe o gravezze -era pena della testa: ma rispondevasi che per quelle a niuno tolsero -la persona, perchè quella pena che più si scosta dalla natura è -più difficile a pagare. Ed aggiungevasi: «voi avete annullato il -Catasto per iscostarvi dal convenevole della gravezza. I vostri emuli -eccettuarono due cose, le quali ci fanno certissima fede che la rovina -della città al tutto non volevano. L’una cosa fu, che il Catasto stesse -fermo; e l’altra, che le borse non si rimuovessero. Ma voi toglieste -l’egualità del Catasto, e dite: che differenza è dal governatore al -governato, se non che il governatore comanda e il governato è fatto -ubbidire? Chi fia quegli che ci ubbidisca, se il Catasto vegghia? noi -avremo a ubbidire la legge; e se il Catasto annulliamo, la legge e gli -uomini ubbidiranno noi, e così noi saremo signori.» Ma questo appunto -non volevano gli offesi, e dicevano: «voi vendete i luoghi tolti ai -miseri cittadini; voi rompete i testamenti; voi, con offesa della -libertà del Monte e della pubblica lealtà, fate che mentre l’università -de’ cittadini non hanno le loro paghe, i maggiorenti siano interamente -pagati; dal che il credito si viene a perdere, che pure è nerbo della -Repubblica.» Era in Firenze il Monte delle Doti, nel quale faceansi -depositi in testa delle fanciulle, donde avessero con certe regole al -tempo del loro collocamento una dote; e se la fanciulla moriva innanzi -d’andare a marito, il padre lucrava la metà della dote che avrebbe la -figlia avuto in ragione del fatto deposito. Ma qui pure aveano, secondo -si legge, posto le mani, sebbene fosse cosa sacrosanta; e quelle doti -non si pagavano, col dire «che il Comune era in troppa necessità: non -avendo riguardo che niuna mercanzia è tanto pericolosa a sostenere, -quanto è nelle fanciulle il fiore della giovinezza.[350]» Così giuste -erano le lagnanze. - -Per gli ordini posti nel 34 si dovevano ogni cinque anni rifare le -borse e rinnovare gli squittinii; il quale termine essendo venuto per -la seconda volta l’anno 1444, e la città molto trovandosi infetta di -mali umori, e la pazienza dei molti oppressi e degli invidiosi venuta -al termine ancor essa, avvenne che molte fave fossero date ai parenti -degli usciti e ad altri sospetti: lo chiamarono lo squittinio del fior -d’aliso, questo fiore essendo bello a vedere, ma poi riesce putrido -e fetido a odorare. Così avvenne di quello squittinio, imperocchè -Cosimo e gli amici suoi, veduto che molti di contrario animo erano -entrati nelle borse, cassarono quello ch’era stato fatto, avendo i -Collegi con l’aggiunto di circa dugento cinquanta cittadini ripreso -balìa di riformare la città di squittinii e di gravezze e d’ogni cosa. -Prolungarono agli sbanditi il termine del loro confino per altri dieci -anni; molti confinarono di nuovo, cavandoli dalle Stinche, dove erano -prigioni, e a queste ricondannarono un Giovanni Vespucci, che già -prima eravi stato chiuso: posero a sedere i Mancini, i Baroncelli, i -Serragli, i Gianni, eccetto di quelle case alcuno che tralignasse, ed -un Ridolfi ed il figlio di ser Viviano delle Riformagioni, e Francesco -della Luna, il quale era detto avere fatto il Catasto, e Bartolommeo -Fortini, uomo di grande bontà, e più anni dopo restituito:[351] in -tutto dugentoquarantacinque cittadini. Cassarono ser Filippo Pieruzzi -Cancelliere: fecero i dieci Accoppiatori, i quali durassero quanto era -il tempo delle borse dello squittinio. Questi, innanzi che si facesse -la pubblica tratta, dovevano scegliere chi avesse a sedere nei seggi -delle magistrature: così ogni cosa che il popolo e la Balìa avessero -fatto, veniva sottoposto al parere di quei dieci. Tra’ quali erano -Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni e un Soderini ed un Martelli, -e con essi uomini recenti e _veniticci_, anima e corpo di coloro su’ -quali vivevano, e pronti e rotti ad ogni cosa.[352] Per questi modi -pareva a Cosimo ed a’ suoi d’aversi assicurato lo Stato; il quale -volendo meglio ordinare di tutto punto, cosicchè nulla facesse difetto -o pericolo nell’avvenire, crearono l’anno dipoi 1445, quando Cosimo -de’ Medici la terza volta era Gonfaloniere, otto cittadini a rivedere -i libri delle antiche Riformagioni e racconciare quanto a loro potesse -dar noia, notando altresì quello che fosse nell’avvenire da provvedere -con le Balìe. Tra questi otto era Neri Capponi, già bene allora -riconciliato.[353] - -Non era per anche (siccome dicevano) rasciutto l’inchiostro della -pace sottoscritta nel fine dell’anno 1441, e questa si venne a turbare -perchè Fiorentini e Veneziani erano soli a volerla, cadendo sovr’essi -tutto il peso delle guerre. Ma il Papa cercava, come già notammo, -guastare i disegni segreti che avessero tra loro accordati il Piccinino -e lo Sforza; e quando per opera dei Fiorentini pareva che fosse Eugenio -rassicurato, un’altra cagione di muovere guerra veniva dai fatti i -quali compievansi in quel mezzo nel Reame. Quivi era disceso Renato -d’Angiò, che si teneva di quello stato legittimo re, ma dopo svariate -fortune veniva dalla virtù militare del re Alfonso d’Aragona condotto -in termine che la sola città di Napoli rimaneva in sua possessione. -Quindi, al sentire la pace fatta in Lombardia, Renato chiedeva aiuto -al Conte suo amicissimo, a lui promettendo restituire le terre e le -baronie di Puglia, delle quali Alfonso lo aveva privato; premi gloriosi -che il primo Sforza si aveva acquistati col valore del suo braccio. E -il Conte Francesco a quella impresa correva, quando Alfonso eccitando -la gelosia del duca Filippo, la quale non era per nulla cessata -nonostante il parentado, lo indusse a voltargli contro il Piccinino; -del che gli faceva istanze anche il Papa sperando nel cozzo tra’ due -condottieri levarseli a un tratto entrambi d’addosso. Calato pertanto -Niccolò dalla Romagna, metteva il Conte a dure strette; i Fiorentini, -ch’aveano proposito di non entrare in quel ballo ma privatamente -sovvenivano lo Sforza di molto danaro, due volte condussero questi e -il Piccinino a fare tra loro accordi solenni, ma tosto violati perchè -da Eugenio mai non voluti ratificare; talchè la guerra nella Marca ed -in Romagna più mesi durava con vari accidenti. Renato in quel mezzo -perduta avendo anche la città di Napoli, dove era entrato il re Alfonso -per quello stesso acquedotto (pel quale vi era entrato novecento -anni prima Belisario); uscì dal Reame e venne in Firenze, dov’era il -Pontefice, recando con sè un vano titolo e nessuna speranza d’aiuto; -sicchè dimorato quivi poco tempo, tornava dipoi nei suoi Stati di -Provenza. - -Così era Eugenio francato da ogni obbligazione verso l’Angiovino, e -aveva le mani più libere contro al principale suo nemico lo Sforza -e contro ai Fiorentini ed ai Veneziani, dai quali tenevasi per varie -cagioni offeso. Quelli uccidendo con tanta sua ingiuria e sotto gli -stessi suoi occhi Baldaccio, aveano mostrato di non sofferire che -il Conte perdesse la signoria della Marca: e i Veneziani senza alcun -rispetto avevano aggiunto ai loro Stati Ravenna, privandone l’ultimo -dei Signori da Polenta, da prima tirato iniquamente a Venezia e di là -poi mandato a finire insieme con la famiglia sua nell’isola di Candia. -Per queste ragioni deliberò Eugenio voltarsi ad Alfonso e riconoscerlo -giusto re, spingendolo contro allo Sforza nella Marca: ma ciò era in -tutto alienarsi dalla Repubblica di Firenze, dove essendo nella seconda -dimora quattro anni stato, deliberò di partire a’ primi dell’anno -1443. La quale partenza dispiacque al popolo, che aveva dalla presenza -del Papa lustro e guadagni;[354] ai reggitori dispiacque per questo e -perchè vedevano il Papa, chiaritosi nemico loro, mettersi in mano al -Duca ed al Re, grandi avversari della Repubblica: più che mai pungeva -l’animo loro che volesse egli fermarsi in Siena, dove null’altro lo -riterrebbe che il desiderio di fare onta ai Fiorentini in faccia al -mondo apertamente. Quindi nei Consigli fu per molti disputato non si -lasciasse partire, prolungandosi la deliberazione per tutta la notte la -quale precesse alla partenza del Papa:[355] ed egli stesso, che nella -mattina poco si teneva certo che non volessero i Signori mettergli -inciampo, ne andava infine con decoroso accompagnamento a Siena; -rimasto quivi poi gran parte di quello stesso anno. - -Congiunte le armi del Piccinino e d’Alfonso, un esercito di -ventiquattromila tra fanti e cavalli entrò nella Marca: il Conte -percosso da quella tempesta, si rinchiuse in Fano dov’era la moglie, -credendosi perdere senza rimedio gli Stati suoi. Ma il duca Filippo, -vedute le sorti del Conte inclinare più in giù di quello che avesse -egli nei suoi calcoli ponderato, e non volendo che ai danni suoi il -Piccinino crescesse o che il re Alfonso troppo s’ingrandisse, mandò -per lettere ed ambasciatori a questo chiedendo lasciasse l’impresa: io -credo altresì che il Duca, sentendosi affranto del corpo e in sullo -scendere della vita, pensasse alla figlia e allo Stato di Milano, -perchè non andasse l’eredità sua in mani fatte inabili a difenderla. -Comunque sia, Alfonso alle replicate istanze del Duca essendo alla fine -rientrato nel Regno, lo Sforza rifatto di genti vinceva il Piccinino -rimasto solo; ma per il verno che sopravvenne tutti ritrattisi alle -stanze, questi raccoglieva intorno a sè nuove genti in gran numero, -perchè molti contestabili o capi inferiori delle milizie venali -abbandonavano il Conte Francesco che non reggeva alle paghe, sebbene -gli aiuti dei Fiorentini non gli mancassero, ma erano scarsi a tanto -bisogno. Così pareva essere il Conte ridotto a estrema ruina, quando -Filippo Maria intervenne per la terza volta a torre la certa vittoria -di mano al prode e infelice suo vecchio condottiere: per subito avviso -e con fallaci speranze richiamava Niccolò Piccinino in Lombardia; il -quale vedutosi tradito dal Duca, e udita la rotta e la prigionia di -Francesco suo figliolo rimasto in Bologna al governo dell’esercito, -moriva lasciando di sè nome di tanto più onorato quant’ebbe più -avverse le sorti, e i servigi da lui prestati all’ingrato Duca rimasti -erano senza premio.[356] Le armi braccesche dopo lui caddero, e lo -Sforza campeggiò solo, con la fortuna più assai di principe che di -condottiero. Incontro al quale il Papa sentendo non avere Capitano -che fosse capace di stargli a fronte, diede ascolto alle molte istanze -che i Fiorentini a lui facevano per la pace. Questa, concordata prima -a Perugia, fu poi conchiusa a Roma dov’era Eugenio tornato nel corso -dell’anno 1444. Parte della Marca rimase al Conte; d’altre vertenze -si fece compromesso in tre Cardinali ed in Cosimo de’ Medici e in Neri -Capponi andato a Roma ambasciatore.[357] - -Il duca Filippo, tra molte sue voglie, da più anni tirava a soggettarsi -Bologna, dove la parte dei Canneschi a lui aderiva; ma questi -essendo stati in quei giorni popolarmente distrutti dopo l’uccisione -che avevano fatta d’Annibale Bentivoglio, e Bologna governandosi -nell’amicizia dei Fiorentini e dei Veneziani, il Duca mandava in -Romagna nuove genti. Cosicchè bentosto per questo e per altri dissidii -e sospetti tra lui ed il genero, si rinnovava la guerra, dov’erano da -una parte Veneziani e Fiorentini e Bolognesi e il Conte Francesco, -dall’altra il Duca e il Papa ed il Re. Non tema il lettore ch’io -voglia descrivergli i vari casi di questa guerra più che non facessi -delle precedenti: al nostro assunto basti notare come lo Sforza, -impedito spesso dall’inopia di danaro, poco facesse, ed i Fiorentini, -che a lui ne davano ma segretamente, si fossero contro tirati una -grande nimistà del Papa. Il quale una volta facea sostenere nel -Castello di Sant’Angelo e sotto il pretesto di certi debiti colla -Camera Bernardetto dei Medici inviato in Napoli al Re: e i Fiorentini -pigliavano sulla via due Vescovi che s’erano imbattuti a passare per -la Toscana; e Cosimo de’ Medici avea consigliato al Conte Francesco -l’impresa di Roma, dove lo chiamavano alcuni Baroni, e perfino -Cardinali ed altri uomini della Corte gli promettevano, se v’andasse, -che il Papa farebbe con lui ogni accordo. Ma indugiò tanto che trovò -Eugenio ben provveduto, e fosse mancanza di danaro o altro, lo Sforza -andato sino a Montefiascone tornò indietro.[358] - -Per tutto questo ai Fiorentini parea male stare, e si chiamavano -abbandonati dai Veneziani, ai quali due volte era inviato Neri Capponi -a fine d’indurli a muovere in Lombardia la guerra. Al che i Veneziani -andavano lenti, di prima essendosi raffreddati con la Repubblica di -Firenze, e cominciando quasi a temere il Conte già come futuro signore -di Milano. Infine avendo i Fiorentini consentito di pagare a mezzo la -spesa della guerra che si farebbe oltrepò,[359] e il Duca trovandosi -mal provveduto di condottieri, andavano prospere le armi della Lega -fin sotto le mura di Milano. Aveva Filippo invano chiesto soccorso al -Re di Francia e al Duca di Savoia: gettavasi allora in braccio allo -Sforza, scrivendogli non volesse egli abbandonare a estrema ruina il -suocero vecchio e cieco. Lo Sforza pareva cedesse a quella preghiera, -confortato anche dal Papa e dal Re che seco praticavano accordi -segreti;[360] ed era con le armi vicino al Po, quando s’intese il -duca Filippo Maria essere morto nel suo Castello di Porta Zobia, a’ -13 agosto 1447. Egli, ultimo della grande e lungamente possente Casa -dei Visconti, aveva trent’anni vessato con guerre continue l’Italia -ed i suoi sudditi e sè stesso: moriva lasciando lo Stato più angusto e -più minacciato di quello lo avesse egli dai progenitori suoi. Fu lode -sua avere con studio incessante impedito l’inalzarsi dei condottieri -dei quali era costretto servirsi; per questo vietava che il Piccinino -facesse acquisto di Stati, e cercò tenere basso lo Sforza benchè lo -avesse già designato a successore. Così la prepotenza dei condottieri -fu in qualche parte diminuita, ma senza che le armi divenissero -più sicure in mano a’ principi o alle repubbliche d’Italia. Avrebbe -Filippo con più antiveggenza adoperato, formando un esercito di fanti -suo proprio; al che il tempo non gli mancò nè il danaro, nè forse gli -uomini a ciò adatti. Allora lo Stato di Milano avrebbe avuto grandezza -solida e durevole, ed egli poteva come gli piacesse col maritaggio -della figliuola aggiugnersi le armi e la mente di Francesco Sforza, o -fare tutt’uno della sua possanza e di quella dei Duchi di Savoia: sì -l’uno e sì l’altro partito poteva essere all’Italia salvamento. Ma era -ciò troppo chiedere all’animo di Filippo Maria ed al secolo, di tali -opere incapaci. Invece la morte di lui, che parve a molti respiro, non -fece che porre di nuovo in sospeso le sorti d’Italia. - -Sei mesi innanzi la morte del duca Filippo Maria Visconti era venuto -a mancare un altro Principe irrequieto e nelle imprese poco felice, -che fu il papa Eugenio IV. A lui succedette Tommaso Parentucelli da -Sarzana, e pigliò nome di Niccolò V per la riverenza ch’egli aveva -a Niccolò Albergati pio ed illustre Cardinale di Santa Croce.[361] -Pontefice buono e savio principe, s’illustrava promuovendo le arti e -le lettere da lui medesimo coltivate; grande amatore della pace, e mal -soffrendo le brighe della temporale signoria allora più che in altro -tempo mai ai Pontefici disputata, si contentava lasciare alle città -indipendenza ed ai Signori la vicaría col solo obbligo di pagare alla -romana Sede un annuo tributo riconoscendosi suoi vassalli. Vissuto ne’ -primi anni in Firenze, dov’era stato ripetitore dei figli di Rinaldo -degli Albizzi e poi di Palla Strozzi, onorava la Repubblica d’un grado -uguale a quello dei Re nelle cerimonie dell’ambasceria che andava a -lui quando fu asceso alla sedia pontificale.[362] Bramoso non d’altro -che della quiete d’Italia, si diede per prima cosa a praticare che -una pace mettesse fine a quelle misere e perpetue guerre, inviando a -tale effetto in Ferrara il Cardinale Morinense, col quale convennero -gli ambasciatori di Firenze e quei di Venezia; e già dell’accordo -si cominciava a trattare,[363] quando per la morte del Duca rimasero -disciolte le pratiche e senza effetto quel buon volere. - -Gli ambasciatori andati in Roma per la creazione di Niccolò V avevano -avuto incarico di recarsi a fare atto di reverenza al re Alfonso che -dimorava allora in Tivoli.[364] Ma intanto che i Commissari fiorentini -per la pace erano in Ferrara, la Signoria ebbe avviso di certi -movimenti che si vedevano sui confini inverso Roma; poi dell’essere -una mano di soldati all’improvviso entrata in Cennina, castello del -Valdarno superiore, gridando _Aragona_. Era il principio d’una guerra -che il re Alfonso muoveva contro alla Repubblica di Firenze; entrato -in Toscana con sette mila cavalli e molto numero di fanti, e avendo -cercato la congiunzione dei Senesi che solamente gli consentirono la -vettovaglia pe’ suoi soldati, volse il cammino inverso Volterra, ed -occupati Ripomarance ed altri castelli, parea disegnasse per la Val -d’Era entrare nel Pisano;[365] ma invece poneva assedio a Campiglia, -dove incontrata difesa valida, andò con l’aiuto dei Conti della -Gherardesca alla espugnazione d’altre terre della Maremma di Pisa. -Quindi, per essere entrato l’inverno, poneva il campo sulla marina, -tenendo il colle dove in antico era la città di Populonia: giace -quivi appresso Piombino, sul quale Alfonso avea gran disegni, ed io -credo che fosse il fine di tutta la guerra. Del Reame di Napoli era -debolezza il non poterlo difendere che fuori del Reame, come si vidde -in ogni età pei tanti eserciti che appena entrativi lo ebbero subito -conquistato. E Alfonso, ch’era uomo di grandi concetti, io non dubito -cercasse di farsi uno scalo nell’Italia superiore, al quale effetto -gli era Piombino luogo tra gli altri opportunissimo. Rinaldo Orsino ne -aveva allora la signoria, tenendo in moglie una donna degli Appiani; -uomo di guerra, chiudea le porte al Re infestandogli le provvigioni -per via di mare. Pareva la guerra dovere essere molto grossa: capitani -per la Repubblica di Firenze erano Gismondo Malatesta e Federigo da -Montefeltro conte d’Urbino, che si rendè chiaro nelle arti di guerra -e di pace fra tutti i Principi di quel secolo; discordi tra loro, -gli contenne la prudenza dei due già bene sperimentati commissari -Neri Capponi, che prima era andato a Venezia,[366] e Bernardetto de’ -Medici.[367] Restaurarono, sebbene si fosse nel cuore del verno, -la guerra e riebbero molte perdute castella in quel di Pisa e di -Volterra, essendosi Alfonso ritratto a svernare nelle terre della -Chiesa; ma in quel frattempo tolse ai Fiorentini Castiglione della -Pescaia, che riuscì perdita molto grave. Venuto innanzi a primavera, -si affortificava sotto Piombino, e teneva il mare dal quale venivano -all’esercito i fornimenti; per il che la Repubblica armò galere, ma -per miseria (come scrive Neri) poche e non bene in punto da stare a -petto a quelle di Aragona. Pure condussero in Piombino trecento buoni -soldati e polvere ed armi: quattro però, che recavano le provvigioni -all’esercito, furono prese o sbaragliate da quelle del Re, le quali in -quel mezzo aveano pigliato l’isola del Giglio. Per terra nessuna delle -due parti s’arrischiava frattanto a combattere; e tutte due stavano -male, il Re avendo attorno l’esercito fiorentino sparso nelle macchie -di Campiglia,[368] e questo soffrendo per la mancanza del vino, ristoro -ai soldati necessario in quei luoghi, l’estate essendo sopravvenuta. -Laonde si venne ai ragionamenti di pace, ed a tal fine Bernardetto si -recò al campo del Re; ma questi voleva innanzi tutto che la Repubblica -gli abbandonasse Piombino; il che essendo recato a Firenze, molti -parevano consentire. Ma Neri, venuto dal campo, mostrò quella pratica -essere un tizzone di fuoco che da qual parte si pigliasse bruciava la -mano: pericoloso lo stare in campo, dove i soldati già per l’inopia si -sbandavano: ma il Re con la pace acquisterebbe reputazione e Piombino; -e rimanendo (Neri disse) vicino nostro, poteva torre a noi tutto il -contado di Pisa per la mala disposizione del paese; e tolto il contado, -non saremmo noi atti a difendere Pisa, essendo lui potente in mare ed -in terra. Fu vinto per vent’otto fave sopra trentasette, non venire a -pace se non si salvasse il Signore di Piombino; il quale pigliarono in -accomandigia, dandogli mille cinquecento fiorini al mese. Infine il Re, -che aveva provato con molte bombarde grosse e mangani e con replicato -assalto d’avere Piombino per forza, facendo quei di dentro buona -difesa, e molti essendo infermi dei suoi o morti, e avendo i cavalli -in disordine, deliberò partirsi innanzi giugnesse Taddeo dei Manfredi -da Faenza di nuovo assoldato dai Fiorentini con mille dugento cavalli -e dugento fanti. Tornò nel Reame Alfonso come rotto e malcontento, e -promettendo con molte minacce maggiore assalto a primavera. Ma l’anno -seguente 1449 passò in Toscana senza guerra.[369] - -La successione del duca Filippo Maria, sebbene avesse pretendenti -i Duchi di Savoia ed i Reali di Francia ed il re Alfonso, tutti -aspettavano che andasse a Francesco Sforza.[370] Ma la città di -Milano volle fare prova di governarsi da sè per via d’un Senato di -nobili avvezzi alle albagìe dei castelli ed all’ossequio delle Corti; -e chiamandosi Repubblica, mandò dicendo ai collegati che, morto il -Duca, era cessata tra essa e loro ogni cagione di guerra. Intanto però -le altre città del Ducato, una volta che Milano s’era fatta libera, -diceano venire di conseguenza che tornassero libere anch’esse: così -lo Stato si discioglieva, e le cose nella Lombardia quasi parevano -ricondursi al punto dov’erano tre secoli addietro. In questo Venezia, -dopo avere trastullato i Milanesi più tempo, rifiutò la pace, -deposto ogni velo alle ambizioni; ed io per me credo quel patriziato -orgoglioso, quanto più sentiva avere in sè del sangue latino, tanto -più si reputasse chiamato a raccogliere in questa Italia, divisa ed -incauta, l’eredità dell’antica Roma. Parve male al Conte Francesco -che il premio sperato gli venisse innanzi quando egli era men atto a -ghermirlo; ma pure volendo frattanto legare a sè i Milanesi in quel -modo che poteva, consentì ad essere Capitano di quella Repubblica. -Piacenza e Lodi s’erano date ai Veneziani: lo Sforza avendo a sè tirato -con altri condottieri i due Piccinini, rivali perpetui delle armi -sue, ed assicuratosi di Parma, costrinse il nemico di là dal fiume -dell’Adda. Pavia, antica città regale e insofferente d’ubbidire ai -Milanesi, accettò lo Sforza per suo signore; questo era un primo passo -e un segnale che egli dava. Non volle commettersi con le armi francesi -venute innanzi ma in poco numero, e mandò contr’esse Bartolommeo -Colleoni, già chiaro in guerra, che facilmente potè respingerle; ed -egli intanto andato della persona sua contro a Piacenza, con la forza -delle artiglierie l’espugnò, avendola poi abbandonata a saccheggio -crudele inaudito, e tale che per sempre ne fu disertata quella misera -città. Quindi recatosi oltre l’Adda ed afforzatosi in Caravaggio, -ottenne per l’imprudenza dei Veneziani intera vittoria, prima avendo -bruciato un grande naviglio di quella Repubblica nel fiume del Po. - -Venezia così pagava la pena de’ suoi scaltrimenti, ma non gli cessava. -Sapea la Repubblica dei Milanesi avere trattati col Duca di Savoia, -col re Alfonso e con quel di Francia: d’Alfonso temeva che la guerra -male riuscitagli in Maremma volgesse sul Po; i quali timori allo -Sforza erano comuni, com’era comune la necessità delle cautele, perchè -la vittoria lo aveva affralito, dei condottieri che aveva seco non -si fidava; ed il Senato dei Veneziani poteva credere, con dare a lui -mano, dividere poi le spoglie, e ridurre la Lombardia in brani, se -torre di mano allo Sforza non potevano l’eredità dei Visconti. Quegli, -fidando in sè stesso, consentiva intanto d’avere Milano con l’armi e -con l’oro della Repubblica di Venezia, e innanzi la fine del 1448 un -trattato fu conchiuso in Rivoltella a questo effetto. I Milanesi a -grande ragione lui chiamarono traditore, ma lo Sforza andava diritto -allo scopo; Piacenza, Tortona, Alessandria, Parma erano venute in -sue mani, e poi Vigevano per lungo assalto fortemente sostenuto dai -cittadini; il Colleoni aveva rotto i soldati di Savoia, sebbene a -combattere più duri di quello che fossero gli Italiani. Ma la guerra -tirava in lungo, e le forze della grande città di Milano non erano -esauste: parve allora ai Veneziani che fosse da cogliere il punto, e di -nuovo mutando lato ed accostandosi ai Milanesi, notificarono al Conte -Francesco un trattato al quale essi lo consigliavano di accedere, per -cui ritenendo egli Pavia e Cremona e tutti gli Stati sulla diritta -del Po, alla Repubblica milanese rimarrebbero Como e Lodi, e quel che -avanzasse tra l’Adda e il Ticino dell’antico principato dei Visconti. -Il Senato di Venezia mostrò questa volta troppo allo scoperto quel -ch’egli volesse; e il Conte, vincendolo d’accorgimento, facea le -viste di acconsentire, lasciando anche i Veneziani impadronirsi di -Crema, secondo era nel trattato: raccolte le genti a svernare in buoni -alloggiamenti, lasciavasi aperti gli sbocchi a Milano dov’egli impediva -l’entrata dei viveri. Dentro erano grandi le divisioni; alcuni nobili, -ch’erano appellati ghibellini, volevano porre un governo temperato in -mano allo Sforza, ma furono uccisi essi e poi lo stesso ambasciatore -veneziano per sedizione. Allora una turba, che si chiamò popolo, invase -il governo ma tenere non lo sapeva; e già la fame avendo condotti a -disperazione i cittadini tumultuanti, fu ordinato deliberare in grande -congrega sopra le sorti della città: gridarono tutti piuttosto al Gran -Turco o al demonio che allo Sforza. Ma quando un Gaspare da Vimercate -osò pronunziare questo nome che teneva da prima in serbo, e dimostrato -non essere altro da fare, o altrimenti Milano sarebbe mancipio a -Venezia; tutti consentirono. Il giorno dipoi, ch’era degli ultimi del -febbraio 1450, sebbene avesse Ambrogio Trivulzio opposta invano qualche -resistenza sulle porte, faceva lo Sforza entrare in Milano i suoi -soldati carichi di pane che per le vie distribuivano: v’entrava egli -stesso nei giorni seguenti, e tra feste e plausi dei satolli cittadini -facea proclamarsi Duca di Milano.[371] - - - - -CAPITOLO III. - -AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO -CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.] - - -In tutti i fatti che precederono troviamo, al dire degli storici -e nelle memorie di quel tempo, Cosimo dei Medici avere tenuto con -Francesco Sforza costante amicizia, ma nei Consigli della Repubblica -non sempre palese, e quindi sospetta popolarmente o mal gradita. -Quando poco innanzi la morte del duca Filippo Maria faceva lo Sforza -deliberazione di soccorrerlo, rompendo la fede alla Repubblica di -Venezia, racconta l’istoriografo di lui Giovanni Simonetta, che lo -avesse molto esortato a quel partito Cosimo, al quale solea confidarsi -delle cose più segrete, molto ascoltando i suoi consigli.[372] E già -prima di quel tempo troviamo sussidi mandati allo Sforza, ma scarsi -perchè difficili a vincere nelle pubbliche deliberazioni; talvolta -dal Medici dati in segreto e privatamente, o con rivalse sul pubblico -erario nel quale aveva egli le mani. Certo è, che tra due i quali -intendevano a signoria personale era concordia necessaria; e colui che -aveva attraversato in Firenze e infine distrutto un governo d’Ottimati, -non potea molto essere amico alla Repubblica di Venezia: la quale -in quegli anni avendo dismesso con l’arengo (arringo) sin’anche le -ultime apparenze popolari, sdegnava l’antica appellazione di Comune, -sè stessa chiamando la Signoria di Venezia, e tutto lo Stato a lei -suddito, il dominio.[373] Queste erano cose che state sarebbero odiose -in Firenze, e Cosimo andava per opposta via: ma oltre alla essenziale -contrarietà del principio che informava il Governo suo, Venezia con le -armi invadeva quelle che avevano nome d’italiche libertà; nè termine -si vedeva alle ambizioni di lei, siccome non era in quella perenne -diuturnità di volere, la quale a Venezia non cessava mai per caso di -morte o per mutazione di signore. - -Per questo non voglio io a Cosimo fare colpa se Francesco Sforza -gli parve essere utile contrappeso, atto a contenere in Lombardia -la minaccia delle venete aggressioni. L’Italia oramai più non aveva -nè guelfi amici e fautori delle popolari libertà, nè Papi nè Re di -Puglia che a quelle si dicessero patroni; nè più all’incontro avea -ghibellini che fossero braccio agl’Imperatori di Germania. Ma quante -città o quanti popoli si tenessero tuttavia liberi, non più essendo -tra loro amicati o non più divisi da un grande pensiero a molti comune, -temevano l’uno dell’altro le forze, combattendo chiunque mirasse alla -formazione di uno Stato che soggiogasse i piccoli e sopra tutti gli -altri prevalesse. Di questo pareva che fosse capace sopra ad ogni altro -Venezia: poi v’era Napoli, che per cento anni partita in sè stessa, -ora alle mani di un Re forte ambiva conquiste nel cuore d’Italia; e già -si erano vedute spuntare nei Papi le ambizioni principesche. In mezzo -a questi Francesco Sforza, grande capitano, prudente signore, parea -necessario a quell’equilibrio che allora formava la politica sapienza -dei migliori uomini in Italia. - -Affermano tutti, che a Neri Capponi spiacesse quel torsi dall’amicizia -dei Veneziani e fare in Italia grande lo Sforza; questa opposizione -di Neri ai consigli i quali prevalsero, accennata da Giovanni -Cavalcanti,[374] veniva illustrata con amplie parole dal Machiavelli. -Bene vedevano cotesti ultimi difensori d’una Repubblica temperata, -quella essere piuttosto consorteria che amicizia, ed a Cosimo piacere -come un aiuto a conseguire meno impedita dominazione. Sappiamo che il -buono Giannozzo Manetti stava ancor egli perchè si mantenesse l’antica -lega coi Veneziani,[375] la quale non era nelle apparenze sciolta per -anche; e la Repubblica di Firenze ad essi mandava dopo la rotta di -Caravaggio due mila cavalli, che nulla fecero; ed è poi da dire, che -subito dopo Venezia e il Conte si accordarono. E Neri, che avrebbe -voluto salvare quanto più di libertà fosse possibile, accettava poi le -condizioni che i tempi facevano: la forza sua era nella politica di -fuori; dentro, al bisogno si arrendeva. Ricusò d’andare ambasciatore -allo Sforza quando egli muoveva in aiuto di Filippo;[376] ma due -anni dopo abbiamo da certi documenti essere egli stato fautore del -dare sussidi al Conte contro ai Milanesi, in ciò accostandosi ai più -stretti amici di Cosimo, sebbene degli altri il maggior numero si -opponesse.[377] - -Cosimo andava, quanto era in lui, diritto al segno: ma non è da -credere che fosse egli padrone della Repubblica, dove i Consigli -a voti liberi procedevano; e lo studio faticoso da lui adoperato -a guadagnarseli non bastava sempre, o le pubbliche lagnanze lui -facevano circospetto. Odiosissime riuscivano le prestanze imposte a -fine di somministrare danari allo Sforza insino da quando venivano -dati perch’egli continuasse a tiranneggiare nella Marca; e molto più -poi quando nell’anno 1447 si voltava questi alla difesa del Visconti, -nemico antichissimo della Repubblica di Firenze. Troviamo gravezze fino -a ventiquattro per volta, distribuite ad arbitrio dei ponitori: Cosimo -anticipava sovente il danaro, rifacendosi sulle prestanze o sulle -entrate della Repubblica. Lo Sforza chiedeva trentamila ducati per -passare in Lombardia; i Veneziani si opponevano, e ne’ Consigli non si -vinceva. Cosimo fece porre una legge perchè si riscuotessero i crediti -arretrati del Comune, e i deputati a ciò avevano a collo i trentamila -ducati che furono messi fuori da Cosimo rimasto padrone della -riscossione; e le casse delle porte si andavano a vuotare in casa sua. -Più tardi aveva egli imprestato all’amico suo cinquantamila fiorini; -ottenne che fossero a lui donati dalla Repubblica, dicendo sarebbe -quella chiesta il fine di tutte le chieste;[378] e siffatti modi più -altre volte si ripetevano. Ma quando una legge era proposta d’immunità -a chi tornasse e che venisse a stare in Firenze pagando quattro -fiorini l’anno a testa, si oppose Cosimo, allegando che sarebbero -tornati i fuorusciti nemici suoi; e quella legge, che pure a molti -pareva buona, fu rigettata. Più che avanzava egli nell’arbitrio e più -si rendeva odioso a molti: dicevano ch’egli si valeva del danaro per -inalzare edifizi, o sotto pretesto di religiosa pietà o per sua propria -magnificenza:[379] una notte gli fu imbrattato di sangue l’uscio di -casa sua. - -Per assicurarsi dello Stato, facevano sempre il Gonfaloniere a mano ed -anche i Priori. Abbiamo un esempio dei modi tenuti allora in Palagio, -che giova esporre succintamente. Per gli ultimi due mesi dell’anno -1448 erano rimasti d’accordo che fosse Gonfaloniere Agnolo Acciaioli, -uno dei primi del reggimento. Sapeasi volere egli promuovere dure cose -d’esilii e d’altro; e Neri di Gino, ch’era uno degli accoppiatori, -voleva il contrario. Mancavano soli due Priori a fare; disse Neri: -«Io voglio esser io, o uno di chi mi possa fidare.» Fu eletto Pandolfo -Pandolfini, giovane di grande animo. S’accozzava egli nel priorato con -tre altri ch’erano dei migliori, i quali insieme segretamente, perchè i -Priori molto erano vegliati, sagramentarono di non rendere mai le fave -loro se non d’accordo. Una mattina il Gonfaloniere, fatta serrare la -porta del Palagio, propose una legge, che niun partito valesse se il -Gonfaloniere non fosse presente e non ci fosse il voto suo: Pandolfo -si oppose, e perchè dei nove voti ce ne volevano sei a vincerlo, stando -ferme le quattro fave giurate, lo impedivano. Vinto a caso, e approvato -da’ Collegi, andò al Consiglio, e quivi i medesimi oprarono fosse -imbiancato, sebbene il Gonfaloniere facesse più volte rimettere il -partito. Ma non posarono gli autori di quel disegno, e praticavano che -molti fossero confinati; diceano volere acconciare le cose in modo che -non ci avessino più a pensare: del che era grandissima nella città la -paura, e mandavano in Palagio a supplicare i quattro perchè tenessero -il fermo: vi andava più volte il buon libraio Vespasiano da Bisticci, -dal quale abbiamo questo ragguaglio; e dice che molti furono salvati -allora, e che fu gran beneficio alla città recato dai quattro onesti -Priori.[380] E vero è poi che per cosiffatte resistenze i cittadini -tra loro non si nimicavano tanto da rompere quell’usata bonarietà di -costume che non mai cessava nella città popolana. L’Acciaioli e Cosimo -stesso rimasero amici al Pandolfini; e si manteneva tra essi e Neri -quella unione della quale fu riprova un fatto che abbiamo lasciato -addietro, ma che ora giova un poco a minuto narrare, per indi tornare -al filo dell’istoria nostra. - -Ucciso Annibale Bentivoglio, ma rimasta vincitrice (come s’è detto) -la parte sua, grande era in Bologna la devozione a quella Casa, -della quale rimaneva solo un fanciullo di sei anni. Ora avvenne che -trovandosi ivi Francesco che era stato Conte di Poppi, raccontava -come venti anni prima Ercole Bentivogli zio d’Annibale, dimorando in -Casentino, avesse avuto dimestichezza con la moglie d’un Agnolo da -Cascese, dalla quale nacque un figlio di nome Santi, che tutti dicevano -essere figlio d’Ercole, e la somiglianza ciò confermava; tantochè -essendo ito a Bologna il fanciullo quando vi si riduceva il Conte -di Poppi, Annibale gli aveva detto _tu sei de’ nostri_. Essendo poi -Agnolo e la moglie sua venuti a morte, il fanciullo tornò a Firenze, -dove esercitava l’arte della lana in una bottega nella quale Antonio -da Cascese suo zio gli avea fatto un capitale di fiorini trecento e -lo avea molto raccomandato a Neri Capponi. A questi ne fece le prime -parole Agnolo Acciaioli un giorno mentre erano insieme a diporto, -domandandogli se avesse egli bramato resuscitare, qualora gli fosse -ciò stato possibile, Annibale Bentivoglio ch’era tanto amico suo. E -pigliando Neri la cosa in motteggio, l’altro gli espose tutto il fatto, -e gli disse come la parte bentivogliesca essendo rimasta senza capo, -taluni in Bologna erano entrati in gran desiderio d’avere questo Santi -perchè reggesse la parte, ed avesse cura del fanciullo sinchè non fosse -in età. Rispose Neri ch’ell’era cosa molto da considerare sì rispetto -al giovane e sì per sè stessa: ma essendo molti venuti a vedere Santi -e accertatisi della somiglianza e guardandolo con affezione grande, -consentiva Neri di farne motto a lui, che a prima giunta se ne turbò -per la vergogna della madre. Ma i Bolognesi facendo maggiori istanze, -furono insieme Agnolo e Neri con Santi in casa di Cosimo dei Medici, -il quale dopo altri ragionamenti disse al giovane: «Vedi, se tu sei -figliolo d’Ercole, la natura ti tira in Bologna alle grandi cose; ma -se tu sei figliolo d’Agnolo da Cascese, tu te ne starai in San Martino -alla bottega: però io non ti conforto nè ti sconforto ad andare, -ma dove ti tira l’animo; sarà quella vera sentenza di chi tu sia -figliolo.» Soprassederono più mesi e aveano rimessa la cosa in Neri, -il quale quanto più larghezza gli concedevano, tanto più sentendosi -obbligato a dargli il consiglio fedele e migliore, tenea la sentenza -sospesa. Ma infine essendo Neri per le ambasciate a Venezia passato -più volte da Bologna, lo pressavano fino a dire che se il giovane -venisse loro negato, lo toglierebbero per forza. Neri, accertatosi del -loro buon animo, confortò Santi a commettersi alla fortuna e andare, -dicendogli: «Io che sono in Firenze non dei minori e da dovermi -contentare quanto niun altro cittadino, e anche ben voluto; se mi -volessero in quel luogo non come figliolo d’Ercole ma come figliolo -di Gino, io v’anderei ad essere loro partigiano e capo; perchè ivi si -poteva dire d’avere a disporre a suo volere di quella città, la quale -era una delle otto maggiori d’Italia; e a Firenze si aveva a pregare -con grande umiltà a volere una piccola cosa non che una grande.» -Mandarono quindi con grande onore a pigliarlo, e menatolo a Bologna con -festa, lo misero in casa d’Annibale ed al governo della città, il quale -poi tenne sino alla morte felicemente.[381] - -Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato -di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi -maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con -Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di -Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza -per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero -incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo -Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole -al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le -apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche -covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti: -Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca -sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di -questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini -ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso -procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore -di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e -perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse, -Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse -da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala -voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a -dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano -fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia; -ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique -condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia -che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore -di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio -ciaschedun anno una coppa d’oro.[383] - -Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze -tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro, -s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il -vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia. -Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia -ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in -Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi -Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del -grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna. -Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini, -questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono -ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare -senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati -loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo -dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna -volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria -Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei -Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze, -quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero -soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali -ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i -Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il -greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini; -ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei -dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un -popolo di Cristiani.[384] - -Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa -d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima -chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I -due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e -ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni -ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva -alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella -età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato -nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna, -dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in -Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in -Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare -ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati -in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato -l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in -lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine -Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome -di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze -grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali -chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare -il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla -austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse, -non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna -il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno -aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei -predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta -titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di -Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero. - -Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio -dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza; -ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva -alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di -Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana: -dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a -ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là -Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava -Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato, -s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto -di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin -presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito -dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi, -bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo -il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro -Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono -le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte -di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida -resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla -Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di -successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi -non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma -Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano, -mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che -dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu -sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto -dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno -tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo) -al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio -possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui; -ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante -avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio -Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza -chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse -conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in -vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti. - -E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne -a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con -intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè -avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder -pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano -in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza -che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto -quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non -pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte -dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime -parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo -Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo -Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della -parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole -erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva -la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre -volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non -era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già -si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo -VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia; -concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento -cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e -quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di -Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia; -laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia, -e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne -che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la -guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di -pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse -l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il -Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato -voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase -in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni, -che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga -dimora in Firenze. - -Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti -restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi -aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella -difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero -greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del -nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio -per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano -tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e -scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa: -chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non -aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in -Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra: -molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi -per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle -quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli -Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici, -i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la -quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche -affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo -modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per -mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in -Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale -tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le -cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia -dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi -aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò -gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo, -che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva -l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in -pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari -a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima -che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre -ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso -dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza, -serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391] - -Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo -Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo, -essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti. -Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto -muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei -potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo, -com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di -preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo -fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare, -del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e -fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e -del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò -nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice -Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici -sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima, -e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri -Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei -Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano -avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi, -e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui -cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392] -A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la -Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo -frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze -contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero -di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione -mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui -la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila -fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti -di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di -altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso -venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era, -esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto, -e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393] - -Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della -Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata -presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il -quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava -più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le -spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila -ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di -cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta; -cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di -regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi -gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti -al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa -era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi -avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè -molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo -Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano -disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze -malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero -anch’essa delle Case favorite.[396] - -Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di -Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii, -imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila -fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi, -Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in -più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto -per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti -sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta -una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo -veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne -tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale -cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato -autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi -due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma, -dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero -ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si -lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per -le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori; -onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua -fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava -ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli -diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende -sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi, -a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella -infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne. -Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della -gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto -che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato, -senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il -Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di -suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa -di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze -timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria -dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri -con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al -vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi -allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a -termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male, -tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il -papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi -dimorando infino al termine della vita.[399] - -Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano; -ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande -allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà -poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di -libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse -valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e -infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una -sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio -dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in -altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli -antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati -col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come -allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta -la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì -pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi -obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente, -ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi -essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed -egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri -poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura, -create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari, -i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni -senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui -ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i -quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito, -e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della -padronanza e in molte cose gli soverchiavano. - -Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora -venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo. -Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè, -godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi, -frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già -fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento -alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a -lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi -a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine -di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto -lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire -l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare -apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da -lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E -ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose -quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto -a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in -cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che -io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi -tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica. - -Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava -dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era -avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso -vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con -la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui -uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si -alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo -da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma -non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così -tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del -quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe -più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto -l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre. - -Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di -quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa -fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura -nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore -fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava -con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai -volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste -in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di -terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non -piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti -di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto -ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di -miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e -passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono, -andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti -miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra; -s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole -era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi -tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di -saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si -trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie -rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti -portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra -discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran -ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le -case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo -era ingombro di sparse ruine.[405] - -Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di -quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè -gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale -avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano -e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano -sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti -di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici, -sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione -dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le -denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che -l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti -ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove -perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma -disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore -di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo -Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre -al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a -favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità, -dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici -dipartirsi.[407] - -Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di -quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava -di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli -Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che -essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi -schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito -per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali -disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei -Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non -passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per -ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto -ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde -nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza -volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui -più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi -violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande -ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei -Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano -la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di -vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi -messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con -meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò -quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e -richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò -due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli -dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla -Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in -Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre -condanne, moriva nel carcere. - -Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse -fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo -venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era -Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del -fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era -Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da -lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento, -e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa -trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare -lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue -case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette -anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio -degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli -uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i -confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto, -o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino -all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi -per sentenza del Capitano decapitati.[410] - -Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle -esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi -ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era -in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte -mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire -a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il -capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia -ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la -forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause -civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due -al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero -con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli -Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto, -quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo -la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone -dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto -Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero -che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento; -rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi, -vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei -Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori -delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti -contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di -Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome -ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse -da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai -murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa -il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni -che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia -ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente, -vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia -della città. - -L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e -da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che -è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati. -Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di -pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della -quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi -ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato, -cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità -fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia -inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un -miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava -quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella -che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale -edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia -sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e -dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè -fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli -altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica -nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta. - -Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva -dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale -Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in -addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui -ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne -a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in -letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè -per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per -salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea -Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto -l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di -Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere -con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu -cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta -a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano -avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la -signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e -dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di -Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero -dopo. - -Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi -a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi -cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi. -Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio -primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di -Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima -ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al -giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli -e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove -furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi -e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo -animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio -dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il -nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a -foggia di non so quale divinità.[416] - -Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo -e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura -piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417] -largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo -in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione -degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa -insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo -ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia -Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino; -dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le -spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate -all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse -quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro -fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso -in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito -che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia -regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai -le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni -carico d’amministrazione. - -Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato -sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani -la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei -Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva -strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di -Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i -Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle -sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava -in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della -cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo, -vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa. -Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e -volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina -mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano -a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu -anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il -Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella -morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita -affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era -in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421] - -Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e -vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima -aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello -che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero -con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza; -e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero, -impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più -anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare -per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca -famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico -e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto -nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità -finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di -quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento -anni i suoi Granduchi. - -Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie -solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti, -e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti -potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città -guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della -Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il -corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura, -magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità. -Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza -ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro -egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto -ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai -suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le -malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe -grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori -lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche -si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava -famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le -usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori; -ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due -figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza -tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al -suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in -molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto. -Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande -aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo -fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed -avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna -una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424] -Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle -liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi -molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo -tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto -Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel -Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati. -Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo -egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna -volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di -avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli -edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a -Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo -com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli -Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il -Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante; -rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da -quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la -Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco; -sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo; -nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò -altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in -Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri -pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico) -perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva -dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri -debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città, -non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma -gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon -fondamento alla grandezza di Casa sua.[425] - -S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si -esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già -veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro -gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a -casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto. -Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè -si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente -trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini -e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce, -volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi -ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara -promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi -che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro. -Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina, -benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo -sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca, -la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse -un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di -codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo -Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri, -sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie -ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano, -e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non -esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed -il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di -Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto -col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al -quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola -fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più -elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso. - -Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi -ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie; -la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione -delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta, -dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere -nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte -della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti -pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato. -Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace, -nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase -dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte, -nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio -comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere -in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare -liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali -non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei -suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella -fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che -il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli -avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal -punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo -di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria -di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad -ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo -proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più -onorata quanto era più cittadina. - - - - -CAPITOLO IV. - -PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.] - - -Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si -reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori, -pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della -fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi -e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi -provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni, -Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento -da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma -dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini; -Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e -contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi -tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo -volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo -l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un -altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla -de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi -di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli -Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo, -questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla -restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano -alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si -fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi -dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè -medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande -mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e -amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro -Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo -dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio -male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo -bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse -con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato. -Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i -calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse -a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati -giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni -disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità -di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè -ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere -riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’ -traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore, -che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il -quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace -e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la -ruina di quella Casa. - -Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere -Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare -lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui -e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già -vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente -cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella -Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni -ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le -forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono -manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò -del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio; -e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si -tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano: -non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza -da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età -ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano -a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue -infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano, -che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di -sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto -apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il -pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane -e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465 -le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati -ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero -fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla -sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale -consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il -Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428] - -Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di -quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con -modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde -fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per -via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto -a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli, -avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima -cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata -diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi -volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi -l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri -dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi -egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di -tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla -scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche -pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto -amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla -sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche -delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere -creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo -dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga -opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato -il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette -averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo -fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere, -senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429] - -Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di -Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466, -parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio -la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al -Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri -la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica -e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa -superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e -Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la -lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re -di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re -si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato -d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale -Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto -apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo -Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio -parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo -avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli -stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia -soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai -suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed -era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando -essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al -figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie -per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi -Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al -tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte, -ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava -nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza. - -La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni -e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze -della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello -Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’ -Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come -s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in -prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città. -Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza -vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca -per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici -e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere -l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo -ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva -d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il -figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di -scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza -del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo, -il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene -promesso, mai pei Consigli deliberato. - -Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più -manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano -l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare -qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero -giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete -combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti, -come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non -bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio: -Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per -essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire -d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la -Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani -deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi -de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito -nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con -esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che -una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano -intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace -era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi. -Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria; -ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e -che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia -e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche -speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer -Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di -aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era -succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome -di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era -poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi, -ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti -di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile -per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti -come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa -al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non -poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere -gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e -dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora -neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia -di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di -Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano -quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di -San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla -potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova -andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo -all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di -Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco -più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto, -sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini: -tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni -tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste -cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al -Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze -essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella -sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace -d’Italia. - -A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi: -fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale -non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace -col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo -Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta -co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano -anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo -fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati -nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli -di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi -Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca -Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai -mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando -tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto -la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e -la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a -cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale -dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle -parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile -innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna, -ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua -lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale -con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava -Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando -per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici -che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del -Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse, -comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e -quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti -a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a -Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso -che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero -a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto -altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava, -secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente -per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che -il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal -contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria -parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di -fanterie, ed in gran pericolo. - -Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi -alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio -i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio, -che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este. -Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse, -ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie -civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere -più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma -tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case -ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici -si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero, -siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere -i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si -dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che -taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in -su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado, -e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria, -che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli -senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo -partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la -plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole -di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua -casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta, -non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un -tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle -seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva -maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo; -e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli -occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo -che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti -animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua, -ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in -presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero -a cadere. - -Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte; -la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non -senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i -giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero -essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la -porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza -grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi -d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il -popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi -che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si -studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa -a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo, -uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che -per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso -furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a -Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini -in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci -fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande -processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli -Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri -che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano -le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi -del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo -conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido -Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere -con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini -tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa -l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario. -Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed -abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a -lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già -fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio -ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene -reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che -l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439] - -I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed -essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica -assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al -mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse -perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la -Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose -mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero -con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la -Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e -per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in -esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una -sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli -potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere -lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva -Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia; -ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene -già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’ -condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava -strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in -quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli -altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo, -standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi -grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le -condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere -la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità -di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste -cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva -ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare -in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la -quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto -suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli -più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi -dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo -nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca -affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero -venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a -lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio -dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi -la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un -esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da -Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca -di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i -Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente -esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al -Piccinino, alcun altro condottiero. - -A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca -di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti, -fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il -quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui -si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella -dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di -Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli -Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città -ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella. -Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il -Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso, -nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con -bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli -recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse -l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e -riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero, -con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria, -ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il -Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso -molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e -perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa -la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in -lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo -oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento -nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila -cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e -consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani -dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti, -avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e -perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle -galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono -al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e -dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque -nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse -all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di -sollevare la Riviera contro il Duca di Milano. - -Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un -Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe -parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno -Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo -(gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete -gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste -la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i -capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste -potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma -la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di -voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver -messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene -offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste. -E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete -che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere -ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava -a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è -stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con -questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia, -e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa, -che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra -continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere -Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto -ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non -è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che -io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con -voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così -tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno: -e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo -riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per -i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai -banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e -qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava -come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori -hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene -fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non -conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo -nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino -mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più -pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto -il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti. -Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico. -Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la -sbaragliate; _dubius est eventus belli_. Non vi potete scusare che non -siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad -altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il -Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto -più mi dite, tanto men vi credo.[445]» - -La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro, -prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini; -i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in -Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano -istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca -nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose -avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere -per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo -non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che -egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto -quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini -ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare -sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale -vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato -sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio -delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente -restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere -egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era -costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla -avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano -ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano, -pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e -imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che -ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo -Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa -in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati -d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò -andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega -universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto -che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e -intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del -pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini -s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento -mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche -per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero -a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come -se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte -incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse -la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma -quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via -la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e -questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio -seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco -di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione -andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la -linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in -breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte -d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla -Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con -molto onore del nome suo.[448] - -In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per -trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze; -che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella -della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma -i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano, -o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a -sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato -ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi, -perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse -avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti, -uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo -nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte -cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi -agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era -venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di -Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da -Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il -dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati -a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando -i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro -e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati -un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a -libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il -Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della -terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende -Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il -poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano -ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli -fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di -fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in -Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono -decapitati.[449] - -Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici -ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza -ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva -Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che -la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo -padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare -dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo -della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio -credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo -Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di -principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che -fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo, -il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi -frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e -splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo -che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in -Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in -Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli: -«ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone, -e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che -s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone -de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza -di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose; -lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66, -e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come -uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera -amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero -da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi -anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino -e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare -il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore -scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane -Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei -tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista -Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In -casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano -capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona -che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo -a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della -materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse -pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida -incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi -e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più -che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso -schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo -il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia -del signor Iacopo Orsino, _ovvero_ (scrive egli in certi Ricordi) _mi -fu data_. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata -a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale -era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia -signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive -lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale -trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di -colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un -elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non -egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in -lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente -dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la -Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469. - - - - -CAPITOLO V. - -GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI -VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.] - - -Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi -molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato -di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella -città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè -dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso -Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più -autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle -sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la -Repubblica. Scrive Lorenzo nei _Ricordi_, come a lui andassero, «il -secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a -confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto -i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua -giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e -solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a -Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a -sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran -nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di -Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il -pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi -però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito, -notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno -a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi -i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne -capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma -fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura -più quieta e animo dedito ai piaceri. - -Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici -frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte -battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto -recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità: -di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto -familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da -messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo -d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca; -il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme -alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re -di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in -mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze. -Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti -per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e -di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e -cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani -e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio -della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena -di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento -ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era -grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la -Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi -in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune. -Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni -sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di -Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa -Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e -i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede -in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella -veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia, -si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto -a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia -del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie -deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto; -del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove -si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta, -che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che -senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della -Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la -città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene -ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui -parole del Machiavelli. - -In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I -Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano -fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal -34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i -quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per -anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta -provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel -quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi -veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni -modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la -scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte, -formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno -dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che -si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii -di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello -del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea -fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei -Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata -per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori; -al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era -di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani -e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli -squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora -per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali -dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in -sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non -fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma -vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma -popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla -prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle -ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni -delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e -castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che -pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;» -perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care -all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio -dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio -delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un -partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali, -e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia, -ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto -l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e -i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste -vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte -guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai -castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra -forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati; -dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per -tali industrie l’assuefazione.[457] - -Forza dello Stato dei Medici era, come già notammo, la ricchezza; -la quale Lorenzo anch’egli cercava d’ampliare in più modi, nè gli -mancavano le occasioni. Aveano dal Papa infino dal 1466 avuto la -depositeria dell’allume negli Stati della Chiesa:[458] avvenne poi che -due Volterrani, un Riccobaldi del Bava ed un Inghirami, trovassero in -Maremma una cava d’allume di rôcca, sulla quale pretendendo ragioni -il Comune di Volterra come signore del luogo, e i due non potendosi -bene accordare, Lorenzo de’ Medici entrato a parte di quella impresa -per farsi egli solo padrone dei prezzi di tutto l’allume, troncò la -questione. Del che i Volterrani tenendosi forte gravati, uccisero -l’Inghirami; e tolta l’ubbidienza al Commissario che vi era per la -Repubblica e al tutto ribellatisi, era sentenza di molti in Firenze -che si procedesse per le buone, usando il perdono: se non che Lorenzo, -offeso nel proprio, volle il contrario, e che si riavesse con le armi -Volterra, e con le armi si tenesse; troppo era costata al Comune di -Firenze, ed il giovane Lorenzo andava spedito in ogni sua risoluzione. -Forse i Volterrani poneano speranza nel Signore di Piombino e per suo -mezzo nel re Ferrando, sapendosi avere le armi Fiorentine fatta una -mossa l’anno innanzi per accordi passati in segreto tra Lorenzo e il -Duca di Milano, a fine di togliere Piombino agli Appiani e darlo in -possesso al Comune di Firenze; del che Ferrando per gli Oratori suoi -aveva fatto querela grandissima.[459] Inoltre è certo che i Veneziani -favorivano segretamente la ribellione di Volterra.[460] Per le quali -cose non parendo senza pericoli quella guerra, fecero provvisione di -trarre dal Monte delle Doti centomila fiorini,[461] e invece dei soliti -Dieci, crearono Venti tra i quali era Lorenzo e con esso i primi della -città. Diedero il bastone del comando a Federigo conte di Urbino; il -ch’era togliere ai Volterrani ogni speranza del re Ferrando, del quale -il Conte era soldato; e questi in pochi giorni raccogliendo nel Pisano -cinquemila fanti con qualche numero di cavalli, tra’ quali ve n’era -mandati dal Papa e dal Duca di Milano, entrato in campagna, occupò il -contado prestamente; poi fattosi sotto alle mura di Volterra, poteva la -guerra per la fortezza del sito andare in lungo; se non che nella città -i molti increduli alla riuscita, ed i mali trattamenti dei soldati -dentro, persuasero in pochi giorni la resa, che fu accordata, salvo -gli averi e le persone. Entrò in Volterra l’esercito Fiorentino; ma, -come se i patti nulla tenessero, la città infelice fu posta a sacco, i -cittadini presi, le chiese rubate e le donne svergognate. Lorenzo ebbe -carico di quell’orribile tradimento, altri affermando che avvenisse -contro suo volere, e lui encomiano di clemenza. Spianato il palazzo dei -Vescovi, antichi signori in Volterra, fu sopra quel luogo piantata la -Rôcca che ivi rimane; la città ridotta a condizione di terra suddita, -perdeva il contado suo proprio ed ogni ultimo resto d’indipendenza: il -Conte d’Urbino dalla Repubblica ebbe onori e doni larghissimi. Dipoi -Lorenzo visitava l’afflitta città.[462] - -Essendo morto Paolo II l’anno 1471, a lui succedeva col nome di Sisto -IV frate Francesco della Rovere da Savona dei Minori Osservanti; -era egli in Santa Croce di Firenze stato eletto Generale di tutto -l’ordine Francescano nel grande Capitolo che ivi si tenne l’anno -1467.[463] Lorenzo de’ Medici, che fu de’ sei ambasciatori mandati in -Roma, com’era usanza, al nuovo Pontefice, ebbe da lui su quelle prime -grande accoglienza ed insigni doni d’antiche sculture, e l’ufficio di -depositario della Camera Apostolica; egli e Giovanni Tornabuoni suo zio -ed altri, che stavano in Roma a curare le ragioni della Casa Medici, vi -guadagnarono somme grandissime, comprato avendo dal Papa a vil prezzo -le gioie che Paolo fastosamente in grande copia aveva raccolte.[464] -Intanto Lorenzo faceva sul Papa altro disegno: bramava assai che -Giuliano fosse cardinale, perch’era ampliare e fortificare molto i -fondamenti alla grandezza della famiglia, e perchè avrebbe lasciato -le mani a lui più libere nel governo dello Stato di Firenze. A questo -effetto erano le pratiche già molto avviate,[465] quando nascevano tra -’l Papa e Lorenzo i primi semi di quel mortale odio che tanto afflisse -la vita d’entrambi. - -Il nuovo Papa, dalle strettezze d’una cella balzato alla cima di tanta -grandezza, si trovò attorno per sua sventura due famiglie di nipoti, -capaci taluni e tutti ambiziosi della condizione principesca a cui -gl’inalzava con malo esempio Sisto IV. Da lui cominciava quella serie -di Pontefici mondani i quali vedremo, quasi che ad altro non fossero -eletti, turbare l’Italia per farvi uno stato ai loro congiunti; -e quel che la Chiesa ne patisse, dovremo narrare prima che abbia -termine questa oramai fatta peggiore e a noi più ingrata Istoria -nostra. Leonardo della Rovere, nipote del Papa, ebbe a gran prezzo di -concessioni al re Ferrando, una sua figlia bastarda in isposa; e tosto -dipoi Giovanni della Rovere, altro nipote, pigliava in moglie la figlia -di Federigo conte d’Urbino, da cui passava in quella Casa un principato -fiorente ed illustre più che non portassero i suoi piccoli confini: -Giovanni dal Papa ebbe in vicariato Sinigaglia, e il Conte d’Urbino -titolo di Duca. Fratello a quei due Giuliano divenne fiero Cardinale, -e poi fu papa Giulio II: un altro nipote ma di sorella, Pietro Riario, -fatto anch’egli Cardinale, finiva in due anni una vita scandalosa per -fasto incredibile: fece un banchetto in Campidoglio ai cittadini di -Roma.[466] Un altro poi v’era di quei Riarii, Girolamo, al quale in -dote recava titolo di Conte la bellissima Caterina figlia bastarda di -Galeazzo duca di Milano: a questo Girolamo il Papa comprava da Taddeo -Manfredi di Faenza la signoria d’Imola per il prezzo di quarantamila -ducati. Avea Lorenzo dei Medici avuto grande intenzione di acquistare -per la Repubblica di Firenze quella città; e poichè gli fu dal Papa -tolta la mano, forte adontato, se ne volle proibire a Francesco Pazzi, -che stava in Roma gran mercatante, farsi del prezzo mallevadore:[467] -si ebbe Lorenzo tirato addosso così ad un tratto due fieri nemici. Nel -tempo stesso ambiva Sisto di ricondurre all’ubbidienza le terre più -o meno ribellanti della Chiesa; e il cardinale Giuliano avendo con le -armi sottomessa Todi e indi Spoleto, metteva il campo sotto alle mura -della città di Castello. Di questa i Vitelli erano signori con titolo -di vicari; antico il possesso, e il Papa si avrebbe accontentato che -Niccolò Vitelli prestasse alla Chiesa omaggio, recandosi in Roma egli -della persona sua:[468] ma dispiacevano a Lorenzo quelle armi vicine -allo Stato dei Fiorentini, e mandò soldati alla difesa di Niccolò, col -quale dovette il Papa discendere a una sorta di composizione. Di qui -nuove ire; chè tra due quali erano Lorenzo e Sisto, la vicinanza dava -occasioni vive e continue di nimistà. - -Durava la lega tra il Re, il Duca ed i Fiorentini, la quale era stata -in quegli anni rinnovata; poi l’avere i Turchi espugnata Negroponte -e spinto le armi sulle coste d’Albanìa facendo temere per quelle -d’Italia, si collegarono insieme tutti gli Stati della Penisola; ma -senza effetto, gli altri confidandosi nella virtù dei Veneziani, ai -quali riusciva fare meglio soli: intanto che Genova, spogliata di Caffa -e dell’imperio del Mar Nero, perdeva in Levante gli antichi possessi. -Il re Ferrando più degli altri minacciato dalle armi dei Turchi, ma -forte in casa e governandosi con molto fino accorgimento, si acquistava -grande fra tutti riputazione. Avevano i Medici sino dai tempi di Cosimo -grande entratura co’ Re di Francia; e Luigi XI concedeva a Piero dei -Medici fregiare dei Gigli l’arme della casa. Ora quel Re che cercava -d’annullare i duchi d’Angiò siccome gli altri grandi vassalli che -mantenevano divisa la Francia, avendo disegno di maritare al Delfino, -che fu Carlo VIII, la figlia primogenita di Ferrando, ne scrisse a -Lorenzo perchè egli facesse in suo nome la proposta. Certo è che poteva -al re Aragonese di Napoli molto piacere, levarsi a un tratto d’addosso -le antiche pretensioni di Casa d’Angiò, e conciliarsi i Re francesi che -le sostenevano; forse che avrebbe quel maritaggio tolto via la prima -occasione per la quale scesero in Italia le armi straniere. Ma Ferrando -non volle tradire gl’impegni che aveva con lo zio d’Aragona e col duca -Carlo di Borgogna, nè dare mano all’ingrandimento della Francia, dal -quale temeva maggiore pericolo; riscrisse pertanto a Lorenzo rifiutando -quel partito:[469] ma quindi essendosi il Re molto stretto col Papa, -si venne bentosto l’Italia a dividere diversamente; ed una lega fu -stipulata dai Fiorentini e dal Duca di Milano con la Repubblica di -Venezia, alla quale andava ambasciatore Tommaso Soderini.[470] Queste -cose non erano a grado di tutti in Firenze, dove i Duchi di Milano -pareva che stessero co’ Medici come sempre erano stati contro alla -Repubblica. Donato Acciaioli, dignitoso uomo quanto era insigne per -dottrina, contrariava, essendo a Milano ambasciatore, le improvvise -e molto smaccate parzialità di quel Duca verso gli Oratori della -Repubblica di Venezia:[471] e poco prima un Gonfaloniere, Bardo Corsi, -che avea voluto per via d’un imprestito legarsi Ferrando più che a -Lorenzo non piacesse, e fare altre cose tendenti a libero reggimento, -non solamente ne fu impedito, ma d’allora in poi tenuto fuori come -sospetto da ogni grado nella Repubblica.[472] - -In questo tempo Giuliano dei Medici, che poco aveva parte nelle cose -dello Stato e poichè gli era la via chiusa alle ecclesiastiche dignità, -seguendo usanze a lui più geniali, combatteva sulla piazza di Santa -Croce quella Giostra che fu cantata dal Poliziano.[473] Ma intanto -Lorenzo, traendosi fuori dalle circospette cautele di Cosimo e fatto -più ardito col procedere dei tempi, volgeva lo Stato a questo effetto, -che i Magistrati eletti a sua posta divenissero Consulte; le quali, -com’erano mutabili spesso, così a lui fossero ubbidienti sempre, -disciolti già i nervi degli ordini antichi, ed egli abile a disfarli. -La Signoria ed i Collegi, secondo un disegno già prima formato, -s’empìano di nomi a ogni bimestre tirati su dagli Accoppiatori, e -questi allora noi troviamo che anno per anno si rinnovassero. Forti le -gravezze, ma spesso alternate di grazie fatte alle persone, e sgravi -e rilasci di debiti vecchi; abbassato il frutto de’ crediti scritti -su’ libri del Monte, e accresciute le gabelle del vino, e messe altre -nuove, a fine di sopperire al pagamento di quelli interessi. Tolto via -l’ufficio del Capitano del Popolo, istituzione antica e solenne che -avea principiato le libertà cittadine quando i Comuni s’emanciparono; -ma ora il popolo spossessato, e senza più voce nè rappresentanza d’un -Consiglio che derivasse da lui, non era mestieri che avesse neppur -di nome un Capitano. Invece di questo posero un Giudice ordinario; e -levarono anche gran parte di quella giurisdizione che si apparteneva al -magistrato della Mercanzia, volgendo quanto più potevano la cognizione -delle faccende private (come dicevano) al Palagio.[474] Quivi gli Otto, -ai quali nel 1434 aveano data balía di sangue, processavano e a loro -arbitrio condannavano per cose di Stato coloro che aveano essi stessi -prima tradotti in giudizio, commettendo con assoluto mandato al Potestà -solamente di ratificare e di promulgare le sentenze così come gli Otto -le aveano dettate.[475] Il Potestà, che era prima ogni cosa nelle città -Italiche, si trovava in oggi ridotto a un mero giudice forestiero, -chiamato a sancire le sentenze date non da giudici o dottori, ma da -un magistrato di cittadini ai quali prima null’altro spettava che la -inquisizione: tuttora vigeva nella forma dei giudizi quella finzione -legale per cui si credevano, a render valide le sentenze, abbisognare -d’un Potestà; ma i nomi di quelli che ogni sei mesi e ora ultimamente -ogni anno venivano, nemmeno si trovano in oggi ricordati nelle istorie, -che prima soleano scrupolosamente registrarli. Svanivano tutte le forme -antiche della Repubblica: l’Esecutore degli Ordini di giustizia era -mutato in un Bargello. Soffriva il popolo queste cose perchè gli animi -affraliti non più chiedevano l’esercizio di viva e torbida libertà, ma -invece di questa gli ornamenti dell’ingegno e lo splendore delle Arti -gentili che si alimentano della pace. La quale in Toscana era dieci -anni continuata: solo Carlo da Montone, figlio di Braccio che lo aveva -lasciato bambino, stando al servigio dei Veneziani, un giorno ebbe -voglia di racquistare Perugia, e visto non essere cosa da fare, si -voltò contro alla Repubblica dei Senesi. Credettero questi fosse con -saputa de’ Fiorentini; ma essi alle prime lagnanze ordinarono a Carlo -ritrarsi: quel fatto però lasciava ruggine tra le due Repubbliche.[476] - -Negli ultimi giorni del 1476 moriva Galeazzo duca di Milano, ucciso -nella chiesa di Sant’Ambrogio a Messa solenne da tre gentiluomini di -quella città. Muovevangli più che odii privati, una immagine di gloria -e un desiderio di libertà; ma non appena venuti a termine del disegno -loro, anch’essi perivano, e la Casa degli Sforza mantenne lo Stato: a -questo fine avea condotto quei miseri giovani un Cola Montano maestro -di lettere, tutto invasato la mente ed il cuore di greci esempi e di -romani. Qualche anno prima un altro erudito, Stefano Porcari, voleva -ricondurre la libertà in Roma per via d’un classico assassinio. Si -ripeterono questi fatti più volte in Italia per un centinaio d’anni: -nessuno ottenne il fine bramato, ma tutti servirono viepiù ad aggravare -ed a ribadire le catene.[477] Vedemmo in addietro passioni feroci ma -vere almanco, sapeva ciascuno quel che si volesse; nei tempi a cui -siamo, il sempre avere dinanzi agli occhi gli antichi uomini e le -antiche cose pervertiva gli intelletti, la virtù pigliava le forme -pagane, e il secolo artista e letterato andava in traccia d’effetti -drammatici, l’Italia cercando fuori di sè stessa. Le altre nazioni più -incolte seguivano più direttamente la via loro; qui le anime vive e i -forti pensieri più spesso andavano fuor del segno. Troviamo in Firenze -da uomini gravi encomiata l’uccisione dello Sforza;[478] la quale io -credo aggiugnesse stimoli a quella congiura che ora c’incombe il tristo -ufficio di narrare. - -Vedemmo già gli odii accesi nel Papa contro a Lorenzo de’ Medici: -era Sisto IV capace d’ingegno, forte di passioni, ma debole d’animo, -inquieto e agitato dentro sè medesimo; col mutar vita quando egli era -già vecchio ed infermo, aveva sentito espandersi nella tenerezza pe’ -nipoti l’affetto indurito; e mentre la stessa riverenza per il sommo -grado che ora teneva lo avea formato al sentimento di tutto potere, -gli stimoli ardenti d’una giovane famiglia tiravano alle ambizioni -principesche quasi la stessa coscienza di lui confusa e vacillante. -Girolamo Riario, ch’era l’anima del Papa, vedeva in Lorenzo fatto amico -ai Veneziani avere ostacolo la potenza ch’egli tanto ambiva formarsi -in Romagna; se il Papa morisse, credeva impossibile tenere lo Stato -in mezzo a quei due possenti vicini. Quindi anelava con tutto l’animo -alla mutazione di quel di Firenze; al che gli era ai fianchi dentro -Roma stessa Francesco de’ Pazzi, natura se mai ve n’ebbe capace d’un -solo pensiero, d’un solo volere; a quello tirato dalla prepotenza di -passioni intorno a sè cieche, in sè indomabili e incessanti: egli di -faccia sparuta e di corpo macilente, come sono spesso quegli uomini cui -riesce commettere i fatti più insoliti e quindi ammirati, quand’anche -non sieno altro che matte scelleratezze. Inoltre Francesco e tutti -quelli della sua Casa odiavano molto quei governi popolari, dei quali -vedevano ora i Medici essersi fatti Principi. - -La Famiglia dei Pazzi antichissima in Firenze, era tra le più grandi; -messa in disparte dal popolo vittorioso, fioriva però di aderenze -e di ricchezze, datasi ai traffici che ultimamente faceva in molte -città d’Europa. Andrea dei Pazzi aveva alloggiato nelle sue case -Renato d’Angiò re di Napoli, e gli era stato grande amico. Dei tre -suoi figli, Piero non ignobile d’ingegno s’era tutto dato al vivere -lauto ed alle magnificenze per le quali aveva destato in mezzo a tanti -ammirazione.[479] Di questo nacquero oltre a Francesco più figli, che -tutti vivevano, come altri d’Antonio fratello a Piero. D’Andrea restava -un terzo figlio Iacopo, tenuto ora come capo della famiglia dei Pazzi, -già vecchio e ricchissimo anch’egli; e per essere asceso infino ai -sommi gradi, fatto dal popolo cavaliere; ma diffamato come furiosamente -dedito al giuoco ed alla bestemmia. Cosimo de’ Medici, per amicarsi -quella possente famiglia, avea maritato Bianca sorella di Lorenzo a -Guglielmo dei Pazzi fratello minore di Francesco: da quelle nozze, come -vedemmo, ebbe la Casa dei Pazzi sollievo dai carichi delle gravezze. -Ma quanto al dare gli uffici, andavano a rilente i Medici dove fossero -congiunte nobiltà e ricchezze; e il popolo istesso per antica usanza -vedea sempre di mal occhio nei Magistrati le famiglie grandi, tra le -quali erano i Pazzi tenuti, sebbene profusi allo spendere, altieri e -lontani dall’uguaglianza popolare. «Questo fece che a messer Iacopo e -ai nipoti non erano conceduti quei gradi d’onore che a loro, secondo -gli altri cittadini, pareva meritare. E il magistrato degli Otto, -sendo Francesco de’ Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che -ai grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo costrinse.» -Imperocchè in Roma aveva Francesco guadagni e favori e l’ufficio del -Tesorierato, ai Medici essendo tolto quello della Depositeria nei -primi sdegni del Papa contr’essi. Per ultimo avvenne che Giovanni -de’ Pazzi avendo in moglie la figliuola unica di Giovanni Borromei, -uomo ricchissimo, le sostanze di lui dovevano andare alla figlia: -ma fatta una legge che i cugini maschi privassero della successione -le sorelle, il pingue retaggio andò invece a Carlo Borromei molto -aderente a casa Medici.[480] «La quale ingiuria i Pazzi al tutto dai -Medici riconobbero: della qual cosa Giuliano de’ Medici molte volte con -Lorenzo suo fratello si dolse, dicendo com’ei dubitava che per voler -delle cose troppo, ch’elle non si perdessero tutte. Nondimeno Lorenzo, -caldo di gioventù e di potenza, voleva a ogni cosa pensare, e che -ciascuno da lui ogni cosa riconoscesse. Non potendo adunque i Pazzi con -tanta nobiltà e tante ricchezze sopportare tante ingiurie, cominciarono -a pensare come se n’avessero a vendicare.» Saranno qui facili a -riconoscere le parole del grande scrittore.[481] - -Aveva trovato Francesco dei Pazzi in Roma un altr’uomo tale da farsi -al suo disegno strumento e complice opportuno. Essendo morto Filippo -de’ Medici arcivescovo di Pisa, avea Sisto IV, contro la volontà di -Lorenzo, data a Francesco Salviati quella ricca mensa: prima voleagli -conferire l’arcivescovado di Firenze, ma invece Lorenzo ottenne -questo per il cognato suo Rinaldo Orsini, ed ora indugiava tre anni -l’investitura di quello di Pisa. Ebbela infine Francesco Salviati, ma -dimorava in Roma, essendo tra quei Prelati ai quali piaceva più stare -in corte che alla diocesi, e che non voleano del vescovado che il -benefizio; ambiziosissimo com’egli era, il grado ecclesiastico pareagli -essere mantello e usbergo a più arrischiare. Ebbe egli pertanto col -conte Girolamo e con Francesco de’ Pazzi frequenti discorsi tutto -l’anno 1477, cercando insieme di mutare lo Stato in Firenze. Al che -gli pareva necessario innanzi tutto di tirare Iacopo de’ Pazzi, siccome -capo della famiglia e senza cui nulla si farebbe. Al qual fine essendo -Francesco de’ Pazzi venuto in Firenze, trovò il vecchio messer Iacopo -freddo e renitente più che non avrebbe egli voluto: pareagli mattìa -volersi fare i suoi nipoti signori in Firenze, e considerava quanto -bello stato e quanta ricchezza egli ora mettesse in sul tavoliere. - -Laonde credendo essere a smuoverlo necessario mostrargli presente e -certo l’aiuto del Papa e del Re, Francesco, tornato in Roma, faceva con -gli altri deliberazione di comunicare il tutto con Giovan Battista da -Montesecco, soldato bene affetto al conte Girolamo, facendo che andasse -poi quegli in Firenze a vincere l’animo di Iacopo con la presenza sua -e con le promesse recate da Roma. Aveano al Papa tenuto discorso di -questi fatti; ascoltava Sisto e dichiarava tutto essere bene, solo che -sangue non si spargesse: allora il nipote avea cura di acchetarlo su -questo punto, ed affermava al Montesecco che il Papa bramava sopra ogni -cosa la mutazione dello Stato di Firenze, e che a Lorenzo voleva male, -e ch’erano certi di fargli poi fare quel che volessero. Rimane di tutto -ciò la narrazione di mano stessa del Montesecco, la quale non abbiamo -noi temuto seguire nei punti almeno più sostanziali, secondo hanno -fatto altri scrittori; a noi parendo essere in quella molti caratteri -d’ingenuità e molti assai di verosimiglianza.[482] Venuto pertanto il -Montesecco a Firenze e conferito con messer Iacopo, lo riscaldò tanto, -che il vecchio divenne a quella opera molto acceso; e così tutta la -Casa de’ Pazzi fu nella congiura. Se non che Renato, ch’era tenuto -il più savio uomo della famiglia, biasimò sempre quell’impresa della -quale non antivedeva altro che male; e il misero si credette bastasse -tenersi, quando il fatto avvenne, in villa rinchiuso. Nulla sappiamo -di Guglielmo,[483] nè della Bianca in mezzo a quelle scene di sangue; -e quale fosse il cuore loro, quale il diportarsi, l’istoria lascia -tremendo argomento alle invenzioni del Poeta. - -Così apprestata la materia dentro, e parendo essere giunto il tempo da -porvi la mano, Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo Salviati da Roma -vennero a Firenze. Aveano ordinato col conte Girolamo che Lorenzo -da Città di Castello, uomo del Papa, ne andasse al paese suo, e Gian -Francesco da Tolentino in Romagna, i quali tenendo le loro compagnie -in ordine, ubbidissero al primo cenno che da Firenze ricevessero di -assaltare da due lati oppostamente la Toscana. E al tempo stesso, sotto -colore di vendicare un insulto fatto da Carlo da Montone ai Perugini ed -ai Senesi, Giambatista da Montesecco venne a Firenze con alcune diecine -di uomini d’arme, dicendo essergli comandato di fare l’impresa del -Castello di Montone. Visitò Lorenzo de’ Medici, e accolto umanamente -da lui, n’ebbe consigli intorno a quel fatto savi e amorevoli; tanto -che al duro animo del soldato cominciò a parere strana cosa quello -essere l’uomo ch’egli era venuto per ammazzare. Ma Francesco dei -Pazzi e l’Arcivescovo lo stringevano all’opera, alla quale il re -Ferrando mediante il suo Oratore prometteva aiuto valido; ed avevano -ad essa tirato Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, giovani arditi -e alla famiglia dei Pazzi obbligatissimi: tiraronvi Iacopo di Poggio -Bracciolini, temerario, bisognoso, pronto ad afferrare ogni cosa nuova, -ed un Antonio da Volterra che per la memoria del sacco dato alla città -sua odiava Lorenzo, ed uno Stefano sacerdote che in casa di Iacopo -dei Pazzi insegnava lettere ad una sua figliuola naturale. Questi ed i -famigli delle due case bastavano; solo rimaneva da fermare il modo per -ammazzare i due fratelli. - -Al che si offrivano facili e pronte le occasioni per non avere -essi alcuna usanza di guardarsi; giovani, piacevansi di praticare -alla libera con gli altri giovani: siffatti modi, tutti fiorentini, -vedemmo anche essere presso i Medici accortezza. Ma in questo era la -difficoltà, che bisognava opprimerli insieme, perchè il superstite non -avesse a vendicare l’ucciso: pensarono a coglierli lontani tra loro, -tanto che uno non potesse soccorrere l’altro, e quindi aspettavano -se Giuliano andasse a Piombino per le nozze che si trattavano con -la figlia di quel Signore, o Lorenzo a Roma come si diceva.[484] Ma -frattanto correvano i giorni, e la cosa era in bocca di molti. Allora, -fosse disegno o caso, Raffaello Riario nipote a Girolamo, giovanetto -che non giungeva a’ vent’anni, essendo a studio in Pisa, fatto in quei -giorni dal Papa Cardinale, venne in Firenze per andare quindi Legato -a Perugia. Era occasione di feste e conviti, dove i due fratelli per -onorare il Cardinale converrebbero: alloggiava egli a Montughi in una -villa di Iacopo dei Pazzi, il quale invitava seco a desinare Lorenzo -e Giuliano, ma questi impedito da leggera infermità non intervenne. -Un altro convito dato al Cardinale dai Medici nella loro villa presso -Fiesole, non parve porgesse comoda occasione. Giunse infine il giorno -della domenica 26 aprile: il Cardinale era invitato a solenne desinare -in casa Medici, s’allestivano le mense, mettevansi fuori gli addobbi -splendidissimi della Casa. Innanzi assisteva il Cardinale ad una Messa -in Santa Maria del Fiore: Lorenzo e Giuliano doveano andare a quella -Messa per fare corteggio al Cardinale ed accompagnarlo quindi a casa -loro. Deliberarono i congiurati quella mattina medesima di compiere in -chiesa, senza più indugio, l’attentato. - -Aveano assegnato il punto e l’ordine all’impresa quando il sacerdote, -avendo fatta la comunione, finisce la Messa; perchè allora il tocco -delle campane del Duomo darebbe il segno all’arcivescovo Salviati ed -a Iacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso d’occupare a forza -il Palagio. Voleano che Giambatista da Montesecco avesse la cura di -ammazzare Lorenzo, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Ma -Giambatista prima addolcito dalla umanità di Lorenzo e avendo orrore di -commettere tanto eccesso in chiesa, ricusò dicendo che a ciò l’animo -non gli basterebbe; il luogo suo ebbero Antonio da Volterra e Stefano -sacerdote. La chiesa era piena di popolo, i due Fratelli passeggiavano -intorno al Coro, quando venuto il punto, Francesco de’ Pazzi e Bernardo -Bandini ch’erano presso a Giuliano con armi corte gli traversarono -il petto sicch’egli cadde subito in terra; ma quelli pure gli si -gittarono sopra e lo finirono con altri colpi: in quel furore Francesco -de’ Pazzi di propria mano sbadatamente ferì sè stesso in una gamba. -Antonio da Volterra e Stefano prete assalivano Lorenzo, ma questi se -ne avvide in tempo, e cavò l’arme e si difese, non avendo egli avuto -altro che una leggera ferita nel collo. Francesco de’ Pazzi, tutto che -ferito, e Bernardo Bandini accorrevano per ammazzare anche lui, ucciso -avendo Francesco Nori che gli era appresso; ma Lorenzo saltò in Coro, -e passando dinanzi all’altare uscì di faccia alla sagrestia nuova, -dove molti essendo accorsi de’ suoi, lo misero dentro e chiusero la -porta ch’era di bronzo, e Piero suo padre l’avea fatta fare. Quivi, -tra gli altri, si trovò Agnolo Poliziano che descrisse la Congiura: -sentivano fuori tumulto e grida e remore d’armi, nulla sapevano di -Giuliano. Stati poco tempo, udirono molti farsi alla porta gridando: -uscite; non erano certi che fossero amici, ma un giovane Sigismondo -della Stufa ch’era ivi con gli altri, salito per una scaletta sulla -cantoria dell’Organo, tornò assicurando ch’erano a difesa di Lorenzo: -il quale uscito dopo circa un’ora ch’era stato in sagrestia, fu in -mezzo a grande compagnia d’armati menato a casa. I congiurati veduto -ch’ebbero Giuliano morto e Lorenzo in salvo, chi in qua e chi in là -s’erano dispersi. Il giovinetto Cardinale che udiva la Messa, rimasto -solo tutto spaurito accanto all’altare, fu poi raccolto da’ suoi preti, -e quando fu tempo, da due degli Otto con guardia bastante condotto in -Palagio e ivi ritenuto. - -Intanto l’arcivescovo Salviati, uscito di chiesa col dire che andava -a visitare sua madre, s’era recato al Palagio; seco avea Iacopo suo -fratello conscio del fatto, ed un cugino che nulla sapeva e Iacopo -Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri, in tutto forse trenta -armati. Dei quali rimasti alcuni a guardare la porta, l’Arcivescovo -saliva con pochi, e trovato che la Signoria desinava, chiese parlare -al Gonfaloniere; il quale subito si levò da tavola e fece in camera -entrare seco l’Arcivescovo, che disse avere certe commissioni da fare -a lui proprio in nome del Papa. Era Gonfaloniere quel Cesare Petrucci -che stato in Prato Commissario nel tumulto del 1470, di bassa fortuna -era salito a quel grado pel favore di Casa Medici: il quale s’accorse -che l’Arcivescovo nel parlare si mutava in viso e non attaccava parola -da trarne costrutto; poi voltandosi verso l’uscio, si spurgava come -se volesse fare cenno a gente di fuori. Al che subito il Gonfaloniere, -come esperto di quelle mischie, saltato fuori dall’uscio e chiamati a -sè i compagni e quei ministri che si trovarono in Palagio, usando le -armi che il caso offerse, bastarono contra ogni mossa dei congiurati; -dei quali anche era avvenuto ch’entrati certi in una stanza e chiuso -l’uscio, ch’era a colpo, non ne potessero quindi uscire. In questo -mezzo giungeva in Piazza Iacopo de’ Pazzi, venuto da casa con molti -congiunti, e amici, egli a cavallo e seco forse un centinaio d’uomini -armati; dei quali taluni, essendo la porta in mano dei loro, salivano -su. La Signoria ed il Palagio correvano pericolo; ma in Piazza sebbene -avesse Iacopo gridato il nome della Libertà, perch’era come di lingua -morta, niuno si mosse; e invece accorreva da ogni parte gente devota ai -Medici che gridava Palle. Di questi essendo entrati tanti in Palagio -da assicurarsi dei congiurati ch’erano sopra; chiusero la Porta, e -perchè di fuori il Pazzi co’ suoi facevano segno di combatterla, quei -di dentro saliti in alto sul ballatoio gli allontanarono co’ sassi -che la Signoria teneva sempre lassù per difesa: cosicchè a Iacopo fu -necessità tornarsi a casa, dove aspettato se per la città nascesse -qualche rumore di libertà, poichè fu certo essere il contrario, fattosi -aprire la porta alla Croce, fuggiva con parte de’ suoi in Romagna. Ma -lui ritrattosi, era la porta del Palagio stata riaperta, dove entrati -molti, raccontarono il fatto come avvenne in chiesa, e Giuliano ed il -Nori uccisi, ed il pericolo di Lorenzo. Al che senz’altri discorsi il -Petrucci e gli Otto, tra ira e paura, ordinarono che l’Arcivescovo così -com’era, co’ suoi Salviati e con Iacopo di Poggio fossero appiccati -alle finestre del Palagio a vista del popolo, e che tutti gli altri -ch’erano dentro fossero gettati, morti o semivivi, fuor delle finestre. -Altri erano stati in quella furia tagliati a pezzi, in tutti ventisei; -tra’ quali alcuni preti e servitori del Cardinale: fra tutti uno solo -potè salvarsi, che dopo quattro giorni rinvenuto sotto a certe legna e -quasi che morto dalla fame, gli fu perdonato. - -A casa i Medici accorrevano da tutti gli ordini della città, chi a -offrire sè stesso, chi ad accertarsi dell’accaduto, ciascuno agitato -da incerte passioni. La strada era piena di popolo, e tutti chiedeano -vedere Lorenzo, il quale dovette mostrarsi alla finestra fasciato il -collo da un asciugatoio. Ma intanto in Palagio avevano dato il segno -alla plebe, la quale non fu sorda a rispondere, aizzata e al sangue -condotta dai cagnotti di Casa Medici. Corse alle case dei Pazzi, -e avendo trovato in quelle Francesco solo, che per la ferita s’era -gittato sul letto, così mezzo ignudo com’era, lo condussero al Palagio, -dove fu accanto agli altri impiccato. Quindi spiando dove si fosse -alcun dei Pazzi ricoverato, trovarono Giovanni d’Antonio negli Agnoli, -e Galeotto di Piero che cercava di rifugiarsi, vestito da femmina, in -Santa Croce; e pure quei due furono condotti in Palagio. La Signoria -intanto spacciava lettere e cavallari attorno, ordinando dovunque -taluno di costoro capitasse, fossero presi ed a Firenze condotti; quivi -recati il dì seguente di Mugello tre altri dei Pazzi con alcuni fanti -di quei del Montesecco, furono alle finestre del Palagio impiccati. La -plebe infuriava sopra i cadaveri bestialmente, e trascorrendo per le -vie, faceva temere a molti che non volesse mettere la città a sacco, nè -fu repressa che a grande stento. Renato de’ Pazzi, che avea biasimato -la congiura, come si è detto, ma che la sapeva, cercando fuggire in -veste di contadino, fu preso e a quel modo com’era, impiccato. Reo fu -Lorenzo a non salvarlo, e quella morte sola ebbe compianto universale -nella città: Renato altro non poteva. Andando con gli altri faceva -contro alla coscienza sua, denunziarli era iniqua opera, e mettersi -prima in salvo era questo pure un’accusarli e sè non assolvere vivendo -sempre poi svergognato; nocque a lui essere tenuto savio, e perchè nel -popolo aveva credito e benevolenza, parve a chi teneva lo Stato che -fosse tal uomo da levarselo dinanzi. - -Il dì seguente venne messer Iacopo de’ Pazzi, il quale fuggendo -era stato raggiunto in sull’Alpi, e venne in lettiga perchè reggere -non si poteva e fu a quel modo menato in Palagio; dove egli ebbe la -sorte degli altri, avendo per via pregato invano quelli Alpigiani -che l’uccidessero. Nè a questo solo strazio era serbato quell’uomo, -tenuto prima felice ed invidiato per grado e ricchezze, e capo egli di -famiglia fiorentissima, e vissuto fino alla vecchiezza nei primi onori -della città. Imperocchè essendo prima sotterrato in Santa Croce, e poi -levatasi fama ch’egli fosse morto bestemmiando, s’attribuivano certe -lunghe pioggie che in quei giorni avvennero, all’essere egli stato -sepolto in luogo sacro. Laonde i Signori nottetempo fattolo levare -di chiesa, lo mandarono a sotterrare lungo le mura; ma i fanciulli -(guidati da uomini scelleratissimi) cavatolo anche di lì, col capestro -ch’egli aveva alla gola, lo trascinarono alle case sue gridando: -_aprite a messer Iacopo de’ Pazzi_; nè sarebbe finita quella nefandità -se la Signoria, per cavarlo ad essi di mano, non lo avesse fatto -pigliare e gettare in Arno, che allora grosso di molte acque portava -quel corpo a galla, spettacolo di orrore insieme e di compassione. I -due feritori di Lorenzo presi in Badia, pendevano il dì poi con gli -altri dalle finestre del Palagio. Ivi ed in Piazza i morti sommarono -tra impiccati e tagliati a pezzi, chi dice il minor numero a settanta, -e chi il maggiore presso a cento. Giovan Battista da Montesecco, preso -nei giorni stessi e lungamente esaminato, dopo avere scritta quella -Confessione della quale abbiamo discorso, ebbe il capo mozzo sopra la -porta del Palagio del Potestà. Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi -riuscirono a porsi in salvo, ma il secondo moriva l’anno dipoi nelle -armi del Duca di Calabria, venuto a campo sopra a Firenze. Bernardo -Bandini ricoverato in Costantinopoli, fu per ordine del Sultano preso -e consegnato a un Antonio di Bernardetto dei Medici, che Lorenzo aveva -mandato apposta in Turchia: così era grande la potenza di quest’uomo -e grande la voglia di farne mostra, e che non restasse in vita chi -aveagli ucciso il fratello: fu egli appiccato appena giunto. - -Nè per tutto il mese di maggio seguente cessavano le condanne delle -quali abbiamo il testo, profferite dal magistrato degli Otto di Guardia -e Balìa, che ne ingiungeva la promulgazione al Potestà: questi era -Matteo de’ Toscani milanese. Tutti quei della famiglia Pazzi che uccisi -non furono, andarono in fondo alla torre di Volterra, eccetto Guglielmo -che per avere in moglie la Bianca sorella di Lorenzo fu solamente -confinato a cinque miglia lontano dalla città: abbiamo notizia come sei -anni dopo, dimorassero la moglie in Firenze ed egli in Roma, trattato -dai Medici con benignità riservata e contegnosa, come uomo perdonato -e che potesse tornare in grazia di parente.[485] La famiglia dei -Salviati rimase in grado, e fu poco dopo imparentata con Casa Medici. -I fratelli del Bandini, due altri figliuoli del Poggio, tutta l’antica -ed illustre famiglia dei Franzesi da Staggia e alcuni dei Corsi, come -sospetti, e molti che il Magistrato inquisitore e giudice andava in -qua e in là raggranellando, furono o carcerati o confinati o resi -inabili agli uffici; il che dicevano ammonire, continuando tuttavia -quel nome usato in antico dal magistrato di Parte guelfa; ma ora negli -Otto stava quell’arbitrio che si appellava giurisdizione. Un Vespucci, -amicissimo dello Stato ma che aveva salvato un colpevole, fu condannato -in perpetuo alla carcere nelle Stinche, poi liberato. Frattanto i Pazzi -erano dipinti nella facciata del Palazzo del Bargello impiccati come -traditori col capo all’ingiù.[486] Chi avesse in moglie una discendente -di Andrea dei Pazzi era ammonito egli ed i figli suoi, e le fanciulle -che si maritassero di quella prosapia recavano seco il divieto nelle -case dove elle entravano: una provvigione della Signoria ordina queste -cose, e che il nome dei Pazzi in perpetuo rimanga abolito costringendo -a mutar casato quei che rimanevano; e che sieno cancellate le armi loro -dovunque si trovino, e le insegne e le iscrizioni d’onore, sien’anche -in case private; e che il Canto de’ Pazzi pigli altro nome; e che -l’onorificenza del Carro e dell’appiccare il fuoco nella solennità del -Sabato Santo fosse tolta alla famiglia dei Pazzi. La quale rimase, -di numerosissima ch’ella era, come annullata, e sebbene fosse poi -restituita negli onori, non racquistò mai l’antica grandezza. - -Questo fine ebbe la Congiura de’ Pazzi; l’aveano tramata senza consenso -dentro nè favore popolare, e, quel che fu peggio, con intelligenze -fuori odiose a chiunque bramasse in Firenze col torre via i Medici -recuperare la libertà: poi quella strage in luogo sacro, in ora -solenne, e l’uccisione di Giuliano che il popolo amava, destarono -affetti incontro ai quali nulla aveano essi fuorchè un pensiero -d’istituire, facendo a mezzo con la Casa dei Riari, non so quale forma -d’incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, furono -a Giuliano celebrate esequie magnifiche: riseppesi ch’era incinta -di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi mesi -dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva Lorenzo, -divenne papa Clemente VII.[487] - - - - -CAPITOLO VI. - -GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.] - - -Quando giunse a Roma la prima notizia del fatto atroce, risedeva in -quella città per la Repubblica, oratore, Donato Acciaioli. Era egli -ora per la seconda volta inviato a Sisto, le commissioni difficili -e odiose e in tutto aliene dall’animo di Donato; il quale andatovi -per ubbidienza di buon cittadino, faceva il meglio. Quali poi fossero -le cose segrete che aveva a trattare, tace il biografo di lui (come -suole fare sovente) «per non offendere chi non l’avrebbe per bene.» -Inteso pertanto ch’ebbero a Roma del Cardinale preso e dell’Arcivescovo -impiccato, se ne fece grandissimo caso; e il Conte Girolamo riscaldò -il Papa ed il Collegio dei Cardinali quanto potè a farne dimostrazione -contro all’ambasciatore Fiorentino. Quindi egli stesso con molto numero -di fanti armati andò alla casa dove l’Acciaioli dimorava, salì su, e -gli disse d’andare con lui: poi, senza badare nè al diritto inviolabile -d’ambasciatore, nè alle dignitose proteste che invano questi faceva, -messolo in mezzo a quei soldati, lo menò in Palazzo. Qui giunto Donato, -volle essere subito condotto al Papa, il quale alle forti parole di -lui, giurato avendo sopra il suo petto che di questo caso non ne sapeva -nulla, e dimostrato che gli dispiacesse, gli diede licenza d’andarsene -a casa. Non era mancato pensiero di metterlo in Castel Sant’Angelo, -ma gli Ambasciatori di Venezia e di Milano dichiararono che il bene -ed il male che fosse a lui fatto verrebbe da essi riguardato come cosa -loro. Così egli rimase in Roma tranquillo, ma scorato ed avvilito per -l’onore offeso della sua città, e intimorito delle conseguenze che ne -uscirebbero. A Firenze scrisse, rendessero subito il giovane Cardinale -Raffaello di San Giorgio, che era stato preso; al Papa avea dato fede -che ciò era stato fatto per cavarlo di mano al popolo, e che ogni -volta che lo rivolesse, lo renderebbero; il che aveva per lettere anche -promesso la Signoria. La quale era stata a ciò confortata anche dal re -Ferrando, che prometteva, facendo questo, non ne seguiterebbe alcuno -scandalo di quei gravissimi, i quali altrimenti potevano uscirne. - -A questo effetto aveva il Papa mandato a Firenze il Vescovo di Perugia; -il quale essendovi più giorni rimasto, non potè ottenere che lo -rendessero.[488] Era un pegno in mano delle robe e delle persone dei -molti Fiorentini che stavano in Roma: aveano scritto a quei mercanti -che al più presto mettessero in salvo le robe ed uscissero di Roma; -il che essendo giunto alle orecchie del Papa, e temendo egli il grave -danno che ne verrebbe ai cortigiani che aveano danari nei loro banchi, -mandò gente ai passi perchè non uscissero, e poi ne fece taluni mettere -in Castello, di dove furono liberati in capo ad alcune ore, data -promessa di non si muovere. Questo abbiamo da una lettera a Lorenzo -dei Medici, scritta dal Cardinale decano Vescovo d’Ostia, ch’era egli -medesimo stato in Castello alla liberazione di quei mercanti. Gli -annunzia, il Papa con tutto il Collegio avere eletto una congregazione -di cinque Cardinali a fare il processo per via di giustizia contro -alla Repubblica di Firenze, se non si renda liberamente il Cardinale -di San Giorgio: esorta quindi Lorenzo, come affezionato a lui, «che -di tal cosa non si pigli passione alcuna, ma con ogni istanza procuri -quella liberazione; altrimenti quello che unanimiter il Sacro Collegio -ha deliberato per i detti Deputati, si manderà ad esecuzione con ogni -celerità: della qual cosa a noi rincrescerà assai, perchè sapete che -il Sacro Collegio non more mai; e, al parere nostro, per voi non fa -pigliare questa impresa, della quale ne poteria seguire gran mancamento -e scandalo alla detta vostra Excelsa Comunità.[489]» - -Pare a noi che il vescovo d’Ostia volesse distinguere i procedimenti -del Sacro Collegio _che non muore mai_, da quello che il Papa -facesse di proprio moto e di passione. Questi da principio aveva -mandato lettere di condoglianza ai Fiorentini, dei quali scriveva in -altro luogo, non essersi fatti per anche rei d’alcuna offesa contro -all’ecclesiastica dignità.[490] Pure doveva sapere dell’Arcivescovo -impiccato e del Cardinale preso; ma quegli ben troppo se lo aveva -meritato, e il Cardinale contava rendessero. Mordevalo intanto la -parte che egli ebbe nell’atroce fatto; pensava le accuse che a lui -ne verrebbero maggiori del vero, e del mal esito si doleva. Ma il -Conte Girolamo gli faceva suonare alle orecchie le acerbe accuse e -le parole che in Firenze andavano, senza ritegno alcuno, contro alla -persona stessa del Pontefice, sinchè la misura delle ire fu colma per -la dinegata restituzione del Cardinale. E Sisto lanciava nelle calende -di giugno un Breve di scomunica a Lorenzo dei Medici, alla Signoria, -agli Otto e a tutti che avessero in qualche modo partecipato alle -prave opere di costoro. Dichiarava essere quei sopraddetti, e primo -Lorenzo, dannati, infami, abbominevoli, inabili essi e i figli e i -nipoti loro ai gradi ecclesiastici ed agli ufizi civili, incapaci di -ricevere eredità, di stare in giudizio e d’essere uditi come testimoni; -era vietato ad ogni uomo contrattare, o anche semplicemente avere con -essi commercio alcuno o conversazione; i beni loro devoluti al Fisco, -le case disfatte ed in perpetuo lasciate in ruina, così che elle sieno -ricordo ai futuri della scelleratezza di quegli uomini e del gastigo. -La città di Firenze, se dentro a un mese non gli avesse condegnamente -puniti, doversi intendere soggettata a interdetto strettissimo, privata -dell’episcopale dignità, interdette anche per ampliazione le diocesi -confinanti di Fiesole e di Pistoia. Il lungo Breve enumera da principio -i motivi della condanna: sono atti di malvicinato, offese ai commerci, -l’aiuto prestato a Niccolò Vitelli e ad altri contumaci inverso la -Chiesa, la possessione differita all’Arcivescovo di Pisa, ed altri -consimili fatti nei quali il Breve scorge altrettante manifestazioni -d’animo efferato contro alla Chiesa ed a’ suoi ministri. Si viene -da ultimo ai due capitali delitti, l’uccisione dell’Arcivescovo e la -detenzione del Cardinale; i quali delitti si dicono mossi in Lorenzo e -ne’ suoi da ingorda sete di crudeltà e d’ingiurie agli ecclesiastici: -imperocchè ai fatti che gli cagionarono è data nel Breve questa -spiegazione, che avendo Lorenzo, co’ suoi, voluto uccidere o cacciare -molti dalla città per farsi egli in essa più forte, e _da ciò essendo -sorte private e civili contenzioni_; gli scellerati colsero il destro -per uccidere l’Arcivescovo e ritenere il Cardinale. Rileva cotesti -delitti essere perpetrati in giorno di domenica: ma di ciò che avvenne -in chiesa quel giorno, dei sacri misteri interrotti, del tempio di -Dio bruttato di sangue, del tradimento, degli assassinii, nulla, come -se il fatto non fosse stato.[491] Era tasto da non toccarsi dal Conte -Girolamo, che certo era stato suggeritore del Breve; e Sisto infelice -lo avea sottoscritto. Giovò a Lorenzo quella manifesta alterazione dei -fatti; giovarono quelle furiose parole; ed i nemici del Papato allora -e poi n’ebbero bel giuoco, onde in quel fatto il nome di Sisto rimase -gravato generalmente più in là del vero. - -Bel gioco, e agevole commissione ebbe anche Bartolommeo Scala, -cancelliere della Signoria, cui venne commesso rispondere al Breve -di Sisto IV. Narrò con semplici e brevi parole quel fatto che aveva -destato nel mondo rumore grandissimo; e in quanto ai motivi, gli bastò -trascrivere la Confessione del Montesecco, autenticata ora con grande -solennità. Raccolse inoltre la Signoria per la Toscana e per l’Italia -pareri di Canonisti e di Teologi, i quali negavano valore al Breve ed -alla scomunica data a quel modo: quindi obbligarono in Firenze e nelle -altre diocesi gli ecclesiastici a non cessare dalla celebrazione dei -divini uffici.[492] Inviarono quella risposta per mano di Ambasciatori -della Repubblica all’Imperatore, ai Re di Francia e di Spagna e -d’Ungheria, e presso che a tutti i Principi cristiani, chiedendo -difesa da tanta violenza, e la riparazione di uno scandalo che tutti -offendeva. Frattanto, a purgarsi, liberarono subito dopo il Cardinale, -che a’ 5 di giugno licenziato dal Palazzo dei Medici, dove l’aveano -messo, e andato a stare nel convento de’ Servi, uscì di Firenze sette -giorni dopo, andando a Roma per la via di Siena.[493] - -Luigi XI avea scritto lettera consolatoria a Lorenzo, che a lui -rispondeva fiere parole e dignitose: dice la sua vera e sola colpa -essere questa, che egli sia vivo e che Dio lo abbia scampato da sì -empio e sacrilego assassinio.[494] Appellarono indi i Fiorentini ad -un futuro Concilio, del quale invitavano e scongiuravano in primo -luogo l’Imperatore, poi gli altri Principi, a farsi autori. Fu anche -affermato che un Sinodo si celebrasse a questo effetto in Firenze, ed -un preteso decreto di questo Sinodo si rinviene di quel tempo scritto; -ma non è che una molto prolissa apologia dei Fiorentini e di Lorenzo, -in risposta al Breve, tempestata di gonfie e triviali ingiurie al Papa -che oltrepassano ogni modo: nè mai quel Sinodo (che noi sappiamo) fu -radunato, sebbene vi fosse chi n’ebbe intenzione, e intanto allestiva -l’atto da farsi, o lo mentiva.[495] - -Intanto il Papa ed il Re avevano cominciato la guerra in Toscana. -Fecero di questa Capitano generale Federico duca di Urbino, e seco era -Alfonso duca di Calabria primogenito del Re: i quali essendo nei primi -giorni del mese di luglio giunti ai confini presso Montepulciano, un -trombetta del duca di Calabria recava in Firenze un Breve del Papa -in data dei sette di luglio. Con esso notificava ai Fiorentini, come -non potendo più tollerare l’ingiurie che da Lorenzo dei Medici in -diversi tempi erano state fatte alla Sedia Apostolica, si trovava -costretto prender le armi contro a lui, acciocchè liberata la città -di Firenze da cosiffatto tiranno, potesse egli volgersi con l’aiuto -di tutti i principi e delle repubbliche dei Cristiani alla impresa -dei Turchi. Credeva pertanto quella prudentissima Repubblica vorrebbe -ultimamente risolversi ai partiti migliori, la quale verrebbe a perdere -sè medesima, quando ella volesse in tanto dannosa servitù continuare; -e chi ciò consigliasse, oltre all’opporsi insiememente alla religione -ed ai comandi della cristiana repubblica, darebbe segno che Dio -l’avesse tolto affatto d’intelletto: quindi la confortava a considerare -diligentemente quello che si metteva a fare, conchiudendo che una -volta fosse cacciato Lorenzo, restituirebbe alla Repubblica di Firenze -l’antica amicizia. Lette queste lettere, e non parendo a Lorenzo che -fosse bastante una deliberazione dei Consigli, ma che dove andava della -sua persona dovess’egli parlare col popolo, avendo in Palagio radunato -grande numero di cittadini, cominciò a dire: «Che delle cose passate -non voleva entrare a parlare, sì perchè non gli accadeva scusare sè, nè -accusare altri, poichè la Repubblica intorno a ciò avea pronunziato, -e sì perchè avrebbe desiderato che di tanto fiera crudeltà la memoria -si spegnesse. Dolergli bene sino al profondo del cuore, che un Vicario -di Cristo in tanta dignità posto, ed abbattutosi in tempi di tanto -pericolo alla Cristianità, fosse potuto scendere a perseguitare con -tanto furore un uomo privato, e perciò a muovere tale guerra ad una -sì eccelsa Repubblica e della Chiesa benemerita. Non saper se in lui -maggiore fosse l’obbligo che alla sua patria doveva sentire per averlo -con tale costanza difeso e protetto, o il dolore dell’esser egli per -altrui colpa cagione di porre in tanto scompiglio quella città ch’egli -amava più della vita sua. Bastargli in quanto a sè, che di nulla lo -rimordesse la coscienza; sperando nel resto che la Repubblica, con -l’aiuto di Dio e per la prudenza dei suoi cittadini, agevolmente -si sarebbe in breve con gloria dalle presenti molestie liberata. La -quale se intanto la morte o l’esilio di lui credesse utile alla comune -salvezza, egli la vita e l’avere e il sangue de’ figli largamente alla -patria profferiva.» Fu a Lorenzo in poche parole risposto da chi a -ciò era stato eletto, ch’egli stesse di buon animo, perciocchè a lui -conveniva di vivere e di morire con la sua Repubblica; e per fargli -conoscere ch’eglino di lui quella cura aveano che di caro e buon -cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia della sua -persona. La Repubblica trattava nelle solenni occasioni Lorenzo come -semplice cittadino, ma intanto con dargli una guardia alla persona sua -lasciavagli fare un altro passo verso il Principato.[496] - -Essendo in tal modo assicurati della città, i Reggitori si diedero -per via dei soliti balzelli a procacciarsi moneta, ed a raccogliere -in gran fretta genti quante poterono per l’Italia. I Veneziani, -richiesti secondo l’obbligo della lega, fecero avanzare alcune squadre -in Toscana, ma in poco numero e a rilente, allegando non avere essi -obbligo a questa guerra che era mossa contro a persona privata. Nè -dal Duca di Milano venne quell’aiuto che sarebbe bisognato: mandava -però alcune squadre, delle quali erano condottieri Alberto Visconti -e Giovan Giacomo Trivulzio che fu capitano poi di tanta fama: questi -aveva seco Teodoro giovanetto, suo nipote. Giugneano frattanto le -genti assoldate al campo verso Arezzo; v’era Niccola Orsini conte di -Pitigliano, e Currado anch’egli di casa Orsini, e Ridolfo Gonzaga -fratello del Marchese di Mantova con due figli. Comparivano di -mano in mano Giberto dei Signori di Coreggio e due figli di Ruberto -Malatesta, e Tommaso di Saluzzo e un Martinengo di Brescia, e altri -Capitani ch’aveano condotti; Commissario generale di tutto l’esercito -fu eletto Iacopo Guicciardini. Ritrattisi indietro, e posto guardia a -quelle vie per dove i nemici si credeva che potessero avere in animo -di passare, si fortificarono al Poggio Imperiale sopra alla terra -di Poggibonsi, luogo opportunissimo alla difesa ch’era bisogno fare -più stretta e più raccolta che fosse possibile, dovendo con meno di -quaranta squadre stare incontro a più di sessanta: in ogni squadra -erano venti uomini d’arme e quaranta balestrieri tutti a cavallo, ed -i valletti sui cavalli di riscossa. Intanto i Senesi, già entrati in -guerra, davano ai nemici comodità di passi e di vettovaglie: ed era -grandissimo disavvantaggio ai Fiorentini la mancanza d’un Capitano -generale cui tutti obbedissero. Aveano trattato con Ercole da Este -duca di Ferrara: ma i Veneziani faceano difficoltà a condurlo, negando -dare essi le forze della Repubblica in mano a un principe confinante -ed al quale erano poco amici:[497] nè i Duchi d’Urbino e di Calabria -aveano capitani allora in Italia che gli agguagliassero di riputazione; -Federigo era personalmente nemico a Lorenzo, e Sisto in lui fidava -molto.[498] Laonde i nemici entrati nel Chianti, e cavalcando forte, -posero il campo sotto alla Castellina, di là spingendosi all’intorno; -e da una parte nella Val d’Elsa, dall’altra nei poggi che sovrastano -il Valdarno facevano guasti e ruberie ed arsioni con grande ruina. -Quindi, avuta dopo alquanti giorni d’oppugnazione la Castellina e poi -Radda, tennero lungo assedio a Brolio e ad altri luoghi dei Ricasoli; -i quali per avere fatta buona prova, e infine vedutosi pigliare e -abbruciare quei loro castelli, ebbero dalla Repubblica privilegi e -ricompense, essendo anche stati fatti abili agli uffici.[499] Era il -mese di settembre, e infine giugneva Ercole da Este che avea consentito -d’essere Capitano Generale dei Fiorentini e del Duca di Milano in -questa guerra, con la speranza che i Veneziani poi l’accettassero. Il -quale di persona, e con l’aggiunta di nuovi soldati, andò a porsi con -tutto il nerbo delle sue forze nel campo munito sopra a Poggibonsi. -Allora i nemici, sgombrato il Chianti e voltisi a un tratto verso la -Valle di Chiana, poneano assedio al Monte San Savino; per il che al -Duca di Ferrara entrato nelle terre dei Senesi, ai quali avea tolte -alcune castella, fu necessità d’abbandonare quella impresa, molto -importando a lui di soccorrere Monte San Savino. Intorno al quale -raccoltosi il grosso dei due eserciti era molta guerra, quando il -Capitano dei nemici avendo chiesta tregua d’otto giorni, quello dei -Fiorentini la concedeva con mal consiglio; imperocchè non appena finita -la tregua che il Duca di Ferrara invano cercava di prorogare, quello -d’Urbino avendo stretta con maggiori opere la terra, l’ottenne a patti; -di là stendendosi pei luoghi che sovrastano alla Chiana dove, essendo -giunto il mese di novembre, potea svernare agiatamente. - -Fin dai principii di quella guerra avea la Repubblica a Roma inviato -un’altra volta ambasciatore Donato Acciaioli; il quale tornando senza -alcun effetto, andava in sua vece Guid’Antonio Vespucci, peritissimo -nel diritto. Il Papa scendeva più tardi a qualche proposizione -d’accordo: chiedesse perdono la Repubblica, innalzasse una Cappella -espiatoria per le uccisioni fatte nel caso dei Pazzi, promettesse -di non fare offesa al Patrimonio della Chiesa, ma i due Stati -scambievolmente si assicurassero; pagasse le spese della guerra, o a -compensazione di questa rendesse il Borgo San Sepolcro, e, secondo -scrivono taluni, cedesse Modigliana e Castrocaro. Non erano tali -quelle proposte che a Lorenzo fosse possibile consentirle: altiero per -indole, ed ora costretto stare sul duro per mantenere a sè la parte -dell’uomo offeso, nè volea fare espiazione pel fatto dei Pazzi, nè -che la Repubblica soffrisse per lui diminuzione. Sperava egli assai -dalla Francia, dove era mandato Donato Acciaioli reduce da Roma; il -quale però giunto in Milano quivi moriva, e la Repubblica decretava -onori insigni alla memoria di quel cittadino fra tutti egregio; e -perchè di lui, astinentissimo com’egli era, sapea la famiglia essere -in povere condizioni, prendeva i figliuoli sotto la tutela sua, e con -beneficî molti e durevoli gli risollevava.[500] Andava in suo luogo, -già essendo col Papa rotte le pratiche, Guid’Antonio Vespucci: il re -Luigi XI aveasi presa molto caldamente a petto la causa dei Fiorentini -e di Lorenzo, e sin da principio mandato in Firenze a risedervi come -ambasciatore Filippo di Argenton signore di Comines, del quale abbiamo -a stampa Memorie assai celebrate.[501] Questi dimorava qui un intero -anno; e fu detto, nè senza buoni argomenti, Lorenzo averselo allora e -poi sempre conciliato per danari. Così nel concerto degli encomiatori -di Lorenzo entrò anche la voce d’un uomo straniero. Faceva più -volte Luigi XI promessa al Vespucci d’intervenire con le armi, ed in -Firenze aspettavano cinquecento lance francesi, che mai non giunsero, -perchè il Re non era largo di fatti come di parole, e tutto inteso a -fortificare la monarchia dentro, avea in abominio le guerre esterne. -Col Papa bensì, perchè era difendere la libertà della monarchia, andò -più innanzi che non facessero gli stessi confederati della Repubblica -di Firenze. L’imperatore si contentava mandare qui e in Roma a fare -dimostrazioni ed a portare parole di pace: lo stesso avean fatto Mattia -Corvino re d’Ungheria, e presso che tutti gli altri monarchi della -Cristianità, commossi da quelle esorbitanze di Sisto, e avendo, sebbene -diversamente ciascuno, pigliato a difendere la causa de’ Fiorentini. Ma -fattosi innanzi più vivo degli altri Luigi XI, mandava un’ambasciata di -sei tra ecclesiastici e secolari, i quali fermatisi prima in Firenze, -recavano al Papa forti parole, con la minaccia di levare da Roma -i prelati francesi, e di togliere al Papa ubbidienza finchè la sua -causa fosse giudicata da un generale Concilio. Si facevano a questo -fine congregazioni in Francia di teologi. Era Sisto in molto grande -perplessità, e abbiamo una lettera scritta a lui dal buono e savio -cardinale Iacopo Ammannati, dove con caldezza d’animo devoto al Papa -e alla Chiesa, e usando parole tali che Sisto non se ne offendesse, -cerca di condurlo ai consigli temperati, mostrando i pericoli -gravi che alla Chiesa poteano venire se andassero innanzi quelle -dimostrazioni dei Francesi.[502] Dalle quali scosso, proponeva Sisto -che, facendo tregua, fosse la causa dei Fiorentini compromessa nei -Re di Francia e d’Inghilterra, e per terzo nel Legato da lui mandato -a questo effetto; e se i tre non convenissero, nell’Imperatore e nel -suo figlio Massimiliano, marito alla erede degli Stati di Borgogna: -ma questi essendo come l’Inglese contrari a Francia, era naturale -non soddisfacessero ai Fiorentini, che rifiutarono di accettare il -compromesso.[503] - -Muovevangli anche gli uffici prestati a loro difesa dai Veneziani -che, avendo fatta pace col Turco, erano divenuti o almeno apparivano -più vivi e più pronti nelle cose della lega.[504] Teneano in Firenze -dal principio della guerra ambasciatore Bernardo Bembo; ed a Venezia -in ricambio andava Tommaso Soderini, autorevole, e vecchio amico di -quella Repubblica. Grandi imprese erano messe innanzi tra lui e il -Senato pel nuovo anno: assalire con le galere le coste di Puglia, fare -scendere in Italia il Duca d’Angiò: per l’una e per l’altra parve che -la spesa fosse troppa, e nulla si fece. Tra’ collegati, su’ Fiorentini -soli cadrebbe a ogni modo tutto il pondo della guerra. Temevano anche -di rimanere scoperti verso Genova, perchè i Lucchesi, sebbene di -nome fossero nella lega, desideravano in fondo dell’animo sopra ogni -cosa l’abbassamento della Repubblica di Firenze. E questa mandava ad -osservarli ed a contenerli Piero di Gino di Neri Capponi, giovane -ancora; il quale rimasto quell’inverno in Lucca, sul cominciare di -primavera, perchè gli umori bollivano, gli si levò contro un grande -tumulto di popolo armato, dal quale scampava con difficoltà la vita. -Imperocchè gli animi erano ivi molto accesi da Cola Montano che, stato -consigliero ma non esecutore della uccisione di Galeazzo, in Lucca -viveva, paese tra’ pochi allora in Italia dove fosse libertà; ed in -Lorenzo perseguitava un altro tiranno.[505] Aveva quel popolo pigliato -speranza da un appressarsi di nemici inverso i confini di Pisa e di -Lucca; del che erano state queste le cagioni. Morto Galeazzo duca -di Milano, voleano i fratelli di lui avere parte nel governo dello -Stato, il quale rimase alla vedova duchessa Bona tutrice del figlio -Giovanni Galeazzo: gli zii Lodovico, Ascanio e due altri, ebbero -esilio; e Lodovico sceso in Lunigiana, s’intendeva di là con Ferrando -e co’ fuorusciti genovesi, tanto che Genova dopo molta varietà di casi -tornava libera; ma il nuovo Doge, Battista Fregoso, vivea in amicizia -con lo Stato di Milano. Roberto da San Severino, capitano di molto nome -e che teneva per gli zii, trovandosi escluso da Genova, si mosse con -quattro mila soldati e con l’intesa del re Ferrando ad assaltare la -Toscana dal lato di Pisa. - -I Fiorentini, colti alla sprovvista, mandarono subito a Pisa Commissari -che nel paese facendo raccolta di uomini comandati contenessero -il primo impeto, radunando in Val di Nievole altre genti le quali -impedissero ogni moto dei Lucchesi. Aveano ordinato anche al Duca di -Ferrara venisse ad opporsi, con quella parte che fosse necessaria del -suo esercito, a Roberto da San Severino; ma questi, dopo essere corso -fino alle mura di Pisa, voltò indietro, per non avere forze bastanti, -e si ricondusse nelle sue stanze di Lunigiana. Il Duca tornava su’ -confini del Senese, dove si vedeva che sarebbe la guerra grossa, molto -i nemici ivi essendosi rafforzati. I Fiorentini dal canto loro aveano -condotto, con aggradimento dei Veneziani, il Conte Carlo da Montone e -Deifebo dell’Anguillara; agli stipendi loro da quei de’ nemici erano -venuti il prode Roberto Malatesta e Costanzo Sforza signore di Pesaro: -ottennero anche, che il Duca di Ferrara fosse riconosciuto Capitano -generale di tutta la lega; ed era in Toscana venuto il Marchese di -Mantova ai soldi dei Signori di Milano. Facevano grande disegno di -avere Perugia col mezzo del Conte Carlo per le aderenze sue nella -città; ma egli infermatosi, moriva in Cortona. E pur nonostante -continuando Roberto Malatesta le incursioni nel Perugino, gli mossero -contro il Prefetto di Roma nipote del Papa e Matteo da Capua che aveva -portato un rinforzo di quindici squadre. I quali venuti a giornata con -Roberto non lungi dal lago Trasimeno, furono dalla virtù sua rotti con -perdita degli alloggiamenti ed uccisione di molti nobili cavalieri e -di gran numero di soldati. Fu allora costretto il campo nemico fare -una mossa da quella banda; al che il Capitano dei Fiorentini che era -sul Poggio Imperiale, visto il terreno sgombro all’intorno, uscì con -parte delle sue schiere, ed ebbe per forza Casole, terra grossa dei -Senesi. Ma ivi accadde che nel saccheggio nate questioni per la preda -tra’ soldati di Mantova e quei di Ferrara, e quindi contesa tra’ due -Signori, e un’altra essendone tra Roberto Malatesta e Costanzo Sforza, -che nemmeno essi poteano più stare insieme, convenne partire l’esercito -in due; il che fu ruina di tutta l’impresa. Imperocchè i nemici con -arte sapiente raccoltisi insieme nelle estremità di Val di Chiana, -ed ivi per numero e per agevolezza di movimenti potendo con grande -vantaggio combattere così gli andati nel Perugino come i rimasti in sul -Senese, impedivano ogni mossa da entrambe le parti; il che era mandare -in lungo la guerra con danno gravissimo dei Fiorentini. I quali ebbero -da Venezia soli mille uomini d’arme, che poco fecero per le usate -circospezioni di quella Repubblica; ed in Lombardia essendo turbate le -cose, non che di là venissero nuove genti, furono costretti l’Estense e -il Gonzaga partirsi dal campo. Era il fine dell’estate, quando i nemici -accortisi come sul Poggio Imperiale si faceva mala guardia, partitisi -a un tratto dal Ponte a Chiusi, a grandissime giornate vennero ad -assalire quelli del Poggio. I quali dall’impeto improvviso sbigottiti, -vilissimamente si fuggirono, abbandonando quel forte sito ch’era difesa -della città di Firenze: per il che in fretta richiamate dal Perugino -le genti, e insieme con quelle le quali erano sul Senese facendo testa -ne’ poggi di San Casciano, sebbene fossero in tempo da porre la città -in salvo, non impedirono che i nemici sparsi giù per la Val d’Elsa, -prese altre castella, andassero in forza alla espugnazione di Colle. -Fu molto gloriosa quivi la difesa per sessanta giorni, concorrendovi -misti ai soldati i cittadini e le donne istesse con grande amore per la -Repubblica. Ma infine Colle cedette anch’esso ai 14 novembre 1479. E un -altro assalto contro ai Fiorentini si cominciava in Romagna da Roberto -di San Severino per la mutazione di fresco avvenuta nello Stato di -Milano.[506] - -Quivi la Duchessa, debole e povera di consiglio e stretta dalle arti e -dalle forze dei cognati, gli avea ricevuti a partecipare nel governo -e nella tutela del figlio bambino; ma in breve fu ella necessitata -partirsi, ed a Lodovico rimase lo Stato come in libera signoria. -Il quale essendo nuovo ed ambizioso e già conosciuto tra gli altri -principi artifiziosissimo, nessuno vedeva da quale parte inclinerebbe: -Lorenzo temeva sopra ogni cosa la congiunzione di lui col Re, della -quale aveva già qualche sentore. Quindi era al Medici necessità -farsi innanzi e precorrere gli eventi: la guerra sarebbegli nel terzo -anno gravissima, ignorando egli sopra quali amici potesse contare. -Ed inoltre era la città stracca, essendo percossa in quegli anni -anche dalla peste, e voci insolite s’udivano fin dentro ai Consigli, -accusando gli errori commessi, le perdute spese, le ingiuste gravezze: -cagione lui solo dei pubblici danni. Vedeva Lorenzo per tutto ciò, che -a salvare la città e sè stesso gli era necessità ricorrere a un forte -partito; rompere la Lega ad ogni costo, ed egli gettandosi in braccio -all’uno dei due nemici come incurante di sè medesimo, destare negli -uomini con un grande atto ammirazione. Con Sisto, impossibile o sempre -mal ferma vedea l’amicizia; nel Re gli pareva doversi fidare, qualora a -lui si abbandonasse: rischio pur v’era ma necessario, e qui all’ardire -si congiugnea la prudenza; dove poi l’ardire sopravanzasse, valeva la -fiducia che in sè medesimo riponeva, egli sentendosi nato a vincere col -forte ingegno le difficoltà e a trarsi dietro gli altrui voleri. - -Avea mandato fino dai 24 novembre[507] al Re chiedendo salvocondotto, -e con l’offerta di darglisi in braccio, Filippo Strozzi mercante che -a Napoli era pervenuto a grande ricchezza, destro e capace a molte -cose. Era anche d’intesa co’ due Capitani dell’esercito nemico, ai -quali scriveva il giorno stesso della partenza essersi indotto a quel -partito pei loro consigli, ed ora pigliarlo di buonissima voglia per la -gran fede che in essi poneva.[508] E già il Re aveva mandato a Livorno -due galere sottili a ricevere ed a condurre Lorenzo a Napoli. Il quale -avendo prima conferito questo suo pensiero con pochissimi, fece la -sera dei sei dicembre chiamare in Palagio dai Dieci una Pratica di -circa quaranta dei più principali cittadini, ed egli levatosi disse: -«averli fatti chiamare per conferire con loro una sua deliberazione, -nella quale non ricercava lo consigliassero ma solamente che lo -sapessero: aver egli considerato quanto la città avesse bisogno di -pace, massime non volendo i Collegati fare il debito loro; e perchè i -nemici pretendevano l’odio loro non essere contro alla città ma contro -a lui solo, avere proposito di trasferirsi personalmente a Napoli: -questa andata parere a lui utilissima; perchè se i nemici volevano lui, -l’avrebbero nelle mani, ma se volevano l’amicizia pubblica, questo -essere modo a intendersi presto e a migliorare le condizioni della -pace; se altro volevano, questa andata lo dimostrerebbe, e i cittadini -si sforzerebbero con qualche modo più vivo di difendere la libertà e -lo Stato: conoscere in quanto pericolo si mettesse, ma esser disposto -preporre la salute pubblica alla sua; chè oltre al debito universale -dei cittadini verso la patria, era particolare suo per aver egli avuto -dalla città più benefici e grado maggiore che alcun altro: sperare -coloro ch’erano presenti non mancherebbero di salvargli lo Stato e -l’essere, e così raccomandare a loro sè, la sua casa, e la famiglia: -e soprattutto sperare che Dio, risguardando alla giustizia pubblica, e -alla sua buona intenzione privata, aiuterebbe questo pensiero; e quella -guerra che si era principiata col sangue del suo fratello e suo, si -poserebbe e quieterebbe per le sue mani.[509]» - -Dette queste cose, uscì dal Palagio e si partì di Firenze la notte -medesima. Giunto a San Miniato al Tedesco scrisse alla Signoria, -scusandosi del non averle prima comunicato questo suo disegno perchè i -tempi volevano fatti e non parole. A Livorno ebbe dai Dieci il mandato -d’ambasciatore al re Ferrando, con facoltà libera di conchiudere quanto -il popolo Fiorentino. Quindi salito a Vada sulle galere, giunse in -Napoli ai 18 dicembre. Quivi ebbe dal Re tanto amorevoli accoglienze -che egli medesimo si credette avere in mano la pace, ed a Firenze ne -scrisse; ma tosto dipoi s’avvidde le cose andare in lungo, o che il -Re temesse d’offendere il Papa, o che veramente, come fu creduto, -aspettasse di vedere se accadesse qualche mutazione nello Stato di -Firenze. Qui erano molto gli animi sospesi: ricordavano il tradimento -da questo Re istesso fatto a Iacopo Piccinino; e se Lorenzo venisse -a capitar male, benchè non mancasse chi se ne sarebbe rallegrato, -i cittadini più non fidavano gli uni negli altri così, da mettere -in comune la Repubblica com’era stata nei tempi addietro. Forse che -aveva Lorenzo nella fantasia sperato di conseguire un effetto pronto -ed intero; ma era sempre a lui grande necessità tornare portando una -pace non tanto cattiva, bene essendosi egli apposto, dovere quell’atto -animoso rialzare la parte sua, della quale intanto i principali rimasti -in Firenze si adopravano con ogni dimostrazione di forza a mantenere -bassi e disgregati i molti contrari. Questi veramente non può dirsi -formassero parte, perchè non aveano disegni fermi nè capi che fossero -dagli altri seguiti: il solo Girolamo Morelli, stato lungamente -ambasciatore in Milano e ora dei Dieci, troviamo che fosse per autorità -e senno in tanta grazia che già molti a lui s’accostavano; e non che -gli altri capi del Reggimento, Lorenzo stesso n’ebbe paura.[510] - -Desiderava questi sopra ogni cosa spacciarsi tosto, nascondeva in petto -dubbi e ansietà, ma rendeasi intanto grazioso alla Corte[511] e grato -al popolo con le liberalità; comprava co’ doni gli amici del Re, spiava -di questo l’animo chiuso, e lo vinceva con l’eloquenza delle parole, -con la scioltezza dei modi e con l’acutezza sua nel giudicare le cose -di Stato e le nature di quanti erano Signori e Principi in Italia. -Scorreano due mesi e la pace non si conchiudeva: tra ’l Papa ed il Re -correano pratiche, mal cuoprendo questi l’avere promossa quell’andata -di Lorenzo, ed ora trattare separatamente con lui d’accordarsi. Del che -il Papa offeso molto, negava l’onore suo e della Chiesa essere in salvo -se non andasse Lorenzo in Roma ad umiliarsi ai piedi di lui; questo -essere in obbligo il re Ferrando di procurare, _avendo Lorenzo nelle -sue mani_.[512] Il quale di queste pratiche insospettito, si partiva -da Napoli; nè posso io credere che ciò fosse senza consenso del Re: ed -era fermo in Gaeta il primo di marzo, quando gli giunse da questi una -lettera scritta in latino molto ampia e solenne (forse era lettera da -mostrare più che da credere), che lo richiamava in Napoli con istanza -grandissima, dicendogli avere dal Papa avuta ogni sicurezza.[513] Ma -ciò nonostante Lorenzo avendo proseguito il suo cammino, il Re gli -faceva correre dietro il trattato da lui bell’e sottoscritto; ed era -quegli appena tornato in Firenze, dove fu accolto con grande letizia -e popolare benevolenza, quando la notizia della pace, molto da ognuno -desiderata, lo fece salire in maggior gloria e reputazione. - -Era una pace quale potessero i Fiorentini allora sperarla. Imperocchè -delle cose di Romagna si faceva compromesso nel Re, nulla avendo -stipulato a favore di quei Signori i quali stavano in protezione -della Repubblica; non era promessa la restituzione de’ paesi tolti, -ma rimaneva ciò pure in arbitrio di Ferrando; s’obbligava la città -a pagare per un corso di anni al Duca di Calabria una certa somma di -danari a titolo di condotta; vi era poi anche pattuita la liberazione -dei Pazzi rinchiusi nella fortezza di Volterra. Fermaronsi dopo -quell’accordo le dubbiezze, tra le quali sembravano esitare dopo -l’andata di Lorenzo le risoluzioni degli altri Principi, ammirati -anch’essi di quell’ardimento e incerti a qual fine dovesse riuscire. -Milano aveva ratificato la pace, ed era entrato nella Lega già stretta -tra il Re e la Repubblica di Firenze. Ma per contrario i Veneziani, che -aveano cercato impedire quella unione, trovato il Papa di quella essere -malcontento, fecero nel mese d’aprile con esso una lega separata, -dalla quale usciva non molto dopo un’altra guerra. In Toscana aveva -il Duca di Calabria pubblicato prima una tregua, dopo la quale sotto -colore di guardarsi per la venuta che si aspettava in Italia del Duca -d’Angiò, era egli andato a porsi in Siena; dove facendosi arbitro delle -discordie ivi accese tra’ diversi Ordini o _Monti_ nei quali era diviso -quel popolo, già stava sul punto di farsene signore; antico disegno -della Casa d’Aragona, e cominciato dall’avo Alfonso quando egli muoveva -guerra ai Fiorentini. Era anche avvenuto nei principii dell’inverno, -durante la tregua, che i Fregosi, con aggressione improvvisa, -s’impadronissero di Sarzana: del che la Repubblica essendosi richiamata -al Duca di Calabria, questi, sebbene riconoscesse violata la tregua, -vietava però ai Fiorentini muovere le armi per la recuperazione di -quella città. Per tutto ciò stavano essi in timore grandissimo, e quel -Duca dicevasi in Siena poco nascondere la speranza di farsi signore di -tutta Toscana. La pace ottenuta in Napoli da Lorenzo potea finire in un -tranello.[514] - -Ma intanto un subito ed a tutta Italia molto pauroso accidente fermava -ad un tratto le imprese dei Principi, costretti ad unirsi per la -comune difesa. Viveva tuttora Maometto II, il quale respinto dalla -espugnazione di Rodi per il valore maraviglioso di quei Cavalieri, -ma sempre insaziabile di fare conquiste, mandava parte delle sue -galere lungo le coste d’Italia, dove il pascià che le comandava, messi -in terra sei mila soldati, s’impadronì della città d’Otranto; e in -quella, vuotata con strage orribile degli abitatori, fortificatosi, -ed avendo seco un qualche numero di cavalli, scorreva e predava -le terre all’intorno. I Veneziani ebbero accusa d’avere chiamati -costoro per odio contro al re Ferrando;[515] e un ambasciatore Turco -attribuiva l’impresa d’Otranto alle suggestioni loro.[516] Nè andava -immune da quel sospetto lo stesso Lorenzo, il quale per mezzo dei -mercanti fiorentini aveva grande entratura in Costantinopoli, e dopo -che egli ebbe ottenuto dal Sultano la consegna del Bandini, diceano -potere appresso a lui ogni cosa.[517] Fruttò a Lorenzo quella discesa -del Turco la pace in Toscana, e poi dal Pontefice l’assoluzione -dell’interdetto. Imperocchè Alfonso duca di Calabria accorso a -difendere l’Italia da quell’insulto barbarico, abbandonava lo Stato -di Siena del quale era egli già come in possesso, e insieme, con suo -dolore gravissimo, la conceputa speranza di cose maggiori: per quella -partita Siena rimaneva in molto lunghe perturbazioni.[518] - -Innanzi la fine di quell’anno 1480 i Fiorentini, udito che il Papa si -muterebbe dalla ira sua qualunque volta si umiliassero a domandare -perdono, prima gli mandarono Antonio Ridolfi e Piero Nasi a fare -dimostrazione dell’animo loro e ad accertarsi di quello del Papa. Dai -quali essendo già preparate le cose, andava in Roma un’ambasciata di -dodici cittadini, primi dei quali erano Francesco Soderini vescovo di -Volterra e Luigi Guicciardini. Portavano le Istruzioni, che se fosse -l’assoluzione indugiata così da mostrare poca voglia di concederla, -«o se per averla si chiedessero danari, o se la città avesse a fare -qualche dimostrazione per osservanza dell’interdetto, o se fosse -esclusa dalla universale benedizione qualche persona in particolare, -o se altra condizione potesse riuscire alla città o in pubblico o -in particolare ignominiosa,» dovessero gli Ambasciatori partirsi -da Roma, «supplicando la Santità sua che si degni bene considerare -l’atto, che la nostra città ha fatto inverso quella Santa Sede e -Sua Beatitudine per debito nostro, come è debito d’ogni cristiano -venerare quella Santa Sede ed a quella umilmente inclinarsi; e quello, -da altra parte, che a quell’atto si conviene, e quale sia l’ufficio -pastorale; perchè non dubitiamo quello non ha fatto ancora, lo farà -altra volta, quando e come meglio parrà alla Santità Sua.[519]» Ma -il Papa non pose con savio consiglio alcuna sorta di condizione; e -gli Ambasciatori entrati in Roma di notte tempo, e ricevuti quindi in -concistoro segreto, vennero, nel giorno prima determinato, ad aspettare -nel Portico innanzi la chiesa di San Pietro, della quale poichè furono -aperte le porte, trovarono il Papa assiso nella sedia pontificale e -circondato da molto numero di Cardinali; al quale prostratisi, e in -nome della città chiesto perdono dei falli commessi, il Papa, osservate -le rituali cerimonie, diede ad essi e alla città piena e universale -assoluzione.[520] Dopo di che uscirono dalla chiesa accompagnati -ed onorati molto degnamente, com’era usanza con gli ambasciatori: -in seguito aggiunse il Papa condizione, che i Fiorentini armassero -quindici galee contro al Turco. - - - - -CAPITOLO VII. - -GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. — -MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.] - - -Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere -occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era -in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le -sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate; -ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè -dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare -gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio: -per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere -le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare -continuità. - -Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’ -Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un -ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici, -e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo -fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione -dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se -fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione -di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero -aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori -e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre -Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro -piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva -essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli -uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione -dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e -dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno -in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare -perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto. -Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre -ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche -di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei -Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito -di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni -deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle -forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il -diritto di concedere a quelle sanzione. - -Subito dopo un’altra Provvigione portava a _Settanta_ il numero -dei _Trenta_; ai quali _Settanta_ si apparteneva la scelta ogni due -mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta -ogni anno spettasse a metà numero, cioè a _Trentacinque_; gli altri -_Trentacinque_ sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi -cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i _Settanta_ insieme -avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo -da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero -Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di -essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però -avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a -chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei -_Settanta_, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè -avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al -che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze. -Dai _Settanta_ si traggano ogni sei mesi _Otto_ chiamati di Pratica, -dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte, -e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo -però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete; -ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso -Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori -per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le -prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle -Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure -gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità -che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in -quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi -civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale -Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata -alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente -gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine -conservata.[522] - -Per questo Ordine dei _Settanta_ lo Stato ebbe forma tutta la vita di -Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio -al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura -doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre -nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come -indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla; -che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del -Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima -sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano -_Decima Scalata_, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se -altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano -avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in -certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro -rendite il _ventesimo_, i più elevati pagavano il _sesto_. Molta era la -scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini; -e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli -sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva -che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva -i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre -impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere -alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle -mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare -innanzi e prosperare. - -In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato -costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai -creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare -la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della -Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte -e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a -molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più -parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro -composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo -vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui; -ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse -ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle -pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di -sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste -ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata -sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte -causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi -lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime. -Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze -d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè -troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista -Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte -alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno -d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato. -Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva -ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte -Girolamo Riario.[527] - -Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode -d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re -aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo -Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle -armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481: -un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia -sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si -radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano -dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra: -quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la -successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del -maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella -città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune -centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così -tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo -suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la -tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato -esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al -Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale -ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi -e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a -farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria -d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli -Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il -Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al -nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai -Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con -istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra; -accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si -sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del -Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528] - -Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini -dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva -un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e -Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca -di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi -guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine -di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale -nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani -e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e -lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna, -terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I -Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara; -e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti -di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il -Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini, -condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello -Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e -dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra -questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma, -essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi -a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile -pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate -le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con -tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore -essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille -morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca -di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione, -dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’ -quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche -della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto -pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero -Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della -famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno -dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel -giorno medesimo.[530] - -Non lasciò Roberto figli legittimi, talchè i Fiorentini avuto sentore -di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti, -mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano -intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in -essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta -di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che -ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di -ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che -inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto -IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea -già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a -quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in -comune tutta la Lega.[531] - -Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione -dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano -pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo _Crainense_[532] aveva la -residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava -gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti -e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato: -così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio -Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere -a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede -alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva -andare a genio di Lorenzo.[533] - -Ignoro se fosse il timore del Concilio che muovesse il Papa e il -Nipote, o l’essersi accorti che dare mano ai Veneziani di qua dal Po -era un fargli padroni di tutta Romagna; ma certo è che Sisto, per -mezzo di Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula -tornato di fresco da una Legazione in Francia, mandò in Napoli a -trattare la pace e l’unione con gli altri della Lega per la salvazione -di Ferrara. Non ci credevano da principio, e quando si seppe che era -stata sottoscritta dagli Oratori a’ 12 dicembre in Camera del Papa, -i Fiorentini poco ne furono soddisfatti,[534] perchè rimanevano a -discrezione di lui quei Signori di Romagna, dei quali con grande studio -la Repubblica soleva farsi come una cintura contro alle offese che -scendessero in Lombardia e contro agli stessi Stati della Chiesa che -la fasciavano da ogni parte. Ma ciò nonostante fu allora un gran bene -quella accessione del Papa; il quale dipoi, impetuoso come al solito, -scomunicava i Veneziani perchè non cessavano con lui dalla guerra -che insieme avevano cominciata. Ferrara ne usciva a grande stento; -e perchè il verno era già grande, si fece in Cremona una dieta nella -quale intervennero Lodovico Sforza e il Duca di Calabria ed il Legato -del Papa ed il Marchese di Mantova e Giovanni Bentivogli, fra tutti -destando ammirazione grandissima Lorenzo de’ Medici per forza di mente -e splendore d’eloquenza. Deliberarono entrare oltre Po nei confini -dei Veneziani, i quali aveano fatto passare l’Adda a Roberto da San -Severino loro capitano, con la speranza di fare nascere in Milano -qualche mutazione contro a Lodovico. Fu dato il comando di quella -guerra al Duca di Calabria; e questi, sebbene non facesse impresa -notevole, tenea tutta la campagna sin presso al Mincio, intantochè -lo Sforza aveva schiacciato i Rossi di Parma; e i Veneziani, di forze -inferiori, attendevano a guardarsi, col solo vantaggio d’avere occupato -per la via del mare Gallipoli in Puglia. La guerra però andava lenta -dalle due parti tutto quell’anno e la primavera del susseguente, per la -mala intelligenza tra’ confederati, e massimamente perchè a Lodovico -il quale teneva sotto nome di Governatore lo Stato in Milano, dava -gran sospetto quel campeggiare in Lombardia d’Alfonso duca di Calabria, -naturale protettore di quell’infelice Giovanni Galeazzo cui aveva data -la figlia in isposa, e che Lodovico già intendeva dispogliare con arti -pessime dello Stato. I Veneziani per tentativo fatto essendosi accorti -come egli avesse buone radici in Milano, non furono schivi di trattare -seco lui: e quello stesso Roberto da San Severino, che aveva prima -servito e poi tradito lo Sforza, fermava seco ora la pace in Bagnuolo -ai 7 d’agosto 1484. Per questa ritenne il Senato di Venezia tutto il -Polesine di Rovigo, con molto grave scontentezza d’Ercole da Este, al -quale rimasero in casa i Visdomini, e i Veneziani sul Po. Dispiacque -la pace anche al Pontefice perchè fatta senza lui; bene egli l’aveva -cercata prima:[535] e perchè uditane la novella moriva, fu detto al -nome solo di pace essere mancata la vita di lui che aveva tredici anni -tenuto l’Italia in guerra e in tumulti.[536] - -In Siena il governo dalle mani degli Ottimati era venuto in quelle del -Popolo, ed avendo fatta lega con la Repubblica di Firenze, restituiva -finalmente la Castellina e le altre terre ad essa occupate nella guerra -di Toscana. Troviamo Lorenzo essere stato grande amico a quello Stato -di popolani, debole com’era e molto agitato, sperando forse egli avere -occasione di porvi le mani, e soddisfare l’ambizione ch’era in lui -grandissima di fare un qualche notabile acquisto e averne merito nella -patria sua.[537] Dolevagli intanto assai la perdita di Sarzana, che -dalla gelosia dei vicini più volte gli era stato impedito recuperare; -ed ora il racquisto si rendeva più difficile, avendo Agostino Fregoso -donata la terra al Banco di San Giorgio, Compagnia possente, la quale -reggeva tutto il commercio dei Genovesi, mantenendosi libera e forte e -senza alterazioni in mezzo ai tanto spessi mutamenti ed alle percosse -di signorie forestiere cui la Repubblica sottostava. Andarono genti -dei Fiorentini a quella volta, ma nel passare che facevano sotto -Pietrasanta molti carri di munizioni e vettovaglie con debole scorta, -furono assaliti da quelli di dentro, e presi non senza sospetto che -da quella preda si fosse in Firenze cercato un motivo d’assalire -Pietrasanta: l’avevano essi altre volte posseduta, ed era una briglia -da tenere in freno i Lucchesi, e buon fondamento ad ogni impresa da -quelle parti. Ma l’espugnazione si rendeva difficile, essendo l’autunno -avanzato e il terreno paludoso; abbandonarla ed aspettare la primavera, -Lorenzo non volle; e in aggiunta d’Iacopo Guicciardini avendo mandato -due altri Commissari, Antonio Pucci e Bongianni Gianfigliazzi, e dietro -a quelli Bernardo del Nero, si recò egli stesso sotto Pietrasanta -a dare animo alle genti ed a sopravvegliare la piccola guerra, ma -tale però che avrebbe potuto estendersi molto per essere i Genovesi -dal mare discesi in Vada e battendo con le artiglierie la Torre che -i Fiorentini avevano nuovamente armata in Livorno. Assai fu lodata -la virtù dei Commissari, e massimamente di Antonio Pucci che prestò -opera di Capitano, egli volendo a ogni modo si desse l’assalto, e in -quello mischiandosi agli uomini d’arme e pigliando cura dei feriti e -provvedendo da sè ogni cosa sinchè non ebbe avuto infine Pietrasanta. -Egli medesimo infermatosi per quelle fatiche e per la stagione, si -faceva portare a Pisa, dove in pochi giorni moriva: era figlio di quel -Puccio che tanto avea fatto co’ suoi per dare lo Stato a Cosimo de’ -Medici. Gravi erano le sofferenze e i morbi frequenti e il mancare dei -soldati: morivano l’altro Commissario Gianfigliazzi che difese Livorno, -ed il Capitano della guerra ch’era il conte Antonio da Marciano.[538] -Questa però non cessava, sebbene per terra nulla si facesse da Niccola -Orsini conte di Pitigliano, nè da Rinuccio Farnese, nuovi condottieri -dei Fiorentini: ma i Genovesi dal mare di nuovo attendeano a battere -Livorno; donde ributtati, non però all’armata Fiorentina riusciva -tentare contro a Genova cosa alcuna. Lodovico Sforza interponea -pratiche dubbiose, intantochè senza frutto si adopravano per la pace il -nuovo Papa e il re Ferrando.[539] - -A Sisto IV era succeduto Gian Battista Cibo genovese Cardinale di -Molfetta, col nome d’Innocenzo VIII. Mansueto di natura, lo aveano -eletto per avere un pontificato quieto; ma tali erano le condizioni -allora d’Italia e tanti gli appicchi di politiche ingerenze fuori, -e di passioni private e di domestiche cupidigie dalle quali era -tirato sempre l’animo dei Papi, che asceso al regno di pochi mesi, -fu tratto Innocenzio ad una pericolosa guerra, odiosa a lui quando -v’entrava, odiosa del pari quando egli ne usciva. Contro al re Ferrando -si congiuravano insieme i Baroni del Reame, potentissimi nei loro -castelli: tenevano molti la parte angiovina; ma coloro stessi che -innalzati dal padre o da lui, godevano allora di grandi ricchezze, -praticavano contro a lui segretamente, ma non inconscio Ferrando, che -tutti temeva, e come espertissimo odorando i tradimenti da lontano, -correva innanzi a prevenirli. Era Innocenzio male disposto verso la -casa degli Aragonesi; e peggio ancora il Cardinale di San Pietro in -Vincula, che assai dominava l’animo del Papa;[540] nel quale speravano -i congiurati: ed Innocenzio avendo anche avuti Ambasciatori della -potentissima città dell’Aquila che s’era posta in ribellione, deliberò -di muovere guerra contro al re Ferrando, avendo ottenuto dai Veneziani -Roberto da San Severino che andasse capo a quella impresa. Dispiacque -a Milano la mossa del Papa, e molto se ne turbava Lorenzo de’ Medici -al quale parve che fosse incendio da spegnere tosto; il che avverrebbe -se il Papa fosse costretto a ritrarsene col muovergli addosso tutto -il peso della guerra. Intorno a Roma i Colonnesi amici del Papa si -battagliavano con gli Orsini; dei quali Niccola conte di Pitigliano, -venuto ai soldi della Repubblica di Firenze, entrò dalla parte di -Maremma nello Stato della Chiesa, intantochè il Duca di Calabria, -facendosi innanzi, cercava congiungersi ad esso ed agli altri Orsini -che aveano sparse le castella nel Patrimonio. Ma perchè l’impresa -pareva tale che si dovesse compiere alla prima, Alfonso recatosi a -Montepulciano, richiedeva che Lorenzo si abboccasse quivi con lui; -e sebbene questi per malattia non potesse, rimase tra loro convenuto -di portare le offese là dove più avrebbero ferito sul vivo: Lorenzo -mandava a questo effetto rinforzo di gente, ed altre otteneva che sotto -al Trivulzio venissero da Milano. Ma ciò nonostante riusciva la guerra -lenta per le difficoltà dei movimenti, e per la stessa militare scienza -la quale nei Capi era grandissima, con eserciti male composti e non -atti a fare imprese gagliarde. Aveva Roberto da San Severino scontrato -i nemici inutilmente al ponte Nomentano; poi andò gran tempo prima che -le forze dei Collegati e degli Orsini si congiungessero a Bracciano, e -che in una grossa battaglia non avessero la peggio le genti del Papa. -Questi frattanto avea trattato di fare scendere in Italia il Duca di -Lorena siccome erede delle ragioni di casa d’Angiò; al quale annunzio -il Senato di Venezia, che non voleva in Italia oltramontani, già dava -segno di accostarsi alla Lega; mentre i Fiorentini se ne rallentavano, -a Francia legati per gran numero dei mercatanti ch’aveano in quel -regno. Il Papa intanto, stretto dalla guerra che aveva all’intorno e -dalle fazioni sanguinose dentro Roma stessa, udiva con lieto animo le -proposte d’accordo che aveangli recate il Trivulzi e un letterato che -allora in Napoli era in grande stima, Giovanni Pontano. Recossi indi -a Napoli lo stesso Cardinale di San Pietro in Vincula, e fu conchiusa -la pace; Roberto da San Severino costretto ritirarsi con l’esercito, e -non avendo chi stesse per lui, fu necessitato rinviare la maggior parte -delle sue genti, ed egli tornare a Venezia quasi solo. Quella pace -diede a Ferrando causa vinta contro ai Baroni,[541] dei quali furono -taluni subito messi a morte; altri, difesi dall’accordo e perdonati, -erano spenti anch’essi con paziente indugio dal Re, che gli avvolse -presso che tutti dentro alla rete dei tradimenti. Ferrando d’Aragona -credettesi allora d’avere per sempre assicurato alla discendenza sua la -possessione del Regno di Napoli.[542] - -Per quella pace i Genovesi bene avvisati che da Firenze tutte le -forze si volgerebbero all’impresa di Sarzana, passando la Magra -senza aspettare la primavera che fu del 1487, investirono il Borgo di -Sarzanello; e questo occupato ed arso, battevano con le artiglierie la -Rôcca, avendo usato per la espugnazione l’artifizio nuovo e tuttora -non bene regolato delle mine. A quell’annunzio i Fiorentini molto si -commossero, e mandato in campo il Conte di Pitigliano, scrissero a -quanti condottieri e conestabili tiravano soldo dalla Repubblica, si -affrettassero intorno Sarzana. Giungeano i Signori di Piombino e di -Faenza, vennero altri Orsini di nuovo ricondotti dalla Repubblica e -dal Duca di Milano, e Galeotto Pico signore della Mirandola. Tardi -inviava Lodovico Sforza quattrocento lance, e il Re di Napoli a -Livorno sei galere con cento provvigionati e con l’intenzione di fare -in Corsica qualche effetto contro ai Genovesi. Raunate le forze, si -venne a battaglia con vittoria dei Fiorentini, i quali ebbero prigione -lo stesso Capitano genovese Gian Luigi del Fiesco: dipoi fabbricate -sulla Magra, e in altri punti bene acconci, bastìe che impedissero ogni -soccorso alla città, si venne all’assalto; il quale riuscito la prima -volta infruttuoso, ma le mura essendo da più parti rotte, i cittadini -senz’aspettare l’assalto secondo, liberamente si diedero a Lorenzo -dei Medici; il quale venuto in campo, colse l’onore della vittoria e -della molta benignità usata verso i Sarzanesi. Avrieno in quel caldo -bramato a Firenze di spingere innanzi la guerra, ma furono impediti -dallo Sforza, il quale avendo trattati in Genova, non voleva che fosse -menomato quello Stato, del quale divenne bentosto signore: invidiava -egli anche la riputazione di Lorenzo, e tra essi due sempre gli animi -furono mal disposti.[543] - -Nella Romagna, solito campo alle stragi familiari tra quei signorotti, -due morti avvennero nell’anno 1488, per le quali fu ivi attirata la -sollecitudine dei Fiorentini. Girolamo Riario teneva Forlì, odiato per -crudeltà ed avarizie; tantochè un giorno, essendosi messi d’accordo -taluni di quei principali cittadini, l’uccisero; e poi gittato il corpo -dalla finestra, chiamavano il popolo gridando Chiesa e Libertà. La -Rôcca teneasi nel nome dei figli, i quali insieme con la madre essendo -alle mani dei congiurati, ottenne la Contessa d’entrare in quella sotto -colore di persuadere il Castellano a cederla; poi facendo il contrario, -insultava dalle mura con animo ed atti poco femminili ai rivoltosi che -minacciavano d’uccidergli i figli. Ma la città si mostrava fredda; e -intanto veniano genti da Milano e da Firenze, pel cui soccorso Caterina -Sforza riebbe lo Stato che fieramente poi manteneva ai figli ed a -sè. Nè un mese appena era passato, che un peggiore caso avvenne in -Faenza: Galeotto Manfredi fu ivi ucciso dalla sua propria moglie, nata -di Giovanni Bentivoglio; e questi cercando occupare in quel tumulto -Faenza, i contadini di Val di Lamone, che più altre volte avean fatto -prova della virtù loro, accorsi in arme, recuperarono la città facendo -prigione lo stesso Bentivoglio. Allora i cittadini a mezzo con gli -uomini di Val di Lamone presero lo Stato in nome del piccolo fanciullo -Astorre e sotto la consueta protezione di Lorenzo de’ Medici e della -Repubblica di Firenze; la quale ritenne Piancaldoli, buona rôcca sul -confine, e prima stata di suo dominio. In Osimo un Boccolino si era -fatto tiranno e minacciava chiamare i Turchi; ma costretto rendere al -Papa quella città, e per qualche tempo in Firenze ritenuto, fu indi a -Milano fatto uccidere. Dipoi una guerra tra l’Imperatore e i Veneziani -essendo bentosto finita, e per interposizione di Lorenzo placate le -ire del Papa contro al re Ferrando per l’uccisione dei Baroni e pel -negato tributo,[544] godette senz’altro accidente l’intera Italia pace -tranquilla.[545] - -Grande era in quegli anni appresso al Pontefice l’autorità di Lorenzo -dei Medici, il quale in Roma diceano essere arbitro d’ogni consiglio; -ed in quello andare insieme i due Stati i quali tenevano il mezzo -d’Italia, avea fondamento la pace, essendo la via interchiusa alle -inimicizie di quei Principi che si apprestassero a turbarla. Motivi -privati s’aggiugneano ai pubblici a rendere stretta quell’amicizia: -papa Innocenzio avea, con nuovo e tristo esempio, riconosciuto -pubblicamente un suo figliuolo naturale, Franceschetto Cibo. A questi -Lorenzo sposava la figlia giovinetta Maddalena, che fu dalla madre -condotta a marito. Sperò Franceschetto dal padre o dal suocero uno -stato principesco; faceva disegni su quei di Piombino e di Città di -Castello, sognava perfino d’avere Siena; ma nè il Papa a queste cose -gli dava mano, ed a Lorenzo poco aggradivano.[546] Bene aveva questi -condotto Innocenzio ad un atto di favore molto insolito, e che fu nei -tempi avvenire fondamento dal quale saliva fino al principato la casa -dei Medici. Giovanni, secondo figlio di Lorenzo e che i due altri per -ingegno superava, dal padre era stato fin dalla puerizia incamminato -all’ecclesiastiche dignità. Ai sette anni insieme alla cresima ebbe la -tonsura, e fatto dal Papa Protonotario, si chiamò da indi in poi Messer -Giovanni: il re di Francia Luigi XI gli avea conferita l’abbadia di -Fonte Dolce; ebbe indi quella di Passignano in Toscana, ed una dal Duca -di Milano, e poi quella fra tutte insigne di Monte Cassino. Luigi XI -aveva anche tenuto discorso di farlo arcivescovo d’Aix in Provenza; al -che il Papa metteva per gli anni difficoltà, sebbene lo avesse fatto -abile a tenere gli ecclesiastici benefizi.[547] Tuttociò era innanzi -la morte di Sisto IV e che il fanciullo pervenisse ai nove anni. Prima -che fosse giunto ai quattordici, da Innocenzio fu creato Cardinale, -ma con la riserva di indugiare alla pubblicazione tre anni; i quali -essendo compiti nel marzo del 1492, pigliava con grande solennità in -Firenze Giovanni l’investitura di quel grado, e subito andava in Roma -ad esercitarlo.[548] Abbiamo i consigli che il padre a lui dava per -iscritto intorno al modo di contenersi nel cardinalato; consigli che -onorano Lorenzo: e poichè ad abbreviarli si guasterebbero, e letti -potranno servire all’istoria, abbiamo proposito di pubblicarli tra’ -Documenti che saranno in fine a questo volume.[549] - -Per tante grandezze a molti pareva Lorenzo avviarsi al principato, ed -era voce che non appena con l’età di quarantacinque anni divenisse -abile al supremo magistrato, sarebbesi fatto creare Gonfaloniere a -vita. Un grande passo aveva fatto l’anno 1490 col togliere al Consiglio -dei Settanta l’autorità di creare la Signoria, il che era avere lo -Stato in mano. Questo da principio Lorenzo aveva sofferto dividere con -un collegio di suoi devoti, ma era numeroso ed era perpetuo, da non -potersi alla lunga governare: per questo e perchè le cose andassero più -strette e più spedite, fece Lorenzo eleggere una Balìa di Diciassette, -dei quali era uno egli medesimo. Fu ordinato che ai Settanta rimanendo -l’autorità d’una Pratica o Consulta, tutto il maneggio delle scelte -si facesse per vie coperte dagli Accoppiatori, com’era già stato. -Quella Balìa decretava più altre riforme, tra le quali, perchè era in -Firenze quantità di monete nere di vari paesi; mettendo queste fuori -di corso, ordinarono che le gabelle si pagassero in monete bianche -allora coniate, nelle quali entravano due oncie d’argento per libbra e -valevano il quarto più delle altre. La cosa era per sè buona, ma per -questo modo crebbero assai le entrate della città, con molto gridare -della plebe alla quale rincaravano tutte le grascie e cose necessarie -al vitto. Con altre industrie fu continuato l’antico scandalo -circa al Monte delle Doti, di nuovo ridotte e sempre a benefizio di -Lorenzo.[550] - -Il titolo di Magnifico a lui serbato dalla posterità era solito darsi -a chiunque avesse condizione più che di privato. Già egli traeva a sè -ogni cosa: lui personalmente riconoscevano ed a lui si obbligavano i -Signori della Città di Castello, e i Baglioni di Perugia, e i Malaspini -di Lunigiana, ed altri che aveano soldo dal Comune; quelli di Faenza a -lui erano in tutela. I Re ed i Principi con lui solo carteggiavano di -cose di Stato: Luigi XI di lui pigliava cura come d’amico. Ferrando gli -rendea grazie dell’averlo salvato egli solo nell’ultima guerra; col re -d’Ungheria Mattia Corvino aveva relazioni per cose di studi. Vedemmo il -favore di che egli godeva presso al Signore dei Turchi; ed il Soldano -d’Egitto mandava doni a lui e alla Signoria, tra’ quali era un Leone -domestico ed una Giraffa, strano animale che altra volta s’era veduto -in Firenze; ma gli Artisti e gli Scrittori faceano a Lorenzo gloria -d’ogni cosa, come di omaggio che a lui rendessero i re barbari.[551] -In casa e in città mantenne sempre modi e costumi di cittadino; il -vivere suo era più compagnevole che fastoso, eccetto in qualche solenne -occasione di feste o conviti a principi forestieri: serbava con tutti -la fiorentina dimestichezza, ed a chi fosse di più età di lui cedeva -la mano.[552] Il figlio suo Piero maritò con l’Alfonsina di quella -stessa casa Orsini donde egli medesimo aveva la moglie: le nozze furono -celebrate in Corte di Napoli ed alla presenza del Re. In questo e nel -maritaggio della figlia Maddalena cercò alleanze di famiglie signorili, -ma collocò le altre figlie con privati cittadini di Firenze, sposando -Lucrezia a Iacopo Salviati, e Contessina a Piero Ridolfi; aveva la -terza figlia promessa a Giovanni dell’altro ramo di casa Medici, ma -essa moriva quando era sul punto di andare a marito. - -Come in Firenze i maritaggi tra gli Ottimati serviano spesso alle -politiche aderenze, così Lorenzo che per tal modo si avea legato due -famiglie delle maggiori nella città, poneva studio diligentissimo -nell’impedire che tra le grandi Case non si formassero alleanze a lui -sospette, o ne faceva egli a suo modo, avendo l’occhio sugli andamenti -dei cittadini, sulle amicizie, sugli interessi: male sofferiva persino -che altri si rendesse grato con balli e conviti in occasione di nozze, -com’era costume antico in Firenze, d’allora in poi quasi dismesso. -«Nelle quali cose ebbe a durare grande fatica massimamente nei primi -tempi, e ad altro pareva non attendesse il dì e la notte mettendovi -tutto l’ingegno e l’industria con assidua pazienza e usando a tal -fine varie arti con sètte segrete e compagnie che l’una non sapeva -dell’altra:[553]» nelle stesse liberalità poneva tale misura che niuno -s’arricchisse troppo, e che gli uomini dello Stato non apparissero -all’universale violenti e rapaci. Dipoi, la congiura dei Pazzi gli -aggiunse amici nuovi e ristrinse i vecchi più intorno a lui, tanto -che la potenza sua divenne più assoluta, e crebbe un grado da quella -che aveva tenuta Cosimo. Il Palagio della Signoria perdeva ogni dì -credito, ai Consigli ed agli stessi Collegi, che prima erano ogni cosa, -pochi si curavano d’intervenire: onde nacque caso che non si potendo -fare la tratta dei magistrati al dì necessario, e taluni ch’erano a -caccia nelle ville loro avendo ricusato andare, sebbene chiamati a -grande fretta, dal Gonfaloniere furono ammoniti. Ma parve a Lorenzo, -assente in Pisa, che avesse quegli presa di suo capo troppo grande -libertà; e si aggiunse l’avere negato, secondo l’usanza, l’entrata in -Palagio mentre i Consigli deliberavano, a Ser Piero da Bibbiena ch’era -Cancelliere di Lorenzo; per queste cose il Gonfaloniere appena uscito -d’ufizio fu ammonito per tre anni.[554] Industria antica di Casa dei -Medici era tenere in ciascun ufizio o magistrato un Cancelliere di -confidenza loro: e uno ve n’era salariato dal Comune da stare fermo -nelle ambascerie che spesso mutavano, il quale aveva con Lorenzo conto -a parte e lo avvisava d’ogni cosa. Per tale modo i grandi cittadini -aveano gli uffici, ma gli uomini tirati su da Lorenzo esercitavano ad -arbitrio suo la potestà effettiva, massimamente in ciò che spetta alle -gravezze ed al Monte, ch’egli era accusato volere annullare per indi -volgere più liberamente le entrate pubbliche a suo pro. A ciò era dalle -private sue necessità costretto; ma il danno feriva grande numero di -cittadini che aveano nel Monte i loro capitali, e ne ricavavano fra -tasse e riforme più che dimezzato l’interesse. Ma sopra ogni altra -odiose riuscivano le riduzioni fatte al Monte delle Doti, che non si -pagando al tempo promesso rimanevano nel Monte, e le fanciulle che si -maritavano, in luogo di sorte non avendo altro che l’interesse sotto -certe regole, era alle famiglie necessità sborsare la dote in contanti -per non si potere valere di quello che aveano a tal fine più anni prima -depositato. Dal che avveniva che poche fanciulle si maritassero, e -anche bisognava chiederne licenza perchè il parentado andasse a genio -di Lorenzo.[555] - -Ogni principio di rumore, se pure nascesse, prontamente gastigava, come -apparve in un caso narrato dall’oratore Modenese, allora in Firenze, -le cui parole giova riferire. «Andando io in piazza, trovai gran -tumulto di popolo, e la causa fu perchè menandosi uno giovine della -terra alla giustizia perchè avea morto un famiglio de li Otto a’ dì -passati, ed essendo fuggito a Siena, i Senesi lo diedero nelle mani -di questa Signoria per i capitoli comuni. E menandosi detto giovine -per piazza per condurlo al luogo della giustizia, il popolo si levò, -gridando _scampa, scampa_; in modo che lo cominciarono a togliere dalle -mani alla famiglia del bargello. Pure li Otto della Balìa in persona -vennero in piazza e fecero fare subito un bando, alla pena della forca, -che la piazza fosse sgombrata. Ed essendo fatta instanza per l’oratore -di Milano ed il Genovese per ottenere la grazia di quel giovine, e ad -instanza di Lorenzino e di Giovanni e di Pier Francesco (de’ Medici) -con il Magnifico Lorenzo che si trovò in Palazzo a tale tumulto, Sua -Magnificenza gli dette buone parole, e operò ch’egli fosse appiccato -in piazza ad una finestra del bargello: poi fece pigliare quattro di -quelli del popolo che gridavano _scampa, scampa_, e a ciascheduno fu -dato quattro tratti di corda e furono sbanditi per quattro anni fuori -della terra. A questo modo si sedò il tumulto, e mai non si volse -partire fuori della piazza il Magnifico Lorenzo sinchè non vide sedato -il popolo.[556]» Di questo tumulto non fanno parola gli scrittori -Fiorentini. - -Ma più della forza poteano il favore e i nuovi costumi, il popolo -essendo a lui devoto in città fiorente per l’eccellenza delle Arti -e per la dovizia dei mestieri: domato di prima, impinguato ora più -che mai fosse pei grossi guadagni, rallegrato dalle feste, godevasi -ambiziosamente come sue la grande fama di Lorenzo, le magnificenze -della Casa Medici, la gloria che a tutta la città ne derivava. Essendo -a Lorenzo falliti i traffici ai quali sdegnava calare l’ingegno, -si voltò alle possessioni; e al Poggio a Caiano edificò una Villa -d’architettura elegantissima, della quale egli medesimo avea dato il -primo concetto a Giuliano da San Gallo che dietro a quello poi la -condusse. Cercando risollevare l’infelice Pisa dal tetro squallore -in che era caduta, comprò molte terre in quella provincia e case -in città, dove a lui stesso non di rado piaceva dimorare facendovi -spese e mettendo vita intorno a sè: ripristinò anche l’antico gioco -del Ponte, caro ai Pisani e quindi vietato dalla sospettosa gelosia -della Repubblica di Firenze. Era in Pisa uno Studio, anch’esso deserto -dopo la conquista; ma Lorenzo volle sorgesse a celebre Università; -chiamandovi con larghi stipendi da ogni parte d’Italia eccellenti -professori in legge, in medicina, in divinità.[557] Le umane lettere -e le Arti aveano in Firenze già grande splendore: Lorenzo era tale in -sè medesimo da più illustrarle; ingegno potente, vario, elegantissimo -e curioso d’ogni sapere, capace di alzarsi al pensiero filosofico e -al sentimento delle Arti belle, scrittore non ultimo in prosa ed in -verso tra molti insigni che lo attorniavano, raccoglitore munifico -di quelle opere dell’antichità dalle quali aveano impronta gli studi. -Il secolo era nelle dottrine incerto e mutabile, nei costumi sciolto, -gaio nella vita com’essere sogliono i tempi che alle ruine precedono. -Lorenzo pareva in sè accogliere tutto il secolo, scrivea rime sacre -e canti carnascialeschi, cercava e ascoltava gli uomini religiosi ed -era involto negli amori. Assiduo alle cure di Stato e infaticabile in -ogni cosa che a lui servisse o a lui dèsse fama, pareva non altro amare -che celie e sollazzi, e compagnia d’uomini arguti e faceti; avea tal -natura, che a tutto bastava e ad ogni cosa pareva fatto. La Casa dei -Medici era un museo, una scuola, un ritrovo degli ingegni che ad essa -accorrevano; da quella partivano i consigli gravi, e la luce delle -lettere, e i giochi e le feste e le corruttele dei costumi: in quella -cresceano fanciulli due Papi, ivi risedeva l’Accademia Platonica intesa -con gli studi a rinnalzare la vita e il pensiero; ed ivi continua la -dimestichezza del Poliziano e del conte Giovanni Pico della Mirandola -che fu portento dell’età sua; ivi Michelangiolo faceva saltare dal -marmo le prime scaglie, e Luigi Pulci leggeva il Morgante nelle cene -geniali: tanta ampiezza di vita, nè tanta magnificenza, nè allegrezza -forse alcun tempo non vide mai; era il nome di Lorenzo in cima a ogni -cosa. - -E intanto la vita di lui declinava. I dolori delle gotte, ereditari -nella famiglia sua, lo avevano afflitto sino dalla giovinezza; e noi -lo troviamo già nell’anno 1482 ai Bagni del Senese ed a quei di Lucca, -e spesso di poi al Bagno a morbo nel Volterrano.[558] Si aggiunsero -doglie frequenti di stomaco, dalle quali fu talmente logorato, che -a vedere alcuni ritratti di lui si direbbe uomo decrepito. Crebbe il -male nei primi mesi dell’anno 1492, nè vollero gli amici e i congiunti -crederlo mortale insinchè agli otto del mese d’aprile nella villa -di Careggi, di poco avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra -sofferenze acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva -quella vita della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata, -nè più nei tempi che sopravvennero celebrata. Due giorni prima, caduto -un fulmine sulla Cupola di Santa Maria del Fiore aveva spezzato quella -delle grandi costole di marmo che scende dal lato dov’era la Casa dei -Medici, e i pezzi cadendo foravano in più luoghi la vôlta del tempio. -La notte di quel dì stesso che era stato ultimo a Lorenzo, Pier Leoni -da Spoleto, medico fra tutti reputatissimo, fu trovato morto in un -pozzo a San Gervasio, o ch’egli medesimo, come fu detto, vi si gettasse -per disperazione, o che vi fosse da altri gettato. Nella città era -grande la costernazione, pauroso l’avvenire a coloro stessi che mal -volentieri ubbidivano a Lorenzo; gli amici a lui più bene affetti, o -si dispersero, o mancarono: due anni dopo moriano, sebbene di lui più -giovani, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano: Marsilio Ficino, già -vecchio, finiva non molto dipoi. - -Tempi luttuosi conseguitarono alla morte di Lorenzo dei Medici, e -accrebbe favore al suo nome l’essersi da indi in poi di tutta Italia -arrovesciate le sorti, quasi fosse ella perita con lui che solo era -abile a scamparla. Bentosto si vennero a urtare insieme le ambizioni -degli altri Principi, insinchè non furono oppresse tutte dalla -sopravvenienza delle armi straniere che uno di loro aveva chiamate. Fu -detto Lorenzo avere creata la scienza che poi fu appellata d’equilibrio -e che ai politici delle età seguenti divenne studio; ma era già arte -della Repubblica di Firenze, naturale protettrice delle città e degli -Stati minori di lei, perchè ella cercava tra mezzo ai maggiori la -propria sua conservazione. La quale arte stando rinchiusa dentro ai -confini d’Italia, valeva a tenerla bene spartita e contrappesata in -sè medesima finchè d’oltremonti nessun pericolo minacciasse; più non -bastava se una volta le altre nazioni venendo a comporsi in forti -regni, la divisione rendesse invalida la difesa; il che presentiva -l’istesso Lorenzo. Questi mantenea frattanto l’Italia in bilancia,[559] -il che era un rimuovere le cause interne e le occasioni per cui -venissero gli assalti di fuori: e ciò da lui solo riconosceva ed a lui -ne diede, fra tutti gli altri, amplissima laude Francesco Guicciardini -nel principio della grande Istoria sua; sebbene avesse egli in altra -opera giovanile, ponendo a confronto Cosimo e lui, attribuito maggiore -all’avo prudenza e giudizio. Bene ebbe Lorenzo assai più di Cosimo -ardito il consiglio e in più vasto campo spaziava il pensiero: natura -d’artista, anima di principe, ultima grandezza d’un’età splendida che -finiva.[560] - - - - -CAPITOLO VIII. - -SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. -[AN. 1434-1491.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA. - - -Abbiamo veduto per cento anni l’operosità intellettuale degli Italiani -volgersi quasi unicamente a riporre in luce gli autori classici, -ad assicurarne la lezione, a propagarne l’uso e l’intelligenza. In -essi cercavano forme più elette alla parola, ma per quello studio -apersero come un nuovo mondo alla erudizione, che fino allora si era -aggirata dentro a termini molto angusti; della quale Dante era assetato -penosamente, ed il Petrarca troppo soddisfatto. Ma intanto l’istoria -tornata in luce rettificava molti degli errori che aveano goduto -autorità e corso nell’età di mezzo, e la critica si assottigliava, -e molte passioni si temperavano col cessare l’ignoranza che l’uomo -racchiude in sè medesimo e lo rende spesso agli altri più ostile. -Molto anche appresero dai Latini quanto agli uffici dell’uomo civile; -la scienza pratica si avvantaggiava, ma facendo ingombro a eletti -ingegni nei quali si vede scarsa in quegli anni l’originalità: dipoi, -saziata la foga del ritrovare, venne il pensiero speculativo a farsi -più ardito, quando ai Latini s’aggiunsero i Greci scrittori e che -lo studio di questa lingua si fu divulgato. Uomini dotti tra’ Greci -accorsero al Concilio tenuto in Firenze per l’unione delle due Chiese, -e in tale occasione le controversie teologiche riaprirono il campo alle -filosofiche; i Greci portarono in esse un rivolo delle antiche loro -scuole, buono ad irrigare i campi fatti aridi della scolastica, donde -san Tommaso aveva oggimai cavato ogni frutto. - -Tra gli altri erano due Greci, cultori della Filosofia platonica, -Gemisto Pletone ed il cardinale Bessarione che aveva promossa l’unione, -e che rimasto poi sempre aderente alla Chiesa dei Latini godeva in -Italia autorità negli studi. Da questi due uomini dovette Cosimo dei -Medici essere indotto a favorire quella dottrina che molto bene si -confaceva al genio artistico e religioso de’ Fiorentini; l’accolse -egli stesso nel suo Palazzo, e ad essa volle che fosse allevato quasi -dalla fanciullezza Marsilio Ficino ch’era figliuolo del medico suo. -Ivi si facevano conversazioni di dotti, le quali pigliarono nome -platonico d’Accademia, divenuto solenne dipoi a questa e ad altre -simili riunioni. Cotale indirizzo dato agli studi sino d’allora io -credo fosse argine alla corruttela del pensiero. Finchè un principio -d’autorità poneva limiti alla controversia, e i più alti gradi della -scienza in lei scendevano dalla fede, giovava seguire la disciplina -dei peripatetici, sottile arnese ed atto ai lavori delle scolastiche -officine. Ma ora che il pensiero ambiva spingersi fino all’altezza dei -primi veri, e le dottrine del gentilesimo tutto invadevano il sapere, -bene fu almeno alle scuole nostre avere accolta quella filosofia che in -cima a sè stessa aveva un principio fuori di sè stessa, sovraimponendo -l’idea di Dio a tutta l’opera del ragionamento. Per quelle dottrine -si temperarono molti ingegni fino ai più audaci e dissoluti: corse -oltre a un secolo, e la prevalenza ch’ebbe in Toscana un tale abito -nel filosofare, io credo infondesse maggior sanità nell’intelletto di -Galileo e della scuola che da lui discese. Si vede egli sempre nella -fisica avere a guida una filosofia, e per lo studio della materia -non perdere mai l’idea dello spirito: bene gli avvenne che al primo -formarsi di quella mente gli stesse innanzi nelle tradizioni casalinghe -una filosofia religiosa; così l’accademia Platonica diede qualcosa del -suo all’accademia del Cimento. - -Marsilio Ficino [n. 1433, m. 1499] tradusse in lingua latina le opere -di Platone, che fu il maggiore servigio prestato da lui direttamente -alla filosofia. Tradusse i libri anche di Plotino, e si affaticò molto -intorno a Proclo, a Giamblico e agli altri della Scuola neoplatonica -d’Alessandria; ne accolse le mistiche astrusità, e da quelle fu -condotto infino ai sogni dell’Astrologia giudiziaria e ad altre -consimili fantasie. La sua maggiore opera è un libro col titolo di -_Teologia Platonica_, perchè nel pensiero di lui, platonico e cristiano -erano tutt’uno; ed egli cercava per tal modo soddisfare insieme -all’ingegno sottile ed al cuore dov’era la fede sincera e schietta: fu -prete e parroco virtuoso, di vita semplice, di costumi puri; e, quale -si fosse il valore delle sue dottrine, la conversazione di lui educava -agli alti pensieri e alla bontà i molti suoi discepoli o seguaci. -Innanzi alla morte del Ficino e poi molti anni, tenne in Firenze la -cattedra di filosofia Platonica Francesco Cattani da Diacceto, che pei -suoi libri si acquistò fama come illustratore di quella dottrina. Nei -tempi di Marsilio, e di lui più vecchio, Cristoforo Landino [n. 1424, -m. 1504] fu anch’egli platonico: scrisse in latino le Disputazioni -Camaldolesi, un trattato sulla nobiltà dell’anima ed altre molte -cose in prosa ed in verso; in lingua italiana, un dotto Commento e -assai reputato sulla _Divina Commedia_; tradusse in volgare l’Istoria -Naturale di Plinio; insegnò in Firenze le belle lettere e fu segretario -della Repubblica: pochi s’agguagliarono a lui per l’onorata vita e pei -servigi recati agli studi. - -In quel secolo fu la Toscana oltremodo ferace d’ingegni, sebbene ad -alcuni tra’ sommi nuocesse la varietà delle cose a cui si volsero nel -tumultuare che le menti facevano in quella novità di studi tuttora -immaturi. Il che si vidde in Leone Battista Alberti, nato in esiglio -su’ primi anni del quattrocento, di quella famiglia che noi vedemmo -fieramente perseguitata in Firenze. Attese da giovane allo studio delle -leggi e fu laureato nel diritto canonico, intantochè egli scriveva -in latino una Commedia che fu creduta d’autore antico, e si rendeva -singolare per forza e destrezza negli esercizi del corpo ed in tutte -le arti liberali e cavalleresche. Artista e scrittore non trascurò la -pittura e la scultura ma fu grande nell’architettura, di lui rimanendo -per l’Italia alcuni insigni edifici, tra’ quali bellissima la chiesa -in Mantova di Sant’Andrea: scrisse un trattato di quest’arte, libro -che lo pone anche oggi tra’ primi che ne furono maestri. Si dilettò -molto della meccanica, ingegnandosi a comporre macchine che riuscirono -singolari massimamente per ciò che spetta all’arte nautica: nella -scienza della prospettiva fu maestro a quelli che dopo lui vennero. -Seguendo in filosofia le dottrine platoniche, scrisse non pochi -trattati di cose morali in lingua volgare. Uno tra questi che ha -per titolo della _Famiglia_ contiene nel terzo Libro la materia di -quello che lungamente andò col nome di Agnolo Pandolfini. Duole a noi -spogliare il buono e onorato vecchio della lode che a lui ne venne: -certo che il libro si direbbe opera d’un massaio anzichè d’uomo a cui -fa peso l’erudizione, ed il cui scrivere in volgare parve aspro agli -stessi amici suoi, per essere egli nato in esiglio ed assai tardi -venuto in Firenze. Ma poichè vediamo lui stesso chiamare _nudo lo stile -di quel terzo libro, essendosi in quello provato a imitare il greco -soavissimo scrittore Senofonte_, non rimane altro a noi (se falsa non -sia quella lettera), che ammirare qui pure l’ingegno tanto pieghevole -dell’Alberti, dolendoci che sempre non abbia egli scritto nudo a quel -modo. Poco egli visse in Firenze, dov’era stata dal Medici richiamata -la famiglia degli Alberti; e morì l’anno 1472. - -Abbiamo narrato di Sant’Antonino il suo valore anche nelle lettere: -dicemmo assai di Giannozzo Manetti del quale non ebbe Firenze altro -cittadino più lodato nella vita civile nè più di lui autorevole per -sapere. Scrisse molti libri, dotto com’egli era in greco e in latino, -ma con predilezione si diede all’ebraico; tradusse da questa lingua -il Saltero, combattè i giudei, trattò argomenti di religione e di -morale, cui bene serviva con la integrità del costume. Infelice come -cittadino, Giannozzo fu l’ultimo che insieme attendesse alla Repubblica -e agli studi: la vita civile diveniva più angusta, intantochè si -apriva un campo più vasto alla vita letteraria che già in quel tempo -si diffondeva per tutta Italia. Ma pure i Medici non disdegnavano -chiamare agli uffici i letterati devoti a loro, e si onoravano con -l’inviarli ambasciatori a’ Principi forestieri: così è che ascese ai -più alti gradi in quella nuova sorta di Repubblica Matteo Palmieri, -il quale ottenne stima di solenne letterato per le molte opere da lui -composte, ma oggi meno lette. Tra queste primeggia un trattato sopra -la _Vita Civile_, che fu tradotto anche in francese, ed una Cronaca -dalla creazione del mondo fino a’ suoi tempi, con altre minori opere -istoriche, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di Dante, -che ha per titolo _Città di Vita_. I Segretari o Cancellieri della -Repubblica si sceglievano per antico uso, come abbiamo detto, tra -gli uomini letterati, che tali furono Carlo Marsuppini, e Benedetto -Accolti aretini e Bartolommeo Scala da Colle in Val d’Elsa. Ebbe -l’Accolti un fratello di lui più chiaro come giureconsulto, di nome -Francesco, seduto su varie cattedre in Italia. Filippo Bonaccorsi, nato -in San Gimignano, che ad uso di quella età pigliò nome di Callimaco -Esperiente, giovane appartenne a quell’Accademia Romana che poi -soffriva fiere persecuzioni; donde scampato viaggiò per l’Oriente, -e fermatosi in Polonia e divenuto ivi grande personaggio, scrisse -in latino assai elegante l’Istoria della infelice guerra nella quale -venne a morte l’ultimo nazionale re d’Ungheria. Un altro sangimignanese -Paolo Cortese, cui diede fama un libro di Teologia purgata dal gergo -scolastico, soleva menare la vita in un castello presso al luogo -nativo, dove accoglieva i dotti, e di alcuni dettava le Vite. - -Abbiamo a stampa, ma in troppo scarso numero, le prediche di San -Bernardino da Siena, che al modo di altri celebri e più antichi -Frati sermoneggiando sulle piazze delle città d’Italia, predicava la -cessazione dalle inimicizie cittadine; oratore concitato, ricco di -figure, caldo e abbondante come avvezzo a sempre cercare gli effetti -subiti sulle moltitudini. D’un altro senese che fu Enea Silvio -Piccolomini, papa col nome di Pio II, bene fu detto avere egli scritto -più libri che altr’uomo ozioso, e trattato più faccende che altri -ad esse unicamente rivolto. Viaggiò dell’Europa alcune parti ancora -meno note, descrivendo i luoghi osservatore acutissimo, fu ministro -dell’imperatore Federigo III, fu cancelliere del Concilio di Basilea -e propugnatore della contesa ivi sostenuta contro a papa Eugenio. -Disciolto il Concilio, si acconciò col Papa; Legato in Germania -ch’egli bene conosceva, sostenne acremente ivi le parti della cattedra -pontificia, e questa tenne poi decorosamente avendo finita, coma -narrammo, la vita nelle fatiche di un troppo ardito divisamento. Le -opere sue tutte in latino, oltre agli scritti di controversia ed alle -Poesie, contengono Istorie del tempo suo, Commentari e descrizioni di -paesi; i fatti d’Italia narrò fin presso alla morte sua, quelli della -Germania come attore o come testimone sempre autorevole quando anche -appassionato: scrittore copioso, arguto, gratissimo a leggere per una -sua eleganza e disinvoltura signorile da lui acquistata nella pratica -dei grandi uomini e delle grandi cose; ingegno vario, di cui fu danno -che non si abbellisse la lingua italiana. - -Le Scienze allora sorgevano anch’esse, nelle quali non possiamo tacere -il nome di Paolo Toscanelli che non si vuol confondere con un altro -fiorentino Paolo Dagomari, detto dell’Abbaco, vissuto prima che il -Toscanelli nascesse l’anno 1397. Dotto di cose astronomiche, derise -l’Astrologia: essendo venuta a compimento la grande Cupola di Santa -Maria del Fiore, pensò d’apporre in cima d’essa uno Gnomone rimasto -famoso. Questo per la grande altezza disegna con raggio più lungo più -larghi gli spazi, i quali lo spettro solare fa correre dal foro, ch’è -in cima, sul marmo infisso nel pavimento; dal che più distinto riesce -il punto meridiano, e più si determina il momento del solstizio. -Ma gloria maggiore ebbe il Toscanelli dall’essere stato _cagione in -grande parte al Colombo d’intraprendere il grande suo viaggio_; il -che sappiamo dalla Vita che Ferdinando Colombo ha lasciato del suo -genitore. Paolo, curioso della Geografia, ebbe da mercanti fiorentini e -da certi uomini inviati dalle Indie al papa Eugenio IV notizie di quei -paesi e occasioni di farsi un concetto, fortunatamente sbagliato, della -via da percorrere per giungervi da Occidente. Ne scrisse a un Martinez -canonico di Lisbona, il quale avendone tenuto discorso al Colombo, -questi per mezzo di un Giraldi fiorentino ch’era in Lisbona mandò per -lettera al Toscanelli l’annunzio del suo disegno ed una piccola sfera -sulla quale aveva segnato il viaggio; donde il Toscanelli mandava al -Colombo una Carta da navigare con gli spazi segnati a suo modo: a tutti -è noto che il Colombo credeva la prima terra da lui toccata fossero le -Indie. Il Toscanelli non ebbe tempo di sapere a quale uomo e a quale -scoperta avesse in perpetuo egli associato il nome suo, morendo l’anno -1482. - -Qui male possiamo noi definire in brevi tratti Leonardo da Vinci [n. -1452, m. 1519], intelletto portentoso e inesplicato nella vasta potenza -sua, che in sè racchiudeva come una divinazione iniziatrice delle -scienze le quali si ampliarono dopo di lui. Tiene Leonardo come artista -tra i sommi un luogo tutto suo proprio e quasi appartato, perchè non -bastandogli il bello esprimere come forma, intese a condurlo per via -del pensiero fino all’ultima idealità sua; cercò degli affetti le -ragioni più riposte; e dopo averne dentro all’animo concetta l’essenza -per via d’astrazione, fece suo studio tradurla con l’arte in immagine -visibile: nè ciò gli bastava, chè un altro studio tutto diverso poneva -egli quindi nei mezzi meccanici che all’arte dessero compimento. Dei -suoi dipinti, che procedevano lentamente, pochi rimangono: il Cenacolo -in Milano, sebbene quasi perito, è per eccellenti copie negli occhi di -tutti; gli studi, i bozzetti, le prove mutate con sottili differenze -abbiamo in gran numero, perchè egli fu ingegno ch’era impossibile -soddisfare. Un colosso equestre di Francesco Sforza, del quale aveva -già fatto il modello, fu distrutto dai Francesi quando l’anno 1500 -entrarono in Milano; si perdè il cartone d’un grande dipinto che doveva -ornare Firenze. Ma egli ebbe intelletto essenzialmente speculativo: -scrisse trattati sulla Pittura e sopra l’Idraulica: abbiamo libretti -dov’egli segnava i suoi calcoli e le invenzioni sue, le macchine da -lui tentate, gli studi d’algebra, di geometria e quelli intorno alla -meccanica razionale, alla dinamica, all’ottica, all’anatomia degli -uomini e degli animali; trovò la teoria del moto dell’onde, studiò -il volo degli uccelli, osservò fatti tra i più reconditi ch’abbia la -natura, intorno ad essi lasciando formule che tuttavia sono rimaste -alla scienza. In questi frammenti dei suoi studi, gli ardui problemi -che egli aggrediva col pensiero ne mostrano quanta solidità fosse -in quella sua mirabile estensione. Era oltreciò bello e forte della -persona; eccellentissimo nella musica e inventore d’alcuni strumenti. -Non ebbe fortuna con Leone X; accolto in Milano da Lodovico il Moro, -condusse l’opera del Canale detto il Naviglio, e lavorò intorno alle -fortificazioni; amato dal re Francesco I, dimorò in Francia alcuni anni -e quivi moriva in un castello presso Amboise, nè già in Milano e nelle -braccia di quel Re come fu detto fino ai giorni nostri. Aveva Leonardo -spinto il pensiero fino a cercare una generale proporzione la quale -servisse a lui come artista per la figura dell’uomo, e come fisico gli -mostrasse le leggi supreme a cui si conforma la struttura delle cose. -Quindi Fra Luca Pacioli da Borgo San Sepolcro, amico e compagno di lui -pubblicava, su quell’idea un libro _della divina proporzione_: era il -Pacioli pratico nei calcoli, avendo in più libri raccolto d’algebra e -di geometria quanto si sapeva al tempo suo, e dato notizia di antichi -studi matematici in oggi perduti, tra’ quali primeggiano alcuni -frammenti del pisano Fibonacci. - -In Leonardo vennero a far capo le due correnti per le quali si era -condotta innanzi l’Italia, da un lato nelle Arti e dall’altro nella -Scienza; ma le Arti ebbero più facile e necessariamente meno incerto -il cammino. La forte vita che si agitava per tutto il dugento aveva -prodotto quasi a un portato Dante e Giotto; ma bastò a Giotto avere -in sè stesso la forma del bello, poichè i mezzi capaci ad esprimerlo -erano a lui già sufficientemente forniti dall’uso che era ai suoi tempi -della pittura. Quei mezzi che stanno invece della parola, nelle Arti -d’imitazione sono quasi del tutto meccanici; quindi è più semplice -l’andamento pel quale riescono esse a procedere e a perfezionarsi. -Un genio era apparso da principio e aveva mostrato una via nuova, -donde la pittura per quasi un secolo parve come stare intorno a lui, -da lui pigliando l’esempio a certe significazioni degli affetti e più -accurate regole al disegno e più ardimento nelle composizioni; facendo -di tutte queste cose all’Arte come un patrimonio capace a vivere ed -a passar oltre. Il che essa fece dopo a Masaccio. Il quattrocento fu -secolo d’artisti, i quali bisogna dire che in Firenze nascessero come -spontanei dal suolo; molti gli eccellenti, e male pareva che non si -sapesse fare. Il nome d’Arte, come si usa oggi a modo astratto, non -conoscevano: facevano come se esercitassero un mestiere, del quale i -maestri insegnavano le pratiche; il resto avevano in sè stessi. - -Basti a noi dire i nomi dei capi scuola o quelli ch’ebbero maggior -fama. Fra tutti primeggia la famiglia dei Ghirlandai, dei quali -Domenico per evidenza di esecuzione e per naturalezza in certe sue -opere di molte figure ci fa vedere come in ritratto l’antico popolo -di Firenze; ma gli sta innanzi per la finezza dell’espressione e pei -concetti Fra Filippo Lippi, seguito da un figlio dello stesso nome: -Sandro Botticelli espresse affetti squisiti con forme più larghe: -Benozzo Gozzoli dipingeva in Pisa con lunga serie di composizione tutta -una parete di quel mirabile Campo Santo, dove il pensiero della morte -pare che inalzi la coscienza della vita. Nella scultura s’illustrò -molto in patria e fuori Andrea del Verrocchio: spesso i tagliatori di -pietre, da lavoranti nelle cave intorno a Firenze riuscivano scultori -fra tutti carissimi, perchè a vedere quei volti di marmo tu gli credi -vivi e che ne debba uscire una voce; com’è nelle opere di Mino da -Fiesole, di Desiderio da Settignano e di due da Rovezzano. Spesso -gli scultori insieme erano architetti, come i due da Maiano, i due da -San Gallo, Andrea da Montesansavino e il Cronaca, autore del Palazzo -degli Strozzi, dove è vergogna che tuttavia rimanga non compiuto il -cornicione del quale il mondo non ha il più perfetto. Ma intanto le -Arti erano salite a maggior grado anche fuori di Toscana, e già d’altre -scuole erano usciti pittori che inaugurando con altre maniere l’età -susseguente, preparavano da tutta Italia il tempo nel quale si viddero -esse toccare il colmo. Tra questi è debito annoverare Giovanni Bellino -che diede principio alla grande scuola Veneta, e Andrea Mantegna che -illustrò la Lombarda; Pietro Perugino diede all’arte del dipingere una -maggiore dolcezza, Francesco Francia bolognese la usò con più ardita -e più originale maniera. Un poco più tardi Fra Bartolommeo da San -Marco [n. 1469, m. 1517] s’accostò ai sommi, o sta con essi, tanto in -lui tutte le parti del dipingere toccarono alla eccellenza; che sono -disegno compito, nobiltà di forme, scienza nel comporre e un grande -intendere della prospettiva: ed in tutte queste doti certa proporzione, -per cui niuno forse de’ grandi artefici è di lui più dotto. Ma qui, -per dare compimento a quella scuola la quale fu tutta peculiare -Fiorentina, vogliamo per ultimo anche registrare il nome d’Andrea del -Sarto [n. 1488, m. 1534], il quale sebbene per gli anni appartenga -all’età seguente, continua l’antica scuola cittadina, condotta da lui -a perfetta finitezza pel movimento delle figure, pel rilievo, per la -vita in esse più varia, per evidenza insomma più intera, curando egli -familiarmente il vero più che l’ideale. In queste cose Andrea del Sarto -vince il Frate istesso, di cui le forme pare alcune volte ti stieno -innanzi come a mostra, o hanno movimento ed atto forzato, com’è nel San -Marco, dove non so se egli pure cedesse all’esempio formidabile del -Buonarroti, ovvero se come frate di San Marco volesse a quell’iroso -colosso prestare l’anima del Savonarola. Ma di Arti parlando, è da -dire anche dell’incisione in rame cui diede forse un qualche principio -Maso Finiguerra fiorentino, derivandone le pratiche dall’arte dei -Nielli nei quali fu egli eccellente: o se l’incidere dal rame in carta -fu inventato prima in Allemagna, è certo almeno che il Botticelli -ed Antonio Pollaiolo, insigni pittori, figurarono tra’ primi che -l’esercitassero in Italia. Ne stringe lo spazio, talchè non possiamo -qui molto estenderci nè sulla orificeria che fu nutrice a grandi -artisti, nè sopra l’arte qui molto estesa dell’ornare con miniature le -cartapecore, nè su quella d’incidere in gemme. - -Continuava la Poesia volgare ad essere come soffocata dall’erudizione -che fa sua scienza il sapere altrui; volendo invece la poesia pensiero -libero, che si possa tradurre in immagini intere e viventi: al che si -aggiungeva che gli esemplari latini e greci, allora tra mano, davano -ai poeti come una sorta di scoramento, non credendo essi l’idioma loro -capace per anche di tanta coltura. Stava l’Alighieri come segregato -quanto alla lingua ed allo stile, e prove infelici riuscirono quelle -per cui fu cercato più volte di seguitarlo nei concetti scrivendo -poemi di argomento filosofico e morale. La sola canzone, perchè era -venuta su con la lingua, aveva cultori e stile suo proprio; ma dopo -avere nel Petrarca toccato la cima, lui seguitava ora da lungi e -nulla inventava. Queste erano traccie oramai segnate, ma quante volte -i letterati volessero uscirne scriveano latino, avendo il Petrarca -mostrato la forma di certe che appellò Egloghe, dove si avvolgevano -pensieri talvolta da non propalarsi. Nasceva però incontro ai più -dotti una scuola nuova d’autori più schietti, che solo intendevano a -trarre dal fondo della lingua viva quel tanto che avessero ciascuno -di loro in sè di poesia. Tra’ più umili Feo Belcari scrittore di -Laudi e di Rappresentazioni sacre e profane, avea sufficiente copia -di vena limpida come l’acqua pura, ma fu più felice in prosa che in -verso. È pure qui obbligo di registrare anche il Burchiello, barbiere -di nome rimasto famoso, perchè fece d’un certo suo gergo poesia forse -arguta, ma triviale; oscura oggi, ma popolare nei tempi suoi e che ebbe -inclusive imitatori. È tempo qui dire come la stampa recata da qualche -anno in Firenze producesse in lingua greca la prima edizione dei poemi -d’Omero, curata dal greco Demetrio Calcondila, e da Bernardo Nerli, che -ne fece la spesa, offerta con una sua lettera al giovinetto Piero de’ -Medici, l’anno 1488: seguitarono a questa alcune altre nobili edizioni -di classici Greci in carattere maiuscolo. - -Noi siamo ai tempi del Magnifico e al declinare del secolo. Un libro -a tutti noto e da pochi letto, è il _Morgante Maggiore_, poema -cavalleresco di Luigi Pulci. Costui fece prova di buon giudizio -trattando quella sorta di argomenti come cosa da ridere; ma è poi -vero che non avrebb’egli potuto per l’animo, o saputo per la tempra -di quella sua vena, salire a più alta sfera e tenervisi: ebbe egli -potente l’ingegno, ma incurante d’ogni cosa e di sè stesso, beffardo, -scettico, atto a dissolvere più che a comprendere e all’innalzare, -nel che sta l’ufficio della poesia vera. Gli accade alle volte di -raccogliere per via concetti pensati fortemente, o più di rado affetti -soavi e semplici, ma non vi si ferma; scrive a rallegrare prima sè -stesso e poi Lorenzo e i suoi convitati: alla fine del Poema, quando -egli descrive la morte d’Orlando, lo diresti epico, se alla invenzione -avesse egli data coltura e splendore d’espressione che bastasse. -Compose il Poema nei primi anni di Lorenzo e sotto al patrocinio della -madre di lui, severa e pia matrona, la quale invero male sappiamo -capire qual viso facesse ad un libro dove le cose più sacre son -poste in dileggio e, quello ch’è peggio, sotto al velame di un’ironia -fina. Ma egli era cantore pei conviti spensierati, nei quali dovette -riuscire mirabile per quella facile abbondanza di cui fa sfoggio come -improvvisatore, mettendo a prove difficili e strane, ma non però -affatto disaggradevoli, una copia di modi e di forme ch’era in lui -grandissima e che egli profonde con sempre continua scorrevolezza. -In lui non si cerchi le squisitezze dell’arte, ma sollevando l’ottava -rima dalla pesantezza del Boccaccio e dalle bassezze degli altri, ne -diede esempio utile a que’ sommi maestri ch’essa ebbe dipoi: quanto -alla lingua è facile rinvenire in essa qualcosa di meglio compito nella -struttura del discorso, di più andante nei periodi, qualcosa insomma di -più avanzato e più universale di quello che fosse (tranne il Petrarca) -negli scrittori del trecento, e che in sè annunzia ingegni più adulti. -Luca e Bernardo, fratelli di Luigi Pulci, e un Matteo Franco prete -famigliare di Lorenzo, scrissero anch’essi con lode poesie di vario -genere. - -Negli stessi anni scendeva in Firenze da Montepulciano un giovane, -povero, ma già mirabile nei precoci studi, bentosto salito in fama -col nome di Angelo Poliziano [n. 1454, m. 1494]. Veduto l’ingegno -di lui singolare, Lorenzo de’ Medici lo fece subito cosa sua: i -letterati pareano a quel tempo nascere latini, ma il Poliziano ebbe -familiare anche la greca lingua così da nutrire coll’uso di entrambe -quella classica eleganza che era tutta sua: imberbe ancora traduceva -l’_Iliade_ in esametri questo omerico fanciullo, come il Ficino lo -appellava; tradusse poi nella breve sua vita, dal greco in latino, -altri scrittori di verso e di prosa. Ebbe anche potenza di critica -filologica, e col raffrontare autori antichi, o ne correggeva la -lezione, o ne illustrava col vasto sapere, non che le lingue, anche -le dottrine. Ma sopra ogni cosa era egli latino veramente nel poetare -in tutti i metri e in tutti gli stili, sempre con eguale felicità, -tanto erano a lui connaturali non che le forme anco il sentire delle -età classiche, delle quali coglieva il fiore, nessuno imitando, ma -com’egli fosse uno dei loro. Il che non può dirsi, ed è cosa da notare, -di lui nelle scarse ma pure eccellenti poesie ch’egli scrisse in -lingua italiana. Appare in queste non che l’imitazione generalmente -dei Latini, ma specialmente di questo o di quello scrittore, e (come -sogliono gli imitatori) non già dei sommi, perocchè questi non sai dove -cogliere, ma gli altri puoi credere più facilmente di agguagliare. Del -Poliziano abbiamo in lingua italiana il Dramma l’_Orfeo_ e le Stanze -sulla _Giostra_ e poche altre minori poesie; le Stanze, in quanto alla -leggiadria di lingua e gusto finissimo ed agli artifizi dello stile, -non ebbero prima chi le agguagliasse nè di poi forse chi per tali pregi -le abbia superate. Giace in San Marco il Poliziano accanto a Pico -della Mirandola: sotto a loro volle avere sepoltura, con iscrizione -commovente, l’amico d’entrambi Girolamo Benivieni; anima candida di -poeta e cólto scrittore di versi platonici, che in età vecchia osava -raccomandare a Clemente Settimo il nome del Savonarola e il Governo -popolare di Firenze. - -Tra gli scrittori dell’età sua Lorenzo de’ Medici avrebbe un luogo -tuttavia eminente, quando anche a lui non l’avessero dato i servigi -per altro modo resi alle lettere. È tempo qui dire che Lorenzo non -era poeta nel più alto valore di questa parola, ma ebbe a sufficienza -facilità e copia, e ingegno educato a eleggere il bello: poco studioso -del greco e del latino, amò come uomo e come principe quella lingua -ch’egli udiva allora in sul fiore, e vivacissima sulle labbra dei sommi -uomini come dei volgari, da quei che salivano le scale del Palazzo di -Via Larga, fino ai contadini del Poggio a Caiano e di Careggi che molto -si piaceva di praticare. Abbiamo di lui Canzoni e Sonetti in molto -numero, dove con elevatezza di stile trattava l’amore platonico, e -versi ch’erano espressione d’amori volgari, e Scherzi satirici e Stanze -in lingua contadinesca; abbiamo Prose gravi e studiate ad illustrare, -com’era costume, Sonetti che aveva egli lavorati per indi porvi quella -illustrazione: nessuno di questi scritti basterebbe a fare di lui un -grande autore, nessuno è tale che un valent’uomo se ne vergognasse. Ma -quando Pico della Mirandola poneva Lorenzo come scrittore più in su di -Dante e del Petrarca, noi dobbiamo in tale giudizio ravvisare una di -quelle storture di cui si rendono capaci alle volte i sommi ingegni: -e altresì l’effetto di quelle incertezze, di quel disordine in cui -s’aggirava tra’ letterati allora il concetto della lingua nostra da -essi creduta o poco degna, o non sufficiente a chi volesse usarla nei -libri. - - -Da noi si chiama buon secolo della lingua nostra quello di Dante e del -Petrarca e del Boccaccio: ma gli scrittori in quella età non ebbero -tanta fiducia di sè stessi nè tanta superbia. Il che si dimostra in -primo luogo dal disputare che si fece subito intorno alla lingua, -la quale avendo taccia di bassezza, non era autorevole bastantemente -sulla nazione; era un dialetto venuto su quando una spinta maravigliosa -fu data agl’ingegni, ma senza corredo di scienza bastante. Sentiamo -mancare nella prosa all’efficacia della lingua l’arte del dire; in -quella età noi cerchiamo la potenza della parola e della frase, ma non -vi troviamo bastante evidenza nei costrutti, e l’orditura dei periodi -si dimostra per lo più timida o intralciata. Questo sentivano gli -scrittori, massimamente poi quando ebbero assaggiato gli autori latini: -Filippo Villani tace di Giovanni; e di Matteo suo padre dice avere egli -usato «lo stile che a lui fu possibile, apparecchiando materia a più -dilicati ingegni d’usare più felice e più alto stile.[561]» Nè avrebbe -il Boccaccio al nostro idioma fatto la violenza ch’egli fece, se non -avesse nella prosa creduto trovarlo come giacente e da cercare altrove -i modi e le forme a dargli grandezza. Le varie parti della coltura non -avendo le une con le altre avuto in Italia rispondenza sufficiente, -quei primi sommi parve si alzassero come giganti per virtù propria, -dopo sè lasciando un intervallo per cui le lettere cominciassero un -altro corso dove i primi gradi già fossero stati con inverso ordine -preoccupati. Il che nelle arti belle non avvenne, e quindi poterono -esse regolatamente salire alla loro perfezione: ma le lettere invece -di Giotto ebbero subito Michelangiolo, terrore agli altri piuttosto -che guida; ed il Boccaccio avendo trovato la lingua già bene adulta -ma inesperta, la fece andare per mala via; il solo Petrarca, più degli -altri fortunato, lasciò dietro sè lunga e prospera discendenza. - -Avvenne per questa mala sorte che la lingua, innanzi di farsi e di -tenersi donna e madonna come si conveniva a tali uomini ed a tale -popolo, non bene osasse distaccarsi dal latino che stava siccome suo -legittimo signore, talchè all’italiano si diede per grazia l’umile -titolo di volgare. Nè questa ignobile appellazione cessava col volger -dei tempi, e le traduzioni dal latino s’intitolavano volgarizzamenti; -ed anche oggi quel che si scrive da noi letterati diciamo scrivere in -volgare, Dio ce lo perdoni. Ma quando pei cercatori dei libri classici -il latino fu ogni cosa, e chi non facesse di quello il suo unico studio -ebbe nome d’uomo senza lettere; allora alla lingua stata compagna -dei loro affetti mandarono i dotti il libello del ripudio, anzi fu -cacciata via come la serva quando torna la matrona. Sarebbe al Poggio -ed ai suoi pari sembrato vergogna scrivere italiano, onde egli scriveva -latine le Istorie dei tempi suoi e le Lettere e perfino le Facezie. -I poveri scritti di chi aveva narrato le cose come le aveva fatte, si -traducevano in latino perchè si acquistassero un poco di stima. Nè Pico -della Mirandola fu il primo che dicesse mancare al Petrarca le cose, e -a Dante le parole; questi era stato già tempo innanzi vituperato come -sciupatore del bello classico da Niccolò Niccoli erudito raccoglitore -di vecchi libri, che lui chiamava (così almeno lo fanno parlare) «poeta -da fornai e da calzolai,» perchè non seppe nè bene intendere Virgilio -nè avviarsegli dietro pei campi floridi della poesia.[562] - -Più tardi Cristoforo Landino, che fra tutti difese la lingua toscana e -la usava felicemente, sentenziò pure «ch’era mestieri essere latino, -chi vuol essere buono toscano.[563]» Encomia l’industria che Leon -Battista Alberti pose a trasferire in noi l’eloquenza dei Latini; nè -certo si vuole togliere merito a siffatto uomo, nè a Matteo Palmieri nè -ad altri lodati con lui: ma fatto è poi che il seguitare nell’italiano -le norme latine, come essi fecero, tolse loro di essere letti mai -popolarmente, così che si giacquero per lungo tempo come dimenticati, -ed oggi guardandoli a fine di studio, ne pare di leggere una lingua -morta. Cotesti almeno erano uomini educati ai buoni studi: ve n’erano -altri d’ingegno più rozzo, i quali per volere essere eloquenti in verso -ed in prosa, cercando norme all’italiano fuori di sè stesso, facevano -certi pasticci di lingua nè latina nè volgare, la quale usciva come per -singhiozzi che fanno spavento; di che, strani esempi potrei allegare se -fosse qui luogo. Ma vale fra tutti quello di Giovanni Cavalcanti, del -quale abbiamo lungamente più sopra discorso: costui, che avrebbe potuto -essere buon cronista, fu dall’abuso dei precetti che allora correvano -condotto ad essere malo istorico. - -Così andarono le cose nella repubblica delle lettere fino a Lorenzo de’ -Medici e al Poliziano; questi certamente mostrò nelle Stanze scritte da -lui a venticinque anni, e poi non finite, una squisita forma di poesia -che annunziava già i tempi nuovi, di cui può dirsi prima e gentile -apparizione. Cionondimeno quell’uomo stesso faceva latini poi finchè -visse i versi e le prose fino al racconto della Congiura de’ Pazzi, -fatto domestico e tremendo, al quale era stato in mezzo e che tante -passioni doveva destargli nell’animo; ed abbiamo poc’anzi notato che il -Poliziano nella poesia pareva trovarsi più in casa sua quando scriveva -latino; più imitatore in quel componimento che s’era arrischiato egli -a scrivere italiano. Lorenzo de’ Medici si scusa d’avere in lingua -volgare commentato i suoi sonetti, tale quale come Dante se n’era -scusato dugent’anni prima. - -Ma nulla dunque si era fatto in quei dugent’anni quanto all’uso della -nostra lingua? S’era fatto molto, ed ogni giorno si faceva; ma il male -stava in ciò, che tale uso procedeva bipartito, essendo pel naturale -andamento suo più cólto nei popoli, ma insieme più guasto nei libri. -Un assai grande numero di lettere scritte nel quattrocento furono in -questi anni pubblicate, e ne abbiamo noi vedute molte manoscritte; -e molte, tratte dagli Archivi di Firenze, sono allegate nel grande -Vocabolario. Ora le lettere familiari danno sempre l’espressione -più naturale e più immediata del vivo parlare, e chi le raffronti ad -altre più antiche, le troverà scritte in modo che annunzia lingua più -adulta e più conforme a quella che poi fu la moderna italiana lingua. -Ma nei libri stessi usciti in quel secolo, sebbene pallido ne sia lo -stile, pure il discorso procedeva meglio ordinato e più finito e più -somigliante ad uomo già fatto; ma non però bello quanto promettevano -le grazie e il fuoco delle età prime. Io pure grido, Studiamo il -trecento, secolo che aveva in sè certamente quella potenza che più -non ebbe la lingua nostra: ma vero è poi, che di tutte le nazioni gli -antichi scrittori si riveriscono come vecchi intanto che si amano come -fanciulli; si ammirano per la ingenuità loro e per la forza, ma non si -saprebbe nè si vorrebbe per l’appunto scrivere a quel modo. Tuttociò -avviene sempre e dappertutto; ma fu a noi tristo privilegio che la -lingua dipoi si dovesse o si credesse dovere attingere dal trecento, -quasichè in essa il corso del tempo facesse il vuoto o altro non avesse -fatto che guastarla. - -Negli ultimi anni del quattrocento aveva la lingua dunque per sè -medesima progredito quanto a una struttura più regolare, ma dall’essere -usata poco e trascuratamente nei libri, pareva e anche oggi a noi pare, -in fatto essere decaduta da ciò che ella era nel secolo precedente. -Lorenzo de’ Medici, il Landino ed altri dicono spesso alla lingua -nostra essere mancati gli uomini e il buon uso che appellano stile. -Il che fu vero quanto allo scriverla come abbiamo qui sopra notato; -ma fu anche vero quanto al parlare questa lingua in modo che fosse -norma ed esempio agli scrittori: su questo punto ne conviene un poco -fermarsi. Mi sovviene avere una volta udito il Foscolo dire nell’impeto -del discorso, che «la lingua nostra non era stata mai parlata:» nella -quale enfasi di parola pare a me stesso il germe di un vero che ora -si svolge sotto agli occhi nostri. Ma il campo non era libero a quel -tempo, e si disputava chi avesse ragione, se il Cesari purista, o -il Cesarotti licenzioso, o il Perticari con quella sua lingua che -stava per aria. Oggi il Manzoni, sgombrando quel campo, ha dato a noi -terreno fermo col fare consistere nell’uso ogni cosa: nè chi voglia -uscire da quella dottrina può stare sul vero. Ma se a dire lingua si -dice qualcosa fuori d’una semplice nomenclatura, e se invece si tenga -essere l’espressione di tutto il pensare d’un popolo cólto, certo è -che gli usi di questa lingua sono diversi quanto diverse le relazioni -cui deve servire; e che in ciascuna, oltre all’essere disuguale il -numero delle parole che si adoperano, è varia la scelta di queste -parole. Al che si aggiunga (e ciò è capitale) che oltre alle parole, -le frasi e il giro e i collocamenti di esse e la contestura del -periodo, ed in certi suoi elementi la forma di tutto il discorso che -sempre ha del proprio e del distinto in ogni nazione, tutte queste -cose fanno insieme la lingua di quella nazione. So che la lingua in -tal modo intesa dovrebbe piuttosto chiamarsi linguaggio, ma so che -a distinguere con secco rigore l’una dall’altra queste due parole, -starebbe la lingua tutta intera nei vocabolari, dov’ella si giace come -cosa morta. Sotto questo aspetto bisogna pur dire che la lingua che si -parla differisce in molte sue forme dalla lingua che si scrive, secondo -che variano parlando o scrivendo gli intendimenti, le volontà ed in -qualche modo lo stato degli animi in chi mette fuori il suo pensiero -e in chi lo ascolta presente o deve poi da sè leggerlo sulla carta. -Per esempio, nella rapidità del discorso familiare non sempre avviene -fare periodi che stieno in gambe, come suol dirsi, perchè in tal caso -alla intelligenza molti aiuti provvedono, e la parola come alterata -da una concitazione d’affetti, ne diventa spesso più efficace. Chiaro -esprimeva questo pensiero Giovan Battista Gelli nella prefazione d’una -sua commedia:[564] «Altra lingua è quella che si scrive ne le cose alte -e leggiadre e altra è quella che si parla familiarmente; sì che non sia -alcuno che creda che quella nella quale scrisse Tullio, sia quella che -egli parlava giornalmente.» Questo dice il Gelli; nè intendevano del -comune parlare coloro che innanzi di lui scrivevano essere _mancati gli -uomini alla lingua_.[565] - -Ma se poi si guardi non più al discorso familiare, sibbene a quello -di chi parla solo ed a bell’agio e non interrotto, in faccia ad un -pubblico o ad una qualsiasi radunanza; allora il linguaggio s’avvicina -molto allo scrivere, di cui ben fu detto non essere altro che un -pensato parlare: nondimeno chi ponga mente, per non dire altro, al -tempo che mette generalmente più lungo in questo pensare l’uomo che -scrive di colui che parla, non che al discorso che n’esce fuori; noterà -essere delle differenze per cui la parola scritta è meno viva sempre di -quella ch’esce parlando quanto mai si possa pensatamente. Si vede nei -libri, quando l’autore poco avvezzo a dire le cose, va cercando ad esse -una forma che si adatti ai libri: nei Greci antichi e nei Latini ci si -fa innanzi sempre l’oratore. Imperocchè allo scrivere con efficacia è -grande aiuto l’uso del parlare, dove uno s’addestra a certo artifizio -cui più di rado pervengono le scritture; dico quella distribuzione -sagace di concisione e di abbondanza e di facilità e di sostenutezza, -e quei colori appropriati a’ luoghi secondo richiedono i vari argomenti -e le diverse parti dell’orazione: s’imparano queste cose dagli effetti -che in altrui produce la nostra parola. Laonde a chi scrive manca una -scuola molto essenziale, quando egli non abbia la mente già instrutta -di quelle forme per cui si esprimono parlando le cose che egli vuole -scrivere. La quale mancanza, che fu in Italia dai tempi antichi e si -protrasse poi nei moderni, ha dato spesso ai nostri libri certa aridità -solenne, la quale ebbe nome di stile accademico. Da questo vizio salvò -i Francesi la conversazione, la quale fu ad essi come una sorta di vita -pubblica e informò lo scrivere in ogni qualsiasi più grave argomento; -talchè gli scrittori nel tempo medesimo che ne acquistavano maggior -vita, divennero anche più facilmente e più generalmente popolari, così -da esercitare nella lingua quel maestrato il quale ha bisogno la lingua -medesima che venga dai libri. Questa sorta di maestrato quale si sia -disse tanto bene Vito Fornari in un recente suo libretto, ch’io farei -torto al mio concetto se non lo esprimessi con le medesime sue parole: -«Se egli è giusto il dire che il linguaggio non istà tutto negli -scrittori, non si vorrà per questo affermare che si trovi intero fuori -degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più fine relazioni e -determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non vengono -significate se non quando si scrive, cosicchè alcuna piccola parte -de’ vocaboli e molta parte de’ modi di dire e de’ costrutti non si può -imparare altrove che nelle scritture.[566]» - -Per essere in questo modo imperfetta la lingua nostra, potè nel secolo -di cui scriviamo essere accusata «di _viltà_ e non capace nè degna -di alcuna eccellente materia e subietto;» come attesta Lorenzo de’ -Medici in quel Commento del quale abbiamo poc’anzi discorso. Bene egli -l’assolve da tale accusa con argomenti di ragione e con gli esempi -di Dante e del Petrarca e del Boccaccio. Ma quasi non fossero per sè -valevoli quegli esempi, afferma al suo tempo essere la lingua «tuttora -nella _adolescenza_, perchè ognora più si fa elegante e gentile. E -potrebbe facilmente nella gioventù e adulta età sua venire ancora -in maggiore perfezione, tanto più se il Fiorentino impero venisse -ad ampliarsi e a distendersi maggiormente:[567]» pensiero nel quale -stavano adombrati il male e il rimedio, ma insieme i concetti dell’uomo -di Stato. Tali erano dunque le condizioni di questa lingua negli ultimi -anni del quattrocento; l’abbiamo veduta per l’andamento suo naturale -progredire nelle sue più familiari ed umili forme, e nella opinione -dei letterati intanto scadere. Ma ricorrendo ora col pensiero per tutto -quello che si è finquì scritto, abbiamo noi ed avrà chi legge, dovuto -accorgersi che il discorso nostro non v’era mai stato caso che uscisse -fuori dei confini della Toscana. Di ciò cagione fu la mancanza di libri -o scritture in lingua italiana usciti dalle altre provincie d’Italia. È -fatto che importa, e ora vuol essere meglio dichiarato. - -Volere discernere se dalla cultura dei primi Toscani uscisse la lingua -o dalla lingua la coltura, somiglierebbe troppo l’antica lite di -precedenza che fu tra l’ovo e la gallina; poichè la lingua essendo una -materiale determinazione dei pensieri e degli affetti che si produssero -dentro a quel popolo che la forma, diviene strumento che rende capace -quel popolo a nuove produzioni del pensiero e a viepiù estendere la -sua coltura. Oltredichè una lingua è monca e dappoco finch’ella non -abbia la sua finitezza negli usi letterari, cioè finchè non sia capace -ad esprimere le cose pensate fuori del comune uso e prima ordinate -dalla lenta opera degli intelletti, finchè non abbia insomma prodotto -dei libri. Ciò avvenne in Toscana subito dopo al 1250, prima di quel -tempo dovendosi credere non bene compita questa _moderna favella_, come -Dante la chiamava. Ma ebbe ad un tratto scrittori in buon numero, e -si cominciò a tradurre in lingua volgare gli autori latini; il che era -indizio di nuovo idioma in tutto distaccatosi dall’antico. E furono gli -anni nei quali Firenze divenuta possente ad un tratto, si rivendicava -in libertà, fondava una repubblica popolare, pigliava in Italia -l’egemonia delle città guelfe, diveniva maestra delle Arti e produceva -il libro di Dante. - -La lingua latina, o a meglio dire la lingua classica dei libri latini, -che fu esemplare ai nostri autori fino dal nascere del volgare, era -il portato di una solenne elaborazione del pensiero, la quale si fece -dentro a Roma stessa, sovrapponendosi alla forma latina che aveva quivi -il parlare degli Italici. Nata nel fôro e nel Senato e poi sovrana -sul Campidoglio, si distendeva per tutta Italia come lingua insieme -politica e letteraria; discesa quindi nelle Basiliche dei cristiani, -divenne propria della religione. Così può dirsi che il latino venisse -a scendere nella lingua nostra seguendo due strade in parte diverse. -Discese ne’ vari popoli d’Italia seguendo la naturale trasformazione -dei dialetti che fin dalla prima conquista romana si erano formati -nelle varie provincie d’Italia. Discese poi per l’autorità somma che -diedero al latino classico, qui ed altrove, la religione, la politica, -la giurisprudenza e la cultura letteraria dai primi e più elementari -dirozzamenti al punto ultimo in fin dove potè condursi in quella età. -Fu questo modo comune a tutte le parti d’Italia, salvo in ciascuna -d’esse le differenze dei dialetti e della cultura. Ora a me sembra che -la Toscana avesse in entrambi questi modi un qualche vantaggio sulle -altre provincie; e che le due strade per le quali passò il latino a -farsi italiano fossero in Toscana o meno distanti tra loro o quasi -congiunte. Si è detto già come il volgare nella sua stessa antica -rozzezza dovesse qui essere più latino di quel che fosse colà dov’era -mistura di celtico; e la stessa lingua letteraria dovette qui avere per -le cagioni medesime assai più facile entratura. Tale vantaggio ebbero -i Toscani; ma recò ad essi questo inconveniente, che il latino e il -volgare più facilmente si confondessero, e che il latino stesse innanzi -agli scrittori non solamente come esemplare, ma come termine verso cui -dovesse intendere il volgare scritto, quasichè a culmine di sè stesso. -Di tutto ciò pare a me rinvenirsi una qualche traccia da Dante infino -al Machiavelli; che è quanto dire per tutto il corso della formazione -compiuta e stabile della lingua nostra. - -In tutto diverse dalle condizioni che aveva il latino avuto in Roma, -furono quelle che il volgare si era fatte in un popolo d’artisti, ed -ebbe tosto una letteratura che per due secoli manteneva l’impronta in -sè stessa della città che l’avea formata. Quale si fosse abbiamo noi -cercato mostrare sin qui: ma perchè s’intenda come le altre provincie -nulla a quel moto partecipassero, vorremmo che studi maggiori si -facessero sopra i vari dialetti d’Italia, mostrando per quali più -lenti passi si conducessero anch’essi ad avere scrittori che fossero da -contare oggi tra gli italiani. Allora si vedrebbe fino a qual punto ciò -conseguissero per via d’imprestiti sopra i libri d’autori toscani; ma -nè potevano questo fare, nè il farlo sarebbe stato sufficiente, finchè -i dialetti più inferiori avessero tutta serbata l’antica loro povertà -e rozzezza. Era il toscano, in fine dei conti (come si è veduto), un -italiano più compiuto e più determinato, più omogeneo in sè stesso e -più latino, perchè il parlare dell’antica plebe a questo più affine, -aveva in sè stesso trovato la forma della lingua nuova a cui si era più -presto condotto. Nelle altre provincie più era da fare; e quello che -si fece, rimase dialetto perchè le misture avevano in sè troppo forti -discordanze; i suoni, gli accenti sempre non erano italiani. - -A mezzo il dugento uno scrittore pugliese, Matteo Spinelli da -Giovenazzo, avrebbe prima del Malespini in una sua Cronaca mostrato -un esempio di lingua italiana, che poi rimaneva lungamente solitario. -Il che invero non sapeva io troppo bene come spiegarmi: se non -che in oggi, dopo alle cose scritte da un dotto tedesco pare a me -essere dimostrato, che nella Cronaca del Pugliese avesse un uomo del -cinquecento levigato l’antico idioma e forse in qualche parte corretto -lo stile, perchè io non so bene indurmi a credere che fosse tutta -falsificata e che l’editore l’avesse a disegno spruzzata di antiche -voci e desinenze napoletane.[568] Gran tempo corse prima che uscissero -da quelle provincie, e meno ancora dalle settentrionali, libri di -prosa scritti in una lingua la quale non fosse come rinchiusa nel -natìo dialetto. Ne abbiamo esempio in quella Vita di Cola di Rienzo -la quale fu o si crede scritta dal romano Fortifiocca dopo alla metà -del trecento. Qui perchè siamo nella Italia media, la penna corre -facile e sciolta; ma tanto è ivi del romanesco, tante le alterazioni -dei suoni e quelle che a tutto il resto d’Italia infino d’allora -comparivano brutture, da porre quel libro fuori del registro dei libri -italiani. Quanto alle lettere familiari, un maggiore studio sarebbe -da farne secondo i tempi e le provincie; ma, per via d’esempio, -quelle che abbiamo degli Sforza irte e stentate, fanno contrasto -alle bellissime che allora e prima scrivevano l’Albizzi[569] e altri -Commissari fiorentini. Le Cronache in lingua italiana, ma di autori -non toscani, che si hanno dalla metà del XIV fino verso la fine del XV -secolo, nulla c’insegnano di quello che importi al nostro proposito, -perchè il Muratori che le pubblicava badando ai fatti, e non volendo -nè oscurarli con le rozzezze dei dialetti, nè tener dietro alle -ignoranze dei copisti, tradusse (com’egli accennava nelle prefazioni) -coteste Cronache nella lingua comune al suo tempo. Generalmente però -è da notare che appartengono all’Italia media o alla Venezia, poche -estendendosi verso il mezzogiorno: in quelle provincie la lingua -italiana si era formata più d’accordo con sè stessa per la maggiore -affinità che era tra’ popoli primitivi; e potè quindi salire al -grado di lingua scritta più presto che non potessero quelle dov’erano -popoli usciti di razza celtica od iberica. Le versioni dei Romanzi di -cavalleria generalmente scritti in lingua francese, dovrebbe cercarsi -se alle volte non appartenessero ai luoghi dov’ebbe maggiore entrata -questo idioma. Tutto ciò vorrei che gli eruditi ci dichiarassero, -pigliando esempio dalla non mai infingarda curiosità degli uomini -tedeschi. Ma si tenga a mente come tra l’uso della poesia e quello -della prosa le cose andassero in modo diverso. La poesia lirica fu -italiana dai suoi primordii e si mantenne: da Ciullo d’Alcamo siciliano -al Guinicelli bolognese ed al Petrarca un andamento sempre uniforme -la conduceva fino al sommo della perfezione per una via che rimase -sempre l’istessa nel corso dei secoli. Emancipatasi dal latino prima -della prosa, fu in essa più certo l’uso della lingua ed ebbe consenso -che l’altra non ebbe: quindi noi troviamo che in sulla fine del -quattrocento v’era una lingua nazionale della poesia, che nulla ha per -noi nè d’antiquato nè di provinciale; il che non può dirsi dei libri di -prosa. - -Ma quello era il tempo nel quale in Europa non che in Italia pareano -le cose pigliare un essere tutto nuovo; ciascuna nazione d’allora -in poi ebbe la propria sua lingua più o meno perfetta, ma in tutte -recata a foggia moderna. Era un procedere naturale, ma che in Italia -più vivo che altrove, doveva estendersi dappertutto: le minori città, -meno chiuse in sè medesime poichè avevano perduto ciascuna la fiera -indipendenza municipale, si aggregavano alle grandi, e l’una con -l’altra più si mescolavano; la vita più agiata voleva relazioni più -frequenti, gli Stati col farsi più vasti creavano nuovi centri di -cultura, le Corti ambivano essere accademie. Intanto lo studio classico -diffuso per tutta l’Italia valeva molto a correggere quei volgari -ch’erano rimasti infino allora meno latini; dal fondo di ciascun -dialetto cavava lo studio dei libri classici una forma, la quale -applicata all’uso cólto di quei dialetti, faceva quest’uso naturalmente -essere più italiano e più capace di trarre a sè quella finitezza che -prima avevano acquistata i soli libri dei Toscani: venivano i suoni -a farsi più molli, più agevole certa speditezza di costrutti; molte -proprietà di lingua che i Toscani avevano appreso dall’uso antico -tra loro, gli altri imparavano dal latino. Notava sapientemente il -Tommasèo, come le etimologie sieno più assai che non si crederebbe -mantenute dall’uso del popolo non che da quello dei grandi scrittori: -ciò era in Toscana più spesso che altrove; negli altri dialetti gli -uomini cólti le ritrovavano qualche volta per lo studio dell’antico -latino e quindi le riconducevano nei libri. A questo modo il latino, -ch’era stato impedimento allo scrivere dei Toscani, condusse nelle -altre provincie i dialetti a meglio rendersi italiani. - -In questo tempo era trovata la stampa, dal che la parola aveva -acquistato come un nuovo organo a diffondersi. Presso i Greci ed i -Latini e in tutte le antiche letterature pagane, chi si metteva a -scrivere un libro sapeva bene che sarebbe andato in mano di pochi; -cercavano quindi il loro teatro, a così dire, nella posterità: di -qui è che i libri ne uscivano più pensati e meno curanti di essere -popolari; questo vantaggio hanno i libri classici, e quindi più servono -alla disciplina del pensiero. Ma lasciando stare queste cose, gli -autori toscani, eccetto i poeti, scrivevano sì per l’uso del popolo ma -solamente per quello della provincia loro, non credendo essere intesi -nelle altre: quindi è che i libri che apparissero meritevoli, venivano -tradotti in lingua latina per dare ad essi, così dicevano, maggiore -divulgazione. Quando poi si cominciò a stampare (com’è naturale) quei -libri ch’erano più cercati, ebbe il Petrarca la prima edizione l’anno -1470, e la ebbe il Boccaccio nel tempo medesimo; nel 1472 tre non delle -maggiori città d’Italia si onoravano pubblicando ciascuna il Poema di -Dante, che usciva a Napoli poi nel 1473, ed aveva bentosto l’aggiunta -di nuovi commenti, ma in lingua latina. D’altri toscani antichi non -mi pare che avesse edizioni in quei primi anni altri che il Cavalca -sparsamente per l’Italia, ma per tutte quasi le varie sue opere; e -oltre lui, pochi degli ascetici: stamparono questi perchè erano i -soli che avessero fama allora in Italia e che dovessero andare tra ’l -popolo. - -Nel mentre che autori delle altre provincie pubblicavano commentato in -lingua latina il libro di Dante, un toscano che da principio soleva -scrivere latina ogni cosa, Cristoforo Landino, poneva le mani a -stenderne un molto ampio commento in lingua italiana. Di già i vecchi -commentatori del trecento parevano a lui essere un poco antiquati, -ed io per me credo che senza la stampa non avrebbe egli pensato un -lavoro il quale intendeva riuscisse, come ora si direbbe, popolare. Lo -stesso Landino avea pubblicato l’anno 1476 una versione dell’_Istoria -naturale_ di Plinio in _lingua fiorentina_, che altrove chiama -_toscana_ e dice essere lingua comune a tutta Italia. Questa versione, -dov’entra un numero stragrande di voci, ed il Commento dantesco -stampato nel 1481, io credo non poco servissero agli scrittori tuttora -inesperti, che ebbero in quei libri un esemplare di lingua vivente -allora in Firenze ma non di lingua delle piazze, perchè il Landino per -antico abito disdegnava quei modi di scrivere che a lui sapessero di -plebeo. Nello stesso anno 1481 usciva il _Morgante_ di Luigi Pulci; e -insieme i tre libri non poco servirono a render meglio familiare l’uso -dello scrivere in lingua comune. Lorenzo de’ Medici e Angiolo Poliziano -ebbero fama, e non del tutto immeritata, come restauratori del buono -scrivere italiano. Lorenzo promosse l’uso di questa lingua e lo difese, -dandone egli stesso in verso e in prosa pregiati esempi. Seguendo il -genio suo nativo, che lo conduceva bene all’acquisto della grandezza, -cercò egli essere popolare; la conversazione lo aveva formato più che -lo studio; si atteneva quindi assai di buon grado all’uso fiorentino -in quelle minori poesie, le quali, o sacre o sollazzevoli, bramava che -fossero cantate dal popolo; facea versi anche pe’ contadini. Per tutto -questo meritò bene della lingua, più ancora che non facesse il classico -Poliziano, il quale insegnava a trarre la forma della poesia italiana -dai greci autori e dai latini. - -Finiva il secolo, e la lingua toscana s’avviava a farsi italiana. Alle -altre provincie, secondo che divenivano più cólte, non bastava l’uso -di quei volgari plebei a cui rimase nome di dialetti; perchè a cotesto -uso mancavano spesso non che le voci per cui si esprimono idee non -pensate dagli uomini rozzi, ma più ancora le frasi o locuzioni e il -giro e la forma di quel discorso più condensato che si chiama scelto, -più breve e rapido perchè cerca comprendere un maggior numero d’idee; -forma che serve generalmente a chi si mette a scrivere un libro. Non -so che i dialetti fossero insegnati nelle scuole, nè che si pensasse -a coltivarli come lingua letteraria. Ciò tanto è vero, che il fare -libri nel dialetto proprio agli autori non toscani, cominciò tardi, -e fu per gioco e come una sorta di prova non tanto facile, perchè lo -scrittore deve in quel suo dialetto cacciare e costringere le frasi -e i costrutti ch’egli era solito pigliare da un uso più cólto e più -universale. Ma per contrario, quando nel primo tempo l’autore avvezzo -al suo dialetto voleva innalzarlo fino a quella lingua ch’era intesa da -tutti, ne aveva in sè il germe che la coltura vi avea già posto; e il -nuovo processo veniva più facile, essendo per molta parte il compimento -di quell’antico suo parlare. È stato già detto che a scrivere bene -in lingua italiana, la meglio è cercarla ciascuno nel fondo del suo -dialetto, perchè a correggere o a dirozzare questo si vede uscirne -fuori quella lingua comune di cui la lingua toscana già diede agli -altri dialetti la forma e che n’è il fiore e la perfezione. Ma questi -dialetti poichè non bastavano a quell’uso più ampio e più scelto, -chiunque volesse parlare o scrivere in tal modo non poteva pigliarne -le forme da un altro dialetto, perchè non s’intendono questi fra loro; -poteva bene pigliarle da quel linguaggio e da quell’uso più accettabile -universalmente, che vivo in Toscana corregge dappertutto i plebei -parlari perchè più italiano di ciascuno d’essi. Ciò veramente poteva in -qualche parte dirsi opera di traduzione; e questo fu il caso di quei -primi non toscani, i quali sul finire del secolo XV cominciarono a -scrivere libri in lingua toscana. - -Vorremmo allegare qui alcuno di quelli sparsi documenti che a noi -fu lecito di raccogliere, se fosse qui luogo a minute ricerche o se -quelle che abbiamo fatte ci apparissero sufficienti. Crediamo però che -i pochi esempi sieno conferma di quello che abbiamo sopra accennato -quanto alla difficoltà che avevano maggiore o minore le altre provincie -a farsi nello scrivere italiane, secondo le varie qualità delle -misture ch’erano entrate in ciascun dialetto. Abbiamo un Testamento -politico di Lodovico il Moro[570] scritto sulla fine del quattrocento -in lingua milanese che vorrebb’essere italiana; e nella città stessa -abbiamo l’Istoria di Bernardino Corio, che finisce al primo entrare -del secolo susseguente: qui sembra il dialetto nascondersi affatto, -ma lo stile duro e faticato ha proprio l’aspetto d’un nuovo e non -sempre felice sforzo che l’autore fece usando una lingua che tutti -leggessero. Questa, e l’Istoria napoletana di Pandolfo Collenuccio -da Pesaro, credo sieno i primi libri dove il toscano fosse cercato -da scrittori non toscani: il Corio di molto sopravanzò l’altro per -la materia, ma il Pesarese più franco e sicuro in quanto alla lingua, -scrive anche in modo assai più scorrevole. Generalmente gli uomini più -meridionali e, su su venendo, quelli della sponda dell’Adriatico, si -erano prima fidati più degli altri al natìo dialetto così da usarlo -anche nello scrivere. I Veneziani, etruschi d’origine, come hanno -dialetto meno degli altri discordante, così lo usarono, sebbene con -qualche temperamento, sino al finire della Repubblica nelle arringhe -che si facevano in Senato o nella sala del Gran Consiglio; tanto che -v’era un’eloquenza in veneziano, quale non credo che fosse nemmeno in -Firenze, dove il Gran Consiglio durò poco, e prima era scarso l’uso -del parlare in modo solenne. La vita e la lingua qui erano nel popolo, -da cui venivano come a scuola gli scrittori quando al principio del -cinquecento l’urto straniero ci ebbe insegnato a rendere cose quanto si -poteva nazionali, la vita almeno civile e la lingua. - -Pochi anni prima di quel tempo Fra Girolamo Savonarola venuto giovane -da Ferrara dove il parlare aveva qualcosa del veneto, cominciò in -Firenze a predicare. «Da principio diceva _ti_ e _mi_; di che gli altri -Frati si ridevano.[571]» Divenne poi grande oratore avendo appreso qui -la correttezza e la proprietà della favella, senza mai troppo cercare -addentro nell’uso più familiare di questo popolo Fiorentino. Dal quale -poi trasse non poco un altro Ferrarese, l’Ariosto, ma con quel fino e -squisito gusto ch’era a lui proprio; e se io dovessi dire quali autori -allora o poi meglio adoprassero nelle scritture quell’idioma che solo -era degno di essere nazionale, porrei senza fallo il nome dell’Ariosto -accanto a quelli di due Toscani, che sono il Berni ed il Machiavelli. -Lo scrivere andante si poteva bene imparare anche da due poeti come -quelli, perchè infine la lingua della poesia viene dalla lingua della -prosa, di cui non è altro che un uso più libero. - -Così alla fine questo volgare che aveva data nei suoi primordii -una promessa poco attenuta, che fu negletto per oltre un secolo o -rinnegato anche in Toscana da chi teneva il latino essere tuttavia -l’idioma illustre della nazione, questo volgare divenne allora quel -che non era mai prima stato, lingua italiana. A questo effetto -andavano tutte insieme le cose allora in Italia: già la coltura -diffondendosi agguagliava presso a poco l’intera nazione ad un -comune livello, intantochè le armi forestiere distruggevano in un -con le forze provinciali e cittadine quanto nei piccoli Stati soleva -in antico essere di splendore e di bellezza; l’idea nazionale, che -allora spuntava, cominciò a farsi strada nella lingua. Ma era troppo -tardi: gli ingegni fiorivano, le lettere e le arti toccavano il -colmo, l’Italia insegnava alle altre nazioni fino alle eleganze e alle -corruttele della vita; possedeva una esperienza accumulata d’uomini e -di cose tale, che una piccola città italiana aveva in corso più idee -che non fossero allora in tutto il resto d’Europa; di scienza politica -ve n’era anche troppa. Ma quando poi sopravvennero i tempi duri, questo -tanto sfoggiare d’ingegni non approdò a nulla, perchè le volontà in -Italia erano o guaste consumate dall’abuso, o vólte a male. Quegli anni -che diedero i grandi scrittori passarono in mezzo a guerre straniere, -dove gli Italiani da sè nulla fecero, nulla impedirono; e come ne -uscisse acconcia l’Italia non occorre dire. - -Dopo le guerre e dopo i primi trent’anni del cinquecento, erano i tempi -ed il pensare ed il sentire di questa nazione tanto mutati da mostrare -il vuoto che era sotto a quella civiltà splendida ma incompiuta: da -quelli anni in poi calava il nostro valore specifico (se dirlo sia -lecito), e il nostro livello a petto alle altre nazioni d’Europa venne -a discendere ogni giorno. Mancò nel pensiero, perchè era mancato prima -nella vita, l’incitamento ad ogni cosa che non fosse chiusa dentro -ad un cerchio molto angusto; mancò la fiducia che all’uomo deriva -dall’aperto consentire insieme di molti: v’era in Italia poco da -fare. Nè ai tanti padroni che aveva essa dentro andava a genio che si -facesse; e già la stanchezza o una mala sorta d’incuranza disperata -menavano all’ozio, interrotto solamente da quelle passioni che non -hanno scusa nemmen dal motivo; la conversazione tra gente svogliata -o avvilita o malcontenta non pigliava vigore nè ampiezza dai gravi -argomenti; i libri meno che per l’innanzi andavano al fondo nelle cose -della vita: dice il Fornari molto bene, che «tra letterati e lettori -non v’era in Italia quella comunicazione intima e piena» per cui la -vita, la lingua, le lettere tra loro s’aiutano. - -Noi crediamo che nei libri qualcosa debba essere che sia imparata -fuori dei libri, perchè altrimenti lo scrivere viene quasi a pigliare -la forma d’un gergo necessariamente arido e meno efficace, da cui -s’aliena il comune dei lettori. Ciò avvenne bentosto in Italia, e -fu in quel tempo quando la lingua più si voleva rendere universale e -n’era essa stessa divenuta più capace avendo perdute allora le asprezze -d’un uso ristretto, e nel diffondersi della coltura avendo acquistato -migliore esercizio nelle arti della composizione. Ma giusto in quel -tempo questa lingua per certi rispetti più accuratamente scritta, -fu meno parlata; e la parola meno di prima fu espressione di forti -pensieri ed autorevoli e accetti a molti: vennero fuori i letterati, -sparve il cittadino; scrivea per il pubblico chi nella vita non era -avvezzo parlare ad altri che alla sua combriccola: quindi l’eloquenza -si foggiò all’uso delle accademie le quali erano una sorta di sparse -chiesuole. Mancò alla lingua un centro comune perchè mancava alla -nazione: ne avevano entrambe lo stesso bisogno, che appunto allora -cominciò ad essere più sentito, sebbene in modo confuso ed incerto; -nulla si poteva quanto alla nazione, rimedii alla lingua si cercavano -in più modi, vari, discordanti e quasi a tentone. Un modo semplice -vi sarebbe stato, ed era l’attingere copiosamente da quel dialetto -ch’era il più finito; ma questo invece di tenere sugli altri l’impero, -vedeva in quel tempo scadere non poco o farsi dubbia l’autorità sua. -Al solo pregio della lingua molti sdegnavano ubbidire: condizioni tutte -differenti sarebbonsi allora volute in Italia perchè tante voci, tante -locuzioni, tante figure con l’acquistare sanzione solenne potessero -farsi moneta corrente pel comune uso degli scrittori. Avrebbe la sede -naturale della lingua dovuto almeno stare in alto, cosicchè tutte le -parti d’Italia a quella guardassero, e che al toscano fossero toccate -le condizioni dell’idioma parigino; «perchè il toscano (dice il Manzoni -da pari suo) faceva dei discepoli fuori dei suoi confini, il francese -si creava dei sudditi; quello era offerto, questo veniva imposto.» Nè -in altro modo poteva l’ossequio delle altre provincie essere necessario -e inavvertito, sicchè non venissero tra’ letterati a sorgere le contese -che, nate una volta, non hanno mai fine. Se (come fu detto) lo stile -è l’uomo, la lingua può dirsi che sia la nazione: quindi all’esservi -una lingua bisognava ci fosse una Italia, nè altrimenti poteva cessare -l’eterna lagnanza che il linguaggio scritto si allontanasse troppo dai -modi che si adoprano favellando, e male potesse fare sue le grazie e -gli ardimenti del volgar nostro, il quale da molti ignorato, ebbe anche -taccia di abbietto e triviale. - -Cotesta accusa molto antica tutti parevano confermare contro alla -povera nostra lingua, che ci avea colpa meno di tutti. Poco badando -all’uso vivo, nelle scuole di lettere insegnavano per tutta Italia -dopo ai latini quei pochi autori toscani che allora fossero conosciuti, -cercando alla meglio di mettere insieme su questi esemplari una sorta -di linguaggio comune che fosse atto alle scritture. Un letterato -molto solenne, Gian Giorgio Trissino da Vicenza, poneva in credito il -linguaggio illustre con la versione da lui fatta del libro _De Vulgari -Eloquio_, e molto poi lo difendeva: Baldassarre Castiglione mantovano, -uomo e scrittore di bella fama, sebbene dichiari la lingua essere una -_consuetudine_, biasima l’andare sulle pedate dei toscani sia vecchi -sia nuovi: sentenziò il Bembo che l’antica lingua stava nel Boccaccio, -di cui gli piacevano le grandi cadenze; tutti i chiarissimi dell’Italia -per ben tre secoli dopo lui accettarono la sentenza. Ma della comune -lingua popolare come in Firenze si parlava e si scriveva, niuno voleva -sapere: negli anni stessi del Bembo, cioè verso il 1530, Marino Sanudo -veneziano scriveva in una lettera stampata:[572] «che Leonardo Aretino -trasse (l’Istoria di Firenze) da un Giovanni Villani, il quale scrisse -in lingua rozza toscana.» - -Il Bembo era il solo autore vivente di cui s’innalzasse non contestata -l’autorità: basta ciò solo a dimostrare come si vivesse in fatto di -lettere, quando gli Spagnuoli furono rimasti padroni d’Italia. Al -Machiavelli nella sua patria istessa nuoceva la vita; gli nocque più -tardi, quanto al numero dei lettori, l’essere all’_Indice_: l’Istoria -del Guicciardini fu lasciata stampare, ed anche mutilata, solamente nel -1561, due anni dopo a che l’Italia per grande accordo tra’ potentati -si può dire fosse bello e sotterrata, e quando la voce degli Italiani -ormai più non faceva paura a nessuno.[573] Frattanto era disputa -più volte rinnovata se si dovesse dire lingua italiana o toscana o -fiorentina: chi affermava la lingua essere in Firenze, facea nondimeno -poca stima degli autori che ivi nascessero: in certe parole recate dal -Bembo si va fino a dire, che «a scrivere bene la lingua italiana meglio -è non essere fiorentino.» E in questa medesima città noi vedemmo quante -incuranze o quanti dispregi soffrisse la lingua nei più eminenti tra’ -suoi cultori: la _Divina Commedia_ non vi ebbe più quasi edizioni, e -verso il 1520 certi maestri di scuola vietavano agli scolari leggere il -Petrarca. Questa ed altre cose, che stanno a dimostrare la confusione -dominante tra’ letterati, sono a disteso esposte in un libro di qualche -pregio e di molta noia che ha per titolo l’_Ercolano_: autore di esso -fu Benedetto Varchi, il quale pel vario ingegno non ebbe forse chi lo -agguagliasse dentro a quella età che scendeva. In quel medesimo suo -libro si vede come allora molto dominassero i grammatici, ai quali -avviene quel che ai fisiologi; perchè entrambi avvezzi a tenere fermo -il pensiero sopra le minute particelle delle cose, riescono spesso -corti o disadatti a quelli studi più comprensivi che bene in antico -nella loro massima estensione ebbero nome di umanità. Consente il -Varchi prudenzialmente al Bembo, ma solo nelle apparenze; confessa -la lingua in Firenze essere trascurata, ma vuole si cerchi nel fondo -dell’uso, mettendo egli fuori per via d’esempi gran copia di voci -e soprattutto di locuzioni familiari, dovizie nascoste da farne a -chi scrive ricco patrimonio.[574] In questo avrebbe egli dato nel -segno, nè vi è anch’oggi da fare di meglio, tantochè sarebbe alla -unità della lingua mezzo utilissimo un Vocabolario com’è proposto dal -Manzoni. Ma il guaio stava in ciò che non erano i più di quei modi -entrati abbastanza nell’uso comune; molti erano figure che un tempo -ebbero qualche voga, capricci d’un popolo arguto e faceto, e spesso -allusioni a cose locali: cotesti Firenze non avea diritto d’imporre -all’Italia. Inoltre non era più questo popolo quello che aveva creato -una lingua educatrice di tanti ingegni; meno operando, inventava meno; -e fatto più inerte anche nell’animo, i suoi discorsi andavano spesso -a cose da ridere. I letterati seguendo in queste nuove condizioni -l’antico genio popolare e avendo qui molto in uggia il sussiego recato -dagli Spagnuoli, si dilettavano oltre al giusto di certe bassezze da -essi chiamate grazie della lingua: i Vocabolari con grande amore le -registravano. Così tra bassezze e nobiltà false viveano le lettere poi -tutto quel secolo. - -Ma dentro a quegli anni nacque Galileo. Le scienze matematiche e le -fisiche hanno questo, che l’uomo le pensa dentro a sè medesimo, si -tengono fuori dal corso vivo degli umani eventi, e vanno da sè per la -via loro, qualunque si sieno le cose all’intorno. Galileo, che pure -in mezzo all’esperimentare minuto e sottile teneva lo sguardo vôlto -all’universo, portò nella fisica l’ampiezza d’una filosofia degna di -questo nome, e fu in un secolo di decadenza scrittore sommo, perchè al -bell’ordine del discorso unisce la copia e una dignitosa naturalezza. -Continuava cento anni in Firenze la scuola fondata da Galileo e -di sè lasciava traccie indelebili nelle scienze fisiche; da quella -uscirono anche uomini dotti nelle razionali, e assai le lettere se ne -avvantaggiarono nella seconda metà del seicento. Ma quando la lingua -e le idee francesi predominarono e quando poi gli eccitamenti nuovi -destarono gli animi degli Italiani a cercare almeno in fatto di lingua -l’unione vietata, la Toscana sofferse rimproveri dalle altre provincie, -quasi ella fosse gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che -aveva in casa ma non lo adoprava. Più grave è fatto il nostro debito -ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori ma più difficili -a portare; noi siamo venuti ad esse non preparati; e s’io dovessi -quanto alle future condizioni della lingua fare un pronostico, direi -senz’altro: la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli -Italiani. - - - - -APPENDICE DI DOCUMENTI. - - -Nº I. - -(Vedi pag. 36.) - - -PROVVISIONE DEL 21 LUGLIO 1378, APPROVATA NEI CONSUETI CONSIGLI A’ 21 E -22. - - Pro parte sindicorum et prepositorum Artium et artificum civitatis - Florentie exponitur et petitur vobis dominis Prioribus Artium et - Vexillifero iustitie Populi et Comunis Florentie, quatenus vobis - placeat et velitis, pro bono publico et tranquillitate Populi - et Comunis predicti, providere et ordinare et solempniter facere - reformari omnia infrascripta videlicet. - - In primis, quod Provisio firmata in Consilio domini Potestatis et - Comunis Florentie, die decimo presentis mensis iulii, et omnia et - singula in ipsa Provisione contenta sint firma et valida et pleni - roboris et effectus. — - - Item, quod quicumque, hactenus, ab anno Domini millesimo - trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra, sponte vel ex - precepto dominorum Capitaneorum Partis guelfe civitatis Florentie, - renunptiavit officiis Comunis Florentie vel Partis guelfe aut - alicuius Artis vel Universitatis, seu ad ipsa officia vel eorum - aliquod, ob renunptiationem predictam, se inhabilem reddidit, - possit restitui et habilis ad dicta officia fieri, cum illis - solempnitatibus cum quibus possunt restitui quicumque moniti pro - ghibellinis, secundum ordinamenta facta de mense iunii proxime - preteriti. — - - Item, quod omnes et singuli, hactenus, videlicet ab anno Domini - millesimo trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra, - moniti fuerunt pro ghibellinis vel ut suspecti Parti guelfe notati, - seu pro ghibellinis vel non vere guelfis condempnati, qui non - fuerunt hactenus restituti, possint restitui et habiles ad officia - fieri, per duas partes duarum partium ad minus illorum quibus circa - hec fuit data balia de mense iunii proxime preteriti. - - Item, quod ad Consilium Populi vel Comunis Florentie nullus arrotus - per Capitaneos Partis guelfe possit aut debeat accedere vel venire, - aut in ipsis Consiliis vel eorum aliquo fabam reddere, sub pena - florenorum quingentorum auri, cuilibet contrafacienti pro vice - qualibet auferenda et Comuni Florentie applicanda. Sed possint ad - Consilium predictum venire, ultra Capitaneos dicte Partis, et in eo - interesse pro dicta Parte et fabas reddere illi qui sunt de veris - Collegiis dicte Partis, tantummodo, et non alii vel alius pro ipsa - Parte arrotus vel arroti. - - Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie cum - officiis Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum - virorum Comunis predicti et due partes eorum possint et debeant - facere et de novo fieri facere scruptinium et bursas Consilii - Comunis; et de novo debeat extrahi dictum Consilium, factis dictis - bursis. Et debeant extrahi continue de cetero ad dictum Consilium - decem populares cives florentinos pro quolibet quarterio, ultra - numerum hactenus ad dictum Consilium ordinatum: qui extracti ultra - dictum numerum intelligantur habere et habeant illam baliam et - auctoritatem quam habent alii de dicto Consilio. - - Item, quod in libro Partis guelfe civitatis Florentie et similiter - in uno libro, retinendo in palatio more dominorum Priorum Artium - et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis Florentie, scribi debeat - evidenter et ad perpetuam rei memoriam, qualiter dominus Lapus - de Castiglionchio et sui sequaces de civitate Florentie fuerunt - expulsi tamquam devastatores et violatores Partis guelfe, et ut - baracterii et Parti guelfe suspecti et proditores Partis predicte. - - Item, quod omnes et singuli qui, decetero, quocumque modo et - quacumque de causa, privabuntur ab officiis Comunis Florentie, - et seu ad ipsa officia inhabiles facti erunt, intelligantur esse - et sint, ipso facto, privati ab officiis Partis guelfe et ad ipsa - officia inhabiles esse. Et intelligantur privati omni et quocumque - privilegio portandi arma. — - - Item, quod omnes et singuli quibus, de mense iunii proxime - preteriti vel de presenti mense iulii, in tumultu populi fuerunt - combuste domus vel fuerunt derobati, et eorum filii, fratres et - patrui, excepto Smeraldo Stroze de Strozis, intelligantur esse et - sint, ex nunc usque ad decem annos proxime secuturos, privati et - remoti ab omnibus et quibuscumque officiis Comunis Florentie et - Partis guelfe. — Hoc acto et proviso et expresse declarato, quod - predicta non vendicent sibi locum nec intelligantur in hominibus - qui ad presens president officiis dominorum. Priorum Artium et - Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim - Bonorum virorum Comunis predicti et Octo balie dicti Comunis et - Capitaneorum Partis guelfe, vel alicui ex officiis predictis, - durante eorum officio vel finito. - - Item, quod dominus Rossus miles et Uguiccione, fratres et filii - quondam Ricciardi de Ricciis, cives honorabiles florentini, sint - et esse intelligantur decetero habiles quocumque tempore, ad - quelibet officia Populi et Comunis ac etiam civitatis Florentie - et Partis guelfe et quecumque alia, — non obstante aliqua - prohibitione. — - - Item, quod filii et consortes et descendentes per lineam masculinam - Sandri Donatini de Barucciis, cives florentini, intelligantur esse - et sint ad quecumque officia restituti in omnibus et per omnia, — - non obstante aliqua monitione. — - - Item, quod omne scruptinium et omnis imbursatio, registrum et - scriptura facta ante presentem mensem iulii, de quocumque officio - Partis guelfe debeant laniari et comburi in totum, in presentia - officii Capitaneorum dicte Partis et eorum Collegiorum et duorum - ex officio Gonfaloneriorum societatum Populi et Duodecim Bonorum - virorum et unius pro qualibet Capitudine, et infra quinque dies - a die qua presens Provisio firmata fuerit in Consilio domini - Potestatis et Comunis Florentie; sub pena florenorum mille auri - cuilibet ex Capitaneis auferenda et Comuni Florentie applicanda. - - Item, quod decetero, nullus in civitate Florentie possit per viam - extractionis, electionis seu deputationis, aut alio quoque modo, - habere retinere vel exercere, uno eodemque tempore, ultra unum - officium Comunis Florentie, sub pena florenorum mille auri cuilibet - contrafacienti auferenda et Comuni Florentie applicanda. Ita tamen, - quod predicta non intelligantur locum habere nec extendantur - ad officia Consulatus alicuius Artis vel septem consiliariorum - Mercantie aut consiliariorum Consilii Populi vel Comunis Florentie, - quod aliquis obtineret de preterito vel futuro; nec predicta - vendicent sibi locum in aliquo qui ad presens presideret plus quam - uni officio dicti Comunis. — - - Item, quod super omnibus et singulis petitionibus et querelis - fiendis dandis vel exhibendis, verbo vel in scriptis, pro - iniuriis vel offensis que facte dicerentur per aliquem popularem - contra alterum popularem et seu per magnates contra populares, - aut per magnates contra magnates; et seu, pro bis iniuriis vel - offensis aut eorum vel alicuius eorum occasione, faciendo seu - fieri faciendo aliquem popularem magnatem vel aliquem magnatem - supramagnatem; possit et debeat procedi, et super ipsis — fieri - et partita micti et proponi; et ipse petitiones et querele et - earum quelibet recipi et admicti et executioni mandari in omnibus - et per omnia, et per omnes fieri prout et sicut procedi admicti - recipi et executioni mandari et fieri poterant et debebant ante - ordinamenta, correctiones et seu declarationes factas super materia - predicta per Migliorem Vierii Guadagni civem florentinum, et - eius collegas, tempore quo ultimo dictus Migliore fuit Vexillifer - iustitie civitatis Florentie; et qui Migliore ultimo prefuit dicto - officio Vexilliferatus de mense ianuarii et februarii anno Domini - MCCCLXXVI. — - - Item, quod Iohannes Dini civis florentinus, quem constat semper - fuisse et esse guelfum et Parti guelfe fidum et non ghibellinum vel - suspectum Parti guelfe, licet per quosdam cives iniquos monitus - iniuste asseratur; intelligatur esse et sit absque fide vel - probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, et absque - aliqua solempnitate servanda, integre et plenissime restitutus - ab omni et quacumque et contra omnem et quamcumque monitionem - factam de dicto Iohanne per quoscumque Capitaneos Partis guelfe - civitatis Florentie, per se vel una cum quibuscumque aliis officiis - seu officialibus dicte Partis. — Et quod dictus Iohannes Dini - intelligatur esse et sit de officio et ad officium Octo balie - Comunis predicti, cum omnibus officio auctoritate potestate balia - et forma, quibus olim melius et efficacius fuit ante monitionem de - eo factam. — - - Item, quod dominus Georgius domini Francisci de Scalis civis - florentinus et eius consortes et descendentes et agnati per lineam - masculinam et quilibet ipsorum, quos constat semper fuisse et - esse, etiam ex operibus pollentibus, vere guelfos et fidos Parti - guelforum, — licet per quosdam cives iniquos moniti asserantur - perperam et iniuste; intelligantur esse et sint in omnibus et per - omnia et quo ad omnes integre et plenissime restituti. — - - Item, quod dominus Donatus Ricchi ser Gherardi de la parte de - Aldigheriis, civis florentinus, legum doctor, quem constat sua - et suorum ascendentium origine semper fuisse et esse guelfum; — - intelligatur esse et sit integre et plenissime restitutus. — - - Item, considerato, quanto tempore dominus Iohannes Monis civis - honorabilis florentinus, cum maximis laboribus et solertia, pro - Populo et Comuni Florentie assidue laboravit, et ad presens, pro - honore dicti Populi et Comunis et pro ipso Populo ipse dominus - Iohannes ad militare cingulum est promotus; ut maxime talem - militiam pro ipso Populo perpetuo valeat honorare: quod, etiam - absque aliqua solempnitate servanda aut aliqua fide vel probatione - fienda de predictis vel aliquo predictorum, ipse dominus Iohannes - Monis, in perpetuum, toto tempore sue vite, possit et debeat habere - et habeat quolibet anno, a Comuni Florentie, florenos trecentos - auri recti ponderis et conii florentini, solvendos et dandos eidem - domino Iohanni per camerarium, qui dicitur _Il Camarlingo delle - cinque cose_ dicti Comunis, pro tempore existentem et quemlibet - alium camerarium dicti Comunis seu pro dicto Comuni deputatum vel - deputandum ad infrascriptos redditus recipiendos in genere vel - in spetie, de pecunia quam dictus camerarius seu dicti camerarii - seu alius ex eis pro dicto Comuni recipient, ex proventibus, - pensionibus et redditibus perventuris et que pervenient in Comune - predictum, ad manus ipsius camerarii sive camerariorum, ex Platea - vel occasione Platee Fori veteris civitatis Florentie, et seu a - tabuleriis, becchariis vel Arte becchariorum, et a pollaiuolis et - trecchis et aliis quibuscumque conducentibus vel tenentibus aut qui - conducent vel tenebunt a dicto Comuni vel aliquibus officialibus - dicti Comunis dictam Plateam et seu apothecas, sive aliquam partem - vel loco ipsius Platee. — - - Item, quod dominus Alexander domini Riccardi de Bardis civis - florentinus et eius filii et descendentes per lineam masculinam - et quilibet ipsorum intelligantur esse et sint deinceps populares - et de populo civitatis Florentie; — et quod etiam, nullo modo - vel causa teneantur mutare nomen consortarie vel arma, nec in - aliquo teneantur observare vel facere ea de quibus disponitur et - continetur in reformatione et provisione edita de mense augusti - MCCCLXI, que inter alia disponit in effectu, quod magnates facti - populares seu beneficium popularitatis merentes, teneantur coram - officio dominorum Priorum et Vexilliferi comparere et renuntiare - consortarie et agnationi suorum consortum et alia arma sibi - eligere. — Et quod dictus dominus Alexander intelligatur esse et - sit de officio et ad officium Octo balie Comunis Florentie, et - habere et habeat illam eamdem et similem auctoritatem et potestatem - quam in dicto officio habet quilibet alius qui dicto officio Octo - balie presideat. - - Item, quod Capitanei Partis guelfe civitatis Florentie teneantur - et debeant, hinc ad quinque dies proxime futuros a die qua presens - Provisio firmata fuerit in Consilio domini Potestatis et Comunis - Florentie, sub pena florenorum mille auri, pro quolibet ipsorum - Capitaneorum, representare et consignare officio dominorum Priorum - et Vexilliferi iustitie Vexillum regale dicte Partis. Et quod, - decetero, Capitanei dicte Partis, presentes vel futuri seu alii pro - dicta Parte, dictum Vexillum vel simile tenere non debeant. Et hoc - intelligatur de Vexillo regali quod factum fuit tempore domini Lapi - de Castiglionchio et sotiorum, qui prefuerunt offitio Capitaneorum - dicte Partis de mense februarii proxime preteriti, et de quocumque - alio simili vexillo. - - Item, quod, expensis et de pecunia Comunis Florentie, ematur et - emi debeat una apotheca sufficiens et ydonea que sit propria et - pleno iure populi minuti civitatis Florentie, pro adunando Artem - et Consules dicti populi et alia opportuna ipsi Arti faciendo. Et - quod in ipsa apotheca et eius emptione possit et debeat expendi de - pecunia dicti Comunis usque in quantitatem florenorum quingentorum - auri; et quod camerarii Camere dicti Comunis, sub pena florenorum - mille auri, cuilibet ipsorum hec non servanti auferenda et Comuni - Florentie applicanda, possint teneantur et debeant dare solvere - et pagare cuicumque deliberatum fuerit per dictos Consules - dicti populi minuti, — de quacumque pecunia dicti Comunis et ad - quodcumque aliud deputata vel deputanda, usque in quantitatem - florenorum quingentorum auri recti ponderis et conii florentini - integros et sine ulla solutione vel retentione diricture oneris vel - gabelle et absque aliqua apodixa licentia vel subscriptione habenda - vel solempnitate servanda, sed solum visa presenti reformatione et - habita deliberatione Consulum predictorum. Que apotheca emi debeat - hinc ad per totam quintam decimam diem mensis augusti proxime - secuturi. - - Item, quod Spinellus Luce Alberti, ser Stefanus ser Mattei Becchi - et ser Benedictus ser Landi, cives florentini et quilibet ipsorum, - intelligantur esse et sint consortes et confederati domini - Salvestri domini Alamanni de Medicis et aliorum dominorum Priorum - Artium Populi et Comunis Florentie, qui officio prefuerunt de mense - iunii proxime preteriti, et aliorum qui cum dicto domino Salvestro, - tunc Silvestro, habuerunt baliam generalem a Comune predicto illis - modo, forma et ordine quibus ipsi de Balia simul consortes facti et - confederati fuerunt. Et habeant et habere intelligantur et potiri - et gaudere possint et valeant omnibus et singulis privilegiis - immunitatibus et prerogativis quibus potiuntur et gaudent seu - potiri et gaudere possunt dictus dominus Silvester, olim Silvester, - tunc Vexillifer iustitie, et eius sotii et alii de dicta Balia, - vigore ordinamentorum factorum de dicto mense iunii. - - Item, quod per predicta in presenti Provisione contenta vel aliquod - ipsorum nullum preiudicium generetur vel fiat, nec in aliquo - intelligatur derogari alicui Provisioni hodie firmate vel firmande - in Consilio domini Capitanei et Populi florentini. - - Super qua quidem Petitione — dicti domini Priores et Vexillifer, - habita invicem et una cum officio Gonfaloneriorum sotietatum - Populi et cum officio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie - deliberatione solempni et demum inter ipsos omnes in sufficienti - numero congregatos; — deliberaverunt die XXI mensis iulii anno - Domini MCCCLXXVIII: Quod dicta Petitio et omnia et singula in ea - contenta procedant admictantur firmentur et fiant. — - - -ALTRA PROVVISIONE DELL’11 SETTEMBRE 1378, APPROVATA C. S. A’ DÌ 11 E 12. - - Ad concordiam Artium et artificum civitatis Florentie, et maxime - minorum Artium, et ad bonum et pacificum statum et regimen - civitatis eiusdem sollicite intendentes magnifici Domini domini - Priores Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie, - — habita — cum officio Gonfaloneriorum sotietatum Populi et cum - officio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie deliberatione - solempni; — deliberaverunt, die undecimo mensis septembris - anno Domini MCCCLXXVIII, indictione prima: Quod absque fide vel - probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, et absque - ulla solempnitate servanda, de scruptinio facto de mense augusti - proxime preteriti fiat et de presenti fieri debeat, pro supradictis - sedecim minoribus Artibus, in quolibet et pro quolibet officio - omnium ipsorum officiorum civitatis Florentie intra civitatem - vel extra existentibus et Partis guelforum et officiorum domus et - Universitatis mercatorum civitatis Florentie unus solus sacculus - sive bursa, in quo vel qua micti possint et debeant omnes illi - de quatuordecim minoribus Artibus qui iam forent imbursati et - qui debent imbursari secundum ordinamenta super his edita; et - similiter omnes illi de duabus Artibus novis qui sunt iam imbursati - in bursis factis pro Populo Dei et qui debent imbursari secundum - dicta ordinamenta: que due Artes vocantur, una, Ars tintorum et - conciatorum et aliorum membrorum, et alia, Ars farsettariorum, - sartorum et cimatorum et aliorum membrorum. — - - Et quod, in extractionibus dictorum officiorum debeat teneri - et observari hec forma quantum in artificibus dictarum sedecim - Artium, videlicet: Quod in extractionibus officiorum civitatis - dicti scruptinii proiciantur cedule continentes nomina quarteriorum - segregatim, et deinde ordinatim capiantur sorte et fiant - extractiones, incipiendo in quarterio extracto secundum ordinem - sortis successive; remanendo in ordine extractionis Vexilliferi - iustitie Provisio firmata et facta in Parlamento facto die primo - presentis mensis. - - Item, quod ad aliquod vel in aliquo officio civitatis Florentie - scruptinato in dicto scruptinio non possit esse uno et eodem - tempore ultra unum pro qualibet Arte dictarum sedecim Artium; et - si, presidente uno de una dictarum Artium ad aliquod officium, et - alius de ipsa eadem Arte, pro illo tempore vel eius parte, ad tale - officium foret extractus, debeat remicti talis extractus et extrahi - alius de alia Arte. — - - Item, ad hoc ut in perpetuum officia Partis guelfe civitatis - Florentie regantur et gubernentur per bonos viros et non per - malivolos et iniquos; quod presens scruptineum factum pro officio - dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis - Florentie imbursetur et imbursari possit et debeat postquam fuerit - per Accoppiatores prefati scruptinei revisum et reformatum, et - ex ipso fuerint extracti illi de illa tertia Arte populi minuti - sive Populi Dei qui sunt a dicto scruptinio prohibiti et exclusi, - secundum formam provisionis facte in publico Parlamento, die prima - presentis mensis septembris, pro officio Capitaneorum Partis - guelfe et Collegiorum dicte Partis. Ita tamen, quod artifices - septem maiorum Artium et Scioperati ad officium Capitaneatus et - cuiuslibet Collegii imbursentur et imbursari debeant de per se, et - artifices sedecim minorum Artium, in una alia bursa pro quolibet - dictorum officiorum de per se. Et quod ex ipsis bursis extrahantur - et extrahi possint et debeant Capitanei populares pro dicta Parte - et pro tempore hactenus consueto; et similiter dicta Collegia - Partis, videlicet secretarii seu consiliarii Credentie et priores - dicte Partis, etiam pro tempore et temporibus consuetis: et sic - successive, durantibus dictis bursis, fiant de illis extractiones - officiorum predictorum. Et quod decetero, ad scruptinium officiorum - Capitaneorum, secretariorum seu consiliariorum Credentie et - priorum dicte Partis procedatur et procedi debeat hoc modo, et - in illis et eorum quolibet servari debeat hec forma videlicet: - Quod omnes et singuli qui deinceps imbursabuntur ad officium seu - pro officio Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie Populi - et Comunis Florentie, possint et debeant per Accoppiatores talium - scruptinatorum vel aliquos eorum, imbursari ad dicta officia dicte - Partis in presenti capitulo nominata, et omnes et singuli qui sic - imbursabuntur, habeantur et censeantur pro legittime et solempniter - imbursatis; et demum, de bursis sic fiendis fiant extractiones ad - officia supradicta et ad eorum quodlibet. Et ad ipsa officia vel - aliquod ipsorum nullus possit alia vel alio modo deputari extrahi - vel assummi. — - - Et quod Capitanei Partis populares esse debeant novem, quatuor - videlicet de maioribus Artibus et Scioperatis, et quinque de - sedecim minoribus Artibus supradictis. Et quod Secretarii dicte - Partis populares sint et esse debeant sedecim, videlicet septem - de septem maioribus Artibus et Scioperatis, et novem de sedecim - minoribus Artibus supradictis. Priores autem dicte Partis populares - sint et esse debeant duodecim, videlicet quinque de septem - maioribus Artibus et Scioperatis et septem de minoribus Artibus - antedictis. - - Et quod in officio Capitaneorum Partis sint et esse debeant ultra - dictos populares duo magnates et de magnatibus civitatis Florentie; - in officio Secretariorum sint et esse debeant quatuor; et in - officio Priorum dicte Partis tres, ultra populares et numerum - popularium supradictum. - - Qui magnates, pro ista vice dumtaxat et pro omnibus tribus - officiis supradictis; extrahantur et extrahi possint et debeant de - bursis magnatum ultimi scruptinii dicte Partis ad hec deputatis; - et quod ab ipsa extractione in antea nulla extractio de ipso - scruptinio possit fieri, sub pena florenorum mille auri cuilibet - contrafacienti pro vice qualibet auferenda; et nichilominus omnis - extractio et quicquid contra fieret sit irritum ipso iure; sed - debeat dictum scruptinium de dictis magnatibus, factis dictis - extractionibus pro ipsa vice, laniari et comburi. Imposterum - autem et in perpetuum fieri debeant in palatio dominorum Priorum - et Populi Florentini scruptinia de magnatibus pro quibuscumque - officiis dicte Partis ipsis magnatibus congruentibus, per - dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie, Gonfalonerios - sotietatum Populi et Duodecim Bonos viros Comunis Florentie et - Capitaneos Partis guelfe et Collegia dicte Partis, ac unum pro - qualibet Capitudine viginti trium Artium dicte civitatis de numero - Consulum dictarum Artium, ultra Preconsulem Artis iudicum et - notariorum dicte civitatis, per officium dominorum Priorum Artium - et Vexilliferi iustitie nominandos et eligendos: que scruptinia - magnatum fieri possint et debeant quandocumque necessarium fuerit, - et seu ipsis dominis Prioribus Artium et Vexillifero supradictis - videbitur et placebit. Ita tamen, quod domini Priores et Vexillifer - qui ad presens sunt, sub pena librarum quingentarum f. p. pro - quolibet ipsorum, per totum mensem octubris proxime futuri, - teneantur et debeant facere una cum officialibus antedictis - unum scruptinium pro supradictis officiis, et pro officiis - consiliariorum Consilii Centum virorum et Consilii Sexaginta - virorum dicte Partis, quantum ad magnates pertinet. — - - Item, quod facta imbursatione de supradicto presenti scruptinio, - facto pro officio dominorum Priorum et Vexilliferi, prout supra - continetur; extractio dominorum Capitaneorum Partis et Collegiorum - supradictorum fiat et fieri possit et debeat in domo Partis - predicte, de bursis ex tali scruptinio fiendis, secundum formam - statutorum et ordinamentorum et consuetudinum Partis predicte, - ad minus sequenti die postquam imbursatio fuerit ad domum dicte - Partis transmissa, pro ista prima vice dumtaxat, et pro eisdem - terminis et temporibus incipiendis et finiendis prout et sicut et - tunc, quando et quomodo incipere debuerunt aut debebunt quelibet - officia dicte Partis. Et quod, ex eo quod dicti presentes Capitanei - vel eorum Collegia non fecerint fieri hactenus extractiones in - temporibus ordinatis, secundum formam ordinamentorum dicte Partis, - nullam penam incurrant aut incurrere potuerint; sed ab ipsis penis - dicta occasione incursis vel incurrendis sint liberi et totaliter - absoluti. - - Item, quod deinceps in perpetuum, consiliarii populares Consilii - _del Cento_ et Consilii _del Sexanta_ dicte Partis et officium - Vigintiquatuor qui solent seu debent extrahi ad monitiones, quantum - ad populares, debeant scruptinari, et de illis scruptinium fieri - per officium dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie - Populi et Comunis Florentie et Gonfalonierorum sotietatem Populi et - Duodecim Bonorum virorum Comunis predicti, et officia Capitaneorum - et Collegiorum Partis predicte popularium et unum pro qualibet - Capitudine viginti trium Artium civitatis predicte ultra dictum - Preconsulem, eligendos per officium dominorum Priorum Artium et - Vexilliferi iustitie. Et quod dicta scruptinia fiant et fieri - possint et debeant quandocumque necessarium fuerit et seu officio - dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie, pro tempore - existentium, videbitur et placebit. — - - Item, quod ad dicta officia, de quorum scruptinio in proximo - precedenti capitulo fit mentio et tractatur, vel ad aliquod ipsorum - vel in officiis Consiliariorum Credentie aut Priorum dicte Partis - vel in aliquo ipsorum, aut in aliquo actu qui per aliquem qui - foret ex ipsis officiis vel eorum aliquo, per se vel una cum aliis - fieri haberet, pretestu seu vigore talis officii; non possit loco - alicuius vel aliquorum absentis vel absentium subrogari substitui - vel deputari quoquo modo, aut aliquis substitutus vel subrogatus - aliquo modo fieri; sub pena librarum quingentarum f. p., cuilibet - contrafacienti pro vice qualibet auferenda et Comuni Florentie - applicanda; et nichilominus quicquid contra fieret sit ipso iure - nullum. - - Item, quod semper de quolibet et in quolibet dictorum officiorum - Partis guelfe de quibus supra fit mentio fiant et fieri debeant - due burse; in una quarum mictantur omnes de membro septem maiorum - Artium et Scioperatorum, et in alia omnes illi de membro sedecim - minorum Artium predictarum. Et quod factis talibus bursis, de ipsis - demum fiant extractiones. — - - -ALTRA DEL 28 SETTEMBRE 1378, APPROVATA IL 28 E 29. - - Pro parte mercatorum et artificum viginti trium Artium civitatis - Florentie, vobis dominis Prioribus Artium et Vexillifero iustitie - Populi et Comunis Florentie, reverenter petitur, quatenus, pro - bono publico et ut quiete et sub recta iustitia regatur Civitas - Florentina, ac pro bono et pacifico statu civitatis eiusdem, et ut - quilibet dictorum mercatorum et artificum sentire valeat commoda - et onera officiorum Comunis eiusdem; vobis placeat et velitis - opportune providere et facere solempniter reformari omnia et - singula infrascripta, videlicet. - - In primis, quod in perpetuum officium Prioratus Artium et - Vexilliferatus iustitie civitatis predicte debeat esse numero - novem civium popularium; inter quos et in quo numero debeant esse - quatuor de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum dicte - civitatis, computato Vexillifero iustitie, quando Vexillum iustitie - tangeret ipsi membro; et quinque esse debeant de membro minorum - Artium civitatis eiusdem, computato etiam Vexillifero, quando dicto - membro tangeret Vexillum iustitie. Et quod Vexillum iustitie tangat - dictis membris pro rata, et de uno membro in aliud membrum transeat - et extrahatur Vexillifer, prout ordinatum fuit et dispositum in - generali Parlamento Populi et Comunis predicti, facto die primo - presentis mensis septembris. — - - Item, quod in perpetuum officium Gonfaloneriorum sotietatum Populi - Florentini sit et esse debeat numero sedecim prout est consuetum; - quorum sedecim et cuius numeri septem debeant esse et dicto officio - presidere de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et - novem de membro sedecim minorum Artium predictarum. — - - Item, quod in perpetuum officium Duodecim Bonorum virorum Comunis - Florentie sit et esse debeat in numero consueto; et in dicto - officio et numero sint et esse debeant et continuo presidere - quinque de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et septem - de membro sedecim minorum Artium predictarum. — - - Item, quod in perpetuum officium Capitaneorum Partis guelfe - civitatis Florentie sit et esse debeat numero undecim, videlicet - novem popularium et duorum magnatum; in numero quorum popularium - sint et continuo presidere debeant quatuor de membro septem maiorum - Artium et Scioperatorum, et quinque de membro sedecim minorum - Artium predictarum. - - Item, quod in perpetuum officium Consiliariorum Credentie sive - Secretariorum Partis guelfe sit et esse debeat numero sedecim - popularium et quatuor magnatum; in numero quorum popularium sint et - continuo esse et presidere debeant septem de membro septem maiorum - Artium et Scioperatorum, et novem de membro dictarum minorum - Artium. - - Item, quod in perpetuum officium Priorum Partis guelfe predicte sit - et esse debeat numero duodecim popularium et trium magnatum; quorum - popularium quinque sint et esse debeant in dicto officio de membro - septem maiorum Artium et Scioperatorum, et septem de dicto membro - sedecim minorum Artium. - - Item, quod in perpetuum, ad infrascripta officia et in - infrascriptis officiis dicte Partis guelfe, videlicet Defensorum - dicte Partis (quando tale officium pro Parte predicta crearetur); - Vigintiquatuor civium qui ad monitiones solent extrahi et deputari, - et qui vulgariter dici solent _I Ventiquatro della Parte_; Consilii - centum virorum quod vulgariter dicitur _Il Consiglio del Cento - della Parte_; et Consilii sexaginta virorum dicte Partis, quod - vulgariter dicitur _Il Consiglio del Sessanta della Parte_, sint - et esse debeant de popularibus: qui in dictis officiis debent esse - tot de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum quot de membro - sedecim minorum Artium predictarum. Et quod dicta quatuor officia, - quantum ad populares, inter dicta duo membra, equis partibus - dividantur. — - - Item, quod sigilla Partis guelfe predicta debeant una vice teneri - per unum de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et alia - per unum de membro sedecim minorum Artium, et sic alternatim. - — Et prima vice, dicta duo membra scribantur in duabus cedulis - segregatis et mictantur ad sortem; et demum, una ex cedulis - recollectis de illo membro cui sorte tetigerit debeat esse primus - custos sigillorum predictorum; et alia vice de alio membro; et sic - successive procedatur de membro in membrum. - - Item, quod officium Camerariatus dicte Partis guelfe distribuatur - et dividatur inter dicta duo membra, et in eo procedatur et - observetur, prout et sicut de custode sigillorum in proximo - precedenti capitulo dictum est. - - Item, quod officium Rationerii et Scribani Partis guelfe predicte - equaliter dividatur inter dicta duo membra, et una vice sit unus - de membro maiorum Artium et Scioperatorum, et alia vice de membro - sedecim minorum Artium predictarum. Et ad deputationem dicti - Scribani et Rationerii, prima vice procedatur sorte, prout de - custode sigillorum dictum est; et demum, successive de membro in - membrum alternatim, sequatur et duret officium dicti Scribani et - Rationierii pro vice qualibet uno anno et non ultra. Et quilibet - presidens dicto officio habeat, a die depositi officii, ab illo - devetum per duos annos. - - Item, quod in perpetuum, finito mense novembris proxime futuri in - antea, officium Consilii Populi inter dicta duo membra equaliter - sit divisum; — et numerus consiliariorum dicti Consilii sit et esse - debeat in totum centum sexaginta popularium, videlicet quadraginta - pro quolibet quarterio. - - Item, quod in perpetuum, finito mense decembris proxime futuri in - antea officium Consilii Comunis, quantum ad populares pertinet, - inter dicta duo membra equaliter sit divisum; et numerus - consiliariorum popularium dicti Consilii Comunis sit et esse debeat - centum sexaginta popularium, videlicet pro quolibet quarterio - quadraginta; et quadraginta magnatum, videlicet decem pro quolibet - quarterio etc. - - Item, quod de officiis Camerariatuum et Scribanatuum, que imbursari - debent secundum ordinamenta scruptinii facti de mense augusti - proxime preteriti, fiant due burse et separatim imbursari debeant - dicta membra, et demum equaliter ipsa officia inter dicta duo - membra partiantur. — Salvo quod in officio Camerariorum Camere - dictis Comunis procedatur et observetur ut infra in speciali - capitulo de ipso officio continetur. Ita tamen, quod semper habeant - presidere tali officio alternatim et successive ex dictis membris, - prout de extractionibus dictum est. - - Item, quod officium Approbatorum Statutorum Artium civitatis - Florentie decetero debeat imbursari separatim in duabus bursis, - in una quarum mictantur illi de membro septem maiorum Artium et in - alia illi de membro sedecim minorum Artium; et inter dicta membra - dictum officium equaliter dividatur. Et quod decetero in perpetuum - dictum officium sit numero octo inter mercatores et artifices, - etiam pro presenti anno. — Ita tamen quod in dicto officio, uno - eodemque tempore, pro una et eadem Arte non possit esse nisi - unus. — - - Item, quod officium Capitaneorum Sotietatis Virginis Marie Sancti - Michaelis in Orto de Florentia, de cetero in perpetuum, finito - officio presentium Capitaneorum, inter dicta duo membra equaliter - sit divisum etc. - - Item, quod Camerarii Camere Comunis Florentie decetero debeant - esse quatuor populares, duo de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum et duo de membro dictarum sedecim minorum Artium. - - Item, quod officiales Defectuum civitatis Florentie decetero - debeant esse quatuor populares, dividendo inter dicta membra prout - de Camerariis Camere dictum est. - - Item, quod officiales officii Grascie deinceps debeant esse sex - populares, tres de membro maiorum Artium et Scioperatorum et tres - de membro sedecim minorum Artium. — - - Item, quod finito officio presentium septem Consiliariorum - Mercantie et Universitatis mercatorum, in perpetuum dictum officium - debeat esse numero novem inter mercatores et artifices, et in - perpetuum dividatur sub hac forma. Quod quinque ad dictum officium - et in dicto officio esse debeant de quinque maioribus Artibus, - et quatuor de sedecim minoribus Artibus et de Arte vaiariorum et - pellipariorum. — - - Item, quod in deliberationibus fiendis super recursibus proponendis - vel fiendis in curia Mercantie et Universitatis mercatorum - civitatis predicte et coram Iudice vel Consiliariis Universitatis - predicte, in quibus deliberationibus et ad quas vocari seu assummi - solent, secundum ordinamenta Comunis predicti et seu dicte - Universitatis, decem mercatores seu artifices maiorum Artium, - decetero vocari et assummi et esse debeant medietas ipsorum civium - de membro quinque maiorum Artium, et alia medietas de membro - sedecim minorum Artium et Artis vaiariorum et pellipariorum. — - - Item, quod officia Comunis Florentie que debent exerceri extra - civitatem, scruptinata de mense augusti proxime preteriti pro - dictis membris, imbursari debeant separatim et per se; et in - una bursa mictantur omnes de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum, et in alia omnes de membro sedecim minorum Artium; - imbursando tamen dicta officia in pluribus bursis, et faciendo - separationem inter officia maiora, minora et mediocria, prout est - consuetum. Et demum ipsis officiis sic imbursatis, ad ipsorum - extractiones procedatur hoc modo, videlicet: Quod ad quodlibet - dictorum officiorum extrahatur, una vice unus de uno dictorum - membrorum, et alia vice ad idem unus de alio membro; et sic - alternatim successive continuo procedatur, incipiendo in primis - extractionibus cuiuslibet dictorum officiorum ab illo membro, cui - primo sorte tetigerit, proiectis cedulis continentibus segregatim - nomina membrorum et recollectis. — - - Item, quod deinceps, in perpetuum, de omnibus et singulis - officiis Comunis predicti extrinsecis, — que scruptinabuntur - seu imbursabuntur, — fieri debeant due burse, in una quarum - mictantur et micti debeant omnes de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum, et in alia omnes de membro dictarum sedecim minorum - Artium; et demum ad extractiones talium officiorum procedatur et - procedi debeat, et in illis servari modus et forma de quibus et - prout et sicut dispositum est in capitulo proxime precedenti. Hoc - expresso et declarato, quod quodlibet ex dictis officiis cui plures - haberent eodem tempore presidere, inter dicta membra equaliter - partiatur. - - Item, quod omnes et singuli tam de membro septem maiorum Artium - et Scioperatorum quam de membro sedecim minorum Artium, qui - obtinebunt in scruptinio de proximo fiendo de infrascriptis - officiis, debeant simul et mistim micti et imbursari in una - bursa, et demum ad ipsa officia fieri extractiones prout sorte - imbursatis tetigerit. Ita tamen, quod ad ipsa officia et in dicta - bursa tot debeant imbursari, de uno membro quot de alio. Et si - accideret quod in dicto scruptinio obtinerent tot de uno membro - quot de alio, debeant de illo membro de quo tot non obtinuissent - assummi et imbursari usque ad equalem numerum, illi qui plures - fabas nigras in dicto membro habuissent, habito respectu, pro tali - membro, ad scruptinatos in tota civitate. Et si plures essent in - numero fabarum concurrentes, illi debeant imbursari quibus sorte - tetigerit, proiectis cedulis segregatis de nominibus ipsorum et - sorte recollectis per imbursatores. — Officia autem de quibus in - presenti capitulo fit mentio sunt ista videlicet: - - Potestaria Prati - Potestaria et Capitaneatus Collis Vallis Else - Potestaria Sancti Geminiani - Potestaria Sancti Miniatis Florentini - Vicariatus Vallis Nebule - Vicariatus Vallis Arni inferioris et Sancti Miniatis Florentini - Vicariatus Alpium et Vicariatus Poderis Florentinorum. - - Item, quod quandocumque scruptinabuntur et imbursabuntur pro Comuni - Florentie Capitanei Civitatis Pistorii et Montanee Pistoriensis et - Castellani Sambuche comitatus Pistorii et maioris casseri civitatis - Pistorii, secundum pacta vigentia et que observari debent et - seu debebunt cum Comuni Pistorii; omnes et singuli tam de membro - maiorum Artium et Scioperatorum quam de membro sedecim minorum - Artium qui in tali scruptinio uno vel pluribus obtinebunt, debeant - imbursari simul et mistim in una bursa, et demum ad ipsa officia - fieri debeant extractiones, et prout sorte et fortuna imbursatis - tanget. — - - Item, quod officium Consignationis generalis et omnium aliarum - consignationum que fieri haberent dicti Comunis, imbursetur et - imbursari debeat, et ad deputationem Consignatorum per modum - extractionis procedatur. Et quod ad dictum officium debeant et - possint imbursari de presenti omnes qui, secundum ordinamenta - scruptinii celebrati de mense augusti proxime preteriti, debent - imbursari ad alia officia civitatis; et omnes de membro maiorum - Artium et Scioperatorum et de membro sedecim minorum Artium - debeant ad officium predictum simul misceri, et deinde sorte et - fortuna extrahi. Et similiter et de per se ad dictum officium - imbursentur notarii qui in dicto scruptinio ad secunda officia - obtinuerunt. — - - Item, quod, stantibus firmis omnibus suprascriptis, omnia et - singula alia officia incohanda et presentia et futura Comunis et - civitatis Florentie et Partis guelfe congruentia tantum civibus, - distribuantur et distributa esse intelligantur equis partibus - inter dicta duo membra. — Hoc salvo expresso et declarato, quod in - presenti capitulo aut in aliqua parte presentium ordinamentorum - non includantur officia infrascripta, nec de eis per presentia - ordinamenta aliquid intelligatur dispositum vel provisum, - videlicet. Circa officium dominorum Octo balie presentium, quod - officium etiam possit, si expedierit, prorogari semel et pluries - et quotiens, cum eisdem auctoritate, officio et balia; et officia - Preconsulatus, Consulatuum, Consiliariorum et quorumcumque - officiorum Artium ab ipsis Artibus et in ipsis Artibus; officium - Spinelli Luce Alberti, et quodlibet aliud officium Scribanorum et - Rationeriorum seu aliorum officialium Camere dicti Comunis, quod - non sit solitum imbursari; officium Gregorii Laurentii ad gabellam - vini et quodlibet aliud officium Gabellarum dicti Comunis, quod non - sit ad presens imbursatum vel decetero non imbursetur; officium - Approbatorum bannitorum et Mazeriorum dicti Comunis; officium - Dominorum Zecche et Monete ipsius Comunis; officium Saggii ipsius - Comunis; Officia administrationum gubernationum et manutentionum - quarumcumque mansionum, laboreriorum et Operarum ecclesiarum - et hospitalium, commissarum certis Artibus civitatis predicte; - officia Numptiorum et Exactorum dicti Comunis; officia Sindicorum - vel officialium creandorum et constituendorum super negotiis - creditorum cessantium et fugitivorum et seu cuiuscumque civis vel - artificis aut mercatoris florentini aut aliunde; Officia et mandata - sindicorum qualitercumque creandorum pro negotiis dicti Comunis; et - omnia alia officia Comunis aut civitatis comitatus vel districtus - Florentie, ad que aliquis foret assumptus vel deputatus, occasione - vel respectu sui ministerii aut peritie vel scientie sue sive sue - Artis. — - - Item, quod non obstantibus suprascriptis, et remanentibus in sui - firmitate omnibus et singulis ordinamentis, disponentibus per quos - et sub qua forma et pro quanto tempore et cum quibus commodis, - honoribus, oneribus et salariis, ambaxiatores Comunis Florentie - eligi possint vel deputari, et de ipsorum ambaxiatis, devetis, - iuramentis, promissionibus et satisdationibus; presentes domini - Priores Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie - et Gonfalonerii sotietatum Populi et Duodecim Boni viri — possint - et eis liceat ac etiam teneantur et debeant providere et declarare - qualiter et quemadmodum officia ambaxiatorum Comunis predicti, - decetero creandorum, inter dicta duo membra distribui debeant et - partiri; et quando continget quod ambaxiatores pro dicto Comuni - habeant eligi et deputari, quot debeant esse de uno membro et quot - de alio; et quomodo et de quo membro, quando unus solus ambaxiator - eligendus occurret, debeat deputari, et quota pars cuilibet - membrorum predictorum debeat attribui: et insuper quid fieri debeat - circa ambaxiatores per officium Octo balie transmictendos. — Salvo - et declarato quod, si aliquis, civis aut aliunde, vellet a dominis - Prioribus et Vexillifero iustitie seu eorum Collegiis impetrare - pro suis propriis factis, in eius proprium et singulare servitium, - unum vel plures ambaxiatores; possit tunc et quandocumque talis - ambaxiator unus vel plures eligi et deputari de quocumque membro, - et prout eligentibus placuerit; expensis tamen petentis et non - Comunis. - - Item, quod deinceps, ad aliquod officium ad presens imbursatum - vel quod deinceps imbursaretur nullus possit, aliter quam per viam - extractionis, — deputari eligi vel assummi. — - - Item, quod deinceps domini Priores Artium et Vexillifer iustitie, - Gonfalonerii sotietatum et Duodecim Boni viri Comunis predicti pro - tempore existentes intersint et interesse teneantur et debeant - in quolibet Consilio Comunis et domini Potestatis civitatis - Florentie imposterum fiendo et celebrando, et in eo fabas reddere, - prout et sicut possunt seu tenentur in Consilio Populi et domini - Capitanei. — - - Item, pro maiori honestate et ut voluntates consiliariorum - cuiuscumque Consilii Populi et Comunis Florentie minus pareant et - magis etiam sint occulte; quod a duobus diebus proxime futuris in - antea fiat et fieri debeat, et Camerarii camere armorum Palatii - Populi Florentini fieri facere teneantur, unum bossolum magnum ut - expedit, quod vocetur bossolum libertatis. In quod quidem bossolum - fabe que recolligentur in ipsis Consiliis et quolibet vel aliquo - ipsorum, in aliis bossolis, ut est moris, possint et debeant - vacuari ante quam alibi evacuentur. Et deinde, ipsis omnibus aliis - bossolis in ipsum magnum bossolum vacuatis, debeat ipsum bossolum - vacuari in bacinum in ipsis Consiliis retinendum ut est moris. — - Salvo expresso et declarato, quod in quocumque casu deliberabitur - per dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie, Gonfalonerios - sotietatum Populi et Duodecim Bonos viros vel per viginti octo ex - ipsis, discedendum fore a supradicta observantia, quod fabe aliter - vacuarentur vel numerarentur; tunc possint bossoli, in quibus fabe - in Consiliis recolliguntur separatim, vacuari in bacino supradicto - et fabe numerari, prout si predicta solemnitas numquam inventa - foret seu ordinata. — - - Super qua quidem Petitione — domini Priores et Vexillifer, habita - etc., providerunt ordinaverunt et deliberaverunt, die XXVIII mensis - septembris, anno Domini MCCCLXXVIII, indictione secunda: Quod dicta - Petitio et omnia et singula in eo contenta procedant admictantur - firmentur et fiant. — - - - - -Nº II. - -(Vedi pag. 49.) - - -PROVVISIONE DEL 21 GENNAIO 1381 DALL’INCARNAZIONE.[575] - - Magnifici et potentes viri domini Priores Artium et Vexillifer - iustitie Populi et Comunis Florentie, una cum offitiis - Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum - Comunis predicti, et aliis civibus florentinis habentibus una cum - eis auctoritatem potestatem et baliam generalem a Populo Florentino - et a generali et solemni Parlamento Populi supradicti, in palatio - dicti Populi in numeris sufficientibus congregati; considerantes, - quamplures de civitate Florentie fuisse declaratos et seu factos - magnates et seu supramagnates, occasione et respectu status et - maxime de mensibus iunii et iulii anno Domini MCCCLXXVIII et de - mense ianuarii anno Domini MCCCLXXVIIII; et quod etiam multi et - quamplures de civitate predicta, maxime occasione status, fuerunt - privati et seu devetati ab offitiis, et qui vulgariter dicebantur - _posti ad sedere_, per Ordinamenta dicti Comunis; et aliqui etiam - de dicta civitate ab offitiis devetati aut inhabilitati seu privati - fuerunt, per condemnationes factas per rectores et officiales - civitatis predicte; et volentes, ut iustitie convenit, providere, - et quod iniuste actum fuit ad iustitie terminos revocare; — - ordinaverunt et deliberaverunt omnia et singula infrascripta - videlicet. - - In primis, quod omnes et singuli de civitate Florentie, qui a - die XVIII mensis iunii anno Domini MCCCLXXVIII usque ad diem - XV presentis mensis ianuarii vel infra ipsum tempus, per aliqua - ordinamenta seu vigore quorumcumque ordinamentorum dicti Comunis - aut vigore alicuius condemnationis, fuerunt, maxime occasione - status, facti aut declarati magnates vel supramagnates, — nominatim - et specifice seu sub appellatione vel genere domus vel familie - seu casati, intelligantur esse et sint de cetero omni tempore in - perpetuum, in eo gradu, qualitate et statu in quibus erant ante - dictam diem XVIII mensis iunii supradicti. — Eo tamen salvo excepto - et proviso et declarato, quod predicta non intelligantur pro illis - nec se extendant quoquo modo ad illos qui facti fuissent magnates - aut supramagnates, occasione vel causa alicuius petitionis vel - querele exhibite seu facte officio vel coram officio dominorum - Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis predicti, - et super qua demum proceditur, vigore ordinamentorum inter alia in - effectu disponentium de modo tenendo seu de his que fieri debent - vel possunt quando popularis alium popularem offenderet, aut quando - magnas offenderet popularem vel magnas magnatem; et etiam qui tales - sic facti magnates seu supramagnates dicuntur vulgariter _i grandi - o sopragrandi facti per petitione_. Et hoc sane intelligatur. - - Item, quod omnes et singuli de civitate Florentie, qui nominatim et - specifice fuerunt hactenus, videlicet a die XVIII mensis iunii anno - Domini MCCCLXXVIII usque ad XV diem presentis mensis ianuarii vel - infra ipsum tempus, privati vel devetati ab aliquibus vel aliquo - offitio vel offitiis in perpetuum vel ad tempus, et qui vulgariter - dicebantur _i posti a sedere_, — et etiam qui, non sub propriis - nominibus et specifice sed sub genere consorterie vel agnationis - seu parentele, occasione status, videlicet eo quia eis fuissent - combuste domus aut quia essent coniuncti quoquo modo aliquorum - condemnatorum vel exbannitorum dicti Comunis, intelligantur - esse et sint ex nunc, contra et adversus dictas privationes et - inhabilitates et devetationes, plenissime restituti. — - - -ALTRA PROVVISIONE DELLO STESSO GIORNO. - - Magnifici et potentes viri domini Priores Artium etc. - deliberaverunt. - - In primis, quod omnes et singuli qui hactenus, videlicet a - die XVIII mensis iunii anno Domini MCCCLXXVIII usque ad diem - XV presentis mensis ianuarii inclusive, — fuerunt condempnati - et exbanniti, et seu condempnati tantum vel exbanniti tantum, - — occasione vel respectu subversionis vel turbationis status - civitatis Florentie, aut pro aliquo seu occasione alicuius - tractatus facti vel quomodolibet attentati —, aut pro non - revelando aliquem talem tractatum, et seu pro aliqua conventicula - coniuratione conspiratione vel postura, — aut pro veniendo - cum inimicis seu cum banderiis elevatis aut vexillis erectis - in comitatu vel districtu Florentie, et seu pro occupando vel - invadendo aut actentando vel tractando invadere vel occupare aut - capere aliquam terram castrum roccham arcem locum vel fortilitiam - comitatus vel districtus Comunis predicti, aut de ipsius Comunis - custodia iurisdictione vel preheminentia et seu obedientia - submovendi vel elevandi; — intelligantur esse et sint ex nunc, - ipsi et quilibet ipsorum, a dictis condemnationibus — absoluti et - effectualiter ac plenissime liberati. Eo tamen in predictis et a - predictis excepto salvo et declarato, quod vigore predictorum non - possit cancellari aliqua condempnatio seu bannum lata vel latum - pro aliqua offensa facta principaliter in aliquam singularem - personam. — - - Item, quod omnes et singuli de quorum cancellatione et absolutione - superius est provisum, et omnes et singuli ipsorum et cuiusque - ipsorum descendentes et coniuncti, tam nati quam nascituri - et quilibet ipsorum, ex nunc, adversus omnem et quamlibet - inhabilitatem cuiuscumque generis vel speciei, et quemcumque actum - ipsa inhabilitas respiciat seu tangat aut respicere seu tangere - diceretur, et quamlibet notam ignominiam maculam et infamiam, in - quas ipsi vel aliquis ipsorum, per supradictas condemnationes banna - decreta deliberationes vel ordinamenta et seu per delicta aut alia - contenta in eis vel aliquo ipsorum —, intelligantur esse et sint in - integrum et plenissime restituti. — - - Item, quod quilibet qui, vigore supradictorum, cancellari de - dictis bannis condemnationibus et aliis predictis potest, teneatur - et debeat, ante quam inde cancelletur vel cancellari possit, - promictere et iurare, coram offitio dominorum Priorum Artium - et Vexilliferi iustitie, de non offendendo per se vel alium, - nec aliquam inimicitiam odium vel rancorem habendo vel portando - ad aliquam vel contra aliquam personam. — Et quod de huiusmodi - iuramentis et promissionibus confici debeant instrumenta vel - scripture per cancellarium et scribam reformationum Comunis - predicti et seu per alterum ipsorum vel per alium vel alios - notarium vel notarios, ad hoc per ipsos cancellarium et scribam - vel eorum alterum deputandum vel deputandos, semel vel pluries et - quotienscumque. - - Item, quod de restitutione et pro restitutione fienda et que fieri - debeat predictis exbannitis et condemnatis de bonis ipsorum olim - venditis, restitutis vel assignatis per aliquos offitiales dicti - Comunis, et circa paces et concordias faciendas et recipiendas - per dictos exbannitos et condemnatos; octo cives florentini, - eligendi et ad predicta deputandi per dictos dominos Priores et - Vexilliferum, ad presens in offitio existentes, pro eo tempore - de quo eis videbitur expedire, et seu duo partes ipsorum octo - civium eligendorum, possint providere ordinare et disponere, et - penas pro dictis pacibus faciendis imponere. — Et quod omnes et - singuli illi quibus per offitium dictorum octo offitialium mandatum - vel preceptum fuerit de aliqua pace vel concordia facienda, et - tali mandato vel precepto inobedientes fuerint, non restituantur - ad eorum bona nec in aliquo gaudeant benefitio presentium - ordinamentorum. — - - Item, quod supradicti exbanniti et condemnati non possint nec - presumant reverti vel intrare in civitatem Florentie, hinc ad per - totum mensem februarii proxime sequturum, nisi aliter in genere - vel specie deliberatum fuerit per dictos octo cives ut prefertur - eligendos. - - Item, quod supradicti — non possint, pretextu vel occasione - dictorum bannorum et condemnationum, ante quam inde cancellentur, - impune offendi; et quod quelibet offensa que fieret ante dictam - cancellationem in personam alicuius ipsorum intelligatur esse - et sit punibilis, prout et ac si facta fuisset in personam non - condemnati vel banniti et offendi impune prohibiti. - - -ALTRA PROVVISIONE COME SOPRA. - - Prefati domini Priores etc., deliberaverunt omnia et singula - infrascripta, videlicet. - - In primis, quod omnes et singuli qui hactenus, videlicet a die - decimo octavo mensis iunii anno Domini millesimo trecentesimo - septuagesimo octavo usque ad diem quintamdecimam presentis mensis - ianuarii inclusive, quandocumque infra ipsum tempus fuerunt - condempnati et exbanniti seu condempnati tantum et exbanniti - tantum, per aliquem rectorem seu offitialem Comunis Florentie, - pro quocumque vel occasione cuiuscumque delicti malefitii criminis - vel excessus aut iniurie vel offense et seu quacumque alia causa, - et quorum condempnationes et seu banna sint in Camera actorum - dicti Comunis, — intelligantur esse et sint, ex nunc, ab eorum - condempnationibus et bannis — absoluti et plenissime liberati. - - Item, quod quilibet qui, vigore predictorum potest cancellari de - dictis bannis — (_come nella provvisione precedente_). - - Item, quod omnes et singuli ad presens detenti seu qualitercumque - recommendati in carceribus Stincarum Comunis predicti, quacumque et - pro quacumque causa vel occasione, — exceptis dumtaxat illis qui - ibidem detenti seu recommendati essent pro debito vel obligatione - ad quod vel quam tenerentur alicui singulari persone, — possint et - debeant, per Superstites carcerum predictarum, de dictis carceribus - impune et libere relaxari. — Hoc in predictis salvo et excepto, - quod, vigore predictorum, nullatenus relaxari possit comes Iohannes - de Raginopoli nec aliquis, qui penes aliquem rectorem dicte - civitatis detentus esset pro aliquo malefitio per eum commisso ante - presentem mensem. Et hoc etiam declarato et ordinato, quod predicti - relaxandi, vigore predictorum non intelligantur esse nec sint - liberi vel absoluti ab eo vel de eo pro quo recommendati et detenti - sunt, sed ad illud remaneant obligati ac si predicta disposita - non fuissent: ita quod, virtute predictorum, dumtaxat simplicis - relaxationis a dictis carceribus benefitium consequantur. - - -ALTRA PROVVISIONE COME SOPRA. - - Magnifici et potentes viri domini Priores etc. deliberaverunt. - - In primis, quod duo Artes nove et que nove Artes appellantur, - que olim create fuerunt in civitate Florentie, in anno Domini - MCCCLXXVIII, et quarum una appellatur Ars farsettariorum - cimatorum sartorum barberiorum et aliorum membrorum ipsi Arti - connexorum, et altera Ars appellatur Ars tintorum cardatorum - facientium cardos saponariorum cardaiolorum et aliorum membrorum - ipsi Arti connexorum, intelligantur esse et sint decetero capse - remote et anulate, et amplius Artes seu corpus vel Collegium - Artis non reputentur vel faciant, prout ab eorum creatione citra - representaverunt et fecerunt. - - Item, quod membra dictarum duarum Artium et utriusque earum redeant - et redire intelligantur ad illa loca et ad illas et sub illis - Artibus in quibus et sub quibus erant et fuerunt de mense may anno - Domini MCCCLXXVIII. - - Item, quod membra dictarum duarum Artium que de dicto mense may - cum aliqua Arte vel sub aliqua Arte non erant, remaneant et sint - cum et seu sub illa Arte dicte civitatis, de qua et prout et sicut - per dictos dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie vel duas - partes eorum extiterit declaratum. - - Item, quod Ars lane civitatis Florentie et Consules dicte Artis - ac etiam Offitialis forensis Artis predicte intelligantur habere - et habeant decetero illos subiectos et suppositos de supradictis - duabus Artibus et membris et misteriis ipsarum, quos et prout et - sicut et quemadmodum habebant de mense may anno Domini MCCCLXXVIII; - et quod auctoritas et potestas ac iurisdictio quam et prout et - quemadmodum habebant de dicto mense may predicti Consules et - Offitialis dicte Artis lane, simul vel separatim, in dictos, super - vel contra dictos subditos seu subiectos et quemlibet ipsorum, - cuiuslibet etiam sexus, competat et competere intelligatur eis - decetero omni tempore. — - - Item, quod dicti domini Priores et Vexillifer — possint, durante - eorum auctoritate, providere et disponere de bonis et circa bonos - homines supradictarum duarum Artium, admittendos ad offitia - et honores dicte Artis lane, prout decens et conveniens esse - crediderint; et quod dicta Ars lane et eius mercatores et artifices - possint et debeant admittere secum ad offitia honores gradus - et dignitates dicte Artis illos ex dictis duabus Artibus sibi - subiectos, de quibus declaratum fuerit per dictos dominos Priores - et Vexilliferum — et seu per offitium Consulum dicte Artis lane vel - eorum commissarios. - - Item, quod dicti domini Priores et Vexillifer — possint similiter - disponere et providere de bonis hominibus aliorum membrorum - dictarum duarum Artium, admittendis ad offitia et honores - illarum Artium, ad quas per supradicta ipsa talia membra sunt - reducta. — - - Item, quod homines supradictarum duarum Artium, qui decetero - extrahentur ad aliquod offitium de bursis vigentibus et de - imbursationibus hactenus factis, intelligantur extracti pro Artibus - minoribus, non obstantibus supradictis. Et similiter quilibet ex - eis, qui in aliquo offitio dicti Comunis aut Partis guelfe vel - Mercantie existit ad presens, possit offitium complere et finire ac - si predicta ordinata non essent. - - Item, quod numerus minorum Artium civitatis Florentie intelligatur - esse et sit reductus ad quattuordecim Artes, et de illis Artibus de - quibus erat de mense may anno Domini MCCCLXXVIII; et totidem et non - plures intelligantur esse et sint Artes minores ipsius civitatis. - Et quod omnia et singula ordinamenta dicti Comunis ac etiam Partis - guelfe et Universitatis mercatorum dicte civitatis, disponentia - loquentia vel tractantia de numero vel super numero sedecim minorum - Artium, intelligantur decetero disponere loqui et tractare de dicto - numero quattuordecim minorum Artium; et similiter ordinamenta - disponentia loquentia vel tractantia de numero vel super numero - viginti trium Artium, intelligantur disponere et tractare de numero - et super numero viginti unius Artium civitatis predicte, et ad - istum numerum intelligantur esse et sint reducta. — - - -PROVVISIONE DEL 22 GENNAIO 1381 DALL’INCARNAZIONE. - - Magnifici et potentes viri domini Priores etc. deliberaverunt. - - In primis, quod Vexillifer iustitie civitatis Florentie, - decetero, elapso mense februarii proxime sequturo, in perpetuum - sit et esse debeat de et pro membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum. — - - Item, quod in et pro offitio Prioratus Artium ultra Vexilliferum - iustitie, sint et esse debeant more solito, perpetuo in futurum, - octo cives populares et guelfi, quorum quactuor sint et esse - debeant de et pro membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, - et quactuor de et pro membro quactuordecim minorum Artium civitatis - predicte. Et quod in quolibet et pro quolibet membro, in quarteriis - civitatis, quo ad numerum, equalitas observetur: et incipiat - hec distributio finito presenti offitio dominorum Priorum et - Vexilliferi iustitie. - - Item, quod in offitio et pro offitio Gonfaloneriorum sotietatum - Populi civitatis Florentie, finito offitio presenti, sint et esse - debeant sedecim cives populares et guelfi ut est moris, videlicet - unus pro quolibet gonfalone; et inter dicta duo membra dictum - offitium sit et esse intelligatur taliter distributum, videlicet: - quod novem sint de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, - et septem pro et de membro quactuordecim minorum Artium civitatis - predicte; et in hoc quarteria et gonfalones, prout melius fieri - poterit, adequentur, ut successive de utroque membro sit in - quolibet gonfalone. - - Item, quod offitium Duodecim Bonorum virorum civitatis predicte, - finito presenti offitio, sit et esse debeat de duodecim bonis - viris civibus popularibus et guelfis, et inter dicta duo membra - intelligatur esse et sit distributum et partitum hoc modo, - videlicet: quod septem sint et esse debeant de et pro membro - septem maiorum Artium et Scioperatorum, et quinque de et pro - membro quactuordecim minorum Artium civitatis predicte; et quod - subcessivis temporibus ita observetur et fiat, quod, quanto melius - fieri poterit, de utroque membro sit in quolibet quarterio equa - pars, prosequendo de tempore in tempus aut sorte aut alternatim. - - Item, quod decetero, in quolibet offitio Comunis predicti in quo - populares erunt octo numero, sint de tali numero quinque de et pro - membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et tres de et pro - membro quactuordecim minorum Artium. - - Item, quod in quolibet offitio Comunis predicti, in quo erunt decem - populares, in tali numero sint et esse debeant sex de et pro membro - septem maiorum Artium et Scioperatorum, et quactuor de et pro - membro quactuordecim minorum Artium. - - Item, quod in quolibet offitio dicti Comunis in quo erunt quactuor, - in tali numero sint et esse debeant, una vice duo pro membro - quactuordecim minorum Artium, et alia unus, et sic subcessive - prosequendo, et residuum pro membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum. - - Item, quod offitiales offitii Grascie, decetero, quo ad populares - sint quinque, quorum tres sint de et pro membro septem maiorum - Artium et Scioperatorum, et duo de et pro membro quactuordecim - minorum Artium. - - Item, quod hec offitia extrinseca, videlicet - Potesteria terre Prati - Potesteria terre Sancti Geminiani - Capitaneatus civitatis Pistorii - Capitaneatus Montanee Pistoriensis - Vicariatus Vallis Nebule et - Vicariatus Vallis Arni inferioris - - de cetero pertineant ad membrum septem maiorum Artium et - Scioperatorum; et dumtaxat de civibus popularibus et guelfis dicti - membri ad ipsa offitia exercenda deputari et accedere debeant - offitiales, temporibus sequturis. Et nominentur dicta offitia - extrinseca, supramaiora. - - Item, quod offitia infrascripta, videlicet - Vicariatus Alpium } Florentinorum. - Vicariatus Poderis } - Potesteria Sancti Miniatis Florentini. - - Potesteria et Capitaneatus terre Collis Vallis Else, et quodlibet - ipsorum offitiorum intelligantur esse et sint in gradu et de gradu - Potesteriarum maiorum. - - Item, quod offitia Potesteriarum primi et secundi et tertii gradus - et Castellaneriarum maiorum et minorum sint et esse intelligantur - distributa inter dicta duo membra, hac forma et ordine videlicet. - Quod ex octo partibus totius numeri quinque partes pertineant ad - membrum septem maiorum Artium et Scioperatorum, et tres partes ad - membrum quactuordecim minorum Artium quantum ad populares, salva - parte magnatum ipsis actributa seu actribuenda per ordinamenta - Comunis predicti. - - Et quia dicta distributio, quo ad continuum exercitium in offitiis - predictis extrinsecis videtur esse difficilis; quod quando pro - dictis offitiis vel eorum aliquo fient decetero imbursationes, - omnes de utroque membro simul et mistim debeant imbursari, et de - scruptinatis tot possint et debeant imbursari de membris predictis, - quod in imbursatis quodlibet membrum habeat suam partem, secundum - distributionem predictam; accipiendo et imbursando si opus erit de - illis qui per numerum regularem non obtinuissent, dummodo usque ad - equationem adsummantur et imbursentur pro membro in quo deficientia - fuerit illi in quorum partitis plures fabe nigre reperte fuerint. - - Et quod demum ad extractiones procedatur simul et mistim, et - quilibet imbursatus, prout sors dederit, adsummatur. - - Item, quod offitium Consiliariorum Mercantie et Universitatis - mercatorum, decetero, finito offitio ad presens ipsi presidentium, - sit et esse debeat de septem numero et non ultra, quorum quinque - sint de et pro quinque maioribus Artibus, more solito, et duo de - et pro membro quactuordecim minorum Artium et Artis vaiariorum et - pellipariorum civitatis predicte. Et quod devetum minorum Artium - solitum esse quo ad minores Artes (videlicet, quod quando unus pro - una dictarum Artium minorum fuerit ad ipsum offitium adsumptus, - a die sui depositi offitii, quilibet de ipsa Arte habeat devetum - per unum annum), sit reductum ad sex menses. Et quod omnia et - singula ordinamenta que loquerentur aut disponerent de numero - novem Consiliariorum dicte Universitatis, intelligantur loqui et - disponere de numero septem Consiliariorum predictorum, et ad ipsum - numerum adactentur in omnibus partibus ipsorum. - - Item, quod, pro expediendo recursus sindicatuum, de quibus fuerit - decetero ordinatum, et causas ipsorum recursuum, adsummi debeant - decetero pro arrotis, sive adiunctis Consiliariis Mercantie, - decem mercatores de quinque maioribus Artibus civitatis predicte, - videlicet duo de et pro qualibet ipsarum quinque Artium, prout - et quemadmodum assummebantur et observabatur ante annum Domini - MCCCLXXVIII, quando Consiliarii Mercantie et Universitatis - mercatorum civitatis predicte numero erant septem. - - Item, quod ambaxiatores seu offitia ambaxiatorum non veniant nec - cadant sub aliqua distributione offitiorum, sed de et pro quolibet - membro possint ambaxiatores adsummi, ac etiam ad tale offitium - quilibet civis guelfus deputari et eligi possit, prout fieri - poterat de mense may anno Domini MCCCLXXVIII, et ante ipsum mensem - quandocumque. - - Item, quod offitium Capitaneorum Partis guelfe civitatis Florentie, - quo ad populares, sit numero novem, ut ad presens est; in quo - numero decetero sint quinque de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum, et quactuor de membro quactuordecim minorum Artium. - - Item, quod offitium Priorum dicte Partis, quo ad populares, sit - decetero numero duodecim, prout ad presens est; in quo numero sint - septem de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et quinque - de membro quactuordecim minorum Artium. - - Item, quod offitium Consiliariorum Credentie dicte Partis sit - decetero numero sedecim, prout ad presens est, quo ad populares; - in quo numero sint novem de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum, et septem de membro quactuordecim minorum Artium. - - Item, quod, non obstantibus distributionibus antedictis et his - que supra provisa sunt, quilibet qui ad presens est in aliquo - ex supradictis offitiis possit illud perficere et complere; et - similiter qui ad aliquod ipsorum iam extractus est, quamvis non - inceperit, possit accedere ad illud et ipsum exercere, secundum - formam et ordinem sue extractionis. - - Item, quod in Consilio Populi consiliarii sint quadraginta pro - quarterio, videlicet decem pro et de quolibet gonfalone, ultra - Capitudines et alios offitiales, ut ad presens sunt; quorum - decem pro gonfalone sex sint de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum, et quactuor de membro quactuordecim minorum Artium - civitatis predicte. - - Item, quod consiliarii Consilii domini Potestatis et Comunis - predicti sint decetero quadraginta populares de et pro quolibet - quarterio civitatis predicte, videlicet decem de et pro quolibet - gonfalone; quorum medietas sit et esse debeat de et pro membro - septem maiorum Artium et Scioperatorum, et alia medietas de et - pro membro quactuordecim minorum Artium; et quod in et de dicto - Consilio sint decem magnates de et pro quolibet quarterio, ut est - moris. - - Item, quod in offitiis supradictis observentur deveta inducta per - ordinamenta dicti Comunis ad presens vigentia. - - Item, quod supradicta distributio — in perpetuum observetur, - — et contra non possit fieri, — statui disponi vel reformari - per dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie vel alios - offitiales seu Collegia aut Consilia opportuna dicti Comunis, - sub pena amputationis capitis et publicationis bonorum cuilibet - contrafacienti aut proponenti seu consulenti. — - - -ALTRA PROVVISIONE DE’ 23 GENNAIO 1381 COME SOPRA. - - Supradicti domini Priores etc. deliberaverunt. Quod quam citius - fieri poterit, fieri debeat scruptinium omnium et singulorum - offitiorum Comunis predicti intrinsecorum et extrinsecorum ac etiam - Partis guelfe civitatis predicte, illorum videlicet que sint solita - imbursari. - - -ALTRA DEL 24 GENNAIO. - - Prefati domini Priores etc. deliberaverunt. Quod scruptinium - offitiorum Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie, et - Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum - fiat per ipsos de Balia dumtaxat, etiam absque aliis arrotis vel - adiuntis. - - Item, quod ipsi domini Priores et Vexillifer iustitie — possint - de et circa sindicatum domini Executoris Ordinamentorum iustitie - civitatis Florentie ad presens in offitio existentis, et eius - comitive, disponere et providere prout ipsis placuerit. — - - Item, audita congregatione Populi Florentini et ipsis relato, quod - intendunt et volunt, quod cedule existentes in bursis offitiorum - Prioratus et Vexilliferatus iustitie et eorum Collegiorum - comburantur, et similiter registra ipsorum offitiorum; quod statim - capse in quibus sunt dicte burse et registra apportentur in Palatio - supradicto, et subito comburantur predicte cedule et registra; et - quod imbursationes ipsorum offitiorum; ad presens vigentes nulle et - penitus revocate et casse intelligantur et sint. - - Item, quod magnates civitatis et comitatus et districtus Florentie, - quo ad Ordinamenta iustitie Comunis predicti et quecumque - ordinamenta que pro Ordinamentis iustitie habentur vel appellantur, - intelligantur esse et sint repositi et reducti in eo statu gradu - et qualitate in quibus erant de mense may anno Domini MCCCLXXVIII; - et subiaceant illis Ordinamentis iustitie et aliis dumtaxat que - vigebant de dicto mense may. — - - Item, quod — magnates habeant in offitiis intrinsecis Comunis - predicti, in quibus secundum Ordinamenta dicti Comunis esse - debebant de supradicto mense may anno Domini MCCCLXXVIII, has - partes videlicet: - - In quolibet offitio in quo sint octo populares, sint ultra eos duo - magnates. - - In quolibet offitio in quo sint populares ab octo infra, sit et - esse debeat unus magnas. - - In offitio Decem Libertatis, finito offitio presidentium, esse - debeant octo populares et duo magnates. - - Item, quod de offitiis Comunis predicti extrinsecis dicti magnates - habere debeant decetero istas partes, ipsis continuo tribuendas, - videlicet: - - Quinque potestarias, quarum duo sint primi gradus, duo secundi - et una de tertio gradu; quactuor castellanerias maiores et tres - castellanerias minores. - - Item, quod in offitiis extrinsecis magnas magnati nullo modo possit - esse immediatus subcessor. - - Item, quod in eadem terra, castro vel loco, pro dictis offitiis - extrinsecis, non possint esse eodem tempore in offitio potestarie - et castellanerie duo magnates. - - Item, quod in offitiis ipsis magnatibus competentibus serventur, - quo etiam ad alia, consueta deveta. - - Item, quod — tamburum ordinatum contra magnates sit et stet - firmum; et omnia et singula ordinamenta Comunis predicti in effectu - disponentia de ipso tamburo seu capsa tamburi et que comuniter et - secundum comunem usum loquendi appellatur _Il tamburo de’ Grandi_, - vigeant et observentur, prout vigebant et observari poterant ante - presentia ordinamenta. - - Item, quod offitia Partis guelfe imbursata ad presens comburantur, - scilicet cedule in bursis existentes, prout de offitio Prioratus - est superius ordinatum; et quod imbursationes ad presens existentes - pro ipsis offitiis nulle sint, nec ex eis aliqua executio seu - offitii exercitium sequi possit; et quod mictatur pro capsa et fiat - combustionis executio; et demum reformentur et reformari possint - prout et sicut deliberabitur per ipsos supradictos habentes baliam - generalem et seu duas partes eorum. - - Item, quod imbursationes seu cedule imbursate Consiliariorum - Mercantie et pro dicto offitio ad presens existentes, et similiter - imbursationes et cedule imbursate pro offitiis Consulatuum seu - alterius offitii cuiuscumque Artis civitatis predicte, de presenti - comburi possint et debeant. — Et quod de novo possint et debeant - dicta offitia reformari. - - Item, quod omnes et singule imbursationes et cedule imbursate pro - offitiis intrinsecis et extrinsecis Comunis predicti, ad presens - vigentes, intelligantur esse et sint nulle et annullate, et cedule - predicte et eorum registra possint et debeant comburi, et ipsa - offitia de novo debeant reformari, prout per ipsos de Balia et seu - duas partes eorum fuerit dispositum vel provisum. - - Item, quod presentes octo offitiales Custodie civitatis Florentie - et seu duo partes eorum possint, pro necessitatibus emergentibus et - ut gentibus Compagne resistatur, conducere et ad stipendia dicti - Comunis sibi conduci facere usque in quingentos famulos pedestres - armigeros seu armis actos et seu inter famulos et balistarios, et - ipsis conducendis de stipendiis seu provisionibus facere provideri, - — quomodo et pro quo tempore, de pecunia dicti Comunis etiam - deputata ad capsam Conducte, ipsis de provisionibus seu stipendiis - satisfiat. - - Item, quod durante balia et auctoritate concessa predictis - habentibus ipsam a Parlamento ut supra dicitur, Octo Custodie - possint commictere in eorum collegas voces ipsorum, prout et - quemadmodum ipsis placuerit; dum tamen partitis fiendis, vigore - balie, sint ex eis presentes saltem quactuor. - - Item, quod omne devetum omnisque prohibitio et inhabilitas inducta - ordinata seu imposita hominibus et personis de domo casato stirpe - vel progenie de Ricciis et Albizis de Florentia vel altera ipsorum - ab offitiis dicti Comunis seu Partis guelfe aut civitatis predicte, - per quecumque ordinamenta dicti Comunis, aut vigore vel pretextu - alicuius provisionis vel reformationis Consiliorum Populi et - Comunis predicti, intelligantur esse et sint eis sublata et ab - eorum quolibet omnino remota. - - Item, quod omnibus et singulis populis comunibus villis - universitatibus et singularibus personis debentibus aliquid - solvere Comuni Florentie, respectu alicuius temporis retroacti, - pro aliquibus impositis prestantiis extimis residuis accattis - gabellis factionibus muneribus seu oneribus Comunis Florentie, - cuiuscumque generis vel spetiei existant huiusmodi munera seu - onera, qui propter cessationem seu tardationem solutionis talium - munerum seu onerum, — in penam aliquam hactenus incurrerunt, - intelligatur esse et sit prefixus et statutus terminus hinc ad - per totum mensem martii proxime sequturi, ad solvendum dumtaxat - veram sortem eius quod pro predictis debent, asque aliqua pena. — - Et quod omnes et singuli sic debentes et solventes, ut prefertur, - in termino antedicto, intelligantur esse et sint ab omnibus et - singulis penis, preiudiciis et gravaminibus tam afflictivis quam - privativis et quibuslibet aliis in quas seu que — incurrissent, - absoluti et plenissime liberati, et adversus ipsa omnia in integrum - restituti. Eo tamen addito et proviso, quod, non obstante termino - predicto, omnes et singuli debentes ut prefertur, possint, ipso - termine etiam durante, cogi et compelli ad solvendum veram sortem - predictam. — - - Item, pro uniendo et unionem concordiam et pacem conservando - inter lanifices Artis lane et alios suppositos et ad dictam Artem - reductos; quod deinceps, in perpetuum et continue, Consules dicte - Artis lane sint et esse debeant decem numero, videlicet octo - lanifices ut est moris, distributi inter conventus dicte Artis, - secundum modum hactenus consuetum; et alii duo sint et esse debeant - de et pro membris suppositis dicte Arti et ad ipsam Artem de - presenti mense reductis. — - - -PROVVISIONE DEL 27 FEBBRAIO 1381 COME SOPRA.[576] - - Magnifici et potentes viri domini Priores Artium et Vexillifer - iustitie Populi et Comunis Florentie, una cum offitiis - Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum - Comunis predicti et Octo Custodie dicti Comunis, et aliis civibus - florentinis, quibus die XV presentis mensis februarii fuit, - in publico et solemni Parlamento Populi Florentini, plenissima - auctoritas potestas atque balia solemniter et legiptime attributa, - in sufficienti numero congregati, in palatio Populi Florentini; - recepta, audita et intellecta quadam petitione eis et coram eis - exhibita et ad intelligentiam lecta, cuius tenor per omnia talis - est videlicet: - - Per parte de’ buoni pacifici e guelfi cittadini della città di - Firenze, per fortificatione de’ guelfi e di Parte guelfa, e per - torre via materia di scandalo, e perchè delle cose fatte per - adrieto le quali ànno generato e fatto scandalo nella città - predetta, non possano resurgere nè più intervenire; e perchè - chiaramente si comprenda per ciascuno, che i detti buoni cittadini, - nelle cui mani, per la gratia del nostro Signore Iddio, si dee - riposare e governare questa città, vogliono bene e con ragione e - giustitia e con pace vivere e tenere la città in tranquillità, e - che nessuno stia in suspetto o in timore di ricevere iniustitia - o torto, nè d’essere contro a dovere opresso o di suo honore - privato, ma che ciascuno pacificamente e iustamente abbi suo - dovere e sua parte e honore; s’addomanda con riverenza e humiltà - a voi, magnifici Signori signori Priori dell’Arti e Gonfaloniere - di giustitia del Popolo e Comune di Firenze, che si provegga - deliberisi e ordini per voi Signori insieme co’ vostri Collegi - e cogli altri della Balìa generale: Che, se prima e inanzi non - fia deliberato pe’ signori Priori dell’Arti e Gonfaloniere di - giustitia del Popolo e Comune predetto, insieme co’ Gonfalonieri - delle compagnie del Popolo e Dodici Buoni huomini del detto - Comune e’ Dieci di Libertà della detta città, e ventuno Consoli, - cioè uno di ciascuna e per ciascuna Arte della città predetta - (i quali Consoli sieno tratti a sorte e fortuna) o almeno per le - due parti di tutti i predetti, gli altri etiamdio assenti e non - richiesti, fatto e celebrato intra loro lo squittinio a fave nere - e bianche, e vinto il partito almeno per le due parti di loro - tutti, come detto è, trovati avere rendute le fave nere per sì, di - quello o contra quello tale in singularità e nominatamente contro - al quale alcuna delle infrascripte cose o atti s’attentasse o - volesse fare; alcuno della città, contado o distretto di Firenze - non possa essere per inanzi in alcuno tempo, pe’ Capitani della - Parte guelfa per sè o insieme con altro ufficio o ufficiali, o - per alcuno o alcuni ufficiale o rectore o ufficiali o per alcuna - persona, in alcuno modo amunito dichiarato, pronuntiato, decreto, - accusato o condannato o confinato o d’alcuno ufficio privato o - sospeso o ad alcuno ufficio fatto inhabile o notato o maculato, - nominatamente o in genere o sotto insieme con altri, o sotto nome - di casato o di suo antico o coniunto, o in alcuno modo o forma - diretta o indiretta, per ghibellino o come ghibellino o non vero - guelfo, o come sospetto a Parte guelfa o come non confidente alla - detta Parte, o come faccitore o operatore contro alla detta Parte - o contro a’ guelfi o operatore contro alla detta Parte o contro - a’ guelfi, o contro a loro favore, honore o in diminutione o - detrimento della Parte o de’ guelfi, o come non zelatore o amatore - de’ guelfi o di Parte guelfa o dello stato o bona conservatione o - exaltatione de’ guelfi o di Parte guelfa, in tutto o in parte o in - singularità; ne alcuna cosa fare in fraude d’alcuna delle predecte - cose; sotto pena e a pena di fiorini mille d’oro per ciascuno - che contro a ciò facesse o attentasse di fare o facesse fare: e - nientemeno, ciò che si facesse in contrario, non fatta prima la - detta deliberatione secondo di sopra si dice, non vaglia e non - tenga e sia di niuno valore, e al tutto per non fatto s’abbi; e - ancora si possa e debba rivocare per ciascuno rettore e ufficiale, - etiandio di fatto, sotto la detta pena ancora a ciascuno rettore. - E ciascuno di ciò possa essere accusatore in secreto e in palese e - [gli] sia tenuto credenza, e sanza alcuna promissione o sodamento o - pagamento di gabella. - - Questo ancora expresso e dichiarato, che, inanzi che i detti - signori Priori e gli altri predetti i quali con loro ànno a fare - la detta deliberazione, la faccino o possano fare; quello cotale - contra a cui o di cui volessono diliberare in alcuno de’ detti - modi, per ghibellino o non vero guelfo o volesse essere accusato, - o altro fatto delle cose predette, debba, per parte e commissione - dell’ufficio de’ signori Priori e Gonfaloniere di iustizia, essere - richiesto inanzi e avere tre dì termine a comparire a dire sua - ragione, dinanzi all’uficio de’ detti Signori; e se viene, sia - udito; e venendo o no, si metta il partito l’ultimo dì de’ tre dì; - e se si vince la deliberatione contro a lui per le due parti come - detto è di sopra, allora, fra tre dì proximi sequenti, possa tale - essere amonito e contra a lui tanto, in ogni altra forma si possa - procedere, secondo gli ordini della Parte o del detto Comune che - dell’amonitioni o accuse de’ ghibellini parlano. - - E che ciascuno rettore e officiale possa e debba condannare - ciascuna persona che facesse contro alle predette o infrascritte - cose o alcuna di quelle, sommariamente e di fatto, non obstante - privilegio di Priorato o altro qualunche, e non obstante corso di - tempo. - - E che alcuna provisione riformagione petizione o proposta, la quale - contenesse in alcuno modo di provedere ordinare disporre o fare o - di potere fare o venire in alcuna forma contro alle predette cose - ad alcuna di quelle, o d’annullare cassare o inritare in tutto - in parte le predette cose o alcuna d’esse, o di prendere balìa - o autoritate generale o speziale sopra a ciò, per alcuna forma - diretta o indiretta, o di fare o di potere fare alcuna fraude o - machinatione o fittione in ciò o sopra ciò, non si possa proporre - nè mettere a partito in alcuno Consiglio del Popolo o del Comune - di Firenze, sotto pena di fiorini mille d’oro e di privazione - perpetua d’ogni officio a ciascuno che la proponesse o mettesse - a partito in alcuno de’ detti Consigli e per ciascuna volta; e - nondimeno ciò che si facesse in contrario non vaglia e non tenga - e sia di niuno valore, se prima tale provisione, riformagione, - petitione o proposta non fosse diliberata e vinta tra i signori - Priori dell’Arti e Gonfaloniere della giustitia del Popolo e Comune - di Firenze, Gonfalonieri di compagnia del Popolo e Dodici Buoni - uomini del Comune predetto, per tutti loro trentasette, messo il - partito a fave nere e bianche e trovati avere renduto le fave del - sì, nessuno discordante. E ancora non si intenda essa provisione — - valere, — se non sarà vinta — ne’ detti Consigli, messo il partito - — e vinto — almeno per le quattro parti delle cinque parti di tutti - i consiglieri del Consiglio e degli Arroti del Consiglio, cioè - coloro che nel Consiglio possono rendere fave, trovatosi, publicato - il partito, almeno delle cinque parti di tutto il numero, che è il - Consiglio cogli Arroti, avere rendute le fave nere del sì. E che - in ciascuna autorità e balìa generale la quale si concedesse, le - predette cose di sopra scripte s’intendano essere e sieno sempre - excepte e riservate, se altrimenti non fossono specificate et - expresse nominatamente. - - E che sopra alcuna tale provisione, riformagione, petizione o - proposta non si possa ricogliere il partito pel Collegio nè ne’ - Consigli o alcuno d’essi a pancate o quartieri o in altro modo - separatamente, ma insieme e mistamente come comunamente s’oserva, - sotto la detta pena di fiorini mille d’oro e di privatione d’ufici - a chi contro a ciò facesse o facesse fare, e per ciascuna volta. - - Questo ancora dichiarato e proveduto, che le predette cose - s’intendano essere e sieno in augmento della riformagione si fece - nel mille trecento settanta otto, del mese di luglio, approvata - nel Consiglio del Comune e del Podestà di Firenze, a’ dì diece del - detto mese di luglio, e comincia: «A onore e stato e reverenza de’ - magnifici signori ec.» - - Et super ipsa Petitione et contentis in ea — providerunt - ordinaverunt et deliberaverunt. Quod ipsa suprascripta Petitio - et omnia et singula in ea contenta et que suprascripta sunt - admictantur procedant firmentur et fiant. - - -PROVVISIONE DEL 15 MARZO 1381 DALL’INCARNAZIONE, APPROVATA NEGLI -OPPORTUNI CONSIGLI A’ DÌ DETTO E A’ DÌ 16. - - Vobis magnificis et reverendis dominis dominis Prioribus Artium - et Vexillifero iustitie Populi et Comunis Florentie humiliter - exponitur pro parte Capitaneorum vestre Partis guelforum - civitatis et Provincie Florentie: Quod ipsa Pars guelforum est in - magno debito pecunie, maxime pro conductione balisteriorum per - presentes Capitaneos facta, pro eos mietendo et quos predicti - Capitanei miserunt in favorem Comunis et Populi Florentini, - in felici exercitu Comunis Florentie facto de mense ianuarii - proxime preterito contra pravam et magnam Sotietatem Ytalicorum - tunc venientium cum banderiis elevatis per comitatum Florentie - et contra ipsum Comune, derobando et violando dictum comitatum - et comitatinos dicte civitatis. Et presentialiter incumbit - ipsis Capitaneis, pretextu occasione et vigore ordinamentorum - Comunis Florentie, factorum de mense februarii proxime preterito, - reformare dictam Partem de Capitaneis et Collegiis dicte Partis, - et facere novum scruptinium de Capitaneis et Prioribus pecunie et - Secretariis Credentie dicte Partis. Et cum dicta Pars guelforum - non habeat nunc pecuniam, sed sit in debito ut supra dictum est; et - predicti presentes Capitanei velint exequi et facere debite dictam - provisionem et reformationem dicti scruptinii; et ob id mutuo - acquisiverunt seu acquirere vel acquiri facere intendant florenos - quadringentos auri, videlicet florenos ducentos quinquaginta auri - a domino Antonio domini Nicolai de Albertis et florenos centum - quinquaginta auri a domino Benedicto Nerozzi de Albertis predictis, - pro faciendo expensas dicti scruptinii; et volentes mutuantibus - restitui mutuum supradictum: supplicatur Dominationi vestre, - pro parte dictorum Capitaneorum, quatenus dignemini et velitis - opportune providere et facere solempniter et legiptime reformari. - Quod camerarius dicte Partis guelfe qui pro tempore fuerit, de - mensibus augusti et septembris proxime futuris, de pecunia dicte - Partis, tunc ad eius manus perventa et pervenienda quacumque de - causa, possit teneatur et debeat, sub pena librarum mille f. p. et - Comuni Florentie applicanda, per totum dictum mensem septembris, - dare solvere et restituere dictis domino Antonio de Albertis et - domino Benedicto dictos florenos quadringentos auri. — Et quod - Capitanei dicte Partis qui presidebunt in offitio Capitaneatus - dicte Partis, de dictis mensibus augusti et septembris proxime - futuris, teneantur et debeant, sub pena librarum mille f. p., - pro quolibet eorum et Comuni Florentie applicanda, vendere granum - et bladum et recollectam bonorum dicte Partis, recolligendam et - fiendam de mensibus iulii et augusti proxime futuris, saltim - infra vigesimam diem dicti mensis septembris, pro quam maiori - pretio poterint, dummodo vendere non obmictant; et pretium facere - deveniri et pervenire ad camerarium tunc dicte Partis pro dicta - Parte recipientem, ad hoc ut possit solvere et restituere — - dictos florenos quadringentos auri. — Et quod predicti presentes - Capitanei et due partes eorum, una cum dictis Prioribus pecunie et - Secretariis Credentie dicte Partis possint deliberare stantiare et - expendere omnem et omnes quantitates pecunie que ipsis videbitur - expedire pro dicto scruptinio fiendo. — - - Item, cum ordinatum fuerit per Comune Florentie, de mense februarii - proxime preterito, quod scruptinium offitii Capitaneorum, Priorum - pecunie et Secretariorum Credentie Partis guelforum retineretur - per presentes Notarium reformationum Populi et Comunis Florentie - et Cancellarium dicti Comunis vel saltim unum ex eis; et dicti - Notarius reformationum et Cancellarius sint impediti et occupati - in arduis negotiis dicti Comunis, adeo quod esse vel interesse - non possunt nec potuerunt ad recipiendum scruptinium dictorum - offitiorum Partis guelforum; et predicti presentes Capitanei - incurrant penam, si ante finem eorum offitii non fiat extractio - novorum Capitaneorum et aliorum offitialium dicte Partis; ideo - ut evitentur dicte pene, et ne occupentur offitiales dicti - Comunis maxime in necessitatibus, et non obmictantur scruptinia - predicta: supplicatur Dominationi vestre, — quatenus dignemini - opportune providere et facere solempniter reformari. Quod dicta - scruptinia offitiorum dicte Partis fienda, que iam incepta sunt - per presentes Capitaneos, possint recipi et retineri per presentem - Vicecancellarium dicte Partis et Notarium dicte Partis, prout - recipere debebant predicti Notarius reformationum et Cancellarius - Comunis Florentie. Et postea, completo dicto scruptinio predicti - Vicecancellarius et Notarius Partis teneantur et debeant illico - dare et tradere registra dicti scruptinii sigillata predictis - Notario reformationum et Cancellario Comunis Florentie, ut de - ipsis fiant et fieri possint ea que debent, secundum ordinamenta et - provisiones Comunis Florentie. - - Item, quia imbursatio dictorum offitiorum Partis non poterit, - pluribus causis, ita cito fieri nec durante offitio presentium - Capitaneorum poterit esse facta: quod offitium et tempus offitii - presentium Capitaneorum dicte Partis intelligatur esse et sit - prorogatum, et durare hinc ad per totum presentem mensem martii; et - similiter intelligatur et sit prorogatum et durare tempus offitii - presentis Camerarii dicte Partis. Et quod sufficiat quod presentes - Capitanei faciant fieri facere extractionem aliorum Capitaneorum - ante finem offitii presentium Capitaneorum, saltim per unam diem. - - Super qua quidem Petitione domini Priores et Vexillifer — - deliberaverunt, die quinto decimo mensis martii anno Domini - millesimo trecentesimo octuagesimo primo, indictione quinta. - Quod dicta Petitio et omnia et singula in ea contenta procedant - admictantur firmentur et fiant. — - - - - -Nº III. - -(Vedi pag. 75.) - - -PARLAMENTO GENERALE DEL 19 OTTOBRE 1393. - - Magnifici et potentes domini, domini Priores Artium et Vexillifer - iustitie Populi et Comunis Florentie, cum summa diligentia - cogitantes, qualiter, de presenti mense octobris, deducto ad - notitiam tam ipsorum quam etiam offitii Octo offitialium Custodie - civitatis Florentie, quod quidam tractatus ordinabatur et fiebat - contra presentem statum et regimen civitatis predicte; et quod, - facta inquisitione de hoc quod dicebatur, iam fuerant capti et - detenti aliqui, qui de huiusmodi tractatu conscii dicebantur, - et iam de aliquibus ex eis examinationes facte erant, maxime per - dominum Potestatem civitatis Florentie et eius Curiam, presentibus - etiam aliquando ipsis examinationibus, pro maiori diligentia et - cautela, certis de Gonfaloneriis sotietatum Populi et certis de - officio XII Bonorum virorum Comunis predicti, et aliquibus de dicto - officio Octo custodie; et quod, tam ex relationibus ipsorum quam ex - relationibus dictis Dominis factis per dictum dominum Potestatem et - eius collateralem, prout habebatur ex confessionibus detentorum, - de dicto tractatu, per aliquos per ipsos detentos nominatos, - certus ordo datus erat contra statum et regimen supradictum; - et quia super his tam gravibus et periculosis, pluries, diebus - proxime elapsis, per dictos dominos Priores et Vexilliferum cum - eorum Collegiis et cum multis aliis civibus florentinis bonis et - gravibus, plura Consilia retenta fuerunt, in quibus maxime per - collateralem dicti domini Potestatis relate fuerunt confessiones - predictorum detentorum super dicto tractatu ad intelligentiam - adstantium; et quod ob predicta, iam per civitatem et in ore - populi divulgata, fere tota civitas erat commota, et iam per - multos, etiam cum armis, in principio preterite noctis, certi - tumultus facti fuerant in civitate predicta; et dicentes Domini - antedicti, quod, nisi cito provideatur de remedio opportuno, - maxima pericula imminent et status presens subverti posset, in - maximum damnum et detrimentum bonorum civium et maxime guelforum - dicte civitatis et totius Reipublice Florentine; et volentes de - festina reparatione et opportuno remedio providere, prout maxime - a multis et multis asseruerunt sibi fuisse consultum; et dicentes - se comprehendere tam ex predictis, tam gravibus periculosis quam - ex aliis de quibus dicebant varias informationes et relationes - habere, expedire multa et grandia disponere et ordinare (que - dicebant commode et prout expediebat exequi non valere, sine - plenaria libera totali et absoluta potestate auctoritate et balía - quam habet Populus Florentinus, et nisi pro hac causa convocetur - totus populus civitatis Florentie ad Parlamentum et ad adunationem - generalem): et ideo volentes ad executionem procedere, prehabita - ad invicem deliberatione solemni principaliter inter ipsos dominos - Priores et Vexilliferum iustitie, et subsequenter etiam cum nobili - milite domino Nicolao de Corbonischis de Exculo tunc potestate - civitatis Florentie ibidem presente et intelligente, — pro bono - Reypublice et pro bono et pacifico statu civitatis Florentie - et pro augmento exaltatione et conservatione liberi pacifici et - guelfi status civitatis predicte et guelforum ipsius civitatis, - et ut scandala tollantur et omnia pericula evitentur, et per Dey - gratiam civitas, iam in tumultu et commotione existens, in pace - et quiete reponatur et solidetur, — providerunt ordinaverunt et - deliberaverunt: Quod hodie et de presenti, ad sonum campane maioris - Palatii Populi Florentini, et etiam ad vocem preconis, convocetur - Populus Florentinus ad Parlamentum et ad adunantiam generalem super - Plateam et iuxta locum aringherie Palatii supradicti; et ibidem - fiat Parlamentum et aclametur et interrogetur Populus qui ibidem - convenerit et extiterit congregatus super infrascriptis. — - - Et primo et ante omnia, quod omnes et singole leges et quecumque - ordinamenta, — que infrascripta in dicto Parlamento et adunantia - proponenda et firmanda quomodolibet impedirent, — sint — sublate et - sublata et seu subspensa et subspense. — - - Item, secundo, firmatis predictis, quod mox et sine temporis - intervallo, de novo proponatur firmetur statuatur et ordinetur in - dicto Parlamento et adunantia, quod concedatur detur et atribuatur - dominis Prioribus et Vexillifero et Gonfaloneriis sotietatum populi - et Duodecim Bonis viris Comunis predicti et Capitaneis Partis - guelfe et Otto Custodie et Sex Consiliariis Mercantie civitatis - Florentie ad presens in officio existentibus, et aliis civibus - quorum nomina in fine dicti Parlamenti et adunantie scripta erunt - et nominabuntur et duabus partibus omnium predictorum, totalis - integra plena libera et absoluta auctoritas potestas et balia, - nullis condictionibus subdita aut legibus limitata, et quam et - prout babet totus Populus et Comune Florentie et tota Universitas - dicti Populi et Comunis civitatis Florentie. Que auctoritas - potestas et balia duret et durare debeat per totum presentem mensem - octobris. — - - Item, quod omnes et singuli de domo et stirpe ac progenie de - Albertis de Florentia et ipsorum et cuiusque eorum filii et - descendentes in perpetuum, per lineam maschulinam, tam nati quam - nascituri, exceptis filiis et descendentibus per lineam maschulinam - olim domini Nicolay Iacopi de Albertis predictis, et quilibet - ipsorum, intelligantur esse et sint in perpetuum et omni tempore - magnates et de magnatibus civitatis Florentie, — et quod in antea - sint subiecti omnibus legibus et ordinamentis vigentibus et que de - magnatibus loquerentur tam editis quam edendis, prout ad presens - sunt alii magnates civitatis predicte. - - Postque incontinenti, convocato — toto populo civitatis Florentie - ad generale Parlamentum et ad adunantiam, — in Platea existente - iuxta Palatium et ad locum aringherie, ad sonum maioris campane - Palatii supradicti et etiam ad voces et proclamationes preconum - dicti Comunis; — et propterea super Platea predicta ad dictum - Parlamentum et adunantiam coram dicto domino Potestate et coram - dictis dominis Prioribus et Vexillifero et eorum Collegiis, extra - dictum Palatium et super dicta arengheria sedentibus, congregata - magna copia hominum populi Florentini, et indicto silentio, pluries - et pluries omnibus adstantibus, per unum ex preconibus dicti populi - ut est moris, primo et ante omnia interrogata fuit multitudo ibidem - adsistens, alta voce, per me Vivianum notarium infrascriptum, de - mandato dictorum dominorum Priorum et Vexilliferi et dicti domini - Potestatis, an ipsi forent due partes et ultra populi civitatis - Florentie; ad quam interrogationem ab omnibus ibidem adsistentibus, - nemine contrarium asserente, prout potuit commode audiri, responsum - fuit _sì sì_, hoc est _ita ita_, ullo clamore aliter in contrarium - per nos notarios infrascriptos non audito. - - Postque, pronuntiata etiam et recitata per me Vivianum - infrascriptum, alta voce, prout clarius fieri potuit, de mandato - predicto, prima proposita que incipit. — Quod omnes et singule - leges etc.; — et interrogato dicto populo et dicta adunantia, an - vellet omnia que et prout in dicta proposita continentur ordinare, - deliberare et disponere; — omnes uno clamore et prout in similibus - consuevit et comprehendi potuit responderunt SÌ SÌ, hoc est - _ita ita_. Et successive, sine ullo intervallo dicta et recitata - alta voce per me Vivianum notarium predictum secunda proposita - suprascripta, continente de concedendo et dando auctoritatem - potestatem et baliam generalem; — et etiam successive recitata - — tertia proposita, continente — quod omnes et singuli de domo, - stirpe et progenie de Albertis de Florentia etc.; et aclamato et - interrogato dicto populo, an vellet providere ordinare disponere - deliberare et firmare predictas duas propositas; — responsum - fuit, — iteratis vocibus ac clamoribus, nullo per nos notarios in - contrarium audito, _sì sì sì_, hoc est _ita ita ita_. — - - Acta fuerunt predicta in civitate Florentie, super arengheria et - Platea iuxta Palatium residentie dictorum dominorum Priorum et - Vexilliferi iustitie; presentibus Bartolomeo ser Iacobi de Burgo - Colline, Matteo Iannis de Puppio et Taddeo magistri Francisci de - Civitate Castelli, et aliis multis testibus ad predicta vocatis - adhibitis et rogatis. (_Seguono i nomi dei componenti la Balía_.) - - -PROVVISIONI DELLA BALÌA, CREATA NEL SUDDETTO PARLAMENTO, DE’ 20 OTTOBRE -1393. - - In Dey nomine, amen. Existentibus nobilibus et potentibus viris - (_seguono i nomi_); — ipsi domini Priores et Vexillifer et alii - predicti, omnes simul, — deliberaverunt, die vigesimo mensis - ottobris. — - - In primis, quod electio hactenus facta per sindicos Comunis - Florentie de nobili viro Matteo de Tincherariis de Bononia in - Executorem Ordinamentorum iustitie civitatis Florentie, de qua - electione dicitur quod fieri non potuit, — ex eo quia ipse Matheus - non est de loco distanti a civitate Florentie per octuaginta - miliaria et seu de loco non confinante cum comitatu et districtu - Florentie; intelligatur valuisse et tenuisse, et valeat et - teneat. — - - Item, omni et quocumque deveto et prohibitione cessante, nobilis - et egregius miles dominus Franciscus de Gabriellibus de Eugubio, - intelligatur esse et sit, vigore presentis deliberationis, etiam - absque alia solemnitate vel substantialitate interveniente, electus - et solemniter adsumptus et deputatus in Capitaneum et pro Capitaneo - Custodie, Balíe et Populi civitatis Florentie eiusque comitatus et - districtus, pro tempore sex mensium initiandorum die quo iuraverit - persona sua in presentia officii dominorum Priorum Artium et - Vexilliferi iustitie Populi et Comunis Florentie, etiam si presenti - die iuramentum prestaret. Et sufficiat quod tale iuramentum fiat - in Palatio Populi Florentini residentie dictorum dominorum Priorum - et Vexilliferi iustitie, nec alibi requiratur prestatio iuramenti - predicti. Et etiam, si ipse solus absque ulla comitiva vel aliis - iuraverit, incipiat offitium suum et incipere intelligatur et duret - sex mensibus ut prefertur proxime sequuturis, dicto die iuramenti - inchoandis; nec teneatur aliqualiter prevenire pro officio - supradicto. Et ex eo quod, ante initium officii, non prevenerit cum - officialibus et comitiva sua, nichil de suo salario minuatur. - - Item, dictus dominus Franciscus teneatur et debeat secum habere - et tenere, pro dicto offitio exercendo, quindecim equos armigeros; - unum collateralem legum doctorem, de cuius doctoratu fides fiat per - instrumentum publicum camerariis Camere dicti Comunis; unum iudicem - iuristam; tres milites sotios eodem panno indutos; quinque bonos - et ydoneos notarios; otto domicellos sive scuderios bene munitos - et in armis expertos; duos trombettinos: quorum quidem notariorum - unum cum uno famulo et duobus equis idem Capitaneus, suis - expensis, destinare tenetur per comitatum et districtum Florentie, - ad consignandum potestates, vicarios et alios officiales ac - stipendiarios pedextres in dicto comitatu et districtu existentes. - - Item, famulos octuaginta bene armatos et in armis expertos, - Inter quos sint quatuor conestabiles, quatuor ragazini et duo - tamburini; quorum omnium ad minus viginti sint balistarii cum - bonis balistis. Qui quidem iudices, milites sotii, notarii, - trombettini, conestabiles, famuli, ragazini et tamburini vel - aliquis eorum se nullo modo absentare possint extra civitatem et - districtum Florentie, tempore officii vel sindicatus eorum vel - etiam ante per XV dies; ac omnes esse forenses et bone conditionis - et vere guelfi, et qui non sint de civitatibus comunitatibus vel - districtibus Assisii vel Firmi; nec esse possint qui consortes - sint vel coniuncti per lineam masculinam alicuius forensis qui - olim tempore Actenarum Ducis fuerit vel se gesserit in aliquo - offitio in civitate comitatu vel districtu Florentie; nec etiam - possint esse de aliqua terra vel loco in quo florentini cives - prohibeantur eligi vel adsummi ad officium aliquod, aut de civitate - vel loco cum comitatu vel districtu Florentie confinante; excepta - dumtaxat civitate Bononie, de qua possit dictus Capitaneus summere - offitiales et familiam pro libito voluntatis. Hoc expresse proviso - et ordinato (attenta maxime brevitate temporis infra quod expedit - habere Capitaneum supradictum), quod dictus Capitaneus possit - adsummere et secum in dicto officio retinere quoscumque pro suis - officialibus predictis et pro dicta sua comitiva, etiam quodcumque - aliud devetum seu prohibitionem habentes, preterquam de his de - quibus superius continetur. — - - Item debeat prefatus Capitaneus, in festo Nativitatis Domini Nostri - Yhesu Christi proxime secuturo, offerre seu offerri facere ad - altare Sancti Iohannis Baptiste unum palium de serico, valoris ad - minus librarum quindecim f. p.; et donare gratis atque concedere, - infra tres menses introytus sui regiminis, unam de robis ac - vestibus suis, pro honore sui, honorabilem et decentem, tubatoribus - Comunis Florentie, foderatam de vario; et multa alia facere - teneatur et debeat que in statutis et ordinamentis dicti Comunis - latius continentur: que quidem roba debeat esse valoris ad minus - viginti florenorum auri. - - Pro quibus omnibus et singulis habeat et habere debeat, pro prefati - remuneratione servitii ac pro suis officialibus, famulis et equis - suis, salario ac expensis, a Comune Florentie et a camerariis - Camere Comunis eiusdem, in totum, libras novem milia quingentas - f. p., eidem solvendas, pro rata dumtaxat dicti semextris quo - serviverit et non ultra, hoc modo videlicet: tertiam quidem partem - habebit infra tres dies a die sui iuramenti prestandi, aliam - tertiam partem infra octavam diem tertii mensis dicti sui offitii; - reliquam vero tertiam partem habebit demum, post sui temporis - sindicatum, et solutis condemnationibus quas de eo fieri contigerit - vel de aliquo suo offitiale vel familia. — De qua quidem quantitate - nicchilominus detrahi debeant — denarios duodecim f. p., pro - qualibet libra, pro gabella et nomine diricture, et nichilominus, - de tote salario confessionem integram facere teneatur et debeat, — - Hoc etiam posito et expresso, quod pro cartis, libris et atramento - eidem pro dicto suo offitio pro se et sua curia opportunis, nichil - petere possit vel debeat habere, sed omnia de suo proprio solvere - teneatur et debeat. - - Et insuper, quod dictus Capitaneus habeat etiam quolibet mense, - in remunerationem, pro notario, equis et sotiis, qui ibunt ad - consignandum, libras quinquaginta, cum dicta tamen retentione. — - Et quod camerarii Camere dicti Comunis teneantur et debeant, de - pecunia deputata ad capsam Conducte stipendiariorum dicti Comunis, - solvere salaria supradicta ut superius continetur. Hoc etiam - declarato, quod quarta pars quantitatum predictarum solvi debet - ad rationem librarum trium et soldorum decem f. p. pro quolibet - floreno. — - - Habeat etiam dictus dominus Capitaneus habitationem pro se et sua - familia, dictis sex mensibus dumtaxat, convenientem atque decentem, - et domum et habitationem vacuam et expeditam. - - Et quod habeat etiam a nostro Comune, pro se et omni sua comitiva - predicta, frumentum necessarium atque ordeum, predictis suis - officialibus, familia et equis, pro tempore sui regiminis, - preventus et sindicatus, videlicet unum sestarium grani et dimidium - pro quolibet hominum ipsorum et quolibet mense, et unum quartum - seu quartam partem sestarii ordey pro quolibet equo seu ronzeno - et qualibet die, et pro pretio florenorum otto pro modio grani et - florenorum quatuor pro modio ordey, ad mensuram florentinam. — - - Item, quod dictus dominus, Capitaneus teneatur et debeat continue - in civitate Florentie stare et suum officium exercere, et circa - custodiam civitatis predicte et eius comitatus et districtus - et manutentionem et conservationem pacifici et guelfi status - ipsius civitatis diligenter intendere et sollicite vigilare, - et alia facere que alias sunt commissa Capitaneo Custodie dicte - civitatis. — - - Item, quod ipse dominus Francischus Capitaneus predictus, - personaliter, cum eius offitialibus et familia, stare debeat, - finito suo offitio, ad sindicatum, sex diebus continuis a die - iuramenti coram eius sindicis prestiti numerandis, etiam sub - custodia, secundum formam statutorum et ordinamentorum dicti - Comunis; et solvere omnem condemnationem quomodolibet per - sindicum vel sindicos faciendam de se vel suis offitialibus vel - famulis. — - - Hoc tamen proviso, quod ipse dominus Capitaneus et eius offitiales - et familia inquiri et sindicari possint et debeant solummodo de - furtis, baratteriis et debitis contractis per eos, tempore offitii - suprascripti. — - - Item, quod iuret et promictat, quod ipse aut aliquis de suis - offitialibus vel familia non petet nec recipiet contra Comune - Florentie aut singulares personas ipsius aliquam represaliam, - ocasione sindicatus, vel aliqua quacumque causa vel ocasione. - - Item, quod non teneatur facere reformari in civitate Eugubii vel - alibi, quod non concedatur represalia contra Comune Florentie vel - eius singulares personas seu earum res vel bona. — - - Item, quod non possit secum ducere vel quomodolibet retinere - in Palatio sue habitationis vel extra, in civitate comitatu vel - districtu Florentie, aliquem suum filium legittimum et naturalem - vel spureum aut fratrem germanum sive fratrem patruelem vel - amitinum vel cuginum sive consobrinum ex maschulino vel feminino - latere sibi coniunctum, aut nepotem ex filio vel filia, fratre - vel sorore, etiam si in numero vel extra numerum dictorum suorum - offitialium et familie; sub pena librarum mille f. p. - - Item, quod non possit nec debeat aliqualiter procedere vel quoque - modo se intromictere contra aliquem vel aliquos ad presens captos - et detentos penes dominum Potestatem, Capitaneum vel Executorem - civitatis Florentie, pro aliquibus commissis vel aliqualiter - perpetratis per ipsos — hactenus contra statum seu regimen - civitatis Florentie, et seu pro aliquo vel ocasione alicuius - tractatus contra dictum statum per dictos detentos vel aliquem - ipsorum facti vel attentati. - - Item, quod Octo Custodie civitatis Florentie possint et debeant - de habitatione dicti domini Capitanei et sue familie providere et - disponere, etiam expensis dicti Comunis, prout et sicut viderint - expedire. - - Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie Populi et - Comunis Florentie qui in offitio presidebunt de mense ianuarii - et februarii proxime secuturi, una cum offitiis Gonfaloneriorum - sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum dicti Comunis - et Octo Custodie civitatis Florentie, — possint — de Capitaneo - Balie et Custodie et Populi civitatis comitatus et districtus - Florentie providere et disponere, et eligere et deputare, - deveto aliquo aut prohibitione aliqua non obstante, unum virum - forensem guelfum et confidentem quem voluerint, pro tempore sex - mensium initiandorum finito tempore electionis supradicti domini - Francisci; et seu, si voluerint prorogare offitium supradicti - domini Francisci de Gabriellibus pro tempore sex mensium, — ipsum, - pro dictis sex mensibus, de novo eligere et deputare ad offitium - antedictum. — - - Item, quod, computatis lanceis conductis et ad presens existentibus - ad stipendium dicti Comunis, domini Priores Artium et Vexillifer - iustitie — debeant, hinc ad per totum mensem novembris proxime - secuturi, — conducere — ad stipendium et provisionem dicti Comunis - usque in trecentas lanceas; intelligendo quamlibet lanceam more - consueto, pro eo tempore quo voluerint, non excedendo tempus - unius anni. — Et insuper debeant, infra dictum tempus, conducere - — usque in trecentos inter balistarios et pavesarios, computatis - in dicto numero familiis et balistariis ad presens ad stipendium - dicti Comunis existentibus; ita quod curent in effectu, quod - eodem tempore non sint ad stipendia dicti Comunis ultra trecentos - inter famulos et balistarios. — Eo etiam declarato, quod curent et - ordinent, quod ad minus tertia pars dicti numeri trecentorum sit de - balistariis Ianuensibus seu de Riparia, guelfis et confidentibus. - Et possint conduci — pro tempore sex mensium pro quolibet. — - - Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie, - tam presentes quam qui pro tempore fuerint, una cum offitiis - Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum et - Capitaneorum Partis Guelfe et Otto Custodie et Sex Consiliariorum - Mercantie et Universitatis mercatorum dicte civitatis, et cum - viginti uno ex Consulibus Artium, assumendis semel et pluries et - quotiens expedierit, per viam electionis, per offitium dominorum - Priorum et Vexilliferi iustitie tunc existentium, secundum - distributionem membrorum, videlicet sedecim de membro septem - maiorum Artium et quinque de membro quatuordecim minorum Artium - et de diversis Artibus ipsarum minorum — (declarato tamen quod - de qualibet Arte maiore sint ad minus duo in dicto numero sedecim - Consulum); — possint — eligere et deputare — decem — ad officium - Decem balie Populi et Comunis Florentie, et quod officium I _Dieci - de la balìa_ est solitum appellari, — pro pro illo tempore pro quo - voluerint, non excedendo tamen tempus unius anni pro qualibet vice, - et eligendo dictum numerum Decem, secundum distributionem membrorum - ultima vice solitam observari, videlicet septem maiorum Artium - et Scioperatorum, duos de Artibus minoribus et unum de magnatibus - dicte civitatis. — - - Item, quod — possint, semel et pluries et quotienscumque, pro - dicto Comune, conducere — ad stipendium et provisionem et seu ad - stipendium tantum vel ad provisionem tantum, usque in illum numerum - et seu numeros stipendiariorum et seu provisionatorum, caporalium - et capitaneorum et tam equestrium quam pedestrium et balistariorum, - de quo et quibus et quos et quotiens crediderint expedire, et pro - illo tempore et temporibus, et de illis gentibus etiam civibus - subditis aut forensibus et undecumque essent, et cum illis - stipendiis — de quibus — ordinaverint. — - - Item, quod tempus offitii presentium offitialium Otto Custodie - civitatis Florentie prorogetur — usque ad per totam diem quintam - decimam mensis novembris proxime secuturi, illis quatuor ex dictis - Otto quorum offitium durat hinc ad per totam diem octavam dicti - mensis novembris; et hinc ad per totum dictum mensem novembris - aliis quatuor ex eis quorum offitium durat hinc ad per totam diem - vigesimam ipsius mensis novembris. - - Item, quod Otto offitiales Custodie civitatis Florentie eligantur - pro duabus vicibus proxime secuturis, pro qualibet vice, pro sex - mensibus. Et quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie - Populi et Comunis Florentie, una cum officiis Gonfaloneriorum - sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum dicti Comunis, — - possint et debeant — de civibus florentinis popularibus et guelfis - eligere simul vel divisim otto quos voluerint ad dictum offitium - Otto Custodie, pro tempore sex mensium initiandorum his temporibus - videlicet: Quatuor ex eis de membro septem maiorum Artium et - Scioperatorum offitium incipiat die sextodecimo mensis novembris - proxime secuturi; et aliorum quatuor, quorum duo sint de membro - quatuordecim minorum Artium, offitium incipiat die primo mensis - decembris proxime secuturi. Et quod dicta electio fiat hinc ad per - totam diem quintam decimam dicti mensis novembris. Et quod demum, - circa finem offitii predictorum, — possint et debeant — eligere - et deputare Otto quos voluerint; quorum quatuor — offitium, sex - mensibus duraturum, incipiat die sextodecimo mensis mai proxime - futuri, et aliorum quatuor — incipiat die primo mensis iunii - proxime futuri. Et quod in locum cuiuscumque quoquo modo vacantis - ab offitio supradicto possit alius de eodem quarterio et membro, - per eamdem viam et modum per quem et quam remotus electus fuit, - eligi et subrogari in offitio supradicto. - - Item, quod deinceps domini Priores Artium et Vexillifer - iustitie, una cum offitio Otto Custodie, — possint, pro expensis - occurrentibus et expedientibus in dicto offitio Otto Custodie, - expendere et stantiare et dari et solvi facere, pro quolibet - mense, — florenos quinquaginta auri. — Hoc expresso, quod, vigore - predictorum, nichil solvi possit aut debeat, nisi solummodo de - pecunia que ad dictos camerarios perveniet — pro appuntaturis - et defectibus stipendiariorum dicti Comunis, et non de aliis, - nisi in quantum de aliis caperetur pro predictis, in locum talis - predicte pecunie in aliud prius expense. Et quod finitis dictis - duobus offitiis Otto Custodie, que durabunt per annum, ex tunc - offitium Otto Custodie duret duobus mensibus pro vice, ut hactenus - consuevit. - - Item, quod provisio edita de mensibus iulii et augusti proxime - preteritis, firmata in Consilio domini Potestatis et Comunis - predicti, die secundo ipsius mensis augusti, que in effectu - disponit de deveto Otto custodie, — intelligatur esse et sit in - totum revocata cassa et annullata, et devetum dicti offitii et eius - offitialium remaneat prout erat ante dictam provisionem, et non - aliter nec maius. — - - Item, quod, non obstantibus quibuscumque provisionibus hactenus - factis, — offitia Capitaneatus Partis guelforum civitatis - Florentie, et Secretariorum et Priorum dicte Partis, et Notariatus - et Cancellerii et Scribani dicte Partis et quecumque offitia ipsius - Partis, quocumque vocabulo nuncupentur, deinceps, omni tempore - possint et debeant scruttinari et reformari et de ipsis et pro - ipsis imbursationes fieri solummodo in palatio et domibus dicte - Partis et seu ubi per Capitaneos, per se vel cum aliis habentibus - auctoritatem que vigebat ante mensem may anno Domini millesimo - trecentesimo septuagesimo octavo, deliberatum seu ordinatum - fuerit. — - - Hoc declarato, quod in dicto vel cum dicto offitio Capitaneatus - seu pro dicta Parte non sit nec deputetur aut fiat Gonfalonerius - Partis, sed omnes de offitio Capitaneorum appellentur et sint - Capitaney. - - Et quod ad dicta scrutinea et imbursationes facienda et faciendas - de offitiis supradictis non addantur nec in illis misceantur vel - mictantur de cetero illi qui obtinuerint pro offitio Prioratus - et Vexilliferatus iustitie et eorum notarii, pro [ut] hactenus - consuevit, per ordinamenta hactenus facta; et ordinamenta circa - hanc partem disponentia intelligantur et sint revocata. - - Et quod dicta offitia Capitaneatus — remaneant et sint de cetero - omni tempore in illis numeris et cum illis distributionibus - cuiuscumque membri in quibus et prout ad presens sunt, tam pro - membro maiorum Artium et Scioperatorum quam pro membro quatuordecim - minorum Artium quam etiam pro membro magnatum; et sic extrahantur - et deputentur. - - Et quod supradicta offitia, — tam pro supradictis scrutineis et - imbursationibus et extractionibus ipsorum, quam in expendendo de - pecunia dicte Partis, quam etiam in vendendo locando concedendo - et administrando bona mobilia et inmobilia dicte Partis, — quam - etiam in aliis preheminentiis et honorantiis dicte Partis et in - aliis quibuscumque, salvis predictis et infrascriptis, habeant - illam auctoritatem, potestatem et baliam quam habebant ante dictum - mensem mai anno Domini MCCCLXXVIII, per ordinamenta tunc de dicto - mense vigentia. — Cum hoc salvo, quod in aliquo non sit derogatum - ordinamentis editis in dicto anno MCCCLXXVIII de mense iunii, in - illis partibus dumtaxat ipsorum ordinamentorum, que continent - et seu disponunt de non monendo declarando vel deliberando, - accusando inquirendo condemnando aut aliqualiter faciendo vel - fieri faciendo aliquem pro ghibellino seu non vere guelfo aut - Parti guelfe suspecto. — Nec etiam derogatum intelligatur esse vel - sit provisioni et reformationi edite de mense iulii anno Domini - MCCCLXXVIII firmate in Consilio domini Potestatis et Comunis - predicti die decimo ipsius mensis iulii, et est in vulgari sermone - et incipit _Ad honore stato e reverenza_, — in illis partibus in - quibus in ipsa disponitur, quod aliquis vel aliqui non possint - nisi in certis formis moneri. — Nec derogatum intelligatur esse - vel sit ordinamento facto et edito de mense februarii anno Domini - millesimo trecentesimo octuagesimo primo — super firmatione et - stabilitate cuiusdam petitionis in vulgari sermone scripte, — cuius - petitionis tenor incipit _Per parte di buoni pacifici et guelfi - cittadini_. — - - Item, quod omnes et singule imbursationes ad presens vigentes de - offitiis dicte Partis intelligantur esse et sint ex nunc casse - et annullate. — Et quod tam imbursationes quam registra comburi - debeant et penitus aboleri. - - Item, quod presentes Capitanei dicte Partis guelforum, una cum - dominis Prioribus Artium et Vexilliferi iustitie, et cum Collegiis - dicte Partis et cum presentibus Sex Consiliariis Mercantie et - Universitatis mercatorum, et cum arrotis et adiunctis, ultra - officia presentis generalis Balie, et aliis civibus et aliis - magnatibus et artificibus eligendis ut infra dicetur, possint et - debeant facere scruttinia de offitiis Capitaneorum et Collegiorum - dicte Partis et de omnibus aliis offitiis Partis predicte, illis - modis de quibus — per eos deliberatum fuerit. — - - Item, quod dicti presentes Capitanei possint et debeant de - magnatibus guelfis eligere et deputare pro predictis scruttineis in - eo numero seu numeris de quibus eis videbitur et prout in similibus - esse consuevit. - - Item, quod dicti Capitanei possint et debeant de civibus - florentinis popularibus et guelfis eligere et addere, pro predictis - in tribus quarteriis videlicet Sancti Spiritus, Sancte Marie et - Sancti Iohannis, tot quot dicti arroti presentis Balie generalis, - pro dictis negotiis dicte Partis, sint in numero equali cum arrotis - quarterii Sancte Crucis. - - Item, — possint et debeant eligere et deputare, pro dictis - scrutiniis, ultra dictum numerum arrotorum, de artificibus guelfis - quatuordecim minorum Artium illos de quibus eis videbitur, et tot - quot ad predicta scrutinia sint, secundum ratam et portionem ipsis - contingentem. - - -ALTRE PROVVISIONI DELLA BALÌA, COME SOPRA, DE’ 21 OTTOBRE. - - In primis, quod imbursationes, hactenus anno Domini millesimo - trecentesimo octuagesimo quinto facte, de scruttinio in dicto anno - celebrato, pro offitiis Prioratus Artium et Vexilliferi iustitie - et Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum - Comunis Florentie et Notariatus dicti offitii Prioratus (quod - scruttinium appellatur _Il secondo scruttinio_), intelligantur - esse et sint, ex nunc et decetero, casse revocate et annullate. - — Et quod tam burse quam registra dicti scrutinii comburantur et - anichillentur, ita quod omnia ipsius monumenta penitus evanescant. - - Item, quod tertium scrutinium celebratum pro offitiis in precedenti - capitulo memoratis, de anno Domini MCCCLXXXXI, appelletur decetero - secundum scrutinium. - - Item, quod aliquis qui extractus fuisset hactenus de aliqua ex - supradictis bursis secundi scrutinii, que supra revocate sunt, - ad aliquod ex dictis offitiis, — et ipsum offitium exercuisset et - obtinuisset et imbursatus esset in bursis dicti tertii scrutinii, - non possit, pro dicto tertio scrutinio vel eius bursis habere - vel exercere illud idem offitium de predictis, ad quod hactenus - fuisset extractus de aliqua ex dictis bursis secundi scrutinii et - ipsum exercuisset. Et quod, quandocumque ad ipsum tale offitium - extraheretur de dictis bursis dicti tertii scrutinii, eius - extractio sit inanis, et cedula sui nominis possit et debeat - laniari et reyci. Eo etiam declarato, quod si aliquis fuisset - hactenus extractus ex aliqua ex dictis bursis secundi scrutinii - pro Vexillifero iustitie, et ipsum offitium exercuisset, et in - bursis pro tertio scruptinio esset imbursatus pro Priore et non - pro Vexillifero iustitie, idem etiam intelligatur, videlicet, quod - si extraheretur pro Priore ex bursis dicti tertii scrutinii, eius - extractio sit inanis et cedula debeat laniari et reyci. - - Item, quod deinceps, in quolibet offitio Prioratus Artium sint et - esse debeant tres de Borsellino, sane intelligendo, videlicet, in - quolibet quarterio ex tribus aliis, detracto quarterio pro quo et - in quo tunc erit Vexillifer iustitie unus de Bursellino; et sic - fiant extractiones et deputationes pro qualibet vice. - - Item, quod revideantur et explorentur diligenter burse vigentes - pro scrutinio primo, videlicet celebrato anno Domini MCCCLXXXI, - pro offitiis Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie, per - copulatores alias eligendos. Et si revidentibus et perquirentibus - videretur, quod aliqui pro Prioribus imbursati in dictis bursis, - mererentur esse Vexilliferi iustitie; possint — inde extrahere et - mictere in bursis Vexilliferi iustitie, in eodem quarterio. — Eo - tamen declarato, quod hoc fiat in quolibet quarterio; nec plures - modo predicto mictantur pro Vexilliferis in uno quarterio quam - in alio. Nec possint pro Vexilliferis micti secundum dictum modum - ultra duos pro quolibet quarterio. Et declarato etiam et proviso, - quod, propter additionem predictam, imbursatio Vexilliferi iustitie - nullo modo impediatur, nec aliquod impedimentum exinde resultet - aut fiat alicui qui de necessitate, alio non dato, deberet esse - Vexillifer iustitie in aliquo officio, in quatuor vicibus proxime - sequentibus, vel aliqua ipsarum, hinc ad per totum mensem mai - proxime sequuturi: sed quod, quilibet imbursatus ad presens pro - Vexillifero qui dicta additione non facta deberet esse Vexillifer - iustitie in aliquo ex dictis quatuor offitiis proxime sequentibus, - sit et esse debeat Vexillifer ac si dicta additio facta non foret. - - Item, quod videantur et perquirantur burse hactenus facte et - vigentes pro Vexillifero iustitie tertii scrutinii supradicti, - quod nunc, secundum predicta remanet secundum; et quod illi ibidem - descripti seu imbursati, de quibus videretur dictis videntibus - et perquirentibus, quod non essent ydoney vel confidentes pro - Vexilliferis, possint et debeant per eos inde extrahi et micti et - poni in bursis eiusdem quarterii pro officio Prioratus ordinatis: - et de imbursatis pro eodem quarterio pro officio Prioratus, de - illis videlicet qui predictis videntibus ydoney et confidentes - appareant seu esse credantur, fiant per eos, loco talium inde - extractorum, Vexilliferi iustitie, et in bursis Vexilliferatus - ponantur prout eis videbitur. - - Item, quod videantur et indagentur bursellini utriusque scrutinii, - videlicet primi, de quo nunc extrahitur pro officiis antedictis, - et secundi quod tertium erat; et de illis de quibus videntibus - indagantibus appareret seu videretur, secundum eorum iudicium, quod - non essent ydoney vel confidentes pro Borsellino, quod antea per - ipsos extrahantur, et ponantur et mictantur in aliis bursis eiusdem - quarterii pro offitio Prioratus. Et alii simpliciter pro officio - Prioratus imbursati possint in bursis pro Borsellino ordinatis - micti et poni, prout dictis perquirentibus videbitur et placebit. - - Item, quod fiat quam citius fieri poterit unum scrutinium - pro officio Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie et - Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum; et - dictum scruttinium fiat illis modo forma et ordine et per illos de - quibus et prout et sicut deliberatum fuerit per dominos Priores et - Vexilliferum iustitie et eorum Collegia et alia officia et cives - de Balia generali ad presens vigenti. Hoc declarato, — quod omnes - et singuli illi qui obtinebunt in isto novo scrutinio, possint - et debeant imbursari in quocumque ex dictis duobus scrutiniis - remanentibus in quo non obtinuissent, et habeantur pro tempore - futuro ac si quilibet talis fuisset et esset pro ipsis et in ipsis - imbursatus. - - Item, quod pro dicto novo scruttinio habeantur et sint quatuor - copulatores more solito, de quibus unus sit de membro quatuordecim - minorum Artium; et predicti copulatores eligantur et deputentur per - istos dominos Priores et alios de Balia presenti; et quod, ultra - predictos sit et esse debeat copulator presens Vexillifer iustitie, - scilicet nobilis miles dominus Masus Luce de Albizis. - - Item, quod scrutinium pro dictis offitiis Prioratus Vexilliferatus - et eorum Collegiorum, quod debebat fieri ordinarie pro prima - vice futura, videlicet anno Domini MCCCLXXXXVI, non fiat nec - fieri debeat cum dictum novum scrutinium sit et esse debeat loco - predicti, quod prima vice ordinarie fieri deberet. - - Item, quod aliquis qui in celebratione et seu dum fient, - quandocumque et quotienscumque decetero, elapso mense decembris - proxime futuri, scrutinia et seu scrutinium alicuius ex - infrascriptis offitiis, poterit in ipso scrutinio vocem seu - fabam reddere, pretextu alicuius offitii vel aliter quoquo modo, - sane intelligendo; non possit poni vel micti ad partitum vel - scrutinari ullo modo, et quicquid contra fieret non valeat. — - Sed de ipsis talibus scrutinatoribus — fiat omni vice postea - scrutinium, ut inferius disponetur. (_Segue una nota dei - suddetti uffici_). Et quod scrutinatores talium offitiorum — - scrutinentur, finitis offitiis omnibus ipsorum scrutinatorum, — - inter offitia dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie et - Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum, et - Capitaneorum Partis Guelfe (populares in scrutinio popularium, et - in scrutinio magnatum etiam magnates, secundum ordinamenta) et Sex - Consiliariorum Mercantie. — Et quod omnes et singuli ex predictis - scrutinatoribus qui — obtinuerint per duas partes presentium (ita - tamen quod sint presentes due partes totius numeri) intelligantur - legittime obtinuisse, et possint et debeant imbursari in bursis - ordinatis pro quocumque tali scrutinio precedente, in quo ipsi - fuissent scrutinatores et seu in quo fabam vel vocem reddere - potuissent. - - Item, quod pro offitio Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie, - pro duobus mensibus proxime futuris, initiandis die primo mensis - novembris, fiat et fieri debeat una pallocta et seu una scripta - continens nomina et prenomina ipsorum dominorum Priorum et - Vexilliferi iustitie; et quod illi quorum nomina in dicta pallocta - et seu scripta contenta et seu scripta reperientur, sint ad - dictum offitium legittime et solemniter deputati. Et dicta nomina - asummantur de existentibus in bursis primi scrutinii Prioratus - et Vexilliferatus vigentibus, de illis qui devetum non habeant, - et sint in numero consueto, et observata vigente distributione - membrorum. Et quod Vexillifer iustitie sit et esse debeat in - quarterio et pro quarterio Sancti Spiritus, prout esse debet - secundum ordinem consuetum; et in ipso quarterio sint et esse - debeant duo artifices de membro quatuordecim minorum Artium; et - quod aliquis qui sic deputabitur ad offitium supradictum non possit - esse iterum ad ipsum offitium pro dictis bursis vigentibus; sed - inde cedule ipsorum predictorum extrahantur et extrahi debeant. - - Et quod dicta pallocta seu scripta fiat — per illos de quibus et - prout deliberatum fuerit per dictos dominos Priores et Vexilliferum - iustitie et alios supradictos de Balia. - - Hoc etiam proviso et declarato, quod alieni qui necessario deberet - esse Prior vel Vexillifer iustitie de ipsis mensibus novembris et - decembris nullum preiudicium generetur vel fiat, sed in predictorum - numero in dicta pallocta et scripta ponatur et adsummatur. Et quod - pars alterius deliberationis facte supra presenti die, continens in - effectu, quod propter additionem de qua ibidem fit mentio, aliquis - qui, alio non dato, deberet esse Vexillifer iustitie, in aliqua - vice ex quatuor vicibus futuris, non impediretur esse, intelligatur - esse et sit, quo ad tres vices post primam predictam pro qua - pallocta est ordinata, revocata et annullata. - - Item, quod omnes et singule imbursationes hactenus facte et ad - presens vigentes de officiis extrinsecis civitatis Florentie, - et que pro Comuni Florentie extra ipsam civitatem sunt solita - exerceri, intelligantur esse et sint deinceps casse irrite - et annullate; et quod ex ipsis nulla extractio fieri possit; - et quicquid contra fieret sit et esse intelligatur irritum et - inane. Et quod pro dictis offitiis fiant de novo scrutinia et - imbursationes, prout et sicut deliberatum fuerit per dictos dominos - Priores et Vexilliferum iustitie et alios de presenti generali - Balia vel duas partes ipsorum. Et quod tam imbursationes quam - registra predictorum scrutiniorum et imbursationum comburantur et - anichilentur, ita quod etiam in se ipsis penitus sint deleta. - - Item, quod Gonfalonerii sotietatum Populi et Duodecim Boni viri - Comunis predicti ad presens in officio existentes, possint, simul - et seu divisim, — interesse ad celebrandum scrutinia Partis guelfe, - facienda tempore offitii presentium Capitaneorum dicte Partis. — - Et quod cum ipsis Gonfaloneriis et Duodecim et sine eis possint - dicta scrutinia celebrari et fieri; ita quod, esse vel non esse ad - faciendum dicta scrutinia, in ipsorum Gonfaloneriorum et Duodecim - voluntate et arbitrio sit remissum. — - - - - -Nº IV. - -(Vedi pag. 117.) - - -Abbiamo qui sotto scelti alcuni documenti i quali a noi sembrano -dare evidenza alle cose discorse nel testo. Vi è un salvocondotto -a Gino Capponi del 1402, e dopo la presa di Pisa una lettera della -Signoria circa il fare Cavalieri i Commissari e i Capitani: poi una -ve n’è quanto al tenere vuota Pisa di gente e scarsa di derrata; e a -Gino Capponi un rimprovero molto acerbo per l’usare che egli faceva -verso i Pisani troppo benignamente; e una Istruzione perchè a Firenze -fossero condotti fino a centotto cittadini di Pisa e alcuni con le -famiglie loro; seguono alla lettera i nomi di centotto Pisani, pochi -dei quali di chiare famiglie, i più mercanti e massimamente delle -arti più ricche. Diamo per ultimo una rigida ingiunzione per impedire -e gastigare le brutte violenze usate dai soldati già molti mesi dopo -alla caduta di Pisa. Tutti questi documenti vengono dal Carteggio della -Signoria che si conserva nell’Archivio di Stato di Firenze. - - - _Universis et singulis._ - - Diamo per tenore delle presenti licentia et libera facultà al - nobile huomo Gino di Neri Capponi d’andare, come et quando fia di - suo piacere, in qualunque luogo di nimici del nostro Comune, et a - parlare chon qualunque di loro, chon quella chonpagnia vorrà seco - menare. Comandando per tenore delle presenti che, per cagione di - questa andata, nè a lui nè a chui menasse seco, per tempo alcuno, - possa essere imputato alcuna cosa; imperò che elli va di nostra - saputa et consentimento e sappiamo ciò ch’elli va per fare. Sì che - niuno a questo s’opponga per alcuna cagione. E per fede di questo - abbiamo fatto fare queste patenti lettere sugellate de nostri - sugelli. Data Florentie, die XXV octobris, XI Ind., MCCCC secundo. - - - _Bartholomeo de Corbinellis Gino de Caponibus et Bernardo de - Cavalcantibus, de officio Decem balie Comunis Florentie. Et - Matheo de Castellanis et Iacobo de Gianfigliazis, Commissariis - Comunis Florentie in campo contra Pisas._ - - Carissimi nostri. Noi abbiamo veduto quanto fedelmente e - solicitamente voi vi sete afaticati perchè la città di Pisa vengha - nelle mani del nostro Comune. E perciò vorremo che alcuno segnio - nel cospetto di ciascheduno n’aparisse. Il perchè vi piaccia essere - et stare contenti farvi nel nome di Dio Cavalieri, nella presa che - di Pisa si farà. La qual cosa sarà a noi e a questo popolo grande - piacere, e a voi e alle vostre famiglie honore e perpetua fama. - E perchè questo abbia effecto, scriviamo al magnifico Cavaliere - messer Luca dal Fiesco, nostro capitano generale di guerra, che, - in nome del Gonfaloniere della iustitia della nostra città per - lo popolo di Firenze, vi debbia promuovere alla degnità della - Cavallaria. Et la lettera vi mandiamo con questa. E di poi, si - farà qua verso le vostre persone quello che si richiede e conviene. - Avisandovi che noi non vogliamo che alcuno altro nostro cittadino - si faccia Cavaliere, sanza nostra expressa licentia. E a questo - provedete per modo che ’l nostro scrivere abbia effecto. Data - Florentie, die VIII octobris MCCCCVI. - - - _Bartolomeo de Corbinellis et Gino de Caponibus._ - - Noi non v’abbiamo scripto perchè abbiamo lasciata la graveza di ciò - a’ Dieci della Balía. Hora abbiendo sentito degli inconvenienti - che sono costà, ci è necessità lo scrivervi. E questo è, che noi - abbiamo udito che in Pisa è rimasa poca gente della nostra da - cavallo e da piede e singularmente da cavallo, la quale voi avete - mandata a pigliare le castella. Oltre a ciò sentiamo che in Pisa - è tornata molta gente di cittadini, di quelli che non v’erano - quando voi v’entrasti, e che molti contadini vi sono venuti e - tutto dì vi vengono, e che v’è entrato e entra molta vituaglia. - Di che, considerati i pericoli che potrebbono seguitare, vogliamo - e comandianvi che la gente d’arme, la quale voi, poi che entrasti - in Pisa, mandasti fuori a pigliare le castella, che sanza indugio - la facciate tornare dentro in Pisa. E le roche e’ casseri delle - castella fornite di fanti a sofficientia; e delle castella non - ci pare per ora da dubitarne, tegnendo bene la città. E quando - questa gente d’arme è dentro, che voi siate forti, fate di mandarne - fuori di Pisa chi v’è dentro tornato poi che voi v’entrasti. E - oltre a ciò de’ cittadini che vi sono da più, mandatecene qua una - brigata quelli che paiono a voi che sete in sul fatto. E dopo a - questo mandate uno bando che ciascuno Pisano o habitante in Pisa, - a pena dell’avere e della persona, debbia, infra quelle parecchi - hore che voi porrete di termine, avere portata ogni arme da - offendere e da difendere in quello luogo che vi pare, mettendolo - nel bando nominatamente, e quella arme mettete in luogo salvo; e - poi fate cercare a ciascuno le case, et torne quanta n’avessono, e - punire rigidamente chi non avesse apresentata l’arme, passato il - termine del bando. E provedete che victuaglia non v’entri se non - dì per dì, che sentiamo molta ve ne abonda. Et date modo che de’ - contadini non v’entrino in quantità o in modo che pericolo alcuno - ne potesse seguire. E queste cose fate solicitamente e con buono - modo, che tutto lasciamo sopra le vostre spalle, tanto che di qua - si provegga. E fate bene e diligentemente guardare e alle porte - e in ogni altro luogo ove bisogna, sì che della città di Pisa - vi rendiate bene sicuri. Ancora abbiamo sentito, che de’ nostri - soldati insieme con alcuni Pisani e sanza, ànno tolte delle cose - e traportate d’una casa in altra, et etiandio tolte per loro; la - qual cosa ci dispiace infino a l’anima. E pertanto fate riducere - queste cose ne’ primi luoghi dove s’erano, e provedete per modo - che i soldati non faccino ruberie o villanie a persona. E chi il - contrario facesse, fate punire per modo che sia exemplo a ciascuno - di non errare. Data Florentie, die XIII octobris MCCCCVI, a hore - XXIII ½. - - - Duplicata die XVI octobris MCCCCVI, hora XVII. - - Abbiamo sentito che certe lecta, panni e altre cose e arnesi di - Piero Gaietani e di monna Giovanna sua sirocchia e della Maria et - Iva sue nipoti, le quali cose erano nel monasterio di santo Mazeo - in Pisa, poi che ’l nostro Comune prese la città predetta, certi - de’ Gambacorti le tolsono e transportarono dove piacque loro. Il - perchè voliamo che, se voi trovate che le dette cose sieno state - tolte, da poi che voi entrasti nella città di Pisa, che voi le - facciate tutte sequestrare, a petitione del detto Piero e tenerle - salvamente. Data Florentie ut supra, die XVI octobris, hora XVII. - - - _Gino de Caponibus Capitaneo Pisarum._ - - Noi t’abbiamo scripte più lettere, del mandar qua de’ cittadini - Pisani che fussino huomini di capo e d’avere seguito, e apti a - scandalo novità: e ultimamente mandasti una scripta di centotrè o - circa, de’ quali ne sono venuti pochi più che i mezi, come per gli - Dieci della Balìa è stato scripto costà, e mandati i nomi di chi - mancha. E veggiamo che tu curi pocho del nostro scrivere e poco - conto ne fai, chè non ci ài voluti mandare quegli huomini che sono - la sicurtà del nostro Comune a cavargli di Pisa e fargli venire - qua; anzi ài fatto a tuo modo, o per preghiere o per amicitia o per - che cagione si sia. Et àci mandato uno campanaio, che tu medesimo - scrivi che egli si stava in quello di Lucha a fare campane. E - pertanto noi ti comandiamo, sotto pena della nostra gratia, che - veduta questa lettera, tu ci mandi quelli che mancano del numero - de’ predetti. Et oltre a ciò, ci manda quelli cinquanta, i quali ti - debbono avere dati scripti i dieci Proveditori di Pisa. E ancora - ci manda circa XXV altri Pisani, i nomi de’ quali ti mandiamo - in questa lettera interchiusi. Et oltre a questi, se in Pisa à - altri huomini che habbino seguito e sieno capi da fare ragunate - o novità, mandacegli qua, e sieno quanti si vogliono. E a tutti - fa’ comandamento che in brevissimo termine sieno innanzi a noi, a - pena dell’avere e della persona. E se tu non vorrai obedire, come - ài fatto infino a qui, noi terremo di modi che ti dispiaceranno, - e manderemo costà persone che ci ubidiranno. E d’una cosa ti - certifichiamo, che i nostri cittadini non sono disposti a volere - tenere tanto exercito in Pisa, da cavallo e da piede, quanto forse - tu ti dài a intendere; anzi vogliamo limitare la spesa e trarre - di cittadini di Pisa tanti, e fargli stare qua che noi ne possiamo - vivere securi. Sì che, apriti bene gli hurecchi, e fa’ quello che - ti scriviamo, altrimente non te ne loderai. E rispondici a quello - che ti scriviamo e con lettere e con fatti. Dat. Florentie, die - XXIII novembris MCCCCVI hora XXIII. - - - _Gino de Capponibus Capitaneo Pisarum._ - - Dilettissimo nostro. Colle presenti ti mandiamo una scritta - suggellata, nella quale sono scripti cierti Pisani in numero CVIII, - e quali pe’ nostri precessori, e pe’ Collegi e altri uffici che - anno balìa de’ fatti di Pisa, è stato solennemente diliberato che - debbino star qua a Firenze a’ confini; tra quali, come per essa - scripta comprenderai, certi sono che oltre all’avere eglino a stare - qua a’ confini, ci ànno ancora a conducere tutta la loro famiglia. - E per volere noi dare executione alla sopra detta deliberatione, e - acciò che detti Pisani non caggino nella infrascripta grave pena; - vogliamo e comandianti, che prestamente tu comandi a ciaschuno - Pisano, e quali nella detta scritta nominatamente si contengono, - che per tutto el presente mese di marzo, debbono essere qua, e - quelli ch’ànno a menare le famiglie secondo la forma della detta - scritta, fra ’l detto termine ce la debbono avere condotta. - Notificando a ciaschuno de’ detti Pisani, come pur quelli della - Balìa di Pisa è stato deliberato, che qualunche non si rapresenterà - come di sopra si dice, per tutto el presente mese, e chi ci à a - conducere le famiglie e non ce l’avesse condotte al detto termine, - s’intendono essere e sono condannati nell’avere e nella persona, - e così contra loro e ne’ loro beni si procederebbe. E se alcuno - di quegli che nella detta scritta si contengono fussi absente - e in luogo non troppo longincho, come nel contado di Pisa o a - Luccha o a Siena o a Bolognia o a Gienova o ne’ contadi d’alcuno - de’ detti luoghi; vogliamo che, preso ch’arai la informatione - dove sieno, che prima questo facci alle loro chase significare o - a’ loro più proximi coniuncti, e poi pe’ messi della corte o per - altri e quali sopra ciò diputassi, personalmente e per iscriptura - faccia loro el comandamento che sotto la detta pena qua debbano - essere al termine predetto. E se avessi informatione che alcuno - della detta scripta fussi qui a Firenze, non obstante questo, - vogliamo che alle case loro e a quegli che sono loro più coniuncti - facci fare simile comandamento. E se alcuno de’ Priori che sono - al presente in ufficio si contenesse nella detta scripta, a loro - notifica che, fra otto dì dal dì ch’aranno diposto l’ufficio, si - debbano qua rapresentare sotto la detta pena dell’avere e della - persona. Tu vedi che questa è materia che à bisognio di diligentia, - e che tosto vi sia data executione, considerato la pena grave - nella quale eglino incorrono non ubidiendo. Oltra ciò fa’ che di - tutte le notificationi e richieste le quali a’ predetti farai, - e de’ raporti d’esse notificationi e richieste, ne facci fare - negli atti della tua corte autentica scriptura; la copia della - quale poi ci manderai, però che non vogliamo ch’alcuno si possa - schusare non ubidendo, con pretendere ignorantia e non gli essere - stato notificato. Avisandoli, che quando qua vengono, s’ànno a - rapresentare dinanzi al nostro Podestà di Firenze. - - Quello si dice de’ Priori di Pisa, che notifichi loro come fra gli - otto dì dal dì che diporranno l’ufficio; non vogliamo che faccia - questa notificatione o che in alcuno modo ne parli, se non quando - diporranno l’ufficio: prima non ci pare honesto.[577] - - - _Gino de Capponibus._ - - Noi non ti potremo, Gino, scrivere in quanta displicentia e - turbatione ci sia stato il caso, il quale abbiamo sentito costà - ne’ dì passati essere corso, cioè di quella fanciulla la quale pare - che di casa di Nicholaio Aragonesi fussi tolta per certi soldati, - non sappia’ però chi si sia stato. Oltracciò abbiamo sentito, che - per te assai è stata martoriata e con aqua e con colla la detta - fanciulla, vogliendo tu ritrovare chi fussi stato quello o quegli - che avessi commesso cosa tanto abominevole vituperosa e trista. - E più pare, secondo che abbiamo informatione da persona degna di - fede, che oltre al villano caso, che avvenne l’altrieri di quella - fanciulla de’ Lanfranchi che fu guasta, essere state poste schale - per intrare a honeste donne e bennate. Questi casi quanto e’ - sieno abominabili, di quanta infamia alla nostra città e quanto - pericolosi, non che tu, Gino, ma qualunque rozzo facilemente il - può giudicare. E sai che nel mondo niuna displicentia e iniuria - si può fare a chi è huomo, nè adducerlo in maggiore displicentia - che vedersi sforzare le donne loro, e l’onestà d’esse (chè sai - quanto è cara cosa) contaminare e vituperare. Quanti stati e - reggimenti per questo siano stati soversi, quanti morti e guerre - di ciò sieno seguite ne’ tempi passati e ne’ moderni, a te può - essere noto, conciosiacosa che, da poi che ’l mondo principiò, - rare sobversioni di reggimenti siano stati, che da simile materia - non abbino avuto principio. Ma pure, pognendo che in questo niuno - pericolo fossi, la cosa in sè è tanto villana e tanto trista e di - tanta infamia sono a chi à el governo, che in nessuno modo sono da - patire sanza grave punitione. E veggiamo chiaramente, Gino, che - ogni dì averranno simili inconvenienti e quali un dì potrebbono - generare grande schandalo, se in questo principio non ci si piglia - tale forma, che nessuno ardisca a comettere cose sì scellerate. E - però vogliamo e a te strettissimamente comandiamo, che in questo - fatto tu proceda in forma e modo che per tutti si cognoscha e vega, - in quanto dispiacere e odio siano a noi queste abominabili cose, - e sia tale esempro e terrore a qualunche che nessuno ardischa più - di commettere cose tanto scellerate. E se intorno acciò, perchè - quanto ti scriviamo abbia luogo, bisognasse che per la nostra - Signoria si facessi alcuno provedimento, prestamente per messo - proprio ce ne rendi avisati. La fanciulla la quale sentiamo che - anchora ài in prigione vogliamo ti sia raccomandata; però che sai, - le fanciulle essere semplice e non cognoscere gli uomini co’ quali - non praticano: et ecci stato amiratione, che lei abbi posto alla - tortura, benchè pensiamo non l’abbi fatto sanza grande cagione. - Data Florentie, die XX mensis iunii MCCCC septimo, Ind. XV. - - - - -Nº V. - -(Vedi pag. 146.) - - -ORDINE DEGLI UFFICI DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. - - L’ordine della città è diviso principalmente in quattro parti, o - chiamansi Quartieri, e ’l primo è il Quartiere di Santo Spirito, - e ’l secondo, quello di Santa Croce, e ’l terzo quello di Santa - Maria Novella, e ’l quarto quello di San Giovanni. Ciascuno - Quartiere è diviso per quattro Gonfaloni, che sono in tutto sedici, - e ogni Gonfalone ha suo segno, non bisogna nominargli. Appresso - v’è l’ordine delle Arti, che sono partite in ventuna, i nomi - delle quali è buono a sapere per molte cose, che hanno a seguire, - a meglio intenderle. La prima è l’Arte de’ Giudici, e Notai, e - questa ha un Proconsolo sopra’ suoi Consoli, e reggesi con grande - autorità, e puossi dire essere il ceppo della ragione di tutta - la Notarìa, che si esercita per tutta la Cristianità, e indi sono - stati i gran Maestri, e autori, e componitori d’essa. La fonte de’ - dottori delle leggi è Bologna, e la fonte de’ dottori della Notarìa - è Firenze. - - Appresso è l’Arte de’ Mercatanti, che trafficano in grosso fuori - di Firenze, che niun’altra città ne potrebbe de’ suoi tanti - annoverare, quanti sono il numero di quegli. - - La terza è l’Arte de’ Cambiatori, che si può dire, che l’Arte - del cambiare per tutto il mondo sia quasi tutta nelle mani de’ - Fiorentini, perchè per tutte le buone città di mercatanzìe tengono - fattori a fare cambi. - - La quarta è l’Arte della Lana, e più panni, e più fini fanno - fare in Firenze, che in alcuno altro luogo, e i suoi Maestri sono - grandi, e buoni onorati cittadini, e sanno fare. - - La quinta è l’Arte della Seta, e li drappi d’oro, e di seta, e - degli orafi, delle quali Arti si lavora nobilmente, e massime dei - drappi. - - La sesta è l’Arte degli Speziali, e de’ Medici, e Merciai, ed è - grande Arte in numero di persone. - - La settima è quella de’ Vaiai, e Pellicciai, e infino a qui si - chiamano le sette Arti maggiori. - - Poi sono le quattordici, che si chiamano Arti minori, ciascuna è - distinta, e ordinata, secondo sua faccenda, Linaiuoli, e Rigattieri - insieme, Calzolai, Fabbri, Pizzicagnoli, Macellari, che si chiamano - Beccai, Vinattieri, Albergatori, Coreggiai, Quoiai, Corazzai, - Chiavaiuoli, Maestri di murare, Maestri di legname, e Fornai. - - I Signori si chiamano Priori dell’Arti, e Gonfaloniere di Giustizia - del Popolo e Comune di Firenze, e sono otto Priori, cioè due di - ciascuno Quartiere, e un Gonfaloniere di Giustizia, che ogni volta - muta Quartiere per ordine, sicchè ogni Quartiere ha la sua volta - il Gonfaloniere di Giustizia, e tutti sono scelti uomini, e più - vantaggiati, e provati, e quegli quasi ha essere il capo di tutti - i Priori, e ha andare innanzi, e non può essere alcun Gonfaloniere - di questi, che non abbia compiuto il tempo di quarantacinque anni, - e la mattina, che entra in uficio, gli è dato in mano il Gonfalone - della Giustizia, che è la croce vermiglia nel campo bianco in un - gran Gonfalone di drappo, il quale tiene in camera sua, e quando - bisognasse aoperarlo, e salisse con esso a cavallo, tutto il popolo - lo debba seguire, e andargli dreto, e ubbidirlo. - - E’ Priori sono otto, de’ quali sei hanno a essere dell’Arti - maggiori, e duo delle quattordici Arti minori, e di questo uficio - non possono essere insieme due consorti, nè parenti per linea - masculina, nè da indi a un anno; e chi è di detto ufficio, non può - essere altra volta, se non passati tre anni dal dì finisce tale - uficio. - - E ’l primo uficio comincia in Calen di gennaio, e dura due mesi, - e così poi l’altro in Calen di marzo, e seguita per tutto l’anno, - sicchè in un anno si mutano sei volte; e la mattina quando entrano - in uficio, si fa festa per tutta la città colle botteghe serrate, - e tutto il popolo va alla piazza per fare compagnia a quegli, che - escono dell’uficio passato, e tornano a casa, ciascuno co’ suoi più - prossimi vicini, o amici, o parenti, e quegli, che hanno fornito - l’uficio de’ due mesi, lasciano l’uficio a’ nuovi, che entrano, e - hannogli prima due dì informati di tutte le cose, che hanno tra le - mani. - - Questi due mesi stanno sempre in Palagio fermi, e in Palagio - mangiano, e dormono, e ogni dì stanno a collegio a sedere a udire, - e diterminare il bisogno del Comune, e hanno tra loro per ordine - uno di loro sempre Proposto, e tocca a ciascuno la sua volta per - sorta, e dura tre dì, e tutti gli altri hanno in que’ tre dì a - seguire il Proposto, e va innanzi allato al Gonfaloniere, e quello, - che è Proposto, è signore di proporre, e mettere a partito fra loro - ciò, che a lui pare, e sanza lui que’ tre dì non si può fare alcuna - cosa. - - Le loro deliberazioni si fanno segrete con fave nere e bianche, e - hanno un frate segretario, che riceve in uno bossolo le dette fave; - ciascuno glie ne dà in mano una segretamente, e coperta, e il frate - la riceve, e mette nel bossolo. Le nere dicono sì, e le bianche - dicono no, a volere essere vinto, e deliberato, e’ si conviene che - sieno le due parti nere. - - Ciascuno ha la sua camera nel Palagio fatta per ordine, e per - Quartiere, e quella del Gonfaloniere è in capo di tutte, e ciascuno - ha al suo servigio un donzello, che lo governa in camera di ciò - fa bisogno, e simile lo serve alla mensa di tagliare, e di ciò fa - bisogno, e sono nove donzelli orrevoli, e costumati, e stanno fermi - in Palagio, e così ciascuno ha due serventi da mandare in qua, e - ’n là, dove fusse bisogno, e al servigio di tutto l’uficio sono - cento famigli, che per ordine vanno vestiti di verde, e portano - certi segni di Comune, i quali hanno a fare compagnia innanzi, e - dietro a’ detti Signori, quando vanno fuori, e hanno a andare per - gli cittadini quando i Signori gli vogliono, e questi cento famigli - hanno un Capitano forestiero, che si chiama Capitano de’ fanti, il - quale è sopra tutti, e hagli a tenere in ordine, e correggere, ed è - molto onorato. - - E sono di tanta preminenza questi famigli de’ Signori, che quando - un di loro fusse dato per compagnia a uno, che avesse bando della - persona, o debito, non è alcuno rettore, nè uficiale, nè cittadino, - che per la vita sua dicesse, o facesse nulla contro a quel tale, e - ’l detto famiglio si concede per partito, e diliberazione de’ detti - Signori. - - Alla mensa de’ Signori non siede alcun altro, che loro e ’l loro - notaio, e’ Signori forestieri, o Ambasciadori di Signori, o di - Comuni quando, gli volessono fare onore, o alcuna volta per festa i - rettori, e certi uficiali cittadini. - - E la mensa de’ detti Signori, si dice, che è sì bene apparecchiata, - e riccamente ornata, e pulitamente servita, quanto mensa - d’alcun’altra Signoria, e per ordine; e come sono diputati ogni - mese alla loro mensa fiorini trecento d’oro, tengono pifferi, - e sonatori, e buffoni, e giocolari, e tutte cose da sollazzo, e - da magnificenza, ma poco tempo vi mettono, che di presente sono - chiamati dal Proposto, e posti a sedere per attendere a’ bisogni - del Comune, che sempre abbonda loro faccenda, e mai non vi manca - che fare. - - Hanno appresso di loro un Notaio, che sta due mesi in Palagio come - loro, e alla loro mensa, il quale non ha a fare altro, se non a - scrivere le loro deliberazioni. - - Hanno un altro Notaio fermo in perpetuo, aiuta quando fa bisogno, - e ’l quale tiene i libri delle leggi, e ordini del Comune, e ha a - scrivere, e a tenere conto di tutte le informagioni che si fanno - per li Signori, e Collegi con loro Consigli. - - Hanno uno Cancelliere, che sempre ne sta fermo in Palagio; i quali - hanno a scrivere tutte le lettere, e pistole, che si mandano a’ - principi del mondo, e a qualunque signoria, e privata persona per - parte del Comune, i quali sono sempre poeti, e di grande scienza. - - Tutti costoro hanno bisogno di tenere sotto loro molti, che - scrivano, e facciano quelle cose, che sono ordinate loro. - - L’uficio, e balìa, e autorità, e potenza de’ detti Signori è grande - senza misura; ciò che vogliono, possono, mentre che dura il loro - uficio, ma non aoperano questa potenzia, se non in certi casi - necessari, e stremi, e di rado; anzi seguitano secondo gli ordini - fatti per lo Comune, e non possono essere dopo l’uficio compiuto - sindacati, nè corretti d’alcuna cosa, che fatta avessono, se non - per baratterìa, o simonìa, e questo ha a conoscere uno uficiale, e - rettore forestiere, che si chiama Esecutore degli ordini, e quando - non ci è, succede in suo luogo, il Podestà di Firenze. - - Poi è l’uficio de’ sedici Gonfalonieri delle compagnie e comincia - adì otto di gennaio, e dura per quattro mesi, sicchè in un anno si - mutano tre ufici; questi hanno sempre a ogni richiesta de’ Signori, - che è quasi ogni dì essere a’ loro piedi a consigliare come fanno - i cardinali, e ’l Papa, e la mattina, che entrano, si fa festa - a botteghe serrate, e stanno i Signori in sulla ringhiera fuori - del Palagio, e simile i rettori con loro, e uno de’ detti rettori - monta in un’altra ringhiera, o vogliamo dire pergamo, e fa una - bella orazione a onore di quella signoria, e de’ Gonfalonieri, e a - ciascuno è dato il suo Gonfalone in mano, e con trombe, e pifferi - innanzi se ne vanno a casa loro accompagnati, e onorati da tutto - il popolo, e tutti gli uomini del Gonfalone vanno in compagnia col - suo, e dreto al suo Gonfaloniere, e ciascuno Gonfalone ha sotto se - tre pennoni di quel segno medesimo, che si danno dove i Gonfaloni; - costoro non hanno a fare altro, se non a’ bisogni essere con quel - segno a seguire il suo Gonfalone. - - Poi v’è uno uficio, che si chiama Dodici buoni uomini, che sono - tre di ciascun Quartieri, e dura tre mesi; cominciano per il primo - uficio adì 15 di marzo, e durano mentre che ’l dì cresce, e a - mezzo giugno, che comincia il dì a scemare, entrano gli altri, e - durano infino che ’l dì è uguale alla notte; poi gli altri infino - al minorare, dipoi gli altri infino a’ dì iguali di mezo marzo, e - questo è con certo misterio, e hanno a stare ciascuno dì, quando i - Signori mandano per loro, a’ loro piedi a consigliare, e per ordine - di Comune sono molte cose di grande importanza, che non si possono - fare per gli Signori sanza i Dodici. - - Questi due ufici, Gonfalonieri, e Dodici si dicono Collegi, e sono - molto onorati appresso de’ Signori. - - Poi è il Consiglio del Popolo, che sono dieci per Gonfalone, e - tutti i Consoli dell’Arti insieme co’ Signori, e Collegi, e certi - altri ufici, che sono in tutto circa dugento cinquanta, per lo qual - consiglio s’hanno a conservare le leggi, e statuti, e ordini di - Comune già fatti per li Signori, e Collegi, e se non si vincesse - per le due parti del detto consiglio insieme col loro colle fave - nere, e bianche in segreto, non vale niente, e non può andare - innanzi. - - E quello, che sarà confermato per lo detto consiglio, bisogna, - che vada poi un’altra volta a partito in un altro consiglio, che - si chiama consiglio del Comune, dove sono circa dugento insieme - co’ Signori, e Collegi, e non essendo confermato, e vinto per le - due parti, simile in questo secondo consiglio non vale, ma le cose - giuste, e utili, e oneste si vincono, e intendesi essere legge di - Comune. - - L’uficio de’ Dieci di balìa, che sono eletti a boce, ovvero colle - fave sanza farne borsa, sono uomini valenti, e scelti, e pratichi, - e non si fanno, se non a tempo di guerra, e costoro hanno allora - di fuori della città, e ne’ fatti della guerra tutta la balía, e - potenza de’ Signori, e di tutto il Comune. - - L’uficio degli Otto della guardia hanno a stare desti, e attenti - contro di chi cercasse di fare, o facesse alcune cose contro al - reggimento, e contro alla città, o castelli, o terre del Comune, - e non hanno balía di punire, ma di mettere il colpevole nelle mani - del Rettore, che ne faccia giustizia. - - L’uficio de’ Regolatori sono sei, e hanno a provvedere sempre tutte - le rendite, e entrate del Comune, che elleno si mantengano buone, e - non sieno maculate, e ’n tutte le spese, che si fanno, provvedere - che ’l Comune non sia ingannato, e fare rivedere le ragioni de’ - Camarlinghi, e fare riscuotere da chi deve dare. - - Sono altri uficiali, che si dicono Governatori delle Gabelle delle - Porti; oggi si chiamano Maestri di Dogana, e del sale, vino, e - contratti, che hanno assai faccende a provvedere, che ’l Comune non - sia ingannato. - - L’uficio de’ Capitani di Parte guelfa è grande, e d’onoranza più - per memoria dell’antica virtù, e operazioni operate sotto quel - segno, che per cose, che al dì d’oggi abbiano a fare. Hanno a - ricevere molte rendite, e spenderle in onore della Parte guelfa. - - L’uficio dei Dieci della Libertà è di grande importanza, e dassi - a uomini di molta scienza, e pratichi, e hanno a udire le querele - di molti, che sono molestati civilmente alla ragione per vigore - di strumenti, e carte, e dicono, o non essere stato vero, o avere - pagato, o non doversi giudicare per quella via, o essersi obbrigati - per inganni, o fraude, e sì costoro hanno a conoscere se la cosa - il merita, e strignerli a fare compromesso, e che si vegga per - via d’equità, e di discrezione, e molto giova questo uficio allo - aiuto di persone povere, che non hanno da spendere in piatire, e in - procuratori, e avvocati. - - Uficiali d’Abbondanza si fanno solo in tempo di carestia, acciocchè - la Terra stia abbondevole di grano per la povera gente, e allora - usano bellissimi modi a fare contro alla carestia. - - Uficiali di Grascia hanno a provvedere sopra le mulina, e mugnai, - che rendano a’ cittadini buona ragione, e tengono ragione di molte - cose contro a coloro, che non sono sottoposti ad alcuna Arte. - - Sono appresso uficiali di pupilli, e vedove, eletti a boce, buoni, - e onesti uomini, che temano Iddio, e amino misericordia, e fanno - tenere conto, e ragione di tutti e’ pupilli, che sono lasciati - sotto loro governo per insino che sieno in età perfetta. - - Uficiali di Castella hanno a provvedere sempre, che le castella, e - rocche, e fortezze del Comune sieno salde, e fare racconciare dove - bisognasse, e sieno bene fornite d’opera, e da vivere, e sieno bene - guardate, e che v’è mandato tenga la famiglia, che dee tenere. - - Uficiali della Torre, hanno a mantenere, e migliorare ponti, e mura - della città, e contado, fare racconciare i lastrichi delle vie, - quando sono guasti, e provvedere a tetti, e sporti, e ruine. - - Uficiali di Condotta sono sopra soldare, e fare rassegnare gente - d’arme. - - Molti altri ufici di Comune, che sarebbe lungo a dire, e ciascuno - ha sua casa, dove si raunano, e scrivani, e camarlinghi. - - Sono dipoi i Consoli dell’Arte, e ciascuna Arte ha sua casa, e - residenza molto onorate, e ornate, dove si raunano due dì per lo - meno ogni settimana, a tenere ragione, e udire, e giudicare, e - quale Arte ha otto Consoli, e quale sei, e ’n quale sono quattro, - secondo che è maggiore, e di maggiore faccenda, e alla sentenza - de’ Consoli non si può appellare. Ogni Arte può conoscere, e - giudicare la quistione di qualunque, che si richiamasse contro a un - sottoposto a quella tale Arte, e contro a ciascuno, che non fusse - sottoposto ad alcun’Arte, quando il sottoposto di quell’Arte si - richiamasse di quel tale. - - L’uficio della Mercatanzia sono uno uficiale forestiere dottore - di legge civile, con sei consiglieri cittadini de’ più notabili, e - savj, e pratichi uomini dell’Arti dette, uno di ciascun’Arte delle - cinque maggiori, che se ne trae fuori quella de’ giudici, e notai, - e quella de’ vaiai, e pellicciai, e poi uno come tocca per sorta - intra tutte le XIV Arti, cioè le XIV minori, e con esse è quella - de’ vaiai, e pellicciai, e pigliasi quello ordine perchè quelle - cinque Arti, cioè mercatanti, cambiatori, lanaiuoli, setaiuoli, - e speziali, sono mercatanti, e di loro sono eletti a questo - uficio pochi, ma solamente que’ sono i vantaggiati, e innanzi a - questo uficio vengono tutte le grandi quistioni, e gran casi di - tutto il mondo, e liti di cose fatte per mare, e per terra, e di - compagnie, e di falliti, e di rappresaglie, e d’infiniti casi, e - dannovisi giustissimi giudicj, e notabili determinazioni, e alle - loro sentenze non si può appellare. Questo uficio ha una casa, e - un palazzo assai grande, e onorato, e ornato, e magnifico, e dura - l’uficio de’ Sei tre mesi, e l’uficiale forestiere sei mesi, e - bisogna, che tenga ferma abitazione nel detto palazzo egli, e suoi - notai, e famigli, e non vi può menare sua donna, nè figliuoli. - - Resta a dire de’ tre rettori principali, Podestà, Capitano, - Esecutore, che bisogna, che sieno forestieri, di luogo di lungi - a Firenze per lo meno miglia sessanta, e dura l’uficio loro mesi - sei, e non può tornare altra volta infra dieci anni, nè egli, nè - suoi giudici, se non fusse per deliberazione del Comune vinta per - gli consigli, che interviene rade volte. Questo si fa perchè quello - Rettore non abbia parenti, nè amici, nè conoscenti, nè grandi, nè - minori, se non gli ordini, e le leggi della città, i quali dee - osservare, e hanno grandissima balìa, e stanno con grandissima - onoranza. In prima - - Il detto Podestà tiene con seco quattro giudici dottori in legge - civile, e sedici notai, perchè alla sua corte si piatisce di tutti - i casi civili, di reditadi, di testamenti, e lasci di dote, di - compre e vendite, di tutti e’ casi, de’ quali apparisce strumento - pubblico, e hanno a conoscere, e terminare di ragione; poi dee - tenere molta famiglia, e cavalli, e ha di salario in sei mesi - fiorini dumilatrecento, e sta in un bellissimo palagio, e non può - essere Podestà, nè Capitano in Firenze alcuno, se non conte, o - marchese, o cavaliere, e che sia guelfo, e l’esecutore conviene, - che sia il contrario, e non de’ detti gradi, ma che sia uomo - popolare, e guelfo, e ’l Capitano, e ’l Podestà, e lo Esecutore - hanno tutti balìa sopra i condannati, e sbanditi, e contro a tutti - i micidj, e furti, e falsarj, e ogni cosa criminale. Il Capitano - si dice del Popolo, e il segno suo è per guardia della città, e - dello Stato, e reggimento d’essa, e ha balìa di fatto contro a chi - tentasse alcuna cosa contro a reggimento; lo Esecutore ha balìa di - fatto solamente contro a’ grandi uomini in difensione de’ popolani, - e minori, e questo fu trovato per antico tempo a riprimere la - superbia de’ maggiori, e farò senza più dire degli ufici drento - della città. - - Ma gli uficj di fuori sono quegli, di che i cittadini avanzano, e - hanno salario, e premio, e sono i principali, e maggiori; in prima - - Capitano di Pisa, Capitano d’Arezzo, Capitano di Pistoia, Capitano - di Volterra: questi sono Signori di quelle Terre, mentre che - durano sei mesi di tali ufici, e hanno balía per la guardia della - Terra di ragione, e di fatto sanza misura. Appresso Podestà di - Pisa, Podestà d’Arezzo, Podestà di Pistoia, Capitano di Cortona, - Capitano del Borgo a San Sepolcro, Podestà di Prato, Podestà di - Colle, Podestà di San Gimigniano, Podestà di Monte Pulciano, e - altri, che hanno a governare i casi civili, e criminali, e menare - suo’ giudici, e famigli assai, e sono molto onorati. Poi sono - Vicario di San Miniato, Vicario di Val di Nievole, e di Pescia, - Vicario di Firenzuola, Vicario di Poppi, e del Casentino, Vicario - d’Anghiari, tre Vicariati in quello di Pisa; Capitano dell’Alpe - di Pistoia, e Capitano di Romagna, e di Castrocaro, Vicario di - Poppi, e di tutto il Casentino, Podestà di Castiglione Aretino, - Podestà, ovvero Capitano di Maremma di Pisa. Poi sono tanto numero - di Podestà in tutte l’altre terre, che sarebbe troppo lungo dire, - a volerle sapere. A questi ufici sono eletti in Firenze buoni, - e discreti cittadini il più che si può, e vanno in detti luoghi - per acquistare chi onore, e chi avere, e chi l’una cosa, e chi - l’altra; e interviene spesso, che sono di quelli, a chi viene fatto - d’acquistare in tutto, o in parte di quel ch’è detto, e alcuna - volta il contrario, cioè vergogna, e danno, perocchè i fatti degli - uomini di Firenze non possono essere nascosi, e hanno troppi occhi - addosso, e chi fa bene, n’acquista il merito, e chi fa male tosto - è manifesto, ed è punito, e corretto, e gastigato per debito di - giustizia, e per esemplo degli altri; e quando detti uficiali - tornano in Firenze delle dette Terre, sono bene esaminate l’opere - fatte per loro, e a ciascuno è retribuito a Firenze secondo il - merito, e per la virtù di questa giustizia i buoni sono sempre - invitati, e confortati a ben fare, e i rei e malvagi, puniti e - spaventati, e il bene cresce, e il male si spegne, e seguitano - una concordia in Firenze di grandi, e minori, e mezzani onorati - ciascuno secondo suo grado, e secondo i loro meriti, che ne seguita - una melodia sì dolce, che la sente il Cielo, e muove i santi ad - amare questa città, e difenderla da chi volesse guastare tanto - tranquillo e pacifico stato. - - Appresso vi sono, come dissi in principio, il gran numero di - buoni uomini e donne, che sempre con orazioni e limosine, e sante - operazioni impetrano da Dio misericordia contro a’ viziosi, che non - può essere, che non ve ne sieno, a tale che per amore de’ buoni - Nostro Signore Iddio ha guardata, e conservata quella città, e - accresciuta quanto altra città d’Italia. Amen. - - -DESCRIZIONE DELLE FESTE DI SAN GIOVANNI. - - Quando ne viene il tempo della Primavera, che tutto il Mondo - rallegra, ogni Fiorentino comincia a pensare di fare bella Festa - di San Giovanni, che è poi a mezza la State, e di vestimenti, e di - adornamenti, e di gioie ciascuno si mette in ordine a buon’otta; - chiunque ha a fare conviti di nozze, o altra Festa s’indugia a quel - tempo per fare onore alla Festa mesi due innanzi, si comincia a - fare il Palio, e le veste de’ Servitori, e’ pennoni, e le trombe, - e i Palj del drappo, che le Terre accomandate, e del Comune danno - per censo, e ceri, e altre cose, che si debbono offerere e invitare - gente a procacciare cose per li conviti, e venire d’ogni parte - cavalli per correre il Palio, e tutta la Città si vede in faccenda - per lo apparecchiamento della Festa, e gli animi de’ giovani, e - delle donne, che stanno in tali apparecchiamenti; non resta però, - che i dì delle Feste, che sono innanzi, come è Santo Zanobi, e per - la Ascensione, e per lo Spirito Santo, e per la Santa Trinità, e - per la Festa del Corpo di Cristo, di fare tutte quelle cose, che - allegrezza dimostrino, e gli animi pieni di letizia, ed ancora - ballare, sonare, e cantare, conviti, e giostre, e altri giuochi - leggiadri, che pare, che niuna altra cosa s’abbia a fare in que’ - tempi infino al dì della vigilia di San Giovanni. - - Giunti al dì della vigilia di San Giovanni, la mattina di buon’ora - tutte le Arti fanno la mostra fuori alle pareti delle loro botteghe - di tutte le ricche cose, ornamenti, e gioie; quanti drappi d’oro - e di seta si mostrano, ch’adornerebbero dieci Reami! quante gioie - d’oro, e d’ariento, e capoletti, e tavole dipinte, e intagli - mirabili, e cose, si appartengono a fatti d’arme, sarebbe lungo a - contare per ordine. - - Appresso per la Terra in sull’ora della terza si fa una solenne - pricissione di tutti i Cherici, Preti, Monaci, e Frati, che sono - grande numero di Regole, con tante Reliquie di Santi, che è una - cosa infinita, e di grandissima divozione, oltre alla maravigliosa - ricchezza di loro adornamenti, con ricchissimi paramenti addosso, - quanti n’abbia il Mondo, di veste d’oro, e di seta, e di figure - ricamate, e con molte Compagnie d’uomini secolari, che vanno - ciascuno innanzi alla regola, dove tale Compagnia si raguna, - con abito d’Angioli, e suoni e stromenti d’ogni ragione, e canti - maravigliosi, facendo bellissime rappresentazioni di que’ Santi, e - di quelle Reliquie, a cui onore la fanno. Partonsi da Santa Maria - del Fiore, e vanno per la Terra, e quivi ritornano. - - Poi dopo mezzo giorno, e alquanto passato il caldo, circa all’ora - del Vespro tutti i Cittadini sono ragunati ciascuno sotto il suo - Gonfalone che sono sedici, e per ordine primo, e secondo, e così - succedendo vanno l’uno Gonfalone drieto all’altro, e in ciascuno - Gonfalone tutti i suoi Cittadini a due a due andando innanzi i - più degni, e i più antichi; e così seguendo infino a’ garzoni - riccamente vestiti, a offerere alla Chiesa di San Giovanni un - torchietto di cera di libbre una per uno, avendo i detti Gonfaloni - spesse volte, o la maggiore parte d’essi innanzi da sè uomini con - giuochi d’onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le strade, - dove passano, sono tutte adorne alle mura e al sedere di capoletti, - spalliere, e pancali, i quali sono coperti di zendadi, e per tutto - è pieno di donne giovani, e fanciulle vestite di seta, e ornate - di gioie, e di pietre preziose, e di perle, e questa offerta basta - infino al coricare del sole, e fatto l’offerta, ciascuno cittadino, - e donna si tornano a casa a dare ordine per la mattina seguente. - - La mattina di San Giovanni chi va a vedere la piazza de’ Signori, - gli pare vedere una cosa trionfale, e magnifica, e maravigliosa, - che appena che l’animo vi basti. Sono intorno alla gran piazza - cento torri, che paiono d’oro, portate quali con carrette, e quali - con portatori, che si chiamano ceri, fatti di legname, di carta, e - di cera con oro, e con colori, e con figure rilevate, voti drento, - e drento vi stanno uomini, che fanno volgere di continovo, e girare - intorno quelle figure. Quivi sono uomini a cavallo armeggiando, e - quali sono pedoni con lance, e quali con palvesi correndo, e quali - sono donzelle, che danzano a rigoletto. In su essi sono scolpiti - animali, e uccelli, e diverse ragioni d’alberi, pomi, e tutte cose, - che hanno a dilettare il vedere, e il cuore. - - Appresso intorno alla ringhiera del Palagio vi ha cento pali, o - più nelle loro aste appiccati in anelli di ferro, e i primi sono - quelli delle maggiori città, che danno tributo al Comune, come - quello di Pisa, d’Arezo, di Pistoia, di Volterra, di Cortona e di - Lucignano, e di Castiglione Aretino, e di certi Signori di Poppi, - e di Piombino, che sono raccomandati del Comune, e sono di velluto - doppi, quale di vaio, quale di drappo di seta, gli altri tutti sono - di velluto, o d’altri drappi, o taffettà listrati di seta, che pare - una maravigliosa cosa a vedere. - - La prima offerta, che si fa la mattina, sì sono i Capitani della - Parte guelfa con tutti i cavalieri, essendovi ancora Signori, - Ambasciadori, e Cavalieri forestieri, che vanno con loro con grande - numero de’ più onorevoli cittadini della Terra, e col Gonfalone del - segno della Parte guelfa innanzi portato da uno de’ loro donzelli - in su uno grosso palafreno vestito di sopravvesta di drappo, e il - cavallo covertato infino a terra di drappo bianco col segno della - Parte guelfa. - - Poi seguono i detti pali portati a uno a uno da un uomo a cavallo, - quale uomo ha il cavallo covertato di seta, e quale no: come - sono per nome chiamati, e’ vannosi a offerere alla chiesa di San - Giovanni. E questi pali si danno per tributo delle Terre acquistate - dal Comune di Firenze, e di loro raccomandati da un certo tempo in - qua. - - I ceri soprascritti, che paiono torri d’oro, sono i censi delle - Terre più antiche de’ Fiorentini, e così per ordine di degnità - vanno l’uno drieto all’altro a offerere a San Giovanni, e poi - l’altro dì sono appiccati intorno alla chiesa dentro, e stanno - tutto l’anno così infino all’altra Festa, e poi se ne spiccano i - vecchi, e de’ pali fassene paramenti, e palj da altari, e parte de’ - detti palj si vendono allo ’ncanto. - - Dopo questi si va a offerere una moltitudine maravigliosa, e - infinita di cerotti grandi, quale di libbre cento, quale cinquanta, - quale più, quale meno, per infino in libbre dieci di cera accesi, - portati in mano da’ contadini di quelle ville, che gli offerano. - - Dipoi vanno, a offerere i Signori della Zecca con un magnifico - cero portato da un ricco carro adorno, e tirato da un paio di buoi - covertati col segno ed arme di detta Zecca, e sono accompagnati i - detti signori di Zecca da circa di quattrocento tutti venerabili - uomini matricolati, e sottoposti all’Arte di Calimala Francesca, e - de’ Cambiatori, ciascheduno con begli torchietti di cera in mano di - peso di libbre una per ciascuno. - - Dipoi vanno a offerere i Signori Priori, e loro Collegi colli loro - Rettori in compagnia, cioè Podestà, Capitano, e Assecutore, con - tanto ornamento, e servidori, e con tanto stormo di trombe, e di - pifferi, che pare, che tutto il mondo ne risuoni. - - E tornati, che’ Signori sono, vanno a offerere tutti i corsieri, - che sono venuti per correre il Palio, e dopo loro tutti i - Fiamminghi, e Bramanzoni, che sono a Firenze tessitori di panni - di lana, e dopo questi sono offerti dodici prigioni, i quali per - misericordia sono stati tratti di carcere per li opportuni consigli - a onore di San Giovanni, i quali sieno gente miserabili, e sienvi - per che cagione si voglia. - - Fatte queste cose e offerte, uomini, e donne tornano a casa a - desinare, e come ho detto, per tutta la città si fa quel dì nozze, - e gran conviti con tanti pifferi, suoni, e canti, e balli, feste e - letizia, e ornamento, che pare, che quella Terra sia il Paradiso. - - Dipoi dopo desinare passato il mezzo dì, e la gente s’è alquanto - riposata, come ciascuno s’è dilettato, tutte le donne, e fanciulle - ne vanno dove hanno a passare quelli corsieri, che corrono al - Palio, che passano per una via diritta per lo mezzo della città, - dove sono buon numero d’abitazioni, e belle case, ricche, e di - buoni cittadini, più che in niuna altra parte, e dall’uno capo - all’altro della città per quella diritta via piena di fiori sono - tutte le donne, e tutte le gioie, e ricchi adornamenti della città, - e con grande festa, e sempre vi sono molti signori, e cavalieri, - e gentiluomini forestieri, che ogni anno delle terre circostanti - vengono a vedere la bellezza, e magnificenza di tale festa, ed - evvi per detto corso tanta gente, che par cosa incredibile, di - forestieri, e cittadini, che chi non lo vedesse, non lo potrebbe - credere, nè immaginare. - - Dipoi al suono de’ tre tocchi della campana grossa del Palagio de’ - Signori, i corsieri apparecchiati alle mosse si muovono a correre, - ed in sulla torre si veggono per li segni delli ragazzi, che su - vi sono, quello è del tale, e quello è del tale, venuti da tutti i - confini d’Italia i più vantaggiati corsieri barbereschi del mondo, - e chi è il primo, che giugne al palio, lo guadagna, il quale è - portato in sur una carretta triunfale con quattro ruote adorna con - quattro lioni intagliati, che paiono vivi, uno in sur ogni canto - del carro, tirato da due cavalli covertati col segno del Comune - loro, e due garzoni, che gli cavalcano, e guidano; il quale è molto - grande, e ricco palio di velluto chermisi fine in due pali, e tra - l’uno e l’altro uno fregio d’oro fine largo un palmo foderato di - pance di vaio, e orlato d’ermellini infrangiato di seta, e d’oro - fine, che in tutto costa fiorini 300 o più, ma da un tempo in - qua s’è fatto d’alt’e basso broccato d’oro bellissimo, e spendesi - fiorini 600 o più. - - Tutta la gran piazza di San Giovanni, e parte della via è coperta - di tende azzurre con gigli gialli, la chiesa è una cosa di - maravigliosa figura; ed altro tempo richiederà a parlare d’essa, - quando aremo a dire degli ornamenti di quella città. (_Questo - l’autore non fece mai._) - - - - -Nº VI. - -(Vedi pag. 170.) - - -Vogliamo qui dare l’elenco delle Ambascerie e Commissioni affidate -a Rinaldo degli Albizzi, che si leggono per disteso nella più volte -citata pubblicazione del signor Guasti. A noi giovano come saggio della -politica operosità di quegli anni e del grande credito di cui godeva -Rinaldo in Firenze. - - I. - - 1399, 23 _luglio_. - - Mandato a Montalpruno per l’edificazione d’una bastia. - - II. - - 1399, 13-16 _agosto_. - - Mandato a incontrare Giovanni Orsino ambasciatore del re Ladislao. - - III. - - 1399, 29 _novembre_. - - Andando Capitano d’Assisi gli è commesso dalla Signoria di parlare - in Cortona con Uguccione dei Casali. - - IV. - - 1402, 22 _giugno_ — 13 _luglio_. - - Mandato in Rimini a Carlo Malatesti dal quale ottiene il passo di - quel Porto alle mercanzie dei Fiorentini. - - V. - - 1404, 3-11 _marzo_. - - Mentre è Potestà di Rimini, viene a Firenze mandato da Carlo - Malatesti per interessi dipendenti dalla condotta che egli teneva. - - VI. - - 1404, 11 _marzo_. - - Sotto nome di messer Maso suo padre, e all’insaputa dei Dieci di - Balìa, ha commissione dai Signori di trattare con Carlo Malatesti - per far pace tra il Comune di Firenze e il Duca di Milano. - - VII. - - 1404, 26 _aprile_ — 11 _maggio_. - - Torna a Firenze per commissione del Malatesti a proposito di questo - trattato. - - VIII. - - 1404, 24 _maggio_ — 6 _giugno_. - - Torna di nuovo pel trattato stesso. - - IX. - - 1404, 11 _agosto_ — 4 _settembre_. - - Mandato dal Malatesti per accordare la Repubblica di Firenze con - gli Ubertini e i Conti di Bagno. - - X. - - 1405, 1-11 _gennaio_. - - Essendo Potestà di Città di Castello è mandato da quel Comune a - visitare il cardinale Landolfo Maramaldo vescovo di Bari. - - XI. - - 1405, 18 _gennaio_ — 2 _febbraio_. - - Viene a Firenze per esporre certe doglianze del re Ladislao in - aggravio dei Fiorentini. - - XII. - - 1405, 3-14 _febbraio_. - - Sempre Potestà della Città di Castello va per commissioni private a - Perugia e a Todi. - - XIII. - - 1405, 22 _febbraio_ — 29 _marzo_. - - Dai Castellani è mandato allo stesso Cardinale, e poi da questo - a Napoli e quindi a Firenze per notificare alla Signoria ciò che - aveva fatto col Re. - - XIV. - - 1405, 13-28 _settembre_. - - Per commissione della Signoria è mandato a Città di Castello e in - altri luoghi per cagione della guerra che era tra’ Castellani e gli - Ubaldini della Carda. - - XV. - - 1406, 6 _luglio_ — 15 _agosto_. - - Nuova commissione ai suddetti per le stesse cagioni. - - XVI. - - 1506, 24 _agosto_ — 9 _novembre_. - - Mandato a Innocenzio VII in Roma e al re Ladislao in Napoli per - indurli a non dare aiuto a’ Pisani. - - XVII. - - 1406, 26 _novembre_ — 23 _dicembre_. - - Mandato a stipulare un accordo generale tra i Castellani co’ loro - amici e gli Ubaldini. - - XVIII. - - 1407, 4-19 _gennaio_. - - A Perugia per la stessa pace. - - XIX. - - 1407, 20 _febbraio_ — 20 _marzo_. - - A Perugia per le cose stesse. - - XX. - - 1407, 17-28 _settembre_. - - Al Monte di Santa Maria per mettere accordo tra que’ Marchesi. - - XXI. - - 1408, 27 _giugno_ — 1 _luglio_. - - A Lucca per accompagnare Gregorio XII verso Siena a fare accordo - con Paolo Guinigi. - - XXII. - - 1408, 2-20 _luglio_. - - Torna a Lucca per seguitare la detta commissione. - - XXIII. - - 1408, 18-31 _ottobre_. - - Essendo de’ Dieci al governo di Pisa è mandato per comporre certa - differenza tra il Capitano di Livorno e quello del Porto Pisano. - - XXIV. - - 1409, 19-22 _gennaio_. - - A Niccola castello di Lunigiana e a Sarzana per questione di - confini col Governatore di Genova. - - XXV. - - 1409, 24 _aprile_ — 3 _maggio_. - - Ambasciatore ai Cardinali radunati in Pisa per il Concilio. - - XXVI. - - 1410, 21-22 _settembre_. - - Essendo Potestà di Prato è mandato a Firenze da quel Comune per una - questione di gravezze. - - XXVII. - - 1410, 10-17 _novembre_. - - A Siena mandato dalla Signoria di Firenze per un trattato di pace - col re Ladislao. - - XXVIII. - - 1410, 21-26 _dicembre_. - - Di nuovo a Siena per la conchiusione di detta pace. - - XXIX. - - 1412, 23 _maggio_ — 16 _giugno_. - - Mandato dai Sei della Mercanzia a Ferrara e a Venezia per certe - gravezze imposte in questa città sui forestieri. - - XXX. - - 1413, 1-11 _gennaio_. - - Mandato di commissione privata a Rimini a cercare accordo tra - Giovanni XXIII e Gregorio XII. - - XXXI. - - 1414, 6-18 _maggio_. - - A Siena per incontrarsi con ambasciatori del re Ladislao. - - XXXII. - - 1414, 8 _ottobre_ — 23 _dicembre_. - - A Napoli per trattare accordo tra Giovanni XXIII e la regina - Giovanna II. - - XXXIII. - - 1418, 29 _settembre_ — 7 _novembre_. - - Fa parte della grande ambasceria mandata al nuovo Papa Martino V - che egli accompagna da Pavia a Milano fino a Mantova. - - XXXIV. - - 1420, 9-12 settembre. - - Mandato con altri ad accompagnare papa Martino da Firenze sino ai - confini di Siena. - - XXXV. - - 1421, 25 _settembre_ — 1422, 2 _gennaio_. - - In Roma a papa Martino e quindi in Napoli alla regina Giovanna e - poi ad Alfonso d’Aragona ch’era in campo contro a Luigi d’Angiò con - varie commissioni e della Signoria di Firenze e del Papa. - - XXXVI. - - 1423, 19 _marzo_ — 13 _aprile_. - - Al Legato di Bologna e quindi a Venezia dove insieme con gli - ambasciatori del Duca di Savoia tratta l’accordo tra l’Imperatore e - quella Signoria. - - XXXVII. - - 1423, 22 _aprile_ — 6 _maggio_. - - Di nuovo al Legato di Bologna per alcune mosse del Duca di Milano. - - XXXVIII. - - 1423, 7-23 _maggio_. - - Di nuovo a Bologna per trattare un accordo col Legato. - - XXXIX. - - 1423, 7-17 _giugno_. - - Di nuovo a Bologna per le stesse cose. - - XL. - - 1423, 31 _agosto_ — 1 _dicembre_. - - A Carlo re e Pandolfo Malatesti, il quale essendo Capitano dei - Fiorentini, l’Albizzi rimane presso lui commissario nella guerra - contro al Visconti. - - XLI. - - 1424, 31 _gennaio_ — 26 _febbraio_. - - A Ferrara per la riconciliazione tra il Comune di Firenze e il Duca - di Milano. - - XLII. - - 1424, 2-22 _maggio_. - - A Venezia per mantenere quella Signoria nella Lega contro al - Visconti. - - XLIII. - - 1424, 30 _maggio_. - - Stando a Pratovecchio ha commissione di ricercare gli andamenti di - un certo sbandito. - - XLIV. - - 1424, 5 _giugno_. - - Dallo stesso luogo per cose private. - - XLV. - - 1424, 19 _giugno_ — 28 _novembre_. - - Ambasciatore a Martino V perchè si dichiari contro al Duca di - Milano. - - XLVI. - - Commissione di trattare essendo in Roma per la pace col Duca. - - XLVII. - - 1425, 11 _luglio_ — 1426, 20 _gennaio_. - - Di nuovo a Roma per la detta guerra. - - XLVIII. - - 1426, 1 _febbraio_ — 11 _giugno_. - - All’Imperatore in Vienna e quindi nell’Ungheria allo Spano per - la pace tra detto Imperatore e la Repubblica di Venezia; poi a - Venezia, a Ferrara e a Bologna per la pace col Visconti. - - XLIX. - - 1427, 28 _ottobre_ — 1428, 13 _gennaio_. - - A Venezia di nuovo per conchiudere la detta pace. - - L. - - 1429, 16-19 _giugno_. - - Va incontro al Principe di Salerno nipote di Martino V. - - LI, LII, LIII. - - 1429. - - Qui è laguna nel manoscritto, supplito ampiamente nella edizione; - Rinaldo, prima Vicario in Valdarno è uno dei Conservatori di Legge, - va poi Commissario contro ai Volterrani ribellati. - - LIV. - - 1429, 15 _dicembre_ — 1430, 21 _marzo_. - - Uno dei Commissari nella guerra contro Lucca (a questa Commissione - va unito gran numero di sue lettere private). - - LV. - - 1431, 2-3 _giugno_. - - È mandato dai Dieci a dare il bastone di Capitano generale a - Micheletto degli Attendoli. - - LVI. - - 1433, 8-21 _febbraio_. - - In Siena all’imperatore Sigismondo. - -Seguono in fine al III volume delle Commissioni quattordici Appendici -concernenti tra molte altre cose una disputa di filosofia religiosa che -Rinaldo sostenne da giovane, il grado e l’uffizio di Senatore di Roma -che egli tenne i primi sei mesi del 1432, la portata dei suoi averi, i -testi delle sentenze pronunziate contro Rinaldo degli Albizzi, il tempo -della sua morte e cose risguardanti la sua famiglia ec. - - - - -Nº VII. - -(Vedi pag. 250.) - - -TRE LETTERE DELLA SIGNORIA DI FIRENZE A NERI CAPPONI, ORATORE A SIENA, -PER IL CASO DI BROLIO. OTTOBRE 1434. - -(Dal Registro originale ad an. nel R. Archivio di Stato.) - - _Nerio Gini._ - - Karissimo nostro. Noi siamo avisati da te della perfecta - dispositione et optima volontà de la Signoria di Siena, et quanto - cordialmente dispiace loro il caso di Brolio. Et quanto se offerano - con ogni loro possa per correggier questo scandolo. Commendiamo - la tua diligentia, et siamo più che certi de la perfecta volontà - di cotesti magnifici Signori et karissimi fratelli nostri. Et - perchè queste sono cose che al tutto bisogna che sieno corrette et - gastigate, sì per honore di Comune, sì etiandio per dare exemplo - agl’altri che non ardischino d’atentare simile materia, ci pare - necessario di ragunare le forze et monstrare a messer Antonio - l’error suo. Et pertanto sarai con cotesti magnifici Signori - et ringrazierali de l’offerte per parte di questa Signoria, et - richiederali che voglano concorrere insieme con noi colle forze - loro, o almeno con parte d’esse forze, acciò ch’el caso di messer - Antonio si corregga, o per forza, se lui vorrà pure perseverare - nella sua audacia, o per altra via; perchè non dubitiamo che, - vedendo messer Antonio le forze de’ Sanesi et nostre concorrere - contra lui, piglerà partito di levarsi da tale temerità. Intorno - a questa parte d’aver le forze di cotesta Signoria, metterai ogni - diligenza; chè non dubitiamo sarà facile, vedute le proferte loro - et la loro optima dispositione. Oltra di questo richiederai cotesti - magnifici Signori che voglano in tutte l’altre cose apartenenti - a correptione di questo facto procedere, et con restrignere i - congiunti di messer Antonio et con fare gl’altri rimedii che - si soglon fare contra i citadini inobedienti et concitatori di - scandoli et di brighe. Noi da l’altra parte manderemo et genti - d’armi et fanti a piè et provederemo a tutte le cose oportune per - raquistare il Castel nostro, occupato sotto nostro salvocondotto - sanza alcuna lealtà o fede; però ch’el nostro honore richiede che - così facciamo, nè vediamo poter fare di meno. Dat. Florentie, die - XII octobris 1434. - - _Nerio Gini._ - - Karissimo nostro. Per l’altra lettera ti scriviamo quanto in verità - richiede l’onor del Comune nostro, et così voglamo che tu mandi - ad executione. Pur nientedimeno nel segreto, ci pare che, potendo - acconciare la cosa per via di concordia sanza entrare in briga - d’avere a metter campo et simili cose, sia miglior partito et molto - più utile. Et pertanto, quello che ti scriviamo ne l’altra lettera, - sia aperto et in dimostratione. Et s’elli s’adopera quella via, - adoperisi ad effecto che l’amico discenda a voler lasciare i’ luogo - di concordia. Et nientedimeno, per tutte l’altre vie che ti paiono - verisimili et apte a partorir concordia, seguiterai, perchè nel - vero è pur utile non avere a far pruova. Et se pure tu diliberi - d’andare personalmente, guarda di giucar del sicuro. - - Hora, tu se’ molto intendente, adopera come tu credi che ben sia. - Dat. Florentie, die XII octobris 1434. - - _Nerio Gini._ - - Noi abbiamo questa mattina una tua lettera de’ dì XIII et hieri - n’avemo una de’ dì XII a hore XVI, et abbiamo le copie de le - lettere scripte a messer Antonio et de le sue risposte, et anchora - la copia de la lettera scripta a te. Tutto raccolto comprendiamo - che lui desideri sommamente l’acordo. Per la tua ultima ci chiedi - risposta. Noi ti rispondemo a’ dì XII, et mandamoti le lettere - per Victorio nostro cavallaro. Sì che noi teniamo che a dì XIII di - buona hora, tu dovessi havere la risposta che tu cerchi da noi; et - quanto allora ti scrivemo manderai ad executione. Quelle ti mandamo - per Victorio furono due lettere. Ne la prima ti commettavamo che - tu richiedessi la Signoria di Siena delle loro forze et genti per - strignere messer A. a lasciar quello luogo o torglele per forza, et - simile che tu richiedessi la Signoria di Siena a procedere contra - messer A. et contra le cose sue et suoi congiunti. Nè l’altra - lettera era in secreto, che a noi pareva più utile seguitare la - via de l’acordo per non avere a entrare in difficultà di por campo - etc. Hora questo era l’effecto de le due lettere sotto brevità; et - così metterai ad executione. Parlandosi d’acordo, monsterrai fare - da te et non per nostra commissione, et monsterrai questi essere - tuoi pensieri et tuoi avisi. Veggiamo che tu aspecti risposta da’ - Sanesi, et pensiamo che da messer A. tu harai con buono modo già - sentito et tastato dove gli va il pensiero. Di tutto aspectiamo - aviso da te, et tu colla tua usata prudentia seguita in quel modo - ti parrà più utile. Et di costì non partirai sanza nostra licenza. - Dat. die XIIII octobris 1434. - - - - -Nº VIII. - -(Vedi pag. 362.) - - -ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE -FERRANDO. RISGUARDA LE COSE DI CITTÀ DI CASTELLO, TENUTA DA NICCOLÒ -VITELLI. - -(Codice nº 22, manoscritto appresso di noi.) - - Primo, che la Santità di Nostro Signore per il passato è stata - infamata con le calumnie. Che per la benevolenza che portava - a messer Nicolò Vitelli, gli consentiva che tenesse la Città - di Castello in tirannia, con carico et vittuperio della Sede - Apostolica; et che poteva sodisfare all’honor di Santa Chiesa, - et indur quella Città a obedienza d’essa, et non voler che, per - l’amicitia sua, stesse alienata dal Dominio Ecclesiastico; et che - se haverebbe in breve tempo che con questo esempio molte altre - terre della Chiesa verrebbono ad essere in peggior conditione di - detta Città, et lo stato della Chiesa, in tempo suo, si verrebbe - ad anichilare et perdere. Et perchè S. S., dessiderando di purgar - quest’infamia, più volte ha fatto intendere a messer Nicolò che - l’amava, et che se egli amava S. S. et l’honor di S. Chiesa, - deverebbe mostrare obedienza, et farla monstrare anco a detta - Città, et l’uno, et l’altra saltem monstrarla con il segno di - venire a far riverenza a S. Beatitudine alla quale poteva venir - sicuramente; et già sono tre anni, che mai ha voluto venire; et, - _quod peius est_, i Governatori mandati per S. S. _fuerunt potius - gubernati quam gubernatores_. Onde sa Dio che S. S. continuamente - ha hauto gran dispiacere di mente per l’honor di S. Chiesa, et per - l’amor che porta a esso messer Nicolò. - - Doppo, è seguita l’esperienza dell’infamia data a S. S., cioè che - per essempio di quella città, l’altre della Chiesa venivano in - peggior conditione, come si è visto di Todi et di Spoleto, in modo - che S. B. è stata necessitata mandar le genti d’arme et esseguire - quel che è seguito. Et trovandosi dette genti in ordine, vedendo il - Legato che si erano accquetate le terre mosse già con l’essempio - di Città di Castello, et che l’esemplare rimaneva; ricordandosi - che quando il Cardinal di S. Sisto fu in Milano, il signor - Duca non solo laudò l’impresa perchè messer Nicolò si riducesse - all’obbedienza con la detta città, ma confortò che per honor di - S. S. et di S. Chiesa si dovesse fare ogni opera per ridurcelo, et - volesse veder particolarmente se messer Nicolò era nominato nella - lega per collegato; la Maestà del Re, dubitando se fosse obbligato - a difenderlo, e trovando che N. S. disse che la cosa stava bene et - che si poteva fare; ricordandosi adunque di questo il Legato, et - considerando che il Duca et i Fiorentini sono una cosa medema; gli - parve (et così ancho teneva per certo S. S.) che non solo il Duca - et i Fiorentini non fossero per opporsi, ma per agiutar S. S., per - rendere et usar gratitudine de i beneficii fatti da lei all’uno - et all’altro, et dell’amore che ha portato loro, massime essendo - giustissima la dimanda et impresa di S. S.; con voler solo la vera - obedienza, la quale per nulla ragione se li può negare. - - Et certissima causa è che, quando alcuno dei sudditi dell’altre - Potenze d’Italia non prestassero la debita obedienza, non si - comportaria, et non solo si cercaria che tornassero all’obedienza, - ma s’esterminariano ad essempio degli altri; et a questo effetto - gli pareria, bisognando, che ogn’uno fusse tenuto d’aiutarli. - Et, _ne longe exempla petantur_, quando Volterrani, non sudditi - dei Fiorentini, mancorno della sola devotione loro, i Fiorentini - vi mandarono il campo et chiesero a S. S. aiuto. La quale, per - l’amicitia che teneva seco et benevolenza che portava a quella - Comunità, gli aiutò di grandissimo animo con le gente d’armi - a sue spese. Onde saria stato et saria molto più giusto che, - ricercando S. S. l’obbedienza immediate da messer Nicolò, subito - ciaschuna dell’altre Potenze non solo se gli fosse opposta, ma - havesse prestato et prestasse aiuto et favore al giusto et honesto - dessiderio di S. S. Et certamente che se li è opposto et oppone, - tocca il cuor di S. S., così come haveria toccato a ciascun di - loro se gli fusse stato fatto il simile; nè possono negare che non - si siano portati più ingratamente che habbiano potuto verso S. B. - Et tanto più hanno monstrato il poco rispetto che hanno hauto a - quella, quanto che è bastato loro l’animo d’affermare messer Nicolò - esser tra li raccomandati della Lega particolare; et per questo - volerlo mantenere a non prestar la debita obedienza a S. S.: il che - con nulla ragione si potrà mai monstrare che lo possan fare. - - Et tanto meno, quanto mai messer Niccolò non fu dato per - raccomandato, nè per la Maestà del Re, nè per il signor Duca di - Milano nè per li Fiorentini nè per la Lega particolare. Et se - dai Fiorentini fu nominata Città di Castello, ella però in quel - tempo era suddita del Papa, nè per detta nominatione se li poteva - levare la vera obedienza; _imo_, denegandosi S. S. veniva ad esser - grandemente offesa et lacessita, _adeo_ che tutte l’altre Potenze - per vigor della lega generale son tenuti et obligati difendere - et aiutar S. S.; et molto più i Fiorentini che gli altri, per - haver veduto l’essempio et provato l’esperienza in S. B., nel - caso di Volterra, la quale era stata nominata da Papa Pavolo - per raccomandata, et non era suddita dei Fiorentini nè tenuta - all’obedienza de quelli, come è tenuto messer Niccolò, non nominato - in nessuna Lega, a S. S.: et conseguentemente non procedevano - contra Volterrani con quella giustificatione che procede S. B. Et - nondimeno, quella prestò loro aiuto et favore, senza allegar tal - denominatione; mostrando fare stima dei Fiorentini et amarli. Et - per molti altri benefitii che ha fatto S. S. a quella Città, et - massime a Lorenzo, il quale fra gli altri beneficii che ha recenti - da S. B., ha guadagnato con quella un Tesoro. - - Et in quanto si supplica S. S. che voglia haver per raccomandato - messer Nicolò, si risponde che la Maestà del Re sa che, havendo - prima fatto supplicare S. B. che riceva in gratia decto messer - Nicolò, fu risposto che sempre l’ha amato et ama, et è contenta - S. B. riceverlo in gratia, con questo che gli presti la debita - obedienza, nel modo che S. S. rispose all’ambasciatore, mandato - da messer Nicolò, et secondo il tenor dei Brevi mandati. Et a - questo fine S. B. ha scritto a Fiorenza all’ambasciatore che debbia - eseguire. Et se il signor Duca et i Fiorentini non sono in tutto - alieni da ogni honestà et giustitia, non solo non consentiranno - a quello et non si opponeranno ma favoriranno, acciò sia (come è - ragionevole) sodisfatto all’honesto dessiderio di N. S., il quale - certamente merita di esser commendato, aiutato et favorito, quando - non si vogliano portar seco malignamente et non haver rispetto nè a - Dio nè alla giustizia. - - Et in quanto a quel che per parte loro si domanda, cioè che S. S. - desista dall’impresa, S. S. resta pessimamente sodisfatta di tal - rechiesta, la quale tocca l’honor di quella et di S. Chiesa; il - quale honore S. B. è solita di preporre a tutte le cose di questo - Mondo, et alla vita propria. Et veramente se da essi Signori gli - fusse domandato quanto ha et di quanto può lecitamente disporre, lo - concederia volontieri et più presto che desistere da così giusta - impresa, per lo grandissimo vittuperio et infamia che ne segueria - a S. S., l’honore et reputation di cui sarriano ad un tratto - seppeliti; oltre il grandissimo et incomparabil danno et pericol di - perdere con sì fatto essempio tutto lo Stato della Sede Apostolica - etc. - - Per le quali ragioni et molte altre, che giustissimamente muoveno - la mente di S. S., havendo già incominciato l’impresa et proceduto - tanto inanzi, sarrebbe troppo grave errore il lassarlo, ad ingiusta - requisitione di qual si voglia. Et perciò sta in fermo et constante - proposito di voler la vera obedienza di messer Nicolò et da quella - città, come è pur giusto nè si può negare con ragione. - - - - -Nº IX. - -(Vedi pag. 370, 384.) - - -La _Confessione_ che segue fu scritta da Giovan Battista da Montesecco, -mentre era in carcere dopo la Congiura e il giorno innanzi ch’egli -morisse. Ma convien dire che avessero a lui promesso la vita salva, e -che il pover uomo se lo tenesse per certo, perchè in altro modo non -s’intenderebbe come avesse egli potuto distendere quella scrittura, -dove appare tranquillo animo, il linguaggio essendo piano, scorrevole -e ordinato bastantemente. Ebbe essa le firme del Potestà di Firenze, -di due Priori e quattro Monaci di Badia, di San Marco e di Cestello, i -quali attestarono avere veduto cogli occhi loro il Montesecco scrivere -la dichiarazione, dove egli afferma essere sua quella scrittura che ad -essi stava allora innanzi. Si è detto come Bartolommeo Scala Segretario -la inviasse ai maggiori potentati in un con altre giustificazioni -della Repubblica e in risposta al Breve di Sisto IV. Confessa lo Scala -avere tolti via per _buone ragioni_ alcuni passi della Confessione, -e il manoscritto ha veramente alcuni spazi lasciati in bianco e da -noi segnati con puntolini; potevano essere parole che irritassero, -contro all’intenzione di Lorenzo, il re Ferrando, il che riesce assai -probabile in quel luogo dove il Montesecco, a fine di _pungere_ e -_riscaldare_ Jacopo dei Pazzi, accenna ai favori che avrebbe l’impresa; -nè il crederlo disdice per le altre lacune. Le sottoscrizioni aggiunte -alla Copia nel giorno della pubblicazione sono è vero della Curia di -un Arcivescovo ch’era tutto devoto a Lorenzo; ma il fatto appunto -delle lacune è buono argomento a dimostrarne l’autenticità. Fu -divulgata quattro mesi dopo: ma che di pianta fosse inventata, oltre -che ne sembra essere impossibile, reputiamo che un falsario il quale -avesse voluto da cima a fondo servire a Lorenzo, l’avrebbe scritta in -altro modo. Quella scena che ivi si narra come avvenuta in Camera del -Papa, pare a noi che abbia di que’ caratteri che non si mentiscono, -e con pace dell’Alfieri io credo essere quello il vero Sisto. Noi -pubblichiamo l’Originale archetipo di quella Scrittura che andò alle -Corti tale qual’è in questo Archivio di Stato: fu stampata la prima -volta sopra una copia e con qualche menda dall’Adimari tra’ Documenti -aggiunti alla _Coniuratio Pactiana_ di Angelo Poliziano, Napoli 1769, -ma senza le ultime sottoscrizioni; in questo modo fu riprodotta poi dal -Fabroni e da più altri. - - Questa serà la confessione, la quale farà Giovan Baptista da - Monte Secco de sua mano propria, in la quale farà chiaro a omne - uno l’ordene et el modo dato per mutar lo stato de la ciptà de - Fiorenza, comentiando dal principio infine alla fine, nè lasciando - cosa alchuna inderietro, _imo_ i’ narrando tucte le persone con - chi lui n’aveva hauto colloquio, e particularmente narrando le - punctali parole hauto con tucti quelli chon chi n’à parlato. E - prima con l’Arcivescovo e Francescho de’ Pazzi ne parlai in Roma, - in la camera del detto Arcivescovo, dicendome volerme revellare - uno suo secreto e pensiero, che havevano più tempo hauto in core; - e qui con sacramento volse che io gli promettessi tenerli secreti, - nè de questa cosa parlarne nè non parlarne si non quanto saria el - bisogno, e quanto pareria e vorria a loro; et io così gli promisi. - - L’Arcevescovo comenciò a parlare, facciendome intendere como lui - e Francesco avevano el modo a mutar lo Stato di Firenza, e che - determinavano ad omne modo farlo, e che ci voleva l’aiuto mio. Io - glie respuosi che per loro faria ogni cosa, ma essendo soldato del - Papa e del Conte, io non ci podeva intervenire. Lor mi rispuoson: - Como credi tu che noi facemo questa cosa sanza consentimento - del Conte? _imo_ ciò che si cercha e che se fa, per exaltarlo e - magnificarlo, chosi lui chome noi, e per mantenerlo i’ nello Stato - suo; avisandoti che se questa cosa non se fa, non glie daria del - suo Stato una fava; perchè Lorenzo de’ Medici glie vol mal di - morte, nè credo che sia huomo al mondo, a chi lui voglia peggio; - e dopo la morte del Papa non cercherà mai altro che torgli quello - poco Stato, e farlo mal capitar de la persona, perchè da lui se - sente grandemente ingiuriato. E volendo io ’ntender el perchè e - la cagione Lorenzo era così inimico del Conte, mi disse cose assai - sopra a questa parte, e della Depositeria e dell’Arcievescovato di - Pisa, e più cose che seriano longhe a scrivere; e in fine fu facta - questa conclusione, che dove concorreva l’onore e utole del Conte - et el lor, io mi sforzaria a fare _iuxta posse_ tucto quello che - pel Conte me sarà comandato. E tucte queste cose furono commune - frallo Arcievescovo e Francesco, e che un altro dì se devesse - essere insieme et con il Conte proprio, e pigliar determinatione - de quello s’aveva da far; et così se remase etc. La cosa rimase - così per parechie giorni, nè me fo dicto altro; ma bene so che fra - l’Arcievescovo e Francesco et el Signor Conte ne fo in questo tempo - parlato più volte. - - Dapoi, un giorno fui chiamato dal signor Conte in chamera sua, dove - era l’Arcievescovo, et comentiò a parlarsi de novo de questa chosa, - dicendome el Conte: L’Arcievescovo me dice che t’anno parlato d’una - faccienda, che havemo alle mane: que te ne pare? Io gli respuosi: - Signor, non so que me ne dire di questa cosa, perchè non la intendo - ancora; quando l’averò intesa, dirò el mio parere. L’Arcivescovo: - Como non t’ò io dicto, che volemo mutar lo Stato in Fiorenza? - Madiasì che me l’avete decto, ma non m’avete dicto el modo; che - non havendo inteso el modo, non so que ne parlare. Allora e l’uno - e l’altro ussino fuora, e comenciorono a dire della malivolenza - e malanimo, che el Magnifico Lorenzo haveva contra de loro, e ’n - quanto pericolo era lo Stato del Conte dopo la morte del Papa; et - che mutandosi dicto Stato, saria uno stabilire el signor Conte da - non posser haver mai più male; e che per questo si voleva fare ogni - cosa. E demandandogle io del modo e del favore, me dissero: noi - haveremo questo modo, che in Fiorenza è la Casa de’ Pazzi e de’ - Salviati che se tirano dietro mezzo la cictà de fora _etc._...[578] - Bene; havete voi pensato el modo? El modo lass’io pensare a - costoro, che dicono non possersi fare per altra via che taglare a - pezzi Lorenzo e Giuliano, et haver poi preparate le gienti d’arme, - et andarsene a Fiorenza; e che bisogna accumulare queste giente - d’arme in modo che non se dia suspecto, chè non dandose suspecto, - ogni cosa verria bene facta. Io gli respuosi: Signore, vedete - quel che voi fate: lo vi certifico, che questa è una gran cosa; - nè so como costor se lo possano fare, perchè Fiorenza è una gran - cosa, e la Magnificenzia di Lorenzo ci à una grande benevolenzia, - secondo io intendo. El Conte disse: Costoro dicono el contrario, - che ci à poca gratia et è malissimo voluto; e che, morti loro, - ognuno giungerà le mani al Cielo. L’Arcievescovo usse fuora e - disse: Giovan Batipsta, tu non se’ stato mai a Firenza; le cose de - là e la cognitione di Lorenzo noi le ’ntendiamo meglio de voi, e - sappiamo la benevolentia e malavolentia ch’egli à in nel popolo; - e de questo non dubitar, ch’ella reussirà como noi siamo qui. - Tucto el facto è che cie resolviamo del modo. Bene; que modo ci è? - El modo si [è] riscaldar messer Iacomo, che è più freddo che una - iaccia; e como haviamo lui, la cosa è spaciata nè n’è da dubitar - puncto. Bene; a Nostro Signore como piacerà questa cosa? E’ me - respuosoro: Nostro Signore li farimo sempre fare quello vorremo - noi; et anchora la Sua Sanctità vol male a Lorenzo; desidera - questo più che altro che sia. Avetenegle voi parlato? Madiasì, - e faremo che te ne dirà anchora a te, e te farà intender la sua - intentione. Pensamo pure in que modo possiamo metter le giente - d’arme insieme sanza suspecto, che l’altre chose passeranno tucte - bene. Fo preso el modo de far far la mostra, e de mutar le genti - d’arme da stantia a stantia, e mandar quegli del Signor Napolione - in quello de Todi e de Perusia, e così el signor Giovanfrancesco - da Gonzagha; e così fo dato ordine. Da poi comenciò andar per el - tavoliero el facto del Conte Carlo, e per dicta casione bisognò - mettere insieme ognuno, chè l’ebero molto caro. Et essendo il campo - del Conte Carlo in quello de Siena, et comprendendose chiaramente - la cosa non haver durata, fu facta deliberation d’andare a campo a - Montone, e tenere in tempo l’assedio più che se posseva, a chagion - che costoro havesser tempo a dare ordene alla expedizione della - faccienda; et per decta casione venne Francesco de’ Pazzi in quel - tempo qui in Fiorentia con demostration de fugir l’aiere, e fo - a questo effecto. Et essendo stato decto Francesco per alchuni - giorni, scrisse a Roma all’Arcievescovo como passavano le cose, - e che bisognava riscaldare et pungier messer Iacomo, e farglie - intendere tucti e favori se arà in questa cosa _etc._,...[579] - et il modo delle gienti d’arme; e tucto quello favore se podeva - havere, farglielo intender chiaramente; et intesolo se lassasse poi - el pensiero a lui, che a tucto daria buono ordene. Et accadendo - in quello medesimo tempo la malattia del signor Carlo di Faenza, - et essendo stato longo tempo amalato, venne in pericolo de morte. - Et dubitandose assai della morte sua, parse al Conte et allo - Arcievescovo havere scusa licita di mandarme qui, con intention che - io vedesse i modi de questa cictà et anchora del Magnifico Lorenzo, - et che io parlasse con seco, e intendesse da lui, volendo el Conte - cerchar de aravere[580] el suo stato, cioè Valdeseno, que favore - se podeva haver da Sua Magnificentia e da questa Republica per - suo mezzo; e che glie fesse intendere, che il signor Conte sperava - più in sua Magnificentia che persona del mondo, e che in questo io - intendesse el consiglio et el parere suo. E che gle fesse ancora - intendere che, non obstante alchune chose fossero state fra loro, - el Conte le voleva buttar tucte da parte, e in omne cosa desponerse - a compiacerlo, et haverlo in loco de patre; e con molte altre buone - parole apresso, quale erano la maggior parte simulate. Et arrivando - io qui tardi la sera, non poti’ parlare con Sua Magnificentia. - La mattina andai a trovarlo, e se ne venne di socto, vestito a - nero per la morte dell’Orsino, et fomo insieme; nè altramente me - respuose che si fosse stato patre del Conte, nè con altro amore; - in modo che a me fe’ maravigliare, havendo inteso da altri et poi - ritrovandolo così ben disposto in le cose del Conte, che veramente - non s’averia possuto parlar per niuno fratello più amorevolmente, - che me parlò, dicendome: Tu te ne girai a Imola, et vederrai chome - trovi le chose, e daraimene aviso de quello te parerà s’abbia a - fare dal canto nostro, chè tucto si farà sensa manchar de niente - per satisfar alla Signoria del Conte, al quale e in questo et in - omne altra cosa me sforserò sempre a satisfarlo.... con li più - amorevoli ricordi, che possesse mai patre a figliuolo; li quali - ricordi li tacerò per bene. La sua Magnificentia gli deve bene - havere a memoria: pur quando gli parrà che io li chiarisca, pensece - bene e diamene aviso, che io li chiarirò. - - Da poi me n’andai all’ostaria de la Campana a disinare; e havendo a - parlar con Francesco de’ Pazzi e con misser Iacomo pur de’ Pazzi, - a’ quali haveva lettere di credenza del signor Conte e dello - Arcievescovo, infin che si desinò, mandai a intendere que n’era - de loro. Me fo decto, che Francesco era andato a Lucca; e non - c’essendo, mandai a dire a misser Iacomo predecto, che io haveva - bisogno de parlarli, e de cose de importanza, et che se voleva - che io andasse a casa sua, che io anderia, e se lui volea venire - all’ostaria, che io l’aspectaria. Misser Iacomo predecto venne - all’ostaria da la Campana, dove lui e mi cie ritirassimo in una - chamera in secreto, e per parte del Nostro Signore el confortai - e salutai, e così da parte del signor Conte Hieronimo e dello - Arcievescovo, dei quali Conte et Arcievescovo io havia una lettera - credential per uno. Le appresentai; le lesse, e lecte disse: Che - havemo noi a dire, Giovanbaptista? havemo noi a parlar de Stato? - Dissi, madiasì. Me respuose: Io non te voglio intender per niente, - perchè costoro se vanno rompendo el ciervello, et voglion deventar - Signori de Fiorenza; et io intendo meglio queste cose nostre de - loro; non me ne parlate per niente, che non ve voglio ascoltar. E - persuadendolo pure io all’ascoltarme, se contentò d’intendermi. - Que voi tu dire? Io vi conforto da parte de Nostro Signore, con - el quale, prima che io partissi, gle parlai; e presente el Conte - e l’Arcivescovo, me disse Sua Sanctità, che io vi confortasse a - spedir questa causa de Fiorenza, perchè lui non sa in que tempo - possa accadere un altro assedio de Montone da tenere sospese e - insieme tante giente d’arme e così appresso al vostro terreno; et - essendo pericoloso lo indutiare, ve conforta a far questo. Madiasì, - che Sua Sanctità dice che vorria sequisse la mutatione dello Stato, - ma senza morte de persona. E dicendoli io, presente el Conte et - l’Arcievescovo: Padre Sancto, queste chose se potranno forsi mal - fare senza morte de Lorenzo et de Giuliano, e forsi degli altri; - Sua Sanctità me disse: Io non voglio la morte de niun per niente, - perchè non è offitio nostro aconsentire alla morte de persona; e - bene che Lorenzo sia un villano e con noi se porte male, pure io - non vorria la morte sua per niente, ma la mutatione dello Stato - sì. Et el Conte respuose: se farà quanto se poderà, acciò non - intervengha; pur quando intervenisse, la Vostra Sanctità perdonarà - bene a chi el fesse. El Papa respuose al Conte e disse: Tu si’ una - bestia; io te dico: non voglio la morte de niuno, ma la mutatione - de lo Stato sì. E così te dico, Giovanbaptista, che io dessidero - assai che lo Stato de Fiorenza se mute, e che se leve delle man de - Lorenzo, che ell’è un villano et uno cattivo homo, et non fa stima - de noe: e tuctavolta ch’e’ fosse for de Fiorenza lui, farissimo de - quella Republica quello vorissimo, et seria ad un gran preposito - nostro. El Conte e l’Arcievescovo, che erano presente, dissero: - La Sanctità Vostra dice el vero, chè quando aviate Fiorenza in - vostro arbitrio e posserne desponere como porrete, si serà in man - de costoro, la Sanctità Vostra metterà lege a mezza Italia, et omne - uno haverà caro esserve amico: sì che, siate contento se faccia - ogne cosa per venire a questo effecto. La Sua Santità disse: Io te - dico che non voglio: andate e fate chome pare a voi, purchè non - cie intervengha morte. E con questo ci levassemo denanzi da Sua - Sanctità, facciendo poi conclusione esser contento dare omne favore - et aiuto de giente d’arme od altro che acciò fosse necessario. - L’Arcievescovo rispuse e disse: Padre Sancto, siate contento - che guidiamo noi questa barcha, che la guidaremo bene. E Nostro - Signore disse: Io sono contento. E con questo cie levassimo da i - soi piedi, e reduciessemociene in chamera del Conte, dove fo poi - discussa la cosa particularmente, e concluso che questa cosa non - si posseva fare per niuno modo sanza la morte de costoro, cioè del - Magnifico Lorenzo e del fratello. E dicendo io, esser mal facto, me - respusero, che le cose grandi non se possevano fare altrimente; e - sopra de ciò fo dati molti exempli, che seria longo a scriverle; et - _finaliter_ fo concluso, che per intendere el modo, bisognava esser - qui, e parlar con Francesco e misser Iacomo, e intendere a puncto - quello era da fare, e intesolo mandare a effecto. Io fui qui. E - non trovando Francesco, non volse[581] fare altra conclusione; - se non che me disse: Vattene a Imola, e alla tornata tua sarà - qui Francesco, et deliberarasse tucto quello sarà da fare. I’ me - n’andai a Imola, dove stecti pochi giorni; perchè chosì haveva in - commessione per la expeditione di decta causa. E i’ nel tornare a - drieto foi a Cafagiuolo, dove trovai la Magnificentia de Lorenzo - e de Giuliano, e havendo referte al Magnifico Lorenzo como haveva - trovate le cose del Conte, me consegliò con le più cordiali et - amorevole parole del mondo, dicendome che per el signor Conte - haveva deliberato fare ogni cosa per farli intendere, che glie - voleva esser buono amico. Et havendo Sua Magnificentia deliberato - tornare a Fiorenza, cie ne venissimo di compagnia; dove per la - via me fe intendere anchora più chiaramente quanto era el suo - buono animo inverso del Conte, che lo tacerò, perchè seria longo - lo scrivere. Arrivai in Fiorenza, e fui con Francesco, con el - quale presi ordene de non partire quel dì, acciò che la nocte cie - retrovassemo con misser Iacomo; e così fo facto. La nocte, dicto - Francesco venne per me, e condusseme in camera de misser Iacomo, - dove fo parlato assai de questa cosa, e la conclusione fo questa, - che per la expedition bisognava più chose. Una che l’Arcivescovo - fosse de qua, e che vedesse venir lì con qualche scusa licita, - in modo non desse suspecto, e a questo lassava pensarlo al Conte - e a lui; e che alla sua venuta se piglierà poi forma de quello - s’avesse a fare. E che si fesse cifre, per le quali si possessi - scriver bene, e che non dubitava (havendo el favor delle gente del - Papa _etc._).... che la cosa non venissi facta; ma che per farla - netta, bisognava che uno dei doi fratelli fussero fora; et che - immediate che la cosa havesse questo di certo, la spacciariamo. Et - che tra el Magnifico Lorenzo e ’l Signor di Piombino si tractava - parentado per Giuliano, e sequendo, seria necessario un de’ loro - andassi là, el quale andava, la cosa era spacciata. Ma essendo - tucti due in la cictà, per niente non voleva fare, perchè non gli - pareva posser reuscirle. E Francesco diceva altremente, che ad omne - modo si faria; e sempre gl’andò per la mente, in chiesa o a giuoco - di carte o a nozze, pur che fussino tucti dua in uno loco, gle - bastaria l’animo di farlo; et che non ci voleva se non pochi con - seco; et recercomene a me, che io volessi quello che mai el volsi - fare. Lui disse, trovaria el modo bene a questo, e che si desse pur - più tempo che se poteva, e mandassesi l’Arcievescovo in qua, che - a tucto si daria bene expeditione; e che di tucto quello s’avessi - a fare, s’aviseria. Intesa la conclusion, me n’andai a Roma e - referi’ tucto al Conte e allo Arcievescovo; e subito fu presa per - el Conte deliberation de mandare l’Arcievescovo sotto color de le - cose de Favenza _etc._; e a me me ordinò me n’andassi a Imola con - cento provisionati e con quello poche giente d’arme, che gl’erano, - stesse preparate ad omne requisitione de costoro, et _etiam_ con - i soi popoli etc.... Io me parti’ et andamene a Imola e da poi a - Montugi; e fui una nocte con misser Iacomo e con Francesco, e figli - intendere l’ordine dato da ogni banda, e che questa chosa bisognava - expeditione, et da parte _etc._... del Conte gle solicitai assai - a dicta expeditione, prima che el campo se devidesse. Loro me - respusero, che non li bisognava sproni ma morso, e che ad omne - modo vederla expedirlo in questo tempo, e che io stessi preparato, - che sperava avisarme presto quello havessi a fare, e che al suo - adviso non preterisse niente; et io dissi di farlo, e con questo - me n’andai. E non trovando costoro commodità de farlo in quel - tempo, per esser la persona del Conte Carlo qui e alloggiato in - casa dei Martelli, deliberorono lassarlo stare per fine a tempo - novo; et avisò, che se devidisse el campo, e chosì fo fatto. Nè de - questa cosa fu parlato più per uno pezo _etc._ Et essendo stato a - Imola per la recuperation de Valdiseno, et essendosi recuperato, - me n’andai a Roma questo marzo, dove cie trovai la Signoria del - Conte e Giovanfrancesco da Tolentino e messer Lorenzo da Castello e - Francesco de’ Pazzi _etc._...; fra i quali molte volte si parlava - de queste cose; et che se comenciava adesso aproximar el tempo - d’expedir decta causa. E domandando io que modo era questo, me - disse: Lorenzo deve venir qui per questa Pasqua, et _quamprimum_ se - senta la sua partita, Francesco se parterà anchora lui, et andarà - a spedirsi; e farse el servitio a quello remanerà, et all’altro, - inanzi che torni, se penserà quello se doverrà far de lui, et - terrassi con esso tal modo, che la cosa sarà bene assettata inanzi - che se parta da noi. Io gle disse: Faretelo morire? Me respuse: - Madianò, che questo non voglio per niente, che qui habbia alcuno - dispiacere; ma inanzi che el parta, le cose saranno bene assectate, - in forma che staranno bene. Domandai el Conte: Nostro Signore sa - questo? Me disse: Madiasì. Dico: diavolo, egl’è gran facto che el - consente! Me respuse: Non sa’ tu, che gle famo fare quello volimo - noi? Basta che le cose andranno bene. E stettesi in queste trame - parechie dì del suo venire o no. Da poi, veduto che non veniva, - deliberaron ad ogni modo cavarne le mane prima che fosse fora - maggio _etc._... Et chomo ò detto più e più volte, di questo ne - fo parlato in la chamera del Conte, e como manchava materia, se - tornava in su questa, e chi prima si trovava insieme co’ loro, - ne parlava, dicendo che per niente la cosa podeva durar così, - che non venissi a palese, e questo per esser in tante lingue, e - che ad ogne modo bisognava darli speditione. Onde che per decta - casione fo preso per partito, che Francesco se ne venissi qui, e - Giovanfrancesco da Tolentino et io cie ne andassemo a Imola, e - misser Lorenzo da Castello _etc._..., per dare ordine a quello - s’avesse da fare, e poi se ne tornasse a Castello; et omne uno - colle preparation facte stesse apparechiato a tucto quello che da - messer Iacomo, l’Arcievescovo e Francesco fosse ordinato, e che ad - omne sua requesta omne uno fusse presto a far quanto per loro saria - comandato. E questo ordine ce fu dato tucto per el Signor Conte, - in Roma. Da poi vene ultimamente el Vescovo de Lion, el quale ce - comandò de novo, che ad omne requisition dei sopradetti fossemo - apparechiati sanza fare una difficultà al mondo; e chosì s’è facto, - nè mai se intese niuno loro ordine, si non lo sabato a doi hore di - nocte; e poi la domenica mutorono anchora proposito. Et in questa - forma sono state governate queste chose, diciendo imperò sempre, - che l’onor de Nostro Signore e del Conte cie fosse ricomandato. - E con questo ordine la domenica mattina, a dì XXVI d’aprile - MCCCCLXXVIII, se fece in Sancta Liberata quanto è publico a tucto - el mondo. - - Item, che tornando de Romagna, et andando a Roma, quando io fui - là, e parlando con Nostro Signore d’altre cose, me disse: poi, - Giovanbatista dell’Arcievescovo e de Francesco, che diceva voler - far tante chose, e’ non savessero mutare uno Stato chomo quello de - Fiorenza, ma non credo savesse pure acozzare tre ove in un bacile, - se non con cianciatori. Tristi che se impaccia con loro. - - Item, che el signor Conte m’ha dicto molte volte, che Nostro - Signore à così gran desiderio della mutatione de questo Stato, como - noi; et se tu intendesse quello dice, quando semo lui e mi, diresti - quello che dico io. - - Io Giovanbaptista da Montesecco confesso e fo fede esser vere tucte - le predicte cose scripte in un foglio intero et in uno altro mezzo, - e qui di sopra, e quanto io ò scripto haver dicto a misser Iacomo - qui in Fiorenza, della mente e voluntà della Sanctità del Papa; e - queste cose sono verissime, et io mi trovai presente, quando la Sua - Sanctità lo disse, e tucto quanto è scritto, è de mia man propria. - - Io Matheo Tuscano da Milano, cavalero e presente Potestà della - magnifica cictà di Fiorenza, sono stato presente, insema colli - reverendi Patri infrascripti, _videlicet ut infra_, che el prefato - Iovanne Batipsta ha detto, che quanto è scripto sopra, in un foglio - intero e in uno altro mezzo e in questo, che tucti s’alligaranno - inseme, sono de sua propria mano, et confessò esser vero quanto de - sopra è scripto. Et così ne fazo fede de mia propria mano, che gli - è la propria verità quanto in esse scripto se contenne. A’ dì IIII - di maggio MCCCCLXXVIII, in Firenza. - - Io Frate Batipsta d’Antonio, priore al presente di San Marcho - di Firenze, dell’Ordine de’ Predicatori, fu’ presente a decta - confessione, e fo fede, che detto Giovanbatipsta disse tucto esser - di sua mano, et esser la propria verità quanto in esse si contiene. - Detto dì. - - Io Benedetto d’Amerigo da Firenze, monaco e priore indegno - della Badia di Firenze, fo fede e fui presente quando el prefato - Giovanbatipsta da Montesecco confessò essere di sua propria mano le - predette scripture, delle quali nell’altra faccia di questo foglio - si fa mentione nella subscriptione del Podestà et Frate Batipsta. - Et io fo fede, che disse esser la propria verità quanto in esse si - contiene. Però ò facto questo di mia mano, detto dì. - - Io Frate Nofri d’Andrea da Firenze, dell’Ordine de’ Frati - Predicatori, fui presente quando el detto Giovanbatipsta confessò - le dette scripture essere di sua propria mano et essere la propria - verità quanto in essa si contiene. E per chiarezza ò facto questa - scriptura di mia mano, dì decto di sopra. - - Io don Miniato di Francesco d’Andrea da Firenze, monaco e professo - della Badia di Firenze, fu’ presente quando detto Giovanbatista - confessò le dette scripture esser di sua propria mano, e esser la - propria verità quanto in esse si contiene. E in fede di ciò ò facto - questa di mia mano, el decto dì. - - Io don Antonio di Domenico, monaco di Cestello de Florentia, fo - fede e fui presente quando el sopradecto Giovanbatipsta confessò - essere di sua propria mano le dette scripture, et esser la propria - verità quanto in esse si contiene. Et in fede di ciò ò facta questa - subscriptione di mia mano, detto dì sopra. - - Io don Marco di Benedetto, dell’Ordine di Cestello, fui presente - quando detto Giovanbaptista liberamente confessò esser di sua - propria mano le predette scripture, e che era il proprio vero - quanto in esse si contiene. E in fede di ciò ò fatta questa - subscriptione di mia propria mano, dì detto di sopra. - - - In nomine Domini Nostri Yhesu Christi, amen. Anno ab eius - salutifera incarnatione millesimo quadringentesimo septuagesimo - ottavo, indictione XI, die vero XI mensis augusti. Hoc exemplum - per me Andream notarium infrascriptum, ex orriginali, scripto - manu dicti Iohannis Batiste, magnifico domino Potestati Civitatis - Florentiæ insinuatum fuit, et in eius presentia, per me ipsum - Andream notarium et alios infrascriptos notarios, diligenter - cum originali scriptura, manu propria dicti Iohannis Batistæ, - auscultatum. Et cum idem Potestas cognoverit illud cum ipsa - originali scriptura per ordinem concordare; ut adhibeatur - eidem exemplo de cetero plena fides, suam et Comunis Florentiæ - interposuit auctoritatem et decretum. - - (L. S.) Ego Simon olim Grazini Iacobi Grazini, civis et notarius - florentinus, imperiali auctoritate index ordinarius ac notarius - publicus, hoc suprascriptum exemplum attestationis dicti Iohannis - Baptiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de - quibus supra, una cum infrascriptis ser Carolo Pieri Betti et ser - Tommasio ser Bartolomei de Orlandis et ser Dominico Buonaccursii - et ser Pace Bambelli notariis, ad auctenticam scripturam prefatam, - scriptam dicti Iohannis Batiste, coram prefato domino Potestate - diligenter et fideliter auscultavi; et quia utrumque concordare - inveni de ipsius domini Potestatis mandato in eiusdem exempli fidem - et testimonium me subscripsi, et signum meum apposui consuetum, - dicta die XI suprascripti mensis augusti anni MCCCCLXXVIII. - - (L. S.) Ego Carolus Pieri Betti de Iohanninis, notarius publicus - ac civis florentinus, imperiali auctoritate iudex ordinarius, hoc - suprascriptum exemplum attestationis dicti Iohannis Baptiste cum - subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de quibus supra, una - cum suprascripto ser Simone Grazini Iacobi et infrascriptis ser - Tommasio ser Bartolomei de Orlandis et ser Dominico Buonacchursii - et ser Pace Bambelli notariis, ad autenticam scripturam prefatam, - scriptam manu dicti Iohannis Baptiste, coram prefato domino - Potestate diligenter et fideliter auscultavi; et quia utrunque - concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in - eiusdem exempli fidem et testimonium me subscripsi et solito - meo signo signavi, dicta die XI dicti mensis augusti anno Domini - MCCCCLXXVIII. - - (L. S.) Ego Tommas ser Bartolomei Neri de Orlandis, notarius - publicus ac civis florentinus, imperiali autoritate iudex - ordinarius, hoc suprascriptum exemplum atestationis dicti Iohannis - Batiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de - quibus supra, una cum suprascriptis ser Simone Grazini Iacobi et - ser Charulo Pieri Betti et infrascriptis ser Dominicho Bonachursi - et ser Pace Banbelli notariis, ad autenticham scripturam prefatam, - scriptam manu dicti Iohannis Batiste, coram prefato domino - Potestate, diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque - concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in - eiusdem exempli fidem et testimonium, me subscripsi et solito - meo signo signavi, dicta die XI dicti mensis augusti anno Domini - MCCCCLXXVIII. - - (L. S.) Ego Dominicus Bonacursii Dominici, civis et notarius - florentinus, imperiali auctoritate iudex ordinarius ac notarius - publicus, hoc suprascriptum exemplum attestationis Iohannis - Batiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de - quibus supra, una cum suprascriptis ser Simone et ser Carulo et - ser Tommasio et infrascripto ser Pace, notariis, ad autenticam - scripturam prefatam, scriptam manu dicti Iohannis Batiste, coram - prefato domino Potestate, diligenter et fideliter auscultavi, - et quia utrunque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis - mandato, me, in eiusdem exempli fidem et testimonium, me subscripsi - et signum meum apposui consuetum, dicta die XI dicti mensis augusti - MCCCCLXXVIII. - - (L. S.) Ego Paces Bambelli Pacis, civis et notarius florentinus, - imperiali auctoritate iudex ordinarius ac notarius publicus, - hoc suprascriptum exemplum attestationis Ioannis Baptiste, cum - subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de quibus supra, - una cum suprascriptis ser Simone, ser Carolo et ser Thomaxio - et ser Dominicho Bonacorsii notariis, ad autenticam scripturam - prefatam, scriptam manu dicti Ioannis Baptiste, coram prefato - domino Potestate, diligenter et fideliter auscultavi; et quia - utrumque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in - eiusdem exempli fidem et testimonium me subscripsi et signum meum - apposui consuetum, dicta die XI suprascripti mensis anni Domini - MCCCCLXXVIII, indictione XI. - - (L. S.) Ego Andreas quondam Romuli Laurentii, civis et notarius - florentinus, imperialique auctoritate iudex ordinarius notariusque - publicus, hoc suprascriptum exemplum, ex auctentica et originali - scriptura prefati Iohannis Baptiste, sub nomine domini Iohannis - Baptiste et eius manu propria scriptum, fideliter exemplavi; - et postmodum, in presentia dicti domini Potestatis, cum dictis - ser Simone, ser Carulo, ser Thomasio, ser Domenico et ser Pace, - notariis suprascriptis, diligenter cum ipso orriginali auscultavi; - et quia utrumque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis - mandato, ad eius exempli fidem et testimonium, me subscripsi et - signum meum apposui consuetum, dicta die XI dicti mensis augusti - anni Domini MCCCCLXXVIII, indictione XI, feliciter. - - Universis et singulis ad quos presentes advenerint Antonius de - Humiolis de Gualdo, Decretorum doctor, reverendissimi in Christo - patris et domini domini Raynaldi de Ursinis, Dei et Apostolice - Sedis gratia Archiepiscopi Florentini Vicarius in spiritualibus - generalis, post salutem, fidem facimus atque testamur. Quod - suprascripti ser Simon Grazini Iacobi Grazini et ser Carolus - Pieri Betti de Iohanninis et ser Thommas ser Bartholomei Nerii - de Orlandis et ser Dominicus Bonaccursii Dominici et ser Paces - Bambelli Pacis et ser Andreas Romuli Laurentii et quilibet - eurum, tempore preinserti transumpti facti, et satis antea et - hodie fuerunt et sunt publici legales auctentici et fide digni - tabelliones atque notarii florentini, eorumque et cuiusque - eorum scripturis publicis, in quibusvis locis in quibus de ipsi - respective notitia habetur, semper, in iudicio et extra, adhibita - fuit et adhibetur plena indubia atque intemerata fides, quemadmodum - scripturis publicis cuiuslibet alterius fidedigni legalis et - publici tabellionis atque notarii; in quorum fidem et testimonium - premissorum, presentes literas fieri, et per infrascriptum nostrum - et nostre Curie scribam subscribi fecimus, pontificalisque sigilli - Curie prefate iussimus impressione communiri. Date Florentie, in - Archiepiscopali palatio, anno Incarnationis Dominice milleximo - quadringentesimo septuagesimo octavo, indictione undecima, die vero - duodecimo mensis augusti. - - [Illustrazione: L. S.] - - Ego Mathias Cennis Aiuti, notarius et civis florentinus et dicte - Curie Archiepiscopalis Florentine Scriba, ad fidem subscripsi. - - - - -Nº X. - -(Vedi pag. 399.) - - -ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE -FERRANDO; SCRITTA MENTRE LORENZO ERA TUTTORA IN NAPOLI E IL RE SI -VEDEVA GIÀ MOLTO INCLINATO AD ACCORDARSI CON LUI. FEBBRAIO 1480. - -(Tratta dal Codice nº 22, appresso di noi.) - - Essendo seguita la novità di Fiorenza in tanto vilipendio et carico - di Santa Chiesa, parve a noi di consultare la Maestà del Re, che - provisione gli paresse di farci, per la detention del Cardinale et - dell’altre cose etc. Et havendo risposto S. M., per più sue, non - solo parerli, ma confortatoci, persuasi et inanimiti noi a prender - l’armi, offerendoci et promettendo voler fare ogni sforzo, et - metter i figlioli et la vita propria per vendicar questa ingiuria - fatta alla Sede Apostolica; di comune consenso fu deliberato di - prender l’armi contro Lorenzo et suoi seguaci, come _contra petram - scandali_ et perturbatore della pace et quiete d’Italia, per - metter la città di Fiorenza in libertà; sì come ancor noi et S. - M. prefata, innanzi la detta novità, giustamente eramo obligati - per scritture pubbliche, et di man proprie fatte, per la malignità - d’esso Lorenzo, et per li scandali nati per sua opera in Italia - et massimamente contra li Stati communi, et atteso che con simile - studio havea Lorenzo cercato unirsi con la Lega contra detta Maestà - per alienarci da quella. - - Et primieramente, per giustificar la santa et giusta impresa, fu - cominciato con l’armi spirituali, le quali non essendo bastate alla - liberatione del Cardinale, fu necessario venire all’armi temporali, - cioè alla guerra; nella quale il Re et ciascuno l’ha veduto quanto - ci siamo portati virilmente, non manchando di danari nè di altra - cosa necessaria, governandosi sempre con i recordi et consigli di - S. M. Questo medesimo facemmo nella prattica della pace, quando - tutte le potenze ancor fuor d’Italia erano al conspetto nostro, - havendo in ogni atto quel riguardo all’honore et dignità del Re che - della Chiesa. - - Quest’anno presente habbiam fatto il medesimo sforzo et maggiore - assai che l’anno passato, et per l’accrescimento et sforza maggiore - dei nostri a Perugia; seguitando sempre di meglior animo per - riportarne vittoria, per il fine decto di sopra, et per l’honor - comune; et ciò non solo nella guerra di Toscana, ma di Lombardia. - Et già il Signor Dio, per sua gratia, et l’havea preparata et quasi - posta in mano per la rotta data ai nemici, nell’acquisto di Poggio - Imperiale, con la vittoria ottenuta in Lombardia. - - Vennero intanto gli ambasciatori del Duca, per compor la pace, - domandando principalmente che si levassero l’offese. Parve alla - Maestà del Re che noi gli dovessimo parlare gagliardamente, - confortandoci che si dovesse insieme mandare a Milano per il - medesimo effetto, instando per l’espulsion di Lorenzo; et così - fu eseguito; et da S. M. furono sempre lodati i modi servati con - i detti ambasciatori, et partiti esclusi; _etiam_ che vi fossero - molti Cardinali che ci dissuadessero detta esclusione, dicendo - che tutto quello che confortava il Re, era perchè andassero a - trattar la pace a Napoli, per haverne egli quel merito et honore, - pur dicendoci che il Re la faria senz’haverci alcun riguardo, come - all’hora fu communicato con messer Anello. Nondimeno noi non mutamo - mai proposito, tenendo per certo che la Maestà Sua non faria altro - che quel che fusse grato a noi et honore allo Stato della Chiesa, - come continuamente ci affermava. Et non erano ancor arrivati gli - ambasciatori a Napoli, che messer Anello ci propose, ch’era da - considerare che se il Re escludeva in tutto gli ambasciatori del - Duca, di non voler ricever Lorenzo in gratia, gliene seguia carico - et l’esclusione della pace. Et noi, come quelli che dessideravamo - la pace et l’honor del Re, fummo contenti che la prattica - si tenesse, con tai mezi però che gli ambasciatori potessero - chiamarsi esclusi, nè ancora obligarsegli per modo che, volendo pur - l’esclusione di Lorenzo, non si potesse conseguire. - - In questo mezo comparvero le littere della prattica di mastro - Alessandro, con la copia d’alcuni capitoli offerti et a noi et - alla Maestà del Re, per parte del quale messer Anello domandando - un breve diretto al Re, per il quale potesse pratticare con detti - ambasciatori in nome nostro; noi, benchè per diverse vie fossemo - dessuasi a dar fede alla detta prattica, aggiungendosi che il - Cardinal di Aragona haveva promesso molto largamente allo stato di - Milano, che il Re accettarebbe i capitoli, ci contentammo che il Re - trattasse a nome nostro, dicendo a messer Anello che scrivesse, con - questo che la Maestà Sua ne avvisasse dì per dì delle occorrenze. - - Et arrivati detti ambassatori et poco dopo maestro Alessandro, - la Maestà Sua scrisse haverli uditi, et ancora l’ambassatore - del Duca di Bari, con li quali se era turbata più che mai fosse - stata in vita sua; parendogli che quei Signori di Milano non - correspondessero agli oblighi et benefitii receuti; dicendo che - mandarebbe qua mastro Alessandro, il quale non venne mai. - - Dopo questo, messer Anello mostrò littere del Re, per le quali - monstrava dubitare, che lo stato di Milano non fusse a i communi - propositi. Item che il Re dubitava di una certa prattica de’ - Venetiani col Re di Spagna et della prattica del detto Re - con Genovesi; ricordando che era bene di venire alla pace per - benefitio della Christianità, et ancora col perdonare a Lorenzo, - mettendo mille deficoltà nella sua espulsione; et che quando bene - l’espulsion seguisse, poteva egli nondimeno ritornare, come fece - Cosimo; promettendo in ultimo che Nostro Signore haverebbe le - conditioni portate per mastro Alessandro. - - Noi, ancorchè nel secreto stessimo sospesi di questa proposta, - non ci parendo haver sodisfatto al primo instituto per il quale - fu prencipiata l’impresa, tenendo per certo che Lorenzo, il - quale, beneficato, fu sempre cattivo, havesse ad esser peggiore - nell’avvenire chiamandosi offeso; fummo nondimeno contenti di - condescendere ai pareri del Re, et per suo rispetto perdonargli: - con questo però che, se non si veniva alla conclusione di quanto - si prometteva per mastro Alessandro si dovesse la vittoria dai - Capitani. - - La Maestà Sua, doppo che ci hebbe renduto gratie di tal remissione, - disse che entrarebbe nella prattica nè mai consentirebbe alla - pace salvo che con le condizioni ragionate, confermandosi col - parer nostro, che la vittoria si seguisse. Et havendo scritto i - Capitani dell’essercito che ogni speranza che si dava a Lorenzo, - d’havergliesi a perdonare, era dannosa alla total vittoria, - la Maestà Sua se ne turbò, dicendo che non si legava le mani - all’essercito per la prattica della pace. Et fummo contenti di - sodisfare al Re, non ostante che le ragione dei Capitani più ci - sodisfacessero. - - Hauto immediate Colle, Sua Maestà mutò parere; perchè, dove si - dovea seguir la vittoria, fece far instantia che si levassero - l’offese, per gratificare gli ambasciatori; di che prendemmo - admiratione et dispiacere, cresciendo il sospetto che ci era - stato posto; et stavamo durissimi a non voler consentire. Ma - instando pur messer Anello, et cognoscendo noi non poter far - la guerra soli, fummo contenti; protestando però che, se per - questo levar dell’offese si difficoltassero le conditioni della - pace, ci aggravaremmo in eterno del Re; et così faremo della - necessità virtù, restando però malcontenti, conoscendoci esser - levata la vittoria et il contento di haver cacciato quel tiranno, - et restituita la libertà al Popolo fiorentino et la quiete - et tranquillità a tutta Italia. Restava a noi questa speranza - che, havendoci il Re tirato dove haveva voluto, dovesse almeno - concludere la pace con le conditioni ragionate et haver qualche - rispetto all’honor di Dio, di Santa Chiesa et suo proprio. - - Lorenzo andò a Napoli, della quale andata il Re scrisse non haver - hauta notitia, ma che, se andava per mancare ad una minima parte - delle cose promesse per mastro Alessandro, non l’udirebbe, et lo - licentiarebbe; et che in quel caso noi dovevamo metter la mitra et - tutto lo Stato della Chiesa, et la Maiestà Sua vi voleva porre la - corona et dieci Regni, se tanti ne havesse hauti, per proseguire - l’espulsione di Lorenzo et la sua total rovina. - - Stringendosi la prattica, il Re scrisse che Lorenzo negava - che fussero state promesse alcune di dette conditioni etc. Et - lasciamo andare che non sia stato licentiato, ma è stato ogn’hora - maggiormente honorato. Doppo, Sua Maestà ha scritto che Lorenzo non - vuol venire a domandar perdono; et perciò essortatoci a levarsi - di questa mente, che abbia a venire: non considerando che noi - non habbiamo altro colore di honor di questa impresa, che di tal - venuta. - - Propose di più che si dovesse concedere un certo termine ai Signori - di Romagna, di poter domandar perdono, mettendo per fermo et saldo - il capitolo di Francia. - - Et ricusando noi di voler acconsentire a queste così vittuperose - conditioni, la Maiestà Sua di novo scrisse, che havea hauto Lorenzo - et fattolo chiaro dell’animo nostro. Diceva haverlo ridotto in modo - che sperava che condescenderebbe alla sua venuta con buone sigurtà, - et così acconsentirebbe al capitolo dei Vicarii, et a comprometter - le terre, et secondo che era stato ragionato. - - A’ tre dì dipoi, il Re scrisse, che Lorenzo havea mutato openione, - perchè lo stato di Milano non consentiva ad alcuna parte delle cose - ragionate, confortandoci a mandar giuntamente ambassatori a Milano. - - Noi habbiamo ricusato di mandare il detto ambassatore, sapendo - che la mutatione non nasce da quella Maestà, la quale era - inclinatissima et dispostissima all’honor di Dio, di Sua Santa - Chiesa et alla pace, ma che da altri procedeva quella mutatione. - Et che se la pace si poteva fare con le conditioni ragionate et - promesse, fosse con il nome di Dio; et quando anche non, la Maestà - Sua provedesse come ricercava il bisogno et l’honor commune, - havendo Lorenzo nelle mani; il quale per le conditione nelle quali - si trovava, non era da credere che ricusasse, nè, volendo, potesse - ricusarle. Così la Maestà Sua procedeva unitamente con noi, com’era - obligata in tanti modi et deve fare; acciò che non si verificasse - quello che è stato detto pubblicamente, cioè che la Maestà Sua, per - salvare Lorenzo, non se era curata dell’honore di Dio, della Chiesa - et del suo proprio. Et quando la pace non si potesse havere con le - dette conditioni, noi ci risolvemo di non mai acconsentire et di - restar più tosto così così, raccomandandoci a Dio et a san Pietro, - sperando che ci habbiano d’aiutare. Doppo questa conclusione il - Re, per mezo di messer Lorenzo da Castello, ha proposto l’ultimo - partito, cioè che la dechiaratione dei Vicari si rimetta nella - Maestà Sua. Et non contentando noi a questo, di nuovo lo replica - a voi, magnifico messer Antonio Crivello. Della qual cosa noi non - solo habbiamo preso ammiratione ma gravissimo affanno et infinito - dispiacere; parendoci che il Re, per queste vie, cerchi di tirarci - a quelle cose, che non possiamo concedere senza nostro grandissimo - carico. Perchè, se ben noi potessimo pigliare ogni fede dal Re, - non è però che non ce sia carico, non ottenendo l’esclusione de i - Vicarii, nella publica stipulatione della lega compresa. Nè sì fa - per il Re, havendo a sententiare secondo la voglia nostra, perchè - così offenderà l’altra parte sententiando l’esclusione, quindeci - dì o un mese doppo la stipulatione, come nella stipulatione della - lega; et pare a noi che non vi sia dentro l’honor della Chiesa - nè il nostro nè mancho del Re; il quale sempre si dirrà che, per - sodisfare a Lorenzo, habbia posposto l’uno et l’altro, non obstante - li beneficii recenti, l’obligation del feudo, l’investitura et - le scritture publiche et di man propria, come di sopra. Et però - noi ci siamo resoluti che si facci intendere al Re, che siamo - stati contenti di perdonare a Lorenzo, per far quest’honore a Sua - Maestà, et per fargli cosa grata; non ostante che noi conoscessimo - havere la vittoria in mano, etiam che di questa impresa non ne - consiguivamo alcuno honore, havendo noi speso un pozzo d’oro - per ottenerla. Et siamo contenti perdonare a Lorenzo et di far - la pace, quale habbiamo desiderato sempre, et per haverla buona - et sicura fu cominciata la guerra. Et di ciò preghiamo il Re - strettamente, quando si possa haver con le conclusioni ragionate - et promesse tante volte per Sua Maestà; quando anco non si - possano havere le conditioni promesse, noi ci conosciamo non esser - mancato da noi di conseguir la vittoria, nè etiandio di non predir - questo fine per le cose precedenti. Conosciamo non poter venire - alle conclusioni, mancandosi delle cose promesse, senza nostro - grandissimo vittuperio, alla qual cosa non siamo per acconsentire; - ma ben preghiamo la Maestà Sua, che vi voglia provedere, come - può ragionevolmente [e] deve fare, havendo Lorenzo nelle mani, et - venendo da lui il manchamento, come gli è attribuito. Et quando Sua - Maestà non voglia far questo, n’haveremo dispiacere per li detti - rispetti, et haveremo patienza, sperando che Nostro Signore Dio non - habbia d’abbandonarci, et confidaremo così nella sua misericordia. - - - - -Nº XI. - -(Vedi pag. 421.) - - -LETTERA CONTENENTE LE ISTRUZIONI E CONSIGLI DI LORENZO DE’ MEDICI AL -FIGLIO GIOVANNI, QUANDO FATTO CARDINALE, ANDAVA A ROMA NEL MARZO 1492. - -(FABRONI, _Documenti_, pag. 308.) - - Messer Giovanni. Voi sete molto obbligato a Messer Domenedio, e - tutti noi per rispetto vostro, perchè oltra a molti benefici et - honori, che ha ricevuti la Casa nostra da lui, ha fatto che nella - persona vostra veggiamo la maggior dignità che fosse mai in casa; - et ancora che la cosa sia per sè grande, le circostantie la fanno - assai maggiore, massime per l’età vostra et conditione nostra. - Et però il primo mio ricordo è, che vi sforziate esser grato - a Messer Domenedio, ricordandovi ad ogn’hora, che non i meriti - vostri, prudentia o sollecitudine, ma mirabilmente esso Iddio v’ha - fatto Cardinale, et da lui lo riconosciate, comprobando questa - conditione con la vita vostra santa, esemplare et honesta; a che - siete tanto più obbligato per havere voi già dato qualche opinione - nella adolescentia vostra da poterne sperare tali frutti. Saria - cosa molto vituperosa et fuor del debito vostro et aspettatione - mia, quando, nel tempo che gli altri sogliono acquistare più - ragione et miglior forma di vita, voi dimenticaste il vostro buono - instituto. Bisogna adunque, che vi sforziate alleggerire il peso - della dignità, che portate, vivendo costumatamente, et perseverando - nelli studi convenienti alla professione vostra. L’anno passato io - presi grandissima consolatione, intendendo che, senza che alcuno - ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte et - communicaste; nè credo, che ci sia miglior via a conservarsi nella - gratia di Dio, che lo abituarsi in simili modi et perseverarvi. - Questo mi pare il più utile e conveniente ricordo che per lo primo - vi posso dare. Conosco che, andando voi a Roma, che è sentina - di tutti i mali, entrate in maggior difficultà di fare quanto vi - dico di sopra, perchè non solamente gli esempi muovono, ma non vi - mancheranno particolari incitatori et corruttori; perchè, come voi - potete intendere, la promotione vostra al Cardinalato, per l’età - vostra et per le altre conditioni sopraddette, arreca seco grande - invidia, et quelli che non hanno potuto impedire la perfetione - di questa vostra dignità, s’ingegneranno sottilmente diminuirla, - con denigrare l’opinione della vita vostra, et farvi sdrucciolare - in quella stessa fossa, dove essi sono caduti, confidandosi molto - debba lor riuscire per l’età vostra. Voi dovete tanto più opporvi - a queste difficultà quanto nel Collegio hora si vede manco virtù. - Et io mi ricordo pure havere veduto in quel Collegio buon numero - d’huomini dotti et buoni, e di santa vita. Però è meglio seguire - questi esempi, perchè facendolo, sarete tanto più conosciuto - et stimato, quanto l’altrui conditioni vi distingueranno dagli - altri. È necessario che fuggiate come Scilla et Cariddi, il nome - della hipocrisia et come la mala fama; et che usiate mediocrità, - sforzandovi in fatto fuggire tutte le cose che offendono, in - dimostratione et in conversatione non mostrando austerità o troppa - severità; che sono cose, le quali col tempo intenderete et farete - meglio, a mia opinione, che non le posso esprimere. Voi intenderete - di quanta importanza et esempio sia la persona d’un Cardinale, - et che tutto il mondo starebbe bene se i Cardinali fussino come - dovrebbono essere, perciocchè farebbono sempre un buon Papa, onde - nasce quasi il riposo di tutti i Cristiani. Sforzatevi dunque - d’essere tale voi, che quando gli altri fussin così fatti, se ne - potesse aspettare questo bene universale. Et perchè non è maggior - fatica che conversar bene con diversi huomini, in questa parte vi - posso mal dar ricordo, se non che v’ingegnate, che la conversatione - vostra con gli Cardinali et altri huomini di conditione sia - caritativa et senza offensione; dico misurando ragionevolmente, - et non secondo l’altrui passione, perchè molti volendo quello che - non si dee, fanno della ragione ingiuria. Giustificate adunque - la conscientia vostra in questo, che la conversatione vostra con - ciascuno sia senza offensione. Questa mi pare la regola generale - molto a proposito vostro, perchè quando la passione pur fa qualche - inimico, come si partono questi tali senza ragione dall’amicitia, - così qualche volta tornano facilmente. Credo per questa prima - andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che - la lingua. Hoggimai io vi ho dato del tutto a Messer Domenedio - et a Santa Chiesa; onde è necessario, che diventiate un buono - Ecclesiastico, et facciate ben capace ciascuno, che amate l’onore - et stato di Santa Chiesa et della Sede Apostolica, innanzi a tutte - le cose del mondo, posponendo a questo ogni altro rispetto. Nè vi - mancherà modo con questo riservo d’aiutare la città et la casa; - perchè per questa città fa l’unione della Chiesa, et voi dovete in - ciò essere buona catena; et la casa ne va colla città. Et benchè - non si possono vedere gli accidenti che verranno, così in general - credo, che non ci habbiano a mancare modi di salvare, come si dice, - la capra e i cavoli, tenendo fermo il vostro primo presupposto, che - anteponiate la Chiesa ad ogni altra cosa. Voi siete il più giovane - Cardinale non solo del Collegio, ma che fusse mai fatto infino a - qui; et però è necessario che, dove havete a concorrere con gli - altri, siate il più sollecito, il più humile, senza farvi aspettare - o in Cappella o in Concistoro o in Deputazione. Voi conoscerete - presto gli più e gli meno accostumati. Con gli meno si vuol fuggire - la conversatione molto intrinseca, non solamente per lo fatto in - sè, ma per l’opinione; a largo, conversare con ciascheduno. Nelle - pompe vostre loderò più presto stare di qua dal moderato che di là; - et più presto vorrei bella stalla et famiglia ordinata et polita - che ricca et pomposa. Ingegnatevi di vivere accostumatamente, - riducendo a poco a poco le cose al termine, che per essere hora - la famiglia et il padron nuovo, non si può. Gioie e seta in poche - cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza di - cose antiche et belli libri, et più presto famiglia accostumata et - dotta che grande. Convitar più spesso che andare a conviti, nè però - superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, et fate - assai esercitio; perchè in cotesti panni si viene presto in qualche - infermità, chi non ci ha cura. Lo stato del Cardinale è non manco - sicuro che grande; onde nasce che gli huomini si fanno negligenti, - parendo loro haver conseguito assai, et poterlo mantenere con - poca fatica, et questo nuoce spesso et alla conditione et alla - vita, alla quale è necessario che abbiate grande avvertenza; - et più presto pendiate nel fidarvi poco che troppo. Una regola - sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la sollecitudine - vostra, et questa è di levarvi ogni mattina di buona hora, perchè - oltra al conferir molto alla sanità, si pensa et espedisce tutte - le faccende del giorno; et al grado che havete, havendo a dir - l’ufficio, studiare, dare audientia etc. ve ’l trovarete molto - utile. Un’altra cosa ancora è sommamente necessaria a un pari - vostro, cioè pensare sempre et massime in questi principii, la - sera dinanzi, tutto quello che havete da fare il giorno seguente, - acciocchè non vi venga cosa alcuna immeditata. Quanto al parlar - vostro in Concistorio, credo sarà più costumatezza et più laudabil - modo in tutte le occorrenze che vi si proporranno, riferirsi alla - Santità di Nostro Signore; causando, che per essere voi giovane et - di poca esperientia sia più ufficio vostro rimettervi alla S. S. et - al sapientissimo giuditio di quella. Ragionevolmente, voi sarete - richiesto di parlare et intercedere appresso a Nostro Signore per - molte specialità. Ingegnatevi in questi principii di richiederlo - manco potete et dargliene poca molestia; che di sua natura il - Papa è più grato a chi manco gli spezza gli orecchi. Questa parte - mi pare da osservare per non lo infastidire; et così l’andargli - innanzi con cose piacevoli, o pur, quando accadesse, richiederlo - con humiltà et modestia, doverà sodisfargli più et esser più - secondo la natura sua. State sano. Di Firenze. - - - FINE DEL TOMO SECONDO. - - - - -NOTE: - - -[1] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI. — MARCH. STEFANI, agli anni 1377-78. - -[2] Leggiadramente il Machiavelli: «chi non ha lo Stato in questa -terra, de’ nostri pari non trova cane che gli abbaj; e non siamo -buoni ad altro che andare a’ mortori o alle ragunate d’un mogliazzo, -o a starci tutto dì in sulla panca del Proconsolo a donzellarci.» -(_Mandragola_, atto II, scena 3.) - -[3] «Sempre parve da gran tempo che chi ha fare le parti guarda a farla -a sè buona.» (MARCH. STEFANI, lib. XII, rub. 931.) — Vedi _Cronaca_ -del MORELLI, pag. 272, i Consigli per non pagare le gravezze celando il -proprio valsente, con artifizi che si descrivono; aggiugnendo infine: -«non le pagare, rubèllati dal Comune ec.» - -[4] MATTEO VILLANI, lib. V, cap. 74. - -[5] Vedi in più luoghi circa alle gravezze che s’imponevano sotto -vari nomi, lo stesso Matteo; e PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo I. -— CANESTRINI, _Scienza di Stato de’ Fiorentini_, 1ª Parte, _Sulle -Imposte_. - -[6] PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo I, pag. 16. - -[7] MATTEO VILLANI, lib. III, 106; lib. VIII, 71; lib. IX, 3; e MARCH. -STEFANI, lib. XI, rubr. 883. - -[8] Provvisione del 27 aprile 1369. — Petizione del 15 gennaio 1370 -stile fior. — e Provvisione del 23 dicembre 1371. - -[9] Quando a frenare le usure più ingorde vennero in Firenze chiamati -gli Ebrei, ebbero proibizione d’imprestare a frutto più alto. Nell’anno -1420 uscì divieto di fare contratti a usura col pegno a più di 5 danari -al mese, ch’è il 25 per cento all’anno; più tardi si trovano imprestiti -fino al 30 per cento. (PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo II, pag. 139.) - -[10] Un altro Monte fecero per la guerra di San Miniato, dove il -capitale era solamente raddoppiato, così venendo a fruttare il dieci; -si chiamò il Monte dell’uno due. (MARCH. STEFANI, lib. XI, rubr. 883.) - -[11] «Ancora si fece legge; conciossiacosachè molti incantavano del -Monte, e diceano: lo Monte vale 30 per centinaio questo dì; io voglio -fare teco una cosa, io voglio poterti dare oggi a un anno, ovvero tu -dare a me, quanto a 31 per cento; che vuoi ti doni e fa’ questo? e -cadeano in patto; poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comperava, e -se rincaravano li vendeva, e ne promutava qua e là il patto 20 volte -l’anno. Di che vi si puose su gabella fiorini 2 per cento a ogni -promutatore.» (MARCH. STEFANI, lib. IX, rubr. 727.) - -[12] CAVALCANTI, _Storie_, tomo I, pag. 416; tomo II, pag. 463. - -[13] «Veramente credo che comunemente già fa cinquanta anni, dal -Mugello si sarebbe tratto diecimila uomini d’arme; ma i’ credo sicuro -sieno diminuiti, come negli altri paesi tutti, e sì per la mortalità -e sì per le guerre e gravezze, per le quali è suto forza a una gran -gente il partirsi per non avere a stentare in prigione.» (_Cronaca_ del -MORELLI, pag. 223.) - -[14] MATTEO VILLANI, lib. III, cap. 36. — Intorno al vivere del popolo -di Firenze in quelli stessi anni qualcosa può trarsi da un capitolo -dove l’autore dei _Centiloquio_, Antonio Pucci, descrisse non senza -vivezza le genti che praticavano in Mercato Vecchio, e le cose che ivi -si vendevano. (_Deliz. Erud_., tomo VI, pag. 267.) - -[15] Vedi 1º vol., lib. III, cap. V; e _Statuto Fiorentino_, tomo II, -pag. 195. - -[16] Vedi 1º vol., lib. III, cap. IV e V. - -[17] Quando una parte degli Albizzi, mutato casato, si chiamò degli -Alessandri, tolsero entrambi le armi dall’arte ch’esercitavano, della -Lana: gli Albizzi presero le Matasse, e gli Alessandri la Pecora. - -[18] _Tumulto de’ Ciompi_, di G. CAPPONI. - -[19] Ciò dallo STEFANI; ma una Provvisione dei 23 giugno, letta dal -giovine Ammirato (lib. XIV, pag. 721), mentre ordina che i rubatori -restituissero il tolto, fa eccezione per coloro che aveano rubato a -Lapo da Castiglionchio; tanto era in odio cotesto uomo. - -[20] «E in quel medesimo dì uno che aveva nome Cecco d’Iacopo da -Poggibonsi, coll’insegna dell’arme di libertà, la quale gli fu data -per alcun nostro cittadino dell’ufficio degli Otto di guerra (del quale -il nome per al presente mi taccio) fece di grandissimi danni e ruberie -ec.» (GINO CAPPONI, _Tumulto de’ Ciompi_, pag. 222.) - -[21] Questo afferma G. Capponi, che tra i narratori del Tumulto più -aderisce agli Ottimati. - -[22] G. CAPPONI, _Tumulto de’ Ciompi_. — Una lettera sopra il Tumulto, -che sarebbe d’un testimone di veduta (_Deliz. Erud_., tomo XVII, -pag. 170), contiene tra le altre Petizioni queste: «Che nell’offizio -de’ Signori sia due de’ Minutissimi, due degli Artefici minuti, e il -rimanente come tocca alle sette Arti maggiori e alli Scioperati: che -all’offizio de’ dodici Buonuomini v’abbia tre di questi Minuti fuori -d’Arti; e che dell’offizio de’ Gonfalonieri delle Compagnie, v’abbi -quattro, e che di loro si debba fare squittinio di per sè: che il -Gonfaloniere di Giustizia sia comune, a ciò possa toccare anco a loro. -Che nessuno possa avere più d’un offizio per volta, salvo possa esser -consolo. Che gli Uffiziali dell’Abbondanza della carne si levino e non -si faccin più. Che nessuno possa esser preso per debito per di qui a -due anni. Che quaranta di questi Minutissimi abbino la preminenza che -ebbero gli ottanta del primo rumore. Che al Consiglio del Comune si -arroga dieci de’ Minutissimi: che chi non ha offizio di Comune, non -possa aver di quelli della Parte Guelfa: che Spinello della Camera, e -sere Stefano e ser Matteo abbino la prestanza ch’ebbono gli ottanta: -che il Gonfalone della Parte Guelfa stia in casa i Priori e mai si dia -a’ Capitani per nessuna cagione: che niuno de’ Grandi possa essere -del Consiglio del Comune, e in luogo loro sono i dieci qua addietro -scritti per Arroti cioè de’ Minuti.» Giusto fu il popolo nel remunerare -Spinello che aveva tenuto più anni i danari del Comune con lealtà e -fede, e denunziò e ripose nella Camera tre mila ducati che aveagli -donati l’Aguto quando prese la condotta; e morì povero, che non si potè -fargli il mortorio come meritava, e fu dipinto per fama nella Camera -del Comune. (MORELLI, _Cronaca_, pag. 288.) - -[23] Una Provvisione dei 21 luglio (Archivio di Stato) contiene quei -punti che risguardano alla Parte guelfa ed allo Smunire; e inoltre che -sia vietato ai Capitani di parte guelfa l’inviare arroti o aggiunti -ai Consigli sia del Popolo sia del Comune, e che dieci popolani per -Quartiere siano aggiunti di nuovo al Consiglio del Comune; che al -Magistrato della Parte venga tolto il Gonfalone regale fatto fare da -Lapo da Castiglionchio, siccome vedemmo. Inoltre contiene: che Spinello -di Luca Alberti, ser Stefano Becchi e ser Benedetto Landi sieno -consorti e confederati di Salvestro de’ Medici e degli altri Priori che -furono seco in officio a tutto giugno. — Vedi per questa e per altre -due Provvisioni di quel tempo l’_Appendice_ Nº I, in fine di questo -volume. - -[24] «Il quale Michele era per addietro pettinatore di lana, come -che allora fosse sopra i pettinatori e scardassieri d’Alessandro di -Niccolò a salario, e la madre e la moglie faceano bottega di cavoli -e d’erbe e dentro stoviglie di terra.» (MARCH. STEFANI, lib. X, rubr. -796.) — Questo Alessandro era degli Albizzi e fu quello il quale avendo -sciamato, fondò la casa degli Alessandri. Abbiamo dal solo Leonardo -d’Arezzo, che da giovinetto avea Michele esercitato in Lombardia il -mestiere delle armi. - -[25] «Gli Otto della Guerra si tennono grandemente gabbati perchè -pareva loro essere certi d’avere a riformare la città eglino; ma la -speranza e il pensiero fallì loro, perchè il Popolo minuto vollono -essere signori loro: e fu molto giusto, che chi per propria ambizione -consente le alterazioni nella città, meriterebbe altro.» Qui Gino -Capponi pone termine al Commentario: noi continueremo. - -[26] MARCH. STEFANI, lib. IX, rubr. 748 e 55. - -[27] Nella Provvisione sopraccitata dei 23 giugno venne ordinata detta -consorteria, con obbligo d’assistersi come se fossero d’una medesima -casa o famiglia, la quale consorteria non vollero che desse fra di loro -divieto agli ufizi. - -[28] Scrive il MONALDI, che ai trentuno «furono dati i confini dove -chiesero andare i confinati;» era discretezza a petto a quello che poi -si fece. - -[29] _Tumulti del 1378_. In _Archivio Storico Italiano_, tomo XVII, 3ª -Dispensa, 1873. - -[30] MARCH. STEFANI, lib. X, rubr. 800. — BONINSEGNI, _Storie_, lib. -IV, pag. 625. - -[31] _Marchionne Stefani_, lib. X, rubr. 801. — Frammenti di -Cronichetta (_Giorn. Stor. degli Arch. Toscani_, tomo I, pag. 61, 78). -— AMMIRATO, lib. XIV, pag. 737, e nella Provvisione degli 11 settembre: -«illi de illa tertia Arte populi minuti sive Populi Dei, qui sunt a -dicto scruptinio prohibiti et exclusi.» - -[32] Il MONALDI nel _Diario_ esprime pur egli la paura che si aveva -in Firenze di quei Ciompi: «Se i minuti avessero vinto, ogni buon -cittadino che avesse, sarebbe stato cacciato di casa sua ed entratovi -lo scardassiere, togliendovi ciò che avesse; in Firenze ed in contado -morto e diserto era ciascuno che nulla avesse.» Accenna pure alla -importanza che avea pel popolo ottenere l’estimo. - -[33] MARCHIONNE STEFANI, luogo sopra citato. - -[34] Ciò appare dal Boninsegni, il quale scrive che Michele ed un -Ghiotto da Secciano che si era portato francamente contro ai Ciompi, -furono dichiarati abili ad avere ufficio o beneficio del Comune. - -[35] Provvisioni degli 11 e 28 settembre (_Appendice_, Nº I). - -[36] Giurarono «essere fedeli e devoti e amatori del Comune e popolo -fiorentino e della sua libertà e della cattolica e cristianissima Parte -Guelfa, e che avrebbero difeso a tutto potere il governo popolare per -conservarlo in istato pacifico e libero.» (AMMIRATO, pag. 737.) - -[37] MARCHIONNE STEFANI, lib. X; _Deliz. Erud_., tomo XV. — Ser NADDO -DA MONTECATINI; _Deliz. Erud._, tomo XVIII. — BONINSEGNI, _Stor. -Fior._, lib. IV. — MACHIAVELLI, _Stor. Fior_., lib. III. - -[38] Il signor Palermo pubblicava insieme alle _Laudi_ l’_Apologia -di Giannozzo_: a lui lo Stefani certamente è così acerbo da non -gli credere; il Boninsegni, senz’altro aggiugnere, tiene per vera -l’imputazione. - -[39] MARCHIONNE STEFANI. — SER NADDO. — BONINSEGNI. - -[40] Da un luogo malconcio della _Cronaca_ di MARCHIONNE STEFANI (lib. -XI, rubr. 857) apparisce come i Cherici avessero iscritta sul Monte -una rendita di fiorini diciotto mila all’anno a titolo d’_interesse_ o -_provvisione_. - -[41] Il Comune così guadagnava circa sessanta mila fiorini l’anno di -interesse: ma fu grande cosa, perchè forse cinque mila persone aveano -danari sul Monte, uomini e femmine: e molti aveano venduti i loro -poderi o case, e chi disfatto bottega per l’ingordigia dell’interesse -che il Monte pagava. Era vietato per legge mettere a partito o in -guisa alcuna promuovere mutazione agli Statuti del Monte, e ciò fino -dall’istituzione sua: ma aveano trovato modo a sospendere la legge -(STEFANI, lib. XI, rubr. 863), dalla quale erano eccettuati uomini e -donne di case principesche; Durazzo, Della Scala, Visconti ed altri, i -quali aveano danari nel Monte. - -[42] MARCHIONNE STEFANI, lib. XI, rubr. 877. - -[43] Era legge che fosse tagliata la mano _a chi ferisse, e non pagasse -fra dieci dì, di certe ferite_. Al tempo dei Ciompi fu abolita quella -legge. (STEFANI, lib. XI. rubr. 864.) - -[44] Leonardo d’Arezzo scrive che Benedetto Alberti era in armi sulla -piazza quando Giorgio fu decapitato. Il Machiavelli vi aggiunge del -suo un’arringa che lo Scali prima di morire avrebbe fatta a Benedetto; -io poco m’affido all’autorità dell’Aretino che manda a morte Tommaso -Strozzi insieme e a lato di Giorgio Scali. — Vedi anche Ser NADDO DA -MONTECATINI (_Deliz. Erud_., tomo XVIII); e _Cronichetta_ di un anonimo -fiorentino pubblicata dal signor Gherardi (tomo VI dei _Documenti di -Storia Italiana_). - -[45] Provvisioni dei 21, 22, 23 gennaio 1382 (stil. fior. 1381). -Archivio di Stato. — Vedi _Appendice_ Nº II. - -[46] Ser NADDO DA MONTECATINI scrive che Salvestro andò a Lucca a -confine. - -[47] Maddalena figlia di questo Carlo si era maritata (_Diario_ del -MONALDI) l’anno innanzi a Luchino Visconti, che ora viveva in Firenze -spossessato come dubbio figlio di quell’altro Luchino Visconti che -fu signore di Milano. È singolare che tali nozze in mezzo al governo -plebeo fossero celebrate, come si trova, con palii e giostre mentre che -il padre era a confine. - -[48] BONINSEGNI e Ser NADDO. - -[49] Rimane tuttora a un luogo dei Camaldoli di San Lorenzo il nome di -Cella di Ciardo. - -[50] _Storie Fiorentine_ di GIOVANNI CAVALCANTI, tomo II, pag. 487. - -[51] MARCHIONNE STEFANI, lib. XI, rubr. 921-23. — Ser NADDO. - -[52] _Capitoli del Comune_ ec., regesto pubblicato dal signor CESARE -GUASTI. Firenze, 1866; tomo I, pag. 371-449. - -[53] LIONARDO ARETINO, _Stor_., lib. IX. — MARCHIONNE STEFANI, lib. -XII. — BONINSEGNI, lib. IV. — AMMIRATO, lib. XV. — L’Archivio Centrale -di Stato (Lib. XIV dei Capitoli) ha documenti i quali risguardano a -questa vertenza; e vedi una deliberazione della Signoria, _Archivio -Storico Italiano_ (tomo XIII, pag. 119). - -[54] MARCHIONNE STEFANI, lib. XI, rubr. 777. - -[55] Abbiamo il decreto di questa Balìa tra’ documenti pubblicati -dal signor Passerini nella sua pregevole _Istoria della famiglia -degli Alberti_. Il bando non era da principio che per due anni, e fu -pronunziato dietro una petizione degli stessi Benedetto e Cipriano, i -quali dicevano volersi per loro faccende assentare: singolare ipocrisia -della sentenza la quale voleva dai condannati essere invocata. - -[56] «Molti, gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli -uffici per procuro de’ padri loro che erano nel reggimento; e occorse -che facendosi lo squittinio in que’ tempi, si trovò che dei quattro tre -non passavano i venti anni, e pur tali furono portati allo squittinio -che giacevano nelle fasce.» (FILIPPO VILLANI, lib. XI, cap. 65.) - -[57] BONINSEGNI, lib. IV. — MINERBETTI, cap. IV e seg., dell’an. 1387. - -[58] SISMONDI, _Hist. des Repub. Ital._, chap. LIII. - -[59] BONINSEGNI, _Stor. Fior._, lib. IV, pag. 685. - -[60] Il Conte di Virtù avea di rendita ferma delle sue terre un milione -e 200 migliaia di fiorini, senza l’imposte che faceva, ed in tempo di -pace avanzava assai danari. (GORO DATI,_ Storia di Firenze_, pag. LI.) - -[61] LIONARDO ARETINO, lib. IX. - -[62] Così appellato, secondo narra Giovanni di Iacopo Morelli nei -_Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX, 2) per aver egli, sebbene fosse -grande ghibellino, combattuto corpo a corpo con un tedesco ed uccisolo. - -[63] «Poi fece percuotere le mura con molte grosse bombarde, le quali -mura perocchè erano non molto grosse, non poterono sostenere i colpi -delle pietre, perocchè erano di più di trecento libbre l’una; anzi -forarono in molte parti le mura, e in alcune parti le feciono cadere.» -(MINERBETTI, _Cronaca_, cap. XXII, an. 1390.) - -[64] MALAVOLTI, _Storia di Siena_, lib. IX, parte 2ª. - -[65] LIONARDO ARETINO, lib. IX. - -[66] LIONARDO ARETINO, lib. X. - -[67] SISMONDI, _Histoire des Français_. Cinquième partie, chap. XX. - -[68] «Chevauchons liement (lietamente) sur ces Lombards; nous avons -bonne querelle et juste et bon capitaine, si en vaudra notre guerre -grandement mieux et en sera plus belle. Et aussi nous allons au -meilleur pays du monde, car Lombardie reçoit de tous côtés toute -largesse de ce monde. Si sont Lombards de leur nature riches et -couards; nous y ferons notre profit. Chacun de nous qui sommes -capitaines retournerons si riches, que nous n’aurons que faire jamais -de guerroyer.» (_Chroniques_ de T. FROISSART, lib. IV, chap. 20.) - -[69] FROISSART, loc. cit. — LIONARDO ARETINO, lib. X. - -[70] Noi qui seguitiamo Lionardo Aretino, grave istorico di questa -guerra, la cui narrazione parve a noi che procedesse chiara e netta. Il -Boninsegni ed il Minerbetti pongono l’impedimento delle acque sul fiume -dell’Oglio e prima della rotta dell’Armagnac. Il Poggio s’attiene al -racconto di Lionardo. (_Storia_, lib. III.) - -[71] LIONARDO ARETINO, lib. X. — Ser NADDO DA MONTECATINI. (_Deliz. -Erud_., tomo XVIII, pag. 125 e seg.) - -[72] MINERBETTI, cap. XII, an. 1392. — BONINSEGNI, _Storie_, lib. IV. - -[73] Provvisione del 19, 20 e 21 ottobre 1393. (Archivio di Stato.) — -Vedi _Appendice_, Nº III. - -[74] MORELLI, _Cronica_, pag. 293. - -[75] LIONARDO ARETINO scrive la cagione delle novità, e dell’esilio -degli Alberti, fosse non tanto mancamento alcuno commesso di nuovo, -quanto l’antica contesa delle parti ec.; e Ser NADDO: «Seguì detto -rumore non per mancamento di nessuno degli Alberti, ma per opera -di messer Maso degli Albizi Gonfaloniere, e per l’antica nimicizia -che avea con gli Alberti, cominciata quando messer Benedetto, capo -di quella famiglia, stette armato in piazza, mentre che Piero degli -Albizzi e gli altri notabili cittadini furono indegnamente morti.» -(_Deliz. Erud._, tomo XVIII, pag. 140.) — Vedi poi le lunghe calamità -degli Alberti nella Istoria sopraccitata di quella famiglia. - -[76] Scrive il MORELLI (loc. cit.) «che da principio doveano essere -sei mila, e che gli chiamarono giornee: _fessene assai, ma non andarono -innanzi_;» e veramente erano troppi, da non fidarsene. - -[77] Provvisione surriferita. — Ser Naddo da Montecatini appella l’Arte -della Lana «_cagione d’ogni bene_, che si facesse in quelli anni nella -Repubblica.» - -[78] MINERBETTI, _Cronaca_, cap. XXII, an. 1393. - -[79] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI. - -[80] MINERBETTI, an. 1396, cap. XIV. — P. BONINSEGNI, an. 1396. -— LIONARDO ARETINO, lib. XI. — MORELLI, _Cronaca_. — Ser NADDO DA -MONTECATINI (_Deliz. Erud_., tomo XVIII, pag. 153). — _Lettera Di -Donato Acciaioli alla Signoria_; Firenze, 1857; con le Opere del -Sacchetti. - -[81] MINERBETTI, an. 1397, 1400. — MACHIAVELLI, _Stor. Fior._, in fine -del lib. III. — MORELLI, _Cronaca_, loc. cit., ed alla pag. 324 e seg., -dove narra come la Balía degli Ottantuno, fatta nel 1393, continuasse -fino al 1404, e nelle borse fussero larghi a mettere nomi di _persone -da bene, e antiche a Firenze e specialmente delle Famiglie_, i quali -doveano avere trent’anni. Si vede pure come del tôrre quella Balía -fosse _il popolo molto lieto, ma gli uomini da guerra molto dolenti_, -perchè mutando anche l’imposta delle prestanze, credeano le paghe -fossero peggio assicurate. — Vedi anche MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz. -Erud_., tomo XIX, pag. 10). - -[82] Nella più sopra lodata _Storia della Famiglia degli Alberti_ è -ampia mèsse di documenti relativi alla persecuzione e quindi al ritorno -di quella Famiglia: sono da vedere le condanne fatte con le Balíe degli -anni 1401 e 1412; di poi cominciano le mitigazioni. - -[83] L’effigie di Giovanni Aguto fu dipinta a buon fresco da Paolo -Uccello nel Duomo: un trent’anni fa venne portata sulla tela, e si vede -internamente sopra una delle minori porte della facciata. - -[84] «I Fiorentini che sanno tutti i pertugi d’entrare e d’uscire che -sono al mondo, a un’otta spiavano ogni dì ciò che faceva il Duca e si -provvedevano a’ rimedi loro.» (GORO DATI, _Storia_, pag. 56, 57.) — -«Sapeano a Firenze appunto quello che il Duca aveva d’entrata da potere -spendere, e sapevasi tutta la spesa che egli portava tra in soldati -e donare a’ Signori, e in ambasciate e in provvigioni e doni che dava -per tener le terre a sua divozione; e sapevasi che a questa spesa gli -mancava tanto d’entrata, massimamente perchè in tempo di guerra non -gli rispondeva la metà, che a lui era forza gravare i suoi popoli di -gravissime imposte.» (Idem, pag. 66.) — «Egli colla sfrenata volontà -s’avea arrecato addosso peso e soma impossibile a poterla lungamente -portare e sostenere, e era veduto e conosciuto per li Fiorentini che -v’avea a scoppiare sotto.» (Idem, pag. 67.) — «E quasi aveano molti -fatta la ragione colla penna in mano, e diceano come di cosa certa: -tanto può durare.» (Ivi.) - -[85] È in mano nostra l’originale del Copialettere della Repubblica -Fiorentina per tutto quell’anno 1396. Quivi, tra molte lettere, sono -le istruzioni per non meno di sessanta ambascerie fuori Stato, mandate -in quell’anno a’ vari Signori, alle città collegate, a’ Capitani delle -Compagnie: notabili quelle del 5 aprile agli ambasciatori Palmieri, -Altoviti e Onofrio Arnolfi, mandati al Papa e al re Ladislao; quelle -a Grazia dei Castellani e Andrea Buondelmonti i quali andarono a -Sigismondo in Ungheria, e quelle a Francesco Rucellai ed a Lorenzo -Ridolfi anch’essi mandati a Roma e a Gaeta il 4 giugno, e la lettera al -Comune di Roma, 8 gennaio 1397. — Aveva la Repubblica inviato anche in -Avignone un ambasciatore, il quale per mezzo del Cardinale di Firenze -Piero Corsini procurasse aiuti di Francia; e quello stesso ambasciatore -doveva andare pure in Guascogna a Bernardo conte d’Armagnac, -sollecitandolo affinchè scendesse in Italia a vendicare contro al -Duca di Milano la rotta data agli Armagnac e la morte del fratello. -(_Istruzioni a Pero di Ser Pero da Samminiato_, 6 marzo 1395 st. fior.) -— Vedi pure, circa le intenzioni del Papa, la Legazione a Roma di -Iacopo Salviati nel 1401. (_Deliz. Erud._, tomo XVIII, pag. 200.) - -[86] «In questi tempi fece messer Maso degli Albizzi lega col Re -di Francia per noi, con certi disutili patti.» (MORELLI, _Ricordi -in Deliz. Erud._, tomo XIX, pag. 6.) — Vedi anche la _Cronaca_ di -BONACCORSO PITTI, il quale racconta distesamente le pratiche avute in -Parigi col Re e coi Signori, presso ai quali aveva famigliarità grande -pe’ molti viaggi da lui fatti in quella e in altre contrade, dov’era -stato mercante, soldato, grande giocatore e uomo di corte, sinchè in -Firenze non venne tardi agli uffici della Repubblica. - -[87] Istruzioni a Maso degli Albizzi mandato a Parigi, 5 maggio; a -Bonaccorso Pitti, 18 luglio; a Leonardo Frescobaldi ambasciatore al -Papa, 14 dicembre. — Lettera al Papa, 4 novembre. — Lettere due al -Re ed una alla Regina di Francia, 18 e 31 dicembre. — Istruzione a -Bonaccorso Pitti rinviato in Francia, 16 gennaio (1397). — Istruzione -a Niccolò da Uzzano, 11 gennaio. — Scrivevano a Maso (1 luglio) _non si -parta dal Re senza nostra espressa licenza_. Questo volemmo notare come -indizio della soggezione in cui cercava la Signoria tenere colui che -ambiva pur d’essere come principe nella Repubblica. - -[88] Lettera a Parigi, 28 agosto. — Vedi anche le Istruzioni a Palmieri -Altoviti e Lodovico Albergotti inviati a Milano, 13 giugno. - -[89] Lettera al Re di Francia, 30 novembre. - -[90] BONINCONTRI, _Annales Samminiatenses_. - -[91] GORO DATI, lib. IV. - -[92] MINERBETTI, _Cronaca_. — BONINSEGNI, _Storie_. — LIONARDO ARETINO, -lib. XI. - -[93] MALAVOLTI, _Storie di Siena_, an. 1391-99. - -[94] MORELLI, _Ricordi_, (_Deliz. Erud_., tomo XIX, pag. 6). - -[95] MINERBETTI, _Cronaca_, an. 1399, cap. VII. — AMMIRATO, lib. XVI. - -[96] MINERBETTI, an. 1399, cap. VII e X. Cantavano tra le altre laudi -questa: - - «Misericordia, eterno Iddio; - Pace, pace, o Signor pio: - Non guardate al nostro error.» - -Vedi anche LIONARDO ARETINO, sul principio del lib. XII. - -[97] Afferma il Corio, che Francesco Gonzaga si riconobbe feudatario -del Duca di Milano, e di ciò furono celebrati solenni e pubblici -istrumenti. - -[98] Vedi nella _Cronaca_ di GIOVANNI MORELLI, pag. 309, una satirica -descrizione della spedizione di Roberto, e della privata diplomazia -che facevano i mercanti fiorentini residenti in Alemagna, promettendo -a Firenze grandi cose dell’Imperatore, e a questo danari senza -averne dalla Repubblica il mandato. — Vedi poi tutta la legazione -di Bonaccorso nella _Cronaca_ scritta da lui, e le molte andate e -venute in Alemagna e a Venezia, a motivo di danaro che facesse muovere -l’Imperatore; il quale onorava Bonaccorso ed i fratelli suoi d’insegna -data da lui e del titolo di Conti Palatini. - -[99] _Cronaca_ di GIO. MORELLI, pag. 314 e seg. — MINERBETTI, an. -1401-2, e BONINSEGNI, _Storie_. - -[100] LIONARDO ARETINO, fine dell’_Istoria_. — CORIO, _Storia di -Milano_, part. IV. - -[101] Legazione a Roma di Iacopo Salviati con Maso degli Albizzi. -(_Deliz. Erud_., tomo XVIII, pag. 214.) — Iacopo fu anche Capitano -delle genti che andarono contro agli Ubertini e ai Conti da Bagno. -(Ivi, pag. 220 e seg.) — Vedi anche la Commissione di Rinaldo degli -Albizzi quando era Potestà di Rimini, vol. I. (_Documenti di Storia -Italiana_, pubblicati a cura della R. Deputazione di storia patria ec.) - -[102] MALAVOLTI, _Storie di Siena_. - -[103] CORIO, _Storia di Milano_. — MINERBETTI, _Cronaca_, an. 1403-4. - -[104] Bartolommeo da Scorno dovette pagare 25 mila fiorini d’oro, ed a -Gherardo di Compagno, altro ricchissimo cittadino, furono dati tratti -di corda finchè non ebbe messo fuori quanti danari egli si avesse. -(Diceria in fino de’ _Commentari_ di GINO CAPPONI.) - -[105] Legazione a Genova di Bonaccorso Pitti, nella _Cronaca_ di lui, -pag. 76. — MORELLI, _Cronaca_, pag. 321 e seg. — MINERBETTI, pag. 490. -— FOGLIETTA, _Storia di Genova_, lib. IX. — Legazione in Francia di -Iacopo Salviati. (DELIZ. ERUD., tomo XVIII, pag. 230.) — Vedi anche -una lettera della Repubblica di Firenze a Carlo VI re di Francia, 24 -aprile 1404, da noi pubblicata in principio dei _Documenti di Storia -Italiana_ (Firenze, 1836), allora ignorando fosse già stampata tra le -_Miscellanee_ del Baluzio. - -[106] _Livres des faits du Maréchal Bouciquaut_, part. III, chap. 3, 4, -5. - -[107] MINERBETTI. — MORELLI, _Cronaca_. — _Livre des faits de -Bouciquaut._ - -[108] GINO CAPPONI, _Acquisto di Pisa_. — MATTÆI PALMERII, _De -Captivitate Pisarum_. — MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX, -pag. 11). - -[109] GINO CAPPONI, _Acquisto di Pisa. — Livre des faits de -Bouciquaut_, part. III, chap. 11. - -[110] MINERBETTI, _Cronaca_. - -[111] GIOVANNI CAVALCANTI dice avere Gino salvato la vita ad Andrea -Vettori che i maggiorenti volevano condannare. I Capponi ed i Vettori -s’erano insieme legati di consorteria per contrapporsi ai Frescobaldi -loro vicini e in antico potentissimi. (Tomo II, pag. 520.) — Abbiamo -altrove distinto le consorterie di _sangue_ da quelle per _carta_, -com’era questa: il divieto di esercitare insieme gli uffici valeva -pei consorti come pei congiunti. Nell’anno 1453 ottennero quelle due -famiglie di non si dare divieto se non per la Signoria, Collegi e Dieci -di Balía, senza più darselo per gli altri uffici di dentro e di fuori. -(_Deliz. Erud._, tomo XX, pag. 302.) - -[112] GINO CAPPONI, _Acquisto di Pisa_; e BONINSEGNI PIETRO, _Stor. -Fior._ - -[113] MINERBETTI, anno 1405, cap. XXIII. - -[114] IACOPO SALVIATI, _Cronaca_ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XVIII, -pag. 242, 46, 48, 54). - -[115] MINERBETTI, _Cronaca_, cap. IX. — Vedi pure intorno all’assedio -lo stesso Minerbetti per tutto l’anno 1406. — BONINSEGNI, _Stor_. -— MORELLI, pag. 327 e seg.; e MORELLI, _Ricordi_ (_Delizie degli -Eruditi_, tomo XIX, pag. 12 e seg.). - -[116] _Commentari_ di GINO CAPPONI. - -[117] «Si pouvons dire et penser qu’il en est aux Florentins de -tenir ou non les convénances de susdit traité, puisque le Roi avait -revoqué l’acord fait avec eux et depuis sont venus à leur intention.» -(_Livre des faits,_ part. III, chap. 11, 12.) — Secondo quel libro -e secondo anche gli storici fiorentini, nel fatto di Pisa andavano -insieme il Duca d’Orléans e quel di Borgogna, sebbene tra loro nemici -capitalissimi. L’autore finisce poco dopo il Commentario della vita del -Bouciquaut, al quale intuona un panegirico dilungandosi nel dimostrare -la ingiustizia e la perversità delle accuse che il Maresciallo per quel -fatto ebbe alla Corte del suo Signore. - -[118] Qui hanno termine i _Commentari_ di Gino Capponi, tenuti da molti -essere scritti da Neri; ma crediamo noi, che scritti da Gino in forma -d’appunti, fossero ampliati e distesi poi dal figlio, come solea farsi -di molte cronache di famiglia. Due letterati fiorentini di qualche -grido nel secolo XV, Matteo Palmieri e Bernardo Rucellai, latinamente -rifecero i _Commentari_, che il primo intitolava a Neri, ed il secondo -a Piero Capponi. Ma queste non furono altro che esercitazioni per dare -alle cose di Firenze aspetto e forma delle Romane, com’era usanza in -quella età: poco rilevasi dalla prima che giovi all’istoria, e nulla -affatto dalla seconda. - -[119] MORELLI, _Cronaca_, pag. 339. - -[120] Prefazione di Lelio Torelli alla edizione principe delle -_Pandette_. - -[121] AMMIRATO, _Storie_; e MINERBETTI. — Il Cavalcanti registra -insieme queste due rapine tra le offese che più accendevano i Pisani, -quando nell’anno 1431 Giovanni Gualandi tentava muovere la sua patria a -scuotere il giogo e vendicarsi in libertà. (Lib. VII, cap. 20.) - -[122] Vedi _Appendice_ Nº IV. Le gravezze imposte ai Pisani per l’opera -delle fortificazioni e più altri titoli nei primi tre anni passarono la -somma di cento mila fiorini. (Vedi CANESTRINI, _La scienza di Stato de’ -Fiorentini sulle imposte_, part. I, pag. 128.) - -[123] AMMIRATO, _Stor. Fior_., anno 1421. — GIOVANNI CAMBI (_Deliz. -Erud_., tomo XX, pag. 155) dice che vennero essi da quattordici città -della Magna, e descrive i privilegi. - -[124] Vedi una lettera dei Dieci di balía al Capitano di Pisa, 14 -gennaio 1431, dopo alla mossa inutile del Gualandi. (FABBRONI, _Vita di -Cosimo de’ Medici_, Appendice, pag. 8.) - -[125] _Ricordi di Ser Perizzolo da Pisa_, agli anni 1439-1450. (_Arch. -Stor_., tomo VI, parte II, pag. 387.) - -[126] GORO DATI, pag. 131. - -[127] Ambedue furono chiari per dottrina e reputati di santa vita; -ebbe il Dominici anche titolo di Beato. Dal Concilio di Costanza, dove -intervenne, andò Legato in Boemia, fu amico a Sigismondo, e moriva in -Buda. (Vedi _Prefazione_ di DONATO SALVI alla _Regola del governo di -cura familiare del B. Gio. Dominici_; Firenze, 1860.) - -[128] Andò in quei giorni a Gregorio in Lucca Gino Capponi (Legazione -MS.); e fu creduto avere egli dato gran mano ai Cardinali per quella -fuga e per le cose che indi seguirono. (_Deliz. Erud._, tomo XVIII, -pag. 369.) - -[129] GIO. MORELLI, _Cronaca_, pag. 357. - -[130] Vi andò le due volte Iacopo Salviati, che prima era stato -ambasciatore in Nizza a Benedetto. Sono da vedere le sue Memorie -(_Deliz. Erud_., tomo XVIII, 273, 290, 302), pregevoli per acume -e integrità di giudizi. Ebbe doni dal Comune, e fu onorato oltre -all’usanza pei servigi resi, e per avere mostrato in quelli grande -astinenza; virtù assai rara tra gli uomini di quella età. (GIO. -MORELLI, pag. 319.) - -[131] Legazione MS. di G. CAPPONI. - -[132] MINERBETTI, Stor. — BONINSEGNI. — AMMIRATO. - -[133] RAYNALDO, _Annal. Ecclesiast._ — LENFANT, _Histoire du Concile de -Pise_. - -[134] SALVIATI, _Legazioni_. - -[135] Bonaccorso Pitti si vanta d’avere fatto egli in Francia al re -Luigi le prime aperture: pure Bonaccorso, brigante uomo, era molto -avverso alla setta che reggeva. Ma in Francia aveva grandi aderenze. - -[136] Vedi SALVIATI, _Legazioni_. - -[137] Un poco innanzi a questo trattato cessano insieme, e come si -fossero data l’intesa, i tre principali autori fiorentini che sin a -qui più spesso abbiamo noi consultati: il Minerbetti, il Boninsegni, il -Morelli. Questi, il più elegante e più vivace de’ Cronisti, da bastar -solo a fare onore alla lingua fiorentina nel secolo XV: il Minerbetti -copioso di fatti, pratico nelle faccende e di esse giudice assennato: -ampio il Boninsegni a forma di storia, continuata dipoi da un altro -Boninsegni magro scrittore: e già il pensiero degli uomini fiorentini, -stringendosi in sè, pareva andarsi assottigliando. Rimangono i -_Ricordi_ d’un altro Morelli, da noi citato alcune volte; nè cessano -quelli della famiglia Rinuccini. - -[138] I Fiorentini ebbero in tutti quegli anni una politica decorosa, -intorno alla quale sono da vedere notizie cavate da pubblici documenti -nel Discorso di G. CANESTRINI. (_Archivio Storico_, tomo IV.) - -[139] VESPASIANO DA BISTICCI nella _Vita di Agnolo Pandolfini_ scrive -che questi tornando con la pace fatta, fu presso a Firenze incontrato -da un amico suo, che lo ammonì com’egli portasse per quella pericolo di -perdere il capo. - -[140] POGGIO, _Stor. Fior_., lib. IV. — BONINSEGNI DOMENICO. — _Ricordi -del_ MORELLI (_Deliz. Erud._). — AMMIRATO, _Storie_. — MURATORI, -_Annali d’Italia_. — SISMONDI, _Répub. Italiennes_. - -[141] Nell’anno 1453 ottennero queste due famiglie di non si dare -divieto tra loro, se non per gli uffici maggiori, nel modo stesso che -lo avevano ottenuto in quello stesso anno i Capponi ed i Vettori (vedi -nota 2, pag. 101-102). La Storia delle consorterie rimane da fare; e -forse qualcosa avvenne in quell’anno, che fu tra gli effetti del nuovo -rimpasto dato alla Repubblica da Cosimo Medici e dalla sua parte. - -[142] V’erano dei Medici, dei Tosinghi, dei Portinari, e Niccolò -da Uzzano vi teneva agenti suoi: vedi un pregevole discorso di G. -Canestrini su’ commerci dei Fiorentini in Ungheria e su’ vari negoziati -che la Repubblica ebbe con Sigismondo e con lo Spano; che forma -appendice a due Vite di quest’ultimo. (_Archiv. Stor_., tomo IV.) - -[143] AMMIRATO, anno 1416. - -[144] Istruzione originale appresso di noi. - -[145] _Archiv. Stor_., tomo IV, pag. 262. - -[146] Con ciascuno degli ambasciatori andavano due giovani di famiglie -qualificate; e Filippo Rinuccini, dal quale abbiamo questa notizia, -era uno dei due che seguitavano Bartolommeo Valori. Furono in tutto -sessantadue cavalli e dodici muli con la soma. «Fece l’orazione -Leonardo Dati, e durò circa un’ora; che mai s’udì simile orazione, che -v’era forse cento calamai a scriverla mentre che diceva.» (_Ricordi -storici_ di FILIPPO RINUCCINI.) - -[147] Sulla venuta e sulla dimora del Papa in Firenze e sulle feste e -cerimonie vedi la _Cronaca_ d’un anonimo fiorentino. (MURATORI, _S. R. -Ital_., tomo XIX.) - -[148] Narra Lionardo Aretino nei _Commentarii_ (_Rer. Ital._, tomo XIX, -pag. 931), come un giorno essendo col Papa, questi andando su e giù per -la camera, tra sè replicasse irosamente la cantilena, e come lo stesso -Lionardo cercasse placarlo, a tal fine enumerando i beneficii che la -Repubblica di Firenze gli aveva recati in quella dimora. - -[149] _Ricordi_ di FILIPPO di CINO RINUCCINI. - -[150] Vedi il testamento, le obbligazioni ed una lettera di Baldassarre -Cossa (_Archiv. Stor_., tomo IV), e i documenti pubblicati dal FABBRONI -insieme alla _Vita di Cosimo de’ Medici_. - -[151] ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo IV. - -[152] Intorno al commercio dei Fiorentini aspettiamo una compiuta -istoria. Infino a qui la migliore delle scritture che abbiamo è di -gran lunga il _Libro sulla Decima_, del PAGNINI, volumi quattro, con -falsa data, ma è Firenze 1765. Lo abbiamo in altri luoghi consultato, -e qui sono da vedere i cap. 4, 5 e 6 della parte III, sez. III. I -tomi III e IV contengono le molto pregevoli antiche scritture di -Francesco Balducci Pegolotti e di Giovanni da Uzzano, bastanti per sè -a mostrare la grande estensione che avea il commercio dei Fiorentini -nei secoli XIV e XV. Il Pagnini illustra ad una ad una le varie Arti, -e massimamente quelle principalissime della lana e della seta e delle -spezierie e pelliccerie; ma soprattutto quella del cambio, e i Banchi -tenuti in molte parti di Europa e d’Asia, e le Zecche d’Inghilterra e -d’altri luoghi, le quali andavano per conto d’uomini fiorentini. - -[153] _Scrip. Rer. Ital_., tomo XIX, pag. 973. - -[154] Una splendida pubblicazione fatta nel 1863 a Firenze ne porge con -altri il testo dei Trattati che il Federighi ed il Brancacci fermarono -al Cairo col Sultano d’Egitto. È la collezione dei Diplomi Arabi -che si rinvengono nell’Archivio Fiorentino e nel Pisano, illustrati -dottamente dal prof. Michele Amari, e stampati co’ bellissimi caratteri -che rimangono della Tipografia Orientale fondata dal cardinale, -poi granduca, Ferdinando dei Medici. Veggansi le pag. 59 e 60 della -Prefazione, e i Documenti che spettano agli anni 1421-22. - -[155] Nel libro citato abbiamo notizia d’un Trattato che il Signore -di Piombino Iacopo d’Appiano cercava ottenere l’anno 1414 dal Califfo -di Tunisi. Aveva come Signore di Pisa pochi anni prima l’Appiano fatte -stipulazioni con quel Califfo, ed i mercatanti suoi cercava passassero -in Barberia sotto il nome favorito di Pisani, come appare dal testo di -quel Trattato, il quale sembra però non essere stato mai eseguito. - -[156] AMMIRATO, anno 1429. - -[157] GORO DATI, _Storia_, pag. 128 e seg. - -[158] «Da questo suo pellegrinaggio prendendo gli scrittori spagnuoli -occasione, lasciarono di lui scritte cose favolose: raccontando -d’essere stato nel Cairo e nell’Armenia e nell’India, essergli -succeduti diversi e strani avvenimenti; essendo cosa certissima lui non -esser passato i termini d’Italia.» (AMMIRATO, anno 1428.) - -[159] «I fiorini che si spendeano l’uno anno, in gran parte si erano -ritornati nell’altro anno, come fa l’acqua che il mare per gli nugoli -spande nelle piove sopra alla terra, e pel corso de’ rivi e fossati e -fiumi si ritorna al mare. I modi del ritornare sono assai: prima, quel -che i soldati spendono per la città e pel contado in arme e in cavalli -e in vestire e per vivere; mentre che stanno per le terre e il contado, -questa parte tutta si ritorna. Sonne rimasti fuori quelli che hanno -speso in altri luoghi; e di questi ne torna tutto dì per gli mercatanti -che stanno per tutte le terre del mondo a guadagnare, e mandano il -guadagno a casa. Sonne anche rimasi fuori quegli che i Capitani e gente -d’arme avessono avanzati e portati alle loro case: e d’altra parte ne -sono tornati dai loro sudditi, che hanno in detti tempi per bisogno -del Comune dati gran tributi e censi. E ancora ve n’hanno recati gran -numero i mercatanti e abitatori delle città e terre circostanti e -vicine, che sono venuti a Firenze per le mercatanzie e robe: non però -sono tornati tutti, ma hannogli avere dal Comune, che sono scritti -in su’ libri del Monte, che que’ tali cittadini gli debbono avere, e -rendonsi a poco a poco ogni anno, quando stanno in pace, delle rendite -del Comune che abbondano; e intanto che penano a riavere il detto -capitale, hanno di guadagno fiorini cinque per cento l’anno.» (DATI, -_Storia_, pag. 128.) - -[160] PASSERINI, _Storia degli Stabilimenti di Beneficenza della città -di Firenze_. - -[161] In fine al volume daremo l’ordine degli uffici nella città di -Firenze com’era in questi anni, descritto da Goro Dati nell’ultimo -libro delle Istorie sue; e come saggio de’ costumi, delle allegrie, -delle magnificenze e delle borie fiorentine, ne piacque per ultimo -aggiugnere la descrizione che il medesimo autore lasciò delle feste -solite celebrarsi pel San Giovanni. — Vedi _Appendice_, Nº V. - -[162] Di queste feroci leggi si discorre molto ampiamente nella -sullodata _Istoria_ di quella famiglia che ha per autore il signor -Luigi Passerini. - -[163] Vedi la _Cronaca_ di BONACCORSO PITTI, pag. 111 e seg., dove sono -registrati gli uffici di fuori e le borse ed i partiti che ci volevano -per ciascuno. — Vedi anche in più luoghi la _Cronaca_ del MORELLI. - -[164] BONACCORSO PITTI, pag. 97. - -[165] _Rex in foro, senator in curia, captivus in aula_. - -[166] Vedi, tra gli altri, GIOVANNI MORELLI in più luoghi. - -[167] Scrive FILIPPO RINUCCINI, che nella moría di quell’anno tra -Signori e Collegi ne morì nove. - -[168] AMMIRATO, anno 1417. - -[169] CAVALCANTI, tomo II, pag. 519. - -[170] _Istorie_ di G. CAVALCANTI, pubblicate da F. L. Polidori; -Firenze, 1838. - -[171] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. I, cap. 7, e lib. II, cap. 1. - -[172] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. IV. - -[173] Capitolo ultimo del primo libro, dove anche sono buone avvertenze -da economista. — Il MORELLI ne’ _Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX, -pag. 73) va più spedito: «Fate guerra, inducete guerra, date poppa a -chi nutrica la guerra. Mai è stata Firenze senza guerra, nè starà per -infino non taglia la testa ogni anno a quattro de’ maggiori.» - -[174] «Per torci lo Stato, e indurci all’odio del popolo, fece la pace -col Re.» — Parole dal Cavalcanti messe in bocca di Niccolò da Uzzano; -lib. VII, cap. 8. - -[175] AMMIRATO, _Storie_. - -[176] Gino Capponi si trova essere stato contrario alla pace. Sono -da vedere i _Commentari_ di NERI di GINO che hanno principio da quel -fatto, narrato da lui distesamente e biasimato. — Vedi anche il lib. IX -del CAVALCANTI. — GIOVANNI MORELLI nei _Ricordi_ (_Deliz. Erud_., tomo -XIX, pag. 43) scrive che la pace «non fu intesa dal popolo, ma sì da -alquanti.» - -[177] AMMIRATO, _Storie. — I Capitoli del Comune di Firenze,_ -Inventario e regesto; tomo I. - -[178] BONINSEGNI, pag. XIX. — POGGIO, _Storie_, lib. IV. - -[179] GIOVANNI CAVALCANTI, _Storie_, lib. I e II. - -[180] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud_., tomo XX, pag. 162). - -[181] «La Signoria per trovar danari da mantenere la guerra fece due -Monti; uno per le fanciulle e l’altro pe’ fanciulli che s’avessero a -maritare. E questi erano, che mettendovi sopra cento fiorini, in capo -di quindici anni, essendo la fanciulla maritata o il giovane preso -moglie, ne dovesse avere per capitali e interessi cinquecento, e così -per rata di maggiore o minor somma; e morendo avanti detto tempo, il -tutto restasse nel Monte.» (AMMIRATO, anno 1425.) - -[182] Il Machiavelli mette in iscena Rinaldo degli Albizzi invece di -Rinaldo Gianfigliazzi. — Iacopo Pitti, nell’_Istoria_, attribuisce -anch’egli il discorso al Gianfigliazzi. - -[183] AMMIRATO, _Stor. Fior_., anno 1419; e _Giornale Storico degli -Archivi Toscani_, tomo IV, pag. 36. - -[184] Intorno a queste Compagnie vedi le _Commissioni dell’Albizzi_, -tomo III, pag. 5 e 6, dove sono recate Consulte ec. - -[185] Abbiamo a stampa (_Archiv. Stor._, tomo IV) un componimento -dell’Uzzano in terza rima, che fu appiccato, secondo si legge, al -Palazzo della Signoria un giorno dell’anno 1426. Di versi politici -troviamo frequenza nelle Biblioteche della città nostra: in questi -l’Uzzano predice imminente la caduta dello Stato per esservi entrati -molti nuovi uomini, e svolge il partito ch’è detto nel testo: propone -l’esempio della _donna Veneziana_, della quale erano i reggitori _stati -mille anni nei loro seggi_; consiglia far capo di nuovo alla _rossa -gallina_ (l’aquila rossa del magistrato della Parte guelfa) _che aveva -dormito_ dopo il settantotto; e vuole schiacciare la _malescia noce_, -per il che intendeva Giovanni de’ Medici, o certamente la parte sua. - -[186] NICCOLÒ TINUCCI nella _Disamina_, della quale noi dovremo più -sotto discorrere, dice anzi che il Medici ne morisse di dolore. — Vedi -anche DOMENICO di LEONARDO BONINSEGNI, e i _Ricordi_ del MORELLI, e -quelli del RINUCCINI, e la _Cronaca_ di GIOVANNI CAMBI, e l’AMMIRATO, -agli anni 1427-28. - -[187] Il Poggio, che molto si piace descrivere i casi di guerra e la -politica degli Stati, fa come se dentro non fossero Parti, e nulla -avvenisse di nuovo allora e di memorabile nella Repubblica di Firenze. -Nè diamo gran fede a Michele Bruto, che dopo un secolo e mezzo, o -quasi, ed egli vivendo tra’ fuorusciti, non avvalora di nuovi fatti gli -appassionati e spesso incerti suoi giudizi. - -[188] Per grazia del signor Alberto Ricasoli Firidolfi abbiamo potuto -a grande agio consultare un Manoscritto dove Rinaldo degli Albizzi -trascriveva pel corso di trentadue anni la materia delle Legazioni -e d’altri uffici esercitati da lui fuori della città di Firenze. -In fine daremo l’Elenco delle Commissioni (_Appendice_, Nº VI); -ma tutta la serie dei documenti è ora pubblicata per le cure del -signor Cesare Guasti (_Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il -Comune di Firenze_; vol. III; Firenze, 1867-73), e da lui corredata -d’altre lettere e scritture e in molti luoghi di atti delle Consulte -che si riferiscono a quei fatti: nè so quale altra pubblicazione -potrebbe valere del pari alla illustrazione della Storia fiorentina -in quegli anni, la quale si trova rappresentata ivi con pienezza pari -all’evidenza. In quanto al trattenersi che fece in Firenze Rinaldo -contro alla voglia dei Dieci, i mesi di luglio e agosto 1426, ne’ quali -avvenne la radunanza in Santo Stefano, si veda il volume III delle -_Commissioni_, a pag. 8 e seguenti. - -[189] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. III; e NERI CAPPONI, _Commentari_. - -[190] Notizie raccolte da G. CANESTRINI; _Archivio Storico_, tomo IV. - -[191] _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_, tomo III. N.i 45, 47. - -[192] Il CAMBI, _Storie_, anno, 1427, annovera i Capitani dei due -eserciti e le paghe. - -[193] POGGIO, _Storie_. — CAVALCANTI, lib. III; e AMMIRATO. — ROMANIN, -_Storia di Venezia_, lib. X, cap. 4. - -[194] POGGIO, _Storie_, lib. V. - -[195] «E’ non è maraviglia se il Marchese non negasse il passo. -Più sarebbe stato maraviglia avendo il passo conteso: perchè le -universitadi de’ popoli sempre invidiarono i singulari Signori; e, non -che i Signori sieno invidiati da’ popoli, ma i popoli invidiano i loro -splendidi cittadini. Adunque a’ Signori è lecito nimicare i popoli.... -e così l’unione de’ popoli è disfacimento de’ Signori. Adunque è folle -colui che rimette la libertà di molti nella guardia d’uno.» CAVALCANTI, -lib. IV, cap. 1 in fine. Vedi anche il principio del cap. 3., lib. III. -— Egli, sebbene magnate (e quale amico dei magnati vedremo sovente), -pure come antico guelfo e fiorentino, ti pare alle volte anch’egli -essere popolano; e nota più sotto come «nelle adornezze delle porpore -le lodi si danno più agli artefici che le fecero, che a quelli che le -portano.» (Lib. IV, cap. 2, e cap. VII, pag. 195.) - -[196] CAVALCANTI, lib. IV, cap. 4. — MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz. -Erud_., tomo XIX, pag. 78). — SERRA, _Storia di Genova_, tomo III, pag. -138. — CORIO, _Storia di Milano_. - -[197] Intorno a questa pace, che fu conchiusa e tosto rotta, è da -vedere la Legazione Nº 49 di Rinaldo degli Albizzi nel tomo III delle -_Commissioni_. - -[198] ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. X. cap. 5 e 6. — POGGIO, -_Storie_. — CORIO, _Storia di Milano_. - -[199] Legazione pubblicata nell’Appendice alle _Storie_ del CAVALCANTI. -— I Fiorentini voleano sempre che il Signore di Lucca non vi fosse -compreso: fu egli nella pace solamente nominato e con ambigue parole. - -[200] _Archivio Storico_, tom. XIII, pag. 252 e seg. - -[201] MORELLI, _Ricordi_ ec., pag. 73. - -[202] Vedi sopra Lib. IV, cap. I. - -[203] Pubblicava il signor BERTI nel _Giornale Storico degli Archivi -Toscani_, tomo IV, pag. 32, con una sua Prefazione, le Consulte o -Pratiche degli anni 1426-27 relative alla formazione del Catasto. -L’atto dei 12 maggio 1427 riferisce il voto emesso da Giovanni a questo -modo: _ipse quidem nescit si fructus sequetur, vel non: sed, auditis -aliis civibus, idem secutus est._ — Ma bene aveva egli dannato le -spese, e detto essere la città esausta. _Cives exausti sunt pecuniis; -et querendum est ut minorem expensam habeamus: nam si examinetur summa -soluta per cives, innumerabile apparebit._ (Atto dei 7 marzo medesimo.) - -[204] Nello Statuto del 1415 è una rubrica: _De Sclavis et eorum -materia_ (lib. III, rubr. 186, pag. 385). Non doveano essere _catholicæ -fidei_. - -[205] La Provvisione per il Catasto venne pubblicata per disteso dal -PAGNINI in fine al vol. I _Sulla Decima_; il quale discorre questa -materia ampiamente nello stesso volume, parte I, sez. II, cap. 3 e -4. — In seguito il saggio delle quote andò crescendo, ma diversamente -secondo la rendita netta d’ogni cittadino, cosicchè dai cento fiorini -in giù pagassero sulla ragione del tre per cento, e poi su su infino al -mille, non oltrepassando il cinque per cento; il quale modo prima era -detto decima scalata, e in oggi è chiamato imposta progressiva. — Vedi -CANESTRINI, cap. III, _La Scala o l’Imposta progressiva_. - -[206] Di tutta l’opera del Catasto, del modo cioè della esecuzione -che era più volte innanzi andata fallita, scrive il Cavalcanti essere -stato inventore un Filippo da Diacceto, «uomo di sottile ingegno e -molto esperto ragioniere; e con la penna in mano mostrò il modo d’avere -danari: e per cosiffatto scaltrimento fu fatto il Catasto, là ove tutti -i patrizi ebbero la soma col soprassello.» (Tomo II, pag. 480.) — Ma -sulla materia del Catasto è poi da vedere il libro citato del signor -Giuseppe Canestrini. - -[207] CAVALCANTI, lib. IV, cap. 12. - -[208] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud._, tomo XX, pag. 162 e seg.). - -[209] _Cronichetta Volterrana_ (_Archivio Storico_, Appendice III, pag. -318). - -[210] CAVALCANTI, lib. V. — _Commentari_ di NERI CAPPONI. — _Ricordi_ -del MORELLI. — Ma soprattutto è da vedere il libro più volte citato -delle _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_. In esso manca la -Commissione LIV a Volterra, essendo le carte che la risguardavano -strappate di dentro al libro; ed il signor Guasti per buone ragioni -suppone che fossero levate di mezzo e distrutte da Rinaldo stesso, -perchè tra le cose fatte a Volterra ve n’era di quelle che Rinaldo -avrebbe voluto abbuiare e forse ancora egli medesimo obliare. Abbiamo -però in quell’egregio volume le Consulte e non poche lettere della -Signoria, che bene illustrano tutto quel fatto di Volterra. - -[211] _Commentari_ di NERI CAPPONI. - -[212] Il Doge avrebbe detto a Marcello Strozzi, che andò a Venezia per -la seconda pace di Ferrara: «Saprete voi, Fiorentini, gastigare quel -tristo del Signore di Lucca?» (Ivi.) - -[213] Gli aveano risposto, che la Repubblica di Firenze non era -consueta spoppare bambini. (CAVALCANTI, lib. XI, cap. 6. — POGGIO, -_Storie_, lib. VI.) - -[214] Scrive LEONARDO ARETINO nei _Commentari_, che _moltitudo urbana_ -mirabilmente appetiva la guerra di Lucca. — Questa città era stata -sul punto di essere venduta da Braccio per cento mila fiorini. «Era -Gino Capponi Gonfaloniere di giustizia, e il popolo voleva l’impresa; -tennesene Consiglio, e determinossi del no pe’ savi uomini.» (_Ricordi_ -del MORELLI, anno 1418.) - -[215] _Ricordi_ del MORELLI, pag. 28. - -[216] Un cartolaio che aveva votato la guerra contro Lucca ne -chiese più anni dopo assoluzione dal Comune dei Lucchesi. (Vedi le -_Commissioni dell’Albizzi_, tom. III, pag. 211.) - -[217] Sono da leggere queste parole nel CAVALCANTI, lib. V, cap. -III, donde le trasse il Machiavelli: e l’Ammirato scrive, trovarsi -quel discorso in molti giornali o zibaldoni che si scrivevano dai -contemporanei. Il corpo di lui andò scoperto alla sepoltura, seguito -da Cosimo e da Lorenzo suoi figli con altri ventotto della Casa Medici -vestiti a bruno, e dai magistrati della Repubblica e ambasciatori che -allora erano in Firenze: costò il funerale tre mila fiorini. È con -la moglie sepolto sotto ad una bella tavola di marmo in mezzo alla -sagrestia di San Lorenzo. - -[218] CAVALCANTI, tomo I, pag. 296. — POGGIO, _Storie_, pag. 180. - -[219] _Commentari_ di NERI CAPPONI. - -[220] CAVALCANTI, tomo I, lib. V. — _Examina_ di NICCOLÒ TINUCCI, -che sta con le Istorie di Michele Bruto volgarizzate dal P. Stanislao -Gatteschi. — Tra’ primi Dieci, con Neri di Gino e con Nerone di Dionigi -Neroni e con l’ambiguo Ser Martino, furono Alamanno Salviati uomo -aderente a parte Medicea, ed un artefice delle minori Arti per nome -Puccio d’Antonio Pucci, di scaltro ingegno e che fu a Cosimo grande -strumento. Dipoi tra’ Dieci, che ogni sei mesi mutavano, troviamo due -volte Cosimo de’ Medici ed una Lorenzo suo fratello, con altri dei -loro; poi Rinaldo degli Albizzi e Palla Strozzi, e degli antichi della -Repubblica Lorenzo Ridolfi e Agnolo Pandolfini, e fino allo stesso -Niccolò da Uzzano che molto aveva biasimato quella guerra. - -[221] Vedi le lettere di Rinaldo e quelle dei Dieci a lui da’ 6 a’ 18 -marzo 1429 stile fiorentino. _Commissioni_ ec, tomo III. - -[222] Il Cavalcanti, che fu autore di tanto feroci accuse, toglie a -sè ogni fede co’ vituperi nei quali avvolge, non che Astorre, tutta la -schiatta di lui: nè il Machiavelli altro poi fece che tramandare alla -posterità le cose apposte dal Cavalcanti. — Il Gianni era in campo a’ -9 febbraio, e disse a Rinaldo «avere chiesto licenza perchè non voleva -stare ai pericoli e agli stenti di qua, e che di lui si tenga costà dei -ragionamenti ch’egli ha sentiti ec.» Dipoi faceva pure conto rimanere, -tanto che ai 18 dello stesso mese praticava affinchè ai Dieci fosse -rappresentato com’egli nel campo fosse utile e necessario. Dei fatti -del Gianni è un molto ampio, e noi teniamo giusto, processo nelle note -apposte dal signor Guasti a quel che risguarda l’assedio di Lucca. - -[223] Lettere del 9 e una dei 18 febbraio. _Commissioni_ ec., tomo III. - -[224] _Commentari_ di NERI CAPPONI. — «Fu cosa da fanciulli; perdessi -tempo e danari e opere, per avventura fiorini quarantamila, e niente -riuscì: ma restò in vergogna e danno.» (_Ricordi_ del MORELLI, pag. -87.) — Vedi pure lettere de’ 6 e 8 marzo, _Commissioni_ di RINALDO, -tomo III. - -[225] CAVALCANTI, _Storie_, lib. VI, cap. 15. — Filippo de’ Nerli, -assommando confusamente quei fatti, attribuisce all’invidia dei -contrari le querele date così a Giovanni Guicciardini come ad Astorre -ed a Rinaldo. - -[226] POGGIO, _Stor. Fior._, lib. VI. — «Il Duca mandò ambasciatori -a noi, che dicevano ch’ei voleva mantenere la pace; e mostrocci -amorevolezza, che ci donò lioncini; e due anni il palio di San Giovanni -offerse a San Giovanni con l’arme sua, acciocchè noi ci dimesticassimo -con quell’arme.» (_Ricordi_ del MORELLI, pag. 88.) - -[227] «Odievoli motti per li nostri male ammaestrati figliuoli per -tutta la città si cantavano: _Ave Maria grazia piena, dopo Lucca -avremo Siena_: e altri cantavano: _Guarti_ (guardati) _Siena, che Lucca -triema_.» (CAVALCANTI, lib. VI, cap. 18.) - -[228] CAVALCANTI, lib. VI, cap. 24, 25. - -[229] «Dissesi il Duca n’avea ritratto, tra danari e gioielli, la -valuta di duegento mila fiorini. Così si diceva in Firenze, ma credo -più.» (_Ricordi_ del MORELLI, 93.) — Il Cavalcanti però afferma, che il -Duca e lo Sforza non ne cavarono quanto si credevano. - -[230] TOMMASI, _Storia di Lucca_ (_Archiv. Stor._, tomo X, lib. 2, -cap. 9). — MALAVOLTI, _Storie di Siena_, lib. II, parte 3ª. — «Si -disse in Firenze, che lo Sforza per cento mila ci dava Lucca, e che -Niccolò da Uzzano non volle; ed è vero, perchè ci metteva ne’ Borghi -di Lucca. Se l’avessimo acquistata non so.» — «Vedesi che i Fiorentini -erano bareggiati, e perchè alcuni ingrassavano, a tutto consentivano.» -(_Ricordi_ del MORELLI, 93.) - -[231] NERI CAPPONI, _Commentari_. - -[232] MALAVOLTI, _Storia di Siena_. — Vedi le Istruzioni e Relazioni -della Repubblica di Siena dal 1428 al 31, pubblicate nell’Appendice -all’_Istoria_ del Cavalcanti. - -[233] TOMMASI, _Storia di Lucca_, lib. III, cap. 1. — POGGIO, _Stor. -Fior._, lib. VI. — NERI CAPPONI, _Commentari_. Da una Commissione -a Neri Capponi, che fu rinviato al Campo con altri due cittadini, -s’intravede la poca fede che ponevano nel Capitano quattro giorni prima -della battaglia. (Archivio di Stato.) - -[234] Solo in una notte quattordici castella aveano mandate al -Piccinino le chiavi, e gli ufficiali della Repubblica, dei quali aveano -gli abitatori più da lagnarsi, vi rimasero prigioni. — «Io non ho forse -meno terre avute (diceva il Piccinino) per mancamenti de’ cittadini, -che per nimicizia dei villani. Questo è perchè mandano per guardia -delle fortezze lavoranti di lana; ai quali danno a quella ragione il dì -di soldo che alle botteghe avevano di salario.» — Giovanni Aguto avea -detto una volta ad Andrea Vettori, che andasse a fare dei panni, e a -lui lasciasse governare l’esercito. (CAVALCANTI, lib. VII, cap. 25 e -33.) - -[235] Vedi _Commentari_ di NERI CAPPONI. Il carteggio di Neri durante i -due suoi Commissariati in quella guerra ci manca, e vorremmo noi porlo -a riscontro di quello che abbiamo di Rinaldo degli Albizzi. - -[236] MALAVOLTI, _Storia di Siena_; e CAVALCANTI, lib. VII. - -[237] AMMIRATO, _Storie_, anno 1431. — CAVALCANTI, _Storie_, lib. VII, -cap. 29, 30. — Questi, non mai dimentico d’essere egli di casa Grandi -come era il Mannelli, mentre biasima le armi date in mano ai villani, -si piace a dipignerlo grande e bello della persona, con un’accia -in mano facendo volgere al piloto diritta la prua contro la galera -genovese. Ma nel descrivere la partenza dei legni da Pisa il nostro -autore sembra pigliare la tromba epica quando rappresenta in sulle -sponde dell’Arno il popolo dei Pisani, attratto dalla ferocia degli -aspetti e dalle armi splendenti, bramare in cuor suo la sconfitta di -quei prodi ch’egli ammirava ma che a lui erano strumenti odiosi di -servitù. — Vedi _Archiv. Stor._, Appendice, vol. I, pag. 143. - -[238] LEONARDO BONINSEGNI. — NERI CAPPONI. — «La Repubblica donava -a Micheletto un ricco elmetto coperto di rose d’oro suvvi un giglio -d’oro, e un cavallo coperto di chermisi broccato d’oro, e le bandiere -quadre del Comune riccamente fatte e messe d’ariento: costò detto dono -fiorini duemila: e un simile aveano fatto a Niccolò da Tolentino.» -MORELLI, _Ricordi_ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XIX, pag. 106). - -[239] NERI CAPPONI, _Commentari_. — MORELLI, _Ricordi_. — AMMIRATO, -_Storie_. — _Commissione di Rinaldo degli Albizzi_ per accompagnare -l’Imperatore, ultima del tomo III. - -[240] In quella paco Maso andò contro ai maggiorenti della città, ma -fece al popolo cosa grata. (CAVALCANTI, tomo II, pag. 466 e seg.) - -[241] CAVALCANTI, lib. VII, cap. 6, 7, 8. — MACHIAVELLI, _Stor._, lib. -IV. - -[242] Vedi molte buone leggi da lui fatte fare a sollievo dei poveri ed -a mantenimento della giustizia. (CAVALCANTI, tomo II, pag. 464.) - -[243] Niccolò da Uzzano si sarebbe lasciato sentir dire che dove -nella Repubblica dovesse diventar principe un suo cittadino, avrebbe -egli amato la _maggiorità_ di Cosimo piuttosto che quella di Rinaldo. -(CAVALCANTI. I, 381.) - -[244] Rinaldo essendo potestà di Prato avrebbe fatto sequestrare certi -muli dei quali era Maso debitore a un vetturale che, per non avere -danaro pronto, era da un creditore suo tenuto in carcere. (Ivi, tomo -II, pag. 504.) - -[245] «Io dico che quella cosa ch’è di tutti, è grandissima stoltizia -riconoscerla da pochi uomini; ognuno c’è per lo cuoio e per lo pelo, -secondo il suo grado e la sua facoltà: a me pare che sia somma prudenza -quello che non si può vendere, saperlo donare; con la legge tutto si -governi ec.» Parole di Rinaldo. (CAVALCANTI, lib. I, cap. 7.) - -[246] «Averardo e Giovanni di Puccio ne scrisse in tuo servizio — tutto -conferisci con Ser Martino come con padre.» (Lettera di Rinaldo degli -Albizzi ad Ormanno suo figlio, 3 febbraio.) — «Veggio quello t’ha detto -Nanni Pucci, che è segno di buona amicizia: Averardo de’ Medici anche -me ne scrive da Pisa.» (20 febbraio.) — «Dillo con Ser Martino e con N. -Pucci e con chi ti piace; non t’allargare con troppi.» (Ivi.) — «Quanto -scrivi di Cosimo e d’Averardo e d’Alamanno ec.» (13 marzo.) Queste ed -altre parole confermano che Rinaldo avesse allora buona intelligenza -con gli amici di Cosimo e con lui medesimo. - -[247] Vedi, tra le altre, la lettera ad Ormanno de’ 31 gennaio. - -[248] _Examina_ del TINUCCI, che va con le _Storie_ di MICHELE BRUTO. - -[249] _Storie_ di DOMENICO BONINSEGNI e AMMIRATO. - -[250] Neri ne’ _Commentari_ scrive essere stato confinato per una legge -che si chiamava degli _Scandalosi et majorità_ (così anche un nostro -MS.): intendeva bastare a vincere il partito il maggior numero delle -fave, senza bisogno dei due terzi che per il solito ci volevano a -tali condanne. Le molte pratiche intorno a questa legge sono riferite -distesamente dal signor Guasti nelle Prefazioni da lui aggiunte alle -_Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_, tomo III, pag. 167 e seg. — -Intorno alle pratiche di Neri col Papa, le quali furono a lui causa -del bando, vedi PLATINA, _Vita Nerii Capponi_ (in MURATORI, _Rer. Ital. -Script._, tomo XX, col. 480-90). - -[251] Lettere dei 6 e 12 marzo 1430. - -[252] Quanto all’ufficio di Senatore di Roma tenuto dall’Albizzi, vedi -l’Appendice VI, tomo III delle _Commissioni_. - -[253] _Examina_ del TINUCCI. - -[254] Vedi CAVALCANTI, lib. VII, cap. 8; e TINUCCI. - -[255] FABBRONI, _Vita di Cosimo_. - -[256] «Ecci chi vorrebbe, per fare vergogna e danno ad altri, che il -Comune avesse e vergogna e danno, e ingegnansi in quanto possono, -che questo abbi a seguire; che è cattiva condizione d’uomo. Parmi -nonostante che questa impresa sia ai più piaciuta, e che veduto la -cosa essere ridotta in luogo dove interviene l’onore del Comune, per -ciascuno si debba dare ogni favore possibile; et così fo in quello -posso qua, e simile conforto te, benchè sono certo non ne bisogni.» (Ad -Averardo de’ Medici, da Firenze 4 febbraio 1430.) - -[257] «Mi pare la guerra sia più lunga non vorremmo, e tutto per -non l’aver voluta quando si poteva: sicchè Iddio perdoni a chi n’è -cagione.» (Accusa la quale non so a chi vada, nè a che accenni.) Allo -stesso Averardo, da Verona 21 ottobre 1430, ed altra da Ostiglia 1º -dicembre. - -[258] Abbiamo la Posta del capitale in commercio spettante a Cosimo dei -Medici nel Catasto del 1432. I traffici per la fabbricazione di merci -e le accomandite di cambio andavano per compagnie, dove i Medici spesso -avevano la rata più grossa. Segue la Posta com’è nel libro: - - Cosimo di Giovanni de’ Medici, figli e nipoti, pel - traffico di Firenze, di fiorini 120, tocca a loro. Fior. 78 15 - Per la commandita di Bruggia e Londra, in loro ditta, - per fiorini 160, tocca loro 78 17 - Per quella di Avignone e Ginevra, per la rata di fiorini - 160, tocca loro 96 — - Pel traffico di Vinegia sotto la ditta di Pier Francesco - de’ Medici e compagni, per la rata di fiorini 100, - tocca loro 65 12 - Pel traffico della Lana sotto la ditta Giov. di Cosimo - de’ Medici, per la rata di fiorini 30, tocca loro 18 15 - Pel traffico della Lana dice in Piero di Cosimo de’ Medici, - per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 15 - Pel traffico di Pisa dice in Ugolino Martelli, per la - rata di fiorini 80, tocca loro 30 — - Pel traffico della Seta dice in Piero di Cosimo de’ Medici, - per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 10 - - Somma in tutto il Catasto ed è l’imposta sul commercio - di Cosimo de’ Medici fiorini d’oro 428 — - -CANESTRINI, _La Scienza e l’arte di Stato_, pag. 157. — La terra, le -case, l’entrate sul Monte, i crediti, i mobili, stavano da sè. - -[259] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Cosimo de’ Medici_. - -[260] Si trova in addietro l’una delle due Parti (non so quale) essersi -chiamati i Buoni e l’altra i Belli; e l’una Valacchi e l’altra Uomini -da bene. (CAVALCANTI, _Stor_., lib. I, cap. 1.) - -[261] L’autore dal quale più cose traemmo circa lo stato della -Repubblica e il gioco vario delle parti, dicemmo noi essere devoto ai -Medici; ed è vero che Giovanni Cavalcanti, avverso al governo degli -Ottimati, encomia sempre con parole affettuose Giovanni dei Medici; -ma inverso Cosimo il linguaggio di lui ne sembra più adulatorio che -schietto, spesso involgendosi negli artifizi. Comincia l’_Istoria_ da -una sorta d’invocazione a Cosimo stesso, il quale vorrebbe chiamare -piuttosto uomo divino che mortale, siccome colui che dalla fortuna, -senno di Dio, venne favorito con tutte le sue divine potenze. Ma -vuole tacerne, «perchè egli conosce negli uomini le virtù non essere -in questa momentanea vita nè immutabili nè perpetue, e che allora -quando le felicità esaltano gli uomini, la ingratitudine sottentra, -e la superbia occupa le virtù.» Laonde nel seguito de’ tempi il -linguaggio del nostro autore si fa più severo, e aguzza la penna contro -a Cosimo ed ai suoi: finisce l’_Istoria_ compiangendo alla morte di -Rinaldo degli Albizzi, quando aveva perduto questi ogni speranza di -riacquistare la patria, facendo risorgere con armi nemiche lo stato -antico della Repubblica. Ma queste cose poi vedremo. - -[262] «E’ danari del Monte tornarono a fiorini diciotto per cento e -non si trovava compratore.» (Febbraio 1432-33.) — «A’ 23 di aprile -1433 a ore 22 ci furono due cavallari con nuove della pace, e con -l’ulivo ch’ell’era conchiusa col Duca, e sonorono le campane, e fessi -fuochi. Non se ne rallegrò se non e’ poveri; e’ danari del Comune non -migliororono nulla.» (MORELLI, Ricordi; in _Deliz. Erud_., tomo XIX, -pag. 168.) - -[263] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, pag. 96. - -[264] Della Pratica tace affatto il Cavalcanti, e così pure il -Machiavelli. — Forse dei nostri lettori taluno ricorda come nell’anno -1396 fosse pigliato con lo stesso inganno Donato Acciaioli: vi ebbero -molte circostanze somiglianti, ma era il caso troppo diverso. - -[265] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, pag. 75. — È un ordine dato in forma -di bullettino al Capitano del Popolo, perch’egli abbia a fare eseguire -la detta sentenza. - -[266] CAVALCANTI, _Storie_. - -[267] _Ricordi di Cosimo._ — FABBRONI, _Vita_. - -[268] CAVALCANTI. — AMMIRATO. - -[269] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud._, pag. 187). - -[270] «Si volsero a ridurre la terra secondo l’uso del buon vivere e -pacifico, e a fare che niuno cittadino avesse più autorità l’uno che -un altro, se non quella che gli avevano dato la sorte e la dignità — -non pensavano che avevano a fare con un potente nemico.» — Sono parole -del buon libraio Vespasiano da Bisticci, che amico a Cosimo del quale -scriveva la Vita, era poi anche un fiore di galantuomo. E in altro -luogo aggiunge egli: «Non tolsero lo stato a persona, ma dettenlo a -tutti quelli che lo meritavano.» - -[271] Il Cavalcanti compose (com’è suo costume) una lunga diceria -dell’Albizzi a fine di persuadere la chiamata dei Grandi a parte della -Repubblica, ed una di Mariotto Baldovinetti che dissuase il partito. -Dell’una e dell’altra il Machiavelli diede un estratto; ma sembra a me -sotto quei due nomi avere voluto il Cavalcanti spiegare a disteso come -l’aiuto dei Grandi ci volesse a reggere in piedi quel debole Stato, e -come i Grandi, cercati forse, non se ne degnassero. - -[272] La Repubblica s’era intromessa per la liberazione del Tolentino. -Il primo d’aprile 1435 la Signoria scrive a Neri Capponi ambasciatore -a Venezia: «Questo dì c’è di nuovo che Niccolò da Tolentino è morto. -Il modo della morte, secondo che scrive Niccolò Piccinino a’ figlioli, -fu che andando del borgo di Val di Taro ad altro luogo per stanza, gli -cadde addosso il cavallo che cavalcava, et così morì. Questo è secondo -lo scrivere; la verità non sappiamo.» - -[273] _Commentari_ di NERI CAPPONI. — BONINSEGNI. — GIOV. MORELLI, -_Ricordi_. — MACHIAVELLI, lib. V. — SCIPIONE AMMIRATO, lib. XX. - -[274] _Ricordi di Cosimo de’ Medici_; FABBRONI, pag. 99. - -[275] Il CAVALCANTI (lib. IX, cap. 27) dice «che la Signoria di -Venezia commise inoltre a certi suoi ambasciatori che erano per le -faccende della Lega in Firenze, che a’ nostri ufficiali del Catasto -favoreggiassero la posta di Cosimo come Veneziano cittadino.» - -[276] Quando nel 30 andò a Verona fuggendo la peste, menava con sè -Niccolò Niccoli, quell’insigne ritrovatore di antichi libri greci -e latini, e Carlo Marsuppini d’Arezzo che fu poi segretario della -Repubblica. - -[277] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, note a pag. 86, 87. — ROMANIN, -_Storia di Venezia_, lib. X, cap. 7. - -[278] Nel Catasto del 1427 la posta di Palla Strozzi era superiore -a quella di Giovanni de’ Medici e ad ogni altra: quegli pagava -cinquecento sette fiorini, questi trecento novantasette. (CANESTRINI, -lib. cit.) - -[279] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Agnolo Pandolfini_. - -[280] CAVALCANTI, lib. X, cap. 7. — Nella vita manoscritta di Palla -Strozzi, che abbiamo insieme con le altre vite della famiglia scritte -da Lorenzo Strozzi fratello a Filippo, si nega l’andata un po’ ridicola -del buon Palla, attribuendone l’invenzione al Machiavelli: si vede che -Lorenzo Strozzi non aveva notizia delle Istorie del Cavalcanti. - -[281] _Storia_ di IACOPO PITTI, lib. I. - -[282] «Il Papa aveva l’animo a volere il dominio della città, perchè -gliene fu data intenzione.» (_Commentari_ di NERI CAPPONI.) - -[283] GIO. CAMBI, _Istorie_. — MORELLI, _Ricordi_; e AMMIRATO. - -[284] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. X, cap. 19. - -[285] «E appunto in capo dell’anno, in quel medesimo dì, cioè a’ 5 -d’ottobre, e in quella medesima ora rientrammo in su quello del Comune, -e in quel medesimo luogo. Di questo ho fatto ricordo, perchè ci fu -detto da più persone devote e buone, quando fummo cacciati, che non -passerebbe l’anno, che saremmo restituiti, e torneremmo a Firenze.» -(_Ricordi_, ec.) - -[286] CAVALCANTI, lib. X, ultimi capitoli. - -[287] BONINSEGNI, _Storie_. — MORELLI, _Ricordi_. — CAMBI, _Cronaca_. — -NERLI, _Commentari_. - -[288] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vite di Palla Strozzi e di Agnolo -Pandolfini_. - -[289] «Nel mese di gennaio prossimo fui il primo tratto dalle borse -dello squittinio per Gonfaloniere di Giustizia; e al mio tempo non si -confinò nè si fece male a persona: ma Francesco Guadagni e più altri, -i quali trovai nelle mani del Capitano della Balìa, operai in forma -non morirono, ma furono condannati in perpetua carcere.» (COSIMO DE’ -MEDICI, in fine ai _Ricordi_.) - -[290] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI. - -[291] «Qui autem Vexillifer Iustitiae in relegatione Cosmæ cum esset -capitaneus Pisis, vocatus ad judicium, in via sive subitanea morte, -sive veneno, periit.» (S. ANTONINO, _Chronicon_, pag. 504.) - -[292] Scrisse agli Otto: «Io ho inteso il vostro bando, il quale come -uomo che non voglio errare, vi avviso che in casa non ho altre armi se -non un panieruzzo d’aguti, e un cultellino tutto intaccato, ed è della -fante, ec.» (CAVALCANTI, lib. X, cap. XXIII.) - -[293] _Storia_ di GIOVANNI CAMBI. - -[294] CAVALCANTI, lib. VII, cap. 27. - -[295] CAVALCANTI, lib. X, ultimo capitolo. — _Storie_ di DOMENICO -BONINSEGNI. — MORELLI, _Ricordi_. — _Storia_ di GIO. CAMBI. — AMMIRATO, -lib. XX. — Commissione manoscritta, a Neri Capponi, dove si vede come -a Firenze avessero cercato non si guastare con Siena. Ved. _Appendice_, -Nº VII. - -[296] Ma non voleva la Signoria di Venezia potesse ciascuno muovere -guerra a sua posta e tirare gli altri. Allegava: «esser maggior -pericolo che ciò da noi (Fiorentini) non venisse, perchè per avventura -siamo più leggieri a muoverci e mutiamo la Signoria spesso. Il perchè -talvolta si trovan di quelli che leggiermente vi salterebbon su, maxime -cognoscendo avere obbligato la Signoria di Vinegia a concorrere, ec.» -(Lettera della Signoria a Neri Capponi, rimasto in Venezia ambasciatore -per la Lega; 1º aprile 1435.) - -[297] Il CAVALCANTI (lib. XI, cap. 3, 4) ha i nomi dei prigionieri e il -numero delle navi prese, ed a chi ciascuna di esse andasse venduta. - -[298] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. V. - -[299] Legazione a Genova di Neri Capponi; copia presso noi. — -CAVALCANTI, lib. XI, cap. 7. - -[300] GUASTI, _La Cupola di Santa Maria del Fiore_. - -[301] AMMIRATO, lib. XXI. - -[302] «Ognuno che è in attitudine, ha prestato, e chi gran somma e chi -mezzana e chi minore, secondo la sua possa.» (Lettera dei Dieci a Neri -Capponi commissario sotto Lucca; 1º aprile.) - -[303] «Il Conte pose campo a S. Maria di Castello (_che prima il -Piccinino aveva espugnata_), e piantovvi una bombarda grossa di gitto -di libbre 530: in quattro pietre che trasse dalla bombarda nel pedale -della Torre, la fece cadere.» (N. CAPPONI, _Commentari_.) - -[304] I Dieci nelle lettere a Neri insistono di continuo perchè -sia dato il guasto alle terre dei Lucchesi. «Il guasto si dia senza -più indugio, perchè per tutto Firenze non si grida altro; e se caso -sopravvenisse che non si potesse fare, credaremmo esserne lapidati.» -(Aprile 1437.) «Una delle maggiori e migliori sicurtà che possiamo -avere etiandio essendo d’accordo con loro (co’ Lucchesi), è ch’eglino -abbino bisogno d’essere pasciuti da noi e dalle terre nostre.» — «Co’ -Lucchesi non è da stare a speranza d’accordo, perchè sono più gagliardi -che innanzi perdessero il contado.» (Luglio 1437.) - -[305] _Commentari_ di NERI CAPPONI. - -[306] «Si rannuvola verso la Marca, e dubitiamo che al Conte -non convenga fare provvedimenti.» — «Tu dii che il Conte ti pare -impensierito perchè crede dovere essere richiesto dalla Signoria di -Vinegia, ec.» (Lettere citate.) - -[307] Insin da principio i Veneziani a quella guerra battevano -freddi, e per la dimora che il Conte faceva intorno a Lucca nasceva -qualche ruggine tra le due Repubbliche. Si trattava co’ Lucchesi -accordo, e i Dieci scrivono: «Noi abbiamo ammirazione di quello scrivi -dell’ambasciatore di Vinegia, che sia intervenuto nella pratica, perchè -a questa materia non vorremmo balii.» Neri aveva scritto: «Mentre il -Conte era in ragionamento meco, l’ambasciatore di Vinegia se ne venne -là senza essere chiamato; che mi parve presunzione. Avvisatemi come mi -ho a governare, ec.» (Lettere citate.) - -[308] BONINSEGNI, _Storie_. — MACHIAVELLI, lib. V. — AMMIRATO, -lib. XXI. — TOMMASI, _Storia di Lucca_. — Il Papa in Bologna si era -molto adoprato per la pace, andando persino ad offrire ai Fiorentini -giurisdizione in Lucca, dove eleggessero essi il Potestà: non ci -credeano, ma pure inviarono a Bologna Nerone di Nigi; poi non ne fu -altro. (Lettere citate.) E se ne trova pure discorso in altre a Neri; -il quale avendo ne’ primi d’agosto lasciato il campo sotto Lucca, ma -essendo tuttora dei Dieci, era ito a Genova ambasciatore nell’ottobre -di quell’anno stesso per causa di mercanzie. - -[309] MACHIAVELLI. - -[310] Abbiamo (_Archivio Storico_, tomo XIII, pag. 299) un documento -del 31 agosto 1438, per la restituzione di due mila fiorini d’oro -prestati da Cosimo e Lorenzo dei Medici, per mezzo di loro soci -residenti in Basilea, alla nazione Germanica rappresentata in quel -Concilio, che avea promesso di rimborsarli sulle indulgenze pubblicate -ivi a favore di chi desse mano alla riconciliazione dei Greci alla -Chiesa. - -[311] CAVALCANTI, _Storie_, lib. XI, cap. XIII. - -[312] Abbiamo esemplari dell’atto di unione nella biblioteca -Laurenziana e nell’Archivio di Stato; sono grandi cartapecore con -le sottoscrizioni di mano del Papa e dell’Imperatore e de’ Padri del -Concilio. — Ved. CECCONI, _Studi storici sul Concilio di Firenze_. - -[313] NERI CAPPONI, _Commentari_. — AMMIRATO, lib. XXI. - -[314] N. CAPPONI, _Commentari_. — ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. X, -cap. 7. - -[315] Il Machiavelli mette in bocca dei Veneziani questa sentenza -conforme al linguaggio ed alle idee di quei tempi: «ch’era infamia -perdere le terre, ma più infamia perdere insieme le terre e i danari.» - -[316] Scrittori fiorentini; PLATINA, _Vita d’Eugenio IV_. - -[317] LEONARDO ARETINO, _Commentari_. - -[318] Neri Capponi aveva chiesto a Pier Giampaolo Orsino tenesse -sellati cento cavalli per la difesa della persona di Cosimo de’ Medici. -(CAVALCANTI, lib. XIII, cap. 6.) - -[319] AMMIRATO, an. 1440. - -[320] CAVALCANTI, lib. XIV. - -[321] «Ieri furono i sospetti grandi, e i ragionamenti e pratiche -lunghe; finalmente, per non avere a prendere zuffa contro a nostra -voglia con Niccolò Piccinino, si deliberò di venire alloggiare qui -intorno Anghiari, e così siamo; ch’è, al parere di questi intendenti, -luogo forte e sicuro. Niccolò Piccinino è a piè di Celle, che a cinque -miglia siamo vicini.» (Lettera di Neri ai Dieci. A lato: Anghiari, 25 -giugno 1440.) - -[322] «Ieri fu presso che appiccata la zuffa. Ruppesi quattro lance, e -ognuno si ritrasse; e la cagione fu perchè Niccolò Piccinino venne al -Borgo con pochi e trovocci in punto.... Stamani nel campo suo si vede -molti fuochi, e pare a ciascuno che levi campo, e dove s’avvierà non si -sa albitrare; chi dice a Monterchi, chi al Borgo, chi verso Lombardia: -tosto il sapremo; secondo farà egli, converrà seguire a noi.» (Lettera -dei Commissari, scritta la mattina stessa de’ 29.) - -[323] Il Machiavelli scrive, in tutta quella famosa giornata non essere -morto che un uomo solo caduto a terra e calpesto dai cavalli: ma Flavio -Biondo forlivese, ch’era in quei tempi segretario del Papa, conta dei -Ducheschi essere stati uccisi sessanta e quattrocento feriti; degli -altri dugento, e dieci morti, secento cavalli distesi al suolo dalle -artiglierie, e Astorre Manfredi rimasto prigione dopo essere stato -ferito d’un colpo di lancia nell’anguinaia. — «Andiamo al Borgo e -crediamo che s’arà oggi, perchè non c’è persona: faremo il me’ potremo, -col Legato.» — «Niccolò Piccinino ha passato l’Alpe: crediamo per ire -a Bologna, benchè alcuni dicano a Perugia.» (Lettera de’ Commissari, -1º luglio.) — Una lettera di Micheletto a Cosimo è tra i documenti -de’ quali abbonda la Vita di Cosimo pubblicata dal Fabroni, pag. 147. -— Vedi _Commentari_ di NERI CAPPONI e tutti gli storici. — SIMONETTA, -_Hist. Francisci Sfortiæ_, lib. 6 (in MURATORI, _R. I. S._, tomo XXI.) -— LEONARDO D’AREZZO pone termine ai _Commentari_ suoi tenendosi da -molto per essere stato uno dei Dieci quando si ottenne quella vittoria. - -[324] CAVALCANTI, capitolo ultimo del lib. XIV. — Intorno al bando e -poi alla morte di Rinaldo è da vedere il libro delle _Commissioni_ sue -più volte citato; tomo III in fine. - -[325] Questo scrive Neri nei _Commentari_; ma in una Lettera ai Dieci -del 1º luglio i Commissari scrivevano dal campo felicissimo: «In questo -punto ci è ch’e’ Borghigiani hanno gridato Viva la Chiesa, e messo -dentro i nostri.» - -[326] «Avvisiamovi che abbiamo avuto Monterchi, Valialla e -Monteagutello, e che all’Anfrosina consentivano licenza andasse ove -volesse: la roba sua gli hanno vituperato gli uomini di Monterchi; -alla quale cosa ne serrai gli occhi, perchè maggior nimicizia tra loro -rimanga.» (Lettera di Bernardetto de’ Medici ai Dieci, 4 luglio.) - -[327] «Il Conte di Poppi ci mandò chiedendo salvocondotto per due -ambasciatori che volea mandare a Firenze, e sperava avere grazia che -almanco la casa sua di Poppi rimanesse alle sue femmine; che si rendeva -certo, che se non meritavano grazia i maschi, alle femmine non sare’ -dinegato.» — «Rispondemmo che a Firenze non bisognava mandare: al tutto -la tagliammo, consigliando gli uomini di Poppi a pigliare partito, -dichiarandogli che se non facessino tosto, avevamo in commissione -mettergli a saccomanno, e dare ducati diecimila alla gente d’arme -di bene andata se lui ne dassino, e ducati quindicimila a chi dessi -preso o morto niun de’ figliuoli; e così si farebbe bandire stasera.» -(Lettera de’ 25 luglio.) — Altra de’ 31: «Quest’ora il Conte di Poppi -e figliuoli e figliuole con loro robe si sono usciti di Poppi, e noi -vi siamo entrati, ed egli potrà ire a _uccellare il can da rete_; e -proverà quello che è tradire la Signoria vostra, por modo fia esempio -agli altri.» - -[328] NERI CAPPONI, _Cacciata del Conte di Poppi_. - -[329] SIMONETTA, _Hist. Francisci Sfortiæ_, lib. V. — _Commentari_ di -NERI CAPPONI. — POGGIO, _Storie_, lib. VIII. — MACHIAVELLI, lib. VI. - -[330] CAVALCANTI, lib. VIII, in più luoghi. - -[331] CAVALCANTI, tomo II, pag. 162. — MACHIAVELLI, lib. VI. Intorno -all’Annalena, vedi _Giornale storico degli Archivi Toscani_ (tomo -I, pag. 42 e seg.); e intorno a Baldaccio, un articolo del signor -Passerini (_Archivio Storico_, tomo III, pag. 2, anno 1866). - -[332] «Le cagioni non furono note, perchè fu opera segreta e fatta -quasi in istanti: ma era huomo di grande animo e di gran condotta, e -temuto da molti.» _Storie_ di DOMENICO BONINSEGNI. - -[333] CAMBI, _Storie_. (_Delizie degli eruditi_, tomo XX, pag. 234.) - -[334] _Istoria miscellanea Bolognese_. (_R. I. S._, tomo XVIII, pag. -665.) - -[335] Lettera manoscritta di NERI CAPPONI, dei 16 gennaio 1440-41. -(_Archivio di Stato._) - -[336] _Istoria miscell. Bolognese_, loco citato. - -[337] NALDO NALDI, _Vita di Giannozzo Manetti_. (_R. I. S._, tomo XX, -pag. 344.) — VESPASIANO, _Vita dello stesso_. — Il CAVALCANTI (tomo -II, pag. 160) accenna a cose ch’egli non dice, molto avvolgendosi come -suole, ma qui oltre al solito misterioso. La Vita che abbiamo citata -del Naldi è fatta sopra una che di Giannozzo Manetti avea scritto -lungamente l’infaticabile Vespasiano, pubblicata in Torino, 1862, dal -signor Pietro Fanfani, e della quale è un estratto che il Mai aveva -compreso nel suo volume. - -[338] Così il CAVALCANTI, che scrive già in odio a Cosimo, senza volere -che si paresse: ma nella Vita di Giannozzo si trova Baldaccio essere -stato a passeggiare sotto al tetto de’ Pisani quando fu dall’Orlandini -chiamato in Palazzo. - -[339] CAVALCANTI, tomo II, pag. 257. - -[340] _Storia Fiorentina_, cap. I; _Opere inedite_, tomo III. - -[341] AMMIRATO, _Storie_. - -[342] BARTOLOMMEO PLATINA, scrisse la Vita di Neri Capponi (_R. I. -S._, tomo XX); ma in quella non fece, com’era usanza, altro che dare -celebrità di latine forme ai Commentari di lui, che ivi riescono -dimagrati; e del caso di Baldaccio nemmeno fa cenno. - -[343] CAMBI, _Storie_, pag. 231. - -[344] CANESTRINI, _La Scienza e l’Arte di Stato_, parte I: _L’imposta -sulla ricchezza mobile_ ec., pag. 213. - -[345] Idem, pag. 170. - -[346] NALDO NALDI, col. 348; e VESPASIANO, _Vita di Giannozzo Manetti_, -pag. 590. - -[347] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, pag. 198. - -[348] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, pag. 206. - -[349] Idem, pag. 188. - -[350] CAVALCANTI, pag. 200 e seg. - -[351] VESPASIANO DA BISTICCI, che scrisse tra le altre la _Vita di -Bartolommeo Fortini_ (_Archiv. Stor._, tomo IV, parte I, pag. 379), -dice ch’egli ebbe il confine perchè era stato eletto degli ufiziali -del Monte; e uno dei potenti ci voleva entrare lui. — Dello stesso -Vespasiano abbiamo pure la _Vita di ser Filippo Pieruzzi di ser -Ugolino_, che fu integro e dotto uomo. - -[352] Uno di questi, Domenico di Matteo di ser Michele da Castel -Fiorentino, viene descritto dal Cavalcanti con le seguenti parole: -«costui è villano, iniquo e superbo, mancatore di sua fede, barattiere, -accettatore di presenti. Egli è lungo e sottile, la voce femminile, -le gambe spolpate; misero ne’ fianchi, e guardo acuto: stretto nelle -spalle, biancastrino e povero di barba; il volto colorito di lebbroso -segno: l’andatura sua rara, col petto in fuori più che non richiede la -sua lunghezza.» Tomo II, pag. 194. - -[353] CAVALCANTI, _Seconda Storia_. — _Storia_ di D. BONINSEGNI. — -CAMBI, _idem_. — MORELLI, _Ricordi_, (_Deliz. erudiz_., tomo XIX.) — -MACHIAVELLI, lib. VI. - -[354] Un Sonetto satirico, pubblicato nell’_Archivio Storico Italiano_, -tomo XVI, parte I, pag. 326-27, ammonisce il Papa di non fidarsi ai -Romani, e gli ricorda che il buon sartore misura sette e taglia uno. - -[355] VESPASIANO, _Vita di Agnolo Acciaiuoli e di Leonardo d’Arezzo_. - -[356] Citiamo parole che onorano il Piccinino. Aveagli scritto -Giannozzo Manetti mettendolo sopra per virtù a Ciro ad Agamennone a -Pirro ed ai famosi Romani perchè aveva fatto le imprese per solo amore -di gloria; a cui rispose il Capitano con bella verecondia: «io sono un -piccolo verme e un saccomanno da non farne veruna stima, a comparazione -di quei magnanimi signori antichi, ec.» (Lettera del Piccinino a -Giannozzo, con la Vita di questo edita dal Fanfani, pag. 190.) - -[357] Abbiamo in uno spaccio a Neri Capponi, 21 novembre 1444: -«Carissimo nostro, siamo avvisati per tua lettera come a’ dì 16 di -questo, monsignor di Capua Morinense et il Camarlingo e tu in tuo -nome et di Cosimo de’ Medici, unitamente lodasti che Recanati et Oximo -dovessono rimanere al S. Padre, et Fabriano con le sue fortezze della -terra e del contado che possiede al presente la Chiesa, si debbono -rimettere nelle mani nostre ed essere da noi governate per un anno, -nella fine del quale sia in nostro arbitrio di dare detta terra e -fortezze o al Papa o al Conte. Il perchè sommamente commendiamo la tua -diligenza et prudentia. Et appresso t’avvisiamo come noi abbiamo eletto -messer Bartolommeo Orlandini carissimo nostro cittadino a governare per -detto tempo detta terra e fortezze, ec.» Era l’uccisore di Baldaccio. - -[358] Nella vernata il Conte venne a Firenze, e disse di fare miracoli; -infra gli altri, di ridurre il Papa a pace per forza, ec. (_Commentari_ -di NERI CAPPONI, col. 1201.) CAVALCANTI, _Seconda Istoria_, cap. -XXXIII. — BONINSEGNI, an. 1446. — FABRONI, _Vita Cosmæ_, pag. 170 dei -Documenti. - -[359] Legazioni a Venezia di Neri Capponi, che l’una nei mesi di -settembre e ottobre 1445, e l’altra con Bernardo Giugni dal maggio al -luglio 1446. A stento si vinse ne’ Consigli quella nuova condizione, -prima essendo soliti pagare un terzo, e i Veneziani due terzi: pareva -che fosse _ingiusto l’andare con essi ad un giogo e tirare uno medesimo -peso._ - -[360] «Il Duca cercò d’avere il Conte per mezzo di papa Eugenio, e -missono il Re in su la pratica, acciocchè i Veneziani non si facessino -grandi. Pagò il Re al Conte ducati 40,000, e feciono tra loro molte -composizioni segrete. Di poi morì papa Eugenio, e la sua morte ruppe -molti disegni.» (Capponi, Commentari.) - -[361] CAVALCANTI, tomo II, pag. 265; e VESPASIANO, _Vita di Niccolò V_. - -[362] Gli ambasciatori Angiolo Acciaioli, Giovannozzo Pitti, Neri -Capponi, Alessandro degli Alessandri, Giannozzo Manetti e Piero di -Cosimo de’ Medici, furono dal Papa ricevuti nella sala regia, che -prima solevano privatamente in altra sala. Giannozzo Manetti dotto e -franco dicitore improvvisò l’orazione con molta sua lode. Il Cavalcanti -distesamente narra come quell’Antonio di Checco Rosso Petrucci da -Siena, che noi da più anni conosciamo grande nemico dei Fiorentini -e turbolento macchinatore nella sua patria, tendesse insidie agli -ambasciatori che tornavano, invitandoli nelle castella sue per quivi -rubarli; e come Neri, di lui dubitando, sventasse il disegno: questi -però nei _Commentari_ suoi ne tace affatto; e il Cavalcanti a pensar -male andava a nozze. (Tomo II, pag. 267.) - -[363] Istruzione a Neri Capponi e Bernardo Giugni ambasciatori a -Ferrara per la pace; 28 luglio 1447, e lettere successive. - -[364] Lettere dei 7 e 9 agosto. (Istruzioni manoscritte.) - -[365] _Archivio Storico Italiano_, tomo IV, pag. 418. - -[366] Legazione manoscritta, 6 aprile 1448. - -[367] «Questo Bernardetto, molto amorevole di Cosimo, era uomo -nettissimo e servigiato, non piazzaiolo, che non andava in Palagio se -non chiamato, e rado era che non si trovasse nella sua bottega dove -faceva l’arte di lana; esperto e pratico negli uffici, che intendeva le -cose alla prima, ec.» (CAVALCANTI, tomo II, pag. 213.) - -[368] «Condussesi il Re a chiedere salvocondotto pe’ suoi falconieri: -rispondemmoli che per uccellare noi glielo davamo, se uccellasse solo -alle starne, ma che uccellava ad altro, e però glielo negammo.» (NERI -CAPPONI.) - -[369] POGGIO, _Storia Fiorentina_, lib. VIII. — _Commentari_ di NERI -CAPPONI. — BARTOLOMMEO FAZIO, _Vita Alphonsi Regis_. — Istoria metrica -in terzine dell’assedio di Piombino. (_R. I. S._, tomo XXV.) MALAVOLTI, -_Storia di Siena_. - -[370] Vedi FABRONI, pag. 176 e seg. - -[371] SIMONETTA, _Historia Francisci Sfortiæ_, in MURATORI, _R. I. S._, -tomo XXI. — POGGIO, _Storia_. — MACHIAVELLI, lib. VI. — SIMONETTA, cap. -72-73. — _Archivio Storico Italiano_, tomo XV, parte II, pag. 30 a 34. - -[372] In MURATORI, _R. I. S._, tomo XXI, pag. 388. - -[373] ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo IV. - -[374] Tomo II, _Appendice_, pag. 517. - -[375] VESPASIANO, _Vita di Giannozzo Manetti_. - -[376] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, tomo II, pag. 253. - -[377] L’oratore che lo Sforza teneva in Firenze, a lui scriveva -nell’aprile del 1449: «Con Neri di Gino ho molto particolarmente -examinata questa vostra facenda; e accordasi a questo, ed è disposto -in ogni caso prestare favore al facto vostro e dimostrarvi che v’è -buono amico et servitore, e vuole in qualunque nostro facto essere -d’accordo con Cosimo.» In altro luogo scrive che Neri e Giannozzo Pitti -e Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni ed altri, gli avevano date -buone assicurazioni. — E a’ 30 giugno: «Questa benedecta pestilenza ha -sgomentata qui la brigata in modo che di sette li cinque sono fora a -le ville, per forma che la campana del Consiglio ha assai che suonare, -et non si gionge mai a la metà del numero debito, et per questo la -Signoria non ha mai potuto trarre le mane de più cose che hanno a -fare.» Laonde lo Sforza scriveva in quel tempo: «Mi trovo ingannato -de tucto quello me scriveti super lo facto di danari, sì che non so -che mi dire; se non che non volendomi dare li miei denari del passato, -nè la gente, questo è tanto a dire quanto assentire a la total mia -disfactione. Pertanto vogliate sollecitare, ec.» (_Archivio Storico_, -nuova serie, tomo XV, disp. II, pag. 35-36.) - -[378] CAMBI, _Storia_, anno 1449. — CAVALCANTI, _Seconda Storia_, cap. -69. - -[379] Diceano: «egli ha pieno sino i _privati_ dei Frati delle sue -_palle_ (armi della famiglia Medici), ed ora fabbrica un palagio.» -(CAVALCANTI, cap. XXXIII, _Seconda Storia_, cap. 36, 69, 81, 82, 87.) - -[380] VESPASIANO, _Vita di Pandolfo Pandolfini_. Vedi pure nella _Vita -di Donato Acciaioli_, come lo facesse Cosimo imborsare per Gonfaloniere -di giustizia. - -[381] Commentari di NERI CAPPONI. — CAVALCANTI, tomo II, pag. 242. — -MACHIAVELLI, lib. VI. - -[382] In fine della lettera erano questi brevi versi: «Piero, all’avuta -di questa te ne verrai, perchè, venendone tu, non vi rimarrà ignuno -degli altri.» (VESPASIANO, _Vita di Giannozzo_; Torino, 1862; pag. 35.) - -[383] Legazioni manoscritte di NERI CAPPONI (_Archivio di Stato_). — -VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Giannozzo Manetti_. - -[384] BONINSEGNI, _Leonardo_. — MACHIAVELLI, lib. VI. — AMMIRATO, ec. - -[385] «L’Imperatore mandò a rinnovare suoi salvocondotti a Firenze.» -(NERI CAPPONI, _Commentari_.) - -[386] «L’Imperatore poi ci scrisse di casa sua, che aveva sentito -come eravamo richiesti di dare spalle alla fuga, e non avevamo voluto -consentire; di che molto ci ringraziò.» (NERI CAPPONI, _Commentari_.) - -[387] «Conforterete e supplicherete alla Maestà del Re di Francia -a venire o mandare potentemente in Italia, sì per recuperare -l’antica gloria e titoli a lei debiti, sì etiandio per salute della -nostra Repubblica; nella qual parte se fussi domandato quanta gente -giudichereste esser necessaria, direte che a noi parrebbe dover bastare -cavalli 15 mila, rimettendo sempre questo al giudizio della regia -sapienza. — E quando la Maestà del Re di Francia non volesse per sua -gloria venire o mandare in Italia potentemente, com’è detto disopra, si -tenti che almeno venga il re Renato con quelle genti pagate sia a lui -possibile, ec.» (Istruzione ad Agnolo Acciaioli, manoscritta appresso -di noi, diversa da quella pubblicata dal Fabroni, pag. 200.) - -[388] GIANNOZZO MANETTI, _Vita di Niccolò V_. (_Rer. Ital. Script._, -tomo III, parte II.) — SIMONETTA, _Storia di Francesco Sforza_. (_Rer. -Ital. Script_., tomo XXI, lib. XXIV.) - -[389] NERI CAPPONI, _Commentari_. - -[390] Fu detto Cosimo essersi conciliato il re Alfonso col dono d’un -manoscritto di Tito Livio. (TIRABOSCHI, _Storia della Letteratura_, -tomo VI, lib. I, cap. 2.) - -[391] POGGIO, fine della _Storia_. — Documenti aggiunti dal Fabroni -alla _Vita di Cosimo de’ Medici_. - -[392] Vespasiano, che gli fu amico, racconta com’egli da privato -uomo solesse dire che se una volta avesse ricchezze, le spenderebbe -in libri e in edifizi. — Vedi intorno allo stato di Roma in quelli -anni la lettera pubblicata dal Fabroni, pag. 165. — Enea Silvio, nei -_Commentari_ solito morsicchiare i predecessori suoi con isquisita -delicatezza, scrive Niccolò con gli edifici che rimasero indi -imperfetti avere accresciuto quasi a Roma le ruine. — Vedi pure quel -ch’egli accenna della natura e del governo di Callisto III. - -[393] VESPASIANO, _Vita del re Alfonso_. — Fine dei _Commentari_ di -NERI CAPPONI. — MACHIAVELLI, lib. VI. - -[394] BONINSEGNI, _Storie_. - -[395] CAMBI e BONINSEGNI. - -[396] VESPASIANO, _Vita di Piero de’ Pazzi_. - -[397] Giannozzo, andato l’anno 1446 potestà in Pistoia, e calunniato -da un Soldini, dettò un’Istoria di quella città, pubblicata dal -Muratori (_Rer. Ital. Script._, tomo XIX in fine) e non disutile -a chi voglia conoscere i modi tenuti dalla Repubblica di Firenze -nell’amministrazione delle città suddite. - -[398] Presentandosi alla Signoria, disse: «Eccelsi Signori mia, se a -Dio che m’ha creato, avessi con tanto amore e con tanta fede servito, -quanto ho fatto a questa Signoria, io crederei essere a’ piedi di santo -Giovanni Battista; ed i meriti ch’io n’ho riportati, le vostre Signorie -li conoscono.» - -[399] VESPASIANO DA BISTICCI, _Commentario della vita di Giannozzo_, -pubblicata dal Fanfani. Torino 1862, dalla quale sarebbe in tutto -cavata quella latina del Naldi, prolissa d’ornati e di classiche -locuzioni; chiama il Potestà _prætor urbanus_, la Signoria _senatus_, e -dice che i Dieci della guerra si creavano a badare _ne quid respublica -detrimenti caperet_. — Quando fu eletto Giannozzo dei Dieci ne fecero -tutti grande allegrezza e maraviglia, e dicevano: «ora si conosce -quanta forza hanno le virtù, ec.: in breve tempo, da volerlo confinare, -vòltati, egli è fatto de’ Dieci in compagnia de’ primi della città.» -Vespasiano scrisse un’altra più breve vita del Manetti, tra quelle del -Mai. — Nell’edizione del Fanfani (pag. 169) è una molto bella lettera -che Giannozzo in nome dei Dieci scriveva alla Signoria di Siena. - -[400] CAMBI, _Cronaca_. — «Si vinse sul Consiglio del popolo, che gli -accoppiatori che tenevano le borse del prioratico a mano, dovessino per -tutto il mese di gennaio prossimo averle serrate, e fosse loro levato -ogni autorità e balìa ch’eglino aveano intorno a ciò: fuvvi fave nere -218 e bianche 22. E dipoi nel Consiglio del comune fuvvi fave nere 169 -e bianche 7. E di questo molto il popolo se ne rallegrò.» (RINUCCINI -FILIPPO, febbraio 1454 st. fior.) - -[401] VESPASIANO, _Vita di Cosimo_, pag. 343. - -[402] Richiesto Neri da uno dello stesso suo casato che avea commesso -un omicidio, ricusò salvarlo; «questa grandigia (dicendo) non mi -è stata data per le miserie nè pe’ micidii ch’io abbia fatti, nè -favoreggiati; anzi me l’ho guadagnata per la mia sollecitudine e per -lo favore che io ho sempre prestato alla ragione: e però abbi pazienza, -che la giustizia abbia suo luogo.» (CAVALCANTI, tomo II, pag. 205-6.) - -[403] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, pag. 8. - -[404] MORELLI, _Ricordi_. - -[405] Cambi, _Deliz. erud._, tomo XX, pag. 338 e seg. — _Ricordi_ di -FILIPPO RINUCCINI. — MACHIAVELLI, lib. IV. - -[406] NERLI, _Commentari_. - -[407] CANESTRINI, _Sulle Tasse_, pag. 168. - -[408] CAMBI, _Storie_. - -[409] «Il Palagio fece venire circa quattromila cerne e circa 300 -cavalli, e il Signore di Faenza e Simonetto e altri condottieri.» -(FILIPPO RINUCCINI, dove sono anche i nomi dei confinati.) - -[410] CAMBI, _Cronaca_. — BONINSEGNI, _Storie_. - -[411] _Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI, anno 1462. - -[412] RINUCCINI, _ivi_. — AMMIRATO. - -[413] MORELLI, _Ricordi_. - -[414] RINUCCINI ed altri. — Dice l’Ammirato, Luca essersi tolta per -impresa una bombarda, volendo significare che siccome questa, dove gli -sia dato fuoco, trae fuori una palla, così egli poteva cacciare via le -palle, arme dei Medici. - -[415] MACHIAVELLI, lib. IV. - -[416] La descrizione di quei ricevimenti fatti ad onore di Pio II è -da vedere nelle _Delizie degli eruditi_, tomo XX, pag. 368: l’autore, -che si compiace di quella magnificenza, è pure offeso dalle profanità -troppo boriose che vi si mescolavano. — Quelle pompe furono anco -descritte in terza rima. (_Rer. Ital. Script._, nel secondo dei due -tomi aggiunti in Firenze, pag. 719.) - -[417] «Era molto umile in ogni sua cosa; la camera dov’egli dormiva, -v’era un letticciuolo da frate ed una sedia di legno vecchia, con un -poco di desco al dirimpetto dov’egli stava a comporre le sue opere, -e mai perdeva un’ora di tempo. — Non avea masserizie in casa, se non -tante che furono istimate alla morte sua centoventi lire.» (VESPASIANO, -_Vita dell’Arcivescovo Antonino_.) - -[418] Questo mi pare che si argomenti da una pia opera in volgare che -il signor Palermo pubblicava (Firenze, 1858), e che potrebb’essere di -sant’Antonino. - -[419] VESPASIANO, nella _Vita d’Antonio Cincinello_, narra il caso -pietoso d’una donna figlia di Rinaldo degli Albizzi e nuora di Rinaldo -Gianfigliazzi; alla quale povera e nell’esilio abbandonata insieme ad -un figlio suo, parvero grande sussidio pochi ducati venuti ad essa in -elemosina. - -[420] In tutto quel fatto la maestria politica dei Veneziani si trova -descritta negli Annali di DOMENICO MALIPIERO. (_Archivio Storico_, tomo -VII, pag. 1.) - -[421] A questo punto dell’istoria noi rimanghiamo con poco sussidio di -contemporanei, avendo cessato con l’anno 1447 il Cavalcanti, e prima -del 57 i _Commentari_ di Neri Capponi. Finisce con l’anno 1460 il -Boninsegni, e tace la prima parte delle Istorie che vanno col nome di -Giovanni Cambi, per indi ripigliare col 1480 la parte descritta da lui -testimone; e finiscono i _Ricordi_ di Filippo Rinuccini, continuati -però con maggiore ampiezza dal figlio Alamanno. - -[422] Il Fabroni pubblicava le note di Piero per le spese fatte nei -funerali del padre e negli uffici e limosine, e per vestire a bruno -gli uomini e donne della famiglia, e i fattori e i servi. Stanno con -questi i nomi di quattro schiave. Lo stesso autore ci diede (pag. 214) -il contratto di compra di una schiava circassa per conto di Cosimo dei -Medici l’anno 1427 in Venezia, per mano di Giovanni Portinari, il quale -pagava sessantadue ducati d’oro, prezzo della schiava. - -[423] Vedi le lettere a Piero de’ Medici, del Papa e del Re di Francia, -Luigi XI, più altre poi d’uomini letterati — Abbiamo anche una bella -lettera di Piero intorno agli ultimi giorni del padre. (FABRONI, -_Documenti_, pag. 251.) - -[424] _Mémoires de_ PHIL. DE COMINES, lib. VII, cap. V. — E innanzi -avea detto: «Cosme de Médicis, homme digne d’être nommé entre les -très-grands; et en son cas qui estoit de marchandise, etoit la plus -grande maison qui je croy qui jamais ait ésté au monde: car leurs -serviteurs et facteurs ont eu tant de crédit, soubs couleur de ce nom -Medicis, que ce seroit merveilles à croire a ce que j’en ay veu en -Flandre et en Angleterre.» - -[425] «Non fu anno che non spendesse in muraglie quindici ovvero -diciotto migliaia di fiorini. — Nel palazzo di Firenze 60 mila; nel -chiostro e parte della chiesa di San Lorenzo, 70 mila. In San Marco ne -avea spesi 40 mila, e non bastarono; nella Badia di Fiesole 80 mila.» -(VESPASIANO, _Vita di Cosimo_.) — Il Fabroni pubblicava un lodo per le -divise tra’ due rami usciti da Giovanni di Bicci, nel quale è detto che -le spese fatte da Cosimo nelle chiese di Santa Croce, dei Servi, di San -Miniato al Monte e di Camaldoli nel Casentino, oltre a quelle notate -nel testo, sieno portate sulla parte sua, sgravandone quella dei figli -di Lorenzo. — In certi _Ricordi_ il Magnifico scriveva: «Gran somma di -danari trovo che abbiamo spesi dall’anno 1434 in qua fino a tutto il -1471. Si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini 663,755 tra -limosine, muraglie e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio -dolermi: perchè quantunque molti giudicassin meglio averne una parte -in borsa, io giudico esser grande onore allo stato nostro, e paionmi -ben collocati, e sonne molto ben contento.» (LORENZO MEDICI, _Ricordi_. -FABRONI, pag. 47.) - -[426] «Tolsi quarantacinque scrittori e finii volumi dugento in mesi -ventidue.» Dallo stesso Vespasiano abbiamo l’elenco dei codici antichi -fatti copiare da lui; un catalogo della biblioteca lasciata da Cosimo -e che è nell’Archivio Mediceo, parve al Fabroni troppo lungo perchè lo -stampasse. Per la Chiesa di San Lorenzo faceva scrivere ed abbellire di -miniature trenta libri corali; altri per San Marco, ec. — L’inventario -delle gemme incise e vasi e medaglie e gioie trovate nell’eredità di -Cosimo dei Medici, aggiugne alla somma di 28 mila 423 fiorini, senza -gli argenti e mobilia. (FABRONI, pag. 231.) - -[427] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, pag. 8. - -[428] «Si vinse che le borse si serrassino e tornassesi alla sorte, la -quale è molto grata a tutti generalmente, cioè quella de’ tre maggiori, -Signori, Gonfaloniere e Dodici: che prima le tenevano a mano cinque -cittadini, ed era de’ Signori chi egli disegnavano; e ora si cominciò -a trarre a sorte. E’ Priori per novembre e dicembre 1465 feciono -squittinio de’ tre maggiori. Cominciò agli 8 dicembre e finì a’ dì 30 -detto. Furono in numero di 537, in tutto con priorati e magistrati e -consoli, e con cinque accoppiatori, fatti per detto squittinio, che -furono di più favore, ec. I Signori per gennaio e febbraio 1465-66 -cominciarono lo squittinio dei capitani di Pisa, e potestà solo, e poi -il partito chiamato gli otto uffici di dentro, poi undici uffici di -fuori, poi provveditorati e riformatori e legionarii direttori, poi el -marzocchio, e poi capitano di galere, e poi uffici di notai.» (MORELLI, -_Ricordi_, pag. 181.) - -[429] GUICCIARDINI, _Opere inedite; Storia Fiorentina_, cap. II. — -MACHIAVELLI, lib. VII. — AMMIRATO, lib XXIII. - -[430] I Fiorentini, volendo al solito mandare galere in Levante per -la tutela dei loro traffici, la Repubblica di Venezia si opponeva a -ciò, allegando che i Turchi se l’avrebbono prese, usandole ai danni -della cristianità: e avendo i Fiorentini risposto, che ad ogni modo le -manderebbero; il Senato facea replicare, che il comandante dell’armata -loro aveva piena balìa, e qualunque cosa egli facesse delle galere non -se ne impacciavano. _(Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI, anno 1463.) - -[431] Carlo Rosmini nella _Storia di Milano_ purgava a sufficienza -Francesco Sforza da quell’accusa per via di autentici documenti. Vedi -pure quelli pubblicati dal CANESTRINI, _Archivio Storico_, tomo XV. - -[432] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, XIX. - -[433] _Ricordi Storici_ di ALAMANNO di FILIPPO RINUCCINI. - -[434] Vedi lettere di Agnolo Acciaioli e di un ser Luca, e la -deposizione di Francesco Neroni. — FABRONI, _Vit. Laurentii Med._, -Documenti, pag. 28-32. - -[435] FABRONI, _Documenti_. - -[436] VALORI, _Vita Laur. Med._ - -[437] _Ricordi_ d’ALAMANNO RINUCCINI. - -[438] _Storie_ di IACOPO PITTI, lib. I. - -[439] AMMIRATO, _Storie_. — FABRONI, Documenti sopraccitati. — -L’Ammirato accusa, non senza ragione, il Machiavelli di molti errori ed -alterazioni di questi fatti come di altri molti. Nè facciamo caso della -strabocchevolmente prolissa e in parte falsa narrazione che ne lasciava -Michele Bruto nelle Storie sue, egli piacendosi in quei viluppi di vani -disegni donde speravano forse in patria il ritorno i fuorusciti, tra i -quali viveva cento anni dopo in Lione quello scrittore di poco pregio. - -[440] ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. XI, cap. 1. - -[441] Il Fabroni ha pubblicato queste due lettere che il Machiavelli -avea veduto; ma questi conservandone i principii, poi le rifece a modo -suo, e dice che fu quella dell’Acciaioli scritta da Napoli, quando è da -Siena a’ 23 settembre. (_Documenti_, pag. 36; e vedi anche VESPASIANO -nella _Vita di Agnolo Acciaioli_.) - -[442] FABRONI, pag. 35. — Aggiugne all’amico, di queste cose non parli -«se non con Madonna o col Signore.» Madonna era Lucrezia Tornabuoni -moglie di Piero dei Medici. È cosa nuova dare in Firenze a un uomo il -titolo di Signore. - -[443] _Annali Veneti_ di DOMENICO MALIPIERI. - -[444] Vedi la lunga lettera di Ferrando alla Repubblica di Firenze. -(_Archivio Storico_, tomo XV, pag. 185.) - -[445] _Annali Veneti_ di DOMENICO MALIPIERI. - -[446] PIGNA, _Storia della Casa d’Este_. - -[447] «Dipoi la pubblicazione della pace, il Papa ha fatto batter -talenti d’oro da venti ducati l’uno, con l’impronto della sua immagine -e con lettere che dicono — _Papæ Paulo pacis Italiæ fundatori._» -(MALIPIERI, _Annali_.) - -[448] MALIPIERI, _Annali_. — AMMIRATO, _Storie_. - -[449] MACHIAVELLI, lib. VI. - -[450] VESPASIANO, _Vita di Agnolo Acciaioli_. — MACHIAVELLI, _Storie_. - -[451] Lettere pubblicate dal FABRONI tra’ Documenti, pag. 28 e seg. -— Gli manda arienti per convitare don Federigo d’Aragona ed altri -Signori, «che si vuol fare magnificamente e onoratamente; e datevi buon -tempo, e non vi date pensiero di noi di qui, che ancor sarete a tempo a -smaltirle come noi.» (pag. 52). — Comunica seco via via i negozi che si -trattavano, mostrando rimettersi di molte cose al giudizio suo. - -[452] CHRISTOPHORI LANDINI, _Disputationes Camaldulenses_. - -[453] La Giostra di Lorenzo fu cantata in terza rima da Luca Pulci con -minutezza istorica e scarsa vena di poesia. - -[454] FABRONI, _Documenti_, pag. 42. - -[455] NICCOLÒ VALORI, _Vita di Lorenzo_. - -[456] «Per fare il debito nostro donammo alla Duchessa una collana -d’oro con un grosso diamante, che costò circa ducati tremila; donde ne -seguitò dipoi, che il prefato Signore ha voluto che battezzi tutti gli -altri sua figlioli.» (_Ricordi di Lorenzo_; vedi FABRONI, pag. 54.) - -[457] MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX). — _Ricordi_ di -ALAMANNO RINUCCINI. — GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, cap. 3. -— AMMIRATO, _Storie_, lib. XXIII. - -[458] Lettera di Piero dei Medici al figlio Lorenzo. (FABRONI, _Docum._ -pag. 30.) - -[459] RINUCCINI ALAMANNO, pag. 116. - -[460] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, pag. 29. — A guerra -finita il Malipiero scriveva: «Questo successo ha dispiaciuto alla -Signoria (di Venezia), perchè continuando la guerra tra Volterra e -Firenze se podeva solevar qualche novità in quella terra, e’ fuorusciti -aiutati da Volterra saria entrati in Fiorenza.» - -[461] «Ricordovi quando fu el sacco di Volterra, che ogni uomo -pubblicamente, massime e’ Venti, mostravano buona disposizione; ma -se noi non trovavam modo a trarre e’ cento mila fiorini dal Monte, se -avessimo avuto a far prova di più difficil cosa, credo l’aremo veduta -cattiva.» (Lettera di Lorenzo. Vedi FABRONI, pag. 62 e seg.) - -[462] VESPASIANO, _Vita di Federigo_. — MACHIAVELLI, lib. VII. — -AMMIRATO, lib. XXIII. — Lettera di un Inghirami a Lorenzo; vedi -FABRONI, pag. 63. — Antonio Ivani scrisse in latino un Commentario -di quella guerra. (_Rerum Ital. Script._, tomo XXIII.) — Comprò la -Repubblica e donò a Federigo il bel palagio di Rusciano in pian di -Ripoli, cominciato da Luca Pitti: questi si trova essere stato uno dei -Venti. - -[463] I Diari Rinuccini descrivono questo e l’altro Capitolo Generale -di tutto l’Ordine Francescano in Santa Croce di Firenze, al quale -convennero l’anno 1449 milledugento frati; e la Repubblica stanziava a -sussidio del detto Capitolo mille fiorini d’oro. - -[464] «Del mese di settembre 1471 fui eletto ambasciatore a Roma -per l’incoronazione di papa Sisto, dove fui molto onorato, e di -quindi portai le due teste di marmo antiche delle immagini d’Augusto -e d’Agrippa, le quali mi donò detto papa Sisto, e poi portai la -Scodella nostra di calcedonio, intagliata, con molti altri cammei, -che si comperarono allora ec.» (_Ricordi di Lorenzo de’ Medici._) — -«Lorenzo, tra gli altri benefizi che ha ricevuti da Sua Beatitudine, -ha guadagnato con quella un tesoro.» (Istruzione in nome di Sisto IV ad -Antonio Crivelli); vedi _Appendice_ Nº X. — Vedi anche NICCOLÒ VALORI, -_Vita_ ec. - -[465] Il Fabroni pubblicava una lettera che Lorenzo scriveva al Papa, -il dì 21 novembre 1472, chiedendogli il cardinalato per Giuliano; e -due a Lorenzo, del buono ed illustre, ma insieme prudente e un po’ -cortigiano cardinale Iacopo Ammannati detto il Cardinale di Pavia, del -quale abbiamo in latino un brano di storia e gran numero di lettere a -principi, a grandi personaggi e a letterati. - -[466] CORIO, _Storia di Milano_. - -[467] NICCOLÒ VALORI, _Vita_ ec. - -[468] Vedi _Appendice_ Nº VIII. - -[469] Abbiamo le due lettere pubblicate dal Fabroni (pag. 67, 68). -Luigi XI proponeva a Lorenzo di tenere in Francia un suo Oratore, -il quale dovesse conferire col Re solo, nè mai co’ magnati, nè co’ -principi del sangue. Gli chiede poi dei cani in dono, ed anche uno -solo, purchè fosse bello e grande, volendo tenerlo in camera e presso -la persona sua. - -[470] GUICCIARDINI, cap. III. - -[471] VESPASIANO, _Vita di Donato Acciaioli_. - -[472] RINUCCINI, pag. 117. - -[473] Abbiamo la data 28 gennaio 1475 nei _Ricordi_ del Morelli, gli -altri tacendo quella Giostra ed i moderni scrittori avendo confusa -questa col Tornèo più grande e solenne che aveva tenuto Lorenzo l’anno -1469. Quindi affermarono che il Poliziano fosse in età di soli quindici -anni quando cominciava il Poemetto: ne aveva ben venti nel principio -del 75, e ventiquattro ne avrebbe avuti quando il Poema fosse scritto -un poco prima della congiura de’ Pazzi e interrotto quindi per la morte -di Giuliano; il che a noi sembra essere congettura fra tutte probabile. -Dove il Poeta nella quarta Stanza dice che all’ombra di Lorenzo - - «Fiorenza lieta in pace si riposa - Nè teme i venti, o ’l minacciar del cielo, - Nè Giove irato in vista più crucciosa,» - -allude manifestamente alle ire di Sisto IV, le quali precessero al caso -dei Pazzi. - -[474] _Ricordi_ d’ALAMANNO RINUCCINI, pag. 125 e seg. - -[475] La formula delle sentenze diceva: «Magnifici Octoviri Custodiæ -et Baliæ Civitatis Florentiæ in numero sufficienti collegialiter -congregati, intellecto et recepto qualiter etc. — Et idcirco habito -super prædictis omnibus et singulis sano et maturo consilio etc.; -deliberaverunt, scribunt, commictunt, imponunt et mandant vobis -Præsenti Domino Potestati dictæ Civitatis Florentiæ quatenus vigore -præsentis deliberationis, ac commissionis et bullettini, per vestram -sententiam declaretis, pronuntietis et sententietis dictos etc. — -Nota che sempre al Potestà dicevano _Voi_, «quel Voi che prima Roma -sofferìe» e che era dato alla Sovranità. (Sentenze pubblicate tra i -Documenti di corredo all’edizione del Commentario della Congiura de’ -Pazzi per Angiolo Poliziano. Napoli, 1769.) - -[476] L’ALLEGRETTI nel _Diario Senese_ (_R. I. S._, tomo XXIII, e. -782), e il MALAVOLTI, _Istoria di Siena_, accusano apertamente i -Fiorentini che dessero mano al conte Carlo ed ingannassero i Senesi -con belle parole: «ci mandavano ogni dì una buona lettera, e il Conte -Carlo ogni dì una cavalcata.» (Cronica citata.) — La corrispondenza di -Lorenzo de’ Medici con la Signoria di Siena, che abbiamo in copia, si -trova interrotta dall’anno 1476 all’anno 1482. - -[477] L’attentato del Porcari non giunse all’effetto, i Pazzi ed -il Fieschi riuscirono a mezzo, gli uccisori di Galeazzo e quei -d’Alessandro de’ Medici e di Pier Luigi Farnese compierono il fatto; -ma tuttavia gli Sforza regnarono a Milano, e a Firenze i Medici, e i -Farnesi a Parma; nessuno mai degli uccisori scampava la vita. - -[478] Tra questi è da porre Alamanno Rinuccini, che poi si mostra -benevolo ai Pazzi: ed egli era stato compagno al Medici nelle -ambascerie e negli uffici di maggior conto. - -[479] VESPASIANO, _Vita di Piero de’ Pazzi_. - -[480] Ebbe egli il secondo premio nella Giostra, della quale il primo -fu dato a Lorenzo. - -[481] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. VIII. - -[482] _Confessione di Giovan Battista da Montesecco_, stampata tra i -documenti che fanno seguito al Poliziano, _Congiura de’ Pazzi_, e dal -Fabroni e dal Roscoe, _Vita di Lorenzo_. Il Machiavelli trasse molto da -quel documento; così l’Ammirato. Noi lo riproduciamo nell’_Appendice_ -Nº IX. - -[483] Nelle lettere citate di Piero de’ Medici si vede Guglielmo dieci -anni prima essere tenuto fra i più intrinseci della Casa. - -[484] Abbiamo lettera di Girolamo Riario a Lorenzo da Roma a’ 15 -gennaio 1478, con la quale lo invita ad andare colà, promettendogli -molto adoprarsi «a levare di mezzo ogni dubitazione che fosse nata tra -esso e il Pontefice.» (FABRONI, _Doc._, pag. 105.) - -[485] Istruzione di Lorenzo a Piero suo figlio che andava in Roma nel -novembre del 1484. (FABRONI, pag. 268.) - -[486] VASARI, _Vita d’Andrea Verrocchio_: ma quella pittura fu indi a -poco cancellata. - -[487] _Congiura de’ Pazzi_ scritta da Filippo Strozzi che v’era -presente. — ANGELI POLITIANI, _Coniurationis Pactianæ Commentarium_; -Napoli, 1769, in-4º. — _Cronichetta di Carlo Giannini da Firenzuola_ -(si trova in quello stesso volume). — _Cronichetta di Belfredello -Strinati Alfieri_ (ivi). — _Condanne dei Pazzi e dei loro complici_ -(ivi). — _Documenti_ pubblicati dal FABRONI. — _Ricordi_ di ALAMANNO -RINUCCINI. — VALORI, _Vita di Lorenzo de’ Medici_. — GUICCIARDINI, -_Stor. Fior._, cap. IV. — MACHIAVELLI, lib. VIII. — AMMIRATO, lib. XXV. - -[488] VESPASIANO, _Vita dell’Acciaioli_. - -[489] FABRONI, _Documenti_, pag. 116. — E la Repubblica di Venezia -mandava a quella dei Fiorentini savie parole, che a noi giova qui -riferire: «Pare a noi che dal frappor dimora alla liberazione del -Cardinale non possa quella eccellentissima Signoria conseguire alcun -comodo, quando invece la liberazione del Cardinale toglie ad ognuno -ogni occasione di straparlare, e di giustificare sè stessi d’ogni non -buona operazione, ed anche recida ed amputi ogni offensione d’animo -che i Cardinali potessero per una più lunga ritenzione concepire. -Per questi rispetti adunque l’opinion nostra sarìa che al Vescovo di -Modrussa si rispondesse: che quella eccellentissima Signoria, avendo -per riverenzia del Sommo Pontefice e di quel Santissimo Collegio -riservata la persona del Cardinale dal pericolo di tanta furia quanta -era in quel popolo, delibera anche ed è contenta di liberamente -lasciarlo.» (ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo IV, pag. 389, 90.) - -[490] Nella Commissione, manoscritta appresso di noi, di Sisto IV -al Cardinale di Mantova legato a Bologna, il Papa dichiara non fare -colpa a’ Bolognesi dell’avere al primo annunzio della congiura mandato -soccorsi a Firenze: _cum nihil adhuc Florentini in ecclesiasticam -dignitatem moliti essent_. Aggiugne dipoi: _nos quoque casum ipsum -primum indoluimus, et commiserationis nostræ testimonium per literas -nostras ad Florentinos dedimus_. Di queste lettere gli scrittori -fiorentini non fanno menzione. - -[491] RAYNALDI, _Annales Ecclesiast._, anno 1478. — Il Mansi -nell’edizione delle _Miscellanee_ del Baluzio, tomo I, diede alcuni -brani di niuna importanza che il Rainaldo aveva omessi o abbreviati. - -[492] Documenti aggiunti all’edizione napoletana del _Commentario_ del -POLIZIANO ec. — FABRONI, _Documenti_. - -[493] Cronichetta antica (FABRONI, pag. 115). - -[494] Il FABRONI pubblicò questo (pag. 131) con altri molti documenti -intorno a quel fatto; il MANSI, nell’appendice alle _Miscellanee_ del -Baluzio, alcune lettere della Duchessa di Milano e del re Ferrando e -dei Veneziani, e due Invettive del Filelfo contro Sisto IV: pag. 503 e -seg. - -[495] In fine allo scritto si legge: «datum in Ecclesia nostra -Cathedrali Sanctæ Reparatæ, 23 Julii 1478.» — V è dentro una lettera -del Cardinale di San Giorgio al Papa, tutta dolcezze di encomi alla -Repubblica ed a Lorenzo; ma noi temiamo essere questa una impostura; -e che il Sinodo fosse veramente celebrato, a noi non consta, e non lo -crediamo. (Vedi FABRONI, _Docum._, ec.) - -[496] Abbiamo qui tratto dall’Ammirato ogni cosa, perch’egli ne sembra -in questo come in altri luoghi avere attinto a documenti o memorie di -chi era presente. L’orazione che il Machiavelli pone in bocca a Lorenzo -è meno calzante, avendo in sè molto minori caratteri di convenienza e -di verità. - -[497] MALIPIERI, pag. 246. - -[498] Lettera familiare di Sisto IV al Duca d’Urbino. (FABRONI, pag. -130.) - -[499] _Ricordi_ d’ALAMANNO RINUCCINI, pag. 130. — Per le Condotte -d’Ercole d’Este e d’altri, vedi _Archiv. Stor._, tomo XV. - -[500] Vedi l’amplissima Provvigione della Repubblica (FABRONI, pag. -191); dove è statuito, tra le altre cose, che la figlia Margherita, -la quale era scritta al Monte delle Doti creditrice di fiorini 290 -al primo gennaio 1486 (quando ella entrava nella età nubile), avesse -un’aggiunta di altri 500 fiorini di dote. E che la famiglia di Donato, -ch’era segnata per quattro fiorini a ciascun _sesto_ di gravezza, -venisse gravata per quindici anni d’un solo fiorino ec. - -[501] _Memoires de Comines_; lib. VI, cap. 5. — Vedi una lettera -molto risoluta di Luigi XI a Sisto IV, nella _Cronaca_ del MALIPIERI; -_Archiv. Stor._, tomo VII, parte I, pag. 247. - -[502] _Epist. Iacobi Ammannati Cardinalis Papiensis; 16 luglio 1478._ -Segue una lettera a lui di Iacopo Antiquario letterato Perugino, e -tutto devoto alla causa di Lorenzo. - -[503] RAYNALDI _Annales Ecclesiast._; il quale è da consultare -con fiducia per tutto quel fatto narrato da lui con diligenza ed -ischiettezza. Oltre al Breve di Sisto IV, riferisce assai documenti; -e tra gli altri la risposta che diede il Papa agli Oratori francesi -conforme ai consigli del Cardinale di Pavia. È tratta dai Diari di -Iacopo Volterrano scrittore apostolico (_Rer. Ital._, tomo XXIII), -il quale non vuolsi confondere con Raffaele Maffei Volterrano, autore -anch’egli più volte allegato dallo stesso Rainaldo. — Iacopo, ch’era -stato segretario e grande amico all’Ammannati, continuava ne’ suoi -Diari, pei tredici anni di Sisto IV, i Commentari del Cardinale. - -[504] Diceva il Senato all’oratore pontificio: «e perchè la Santità -Sua, a petizione d’altri e per satisfare a dishoneste voglie e -appetiti di chi si sia, offende quelli (i Fiorentini) e spiritual e -temporalmente, volemo che la Beatitudine Sua sapia che nui insieme -cum loro, et cum el Stato de Milan unitissimi, et temporal et -spiritualmente defenderemo i stati, honor et dignità della nostra -confederation ec. Et non si speri la Beatitudine Sua nè altri poter -cuoprire e’ fini de no’ buoni pensieri soi, cum ch’el non offende -la città di Fiorenza, ma Lorenzo in ispecie: perchè ben intendemo -tutti nui, questa offesa no’ esser fatta più alla particularità de -Lorenzo, innocentissimo da tutte quelle calunnie li sono apposte, che -al presente stato e forma de governo de la città di Fiorenza, ec.» -(ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo XIV, pag. 390.) - -[505] Il Fabroni vidde, d’antica stampa, una invettiva molto virulenta -di Cola Montano contro a Lorenzo de’ Medici. Cola era stato col Conte -Girolamo Riario, e poi nell’anno 1482 pare insidiasse alla vita di -Lorenzo, quando nel recarsi da Genova a Roma fu nelle Maremme preso da -certi che ne seguivano le traccie, ed a Firenze condotto. L’Oratore -d’Ercole da Este racconta il caso e infine aggiugne: «Credo capiterà -male.» (_Atti e Memorie delle Deputazioni di storia patria delle -provincie Modenesi e Parmensi_, vol. I, fasc. III, pag. 259.) — La -Legazione di Piero Capponi, che abbiamo in copia, non contiene altro -che le lettere d’ufficio a lui dei Dieci; le sue da Lucca non si -rinvengono. - -[506] GUICCIARDINI, _Opere_, tomo III. — MACHIAVELLI, lib. VIII. — -AMMIRATO, lib. XXIV. - -[507] _Narrazione della Congiura dei Pazzi_, scritta da FILIPPO STROZZI -Seniore. - -[508] Il MALAVOLTI, nell’_Istoria di Siena_, pubblicava l’accennata -lettera di Lorenzo de’ Medici ai Duchi d’Urbino e di Calabria. - -[509] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, 56. - -[510] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, cap. VI e IX. - -[511] Vedi una leggiadra lettera a Lorenzo d’Ippolita d’Aragona nuora -del Re. (FABRONI, pag. 223.) - -[512] Queste cose abbiamo cavate da una Commissione di Sisto IV a -messer Antonio Crivelli mandato da lui a Napoli. È manoscritta presso -di noi e molto bene dichiara l’animo di Sisto ed il contegno del Re: la -pubblichiamo, _Appendice_ Nº X. - -[513] FABRONI, Documenti, pag. 213, e sono anche ivi da vedere le -private lettere scritte a Lorenzo da Bartolommeo Scala e da altri de’ -più confidenti. - -[514] GUICCIARDINI, loc. cit. — MACHIAVELLI, lib. VIII. — AMMIRATO, -lib. XXIV. - -[515] Questo punto è ora dilucidato abbastanza dal ROMANIN, _Storia di -Venezia_, lib. XI, cap. 3. - -[516] Lettere manoscritte ai Dieci, di Piero Capponi, da Napoli 18 -aprile 1483. - -[517] CAMMILLO PORZIO (_Congiura de’ Baroni_) attribuisce ai Fiorentini -la discesa dei Turchi in Italia; ma è scrittore in quanto ai fatti -poco diligente. — Lorenzo mantenne con Alfonso durante la guerra molto -amichevoli relazioni, usando parole strabocchevolmente sviscerate. -(Vedi FABRONI, pag. 216.) - -[518] ALLEGRETTI, _Cronaca Senese_ (_Rer. Ital. Script._, tomo XXIII). -— MALAVOLTI, _Storia di Siena_. - -[519] FABRONI, pag. 219 e 20. - -[520] Diarii Latini di Iacopo Volterrano, che fu presente -all’assoluzione. (_Rer. Ital. Script._, tomo XXIII.) - -[521] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. V. - -[522] Ordine dei _Settanta_: Provvisioni dei 10 e 19 aprile 1480. -(_Archiv. Stor. Ital._, tomo I, pag. 321.) - -[523] CANESTRINI, _Sulle Imposte della Repubblica di Firenze_, cap. -III, sez. 4 e seg. Trovò egli scritto nell’Archivio in calce d’un -antico libro: «Quisquis es, quia dives es et plurimum lucraris, non es -amicus pauperum tametsi simulas amicissimum; quoniam vero paucos filios -habes, Catastum damnas atque explodis, et cervicibus inopum grave -onus imponis.» Secondo l’antico Catasto, per ogni figlio o parente da -sostentare si faceva detrazione di duecento fiorini, ond’era grande il -benefizio di chi aveva molti figli. - -[524] Nel Proemio della Provvisione per l’Ordine dei _Settanta_ -si mettono innanzi le spese e i danni della peste, forse cercando -attenuare quelle che aveva prodotto la guerra fatta per Lorenzo. In -seguito aggiugne i danni maggiori essere «per il Monte, perchè non s’è -renduto le paghe, nè valutosi senza gran danno del credito; per che è -diminuito di pregio non rendendo, et però non se n’è molto contractato. -Et è questo membro del Monte in tanto disordine, che se presto e -saviamente non vi si provvede, nè dote nè paghe render si potranno.» - -[525] RINUCCINI, pag. 135 e 137. - -[526] In Bruggia si trova che avesse perduto per cento mila ducati, -e in altre Banche forse altri cento. — In quella città falliva pure -una Compagnia col nome dei Da Rabatta e dei Cambi per avere servito -di grande somma di danaro la duchessa Maria di Borgogna moglie -dell’imperatore Massimiliano, che s’era morta, e il danaro non venne -mai restituito. (RINUCCINI, anno 1483.) Questa Compagnia non credo -però che andasse per conto dei Medici. — Lorenzo accattava spesso -danari anche dagli amici: avendogli i suoi cugini del ramo di Pier -Francesco prestato nel 1478, sessantamila ducati, Lorenzo cedeva ad -essi in pagamento la villa di Cafaggiolo colle possessioni che aveva -in Mugello. Vendeva allo Sforza per quattromila ducati la casa che il -padre di quello gli aveva donata in Milano. (VALORI, _Vita di Lorenzo_. -— _Istorie_ di GIO. CAMBI, in _Deliz. Erud._, tomo XXI in principio. -— GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. IX. — Lettera d’Antonio Pucci a -Lorenzo, FABRONI, pag. 212.) - -[527] AMMIRATO, 1481. — RINUCCINI, pag. 134. — VALORI, _Vit. Laur._ - -[528] Lettera a Lorenzo dei Medici di Matteo Arcidiacono di Forlì. -(FABRONI, pag. 226.) - -[529] _Diari Romani_ di IACOPO VOLTERRANO (MURATORI, _Rer. Ital. -Script._, tomo XXIII, cap. 147 e seg.) - -[530] MACHIAVELLI, lib. VIII. — AMMIRATO, lib. XXV. - -[531] Sappiamo queste cose da una lettera di Lorenzo stesso, che -scriveva in nome dei Dieci di guerra. Contiene, tra le altre, queste -parole: «.... per essere la nostra religione in mancamento assai della -sua reputazione per questi Governi tanto alieni dagli antichi e da -quelli che si convengono a un pastore cristiano. Abbiamo grandissima -speranza che questa santa opera si condurrà ad effetto, perchè Dio non -abbandonerà la sua causa. E movendo la Sua Maestà Spagna e Ungheria, -già la cosa arà sortito sufficiente effetto. Tieni confortata in questo -la Sua Maestà, e ogni dì sollecita; e noi avvisa continuamente delle -deliberazioni e pareri suoi, co’ quali desideriamo convenire in ogni -cosa.» — Legazione manoscritta di Piero Capponi a Napoli; lettere dei -21 settembre e 14 ottobre 1482. - -[532] Vedi _Archiv. Stor._, Nuova Serie, vol. II. - -[533] FABRONI, _Docum._, pag. 227 e seg. — Vedi RAYNALDO, anno 1482, -pag. 25, 26, ediz. di Lucca. — _Diari di Stefano Infessura_ (MURATORI, -_Scrip. Rer. Ital._, tomo III, col. 1153). — Nella Dieta che Pio -II tenne a Mantova, i Potentati d’Italia s’erano obbligati di non -appellarsi mai _ad futurum Concilium_, e lo stesso Ferrando aveva -rinnovato la promessa a papa Sisto. (_Atti ec. della Deputazione di -storia patria_, Modena, 1863, pag. 296.) - -[534] Legazione sopraccitata. - -[535] «Sua Beatitudine volentieri vorrebbe ogni accordo, ma e’ crede -più ad altri che a sè; e il Conte (Girolamo Riario) credo che si muova -per la sua mala natura, la quale è vendicativa,... e per tenere sempre -il Papa in imprese e appiccato, perchè per questa via egli si mantiene -in reputazione et poppa tutte le entrate della Chiesa. Il Papa ha gran -desiderio di pace; e oggi a tutti noi Oratori ha confessato le pratiche -tenute a Venezia ec.» Lettera a Lorenzo di Guid’Antonio Vespucci, -ambasciatore a Roma, 23 ottobre 1483. (FABRONI, _Docum._, pag. 251.) -— Vedi negli _Annali_ del MALIPIERO i danni sofferti dai Veneziani per -questa guerra, e le pratiche per la pace molto avanzate da Sisto IV, ma -delle quali il Senato di Venezia poco si fidava. - -[536] CORIO, _Storia di Milano_. — GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. -VII. — Quando vennero a Sisto IV gli Ambasciatori con la pace, il -giorno che fu penultimo della sua vita, si doleva egli affannosamente -delle inique condizioni, dicendo che i Veneziani, l’anno innanzi, a -lui ne offrivano delle migliori. (_Diario di_ IACOPO VOLTERRANO in -MURATORI, _Script. Rer. Ital._, tomo XXIII, col. 199.) - -[537] MALAVOLTI, _Storia di Siena_, lib. VI. — Lettere manoscritte di -Lorenzo dei Medici alla Signoria di Siena. - -[538] _Istorie_ di GIO. CAMBI. — MACHIAVELLI, lib. VIII. - -[539] AMMIRATO, _Storie_. — Lettere ai Dieci di Piero Capponi -Commissario in Pisa per la guerra. - -[540] Circa l’elezione d’Innocenzio VIII sono da vedere le lettere -scritte da Roma a Lorenzo e pubblicate dal FABRONI, pag. 256 e seg. - -[541] Lorenzo aveva consigliato al Re «d’avere gli occhi a tutto, e -mostrare in alcuna cosa non intendere.» Anche scriveva: Dispiacemi sino -all’anima che lo signor Duca (Alfonso) abbia questo nome di crudele, -e falsamente le sia imposto; pure Sua Eccellenza tuttavia si sforzi -toglierlo con ogni arte, che certo li metterà buon conto. Et così se -le Gabelle si tollerano mal volentieri dalli popoli, levile via, et -torni alli soliti pagamenti; che vale più avere un carlino con piacere -e amore, che dieci con dispiacere e isdegno; che certamente, indurre -usanza nuova ad ogni popolo pare forte.» (FABRONI, pag. 269.) - -[542] GUICCIARDINI, _Stor. di Fir._, cap. VIII. — MACHIAVELLI, lib. -VIII. — AMMIRATO, lib. XXV. — PORZIO, _Congiura dei Baroni_. - -[543] Legazione Modenese sopraccitata (pag. 285). - -[544] Il Re minacciava comparire a Roma con la lancia sulla coscia. -(Legazione Modenese sopraccitata, anno 1490.) - -[545] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. VIII. — MACHIAVELLI, lib. VIII. -— AMMIRATO, lib. XXVI. - -[546] FABRONI, _Docum._, pag. 334 e altrove. - -[547] _Ricordi di Lorenzo._ (FABRONI, _Docum._, pag. 299 e seg.) - -[548] Le cerimonie per la promozione al Cardinalato di Giovanni de’ -Medici, sono descritte lungamente nel _Diario del Burcardo_, all’anno -1492. Firenze, 1854; pag. 162-77. - -[549] _Appendice_, Nº XI. — (Vedi i Documenti pubblicati dal FABRONI.) - -[550] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. VIII. — CAMBI. — RINUCCINI. - -[551] FABRONI, Documenti, pag. 337. - -[552] Fra le Istruzioni al figlio adolescente che andava in Roma con -gli Ambasciatori a papa Innocenzio ponea: «Nei tempi e luoghi dove -concorreranno gli altri giovani degli Imbasciatori pòrtati gravemente e -costumatamente e con umanità verso gli altri pari tuoi, guardandoti di -non preceder loro, se fossino di più età di te; poichè per essere mio -figliolo, non sei però altro che cittadino di Firenze, come sono ancor -loro.» (FABRONI, Docum., pag. 264.) Ma nelle nozze a Milano di Giovanni -Galeazzo con Isabella d’Aragona, Piero andava sempre del pari col Duca. -(Idem, pag. 296.) - -[553] Discorso di Alessandro de’ Pazzi (_Arch. Stor. Ital._, tomo -I, pag. 42), che riferisce parole della sua madre Bianca, sorella a -Lorenzo. - -[554] Giovanni Cambi, ch’era figliolo del Gonfaloniere così avvilito, -narra distesamente quel fatto: il Rinuccini vitupera il Gonfaloniere e -accusa Lorenzo. - -[555] Alamanno Rinuccini (loc. cit.), e Guicciardini, cap. IX; il primo -fu acerbo giudice di Lorenzo, il Guicciardini severo in quella Istoria -Fiorentina ch’egli scriveva giovane appena di venticinque anni. - -[556] Oratore Modenese sopraccitato, anno 1489. - -[557] FABRONI, Docum., pag. 72-90. - -[558] Lettere manoscritte di Lorenzo de’ Medici alla Signoria di Siena: -copia appresso di noi. - -[559] L’Oratore Modenese più volte citato, chiama lui vivo «bilancia -d’Italia.» - -[560] MACHIAVELLI, fine dell’_Istoria_. — GUICCIARDINI, _Storia di -Firenze_, cap. VIII e IX, e _Istoria d’Italia_, lib. I. — RINUCCINI -ALAMANNO, anno 1492. — _Istoria_ di GIOVANNI CAMBI. — VALORI, _Vita di -Lorenzo de’ Medici_. — FABRONI, Documenti. — ROSCOE, _Vita di Lorenzo_, -vers. ital., Pisa, 1799. — AMMIRATO, lib. XXV, XXVI. — MICHELE BRUTO, -ultimi quattro Libri dell’_Istoria Fiorentina_. - -Mentre si stampava la Storia nostra, una Vita del Magnifico Lorenzo si -pubblicava in Germania dall’insigne e a noi tutti caro Barone Alfredo -di Reumont. È in due volumi, e vi si comprende l’intera istoria di -quel tempo e la politica cercata dentro agli Archivi delle maggiori -città d’Italia e quanto risguardi le arti e le lettere e i costumi. -Di questa opera noi ci peritiamo a dare un giudizio per l’amicizia che -da lunghi anni ci stringe all’autore e perchè in essa egli ci onorava -molto al di là d’ogni ambizione nostra. Solamente, come Italiani, lo -preghiamo a fare italiana egli medesimo una Storia dove noi possiamo -tanto imparare. Scrive egli come un Italiano; e degli antichi fatti -nostri e degli uomini ha una conoscenza tanto familiare che a noi è un -miracolo. Finito il libro, gli venne a mano un Registro di Lettere di -Lorenzo, che prima d’ora si credè perduto (Ved. _Archiv. Stor. Ital._, -tomo XIX della Serie III). Di quelle lettere molte aveva prima lette in -questo Archivio di Stato, e usate scrivendo: sono in numero grandissimo -perchè il Registro comprende quindici anni della Vita di Lorenzo, che -ne dettava o scriveva di sua mano fino a dieci e venti in un giorno. -Pubblicarle tutte sarebbe cosa intempestiva, tanto vi abbondano, per -esempio, le commendatizie, e i minuti affari, che senza fatica Lorenzo -sapeva mandare di fronte. Ma tolte anche via le cose che a noi sono -inutili, raccomandiamo una ben fatta pubblicazione delle Lettere di -quest’uomo, che sempre saranno assai grande numero: l’uomo e i tempi -ne sono degni, e in esse Lorenzo è grande esemplare, perchè niuno -ebbe delle cose una intelligenza tanto vasta, nè le giudicò in modo sì -netto e preciso; la quale ultima condizione basterebbe a rendere il suo -scrivere elegantissimo, quando anche in lui non si fosse aggiunta la -grande coltura. A queste potrebbero fare riscontro anche altre lettere -scritte da uomini di quel tempo. - -[561] FILIPPO VILLANI nel Proemio. - -[562] LEONARDI ARETINI _Dialog. I ad Petrum Histrium_. Fu già stampato -in Basilea, ed è manoscritto nella Laurenziana. - -[563] _Orazione di Cristoforo Landino_; Firenze, 1853. - -[564] Prefazione alla _Sporta_; Firenze, 1550. - -[565] LANDINO, Proemio al _Commento sulla Divina Commedia_. - -[566] Lettera stampata nel _Propugnatore_; Bologna, 1869. - -[567] Proemio al _Commento sulle Canzoni_. - -[568] BERNHARDI, _Dissertazione_ ec.; Berlino, 1868. - -[569] _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, per il Comune di Firenze_, -volumi tre; 1867-73. - -[570] _Documenti di storia italiana_, copiati in Parigi da G. Molini, -tomo I, in fine. - -[571] CAMBI, _Storia di Firenze_, anno 1498; sta nelle _Delizie_ ec. -del P. ILDEFONSO. - -[572] Estratti del signor Rawdon Brown, tomo III, pag. 318. - -[573] Nel 1559 il Trattato di Castel Cambrese aveva finito le guerre -d’Italia; ma in quell’anno stesso da piè delle Alpi si preparava il -1859: tre secoli tondi, e date che importano alla storia della lingua. - -[574] VARCHI, _Ercolano_; Padova, 1744, in-4º; pag. 84 e seg., 357 e -seg., 446 e seg., 508 e in molti luoghi. - -[575] Questa e le successive, sino a quella de’ 27 febbraio inclusive, -vengono da un Libro di provvisioni e deliberazioni di due Balie create -il 20 di gennaio e il 5 di febbraio di quell’anno; il qual Libro esiste -nel predetto Archivio di Stato di Firenze. - -[576] Questa è anche trascritta nel Codice dell’Archivio dei Capitani -di Parte altrove citato. - -[577] Manca della data, ma sta nel Registro tra una del 3 e un’altra -del 13 marzo 1406 (stil. fior.). - -[578] Così nell’originale. - -[579] Spazio bianco nell’originale qui ed appresso dove saranno questi -punti. - -[580] Così chiaramente l’originale. - -[581] Intendasi messer Iacopo, con cui egli parlava. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI -FIRENZE V. 2/3 *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for -copies of this eBook, complying with the trademark license is very -easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation -of derivative works, reports, performances and research. Project -Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may -do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected -by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country other than the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you will have to check the laws of the country where - you are located before using this eBook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm website -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that: - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of -the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set -forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation's website -and official page at www.gutenberg.org/contact - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without -widespread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our website which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This website includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
