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-The Project Gutenberg eBook of Storia della Repubblica di Firenze v.
-2/3, by Gino Capponi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
-
-Author: Gino Capponi
-
-Release Date: February 1, 2022 [eBook #67296]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed
- Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
- produced from images made available by The Internet
- Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI
-FIRENZE V. 2/3 ***
-
-
- STORIA
- DELLA
- REPUBBLICA DI FIRENZE
-
- DI
- GINO CAPPONI.
-
- SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE.
-
- TOMO SECONDO.
-
-
-
- FIRENZE,
- G. BARBÈRA, EDITORE.
- 1876.
-
-
-
-
- Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per
- godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.
-
- G. BARBÈRA.
-
- _Gennaio 1875._
-
-
-
-
-SOMMARI DEL TOMO SECONDO.
-
-
- LIBRO QUARTO.
-
- _Capitolo_ I. — TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO.
- [AN. 1378.] Pag. 1
-
- Tirannia del magistrato di Parte guelfa. — Delle prestanze,
- e modi creati a ripartirle. — Monte comune, e sue vicende;
- giochi di Borsa. — Grasso vivere e scioperato. — Dissidio
- tra le Arti maggiori e le minori: Arte della lana. —
- Salvestro dei Medici gonfaloniere [1º maggio 1378]. —
- Disegni audaci dei Capitani della Parte. Bettino da
- Ricasoli. — Benedetto Alberti leva il rumore: le Arti con
- le loro insegne vengono in Piazza; arsioni di case; Lapo da
- Castiglionchio: ruberie; congiure nella più minuta plebe.
- Gli Otto rimasti in ufficio soffiano in quell’incendio.
- Rivelazioni d’un congiurato. — La plebe in arme; nuove
- arsioni: espugnano il palazzo del Potestà; strage d’un
- bargello. — Petizioni sovvertitrici vinte per forza: la
- plebe a furia entra in Palagio [22 luglio]. — Michele di
- Lando gonfaloniere. — Gli Otto rimasti in Palagio, ne sono
- poi cacciati dalla plebe: Giorgio Scali. — Bandi e
- provvigioni della nuova Signoria. — L’infima plebe viene in
- Piazza [fine d’agosto] e fa eleggere a suo modo la Signoria
- nuova. Poi si raduna in Santa Maria Novella, e torna in
- Piazza con petizioni che alcuni di loro, salendo le scale,
- vogliono imporre alla Signoria. Michele di Lando, presa una
- spada, gli assale e persegue giù per la scala. Poi monta a
- cavallo, e percorre la città gridando morte ai traditori.
- Si combatte intorno al Palagio, ma i Ciompi sono vinti e
- dispersi. — Michele di Lando finisce l’ufizio: gastighi ai
- Ciompi.
-
- _Capitolo_ II. — GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA
- NELLE MAGGIORI. — RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.] 37
-
- Stato della città. — Congiure, trame, sospetti,
- condannagioni: sono tratti a morte Piero degli Albizzi,
- Donato Barbadori ed altri chiari cittadini. — Alberico da
- Barbiano forma la prima Compagnia Italiana di ventura. —
- Carlo di Durazzo piglia la signoria d’Arezzo. —
- Provvedimenti e leggi tiranniche in Firenze. — Giorgio
- Scali e Tommaso Strozzi, seguiti da minuti artefici, si
- pongono sopra alle leggi. — Le Arti si levano, e Giorgio è
- preso e decapitato [gennaio 1382]. — L’Arte della lana e le
- altre maggiori vengono in Piazza: si fa Parlamento e balìa
- numerosa per la riforma dello Stato. — Abolizione delle due
- Arti nuovamente aggiunte: le maggiori ottengono il maggior
- numero negli uffici: le Arti minute insieme coi Grandi
- invano cercano opporsi. — I malcontenti di tutte le parti,
- uniti insieme, destano altri tumulti. — Arezzo viene alle
- mani d’Alberico da Barbiano, poi di Enguerramo di Coucy
- francese che la vende ai Fiorentini; altri acquisti, e
- ordinamento del governo in quella Provincia. — Esilio di
- Benedetto Alberti, e bando a tutta quella famiglia. — Nuovi
- ordinamenti a più ristringere il Governo.
-
- _Capitolo_ III. — NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO
- VISCONTI. — COSTITUZIONE D’UN GOVERNO D’OTTIMATI.
- [AN. 1387-1402.] 62
-
- Giovanni Galeazzo Visconti si fa signore di Milano. —
- conquiste oltre Po. — Manda soccorsi ai Senesi, i quali
- insieme co’ Perugini erano in guerra con Firenze per le
- cose di Val di Chiana. — Dichiara guerra ai Fiorentini, i
- quali mandano Giovanni Aguto al soccorso di Bologna e poi
- di Padova. L’Aguto si avanza di là fino all’Adda. — Discesa
- in Lombardia del Conte d’Armagnac assoldato dai Fiorentini:
- questi muore sotto alle mura d’Alessandria, rotto e
- disfatto da Iacopo del Verme capitano del Visconti [25
- luglio 1391]. — L’Aguto per grande maestria perviene in
- Toscana, dov’era già entrato Iacopo del Verme. Dopo lunga
- scherma tra’ due eserciti, una pace si conchiude. — Iacopo
- d’Appiano uccide Piero Gambacorti e occupa la signoria di
- Pisa. — 1393. Maso degli Albizzi gonfaloniere. — Nuova
- riforma in modo più stretto. — Bando a tutta la famiglia
- degli Alberti. — Fanti genovesi assoldati e messi a guardia
- della Piazza. — Gli artefici fanno capo a Vieri de’ Medici,
- il quale rifiuta stare con loro. — Rinaldo Gianfigliazzi
- umiliato, Donato Acciaiuoli messo in accusa e sbandito
- [1396]. — Due congiure successive per uccidere Maso degli
- Albizzi. — Gastighi e molte famiglie battute; finale
- proscrizione contro a tutta quella degli Alberti. —
- Negoziati con Roma, con Napoli, con Francia e Germania
- contro al Duca di Milano. — Roberto re dei Romani scende in
- Italia [1401]. — Processioni dei Penitenti bianchi. —
- Giovanni Galeazzo per battaglia entra in Bologna e stringe
- con le armi da ogni parte la Toscana. — Morte di Giovanni
- Galeazzo [3 settembre 1402].
-
- _Capitolo_ IV. — ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406] 92
-
- Morto Giovanni Galeazzo, lo Stato di Milano viene a disfarsi.
- — Gabriele Maria, figlio non legittimo, ha in eredità Pisa,
- ma costretto mettersi in protezione dei Francesi che erano
- in Genova. — Vari negoziati del Maresciallo di Bouciquaut
- governatore di questa città co’ Fiorentini per la signoria
- di Pisa. — Questi poi l’hanno in vendita dal Visconti; ma i
- Pisani si levano e cacciano i Francesi, dopo di che il
- Maresciallo cede la Cittadella ai Fiorentini. — Tosto il
- popolo di Pisa invade anche questa, e vi si rafforza:
- comincia la guerra tra Pisa e Firenze in più luoghi
- combattuta con grande passione: virtù di Sforza Attendolo,
- condottiero che stava coi Fiorentini. — Questi cercano
- avere Pisa per fame. — I Pisani si danno al Duca di
- Borgogna, ma non perciò hanno soccorso dai Francesi. —
- Giovanni Gambacorti, che era come signore in Pisa, ottiene
- accordo a lui molto largo: i Fiorentini, a’ 9 d’ottobre
- 1406, entrano nella città affamata e ne pigliano la
- possessione. — Diceria di Gino Capponi ai notabili di Pisa.
- — Allegrezza e feste a Firenze, dove portano il volume
- delle Pandette. — Crudeli provvedimenti per vuotare Pisa
- d’abitatori. — Condizione disperata di quella città. —
- Effetti venuti da quell’acquisto alla Repubblica di
- Firenze.
-
- _Capitolo_ V. — CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI
- NAPOLI. — ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO.
- [AN. 1407-1421.] 120
-
- Ladislao re di Napoli invade le terre della Chiesa. — Piglia
- in protezione Gregorio XII, nuovo papa, contro all’antipapa
- Benedetto XIII. — I Fiorentini inimicati con Gregorio
- consentono alla riunione in Pisa d’un Concilio per
- terminare lo scisma. — Il Concilio, deposti i due papi,
- n’elegge un terzo, Alessandro V [giugno 1409]: questi
- essendo morto l’anno seguente in Bologna, a lui succede
- Baldassarre Cossa col nome di Giovanni XXIII. — Ostilità
- tra Ladislao e i Fiorentini. — Discesa in Italia di Luigi
- d’Angiò. Ladislao cede ai Fiorentini Cortona; poi nuova
- guerra e minaccia grande contro allo Stato di Firenze;
- Ladislao muore a’ 6 agosto 1414. — Viene a Firenze Filippo
- Scolari fiorentino, detto Pippo Spano, gran personaggio
- presso a Sigismondo in Ungheria. — Sigismondo, fatto
- imperatore, promuove il Concilio che s’adunò in Costanza
- l’an. 1414. — Deposti i tre Papi contendenti, viene eletto
- pontefice Martino V, di casa Colonna, il quale piglia
- dimora in Firenze. — Male contento dei Fiorentini, si parte
- [1420] dopo avere quivi ricevuto l’ubbidienza di Giovanni
- XXIII; morte di questo e sue relazioni co’ principali di
- Firenze. — Felice stato della città. L’Arte della seta
- arriva qui a uno splendore altrove ignoto. — Cercavano
- farsi potenti sul mare, al che i Veneziani si
- contrapponevano. Galere mandate in Egitto e in altri
- luoghi. Trattati per causa di traffici co’ Grimaldi di
- Monaco e con altre famiglie Genovesi. — 1421. La Repubblica
- di Firenze compra Livorno da quella di Genova. — Grandi
- spese fatte, mantenendo alto il credito dei Libri del
- Monte. — Fondazione dello Spedale degli Innocenti. —
- Riforma degli Statuti per opera del giureconsulto Paolo da
- Castro.
-
- _Capitolo_ VI. — GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ
- DA UZZANO, GIOVANNI DE’ MEDICI, RINALDO
- DEGLI ALBIZZI. [AN. 1422-1428.] 146
-
- Qualità di quello Stato: persecuzione contro la famiglia
- degli Alberti. — Arti per mantenere lo Stato piuttosto con
- la virtù degli uomini che delle leggi. — Venezia ad essi
- era esemplare, ma non potevano agguagliarlo. — Maso degli
- Albizzi. — Niccolò da Uzzano. — Giovanni de’ Medici. —
- Lagnanze, accuse. — Creazione del Consiglio dei Dugento. —
- Filippo Maria Visconti signore in Milano. — Trattato da lui
- proposto ai Fiorentini. — Questi per accomandigie e
- protezioni tengono la media Italia. — Entrano in guerra col
- Visconti e sono rotti a Zagonara [1424, 24 luglio]. —
- Grande malcontento per le gravezze. — Fanno chiudere le
- Confraternite, nelle quali erano spiriti popolari. —
- Radunanza in Santo Stefano; discorso attribuito a Rinaldo
- degli Albizzi. — La parte dei Medici comincia a mostrarsi;
- consigli di Niccolò da Uzzano. — Altre sciagure in Romagna.
- — Pratiche in Italia; circospezione dei Veneziani; Lorenzo
- Ridolfi. — Grande Lega contro al Visconti [27 gennaio
- 1426]. — Firenze soccorre i fuorusciti Genovesi; virtù di
- Tommaso Frescobaldi. — Fatti gloriosi del Carmagnola per i
- Veneziani in Lombardia. Battaglia di Maclodio, dove le armi
- del Duca sono rotte dai Veneziani e Fiorentini. — Pace
- conchiusa [18 aprile 1428]. Venezia distende il suo dominio
- fino all’Adda.
-
- _Capitolo_ VII. — CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA
- DI LUCCA. [AN. 1427-1433.] 178
-
- Formazione del Catasto [1427]; come fosse popolarmente
- chiesto, come passasse nei Consigli. — Regole minute per
- fare il Catasto. — I Volterrani, come distrettuali, negano
- esservi assoggettati. — Durezze dei Fiorentini; ribellione
- di Volterra presto gastigata. — Niccolò Fortebracci
- promuove le occasioni ad una guerra contro Paolo Guinigi
- signore di Lucca. — Morte di Giovanni de’ Medici. — Neri
- Capponi, poi l’Albizzi e tutta la parte dei Medici stanno
- per quella guerra. — Rinaldo, che era uno dei Commissari,
- per disgusti avuti si parte dal campo [18 marzo 1429]. —
- Disegno del Brunelleschi per allagare Lucca, male riuscito.
- — Antonio Petrucci senese, restaura la difesa di Lucca. —
- Francesco Sforza, entrato in Lucca, s’impadronisce della
- persona di Paolo Guinigi e delle ricchezze, mandatolo a
- morire prigione in Pavia. — Niccolò Piccinino viene in
- soccorso dei Lucchesi; assale il campo Fiorentino, che è
- messo in rotta [2 dicembre 1430]. — Congiura in Pisa d’un
- Gualandi. — I Fiorentini fanno intorno a Lucca grande
- difesa contro al Piccinino, il quale, scorrendo la Toscana,
- reca ad essi grandi mali; guerra mossa contro al Duca dai
- Veneziani e Fiorentini. — Battaglia navale a Portofino;
- prodezza di Raimondo Mannelli: fatti di arme in Lombardia.
- — Battaglia di Maclodio; Niccolò da Tolentino sostiene la
- guerra pei Fiorentini felicemente. — Passaggio per la
- Toscana dell’Imperatore Sigismondo. — Pace col Visconti
- [10 maggio 1433].
-
- _Capitolo_ VIII. — ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI.
- [AN. 1433-1434.] 202
-
- Popolarità di Cosimo dei Medici. — Parti e opinioni diverse
- nella Repubblica; parere attribuito a Niccolò da Uzzano. —
- Rinaldo degli Albizzi, Neri Capponi, Legge degli
- Scandalosi. — Contegno di Cosimo. Questi, chiamato in
- Palagio, è chiuso in carcere [7 settembre 1433]. —
- Parlamento, Balìa, nuove leggi, sentenza contro a Cosimo
- e Averardo de’ Medici. — Cosimo, dopo un mese di prigionia,
- è mandato a Padova in confine. — Acquista dall’esiglio
- maggiore favore, ed è onorato come principe dai Veneziani.
- — Guerra in Romagna. — Signoria amica ai Medici, cita a
- comparire [26 settembre] l’Albizzi ed altri. Questi si
- arma; dubbi consigli degli uomini principali. — Era in
- Firenze Eugenio IV, che s’intromette per un accordo.
- Rinaldo degli Albizzi, in quello fidatosi, licenzia gli
- armati per lui. — 29 settembre. Parlamento e Balìa che
- richiama il Medici e bandisce Rinaldo e pochi altri. —
- Cosimo e il fratello, prima fermatisi in Ferrara ed
- accompagnati sino ai confini da gente del Duca, rientrano
- in Firenze a dì 6 ottobre 1434.
-
- _Capitolo_ IX. — GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE
- INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.] 227
-
- Decadenza sollecita delle latine lettere: abbandono degli
- studi classici. — Primo il Petrarca diede moto alla ricerca
- degli antichi scrittori: promosse lo studio anche del
- greco, e seco il Boccaccio. Istituzione in Firenze l’anno
- 1360 d’una cattedra di greco, prima in Occidente. —
- Coluccio Salutati e sua grande fama. — La lingua volgare fu
- allora trascurata dai letterati, ma progrediva nell’uso
- dello scrivere familiare. — Franco Sacchetti e sue Novelle.
- — Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino. — Cronisti:
- Marchionne Stefani, Piero Minerbetti, Gino e Neri Capponi,
- Iacopo Salviati, due Buoninsegni, Giovanni Morelli, Goro
- Dati, Bonaccorso Pitti. — Scrittori ascetici e morali:
- frate Giovanni Dominici. — Leonardo Aretino: sua Istoria di
- Firenze, suoi Commentarii e traduzioni di autori greci. —
- Studio fiorentino: Emanuele Crisolora v’insegna il greco,
- an. 1396: Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi spiegano
- leggi; Paolo Minucci insegna il diritto feudale; Paolo
- Castro fu ordinatore dello Statuto fiorentino; il cardinale
- Francesco Zabarella e Fra Leonardo Dati maestri in
- teologia; Filippo Villani e Giovanni da Ravenna tennero la
- cattedra per l’illustrazione della Divina Commedia. — Cessò
- lo Studio l’anno 1421. — Niccolò da Uzzano aveva lasciato
- l’eredità sua per un Collegio di cinquanta alunni, ma il
- testamento non fu eseguito. — Molti uomini ricchi
- s’adopravano a cercare e a fare copiare libri latini e
- greci, fra tutti insigne Palla Strozzi: Ambrogio
- Traversari, monaco autorevole per dottrina, tradusse dal
- greco autori antichi. — Niccolò Niccoli e sua famosa
- biblioteca. — Poggio Bracciolini da Terranova, cercatore
- indefesso e soprattutti fortunato di libri classici: sua
- Istoria fiorentina, trattati latini e lettere. — Nei
- letterati era corruttela; migliori gli artisti, ed il
- secolo non tutto guasto. — Masaccio e frate Giovanni
- Angelico pittori. — Luca della Robbia e sua famiglia, loro
- bassorilievi di plastica verniciata. — Filippo
- Brunelleschi, Cupola del Duomo, chiese di Santo Spirito e
- di San Lorenzo, Palazzo dei Pitti. — Donatello e sue opere
- di scultura. — Lorenzo Ghiberti: porta maggiore di San
- Giovanni ed altre sue opere in bronzo e orificerie.
-
- LIBRO QUINTO.
-
- _Capitolo_ I. — LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. —
- ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. — CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ
- PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI BORGO SAN SEPOLCRO E
- DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.] 245
-
- Nuovo indirizzo dato al Governo. — Grande numero di sbanditi:
- Palla Strozzi. — Arte usata da Cosimo. — Congiure,
- condanne. — Guerre intorno a Roma e nella Marca. Pace col
- Visconti. — I Genovesi in battaglia di mare fanno prigione
- il re Alfonso d’Aragona: poi scosso il giogo del Visconti,
- hanno soccorsi dai Fiorentini. — Eugenio IV prima di
- lasciare Firenze consacra la nuova chiesa di Santa Maria
- del Fiore. — Niccolò Piccinino entra in Toscana mandato dal
- Duca; pei Fiorentini vi entra Francesco Sforza: la guerra
- si rompe di nuovo in Lombardia: i Fiorentini assaltano
- Lucca e acquistano Montecarlo. — Viluppi della politica
- italiana: i Fiorentini costretti fare pace con Lucca. — An.
- 1439, Concilio in Firenze per l’unione tra la Chiesa Greca
- e la Latina. — Arti di Filippo e del Piccinino. Lo Sforza
- mandato dai Fiorentini al soccorso dei Veneziani. Guerra
- tra’ due grandi condottieri. Il Piccinino accompagnato dai
- fuorusciti fiorentini passa in Toscana. — Sua grave rotta
- sotto Anghiari [29 giugno 1440]: egli e i fuorusciti
- abbandonano la Toscana. — Morte di Rinaldo degli Albizzi. —
- I Fiorentini acquistano Borgo San Sepolcro e il Casentino
- cacciandone la famiglia dei conti Guidi. — 1441. Pace col
- Visconti.
-
- _Capitolo_ II. — INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL
- 1444. — GUERRA DEL RE ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN
- LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.] 275
-
- Uccisione di Baldaccio d’Anghiari. — Cosimo de’ Medici e Neri
- Capponi. — Sono rifatte le Borse nelle quali entrano nuovi
- uomini. Famiglie di Grandi riammesse agli uffici ma poche
- per volta. — Al Catasto abolito viene sostituita una Decima
- Scalata, per la quale un maggiore aggravio cadesse su’
- ricchi. Frequente ripetizione di quella gravezza. Arbitrio
- nell’imporla: modi per impoverire gli avversari ed
- arricchire alcuni amici: Monte delle Doti. — Lagnanze ed
- accuse contro a quello Stato. — Nuova Balía, nuovo
- squittinio, famiglie escluse dagli uffici, revisione delle
- antiche leggi. — Guerre tosto riaccese nella Marca. —
- Francesco Sforza diviene genero del duca Filippo. — Fine di
- Niccolò Piccinino. — Alfonso d’Aragona entrato in Toscana
- combatte Piombino, poi ritiene Castiglione della Pescaia. —
- Niccolò V si fa mediatore di una pace che si trattò in
- Ferrara. — 1447. Morte di Filippo Maria Visconti. — Milano
- costituitosi in Repubblica e per vari inganni ora difeso e
- ora oppugnato dai Veneziani e da Francesco Sforza, cede
- infine a questo che l’anno 1450 si fa proclamare duca di
- Milano.
-
- _Capitolo_ III. — AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI
- MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE
- DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.] 297
-
- Cosimo dei Medici si era tenuto sempre amico Francesco
- Sforza. Motivi personali che egli ne aveva e motivi
- pubblici. Pericoli dalle ambizioni dei Veneziani ed ora da
- quelle del re Alfonso d’Aragona. — Sovvenzioni allo Sforza
- col danaro della Repubblica. — Difficoltà incontrate da
- Cosimo nei Consigli e nella opinione popolare. — Arti usate
- da lui e dalla sua parte: magistrati fatti a mano. — I
- Bolognesi chiamano un giovane del Casentino a governare la
- città loro col nome di Santi Bentivoglio. — Si rompe la
- guerra dai Veneziani e dal re Alfonso contro al nuovo Duca
- di Milano ed ai Fiorentini. — 1452. Viene in Firenze
- Federico imperatore. — Ferdinando figlio del re Alfonso
- scende in Toscana, ma per breve tempo. — Guerra in
- Lombardia. — I Fiorentini chiamano Renato d’Angiò
- all’impresa di Napoli: questi, senza aver fatto cosa di
- conto, torna in Francia. — Costantinopoli è preso dai
- Turchi, 1453. — Pace di Lodi, 1454. — Morte del re Alfonso.
- — Ingiustizia in Firenze delle tasse: Giannozzo Manetti. —
- Arti di Cosimo per nascondere la sua potenza. — 1457.
- Morte di Neri Capponi. — Grande e terribile uragano. —
- 1458. Rinnovazione del Catasto. Nuova forma che piglia la
- guerra tra’ pochi e i molti. Condanne. — Abbassamento del
- Potestà, gli onori di Capo dello Stato essendo attribuiti
- al Gonfaloniere. — Potenza e vanità di Luca Pitti:
- accorgimento del vecchio Cosimo. — Pio II in Firenze. —
- Grandi feste. — Morte dell’arcivescovo Sant’Antonino. —
- 1464. Pio II muore in Ancona, dove aveva chiamato una
- grande Crociata contro ai Turchi. — 1º agosto. Morte di
- Cosimo dei Medici. Sue qualità, sue ricchezze, magnificenza
- di edifizi, servigi resi da lui alle lettere ed alle arti.
-
- _Capitolo_ IV. — PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.] 331
-
- I principali di quello Stato, ma ciascuno con diversi
- pensieri, cercano abbassare la potenza di Piero dei Medici:
- i Magistrati tornano ad essere tratti a sorte. — 1466. Per
- la morte di Francesco Sforza le due parti vengono a guerra
- scoperta, gli avversari di Piero de’ Medici negando
- sovvenire con danari alle necessità del nuovo duca Galeazzo
- Maria, e ciascuna armandosi dentro la città e avendo
- aderenti fuori. La vita di Piero è insidiata, ma questi poi
- col tirare a sè Luca Pitti, ripiglia lo Stato con l’esilio
- dei suoi nemici. — I Veneziani muovono contro alla Toscana,
- ma segretamente, il vecchio capitano Bartolommeo Colleoni
- insieme co’ fuorusciti di Firenze. Viene con esso a
- battaglia Federigo conte di Urbino, Capitano della Lega.
- Scontri per terra e per mare: parole del Duca di Milano:
- infine, 1468, Paolo II fattosi arbitro della pace, la
- impone a tutti gli Stati d’Italia. — Acquisto di Sarzana. —
- Grandezza principesca della Casa Medici: educazione di
- Lorenzo: sue visite alle Corti d’Italia, e fama ch’egli si
- acquistava: suo matrimonio. — 3 dicembre 1469. Morte di
- Piero de’ Medici.
-
- _Capitolo_ V. — GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’
- MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI;
- MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.] 353
-
- Lorenzo capo effettivo dello Stato. — Venuta in Firenze del
- Duca di Milano: grandi sontuosità, grandi feste. — Consigli
- del Popolo e del Comune aboliti. Consiglio dei Cento, nel
- quale entravano i più fidati: pure difficoltà grandi a far
- passare le nuove leggi, a scemare il numero delle Arti, a
- vendere i beni della parte Guelfa che diventò Magistrato
- per la cura delle opere pubbliche. Fiducia riposta da Casa
- Medici negli Accoppiatori che presiedevano alle tratte.
- Bargello per il contado con uomini armati. — Ribellione dei
- Volterrani offesi da Lorenzo per un suo privato interesse:
- grande radunamento di forze contro a quella città che si
- rende a patti, violati crudelmente dai vincitori. — 1471.
- Sisto IV nuovo papa, e sua famiglia. — Pratiche per fare
- Giuliano cardinale: sua giostra. — Nuovi ordini a vie più
- stringere il governo: cessa il Capitano del Popolo,
- l’Esecutore degli Ordini di Giustizia ridotto a Bargello,
- imposte al Potestà le sentenze ch’egli deve pronunziare. —
- Uccisione di Galeazzo duca di Milano, 26 dicembre 1476. —
- Sisto IV. Girolamo Riario. Francesco dei Pazzi. Offese di
- Lorenzo contro alla famiglia dei Pazzi. — Francesco
- Salviati arcivescovo di Pisa. — Iacopo dei Pazzi capo di
- questa famiglia. — Francesco s’intende in Roma con Girolamo
- Riario, ed essi fanno il Papa consentire alle pratiche per
- una mutazione di Stato in Firenze. — Apparecchi alla
- esecuzione della congiura. Venuta in Firenze del giovane
- cardinale Raffaele Riario. I congiurati si fermano nel
- pensiero d’uccidere i due fratelli in Duomo la domenica 26
- aprile 1478. — Francesco dei Pazzi trafigge a morte
- Giuliano: Lorenzo da due altri congiurati ferito nel collo,
- si rifugia in sagrestia. — L’arcivescovo Salviati con altri
- va in Palagio per occuparlo; Iacopo de’ Pazzi con una
- frotta di armati viene in Piazza, ma niuno lo segue; molto
- popolo amico ai Medici accorre. Dentro al Palagio i
- congiurati sono presi; l’Arcivescovo con altri appiccato
- alle finestre, dalle quali è il rimanente gettato in
- Piazza. Lorenzo dalle finestre di casa sua si mostra al
- popolo. La plebe infuria. Francesco dei Pazzi colto nel
- letto suo è condotto in Palagio ed appiccato con gli altri;
- quanti dei Pazzi trovarono, tutti uccisi. Il vecchio Iacopo
- de’ Pazzi, colto nella fuga, è portato ad appiccare
- anch’egli in Palagio: la plebe fa del suo cadavere nefando
- ludibrio. — Condanne contro alla famiglia dei Pazzi. — Di
- Giuliano dei Medici nacque un figlio che divenne poi
- Clemente VII.
-
- _Capitolo_ VI. — GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A
- NAPOLI. [AN. 1478-1480.] 380
-
- Contegno di Sisto IV dopo avuta la notizia di quei tristi
- fatti: più tardi le ire si accendono in Roma e in Firenze.
- Breve di scomunica e di persecuzione contro a Lorenzo dei
- Medici; la città è interdetta: richiami e scritture contro
- al Breve; Lorenzo invoca soccorso dai Principi della
- cristianità. — Cominciano le ostilità: Breve del Papa, a
- cui risponde pubblicamente Lorenzo in Palagio. Gli è data
- una guardia di dodici armati. — Guerra in Toscana. —
- Proposta del Papa rigettata. Favore di Luigi XI per
- Lorenzo: negoziati in Italia e fuori. — Diviene la guerra
- sempre più difficile: la città stracca, minaccia voltarsi
- contro a Lorenzo. Questi, mancandogli alleati certi,
- delibera arditamente di gettarsi in braccio al re Ferrando
- suo nemico. — 6 dicembre 1479. Espone in Pratica ristretta
- il suo consiglio e parte per Napoli: varie impressioni di
- questo fatto nella città, che rimane quieta. — Lorenzo in
- Napoli si guadagna favore in Corte e nella città. Lunghezze
- del Re; partenza improvvisa di Lorenzo, alla quale tiene
- dietro il trattato della pace. Letizia in Firenze. — Il
- Duca di Calabria venuto a Siena fa mostra di volerne
- occupare la signoria. — I Turchi in Otranto; al che Alfonso
- lascia la Toscana, andato a combatterli con sua molta
- gloria. — I Fiorentini mandano a chiedere assoluzione, la
- quale il Papa solennemente concede.
-
- _Capitolo_ VII. — GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI
- PACE UNIVERSALE. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.] 403
-
- Balía eletta senza le forme consuete di Parlamento.
- Formazione di un Consiglio Maggiore con autorità sovrana. A
- questo o a parte di esso appartenga la scelta dei minori
- uffici. — Ordine dei Settanta, anch’esso permanente e da
- rinnovarsi dentro sè stesso: aveva le attribuzioni d’un
- Senato da stare a fianco della Signoria: da questo dovevano
- uscire gli uffici più rilevanti. — Riforma del
- ridotto a imposizione progressiva. — Provvedimenti circa al
- Monte Comune e a quello delle Doti, nei quali il servirsene
- che i Medici facevano di continuo aveva condotto grandi
- disordini. — Liberazione d’Otranto. — Guerre del Papa e dei
- Veneziani contro Ferrara, e del Duca di Calabria unito a
- Lodovico Sforza e ai Fiorentini nel Patrimonio e nella
- Romagna e in Lombardia. — Pratiche per la convocazione di
- un Concilio. — Pace separata di Sisto IV. — Dieta in
- Cremona dei collegati contro a’ Veneziani, dove andò
- Lorenzo dei Medici. — Pace di Bagnolo. Morte di Sisto IV,
- 1484. — Mutazioni in Siena col favore di Lorenzo. — Guerra
- co’ Genovesi per Sarzana e acquisto di Pietrasanta. —
- Congiura in Puglia dei Baroni, e guerra intorno a Roma;
- indi pace. — Sarzana riacquistata: Lorenzo de’ Medici in
- campo. — Uccisione di Girolamo Riario; moti nella Romagna.
- — Grande favore di cui godeva in Roma Lorenzo: maritaggio
- d’una sua figlia con Franceschetto Cibo. Giovanni de’
- Medici fatto Cardinale. — Pace universale in Italia. —
- Grandezza e fama di Lorenzo. — Sua famiglia. — Sue arti di
- Governo. — Come si giovasse del denaro pubblico; cerca di
- rinnalzare Pisa. — Di quante cose fosse centro la Casa
- Medici, e quali uomini vi convenissero. — Malattia e morte
- di Lorenzo. Parvero con lui avere termine le felicità
- d’Italia.
-
- _Capitolo_ VIII. — SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO
- REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1494.] — LA LINGUA
- TOSCANA DIVIENE ITALIANA. 430
-
- Ampliazione degli studi. I Greci in Firenze: Accademia
- Platonica iniziata nei tempi di Cosimo. — Marsilio Ficino.
- — Francesco da Diacceto continuatore della sua scuola. —
- Cristoforo Landino: suoi libri latini. — Leone Battista
- Alberti scrittore ed artista. — Sant’Antonino. — Giannozzo
- Manetti dotto in ebraico. — Segretari della Repubblica,
- Matteo Palmieri, due Marsuppini, Bartolomeo Scala, due
- Accolti. — Filippo Bonaccorsi, Paolo Cortese. — San
- Bernardino da Siena predicatore popolare. — Enea Silvio
- Piccolomini, papa col nome di Pio II; suo vario ingegno e
- sue opere. — Paolo Toscanelli consultato dal Colombo; suo
- gnomone. — Cenni sopra Leonardo da Vinci, Fra Luca Pacioli.
- — La pittura dopo Giotto. — I Ghirlandai, i due Lippi,
- Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli. — Andrea del
- Verrocchio: Mino da Fiesole e altri scarpellini che
- divennero scultori. I due da San Gallo, il Sansovino e il
- Cronaca, architetti. — Un poco più tardi. Fra Bartolommeo
- da San Marco e Andrea Del Sarto segnano il colmo
- nell’antica scuola della pittura fiorentina. — Maso
- Finiguerra, il Botticelli e Antonio Pollaiolo incisori in
- rame. Oreficeria, miniature in cartapecora. — Poesia sul
- finire del quattrocento. Feo Belcari, il Burchiello. Il
- _Morgante_ di Luigi Pulci. — Angelo Poliziano. Girolamo
- Benivieni. — Lorenzo de’ Medici.
-
- I letterati del quattrocento poco stimavano il volgare e poco
- l’usavano. Nemmeno ai sommi del secolo precedente facevano
- grazia: scrivevano latino o latineggiavano l’italiano. — La
- lingua nell’uso familiare progrediva, nell’uso dei dotti si
- era impoverita. — Non era il toscano mai stato parlato in
- modo solenne così da rendersi autorevole a tutta l’Italia:
- quindi nei libri mancò il magistero che viene ad essi dalla
- parola viva; e mancò a questa l’autorità e quella maggiore
- cultura che viene dai libri. — La sola Toscana ebbe cultura
- che bastasse fin dal principio della lingua a svolgerla in
- tutta l’ampiezza sua: nelle altre provincie più era da
- fare, e quello che si fece rimase dialetto. I dialetti
- grecizzanti delle provincie meridionali si discostavano dal
- toscano meno di quelli nei quali era mistura celtica. —
- Alla fine del quattrocento era già nata la stampa, che fu
- nuovo organo alla diffusione della parola: si fecero in
- varie città d’Italia edizioni dei sommi toscani. — Da
- questa provincia uscivano intanto libri atti a farsi
- popolari, come il Morgante e i libri italiani del Landino.
- Allora si cominciò a scrivere per tutta Italia in lingua
- toscana: questa deve tra i non Toscani all’Ariosto l’essere
- divenuta universale alla nazione. — Niccolò Machiavelli e
- Francesco Berni scrittori sommi. — Ma subito dopo l’Italia
- decadde; il nostro livello tra le altre nazioni discese ad
- un tratto: il popolo di Toscana meno operando, inventava
- meno; mancò la fiducia, mancò lo stimolo alle volontà;
- v’era in Italia poco da fare. — Mancò nei libri quello che
- si impara fuori dei libri; vennero i letterati, sparve il
- cittadino. — La lingua toscana non tenne mai signoria vera.
- Quello era il tempo dei grammatici che sono i fisiologi
- della lingua, come i fisiologi sono i grammatici della
- vita: viveano le lettere di basse facezie e nobiltà false.
- — Più tardi la scuola di Galileo rialzò la Toscana per
- oltre un secolo. — Ma quando in Italia si cercò l’unione
- anche nel fatto della lingua, apparve in questa la
- mancanza d’un’autorità sovrana ed egualmente da tutti
- ubbidita. — La lingua in Italia sarà quello che sapranno
- essere gli Italiani.
-
- APPENDICE DI DOCUMENTI.
-
- I. Provvisione del 21 luglio 1378, approvata nei consueti
- Consigli a’ 21 e 22 471
- Altra Provvisione dell’11 settembre 1378, approvata
- c. s. a’ dì 11 e 12 476
- Altra del 28 settembre 1378, approvata il 28 e 29 480
- II. Provvisione del 21 gennaio 1381 dall’Incarnazione 487
- Altra Provvisione dello stesso giorno 488
- Altra Provvisione come sopra 490
- Altra Provvisione come sopra ivi
- Provvisione del 22 gennaio 1381 dall’Incarnazione 492
- Altra Provvisione de’ 23 gennaio 1381 come sopra 496
- Altra del 24 gennaio ivi
- Provvisione del 27 febbraio 1381 come sopra 499
- Provvisione del 15 marzo 1381 dall’Incarnazione
- approvata negli opportuni Consigli a’ dì detto
- e a’ dì 16 502
- III. Parlamento generale del 19 ottobre 1393 504
- Provvisioni della Balìa, creata nel suddetto Parlamento,
- de’ 20 ottobre 1393 507
- Altre Provvisioni della Balìa, come sopra, de’ 21 ottobre 514
- IV. Lettere della Signoria concernenti all’acquisto e
- alla conservazione di Pisa. 1402-1407 518
- V. Ordine degli Uffici della Repubblica di Firenze 524
- Descrizione delle feste di San Giovanni 531
- VI. Elenco delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi
- per il Comune di Firenze 535
- VII. Tre lettere della Signoria di Firenze a Neri Capponi,
- oratore a Siena, per il caso di Brolio. Ottobre 1434 542
- VIII. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli
- mandato suo al re Ferrando. Risguarda le cose di Città di
- Castello, tenuta da Niccolò Vitelli 544
- IX. _Confessione_ di Giovan Batista da Montesecco relativa
- alla Congiura de’ Pazzi 547
- X. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli
- mandato suo al re Ferrando; scritta mentre Lorenzo era
- tuttora a Napoli e il Re si vedeva già inclinato ad
- accordarsi con lui. Febbraio 1480 559
- XI. Lettera contenente le istruzioni e consigli di Lorenzo
- de’ Medici al figlio Giovanni, quando fatto Cardinale,
- andava a Roma nel marzo 1492 564
-
-
-
-
-STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
-
-
-
-
-LIBRO QUARTO.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. [AN. 1378.]
-
-
-Abbiamo sul fine del precedente Libro, dov’è rimasta la narrazione
-dei fatti civili, mostrato come le due contrarie parti andassero
-innanzi ciascuna per sè, fatte all’ultimo più temerarie, e dividessero
-la Repubblica. Mentre era delitto parlare d’accordi e osservare
-l’Interdetto, dal canto loro i Capitani della Parte guelfa nei due
-mesi di settembre e ottobre 1377 più infierivano nelle ammonizioni, le
-quali ruppero ogni freno quando la parte che voleva la guerra col Papa
-non valse a reggere nel proposito: da quel tempo fino a luglio 1378
-leggo essere state ottantasette le ammonizioni, che spesso colpivano
-intere famiglie.[1] Aveano trovato i Capitani un cotal modo pel quale
-venivano a rimanere in ufficio durante un anno, essi o i più stretti
-aderenti loro; quel fare le borse donde traevansi gli uffici, e poi
-sovente nemmeno starsene alla sorte, facilitava gli arbitrii: uno era
-tratto dei Ventiquattro, dai quali secondo la Riforma del 66 dovevano
-essere approvate le sentenze, e se non piaceva, levarsi una voce tra i
-preposti allo squittinio: «Io l’ho veduto andare in villa:» la polizza
-era rimessa dentro; e così via via, finchè non uscisse tale che fosse a
-grado loro. Guidava la Parte una consorteria di pochi, dei quali i nomi
-si trovano registrati: Lapo da Castiglionchio, anima e capo di tutta la
-setta. Avevano anche fatto un Gonfalone con l’antica arme del re Carlo,
-ed a portarlo un Gonfaloniere che fu Benghi Bondelmonti; ripigliavano
-le antiche forme che inaugurarono la Repubblica, quasichè volessero
-tutta ora metterla nella Parte. Le sentenze pronunziavano di notte,
-o fosse per ischifare tumulti, o ad accrescere il terrore pigliando
-sembianza di segreto tribunale. Nessuno poteva tenersi sicuro, e non
-bastava essere guelfo (come dicevano) più di Carlomagno; ai caporali
-quando passavano, ed ai cagnotti o _aguzzetti_ loro, un trar di
-berretta più che alla Signoria: gli impauriti cercavano riscattarsi o
-per moneta o per favore, e facendo parentadi o disfacendoli, per avere
-scampo a sè stessi o protezione.
-
-A chi legga queste cose ed i cronisti generalmente abominare la _furia
-dell’ammonire_ come una proscrizione che desse nel sangue, potrebbe
-sembrare che un divieto di quella sorta non fosse cosa pari al terrore
-ch’ella ispirava, ed agli effetti che ne seguirono. Ma era entrata la
-vita pubblica in questo popolo così addentro, che a non avere parte
-allo Stato pareva essere come nulla.[2] Inoltre le leggi non avevano
-imparato per anche a difendere l’universale dei cittadini e fare a
-tutti le parti eguali: tenere lo Stato importava pagar meno; ed era
-mestieri procacciarsi l’amicizia d’un qualche possente a fine di avere
-sorte più equa nella distribuzione di quelle gravezze, le quali erano
-personali.[3] Invano più volte si aveva cercato formare una Tavola o
-Catasto delle possessioni per via di portate che ognuno facesse dei
-propri suoi beni, ma fu attraversato dai più ricchi perch’erano sempre
-i più favoriti; e ad ogni passo nacquero tali difficoltà, che il
-provvedimento buono fu abbandonato come impossibile. Infino dal secolo
-XIII era stato tentato l’Estimo degli immobili, o almeno comandato;
-ed una prova ne venne fatta l’anno 1355, la quale al solito riuscì
-male.[4] Aveva anche il Duca di Calabria nel 1326 ordinato stimare
-l’entrata che avesse ciascuno così degli stabili come dei mobili e
-guadagni; ma pur questa diede luogo a grandi lagnanze, nè in tale modo
-fu ritentata.[5] Vedremo or ora intorno a ciò una petizione, la quale
-però aspettò ancora una cinquantina d’anni prima di avere adempimento.
-
-Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia
-di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di
-fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma
-non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle
-ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste
-era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte
-sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano
-cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della
-somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano
-in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie,
-nominando per ciascuna divisione sette _settine_ di probi uomini, le
-quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre,
-a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi
-trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri
-frati, i quali dovevano da ogni _settina_ togliere via le due maggiori
-e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle
-tre altre, e il medio poi di tutte le _settine_ a questo modo insieme
-sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova
-che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni
-1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale
-soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per
-cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni
-estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio,
-e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo
-fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni
-da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava
-cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque;
-ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni
-sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere
-del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per
-alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i
-Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea
-la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero
-anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando
-con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che
-ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva
-già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari
-che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero
-immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali
-deputati alla sopraindicata _diminuzione dei debiti del Monte_, i
-quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi
-volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8]
-Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione
-nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far
-si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni
-dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice
-carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome
-del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti
-erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati;
-e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal
-trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le
-vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in
-tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il
-prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici
-e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla
-Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a
-questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria
-(1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi
-desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa
-chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare
-l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno
-1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era
-sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser
-Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo
-in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne
-fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu
-chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del
-pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni
-sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa:
-compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in
-capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte
-vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei
-crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica,
-cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per
-cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura
-vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti
-capitali tolti alle arti e alla mercatura.
-
-Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze,
-oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le
-gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per
-gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo
-popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna.
-Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza,
-e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli
-antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior
-numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre
-e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere
-questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle
-ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori
-cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su
-su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di
-occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348
-avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i
-lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi,
-volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata
-cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale
-durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla
-potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a
-contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle
-donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una
-grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava
-il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni
-bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi
-ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un
-freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese
-allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso
-Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure
-parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più
-utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa
-la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto.
-
-Ma gravissimo dissidio sotto altri nomi divideva le Arti minori dalle
-maggiori, mentre che insieme queste e quelle partecipavano al governo.
-Avevano queste per sè la potenza del capitale e del sapere, quelle
-il numero ed il lavoro de’ vari mestieri nelle piccole botteghe.
-Delle sette Arti maggiori la prima era dei giudici e notai, alunni
-di scuole dove regnava l’autorità; con l’Arte dei medici andavano gli
-speziali, mercanti grossi di droghe e di spezierie venute dall’Asia;
-e un’altra ve n’era pel commercio delle pelli: nell’Arte del cambio
-gli uomini danarosi, possenti all’estero e di grande accesso nelle
-cose degli Stati non che nella corte del Papa ed in quelle di Francia
-e d’Inghilterra e di Polonia, e d’Ungheria, e nell’Oriente in molti
-luoghi. A quei tempi l’Arte della seta non era per anche salita
-al colmo; e decadeva quella appellata di Calimala, che riduceva
-a perfezione i panni francesi. Teneva fra tutte le altre il sommo
-luogo l’Arte della lana, che noi troviamo esercitare nella città un
-primato d’autorità e di fiducia; e basti dire che fu commesso a lei
-soprintendere alla edificazione del Duomo. Firenze è piena tuttavia
-delle insegne di quell’Arte, poste sopra a case dove erano i suoi
-lavorii o godeva essa dei privilegi. Sola tra le Arti aveva un giudice
-forestiero, di cui non andava la giurisdizione infino al sangue nè
-alla corda, ma con facoltà di porre in carcere ed in ceppi.[15] Grande
-potenza veniva poi a cotesta Arte dall’avere essa a lei soggetto un
-grande numero d’arti minori e di mestieri, da quei che servivano alle
-prime conciature della lana infino alle ultime finiture. Cotesti non
-erano in proprio nome rappresentati, o i loro collegi dipendevano
-da quello della principale Arte, che adoprava quei mestieri avendo
-in mano tutto lo spaccio della mercanzia, e regolando i salari e le
-condizioni del lavoro con grande arbitrio su’ lavoranti. Le ventuna
-Arti generalmente esercitavano la tutela di altre più minute, le quali
-aveano loro collegi ma soggetti a quello della principale Arte che
-alle inferiori dava il nome: nel 1300 però vedemmo che settantadue
-mestieri aveano consoli chiamati a dar voto in caso grave, le Arti
-essendosi divise a quel modo perchè più espresso fosse il parere della
-città. Di quei mestieri il maggior numero andava con l’Arte della lana,
-che n’ebbe infino a venticinque; e questi, per la moltitudine degli
-artefici e per avere occasioni continue di lagni da’ grossi mercanti,
-troviamo essere del minuto popolo la parte più viva e alla Repubblica
-minacciosa. A tutti costoro il Duca d’Atene avea dato consoli e
-rettori; i quali diritti subito perderono alla cacciata del Duca: e noi
-vedemmo nel 1345 i pettinatori e scardassieri mettersi a capo d’una
-congiura per l’accrescimento dei salari;[16] questi medesimi vedremo
-ora destare un tumulto e farsi autori d’un rivolgimento pel quale
-rimane fino a’ dì nostri celebre il nome degli scardassieri fiorentini.
-
-Odiosi com’erano i Capitani di Parte guelfa, gradiva però a molto
-numero dei popolani avergli seco a terminare la guerra col Papa:
-cessata questa, parve il campo farsi più sgombro ai dissidii antichi ed
-ai pensieri di libertà. Contro al palagio della Parte stava il palagio
-della Signoria, dove erano però sempre molti devoti alla setta la quale
-stringeva con mano valida e impediva l’intera macchina dello Stato: ma
-era setta, e fuori stava a dir così tutta la Repubblica; una tratta di
-Signori ed una legge che si vincesse contraria agli ordini della Parte
-guelfa, bastavano a rompere tutta quell’opera faticosa, congegno di
-pochi ma senza solido fondamento. Il primo di maggio 1378 si prevedeva
-che uscirebbe Gonfaloniere di giustizia Salvestro dei Medici: quale si
-fosse cotesto uomo, io non lo so; con l’iniziare il sovvertimento dello
-Stato fu primo autore alla grandezza di sua famiglia, ma bene io credo
-che in lui non fosse valore pari a quelli effetti che da lui nacquero:
-grande non era, nè affermerei che fosse egli buono e schietto; quello
-che appare in lui d’incerto serve (cred’io) a definirlo. I Capitani,
-a premunirsi da un cosiffatto Gonfaloniere, nè arrischiandosi
-d’ammonirlo, da prima cercarono, perch’egli avesse divieto, che uno
-de’ suoi congiunti sortisse ufficio minore, usando a tal fine il gioco
-facile delle borse. Dipoi sventata cotesta trama, ed egli essendo
-entrato Gonfaloniere, vennero seco alle agevolezze, promettendo che
-nessuno sarebbe ammonito il quale non fosse veramente ghibellino; e per
-la conferma delle ammonizioni, più di tre volte non si potesse girare
-il partito: di tali promesse nè il popolo si appagava, nè i governatori
-della Parte aveano in animo mantenerle. Quindi nei segreti consigli
-loro altro macchinavano, e in ciò convenivano, che fosse con le armi da
-occupare il Palagio, e col mezzo solito delle balíe fermare lo Stato in
-mano agli uomini della Parte guelfa. Ma sul tempo discordavano, essendo
-consiglio di Lapo da Castiglionchio troncare gli indugi: prevalse la
-sentenza di Piero degli Albizzi, il quale voleva si aspettasse il San
-Giovanni, quando gli uomini del contado venivano a folla nella città;
-ed essendo costumanza della Signoria andare a vedere il palio nelle
-case degli Alessandri, ch’erano parte di quelle degli Albizzi,[17]
-il Palagio rimaneva quasi vuoto, sicch’era facile occuparlo: in
-Firenze, chi aveva il Palagio aveva lo Stato. Già era vicino il dì
-dell’esecuzione: le parti si fanno sicure le cose, e i Capitani più
-inalberati aspettandosi che un Giraldi e un altro a loro male accetto
-sarebbero tratti a sedere nel collegio, deliberarono ammonirli. Tra
-loro passò, ma poi recato ai Ventiquattro non si vinceva, sebbene
-fosse girato più volte: e già era mezza notte e alcuno faceva cenno
-di partirsi, quando Bettino da Ricasoli, che presiedeva ai Capitani,
-s’alzò, andò all’uscio e quello serrato tolse le chiavi e vi si pose a
-sedere sopra, con un gran giuro affermando che si vincerebbe: così alla
-fine per istanchezza passò il partito, dopo essere girato più di venti
-volte. Furono gli ultimi ammoniti.
-
-Già si appressava il termine della Signoria nella quale era
-Gonfaloniere di giustizia Salvestro de’ Medici. A lui dicevano: Tu
-volesti medicare il male, e hai dato il lustro alla Parte; ed egli:
-Noi l’acconceremo il giorno in cui sarò proposto. S’intese con molti
-ragguardevoli cittadini, e ragunatisi in segreto deliberarono una
-Petizione perchè fossero riposti gli Ordini della giustizia contro a’
-grandi: da questa vollero cominciare per assaggiare, e per vedere se
-quei della Parte facessero movimento, e perchè quasi tutti i grandi
-abbracciando l’occasione si erano dati all’ammonire. Saputo in città
-che nuove cose si preparavano, quando fu dato nella campana, subito i
-Capitani furono alla Parte; dove, richiesti, andarono molti grandi e
-popolani dei loro, con panziere e stocchi celati sotto alle vesti: ma
-poi che udirono che la petizione non toccava altro, parve la meglio
-lasciar fare per allora, sebbene taluni proponessero di trarre fuori
-il gonfalone della Parte e così armati farsi innanzi. In questo però,
-la petizione messa a partito non si vinceva nei Collegi pei molti amici
-che avea la setta, e cinque n’erano de’ Priori: il perchè Salvestro per
-venire alla intenzione sua, fingendo che fosse per una sua comodità,
-uscì dall’udienza, e andato nella sala dove il Consiglio del popolo era
-già tutto radunato ed aspettava, cominciò a dire: «Savi del Consiglio,
-io voleva questo dì sanicare questa città dalle malvage tirannie de’
-grandi e possenti uomini, e non sono lasciato fare, chè i miei compagni
-e Collegi non lo consentono; poichè veggo che al ben fare non sono
-creduto nè ubbidito come Gonfaloniere di giustizia, io me ne voglio
-andare a casa mia: fate un altro Gonfaloniere in mio luogo, e fatevi
-con Dio.[18]» A queste parole tutti quelli del Consiglio si levarono
-ritti romoreggiando; ed egli uscito dalla sala andava giù per la scala,
-ma lo ritennero, e non fu lasciato andare. Grande era il rumore;
-ed un calzolaio pigliò per il petto Carlo degli Strozzi, che dopo
-l’Albizzi ed il Castiglionchio primeggiava nella Parte, dicendogli:
-«Carlo, Carlo, le cose anderanno altrimenti che tu non ti pensi, e le
-vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano.» In questo punto
-Benedetto degli Alberti fece il mal passo e dalla finestra cominciò
-a gridare: «Viva il Popolo!» ed a quelli ch’erano in piazza: «Gridate
-tutti, Viva il Popolo!» Il perchè di subito il romore si levò per la
-città, serraronsi le botteghe e stettero chiuse tutto il dì vegnente;
-la gente s’armava, e stavano guardie tutta la notte per la città.
-
-Il giorno di poi tutte le Arti si ragunarono, ciascuna nelle botteghe
-sue, e tra loro elessero certi sindachi, i quali andarono in Palagio
-a praticare co’ Priori e co’ Collegi; ma nulla si fece, chè non
-erano d’accordo. Il martedì, ch’era l’antivigilia di San Giovanni,
-le insegne delle Arti a gonfaloni spiegati cominciarono a venire in
-piazza com’era ordinato, gridando _Viva il Popolo e Libertà_. Quei
-del Palagio diedero allora balìa generale ai Priori ed ai Collegi, e
-a’ Capitani di parte, a’ Dieci di libertà e agli Otto di guardia e ai
-predetti sindachi, di riformare la terra, levando via gli ordini di cui
-munivasi Parte guelfa. Ma intanto che ciò si faceva, e che nella piazza
-già erano molti gonfaloni delle Arti; muoverne uno e dietro altri,
-e andare alle case di messer Lapo da Castiglionchio presso al ponte
-Rubaconte: vi misero fuoco, ma rubarle non poterono perch’egli aveva
-la notte sgombrato ogni cosa,[19] e fuggitosi in Santa Croce, vestito
-da frate, riuscì a scampare in Casentino: di lì andò a Padova, indi a
-Roma, dove fu uomo di grande affare presso al Papa ed al Re di Puglia.
-Dipoi stando tutto il giorno in quell’esercizio, arsero le case di
-Piero degli Albizzi e de’ suoi nipoti e quelle di Carlo degli Strozzi
-e dei Cavicciuli e dei Siminetti e di Migliore Guadagni, ed il palagio
-dei Pazzi e la loggia e le case dei Buondelmonti, e Oltrarno quelle
-dei Canigiani e dei Soderini e dei Serragli: ruppero dipoi tutte le
-carceri del Comune e fuori trassero i prigioni. In quel medesimo dì uno
-di plebe minuta, posto un cappello sopra una lancia, seguito da molti
-andava per la città facendo danni e ruberie; cui altri s’aggiunsero con
-l’insegna della libertà, e tutti insieme entrati a forza nel convento
-dei Romiti degli Angeli, dove molti cittadini avean sgombrato le loro
-sostanze, vi rubarono danari e gioielli e robe, stimati centomila
-fiorini; e due frati vi morirono. Similmente alcuni del quartiere di
-Camaldoli e di San Frediano, andati al convento di Santo Spirito a
-rubare, avrebbero fatto qui danno grave; ma uno dei Priori, Piero di
-Fronte, lanaiolo, armato a cavallo gli sopraggiunse in sulla piazza: il
-quale salvava con molta sua lode anche la Camera del Comune, che certi
-ribaldi volevano ardere. Infine i Signori, udito che alcuni Fiamminghi
-tessitori voleano muoversi per rubare, avendo mandato per la città i
-gonfaloni delle Compagnie in arme, quattro ne fecero impiccare, uno per
-quartiere, in cui s’abbatterono; e così cessarono le ruberie venendo la
-notte.
-
-Il primo di luglio entrava in ufficio la nuova Signoria, nella quale
-fu Gonfaloniere Luigi Guicciardini: non si osservarono quella volta
-le solennità usate del suonare le campane e del sermonare in sulla
-ringhiera, ma tutto si fece nella sala del Consiglio; ed il Palagio
-stette serrato con gente d’arme, e guardia in sulla piazza. Salvestro
-de’ Medici fu a casa accompagnato con grande onore, e correvano le
-vie di gente che fargli volea riverenza. Avevano quelli della passata
-balìa avviata l’opera dello smunire (come dicevano) gli ammoniti, e
-dichiarare ribelli e fare dei grandi; tra’ quali fu Piero degli Albizzi
-confinato a trenta miglia dalla città. Le quali cose furono quietamente
-per alcuni dì continuate dai nuovi, e questi e quelli a sè dando
-privilegi principalmente del portare arme, talchè in Firenze oltre a
-cinquecento cittadini portavano l’arme. Nè per tuttociò le Arti minute
-si contentarono; e fecero sindachi, due per Arte a comune difensione,
-volendo godessero quelle medesime preminenze ch’erano date alla balìa:
-convenivano segretamente nelle botteghe adunando armi, guardie si
-facevano dalle due parti nella città. Ad attizzare viepiù l’incendio
-si aggiungevano gli smuniti, i quali dovevano stare tre anni fuori
-d’ufficio, e quelli che ancora smuniti non erano; tutti questi faceano
-insieme da centottanta tra cittadini e famiglie di cittadini. Quindi
-ottennero che le ammonizioni a un tratto fossero tolte via, e che
-gli uffici della Parte fossero tutti mutati e le borse rinnovate. Più
-giorni trattaronsi coteste cose in Palagio coi sindachi delle Arti, ed
-a mala pena si vincevano avendo contrari il maggior numero nei Collegi,
-intantochè tali che in palese facevano contro alle petizioni degli
-artefici, gli confortavano sottovoce viepiù animandoli all’impresa.
-
-Il giorno 18 dello stesso luglio fu senza gran festa pubblicata la
-pace col Papa; ma ciò nonostante gli Otto erano tuttavia rimasti in
-Palagio (sebbene avessero fatto mostra di volere lasciare l’ufficio)
-e soffiavano in quell’incendio, usando il destro che avevano dal
-magistrato, ma non palesi come altri capi della parte popolare: a tutti
-innanzi andavano gli ammoniti non per ancora riabilitati, che tanto
-erano Ghibellini, quanto odiavano Parte guelfa, oramai fatta comodo
-arnese di cui si valevano gli ottimati. Quindi promossa dai popolani
-la guerra col Papa; e noi vedemmo all’apparire del grande dissidio che
-era nel seno della Repubblica, favoreggiato il riconoscimento della
-imperiale supremazia dai più amatori del viver libero. Oggi volevano
-restaurare l’egualità come nel 43, quando il popolo si levò d’addosso
-una tirannide forestiera e la molestia dei grandi; al quale effetto
-contrapponevano le Arti minute alle maggiori, affinchè il numero
-prevalesse. Ma quando tu chiami la forza del popolo a fare impeto nelle
-vie, il vero popolo non risponde; e vedi uscire una moltitudine cui si
-pertiene diverso nome, la quale non puoi nè dirigere, nè contenere, e
-che travalica ogni tuo disegno. Avevano da principio chiamato le Arti,
-ma dietro a queste venne la turba di coloro che non hanno (come in
-Firenze diciamo) nè arte nè parte, e quella plebe di mal vissuti che
-sempre abbondano in città opulente, anche più astiosi che affamati.
-Costoro avevano già tentato fare tumulti e ruberie alla cacciata dei
-grandi, ma erano soli a quella mossa, allora essendo bene uniti il
-grosso popolo ed il mezzano; ora il mezzano ed il minuto levati insieme
-veniano a dare come un titolo ed una scusa a quei più infimi, che pur
-vogliono innanzi a sè una idea che gli rinnalzi o che gli assolva, e
-cui si credano ministrare. Non mai le sêtte, comunque sieno forti di
-numero e d’audacia, hanno potere per sè medesime, se non si annestino
-a un’idea comune ch’esse intervengono a guastare; nè la plebe di
-per sè piglierebbe animo alle ribellioni, se non avesse fuori di lei
-un vessillo da seguire, che a lei ne desse autorità. Le Arti minute
-chiamate in piazza aveano fatto un mese innanzi quel dato numero di
-arsioni che prima erano designate; e gli stessi rubatori che la virtù
-di Piero di Fronte avea riuscito a contenere, troviamo ch’ebbero una
-insegna da mano ignota d’uomo possente,[20] e diceano fare vendetta
-pubblica. Ora, non pochi tra’ primi autori di quei tumulti tardi
-cercavano un qualche modo alla composizione e pacificare la città; ma
-gli uomini delle più minute Arti erano mal soddisfatti, e peggio d’essi
-gli ammoniti, e gli strumenti dei mali fatti, a sè temevano il gastigo
-che sopra i deboli suol cadere: sapevano essere armi in Palagio ed un
-Bargello di rinomata ferocità, e che soldati si radunavano.
-
-Quindi avevano cominciato tra loro ad intendersi i fattori (oggi
-diremmo braccianti) delle Arti minori e molti delle maggiori, e quelli
-che arte per sè non facevano, e tutto quel fondo che sopra dicemmo
-di minuto popolazzo: audaci pel numero e pronti a ogni cosa erano gli
-uomini di quei mestieri, i quali viveano soggetti al collegio dell’Arte
-della lana: a questi aveva il Duca d’Atene dato consoli ed un’insegna,
-dov’era un Angiolo dipinto, e si chiamavano i Ciompi; nome corrotto,
-secondo trovo, da quel di _Compare_ che ad essi davano francescamente i
-famigliari del Duca. Furono insieme fuori la porta San Pier Gattolino
-in certo luogo detto il Ronco, e fecero loro sindachi o caporali a
-comune difensione, con gran sacramenta legandosi ad essere gli uni con
-gli altri alla vita ed alla morte; e si baciarono in bocca, inviando
-alle case dei loro pari a dare il giuramento ed a ricevere promissioni.
-Di questo i Signori ch’erano in Palagio non avevano sentore infino
-a’ 19 luglio; quando per avviso ad essi recato che il dì seguente la
-terra si doveva levare a rumore e che facessero tosto, avendo mandato
-a pigliare un Simoncino dalla porta di San Pier Gattolino, detto
-Bugigatto; come lo ebbero in Palagio, il Proposto se ne andò con lui
-nella cappella dinanzi all’altare, e lo interrogò di quel trattato.
-Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici,
-ragunati nello Spedale dei preti di via San Gallo, e avendo fatti
-venire altri minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si
-dovesse levare il rumore, com’era dato ordine per certi sindachi che
-noi facemmo più dì sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti
-congiunti insieme, ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de’
-buoni; ed ancora ci è grandissima parte degli ammoniti, i quali si sono
-molto profferti. Domandò il Proposto: anche che questa gente si levi,
-che voglion’eglino dalla Signoria? Vogliono, continuava Simoncino, che
-i mestieri soggetti all’Arte della lana abbiano consoli e collegi loro,
-nè riconoscano l’ufficiale che per piccola cosa li tormenta, nè aver a
-fare co’ maestri lanaioli, che molto male li pagano e del lavorío che
-vale dodici ne danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento
-della città, e che d’ogni arsione e ruberia fatta non si possa contro
-essi conoscere in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino
-popolano o grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d’altri,
-non volle dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i
-compagni e narrò il fatto: era dopo cena ed insieme presero partito
-di chiamare i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si
-potessero avere era già notte. E di presente consultandosi co’ Dodici e
-con gli Otto della guerra e co’ sindachi delle Arti ch’erano in Palagio
-a trattare co’ Signori, deliberarono di mandare pe’ Consoli delle
-Arti; i quali venuti, consigliarono che si facesse venire in piazza
-le genti dell’armi, e che vi fossero in sul dì; e che i Gonfalonieri
-andati a casa facessero armare tutti quelli del gonfalone, ognuno il
-suo, e anch’essi venissero in piazza armati co’ gonfaloni spiegati. E
-intanto aveano mandato lettere alle leghe e comunanze per il contado,
-e a’ conti Guidi, nell’Alpe ed in altri luoghi, perchè mandassero
-con prestezza genti il più che potessero. Parve altresì di mettere
-Simoncino nelle forze del Capitano, e che fosse tanto martoriato
-ch’egli dicesse tutto il vero: posto sulla corda, confermò il detto,
-aggiugnendo che Salvestro dei Medici era capo e guida di questo
-trattato; e diede i nomi di due suoi compagni che ne sapevano più di
-lui: questi, pigliati la notte stessa, confermarono di tutto punto la
-confessione del primo, e che ogni cosa nella città era già in ordine
-alla esecuzione per la mattina seguente a terza.
-
-Accadde che un Niccolò degli Orivoli essendo in Palagio a racconciare
-l’orologio, s’accorse ai gridi che Simoncino era tormentato; di
-che subito se ne andò a casa sua da San Frediano, e armossi e uscì
-gridando: _Levatevi, i Signori fanno carne_. Un di Camaldoli cominciò
-a dare nella campana del Carmine, e la gente di là armatasi conveniva
-dov’era prima dato l’ordine; in un subito, e di campana in campana,
-tutta Firenze suonava a stormo. Primi quelli da San Pier Maggiore, poi
-altra brigata giù per Vacchereccia vennero in piazza, dove erano forse
-ottanta lance di gente dell’arme discesi a piedi e con le barbute in
-testa; ma non si mossero, e dicevano: dateci delle vostre insegne e
-de’ vostri cittadini, ed aiuteremo quando il popolo sia con noi: dei
-Gonfalonieri nessuno veniva in soccorso dei Signori, com’era ordinato.
-Ben v’era taluni che sarebbono voluti andare e s’erano mossi; ma
-Tommaso Strozzi e Giorgio Scali gli rattennero, e ad uno che disse
-com’egli voleva per sè andare ad ogni modo, gli volsero contro la furia
-del popolo: due soli più tardi vennero in sulla Piazza con Giovenco
-della Stufa e Giovanni Cambi; ma nulla poterono. Avevano i Signori
-la notte mandato per Salvestro dei Medici e dettogli come fosse egli
-infamato d’essere capo alla congiura; del che Salvestro si scusava,
-bensì confessando che lo avevano ricercato. Poi quando la gente in
-Piazza ingrossava, gridando gli fosse renduto Simoncino e gli altri
-prigioni, sebbene taluno dicesse «Rendiamoli sì ma in due pezzi;» il
-Gonfaloniere volle che fossero lasciati andare. E quei del Palagio
-mandarono lo stesso Salvestro e Benedetto degli Alberti, Benedetto di
-Carlone pianellaio e Calcagnino tavernaio a intendere quello che il
-minuto popolo si volesse; e vi andò uno anche dei Signori, Guerriante
-Marignolli. Usciti, viddero che i più ardenti si avevano tolto il
-Gonfalone dal palazzo dell’Esecutore, e con esso innanzi facevano
-arsioni e danni e mali, consentendo quelli ch’erano stati mandati fuori
-ad acquietare il tumulto, ma viepiù lo raccendevano: ed ai Signori
-venivano e rapportavano, che costoro voleano purgare il peccato delle
-ammonizioni; ma, fatto un poco, resterebbero.[21] Imperocchè arsero
-prima la casa del Gonfaloniere Luigi Guicciardini, poi d’un altro
-Albizzi e di quel Simone Peruzzi che abbiamo noi più volte ricordato,
-e di ser Piero delle Riformagioni e d’un Ugolino lanaiolo e di due
-Ridolfi e d’un Castellani e di un Corsini e d’altri; altre disfecero,
-per non appiccare il fuoco a’ vicini: e poi andarono e misero fuoco
-al palagio dell’Arte della lana, e ne cacciarono l’ufficiale. Ma
-perchè pure non si dicesse questa volta che andavano rubando, avevano
-uomini preposti a badare che ogni cosa fino alle più preziose fosse
-gettata nel fuoco; e narra lo Stefani avere veduto dare d’una lancia
-nelle spalle a tale che aveva rubato un pezzo di carne salata e nol
-voleva gettare. Molti seguivano per paura, siccome avviene, quelli
-che ardevano; e ciò faceano per non essere arsi, perchè bastava che
-uno gridasse: A casa il tale, e subito era fatto. Ora ecco uno strano
-capriccio di popolo: pigliavano cittadini, chi per amore e chi per
-forza, e gli armavano cavalieri; il popolo aveva diritto a ciò fare,
-ed era usanza, cerimonia molto solenne nella città: primi Salvestro de’
-Medici e Tommaso Strozzi, e Benedetto ed un altro degli Alberti, e gli
-Otto della guerra e Giorgio Scali ed altri assai, fra tutti sessanta:
-due ve n’era delle Arti minori, che uno scardassiere e un fornaio. Il
-popolo vago di novità, correndo qua e là, menava taluni e levavagli
-a dignità di cavalleria, dei quali prima era stata arsa la casa o
-ardeva in quel tempo, siccome avvenne al gonfaloniere Guicciardini: chi
-aveva paura di essere arso mandava in piazza chi gridasse, Facciamolo
-cavaliere: muovevansi al grido, e andavano per lui e lo portavano di
-peso: era il più strano viluppo che mai si vedesse.
-
-Speravano molti che nella festa e nell’allegrezza del fare cavalieri
-il popolo si quietasse, ma non avvenne: e sulla sera più migliaia
-di gente minuta accampati da San Barnaba mandarono alle Arti perchè
-venissero ordinati sotto a’ gonfaloni loro a formare certe petizioni
-da portare alla Signoria. Quelli delle Arti che mossi gli avevano, si
-cominciavano a pentire, perchè tutti i loro fattori s’eran messi nella
-turma, e tardi s’avviddero che male avean fatto; chi v’andò e chi vi
-mandò, per tema i più, e tale gonfalone non era seguito da più di sei
-uomini. Gli artefici e il popolo a fatica s’accordavano sulla materia
-delle petizioni; infine convennero che delle due parti ciascuna desse
-la sua, e insieme armati le presentassero. Avevano anche mandato la
-notte in Santa Croce per la cassa delle imborsazioni, che la volevano
-ardere; ma i Signori, questo presentendo, l’avevano trafugata. Sul far
-del dì venne una piova che tale niuno si ricordava; durò fino a terza
-e correva le vie: la gente del popolo battuti dall’acqua, che aveano
-vegghiato, si riposavano e pensavano; allora gli astuti guidatori
-loro, con la paura dei mali fatti, gli conducevano a far peggio:
-venuti in Piazza vi rizzarono le forche, dove appiccarono e sbranarono
-crudelmente ser Nuto Bargello: di lì andati al palagio del Potestà, e
-combattutolo due ore, l’ebbero a patti; e senza offendere il Potestà,
-bruciarono tutte le scritture che trovarono in Palagio e i libri e
-statuti dell’Arte della lana, e della Grascia: poi ne andarono a’
-Signori con le petizioni, le quali erano a questo modo. Si contentavano
-da principio che le arti soggette all’Arte della lana avessero consoli,
-e questa più non dovesse avere ufficiale forestiero: volevano ora che
-i pettinatori, scardassieri, vergheggiatori e lavatori ed altri che
-lavoravano nella lana, e similmente che i tintori, i barbieri, i sarti,
-i cimatori, i pettinagnoli, i cappellai avessero consoli e tra loro
-due priori, e che le quattordici Arti che prima avevano due priori ne
-avessero tre, e così il terzo degli altri uffici di dentro e di fuora.
-Appresso volevano che si facesse l’estimo delle possessioni e degli
-averi entro sei mesi; che il Monte non rendesse più interesse, ma
-solamente il capitale in dodici anni, traendo a sorte i creditori da
-rimborsare, cosicchè alla fine dei dodici anni i creditori del Monte
-fossero tutti pagati del capitale che v’era iscritto, venendo a perdere
-l’interesse. Che non si mettesse più prestanze da indi a sei mesi, e in
-quelle che poi si mettessero, chi fosse tassato da quattro fiorini in
-giù, pagasse venti soldi di piccioli, e chi da quattro fiorini in su,
-mezzo fiorino per ogni fiorino d’oro: il ch’era un principio alla scala
-o progressione delle imposte, che indi i Medici praticarono. Appresso,
-che niuno di questi minuti potesse nel tempo di due anni essere
-condannato per alcun debito da fiorini cinquanta in giù. Che agli
-ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse agevolato l’essere
-smuniti; che gli sbanditi, eccetto i ribelli, fossero ribanditi, e che
-si levasse via la pena de’ membri, i condannati pagando la multa senza
-condizione. Che d’ogni eccesso fatto e commesso dai 18 giugno fino a
-questo dì non si potesse conoscere per alcun rettore sotto gravissime
-pene a chi accusasse di queste cose in tempo alcuno, o condannasse. Che
-a qualunque fossero state arse e atterrate le case in questi rumori
-passati, fosse privato in perpetuo degli uffici, o almeno per dieci
-anni (questa era invero bella giustizia, e nuovo titolo di delitto).
-Che la piazza di Mercato Vecchio non pagasse più di trecento fiorini
-d’oro l’anno, cioè la descheria dei beccai, e quelli andassero a
-benefizio di messer Giovanni di Mone biadaiolo che era degli Otto, ed
-oggi fatto novello cavaliere. Che Guido Bandiera scardassiere, fatto
-cavaliere novello perchè fu uno de’ primi che levò il rumore ed ora
-si era portato bene in rubare e ardere, avesse de’ beni de’ rubelli
-fiorini due mila d’oro. Che messer Salvestro de’ Medici, per potere
-sostentare sua milizia, avesse le pigioni del Ponte Vecchio, che sono
-fiorini 600 o più l’anno. Chiedevano per ultimo favori ad altri degli
-amici loro, bando ai contrari e pene novelle o aggravamento delle
-antiche.[22]
-
-Quel che importassero tali petizioni, ciascuno sel vede. Avute le
-quali, subito i Signori fecero radunare i Collegi ed il Consiglio
-del popolo; ai quali essendo presentate, furono vinte senza alcuna
-diminuzione o mutazione.[23] I gonfaloni delle Arti e il popolo degli
-artefici tutti armati erano sulla piazza, le grida andavano fino al
-cielo; e perchè si penò un poco a radunare il Consiglio, si mossero
-a furia e andarono oltr’Arno per ardere le case di due de’ Priori;
-e così avrebbono fatto, se non che innanzi che le affuocassino fu
-loro venuto a dire che le petizioni erano vinte. Venuta la notte, si
-ridussero nel palagio del Potestà, quanti ve ne potè capire: già nella
-sera, quando i fanti dei Signori tornavano da serrare le porte della
-città, il popolo minuto si fece loro innanzi e tolse le chiavi: il
-che fecero perchè avevano sentito dire che i Signori facevano venire
-fanti forestieri in loro soccorso. Il dì seguente, che fu giovedì 22
-luglio, suonò la mattina a Consiglio di Comune: i Gonfalonieri delle
-Arti e il Gonfalone di giustizia ed il popolo minuto vennero in piazza;
-il rumore tale che nulla s’udiva quando le petizioni si leggevano a’
-consiglieri: furono vinte senza indugio, e il Consiglio licenziato.
-Ma quelli montati allora per questo in maggior furore, gridavano che
-volevano entrare in Palagio, e che i Signori se ne uscissero. Uno di
-questi, Guerriante Marignolli, già si era partito d’allato i compagni
-dicendo voleva scendere giù a guardare che il popolo non entrasse; ma
-presa la porta, difilato uscì di Palagio. Quando il popolo e le Arti
-viddero che Guerriante se ne andava a casa, cominciarono a gridare:
-Scendanne tutti, noi non vogliamo che siano più Signori. Allora venne
-Tommaso Strozzi nell’Udienza, e disse come Guerriante se n’era ito a
-casa sua; per questo il popolo e Arti al tutto vogliono che voi altri
-Signori tutti ve n’andiate a casa. I Signori smarriti deliberarono
-significare ciò ai Collegi e agli Otto a fine d’intendere la loro
-volontà. Quivi essendo tutti a cerchio, fu da uno di loro esposto il
-caso; niuno sapeva pigliare partito, ed i Collegi piangevano, chi si
-torceva le mani, chi si batteva il viso; gli Otto si mostravano tristi
-e dolenti: fuori gridavano, che i Signori se ne andassero e gli Otto
-rimanessero in Palagio, altrimenti che la città andrebbe a fuoco ed a
-sacco; e che se di subito non ne uscissero, piglierebbono le loro mogli
-e i loro figliuoli, e in loro presenza gli ucciderebbono: tutte queste
-minaccie usavano come era loro insegnato dire. Benedetto Alberti,
-venuto alla Signoria, propose che due del popolo delle Arti venissero
-su a risiedere come Priori insieme con loro; il che essendo facilmente
-consentito, egli e Tommaso andarono giù a trattare col popolo; il quale
-non volle, dicendo: noi abbiamo fatto tante offese a questi Signori,
-che noi non ci potremo mai più fidare di loro. I Signori guardavano
-pure che un qualche accordo si facesse, che rimanessero in Palagio
-con amore e volontà del popolo e delle Arti. Ma gli Otto e i Collegi
-consigliarono che per manco male se ne andassero: dei Signori due,
-Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Nero Canacci, dissero che per loro
-non intendevano eglino uscire, e chi voleva andare se ne andasse;
-il Gonfaloniere piangeva la moglie ed i figliuoli; gli altri Signori
-stavano che parevano tutti morti. Non era persona che gli confortasse
-nè che a loro si profferisse; ed anzi molti di quei che erano giù nella
-Corte, venivano su e supplicavano se ne andassero: così era abbandonata
-quella Signoria. La famiglia del Palagio si era nascosta nelle camere
-degli Otto, ed i fanti venuti a richiesta della Signoria stavanle
-contro; e già buona parte del popolo minuto era entrato nel Palagio. Il
-Gonfaloniere, partitosi da’ compagni, se ne andò a Tommaso Strozzi e
-a lui si raccomandò; Tommaso il prese e trasselo di Palagio e lo menò
-a casa sua. Gli altri Priori e i Gonfalonieri e i Dodici anch’essi
-se ne andarono. L’Acciaiuoli e Manetto Davanzati venuti nell’Udienza,
-come viddero essere quivi soli, si tennero morti; e infine avviatisi
-anch’essi giù per le scale, fecero dare al Proposto delle Arti le
-chiavi della porta; la quale fu aperta, e il popolo irruppe ed entrò in
-Palagio.
-
-A tutti innanzi era un pettinatore di lana chiamato Michele di Lando,
-e la sua madre vendeva stoviglie;[24] egli in pianelle o scarpette e
-senza calze, portando in mano il gonfalone. Salite le scale si fermò
-ritto a mezzo la scala dell’Udienza dei Signori, e qui fu gridato a
-voce di popolo Gonfaloniere di giustizia: rispose voleva; e volle, e
-tosto pigliò animo dal magistrato, con grande ardire e intendimento,
-essendo quel giorno egli solo come signore della città, e tenne il
-Palagio, e scrisse lettere e comandamenti. Il seguente dì fatto suonare
-a pubblico Parlamento, fu in piazza confermato Gonfaloniere fino a
-tutto agosto, e data balía a lui ed agli Otto ed ai sindachi delle
-Arti, quanta ne avesse tutto il popolo, di riformare la città e di fare
-nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie.
-I quali essendo messi in ufficio con le solennità consuete, insieme
-agli altri della Balía ed a Salvestro de’ Medici e a Benedetto degli
-Alberti, crearono subito tre nuove arti e consolati, la prima de’
-sarti, farsettai e cimatori e barbieri, la seconda de’ cardatori e
-tintori, la terza dei Ciompi o popolo minuto; il che fu segno ad altri
-mestieri, che erano sudditi delle principali Arti, di levarsi contro
-a’ maggiori loro, e ai discepoli contro ai maestri; che fu cagione
-di fieri scandali. Aveano da prima, col consiglio di ambasciatori
-venuti da Perugia e da Bologna, voluto alle Arti maggiori mantenere la
-preminenza; ma di ciò il popolo non si contentava: e quindi provviddero
-che la Signoria fosse divisa per terzo sì che nel priorato fossero tre
-delle Arti maggiori, tre delle minori, tre delle nuove Arti aggiunte,
-avendo ognuno di questi tre ordini alla sua volta il Gonfaloniere
-della giustizia. Credevansi gli Otto rimasti in Palagio d’aver essi
-la balía di fare ogni cosa, e che potessono eleggere i Signori a mano;
-tanto che avevano già mandato a dire a messer Giorgio Scali ch’egli era
-fatto de’ Priori e che venisse in Palagio: ma quando il popolo l’udì
-nominare, disse non lo voleano, e che voleano essere Signori loro: egli
-si tornò a casa.[25] La plebe che aveva il suo Michele di Lando, poteva
-far senza il nobile Giorgio Scali; nè fu bastevole questo disinganno
-all’ambizione di Giorgio, che ebbe indi a porvi anche la vita. Costui
-d’antica famiglia de’ grandi, ma fatto di popolo, fu di sottile ingegno
-e di gran vedere, ardito e molto intramettente nelle cose dello
-Stato; ammonito l’anno 1375, la città se ne turbò. Egli, quand’era
-Gonfaloniere l’anno 1374, aveva posta una legge per la quale i grandi
-non potessero avere tenuta o possessione che avesse fedeli e vassalli,
-ma che fossero costretti di farne vendita al Comune dentro certo tempo:
-la quale legge fu rivocata.[26]
-
-Correva frattanto il mese d’agosto, a fine del quale doveasi eleggere
-nuova Signoria da cominciare al tempo usato. Per questa fecersi gli
-squittinii; ai quali intervennero, oltre ai già detti, i Dieci di
-libertà ed i nuovi Capitani della parte e gli Otto della Mercanzia,
-di questi essendosi accresciuto il numero, sì che ne fossero sempre
-due delle Arti minori: ma in quello squittinio prevalsero le Arti di
-nuovo aggiunte ed il popolo minuto, gli altri tenendosi in disparte
-per tema o disdegno, o a bello studio allontanati. Gli Otto frattanto
-e i sindachi delle Arti, e gli altri che avevano in mano lo Stato
-si cercavano perpetuarlo, e a sè arrogavano preminenza del portare
-armi, ed onori, e salari ed uffici dentro e fuori, tra loro stretti in
-consorteria fin da principio di quei tumulti,[27] e volendo che nessuna
-riformagione valesse, se prima non fosse dai sindaci deliberata. Il
-povero popolo era arrabbiato di fame, perchè le botteghe quasi stavano
-serrate, e se stavan aperte non lavoravano; onde a chetarlo si prese
-modo di dare uno staio di grano per bocca a chi ne volesse, e si
-diedero a far venire biade in città: posero prestanze ai cittadini
-di quaranta mila fiorini, poi di venticinque mila, com’era voluto
-nelle petizioni di sopra esposte; levarono l’interesse ai capitali del
-Monte, e che d’ora in poi nessun Monte si facesse, ma che si facesse un
-estimo a tutti i cittadini; mandarono uomini pel contado a confortare
-i contadini, ad essi scemando le stime il terzo, e ne assoldarono dalle
-tre miglia in qua. Confinarono per le città d’Italia trentuno dei capi
-del vecchio Stato; ch’era vendetta e sicurezza, ed era anche modo di
-far danari da compire le prestanze, per le multe che ogni tratto i
-confinati pagavano, costretti ogni dì presentarsi all’ufficiale della
-terra dove risiedevano: per il che erano di continuo trovati in fallo e
-condannati.[28]
-
-Più altre provvisioni si fecero tutto quel mese di agosto: prima
-ordinarono mille balestrieri per la difesa della città; se nascesse
-qualche rumore, vietarono mostrarvisi in arme e persino lo sparlare
-contro allo Stato e contro al popolo minuto: si adoperarono a
-recuperare ovunque i danari del Comune o le poste debite, rimettendo
-però le penali, e a tenere la città provvista; concessero agli antichi
-sbanditi qualche giorno di stare in città e farsi togliere il bando:
-le signorie private di luoghi forti nel contado sottoposero alla
-ubbidienza del Comune: cercavano insomma quella violenza di cose
-comporre a stato fermo e regolare sotto a nuove leggi, per fare andare
-come la forza anche il diritto in mano al popolo degli artefici.[29]
-
-Quello che impedisce cotesti governi popolari, è il non potergli fare
-tanto larghi che sempre non sieno monchi e imperfetti: popolo siamo noi
-tutti, ma pure in ogni popolo vi è una parte il cui diritto consiste
-nell’essere quanto è possibile governata bene, perchè se vi ponga le
-mani da sè, costretta accorgersi di non saper fare altro che male, si
-spinge innanzi in quello che sa, ch’è la sola opera del disfare. Non
-era in Firenze via da contentare i più feroci e infatuati: radunatisi
-di loro circa due mila in San Marco nei giorni ultimi d’agosto, vennero
-alla Piazza de’ Signori, e con essi alcuni d’ogni Arte co’ gonfaloni
-loro, quali appiccarono alla ringhiera, eccetto quello del minuto
-popolo che sempre era portato attorno. La turba empieva tutta la Piazza
-e la ringhiera de’ Signori, sopra la quale si affaccendava a scrivere
-petizioni, ch’erano leggi da presentare immantinente alla Signoria.
-L’uno diceva al giovine del notaro: Scrivi, Gasparre, io voglio
-così; l’altro gli ponea la spada alla gola e stracciava la scritta, e
-ponevangli un foglio in mano e diceva: Scrivi; e l’altro vi fregava
-su le dita e diceva: Vuole star così. Chi domandava che i libri del
-Monte si ardessono; chi gridava «Viva il popolo!» e chi «Siano morti
-i sindachi!» ed il rumore ed il parlare loro parea un inferno:[30]
-così ne uscirono certe leggi, le quali furono il giorno dopo vinte ne’
-Collegi. Contenevano, che i sindachi delle Arti (autori primi di quel
-rivolgimento) fossero cassi e tolta loro ogni provvisione; che niun
-cavaliere (e pure i novellamente fatti) fossero abili agli uffici; che
-a Salvestro dei Medici fossero tolte le botteghe del Ponte Vecchio, ed
-a Giovanni di Mone la Piazza di Mercato; che di maleficio fatto insino
-a quel dì non si conoscesse, nè di potere essere costretti per alcun
-debito, tanti anni, nè in persona nè in avere.
-
-In tale scompiglio e a questo levarsi dell’ultima plebe avrebbero avuto
-bel gioco e comoda occasione gli antichi grandi; e convien dire fossero
-discesi a estrema bassezza, poichè nessun moto si trova facessero a
-loro pro; dove se ne tragga il fatto oscuro di un solo, che fu Luca
-de’ Firidolfi da Panzane, del ceppo dal quale si erano divisi quelli da
-Ricasoli. Costui narra di sè stesso, come egli cercasse pertinacemente
-la vendetta contro uno de’ Gherardini che gli aveva ucciso un parente,
-e poi la compiesse per via di un assalto al campanile della chiesa
-di Santa Margherita a Montici, dove lungamente si era difeso il
-misero Gherardini. Bene cotesto Luca dovette essere dei più malvagi
-ed avventati; e come colui che adoperato dalla Repubblica in cose
-di guerra aveva ottenuto essere fatto di popolo e cavaliere, stava
-sulla Piazza seguito da quasi tutti gli sbanditi ribanditi; quivi
-si fece tôrre la cavalleria che aveva dapprima, tagliare li sproni,
-e rifare cavaliere del minuto popolo che da lui, come anche nelle
-scritture pubbliche, si trova chiamato Popolo di Dio, ed alle volte
-Popolo Santo.[31] Poi liberarono due prigioni di recente fatti e gli
-menarono a baciare sulla piazza l’insegna dell’Agnolo; dicendo all’uno
-«ringrazia Dio ed il popolo di Dio che t’ha liberato,» e che facesse
-fare una bottega d’arte di lana di fiorini tremila: disse farla di sei
-mila, e tutti a grido: «questi è buon uomo, però volevangli fare male.»
-Condusse a casa tutta la ciurma, ed aprì la cella e gli fece bere, che
-il caldo era grande; egli entrò in casa e dietro se ne uscì, che a lui
-parve mill’anni. Poi Luca ne andò con tutta la ciurma al palagio della
-Parte, e volle tôrre il gonfalone; ma quando al popolo ch’era sulla
-piazza fu ciò rapportato, nacque rumore che s’egli avesse levato su
-altro gonfalone, il loro Agnolo non sarebbe nulla, e che à loro non
-dovea bisognare gonfalone de’ Guelfi, chè ’l popolo era tutto guelfo.
-Gridarono: s’egli ce lo reca, sia tagliato a pezzi. I suoi, lasciando
-Luca, ne andarono sulla piazza; ed egli co’ suoi novelli sproni dorati
-si dileguò; chè se lo trovavano, male sarebbe egli capitato.
-
-La sera andarono a Santa Maria Novella e chiesero quivi luogo dove
-stare; fu loro assegnata la grande Cappella nel secondo chiostro.
-Rimasti la notte, dissero al Priore desse loro certi buoni frati che
-avessero a consolarli per l’anima e per il corpo: rispose il Priore,
-che non aveva frati da ciò, se eglino dapprima non consolassero sè
-medesimi; ed altre buone parole. Le quali udite, si strinsero insieme,
-e chiesero a lui frati onesti e di buona vita, che gli ammaestrassero
-ed insegnassero fare cose utili e buone. Alcuni n’ebbero, e praticando
-co’ frati dei modi, l’uno diceva, l’altro si levava, l’altro
-interrompeva; e, secondo disse chi fu ad intenderli, «peggio era che la
-zolfa degli Armeni.» In questo cercare pietosi conforti, pochi erano
-gli ipocriti: i molti credevano col vendicare le ingiustizie usare un
-diritto; a loro dicevano essere negate le giuste mercedi, e grossi
-guadagni dati a quei pochi fortunati che pure ambivano di chiamarsi
-popolo. Nelle arti è viva sempre la guerra pei salari, e quindi viziato
-in sè medesimo un governo fondato sulle arti. Marchionne Stefani,
-sebbene tenesse parte popolare, aggrava i Ciompi, mostrando credere
-a chi disse: volere essi correre la terra, rubarla e uccidere tutti i
-vecchi e buoni uomini, e tôrsi la roba loro; quindi murate e steccate
-le bocche delle vie, ridurre la città a piccolo compreso, ed ivi
-farsi forti, poi vendere la città; chi disse al Marchese di Ferrara,
-e chi ad un Bartolommeo Smeducci da Sanseverino, il quale trovavasi
-allora in Firenze per cose di guerra; essi con la roba andarsene a
-Siena.[32] Nè forse mancarono di tali disegni in taluno dei più tristi.
-Ma nell’effetto (come apparve anche dal processo che loro poi si fece
-addosso) era solo questo: aveano creati già prima otto ufficiali loro,
-due per Quartiere, chiamati gli Otto di Balía di Santa Maria Novella,
-con mero e misto impero; e sedici altri pure del popolo minuto, ogni
-Gonfalone uno, i quali fossero il Consiglio loro. Questi ed altri
-che si eleggessero successivamente di priorato in priorato, volevano
-stessero in Palagio, e niuna cosa che toccasse alla città, senza di
-loro potesse farsi; e quando fosse deliberata da essi oltre che dai
-Priori, potesse andare ai Collegi ed ai Consigli. Pensarono altri
-provvedimenti di questa sorta, nei quali non era altro vizio se non
-quello di rendere al tutto impraticabile il governo, e guerra mettere
-nel Palagio.
-
-Aveano gli Otto mandato ad ogni Arte inviassero loro due consoli o
-artefici, co’ quali voleano trattare del modo del reggimento della
-città. Ai quali poi fecero alcune proposte, non in forma di consiglio,
-ma dicendo: così ci pare e vogliamo; e quelli uditele, si ritrassero.
-Sentendo poi gli Otto suonare a Consiglio, vennero alla piazza con
-grande moltitudine di popolo minuto in arme, e con gran rumore dicendo:
-noi vogliamo sapere chi è tratto de’ Priori. Qualunque era tratto, si
-mandava a domandare se piaceva loro o no; e quelli gridare: straccia,
-straccia; ovvero: buono, buono. Feciono stracciare cui loro parve,
-e però la tratta si penò a fare sino a sera. Volle anche il popolo
-ammonire, serbando pur sempre le antiche forme della Repubblica; ma
-questo modo così tirannico del fare la tratta dispiacque eziandio a
-qualunque del popolo minuto che avesse sentimento. Dipoi mandarono
-gli Otto in Palagio certe petizioni, con ordine ai Priori di tosto
-riceverle, e sonare a Parlamento perchè venissero confermate: risposero
-questi, che il mercoledì, primo settembre, dovendosi fare Parlamento
-per l’entrata de’ nuovi Priori confermerebbero ogni loro ordine
-compiutamente; e fatto venire il frate col messale, giurarono. Tra gli
-altri ordini era questo: che potessero i consoli delle Arti co’ loro
-consigli privare degli uffici del Comune chiunque volessero; ed è da
-notare che nei consolati e nei consigli delle Arti quasi non erano che
-discepoli, essendo i maestri tolti via quando furono arse e rinnovate
-le borse. Vi era di mezzo altra circostanza che più toccava nel vivo;
-questa cioè, che gli uomini della Balía passata si avevano fatto
-assegnare doni e onorificenze, chi l’una cosa chi l’altra: Michele
-di Lando, la potesteria di Barberino e cento fiorini per un cavallo e
-pennone e targa. Si trova[33] che avesse Michele mandato a praticare
-con loro perchè gli lasciassero o i doni o l’ufficio, e che infine
-si arrecasse al solo pennone, così promettendo fare ogni cosa a modo
-loro. Mi duole ciò fosse di lui creduto; ma non poteva egli oramai
-più stare a bottega di scardassiere, ed era la chiesta di una tra
-le potesterie minori, piccola cosa; ed il porre innanzi gli onori al
-guadagno è prova d’animo dignitoso. Egli con l’avere fermato l’impeto
-popolare e ricondotta la quiete in città, ardito nei fatti, grazioso
-ne’ modi, avea gran seguito e favore presso ad ogni maniera di gente.
-La mattina dell’ultimo dì d’agosto gli Otto di Santa Maria Novella
-mandarono in Palagio due di loro, e tosto fecero rassegnare innanzi
-a sè i Priori nuovi e vecchi, perchè giurassero; e se al primo cenno
-non rispondevano, subito «ove sei?» con tanta arroganza che parevano
-Signori. Allora Michele, ricordandosi ch’egli era Gonfaloniere da usare
-le mani, andò a pigliare una spada, e con quella gridando raggiunse
-uno degli Otto e gli diede in sulla testa, poi lo inseguì giù per la
-scala dandogli sempre; e questi nel cadere trovò un frate di quei del
-Palagio, che saliva recando del vino, cosicchè all’urto il povero frate
-andò col capo all’indietro e morì. Michele percosse l’altro degli Otto
-con lo stocco, i due rincorrendo fino ad una sala, che si chiamava
-dei Grandi; appena lo poterono raffrenare che non gli uccidesse; i due
-furono presi e custoditi in Palagio sotto alla scala.
-
-Intanto la piazza s’empiva di gente. Aveva dapprima invaso il terrore
-gli animi de’ mercatanti; chi si fuggiva in contado, chi nelle
-castella o città vicine, sgombrando le robe: se non che i Signori la
-notte aveano dato ordine che la mattina seguente le Arti traessero
-in arme alla piazza co’ gonfaloni loro, e fatto venire fanti dal
-contado e richiamato i fuggenti. Benedetto Alberti stava co’ Signori,
-e Giorgio Scali aveva la guardia della torre del Palagio; Salvestro
-dei Medici non trovo allora che si mostrasse. Ma già suonavano le
-campane di quelle parrocchie dove abitavano i Ciompi che ultimamente si
-raccolsero a San Frediano. E la campana dei Signori suonava a martello,
-chiamando le Arti che già traevano alla piazza. Michele di Lando
-uscito in questo dal Palagio montò a cavallo, avendo seco Benedetto
-da Carlona pianellaio; e dalla Piazza con molto seguito, e facendosi
-portare innanzi il Gonfalone della giustizia, andò a Santa Maria
-Novella, dov’egli credeva trovare i Ciompi: questi con la loro insegna
-dell’Agnolo erano intanto venuti in Piazza ed assediavano il Palagio,
-mentre da più lati giugnevano le Arti, e già tenevano le bocche di
-tutte le vie. Allora soppraggiunse Michele di Lando, che aveva percorsa
-gran parte della città gridando: «Vivano le Arti e il Popolo, e
-muoiano i traditori che volevano recare a Signore il reggimento della
-città.» Tornava alla Piazza con molta più gente che non si partì.
-Allora i Signori mandarono a dire a tutte le Arti dessero le insegne,
-chè le voleano in sul Palagio: le Arti, come fu ordinato, subito le
-mandarono; ed i Priori le misero onoratamente alle finestre della Sala
-del Consiglio: negarono i Ciompi dare quella dell’Agnolo; e mentre
-i Signori con la loro gente cercavano torla, s’appiccò zuffa; dalle
-finestre gettavano pietre addosso ai Ciompi ch’erano sulla ringhiera,
-l’urto del popolo gli premeva; questi allora cominciarono ad arretrarsi
-per la via de’ Magalotti, dove sopraggiunti da un’altra compagnia che
-gli feriva di costa, andarono in rotta: pochi ne morirono, a chi non
-si difese non fu detto nulla. La sera e la notte le Arti vittoriose
-andavano per Camaldoli e per i borghi della città; ma i Ciompi s’erano
-dileguati chi per le case, chi nel contado, e chi per Arno usciti
-fuori nei campi. I pochi e deboli alle volte fanno breve sorpresa ad
-una città, perchè la stessa miseria loro incute negli altri qualche
-rispetto; guardagli in faccia e’ si dispergono, frustrati ancora delle
-giustizie per cui levaronsi da principio.
-
-La mattina del primo settembre i nuovi Signori presero l’ufficio senza
-le solennità usate, ma con la guardia delle sedici Compagnie, ch’erano
-in Piazza grande brigata, e di cento lance di gente d’arme che allora
-erano in Firenze. Michele di Lando non volle uscire alla ringhiera
-nel consueto luogo, ma nella Sala d’udienza diede il Gonfalone in mano
-al nuovo eletto ch’era dei Ciompi; ed egli co’ suoi compagni andarono
-a casa privatamente: ebbe Michele l’onorificenza del pennone e della
-targa ed a lui fu confermata la potesteria che gli era assegnata, e
-i doni e gli uffici a qualcun altro de’ suoi[34] che avesse dato mano
-alla vittoria contro alla setta di quei di Santa Maria Novella. Ma i
-nuovi Signori la stessa mattina assieme ai Collegi ed alle Capitudini
-delle Arti, e al grido di quelli ch’erano in piazza, deliberarono: che
-l’Arte dei Ciompi, ultima aggiunta, fosse abolita; che il Gonfaloniere
-e un altro Priore i quali erano del minuto popolo, chiamati uno il Tira
-l’altro il Baroccio, fossero cassi; che rimanessero le due altre Arti
-di nuovo create, sicchè le minori fossero sedici, rimanendo le maggiori
-sette; che dei Priori fossero quattro delle maggiori Arti e cinque
-delle minori, le quali avessero nella stessa proporzione la maggioranza
-nei Collegi, e che dei due ordini ciascuno avesse alternamente il
-Gonfaloniere. Poi consigliatisi con alcuni savi e discreti cittadini
-a questo effetto richiesti in Palagio, annullarono le esenzioni del
-portare armi ed il respiro di due anni dato ai debiti sotto una certa
-data somma; renderono a favore dei creditori del Monte il pagamento
-dell’interesse, dal che i danari del Monte i quali valevano tredici
-per centinaio, salirono in pochi giorni a ventiquattro. Fecero
-eletta di sessantaquattro ufficiali a fare l’estimo degli averi di
-ciascun cittadino; rinnovarono la taglia di mille fiorini posta a
-Lapo da Castiglionchio, chi lo desse morto o vivo; conservarono a
-Salvestro de’ Medici l’entrata sulle botteghe del Ponte Vecchio, ed
-a Giovanni di Mone quella del Mercato. Crearono Otto per la guardia
-della città, ma senza balía, e che esercitassero la vigilanza su’
-forestieri. Riformarono il Consiglio del popolo in quaranta cittadini
-per quartiere, e in simile numero il Consiglio del Comune, con più
-dieci grandi per ogni Quartiere; con che in ciascuno dei Consigli
-le Arti maggiori e le minori avessero parte eguale. Ordinarono che
-in avvenire i Capitani di parte guelfa fossero undici, due magnati,
-quattro delle Arti maggiori, e cinque delle minori, dividendosi con
-la stessa proporzione gli uffici e collegi e consigli della Parte.[35]
-Annullarono le cavallerie date in mezzo al tumulto; ma resero il grado
-nell’usato modo a trentun cittadini per lo più delle maggiori case, i
-quali prestarono il solito giuramento,[36] e cavalcarono per la terra
-con popolare solennità. Sostituirono al Gonfaloniere levato d’ufficio
-un rigattiere, e Giorgio Scali entrò nel numero dei Priori. Resero
-alle Arti i gonfaloni che per sospetto si tenevano appiccati alle
-finestre del Palagio, e le Arti vennero e se li portarono con grande
-festa ed allegrezza. Gli Otto che avevano governata la guerra col Papa
-lasciarono alla fine, dopo tre anni, l’ufficio. I due di quelli altri
-Otto di Santa Maria Novella, che furono presi poichè Michele di Lando
-gli ebbe feriti, andarono a morte per sentenza pronunciata contro gli
-autori dell’ultima sedizione; dei quali furono condannati nella persona
-e negli averi una trentina ch’erano contumaci. Coteste giustizie
-facevansi in nome d’un governo d’artigiani: il popolo, come in Firenze
-natural signore, non volle sapere di feccia plebea; ed io non so
-quale altro popolo al pari di questo valesse a reggere sè medesimo,
-qualora avesse trovato forme a ciò adatte, e fosse stata vera e sincera
-l’egualità su cui fondavasi la Repubblica.[37]
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO
-D’AREZZO. [AN. 1378-1387.]
-
-
-Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno
-bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di
-forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti
-più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente
-nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono
-vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione
-dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a
-rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè
-alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa
-lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si
-disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi
-facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale,
-strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo
-alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque,
-veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli
-che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro
-contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè
-anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli
-anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato
-tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della
-Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col
-senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica
-suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna
-per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti
-minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i
-sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti;
-nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi,
-imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi
-tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia
-fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il
-fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica,
-Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.
-
-Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica,
-ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e
-a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare
-la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè
-per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli
-altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario,
-e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè
-tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche
-lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti
-che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai
-disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta
-e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci
-pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu
-tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che
-fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri
-sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire
-senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse
-la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in
-lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che
-aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento
-dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno
-di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di
-Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti
-maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.
-
-Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato
-mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di
-maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle
-aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare
-in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano
-i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi
-mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei
-cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano
-gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu
-abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per
-via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la
-distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute
-scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei
-molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei
-maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare
-le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non
-fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa
-troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto.
-Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra
-congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri
-essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San
-Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della
-Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo
-Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e
-d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti
-falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]
-
-Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò
-a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto
-in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i
-fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini,
-se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa,
-usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in
-quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai
-chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei
-Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso
-a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna
-s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e
-avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti
-i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler
-far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra.
-E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di
-sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali
-troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e
-guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove
-sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli
-Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei
-maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al
-Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza
-dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato,
-ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di
-prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e
-la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano,
-e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero,
-con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe
-alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma
-sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse
-loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose
-che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono
-onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una
-cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano)
-il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii
-cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e
-con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi.
-Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito,
-gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto
-un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della
-fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di
-molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni
-medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori
-ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere
-cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il
-capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne
-seguirono altre morti.[39]
-
-A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie
-d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano
-consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie
-minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un
-gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso,
-ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne
-celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano
-a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi
-non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non
-erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual
-pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo.
-Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su
-quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti
-delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano
-iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare.
-Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare,
-a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val
-di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli
-usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e
-dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che
-in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte
-si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia
-per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato
-Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che
-molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in
-Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie;
-dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori;
-uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito
-essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la
-città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma
-già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati
-nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava
-non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro
-promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta
-mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per
-la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame
-e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il
-tedesco marito suo.
-
-Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di
-questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi
-a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento
-che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro,
-si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie
-e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che
-si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le
-cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta
-la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più
-impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi
-delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato,
-quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente.
-Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci
-volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse
-desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di
-sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la
-Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati
-fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli
-artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean
-prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai
-nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie
-pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto
-quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e
-trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi
-vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli
-odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre
-loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi
-nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a
-fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando
-non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si
-ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini
-fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli
-_in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse_, intantochè erano
-posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti
-erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello
-Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate
-quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di
-restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori
-togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli
-dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni
-quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche
-cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se
-ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno
-volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne
-Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino
-suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo
-estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel
-solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il
-beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e
-mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici
-che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e,
-come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse
-disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare
-il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i
-mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i
-lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella
-differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa
-scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione
-dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano.
-Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo,
-si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se
-non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti
-peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni
-giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si
-aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e
-le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette
-private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e
-impotenti.
-
-Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme
-guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei
-conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi
-pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità
-sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi,
-sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco
-per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti
-artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto
-dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che
-a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa.
-Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già
-Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i
-modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse
-ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato
-lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed
-altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti,
-cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal
-Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e
-confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero,
-il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo
-morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava
-ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del
-Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose
-la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo
-Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli
-delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a
-confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano
-a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in
-palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo.
-Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare
-Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse
-avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o
-non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento
-sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore
-che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose
-che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui
-gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata
-la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il
-primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza
-nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi,
-scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua
-famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei
-più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono
-morti e strascinati crudelmente per le vie.
-
-Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero
-il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi
-capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato.
-La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza
-grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse
-l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni
-cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto
-gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una
-petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città
-e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero
-suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi
-alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia
-di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando
-fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori
-e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due
-de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici
-gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del
-Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte
-che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta
-dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il
-Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo
-cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.»
-L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la
-nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo
-in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e
-quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia
-tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni
-uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le
-Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori
-della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i
-due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero
-conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e
-carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti,
-e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese
-prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati
-dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni
-divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il
-78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case
-o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana
-due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il
-terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.
-
-Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo
-avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando
-che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti
-i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle
-loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni,
-per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè
-avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con
-rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di
-loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e
-vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano
-su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai
-grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano
-alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali
-n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse
-l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini;
-e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero
-capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo
-di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella,
-che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto
-e inseguita dall’Aguto.
-
-Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene
-in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con
-l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in
-uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella
-fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero
-incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi
-non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come
-loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della
-comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il
-quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva
-nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato
-a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la
-plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre
-nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato
-dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli
-esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono
-il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre
-era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una
-egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare
-di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi
-legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi
-delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il
-male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere
-questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle
-discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi
-che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo
-agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel
-vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere
-contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già
-nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate,
-e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città
-della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli
-ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità,
-negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male
-intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria
-l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun
-magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi,
-senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua
-propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto
-ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e
-confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a
-tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo
-era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti,
-le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero,
-stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove
-il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non
-soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte
-erano prepotenti e che appellavano _le famiglie_; i Ciompi si erano
-accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi,
-o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione
-dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè
-medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli
-antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi
-rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova
-e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste
-quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal
-reggimento. Quindi nei fatti la confusione.
-
-Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e
-mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente
-posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni
-dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’
-seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai;
-o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più
-di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia:
-abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato
-per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più
-essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non
-bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle
-famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè
-agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette;
-costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio,
-avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e
-che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra
-i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio,
-recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel
-Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza
-era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e
-a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero,
-imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che
-la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei
-quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate
-certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti
-i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento,
-sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e
-i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi
-tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero
-negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle
-maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo
-la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai
-Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per
-le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato
-termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi
-in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si
-commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano,
-come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo
-Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i
-primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato
-a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma
-Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità
-del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte
-della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo
-in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano
-che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la
-meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè
-che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si
-fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre
-centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per
-cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il
-1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo
-nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose
-parvero acquietarsi.[48]
-
-Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova
-Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie,
-un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei
-Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio
-ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi
-piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi
-che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’
-10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano
-sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed
-altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro;
-fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere
-la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la
-terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era
-stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero
-sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di
-afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro:
-e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine
-di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero.
-Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini
-e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi
-incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini
-andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento,
-per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo
-gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e
-le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date
-ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei
-tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque
-cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando:
-gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine.
-In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero
-forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte
-corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto
-operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la
-maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’
-quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode
-Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu
-sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu
-detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi
-represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di
-continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da
-lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui
-colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno
-smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i
-guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli
-voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo
-conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano
-artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali
-faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei
-buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici
-si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e
-niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51]
-
-Vedemmo Arezzo essere tenuto in possessione da Carlo, novello re di
-Napoli: un Vicario di lui avendo a fine di pace fatto rientrare nella
-città i Tarlati e gli Ubertini e gli altri oramai da quarant’anni
-fuorusciti di fazione ghibellina, questi con la potenza di fuori
-e le aderenze che aveano dentro ne divennero come padroni così da
-costringere gli amici stessi del Re a fuggirsi nella rôcca. I quali
-sapendo il conte Alberigo da Barbiano ed altre masnade stare ne’
-confini di Perugia, lo chiamarono che gli aiutasse a racquistare
-la terra. Parve a lui meglio farne suo prò, ed occupata la diede in
-preda a’ suoi soldati, che la misero a sacco e vi dimorarono più mesi,
-infinchè essendosi contra loro fatta lega delle città di Toscana, si
-condussero nel Regno. Scendeva in Italia, a questi tempi, di Francia
-con grande forza di cavalli il Duca d’Angiò, chiamato dalla regina
-Giovanna di Napoli suo figlio adottivo e successore nel regno, d’onde
-egli veniva a cacciare Carlo di Durazzo: mandava per tutte le città
-d’Italia con larghe profferte, pure che seco si collegassero. E
-dall’altra parte Carlo alla Repubblica ricordava l’antica amicizia,
-ed essere il Duca d’Angiò venuto per la oppressione di papa Urbano e
-della Chiesa, egli aderendo all’Antipapa che avea dimora in Avignone.
-Non potean altro i Fiorentini che starsi neutrali; ma Carlo aveva
-grande favore nelle famiglie che più salivano in potenza, talchè a
-soccorrerlo senza fare altra più aperta dimostrazione fu trovato
-questo modo, che licenziato Giovanni Aguto ne andasse a Roma con
-danari che i Fiorentini gli aveano dati in nome del Papa. Così l’Aguto
-passò a Napoli, e fu grande aggiunta alle forze di quel Re; ma di ciò
-si tenne molto offeso il Duca d’Angiò, e scrisse in Francia perchè
-fosse fatta rappresaglia sopra alle robe ed alle persone dei mercanti
-fiorentini. L’anno dipoi 1384 un’altra grossa Compagnia di Francesi
-venne a rinforzo del Duca d’Angiò: la conduceva Enguerramo Signore
-di Coucy, il quale disceso di Lombardia in Toscana, prima si fermava
-presso a San Miniato, poi su quel di Siena, dove i fuorusciti d’Arezzo
-veniano a lui con la promessa di fargli occupare quella città per le
-intelligenze che avevano dentro. Accettò l’offerta, ed occupò Arezzo
-non senza battaglia contro a’ cittadini che validamente la difesero;
-ma non prima ne fu egli al possesso, che giunse novella essere in
-Puglia venuto a morte il Duca d’Angiò: dal che ebbe fine quella
-impresa che si faceva per lui, ed i Francesi d’Arezzo, che a tornare
-in Francia abbisognavano di moneta, pensarono vendere ai Fiorentini
-quella città. Più volte avevano questi avuto discorsi di vendita dai
-vari che l’avevano occupata, e fin dai Tarlati; nè certo si stavano
-dal fare disegni sulle fortune d’Arezzo, ora che lo Stato di Firenze
-era venuto in mano di pochi ai quali importava rialzare se stessi con
-le imprese di fuori, e che avevano a condurle assai maggiore abilità.
-Dunque il Coucy vendeva Arezzo per quaranta mila fiorini d’oro:
-quanti degli Aretini fossero allegri di quel mercato noi non sappiamo;
-questo bensì, che se ne fecero in Firenze grandi allegrezze e giostre
-e luminarie; ma si trova che avessero speso intorno solamente alla
-città d’Arezzo duecento mila fiorini. Il bello si fu che nell’atto
-di cessione diceva il Coucy donare Arezzo ai Fiorentini pel grande
-amore e devozione che avevano essi portato sempre alla Reale Casa di
-Francia, e perchè avevano posseduta più anni prima quella città: per
-un altro atto del giorno stesso i fiorini, ch’erano la somma di tutto
-il negozio, veniano al Coucy per essersi egli astenuto da ogni danno
-sopra le terre della Repubblica: Iacopo Caracciolo, il quale teneva pel
-re Carlo tuttavia la rôcca d’Arezzo, la cedè subito. Così la Repubblica
-di Firenze venne in possessione della città d’Arezzo e del suo contado
-e sue dipendenze. Donato Acciaiuoli, Commissario per i Fiorentini,
-condusse con molta sua lode le pratiche per l’acquisto; e ricevuto
-l’atto di dedizione, ordinava poi tutto il governo del nuovo Stato:
-abbiamo a stampa gli atti e i documenti a ciò relativi nella più volte
-lodata collezione dei Capitoli del Comune di Firenze.[52] Molte grosse
-terre di Valdichiana vennero tosto in balìa dei Fiorentini, sebbene
-Lucignano e Monte Sansavino fossero più a lungo disputate dai Sanesi:
-Marco Tarlati cedeva Anghiari con più castella di Val di Tevere: poi
-tutte le altre fino a Pietramala, antico nido di una famiglia tanto
-nemica dei Fiorentini, vennero in mano della Repubblica; alla quale si
-diedero pure in accomandigia gli Ubertini e quei di Montedoglio ed i
-Faggiolani ed altri, d’onde ebbero i Fiorentini breve guerra col Conte
-d’Urbino. E quindi anche venne a pigliare contro essi grande ira papa
-Urbano, sebbene lui solo riconoscessero vero papa, nè mai piegassero
-alle sollecitazioni di quel d’Avignone ch’era protetto dai Re francesi.
-In questo tempo ebbe termine la guerra tra Veneziani e Genovesi tanto
-grandiosa e memorabile, la quale ha nome di guerra di Chioggia. Amedeo
-Conte di Savoia era stato arbitro per la pace, quei principi essendosi
-allora ingeriti per la prima volta nei fatti d’Italia. Ai Veneziani
-era imposta la demolizione dei castelli costrutti da essi nell’isola
-di Tenedo, con l’obbligo intanto e finchè non attenessero la promessa
-di depositare in mano al Comune di Firenze centocinquanta mila fiorini
-d’oro in tante gioie; il che fu occasione a qualche vertenza prima che
-il fatto restasse compiuto.[53]
-
-Nell’estate del 1383 era di nuovo la peste entrata in Firenze, dove
-morivano fino a due e tre e quattrocento persone al giorno, ma più di
-giovani e fanciulli, che d’uomini e femmine di compiuta età. Fuggiva
-chi poteva, e si temette, partendosi i ricchi, la gente minuta non si
-accozzasse co’ malcontenti e facesse novità. Quindi per legge imposero
-una multa a chi se ne andasse, e col ritratto di questa soldarono
-gente. Imperocchè gli uomini delle famiglie primarie che già tiravano
-a ristringere in pochi lo Stato, aveano continue intelligenze co’
-nuovi capitani delle Compagnie che in oggi erano italiani, e come
-nobili fuorusciti o privati nelle città loro del grado che ambivano,
-poneansi di grande animo ai servigi degli ottimati, che già in questi
-anni prevalevano per tutta Italia generalmente. Il popolo intanto
-aveva perduta nei passati sconvolgimenti la superbia di sè stesso,
-e il commercio della seta venuto in grande auge negli ultimi anni di
-questo secolo, insieme alle nuove ricchezze creava nuove dipendenze,
-e un adagiarsi nei godimenti nei quali gli animi si rendevano parati
-e docili a ogni signoria. I Ciompi riapparvero dopo il 1382, ma come
-stracchi per mosse brevi che gli mostravano di già vinti; e quella
-parte ch’era venuta su, fortificavasi ogni giorno con le aderenze di
-fuori e con le pratiche al di dentro, così da rompere ogni ostacolo. In
-Siena il Governo che da più anni era nelle mani del popolo basso, tornò
-all’ordine dei Nove che si componeva de’ più alti cittadini: la parte
-che in Firenze si mantellava col nome guelfo, in Siena promosse questa
-mutazione nello Stato, mandandovi anche ambasciatori sotto pretesto di
-cercare la concordia; e celebrò il fatto col suonare le campane e coi
-falò e le armeggerie, sebbene a molti quelle cose dispiacessero, come
-fatte alla oppressione loro.
-
-Uno degli ambasciatori mandati a Siena era Benedetto degli Alberti
-che dapprincipio non voleva, ma gli fu risposto andasse a Siena o a
-confine; onde nell’ambasceria tirando in senso contrario a quello dei
-suoi colleghi, venne a rendersi più maleviso alla parte che reggeva,
-cui pareva essere Benedetto un grande ostacolo da rimuovere. La
-famiglia degli Alberti (diversa dai Conti dello stesso nome, signori
-antichi delle castella in Val di Bisenzio che poi furono de’ Bardi)
-era in Firenze potentissima per le ricchezze, vivendo splendida sopra
-le altre e guadagnandosi con le limosine e la larga benignità dei
-costumi il favore popolare. Niccolò Alberti moriva l’anno 1377 ricco,
-si diceva, di sopra a trecento migliaia di fiorini che il padre suo
-aveva acquistati con la mercatura per varie parti della cristianità,
-massimamente dei panni francesi e delle lane dell’Inghilterra. Ebbe
-egli esequie magnificentissime, nelle quali più di cinquecento poveri
-lo piansero alla bara, senza contare quei molti altri nascostamente
-beneficati che lui piangevano per le case.[54] Quando nel 1384 si
-festeggiava l’avvenimento di Carlo di Napoli alla corona d’Ungheria,
-gli Alberti fecero apparato di torneamenti e di giostre che bene
-potevasi convenire ad ogni gran principe. Benedetto godeva il favore
-che a lui davano le ricchezze, l’autorità delle cose fatte, e certa sua
-prudenza facile nei consigli; talchè lo troviamo lodato, sebbene fosse
-egli nel 78 primo a chiamare il popolo in Piazza, avesse poi cercata
-la morte di Piero degli Albizi, poi fosse ministro a quella di Giorgio
-Scali. Un parente suo di nome Cipriano, quando fu tratto Gonfaloniere
-se ne adombrarono gli avversari; e s’egli avesse voluto usare il grande
-seguito che aveva presso agli artefici, si temette potesse volgere la
-Repubblica. Avvenne dipoi l’anno 1387 che essendo uscito gonfaloniere
-un Filippo Magalotti, il quale aveva per moglie una figliuola di
-Benedetto, ma non arrivava ai 45 anni, età voluta pe’ gonfalonieri,
-fu al Magalotti vietato pigliare l’ufficio e invece sua tratto Bardo
-Mancini. Di che fu tumulto e creata una Balìa, nella quale entrava
-lo stesso Benedetto per essere uno dei gonfalonieri di compagnia. Pur
-nonostante quella Balìa privava d’ogni ufficio tutta la famiglia degli
-Alberti, eccetto pochi ch’ebbero grazia, e confinava Benedetto fuori
-delle cento miglia.[55] Questi esulò in Genova; poi andato a visitare
-il Santo Sepolcro, nella tornata moriva in Rodi, d’onde il corpo suo
-portato in Firenze ebbe solenni esequie in Santa Croce. Così fino
-all’ultimo il nome suo rimase in pregio, per quale merito non sappiamo.
-Così avendosi d’in su gli occhi levato quell’uomo e abbassata quella
-schiatta di cui potessero più temere, confinarono oltre quell’Adimari
-che assai co’ Ciompi se la intendeva, taluni del popolo più minuto;
-e per sempre posero a sedere intere famiglie, tra le quali erano gli
-Scali, i Covoni, i Mannelli, i Rinuccini. Il dì medesimo vennero alla
-Piazza molti di case possenti con fanti armati, e domandavano che altri
-fossero levati di Firenze come fautori degli ammoniti, dei fuorusciti
-e dei ghibellini; al che i Signori, armati anch’essi in quel frattempo
-di gente a piedi ed a cavallo, non consentirono; ma questo si ottenne,
-che tutti coloro i quali avessero nell’85 vinto il partito, entrassero
-senza altra solennità nelle borse; talchè v’entrarono più di trecento
-uomini e molti garzoni e fanciulli: cotesto era vizio da più anni
-usato, che i reggitori vi mettessero dei figli loro e discendenti che
-non giungevano all’adolescenza, ed allo squittinio venivano nomi di
-tali che erano nelle fasce.[56] Deliberarono che le minori Arti, le
-quali avevano prima il terzo nel priorato ed in altri uffici, avessero
-il quarto, e salvo alcuna particella, la quale era data ai grandi,
-tutto il resto alle sette maggiori; e a queste le grosse potesterie
-ed i vicariati: imposero pene gravissime ai forestieri se accettassero
-alcuno ufficio della città. Da ultimo fecero anche una borsa separata
-dei più confidenti a quello Stato così ristretto, dei quali almeno in
-ogni priorato ne fossero due; gli chiamavano i Priori del Borsellino,
-dappoichè il popolo di Firenze pareva oramai ridotto a quel solo usato
-sfogo del motteggiare. Il Gonfaloniere che tante cose aveva fatte,
-ebbe in dono un cavallo coverto con le armi della Parte guelfa ed altre
-nobili onoranze.[57]
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO VISCONTI. COSTITUZIONE D’UN
-GOVERNO D’OTTIMATI. [AN. 1387-1402.]
-
-
-Quando avvenivano queste cose, la Repubblica vedeva già incontro a
-sè una guerra di grande pericolo, essendosi posta innanzi sola per la
-difesa delle città libere contro alla più vasta e ambiziosa Signoria
-che insino allora fosse in Italia. La potenza dei Visconti, benchè si
-reggesse nel nome di Bernabò, era divisa tra due fratelli; dei quali
-Galeazzo essendo morto, ebbe a successore il figlio Giovanni Galeazzo
-che avea titolo di Conte di Virtù, giovane di smisurata ma coperta
-sete d’impero, e che s’ingegnava con la dolcezza dei costumi, col
-biasimare le guerre e in ogni cosa mostrarsi di quieta natura, tirando
-a sè l’amore dei popoli, addormentare i sospetti del feroce Bernabò,
-cui pareva essere il nipote timido e inerte ed inclinato alle arti di
-pace ed alle opere di devozione. La fama andava dietro al giovane, ed
-era opinione che Bernabò lo volesse giugnere; ma Galeazzo anticipò,
-ed avendo con sottile inganno preso lo zio che gli andava incontro
-sopra una via maestra, lo chiuse in carcere, e indi a pochi giorni lo
-fece morire: le città, le armi e le ricchezze della grassa Lombardia,
-subito ubbidirono a Giovanni Galeazzo. Egli pauroso della persona sua,
-quanto era audace nelle imprese per altri condotte, vivendosi chiuso
-e cinto d’armati nel castello di Pavia, sapeva dirigere con singolare
-accorgimento le pratiche insieme alle militari spedizioni; non faceva
-pace che in sè non covasse più semi di guerra, nè guerra senza essere
-pronto a giovarsi degli accordi. Grande contesa era tra ’l Signore di
-Verona e quello di Padova; Giovanni Galeazzo, dopo lunghi avvolgimenti,
-dichiaratosi pel Carrarese, ebbe Verona ponendo fine alla signoria
-degli Scaligeri; dipoi Vicenza, e per sopraggiunta voltosi contro a
-Francesco da Carrara che aveva tradito, assalì Padova l’anno 1388.
-I Veneziani, badando solo a quel grande odio ch’essi portavano ai
-Carraresi, e per allora avendo massima di non impacciarsi troppo dei
-casi di terraferma, avevano lasciato estendersi le armi e la potenza
-del Visconti fin sulle sponde dell’Adriatico. Quel da Carrara, per
-lunghi casi e miserevoli sottraendosi all’iniquo vincitore, scampò in
-Firenze a lui benevola.[58]
-
-Ma era Giovanni Galeazzo di coloro ai quali non basta sola un’impresa,
-e dove non abbiano alle mani cento fila, temono incontro agl’ignoti
-eventi d’essere côlti alla sprovveduta, nè alla loro indole
-soddisfanno. Aveva disegni anche sulle cose di Toscana; e ad un
-ambasciatore fiorentino disse volere mutare titolo, e fu inteso che
-divisasse egli farsi re.[59] Nè a ciò mancavano le occasioni: in
-pezzi l’Italia, ed all’intorno imperi deboli; armi vendereccie, ed
-egli copioso di tanta moneta che nessun principe l’agguagliava:[60]
-Napoli consunta da interminabili guerre e di nuovo minacciata, la
-Chiesa divisa. Contro a Firenze erano accesi dopo l’acquisto d’Arezzo
-i sospetti dei vicini, che un governo ora stretto in pochi vedeano
-fatto più aggressivo; Perugia aveva nelle sue mura chiamato il fiero
-Papa Urbano, e cacciato quella parte che più aderiva ai Fiorentini.
-Questi, padroni di tutte le altre terre e fortezze di Val di Chiana,
-aveano costretto a porsi sotto al vassallaggio loro il Signore di
-Cortona, il quale da prima era censuario dei Senesi; teneano pratiche
-in Montepulciano, dove eccitata una ribellione contro alla Repubblica
-di Siena, occuparono la terra co’ loro soldati siccome arbitri nel
-dissidio; poi fatti venire in Firenze ambasciatori dei Montepulcianesi,
-questi come di soppiatto la descrissero nel libro della Camera della
-Repubblica,[61] chè in palese non si ardiva fare ai Senesi cotale onta.
-Quindi, a meglio assicurarsi, fatte venire in Toscana certe compagnie
-straniere le quali giravano per l’Italia cercando pane, le mandò
-sotto bandiera libera a minacciare i Perugini e a fare danni su quel
-di Siena. I Senesi allora chiesero d’aiuto il Signore di Milano, il
-quale bramoso di porre le mani nelle cose di Toscana, mandava loro alla
-sfilata ed a più riprese tre migliaia di soldati sotto le insegne di
-Giovanni d’Azzo degli Ubaldini rinomato capitano, e di Giantedesco dei
-Tarlati,[62] entrambi nemici capitalissimi sopra tutti della Repubblica
-di Firenze. Così era guerra tra ’l più possente signore d’Italia e
-la Repubblica (tranne Venezia) più possente, senza che alcuna delle
-due parti spiegasse in campo le sue bandiere. Lucignano fu ripresa ed
-altre castella tolte ai Fiorentini: sotto la bicocca di San Giusto alle
-Monache nel Chianti vennero per la prima volta in questa parte d’Italia
-adoperate le bombarde.[63] Poco dipoi Giovanni d’Azzo infermò e in
-Siena venne a morte. Grande era frattanto la sospensione degli animi
-all’appressarsi d’una guerra, la quale sembrava volere invadere tutta
-Italia; ed il vecchio Piero Gambacorti, usando l’antica amistà co’
-Fiorentini, con grande animo attendeva a procurare un accordo: godeva
-di molta autorità presso gli altri principi e signori per la prudenza
-e bontà sua; talchè alla fine gli riuscì farsi mediatore d’una lega,
-per la quale a Pisa intervennero ambasciatori del Duca di Milano, dei
-Fiorentini e dei Senesi e delle altre città di Toscana, e dei Signori
-di Lombardia e di Romagna in molto numero.[64] Non fu stipulata mai
-nell’Italia confederazione tanto vasta, nè tanto solenne, nè tanto
-inutile per gli effetti che tosto svanirono. Montepulciano, cagione
-prima della guerra, non fu ai Senesi restituita che fintamente, ed
-in Siena stessa una ribellione fu tramata co’ nobili fuorusciti per
-introdurre ivi le masnade che i Fiorentini teneano sempre nei luoghi
-all’intorno, mentre che i Senesi viepiù si stringevano al Signore di
-Milano: il quale cacciava indi a pochi dì dalle sue terre i Fiorentini,
-e facea ritenere Giovanni Ricci che andava in Francia ambasciatore,
-maltrattandolo e negando poi restituirlo, perchè l’anno innanzi avea
-caldamente orato in Consiglio contro al Visconti e (diceva questi)
-messo a partito di avvelenarlo.[65] Fidava poi molto nelle corruttele,
-trovandosi avere egli comprato in Firenze stessa la rivelazione di
-alcuni segreti per mille fiorini d’oro da un Bonaccorso di Lapo ch’era
-stato due volte Gonfaloniere: confessava costui la colpa, onde ebbe
-bando e fu dipinto per traditore. Inoltre il Visconti con le pratiche
-di dentro e co’ soldati di fuori studiavasi tôrre a Piero Gambacorti la
-signoria di Pisa, ed ai Fiorentini ribellare Samminiato e più castella
-su quel di Arezzo, dando mano ai signori antichi ed ai gentilotti,
-i quali n’erano spossessati. Infine la guerra dalle due parti era
-protestata nella primavera dell’anno 1390.
-
-In questo mezzo Francesco da Carrara, condotto com’era da infaticabile
-passione, aveva potuto ritorre Padova al Visconti con grande letizia
-di quei cittadini; e Verona per subito movimento scuotendo il giogo
-che la opprimeva, stava tra ’l porsi in libertà o richiamare un
-fanciullo rimasto in vita degli Scaligeri. Nelle quali divisioni
-bentosto accorrendo le armi di Giovanni Galeazzo, spensero nel sangue
-della infelice città la ribellione; e avendo impedito che Vicenza
-si muovesse, si spinsero innanzi infin sotto Padova a soccorso del
-Castello, il quale tuttora si teneva pel Visconti. Cotesti fatti
-vennero in punto a rinnalzare alcun poco gli animi de’ Fiorentini,
-i quali avendo in Toscana molta guerra intorno a Siena e ad Arezzo,
-vedevano anche pericolare Bologna, antica difesa delle città guelfe
-contro a’ Signori di Lombardia. Richiamarono con grande fretta Giovanni
-Aguto, ch’era sempre in Puglia ai servigi della vedova di Carlo di
-Durazzo, e assoldarono Rinaldo Orsini buon capitano, che avendo appena
-raccolte sue genti moriva all’Aquila; ma l’Aguto per vie nascoste
-sottraendosi alle armi nemiche, era giunto con due mila lance al
-soccorso di Bologna; intorno alla quale Iacopo del Verme, principale
-capitano del Visconti, con forte esercito campeggiava, assistito
-dal favore di presso che tutti i signorotti di Romagna, che stavano
-col più forte. L’Aguto, riuscendo con grande maestria a prevalere in
-molti assalti di qua dal Po, conduceva infine le armi sue a Padova,
-costringendo il marchese di Ferrara, il quale inclinava verso il
-Signore di Milano, a porsi in lega co’ Fiorentini. Già intorno a Padova
-era giunto un altro soccorso, ma insufficiente: il Carrarese aveva
-mosso contro al Visconti il duca Stefano di Baviera, marito a una
-figlia dell’ucciso Bernabò, e i Fiorentini gli aveano dato ottantamila
-fiorini perchè scendesse in Italia con dodicimila cavalli: scendeva
-con la metà del promesso numero, e bastato solamente alla riscossa di
-Padova, ritornava quindi in Germania senz’altro effetto, o non volesse
-o non sapesse o anch’egli fosse corrotto dall’oro di Giovanni Galeazzo.
-L’Aguto, avendo inutilmente tentata Vicenza e Verona che trovò essere
-ben guardate, potè spingersi però infino all’Adda, sulle cui sponde
-celebrarono i Fiorentini correndo i palii, com’era usanza, il dì
-solenne di san Giovanni.[66]
-
-Quivi aspettava in forte sito il Capitano della Repubblica infinchè a
-lui si congiungesse un altro esercito che scendeva contro al Visconti
-giù dalle Alpi. Dappoichè le Sicilie furono date in Regno ad una
-famiglia di Francesi, più non cessarono questi d’immischiarsi nelle
-faccende d’Italia, ed ora un altro Duca d’Angiò rivendicava con le
-armi le ragioni della spossessata regina Giovanna, della quale era
-fatto erede. Bene i Fiorentini si tennero fuori da tale contesa, invano
-adopratisi a conciliarla con che il figliuolo del Duca d’Angiò sposasse
-la figlia rimasta di Carlo di Durazzo: e quando cercarono dal re di
-Francia Carlo VI aiuto nella guerra di Lombardia, proponeva questi
-due condizioni; riconoscessero come legittimo e vero papa quel suo
-d’Avignone, e al Re pagassero un tributo ancorchè minimo, onde avesse
-egli alcun titolo a pigliare i Fiorentini in protezione. Rifiutarono,
-perocchè l’una delle due cose importava incostanza nella fede, e
-l’altra diminuzione di libertà. Ma si apriva loro in Francia altra via,
-e senza obblighi verso il Re; appresso a lui poteva molto il fratello
-Duca d’Orléans, recente marito a una figlia di Giovan Galeazzo, a
-quella poi tanto ricordata Valentina, dalla quale cento anni dopo un
-altro ramo di Re francesi pretendeva tenere un diritto al ducato di
-Milano. L’oro del suocero accresceva la potenza di quel Duca d’Orléans,
-contro del quale stavano gli altri principi del sangue, e acerbo
-nemico il Duca di Borgogna: questi volendo abbassarne la grandezza,
-metteva innanzi il conte Giovanni d’Armagnac, la cui sorella sposa
-a Carlo primogenito di Bernabò Visconti non si dava pace di vederlo
-privato ed esule e insidiato sempre. Incitava essa quindi il fratello a
-pigliarne la vendetta, e quel di Borgogna faceva che sotto le insegne
-di lui si raccogliessero in gran numero i soldati allora dispersi di
-certe bande che aveano prima desolato le provincie intorno al Rodano
-e alla Loira.[67] I Fiorentini somministrarono all’Armagnac in due
-paghe centocinque migliaia di fiorini, e molti più ne promettevano
-quando avesse condotto a fine l’impresa. Scendeva costui ne’ piani di
-Lombardia con la forza di quindicimila cavalli, ed era dato ordine si
-congiugnesse con Giovanni Aguto, che stando sull’Adda divisava farglisi
-incontro verso Pavia. Non sia chi si vanti più animoso dei Francesi,
-ma era in Italia più arte di guerra; scorrevano quelli pei grassi
-piani di Lombardia fidatisi andare a facile preda:[68] ma era consiglio
-d’Iacopo del Verme guardare le terre, tra le quali avendo munita quella
-di Alessandria con forte presidio ed all’insaputa dei nemici, questi
-crederono espugnarla tostochè se l’ebbero incontrata sulla via, mentre
-muovevano giù da Asti. Discesi a terra per dare l’assalto, lasciarono
-addietro i loro cavalli; addosso ai quali venuto ad un tratto il
-Capitano del Visconti, gli prese o disperse, e quindi volgendosi
-con la sua buona e grossa mano di uomini d’arme, percosse incauta e
-sprovveduta l’oste dei pedoni, la quale già era impegnata fortemente
-contro ai soldati della Fortezza. Fu grande la rotta che toccarono i
-Francesi, e la fuga sparpagliata senza cavalli e senza capo; imperocchè
-l’Armagnac, vinto dal caldo ch’era eccessivo il giorno 25 luglio 1391
-e dall’angoscia dell’animo, avendo bevuto molta acqua, fu colto da un
-subito accidente, del quale moriva il giorno dipoi. È da vedere come
-la morte di questo Signore venga narrata prolissamente dal cronista
-francese Froissart, il quale alle volte ti sembra storico e alle volte
-romanziere. Dei fuggitivi presi in caccia dai soldati d’Iacopo del
-Verme quanto distendesi il Piemonte infino alle Alpi, molti rimasero
-prigionieri; uccisi molti altri per le strade di Savoia, e quindi giù
-pel Delfinato insino al Rodano e alla Senna, dove gli avanzi di quelle
-terribili bande già tanto crudeli non trovavano pietà, pochi e miseri e
-mendichi tornati essendo alle loro case.[69]
-
-I Capitani del Visconti nella letizia di tanta vittoria condussero
-senza porre tempo in mezzo le armi loro sopra l’Adda, sperando
-avere facilità quivi di rompere Giovanni Aguto; che sarebbe stato
-fiaccare del tutto le forze nemiche e porre termine alla guerra. Ma
-questi già vecchio e prudentissimo capitano, appena sentita la rotta
-dell’Armagnac, ritraendosi alcun poco e con buon ordine lentamente fin
-verso Cremona, quivi sostenne con suo vantaggio un primo assalto, e
-poi varcato co’ nemici sempre addosso l’Oglio ed il Mincio, indi pe’
-confini di Verona e di Vicenza pervenne con frettoloso cammino sulle
-terre padovane, facendosi spalla di Francesco da Carrara che teneva la
-città. Ma era suo fine portare l’esercito alla difesa di Toscana; al
-che gli restava ultimo e più difficile impedimento il fiume dell’Adige,
-intorno al quale era il terreno allagato dai nemici che sempre a
-tergo lo inseguivano: passò tra le acque felicemente,[70] e avendo
-amiche le terre estensi e le bolognesi, ebbe poi facile e sicura la
-via fin dentro ai confini di Toscana. Quivi era di lui ansietà eguale
-al desiderio, imperocchè Iacopo del Verme già vi era disceso a grandi
-giornate per l’Alpe di Lunigiana, ed era già intorno a Lucca ed a Pisa,
-mentre l’Aguto da Pistoia, passato l’Arno, gli venne a chiudere le vie
-di Siena e di Firenze ponendo il campo a Samminiato. Era consiglio
-d’Iacopo del Verme andare a Siena battuta forte dai Fiorentini che
-ivi tenevano, sotto Luigi da Capua figlio del conte d’Altavilla,
-un esercito di quattromila cavalieri e duemila fanti tra italiani e
-tedeschi consueti a’ soldi d’Italia: e quindi lasciando l’Aguto a’ suoi
-fianchi, per la via di Volterra girò a Siena, dove ingrossatosi delle
-genti che potè ivi raccorre e forte di sopra a diecimila cavalli, si
-condusse voltando indietro a Poggibonsi. Quivi l’Aguto già era accorso
-a guardare il passo, ma non parendogli di bastare contro al troppo
-grande numero dei nemici, si chiudeva nelle castella; ed intanto quelli
-a file serrate procedendo per la valle d’Elsa, in due o tre giornate
-vennero nel piano di Pistoia. L’Aguto, seguendogli, poneva il campo
-vicino a loro presso Tizzana, dove grande aiuto gli sopravvenne di
-genti del contado di Firenze e di collegati; chè sola Bologna aveva
-mandato duemila cavalli e quattrocento balestrieri. Quindi al Capitano
-del Visconti parve ritrarsi inverso Lucca; lo inseguiva l’altro, e
-avendo colta in sulla Nievole la retroguardia sprovveduta, l’assalì e
-percosse con suo grande vantaggio, avendo anche preso Taddeo del Verme
-che la comandava, congiunto del Capitano.[71] Ma qui per allora finiva
-la guerra: il Doge di Genova Antoniotto Adorno aveva più volte mandato
-a Firenze proposizioni di pace, della quale era molto desideroso Piero
-Gambacorti, ed a promuoverla s’adoprava il nuovo papa Bonifazio IX;
-Giovan Galeazzo era pronto sempre a vantaggiarsi per via d’accordi.
-Infine elessero le due parti a comuni arbitri l’Adorno in suo proprio
-nome, e il Gran Maestro di Rodi Ricciardo Caracciolo legato del Papa,
-e terzo arbitro il Comune e popolo di Genova. Pronunziarono insieme
-il lodo; per cui rimase a Francesco da Carrara Padova, ch’era il
-principal momento di quella contesa, con che al Visconti pagasse per
-cinquant’anni diecimila fiorini l’anno: i fuorusciti di Siena, tra’
-quali nobilissime famiglie i Malavolti ed i Tolomei, riavessero i
-beni, ma senza però tornare in patria, il che volevano con grande
-istanza i Fiorentini; le castella si rendessero dalle due parti; ed al
-Visconti non fosse lecito mandare sue genti in Toscana, se non quando
-patissero offesa i Perugini o i Senesi che a lui erano collegati.
-Nei pochi mesi di quella guerra i Fiorentini aveano speso un milione
-e duecentosessantaseimila fiorini d’oro, secondo che scrive Lionardo
-Aretino avere trovato nei Libri della Camera del Comune. I cittadini
-aveano pagato tanti danari, che quasi niuno poteva più pagare, e
-molti erano rimasti deserti. Aveva il Comune sì grande il debito, che
-presso che tutte le rendite sue ne andavano a pagare l’interesse del
-Monte; e quindi stretti dalla necessità, fecero molti provvedimenti
-ad accrescere le entrate e diminuire l’interesse, i quali erano contro
-alla fede data, e molti cittadini ne ricevettero grandi danni; ma pur
-sel patirono. Tra le altre cose fu ordinato si ritenesse ogni anno
-la quarta parte dell’interesse, e coi danari ritenuti gli ufficiali
-del Monte comperassero dai creditori al minor pregio che potessero i
-titoli iscritti, a fine di scemare via via la somma del debito posato
-sul Monte, secondo che era, siccome vedemmo, antica usanza nella
-Repubblica.[72]
-
-Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii
-restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in
-segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di
-soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare
-guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario
-tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve
-quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale
-assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense
-e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori
-delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del
-Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla
-stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la
-guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico
-alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto
-però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando
-Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a
-lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa
-gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da
-gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran
-presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente
-Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva
-allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni
-più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano
-traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi
-un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi;
-quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare
-colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo.
-Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni
-Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi.
-
-In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle
-Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere
-tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe,
-e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che
-più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano
-il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di
-verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un
-secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che
-voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti
-maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta
-la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o
-fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87
-manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore
-degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte;
-ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse
-contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che
-agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della
-Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il
-popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo
-i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi;
-patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi,
-non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani.
-
-Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di
-giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva
-sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e
-quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a
-Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso
-nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo
-si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni
-altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni
-di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di
-ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze
-di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato
-al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là
-dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi
-a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere
-gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e
-tormentati, dissero cose _vere e non vere_, e nominarono come fautori
-di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in
-città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse,
-nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a
-parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu
-data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior
-numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro
-che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano
-serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro
-gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia
-Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata
-a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori
-e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito,
-ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse
-ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse
-tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo
-suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di
-quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè
-avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale
-termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa
-tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere
-suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta
-la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato
-l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino,
-che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo
-Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale
-effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o _gentiletti_
-si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad
-_essere principali_.[74]
-
-Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni
-contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata
-con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il
-più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii
-di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti
-rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero
-bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a
-Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del
-confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di
-obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli
-averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75]
-In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che
-attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da
-Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi
-era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed
-altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello
-che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora
-solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento
-balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella
-stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme
-e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con
-l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie
-dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in
-quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio
-ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi
-fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che
-per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto
-d’alcuni pochi luoghi designati.
-
-Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni,
-una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente
-andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono
-in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro
-addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al
-che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì
-altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei
-Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini,
-Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente
-di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle
-Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che
-rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse
-l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo
-che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè
-molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri
-e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza.
-Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli
-artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che
-la città non rimanesse _sotto le branche di quella famiglia_: parole
-quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle
-branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi
-memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon
-ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto,
-Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni
-insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva
-dipoi, non senza gloria, la Repubblica.
-
-Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e
-Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato,
-ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la
-quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era
-uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti
-una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di
-guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado,
-ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non
-volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della
-rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi
-reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse.
-Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il
-più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che
-il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e
-sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori
-ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano
-confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’
-consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli
-l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe
-primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe.
-Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel
-1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio
-del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei
-meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una
-Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui
-parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la
-restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene
-fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con
-un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come
-spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al
-padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso
-volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione.
-Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia
-in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in
-Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo
-di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che
-doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e
-gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo
-consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui
-varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto,
-e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79]
-Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non
-bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non
-volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero,
-o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto,
-aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e
-i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per
-città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci
-voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la
-vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza
-cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per
-venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di
-lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in
-che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli
-cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza,
-mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono
-condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di
-minor conto.[80]
-
-Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche,
-dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era
-piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era
-un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati
-da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti
-in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui
-morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie,
-dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno
-speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando
-indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini
-a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si
-fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa,
-gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e
-seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.»
-Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando
-ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa
-Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e
-là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a
-piè dei loro palagi stessi.
-
-Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come
-in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo
-da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli
-usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero
-molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere
-la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della
-Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro
-mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza
-la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato
-cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria.
-Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un
-monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della
-testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora
-volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta
-cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli
-Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli
-Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche
-furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli
-Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica.
-Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i
-Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si
-trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte
-comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva,
-senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare
-dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che
-nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che
-in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le
-case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della
-famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna
-degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena
-mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse
-nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore;
-e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella
-persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti
-quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro,
-e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente
-riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica.
-
-Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni
-Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori
-capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni
-Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di
-Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i
-Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite
-alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio
-al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la
-guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini
-entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio
-dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano
-fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava
-Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali
-cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava
-stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare
-assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano
-scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia;
-tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita
-bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli
-la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo
-s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta
-dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai
-nemici del Visconti il poco valido suo aiuto.
-
-La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle
-magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie;
-frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti,
-e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti
-soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada:
-i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al
-tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad
-essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni
-cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata
-dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo
-nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao,
-figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita
-sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte
-contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno,
-a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e
-salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio
-di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria,
-perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero
-lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di
-Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove
-era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il
-soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre
-della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean
-chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano
-contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava
-pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro
-al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza,
-qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in
-questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che
-mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi
-di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a
-Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso
-Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di
-nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva
-pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al
-Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni
-loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da
-Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare
-nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, _nè contro alla libertà_
-d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini _meglio essere
-che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai
-Francesi_;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed
-altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già
-avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare
-ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo
-cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia.
-
-Il Duca frattanto, il quale teneva in Toscana piede fermo a Siena ed
-a Pisa, fatte oramai sue dipendenti, aveva mandato in quest’ultima
-città i due Conti da Barbiano con cinquemila soldati ad infestare
-i Lucchesi, i quali vivevano sotto Lazzaro Guinigi in amistà con la
-Repubblica di Firenze; e questa avendo a soccorso loro inviato sue
-genti e sprovveduto San Miniato, uno dei Mangiadori fuorusciti, di
-furto entratovi, uccideva il Commissario fiorentino, ma era dal popolo
-ricacciato;[90] e il conte Alberico scorreva da Siena fin sotto le
-mura di Firenze a Pozzolatico ed a Signa, guastando il contado. Era
-la guerra già denunziata, sebbene anche prima e fin dall’ottobre 1395
-per un consiglio di Richiesti fosse fatta deliberazione di opporsi al
-Visconti, e creati i Dieci di balía e condotto gente d’arme e chiesto
-l’aiuto de’ Bolognesi e degli altri collegati di Romagna. Imperocchè il
-nodo di tutta la guerra già era in Mantova assalita con grande sforzo
-dal Duca, il quale da prima con gravi barconi ed artiglierie fatte
-scendere giù per il Mincio, avea rotto i ponti ed i serragli della
-fortezza; la quale tuttavia resistendo per la difesa delle lagune,
-e i Fiorentini avendovi in più tempi mandato fino a millesettecento
-lancie sotto Carlo Malatesta, mentre all’incontro molto ingrossavano
-le genti del Duca, fu a Governolo grande battaglia e gran rotta dei
-Ducheschi, ma scarso il frutto pei collegati, il Malatesti avendo
-ricusato spingere innanzi la guerra. Venezia allora la prima volta
-entrava in lega, ma con l’intendimento di farsi arbitra della pace,
-siccome colei che fino a quel tempo, o nulla ambiva in terraferma, o
-solamente la ruina dei Carraresi, intanto piacendole si logorassero le
-due parti.[91] Aveva cercato che in lei facessero compromesso; al che
-negandosi il Visconti, fu stretta la lega, con questo però, che da sè
-soli i Veneziani potessero fare pace o tregua anche pei collegati, i
-quali dovessero il fatto loro ratificare: imposero quindi nel maggio
-del 1398, e innanzi d’averla con gli altri convenuta, una tregua per
-dieci anni; tanta era in Italia già da quel tempo l’autorità della
-Repubblica di Venezia.[92] In Pisa era morto Iacopo d’Appiano, avendo
-sepolto pochi mesi prima il figlio Giovanni capace a reggere quello
-Stato, il quale cadeva nell’altro suo figlio di nome Gherardo, uomo
-da poco; e già il Visconti con la frode e con le armi aveva tentato
-occupare le fortezze; laonde Gherardo, perchè alla casa degli Appiani
-nessuna infamia mancasse, vendeva al Duca Pisa per duecento mila
-fiorini d’oro, col riservarsi la signoria di Piombino, che indi
-rimase nei discendenti di lui: indarno i miseri Pisani avevano offerto
-pagare essi la moneta e riscattarsi a libertà. Peggio fece Siena, che
-di proprio moto si diede al Duca in servitù; il che era già stato
-deliberato fino dall’anno 1391, ma non ebbe esecuzione, sinchè ora
-fu vinto nel Consiglio generale; le guerre avevano e le contenzioni
-ridotta in miseria quella nobile città, diserto lo Stato e quasi
-vuoto d’abitatori.[93] A quel tempo stesso Perugia e Assisi erano
-venute sotto il dominio del Duca, invano il Papa ed i Fiorentini a ciò
-essendosi contrapposti; Lazzaro Guinigi signore di Lucca era ucciso
-a tradimento da un suo proprio fratello ad istigazione del Vicario in
-Pisa del Duca, il quale dava indi mano a Paolo della famiglia stessa
-che pigliò la signoria, e lunghi anni poi la tenne: il Conte di Poppi,
-quello di Bagno, gli Ubertini si diedero al Duca; il Signor di Cortona
-s’accordò con lui: guerra minuta di correrie da questi facevasi in
-Casentino e nel Chianti; e gli sbanditi del 93, cui piaceva scaldarsi a
-quel fuoco, lo attizzavano più che mai.[94] Allora una pace in Pavia fu
-conchiusa dai Veneziani, a questa obbligando anche gli altri collegati
-secondo il patto che aveano posto; del che i Fiorentini si dolsero
-assai:[95] ma pace non fu, siccome tregua non era stata, e sempre i
-danni continuavano. Anche la peste era venuta fieramente a percuotere
-la città, da quella fuggendosi grande numero di cittadini; infuriò in
-Roma nei mesi del giubbileo di quell’anno 1400, e dipoi corse tutta
-Italia.
-
-Qui è luogo a dire di quella devozione dei Bianchi penitenti, la quale
-venuta d’oltr’Alpe, era entrata per Genova e Lucca in Toscana l’anno
-precedente: Compagnie d’uomini e di donne, fanciulle e fanciulli,
-coperti di panni lini bianchi, andavano a molte migliaia nove dì
-processionando con l’insegna del Crocifisso innanzi; cantavano laudi,
-chiamavano pace e misericordia, facevano rappacificare le genti tra
-loro: sicure le andate anche nelle terre le quali soleano tenersi
-nemiche: pareva proprio cosa di Dio. Venute in Firenze di tali
-Compagnie da’ luoghi vicini, ebbero il vitto dalla Repubblica e molte
-limosine: e quando forse quaranta mila dei Fiorentini vollero fare lo
-stesso, provvidde la Signoria che oltre al Vescovo, il quale andava con
-loro, avessero guide che gli ordinassero per contrade e regolassero
-ogni cosa affinchè scandalo non nascesse; e a loro non permisero
-dilungarsi molto fuori di città, dentro alla quale doveano ogni sera
-tornare ad albergo. Usciva bensì con altri il Vescovo di Fiesole; ai
-quali aggiugnendosi per la via molti del contado, si radunavano in
-Figline venti mila persone o più; i quali andati fino ad Arezzo, di là
-tornarono, dentro i nove dì: era due mesi continuata in Toscana quella
-devozione.[96]
-
-Nell’anno 1401 la Repubblica, via più sentendo intorno a sè crescere
-i pericoli da ogni parte, dappoichè i Signori di Mantova[97] e di
-Ferrara segretamente si erano accordati col Visconti, ed in Pistoia
-i Cancellieri aveano cercato fare mutazione dello Stato, si volse al
-nuovo Imperatore: questi era Roberto conte Palatino di Baviera, creato
-nel luogo del deposto Vinceslao. E lui sapendo essere voglioso di
-avere dal Papa confermazione del grado, mandatogli Buonaccorso Pitti
-ambasciatore, praticarono affinchè scendesse contro al Visconti in
-Italia, con la promessa di cento mila fiorini subito ed altri novanta
-mila durante la guerra: prometteano anche un’altra egual somma in
-prestanza; e Roberto confermava i privilegi alla Repubblica prima
-concessi da Carlo IV, ma con maggiore ampiezza, e quella volta senza
-trattare di censo. Scendeva egli dunque a Trento, e presso Brescia
-avendo avuto piccolo scontro ed infelice con le milizie del Visconti,
-perchè il Duca d’Austria e l’Arcivescovo di Colonia subitamente lo
-abbandonarono, venne a Padova con poche genti, indi a Venezia. Qui
-pretendeva il pagamento dei novanta mila fiorini che rimanevano;
-alla fine, contentatosi d’averne sessantacinque mila (a lui recati da
-Giovanni de’ Medici, ch’era mercante ricchissimo), tornò a Padova e ivi
-si fermò, finchè veduto che altre genti non gli venivano nè danari, si
-ricondusse in Alemagna: questo fine ebbe la discesa dell’imperatore
-Roberto in Italia.[98] Ma già era prossima a cadere in mano del Duca
-l’ultima e la maggiore amica dei Fiorentini, Bologna. L’anno innanzi
-era divenuto di questa signore Giovanni Bentivoglio, avendo cacciata
-la parte dei Gozzadini; il quale a malgrado le lusinghe del Visconti
-s’era collegato ai Fiorentini, persuadendosi che appresso al popolo ne
-acquisterebbe favore. E da principio gli tornò bene; ma non sì tosto
-l’Imperatore ebbe sgombrato l’Italia, Giovan Galeazzo facea radunare
-sotto Bologna il maggior nerbo delle forze sue con otto mila cavalli,
-dov’erano molti dei più riputati italiani condottieri, e a capo di
-tutti Alberico da Barbiano: guidava le genti fiorentine e bolognesi un
-Bernardo delle Serre guascone, che i nostri familiarmente appellavano
-Bernardone. Fu grande battaglia e memorabile per quei tempi presso
-Bologna a Casalecchio, dove i collegati essendo rotti ed il Capitano
-preso, i soldati vincitori e i fuorusciti con essi insieme si sparsero
-nella città: quivi molta e sanguinosa fu la zuffa cittadina, infin
-che ucciso il Bentivoglio, il Duca pigliava la signoria libera di
-Bologna, contro al volere dei fuorusciti ai quali aveva altro promesso.
-Dei commissari fiorentini che erano al campo, uno per ferite moriva;
-l’altro, Niccolò da Uzzano, prigione del Duca fu quindi a spese della
-Repubblica riscattato per cinque mila fiorini.
-
-Prima d’allora non mai Firenze si vidde condotta in pericolo così
-vicino: lo Stato è vero non era tocco, ma da ogni parte chiuse le
-vie alle amicizie ed ai commerci, le città suddite minacciavano fare
-sommossa; il contado stracco per le gravezze, e nel Mugello i contadini
-davano mano a quei dell’Alpe, dove gli Ubaldini nemmeno allora affatto
-spenti, anch’essi levavano la cresta insieme a quanti fossero male
-contenti della Repubblica; le ricolte tutte fuori senza difesa pei
-campi, e nella città non era roba per due mesi: temevasi anche di quei
-di dentro, e due mila Ciompi dai Dieci furono assoldati, più per trarli
-fuori che per fiducia che in loro avessero, e mandati a guernire le
-castella.[99] In su quei primi non fu la guerra con vigore proseguita
-da quei del Duca, e rimediossi pure in qualche modo; ma credeva egli
-di affamare la città e così averla a discrezione: si diceva ch’egli
-volesse in Firenze farsi coronare re d’Italia. Quand’ecco di subito
-mutare le sorti per un evento cui la sagacità di lui non fu capace a
-provvedere. Giovan Galeazzo fuggendo la peste, ne fu colto in Marignano
-dove morì a’ 3 di settembre 1402, quando era signore del più grande
-Stato che fino ai dì nostri fosse in Italia. Fu egli però oltre al
-dovere magnificato, siccome colui che tutti vinceva nelle arti comuni,
-ma da quelle non si discostava, più atto ad usare le forze altrui che
-a farsi padrone degli animi, senza virtù di soldato nè armi proprie
-e paesane, uomo da pigliarsi a brani l’Italia ma non da tenerla nè
-insieme comporla: regolato nell’amministrazione quanto magnifico nelle
-opere, lasciava di sè due molto splendidi monumenti, il Duomo di Milano
-e la Certosa presso Pavia.[100]
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406.]
-
-
-Per il testamento di Giovan Galeazzo andava lo Stato diviso tra
-due figli, dei quali il primogenito Giovanni Maria, ch’era in età
-di tredici anni, ebbe il Ducato di Milano con le città poste tra
-’l Mincio e il Ticino, e inoltre Piacenza, Parma, Bologna, Siena,
-Assisi, Perugia. Pavia rimaneva come sede e come titolo al secondo
-nato Filippo Maria, con quelle città le quali stanno ai due fianchi
-della Lombardia verso il Piemonte e la Venezia. Un terzo figlio,
-ma non legittimo, Gabriele Maria ebbe Pisa in successione, e Crema,
-la quale il Duca potesse riscattare per moneta. Sebbene usanza del
-Visconti fosse dividere le città considerandole nella successione come
-tanti patrimoni ciascuna per sè, provvidde Giovan Galeazzo a mantenere
-quanto per lui si potesse unito lo Stato, avendo anche fatto che i
-due minori fratelli tenessero in feudo le città loro siccome parte del
-Ducato di Milano. Ma era lo Stato senza armi proprie, i popoli stanchi
-dalle gravezze; nelle città, le antiche parti risuscitavano, mosse dai
-nobili che in ciascuna erano soliti dominare, e che ora oppressi dai
-Visconti mettevano innanzi il nome guelfo: così aveano levato il capo
-i Rossi a Parma, i Fogliani a Reggio, ed a Bergamo i Suardi, i Benzoni
-a Crema, gli Scotti a Piacenza; Ugolino dei Cavalcabò, rioccupando
-la signoria di Cremona e avuto rinforzo d’armi fiorentine, pigliava
-Lodi, di là scorrendo fin sotto alle mura di Milano; intanto che i
-Rusca ed il popolo con essi muovevano Como a feroce ribellione, che
-le armi vennero ad estinguere. Ciascuna città faceva per sè, ma in
-sè divisa: sul capo a tutte stava un’altra forza dispersa, vagante,
-divisa anch’essa ma sola valida, i condottieri delle armi mercenarie,
-i quali levati da Giovan Galeazzo a grande stato, perdevano ora la
-sicurezza delle paghe e la fiducia delle imprese; mandati essi a
-comprimere le ribellioni, di queste facevano il loro pro: ed in tale
-modo ebbe occupata Facino Cane la signoria d’Alessandria; ed Ottobuon
-Terzo prima facendo coi Rossi a mezzo, poscia ingannandoli, riduceva
-Parma tutta a sua propria devozione: Brescia, dopo essersi prima data
-al Carrarese, venne alle mani di Pandolfo Malatesta. I Fiorentini
-ch’erano giunti per molte lunghezze a stringere lega col Papa nei
-giorni quando morì Giovan Galeazzo, continuavano guerra stracca intorno
-a Perugia e intorno a Siena ed in Romagna. Aveano condotto Alberico da
-Barbiano, al quale si univa con le genti pontificie il troppo famoso
-cardinale Baldassarre Cossa; e insieme avendo portata la guerra fin
-sulle rive del Po, ecco giugnere a Firenze la mala novella che il
-Cardinale si era accordato coi Visconti, avutone in prezzo l’abbandono
-di Bologna, che subito venne a lui dal popolo consegnata: Perugia ed
-Assisi tornarono anch’esse alla devozione del Pontefice. Aveano cercato
-i Fiorentini che Bonifazio non ratificasse quell’accordo; indugiò il
-Papa, e quindi offerse di rintegrare la prima lega e l’amicizia con la
-Repubblica.[101] La quale intanto pigliava vendetta di quei signorotti
-che a lei si erano ribellati, ampliando il dominio con la distruzione
-dei Conti di Bagno, e avendo acquistato da quel lato degli Appennini
-anche Castrocaro, e nelle Maremme Castiglione della Pescaia, importante
-sito da stare a guardia contro a’ Senesi. Nè questi mantennero al nuovo
-Duca la soggezione, ma raccostando il governo agli ordini popolari, ed
-avendo richiamato i fuorusciti, fecero pace (sebbene ciò fosse a mala
-voglia) co’ Fiorentini.[102] E in questo mezzo Francesco da Carrara,
-uscito di Padova occupava con le armi Verona, dicendo tenerla per conto
-d’un ultimo bastardo di casa Scaligera; ma questi però da indi a poco
-venne a morte, non senza infamia del Carrarese; contro del quale i
-Veneziani movendo allora una grande guerra, ebbero infine Padova e lui
-a discrezione, e per iniqua ragione di Stato avendo nel carcere ucciso
-Francesco e due suoi figli, a sè aprirono così la strada alle conquiste
-ed alle guerre in terraferma. Pareva frattanto la signoria dei Visconti
-al tutto disfarsi per interne commozioni mosse dai nobili malcontenti;
-quindi in Milano lunga sequela di fatti atrocissimi, i quali mi piace
-non avere obbligo di narrare; e infine la vedova Duchessa, reggente pe’
-figli, chiusa in castello e messa a morte: era essa nata di Bernabò,
-e dopo regnato diciassette anni con l’uccisore del padre suo, venne al
-fine stesso.[103]
-
-Nel mese di novembre 1403 giungeva in Pisa il nuovo signore Gabriele
-Maria Visconti, e seco la madre Agnese Mantegazza. Cominciò male,
-essendo accolto con poca festa nella città, la quale era esausta
-dalle guerre precedenti, nè poteva egli trarne danaro a volontà sua;
-cosicchè in capo a pochi giorni fatti pigliare alcuni cittadini più
-facoltosi sotto colore che a lui volessero tôrre la città, ad un
-Agliata e a due altri fece tagliare la testa, altri condannando in più
-migliaia di fiorini, pena la vita se dentro un mese non gli avessero
-messi fuori;[104] altri, dopo averli bene smunti, mandò a confine:
-talchè i Pisani cercavano modo come liberarsi d’un tale signore, il
-quale vedeano essere uomo di poco senno e poche forze nè da potere
-avere aiuti di Lombardia. I Fiorentini teneano l’occhio a queste
-cose; e da un uscito di Pisa avendo i Dieci di balìa avuto avviso come
-agevolmente si potesse entrare in città per una porta murata, ma il
-muro era debole e sottile, mandarono genti segretamente nel mese di
-gennaio con isperanza di occupare la terra; se non che la trovarono ben
-guardata e il popolo in arme, perchè il traditore si venne a pentire
-e increbbegli della sua patria e disse ogni cosa; talchè per allora
-falliva il disegno: ma bene pareva a Gabriele Maria stare troppo male
-tra’ Pisani, che a morte l’odiavano, e i Fiorentini, contro ai quali
-non bastava egli alla difesa di quel suo stato pericolante. Era in
-Genova governatore pel Re di Francia il maresciallo Giovanni Le Maingre
-detto Bouciquaut, e i nostri lo chiamavano Bucicaldo: ignoro se primo
-a lui si volgesse Gabriele Maria per darsi a Francia in protezione, o
-se il Francese molto ambizioso di più distendere le radici nel cuore
-d’Italia avviasse pratiche a tal fine, eccitato anche dai Genovesi, i
-quali temevano se Pisa cadesse in mano dei Fiorentini, averne perdita
-pe’ commerci loro. Fatto è che il Visconti si rendè vassallo al Re
-di Francia, cui doveva in segno d’omaggio presentare ogni anno un
-destriere e un falcone pellegrino; ma quel che più era, gli diede
-in possesso i castelli di Livorno, di gran momento dappoichè il mare
-col discostarsi lasciava in secco il Porto antico dei Pisani. Mandava
-pertanto Bucicaldo a Firenze intimazione di cessare ogni offesa contro
-alla città di Pisa, la quale era divenuta cosa del Re. Di ciò si
-turbarono molto gli animi dei Fiorentini; vedevansi tôrre Pisa di bocca
-e venire addosso la potenza de’ Francesi. Quindi per allora chiamandosi
-offesi, e pigliando tempo, mandarono a Genova ambasciatori a Bucicaldo;
-mandarono in Francia a richiamarsene al Re stesso. Ma quegli frattanto,
-vie più sdegnato per quel ricorso, facea sequestrare le robe in Genova
-dei Fiorentini, per oltre a centomila fiorini d’oro, e ad essi vietava
-usare il porto di Talamone perchè fossero costretti valersi di Genova o
-d’altri scali in suo dominio. Vennero infine le mercanzie rese e tolto
-il divieto; ma la Repubblica fu costretta fare tregua coi Pisani per
-quattro anni, che a Firenze parve durissima condizione.[105]
-
-Durava lo scisma nella Chiesa: in Avignone all’antipapa Clemente VII
-era succeduto infino dall’anno 1394 uno spagnuolo, Pietro da Luna,
-che prese nome di Benedetto XIII; e poichè le armi dei Francesi erano
-entrate in Italia, ed in Genova il governatore gli mostrava una fede
-da soldato,[106] si confidò Benedetto a vantaggiare la parte sua:
-quindi spediva suoi Legati infino a Roma; dove accolti male, com’era da
-credere, vennero chiusi nella fortezza di Castel Sant’Angelo. Intanto
-moriva papa Bonifazio, e in mezzo alle gravi perturbazioni della città
-di Roma gli fu eletto successore il cardinale Cosimo Migliorati col
-nome d’Innocenzio VII, e con la promessa solenne di fare ogni cosa per
-la cessazione dello scisma, fino a deporre la tiara i due contendenti,
-se a tal fine s’accordassero. E Benedetto era venuto per Marsiglia
-e Nizza infino a Genova, che Bucicaldo riceveva in ubbienza, a ciò
-abbassandosi un Cardinale di casa Fieschi ed il Vescovo della città:
-quindi usando la debolezza di Gabriele Maria, ottenne che in Pisa
-questi comandasse il riconoscimento di Benedetto, il quale aveva fatto
-anche disegno venirvi della persona sua; ma voleva le castella, egli
-insieme e Bucicaldo avendo disegni, comunque vari e mal fermi, sulle
-cose di Toscana. Ambiva questi che il Re suo acquistasse anche la
-signoria di Pisa, incitato come sembra dal duca d’Orléans, il quale era
-allora quasi che reggente del regno di Parigi, e forse cercava con la
-Valentina, moglie sua, fare in Italia a sè uno stato. Ma Bucicaldo, non
-credendosi avere forze a ciò sufficienti, e temendo per l’unione con la
-ghibellina Pisa non venisse questa parte a farsi in Genova prevalente,
-volgeva l’animo ad una qualche sorta di componimento con la Repubblica
-di Firenze; al che spingevalo Benedetto nella speranza di trarre questa
-a porsi sotto all’ubbidienza sua con l’esca di Pisa. Si aggiugneva che
-Francesco da Carrara trovandosi allora a dure strette, molto avrebbono
-i Genovesi e Bucicaldo avuto caro di procacciargli soccorso; e questo
-voleano fosse un altro prezzo da imporre alla cupidità della Repubblica
-di Firenze. Ondeggiava Bucicaldo variamente in questi pensieri,
-temendo l’odiosità dell’opprimere una città ed un signore che a lui
-erano confidati; dal che odio gli verrebbe nella Corte di Parigi da
-quella parte la quale stava contro all’Orléans ed a lui. I Fiorentini,
-tra ’l Re di Francia e il duca d’Orléans e Bucicaldo ed i Pisani e
-Gabbriello e Benedetto, cercavano fare segretamente i fatti loro, o
-almanco svilupparsi dell’impedimento della tregua che a forza avevano
-consentito.[107]
-
-La prima apertura del pensiero che Bucicaldo e Benedetto avrebbono
-avuto della vendita di Pisa venne in Firenze per una lettera che
-Buonaccorso degli Alderotti mercante in Genova scriveva privatamente
-a Gino Capponi correndo il giugno 1405. La quale essendo subito
-comunicata da questo ai Signori ed a pochissimi cittadini, fu preso
-partito che Gino andasse a Genova come per altre faccende, e lì
-vedesse qual fondamento avesse la cosa. Andava Gino, e fu a discorso
-con l’Alderotti, poi con Bucicaldo, il quale chiedeva dapprima
-quattrocentomila fiorini d’oro, che la metà fosse spesa nel soccorrere
-a Francesco da Carrara; chiedeva inoltre che la Repubblica ubbidisse
-a Benedetto; e interrogato da Gino qual modo terrebbe per avere Pisa
-e quindi poterne fare cessione, disse l’avrebbe prestamente nelle mani
-col favore del suo Papa. Rimasero, cercasse quegli di avere Pisa e poi
-del resto si aggiusterebbero: con queste parole tornò a Firenze Gino
-Capponi. Nel tempo stesso parendo a Gabriele Maria d’essere appiccato
-con la cera nella signoria di Pisa, mandò a dire a Maso degli Albizzi
-che avrebbe con lui voluto parlare segretamente; per il che Maso andato
-un giorno come a diporto alla sua villa di Montefalcone, si condusse
-con apparenza di pesca per Arno infino a Vico Pisano; dove abboccatosi
-col Visconti non vennero a nulla, perchè Maso metteva innanzi discorsi
-di vendita, e quegli di lega che lo rinforzasse nello Stato.[108]
-
-Ma non così tosto il popolo di Pisa ebbe sentore di queste cose, bene
-accorgendosi che il fine sarebbe cadere per ogni modo in servitù,
-si levò in arme ai 21 luglio sotto la condotta di un Ranieri Zacci e
-venne in piazza, dove ebbe lunga battaglia con le genti del Signore, le
-quali infine si dovettono ritrarre in cittadella, quivi assediate dal
-popolo e chiuse con fossi e steccati; intantochè altre uscite fuori ed
-accogliendosi in Ripafratta, di là correvano il contado ed infestavano
-la città con isperanza di racquistarla. Gabriele Maria si era condotto
-in Sarzana, città sua; e la madre andata in Genova a trattare per la
-cessione col Maresciallo, e di là tornata in cittadella, qui venne
-a morte d’una caduta. Cotesto levarsi del popolo aveva storpiato
-i disegni dei Fiorentini e di Bucicaldo, il quale metteva nella
-cittadella un centinaio di genti d’arme francesi prima che i Pisani
-chiudessero il fosso, e cercò pure mandare in Pisa altri soldati e
-vettovaglie e fornimenti sopra una nave che dai Pisani fu combattuta
-in foce d’Arno e presa, e le genti francesi rotte, e fatto prigione
-un nipote dello stesso Maresciallo. Del che pigliava egli grande
-sdegno, e si rendè facile prima agli accordi con Gino in Livorno,
-indi alla finale conclusione con Gabriele Maria in Sarzana, dov’erano
-andati da Firenze altri ambasciatori, e due Genovesi pure intervennero
-commissari. Il domestico scrittore delle memorie di Bouciquaut molto
-si adira co’ Pisani per la ribellione che aveano fatta contro al
-legittimo Signore loro, che gli trattava, secondo lui, amorosamente;
-notando com’era vizio delle genti d’Italia mutare spesso signoria; e
-dice essere dal tradimento loro, quando rubata la nave a lui presero
-il nipote, stato condotto il Maresciallo a fare la vendita. Della quale
-ben si vede come avesse grande bisogno egli di scusarsi per l’odiosità
-del fatto, e dissimula i discorsi che n’erano prima stati tenuti, e
-vuole poi dare ad intendere come nel trattato fossero clausule per
-le quali veniva la stessa Repubblica di Firenze a mettersi sotto la
-protezione dei Re francesi. Il che non era nè poteva essere com’egli
-vanta; ma io credo gli scrittori fiorentini nemmeno dicessero ogni
-cosa di quel fatto. Ebbero questi la cittadella e le altre fortezze,
-pagando dugentomila fiorini a Gabriele Maria Visconti che riteneva
-Sarzana, ed a Bucicaldo rimaneva in possessione Livorno: promettevano
-poi di soccorrere Padova; e fu la ruina ultima del Carrarese questa
-fiducia che lo rattenne dal fare accordo co’ Veneziani: alcune cose
-anche promisero intorno a papa Benedetto. A’ 31 agosto 1405 pigliava
-Gino la tenuta della cittadella per carta segnata da un commissario di
-Bucicaldo.[109]
-
-Le più sostanziali differenze tra ’l racconto di Bucicaldo e quello
-di Gino, consistono in ciò: che il Maresciallo dopo avere esposto
-come avesse egli molto esortato i Pisani perchè tornassero in fede
-al legittimo Signore loro, aggiugne questi essersi dati al Re di
-Francia direttamente come avean fatto i Genovesi, ed egli essere alla
-perfine nè senza molta esitazione condisceso ai desiderii loro, a
-ciò consentendo Gabriele Maria con promissione di altri compensi dal
-Re di Francia: il Maresciallo essere andato a ricevere in Livorno la
-sommissione dei Pisani, e questi avere con insigne tradimento ucciso
-sue genti, delle quali poche si condussero nella fortezza di Pisa;
-e quindi assalita in foce d’Arno la nave con tutte le robe che il
-Maresciallo avea spedite per fare in Pisa l’entrata sua. Continua
-mostrando la perfidia dei Pisani, i quali trattavano tuttavia sempre
-darsi al Re; e al tempo stesso ai Fiorentini ed ai Genovesi proponevano
-di unirsi tutti contro a’ Francesi, ed uccidere quanti ve n’era in
-Pisa e in Genova e in Livorno. Dopo di che avendo Gabriele Maria
-fatto l’accordo co’ Fiorentini, al quale voleva che il Maresciallo
-consentisse, questo lo comunicava tosto ai Pisani, e intimava loro si
-dessero a lui dentro due giorni, se non volevano andare in mano de’
-Fiorentini. Negarono essi, ed il Maresciallo patteggiò allora con gli
-inviati dalla Repubblica di Firenze: avesse questa la Signoria di Pisa
-facendone omaggio al Re di Francia, dichiarandosi uomini ligi della
-Corona; rimanesse Livorno in piena signoria del Re; ubbidissero i
-Fiorentini a Benedetto, promettendo sotto certe condizioni combattere
-anche il Papa di Roma, se dentro sei mesi non fosse accordo tra i
-contendenti. Il quale trattato ebbe ratificazione solenne dal Re,
-ma eseguito non fu mai, perchè i Pisani con le armi si opposero, e
-la Repubblica di Firenze dopo la perdita della cittadella si tenne
-sciolta: il che afferma Gino espressamente, ed il Maresciallo non
-contradice, nè muove accuse alla Repubblica fiorentina di fede mancata:
-tace bensì affatto la ripresa della cittadella che aveano fatta i
-Pisani, come tace i negoziati avuti in principio per la vendita a’
-Fiorentini, e per l’aiuto a Francesco da Carrara; delle quali cose ben
-poteano essere stati discorsi più o meno espressi, ma pur vi furono. I
-Fiorentini dal canto loro credo tacessero le parole corse circa a una
-sorta di vassallaggio verso il Re di Francia per la signoria di Pisa;
-e in quanto risguarda alle cose dello scisma, Gino confessa «certa
-intenzione di dare la ubbidienza a papa Benedetto; il che e come non
-bisogna qui altrimenti specificare, perchè poi si perdè la cittadella e
-vennero a variare i tempi.»
-
-Sei giorni dopo aveva il popolo dei Pisani racquistata la cittadella,
-che per essere abbastanza forte di mura e di torri e per la guardia
-che v’era dentro, non fosse stata trascurataggine dei capitani, poteva
-reggere all’assalto di genti d’arme pratiche e valenti, non che d’un
-popolo.[110] Ma forzata appena certa postierla in sito debole, i Pisani
-con le scale su per le mura tumultuariamente v’entrarono dentro, e
-tutta l’arsero e guastarono, eccetto le torri le quali poteano fare
-custodia alla città. In Firenze, come giunse la novella, fu grande
-sgomento; ai cittadini pareva fosse ad un tratto caduto un velo sugli
-occhi; guardavansi muti, a ognuno pareva tutta sua propria la sciagura,
-tanta era la passione d’aver Pisa. Un Raffacani, che avea la guardia
-della cittadella, ebbe gastigo; Andrea Vettori, che fuori di Pisa
-teneva il campo ma non potè giugnere a tempo, fu assoluto.[111] Una
-troppo baldanzosa ambasceria de’ Pisani venuta a Firenze raccendeva
-gli animi, e quindi con frettolosi provvedimenti s’attese alla guerra.
-In Pisa, da che fu morto Piero de’ Gambacorti, dominava la parte
-contraria, detta dei Raspanti; di buono animo richiamarono un Giovanni
-Gambacorti co’ Bergolini; le due parti fecero insieme gran sacramento,
-baciaronsi in bocca; ma durò poco. Giovanni tolse in pochi giorni
-la signoria per sè e pe’ suoi, uccisi i capi dei Raspanti; un Piero
-Gaetani di quella setta, il quale avea Laiatico ed altre castella,
-cedeva queste per danari alla Repubblica di Firenze, della quale
-divenne soldato, nè restava dal fare ai Pisani danni in Val d’Era e
-nelle colline. Al Gambacorti aveva dato presso taluni favore l’essere
-quella casa in amicizia coi Fiorentini, dai quali speravano più agevole
-componimento: a tale effetto il Gambacorti scriveva lettere in Firenze
-chiedendo salvocondotto per gli oratori di Pisa, i quali aveano da
-trattare di certe cose: fugli risposto specificasse le condizioni;
-e nulla si fece perchè la Repubblica teneva già Pisa come cosa
-legittimamente sua, poichè l’avevano comperata, e sempre poneva nelle
-soprascritte: «Al Capitano e Anziani della nostra città di Pisa.[112]»
-Era cresciuta la Repubblica di Firenze francando gli uomini attorno
-a sè da ogni legame di vassallaggio; ora ammetteva che un signore
-vendesse un popolo, e di tal mercato faceasi titolo alla possessione
-di città libera e gloriosa: cotesto titolo ai Pisani non parve buono e
-resisterono.
-
-Quindi attendevano a fare genti; ma pure temendo soli non reggere
-quella guerra, mandarono chetamente sopra una loro galea quattro
-ambasciatori al re Ladislao, chiedendo pigliasse la città loro in
-protezione; e sulla galea erano molte robe di grande valuta, che i
-cittadini di Pisa metteano in Napoli a salvamento:[113] ma il Re aveva
-fatto promessa ai Fiorentini di non impacciarsi nelle cose di Toscana,
-e che essi lui non impedissero de’ fatti di Roma, nei quali aveva
-grandi disegni, che in altro luogo dovremo esporre. Così andò a vuoto
-quella speranza: e pure falliva quella che i Pisani avevano posta in
-Agnolo della Pergola soldato da essi, e dovea menare seicento cavalli;
-ma i Fiorentini co’ danari fecero tanto, che Lodovico Migliorati nipote
-del Papa, il quale si trovava nelle terre di Siena, quivi assalisse
-alla sprovveduta quelli che si erano fatti innanzi; ai quali rubando
-armi e cavalli gli lasciò andare, egli pago della preda, e i Fiorentini
-d’avere tolto a’ Pisani quel soccorso. Un altro menavane Gaspare
-dei Pazzi, il quale veniva da Perugia con cent’ottanta lance, ma i
-Fiorentini avutone spia mandarono buon polso di genti in Volterra sotto
-la condotta di Sforza Attendolo da Cotignola, perchè al passare gli
-sorprendesse; e questi avendoli côlti in Maremma vicino a Massa, gli
-pose in rotta, cosicchè vennero in sua balía cinquecento dei cavalli
-dei nemici; scamparono il Pazzi e l’Abate di san Paolo di Pisa ed il
-Vescovo de’ Gambacorti, ch’erano insieme con quelle genti. Ma i Pisani
-la difesa loro contavano stesse nell’aver tempo lungo a sostenere
-l’assedio, perchè gli assalti poco temevano, la città essendo forte
-di mura, e unito il popolo a non volere la signoria dei Fiorentini.
-Premeva loro a questo effetto sopra ogni cosa il provvedersi di
-vettovaglie, ed ebbero danno fra tutti gravissimo allora quando una
-galera che aveano mandata a recarne di Sicilia, tornando carica, ed
-avuta caccia dalle galere dei Fiorentini, sotto la torre di Vada fu
-presa ed arsa, rendendo insigne la virtù di un Piero Maringhi, il
-quale esule da Firenze e proponendosi col valore suo di racquistare
-la patria, si gettò a noto così armato com’egli era, nè per ferite si
-ritraeva finchè non la vidde in fiamme tutta: a lui fu tolto il bando,
-e n’ebbe premi e lode. In questo mentre Peccioli ed altre terre di Val
-d’Era vennero in mano dei Fiorentini, e la Verrucola fu espugnata per
-subito assalto, e Vico Pisano cinto d’assedio che poi sostenne con
-molte battaglie fin quasi al fine di quella guerra. Nelle Maremme i
-conti Gherardesca di Montescudaio, ed in Lunigiana alcuni dei Malaspina
-si erano dati alla Repubblica di Firenze; la quale teneva pure in
-tutela il giovane figlio del morto Signore di Piombino, avendo mandato
-Filippo Magalotti a governare quello Stato e l’isola dell’Elba che ne
-dipendeva.
-
-A mezzo il gennaio, che per noi si conta 1406, furono creati nuovi
-Dieci di balía, tra’ quali erano dei più eminenti cittadini di Firenze.
-Maso degli Albizzi e Gino Capponi andarono al campo, dov’erano a
-soldo mille cinquecento lance (cavalli quattromila cinquecento) e
-mille trecento fanti e balestrieri genovesi, e marrajoli e palajoli
-in grande numero, e mulattieri e buoi per trascinare legname, e
-maestri d’ogni ragione. Fu prima cura dei Commissari assicurare le
-vettovaglie a sè, togliendole ai Pisani: male s’era provveduto infino
-allora, e si credettero quasi costretti a levare di là l’esercito
-per il mancamento della panatica, non ostante che molto danaro fosse
-andato per le incette; ma nulla poi vi si trovò. Laonde senz’altro
-e con migliore partito mandarono voce per la riviera e per le terre
-circostanti, essere il campo del Comune di Firenze sotto alle mura
-di Pisa, al quale ciascuno che mandasse roba fosse sicuro e libero,
-e potesse quella vendere come a lui pareva e piaceva senza decima o
-gabella. A questo modo abbondò il pane, del quale fu in pochi giorni
-grandissima la dovizia. Si aggiungevano le prede che ogni giorno
-facevano le galere dai Fiorentini soldate a Genova ed in Provenza:
-tenevan essi ben guardate le foci dell’Arno con grosse bombarde su per
-il filo dell’acqua; cosicchè di ventidue navi le quali andavano cariche
-a Pisa, non poche furono prese e le altre si dispersero qua e là, i
-padroni essendosi partiti con le loro fuste, cosicchè a Pisa nulla ne
-venne. I Fiorentini aveano posto il campo sotto a San Piero in Grado,
-e prima cercarono se qualche modo vi fosse di abbarrare l’Arno così
-da impedire l’acqua che non iscorresse, il che era allagare la città
-di Pisa; ma per consiglio degli ingegneri, a’ quali parve la riuscita
-essere incerta e la spesa troppa, abbandonarono quel pensiero. Aveano
-sull’Arno due forti bastìe legate da un ponte, il quale prima d’essere
-ultimato, da una grossa piena venuta nel maggio fu portato via. Al che
-i Pisani essendo accorsi popolarmente con grande furia, diedero assalto
-alla bastìa ch’era della parte loro e nemmeno essa bene armata. Nè a
-soccorrerla era modo, il fiume correndo grosso e precipitoso per la
-piena, se lo Sforza, egli della persona sua con memorabile ardimento
-(ed uno simile gli dovea più tardi costare la vita) non si gettava nel
-fiume con due soli famigliari su piccola barca, e riscaldando la pugna
-e poi da altri seguito, non avesse dato grande terrore ai Pisani. Nè
-però cessava la battaglia fino alle mura di Pisa, in cima alle quali
-saliva parte degli aggressori: ed uno sbandito di Firenze, il quale
-serviva pure nel campo, scalava tra’ primi le mura; e lì azzuffandosi
-con uno di quelli di dentro e insieme abbracciatisi, poichè dibattuti
-si furono assai, amendue caddero a terra dalla parte di dentro: ma più
-infelice egli del Maringhi, cadeva morto col suo nemico. Allora essendo
-Maso e Gino tornati in Firenze, nel campo erano Matteo dei Castellani,
-Vieri Guadagni, Niccolò Davanzati, e Iacopo Gianfigliazzi: Iacopo
-Salviati guidava le genti le quali attendevano ad impedire che in Pisa
-non entrasse roba, massimamente di verso Lucca, dove il signore, Paolo
-Guinigi, poco aggradiva che i Fiorentini tanto ingrossassero a’ suoi
-fianchi.[114] Avvenne dipoi che tra lo Sforza ed il Tartaglia, primi e
-più insigni tra’ condottieri, nascesse dissidio, tale che a Firenze non
-credeano i cittadini potersi comporre, temendo che uno dei due, secondo
-la fede usata dei soldati di ventura, mutasse a un tratto bandiera
-e soldo. Fu mandato Gino, amicissimo ad ambedue; il quale partito di
-Firenze la mattina dei 21 giugno di buon’ora, si condusse in campo la
-sera stessa; e nel giorno dopo composte le cose, venne all’offerta di
-San Giovanni ai 23, che è la vigilia del dì solenne. Udito l’accordo e
-in quale modo s’era fatto, ciascuno andò con gran piacere all’offerta,
-credendosi aver Pisa nelle mani. Il modo fu questo; che lo Sforza,
-disgiunto dall’altro, ponesse il campo di qua da Pisa in sulla riva
-destra dell’Arno, dando mano a quelle genti le quali erano sotto
-a Vico, e meglio stringendo così la città, contro alla quale stava
-un’altra brigata di genti in sulla riva sinistra; e i due campi erano
-congiunti da un ponte di legname in sulle barche, venendo così la città
-ad essere chiusa d’ogni parte, e impedito che v’entrasse nè roba nè
-gente.
-
-Al Gambacorti parendo avere perduta ogni speranza di soccorso per
-terra o per mare, e solamente essere ridotto in sulla fede del suo
-popolo e in sulla fortezza delle mura, cominciò a volere scemare nella
-città le bocche inutili della gente non atta alla guardia, perchè la
-vivanda alle braccia utili più bastasse, e più si venisse a prolungare
-la guerra sì che a Firenze ne increscesse. Ma i Commissari ordinarono
-per pubblici bandi, che qualunque uscendo di Pisa venisse nelle forze
-degli assediatori fosse impiccato: si contentavano da principio di fare
-scorciare i panni alle donne, e suggellate con la bolla del giglio in
-sulle gote, per forza farle tornare in Pisa. Dipoi non giovando questo,
-s’aggiunse fare tagliare loro il naso, ed appiccare qualche uomo in
-luogo che quelli della città lo potessono vedere.[115] «Molti (uomini
-e femmine e fanciulli), perocchè quelli di dentro non gli volevano
-lasciare dentro tornare, si stavano allato alle mura, ed erano morti;
-e le femmine che uscivano erano ancora dentro ripinte, suggellate
-nella testa con ferri affocati; e gridando e chiamando misericordia
-non erano intesi, nè voluti nè dentro nè di fuori; e così standosi tra
-le mura della città e il campo, mangiavano delle erbe come le bestie,
-e moriano di fame:[116]» crudeli opere e nefande; ma così tra loro
-si odiavano i popoli. Mentre attendevano i Pisani a consumare quello
-ch’era dentro, il Gambacorti scese a pensare a’ suoi vantaggi. Prima
-erano venuti due de’ Gambacorti a trattare con Matteo dei Castellani,
-ch’era nel campo; dipoi veniva ai Commissari un Gasparre da Lavaiano,
-col quale accozzatisi più volte, erano quasi che rimasti d’accordo
-dei patti, quando una sera dal campo viddero in Pisa fare gran festa
-e falò, tantochè dubitarono che vi fosse entrata gente: poi fatto
-giorno vidersi le insegne del Duca di Borgogna poste in sulle torri di
-Pisa, e l’arme sua dipinta alle porte; ed un araldo venne nel campo a
-notificare come Pisa era del Duca, ed a comandare che ciascuno dovesse
-partirsi. Il quale araldo fu con le mani legate gettato in Arno; ma
-o non lo avessero legato bene o ch’egli co’ piedi sapesse notare,
-il poveretto scampò, e andato a compiere l’ufficio suo in Firenze e
-a dolersi dell’ingiuria, fu mandato via. A Bucicaldo aveano scritto
-di Francia rompesse co’ Fiorentini, ed operasse con la forza perchè
-l’assedio fosse tolto. Ma quegli rispose che ciò non potrebbe senza
-disonore di spergiuro, e che inoltre la potenza dei Fiorentini era
-tale che ci vorrebbe assai grande numero di genti d’arme, e pecunia
-molta; delle quali cose difettava. Così all’infuori di lettere e di
-messi, dei quali in Firenze non tennero conto, altro non fu: e Gino
-Capponi scrive, che dubitando il Maresciallo non gli venisse ordine di
-levare dal soldo dei Fiorentini quanti erano uomini a lui sottoposti,
-avvisò fossero questi ricondotti con giuramento di non partirsi
-per comandamento che ne avessero; il che si fece tosto per pubblico
-consentimento del Maresciallo: ma questi afferma che dei Francesi molti
-si partirono per non cadere nella disgrazia del Duca e dei signori di
-quella Corte. Dichiara inoltre, che il Re avendo rotto l’accordo fatto
-prima coi Fiorentini, erano questi verso lui disciolti da qualunque
-obbligo o promessa. Gli ambasciatori mandati in Francia furono ivi
-ritenuti, ma più mesi dopo senz’altro aggravio liberati.[117]
-
-A questo modo era passata la cosa infino a mezzo settembre: allora
-Giovanni Gambacorti essendo tornato al pensiero dell’accordo, mandava
-nel campo un altro suo uomo, Bindo delle Brache, il quale di notte
-segretamente era ammesso nella casa dove alloggiavano i Commissari
-Gino Capponi e Bartolommeo Corbinelli, che l’uno e l’altro erano dei
-Dieci. Sapevano essi che Pisa bentosto caderebbe per la fame; dal che
-era segno, tra molti altri, che Bindo veniva sempre digiuno, e dopo
-cenato avrebbono voluto egli ed il compagno portar seco qualche pane;
-ma Gino diceva: «portatene in corpo quanto volete, chè altrimenti non
-ne avrete tanto che vi tenga in vita pure un centesimo d’ora.» Ma
-benchè avessero quella sicurezza, pensavano pure che ad acquistare
-Pisa per assedio si penava qualche dì di più; il quale indugio avea
-pericoli, e che la città sarebbe andata a sacco senza rimedio: quindi
-parve loro tornasse al Comune più conto averla salva e buona, che
-guasta e deserta. Fermarono i patti, dei quali Gino era andato a
-conferire co’ Dieci a Firenze: i patti furono, che messer Giovanni
-desse in mano de’ Commissari la cittadella ed i contrassegni delle
-rôcche; avesse fiorini tremila d’oro e la signoria di Bagno, per la
-quale fosse egli raccomandato al Comune di Firenze; gli rimanessero le
-isole di Capraia, della Gorgona e del Giglio, e per Andrea Gambacorti
-la rôcca di Sillano; tutti fossero cittadini di Firenze, nella quale
-avessero tre case, e fossero esenti da gravezze e gabelle nè potessero
-per debiti essere costretti: in benefizio dei Pisani non si scrisse
-nulla. Per l’esecuzione dei quali patti se gli doveano dare venti
-statichi, i quali stessero dentro alla rôcca di Ripafratta nelle mani
-di messer Luca del Fiesco capitano delle genti fiorentine, e di Sforza
-e del Tartaglia condottieri. I venti erano giovani delle principali
-case di Firenze, tra’ quali Cosimo dei Medici e Neri Capponi figlio del
-Commissario, che l’uno e l’altro toccavano appena l’anno diciottesimo.
-I Commissari, i Capitani e i Condottieri si radunavano quindi alla Casa
-Bianca sulla riva d’Arno a fine di consigliare il come ed il modo (nel
-caso che Pisa si avesse per patti) d’entrarvi senza che ella andasse
-a ruba ed a sacco. Nel che differivano, tra loro sempre mali amici,
-Sforza e il Tartaglia; chè l’uno voleva s’entrasse in Pisa per la
-porta dei Prati, come in luogo più largo e meno facile alle offese, e
-l’altro per quella di San Marco giù per il Borgo. Grande era la contesa
-tra’ Capitani, quando Gino levatosi disse: «voi ci avete alcuna volta
-dato ad intendere di vincere Pisa per forza, e ora che noi vi facciamo
-aprire qual porta voi volete, e voi dubitate: avete paura voi di gente
-assediata ed affamata? non più novelle, noi vogliamo che s’entri per
-San Marco, e date modo ciascuno di voi che s’entri come se si dovesse
-entrare in Firenze, o il difetto de’ vostri uomini porteranno le
-persone vostre.» Alle quali parole, uno dei condottieri Franceschino
-della Mirandola avendo risposto: «voi ci fate un aspro comandamento e
-stretto; ma se il popolo contra noi si levi, non volete voi che s’entri
-a ogni modo?» Gino a fatica gli lasciò finire le parole, e con impeto
-e furia se gli volse e disse: «Franceschino, Franceschino, se il popolo
-si rivolgerà, noi vi saremo come tu, e comanderemo e a te e agli altri
-quello che sia da fare; e non ci andare più tentando o rompendo il
-capo, chè noi vogliamo che si faccia quanto per noi v’è comandato.»
-
-Andò a Firenze allora Gino, e parlò prima co’ Dieci e co’ Signori
-soli; poi ai Signori ed ai Collegi disse: «Magnifici Signori, Iddio
-ha permesso che Pisa venga alla vostra signoria; ed essa è in tanta
-necessità delle cose da vivere, che pare a noi essere certi che voi
-l’avrete in venti dì, come siamo certi d’avere a morire: ma così
-accadendo non veggiamo come la terra non vada a saccomanno, con le
-arsioni e ruberie e adulteri che a quello seguitano. Ma voi potete
-averla per patti: sta ora alle Vostre Signorie a pigliarla per uno
-de’ due modi, qual più v’aggrada; che se a patti eleggerete volerla,
-l’avrete senza lesione alcuna nè ruberie o altro atto disonesto: e nel
-cospetto di Dio ne acquisterete merito, ed appresso le strane genti
-perpetua fama.» Sulle quali cose tenuto Consiglio, unitamente dissero
-a voce viva volerla per patti. E dipoi messa a partito tra’ Signori,
-Collegi e Dieci, di quarantasette ch’erano a sedere vi fu quarantasei
-fave nere ed una bianca. Al che tutti gridarono ad una voce: rimettasi
-un’altra volta, acciocchè si possa dire essere stati tutti d’una
-volontà e che nessuna ce ne sia bianca; e così fatto, trovarono essere
-tutte le fave nere.
-
-Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi
-giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti
-sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a
-pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri
-vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa:
-del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si
-costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al
-Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per
-alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del
-campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate
-del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e
-dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa,
-dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale
-pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria
-di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia;
-e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che
-giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere
-Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran
-forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era
-la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde
-sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando
-lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che
-pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le
-donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato
-pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli
-alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci;
-ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia
-che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine,
-pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse
-non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa
-rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa
-grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e
-tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino
-a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce;
-il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno
-aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto
-e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata
-sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto
-pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua
-ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi
-anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame.
-
-Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori
-a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi
-delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza
-le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si
-partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere
-del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al
-che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul
-principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era
-indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla
-e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio,
-dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento
-cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna
-fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite
-sommissioni.
-
-Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali
-pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano
-credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe
-si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili
-cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste
-parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se
-pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto
-la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e
-con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre
-discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino
-che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a
-conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con
-ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo
-sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle
-cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la
-nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere
-stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla
-compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi,
-intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore
-per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi
-d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria
-per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo
-raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per
-rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare
-di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè
-a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed
-eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi
-vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo:
-e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per
-assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o
-morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a
-noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia
-a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la
-città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non
-siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia,
-noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di
-ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non
-altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè
-solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata
-fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima
-maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande
-della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di
-Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si
-sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati
-osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La
-cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente
-si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non
-secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome
-buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi
-sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e
-che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per
-qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante
-alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto
-per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo
-sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta,
-venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per
-effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia
-sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più
-luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono
-in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse.
-E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che
-se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta
-da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima
-punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona
-voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe
-e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende,
-traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che
-sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi
-Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per
-vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi,
-pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche
-potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare
-di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve
-ne segua.»
-
-Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era
-prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non
-avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte
-alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città
-non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di
-testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava
-nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze
-con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai
-sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo
-ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra
-cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i
-quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di
-Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali
-avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma
-al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di
-Pisa.
-
-Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse
-gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì
-processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono
-avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e
-dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono
-in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede
-il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei
-Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli
-abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono
-osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza
-e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle
-Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre
-secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi
-recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu
-creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio
-lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti
-siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro
-parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita,
-siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si
-tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli
-uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi
-Codici. Oltre alle _Pandette_, vennero in Firenze certe Reliquie tenute
-in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle
-città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini;
-avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato:
-intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare
-la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per
-obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]
-
-Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare
-fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere
-la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in
-Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di
-più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano
-a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o
-con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero
-ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli,
-decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed
-onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione
-del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto
-acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse
-vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i
-contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più
-che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie
-delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove
-illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col
-venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle
-leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in
-miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti,
-i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie
-loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai
-Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124]
-Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista
-pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione
-del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre
-cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio,
-colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice,
-più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni.
-
-Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della
-indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli
-Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia
-andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra.
-Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi
-anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei
-tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi
-male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale;
-dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria
-di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore
-tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato:
-avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura
-di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre
-la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi
-traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col
-farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e
-le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi,
-come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto,
-che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di
-quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore
-(aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale.
-Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità
-che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono
-quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la
-storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere,
-le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che
-si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali
-sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta
-Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e
-insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della
-libertà.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI
-CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.]
-
-
-Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta
-vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno
-sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello
-scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che
-un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città
-come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il
-giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e
-vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio
-della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo
-suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le
-discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano,
-ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio.
-Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato
-d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia,
-vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale
-avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro
-veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata
-a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due
-collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale
-modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse
-frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo
-autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel
-di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da
-Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto,
-e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti
-un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu
-appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in
-Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in
-Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una
-cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a
-coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto
-la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie
-e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca,
-mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un
-andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo,
-che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si
-accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi,
-viemaggiormente si dividevano.
-
-Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato
-poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo
-Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo
-stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’
-giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual
-fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere
-il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma:
-al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno
-essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di
-collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro.
-Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più
-che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i
-negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I
-Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni
-Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella
-caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di
-mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano
-scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la
-persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità
-di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello
-imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni
-dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che
-intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava.
-Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da
-coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa
-data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate
-Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della
-regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi
-uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza
-non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di
-abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei
-rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano
-separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in
-comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale
-la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più
-sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi,
-prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero
-dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe
-conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio,
-al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno
-1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo
-ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè
-avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza
-contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di
-quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza
-si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza
-del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la
-Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso
-a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare,
-ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a
-contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana.
-
-Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva
-quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia
-delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al
-che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati,
-quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a
-Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto
-avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi
-avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva
-necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini
-sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi
-le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben
-prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma
-ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla
-Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che
-rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi
-del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi
-i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano
-quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse
-un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i
-Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro
-divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose
-Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della
-scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame
-teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma,
-gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia,
-siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto.
-Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella
-città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono
-difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo,
-rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che
-alla Repubblica non mancava.
-
-A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi
-prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole
-per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono
-anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini.
-Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma
-poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle
-terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben
-difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte
-senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato
-il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo
-stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano
-di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo
-giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati
-di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase
-prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura
-guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la
-pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito
-per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando
-contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave,
-la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo
-valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito
-danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni
-industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando
-a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da
-Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso
-popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un
-remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132]
-
-Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono
-ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o
-Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori;
-ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi,
-i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in
-teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di
-Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e
-del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli
-inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi
-anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli
-fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu
-il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e
-per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli
-ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne
-andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati
-per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei
-mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e
-ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso
-i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di
-molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e
-per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa:
-dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto
-un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa.
-Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed
-ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che
-pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la
-presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti,
-pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in
-tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133]
-
-Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei
-Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre
-Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare,
-fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel
-Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo
-egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano
-di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i
-Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la
-città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso
-con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal
-papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di
-Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise
-entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino
-ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val
-di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste
-che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato
-ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il
-quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui
-afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano
-per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della
-Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini,
-apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte
-Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la
-grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere
-forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi
-presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a
-primavera con maggiore oste e con migliore fortuna.
-
-Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini
-Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere,
-si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile,
-perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata;
-infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello,
-che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di
-quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il
-Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto
-si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse
-con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa
-v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale
-non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa,
-e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di
-tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte
-Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col
-nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa
-fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo.
-Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato
-in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano
-le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già
-navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra
-molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco
-accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con
-tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi
-s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola
-d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè
-Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno.
-
-Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età:
-nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore
-delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a
-morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli,
-Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che
-lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue
-nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini,
-prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza
-viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le
-paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della
-Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla
-Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei
-cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e
-la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come
-straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere
-un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore
-d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente
-Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno
-di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna.
-Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore
-Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva
-portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini
-mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere
-ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega.
-Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona,
-che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città
-vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di
-Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno
-1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini
-la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non
-s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana,
-tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai
-quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre
-ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che
-era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere
-Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa,
-per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le
-città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per
-quell’acquisto.[137]
-
-Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede
-promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la
-Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta,
-o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione
-di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero
-allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare
-la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli
-inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa.
-Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè
-medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi
-giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un
-tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria
-desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai
-Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e
-fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni
-cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e
-la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio
-di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa
-di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati
-che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo
-la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno
-solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe.
-Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma,
-quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao:
-questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la
-quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di
-Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini
-armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno.
-
-L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai
-collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo
-possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due
-contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui,
-entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla
-pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva
-d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea
-castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e
-l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino
-lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere
-appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In
-quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che
-avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo
-presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore.
-Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma
-la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano
-temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San
-Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi
-faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea
-fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua.
-
-Ma il Re covava grandi disegni sulle cose di Toscana, della quale
-prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di
-Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per
-bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche
-il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in
-Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu
-a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto
-però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed
-il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose
-impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la
-concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di
-già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in
-Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di
-Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in
-Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende
-in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era
-impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao,
-cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi
-a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari
-d’Alemagna.[138]
-
-Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte
-confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni
-della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di
-danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo
-di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi
-per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma
-pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini
-per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in
-Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta
-ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene
-sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro;
-e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande
-il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in
-Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età
-di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di
-morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per
-essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la
-seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad
-un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo
-VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da
-temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra,
-solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le
-armi.[140]
-
-Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima
-riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le
-nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto
-dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo
-imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava
-farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno.
-Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad
-esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia,
-conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era
-semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi
-al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della
-Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari
-detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che
-visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli
-Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo
-avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà.
-Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano
-molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso
-quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di
-Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto
-ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello
-e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi
-Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti
-o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la
-morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a
-riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo
-ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la
-magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria
-sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e
-luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la
-costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli,
-del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima
-per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto,
-o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre,
-non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di
-Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso.
-
-Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici
-mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a
-combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per
-tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e
-la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo
-frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in
-Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente
-le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli;
-ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava
-presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una
-tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi
-infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere
-servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il
-quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana
-tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413
-Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a
-trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa
-desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto
-rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di
-Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al
-Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna,
-e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una
-carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi
-(come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca,
-e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede
-loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e
-Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo
-dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che
-mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e
-tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un
-mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del
-Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria
-di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate
-nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto
-a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere
-contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in
-carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso
-Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il
-cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il
-Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed
-il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua
-stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto
-solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo
-Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146]
-
-La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque
-nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna
-all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una
-misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde;
-ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri
-che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè
-acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere
-e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì
-intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta,
-e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o
-altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come
-prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei
-fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi
-napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse
-in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino.
-Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta
-quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per
-le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio
-1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose
-cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e
-usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo
-stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a
-Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in
-feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove
-prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle
-armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti
-di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di
-Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui
-erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella
-grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore;
-laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza
-gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al
-confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo
-popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano:
-«_Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente
-vince ogni gente_.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì
-a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore
-ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella,
-dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo
-Arcivescovile.
-
-Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa
-Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro
-allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo
-vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto
-lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i
-decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso
-nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua.
-Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza
-se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea
-sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni
-le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il
-Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava
-io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana
-Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità
-tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in
-libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione:
-altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni
-vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle
-assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano
-dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a
-molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora
-si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera
-elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea
-qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè
-Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici
-più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la
-liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i
-documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata
-con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio
-testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori
-era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici.
-Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici,
-Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco
-erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150]
-
-Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori
-forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a
-Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro
-così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a
-capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e
-di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo
-d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo,
-e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le
-manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori
-d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità
-l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda
-solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva
-avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze
-fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a
-oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi
-e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande
-quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima
-di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in
-cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano
-ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella
-Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania,
-in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano
-a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono
-all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi
-e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]»
-Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima,
-l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato
-fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della
-Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto
-ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e
-addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152]
-
-Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè
-furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed
-ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica,
-la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere.
-Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere
-altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di
-Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra
-essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di
-due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La
-prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè
-al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di
-buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno
-aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni
-che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono
-ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero
-che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa,
-Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza
-dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche
-per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di
-Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come
-ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani;
-questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero
-patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare
-ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose
-la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza
-ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155]
-nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie
-private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e
-che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni
-che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di
-privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero
-in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli
-Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne
-andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due
-galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre
-per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra
-galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa
-e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto
-ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse
-in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana,
-che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era
-mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno
-d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il
-signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva
-pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i
-Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro.
-
-Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era
-la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due
-tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla
-costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica
-nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o
-che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a
-farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno,
-castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma
-intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi,
-e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi
-vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi
-rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia
-che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse
-potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le
-risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini,
-che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non
-che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni
-si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e
-per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica
-di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in
-Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i
-Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece
-in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi
-l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini.
-
-Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici
-milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al
-78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti,
-sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza
-contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il
-credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano
-a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri
-vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di
-Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più
-tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa:
-apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel
-palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace
-dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del
-Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze
-a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano
-alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte
-molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non
-erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che
-uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto
-popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in
-quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi
-edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono
-mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai
-bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa
-nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli
-esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di
-Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni
-fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue
-prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto
-Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il
-grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai
-ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma
-e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera
-degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne
-giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza
-di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque
-Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo
-Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni
-dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte
-guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando
-ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi
-in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti
-e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente
-consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai
-giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo,
-e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene
-vengono dichiarate.[161]
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ DA UZZANO, GIOVANNI DE’
-MEDICI, RINALDO DEGLI ALBIZZI.[AN. 1422-1428.]
-
-
-Lo stato di pochi, pel quale reggevasi allora Firenze, aveva in
-quelli anni toccato il colmo di sua grandezza. Fondato nel 1382 con
-l’abbassamento delle Arti minori; ordinato nell’87, dopo la prima
-cacciata degli Alberti, con le leggi poste da Bardo Mancini; munito
-d’armi e d’ordini più stretti da Maso degli Albizzi nel 93; avea
-nel corso di quarant’anni tenuto a freno la potenza del Visconti,
-felicemente condotto a fine due guerre pericolose, acquistato Pisa,
-Livorno, Arezzo, Montepulciano, Cortona; che poco più era l’antico
-dominio. Rimosso ogn’impaccio d’avversarii dentro, non mai tanta
-quiete fu compagna di tale prosperità. Regnava l’ordine, il che
-all’universale permette almeno il beneficio della libertà civile, della
-quale facilmente i più si contentano, qualora non siano troppo stranati
-dalle imposte. Pochi erano quelli che dominavano, e non molti furono
-gli oppressi; non si abbondò nelle uccisioni, le quali producono odii
-più acerbi ed inestinguibili: Maso degli Albizzi, che fu principale
-autore d’ogni cosa, pare comprendesse come nei casi politici i morti
-risuscitano. Un altro solo e tra’ più oscuri della casata degli
-Alberti fu decapitato: ma negli anni 11 e 12 avendo trovato (così
-dice il bando) che la famiglia degli Alberti aveva di nuovo tentato
-congiure, una sentenza mandò esuli tutti di quella famiglia sino ai
-fanciulli nelle fascie, che le altre condanne avevano risparmiato: con
-essi andarono un Ricci e uno Strozzi. Che tutto ciò debba attribuirsi
-all’odio personale di Maso degli Albizzi, può indursi anche dalla
-circostanza, che dopo alla morte di lui cominciarono le condanne degli
-Alberti a essere gradatamente revocate, o in qualche parte attenuate
-con quello studio e con quell’arte di cui sono capaci i Governi che
-stanno ristretti in mano di pochi.[162]
-
-Pure quello Stato altro non era che un fatto mantenuto a grande studio
-da più anni, e, come nota sapientemente Donato Giannotti, lo reggeva la
-virtù dei capi, non la bontà delle leggi; violava insino alle apparenze
-d’egualità cittadina, nè aveva potuto trovarsi radici giù dentro alla
-stessa costituzione della città. Manteneva degli antichi ordinamenti
-della Repubblica quello che avevano di peggiore, il trarre a sorte i
-magistrati, ed in ciascuno fino ai sommi porre insieme gli elementi
-tra sè più contrari, ma sì che sempre il maggior numero stesse con
-gli uomini che reggevano, cosicchè ogni deliberazione usciva divisa
-e in ogni voto era un dileggio. Le Arti minori contavano sempre in
-ogni collegio un piccol numero di rappresentanti, chiamati a dare voti
-inutili se ai possenti uomini non si accostassero. Ma queste e tutta
-generalmente la costituzione delle Arti aveva dismesso l’antica sua
-forza, e, se oso pur dirlo, la verità di sè stessa, quando sotto ai
-Ciompi si aggregarono le Arti nuove, ed una ne fecero degli uomini
-senza lavoro. Dipoi vedemmo giovani ricchi farsi scrivere alle
-Arti minori, strumenti egregi alle corruttele, che già d’ogni parte
-s’insinuavano negli artefici. Col tanto ampliarsi delle industrie già
-il capitale era ogni cosa, e la ricchezza imprimeva il moto a una gran
-macchina di lavoro, della quale erano gli opranti come pezzi che non
-avevano vita politica di per sè. In questo secolo XV le Arti maggiori
-e le minori e i loro Consoli o le Capitudini già nei congegni della
-Repubblica erano fatte un nome vano; più non v’era altro che ricchi
-e poveri; le borse erano fatte a mano, per ogni ufizio una borsa
-propria;[163] ed in quelle della Signoria e dei Collegi e maggiori
-ufizi, che ad ogni tratto si riformavano, la sola regola consisteva
-anco di nome nel mantenere gli stessi uomini e famiglie ch’erano
-state prima in ufizio: pigliare gli uomini prima dell’82 era allargare
-il reggimento; pigliare quelli dell’87, o più ancora del 93, era un
-ristringerlo più che mai. Nè il magistrato di Parte guelfa serbava
-più nulla di quella sua vecchia e trasmodante potenza, dacchè fu
-arnese contro ai guelfi, cioè agli uomini popolani, usato dai grandi
-o dalle famiglie che in fatto ai grandi s’accostavano. Battuto nel
-1378 e rottagli in mano quell’arme logora delle ammonizioni, venne in
-discredito; e noi troviamo nei primi anni del quattrocento il palazzo
-e i Capitani della Parte guelfa tanto essere vilipesi, che non si
-trovava chi volesse nella grande solennità cittadina andare con loro
-all’offerta in San Giovanni:[164] mancava una forza ed un ingombro
-nella Repubblica.
-
-La quale avrebbe pe’ nuovi tempi abbisognato di forme nuove, e quel
-che non era se non accozzo quasi fortuito di pochi uomini e di famiglie
-che aveano incontro famiglie ed uomini poco disuguali, quel ch’era un
-fatto, avria voluto munirsi d’ordini e di leggi che forma dessero allo
-Stato. Agli ottimati che lo tenevano, stava in quel secolo più che mai
-dinanzi agli occhi grande esemplare la Repubblica dei Veneziani, cui
-molto ambivano d’agguagliarsi, ma nulla avevano a tal fine: nulla in
-Firenze si accomodava a quella forma di reggimento, la quale in Venezia
-può dirsi che uscisse giù dalle viscere di quel popolo, e avesse forti
-dalla natura i mezzi acconci a mantenerlo. Venezia teneva fin dalla
-sua cuna tradizioni principesche nel Doge che n’era stato per più
-secoli signore, e sempre re in piazza, sebbene con poca autorità nei
-Consigli,[165] teneva con certe regali apparenze tuttora il popolo
-in ossequio, e stava a petto degli altri principi. Venezia aveva
-un patriziato di stampa latina, le cui origini si annestavano alla
-istessa formazione ed a tutto il crescere d’una città per ogni conto
-maravigliosa e dalle altre singolare. Avea commerci più che industrie,
-e commerci d’oltremare che stanno in pochi; le possessioni dei suoi
-patrizi erano le navi, quasi castelli dove un solo capo i vassalli
-costringeva a dura opera e forzata. Nei marinari la stessa necessità
-di salvarsi contro a pericoli incessanti impone ubbidienza continua,
-docile, assoluta; tornati a casa, i marinari null’altro cercano che
-riposo, nè mai riuscirono strumento facile ai tumulti. I quali in
-Venezia erano vietati per fin dalla stessa struttura della città,
-che dalle acque tramezzata rendea malagevoli i popolari adunamenti,
-talchè a tenerla era bisogno di pochi armati; nè questi facevano alcun
-pericolo allo Stato, che dentro Venezia non mai ricettava quelle
-milizie forestiere di cui si valeva per le guerre e per la guardia
-delle provincie di terraferma.
-
-Firenze ebbe in tutto condizioni differenti: avea con Venezia comuni
-soltanto le antiche scaturigini del sangue etrusco, e più che altrove
-inalterate da innesto germanico le latine tradizioni; talchè nei due
-popoli una cert’aria di fratellanza traspare tuttora. Ma il popolo di
-Firenze, più mobile e arguto e più inclinato allo speculare, voleva
-reggersi a democrazia; e se ora pendeva da pochi ottimati, non era per
-altro che per l’impotenza naturale all’altra forma di reggimento; e il
-popolo aveva più che le apparenze tuttavia sempre della sovranità. Era
-pei governanti un lavoro senza fine formare le borse, poi regolare le
-tratte ai magistrati ed ai collegi, ed ai consigli, ed agli ufizi di
-dentro e di fuori, secondo giovasse alla parte che reggeva; le molte
-pratiche e le regole che si adopravano minutissime serbavano certe
-loro peculiari e vive e affatto popolari locuzioni a noi trasmesse dai
-cronisti.[166]
-
-Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da
-Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla
-Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini;
-altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello
-Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste
-frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167]
-nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della
-giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo
-zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati
-aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè
-l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in
-favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado
-non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza
-sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere
-grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente
-celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri
-più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso
-serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier
-Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore
-innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente,
-e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui
-recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire
-agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i
-quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non
-gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se
-volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la
-quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai
-rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169]
-
-Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da
-Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la
-potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non
-avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica
-lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse
-per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli,
-frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi.
-Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi
-prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere
-il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano
-eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla
-forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte
-nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini;
-degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di
-libertà.
-
-Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni
-Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo.
-Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale
-intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa
-pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere,
-lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri
-assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia
-fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine,
-o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero
-tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed
-esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.»
-Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della
-Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove
-pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine
-(così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune
-in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare
-la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se
-pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli,
-che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo
-l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella
-città di Firenze.[171]
-
-Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici
-chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro
-e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro
-meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà,
-essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare:
-aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando
-l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il
-più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora
-godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che
-egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai
-savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le
-sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua
-casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici
-della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva
-Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano
-avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo
-passava innocuo e tranquillo.[172]
-
-Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre,
-le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati;
-intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli
-avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove
-a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle
-imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute
-necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era
-stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è
-impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo,
-perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio
-glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non
-che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo
-per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le
-possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi;
-o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che
-abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono
-per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di
-avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che
-precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un
-altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento
-cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori
-del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati
-più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e
-palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non
-ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto
-che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio
-del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un
-Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri
-ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e
-in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere
-più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della
-Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano,
-perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che
-fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o
-come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati
-abili e imborsati.
-
-Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra
-per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella
-quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età
-minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà
-della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano
-in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria,
-portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò
-la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire
-per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva
-nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse
-avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando
-l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo
-valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con
-quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso
-che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta
-in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era
-Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile
-a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità
-dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con
-la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro
-più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua
-della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta
-si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave
-disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli
-mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle
-strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca
-la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo
-racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là:
-godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si
-erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato
-pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più
-giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per
-comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di
-Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza
-dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue
-l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i
-cittadini.
-
-Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo
-dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il
-reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi
-ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era
-Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso;
-e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri
-Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la
-morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale
-avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che
-allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati
-ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria
-ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati;
-e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano
-anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual
-titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le
-terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani
-di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo
-uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui
-dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza
-della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in
-fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie
-generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se
-nulla accadesse, venivano rinnovate.[177]
-
-Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli
-in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di
-dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo
-Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta
-di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine
-che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la
-potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo
-col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città
-contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più
-manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi
-per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in
-Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano
-di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In
-questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse
-morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo
-sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola
-il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di
-Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi;
-e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del
-Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per
-lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti
-paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare
-per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice,
-non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge
-avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini;
-ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di
-governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale
-muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate
-da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi
-prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel
-quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano
-pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo
-cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara
-co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi
-si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano
-costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era
-lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico
-degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su
-un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande
-disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La
-rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno
-degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da
-Tolentino.[179]
-
-Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei
-maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso
-tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che
-pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano
-come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone
-rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di
-fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e
-per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le
-somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati
-posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181]
-Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non
-fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano
-ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti
-pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano
-sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed
-era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava
-nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere
-adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come
-noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti
-giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli
-animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il
-segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi
-hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali
-medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè
-_chi ha del pane, mai non gli manca cane_. Solo in una cosa consiste il
-vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti
-abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi
-ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole
-difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è
-escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè
-ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini
-a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini
-potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere
-entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza,
-e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il
-quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non
-si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero
-dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto
-il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai
-messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero
-ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero
-disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito
-sconciamente.
-
-Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come
-vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e
-sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze
-le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi,
-assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora
-stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e
-lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato.
-Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie
-laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose.
-Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili
-venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si
-riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete
-o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato
-col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma
-perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo
-in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero
-congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184]
-
-Ma quanto facessero per tali industrie era nulla, se non pervenissero
-a ridurre in pochi lo Stato, che era il fine d’ogni cosa, levando di
-mezzo quei cittadini d’ogni colore i quali s’erano dovuti ammettere
-per necessità a fare numero nei Consigli; perchè gli ordini della
-Repubblica a ogni modo erano popolari, nè industria bastava, se
-le antiche forme non si alterassero e lo Stato venisse al tutto
-e scopertamente in potestà degli ottimati, grandi o di popolo che
-si fossero. Quindi, con permesso del Gonfaloniere Lorenzo Ridolfi,
-ordinarono d’essere insieme una mattina in Santo Stefano settanta
-dei più eminenti cittadini; tra i quali (secondo si legge) Rinaldo di
-Maso degli Albizzi, che tutti vinceva per eloquenza, parlò così: «Le
-vostre discordie vi hanno dato a compagnia chi già ad altro tempo non
-sarebbono stati tolti per sufficienti famigli de’ vostri maggiori:
-dimenticate le ingiurie che fossero intra voi, ed accordatevi al
-popolare reggimento ed al comune utile. Voi siete il Consiglio di
-questa città; adunque quello che per voi si farà, farà il Comune,
-perchè il Comune siete voi. In antico per dispetto de’ nobili e degli
-antichi popolani, ciascuno ha fatto nuovo rimbotto, e aggiunti tanti
-novissimi e meccanici nelle borse, che ora le loro fave è tal numero
-che le vostre non ottengono. Io vi ricordo che sempre in tutti i popoli
-è grandissimi odii tra’ nobili e meccanici cittadini. Nonostante che
-qui tra noi non sia quella gentilezza che per li savi si conchiude, ma
-noi siamo gentili appresso a chi noi ci abbiamo fatti compagni; chi
-è venuto da Empoli, chi di Mugello, e chi c’è venuto per famiglia,
-ed ora ce li troviamo per compagni al governo della Repubblica. Ed
-almeno stessono contenti a quello che eletti gli abbiamo, ma e’ ci
-tengono per servi, e loro essere i signori. Se si ragiona di guerra,
-eglino la confortano e tra loro dicono: noi non possiamo perdere; però
-che se la guerra vinciamo, noi siamo al governo appresso di loro, ed
-empianci le borse; se si perde, che è a noi? conciossiachè niente o
-poco ci costa, perocchè le nostre botteghe hanno altrettanto d’uscita
-quanto d’entrata; possessione ne’ danari di Monte nostri non si
-trovano e non abbiamo. Aggiungono ancora un’altra ragione, e dicono il
-vero: quando c’è le guerre, la città è sempre abitata da moltitudine
-di soldati a piede e a cavallo; chi viene per acconciarsi e chi s’è
-acconcio; chi per le sue paghe e chi per fare la mostra; e così tutta
-la terra sta sempre piena di gente bellicosa, la quale conviene che
-ogni sua necessità compri; là ove gli artefici ne stanno grassi e bene
-indanaiati. Savi cittadini, la guerra dei lupi sempre fu ed è pace
-degli agnelli; e’ dicono essere gli agnelli, e voi i lupi; e però
-niun partito, il quale voi ordinate e desiderate che si faccia, non
-vogliono vincere con le loro fave, anzi desìano e cercano il vostro
-disfacimento. Che amore credete voi che gli abbiano alla Repubblica
-coloro a cui mai costò nulla? Eglino non sanno quasi chi essi si
-sieno; come possono avere amore ad altrui coloro che non l’hanno a
-loro medesimi? Io ho veduto venire il villano di contado, e dirgli il
-figliuolo: quando venisti e quando ne andate? per le quali parole pare
-che più tosto ami che se ne vada, che non ami che ci venisse. Ancora
-di quelli ho veduti che hanno vietato al padre che non lo manifesti
-per figliuolo, però che non vogliono che si sappia che il padre sia
-bifolco o agricolo. Adunque, che amore credete abbiano a voi e alla
-vostra Repubblica quelli i quali non l’hanno alle loro medesime case?
-Niuna differenza è al nascere e al morire dal gentile al villano; ma
-ne’ costumi sono differenze, e massimamente nell’amare; il gentile ama,
-il villano teme: dico che dal villano all’artefice è poca differenza.
-C’è poi tra tante ragioni una massima, conciossiachè l’origine della
-vostra signoria distendeva il contado dal Galluzzo a Trespiano, e ciò
-che avete d’avanzo possono dire non essere di vostra ragione; anzi
-di coloro, di cui questi veniticci furono già fedelissimi vassalli.
-Adunque l’amore è piuttosto nelle origini dei vostri nemici che non
-è nella vostra Repubblica, e così naturalmente sono desideratori del
-vostro rovinamento. Sicchè provvedete; che vi è tanto più necessario,
-che bisogno vorrebbe già essere provveduto. Signori cavalieri, e voi
-valorosi cittadini, non vedete voi ch’egli hanno poste le gravezze
-trasordinatamente a tutti voi, i quali avete in mano le redini della
-Repubblica? E vedete le ingiuste poste, le quali per voi si comprende
-non le potere soddisfare. Avete addimandati non nuovi modi, ma antichi
-ed usati da lunghe consuetudini. In simili condizioni di trasordini si
-è sempre usato lo sgravio, acciocchè quelle poste che sono fuori del
-ragionevole, si correggano e rechinsi al ragionevole per lo sgravio.
-E niente hanno voluto acconsentire; innanzi vogliono contaminare
-l’antico consueto dello sgravio, che ottenerlo colle fave alla civile
-usanza. Non sapete voi che la lunga consuetudine si ritrova in tra
-le leggi? E chi dalla legge si parte, rinunzia al ben vivere ed alla
-civile libertà? Per certo voi potete vedere come in tutto cercano il
-vostro disfacimento e quello della vostra Repubblica. Credete voi che
-non tengano a mente la crudeltà de’ loro padri, e che non sappiano
-quanto la loro perfidia si distese sopra il sangue de’ vostri maggiori?
-Cercate i conventi de’ frati, e trovereteli pieni di corpi e di carogne
-de’ vostri antichi; guatate il muro del Capitano, che ancora ritiene le
-note del sangue di tanti valenti cittadini, i quali erano sufficienti
-per le loro mani tutta lingua latina essere giustamente governata.
-Qual cosa ci fu che non fosse piena di pianto e di lamento di vedove
-e di pupilli? Tutta la città era piena di oscuri vestimenti con volti
-tutti lagrimanti e pieni di dolorosi aspetti. Non sentiste voi le voci
-delle misere madri, degli orfani e de’ pupilli gridare e dire: non
-vi fate compagni coloro che ci hanno tolti i nostri sposi e i nostri
-padri, i quali furono l’onore e la gloria di questa Repubblica. Qual
-via o qual contrada sapete voi, che ancora non vi rinnovelli delle
-reliquie delle loro arsioni? Perchè col fuoco le loro furie l’arsero
-e disfecero. Quaranta maledetti mesi tennero in servitù questo popolo!
-tanti sbanditi, tanti confinati, ed ancora con veleni nobili cittadini
-falsamente feciono morire, e tali con le coltella perirono, e non
-era cittade che non fusse piena de’ vostri antichi: chi v’era in
-esilio, chi per isbandito e tale per rubello: e così le stranie patrie
-abitavano. Piacciavi perdio di non volere stare pertinaci nelle vostre
-discordie, acciocchè quelle non sieno più l’esca che accenda il fuoco,
-il quale fu spento da quel vostro cittadino di Bardo Mancini. Voi ci
-avete misto i campi di Figline e di Certaldo e di cotali luoghicciuoli,
-con assai disutili schiatte; e venutici colla bottega al collo, hanno
-tenuto in mano il vostro gonfalone. Ancora avete aggiunto a questi così
-fatti mostacci, ammoniti ed originali ghibellini i quali sapete che
-sempre furono nemici del guelfo reggimento; e addietro avete lasciato i
-nobili della vostra città. Questo dite che fate per le incomportabili
-superbie che usavano i loro antichi: la superbia non si niega che non
-sia abbominevole a comportare, ma e’ non è minore il fastidio presente
-della stolta plebe, che si sia la preterita superbia degli antichi e
-de’ nobili. Diremo noi che sia superbia incomportabile quella di colui
-che è nato de’ Bardi, se desidera di essere maggiore che il nipote
-di Piero Ramini, e il figliuolo di Silvestro fornaio? Non è egli più
-giusta cosa, che quegli che è nato de’ Rossi sia sopra quello dello
-Stucco, che quello dello Stucco sopra lui? o che quel seggio sia
-negato a’ Frescobaldi, che è conceduto allo Stuppino? Senza che non
-contendono questo, ma desiderano egualità con tutti, e non maggiorità
-di persona. Dico, che queste non sono superbie, ma più tosto ragioni
-naturali e comandate dalla grandigia e dalla nobiltà della Repubblica;
-avvegna dio che, da quanti più nobili è governata la Repubblica, tanto
-è più nobile la Repubblica. E nientedimeno i nobili addietro avete
-lasciati, e i vostri nemici per le vostre sfrenate volontà vi avete
-fatti compagni. Dico che a voler tutti i vostri benefizi conservare,
-è da dar modo che le borse si vuotino delle maladette pravità de’ mali
-uomini. Sapete che la terra è compartita in tre generazioni d’uomini,
-cioè scioperati, mercatanti ed artefici. Avete le leggi de’ vostri
-antichi, che nel numero de’ Signori sia due delle Arti minori, e gli
-altri sieno delle sette maggiori Arti e scioperati mescolatamente; e
-per simile modo e ne’ Collegi. Ma il Consiglio del popolo, dov’è il
-tutto delle volontadi, e dove si conchiude tutte le cose del Comune,
-vi è delle ventuna Arte, sette delle maggiori, e quattordici delle
-minori. Adunque vedete, che le due parti vi è delle minori e il terzo
-delle maggiori; così la legge non è obbedita, e però non vi riescono le
-vostre volontadi, perchè naturalmente vi sono nemici e hanno le fave
-nelle mani. E’ si vuole le quattordici minori Arti recare a sette, e
-che il numero degli artefici seguiti lo scemo delle Arti: dico là dove
-sono due artefici, torni ad uno, ed a quel mancamento vi si aggiunga
-le maggiori Arti e i Scioperati. Questo vi sia assai abile a fare:
-come uomini nuovi, non intendono quello che si fanno, se non quando
-comprendono fare il vostro disfacimento. Noi il senso della legge e
-la volontà nostra faremo trarre a un medesimo fine: sempre la chiosa
-di colui che ha fatto il testo va innanzi a tutte le altre; ed è
-ragionevole, avvegnadio che tutte le leggi, per efficaci e giuste che
-sieno, stanno soggette alla forza: chè sempre la spada nell’ultimo è il
-competente giudice. Ed è tra voi la forza e il dominio sopra la gente
-dell’arme, per l’asprezza della presente guerra: che avremo se non a
-soldare due tre migliaia di fanti, e mostrare di voler fare una segreta
-cavalcata in accrescimento della Repubblica, e quelli in un deputato
-giorno, sotto colore di fare la mostra, condurli in sulla maestra
-piazza a far pigliare le bocche per le quali gente plebea vi potesse
-noiare? E chi ha il governo, adoperi le fave col favore della spada,
-e per questa via si verrà alle desiderate conclusioni. Qui non resta
-se non a dare il modo a seguire l’ordine ed eleggere il tempo abile a
-tanto fatto. Se mestiero fosse la mislèa, vi è debito non fuggirla,
-ma seguitarla. A che ricorreranno queste vili Capitudini? I fornai
-si armeranno di pale, e con le vostre schiave ne faranno cordoglio;
-e così altri coi loro trafficatori si compiagneranno della vostra
-gloria. Però in tutto vi si prega, e me con voi insieme, a dare il modo
-che gli uomini degni abbiano gli onorevoli luoghi del Comune; e che
-questi veniticci stiano alle loro articelle a esercitare gli alimenti
-necessari a nutricare le loro famiglie, ed in tutto dal governo della
-Repubblica escluderli siccome seminatori di scandali e di discordie.
-E se nessun altro più ottimo rimedio ci vedete, prego si manifesti; e
-quanto più presto, meglio: e quello che è più utile, perdio, con tutta
-sollecitudine si faccia.»
-
-A questo parlare tutti alzarono le mani al cielo, lodando Dio e messer
-Rinaldo; e tutti si volsero a Niccolò da Uzzano, mostrando talento
-d’udire il parere di Niccolò quanto aveano mostrato piacere del
-consiglio di Rinaldo. Ma il grande Anziano lodando il fatto, una cosa
-aggiunse: «Voi sapete come la famiglia de’ Medici è stata sempre capo
-e guida della plebe. Ora voi vedete Giovanni di Bicci essere capo di
-tutta la famiglia, ed è sostegno e guida degli artefici ed ancora di
-più mercatanti, i quali reputano lui padre non che di tutte le Arti
-minori, ma delle maggiori sostegno e campione. Io consiglio che chi si
-sente a lui intimo, lo richiegga di recarsi alla nostra intenzione, ed
-ogni volta che questo sia senza nulla di dubbio, faremo tutto quello
-che il valente cavaliere ha consigliato.» A queste parole ciascuno
-s’accordò; e messer Rinaldo fu chiamato a richiedere Giovanni de’
-Medici alla loro congiura. Andò Rinaldo ed espose il fatto; al quale
-Giovanni si negava risolutamente, com’era da prevedere; e biasimandolo
-forte: «Donde cavate voi (disse) che i sollevamenti de’ popoli sieno
-pace e tranquillità de’ cittadini? Se il vostro padre vivesse, ei non
-avrebbe voluto che il popolo fosse del suo luogo rimosso se non per
-abilità de’ poveri uomini; e se voi tenete a mente i suoi portamenti,
-direte questo medesimo essere così.» Qui annoverò alcuni benefizi che
-Maso avea fatti a pro degli infimi, ed i freni posti alle soperchierie
-dei potenti. Aggiunse: «Volete ora voi ritrovarvi a disfare con
-insopportabile ingiuria, tanti benefizi del vostro eccellente padre
-verso questo popolo? Io v’annunzio per vostro avviso che quando eglino
-avessino acconci loro, che egli sconceranno voi e me e gli altri
-buoni uomini di questa città. Io, come ho trovo il popolo, così il
-voglio lasciare; ed ancora ne conforto voi che il simile facciate.»
-Giovanni accennava ai grandi, che avrebbono sconciato ben tosto
-tutta la parte dei popolani e tutti gli ordini dello Stato. Nè credo
-l’Uzzano altra replica si aspettasse, nè altra volesse, avversi ambedue
-ai modi violenti a cui Rinaldo parve inclinare. L’Uzzano esortava
-si ripigliasse lo Stato come aveva fatto Maso degli Albizzi nel 93,
-serrando le borse senza più fare rimbotti, cioè senza chiamarvi per via
-di partiti altri nuovi cittadini; voleva che fosse rinnovata la balía
-ogni dieci anni regolarmente, innanzi cioè che avesse potuto alterarsi
-quello Stato, perchè le balíe non uscissero di mano ai capi di esso,
-nè aprissero mai le vie degli uffici ad altri che ai loro. Bramava
-accostarsi quanto più potesse ai modi e alle forme della Repubblica
-veneziana: andava però con passi malfermi, secondo imponevano le troppo
-diverse condizioni; e in certo suo scritto pare consigli ringiovanire
-le decadute istituzioni della Parte guelfa, tornare cioè ai modi
-antichi, soli possibili in questo popolo com’egli era.[185] Giovanni
-voleva anch’egli serbare le forme antiche della Repubblica, null’altro
-cercando a sè ed ai suoi che il favore popolare.
-
-Ma una parte si formava intorno a lui non consenziente, e i figli suoi
-Cosimo e Lorenzo gli facevano rimprovero del non mostrarsi più vivo,
-stimolati anche da un Averardo di Alamanno de’ Medici, uomo cupido e
-ambizioso. Dai quali Giovanni qualche rara volta si lasciava condurre
-in Palagio; ma rifiutandosi, quanto a lui, ad ogni cosa per cui potesse
-nascere divisione nella città. Diceva: «Per me io voglio attendere
-alle mercanzie dalle quali ebbi ogni grandezza, e da quelle in fuori la
-Repubblica non mi glorifica; perchè quand’io ero indigente, non che la
-Repubblica mi alzasse, ma cittadino non ci era che mi conoscesse o che
-non mostrasse di non avermi mai veduto.» Giovanni di Bicci e Niccolò
-da Uzzano, ambedue vecchi, s’adopravano a contenere ciascuno i suoi;
-ma troppi già erano ai quali giovava la guerra aperta, e che cercavano
-ad essa cogliere le occasioni. Erano in Palagio due Cancellieri; che
-l’uno, ser Paolo di Lando Fortini, era tutto degli Uzzani, e l’altro,
-ser Martino di Luca Martini, stava co’ Medici. Per il che cercando
-quegli rimuoverlo dall’ufficio, ottennero questi che invece ser Paolo
-fosse levato: l’anno dipoi fu casso il Martini; del che si legge il
-vecchio Giovanni avere avuta grande afflizione.[186]
-
-Questo è il solo fatto di cui si trovi nei minori Cronisti alcun
-cenno, ma basterebbe anche solo a mostrare già essersi scoperta la
-parte de’ Medici, Rinaldo a quella dichiaratamente avverso, avverso
-ma cauto Niccolò da Uzzano. Di tutto ciò noi però teniamo conto
-accurato, perchè della grande mutazione che indi avvenne cerchiamo
-indagare con ogni studio le prime origini, oscure in gran parte. Ma
-quanto alle cose fin qui dette ci corre obbligo di dichiarare tutto il
-racconto essere fondato sopra la nuda testimonianza d’un solo autore
-contemporaneo, ch’è Giovanni Cavalcanti: da lui traeva il Machiavelli
-non che la materia del quarto suo Libro, bene spesso le parole, senza
-che per altri libri o documenti crescesse lume a questi fatti.[187] La
-radunanza in Santo Stefano e i discorsi che vi si tennero, non hanno
-per noi altro mallevadore che il Cavalcanti, alla cui autorità non
-vorremmo starcene alla cieca; e quell’arringa che egli poneva in bocca
-a Rinaldo, sembra esprimere a dir vero anzi i concetti degli antichi
-grandi che i propri dell’Albizzi. Ma perchè assai bene e con linguaggio
-molto nervoso ci mette innanzi le divisioni che erano in seno della
-Repubblica, credemmo potesse riuscire utile all’istoria; e quando
-ai lettori fosse apparita troppo lunga, saremmo ingannati del nostro
-giudizio. Inoltre il fatto dell’essersi allora qualcosa agitato, riceve
-conferma per altri indizi, sebbene lievi, che a studio potemmo altrove
-raccogliere.[188] Torniamo al seguito del racconto.
-
-Ai reggitori di quello Stato, sebbene intorno si ammontassero le
-difficoltà, non mancò l’animo; e rifatti di danaro pei balzelli pur
-quella volta riscossi, pigliarono a soldo quanti poterono Capitani
-che fossero al caso da restaurare quella guerra. Fidavano molto nelle
-armi Braccesche, nelle quali era il conte Oddo, giovinetto che dopo la
-morte del padre suo Braccio aveva seco governatore di tutte le imprese
-Niccolò Piccinino, che fu il migliore tra i discepoli di Braccio, e
-dopo lui tenne la condotta di quelle armi: bramò egli fare un’impresa
-segnalata contro a Faenza, mosso da uno de’ Manfredi, ribelle che
-si era posto ai servigi della Repubblica. Sperava favore costui nei
-villani delle valli del Lamone, i quali vedemmo un’altra volta quanto
-potessero; ma perchè i soldati non attendevano che a rubare, gli
-furono contro, e chiudendo i passi, misero in rotta quei predatori,
-uccidendo il misero e pro’ giovinetto, che bello della persona e
-franco nelle armi s’era valorosamente diportato. Rimase prigione il
-Piccinino, e fu menato nella città di Faenza: quivi egli riusciva con
-le persuasioni a voltare quel Signore, sicchè lo condusse a entrare in
-lega co’ Fiorentini. I quali però venivano successivamente a perdere
-quante fortezze e terre aveano in Romagna, alcuna di esse abbandonate
-con poca difesa per viltà dei Commissari che le tenevano: per il che
-apparve tanto più eminente la virtù di Biagio del Melano; il quale,
-mancatogli ogni mezzo alla difesa della rôcca di Monte Petroso e pure
-negando renderla, e i nemici con animo di costringerlo avendo appiccato
-il fuoco all’intorno; Biagio si fece ai merli, e gittate prima a terra
-quante avea robe in casa leggere e morbide, vi gettava sopra i propri
-suoi figli di piccola età, i quali furono dai nemici pietosamente
-raccolti, ed egli lasciossi perire in mezzo a quelle fiamme anzichè
-rendere la fortezza: il nome di lui fu molto in patria celebrato, e
-la Repubblica provvedeva splendidamente ai rimasti figli del preclaro
-cittadino. In Val di Tevere Capitano era Bernardino detto della Carda,
-di quella casa degli Ubaldini la quale, avendo perduto lo Stato per
-lunghi assalti dei Fiorentini, serviva ad essi ora per la necessità
-di vivere colla spada, com’era l’usanza dei signori castellani: da
-costui nacque (la madre s’ignora) quel Federigo che risuscitò la casa
-dei Montefeltri e fu il migliore dei Principi di quel secolo. Avea
-Bernardino incontro le forze dappertutto vittoriose di Guido Torello e
-d’Agnolo della Pergola, dai quali essendo colto in Anghiari, fu messo
-in rotta e andò prigione in Lombardia: e frattanto il Piccinino, per
-indugi che i Dieci posero a soddisfarlo di certe pretese, lasciò allo
-spirare della sua condotta per sempre i servigi della Repubblica;
-alla quale, come capitano del Visconti, fece poi soffrire gravissimi
-danni.[189]
-
-Tante rotte successive e tante perdite avean messo in grave angustia
-i Fiorentini; dai gioghi alpestri della Romagna fino alla valle di
-Chiana scoperto lo Stato delle più valide sue difese con tanto studio
-acquistate, incerta la fede de’ Signori circostanti, e Siena e Lucca
-male disposte perchè in sospetto esse medesime delle ambizioni della
-Repubblica. Bisognosa di soccorso, cercava essa quindi con ogni
-industria procurarselo. Sigismondo imperatore avea differenze col
-duca Filippo; tantochè avendo speranza condurlo in Italia contro
-lui, gli mandarono ambasciatori, fidando anche molto nel favore
-dello Spano. Ma essendo Sigismondo tuttora in guerra ed in assai
-mala inclinazione verso la Repubblica dei Veneziani, riusciva inutile
-ogni pratica.[190] Al Papa era andato due volte Legato Rinaldo degli
-Albizzi, e dimorato in Roma più mesi,[191] s’ingegnava intimorirlo
-delle intenzioni che il Duca aveva nel Reame, per le quali praticava
-segretamente col re Alfonso. Ma il Papa cercava invece condurre i
-Fiorentini ad una sforzata pace, alla quale il Duca mettea condizioni
-impossibili ad accettare, null’altro volendo che turbare in ogni modo
-lo stato d’Italia. Ogni speranza era dunque posta nella Repubblica di
-Venezia, dov’erano andati prima lo stesso Rinaldo, indi Palla Strozzi,
-e troviamo che vi andasse Giovanni de’ Medici. Lorenzo Ridolfi, che
-seguitò a questi e poi vi rimase, penò lungamente a fare capace quella
-circospetta Signoria della convenienza di pigliare in tempo riparo
-contro alle aggressioni che addosso a lei si volterebbero quando ella
-fosse rimasta sola. Si narra che un giorno orando in Senato, Lorenzo
-dicesse queste parole: «i Genovesi non aiutati da noi fecero Filippo
-Maria signore; noi derelitti da Voi, e impotenti ad ogni difesa, lo
-faremo re; Voi, quando non sia rimasto chi possa, benchè volesse,
-darvi soccorso, Voi lo farete imperatore.» Da prima ottenne il Ridolfi
-che la Lega venisse accettata in via di massima, continuando pure
-a negoziare col Duca la pace. Allora in Venezia pervenne il conte
-Francesco da Carmagnola, grande uomo di guerra, al quale doveva Filippo
-Maria le sue maggiori vittorie; ma o che il debito pesasse a questo, o
-che il Carmagnola fosse troppo alto per un principe di quella fatta,
-si venne tra loro a tale rottura, che il Conte si partiva cercando
-condurre quante più potesse armi italiane contro a Filippo. Ed era
-in Venezia nel supremo magistrato Francesco Foscari, che ambizioso
-d’ampliare il dominio, male s’adagiava in quelle cautele cui era
-solita la Repubblica: ambedue questi diedero mano possente e valida
-al Ridolfi, il quale ammesso un altro giorno in Senato, «Se (disse)
-v’è cara quella libertà di cui s’onora la città vostra, unite le armi
-vostre alle armi di noi, che pure siamo e vogliamo essere liberi; noi
-per questa guerra abbiamo già speso più che due milioni di fiorini,
-venduti per essa i gioielli delle spose e delle figlie nostre; ma pure
-ancora possiamo con Voi portarne il peso, e noi vi chiediamo d’averlo
-comune. Tenete a mente, che a duchi ed a re, senato e popolo sono nomi
-odiosi egualmente, e che hanno animo a disfarli: oggi voi siete di noi
-più possenti; ma non basterete, vinti noi, contro alle forze di questo
-Duca, il quale se cerca la nostra ruina, vuole anche poi farsene scala
-alla vostra, ed alla oppressione di quanti rimangono uomini liberi
-in Italia.» Fu stretta la Lega, nella quale entrarono il Marchese di
-Ferrara ed il Signore di Mantova, e il duca Amedeo VIII di Savoia, ed
-il re Alfonso d’Aragona, e la Repubblica dei Senesi; il Carmagnola
-supremo Capitano di tutta la guerra, che fu bandita a’ 27 gennaio
-1426. Nella quale i Fiorentini avrebbono posto in campo sei mila
-cavalli e sei mila fanti, i Veneziani da nove mila cavalli e otto mila
-fanti.[192] Era tra le condizioni della Lega, che fosse in arbitrio
-dei Signori Veneziani fare pace o tregua secondo che a loro paresse; ed
-avevano pattuito che a loro dovessero andare tutti gli acquisti che si
-facessero in Lombardia, quelli di Romagna e di Toscana venendo soli in
-potestà della Repubblica di Firenze, quando non fossero della Chiesa.
-Era patto disuguale, la Romagna essendo di ecclesiastica preminenza;
-ed ai Fiorentini che portavano i due quinti della spesa, quello che
-avanzasse da guadagnare non si vedeva; ma era minaccia contro al
-Signore di Lucca, ed io non credo per nulla piacesse cotesta clausola
-ai Senesi.[193]
-
-L’entrare in campo della Repubblica di Venezia aveva sommosso i Guelfi
-di Lombardia, che è dire la parte degli artigiani delle città e tutto
-il popolo campagnuolo, oppresso da quelle castellane Signorie le quali
-stavano per il Duca. La forza che aveva Firenze trovata quando era capo
-di Parte guelfa contro a’ piccoli Signori intorno a sè nel contado,
-stava ora in Lombardia per la Repubblica de’ Veneziani, che bene sapeva
-usare il vantaggio; cosicchè il passare sotto al dominio di questa,
-era alleviare la condizione di popoli avvezzi ad imperi soldateschi,
-i quali per essere in mano di nobili, anche sapevano di straniero.
-Brescia avea scosso popolarmente il giogo del Duca, e con l’aiuto dei
-villani che discendevano giù dai monti, faceva aspra guerra contro
-ai soldati delle fortezze, che unite tra loro da mura grossissime con
-torri e bastioni, la stringevano;[194] città serbata in ogni tempo alle
-grandi prove ed al patire gloriosamente. Quivi era dunque allora il
-nodo di quella guerra, ed i Veneziani vi mandarono il Carmagnola con
-tutte sue genti, e scrissero ai Dieci perchè avviassero prestamente
-in Lombardia quelle che la Repubblica di Firenze teneva in Romagna
-sotto la condotta del Marchese di Ferrara venuto a parte della gran
-Lega. Filippo Maria dal canto suo richiamava dai confini di Toscana
-l’esercito; al quale essendo precorsa l’oste fiorentina, contendeva il
-passo del Panaro, bene alloggiata e fortemente in sulla riva di là: ma
-i ducheschi, scendendo il fiume, lo passarono a poca distanza, e avuto
-il soccorso di Agnolo della Pergola, si poterono condurre sicuramente
-oltre Po, non senza infamia del Marchese di Ferrara, che nulla avea
-fatto a impedire quella mossa. Ma quella unione delle due Repubbliche
-latine, che erano i due cardini dell’italica libertà, siccome avea
-dato ardire e speranza di nuova salute ai popoli di Lombardia, così
-era dovere che ai Signori dispiacesse; e a quello d’Este pareva
-essere, tra’ due pericoli, meno grave e innanzi tutto meno odiosa la
-potenza del Visconti, di quello che fossero o la vicina grandezza della
-Repubblica di Venezia, o le popolari libertà che i Fiorentini venivano
-oggi a promuovere in Lombardia.[195]
-
-A noi non ispetta narrare l’assedio memorabile di Brescia, nè la
-ferocia popolare contro a’ Ghibellini che teneano le castella, nè le
-crudeltà di questi, nè l’arte di guerra che dispiegò il Carmagnola,
-finch’ebbe la terra in capo a otto mesi, facendone acquisto che
-indi rimase alla Repubblica di Venezia. Intorno a Genova era grande
-sforzo dei fuorusciti che una volta giungevano fino sotto le mura
-della città, e si credevano rientrarvi: principali erano il Fregoso
-e un Fieschi, ch’ebbero aiuto dai Fiorentini di buon numero di fanti
-sotto la condotta del prode ed infelice Tommaso Frescobaldi, il quale
-caduto in mano ai ducheschi, e messo alla corda perchè rivelasse la
-intelligenza che aveva dentro, con forte animo ricusando tradire al
-nemico i segreti del Comune, morì nei tormenti: la Repubblica dotava
-due figlie lasciate dal fedele cittadino.[196] Il Papa frattanto
-s’interponeva per la pace, ed era Legato per esso il buon Cardinale
-Niccolò Albergati bolognese, il quale credette averla composta;[197]
-ma era inganno, perchè Filippo che aveva promesso cedere il forte
-castello di Chiari, faceva assalire i soldati di Venezia ch’erano
-andati per occuparlo; cosicchè la guerra più fieramente si ripigliava
-dalle due parti, che ebbero insieme prima ad Ottolengo, poi a Casa al
-Secco presso Cremona, scontri inutili ma sanguinosi. Filippo istesso,
-contra suo costume, era venuto della persona sua con grande seguito in
-Cremona per dare fermezza a’ suoi partigiani e sopravvedere le difese.
-Nel Po fu battaglia tra’ galeoni del Duca e quelli che i Veneziani
-avean fatto risalire sotto la condotta di Francesco Bembo, il quale ivi
-ottenne splendida vittoria. Ed altra più insigne e molto famosa ebbero
-le genti della Lega presso Maclodio, dove i ducheschi spintisi innanzi
-per terreni paludosi, in fondo ai quali il Carmagnola s’era cacciato a
-disegno, si viddero a un tratto chiusa la via dietro per nuovo assalto
-delle genti soldate dai Fiorentini sotto la condotta di Bernardino
-della Carda, riuscito di fresco a fuggirsi di prigione, e di Niccolò
-da Tolentino. Si gridava dinanzi San Marco, di dietro Marzocco, e nel
-mezzo Duca: del quale l’esercito pareva condotto a ultima ruina, se
-non avesse il Carmagnola lasciato a una parte dei vinti agio di porsi
-in salvo; o fosse prudenza, temendo il valore di uomini disperati, o
-dubbia fede, siccome parve più tardi al Senato di Venezia.[198] Questi,
-per allora non fattane accusa al suo Capitano, si rese più agevole
-alla conclusione della pace, per la quale erano andati ambasciatori
-dei Fiorentini a Ferrara Palla Strozzi e Averardo dei Medici: mediatore
-sempre il Cardinale di Santa Croce. Il nodo era Genova, che i collegati
-volevano il Duca lasciasse o la rimettesse in mano del Papa: negò
-pertinacemente;[199] ma infine l’accordo si fece, avendo il Duca
-ceduto, oltre a Brescia, del suo territorio, Bergamo e tutta la parte
-di Lombardia insino al fiume dell’Adda, rimasto confine ai Veneziani
-finchè durava lo stato loro: e fu all’Italia beneficio quell’acquisto,
-caduta Milano in mano a stranieri, e Venezia mantenendosi infino
-all’estremo della sua decrepitezza pur sempre libera e latina. Maggiore
-cosa fu avere innanzi Amedeo duca di Savoia aggiunto ai suoi Stati
-Vercelli, stringendo d’allora in poi tra l’Adda e la Sesia il Ducato
-di Milano. Aveva quel Duca sperato l’acquisto alla sua casa di tutto il
-Ducato per via di nozze del figlio suo con la figlia unica di Filippo:
-ma quei negoziati, che poteano pe’ tempi avvenire salvare l’Italia,
-presso al conchiudersi poi svanirono.[200]
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.]
-
-
-Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di
-fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201]
-Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata
-anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo
-levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui
-una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più
-tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito
-fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza.
-Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare
-in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi
-modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero
-chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni
-e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate
-ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e
-con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo
-di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo
-o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da
-parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma
-oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti
-che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non
-le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di
-mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile)
-senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto
-confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della
-Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse
-autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma
-una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato
-nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece
-messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da
-Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli
-scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza:
-l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre
-l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo,
-col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando
-viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva
-certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa
-regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della
-natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva
-essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia,
-sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello
-che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè
-stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera
-l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio
-suo il Catasto messo da parte per alcun tempo.
-
-Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio,
-seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si
-potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini
-avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a
-disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria,
-o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti
-e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba
-ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare
-ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti
-la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna
-d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro
-posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia
-parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le
-mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli
-armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna
-cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse
-manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri,
-uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di
-sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati
-alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove
-gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri,
-cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del
-sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni
-sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse
-notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre
-gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi
-e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la
-valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento
-fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti
-d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o
-scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo
-così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni
-cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo
-per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per
-cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse,
-dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata,
-della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio
-degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere
-o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni
-tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze
-od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei
-contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro
-al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento
-delle gravezze.[206]
-
-È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato,
-venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a
-Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene
-dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran
-massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità,
-e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a
-coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza
-agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano
-coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della
-_pompa_, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti
-tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano,
-che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il
-Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo
-Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i
-patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte
-le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare
-gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati.
-Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori,
-che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in
-persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano
-e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che
-frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del
-Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove
-non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e
-rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio
-che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo
-fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice
-antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e
-di pericoli.
-
-Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non
-si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne
-desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi
-passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano
-dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero
-a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano,
-nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della
-casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo
-si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state
-ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle
-giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione
-alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano
-errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza
-a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con
-tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la
-gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori,
-io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il
-giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del
-ragguaglio non fosse altro.
-
-La somma da levare per via del Catasto montava in città a
-venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni
-tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna
-venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta,
-e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali
-prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro
-Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era
-come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio,
-laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli
-soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi
-ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo
-a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per
-nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo
-liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si
-eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si
-levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a
-loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma
-era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti
-avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini
-volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque
-avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di
-San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto
-ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali
-uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il
-Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano
-i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli
-a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe
-altro che _pro forma_, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena
-gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti
-plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi
-senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano
-con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti
-per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi
-signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle
-pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini
-a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne
-avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di
-Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono
-dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri
-castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura,
-quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria
-lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e
-di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non
-furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu
-descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad
-essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210]
-
-Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini
-tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò
-Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in
-quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta
-fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio,
-dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini
-inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei
-confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava
-chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire
-gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire
-non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu
-detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento
-oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini.
-Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare
-l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini
-di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che
-voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero
-delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a
-farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè
-tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato
-ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde;
-per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne
-del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica;
-ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia
-già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva
-per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto
-e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo
-Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa
-della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva
-dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male
-alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non
-quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non
-breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una
-manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni
-già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le
-potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non
-lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro
-spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni
-e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era
-(scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto
-il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in
-grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari
-soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla.
-
-Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando
-due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime
-ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre
-di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta,
-nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro
-prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla
-morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima
-vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il
-fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una
-repubblica temperata.
-
-Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio;
-il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi
-a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le
-parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi
-sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle
-non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per
-testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato
-i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini
-avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di
-Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici
-il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti
-di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che
-noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e
-cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome
-strumento delle _ritorte_ più segrete di parte medicea; ma noi lo
-troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo
-degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di
-molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra,
-i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di
-tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente
-la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti
-variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della
-mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come
-più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in
-ogni cosa gli attraversavano.
-
-Dapprincipio andarono Commissari a governare l’impresa Rinaldo
-degli Albizzi e Astorre Gianni; dei quali Rinaldo si fermava sotto
-Lucca, mentre che Astorre poneva un altro campo nelle marine sotto
-Pietrasanta, cercando chiudere quelle vie d’onde venissero ai Lucchesi
-le vettovaglie nella città ed i soccorsi di Lombardia. Attese Rinaldo
-a pigliare le castella per indi accostarsi a stringere Lucca, e aveva
-già fatto l’espugnazione di Collodi, quando ecco subito cominciare
-dissensi tra’ capi, e quello scambiarsi d’accuse e sospetti donde ebbe
-sì mala riuscita quella guerra. Accusavano Rinaldo ch’egli cercasse
-i suoi privati più che i pubblici vantaggi, e che si facesse mercante
-di prede per la comodità d’inviarle alla sua villa di Monte Falcone,
-come aveano detto del padre suo Maso nella guerra contro Pisa. A quello
-sparlare che si faceva di lui s’accese l’animo di Rinaldo, altiero
-com’era non che dignitoso. Abbiamo una lettera di lui ai Dieci (18
-gennaio): «Io debbo ubbidire ai vostri comandamenti, ma la V. S. dee
-comandare cose oneste e che si possano sopportare. — Io sono nato nella
-città e allevato come cittadino, e non come un saccomanno di bosco.
-Il perchè vi prego, Signori, mi diate licenza ch’io possa tornare a
-casa a posarmi.» Rispondono i Dieci parole a lui molto onorifiche; e
-Rinaldo, mandato a Firenze il figlio Ormanno, rivocava la licenza; ma
-era in città mormorio e bollore, e molto i Dieci erano morsi. Inviarono
-in campo due di loro, Neri Capponi ed Alamanno Salviati, i quali
-si trassero addosso ai monti sotto Lucca. Rinaldo, fermatosi nella
-pianura, conduceva arcani maneggi co’ quali sperava entrare in Lucca.
-Ma egli co’ Dieci male s’accordava, e contro a Neri aveva sospetti;
-cosicchè Rinaldo separatosi da loro, per lungo giro si accostava
-sotto Pisa all’altro campo, d’onde volgendo, e tornato a porsi dal
-lato opposto presso alle mura di Lucca, espugnava Pontetetto. Ma qui
-per fastidi e per disagi, la notte col fango a mezza gamba e sempre
-combattendo, lasciato in penuria di viveri, e per vedersi assottigliato
-di soldati che a lui venivano tolti, operando virilmente ma sempre
-dolendosi, e avendo più volte chiesta licenza, la ottenne in fine a’ 18
-marzo, nè d’allora in poi ebbe ingerenza in quella guerra.[221]
-
-Diversa alquanto è la narrazione la quale discese negli scrittori
-di questa guerra contro Lucca; ma noi seguitammo gli irrefragabili
-documenti che sono le lettere scritte dal campo. Per quegli autori
-assai più trista celebrità rimase all’altro Commissario Astorre Gianni;
-e i fatti atroci a lui apposti sarebbero questi. Costui, essendo
-malvagio uomo ed a vantaggiare la sua Repubblica parendogli essere ogni
-via buona, predava le terre, i castelli disfaceva, recava ogni danno
-ai miseri contadini. Al che atterriti gli abitatori di Seravezza, ed
-ancora forse come antichi guelfi odiando il tiranno Lucchese e avendo
-amicizie con la Repubblica di Firenze, avrebbono al Gianni mandato
-ad offrire liberamente l’ingresso nella popolosa valle, dalla quale
-promettevano aprirgli le vie a fare acquisto di Pietrasanta. Accettò
-quegli; e occupato subito l’adito angusto a Seravezza, e messo sue
-genti nei luoghi muniti ch’erano attorno, mandava grida per tutto
-il paese, che a una data ora si radunassero nella Pieve a udire le
-leggi che il Comune di Firenze ad essi darebbe, e a giurare fedeltà.
-Nè prima furono ivi accolti ch’entrando i soldati, fecero prigioni
-quanti erano dentro, e di lì andarono ogni cosa mettendo a ruba e ad
-esterminio, le donne a vergogna; faceano crudeli e orribili vituperii.
-Per la notizia di questi fatti sarebbe Astorre stato richiamato con
-grande sua infamia; quei di Seravezza, quanto potevasi ristorati.[222]
-Nessuna conferma di tanta malvagità ci viene da molto credibili
-documenti: qualcosa era stato contro lui nella opinione dei Dieci; ma
-pure è scritto, che se avessero lasciato Astorre intorno a Pietrasanta
-l’avrebbe avuta e chiuso la strada ai soccorsi di Lombardia; che egli
-fu richiamato con villane lettere per la improntitudine d’Averardo de’
-Medici, e con la scusa del rimanere scoperta Pisa. Crediamo noi essere
-qualcosa di vero in queste asserzioni, e assai più del vero in quelle
-che contro lui rimasero nell’istoria.[223]
-
-Era fatale che in quell’impresa riuscisse a male ogni divisamento.
-Recavasi al campo quel mirabile uomo di Filippo Brunelleschi che allora
-inalzava la grande Cupola in Firenze: ardito com’era in ogni concetto,
-ma delle opere d’ingegnere non bene pratico, offeriva d’allagare
-Lucca, voltandovi addosso l’acqua del Serchio per un nuovo argine,
-e sperandola condurre per via di chiaviche a sua posta. Piacque il
-disegno ai Magistrati, che furono vinti dal parlare di Filippo, e
-avevano fretta perchè Lucca si pigliasse dentro al tempo loro; intanto
-che il popolo si confidava di terminare la guerra in breve ora, e fare
-acquisto della città, della quale erano tanto cupidi. Invano il Capponi
-si contrappose al disegno, col dire che il campo sarebbe allagato
-e non la città, la quale avrebbe in quella guisa, oltre alle mura,
-difesa d’acque. Non fu ascoltato, e infine anch’egli dovè consentire:
-ma quando l’argine fu presso a cingere la città, i Lucchesi guastarono
-la pescaia e ruppero l’argine in più luoghi, cosicchè la predizione
-di Neri avverandosi, divennero le condizioni degli assedianti di
-molto peggiori, e il campo, che s’era condotto fin sotto le mura di
-Lucca, dovette ritrarsi dov’era innanzi, a Camaiore.[224] Ciò fu nel
-maggio del 1430. Nel giugno seguente mutati i Dieci, andò Commissario
-tra’ nuovi eletti Giovanni Guicciardini, al quale più tardi fu tolto
-l’ufficio perchè intorno a Lucca facea mala guardia, e si diceva che
-i cittadini liberamente uscissero a comprare nel campo stesso degli
-assediatori.[225]
-
-A chi si piace nei viluppi della politica e considera le cose umane
-come un gioco di tanto più bello quanto è condotto più sottilmente,
-parranno quei tempi avere di molto progredito su’ passati, perchè
-se nascesse d’allora in poi alcun fatto tra due vicine città, tutta
-l’Italia se ne commuoveva, e di quello variamente pigliavano briga
-quanti erano principi e repubbliche e condottieri da un capo all’altro
-della penisola: certo era un principio di sorti migliori, ma era
-lontano. Aveva Firenze mandato in più luoghi a notificare quella
-guerra che essa imprendeva contro a Lucca, e le più amiche risposte
-sarebbono ad essa venute da quello che più avea in animo di tradirla,
-Filippo Maria Visconti, mentitore fra tutti solenne, e ora di fresco
-pacificato.[226] Ma era grandissima l’ansietà in cui vivevano i Senesi,
-nella pace abbandonati, come vedemmo, alle cupidigie male celate dei
-Fiorentini, e non che offesi dalle macchinazioni di quei che reggevano,
-messi in canzona popolarmente, come facile conquista a cui bastava
-il porre mano.[227] Aveano mandato a Firenze ambasciatore un loro
-insigne cittadino, Antonio Petrucci; il quale ivi essendo non senza
-dispregio menato in parole, tornato in Siena e persuadendosi che alla
-città per allora non giovava dichiararsi, ma egli volendo pur venire
-a’ fatti, prima ne andava in Roma a papa Martino sempre a Firenze
-poco amico, e col favore di lui raccolta in Maremma e per la riviera
-di Genova quanta più gente potesse, venne in proprio suo nome e come
-stipendiato da Paolo Guinigi su quello di Lucca, riuscito a munire di
-maggior guardia la città. Nel passare aveva ripigliato molte terre dai
-Fiorentini occupate, lasciando al marchese di Ferrara Castelnuovo ed
-altri luoghi di Garfagnana, che da principio della guerra questi aveva
-pigliato per sè. L’assedio però intorno a Lucca stringeva forte, e
-più valido soccorso dentro era da tutti invocato variamente, secondo
-portavano le condizioni della città. Recavasi quindi Antonio in Milano,
-dov’erano andati due nobili Lucchesi, un Trenta e un Buonvisi, a
-chiedere aiuto, non tenendo fede a Paolo Guinigi che, odiato da molti,
-vedeano prossimo a cadere; ma offrivano al Duca darsi in protezione a
-lui, quando egli traesse Lucca dalla cittadina servitù e lei scampasse
-dall’esterna. Il Duca esitava, e trovo scritto che avesse egli dapprima
-tentato il Piccinino perchè andasse sotto la coperta di servire Paolo
-Guinigi in Lucca a torgli la città di mano; al che essendosi Niccolò
-negato, chiamasse il Duca al brutto ufizio Francesco Sforza, che lo
-accettava.[228] I Fiorentini aveano mandato a Milano ambasciatore
-Lorenzo dei Medici fratello minore di Cosimo, ed allo Sforza un
-Boccaccino Alamanni che gli era amicissimo: nulla ottenevano, perocchè
-l’impresa già era sul muovere e il conte Francesco, prima fermatosi in
-Parma a raccorre genti col dare voce ch’egli andasse per suo proprio
-conto inverso Napoli, quando si trovò in punto, calava ad un tratto
-giù per la via di Pontremoli, e sforzato i passi e le difese dei
-Fiorentini, entrò in Lucca nel luglio del 1430: gli assediatori, levato
-il campo, si ritrassero in Ripafratta. Condusse lo Sforza la guerra
-infino sotto le mura di Pescia, la quale avendogli fatta resistenza
-(sebbene l’avessero abbandonata gli ufficiali che la Repubblica vi
-teneva), egli abbruciate nella Valdinievole alcune castella, tornato
-indietro, si faceva forte presso alle mura di Lucca, o già guadagnato
-dall’oro dei Fiorentini o avuto sentore delle pratiche tenute da Paolo
-Guinigi con questi per dare ad essi Lucca in possessione al prezzo di
-dugento mila fiorini d’oro. Non io però mi tengo certo che il Guinigi
-espressamente a quelle pratiche aderisse; ma fatto è, che da quelle
-avendo ragione ovvero pretesto lo Sforza, e il Petrucci ch’era dentro
-la città, e quanti in essa nimicavano la signoria del Guinigi, dei
-quali era capo un Piero Cenami, si misero insieme; e Antonio Petrucci
-andato una notte a visitare il Guinigi, che di lui non si guardava,
-lo fece prigione; Piero Cenami levò in arme la città, ed a quel cenno
-Francesco Sforza pigliava il giovane Ladislao Guinigi che seco era in
-campo: il padre ed il figlio, così dispogliati della signoria di Lucca
-e d’ogni ricchezza,[229] furono condotti nella fortezza di Pavia, dove
-l’infelice Paolo Guinigi tiranno di nome, in fatto però come uomo da
-poco, men reo che non fossero il maggior numero de’ suoi pari, veniva
-a morte in breve tempo. Lo Sforza, accordatosi con la Repubblica di
-Firenze per cinquanta mila fiorini e ritrattosi d’intorno a Lucca,
-se ne andava pe’ suoi fatti in Lombardia, nè più ebbe mano in quelle
-cose.[230]
-
-I Lucchesi fatti liberi tentarono, io credo con poca fiducia, l’animo
-de’ Fiorentini perchè cessassero dalla impresa che aveano tolta
-contro al tiranno. Era il caso dei Pisani quando si furono liberati
-da Gabriele Maria Visconti; ma pur questa volta i Fiorentini erano
-andati troppo innanzi, e si credevano facilmente avere la terra, non
-bene guardata e molto scarsa di vettovaglie. Fecero risposta benigna
-a parole, nel fatto dura, ponendo condizione che subito dessero Monte
-Carlo e Camaiore in via di pegno, il ch’era un volere Lucca nelle
-mani.[231] Teneano l’animo anche volto a Siena, e al conte Francesco,
-il quale credevano andasse nel Regno, proposero fare per proprio suo
-conto l’impresa di Siena, e con lui quindi si aggiusterebbero. Ma
-questi, alieno dall’impacciarsi nelle cose di Toscana, denunziava il
-tutto ai Senesi; ai quali non parve più essere tempo da usare rispetti,
-viepiù irritati da un’insidiosa e falsa ambasciata che ad essi aveano
-i Fiorentini mandata in quel mezzo.[232] Antonio Petrucci ogni cosa
-conduceva; il quale essendo in Lombardia, potè agevolmente persuadere
-al Duca di Milano, che se non voleva manifestamente rompere una pace
-conchiusa di fresco, mandasse in Toscana sotto altro nome di quei
-soldati ch’erano a’ suoi cenni; usato modo in quella età. Filippo
-Maria, siccome vedemmo, aveva allora in protezione la città di Genova,
-di nome libera; ed i Genovesi mandarono a dire in Firenze, desistessero
-da ogni offesa contro ai Lucchesi amici loro: della quale intimazione,
-fatta da uomini servi, non si tenne conto; e Niccolò Piccinino, come
-licenziato dal Duca e come soldato di Genova, muoveva con quattro mila
-cavalli e due mila fanti alla volta di Toscana. Il Conte d’Urbino,
-molle Capitano che di recente i Fiorentini aveano condotto, stavasi
-accampato presso alle mura di Lucca; dov’egli soffriva, sendo il verno
-crudo, penuria di viveri per la difficoltà di condurli. Ne avea il
-Piccinino grande provvigione condotta per mare dalle navi genovesi,
-e appena giunto volendo farne entrare in Lucca, tentava il guado del
-fiume del Serchio con tutto in arme l’esercito suo: a fronte gli stava
-il campo nemico, dal quale una schiera uscita per foraggiare, avendo
-passato il fiume in un luogo dove le acque erano molto basse, mostrava
-al nemico la via; per la quale fatto impeto il Piccinino con tutte
-le schiere, mentre che da Lucca usciti quanti erano capaci alle armi
-di fianco assalivano il campo sprovvisto e male guardato, lo mise
-in rotta, cosicchè pochi scampati a fatica non rimasero prigioni. Le
-donne ed i vecchi dall’alto dei tetti e delle torri di Lucca batteano
-le palme per allegrezza della vittoria: i Lucchesi celebrarono sempre
-dipoi con festa solenne, fino al cadere della Repubblica, quel giorno
-che fu il secondo di dicembre.[233]
-
-Era tra’ minori condottieri i quali ubbidivano agli ordini del
-Piccinino un Antonio da Pontadera fuoruscito che si diceva Conte, cui
-parendo essere aperta una via a liberare la patria sua, insieme con
-molti usciti da Pisa che in Lucca viveano, e co’ villani del territorio
-e gli abitatori delle piccole castella che gli erano aperte per avere
-mala guardia,[234] faceva gran pressa al prudente Capitano perchè egli
-pigliasse l’impresa di Pisa. Ma i luoghi più forti aveano presidio così
-da volere assedio lungo; e Pisa fortificata con gelosa cura dal non
-mai cessante sospetto dei Fiorentini, sebbene bramosa di scuotere il
-giogo, nulla poteva: ed una congiura, della quale s’era fatto capo un
-dei Gualandi, non ebbe effetto; ed i Fiorentini chiudendo le porte agli
-uomini del contado, e poi cacciando fuor della città per l’inopia di
-vettovaglie le donne misere dei Pisani ed i fanciulli, stavano dentro
-sicuri contro ad ogni assalto che avesse tentato il Piccinino. Laonde
-questi con sano consiglio voltatosi prima all’acquisto delle Fortezze
-di Lunigiana che a lui tenevano la strada aperta di Lombardia, scendeva
-dipoi giù per la pianura nel contado di Volterra; imperocchè i passi
-della Valle d’Arno gli erano chiusi, quivi essendosi affortificati con
-molta industria i Fiorentini, che avendo raccolto del vinto esercito
-molti avanzi, facevano guerra sempre intorno a Lucca, di là spingendosi
-al racquisto dei castelli di Garfagnana, di Calci e d’altri in quel
-di Pisa.[235] Ma si era in quel mezzo Siena dichiarata contro a’
-Fiorentini, che invano mandavano a ritenerla ambasciatori, e in lega
-con essa era entrato il Signore di Piombino; e di Lombardia veniva
-soccorso di nuove genti capitanate dal conte Alberigo di Zagonara.
-Pe’ Fiorentini stava in Poggibonsi Bernardino della Carda, e aveano
-condotto Micheletto Attendolo da Cotignola parente di Sforza; al che
-il Fortebracci, seguendo la solita rivalità delle armi, aveva lasciato
-i loro stipendi accostandosi al Piccinino. E questi volgendo le sue
-schiere da Volterra nel territorio di Siena, e di là scorrendo per
-quel di Firenze, aveva espugnato parecchie castella; e muovendo verso
-Arezzo, credevasi entrarvi per una congiura, la quale falliva: ma il
-Piccinino, dopo aver fatto per Toscana gravi danni, veniva dal Duca
-richiamato in Lombardia per le necessità della guerra che i Veneziani
-un’altra volta collegatisi co’ Fiorentini gli aveano mossa.[236]
-
-Pel Duca erano i due maggiori condottieri delle armi rivali, il
-Piccinino e Francesco Sforza; a questo, perchè stesse con lui, Filippo
-aveva insino d’allora promesso in isposa la figliuola naturale, erede
-unico ch’egli avesse. Contro ai quali Francesco da Carmagnola menava
-la guerra con dubbia fortuna e (siccome parve al Senato di Venezia)
-con dubbia fede: la distruzione che in grossa battaglia fecero i
-ducheschi d’un grande armamento di navi sul Po, la rotta in Soncino,
-e invano tentato avere Cremona dai Veneziani molto ambita; queste
-cose furono imputate a tradimento del Carmagnola, il quale condotto
-a Venezia con inganno, vi perdè la testa con esecuzione solennemente
-palese, ma con giudizio segretissimo: delitto inutile (se degli utili
-ve ne fossero) e sfoggio di cruda ragione di Stato, nella quale non
-ved’io nulla altro di buono, eccetto il volere con un grande esempio
-tenere in paura la razza iniqua dei condottieri. Dopo ciò la guerra fu
-trascinata più mesi: ma innanzi un fatto di mare vuol essere da noi
-ricordato. I Genovesi tenevano in armi un forte naviglio, contro del
-quale Venezia aveva mandato sedici galere sotto la condotta di Pietro
-Loredano, le quali usavano la comodità dei Porti venuti in possesso
-della Repubblica di Firenze, e avevano seco sei legni sottili armati
-da questa, che stavano agli ordini di Paolo Rucellai. Si affrontarono
-le due armate a Portofino con grande impeto, e le due navi capitane
-erano alle prese, quando Raimondo Mannelli, il quale guidava una
-galeazza fiorentina, cogliendo il vantaggio del vento, con essa venne
-ad urtare siffattamente nella genovese ch’ella restò presa, tirando
-con sè la vittoria de’ collegati: questi guadagnarono otto galere; ma i
-prigioni, tra’ quali era il capitano Francesco Spinola, condotti prima
-in Firenze a testimonio della virtù del Mannelli, furono dipoi mandati
-a Venezia, non senza rammarico e malumore dei Fiorentini.[237] Uniti
-a Venezia, avevano sempre le seconde parti; dal che oltre all’essere
-umiliati, vedevano anche i vantaggi della guerra andare a crescere
-la potenza di quello Stato di cui temevano più che d’ogni altro la
-soperchianza, perchè la grandezza dei Visconti sapeano mutabile, e in
-Venezia era perpetuità. Quindi usare i Fiorentini al collegarsi mille
-cautele, che dai Veneziani maestri in politica erano tratte a loro pro:
-nè l’alleanza tra le due migliori città d’Italia e tra’ due Stati che
-primeggiassero per virtù, fu altro mai che una svogliata e ognora breve
-necessità.
-
-Qui un grande mutarsi fu di Capitani tra le due parti combattenti.
-Niccolò da Tolentino, che prima era dai Fiorentini andato al Duca,
-tornava ora, lasciato il Duca, ai servigi della Repubblica; la quale
-a lui dava il bastone del comando generale, trovata essendosi male
-soddisfatta di Micheletto. E Bernardino che, ricordando più l’origine
-toscana degli Ubaldini che le offese a questi recate dalla Repubblica
-di Firenze, soleva tenere quivi lieta vita, mutò ad un tratto anch’egli
-bandiera e divenne capitano dei Senesi, i quali aveano messo in catene
-il conte Alberigo di Zagonara che gli conduceva, e così prigione
-mandatolo al Duca. Menava la guerra con buona fortuna Niccolò da
-Tolentino, che prima avendo in Val d’Elsa racquistato con molta
-battaglia il castello di Linari, e sentendo come le genti del Duca
-erano a campo intorno a Montopoli e con gran forza l’aveano stretto,
-portavasi tosto alla liberazione di quel castello; e venuti a zuffa
-tra la Torre di San Romano e Castel del Bosco, fu ivi per lo spazio
-di sei in sette ore molto aspro e grande combattimento, sinchè i
-ducheschi furono rotti, lasciando in preda agli inimici mille cavalli
-e centosessanta prigioni da taglia e molto numero di fanti a piè. Di
-là il Tolentino spingeva al racquisto di Pontedera; e avrebbe avuto
-anche Ponsacco, se non che venne al popolazzo di Firenze gran voglia di
-fare danno ai Senesi, e costretto egli a recarsi da quel lato, non vi
-fece altro che guasti inutili. Micheletto avea pure avuto dal canto suo
-buoni successi contro a Lodovico Colonna, mandato in Toscana dal Duca
-con rinforzo di nuove genti.[238]
-
-Ma intanto avveniva in Italia maggior cosa. L’imperatore Sigismondo,
-amico al Visconti, aveva pigliato la corona di ferro in Monza, e la
-imperiale era convenuto di ricevere in Roma dal nuovo papa Eugenio
-IV. Giugneva in Lucca, nè i Fiorentini però cessavano dal fare offese
-alla città guidati da un giovane e molto audace capitano Baldaccio
-d’Anghiari, fra tutti valente a bene usare le fanterie. Da Lucca
-recavasi in Siena l’Imperatore con soli ottocento Ungheri, ed una
-guardia d’altre poche centinaia di soldati avevagli aggiunta Filippo
-Maria. Voleva dapprima Sigismondo, che a lui andassero due de’ Dieci
-di guerra; ma fugli risposto, non essere usanza muovere gli uomini di
-quel magistrato. Aveva ben egli contro alla Repubblica querele assai,
-e fra tutte massima l’occupazione di Pisa, città ghibellina e solita
-essere nella bassa Italia principale forza di parte imperiale; alle
-quali rispondevano i Fiorentini, avere Pisa per giusto titolo, e che
-la tenevano ad onore di Sua Maestà. Così acquetavasi la Cancelleria; e
-cosa più grave fu il deliberare, se all’Imperatore dovesse impedirsi
-la via di Roma, il che potea farsi collegandosi col Papa; ma questi
-voleva maggiore sussidio di soldati e di moneta che a lui non potessero
-i Fiorentini somministrare. Sarebbe anche stato uopo condurre a pace i
-Senesi e avergli seco; pure un accordo stretto col Papa ebbe qualche
-effetto, ed alcuni scontri così avvennero, dei quali uno di più
-importanza alla Castellina, dove perirono molti Ungheri. Si erano in
-quel mentre scoperti trattati contro alla Repubblica in Volterra e in
-San Miniato. Passava infine Sigismondo, che avrebbe pur anche voluto
-accordarsi toccando venticinque migliaia di fiorini, e contentandosi
-venire in Firenze, per quindi senz’altro tornare in Ungheria: ed anche
-troviamo che avesse passaporto dalla Repubblica di Firenze; tanto
-era scaduta l’Imperiale Maestà: ma vero è che altri dice, aver egli
-domandato trecento mila fiorini.[239] Cessato il contrasto, pigliava
-in Roma Sigismondo la corona: e intanto la pace a’ 10 di maggio 1433 si
-pubblicava in Ferrara tra ’l Duca di Milano e le Repubbliche di Venezia
-e di Firenze ed i collegati di ambe le parti, ciascuna tenendo quel che
-prima possedeva: era conchiusa per la intromessa del marchese Niccolò
-da Este, che pare tenesse fra tutti in Italia il bell’ufficio di
-paciere. Da Roma pigliava l’Imperatore la via del mare, ed abboccatosi
-in Talamone col re Alfonso, quindi recavasi in Basilea, dove un
-Concilio era adunato a continuare (sebbene avesse poi mala fine)
-l’opera impresa già in Costanza per la riforma di Santa Chiesa.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1433-1434.]
-
-
-Al termine della guerra contro Lucca, crescendo le accuse e le ire tra
-le parti, entrambe cercavano propizia al muoversi occasione. Sappiamo
-le pratiche di quella dell’Albizzi, che prima essendo all’aggredire,
-donava a Cosimo anche l’innocenza e con la finale vittoria il silenzio
-delle arti usate a prepararla. Si legge che mentre viveva tuttora
-Niccolò da Uzzano, andato un giorno a lui Niccolò Barbadori gli
-facesse istanza perchè assentisse a tôrre di mezzo per via del bando
-Cosimo de’ Medici. Al che il vecchio avrebbe risposto motteggiando:
-«sarebbe a te meglio essere chiamato Barba d’argento, perchè venendo
-i tuoi consigli da uomo canuto, non porterebbero la ruina ch’io
-veggo appressarsi a te ed a noi ed alla Repubblica. Ma tu perchè non
-conosci te medesimo, è ragionevole che tu nemmeno conosca gli altri;
-il conoscimento di sè stesso bene io so che viene da Dio.» Aggiunse
-di Cosimo: «quest’uomo è troppo utile al popolo, e massimamente agli
-spendii delle guerre; non veggo oggi colpa o cagione per la quale stia
-il popolo quieto al suo disfacimento. Cacciato, andranne egli buono,
-e tornerà diverso, passando ogni giusto modo di vivere politico; andrà
-oggi libero, e tornerà obbligato a coloro che lo avranno richiamato, i
-quali sarà costretto fomentarsi e contentare d’ogni loro voglia. Datti
-ad intendere, Niccolò, che io ho più volte meco medesimo disputato e
-per ultimo conchiuso, che meglio è tacere che cominciare sì mortale
-pericolo nella Repubblica. La parte dei Medici è unita e concorde, e ha
-il popolo seco; la nostra, divisa, e più per natura che per accidente.
-Imperocchè sempre tra’ patrizi spicciolati e le famiglie grosse furono
-aguati sotto apparenze di falsa amistà: Maso degli Albizzi, per indurci
-nell’odio del popolo, fece nel 1414 la pace col re Ladislao;[240] e
-noi spicciolati popolani cercavamo il simile contro a quelle schiatte
-fin dalla congiura contro a Maso nel 1400.» Di questa l’Uzzano avrebbe
-confessato di essere stato partecipe. Venendo a dire poi di Rinaldo,
-continuava: «costui non ha più a grado l’amico che il nemico, e ogni
-uomo ha per cencio; costui non vuole concorrere con verun cittadino,
-anzi cerca e desidera che ogni cittadino concorra con lui; costui
-vuole che le sue volontà sieno ricevute dal popolo per leggi, e le
-altrui cerca si scrivano in cenere, e pongansi dove con maggiore
-forza soffiano i venti. Il padre fu tutto costante e amichevole a
-chi la sua amicizia desiderava, costui è voltante e senza fermezza;
-vedestilo essere con noi de’ principali in Santo Stefano, poi farsi
-capo con Averardo alle rovine di Lucca, e per essere dei Dieci al tutto
-gittarsi nelle braccia dei Medici. — Cosimo, dove non fosse lo stimolo
-e la perversità d’Averardo, piuttosto desidererebbe essere accetto
-da noi, che amato da loro. Noi, stando a vedere, avremo le due parti
-del gioco; e soprattutto non abbiamo meno avvertenza alle opere de’
-nostri parziali che alle opere di coloro i quali ci tengono avversi:
-avvisandoti, che dei due qualunque ottenga l’impresa, noi per la
-scarsità degli uomini, da ciascuno saremo adoperati nel governo della
-Repubblica; e chi fia principio di scandalo, sarà del suo e dell’altrui
-disfacimento cagione.[241]» — Queste parole furono scritte dal
-Cavalcanti, ma verosimilmente non dette nè forse pensate dall’Uzzano:
-il Machiavelli, trascrivendole sbadatamente, le ha rese immortali.
-
-Occorse a noi di rilevare altra volta come i patrizi spicciolati che
-s’innalzavano per gli uffici, avessero contro sè quelle famiglie che
-forti di seguito, di parentele e di aderenze, facevano parte da sè
-medesime, e cercavano tutta in sè chiudere la Repubblica. Di queste
-era prima la Casa degli Albizzi; nella quale Piero s’innalzò e cadde,
-fattosi capo della parte sua; ma seppe Maso rimanere infino alla morte
-moderatore della Repubblica, della quale intese il Governo meglio che
-niun altro insino allora avesse fatto, e conservando a sè l’amicizia
-degli ottimati e dei patrizi, si acquistò quella del popolazzo.[242]
-Rinaldo, più splendido e ornato d’ingegno, e d’animo forse più franco
-e diritto, non ebbe prudenza che fosse guardiana delle ricche doti le
-quali facevano lui primeggiare nella città; netto di presenti, frugale
-nel vivere, ebbe taccia d’avarissimo; superbo di quella coscenza
-medesima che egli aveva della virtù sua e disdegnoso di abbassarsi
-alle arti comuni; ma iroso e mutabile e nei suoi fatti subitaneo, mal
-seppe tenere il governo della sua parte e di sè stesso:[243] rimasto
-principe nello Stato dopo la cacciata di Cosimo, nulla fece a mantenere
-nè a sè la potenza nè alla Repubblica quegli ordini dei quali era egli
-fra tutti sincero e forte e rigido amatore. Narrano si fosse mostrato
-severo al padre suo stesso;[244] e un’altra volta noi troviamo che
-avendo voluto Lorenzo Ridolfi in assai grave congiuntura ristringere
-in pochi il numero dei richiesti, Rinaldo invece consigliò che
-s’allargasse, facendo in ringhiera con parole generose il suo consiglio
-prevalere.[245]
-
-Vedemmo noi come a fare la mala impresa di Lucca Rinaldo e Cosimo
-s’accostassero: nei primi mesi della quale troviamo Rinaldo ai
-Cosimeschi familiarissimo,[246] avverso fra tutti a Neri Capponi, che
-gli era dai Dieci messo come a sopraccapo. Temeva di lui per l’amicizia
-col Fortebraccio e per il seguito che avea Neri tra gli uomini
-armigeri della Montagna di Pistoia.[247] I Medici anch’essi temevano
-il Capponi più che altr’uomo in Firenze;[248] e questi col porsi come
-fuori delle parti e stare da sè, pigliò sin d’allora certo suo proprio
-atteggiamento, che ebbe in quei principii qual cosa d’oscuro, ma che
-a lui diede poi di tenere per la sua propria autorità e pel favore
-dei cittadini grado e potenza e onorato nome sinch’egli visse, nel
-nuovo Stato. Già fino d’allora valevano i pochi più della Repubblica;
-incontro alle quali soperchianze divenivano le stesse leggi strumenti
-alle parti che abusando le torcevano a loro utile o guastavano. Aveano
-creato l’anno 1429 il nuovo ufficio dei Conservatori delle leggi,
-preposti a frenare le baratterìe de’ magistrati, e ai quali dovessero
-i cittadini ricorrere che si tenessero aggravati.[249] Nell’anno
-seguente usciva altra legge, la quale ebbe nome degli _Scandalosi_;
-gastigava quelli i quali tirassero ai loro disegni gli uffici pubblici,
-o s’intromettessero in cose di Stato senza commissione e senza averne
-autorità. Per questa legge fu l’anno 1432 tenuto a confine due mesi
-in Roma Neri Capponi che, ivi essendo, aveva trattato (a quello che
-sembra) di proprio suo capo una lega con Eugenio contro a’ Senesi e
-all’Imperatore.[250] Rinaldo degli Albizzi anch’egli apparisce avere
-temuto quando si fece quella legge che fosse contro a lui, ma scrive
-in fine al figlio suo: «lasciala correre.[251]» Molto è poi da notare
-come nell’anno 1432 Rinaldo fosse in Roma Senatore, ufficio che allora
-equivaleva a Potestà; onde egli potè avere a Firenze denunziato quei
-maneggi pei quali a Neri fu dato il confine.[252]
-
-Nei tre anni che durava la guerra di Lucca, i nomi dei Dieci sei
-volte rifatti non ci lasciano congetturare nè prevalenza dell’una
-sopra l’altra parte, nè ondeggiamenti tra le due, ma si rinvengono
-mescolati.[253] Lorenzo dei Medici andava solo ambasciatore a Milano
-su’ primi dell’anno 1430; due anni dopo, lo stesso Cosimo ambasciatore
-a Venezia. Questi certamente aveva co’ suoi grande ingerenza nella
-condotta della guerra e nelle pratiche al di fuori: ma se alla parte
-contraria a loro in tutto credere si volesse, avrebbono i Medici
-fatto ogni cosa perchè andasse a male l’impresa, via via facendo
-richiamare i Commissari che bene operavano, e inoltre tenendo a sè
-obbligati co’ prestiti e con le comuni ruberie i capitani Micheletto
-da Cotignola e massimamente Niccolò da Tolentino; il quale era tutto
-di Cosimo, tanto che gli avrebbe questi fatto da prima lasciare i
-servigi della Repubblica per andare a quelli del Duca, e poi di nuovo
-fattolo a sua posta tornare in Firenze.[254] Intanto Lorenzo, venuto
-in grande intrinsechezza col Duca, lo avrebbe persuaso a mandare
-genti in Toscana perchè la guerra andasse più in lungo. Tuttociò i
-Medici avriano fatto perchè i cittadini più trovandosi aggravati, se
-gli potessero maggiormente legare co’ prestiti e farli mettere allo
-_specchio_ del libro dei debitori, dal quale essi poi gli ritraevano:
-oltrechè piaceva a quei tanto danarosi cambiatori prestare al Comune,
-che era buono impiego; così obbligandosi anche la Repubblica. Ma noi
-non crediamo la parte dei Medici potesse poi tanto nè volesse tanto
-male; nè dare possiamo gran fede alla deposizione di quel Tinucci che,
-dimestichissimo all’Uzzano (com’egli dichiara) innanzi al 1426, brigava
-dipoi oscuramente co’ Medici per intromessa di Ser Martino, e avvolge
-in parole confuse ed incerte le accuse più gravi. Dinanzi a lui stava
-il terrore della fune, o era tirato da larghe promesse, quando egli
-porgesse materia a procedere contro a colui che nell’istorie troviamo
-chiamato il non colpevole uomo, perchè fino allora non reo che bastasse
-a giusta condanna.
-
-Abbiamo tre lettere di Cosimo istesso:[255] la prima annunzia grande
-fiducia nella guerra, ma insieme accenna alle male arti per cui taluni
-s’ingegnavano guastarla.[256] Nelle altre due scritte di Lombardia,
-dove era andato per fuggire la peste tornata quell’anno 1430 in
-Firenze, già vede le cose voltare al peggio; e non vorrebbe essere dei
-Dieci nè andare ambasciatore a Vinegia, come uomo cui giovi tenersi
-in disparte, e il carico dell’avere fatta muovere quell’impresa
-nascondere sotto le colpe o gli errori di chi poi l’ebbe condotta
-a male.[257] Così egli andavasi destreggiando mentrechè durava la
-guerra e dopo: i suoi lasciava con mettersi innanzi, attendendo
-quanto a sè ad acquistarsi vie più la grazia delle moltitudini e lode
-fra tutti di animo temperato: studiavasi molto anche d’accrescersi
-le ricchezze,[258] dal che a lui veniva favore grandissimo pei
-larghi imprestiti all’erario pubblico, ed ai privati che a sè legava
-chiamandoli a parte dei vasti traffici o rendendoli, col fargli liberi
-dallo _Specchio_, capaci d’entrare negli uffici dello Stato: già i
-poveri tutti insieme invocavano a sè il patrocinio di lui, possente a
-dare ad essi valida mano.
-
-Egli che s’era mostrato sempre vôlto alle cose grandi e _di non essere
-contento al poco_, giovane ancora, per fuggire l’invidia era andato al
-Concilio di Costanza, «dov’era tutto il mondo,» e poi due anni viaggiò
-gran parte della Magna e della Francia; donde ritornato, si diede a
-usare con uomini di bassa condizione, ritraendosi dal Palagio: il che
-diceano facesse per addormentarli, e n’ebbero maggiore sospetto.[259]
-Avea però anche certe grosse famiglie di grandi a sè congiunte di
-parentela, tenendo egli in moglie la Contessina dei Bardi signori di
-Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre era di
-casa dei marchesi Malespini, e per le sirocchie di lei tirava a Cosimo
-due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte degli Strozzi:
-seco erano pure il maggior numero dei Buondelmonti, a lui guardando
-generalmente il ceto dei grandi come a nuova cosa capace di abbattere
-gli antichi ordini della Parte guelfa, e contentandosi, per avere un
-grado nella città, di riconoscere un padrone. Ma come parte nella
-Repubblica, quella dei Medici nemmeno aveva in quei principii nome
-da lui, e si chiamò dei Puccini[260] da Puccio del quale più sopra
-dicemmo, e che era fra tutti gli amici di Cosimo il più scaltrito ed
-intramettente; lui dicono autore de’ più sagaci consigli, e sopra di sè
-pigliava il carico de’ più odiosi. Cercavasi Cosimo i frutti piuttosto
-che le apparenze della signoria; il ch’ebbe gli effetti di un’arte
-finissima, ma era in lui cosa connaturale, innanzi tutto essendo egli
-sempre fiorentino e popolano, che il bel vivere di Firenze non avrebbe
-voluto scambiare con gli aspri costumi dei Signori di Lombardia; nè
-questo era popolo che ciò sofferisse. Affermano tutti, egli essere
-stato umano e benigno nel continuo della vita; ma quante volte gli
-paresse tornare a lui conto essere malvagio, non ebbe nè affetti che lo
-ritraessero, nè forti passioni che lui spingessero oltre al segno: nè
-raro è tra gli uomini le stesse migliori qualità loro porre al servigio
-delle meno buone. In lui ogni cosa mirava a fondare la grandezza della
-Casa sua, ma seco avea complice gran parte del popolo; nè invero può
-dirsi che Firenze discendesse in bassa fortuna, o che poi cadesse da
-ogni splendore, sotto a quell’ombra di Casa Medici.[261]
-
-La pace con Lucca e col Visconti non rinnalzava il pubblico credito,
-caduto a terra negli ultimi anni.[262] Frattanto l’urtarsi delle
-due parti contrarie tenea guasta la città. Già erano tanto gli
-antichi ordini trasandati, che dall’un anno si prevedevano le tratte
-dell’altro; ed un Benedetto cieco predicava quali sarebbero per più
-anni i Gonfalonieri di giustizia. Chiunque sapeva essere nelle borse
-impolizzato, sapeva altresì di quali calendi avrebbe potenza di
-vendicare le sue ire e dare effetto ai suoi disegni. Ad ogni tratta
-degli ufizi principali, per la città si teneva conto quanti ve n’era
-dell’una parte e quanti dell’altra; e non era mai tratta di Signori
-che tutta la città non istesse sollevata, chi con sospetto e chi con
-isperanza che le cose andassero a suo modo: le forze pareano essere
-uguali tra le due parti.
-
-Il primo settembre di quell’anno 1433 pigliò il gonfalone Bernardo
-Guadagni, al quale si disse Rinaldo degli Albizzi avere innanzi pulito
-lo specchio, perchè la tratta non gli fallisse, e patteggiato con lui
-quello che fu la ruina della città e di loro stessi. Nè al fatto posero
-tempo in mezzo. Era Cosimo in Mugello (secondo egli narra in certi
-Ricordi lasciati da lui),[263] dove era stato più mesi per levarsi
-dalle contese che dividevano la città; e già mormorandosi di cose
-nuove, fu scritto a lui tornasse, ed egli tornò a’ dì quattro. Andò
-il giorno stesso a visitare i Signori, tra’ quali ve n’era amici a lui
-ed obbligati; e detto loro quello che si diceva, tutti prestamente lo
-negarono, e che _voleano lasciare la terra_ come _l’avevano trovata_.
-A’ cinque ordinarono una pratica di otto cittadini, due per quartiere,
-tra’ quali erano Cosimo istesso, Rinaldo degli Albizzi e altri de’
-maggiori; dicendo voleano col consiglio di questi fare ogni loro
-deliberazione. A’ dì 7 la mattina, e sotto colore della detta pratica,
-mandarono per Cosimo; ed egli, sebbene da taluno fosse sconfortato,
-andò in Palagio:[264] quivi trovò la maggior parte dei compagni, e
-mentre stavano a ragionare, dopo buono spazio gli fu comandato per
-parte dei Signori andasse su di sopra, e dal Capitano dei fanti fu
-chiuso dentro la torre in una cameretta, la quale scrive egli che era
-chiamata la Barberìa, e tutti gli altri l’Alberghettino. Lorenzo dei
-Medici era anch’egli di Mugello venuto in Firenze, sentendo il caso;
-e chiamato dai Signori, andò in Palagio; poi subito si partì e tornò
-al Trebbio: quivi dall’Alpe di Romagna e d’altri luoghi si radunarono
-intorno a lui grande quantità di fanti. Niccolò da Tolentino capitano
-di guerra il dì stesso era venuto da Pisa in arme fino alla Lastra,
-volendo fare che fosse Cosimo rilasciato; ma perchè temevano gli
-amici di questo dare occasione a torlo di mezzo, Niccolò fu persuaso
-tornarsene a Pisa; e Lorenzo, licenziati i fanti, se ne andò a Venezia
-co’ figli di Cosimo.
-
-Alla presura di tale uomo romoreggiando la città e massime i borghi
-dove i più poveri abitavano, Rinaldo degli Albizzi era con molta
-fanteria corso alla Piazza; seco i Peruzzi ed i Gianfigliazzi e tutti
-quelli della parte loro. Suonò la campana, e a’ 9 settembre si fece
-Parlamento; i Signori scesero in ringhiera, e Ser Filippo Pieruzzi
-delle Riformagioni parlò ad alta voce e disse: «o popolo di Firenze,
-tenete voi che in questa Piazza sieno le due (terze) parti del vostro
-popolo? Fu risposto: sì di certo, noi siamo le due parti e più.
-Continuò: siete voi contenti che si faccia uomini di Balìa a riformare
-la vostra città? Gridarono sì; e al modo stesso, d’ogni altra cosa che
-il Notaio dimandasse. Questi allora sopra un libello che aveva in mano
-lesse i nomi di duecento cittadini dei quali doveva la Balìa comporsi,
-ed i Signori comandato si radunasse per il dì vegnente, risalirono in
-Palagio.» La Balìa aveva autorità quanta l’intero popolo di Firenze;
-ma questo limite le fu posto, che le Borse rimanessero, aggiugnendovi
-de’ nuovi nomi senza cavarne gli antichi, e che il Catasto non si
-annullasse: ordinava farsi a mano dai Signori gli Otto di guardia, a
-questi ed al Capitano del popolo concedendo autorità d’inquisire in
-cose di Stato quanta nei passati tempi avessero mai goduta maggiore:
-le quali perchè parvero essere esorbitanti cose, molto riuscirono dure
-a vincere. Dipoi rifecero le borse dei Magistrati e dei Consigli e dei
-Consoli delle Arti; crearono dieci Accoppiatori i quali traessero a
-mano il Gonfaloniere di giustizia, e mettessero a loro arbitrio nel
-borsellino i Priori. Rafforzarono le provvisioni circa la vendita
-dei beni dei debitori del Comune. Levarono via i Consoli del mare,
-e fecero che duecento fanti si assoldassero da stare a guardia della
-Piazza. In quanto a Cosimo, già innanzi che fosse radunata la Balìa
-aveano i Priori pronunziato contro lui ed Averardo la prima condanna.
-Abbiamo noi questo singolare documento, dove esposte da prima le colpe
-di quelli della Casa Medici a cominciare dal 1378, e quindi accusati
-di gravi macchinazioni Cosimo ed Averardo negli anni passati, e
-ultimamente apposta loro la guerra di Lucca, la quale fu quasi ruina
-non solo della Repubblica ma di tutta Italia; appella quei due _nemici
-truculenti e crudelissimi, promotori di stragi d’incendii e d’ogni
-devastazione, e quale che fosse la diabolica natura loro, tollerati per
-singolare benignità del popolo fiorentino_: questi, perchè la clemenza
-di questo popolo medesimo rifugge dal sangue, hanno confine di un anno
-solo, Cosimo a Padova ed Averardo a Genova; ch’è sentenza invero assai
-mite dopo tanto sfoggio d’accuse contro essi e di feroci parole.[265]
-Con altra sentenza degli undici, la Balìa prolungava fino a cinque anni
-il confine di Cosimo e di Averardo, confinava a vari tempi in diversi
-luoghi Lorenzo ed altri della Casa Medici.
-
-Cosimo intanto dall’alto della torre dov’era rinchiuso udendo più
-volte suonare a Balìa e la Piazza piena d’armi, viveva in sospetto
-grandissimo della vita, e non aveva più giorni voluto mangiare
-altro che un poco di pane temendo veleno. In Palagio non mancava chi
-cercasse levarsi d’impaccio, facendo morire Cosimo per qualche segreto
-modo: a questo effetto due de’ Priori e due degli Otto si trova che
-avessero sollecitato Federigo dei Malavolti da Siena Capitano dei
-fanti in Palagio, al quale era stato il prigioniero dato in guardia.
-Ma quegli, com’era di nobile animo, respingeva l’indegna richiesta;
-e andato a Cosimo e lagnandosi del poco onore che temendo gli faceva,
-quasi egli che avealo in guardia volesse tenere le mani a una simile
-scelleratezza, con calde parole tutto lo riconfortò, ed aggiunse:
-«perchè tu del cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose
-medesime.» Cosimo con le lacrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo,
-e lieto offerse d’avernegli gratitudine se dalla fortuna gliene fosse
-data occasione. Un altro giorno Federigo, per dargli piacere, condusse
-a cena seco un familiare del Gonfaloniere, uomo faceto e sollazzevole
-che per soprannome era chiamato il Farganaccio; e quando furono alle
-frutta, Cosimo col piede toccò Federigo e col viso accennò che si
-partisse: levatosi il quale, come se andasse per alcune cose della
-mensa e rimasti soli, Cosimo diede un contrassegno al Farganaccio,
-col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento
-ducati, e pigliandone cento per sè, mille ne recasse al Gonfaloniere,
-il quale dipoi fu tutto per Cosimo.[266] Questi medesimo ne’ Ricordi
-suoi racconta con poco divario dei fiorini dati al Gonfaloniere e
-d’altri ottocento a uno de’ Priori; aggiugne dipoi da vero mercante:
-«ebbero poco animo, chè se avessero voluto denari, n’avrebbero avuti
-diecimila o più, per uscire di pericolo.[267]»
-
-Il prolungarsi che faceva senza buon consiglio l’inutile prigionia
-dimostra già essere disegno fallito quello dell’Albizzi e dei suoi:
-gli amici molti che aveva Cosimo in Palagio e fuori si agitavano
-sordamente, nei vincitori e nella parte loro non era fiducia. Cosimo
-giudica lo tenessero un mese in carcere per due cagioni. La prima, per
-vincere i voti della Balìa colla minaccia di farlo morire; e l’altra,
-perchè si credevano che non potendo egli valersi del suo, venisse a
-fallire; il che non riusciva ad essi, che anzi la Casa dei Medici non
-perdè credito e da molti mercanti e signori fu loro offerta grande
-somma di danaro. E nei Ricordi pure si trova: la Signoria di Venezia
-avere mandato tre ambasciatori a Firenze (e pone anco i nomi), i quali
-ottennero non fosse offeso nella persona, e concordarono la liberazione
-sua offrendo tenerlo a Venezia con la promessa che nulla farebbe contro
-alla Signoria di Firenze. Il Marchese di Ferrara per simile modo facea
-comandare al Capitano di guardia, ch’era messer Lodovico del Ronco
-da Modena e suddito suo, salvasse Cosimo se poteva, fuggendo con seco
-qualora occorresse, senza nulla dubitare.
-
-Infine usciva al 29 settembre la terza sentenza alquanto aggravata
-dalle prime due, ma lieta a Cosimo perchè ne seguiva la pronta sua
-liberazione. Fecero dei grandi tutta la schiatta dei Medici, tranne
-i discendenti di Vieri, privandoli anche degli uffici pertinenti
-all’ordine dei magnati, ma senza costringerli a mutare casa, quartiere
-o pieve, nè a dare malleveria. Rilegarono per dieci anni Cosimo a
-Padova, ed Averardo dei Medici a Napoli, Lorenzo a Vinegia per cinque
-anni, ed altri di quella Casa in vari luoghi a tempi più brevi.
-Lasciarono a tutti la proprietà dei loro crediti e capitali: quelli
-sul Monte vollero che fossero sempre intestati nei nomi loro, ma senza
-però che gli potessero alienare.[268] A’ 3 d’ottobre lo cavarono di
-carcere, e fattolo venire innanzi alla Signoria, gli denunziarono il
-confine; ed egli accettava con allegro animo, offerendo in qualunque
-luogo fosse alla città, al popolo e alle loro Signorie sè stesso
-e tutte le sostanze sue. La notte, perchè si sentiva Ormanno degli
-Albizzi con molti armati essere in Piazza per manometterlo, volle lo
-stesso Gonfaloniere sotto buona guardia condurselo a casa; dove fattolo
-cenare, dipoi con la scorta di due degli Otto per la montagna di
-Pistoia accompagnato da quelli alpigiani e presentato di biada e cera
-(come solevano agli Ambasciatori), Cosimo usciva dal territorio del
-Comune. Poco dipoi furono confinati Puccio e Giovanni Pucci, ch’erano
-suoi principali amici, Bernardo Guadagni, che usciva di Gonfaloniere,
-andò Capitano a Pisa; e gli altri della Signoria che seco avevano
-prestato mano a quei fatti ebbero premio d’uffici lucrosi.[269]
-
-Frattanto i pericoli nei quali versava il nuovo Stato parea chiedessero
-qualcosa d’insolito; troppo aveano osato, da starsene fermi negli
-ordini consueti: nè Cosimo era tanto uno scandalo da rimuovere, quanto
-era oggimai col nome e col seguito e con la pietà ch’avea destata,
-e con la prova contra lui fatta inutilmente, più forte egli solo
-nel felice esiglio di quello che fosse lo Stato in Firenze. Rinaldo
-degli Albizzi bene si accorgeva di avere fatto troppo o troppo poco;
-e ch’avess’egli avuto disegno d’uccidere Cosimo, nè voglio affermare
-nè al tutto negare, perchè in lui poteano essere impeti di passione
-ma non le furie dei Signori avvezzi al delitto; nè tra essi due era
-nimistà indurita, nè dopo la breve e dubbia vittoria, Rinaldo ed i
-suoi mai diedero segno di volere uscire dai modi civili: questo deve
-l’istoria mantenere a grande onore di lui e di tutta quella parte.[270]
-Col rifare gli squittinii, col porre a sedere coloro che erano nelle
-antiche borse, e con l’arbitrio sulle tratte concesso agli Otto e agli
-Accoppiatori, cercavano essi non lasciarsi uscire lo Stato di mano:
-ma questo non si poteva stringere tanto, che al difuori non rimanesse
-la libertà dei Consigli e dei Collegi; nè questa città dava materia
-sufficiente a una repubblica d’ottimati. Si avrebbe ciò forse potuto
-in addietro quando tutte insieme le grosse famiglie di grandi o di
-popolo si fossero strette ad un concorde volere; il che noi vedemmo
-Rinaldo degli Albizzi avere cercato, ed era già tardi per le lunghe
-offese e gli odii scambievoli: ma oggi non poteva questo in lui essere
-che un desiderio, perchè i grossi popolani divisi in sè stessi e
-affranti dalla loro vittoria stessa, non erano tali da potersi unire
-co’ grandi senza esserne oppressi, nè tali da smuovere i fondamenti
-della Repubblica e fare opera sì difficile. Già erano tutti gli antichi
-ordini come triturati dal vario percuotersi e confondersi tra loro; e
-i più tra’ magnati vedeano con gioia prepararsi un’altra forma novella
-di Stato, la quale avendo sua forza nella plebe, offrisse anche a loro
-speranza d’alzare su quel fondamento più largo e sicuro una qualche
-sorta di grandezza.[271] Così vedea l’Albizzi (e non lo taceva) da
-quella sua stessa potenza uscire il proprio suo disfacimento; al quale
-già molti chetamente lavoravano di quelli medesimi che prima non soliti
-stare co’ Medici, s’accostavano ora alla parte che li desiderava. Era
-un giovane Agnolo Acciaioli in Palagio nelle pratiche per ordinare lo
-Stato, del quale una lettera a Cosimo venne nelle mani di Rinaldo;
-scrivevagli crescere ogni giorno il numero di quei che bramavano
-fosse egli in patria restituito, al quale effetto lo consigliava sopra
-ogni cosa di farsi amico Neri di Gino, ed aggiugneva che una qualche
-guerra nascerebbe presto e forse per voglia degli stessi reggitori,
-nella quale mancando colui ch’era solito di sovvenire con le proprie
-ricchezze il Comune, sarebbe necessità di farlo subito richiamare.
-Per questa lettera l’Acciaioli fu preso, e dopo essere stato messo
-alla corda, andò a confine in Cefalonia, terra dove la famiglia degli
-Acciaioli avea principato.
-
-La guerra nasceva bentosto da quella necessità che era sempre
-nei soldati di stare sulle armi, e dalle infrenabili cupidità dei
-condottieri i quali ambivano farsi principi: le terre della Chiesa
-offrivano campo fra tutti agevole alle aggressioni. Il conte Francesco
-Sforza, data voce di andare nel Reame, s’insignoriva di quasi tutta
-la Marca d’Ancona, e di là scendeva a Todi e a Viterbo, intantochè
-le armi Braccesche avevano occupato sotto la condotta di Niccolò
-Fortebracci gran parte dell’Umbria e del Patrimonio di San Pietro
-insino a Tivoli. Tantochè il Papa stretto a quel modo, si accordava
-col conte Francesco, al quale concesse il marchesato della Marca, e
-consentì farlo Gonfaloniere di Santa Chiesa. Furono quindi tra i due
-Capitani fazioni di guerra, e Niccolò Piccinino anch’egli scendeva con
-le armi del Duca nel Patrimonio: ma in questo mezzo avendo i Romani
-levato rumore, cacciarono il Papa, il quale nascosto in vesti mentite
-e lungo il Tevere inseguíto con le balestre, pervenne ad Ostia, dove
-con un solo Cardinale montato sopra una galea sottile che v’era della
-regina Giovanna di Napoli, e di già essendo dai Fiorentini apprestata
-a suo salvamento un’altra galera in Civitavecchia, pervenne a Livorno.
-Quivi accolto con grandissime onoranze dalla Repubblica, fece indi
-solenne ingresso in Firenze, dove fu raggiunto da molti prelati, ed
-egli rimase a lunga dimora. Intanto Bologna s’era anch’essa ribellata
-al Papa con l’opera di Battista da Canneto, che uccisi i capi della
-contraria parte, cacciò il Legato; e perchè il duca Filippo Maria,
-cui era buona ogni occasione, aveva pigliato i Bolognesi in tutela,
-parve a’ Fiorentini e alla Repubblica di Venezia non essere caso da
-starsene fermi: questa inviava nella Romagna Erasmo da Narni più noto
-col nome di Gattamelata, pe’ Fiorentini andò il loro vecchio Capitano
-Niccolò da Tolentino, le genti ecclesiastiche ubbidivano al Legato
-Vitelleschi vescovo allora di Recanati; intantochè a fronte stava il
-Piccinino con forte esercito di ducheschi. Non era consiglio delle
-Repubbliche collegate venire a giornata: ma il Piccinino, maestro di
-guerra, appiccò la zuffa sotto Imola il dì 28 agosto 1434, dove per
-lunghi aggiramenti condotto a dividersi l’esercito della Lega già male
-unito sotto al comando di tre capitani, ottenne vittoria per quello
-che davano i tempi grandissima; avendo con la morte di pochi de’ suoi
-fatto tremilacinquecento prigionieri, e tra essi il prode Niccolò da
-Tolentino, il quale condotto a Milano e di là mandato più mesi dopo
-in Val di Taro, moriva d’una caduta, o come fu detto per ordine del
-Visconti.[272] Il corpo di lui, recato in Firenze, ebbe più tardi
-esequie magnificentissime, e l’effigie di lui a cavallo si vede nel
-tempio di Santa Maria del Fiore.[273]
-
-Per questa rotta, la quale avvenne contro l’opinione di ciascuno, molte
-ebbero accuse i reggitori della Repubblica; dai quali è da credere
-che più s’alienassero i Signori Veneziani, propensi al Medici più
-che a loro, siccome apparve per tutto il tempo della dimora che fece
-Cosimo in Venezia. Questi, che in Firenze viveva alla pari con gli
-altri cittadini, era onorato come principe durante l’esilio. A Modena
-il Governatore del Marchese di Ferrara lo visitò e presentò, e gli
-fece dare compagnia e guida: innanzi che uscisse dallo Stato, un altro
-grande gentiluomo del Marchese gli fu inviato con molte offerte. Andò
-in Venezia, appena giunto, a ringraziare la Signoria di quanto aveva
-operato per la sua salute, da essa mostrando riconoscere la vita: fu
-ricevuto con tanto onore e tanta carità che non si potrebbe dire, la
-Signoria dolendosi degli affanni patiti da lui, e offerendo per ogni
-suo contentamento la città e le entrate loro. Così egli stesso.[274]
-A Padova fu alloggiato nella casa di messere Iacopo Donati, bella e
-fornita lautamente; andavano a fargli offerte uomini della Signoria,
-ai quali però con le usate cautele fu comandato che fuori nulla ne
-spargessero. Dipoi, a richiesta di Cosimo, fu a lui permesso dimorare
-liberamente in qualunque luogo dentro al territorio della Repubblica
-di Venezia, la quale in Firenze per il suo ambasciatore avvalorò
-la domanda.[275] Ed egli si stette poi sempre in Venezia, quivi
-dimostrandosi non che amorevole alla patria sua, benigno inverso
-coloro stessi che lo avevano sbandito; delle quali cose gli rendeva
-testimonianza una lettera che a lui scrisse la Signoria di Firenze.
-Altre poi ne sono a lui di grande commendazione, massimamente di
-letterati, dei quali troviamo avere egli sempre cercato il favore:[276]
-e tanta era poi la magnificenza di quell’esule, tante le ricchezze, che
-egli in Venezia faceva a sue spese edificare da Michelozzo architetto
-la Biblioteca dei Monaci Benedettini in San Giorgio, secondo appare
-da una iscrizione che ivi fu posta ad onore suo.[277] Per tanti modi
-era manifesto ch’egli tornerebbe in patria già come signore e principe
-dello Stato.
-
-I magistrati aveano ricominciato a farsi per tratte, e poichè le
-vecchie borse non furon arse, ma rimanevano tramischiate con le nuove,
-ogni volta si aspettava che uscirebbe una Signoria d’amici a Cosimo:
-quella che doveva entrare in ufizio il primo di settembre 1434, tale
-era che gli animi se ne sollevarono diversamente così del popolo come
-della parte Rinaldesca; ma tutti vivevano sospesi, e temevano questi
-di perdere; gli altri di non vincere. Gonfaloniere fu Niccolò di
-Donato Cocchi, uomo nuovo, non ricco e fra tutti volonteroso di farsi
-innanzi, secondato com’egli era dal maggior numero dei Priori, tra’
-quali troviamo quel Luca di messer Bonaccorso Pitti ancora giovane,
-ma del quale avremo a dire poi le grandezze. Disegno dell’Albizzi
-era impedire con la violenza l’entrata in ufizio d’una tale Signoria
-facendo col mezzo del Gonfaloniere che usciva, Donato Velluti, suonare
-a Parlamento e annullare a voce di popolo la nuova tratta: ma nè
-gli amici di Rinaldo osarono tanto, e il Cocchi appena entrato in
-ufizio fece condannare per baratteria e chiudere in carcere l’antico
-Gonfaloniere. I nuovi Signori scrivevano a Cosimo, apparecchiavano
-ogni cosa in città e fuori a stringere insieme e ordinare le forze dei
-molti bramosi di mutare il reggimento, mettevano armi segretamente
-in Palagio; mentre più apertamente Rinaldo degli Albizzi e i suoi
-armavano intorno a sè molti dei soldati licenziati ch’erano in Firenze,
-e dal contado faceano scendere villani: era imminente l’aperta guerra.
-Quando ad un tratto, a’ 26 settembre la Signoria fornì la Piazza e la
-ringhiera di fanti, facendo richiedere a comparire in Palagio Rinaldo
-degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori: al che subito
-questi uscirono armati, e seco aveano i Guasconi, i Rondinelli, i
-Castellani, i Gianfigliazzi e alcuni de’ Bardi con altre famiglie,
-e i Capitani di Parte e gli Otto di guardia. Rinaldo degli Albizzi
-aveva più volte con grande istanza chiamato l’aiuto di Palla Strozzi:
-questi era uomo di alto grado per la possanza della Casa[278] e per gli
-ufizi esercitati, ma l’ingegno di lui teneva del mansueto e del dolce,
-più atto ai gentili studi delle lettere che alle sollecitudini dei
-moti civili. Si narra che un altro buono e caro cittadino, il vecchio
-Agnolo Pandolfini, avesse da quella mossa inclinante a civil guerra
-disconfortato lo Strozzi,[279] il quale co’ fanti che aveva raccolti
-fu contento di guardare le proprie sue case. Troviamo però che tardi
-venisse sopra un ronzino e coll’accompagnamento d’un solo famiglio[280]
-alla piazza di Santo Apollinare, dove Rinaldo e i suoi avevano fatto
-testa, deliberati quant’era in loro di assaltare il Palagio, qualora
-le forze a ciò avessero sufficienti. Ma non che lo Strozzi, più
-altri cittadini o mancarono al convegno, o si ritrassero o voltarono.
-Giovanni Guicciardini non potè muoversi, ritenuto dal fratello Piero
-il quale seguiva le parti di Cosimo, come faceva Luca degli Albizzi
-fratello a Rinaldo; Neri Capponi e Nerone di Dionigi Neroni balenavano,
-tenendosi guardinghi a vedere dove inchinassero le faccende.
-
-Con tutto ciò aveva Rinaldo degli Albizzi intorno a sè ottocento fanti,
-i quali tenevano dal Palagio del Potestà le strade che menano verso
-la Piazza: da parte dei Signori molti venivano a Rinaldo offrendo
-concordia, e che non avevano intenzione rimettere Cosimo. Ridolfo
-Peruzzi andò in Palagio egli medesimo a trattare queste cose. Intanto
-alcuni cittadini principali, tra’ quali sarebbono stati Neri Capponi
-e Giannozzo Pitti,[281] si erano raccolti a Bellosguardo, quivi
-aspettando, prima di dichiararsi, dove il fatto riuscisse. Era in
-Firenze, come dicemmo, papa Eugenio IV, in nome del quale giugneva a
-cavallo sulla piazza di Santo Apollinare il Legato Vitelleschi: trattò
-con Rinaldo lì sulla piazza, poi nel Palagio co’ Signori, e quindi
-tornato ottenne che Rinaldo a un’ora di notte si persuadesse andare
-al Papa ed in lui rimettersi. Andò Rinaldo, ma seguitato dagli armati
-suoi, i quali passando voleano bruciare le case ai Martelli, e a stento
-furono impediti. Infine a cinque ore di notte Rinaldo cedendo al Papa
-e al Legato, rinviava i suoi fanti alle case loro disarmati, rimanendo
-egli lì presso Eugenio in Santa Maria Novella. Quali speranze questi
-gli desse non so, ma più ignoro quello che potesse allora promettere:
-dipoi si tenne egli ingannato, ma era d’animo poco fermo. Rinaldo,
-o fosse in lui bontà d’animo a non volere la guerra civile, o troppa
-fede in Eugenio, o troppa fiducia nelle parole dei più mortali nemici
-suoi, o che veramente conoscesse non potere fidarsi nelle armi contro
-alla forza dei magistrati, rimase due giorni senza che di lui più altro
-sappiamo, nè a quali partiti cercasse appigliarsi, nè quali pratiche si
-tenessero.[282]
-
-A’ 29 di settembre suonò a Parlamento: stava del Palagio serrata la
-porta, e dentro armati forestieri e cittadini; la Signoria aveva fatto
-venire in Firenze la sua gente d’arme, e questi e molto popolo minuto
-presero tutta la Piazza ed il Mercato Nuovo e Vecchio in modo che non
-passava persona. Il Papa mandava ai magnifici Signori il Vitelleschi
-con altri due Vescovi ed il Reggente della Camera suo proprio nipote,
-i quali essendo saliti in ringhiera, poco stante scesero i Signori
-con suoni di trombe e rumore grande. Insieme postisi a sedere, fecero
-fermare le voci, e Ser Filippo Pieruzzi che aveva chiamato la Balìa
-del 33, chiamò quest’altra; a cui risposero forse trecentocinquanta
-cittadini, siccome troviamo notato in più luoghi, sebbene Cosimo ne’
-suoi _Ricordi_ scriva che fu grandissima moltitudine. Questa Balìa
-annullava ogni altra Balìa dal 1393 in poi; quindi si tornarono i
-Signori in Palagio ed i Prelati al Papa: fu comandato alle genti
-d’arme e ai cittadini tornarsi ciascuno a casa, e non seguì alcuno
-scandalo nella terra. Il primo d’ottobre la Signoria inviava al Papa
-il Gonfaloniere di giustizia e uno dei Priori a fine di rendergli
-grazie; avevano seco quattrocento fanti bene armati, e capi di questi
-Neri di Gino, e con tradimento del nome suo Luca degli Albizzi ch’era
-ammogliato ad una Medici. Alle quattro ore di notte giunti a Santa
-Maria Novella ebbero subito udienza, e i due Signori stati un’ora
-in camera del Papa col Vitelleschi grande amico di Cosimo (secondo
-scrive egli medesimo), rimasero d’accordo insieme della ritornata
-di questo, e poi rientrarono nel Palagio. Il giorno seguente era la
-Piazza occupata di nuovo da genti armate, e con esse uno dei Medici e
-Bartolommeo degli Orlandini svisceratissimo di quella parte e adoprato
-poi, siccome dovremo più tardi conoscere, a fatti peggiori. Furono
-in Palagio chiamati gli uomini della Balìa ed i Collegi, i quali
-insieme con la Signoria a un grido levarono il bando a Cosimo de’
-Medici e agli altri con lui mandati in esilio, e all’Acciaioli e a’
-due Pucci. Riabilitarono agli uffici della Repubblica le famiglie dei
-Medici e degli Alberti, che prima n’erano stati privi. Fecero i dieci
-Accoppiatori che regolassero le tratte a modo di chi reggeva.[283]
-Un Bartolommeo de’ Cresci, giovane ardito ch’era dei Collegi, e aveva
-cercato levando rumore che la Pratica non si vincesse, fu preso e la
-notte morì ne’ tormenti, o (come fu sparso) con le sue mani s’uccise
-in carcere. L’altro dì poi furono confinati Rinaldo degli Albizzi
-ed Ormanno suo figliuolo per otto anni, Ridolfo Peruzzi e Niccolò
-Barbadori da principio per soli tre anni; i figli e i discendenti
-loro posti a sedere. Narrasi che Rinaldo chiamato dal Papa avesse
-conforti da lui e proteste, non avere egli creduto il dì che fece gli
-accordi dovessero questi infine condurre al suo esiglio; e che Rinaldo
-amaramente dicesse non d’altri dolersi che di sè medesimo, il quale
-credette potesse in patria conservarlo chi il proprio suo seggio aveva
-perduto.[284] Con queste parole Rinaldo degli Albizzi lasciò per sempre
-la patria sua.
-
-Cosimo de’ Medici era a Venezia quando per lettere e messi da Firenze
-gli giunse notizia della nuova Signoria ch’entrava in ufficio,
-sollecitandolo molti parenti ed amici s’accostasse intanto ai confini,
-avendo speranza di tosto poterlo rimettere dentro. Ma Cosimo volle
-prima bene assicurarsi dell’animo dei Signori, col dire che nulla egli
-e Lorenzo farebbero contro al volere della Signoria. Dalla quale avuto
-espresso avviso che si muovessero, a’ 30 settembre lasciata Venezia
-giunsero al ponte di Lagoscuro. Poi narra Cosimo come per corriere il
-primo d’ottobre avesse lettere che lo avvisavano dell’essere stati
-rimessi in Firenze, e lo esortavano a venir presto. Onde recatisi
-a visitare il Marchese di Ferrara che del fatto mostrò allegrezza,
-continuando la via giunsero a Modena, alloggiati quivi nelle case
-del Marchese con grande onore; dappertutto trovarono fanti ch’erano
-ordinati perchè andassero con loro, e a questo fine Uguccione dei
-Contrari da Ferrara aveva a soldo duecento cavalli. I quali però
-da essi furono licenziati, perchè non era di bisogno: e a’ cinque
-rientrarono sul terreno del Comune di Firenze, un anno appunto
-dacch’essi n’erano prima usciti.[285] Passarono fuori delle mura di
-Pistoia, e tutto il popolo si fece alla porta per vederli così armati e
-con tale accompagnamento, essendo incontrati anche sulla via da molti
-cittadini; cosicchè erano grande numero. A questo modo Cosimo stesso
-racconta il fatto di questo suo viaggio per l’Italia, che venne dipoi
-magnificato oltre al vero, e descritto come trionfale di plausi di
-popoli e di solenni festeggiamenti. Nei giorni più splendidi di Casa
-Medici e delle arti, tra le allegorie dei fatti di quella famiglia
-dipinte per mano di artisti eccellenti nel bellissimo salone del Poggio
-a Caiano, si vede il ritorno di Cosimo figurato per quello di Cicerone
-quando fu in patria ricondotto (secondo egli scrive) sugli omeri di
-tutta Italia. A’ sei giugnevano a desinare a Careggi, dove fu gran
-gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero prima di sera;
-e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro d’uomini e di
-donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere volgendo lungo
-le mura vennero dietro la chiesa de’ Servi, poi da San Piero girando
-presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, entrarono nel Palazzo
-dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore tumulto, che
-rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo giorno per
-trecento anni tutta l’istoria di Firenze si annesta a quella di Casa
-Medici.
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-CAPITOLO IX.
-
-GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN.
-1378-1434.]
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-Gli studi classici erano grandemente venuti a scadere nei popoli
-latini prima che fossero cancellati dall’urto dei barbari e avessero
-incontro la scuola cristiana. Breve regno ebbe la lingua latina quanto
-alla eccellenza dello stile; e al cominciare del terzo secolo i primi
-autori cristiani già non avevano tra i pagani chi li pareggiasse.
-L’amore del bello cadeva bentosto di cuore ai Romani, la poesia
-dopo all’età d’Augusto fu arte oratoria più che poesia vera. Dipoi
-vennero i grammatici, non d’altro studiosi che di salvare la lingua;
-gli studi ogni giorno più assottigliavano, e gli antichi libri poco
-erano letti; Virgilio rimase in cima sempre allora e poi, ma come
-fonte della grammatica; indi nelle età più barbare fu anche profeta.
-Quei popoli nuovi e incolti cercavano in ogni cosa il maraviglioso;
-l’ingegno esercitavano volonterosi nelle dottrine più astruse,
-amavano nell’istoria la leggenda: quindi molti seppero l’istoria delle
-dottrine, pochi o nessuno quella dei fatti, imperocchè il sapere dei
-più si formava di quel che avevano imparato a scuola. Duravano queste
-cose fino anche dopo all’età dell’Alighieri, nel quale può dirsi che
-fosse divinazione avere sentita e in sè compresa la squisitezza della
-poesia di Virgilio, cui fu seguace senza mai farsi imitatore. Ma da
-quello in fuori, parte piccolissima dei libri classici era conosciuta,
-e spesse volte non dei sommi, dove le finezze stanno più riposte:
-Orazio leggevano poco, rimase Ovidio come esemplare di versificazione,
-Lucano in grazia dell’argomento; amavano in Seneca le brevi sentenze e
-alcune cose da lui attinte (come noi crediamo) negli scritti o nella
-conversazione dei cristiani, di Tullio conoscevano gli Uffici e le
-Tusculane e piccol numero di Orazioni e quasi null’altro: l’Istoria
-romana attingevano da Paolo Orosio, poco bastando i brevi tratti che ne
-dà Sallustio, Tacito ignoravano, a Tito Livio poco si arrischiavano.
-
-Tostochè Dante ebbe inaugurato la scienza laica e che una vita
-letteraria cominciò ad essere fuori della scuola, cercare i codici
-dove si nascondevano i grandi scrittori latini e farsene studio, fu
-agli Italiani come andare alla recuperazione d’un antico patrimonio
-vantato sempre, ma non goduto e gran parte ignoto. A questo si accinse,
-e a lui ne spetta la prima lode, Francesco Petrarca; fu a lui passione
-com’era ogni cosa, e di questa sola dice non avrebbe voluto guarire.
-Scriveva oltremonti, scriveva oltremare per avere codici antichi, dei
-quali si fece copiosa biblioteca, legata da lui alla città di Venezia e
-principio a quella di San Marco; nei viaggi frequenti, ogni monistero
-che incontrasse, vi accorrea cercando se un qualche tesoro di antichi
-libri non vi fosse sotterrato. Rinvenne di Tullio le Lettere familiari
-e tutte le Orazioni; ebbe in Firenze da Lapo da Castiglionchio le
-Istituzioni di Quintiliano, ma guaste e scorrette. Le opere trovate
-copiava spesso di mano sua, lagnandosi della scarsità dei copisti, del
-caro prezzo e della temeraria infedeltà delle copie. Promosse lo studio
-anche della lingua greca, della quale ebbe i rudimenti da un Barlaam
-calabrese vissuto in Grecia monaco Basiliano. Aveva il Petrarca da
-Costantinopoli avuto in dono un manoscritto dei poemi d’Omero in greco,
-ma non seppe mai decifrarlo nè mai si diede molto allo studio di quella
-lingua, egli uomo latino di genio e allora in età provetta. Chiedeva
-pertanto al Boccaccio amico suo gli procurasse di quei poemi una
-versione latina, la quale ottenne ma non compita: n’era stato autore, a
-quello che sembra, un altro calabrese Leonzio Pilato, dottissimo nelle
-greche lettere, e quanto gli concedevano i rozzi e strani costumi,
-familiare al Petrarca ed al Boccaccio. Si deve a quest’ultimo che fosse
-Leonzio chiamato l’anno 1360 ad insegnare nello Studio fiorentino
-le lettere greche, cominciando dalla spiegazione dei poemi Omerici;
-prima cattedra di greca lingua che si conosca nell’occidente d’Europa.
-Nessun altri fece quanto il Petrarca ed il Boccaccio pel risorgimento
-dei classici studi, i quali bentosto ebbero in Firenze un assai rapido
-incremento.
-
-Al quale prestava opera lunga e autorità grande Coluccio Salutati, che
-fu trent’anni Cancelliere della Repubblica Fiorentina [m. 1406]. Questa
-soleva a tale ufizio chiamare uomini letterati che già si avessero
-acquistata fama; Coluccio, insigne per dottrina, fu anche onorato
-per l’animo virtuoso. Per sè negli studi fu tutto latino, ma Leonardo
-d’Arezzo scrive doversi a lui quel che si sapeva di greco in Firenze.
-Il nostro Coluccio fu anche poeta, essendo questo come un necessario
-finimento dei classici studi, poichè il latino cercavasi allora
-massimamente nei poeti; e come poeta fu egli portato alla sepoltura
-con la corona d’alloro in capo, avendone prima la Repubblica ottenuto
-privilegio, in quella età necessario, dal Papa o dall’Imperatore o
-forse da entrambi. Ma la sua gloria principale stette nelle molte
-lettere latine scritte in nome della Repubblica, o in proprio suo nome
-a principi o a letterati per l’Italia, questi accattando l’amicizia
-del celebre uomo con molto incenso di lodi magnifiche: a noi quelle
-lettere, che pure mostrano padronanza della lingua e copia di stile,
-appariscono lontane assai da vera eloquenza. Ma tali non parvero al
-grande nemico dei Fiorentini Gian Galeazzo Visconti, il quale soleva
-dire (se scrivono il vero), temere egli una lettera del Salutati più
-che molte spade: bisogna dire che certe nuove bellezze dello scrivere
-destassero affetti, che in noi oggi non valgono a destare. Il che
-avviene, credo, sempre nelle arti, dove un certo modo di sentire si
-forma vario nei diversi tempi; e chi risponda più a quel modo, col
-destare ammirazione produce negli animi un commovimento più simpatico:
-nelle arti imitative ogni somiglianza al vero che prima non fosse
-veduta dagli uomini, potè suscitare ad occhi inesperti anche una sorta
-d’illusione, sebbene l’immagine ai nostri apparisca rozza ed informe.
-
-Scriveva Coluccio in italiano le lettere che giornalmente andavano
-per la Signoria dentro lo Stato ai rettori o ai comuni del contado;
-e queste ora sono da noi cercate più avidamente di quelle famose in
-lingua latina. Ma gli eruditi di quella età poco degnavano il volgare,
-fatti ambiziosi di porre in mostra le nuove eleganze ch’avevano attinte
-dall’uso dei classici. Si giunse a tale, che traducevano in latino le
-istorie o le vite d’uomini insigni perchè ottenessero (così scrivevano)
-maggiore divulgazione: già era formata quella che poi si chiamò
-repubblica delle lettere; da questa accattavano le lodi, per questa
-scrivevano. Dal che avvenne che separando troppo la scienza dall’uso
-e la scuola dalla vita, la lingua avesse meno autorevole disciplina,
-perchè i più dotti non si curavano di farsi uomini popolari. Troviamo
-quindi per cento anni lo scrivere nella Toscana istessa come bipartito;
-da un lato nell’uso familiare progredire, dall’altro fermarsi quasi
-inceppato o irrigidito. Il quattrocento non è vero che in italiano
-scrivesse male, ma fu sua colpa lo scrivere poco: scorreva la lingua
-nelle scritture familiari e nelle lettere private forse meno viva
-perchè già più adulta, ma più ordinata; ed il periodo era più finito
-e le frasi meglio tra sè collegate di quello che fossero nell’aureo
-trecento.
-
-Ma sugli ultimi di quel secolo le novelle di Franco Sacchetti sono
-il libro dove più s’impari in fatto di lingua, e molto ancora se ne
-ricava circa i costumi di questa e d’altre città italiane. Si tenne
-il Sacchetti lontano affatto dal Boccaccio quanto alla forma, ed ebbe
-diverso il fine stesso delle novelle. Non pensò a farsi egli inventore
-di bella prosa, ma scrisse alla buona, usando le naturali grazie della
-lingua e quelle che uscivano a lui dall’animo esercitato al bello ed al
-buono: racconta spedito con le sole circostanze che meglio conducano
-a intendere il fatto ed a mostrarne la significazione. Scrisse anche
-poesie leggiadre talvolta, ma le più risguardano a cose politiche, la
-città essendo molto agitata in quegli anni che seguitarono al fatto
-dei Ciompi. Il Sacchetti popolano, sebbene portasse casato di grandi,
-odiava le tirannie di chi stava in alto, e quelle cercate in nome del
-popolo e col mezzo della plebe. Di lui sono a stampa alcune lettere,
-e scrisse un breve suo Quaresimale da far contrasto alle intemperanze
-dei predicatori: sicuro e forte nella religione, fu molto severo a chi
-l’abusava. Un poco più tardi il _Pecorone_ di Ser Giovanni Fiorentino
-contiene racconti più spesso che novelle, di buona lingua, ma senza che
-altro sia da dirne.
-
-Molto abbondarono i Cronisti in quella età della lingua e della
-repubblica. Marchionne Stefani terminava l’anno 1385 la lunga sua
-Cronaca, la quale pei tempi da lui veduti e quando ebbero cessato i
-Villani, è pregevole sopra ogni altra per la materia, bene esprimendo
-lo stato della città e delle parti in quegli anni fortunosi che
-prepararono il tumulto del 1378, poi, finchè rimase in vita lo Stato
-allora fondato: Marchionne stava con le Arti minori, e in quel governo
-ebbe qualche ingerenza. Non fu, a dir vero, felice scrittore; ma sa
-metter fuori di quelle parole che riescono tratti di luce all’istoria.
-Piero Minerbetti comincia laddove finisce lo Stefani e va fino al
-1410; è buono scrittore, nè manca di certa sua gravità nè di acutezza,
-sebbene alle volte alquanto prolisso. Di Gino Capponi abbiamo una
-molto pregevole narrazione del tumulto de’ Ciompi, da lui condotta
-fino alla distruzione del governo delle Arti maggiori: abbiamo anche
-scritti nella ultima vecchiezza alcuni Ricordi a Neri suo figlio.
-Non bene sappiamo a quale dei due appartenga il Commentario sopra
-l’acquisto di Pisa, ma forse Neri ampliò e distese gli appunti del
-padre. Scriveva Neri anche un Commentario delle cose da lui operate in
-molti commissariati ed ambascerie, ma questo risguarda per la maggior
-parte un tempo diverso, che sarà materia del libro seguente. Iacopo
-Salviati anch’egli narrava le ambascerie onoratamente da lui sostenute.
-Due Boninsegni continuarono una Istoria di Firenze fino al 1460. A
-tutti sovrasta per la finezza della lingua e del dettato Giovanni
-Morelli; non gli cadevano dalla penna inavvertite le eleganze, ma pochi
-le ebbero più sincere e di miglior conio: una descrizione del Mugello,
-d’onde era uscita la sua famiglia, pare abbia in sè tutta la freschezza
-di quella grandiosa e amena provincia. Si estende la Cronaca dal 1393
-al 1421. In quelli anni stessi Goro Dati diede a un suo libretto
-titolo di Storia; dovea chiamarlo Discorsi politici intorno allo
-Stato di Firenze ed al vivere della città. Noi l’adoprammo più volte
-come di uomo pensatore che guarda e giudica le cose addentro, acuto e
-pratico e che sa bene ritrarre le qualità e gli umori di questo popolo
-fiorentino. Bonaccorso Pitti scrisse con vivacità le sue fortune alle
-Corti di Francia e di Borgogna e di altri Principi, dei quali rendevasi
-familiare, mi dispiace dirlo, per via del giuoco. Ma questo dovette
-riuscirgli bene perchè tornò in patria ricco, ed ebbe la mano nelle
-cose dello Stato: fu padre a quel Luca, le cui ricchezze fruttarono
-male a lui e peggio alla Repubblica. Di altri minori sarebbe tedioso il
-dare qui la enumerazione.
-
-Tra’ libri di cose morali ed ascetiche è da contare un Trattato circa
-il Governo della famiglia composto dal Beato frate Giovanni Dominici
-dell’ordine dei Predicatori. Lo abbiamo a stampa da pochi anni, e vi
-si scorge che l’autore aveva la buona lingua popolana dalla culla,
-ma poi formava lo stile in gran parte sulle latinità dei Padri e
-degli Scrittori ecclesiastici, il libro essendo tutto ascetico. Il
-Dominici, creato cardinale da papa Gregorio XII in Lucca l’anno 1408,
-seguì le fortune del suo promotore fino al Concilio di Costanza;
-dopo di che inviato dal nuovo Pontefice in Ungheria Legato, moriva
-in Buda l’anno 1420. Assai dei libri di devozione ed altri che senza
-nome d’autore furono pubblicati la maggior parte ai tempi nostri,
-o sono citati manoscritti come testi di lingua pel molto studiato
-trecento, appartengono sicuramente agli ultimi anni di quello ed ai
-primi del seguente secolo. Ma in questo crediamo venissero meno le
-traduzioni popolari dai Padri o dai Classici latini poichè se ne furono
-impadroniti i letterati. La poesia non ebbe nei primi anni di questo
-secolo insigni cultori.
-
-Ma fu come principe di quell’età Leonardo Bruni d’Arezzo, che morì
-vecchio l’anno 1444: in Roma fu Segretario apostolico sotto quattro
-Pontefici, indi molti anni Cancelliere della Repubblica fiorentina.
-Tradusse in latino i libri politici di Aristotele e più altri di greci
-scrittori; illustrò alcuni punti speciali delle antiche istorie. Pure
-in latino scrisse una Istoria di Firenze dalle origini della città fino
-alla morte di Gian Galeazzo Visconti, ed i Commentari delle cose da lui
-vedute o fatte ne’ vari ufizi nei quali fu esercitato. Questi ultimi
-offrono con le particolarità più vive, a noi più gradito insegnamento;
-ma le Istorie sono libro da leggere utilmente anche ai giorni nostri
-per l’alto senno che l’autore vi dispiega e per l’intelligenza della
-Repubblica, della quale vidde l’interno roteggio. Ma vero è che piace a
-lui non uscire dalle cose generali, e come erudito dare ai fatti nostri
-romano colore. Le Vite pregevoli di Dante e del Petrarca furono da lui
-composte nella nativa sua lingua.
-
-Intanto lo Studio s’illustrava per Emanuele Crisolora, che nel 1396
-vi fu chiamato da Costantinopoli sua patria per cura di alcuni dotti
-fiorentini, e massimamente di Palla Strozzi, ad insegnare la greca
-lingua. Cessava però lo Studio nel 1404; riaperto nel 12, fioriva
-nel 1421. Sovente uomini fiorentini di grande affare nella Repubblica
-attendevano quivi a spiegare le leggi, tra’ quali ebbero molta fama
-Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi; Paolo Minucci da Prato Vecchio,
-rendutosi chiaro nelle maggiori Università d’Italia, fu ordinatore
-del Diritto feudale. Paolo di Castro insigne giureconsulto, oltre
-all’insegnare leggi, compilava quello Statuto fiorentino che nello
-scorso secolo fu dato a stampa. Francesco Zabarella padovano insegnò
-qui lungamente la teologia, poi fu Vescovo di Firenze e Cardinale
-molto famoso nel Concilio di Costanza. Fra Leonardo Dati Generale
-dei Predicatori ebbe in Firenze molta fama di sapiente in cose
-ecclesiastiche ed autorità di cittadino. Filippo Villani professò
-lettere, nelle quali si acquistò lode; egli e Giovanni da Ravenna
-tennero la cattedra per la illustrazione della Divina Commedia.
-Altri uomini chiari in lettere vennero ad insegnare in Firenze, tra’
-quali Pier Paolo Vergerio da Capo d’Istria, e per breve tempo Guarino
-Veronese e Giovanni Aurispa e il Filelfo; lo Studio essendo spesso
-trascurato a cagione della spesa. Nè pensarono i Fiorentini a condurre
-qui l’Università che aveano fatta tacere a Pisa: più tardi Niccolò da
-Uzzano avendo lasciato gran parte dell’eredità sua per la fabbrica di
-un Collegio che annesso allo Studio potesse contenere cinquanta alunni,
-metà fiorentini e metà esteri, nella via che allora pigliò nome della
-Sapienza, non fu eseguito quel testamento per la gelosia di chi non
-voleva che tanto Firenze dovesse all’Uzzano.
-
-Più della Repubblica, per l’incremento del nuovo sapere faceano i
-privati. Molti cercavano manoscritti, viaggiavano in Grecia a tal fine
-uomini oggi poco noti, Firenze abbondava già di buoni copiatori. Palla
-Strozzi, grande cittadino, giovò agli studi egli sopra ogni altro;
-ebbe a grande spesa i libri di Platone e di Plutarco, e la Politica
-d’Aristotele e la Cosmografia di Tolomeo ed altri moltissimi; teneva
-in casa chi gli facesse copie belle e sincere in greco ed in latino.
-Radunò in breve ricca biblioteca, la quale voleva rimanesse a pubblico
-uso, ad essa innalzando un edifizio molto degno in Santa Trinita, luogo
-comodo a ciascuno per essere posto nel mezzo della città. Ma il bel
-disegno andò fallito pel bando in cui finiva la vita, come tra poco
-narreremo, quest’uomo illustre e benemerito. Un Piero de’ Pazzi, gran
-ricco e grande spenditore, tardi si diede alla magnificenza del fare
-copiare con ornamento di miniature gli antichi libri, lasciandone in
-morte numero assai grande. Viveva in Firenze monaco Camaldolese negli
-anni stessi Ambrogio della famiglia dei Traversari, che era stata
-grande in Ravenna. Dotto nel greco, tradusse in lingua latina le Vite
-dei Filosofi di Diogene Laerzio e molte scritture di antichi Padri.
-Fatto Generale dell’Ordine suo, descrisse col titolo di _Odeporicon_
-i viaggi per le visite dei monasteri, narrando ogni cosa che meglio
-servisse al promovimento degli studi: di lui abbiamo anche non poche
-lettere scritte ad uomini che attendevano allo stesso fine. Inviato
-da Eugenio IV al Concilio di Basilea, ebbe poi gran parte in quel
-di Firenze, che appena era chiuso quando Ambrogio fu rapito da morte
-immatura con grande rammarico della città, dove la sua cella era il
-ritrovo dei maggiori uomini e più virtuosi. Lo studio di quella prima
-metà del secolo XV pareva che fosse tutto nel ritrovamento d’antichi
-codici e nell’esibirli ad uso comune per dare agli ingegni nutrimento
-dell’erudizione tuttora mancante. Nella quale opera niun altri meritò
-quanto Niccolò Niccoli di famiglia mercante in Firenze, ma non dei
-più ricchi. Nulla pare che scrivesse del suo, ma dottissimo nel latino
-impiegò la vita in fare copie di sua mano dei buoni scrittori, o nel
-corregger le altrui. Molte se ne riconoscono tuttora dovute al Niccoli,
-che spese poi anche gli averi suoi nel procacciarsi manoscritti latini
-e greci, dei quali lasciava il numero allora molto considerabile di
-ottocento. Di questi ordinava si formasse una pubblica Biblioteca,
-la quale dopo la morte sua fu aperta in San Marco: ebbe grandi
-amicizie e grandi brighe co’ letterati dell’età sua, soliti astiarsi
-oltre al costume tra gli eruditi non infrequente. Nessuno però nelle
-arrabbiate contese e nelle diffamazioni svergognate, ma insieme nei
-servigi lungamente resi ai classici studi, vinse Poggio Bracciolini
-da Terranuova in Valdarno. Questi fu autore di molti libri o trattati
-in lingua latina, spettanti a cose o filologiche o antiquarie, cui
-si aggiungono esercitazioni su vari argomenti. Primeggia fra tutti
-una assai nota Istoria Fiorentina, tradotta poi da Iacopo suo figlio.
-Descrive le guerre con la Casa dei Visconti, non senza taccia di
-adulatore alla città sua; d’interni fatti è scarso, e va circospetto sì
-che, a dir vero, non molto se ne cava di sostanzioso. Fu cinquant’anni
-Scrittore delle lettere pontificie e poi da ultimo Cancelliere della
-Repubblica fiorentina, avendo protratta la vita molto più in là che non
-giunga la materia di questo Capitolo. Di lui si cercano ai dì nostri
-con maggior cura le Lettere che egli scriveva in gran copia nei viaggi
-frequenti e di mezzo alle varie faccende nelle quali fu implicato. Andò
-al Concilio di Costanza, da dove recatosi alla vicina e celebre abbazia
-di San Gallo, ne riportò ricca merce di scritture d’autori latini,
-tra’ quali non pochi giacevano ignoti anche di nome. Ampliava del pari
-d’antichi libri le greche lettere, avendo lasciato può dirsi aperta
-l’antichità quand’egli moriva nel tempo in cui venivano in luce le
-prime grandi opere a stampa.
-
-Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli
-Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina
-dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti
-ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme,
-la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma
-con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose
-nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di
-sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto
-diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato
-gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli
-animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente
-guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in
-Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i
-letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso,
-il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie,
-teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di
-pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti
-in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni,
-furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli
-artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi.
-
-Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo
-Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro
-gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi
-conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda,
-nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei
-predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò
-i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle
-figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare
-dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli
-atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi
-renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro
-a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi
-maggiori e fatti abili a più ardimenti.
-
-Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del
-Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il
-suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe
-tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso
-su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti
-furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere
-del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni
-soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la
-fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che
-non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era
-una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli
-vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il
-numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni
-nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già
-progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene
-esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel
-1455.
-
-In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove
-la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera
-dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono
-dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato
-sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita
-maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi
-quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il
-segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non
-hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono
-come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori,
-dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a
-fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per
-oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si
-confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo
-morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della
-vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome
-della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e
-ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi
-affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa
-dell’Alvernia.
-
-Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi.
-Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto
-al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le
-classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile
-di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua
-Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza
-tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo:
-le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura
-la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande
-studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella
-stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore,
-cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente
-di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori
-d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe
-d’orificeria.
-
-Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la
-navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la
-Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa;
-ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto
-se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro
-modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità.
-Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola
-fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando
-di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei
-lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande
-suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle
-combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi,
-avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi
-molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte
-della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri
-molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura,
-e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel
-1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi
-lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi
-edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le
-vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni.
-Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato
-circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del
-tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che
-avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal
-1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno
-al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno
-1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea
-studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne
-ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per
-mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna,
-in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più
-sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo
-almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale,
-dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più
-strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò
-e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire;
-ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò
-tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto
-portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come
-un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi
-mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di
-che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento,
-senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire
-a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza
-di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo
-che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole
-con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare
-le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di
-ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno
-che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui
-che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto
-del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande
-mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera
-sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè
-quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha
-in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche
-il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò
-in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese
-di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del
-Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di
-Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.
-
-Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta
-indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere
-essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima
-dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in
-Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore
-degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla
-aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo
-agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei
-movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria
-dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni,
-ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non
-parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte
-della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il
-colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua
-di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio
-d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo,
-ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato.
-In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in
-alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello
-solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa
-sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga
-la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni
-tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono
-al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto
-a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e
-modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì
-mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano.
-
-Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua
-opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne
-il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo
-valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure
-in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò
-ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle
-altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei
-Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in
-bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento
-anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti
-che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle
-d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per
-saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera
-al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte:
-se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il
-disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non
-aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze.
-Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non
-appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in
-faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa
-è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean
-fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto
-alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più
-eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia,
-la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa
-esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla
-porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si
-mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io
-non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me
-medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per
-tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime;
-l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle
-grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli
-anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola,
-ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò
-alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato
-l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi
-guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure
-d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di
-bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero
-degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri
-dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel
-quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano
-state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa
-Medici.
-
-
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-
-LIBRO QUINTO.
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-
-CAPITOLO I.
-
-LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA.
-— CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI
-BORGO SAN SEPOLCRO E DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.]
-
-
-La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava
-sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della
-Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno,
-e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I
-confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e
-quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni
-ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a
-quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e
-Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse
-all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti
-e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano
-dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o
-che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi
-o andarono in bando.[286] Il quale fu esteso infino a dieci anni per
-quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere
-ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime
-difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi la
-restituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce
-ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli
-sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati
-nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo
-agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in
-città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’
-balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire
-nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’
-doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi
-i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti
-delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che
-due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi
-avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei
-Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da
-Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio,
-e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra
-parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette
-potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio
-procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi
-consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse
-autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a
-questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti
-popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto
-per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano
-di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti
-uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano
-ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure
-una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori
-e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpi tenute
-maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato,
-rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica,
-della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto
-polvere ogni cosa.[287]
-
-Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di
-quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano
-di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non
-pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi
-di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben
-altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme
-come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi
-prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito
-deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare
-così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta;
-malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie
-rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne
-andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a
-Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso
-dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della
-Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza
-fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere
-nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la
-cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse
-Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la
-sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla
-parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo
-Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e
-aveva forse anche sperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile
-egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto
-non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a
-Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli
-fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte
-dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di
-mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia
-dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti
-gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale
-non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli
-studi e a maggior gloria della città sua.[288] Quel grande artefice di
-questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre,
-avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette
-spesso da lui (come tenevasi) consigliate.
-
-In fine a’ _Ricordi_ lasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto
-a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato
-ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita.
-Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero
-astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più
-odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi
-giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione
-della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere
-sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene
-alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289] Ma
-sei ribelli, i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme
-a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un
-Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono
-resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290] Dipoi un Guadagni,
-figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero
-Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca,
-fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria
-di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla
-via per caso oscuro e subitaneo.[291] Ai cittadini era imposto sotto
-gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da
-un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292] e di lui sapendosi
-avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi;
-ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il
-Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne
-per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu
-per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze
-cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i
-rettori.[293] Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era
-condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado
-d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e
-Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni
-di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere
-ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in
-quel di Lucca, di dove andasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di
-Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto
-in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e
-un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano
-Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello.
-
-Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo
-co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in
-qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli
-avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel
-Chianti.[294] Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare
-quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci
-senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente
-con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della
-Repubblica.[295]
-
-Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa
-fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola,
-avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu
-confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato
-a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze
-dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega,
-si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio,
-le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato
-ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono
-di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in
-Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza,
-facendosi guerra dalle due parti molto grossa e lunga e dubbiosa:
-tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati,
-mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne
-le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo
-lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale
-usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro
-all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato
-in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse
-sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso
-e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le
-terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria
-della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i
-Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro
-a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296] Col ritrarsi di
-Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava
-in Bologna la parte dei Bentivogli.
-
-Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno
-Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione
-il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato
-da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse
-le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata
-la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per
-i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase
-facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente
-naviglio loro incontro a quello del re Alfonso; il quale raccolto molto
-numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava
-animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con
-isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e
-grande numero di principi e signori,[297] egli avendo ceduto la spada
-a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva
-Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero
-diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire,
-con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande
-prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto
-suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona
-per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali
-ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti
-argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con
-grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli
-le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così
-anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo
-grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui
-fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore
-che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e
-presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi
-stabilmente rivendicati in libertà.[298]
-
-Per questi fatti mutate essendo le condizioni d’Italia, rimase di
-subito scompaginata la lega, la quale di nome era conchiusa tra il
-Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini. Questi mandarono soccorso
-a Genova di vettovaglie e di fanti armati sotto Baldaccio d’Anghiari
-alla difesa d’Albenga, sebbene ciò fosse copertamente,[299] perchè
-la lega non volea dirsi per anche rotta, ciascuno essendo tenuto in
-rispetto dalla incertezza degli eventi, e il Papa adoprandosi con
-grande studio perchè alle armi non si venisse. Aveva egli nel mese
-d’aprile 1436 lasciato Firenze, dopo esservi dimorato quasi due anni,
-ed alla Repubblica usato ogni sorta di benevole dimostrazioni. Poco
-innanzi della partenza sua Eugenio, il giorno venticinquesimo di marzo,
-ch’è la festa dell’Annunziazione ed era in Firenze principio dell’anno,
-consacrò il tempio di Santa Maria del Fiore, essendo già l’occhio
-della grande Cupola stato chiuso da Filippo di ser Brunellesco due anni
-prima, quando era al termine lo Stato degli Albizzi.[300] Fu celebrata
-quella consacrazione con molto grandissima solennità, essendosi dalle
-scalee di Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava, infino a quelle
-del Duomo alzato un palco ricco di tappeti e d’ogni magnificenza,
-sul quale andassero fuori della calca egli e tutto l’accompagnamento
-suo, ch’erano molti Cardinali e Vescovi e Principi ed Ambasciatori e
-tutta la Signoria, tenendo la coda del papale ammanto il Gonfaloniere
-Davanzati, che fu da Eugenio per mano di Gismondo Malatesta fatto
-insignire della cavalleria. Il Papa dipoi recossi a Bologna,
-venuta di fresco in potestà sua, dopo esservi stato ucciso Antonio
-Bentivoglio.[301]
-
-Filippo Maria, tentata invano la recuperazione di Genova, fece che
-tutte le forze sue con Niccolò Piccinino venissero innanzi per la
-riviera di Levante verso allo Stato dei Fiorentini. Aveva mandato prima
-sotto Pietrasanta due suoi minori capitani, Cristoforo da Lavello e
-Luigi dal Verme, che si ritrassero per comandamento dello stesso Duca.
-Ma il Piccinino occupò Sarzana de’ Genovesi ed alcune terre che la
-Repubblica di Firenze avea sulla Magra; donde poi venne a fermarsi in
-Lucca, mostrando intenzione d’andare nel Regno. Nè per essergli negato
-il passo, rompeva di subito il Piccinino la guerra; nè i Fiorentini,
-che inviarono a Pisa Neri Capponi con quante forze aveano in pronto,
-vollero altro che porsi in guardia contro ogni assalto da quella
-parte. Era il conte Francesco Sforza allora ai servigi del Papa, ed a
-Cosimo già molto amico: lo aveva questi con grande onore accolto in
-Firenze, dove ebbero giostre nella piazza di Santa Croce, balli di
-donne in quella dei Signori. Dipoi, non senza difficoltà e patti di
-non andare in Lombardia nè muovere guerra contro al Duca di Milano,
-concesse Eugenio venisse il Conte ai servigi dei Fiorentini. Poneva
-il campo questi a Santa Gonda con cinque mila cavalli e due mila
-cinquecento fanti: il Piccinino all’incontro aveva sei mila cavalli
-con minore numero di fanti. Non fecero mossa i due famosi Capitani,
-l’un l’altro osservando; e anche tenuti in aspettazione dai negoziati
-che non cessavano tra il Papa e il Duca: infinchè a mezzo il verno,
-ad un tratto, il Piccinino, avuta speranza di occupare Vico Pisano,
-muoveva per là; di dove respinto, correa la campagna già come nemico.
-Dipoi assaliti altri minori castelli, andò poderoso in Garfagnana,
-ponendo il campo sotto alle mura di Barga. Per il che essendo ogni
-rispetto cessato, la Repubblica ordinava al Conte ed a Neri soccorrere
-Barga. Andarono, e diedero grave percossa al Piccinino, costretto
-ritrarsi quasi che rotto in Lunigiana; d’onde egli dovette quindi
-passare in Lombardia, perchè i Veneziani, veduto la guerra dal Duca
-essere cominciata, mandato aveano in Ghiaradadda Giovanni Francesco
-da Gonzaga loro capitano, che molto stringeva le terre del Duca. I
-Fiorentini poichè viddero questo impegnato in Lombardia, e Lucca, che
-s’era per lui dichiarata, sprovvista essere d’altro aiuto, tornarono
-al solito prurito d’avere quella città: del che Cosimo de’ Medici
-ardeva di voglia, perchè se il governo degli Ottimati acquistò Pisa,
-voleva pur egli ornarsi di qualche splendido acquisto alla Repubblica;
-oltrechè a lui faceva bel gioco avere gli ufizi in Lucca e le terre
-dei Lucchesi da dividere ai suoi partigiani; e con quella esca, da
-altri non tocca, un maggior numero guadagnarsene. Anche tra ’l popolo
-quella guerra avea però sempre grande favore, ed alla spesa tutti
-concorrevano in quei principii alacremente.[302] Nel mese d’aprile
-1437 il Conte Francesco muoveva l’esercito; e prima andato a recuperare
-Sarzana e Lavenza, e alcune terre di Lunigiana o genovesi o fiorentine,
-prese facilmente Viareggio e Camaiore ed altri luoghi,[303] mentre
-che i Lucchesi tenevansi chiusi nella città, confidando questa potere
-guardare per le sufficienti forze che avevano dentro e perchè il popolo
-tutto intero vegliava geloso alla cittadina libertà. Laonde l’esercito
-dei Fiorentini avendo fatto nel piano di Lucca quei maggiori danni
-che poteva col guastare i campi allora coperti di grano e di biade,
-tagliare le viti, e dei bestiami fare preda,[304] volgevasi tosto alla
-espugnazione di Monte Carlo, castello tenuto infino allora come difesa
-e guardia di Lucca; ma fatta piccola resistenza, cedeva: e fu quello
-il termine ultimo alle cupidigie fiorentine, per gli accidenti che indi
-avvennero.[305]
-
-I Veneziani avendo a petto in Ghiaradadda il Piccinino, ed essi rimasti
-senza Capitano, perchè il Gonzaga mutando parte era passato ai soldi
-del Duca, facevano istanza per avere Capitano di tutta la guerra in
-Lombardia Francesco Sforza. Il che ai Fiorentini dispiaceva molto,
-vedendo fallire a questo modo l’impresa di Lucca, della quale aveano
-tanta passione: ma erano soli in tal desiderio, perchè nè il Conte
-nè i Veneziani per nulla bramavano che la Repubblica acquistasse la
-signoria di una città la quale aveva per sua difesa più volte aperto
-gli appennini agli eserciti di Lombardia. Era il Conte rattenuto da
-altri pensieri, non volendo egli con l’impegnarsi oltrepò lasciare
-esposti alle aggressioni gli Stati suoi nella Marca;[306] e avendo
-poi sempre gli occhi a Milano, della quale il Duca facevagli innanzi
-balenare con fine arti la successione: strumento a quei giuochi di
-vile astuzia essendo la misera e tuttora giovinetta Bianca Maria,
-figlia sola ed erede, benchè illegittima, al Duca Filippo. Laonde
-lo Sforza tergiversava: ed una volta, per certi ammenicoli che i
-Fiorentini inventarono ed ai Veneziani poco soddisfecero, consentì
-andare fino a Reggio; dove un ambasciatore veneziano, Andrea Morosini,
-avendogli protestato pigliasse la guerra di là dal Po francamente,
-o la Repubblica gli torrebbe la paga e il comando; venuti insieme a
-grave alterco si separarono, e lo Sforza ripigliava la via di Toscana,
-allora prestando più facili orecchie alle insinuazioni di Filippo.
-Alla Repubblica di Firenze parea male stare; e lo stesso Cosimo de’
-Medici andava ambasciatore a Venezia, sperando col caldo dell’amicizia
-a lui mostrata dai Veneziani potere a questi persuadere, provvedessero
-che il Conte non si accordasse col Duca, dal che verrebbe pericolo
-grave egualmente alle due Repubbliche; intanto lasciassero (qui era
-la somma di tutto il negozio) fornire al Conte l’impresa di Lucca. Ma
-il Doge Francesco Foscari gli replicava, bene conoscere il Senato le
-forze sue proprie e quelle degli altri Stati d’Italia, non essere usi
-i Veneziani pagare coloro che ad essi non servivano, nè avere voglia
-di fare crescere il Conte Francesco a loro spese: in quanto a Lucca,
-i Fiorentini provvedessero; per sè, non capire qual motivo avessero
-d’entrare con loro in cosiffatti ragionamenti.[307] Così fu Cosimo
-ributtato, senza che potesse ai Veneziani mai cavare altro di bocca:
-donde egli principiò ad alienarsi da loro;[308] e avendo in quel
-mentre le arti del Duca tirato a sè Taliano da Forlì, che per lo Sforza
-teneva la Marca, questi pauroso di perderla, o doverla guardare da sè,
-concluse l’accordo col Duca, e costrinse i Fiorentini ad accettare
-la pace con Lucca, ritenendo questi per sè Monte Carlo e Uzzano che
-aveano successivamente guadagnato. Fu buona pace, perchè muniva ad
-essi il confine inverso Lucca; ma i Fiorentini, che ebbero a male
-vedersi levata la terza volta in cento anni come di bocca questa città,
-riempirono Italia con lettere piene di rammarico; e, come nota bene
-il Machiavelli, «rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere
-d’aver perdute le cose sue, quanto ebbero allora i Fiorentini per non
-aver acquistate quelle d’altri.[309]»
-
-Mentre era in Venezia Cosimo de’ Medici, trovò anche nata ivi gelosia
-per le cose del Concilio, delle quali egli aveva prima tenuto discorso
-in Ferrara con Eugenio che da più tempo vi dimorava. Imperocchè sedendo
-in Basilea la Sinodo che doveva essere continuazione di quella in
-Costanza, pel molto numero che vi era di Prelati tedeschi e per quelle
-semenze che già nella Germania pullulavano, si andò tant’oltre, che
-fatto scisma da Eugenio, elessero antipapa sotto nome di Felice V quel
-Duca Amedeo VIII di Savoia, il quale avendo deposto il governo nelle
-mani deboli del figlio, viveva irrequieto con le apparenze d’eremita
-in un suo castello presso al Lago di Ginevra.[310] Laonde Eugenio,
-riprovando quel di Basilea, aveva intimato un altro Concilio da tenersi
-in qualche città d’Italia; e perchè non si poteva in Lombardia, per
-qualche aderenza che era tra ’l Duca Filippo e quel di Savoia e perchè
-non voleano andare a mettersi sotto all’ombra della Repubblica di
-Venezia, fu scelta Ferrara. Già s’eran ivi cominciati a radunare; ma
-per la peste che v’era entrata, ottenne Cosimo si trasferissero in
-Firenze, con qualche invidia di quella Signoria e amare parole verso i
-Fiorentini. Voi Papa (dicevano), voi Concilio, voi Lucca, voi tra poco
-volete ogni cosa.[311] Nel Concilio si doveva trattare d’unione della
-Chiesa greca alla latina, e l’Imperatore Giovanni Paleologo stretto dai
-Turchi, e per ogni modo ma invano cercando avere soccorso dagli Stati
-d’occidente, era con molti de’ suoi Prelati venuto in Ferrara, donde
-egli ed il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli facevano entrata
-con grande seguito in Firenze negli ultimi di gennaio 1439. Alloggiò
-il Papa, com’era consueto, nel convento di Santa Maria Novella, dove
-si tenne il Concilio; e l’Imperatore nelle case dei Peruzzi, allora
-sbanditi. Cosimo de’ Medici avea in quei due mesi il grado supremo
-di Gonfaloniere; ed i Fiorentini, quanto soleano essere parchi nelle
-private cose, tanto più godevano mostrarsi splendidi nelle pubbliche.
-Fu aperta la Sinodo, alla quale intervennero da centosessanta tra
-vescovi e abati latini e greci;[312] e gli animi essendo alla concordia
-inclinati, l’unione tra le due Chiese e sovra esse la supremazia del
-Papa fu pubblicata con grande solennità e letizia a’ 6 di luglio nel
-maggior tempio di Santa Maria del Fiore. Moriva in Firenze poco avanti
-la promulgazione il vecchio Gioseffo Patriarca di Costantinopoli, ed
-ha sepoltura in Santa Maria Novella. L’Imperatore innanzi di partire
-fece privilegio e carta solenne al Gonfaloniere Filippo Carducci, e
-(stando al Cambi) l’avrebbe fatta anche ai Priori, che fossero Conti di
-Palazzo, portando nelle armi loro il segno dell’Impero, ch’era l’aquila
-a due teste, con autorità di fare Notari, con dare ad essi anche
-l’esercizio, e di legittimare i figli naturali. Concesse altresì alla
-Repubblica esenzioni di gabelle e grazie in tutto l’Impero suo, che
-estendevasi allora non molto fuori delle mura dove Costantino più di
-mille e cento anni prima lo aveva condotto. Rimase in Firenze il Papa,
-ed in seguito appianò le differenze ch’aveano diviso la Chiesa pure
-degli Armeni da quella di Roma.
-
-La pace che tolse ai Fiorentini l’impossessarsi di Lucca, non avea
-dato all’Italia requie; la qual non era nell’animo di Filippo,
-insofferente di vedersi privato di Genova, e dai Veneziani stretto
-per la possessione ch’aveano acquistata di Bergamo e Brescia: temeva
-la lega tra essi ed il Papa e i Fiorentini ed il Conte. A questo
-faceva brillare sugli occhi il vicino parentado, andando sì oltre
-ch’egli fermava alla cerimonia il luogo ed il giorno, apparecchiava
-pubblicamente alla figliola il corredo, e al Conte sborsava i trenta
-mila ducati promessi pagarli nei patti nuziali. Nè di ciò contento,
-praticava a fine, che messo il Conte in sospetto pei suoi Stati della
-Marca, mentre attendeva a guardare questi, si tenesse fuori del giuoco
-e non cercasse recare aiuto ai Veneziani. Bramava puranche staccare il
-Papa dalla Lega; ai quali effetti il Piccinino ad un tratto sparse come
-egli si fosse alienato da Filippo dappoich’era questi tutto del Conte,
-ed al Papa scrisse offrendosi andare contro al Conte nemico suo vecchio
-alla recuperazione della Marca, facendo guerra per Santa Chiesa. Rimase
-Eugenio pigliato all’esca, e mandò danari al Piccinino, e gli offerse
-terre in feudo, a lui ed a’ suoi figli: così occupava questi in breve
-ora Bologna e Forlì e Ravenna, il Duca gridando che tuttociò era senza
-sua saputa, e dando ad intendere che, se una volta potesse, farebbe
-al Piccinino tagliare la testa. Ma questi allora dal canto suo mutato
-registro, si fece a dire ed a giurare che traditore non era, e che
-era il Papa che lo accusava a fine di torlo dall’amicizia del Duca,
-onde era ben giusto ch’egli ed il Duca se ne ritenessero le terre.
-Così empiva de’ suoi soldati la riva destra del Po, donde impediva ai
-Fiorentini e al Papa ed al Conte di soccorrere i Veneziani, mentre egli
-ad un tratto contro essi muoveva l’armi sue insieme a quelle del Duca.
-Quanto era iniquo e svergognato l’inganno, tanto fu sapiente quella
-evoluzione di guerra, per la quale il grande condottiero subitamente
-e senza impaccio varcato il Po, andava a porre l’assedio a Brescia.
-Spingeva la guerra dipoi fin sotto alle mura di Verona; e se una di
-queste due città espugnasse, mostravasi certa la ruina dei Veneziani
-che di per sè non aveano forze sufficienti alla difesa di terraferma.
-Allora prestarono opera egregia i Fiorentini; i quali sebbene offesi da
-loro, ma fattisi innanzi a provvedere al comun pericolo, rinnovarono la
-lega co’ Veneziani affinchè la guerra a spese comuni fosse condotta in
-Lombardia.[313]
-
-Ma tutta la somma consisteva in questo, che il Conte Francesco
-passasse il Po; egli peraltro avea l’animo sempre al parentado, e
-non voleva lasciare esposti i suoi Stati della Marca sino a che le
-armi del Duca fossero in Romagna. Ai Fiorentini era pericolosa quella
-passata del Conte, il quale essendo di là dal Po, il Piccinino avrebbe
-libera l’entrata in Toscana: ma pure scegliendo tra’ due pericoli il
-minore, inviarono Neri; il quale incontrato lo Sforza nel campo sotto
-Forlimpopoli, gli dimostrò che, «se i Veneziani perdeano Verona, si
-abbandonerebbono dello Stato di terraferma, e a lui leverebbero il
-pagamento; nè i Fiorentini potrebbono soli reggere la spesa; essi
-medesimi divenuti al tutto inabili a difendersi.» Consentì lo Sforza
-che Neri andasse ad offerire in Vinegia la sua passata e trattare della
-via da eleggere. Andava Neri, ed appena giunto, orando innanzi alla
-Signoria disse: «che avendo esaminate le condizioni loro, s’era nei
-Consigli della Repubblica di Firenze venuti d’accordo, non essere altro
-rimedio che nella passata del Conte col suo esercito alla difensione
-dello Stato di Venezia; che un tale partito bene conoscevano quanto ad
-essi, che lo proponevano, riuscisse pericoloso, e che i Lucchesi ed i
-Senesi se gli scoprirebbero nemici, quando vedessero il Conte tanto
-dilungato: pure, perchè il pericolo non si vince senza il pericolo,
-consentivano essi a cedere il Conte ai Veneziani; il quale appena fosse
-avvisato della via da fare, sarebbe mosso.» Nel Senato fu con lacrime
-di allegrezza quella proposta ascoltata, e dove prima erano abbandonati
-d’ogni difesa e vestiti a bruno, ripigliarono vigore, e i loro
-imprestiti migliorarono parecchi per cento. Renderono a Neri ed alla
-Repubblica di Firenze solenni grazie del beneficio con tali parole, che
-Neri dichiara come a lui non istesse bene scriverle. Fermata appena la
-via da pigliare, subito il Conte si mise in via con tutto l’esercito:
-a’ 20 di giugno era già in Padovana, spiegando i vessilli di Venezia,
-Genova e Firenze, a lui mandati in segno d’accordo.[314]
-
-Queste cose erano avvenute innanzi che si chiudesse il Concilio: e non
-è intendimento nostro descrivere i casi vari e memorabili di quella
-guerra che si combatteva tra due Capitani, i quali non ch’essere i
-più esperti di quella età, furono maestri di un’arte nuova, secondo
-che davano le condizioni dei tempi e la qualità delle milizie usate
-in allora. Trattavano eglino veramente la guerra come arte e quasi a
-modo di giostra, non correndo essi nè grandi rischi nelle battaglie, nè
-dalle perdite avendo altro danno da quello in fuori della riputazione.
-Imperocchè andando coperti i soldati di gravissime armature, pochi
-erano i morti nelle più grosse battaglie; e gli eserciti dispersi
-dalla sconfitta e svaligiati, cercando tornare agli usati soldi, stava
-ogni cosa nel rinvenire chi questi pagasse.[315] Gli Stati, perdendo
-terreno, perdevano le fonti all’entrate; ma i condottieri faceano
-vivere i soldati loro a spese dei miseri abitatori dei luoghi dove
-la guerra si combatteva; e il Capitano ch’avea perduto, se più non
-trovasse da smugnere quelli che lo avevano condotto, andava a cercarsi
-più ricco signore, o luoghi non tocchi insino allora, da farvi sacco.
-Di questa fina arte e iniquo mestiere, solenni maestri erano Francesco
-Sforza e Niccolò Piccinino: le mosse pertanto di quella guerra, le
-astuzie, le grandi opere condotte a fin di creare impacci al nemico
-o a sè agevolezza di marce, sovente inopinate e rapidissime, in tutti
-quei mesi che andarono fino al verno avanzato, produssero fatti per sè
-grandissimi, ma per gli effetti che ne seguirono quasi nulli. Intorno a
-Brescia più volte battaglia; Verona perduta dallo Sforza, e racquistata
-in quattro giorni; il Piccinino sconfitto, fuggire traverso i nemici,
-portato, com’era di corpo esile, dentro un sacco da uno de’ suoi, e in
-pochi giorni tornare in campo più forte di prima.
-
-Infine, parendo a lui che fossero del pari inabili i due eserciti
-in quelle contrade durante il verno, tornò al pensiero d’assaltare
-la Toscana, mostrando a Filippo come i Fiorentini sariano costretti
-a richiamare di Lombardia il Conte o perdersi; e che in ciascheduno
-di que’ due casi, i Veneziani da sè non poteano nutrire la guerra:
-al quale consiglio muovevalo in proprio il desiderio di acquistare a
-sè uno Stato, cacciando Francesco Sforza dalla Marca. Poterono molto
-appresso al Duca anche le istanze grandissime che faceano Rinaldo degli
-Albizzi ed i fuorusciti fiorentini, venuti a Milano già prima che il
-Duca si risolvesse alla guerra, e stati non ultima cagione a fargliela
-cominciare. Rinaldo, com’era di natura confidente, sperava certissimo
-in patria il ritorno; ed a Cosimo faceva dire, che la gallina covava.
-Rispondea questi; male potrà fuori del nido. Un’altra volta gli mandò
-avviso, che i fuorusciti non dormivano; e Cosimo disse che lo credeva,
-ad essi avendo cavato il sonno. Ora prometteva l’Albizzi sicuro il
-passaggio nel Casentino, dove il Conte di Poppi teneva seco amicizia:
-diceva poi, che dove le armi di Niccolò s’accostassero a Firenze, era
-impossibile che il popolo, stracco dalle gravezze ed oppresso, non si
-levasse ad accogliere gli antichi uomini e gli antichi ordini.
-
-In Firenze fu grande sgomento; e quello che dava maggiore sospetto
-era il pensare che senza un qualche vicino aiuto avrebbe dovuto al
-Duca parere imprudentissima quella mossa, nè egli era uomo da troppo
-arrischiarsi. Temeano pertanto che segretamente fosse il Duca sicuro
-del Patriarca Vitelleschi da Eugenio preposto al governo dello
-Stato, sì fattamente che mentre il Papa dimorava tuttora in Firenze,
-costui in Roma era come principe. Temeano cercasse novità in Firenze,
-intendendosi coi fuorusciti; e quindi con molta diligenza s’adopravano
-prima a scalzare nell’animo del Papa la fede grandissima che egli
-aveva nel Patriarca, dipoi mostrandogli come lo avesse egli troppo
-alto locato da poterne vivere sicuro. A questo fine, cogliendo il
-tempo, gli misero innanzi una lettera intercetta a Montepulciano, che
-il Vitelleschi senza consenso del Papa scriveva a Niccolò Piccinino.
-Laonde il Papa deliberò infine assicurarsi del Patriarca: al quale
-effetto Luca Pitti andato in Roma, s’intese col Capitano che aveva la
-guardia di Castel Sant’Angelo. Costui aspettava il destro; ed un giorno
-che il Patriarca, essendo in sul muovere verso Toscana, gli aveva fatto
-dire scendesse giù fuori del Castello perchè aveva cose da conferir
-seco, uscì ad incontrarlo; e in mezzo a discorsi trattolo sul ponte,
-che mobile era, fece segno ai suoi d’alzarlo: rimasto così prigione ad
-un tratto quell’uomo infine allora potentissimo, non si seppe più altro
-di lui. Il Papa mandava poi di buon animo le sue genti alla difesa di
-Toscana.[316]
-
-Tra ’l Conte frattanto e i Veneziani erano dispareri circa la condotta
-di quella guerra. Voleva quegli ripassare il Po e scendere verso
-Toscana dietro al Piccinino, massime dopo avere udito che i figli di
-Pandolfo Malatesta, i quali erano nella Lega, aveano dovuto venire
-a patti col Visconti; dal che si temeva che Pier Giampaolo Orsini,
-mandato con cinquecento cavalli dai Fiorentini in quelle parti, essendo
-preso e disarmato, le terre del Conte rimanessero senza difesa: questi
-protestava, che da signore di Stati non volea tornare condottiero.
-Laonde mandava la Repubblica Neri Capponi ad aggiustare le cose: il
-quale avendo prima trattato in Venezia con la Signoria, e quindi in
-Verona col Conte, pareva l’imminenza del doppio pericolo non dare alcun
-modo che a tutti soddisfacesse; quando venute novelle che i Malatesta
-non mancherebbero alla fede, e che l’Orsino avea potuto liberamente
-scendere in Toscana, consentì lo Sforza di rimanere oltrepò, avendo
-anche dati millecinquecento de’ suoi cavalli a Neri, che seco in
-Firenze gli condusse, dov’egli giugneva nel mese d’aprile 1440.
-
-E già il Piccinino scendeva in Toscana; della quale non credendo
-vincere il passo attraverso le alpi di San Benedetto, dove Niccolò
-da Pisa prode Capitano facea buona guardia, disegnò forzare quello
-di Val di Lamone, dov’erano genti raccogliticcie, ed alla difesa
-del castello di Marradi Bartolommeo Orlandini vilissimo uomo, che al
-primo appressarsi dei nemici fuggì, non prima fermatosi che a Borgo
-San Lorenzo, e quando già era il Capitano del Visconti con tutto
-l’esercito entrato in Mugello. Di là scorreva liberamente infino ai
-poggi di Fiesole; e questi varcati, si era accostato fino a tre miglia
-vicino a Firenze, avendo fermato il campo a Remole e passato l’Arno,
-facendo prede e devastazioni fino a Villamagna. I contadini s’erano
-messi in salvo dentro alle mura della città con le robe loro; i bovi e
-le mandrie ingombravano le vie; e la penuria, la quale incominciava a
-farsi sentire, cresceva il tumulto.[317] Nel quale Rinaldo prometteva
-nascerebbe qualche movimento in favore degli usciti; ma non fu nulla,
-perchè già tutta la moltitudine dei più infimi stava pe’ Medici, e
-questi tenevano il governo stretto in mano di pochi, pronti a frenare
-con la severità chiunque tentasse alzare il capo.[318] Crudele ambascia
-dovette premere allora l’animo di Rinaldo, che giunto in vista della
-città sua non ebbe persona che si muovesse per lui; e già era il
-Capponi entrato in Firenze con le genti di Lombardia, e quindi Piero
-Giampaolo ed altre genti. Null’altro potendo, Rinaldo faceva istanza
-perchè andasse almeno il Piccinino all’impresa di Pistoia, la quale
-fidava condurre col mezzo dei Panciatichi suoi aderenti. Ma quegli
-che non avea le speranze ostinate di Rinaldo, e non voleva cedere a
-consigli disperati, pigliava altra via.
-
-La famiglia dei Conti Guidi possedeva da oltre quattro secoli il
-Casentino, del quale Francesco del ramo da Battifolle teneva allora
-la signoria col titolo di Conte di Poppi: quivi era e tuttora si vede
-il palagio di quei Signori, bello ed ornato ed in bel sito, essendo
-la terra di Poppi nel centro del piccolo principato, ma lieto per la
-freschezza dei luoghi e la vigoria degli uomini; oltrechè abbondante
-di forti castelli nelle pendici dei colli o nei gioghi degli appennini
-che soprastanno a quella provincia. Quel ramo dei Conti Guidi aveva
-seguitato dai primi tempi la parte guelfa, talchè dipoi vissero in
-grande amicizia con la Repubblica di Firenze. La quale poichè ebbe
-esteso il dominio così da cingere poco meno che da ogni lato il
-Casentino, rendevasi quella amicizia necessaria più e più sempre
-ai Signori del piccolo Stato, rimasti soli in mezzo a tante baronie
-distrutte; cercavano che alla Repubblica paresse d’avere nei Conti un
-vicario. S’aiutavano anche di matrimoni pei quali a sè procacciassero
-appoggio di qualche potente signore, e il Conte Francesco avea maritata
-una sua figlia al Fortebraccio, che fu principio ad alienarlo dalla
-Repubblica per le cose che tosto vedremo. S’aggiunse dipoi altra
-cagione di mali umori verso Cosimo dei Medici, il quale avendo prima
-trattato di maritare il figlio suo Piero ad una figliola del Conte
-di Poppi, ruppe le pratiche perchè a Neri e ad altri amici di Cosimo
-non piaceva questo imparentarsi con signori che avessero Stati.[319]
-Cosimo, perch’era signore di fatto, dovea fuggire ogni apparenza che
-fosse contraria alla civile egualità. Per queste cagioni il Conte
-di Poppi era tutta cosa di Rinaldo degli Albizzi e della sua parte,
-ai quali si diede in braccio da quando il Piccinino entrò in Toscana
-così da fidare alla vittoria di quello le sorti sue, che fu cagione a
-lui di ruina. Ma quanto a me tengo che in fondo a ogni cosa stesse la
-certezza che la Repubblica ad ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il
-Casentino: il ch’egli cercava prima evitare legando a sè col parentado
-la Casa Medici; e poi fallito questo disegno, non ebbe più altro che
-da sperare nella vittoria dei fuorusciti, a sè obbligandoli per un
-beneficio di tanto più grande quanto era a lui più arrischiato. La
-Repubblica pur nonostante lo aveva eletto suo Commissario, e datogli
-bombarde per la difesa; ma egli chiamava le armi ducali nel Casentino:
-dove entrato il Piccinino, prese alcuni minori castelli, e quindi
-Bibbiena che si teneva pei Fiorentini. Ma trovò intoppo grandissimo e
-fuori d’ogni sua credenza nella piccola fortezza di Castel San Niccolò,
-alla quale poneva assedio e con ogni ingegno di guerra e con ogni
-crudeltà sforzandosi d’espugnarla, rimasero le sue genti sotto a quelle
-anguste ma forti mura ben trentadue giorni; che fu salvamento alla
-Repubblica.[320] Perchè avendo quella dimora infruttuosa del Piccinino
-lasciato tempo che giungessero soldati in copia, e che ogni maniera di
-provvigioni nella città si facesse; al Piccinino venne a mostrare che
-la impresa di Firenze, non sovvenuta da commozioni civili, riusciva
-impossibile. Ben avrebbe il Conte di Poppi voluto che egli dimorasse
-tra que’ monti, ma non erano luoghi da farvi stanziare un esercito:
-il Piccinino gli rispose, che i suoi cavalli _non mangiavano sassi_; e
-avendo già fatta risoluzione di tornare in Lombardia, prima s’accostava
-ai monti per la Valle Tiberina, e quindi pigliandogli vaghezza di
-rivedere la patria sua, fece con pochi soldati entrata in Perugia,
-magnifica sì ed acclamata da’ cittadini, ma tosto seguìta da cosiffatte
-dimostrazioni che a lui parve bene uscirne, perchè dava ombra a molti
-l’avere in casa un tanto grande concittadino; il quale sapevano quanto
-si struggesse di acquistare anch’egli una qualche città in possessione.
-Tornando, faceva sopra Cortona qualche disegno; ma fu la congiura dei
-malcontenti nella città scoperta bentosto; e Niccolò venne con tutto
-l’esercito a porsi nel Borgo di San Sepolcro, per indi pigliare la via
-dei monti e ricondursi in Lombardia.
-
-Innanzi però, ed egli bramava molto di onorare le armi sue con qualche
-fatto, e i fuorusciti vivamente a ciò lo pressavano, e l’occasione
-pareva buona perchè l’esercito dei nemici avendo più capi e più voleri,
-l’autorità dei Commissari Neri Capponi e Bernardetto dei Medici era da
-credere fosse attraversata: per la Chiesa era il Cardinale Scarampi,
-nuovo patriarca d’Aquileia, con titolo di Legato; ed i soldati di
-Lombardia scesi ubbidivano a Pier Giampaolo Orsino ed a Micheletto
-Sforza Attendolo. Aveano fermato il campo sul colle che ha in alto
-il forte castello d’Anghiari, di dove stendevasi per l’ampia pendice
-la quale discende giù verso il Tevere, sito bene scelto:[321] ma il
-Piccinino si fidò coglierli trascurati un giorno di festa, a’ 29 giugno
-che è dì di San Pietro, e quando il caldo era grandissimo, quattro ore
-innanzi al tramontare del sole.[322] Il che a lui sarebbe venuto fatto
-se Micheletto, vecchio capitano, da un polverio ch’egli scorse di là
-dal Tevere accostarsi per la strada che da Borgo San Sepolcro conduce
-ad Anghiari fatto certo d’avere battaglia, non avesse chiamato alle
-armi il campo, che in fretta potè ordinarsi. Il Tevere ha un ponte,
-che il Piccinino passò a furia co’ suoi; ed avendogli affoltati giù
-nella pianura, fece impeto sopra i primi nemici che erano discesi, i
-quali cedendo e pel terreno che saliva congiugnendosi man mano alle
-squadre che sopravvenivano, fu per tre ore varia fortuna, senza che
-potessero nè il Piccinino rompere l’oste dei collegati che in largo
-sito poteano muoversi ordinatamente, nè questi forzare il passo del
-fiume sin verso sera. Ma non sì tosto furono i Ducheschi costretti a
-ritrarsi sull’altra ripa, qui la difesa era tutta impedita da fosse
-ed argini e vie strette, nè il Piccinino che non potè raccogliere in
-grossa mano i soldati suoi, ebbe agio di fare degna resistenza. Fu
-grande la rotta, preso lo stendardo del Capitano, i prigionieri molte
-centinaia, tra’ quali erano uomini di qualità; ma sempre i numeri noi
-dobbiamo tenere mal certi; tremila sarebbero i cavalli venuti in potere
-dei vincitori. Il Piccinino s’andò a chiudere nel Borgo San Sepolcro
-con forse millecinquecento cavalli, tra buoni e cattivi e quelli da
-carriaggio. Di là non aveva l’uscita libera, e sarebbe stato anch’egli
-preso; ma i Commissari, benchè facessero la mattina dopo infino a
-terza il possibile, non trovarono un condottiero che gli seguisse,
-perchè i soldati attendevano alla preda, e spogliati i prigioni gli
-lasciavano andare in farsetto; tanto vili erano quelle guerre: Niccolò
-Piccinino in sulla terza muoveva per tornare in Lombardia.[323]
-Quella battaglia assicurava lo stato dei Medici, avendo levati d’ogni
-speranza i fuorusciti, i quali dipoi non fecero mossa: di Rinaldo
-degli Albizzi sappiamo, che essendo ito a visitare il Santo Sepolcro,
-moriva in Ancona l’anno 1442: aveva sposata una figliola sua ad uno dei
-Gambacorti cacciati di Pisa.[324]
-
-Essendo rimasto vuoto il Borgo San Sepolcro, i Commissari della
-Repubblica l’occuparono. Era quella terra ai Fiorentini già stata
-offerta dal Conte di Poppi, che vi teneva ragioni per la figliola
-sua stata moglie al Fortebraccio. La Repubblica rispose allora di non
-volersene impacciare per rispetto del Papa che aveva in casa, ma si
-fece raccomandatrice delle ragioni del Conte presso ad Eugenio che
-non voleva sentirne parlare. Questi allora diede Borgo San Sepolcro in
-deposito alla Repubblica di Firenze: dopo la battaglia, tra’ Commissari
-e il Legato fu qualche vertenza con male parole;[325] ma infine il
-Papa, bisognoso di danaro, lasciava occupare per venticinquemila ducati
-d’oro Borgo San Sepolcro come pegno ai Fiorentini, nei quali rimase.
-Subito dopo la vittoria, Bernardetto dei Medici andato a Monterchi,
-aveva avuto a patti la possessione di quella terra da una madonna
-Alfonsina o Eufrosina, figlia del Conte di Montedoglio e vedova di
-Bartolommeo da Pietramala con tre figlie da marito. Dissero a lei: «se
-aveste atteso come donna al governo della famiglia, non avreste ora
-perduto lo Stato vostro.» Ma i signori de’ castelli avevano sempre gli
-occhi al Duca di Milano, protettore e capo di quanti erano per l’Italia
-continuatori di signorie al modo antico ghibellino. Rispose la donna:
-«che avea fatto quello gli era ito per l’animo, e che sperava nel suo
-signore Duca di Milano, che aveva assegnato a lei millecinquecento
-ducati d’oro all’anno, e dal quale avrebbero essa e le figlie sue
-buono stato.» «Saranno di quelli del Re Erode,» a lei replicarono i
-Fiorentini motteggiatori.[326] Rimaneva da punire il Conte di Poppi; al
-che andò Neri con alcune centinaia di soldati sotto Niccolò da Pisa.
-Avuta Rassina per minaccie, poneva il campo intorno a Poppi, dov’era
-il Conte che per mancanza di vettovaglie in capo a pochi giorni trattò
-di resa; per la quale essendo egli disceso giù sul ponte d’Arno ad
-abboccarsi con Neri, la prima cosa ch’egli disse fu: «potrà egli essere
-che i vostri Signori non mi lascino questa casa, la quale è nostra
-da novecento anni? (la boria e le false carte facevano raddoppiare
-gli anni): del resto, fate quello volete.» Rispose Neri: «pensate ad
-altro, chè voi non avete tenuto modi che i miei Signori vi vogliano
-per vicino. Vorrebbono volentieri che voi foste un grande signore nella
-Magna.» E quegli: «ed io desidererei voi più là.[327]» Io me ne risi,
-aggiunge crudamente Neri: e il Conte partivasi dal luogo antico de’
-padri suoi, co’ figli e le figlie,[328] e portando seco trentaquattro
-some di roba. Tutto il Casentino entrava così nel dominio della
-Repubblica, la quale premiava Neri e Bernardetto di ricchi doni, avendo
-offerto anche di onorarli della cavalleria, che rifiutarono.
-
-L’assenza del Piccinino riusciva più grave al Visconti che forse non
-s’era questi figurato; e bene si vidde che almeno da parte del Duca
-tutto il fondamento di quella mossa non era stato che nella credenza
-di richiamare Francesco Sforza alla difesa della Toscana e delle
-proprie sue terre: dipoi l’impegno già preso e la mossa cominciata e
-le speranze de’ fuorusciti fecero il resto. Ma in quel mentre che il
-Piccinino era in Toscana, essendo le forze del Conte superiori ed egli
-uomo da bene usarle, aveva questi per grande vittoria avuta a Soncino
-sopra l’esercito milanese, liberato dall’assedio Brescia, cacciato i
-nemici d’intorno a Bergamo; e il naviglio che il Duca teneva sul Lago
-di Garda essendo già prima stato distrutto dai Veneziani, il Conte
-Francesco s’era impadronito di Peschiera sul Lago e d’altri luoghi.
-Al che il Visconti, cui pareva essere in grande pericolo, faceva
-ricorso agli usati rimedi; e per mezzo del marchese Niccolò da Este
-mandò ad offrire al Conte la pace e le nozze della figliola. Dal che
-ottenne che il rimanente dell’estate andasse la guerra più lenta,
-perchè i Veneziani, dubitando sempre dello Sforza, si tenevano corti
-nel fargli le provvigioni: e dall’altra parte già essendo tornato il
-Piccinino in Lombardia, passò la state, e gli eserciti si alloggiarono
-per l’inverno. Durante il quale non essendo però del tutto cessata la
-guerra, questa ripigliavano i due Capitani con forze maggiori nella
-primavera. Avvenne che essendo andato il Conte alla espugnazione del
-forte castello di Martinengo, ed il Piccinino con tutto l’esercito
-essendo accorso alla difesa, mentre ciascuno dei Capitani, usando
-sua arte, cercava pigliare vantaggio sull’altro; il Piccinino,
-cogliendo il punto quando era dal Conte lasciato sprovvisto il luogo
-d’ond’egli potea trarre vettovaglie, l’occupò, e tosto quivi essendosi
-affortificato con fossi e tagliate, metteva il nemico in tal condizione
-che dare l’assalto gli era impossibile, e a starsi fermo era per la
-fame costretto d’arrendersi. Ma nacque caso per cui si vidde quali
-si fossero quelle guerre, dove nè i Principi avevano mai sicurezza
-dei loro eserciti, nè i Capitani di sè medesimi a fronte a coloro
-dai quali erano assoldati. Il Piccinino, che aveva in pugno sì grande
-vittoria, ponea condizioni al Duca e scrivevagli già essere vecchio
-e non avere terra che fosse sua dopo tanti servigi da lui prestati
-allo Stato di Milano; volere ritrarsi, e non avere luogo nemmeno da
-porvi il corpo suo: altri dei Capitani del Duca d’accordo facevangli
-eguali domande. E questi, per subito dispetto volendo cedere al nemico
-piuttosto che a’ suoi, e avendo la scusa del matrimonio della figliola,
-mandò a profferirne questa volta per davvero la celebrazione al Conte;
-la quale indi a pochi giorni si fece in Cremona, città che rimase al
-genero in dote. A questo modo la guerra essendo fatta impossibile,
-dappoichè lo Sforza più non la voleva, l’altro non poteva, la pace
-divenne ai collegati necessaria. Della quale essendosi lungamente
-trattato in Venezia, arbitro lo Sforza, si conchiuse ai 20 novembre
-1441 in Cavriana, riavendo ciascuno, secondo l’usanza, quello che aveva
-prima, e il solo Gonzaga cedendo Peschiera ed altre minori terre ai
-Veneziani, i quali accertarono per quell’acquisto a sè il dominio sul
-Lago di Garda. Ma per segreti articoli fu inteso che il Duca tenesse
-quel ch’egli occupava in Romagna della Chiesa, e di più avesse (così
-almeno io trovo scritto) Perugia e Siena; il Conte aggiugnesse alla
-signoria che aveva nella Marca gli acquisti che intorno si facessero
-o del Reame di Napoli o degli Stati ecclesiastici: per il che il
-Papa, solo malcontento, gettò alte grida e ricusò di sottoscrivere il
-trattato; donde ebbero seme le guerre che tosto (com’era solito) si
-raccesero.[329]
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL 1444. — GUERRA DEL RE
-ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.]
-
-
-Mentre la pace si negoziava, un atroce fatto avvenne in Firenze, del
-quale i motivi in parte avvolgonsi nel mistero: noi ne diremo fin dove
-giunga la nostra contezza. Gli affetti popolari, le ire di parte, e
-tutte insomma quelle passioni che sono di molti, nate all’aperto e
-alimentate da grandi cagioni, hanno in sè stesse uno splendore per cui
-si mostrano evidenti; le vie tortuose delle ambizioni private riescono
-tanto a rintracciare difficili, quanto a discorrere fastidiose.
-Baldaccio d’Anghiari, capitano di fanti espertissimo, giovane tuttora
-di grande animo e feroce in guerra,[330] non si era per anche inalzato
-al pari dei sommi e più fortunati condottieri per esser l’arme delle
-fanterie tenuta di grado inferiore; ma per la grande estimazione goduta
-tra quelle si credeva che se la fortuna a lui arridesse, potrebbe egli
-formare di tale arme un esercito da contrapporre forse ai maggiori di
-quella età. Era Baldaccio ai servigi della Repubblica, e si ritrovava
-allora in Firenze quando pei mesi di settembre e ottobre 1441 fu tratto
-la seconda volta Gonfaloniere di Giustizia Bartolommeo Orlandini
-svisceratissimo di Casa Medici, e quello stesso che noi vedemmo
-avere aperto al Piccinino vilmente il passo di Marradi; del che era
-egli stato e con parole e con lettere da Baldaccio vituperato. A’ 6
-settembre, quando era entrato l’Orlandini di pochi giorni in ufizio
-e quasi che fosse scelto a quel fine, mandò a chiamare Baldaccio
-in Palagio; il quale andato, e mentre col Gonfaloniere discorrendo
-passeggiavano su e giù per l’andito della Signoria; usciti ad un
-tratto da un camera vicina certi soldati che l’Orlandini aveva fatti
-segretamente venire dall’Alpe, uccisero Baldaccio con molte ferite:
-poi gittato il corpo dalla finestra che dava in Dogana, quivi per
-bullettino mandato al Capitano gli fu mozzata la testa; ed egli dopo la
-morte fatto rubello e gli averi suoi messi alla Camera. Di lui rimase
-la moglie Annalena dei Malatesti e un piccolo figlio, il quale venuto
-anch’egli a morte, l’Annalena virtuosa donna fece monastero della sua
-casa, e rinchiusa quivi con più altre nobili femmine, visse santamente;
-di lei essendo rimasta in Firenze memoria onorata, e il monastero
-continuato fino ai primi anni di questo secolo.[331]
-
-Per tutta Italia di quella morte fu grande rumore; ma quali colpe o
-false o vere se gli apponessero contro, non bene sappiamo.[332] Di
-un saccheggio dato senza ordine della Repubblica a Suvereto, abbiamo
-cenni:[333] altro motivo troviamo pure, cioè l’aver egli cercato di
-torre Piombino alla donna degli Appiani, che n’era signora; del che
-ripreso, avrebbe risposto superbamente ai Priori.[334] Ma ciò dovette
-essere stato più mesi innanzi, nel gennaio di quell’anno stesso,
-nel quale tempo Neri Capponi andava a _posare la cosa di Piombino e
-di Baldaccio_, correndo sospetti che i Senesi ed altri cercassero
-di levare la donna e Piombino dalla divozione della Repubblica di
-Firenze.[335] Altra cagione vi ebbe però assai più forte e verosimile:
-era Papa Eugenio tuttora in Firenze; il quale nel maggio di quell’anno
-stesso aveva condotto contro a’ Bolognesi Baldaccio,[336] ed ora
-segretamente volea mandarlo ad assalire nella Marca Francesco Sforza,
-al quale effetto gli aveva sborsato già ottomila ducati d’oro. Ciò era
-stato il giorno stesso che precedette alla uccisione di Baldaccio;
-della quale Eugenio pigliò tanto sdegno, che a stento poterono i
-Fiorentini rammorbidirlo per l’opera di Giannozzo Manetti, uomo probo
-ed in lettere di molta fama.[337] Avrebbe pertanto quella morte giovato
-allo Sforza sì contro ai timori per lo Stato della Marca, e sì perchè
-io tengo avesse già questi in odio Baldaccio, siccome colui che solo
-in Italia promuoveva l’arme allora avvilita delle fanterie: così gli
-guastava come in mano l’arte, e questi temeva che in Italia prevalendo
-nel guerreggiare un altro modo pel quale gli Stati potessero avere
-milizie non tutte sotto all’arbitrio dei condottieri, di questi venisse
-a cadere la fortuna. Lo Sforza e Cosimo già s’intendevano: leggiamo che
-dubitando Baldaccio se egli si dovesse recare in Palagio sulla chiamata
-dell’Orlandini, e chiestone Cosimo, fosse da lui rassicurato.[338]
-Questi ad ogni modo e i suoi lo temeano per gelosie nate da interne
-cagioni; e Cosimo usava dire, che gli Stati non si tengono co’
-paternostri.
-
-Aveva Baldaccio amicizia molto grande con Neri Capponi; e questi per la
-recente vittoria contro al Piccinino era salito sì alto, che siccome
-pareva con quella avere salvato lo Stato ai Medici, così dubitavano
-che s’egli volesse ostare a Cosimo, gli sarebbe agevole torlo ad
-esso di mano col favore di Baldaccio. Neri ed i più gravi e migliori
-cittadini male sentivano quel levarsi dall’amicizia dei Veneziani,
-mettendo lo Stato quasi a discrezione dello Sforza:[339] Neri, oltre
-alla molta estimazione ch’aveva in città, si era guadagnato con le
-frequenti ambascerie forti aderenze negli altri Stati; e pel governo
-delle milizie, molta entratura presso a’ condottieri di queste e ai
-soldati generalmente. Pareva a Cosimo che egli avesse (come scrive il
-Guicciardini) forse più cervello che alcun altro in Firenze:[340] e
-si trova scritto di que’ due primari cittadini, Cosimo essere il più
-ricco, e Neri il più savio; la quale parola si deve intendere per la
-conoscenza e per la pratica di più cose in guerra ed in pace. Il molto
-favore da lui acquistato pubblicamente per vie scoperte, faceva a lui
-voltare gli occhi di tutti coloro ai quali spiacevano i modi tirannici
-e le ingorde cupidigie e i pravi disegni della setta che reggeva. A
-questa pertanto parve essere necessario battere Neri, a lui togliendo
-di mano la forza che avea da Baldaccio, e insieme mostrare sè stessi
-potenti e capaci d’ogni cosa, tanto che ognuno pigliasse paura di
-loro. Il Machiavelli scrive infatti, che per la morte di Baldaccio,
-Neri venne a perdere _reputazione_; con che egli intende l’opinione
-della forza, usando in un modo tutto suo proprio quelle parole le quali
-importano morale giudizio. Troviamo infatti che Neri essendo, quando
-fu ucciso Baldaccio, ambasciatore in Venezia con Agnolo Acciaioli,
-questi solo poi sottoscrisse la pace;[341] e Neri in quel luogo dei
-suoi _Commentari_ cessa ad un tratto di porre innanzi il nome suo, nè
-per due anni poi troviamo a lui data ambasceria o commissione. Ma dopo
-quel tempo sembra essere stata tra Cosimo e lui saldata ogni cosa; e
-questi tornava, come nulla fosse (ignoro s’io debba per lui dolermene),
-all’antico grado.[342]
-
-Per questo e per altri minori fatti si vede come un po’ di terrore
-apparisse necessario di tratto in tratto a quel reggimento, sebbene
-portato dai minuti uomini che ad esso erano larga base, ed assicurato
-con l’avere in mano le borse e le gravezze, o in altri termini, la
-Repubblica e le private fortune di tutti i singoli cittadini. Alla
-Balía del 33 aveano fatto riserva che non potesse nè muovere le borse
-nè abolire il Catasto; ma quella del 34 non ebbe limite, e bentosto le
-borse s’empirono di uomini disperati, che per ingiurie patite o per
-cupidigie nuove erano pronti alle offese ed alle rapine. Il Catasto
-fu annullato, perchè a quella parte che tutto reggeva l’egualità non
-si conveniva; ma un altro modo si rinvenne, ch’era di genio delle
-moltitudini; i Ciompi nel 78 l’avevano chiesto, e ai Medici fu continua
-regola nell’imporre tasse. Pigliando a norma l’antico Estimo, le quote
-assegnavano con tal proporzione che fosse minima nelle poste minori,
-e andasse via via progredendo su per una scala (così l’appellavano)
-congegnata con gran sottigliezza, talchè se i poveri (a modo d’esempio)
-pagassero della loro rendita il mezzo o l’uno per cento, i ricchi
-pagassero il due il tre il quattro e più: ma questa era un’arme intesa
-a battere gli avversari, perchè ogni volta pochi dei più confidenti
-venivano eletti a porre le tasse; delle quali era norma l’arbitrio o,
-come dicevano, la discrezione e coscienza degli ufiziali preposti al
-reparto. Vero è che un balzello di sessanta mila fiorini, posto su’
-primi dell’anno 1441, apparve distribuito con giustizia, essendo la
-maggior parte andata su’ ricchi e sopra coloro stessi che tenevano lo
-Stato.[343] E un’altra gravezza del 1443, a questo effetto regolata
-sottilmente, ebbe nome la _Graziosa_; ma che a molti fosse graziosa
-non credo.[344] E se anche il modo paresse buono al maggior numero,
-riusciva il peso a tutti esorbitante. Aveano posto in poco tempo
-ventiquattro gravezze, a quattro a sei per volta, metà delle quali nel
-solo anno 1442 produssero centottanta mila fiorini d’oro.[345] Fecero
-anche un’altra legge, la quale importava ricercare gli arretrati a
-quelli che avessero pagato meno del loro giusto.[346]
-
-Venivano anche i poveri a soffrire, oltrechè dall’assenza di tante
-famiglie sbandite, dall’avere molti degli antichi cittadini abbandonata
-la città, recatisi in villa per torsi dinanzi alla perversità dei
-nemici loro, e per non potere più reggere le gravezze, nella speranza
-di fuggire così anche la prigionia delle Stinche, alle quali era
-condannato chi non pagasse. Fecero legge che i morosi dannava al
-confine, e alcuni v’andarono: «ma due volte l’anno correvano messi
-e berrovieri in campagna, votavano le case, toglievano le ricolte,
-logoravano gli alimenti; e niuna di queste valute era posta a piè
-della ragione del debitore,» perchè andavano in via di penale. Quei di
-città si ridevano degli andati in villa, e gli chiamavano i cittadini
-_salvatichi_. Gli antichi di schiatta vituperavano i nuovi uomini
-venuti pel favore dei potenti a stare in città, e a questi davano
-nome di villani raffazzonati.[347] Chi aveva debito di gravezze e
-nel tempo stesso crediti inverso al Comune, gli mettevano il credito
-in polizze, le quali per non essere venuta la scadenza non erano
-ricevute. I cagnotti del reggimento e i minuti amici di esso (questi
-appellavano del secondo pelo) coglievano al canto i possessori di
-quelle polizze, e le compravano chi il quarto e chi il quinto della
-valuta; che ad essi, perchè erano dei favoriti, venìa pagata per
-intero; e così molti si arricchirono.[348] A questo modo Puccio
-Pucci, venuto su dalla povertà della merceria, avea in poco tempo
-accumulate grandi ricchezze. Comprava a prezzo bassissimo i crediti
-inverso il Comune di coloro i quali per la povertà o per essere tenuti
-avversi allo Stato non potevano farli valere; così ebbe dal Comune
-in sette anni cinquantaquattromila fiorini d’oro: altri cittadini,
-domestici a’ Medici o agli altri potenti, erano venuti abbondantissimi
-di ricchezze.[349] Studio dei Medici pare fosse rendere povera la
-Repubblica ed i cittadini ricchi.
-
-Ma quei che soffrivano delle rapine e che vedevano mai queste in
-addietro non essere state tanto gravi, rimpiangevano lo stato degli
-Albizzi. Dicevano questo governo puccinesco essere di più amaritudine
-che mai alcuno altro, passando d’ingiurie e di torti i recenti e gli
-antichi. A chi si doleva, gli statuali obiettavano la durezza delle
-antiche leggi, per le quali a chi non pagasse le multe o gravezze
-era pena della testa: ma rispondevasi che per quelle a niuno tolsero
-la persona, perchè quella pena che più si scosta dalla natura è
-più difficile a pagare. Ed aggiungevasi: «voi avete annullato il
-Catasto per iscostarvi dal convenevole della gravezza. I vostri emuli
-eccettuarono due cose, le quali ci fanno certissima fede che la rovina
-della città al tutto non volevano. L’una cosa fu, che il Catasto stesse
-fermo; e l’altra, che le borse non si rimuovessero. Ma voi toglieste
-l’egualità del Catasto, e dite: che differenza è dal governatore al
-governato, se non che il governatore comanda e il governato è fatto
-ubbidire? Chi fia quegli che ci ubbidisca, se il Catasto vegghia? noi
-avremo a ubbidire la legge; e se il Catasto annulliamo, la legge e gli
-uomini ubbidiranno noi, e così noi saremo signori.» Ma questo appunto
-non volevano gli offesi, e dicevano: «voi vendete i luoghi tolti ai
-miseri cittadini; voi rompete i testamenti; voi, con offesa della
-libertà del Monte e della pubblica lealtà, fate che mentre l’università
-de’ cittadini non hanno le loro paghe, i maggiorenti siano interamente
-pagati; dal che il credito si viene a perdere, che pure è nerbo della
-Repubblica.» Era in Firenze il Monte delle Doti, nel quale faceansi
-depositi in testa delle fanciulle, donde avessero con certe regole al
-tempo del loro collocamento una dote; e se la fanciulla moriva innanzi
-d’andare a marito, il padre lucrava la metà della dote che avrebbe la
-figlia avuto in ragione del fatto deposito. Ma qui pure aveano, secondo
-si legge, posto le mani, sebbene fosse cosa sacrosanta; e quelle doti
-non si pagavano, col dire «che il Comune era in troppa necessità: non
-avendo riguardo che niuna mercanzia è tanto pericolosa a sostenere,
-quanto è nelle fanciulle il fiore della giovinezza.[350]» Così giuste
-erano le lagnanze.
-
-Per gli ordini posti nel 34 si dovevano ogni cinque anni rifare le
-borse e rinnovare gli squittinii; il quale termine essendo venuto per
-la seconda volta l’anno 1444, e la città molto trovandosi infetta di
-mali umori, e la pazienza dei molti oppressi e degli invidiosi venuta
-al termine ancor essa, avvenne che molte fave fossero date ai parenti
-degli usciti e ad altri sospetti: lo chiamarono lo squittinio del fior
-d’aliso, questo fiore essendo bello a vedere, ma poi riesce putrido
-e fetido a odorare. Così avvenne di quello squittinio, imperocchè
-Cosimo e gli amici suoi, veduto che molti di contrario animo erano
-entrati nelle borse, cassarono quello ch’era stato fatto, avendo i
-Collegi con l’aggiunto di circa dugento cinquanta cittadini ripreso
-balìa di riformare la città di squittinii e di gravezze e d’ogni cosa.
-Prolungarono agli sbanditi il termine del loro confino per altri dieci
-anni; molti confinarono di nuovo, cavandoli dalle Stinche, dove erano
-prigioni, e a queste ricondannarono un Giovanni Vespucci, che già
-prima eravi stato chiuso: posero a sedere i Mancini, i Baroncelli, i
-Serragli, i Gianni, eccetto di quelle case alcuno che tralignasse, ed
-un Ridolfi ed il figlio di ser Viviano delle Riformagioni, e Francesco
-della Luna, il quale era detto avere fatto il Catasto, e Bartolommeo
-Fortini, uomo di grande bontà, e più anni dopo restituito:[351] in
-tutto dugentoquarantacinque cittadini. Cassarono ser Filippo Pieruzzi
-Cancelliere: fecero i dieci Accoppiatori, i quali durassero quanto era
-il tempo delle borse dello squittinio. Questi, innanzi che si facesse
-la pubblica tratta, dovevano scegliere chi avesse a sedere nei seggi
-delle magistrature: così ogni cosa che il popolo e la Balìa avessero
-fatto, veniva sottoposto al parere di quei dieci. Tra’ quali erano
-Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni e un Soderini ed un Martelli,
-e con essi uomini recenti e _veniticci_, anima e corpo di coloro su’
-quali vivevano, e pronti e rotti ad ogni cosa.[352] Per questi modi
-pareva a Cosimo ed a’ suoi d’aversi assicurato lo Stato; il quale
-volendo meglio ordinare di tutto punto, cosicchè nulla facesse difetto
-o pericolo nell’avvenire, crearono l’anno dipoi 1445, quando Cosimo
-de’ Medici la terza volta era Gonfaloniere, otto cittadini a rivedere
-i libri delle antiche Riformagioni e racconciare quanto a loro potesse
-dar noia, notando altresì quello che fosse nell’avvenire da provvedere
-con le Balìe. Tra questi otto era Neri Capponi, già bene allora
-riconciliato.[353]
-
-Non era per anche (siccome dicevano) rasciutto l’inchiostro della
-pace sottoscritta nel fine dell’anno 1441, e questa si venne a turbare
-perchè Fiorentini e Veneziani erano soli a volerla, cadendo sovr’essi
-tutto il peso delle guerre. Ma il Papa cercava, come già notammo,
-guastare i disegni segreti che avessero tra loro accordati il Piccinino
-e lo Sforza; e quando per opera dei Fiorentini pareva che fosse Eugenio
-rassicurato, un’altra cagione di muovere guerra veniva dai fatti i
-quali compievansi in quel mezzo nel Reame. Quivi era disceso Renato
-d’Angiò, che si teneva di quello stato legittimo re, ma dopo svariate
-fortune veniva dalla virtù militare del re Alfonso d’Aragona condotto
-in termine che la sola città di Napoli rimaneva in sua possessione.
-Quindi, al sentire la pace fatta in Lombardia, Renato chiedeva aiuto
-al Conte suo amicissimo, a lui promettendo restituire le terre e le
-baronie di Puglia, delle quali Alfonso lo aveva privato; premi gloriosi
-che il primo Sforza si aveva acquistati col valore del suo braccio. E
-il Conte Francesco a quella impresa correva, quando Alfonso eccitando
-la gelosia del duca Filippo, la quale non era per nulla cessata
-nonostante il parentado, lo indusse a voltargli contro il Piccinino;
-del che gli faceva istanze anche il Papa sperando nel cozzo tra’ due
-condottieri levarseli a un tratto entrambi d’addosso. Calato pertanto
-Niccolò dalla Romagna, metteva il Conte a dure strette; i Fiorentini,
-ch’aveano proposito di non entrare in quel ballo ma privatamente
-sovvenivano lo Sforza di molto danaro, due volte condussero questi e
-il Piccinino a fare tra loro accordi solenni, ma tosto violati perchè
-da Eugenio mai non voluti ratificare; talchè la guerra nella Marca ed
-in Romagna più mesi durava con vari accidenti. Renato in quel mezzo
-perduta avendo anche la città di Napoli, dove era entrato il re Alfonso
-per quello stesso acquedotto (pel quale vi era entrato novecento
-anni prima Belisario); uscì dal Reame e venne in Firenze, dov’era il
-Pontefice, recando con sè un vano titolo e nessuna speranza d’aiuto;
-sicchè dimorato quivi poco tempo, tornava dipoi nei suoi Stati di
-Provenza.
-
-Così era Eugenio francato da ogni obbligazione verso l’Angiovino, e
-aveva le mani più libere contro al principale suo nemico lo Sforza
-e contro ai Fiorentini ed ai Veneziani, dai quali tenevasi per varie
-cagioni offeso. Quelli uccidendo con tanta sua ingiuria e sotto gli
-stessi suoi occhi Baldaccio, aveano mostrato di non sofferire che
-il Conte perdesse la signoria della Marca: e i Veneziani senza alcun
-rispetto avevano aggiunto ai loro Stati Ravenna, privandone l’ultimo
-dei Signori da Polenta, da prima tirato iniquamente a Venezia e di là
-poi mandato a finire insieme con la famiglia sua nell’isola di Candia.
-Per queste ragioni deliberò Eugenio voltarsi ad Alfonso e riconoscerlo
-giusto re, spingendolo contro allo Sforza nella Marca: ma ciò era in
-tutto alienarsi dalla Repubblica di Firenze, dove essendo nella seconda
-dimora quattro anni stato, deliberò di partire a’ primi dell’anno
-1443. La quale partenza dispiacque al popolo, che aveva dalla presenza
-del Papa lustro e guadagni;[354] ai reggitori dispiacque per questo e
-perchè vedevano il Papa, chiaritosi nemico loro, mettersi in mano al
-Duca ed al Re, grandi avversari della Repubblica: più che mai pungeva
-l’animo loro che volesse egli fermarsi in Siena, dove null’altro lo
-riterrebbe che il desiderio di fare onta ai Fiorentini in faccia al
-mondo apertamente. Quindi nei Consigli fu per molti disputato non si
-lasciasse partire, prolungandosi la deliberazione per tutta la notte la
-quale precesse alla partenza del Papa:[355] ed egli stesso, che nella
-mattina poco si teneva certo che non volessero i Signori mettergli
-inciampo, ne andava infine con decoroso accompagnamento a Siena;
-rimasto quivi poi gran parte di quello stesso anno.
-
-Congiunte le armi del Piccinino e d’Alfonso, un esercito di
-ventiquattromila tra fanti e cavalli entrò nella Marca: il Conte
-percosso da quella tempesta, si rinchiuse in Fano dov’era la moglie,
-credendosi perdere senza rimedio gli Stati suoi. Ma il duca Filippo,
-vedute le sorti del Conte inclinare più in giù di quello che avesse
-egli nei suoi calcoli ponderato, e non volendo che ai danni suoi il
-Piccinino crescesse o che il re Alfonso troppo s’ingrandisse, mandò
-per lettere ed ambasciatori a questo chiedendo lasciasse l’impresa: io
-credo altresì che il Duca, sentendosi affranto del corpo e in sullo
-scendere della vita, pensasse alla figlia e allo Stato di Milano,
-perchè non andasse l’eredità sua in mani fatte inabili a difenderla.
-Comunque sia, Alfonso alle replicate istanze del Duca essendo alla fine
-rientrato nel Regno, lo Sforza rifatto di genti vinceva il Piccinino
-rimasto solo; ma per il verno che sopravvenne tutti ritrattisi alle
-stanze, questi raccoglieva intorno a sè nuove genti in gran numero,
-perchè molti contestabili o capi inferiori delle milizie venali
-abbandonavano il Conte Francesco che non reggeva alle paghe, sebbene
-gli aiuti dei Fiorentini non gli mancassero, ma erano scarsi a tanto
-bisogno. Così pareva essere il Conte ridotto a estrema ruina, quando
-Filippo Maria intervenne per la terza volta a torre la certa vittoria
-di mano al prode e infelice suo vecchio condottiere: per subito avviso
-e con fallaci speranze richiamava Niccolò Piccinino in Lombardia; il
-quale vedutosi tradito dal Duca, e udita la rotta e la prigionia di
-Francesco suo figliolo rimasto in Bologna al governo dell’esercito,
-moriva lasciando di sè nome di tanto più onorato quant’ebbe più
-avverse le sorti, e i servigi da lui prestati all’ingrato Duca rimasti
-erano senza premio.[356] Le armi braccesche dopo lui caddero, e lo
-Sforza campeggiò solo, con la fortuna più assai di principe che di
-condottiero. Incontro al quale il Papa sentendo non avere Capitano
-che fosse capace di stargli a fronte, diede ascolto alle molte istanze
-che i Fiorentini a lui facevano per la pace. Questa, concordata prima
-a Perugia, fu poi conchiusa a Roma dov’era Eugenio tornato nel corso
-dell’anno 1444. Parte della Marca rimase al Conte; d’altre vertenze
-si fece compromesso in tre Cardinali ed in Cosimo de’ Medici e in Neri
-Capponi andato a Roma ambasciatore.[357]
-
-Il duca Filippo, tra molte sue voglie, da più anni tirava a soggettarsi
-Bologna, dove la parte dei Canneschi a lui aderiva; ma questi
-essendo stati in quei giorni popolarmente distrutti dopo l’uccisione
-che avevano fatta d’Annibale Bentivoglio, e Bologna governandosi
-nell’amicizia dei Fiorentini e dei Veneziani, il Duca mandava in
-Romagna nuove genti. Cosicchè bentosto per questo e per altri dissidii
-e sospetti tra lui ed il genero, si rinnovava la guerra, dov’erano da
-una parte Veneziani e Fiorentini e Bolognesi e il Conte Francesco,
-dall’altra il Duca e il Papa ed il Re. Non tema il lettore ch’io
-voglia descrivergli i vari casi di questa guerra più che non facessi
-delle precedenti: al nostro assunto basti notare come lo Sforza,
-impedito spesso dall’inopia di danaro, poco facesse, ed i Fiorentini,
-che a lui ne davano ma segretamente, si fossero contro tirati una
-grande nimistà del Papa. Il quale una volta facea sostenere nel
-Castello di Sant’Angelo e sotto il pretesto di certi debiti colla
-Camera Bernardetto dei Medici inviato in Napoli al Re: e i Fiorentini
-pigliavano sulla via due Vescovi che s’erano imbattuti a passare per
-la Toscana; e Cosimo de’ Medici avea consigliato al Conte Francesco
-l’impresa di Roma, dove lo chiamavano alcuni Baroni, e perfino
-Cardinali ed altri uomini della Corte gli promettevano, se v’andasse,
-che il Papa farebbe con lui ogni accordo. Ma indugiò tanto che trovò
-Eugenio ben provveduto, e fosse mancanza di danaro o altro, lo Sforza
-andato sino a Montefiascone tornò indietro.[358]
-
-Per tutto questo ai Fiorentini parea male stare, e si chiamavano
-abbandonati dai Veneziani, ai quali due volte era inviato Neri Capponi
-a fine d’indurli a muovere in Lombardia la guerra. Al che i Veneziani
-andavano lenti, di prima essendosi raffreddati con la Repubblica di
-Firenze, e cominciando quasi a temere il Conte già come futuro signore
-di Milano. Infine avendo i Fiorentini consentito di pagare a mezzo la
-spesa della guerra che si farebbe oltrepò,[359] e il Duca trovandosi
-mal provveduto di condottieri, andavano prospere le armi della Lega
-fin sotto le mura di Milano. Aveva Filippo invano chiesto soccorso al
-Re di Francia e al Duca di Savoia: gettavasi allora in braccio allo
-Sforza, scrivendogli non volesse egli abbandonare a estrema ruina il
-suocero vecchio e cieco. Lo Sforza pareva cedesse a quella preghiera,
-confortato anche dal Papa e dal Re che seco praticavano accordi
-segreti;[360] ed era con le armi vicino al Po, quando s’intese il
-duca Filippo Maria essere morto nel suo Castello di Porta Zobia, a’
-13 agosto 1447. Egli, ultimo della grande e lungamente possente Casa
-dei Visconti, aveva trent’anni vessato con guerre continue l’Italia
-ed i suoi sudditi e sè stesso: moriva lasciando lo Stato più angusto e
-più minacciato di quello lo avesse egli dai progenitori suoi. Fu lode
-sua avere con studio incessante impedito l’inalzarsi dei condottieri
-dei quali era costretto servirsi; per questo vietava che il Piccinino
-facesse acquisto di Stati, e cercò tenere basso lo Sforza benchè lo
-avesse già designato a successore. Così la prepotenza dei condottieri
-fu in qualche parte diminuita, ma senza che le armi divenissero
-più sicure in mano a’ principi o alle repubbliche d’Italia. Avrebbe
-Filippo con più antiveggenza adoperato, formando un esercito di fanti
-suo proprio; al che il tempo non gli mancò nè il danaro, nè forse gli
-uomini a ciò adatti. Allora lo Stato di Milano avrebbe avuto grandezza
-solida e durevole, ed egli poteva come gli piacesse col maritaggio
-della figliuola aggiugnersi le armi e la mente di Francesco Sforza, o
-fare tutt’uno della sua possanza e di quella dei Duchi di Savoia: sì
-l’uno e sì l’altro partito poteva essere all’Italia salvamento. Ma era
-ciò troppo chiedere all’animo di Filippo Maria ed al secolo, di tali
-opere incapaci. Invece la morte di lui, che parve a molti respiro, non
-fece che porre di nuovo in sospeso le sorti d’Italia.
-
-Sei mesi innanzi la morte del duca Filippo Maria Visconti era venuto
-a mancare un altro Principe irrequieto e nelle imprese poco felice,
-che fu il papa Eugenio IV. A lui succedette Tommaso Parentucelli da
-Sarzana, e pigliò nome di Niccolò V per la riverenza ch’egli aveva
-a Niccolò Albergati pio ed illustre Cardinale di Santa Croce.[361]
-Pontefice buono e savio principe, s’illustrava promuovendo le arti e
-le lettere da lui medesimo coltivate; grande amatore della pace, e mal
-soffrendo le brighe della temporale signoria allora più che in altro
-tempo mai ai Pontefici disputata, si contentava lasciare alle città
-indipendenza ed ai Signori la vicaría col solo obbligo di pagare alla
-romana Sede un annuo tributo riconoscendosi suoi vassalli. Vissuto ne’
-primi anni in Firenze, dov’era stato ripetitore dei figli di Rinaldo
-degli Albizzi e poi di Palla Strozzi, onorava la Repubblica d’un grado
-uguale a quello dei Re nelle cerimonie dell’ambasceria che andava a
-lui quando fu asceso alla sedia pontificale.[362] Bramoso non d’altro
-che della quiete d’Italia, si diede per prima cosa a praticare che
-una pace mettesse fine a quelle misere e perpetue guerre, inviando a
-tale effetto in Ferrara il Cardinale Morinense, col quale convennero
-gli ambasciatori di Firenze e quei di Venezia; e già dell’accordo
-si cominciava a trattare,[363] quando per la morte del Duca rimasero
-disciolte le pratiche e senza effetto quel buon volere.
-
-Gli ambasciatori andati in Roma per la creazione di Niccolò V avevano
-avuto incarico di recarsi a fare atto di reverenza al re Alfonso che
-dimorava allora in Tivoli.[364] Ma intanto che i Commissari fiorentini
-per la pace erano in Ferrara, la Signoria ebbe avviso di certi
-movimenti che si vedevano sui confini inverso Roma; poi dell’essere
-una mano di soldati all’improvviso entrata in Cennina, castello del
-Valdarno superiore, gridando _Aragona_. Era il principio d’una guerra
-che il re Alfonso muoveva contro alla Repubblica di Firenze; entrato
-in Toscana con sette mila cavalli e molto numero di fanti, e avendo
-cercato la congiunzione dei Senesi che solamente gli consentirono la
-vettovaglia pe’ suoi soldati, volse il cammino inverso Volterra, ed
-occupati Ripomarance ed altri castelli, parea disegnasse per la Val
-d’Era entrare nel Pisano;[365] ma invece poneva assedio a Campiglia,
-dove incontrata difesa valida, andò con l’aiuto dei Conti della
-Gherardesca alla espugnazione d’altre terre della Maremma di Pisa.
-Quindi, per essere entrato l’inverno, poneva il campo sulla marina,
-tenendo il colle dove in antico era la città di Populonia: giace
-quivi appresso Piombino, sul quale Alfonso avea gran disegni, ed io
-credo che fosse il fine di tutta la guerra. Del Reame di Napoli era
-debolezza il non poterlo difendere che fuori del Reame, come si vidde
-in ogni età pei tanti eserciti che appena entrativi lo ebbero subito
-conquistato. E Alfonso, ch’era uomo di grandi concetti, io non dubito
-cercasse di farsi uno scalo nell’Italia superiore, al quale effetto
-gli era Piombino luogo tra gli altri opportunissimo. Rinaldo Orsino ne
-aveva allora la signoria, tenendo in moglie una donna degli Appiani;
-uomo di guerra, chiudea le porte al Re infestandogli le provvigioni
-per via di mare. Pareva la guerra dovere essere molto grossa: capitani
-per la Repubblica di Firenze erano Gismondo Malatesta e Federigo da
-Montefeltro conte d’Urbino, che si rendè chiaro nelle arti di guerra
-e di pace fra tutti i Principi di quel secolo; discordi tra loro,
-gli contenne la prudenza dei due già bene sperimentati commissari
-Neri Capponi, che prima era andato a Venezia,[366] e Bernardetto de’
-Medici.[367] Restaurarono, sebbene si fosse nel cuore del verno,
-la guerra e riebbero molte perdute castella in quel di Pisa e di
-Volterra, essendosi Alfonso ritratto a svernare nelle terre della
-Chiesa; ma in quel frattempo tolse ai Fiorentini Castiglione della
-Pescaia, che riuscì perdita molto grave. Venuto innanzi a primavera,
-si affortificava sotto Piombino, e teneva il mare dal quale venivano
-all’esercito i fornimenti; per il che la Repubblica armò galere, ma
-per miseria (come scrive Neri) poche e non bene in punto da stare a
-petto a quelle di Aragona. Pure condussero in Piombino trecento buoni
-soldati e polvere ed armi: quattro però, che recavano le provvigioni
-all’esercito, furono prese o sbaragliate da quelle del Re, le quali in
-quel mezzo aveano pigliato l’isola del Giglio. Per terra nessuna delle
-due parti s’arrischiava frattanto a combattere; e tutte due stavano
-male, il Re avendo attorno l’esercito fiorentino sparso nelle macchie
-di Campiglia,[368] e questo soffrendo per la mancanza del vino, ristoro
-ai soldati necessario in quei luoghi, l’estate essendo sopravvenuta.
-Laonde si venne ai ragionamenti di pace, ed a tal fine Bernardetto si
-recò al campo del Re; ma questi voleva innanzi tutto che la Repubblica
-gli abbandonasse Piombino; il che essendo recato a Firenze, molti
-parevano consentire. Ma Neri, venuto dal campo, mostrò quella pratica
-essere un tizzone di fuoco che da qual parte si pigliasse bruciava la
-mano: pericoloso lo stare in campo, dove i soldati già per l’inopia si
-sbandavano: ma il Re con la pace acquisterebbe reputazione e Piombino;
-e rimanendo (Neri disse) vicino nostro, poteva torre a noi tutto il
-contado di Pisa per la mala disposizione del paese; e tolto il contado,
-non saremmo noi atti a difendere Pisa, essendo lui potente in mare ed
-in terra. Fu vinto per vent’otto fave sopra trentasette, non venire a
-pace se non si salvasse il Signore di Piombino; il quale pigliarono in
-accomandigia, dandogli mille cinquecento fiorini al mese. Infine il Re,
-che aveva provato con molte bombarde grosse e mangani e con replicato
-assalto d’avere Piombino per forza, facendo quei di dentro buona
-difesa, e molti essendo infermi dei suoi o morti, e avendo i cavalli
-in disordine, deliberò partirsi innanzi giugnesse Taddeo dei Manfredi
-da Faenza di nuovo assoldato dai Fiorentini con mille dugento cavalli
-e dugento fanti. Tornò nel Reame Alfonso come rotto e malcontento, e
-promettendo con molte minacce maggiore assalto a primavera. Ma l’anno
-seguente 1449 passò in Toscana senza guerra.[369]
-
-La successione del duca Filippo Maria, sebbene avesse pretendenti
-i Duchi di Savoia ed i Reali di Francia ed il re Alfonso, tutti
-aspettavano che andasse a Francesco Sforza.[370] Ma la città di
-Milano volle fare prova di governarsi da sè per via d’un Senato di
-nobili avvezzi alle albagìe dei castelli ed all’ossequio delle Corti;
-e chiamandosi Repubblica, mandò dicendo ai collegati che, morto il
-Duca, era cessata tra essa e loro ogni cagione di guerra. Intanto però
-le altre città del Ducato, una volta che Milano s’era fatta libera,
-diceano venire di conseguenza che tornassero libere anch’esse: così
-lo Stato si discioglieva, e le cose nella Lombardia quasi parevano
-ricondursi al punto dov’erano tre secoli addietro. In questo Venezia,
-dopo avere trastullato i Milanesi più tempo, rifiutò la pace,
-deposto ogni velo alle ambizioni; ed io per me credo quel patriziato
-orgoglioso, quanto più sentiva avere in sè del sangue latino, tanto
-più si reputasse chiamato a raccogliere in questa Italia, divisa ed
-incauta, l’eredità dell’antica Roma. Parve male al Conte Francesco
-che il premio sperato gli venisse innanzi quando egli era men atto a
-ghermirlo; ma pure volendo frattanto legare a sè i Milanesi in quel
-modo che poteva, consentì ad essere Capitano di quella Repubblica.
-Piacenza e Lodi s’erano date ai Veneziani: lo Sforza avendo a sè tirato
-con altri condottieri i due Piccinini, rivali perpetui delle armi
-sue, ed assicuratosi di Parma, costrinse il nemico di là dal fiume
-dell’Adda. Pavia, antica città regale e insofferente d’ubbidire ai
-Milanesi, accettò lo Sforza per suo signore; questo era un primo passo
-e un segnale che egli dava. Non volle commettersi con le armi francesi
-venute innanzi ma in poco numero, e mandò contr’esse Bartolommeo
-Colleoni, già chiaro in guerra, che facilmente potè respingerle; ed
-egli intanto andato della persona sua contro a Piacenza, con la forza
-delle artiglierie l’espugnò, avendola poi abbandonata a saccheggio
-crudele inaudito, e tale che per sempre ne fu disertata quella misera
-città. Quindi recatosi oltre l’Adda ed afforzatosi in Caravaggio,
-ottenne per l’imprudenza dei Veneziani intera vittoria, prima avendo
-bruciato un grande naviglio di quella Repubblica nel fiume del Po.
-
-Venezia così pagava la pena de’ suoi scaltrimenti, ma non gli cessava.
-Sapea la Repubblica dei Milanesi avere trattati col Duca di Savoia,
-col re Alfonso e con quel di Francia: d’Alfonso temeva che la guerra
-male riuscitagli in Maremma volgesse sul Po; i quali timori allo
-Sforza erano comuni, com’era comune la necessità delle cautele, perchè
-la vittoria lo aveva affralito, dei condottieri che aveva seco non
-si fidava; ed il Senato dei Veneziani poteva credere, con dare a lui
-mano, dividere poi le spoglie, e ridurre la Lombardia in brani, se
-torre di mano allo Sforza non potevano l’eredità dei Visconti. Quegli,
-fidando in sè stesso, consentiva intanto d’avere Milano con l’armi e
-con l’oro della Repubblica di Venezia, e innanzi la fine del 1448 un
-trattato fu conchiuso in Rivoltella a questo effetto. I Milanesi a
-grande ragione lui chiamarono traditore, ma lo Sforza andava diritto
-allo scopo; Piacenza, Tortona, Alessandria, Parma erano venute in
-sue mani, e poi Vigevano per lungo assalto fortemente sostenuto dai
-cittadini; il Colleoni aveva rotto i soldati di Savoia, sebbene a
-combattere più duri di quello che fossero gli Italiani. Ma la guerra
-tirava in lungo, e le forze della grande città di Milano non erano
-esauste: parve allora ai Veneziani che fosse da cogliere il punto, e di
-nuovo mutando lato ed accostandosi ai Milanesi, notificarono al Conte
-Francesco un trattato al quale essi lo consigliavano di accedere, per
-cui ritenendo egli Pavia e Cremona e tutti gli Stati sulla diritta
-del Po, alla Repubblica milanese rimarrebbero Como e Lodi, e quel che
-avanzasse tra l’Adda e il Ticino dell’antico principato dei Visconti.
-Il Senato di Venezia mostrò questa volta troppo allo scoperto quel
-ch’egli volesse; e il Conte, vincendolo d’accorgimento, facea le
-viste di acconsentire, lasciando anche i Veneziani impadronirsi di
-Crema, secondo era nel trattato: raccolte le genti a svernare in buoni
-alloggiamenti, lasciavasi aperti gli sbocchi a Milano dov’egli impediva
-l’entrata dei viveri. Dentro erano grandi le divisioni; alcuni nobili,
-ch’erano appellati ghibellini, volevano porre un governo temperato in
-mano allo Sforza, ma furono uccisi essi e poi lo stesso ambasciatore
-veneziano per sedizione. Allora una turba, che si chiamò popolo, invase
-il governo ma tenere non lo sapeva; e già la fame avendo condotti a
-disperazione i cittadini tumultuanti, fu ordinato deliberare in grande
-congrega sopra le sorti della città: gridarono tutti piuttosto al Gran
-Turco o al demonio che allo Sforza. Ma quando un Gaspare da Vimercate
-osò pronunziare questo nome che teneva da prima in serbo, e dimostrato
-non essere altro da fare, o altrimenti Milano sarebbe mancipio a
-Venezia; tutti consentirono. Il giorno dipoi, ch’era degli ultimi del
-febbraio 1450, sebbene avesse Ambrogio Trivulzio opposta invano qualche
-resistenza sulle porte, faceva lo Sforza entrare in Milano i suoi
-soldati carichi di pane che per le vie distribuivano: v’entrava egli
-stesso nei giorni seguenti, e tra feste e plausi dei satolli cittadini
-facea proclamarsi Duca di Milano.[371]
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO
-CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.]
-
-
-In tutti i fatti che precederono troviamo, al dire degli storici
-e nelle memorie di quel tempo, Cosimo dei Medici avere tenuto con
-Francesco Sforza costante amicizia, ma nei Consigli della Repubblica
-non sempre palese, e quindi sospetta popolarmente o mal gradita.
-Quando poco innanzi la morte del duca Filippo Maria faceva lo Sforza
-deliberazione di soccorrerlo, rompendo la fede alla Repubblica di
-Venezia, racconta l’istoriografo di lui Giovanni Simonetta, che lo
-avesse molto esortato a quel partito Cosimo, al quale solea confidarsi
-delle cose più segrete, molto ascoltando i suoi consigli.[372] E già
-prima di quel tempo troviamo sussidi mandati allo Sforza, ma scarsi
-perchè difficili a vincere nelle pubbliche deliberazioni; talvolta
-dal Medici dati in segreto e privatamente, o con rivalse sul pubblico
-erario nel quale aveva egli le mani. Certo è, che tra due i quali
-intendevano a signoria personale era concordia necessaria; e colui che
-aveva attraversato in Firenze e infine distrutto un governo d’Ottimati,
-non potea molto essere amico alla Repubblica di Venezia: la quale
-in quegli anni avendo dismesso con l’arengo (arringo) sin’anche le
-ultime apparenze popolari, sdegnava l’antica appellazione di Comune,
-sè stessa chiamando la Signoria di Venezia, e tutto lo Stato a lei
-suddito, il dominio.[373] Queste erano cose che state sarebbero odiose
-in Firenze, e Cosimo andava per opposta via: ma oltre alla essenziale
-contrarietà del principio che informava il Governo suo, Venezia con le
-armi invadeva quelle che avevano nome d’italiche libertà; nè termine
-si vedeva alle ambizioni di lei, siccome non era in quella perenne
-diuturnità di volere, la quale a Venezia non cessava mai per caso di
-morte o per mutazione di signore.
-
-Per questo non voglio io a Cosimo fare colpa se Francesco Sforza
-gli parve essere utile contrappeso, atto a contenere in Lombardia
-la minaccia delle venete aggressioni. L’Italia oramai più non aveva
-nè guelfi amici e fautori delle popolari libertà, nè Papi nè Re di
-Puglia che a quelle si dicessero patroni; nè più all’incontro avea
-ghibellini che fossero braccio agl’Imperatori di Germania. Ma quante
-città o quanti popoli si tenessero tuttavia liberi, non più essendo
-tra loro amicati o non più divisi da un grande pensiero a molti comune,
-temevano l’uno dell’altro le forze, combattendo chiunque mirasse alla
-formazione di uno Stato che soggiogasse i piccoli e sopra tutti gli
-altri prevalesse. Di questo pareva che fosse capace sopra ad ogni altro
-Venezia: poi v’era Napoli, che per cento anni partita in sè stessa,
-ora alle mani di un Re forte ambiva conquiste nel cuore d’Italia; e già
-si erano vedute spuntare nei Papi le ambizioni principesche. In mezzo
-a questi Francesco Sforza, grande capitano, prudente signore, parea
-necessario a quell’equilibrio che allora formava la politica sapienza
-dei migliori uomini in Italia.
-
-Affermano tutti, che a Neri Capponi spiacesse quel torsi dall’amicizia
-dei Veneziani e fare in Italia grande lo Sforza; questa opposizione
-di Neri ai consigli i quali prevalsero, accennata da Giovanni
-Cavalcanti,[374] veniva illustrata con amplie parole dal Machiavelli.
-Bene vedevano cotesti ultimi difensori d’una Repubblica temperata,
-quella essere piuttosto consorteria che amicizia, ed a Cosimo piacere
-come un aiuto a conseguire meno impedita dominazione. Sappiamo che il
-buono Giannozzo Manetti stava ancor egli perchè si mantenesse l’antica
-lega coi Veneziani,[375] la quale non era nelle apparenze sciolta per
-anche; e la Repubblica di Firenze ad essi mandava dopo la rotta di
-Caravaggio due mila cavalli, che nulla fecero; ed è poi da dire, che
-subito dopo Venezia e il Conte si accordarono. E Neri, che avrebbe
-voluto salvare quanto più di libertà fosse possibile, accettava poi le
-condizioni che i tempi facevano: la forza sua era nella politica di
-fuori; dentro, al bisogno si arrendeva. Ricusò d’andare ambasciatore
-allo Sforza quando egli muoveva in aiuto di Filippo;[376] ma due
-anni dopo abbiamo da certi documenti essere egli stato fautore del
-dare sussidi al Conte contro ai Milanesi, in ciò accostandosi ai più
-stretti amici di Cosimo, sebbene degli altri il maggior numero si
-opponesse.[377]
-
-Cosimo andava, quanto era in lui, diritto al segno: ma non è da
-credere che fosse egli padrone della Repubblica, dove i Consigli
-a voti liberi procedevano; e lo studio faticoso da lui adoperato
-a guadagnarseli non bastava sempre, o le pubbliche lagnanze lui
-facevano circospetto. Odiosissime riuscivano le prestanze imposte a
-fine di somministrare danari allo Sforza insino da quando venivano
-dati perch’egli continuasse a tiranneggiare nella Marca; e molto più
-poi quando nell’anno 1447 si voltava questi alla difesa del Visconti,
-nemico antichissimo della Repubblica di Firenze. Troviamo gravezze fino
-a ventiquattro per volta, distribuite ad arbitrio dei ponitori: Cosimo
-anticipava sovente il danaro, rifacendosi sulle prestanze o sulle
-entrate della Repubblica. Lo Sforza chiedeva trentamila ducati per
-passare in Lombardia; i Veneziani si opponevano, e ne’ Consigli non si
-vinceva. Cosimo fece porre una legge perchè si riscuotessero i crediti
-arretrati del Comune, e i deputati a ciò avevano a collo i trentamila
-ducati che furono messi fuori da Cosimo rimasto padrone della
-riscossione; e le casse delle porte si andavano a vuotare in casa sua.
-Più tardi aveva egli imprestato all’amico suo cinquantamila fiorini;
-ottenne che fossero a lui donati dalla Repubblica, dicendo sarebbe
-quella chiesta il fine di tutte le chieste;[378] e siffatti modi più
-altre volte si ripetevano. Ma quando una legge era proposta d’immunità
-a chi tornasse e che venisse a stare in Firenze pagando quattro
-fiorini l’anno a testa, si oppose Cosimo, allegando che sarebbero
-tornati i fuorusciti nemici suoi; e quella legge, che pure a molti
-pareva buona, fu rigettata. Più che avanzava egli nell’arbitrio e più
-si rendeva odioso a molti: dicevano ch’egli si valeva del danaro per
-inalzare edifizi, o sotto pretesto di religiosa pietà o per sua propria
-magnificenza:[379] una notte gli fu imbrattato di sangue l’uscio di
-casa sua.
-
-Per assicurarsi dello Stato, facevano sempre il Gonfaloniere a mano ed
-anche i Priori. Abbiamo un esempio dei modi tenuti allora in Palagio,
-che giova esporre succintamente. Per gli ultimi due mesi dell’anno
-1448 erano rimasti d’accordo che fosse Gonfaloniere Agnolo Acciaioli,
-uno dei primi del reggimento. Sapeasi volere egli promuovere dure cose
-d’esilii e d’altro; e Neri di Gino, ch’era uno degli accoppiatori,
-voleva il contrario. Mancavano soli due Priori a fare; disse Neri:
-«Io voglio esser io, o uno di chi mi possa fidare.» Fu eletto Pandolfo
-Pandolfini, giovane di grande animo. S’accozzava egli nel priorato con
-tre altri ch’erano dei migliori, i quali insieme segretamente, perchè i
-Priori molto erano vegliati, sagramentarono di non rendere mai le fave
-loro se non d’accordo. Una mattina il Gonfaloniere, fatta serrare la
-porta del Palagio, propose una legge, che niun partito valesse se il
-Gonfaloniere non fosse presente e non ci fosse il voto suo: Pandolfo
-si oppose, e perchè dei nove voti ce ne volevano sei a vincerlo, stando
-ferme le quattro fave giurate, lo impedivano. Vinto a caso, e approvato
-da’ Collegi, andò al Consiglio, e quivi i medesimi oprarono fosse
-imbiancato, sebbene il Gonfaloniere facesse più volte rimettere il
-partito. Ma non posarono gli autori di quel disegno, e praticavano che
-molti fossero confinati; diceano volere acconciare le cose in modo che
-non ci avessino più a pensare: del che era grandissima nella città la
-paura, e mandavano in Palagio a supplicare i quattro perchè tenessero
-il fermo: vi andava più volte il buon libraio Vespasiano da Bisticci,
-dal quale abbiamo questo ragguaglio; e dice che molti furono salvati
-allora, e che fu gran beneficio alla città recato dai quattro onesti
-Priori.[380] E vero è poi che per cosiffatte resistenze i cittadini
-tra loro non si nimicavano tanto da rompere quell’usata bonarietà di
-costume che non mai cessava nella città popolana. L’Acciaioli e Cosimo
-stesso rimasero amici al Pandolfini; e si manteneva tra essi e Neri
-quella unione della quale fu riprova un fatto che abbiamo lasciato
-addietro, ma che ora giova un poco a minuto narrare, per indi tornare
-al filo dell’istoria nostra.
-
-Ucciso Annibale Bentivoglio, ma rimasta vincitrice (come s’è detto)
-la parte sua, grande era in Bologna la devozione a quella Casa,
-della quale rimaneva solo un fanciullo di sei anni. Ora avvenne che
-trovandosi ivi Francesco che era stato Conte di Poppi, raccontava
-come venti anni prima Ercole Bentivogli zio d’Annibale, dimorando in
-Casentino, avesse avuto dimestichezza con la moglie d’un Agnolo da
-Cascese, dalla quale nacque un figlio di nome Santi, che tutti dicevano
-essere figlio d’Ercole, e la somiglianza ciò confermava; tantochè
-essendo ito a Bologna il fanciullo quando vi si riduceva il Conte
-di Poppi, Annibale gli aveva detto _tu sei de’ nostri_. Essendo poi
-Agnolo e la moglie sua venuti a morte, il fanciullo tornò a Firenze,
-dove esercitava l’arte della lana in una bottega nella quale Antonio
-da Cascese suo zio gli avea fatto un capitale di fiorini trecento e
-lo avea molto raccomandato a Neri Capponi. A questi ne fece le prime
-parole Agnolo Acciaioli un giorno mentre erano insieme a diporto,
-domandandogli se avesse egli bramato resuscitare, qualora gli fosse
-ciò stato possibile, Annibale Bentivoglio ch’era tanto amico suo. E
-pigliando Neri la cosa in motteggio, l’altro gli espose tutto il fatto,
-e gli disse come la parte bentivogliesca essendo rimasta senza capo,
-taluni in Bologna erano entrati in gran desiderio d’avere questo Santi
-perchè reggesse la parte, ed avesse cura del fanciullo sinchè non fosse
-in età. Rispose Neri ch’ell’era cosa molto da considerare sì rispetto
-al giovane e sì per sè stessa: ma essendo molti venuti a vedere Santi
-e accertatisi della somiglianza e guardandolo con affezione grande,
-consentiva Neri di farne motto a lui, che a prima giunta se ne turbò
-per la vergogna della madre. Ma i Bolognesi facendo maggiori istanze,
-furono insieme Agnolo e Neri con Santi in casa di Cosimo dei Medici,
-il quale dopo altri ragionamenti disse al giovane: «Vedi, se tu sei
-figliolo d’Ercole, la natura ti tira in Bologna alle grandi cose; ma
-se tu sei figliolo d’Agnolo da Cascese, tu te ne starai in San Martino
-alla bottega: però io non ti conforto nè ti sconforto ad andare,
-ma dove ti tira l’animo; sarà quella vera sentenza di chi tu sia
-figliolo.» Soprassederono più mesi e aveano rimessa la cosa in Neri,
-il quale quanto più larghezza gli concedevano, tanto più sentendosi
-obbligato a dargli il consiglio fedele e migliore, tenea la sentenza
-sospesa. Ma infine essendo Neri per le ambasciate a Venezia passato
-più volte da Bologna, lo pressavano fino a dire che se il giovane
-venisse loro negato, lo toglierebbero per forza. Neri, accertatosi del
-loro buon animo, confortò Santi a commettersi alla fortuna e andare,
-dicendogli: «Io che sono in Firenze non dei minori e da dovermi
-contentare quanto niun altro cittadino, e anche ben voluto; se mi
-volessero in quel luogo non come figliolo d’Ercole ma come figliolo
-di Gino, io v’anderei ad essere loro partigiano e capo; perchè ivi si
-poteva dire d’avere a disporre a suo volere di quella città, la quale
-era una delle otto maggiori d’Italia; e a Firenze si aveva a pregare
-con grande umiltà a volere una piccola cosa non che una grande.»
-Mandarono quindi con grande onore a pigliarlo, e menatolo a Bologna con
-festa, lo misero in casa d’Annibale ed al governo della città, il quale
-poi tenne sino alla morte felicemente.[381]
-
-Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato
-di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi
-maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con
-Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di
-Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza
-per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero
-incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo
-Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole
-al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le
-apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche
-covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti:
-Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca
-sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di
-questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini
-ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso
-procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore
-di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e
-perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse,
-Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse
-da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala
-voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a
-dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano
-fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia;
-ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique
-condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia
-che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore
-di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio
-ciaschedun anno una coppa d’oro.[383]
-
-Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze
-tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro,
-s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il
-vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia.
-Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia
-ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in
-Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi
-Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del
-grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna.
-Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini,
-questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono
-ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare
-senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati
-loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo
-dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna
-volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria
-Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei
-Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze,
-quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero
-soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali
-ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i
-Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il
-greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini;
-ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei
-dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un
-popolo di Cristiani.[384]
-
-Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa
-d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima
-chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I
-due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e
-ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni
-ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva
-alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella
-età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato
-nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna,
-dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in
-Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in
-Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare
-ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati
-in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato
-l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in
-lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine
-Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome
-di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze
-grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali
-chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare
-il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla
-austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse,
-non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna
-il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno
-aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei
-predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta
-titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di
-Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero.
-
-Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio
-dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza;
-ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva
-alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di
-Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana:
-dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a
-ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là
-Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava
-Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato,
-s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto
-di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin
-presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito
-dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi,
-bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo
-il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro
-Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono
-le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte
-di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida
-resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla
-Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di
-successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi
-non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma
-Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano,
-mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che
-dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu
-sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto
-dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno
-tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo)
-al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio
-possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui;
-ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante
-avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio
-Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza
-chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse
-conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in
-vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti.
-
-E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne
-a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con
-intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè
-avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder
-pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano
-in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza
-che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto
-quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non
-pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte
-dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime
-parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo
-Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo
-Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della
-parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole
-erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva
-la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre
-volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non
-era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già
-si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo
-VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia;
-concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento
-cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e
-quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di
-Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia;
-laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia,
-e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne
-che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la
-guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di
-pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse
-l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il
-Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato
-voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase
-in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni,
-che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga
-dimora in Firenze.
-
-Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti
-restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi
-aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella
-difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero
-greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del
-nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio
-per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano
-tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e
-scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa:
-chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non
-aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in
-Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra:
-molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi
-per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle
-quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli
-Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici,
-i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la
-quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche
-affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo
-modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per
-mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in
-Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale
-tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le
-cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia
-dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi
-aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò
-gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo,
-che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva
-l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in
-pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari
-a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima
-che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre
-ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso
-dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza,
-serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391]
-
-Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo
-Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo,
-essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti.
-Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto
-muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei
-potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo,
-com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di
-preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo
-fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare,
-del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e
-fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e
-del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò
-nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice
-Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici
-sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima,
-e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri
-Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei
-Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano
-avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi,
-e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui
-cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392]
-A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la
-Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo
-frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze
-contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero
-di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione
-mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui
-la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila
-fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti
-di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di
-altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso
-venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era,
-esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto,
-e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393]
-
-Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della
-Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata
-presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il
-quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava
-più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le
-spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila
-ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di
-cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta;
-cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di
-regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi
-gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti
-al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa
-era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi
-avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè
-molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo
-Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano
-disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze
-malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero
-anch’essa delle Case favorite.[396]
-
-Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di
-Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii,
-imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila
-fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi,
-Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in
-più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto
-per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti
-sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta
-una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo
-veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne
-tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale
-cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato
-autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi
-due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma,
-dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero
-ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si
-lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per
-le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori;
-onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua
-fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava
-ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli
-diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende
-sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi,
-a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella
-infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne.
-Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della
-gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto
-che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato,
-senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il
-Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di
-suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa
-di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze
-timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria
-dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri
-con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al
-vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi
-allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a
-termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male,
-tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il
-papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi
-dimorando infino al termine della vita.[399]
-
-Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano;
-ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande
-allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà
-poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di
-libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse
-valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e
-infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una
-sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio
-dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in
-altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli
-antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati
-col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come
-allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta
-la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì
-pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi
-obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente,
-ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi
-essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed
-egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri
-poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura,
-create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari,
-i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni
-senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui
-ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i
-quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito,
-e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della
-padronanza e in molte cose gli soverchiavano.
-
-Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora
-venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo.
-Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè,
-godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi,
-frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già
-fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento
-alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a
-lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi
-a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine
-di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto
-lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire
-l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare
-apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da
-lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E
-ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose
-quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto
-a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in
-cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che
-io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi
-tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica.
-
-Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava
-dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era
-avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso
-vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con
-la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui
-uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si
-alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo
-da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma
-non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così
-tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del
-quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe
-più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto
-l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre.
-
-Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di
-quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa
-fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura
-nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore
-fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava
-con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai
-volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste
-in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di
-terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non
-piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti
-di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto
-ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di
-miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e
-passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono,
-andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti
-miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra;
-s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole
-era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi
-tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di
-saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si
-trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie
-rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti
-portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra
-discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran
-ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le
-case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo
-era ingombro di sparse ruine.[405]
-
-Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di
-quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè
-gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale
-avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano
-e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano
-sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti
-di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici,
-sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione
-dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le
-denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che
-l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti
-ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove
-perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma
-disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore
-di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo
-Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre
-al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a
-favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità,
-dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici
-dipartirsi.[407]
-
-Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di
-quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava
-di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli
-Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che
-essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi
-schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito
-per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali
-disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei
-Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non
-passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per
-ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto
-ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde
-nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza
-volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui
-più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi
-violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande
-ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei
-Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano
-la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di
-vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi
-messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con
-meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò
-quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e
-richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò
-due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli
-dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla
-Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in
-Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre
-condanne, moriva nel carcere.
-
-Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse
-fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo
-venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era
-Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del
-fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era
-Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da
-lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento,
-e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa
-trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare
-lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue
-case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette
-anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio
-degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli
-uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i
-confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto,
-o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino
-all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi
-per sentenza del Capitano decapitati.[410]
-
-Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle
-esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi
-ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era
-in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte
-mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire
-a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il
-capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia
-ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la
-forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause
-civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due
-al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero
-con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli
-Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto,
-quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo
-la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone
-dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto
-Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero
-che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento;
-rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi,
-vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei
-Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori
-delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti
-contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di
-Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome
-ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse
-da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai
-murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa
-il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni
-che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia
-ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente,
-vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia
-della città.
-
-L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e
-da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che
-è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati.
-Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di
-pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della
-quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi
-ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato,
-cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità
-fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia
-inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un
-miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava
-quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella
-che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale
-edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia
-sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e
-dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè
-fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli
-altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica
-nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta.
-
-Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva
-dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale
-Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in
-addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui
-ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne
-a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in
-letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè
-per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per
-salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea
-Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto
-l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di
-Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere
-con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu
-cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta
-a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano
-avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la
-signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e
-dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di
-Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero
-dopo.
-
-Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi
-a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi
-cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi.
-Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio
-primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di
-Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima
-ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al
-giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli
-e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove
-furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi
-e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo
-animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio
-dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il
-nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a
-foggia di non so quale divinità.[416]
-
-Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo
-e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura
-piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417]
-largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo
-in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione
-degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa
-insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo
-ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia
-Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino;
-dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le
-spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate
-all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse
-quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro
-fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso
-in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito
-che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia
-regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai
-le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni
-carico d’amministrazione.
-
-Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato
-sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani
-la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei
-Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva
-strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di
-Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i
-Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle
-sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava
-in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della
-cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo,
-vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa.
-Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e
-volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina
-mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano
-a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu
-anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il
-Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella
-morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita
-affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era
-in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421]
-
-Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e
-vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima
-aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello
-che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero
-con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza;
-e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero,
-impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più
-anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare
-per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca
-famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico
-e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto
-nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità
-finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di
-quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento
-anni i suoi Granduchi.
-
-Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie
-solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti,
-e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti
-potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città
-guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della
-Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il
-corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura,
-magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità.
-Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza
-ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro
-egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto
-ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai
-suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le
-malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe
-grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori
-lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche
-si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava
-famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le
-usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori;
-ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due
-figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza
-tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al
-suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in
-molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto.
-Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande
-aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo
-fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed
-avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna
-una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424]
-Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle
-liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi
-molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo
-tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto
-Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel
-Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati.
-Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo
-egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna
-volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di
-avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli
-edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a
-Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo
-com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli
-Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il
-Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante;
-rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da
-quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la
-Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco;
-sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo;
-nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò
-altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in
-Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri
-pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico)
-perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva
-dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri
-debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città,
-non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma
-gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon
-fondamento alla grandezza di Casa sua.[425]
-
-S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si
-esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già
-veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro
-gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a
-casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto.
-Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè
-si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente
-trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini
-e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce,
-volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi
-ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara
-promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi
-che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro.
-Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina,
-benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo
-sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca,
-la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse
-un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di
-codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo
-Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri,
-sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie
-ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano,
-e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non
-esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed
-il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di
-Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto
-col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al
-quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola
-fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più
-elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso.
-
-Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi
-ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie;
-la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione
-delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta,
-dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere
-nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte
-della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti
-pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato.
-Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace,
-nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase
-dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte,
-nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio
-comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere
-in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare
-liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali
-non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei
-suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella
-fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che
-il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli
-avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal
-punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo
-di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria
-di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad
-ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo
-proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più
-onorata quanto era più cittadina.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.]
-
-
-Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si
-reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori,
-pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della
-fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi
-e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi
-provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni,
-Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento
-da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma
-dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini;
-Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e
-contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi
-tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo
-volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo
-l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un
-altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla
-de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi
-di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli
-Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo,
-questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla
-restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano
-alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si
-fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi
-dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè
-medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande
-mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e
-amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro
-Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo
-dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio
-male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo
-bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse
-con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato.
-Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i
-calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse
-a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati
-giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni
-disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità
-di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè
-ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere
-riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’
-traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore,
-che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il
-quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace
-e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la
-ruina di quella Casa.
-
-Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere
-Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare
-lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui
-e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già
-vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente
-cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella
-Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni
-ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le
-forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono
-manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò
-del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio;
-e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si
-tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano:
-non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza
-da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età
-ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano
-a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue
-infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano,
-che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di
-sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto
-apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il
-pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane
-e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465
-le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati
-ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero
-fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla
-sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale
-consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il
-Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428]
-
-Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di
-quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con
-modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde
-fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per
-via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto
-a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli,
-avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima
-cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata
-diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi
-volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi
-l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri
-dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi
-egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di
-tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla
-scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche
-pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto
-amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla
-sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche
-delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere
-creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo
-dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga
-opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato
-il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette
-averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo
-fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere,
-senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]
-
-Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di
-Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466,
-parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio
-la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al
-Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri
-la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica
-e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa
-superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e
-Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la
-lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re
-di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re
-si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato
-d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale
-Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto
-apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo
-Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio
-parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo
-avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli
-stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia
-soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai
-suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed
-era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando
-essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al
-figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie
-per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi
-Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al
-tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte,
-ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava
-nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.
-
-La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni
-e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze
-della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello
-Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’
-Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come
-s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in
-prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città.
-Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza
-vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca
-per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici
-e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere
-l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo
-ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva
-d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il
-figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di
-scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza
-del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo,
-il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene
-promesso, mai pei Consigli deliberato.
-
-Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più
-manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano
-l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare
-qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero
-giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete
-combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti,
-come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non
-bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio:
-Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per
-essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire
-d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la
-Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani
-deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi
-de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito
-nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con
-esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che
-una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano
-intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace
-era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi.
-Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria;
-ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e
-che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia
-e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche
-speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer
-Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di
-aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era
-succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome
-di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era
-poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi,
-ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti
-di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile
-per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti
-come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa
-al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non
-poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere
-gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e
-dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora
-neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia
-di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di
-Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano
-quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di
-San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla
-potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova
-andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo
-all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di
-Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco
-più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto,
-sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini:
-tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni
-tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste
-cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al
-Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze
-essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella
-sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace
-d’Italia.
-
-A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi:
-fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale
-non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace
-col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo
-Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta
-co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano
-anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo
-fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati
-nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli
-di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi
-Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca
-Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai
-mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando
-tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto
-la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e
-la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a
-cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale
-dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle
-parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile
-innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna,
-ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua
-lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale
-con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava
-Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando
-per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici
-che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del
-Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse,
-comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e
-quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti
-a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a
-Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso
-che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero
-a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto
-altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava,
-secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente
-per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che
-il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal
-contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria
-parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di
-fanterie, ed in gran pericolo.
-
-Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi
-alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio
-i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio,
-che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este.
-Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse,
-ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie
-civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere
-più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma
-tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case
-ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici
-si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero,
-siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere
-i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si
-dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che
-taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in
-su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado,
-e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria,
-che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli
-senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo
-partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la
-plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole
-di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua
-casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta,
-non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un
-tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle
-seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva
-maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo;
-e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli
-occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo
-che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti
-animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua,
-ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in
-presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero
-a cadere.
-
-Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte;
-la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non
-senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i
-giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero
-essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la
-porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza
-grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi
-d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il
-popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi
-che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si
-studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa
-a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo,
-uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che
-per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso
-furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a
-Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini
-in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci
-fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande
-processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli
-Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri
-che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano
-le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi
-del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo
-conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido
-Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere
-con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini
-tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa
-l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario.
-Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed
-abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a
-lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già
-fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio
-ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene
-reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che
-l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]
-
-I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed
-essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica
-assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al
-mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse
-perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la
-Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose
-mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero
-con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la
-Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e
-per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in
-esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una
-sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli
-potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere
-lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva
-Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia;
-ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene
-già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’
-condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava
-strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in
-quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli
-altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo,
-standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi
-grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le
-condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere
-la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità
-di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste
-cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva
-ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare
-in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la
-quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto
-suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli
-più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi
-dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo
-nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca
-affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero
-venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a
-lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio
-dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi
-la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un
-esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da
-Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca
-di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i
-Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente
-esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al
-Piccinino, alcun altro condottiero.
-
-A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca
-di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti,
-fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il
-quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui
-si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella
-dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di
-Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli
-Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città
-ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella.
-Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il
-Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso,
-nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con
-bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli
-recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse
-l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e
-riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero,
-con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria,
-ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il
-Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso
-molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e
-perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa
-la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in
-lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo
-oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento
-nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila
-cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e
-consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani
-dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti,
-avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e
-perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle
-galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono
-al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e
-dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque
-nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse
-all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di
-sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.
-
-Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un
-Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe
-parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno
-Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo
-(gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete
-gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste
-la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i
-capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste
-potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma
-la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di
-voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver
-messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene
-offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste.
-E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete
-che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere
-ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava
-a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è
-stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con
-questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia,
-e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa,
-che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra
-continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere
-Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto
-ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non
-è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che
-io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con
-voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così
-tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno:
-e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo
-riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per
-i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai
-banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e
-qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava
-come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori
-hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene
-fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non
-conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo
-nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino
-mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più
-pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto
-il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti.
-Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico.
-Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la
-sbaragliate; _dubius est eventus belli_. Non vi potete scusare che non
-siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad
-altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il
-Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto
-più mi dite, tanto men vi credo.[445]»
-
-La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro,
-prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini;
-i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in
-Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano
-istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca
-nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose
-avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere
-per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo
-non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che
-egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto
-quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini
-ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare
-sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale
-vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato
-sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio
-delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente
-restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere
-egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era
-costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla
-avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano
-ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano,
-pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e
-imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che
-ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo
-Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa
-in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati
-d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò
-andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega
-universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto
-che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e
-intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del
-pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini
-s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento
-mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche
-per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero
-a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come
-se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte
-incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse
-la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma
-quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via
-la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e
-questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio
-seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco
-di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione
-andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la
-linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in
-breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte
-d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla
-Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con
-molto onore del nome suo.[448]
-
-In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per
-trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze;
-che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella
-della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma
-i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano,
-o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a
-sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato
-ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi,
-perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse
-avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti,
-uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo
-nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte
-cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi
-agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era
-venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di
-Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da
-Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il
-dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati
-a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando
-i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro
-e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati
-un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a
-libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il
-Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della
-terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende
-Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il
-poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano
-ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli
-fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di
-fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in
-Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono
-decapitati.[449]
-
-Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici
-ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza
-ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva
-Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che
-la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo
-padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare
-dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo
-della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio
-credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo
-Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di
-principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che
-fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo,
-il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi
-frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e
-splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo
-che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in
-Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in
-Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli:
-«ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone,
-e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che
-s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone
-de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza
-di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose;
-lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66,
-e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come
-uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera
-amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero
-da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi
-anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino
-e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare
-il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore
-scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane
-Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei
-tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista
-Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In
-casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano
-capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona
-che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo
-a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della
-materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse
-pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida
-incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi
-e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più
-che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso
-schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo
-il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia
-del signor Iacopo Orsino, _ovvero_ (scrive egli in certi Ricordi) _mi
-fu data_. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata
-a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale
-era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia
-signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive
-lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale
-trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di
-colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un
-elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non
-egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in
-lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente
-dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la
-Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI
-VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.]
-
-
-Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi
-molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato
-di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella
-città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè
-dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso
-Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più
-autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle
-sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la
-Repubblica. Scrive Lorenzo nei _Ricordi_, come a lui andassero, «il
-secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a
-confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto
-i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua
-giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e
-solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a
-Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a
-sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran
-nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di
-Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il
-pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi
-però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito,
-notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno
-a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi
-i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne
-capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma
-fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura
-più quieta e animo dedito ai piaceri.
-
-Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici
-frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte
-battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto
-recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità:
-di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto
-familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da
-messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo
-d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca;
-il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme
-alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re
-di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in
-mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze.
-Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti
-per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e
-di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e
-cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani
-e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio
-della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena
-di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento
-ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era
-grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la
-Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi
-in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune.
-Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni
-sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di
-Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa
-Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e
-i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede
-in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella
-veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia,
-si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto
-a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia
-del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie
-deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto;
-del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove
-si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta,
-che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che
-senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della
-Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la
-città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene
-ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui
-parole del Machiavelli.
-
-In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I
-Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano
-fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal
-34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i
-quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per
-anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta
-provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel
-quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi
-veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni
-modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la
-scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte,
-formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno
-dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che
-si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii
-di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello
-del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea
-fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei
-Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata
-per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori;
-al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era
-di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani
-e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli
-squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora
-per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali
-dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in
-sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non
-fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma
-vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma
-popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla
-prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle
-ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni
-delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e
-castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che
-pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;»
-perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care
-all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio
-dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio
-delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un
-partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali,
-e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia,
-ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto
-l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e
-i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste
-vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte
-guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai
-castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra
-forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati;
-dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per
-tali industrie l’assuefazione.[457]
-
-Forza dello Stato dei Medici era, come già notammo, la ricchezza;
-la quale Lorenzo anch’egli cercava d’ampliare in più modi, nè gli
-mancavano le occasioni. Aveano dal Papa infino dal 1466 avuto la
-depositeria dell’allume negli Stati della Chiesa:[458] avvenne poi che
-due Volterrani, un Riccobaldi del Bava ed un Inghirami, trovassero in
-Maremma una cava d’allume di rôcca, sulla quale pretendendo ragioni
-il Comune di Volterra come signore del luogo, e i due non potendosi
-bene accordare, Lorenzo de’ Medici entrato a parte di quella impresa
-per farsi egli solo padrone dei prezzi di tutto l’allume, troncò la
-questione. Del che i Volterrani tenendosi forte gravati, uccisero
-l’Inghirami; e tolta l’ubbidienza al Commissario che vi era per la
-Repubblica e al tutto ribellatisi, era sentenza di molti in Firenze
-che si procedesse per le buone, usando il perdono: se non che Lorenzo,
-offeso nel proprio, volle il contrario, e che si riavesse con le armi
-Volterra, e con le armi si tenesse; troppo era costata al Comune di
-Firenze, ed il giovane Lorenzo andava spedito in ogni sua risoluzione.
-Forse i Volterrani poneano speranza nel Signore di Piombino e per suo
-mezzo nel re Ferrando, sapendosi avere le armi Fiorentine fatta una
-mossa l’anno innanzi per accordi passati in segreto tra Lorenzo e il
-Duca di Milano, a fine di togliere Piombino agli Appiani e darlo in
-possesso al Comune di Firenze; del che Ferrando per gli Oratori suoi
-aveva fatto querela grandissima.[459] Inoltre è certo che i Veneziani
-favorivano segretamente la ribellione di Volterra.[460] Per le quali
-cose non parendo senza pericoli quella guerra, fecero provvisione di
-trarre dal Monte delle Doti centomila fiorini,[461] e invece dei soliti
-Dieci, crearono Venti tra i quali era Lorenzo e con esso i primi della
-città. Diedero il bastone del comando a Federigo conte di Urbino; il
-ch’era togliere ai Volterrani ogni speranza del re Ferrando, del quale
-il Conte era soldato; e questi in pochi giorni raccogliendo nel Pisano
-cinquemila fanti con qualche numero di cavalli, tra’ quali ve n’era
-mandati dal Papa e dal Duca di Milano, entrato in campagna, occupò il
-contado prestamente; poi fattosi sotto alle mura di Volterra, poteva la
-guerra per la fortezza del sito andare in lungo; se non che nella città
-i molti increduli alla riuscita, ed i mali trattamenti dei soldati
-dentro, persuasero in pochi giorni la resa, che fu accordata, salvo
-gli averi e le persone. Entrò in Volterra l’esercito Fiorentino; ma,
-come se i patti nulla tenessero, la città infelice fu posta a sacco, i
-cittadini presi, le chiese rubate e le donne svergognate. Lorenzo ebbe
-carico di quell’orribile tradimento, altri affermando che avvenisse
-contro suo volere, e lui encomiano di clemenza. Spianato il palazzo dei
-Vescovi, antichi signori in Volterra, fu sopra quel luogo piantata la
-Rôcca che ivi rimane; la città ridotta a condizione di terra suddita,
-perdeva il contado suo proprio ed ogni ultimo resto d’indipendenza: il
-Conte d’Urbino dalla Repubblica ebbe onori e doni larghissimi. Dipoi
-Lorenzo visitava l’afflitta città.[462]
-
-Essendo morto Paolo II l’anno 1471, a lui succedeva col nome di Sisto
-IV frate Francesco della Rovere da Savona dei Minori Osservanti;
-era egli in Santa Croce di Firenze stato eletto Generale di tutto
-l’ordine Francescano nel grande Capitolo che ivi si tenne l’anno
-1467.[463] Lorenzo de’ Medici, che fu de’ sei ambasciatori mandati in
-Roma, com’era usanza, al nuovo Pontefice, ebbe da lui su quelle prime
-grande accoglienza ed insigni doni d’antiche sculture, e l’ufficio di
-depositario della Camera Apostolica; egli e Giovanni Tornabuoni suo zio
-ed altri, che stavano in Roma a curare le ragioni della Casa Medici, vi
-guadagnarono somme grandissime, comprato avendo dal Papa a vil prezzo
-le gioie che Paolo fastosamente in grande copia aveva raccolte.[464]
-Intanto Lorenzo faceva sul Papa altro disegno: bramava assai che
-Giuliano fosse cardinale, perch’era ampliare e fortificare molto i
-fondamenti alla grandezza della famiglia, e perchè avrebbe lasciato
-le mani a lui più libere nel governo dello Stato di Firenze. A questo
-effetto erano le pratiche già molto avviate,[465] quando nascevano tra
-’l Papa e Lorenzo i primi semi di quel mortale odio che tanto afflisse
-la vita d’entrambi.
-
-Il nuovo Papa, dalle strettezze d’una cella balzato alla cima di tanta
-grandezza, si trovò attorno per sua sventura due famiglie di nipoti,
-capaci taluni e tutti ambiziosi della condizione principesca a cui
-gl’inalzava con malo esempio Sisto IV. Da lui cominciava quella serie
-di Pontefici mondani i quali vedremo, quasi che ad altro non fossero
-eletti, turbare l’Italia per farvi uno stato ai loro congiunti;
-e quel che la Chiesa ne patisse, dovremo narrare prima che abbia
-termine questa oramai fatta peggiore e a noi più ingrata Istoria
-nostra. Leonardo della Rovere, nipote del Papa, ebbe a gran prezzo di
-concessioni al re Ferrando, una sua figlia bastarda in isposa; e tosto
-dipoi Giovanni della Rovere, altro nipote, pigliava in moglie la figlia
-di Federigo conte d’Urbino, da cui passava in quella Casa un principato
-fiorente ed illustre più che non portassero i suoi piccoli confini:
-Giovanni dal Papa ebbe in vicariato Sinigaglia, e il Conte d’Urbino
-titolo di Duca. Fratello a quei due Giuliano divenne fiero Cardinale,
-e poi fu papa Giulio II: un altro nipote ma di sorella, Pietro Riario,
-fatto anch’egli Cardinale, finiva in due anni una vita scandalosa per
-fasto incredibile: fece un banchetto in Campidoglio ai cittadini di
-Roma.[466] Un altro poi v’era di quei Riarii, Girolamo, al quale in
-dote recava titolo di Conte la bellissima Caterina figlia bastarda di
-Galeazzo duca di Milano: a questo Girolamo il Papa comprava da Taddeo
-Manfredi di Faenza la signoria d’Imola per il prezzo di quarantamila
-ducati. Avea Lorenzo dei Medici avuto grande intenzione di acquistare
-per la Repubblica di Firenze quella città; e poichè gli fu dal Papa
-tolta la mano, forte adontato, se ne volle proibire a Francesco Pazzi,
-che stava in Roma gran mercatante, farsi del prezzo mallevadore:[467]
-si ebbe Lorenzo tirato addosso così ad un tratto due fieri nemici. Nel
-tempo stesso ambiva Sisto di ricondurre all’ubbidienza le terre più
-o meno ribellanti della Chiesa; e il cardinale Giuliano avendo con le
-armi sottomessa Todi e indi Spoleto, metteva il campo sotto alle mura
-della città di Castello. Di questa i Vitelli erano signori con titolo
-di vicari; antico il possesso, e il Papa si avrebbe accontentato che
-Niccolò Vitelli prestasse alla Chiesa omaggio, recandosi in Roma egli
-della persona sua:[468] ma dispiacevano a Lorenzo quelle armi vicine
-allo Stato dei Fiorentini, e mandò soldati alla difesa di Niccolò, col
-quale dovette il Papa discendere a una sorta di composizione. Di qui
-nuove ire; chè tra due quali erano Lorenzo e Sisto, la vicinanza dava
-occasioni vive e continue di nimistà.
-
-Durava la lega tra il Re, il Duca ed i Fiorentini, la quale era stata
-in quegli anni rinnovata; poi l’avere i Turchi espugnata Negroponte
-e spinto le armi sulle coste d’Albanìa facendo temere per quelle
-d’Italia, si collegarono insieme tutti gli Stati della Penisola; ma
-senza effetto, gli altri confidandosi nella virtù dei Veneziani, ai
-quali riusciva fare meglio soli: intanto che Genova, spogliata di Caffa
-e dell’imperio del Mar Nero, perdeva in Levante gli antichi possessi.
-Il re Ferrando più degli altri minacciato dalle armi dei Turchi, ma
-forte in casa e governandosi con molto fino accorgimento, si acquistava
-grande fra tutti riputazione. Avevano i Medici sino dai tempi di Cosimo
-grande entratura co’ Re di Francia; e Luigi XI concedeva a Piero dei
-Medici fregiare dei Gigli l’arme della casa. Ora quel Re che cercava
-d’annullare i duchi d’Angiò siccome gli altri grandi vassalli che
-mantenevano divisa la Francia, avendo disegno di maritare al Delfino,
-che fu Carlo VIII, la figlia primogenita di Ferrando, ne scrisse a
-Lorenzo perchè egli facesse in suo nome la proposta. Certo è che poteva
-al re Aragonese di Napoli molto piacere, levarsi a un tratto d’addosso
-le antiche pretensioni di Casa d’Angiò, e conciliarsi i Re francesi che
-le sostenevano; forse che avrebbe quel maritaggio tolto via la prima
-occasione per la quale scesero in Italia le armi straniere. Ma Ferrando
-non volle tradire gl’impegni che aveva con lo zio d’Aragona e col duca
-Carlo di Borgogna, nè dare mano all’ingrandimento della Francia, dal
-quale temeva maggiore pericolo; riscrisse pertanto a Lorenzo rifiutando
-quel partito:[469] ma quindi essendosi il Re molto stretto col Papa,
-si venne bentosto l’Italia a dividere diversamente; ed una lega fu
-stipulata dai Fiorentini e dal Duca di Milano con la Repubblica di
-Venezia, alla quale andava ambasciatore Tommaso Soderini.[470] Queste
-cose non erano a grado di tutti in Firenze, dove i Duchi di Milano
-pareva che stessero co’ Medici come sempre erano stati contro alla
-Repubblica. Donato Acciaioli, dignitoso uomo quanto era insigne per
-dottrina, contrariava, essendo a Milano ambasciatore, le improvvise
-e molto smaccate parzialità di quel Duca verso gli Oratori della
-Repubblica di Venezia:[471] e poco prima un Gonfaloniere, Bardo Corsi,
-che avea voluto per via d’un imprestito legarsi Ferrando più che a
-Lorenzo non piacesse, e fare altre cose tendenti a libero reggimento,
-non solamente ne fu impedito, ma d’allora in poi tenuto fuori come
-sospetto da ogni grado nella Repubblica.[472]
-
-In questo tempo Giuliano dei Medici, che poco aveva parte nelle cose
-dello Stato e poichè gli era la via chiusa alle ecclesiastiche dignità,
-seguendo usanze a lui più geniali, combatteva sulla piazza di Santa
-Croce quella Giostra che fu cantata dal Poliziano.[473] Ma intanto
-Lorenzo, traendosi fuori dalle circospette cautele di Cosimo e fatto
-più ardito col procedere dei tempi, volgeva lo Stato a questo effetto,
-che i Magistrati eletti a sua posta divenissero Consulte; le quali,
-com’erano mutabili spesso, così a lui fossero ubbidienti sempre,
-disciolti già i nervi degli ordini antichi, ed egli abile a disfarli.
-La Signoria ed i Collegi, secondo un disegno già prima formato,
-s’empìano di nomi a ogni bimestre tirati su dagli Accoppiatori, e
-questi allora noi troviamo che anno per anno si rinnovassero. Forti le
-gravezze, ma spesso alternate di grazie fatte alle persone, e sgravi
-e rilasci di debiti vecchi; abbassato il frutto de’ crediti scritti
-su’ libri del Monte, e accresciute le gabelle del vino, e messe altre
-nuove, a fine di sopperire al pagamento di quelli interessi. Tolto via
-l’ufficio del Capitano del Popolo, istituzione antica e solenne che
-avea principiato le libertà cittadine quando i Comuni s’emanciparono;
-ma ora il popolo spossessato, e senza più voce nè rappresentanza d’un
-Consiglio che derivasse da lui, non era mestieri che avesse neppur
-di nome un Capitano. Invece di questo posero un Giudice ordinario; e
-levarono anche gran parte di quella giurisdizione che si apparteneva al
-magistrato della Mercanzia, volgendo quanto più potevano la cognizione
-delle faccende private (come dicevano) al Palagio.[474] Quivi gli Otto,
-ai quali nel 1434 aveano data balía di sangue, processavano e a loro
-arbitrio condannavano per cose di Stato coloro che aveano essi stessi
-prima tradotti in giudizio, commettendo con assoluto mandato al Potestà
-solamente di ratificare e di promulgare le sentenze così come gli Otto
-le aveano dettate.[475] Il Potestà, che era prima ogni cosa nelle città
-Italiche, si trovava in oggi ridotto a un mero giudice forestiero,
-chiamato a sancire le sentenze date non da giudici o dottori, ma da
-un magistrato di cittadini ai quali prima null’altro spettava che la
-inquisizione: tuttora vigeva nella forma dei giudizi quella finzione
-legale per cui si credevano, a render valide le sentenze, abbisognare
-d’un Potestà; ma i nomi di quelli che ogni sei mesi e ora ultimamente
-ogni anno venivano, nemmeno si trovano in oggi ricordati nelle istorie,
-che prima soleano scrupolosamente registrarli. Svanivano tutte le forme
-antiche della Repubblica: l’Esecutore degli Ordini di giustizia era
-mutato in un Bargello. Soffriva il popolo queste cose perchè gli animi
-affraliti non più chiedevano l’esercizio di viva e torbida libertà, ma
-invece di questa gli ornamenti dell’ingegno e lo splendore delle Arti
-gentili che si alimentano della pace. La quale in Toscana era dieci
-anni continuata: solo Carlo da Montone, figlio di Braccio che lo aveva
-lasciato bambino, stando al servigio dei Veneziani, un giorno ebbe
-voglia di racquistare Perugia, e visto non essere cosa da fare, si
-voltò contro alla Repubblica dei Senesi. Credettero questi fosse con
-saputa de’ Fiorentini; ma essi alle prime lagnanze ordinarono a Carlo
-ritrarsi: quel fatto però lasciava ruggine tra le due Repubbliche.[476]
-
-Negli ultimi giorni del 1476 moriva Galeazzo duca di Milano, ucciso
-nella chiesa di Sant’Ambrogio a Messa solenne da tre gentiluomini di
-quella città. Muovevangli più che odii privati, una immagine di gloria
-e un desiderio di libertà; ma non appena venuti a termine del disegno
-loro, anch’essi perivano, e la Casa degli Sforza mantenne lo Stato: a
-questo fine avea condotto quei miseri giovani un Cola Montano maestro
-di lettere, tutto invasato la mente ed il cuore di greci esempi e di
-romani. Qualche anno prima un altro erudito, Stefano Porcari, voleva
-ricondurre la libertà in Roma per via d’un classico assassinio. Si
-ripeterono questi fatti più volte in Italia per un centinaio d’anni:
-nessuno ottenne il fine bramato, ma tutti servirono viepiù ad aggravare
-ed a ribadire le catene.[477] Vedemmo in addietro passioni feroci ma
-vere almanco, sapeva ciascuno quel che si volesse; nei tempi a cui
-siamo, il sempre avere dinanzi agli occhi gli antichi uomini e le
-antiche cose pervertiva gli intelletti, la virtù pigliava le forme
-pagane, e il secolo artista e letterato andava in traccia d’effetti
-drammatici, l’Italia cercando fuori di sè stessa. Le altre nazioni più
-incolte seguivano più direttamente la via loro; qui le anime vive e i
-forti pensieri più spesso andavano fuor del segno. Troviamo in Firenze
-da uomini gravi encomiata l’uccisione dello Sforza;[478] la quale io
-credo aggiugnesse stimoli a quella congiura che ora c’incombe il tristo
-ufficio di narrare.
-
-Vedemmo già gli odii accesi nel Papa contro a Lorenzo de’ Medici:
-era Sisto IV capace d’ingegno, forte di passioni, ma debole d’animo,
-inquieto e agitato dentro sè medesimo; col mutar vita quando egli era
-già vecchio ed infermo, aveva sentito espandersi nella tenerezza pe’
-nipoti l’affetto indurito; e mentre la stessa riverenza per il sommo
-grado che ora teneva lo avea formato al sentimento di tutto potere,
-gli stimoli ardenti d’una giovane famiglia tiravano alle ambizioni
-principesche quasi la stessa coscienza di lui confusa e vacillante.
-Girolamo Riario, ch’era l’anima del Papa, vedeva in Lorenzo fatto amico
-ai Veneziani avere ostacolo la potenza ch’egli tanto ambiva formarsi
-in Romagna; se il Papa morisse, credeva impossibile tenere lo Stato
-in mezzo a quei due possenti vicini. Quindi anelava con tutto l’animo
-alla mutazione di quel di Firenze; al che gli era ai fianchi dentro
-Roma stessa Francesco de’ Pazzi, natura se mai ve n’ebbe capace d’un
-solo pensiero, d’un solo volere; a quello tirato dalla prepotenza di
-passioni intorno a sè cieche, in sè indomabili e incessanti: egli di
-faccia sparuta e di corpo macilente, come sono spesso quegli uomini cui
-riesce commettere i fatti più insoliti e quindi ammirati, quand’anche
-non sieno altro che matte scelleratezze. Inoltre Francesco e tutti
-quelli della sua Casa odiavano molto quei governi popolari, dei quali
-vedevano ora i Medici essersi fatti Principi.
-
-La Famiglia dei Pazzi antichissima in Firenze, era tra le più grandi;
-messa in disparte dal popolo vittorioso, fioriva però di aderenze
-e di ricchezze, datasi ai traffici che ultimamente faceva in molte
-città d’Europa. Andrea dei Pazzi aveva alloggiato nelle sue case
-Renato d’Angiò re di Napoli, e gli era stato grande amico. Dei tre
-suoi figli, Piero non ignobile d’ingegno s’era tutto dato al vivere
-lauto ed alle magnificenze per le quali aveva destato in mezzo a tanti
-ammirazione.[479] Di questo nacquero oltre a Francesco più figli, che
-tutti vivevano, come altri d’Antonio fratello a Piero. D’Andrea restava
-un terzo figlio Iacopo, tenuto ora come capo della famiglia dei Pazzi,
-già vecchio e ricchissimo anch’egli; e per essere asceso infino ai
-sommi gradi, fatto dal popolo cavaliere; ma diffamato come furiosamente
-dedito al giuoco ed alla bestemmia. Cosimo de’ Medici, per amicarsi
-quella possente famiglia, avea maritato Bianca sorella di Lorenzo a
-Guglielmo dei Pazzi fratello minore di Francesco: da quelle nozze, come
-vedemmo, ebbe la Casa dei Pazzi sollievo dai carichi delle gravezze.
-Ma quanto al dare gli uffici, andavano a rilente i Medici dove fossero
-congiunte nobiltà e ricchezze; e il popolo istesso per antica usanza
-vedea sempre di mal occhio nei Magistrati le famiglie grandi, tra le
-quali erano i Pazzi tenuti, sebbene profusi allo spendere, altieri e
-lontani dall’uguaglianza popolare. «Questo fece che a messer Iacopo e
-ai nipoti non erano conceduti quei gradi d’onore che a loro, secondo
-gli altri cittadini, pareva meritare. E il magistrato degli Otto,
-sendo Francesco de’ Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che
-ai grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo costrinse.»
-Imperocchè in Roma aveva Francesco guadagni e favori e l’ufficio del
-Tesorierato, ai Medici essendo tolto quello della Depositeria nei
-primi sdegni del Papa contr’essi. Per ultimo avvenne che Giovanni
-de’ Pazzi avendo in moglie la figliuola unica di Giovanni Borromei,
-uomo ricchissimo, le sostanze di lui dovevano andare alla figlia:
-ma fatta una legge che i cugini maschi privassero della successione
-le sorelle, il pingue retaggio andò invece a Carlo Borromei molto
-aderente a casa Medici.[480] «La quale ingiuria i Pazzi al tutto dai
-Medici riconobbero: della qual cosa Giuliano de’ Medici molte volte con
-Lorenzo suo fratello si dolse, dicendo com’ei dubitava che per voler
-delle cose troppo, ch’elle non si perdessero tutte. Nondimeno Lorenzo,
-caldo di gioventù e di potenza, voleva a ogni cosa pensare, e che
-ciascuno da lui ogni cosa riconoscesse. Non potendo adunque i Pazzi con
-tanta nobiltà e tante ricchezze sopportare tante ingiurie, cominciarono
-a pensare come se n’avessero a vendicare.» Saranno qui facili a
-riconoscere le parole del grande scrittore.[481]
-
-Aveva trovato Francesco dei Pazzi in Roma un altr’uomo tale da farsi
-al suo disegno strumento e complice opportuno. Essendo morto Filippo
-de’ Medici arcivescovo di Pisa, avea Sisto IV, contro la volontà di
-Lorenzo, data a Francesco Salviati quella ricca mensa: prima voleagli
-conferire l’arcivescovado di Firenze, ma invece Lorenzo ottenne
-questo per il cognato suo Rinaldo Orsini, ed ora indugiava tre anni
-l’investitura di quello di Pisa. Ebbela infine Francesco Salviati, ma
-dimorava in Roma, essendo tra quei Prelati ai quali piaceva più stare
-in corte che alla diocesi, e che non voleano del vescovado che il
-benefizio; ambiziosissimo com’egli era, il grado ecclesiastico pareagli
-essere mantello e usbergo a più arrischiare. Ebbe egli pertanto col
-conte Girolamo e con Francesco de’ Pazzi frequenti discorsi tutto
-l’anno 1477, cercando insieme di mutare lo Stato in Firenze. Al che
-gli pareva necessario innanzi tutto di tirare Iacopo de’ Pazzi, siccome
-capo della famiglia e senza cui nulla si farebbe. Al qual fine essendo
-Francesco de’ Pazzi venuto in Firenze, trovò il vecchio messer Iacopo
-freddo e renitente più che non avrebbe egli voluto: pareagli mattìa
-volersi fare i suoi nipoti signori in Firenze, e considerava quanto
-bello stato e quanta ricchezza egli ora mettesse in sul tavoliere.
-
-Laonde credendo essere a smuoverlo necessario mostrargli presente e
-certo l’aiuto del Papa e del Re, Francesco, tornato in Roma, faceva con
-gli altri deliberazione di comunicare il tutto con Giovan Battista da
-Montesecco, soldato bene affetto al conte Girolamo, facendo che andasse
-poi quegli in Firenze a vincere l’animo di Iacopo con la presenza sua
-e con le promesse recate da Roma. Aveano al Papa tenuto discorso di
-questi fatti; ascoltava Sisto e dichiarava tutto essere bene, solo che
-sangue non si spargesse: allora il nipote avea cura di acchetarlo su
-questo punto, ed affermava al Montesecco che il Papa bramava sopra ogni
-cosa la mutazione dello Stato di Firenze, e che a Lorenzo voleva male,
-e ch’erano certi di fargli poi fare quel che volessero. Rimane di tutto
-ciò la narrazione di mano stessa del Montesecco, la quale non abbiamo
-noi temuto seguire nei punti almeno più sostanziali, secondo hanno
-fatto altri scrittori; a noi parendo essere in quella molti caratteri
-d’ingenuità e molti assai di verosimiglianza.[482] Venuto pertanto il
-Montesecco a Firenze e conferito con messer Iacopo, lo riscaldò tanto,
-che il vecchio divenne a quella opera molto acceso; e così tutta la
-Casa de’ Pazzi fu nella congiura. Se non che Renato, ch’era tenuto
-il più savio uomo della famiglia, biasimò sempre quell’impresa della
-quale non antivedeva altro che male; e il misero si credette bastasse
-tenersi, quando il fatto avvenne, in villa rinchiuso. Nulla sappiamo
-di Guglielmo,[483] nè della Bianca in mezzo a quelle scene di sangue;
-e quale fosse il cuore loro, quale il diportarsi, l’istoria lascia
-tremendo argomento alle invenzioni del Poeta.
-
-Così apprestata la materia dentro, e parendo essere giunto il tempo da
-porvi la mano, Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo Salviati da Roma
-vennero a Firenze. Aveano ordinato col conte Girolamo che Lorenzo
-da Città di Castello, uomo del Papa, ne andasse al paese suo, e Gian
-Francesco da Tolentino in Romagna, i quali tenendo le loro compagnie
-in ordine, ubbidissero al primo cenno che da Firenze ricevessero di
-assaltare da due lati oppostamente la Toscana. E al tempo stesso, sotto
-colore di vendicare un insulto fatto da Carlo da Montone ai Perugini ed
-ai Senesi, Giambatista da Montesecco venne a Firenze con alcune diecine
-di uomini d’arme, dicendo essergli comandato di fare l’impresa del
-Castello di Montone. Visitò Lorenzo de’ Medici, e accolto umanamente
-da lui, n’ebbe consigli intorno a quel fatto savi e amorevoli; tanto
-che al duro animo del soldato cominciò a parere strana cosa quello
-essere l’uomo ch’egli era venuto per ammazzare. Ma Francesco dei
-Pazzi e l’Arcivescovo lo stringevano all’opera, alla quale il re
-Ferrando mediante il suo Oratore prometteva aiuto valido; ed avevano
-ad essa tirato Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, giovani arditi
-e alla famiglia dei Pazzi obbligatissimi: tiraronvi Iacopo di Poggio
-Bracciolini, temerario, bisognoso, pronto ad afferrare ogni cosa nuova,
-ed un Antonio da Volterra che per la memoria del sacco dato alla città
-sua odiava Lorenzo, ed uno Stefano sacerdote che in casa di Iacopo
-dei Pazzi insegnava lettere ad una sua figliuola naturale. Questi ed i
-famigli delle due case bastavano; solo rimaneva da fermare il modo per
-ammazzare i due fratelli.
-
-Al che si offrivano facili e pronte le occasioni per non avere
-essi alcuna usanza di guardarsi; giovani, piacevansi di praticare
-alla libera con gli altri giovani: siffatti modi, tutti fiorentini,
-vedemmo anche essere presso i Medici accortezza. Ma in questo era la
-difficoltà, che bisognava opprimerli insieme, perchè il superstite non
-avesse a vendicare l’ucciso: pensarono a coglierli lontani tra loro,
-tanto che uno non potesse soccorrere l’altro, e quindi aspettavano
-se Giuliano andasse a Piombino per le nozze che si trattavano con
-la figlia di quel Signore, o Lorenzo a Roma come si diceva.[484] Ma
-frattanto correvano i giorni, e la cosa era in bocca di molti. Allora,
-fosse disegno o caso, Raffaello Riario nipote a Girolamo, giovanetto
-che non giungeva a’ vent’anni, essendo a studio in Pisa, fatto in quei
-giorni dal Papa Cardinale, venne in Firenze per andare quindi Legato
-a Perugia. Era occasione di feste e conviti, dove i due fratelli per
-onorare il Cardinale converrebbero: alloggiava egli a Montughi in una
-villa di Iacopo dei Pazzi, il quale invitava seco a desinare Lorenzo
-e Giuliano, ma questi impedito da leggera infermità non intervenne.
-Un altro convito dato al Cardinale dai Medici nella loro villa presso
-Fiesole, non parve porgesse comoda occasione. Giunse infine il giorno
-della domenica 26 aprile: il Cardinale era invitato a solenne desinare
-in casa Medici, s’allestivano le mense, mettevansi fuori gli addobbi
-splendidissimi della Casa. Innanzi assisteva il Cardinale ad una Messa
-in Santa Maria del Fiore: Lorenzo e Giuliano doveano andare a quella
-Messa per fare corteggio al Cardinale ed accompagnarlo quindi a casa
-loro. Deliberarono i congiurati quella mattina medesima di compiere in
-chiesa, senza più indugio, l’attentato.
-
-Aveano assegnato il punto e l’ordine all’impresa quando il sacerdote,
-avendo fatta la comunione, finisce la Messa; perchè allora il tocco
-delle campane del Duomo darebbe il segno all’arcivescovo Salviati ed
-a Iacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso d’occupare a forza
-il Palagio. Voleano che Giambatista da Montesecco avesse la cura di
-ammazzare Lorenzo, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Ma
-Giambatista prima addolcito dalla umanità di Lorenzo e avendo orrore di
-commettere tanto eccesso in chiesa, ricusò dicendo che a ciò l’animo
-non gli basterebbe; il luogo suo ebbero Antonio da Volterra e Stefano
-sacerdote. La chiesa era piena di popolo, i due Fratelli passeggiavano
-intorno al Coro, quando venuto il punto, Francesco de’ Pazzi e Bernardo
-Bandini ch’erano presso a Giuliano con armi corte gli traversarono
-il petto sicch’egli cadde subito in terra; ma quelli pure gli si
-gittarono sopra e lo finirono con altri colpi: in quel furore Francesco
-de’ Pazzi di propria mano sbadatamente ferì sè stesso in una gamba.
-Antonio da Volterra e Stefano prete assalivano Lorenzo, ma questi se
-ne avvide in tempo, e cavò l’arme e si difese, non avendo egli avuto
-altro che una leggera ferita nel collo. Francesco de’ Pazzi, tutto che
-ferito, e Bernardo Bandini accorrevano per ammazzare anche lui, ucciso
-avendo Francesco Nori che gli era appresso; ma Lorenzo saltò in Coro,
-e passando dinanzi all’altare uscì di faccia alla sagrestia nuova,
-dove molti essendo accorsi de’ suoi, lo misero dentro e chiusero la
-porta ch’era di bronzo, e Piero suo padre l’avea fatta fare. Quivi,
-tra gli altri, si trovò Agnolo Poliziano che descrisse la Congiura:
-sentivano fuori tumulto e grida e remore d’armi, nulla sapevano di
-Giuliano. Stati poco tempo, udirono molti farsi alla porta gridando:
-uscite; non erano certi che fossero amici, ma un giovane Sigismondo
-della Stufa ch’era ivi con gli altri, salito per una scaletta sulla
-cantoria dell’Organo, tornò assicurando ch’erano a difesa di Lorenzo:
-il quale uscito dopo circa un’ora ch’era stato in sagrestia, fu in
-mezzo a grande compagnia d’armati menato a casa. I congiurati veduto
-ch’ebbero Giuliano morto e Lorenzo in salvo, chi in qua e chi in là
-s’erano dispersi. Il giovinetto Cardinale che udiva la Messa, rimasto
-solo tutto spaurito accanto all’altare, fu poi raccolto da’ suoi preti,
-e quando fu tempo, da due degli Otto con guardia bastante condotto in
-Palagio e ivi ritenuto.
-
-Intanto l’arcivescovo Salviati, uscito di chiesa col dire che andava
-a visitare sua madre, s’era recato al Palagio; seco avea Iacopo suo
-fratello conscio del fatto, ed un cugino che nulla sapeva e Iacopo
-Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri, in tutto forse trenta
-armati. Dei quali rimasti alcuni a guardare la porta, l’Arcivescovo
-saliva con pochi, e trovato che la Signoria desinava, chiese parlare
-al Gonfaloniere; il quale subito si levò da tavola e fece in camera
-entrare seco l’Arcivescovo, che disse avere certe commissioni da fare
-a lui proprio in nome del Papa. Era Gonfaloniere quel Cesare Petrucci
-che stato in Prato Commissario nel tumulto del 1470, di bassa fortuna
-era salito a quel grado pel favore di Casa Medici: il quale s’accorse
-che l’Arcivescovo nel parlare si mutava in viso e non attaccava parola
-da trarne costrutto; poi voltandosi verso l’uscio, si spurgava come
-se volesse fare cenno a gente di fuori. Al che subito il Gonfaloniere,
-come esperto di quelle mischie, saltato fuori dall’uscio e chiamati a
-sè i compagni e quei ministri che si trovarono in Palagio, usando le
-armi che il caso offerse, bastarono contra ogni mossa dei congiurati;
-dei quali anche era avvenuto ch’entrati certi in una stanza e chiuso
-l’uscio, ch’era a colpo, non ne potessero quindi uscire. In questo
-mezzo giungeva in Piazza Iacopo de’ Pazzi, venuto da casa con molti
-congiunti, e amici, egli a cavallo e seco forse un centinaio d’uomini
-armati; dei quali taluni, essendo la porta in mano dei loro, salivano
-su. La Signoria ed il Palagio correvano pericolo; ma in Piazza sebbene
-avesse Iacopo gridato il nome della Libertà, perch’era come di lingua
-morta, niuno si mosse; e invece accorreva da ogni parte gente devota ai
-Medici che gridava Palle. Di questi essendo entrati tanti in Palagio
-da assicurarsi dei congiurati ch’erano sopra; chiusero la Porta, e
-perchè di fuori il Pazzi co’ suoi facevano segno di combatterla, quei
-di dentro saliti in alto sul ballatoio gli allontanarono co’ sassi
-che la Signoria teneva sempre lassù per difesa: cosicchè a Iacopo fu
-necessità tornarsi a casa, dove aspettato se per la città nascesse
-qualche rumore di libertà, poichè fu certo essere il contrario, fattosi
-aprire la porta alla Croce, fuggiva con parte de’ suoi in Romagna. Ma
-lui ritrattosi, era la porta del Palagio stata riaperta, dove entrati
-molti, raccontarono il fatto come avvenne in chiesa, e Giuliano ed il
-Nori uccisi, ed il pericolo di Lorenzo. Al che senz’altri discorsi il
-Petrucci e gli Otto, tra ira e paura, ordinarono che l’Arcivescovo così
-com’era, co’ suoi Salviati e con Iacopo di Poggio fossero appiccati
-alle finestre del Palagio a vista del popolo, e che tutti gli altri
-ch’erano dentro fossero gettati, morti o semivivi, fuor delle finestre.
-Altri erano stati in quella furia tagliati a pezzi, in tutti ventisei;
-tra’ quali alcuni preti e servitori del Cardinale: fra tutti uno solo
-potè salvarsi, che dopo quattro giorni rinvenuto sotto a certe legna e
-quasi che morto dalla fame, gli fu perdonato.
-
-A casa i Medici accorrevano da tutti gli ordini della città, chi a
-offrire sè stesso, chi ad accertarsi dell’accaduto, ciascuno agitato
-da incerte passioni. La strada era piena di popolo, e tutti chiedeano
-vedere Lorenzo, il quale dovette mostrarsi alla finestra fasciato il
-collo da un asciugatoio. Ma intanto in Palagio avevano dato il segno
-alla plebe, la quale non fu sorda a rispondere, aizzata e al sangue
-condotta dai cagnotti di Casa Medici. Corse alle case dei Pazzi,
-e avendo trovato in quelle Francesco solo, che per la ferita s’era
-gittato sul letto, così mezzo ignudo com’era, lo condussero al Palagio,
-dove fu accanto agli altri impiccato. Quindi spiando dove si fosse
-alcun dei Pazzi ricoverato, trovarono Giovanni d’Antonio negli Agnoli,
-e Galeotto di Piero che cercava di rifugiarsi, vestito da femmina, in
-Santa Croce; e pure quei due furono condotti in Palagio. La Signoria
-intanto spacciava lettere e cavallari attorno, ordinando dovunque
-taluno di costoro capitasse, fossero presi ed a Firenze condotti; quivi
-recati il dì seguente di Mugello tre altri dei Pazzi con alcuni fanti
-di quei del Montesecco, furono alle finestre del Palagio impiccati. La
-plebe infuriava sopra i cadaveri bestialmente, e trascorrendo per le
-vie, faceva temere a molti che non volesse mettere la città a sacco, nè
-fu repressa che a grande stento. Renato de’ Pazzi, che avea biasimato
-la congiura, come si è detto, ma che la sapeva, cercando fuggire in
-veste di contadino, fu preso e a quel modo com’era, impiccato. Reo fu
-Lorenzo a non salvarlo, e quella morte sola ebbe compianto universale
-nella città: Renato altro non poteva. Andando con gli altri faceva
-contro alla coscienza sua, denunziarli era iniqua opera, e mettersi
-prima in salvo era questo pure un’accusarli e sè non assolvere vivendo
-sempre poi svergognato; nocque a lui essere tenuto savio, e perchè nel
-popolo aveva credito e benevolenza, parve a chi teneva lo Stato che
-fosse tal uomo da levarselo dinanzi.
-
-Il dì seguente venne messer Iacopo de’ Pazzi, il quale fuggendo
-era stato raggiunto in sull’Alpi, e venne in lettiga perchè reggere
-non si poteva e fu a quel modo menato in Palagio; dove egli ebbe la
-sorte degli altri, avendo per via pregato invano quelli Alpigiani
-che l’uccidessero. Nè a questo solo strazio era serbato quell’uomo,
-tenuto prima felice ed invidiato per grado e ricchezze, e capo egli di
-famiglia fiorentissima, e vissuto fino alla vecchiezza nei primi onori
-della città. Imperocchè essendo prima sotterrato in Santa Croce, e poi
-levatasi fama ch’egli fosse morto bestemmiando, s’attribuivano certe
-lunghe pioggie che in quei giorni avvennero, all’essere egli stato
-sepolto in luogo sacro. Laonde i Signori nottetempo fattolo levare
-di chiesa, lo mandarono a sotterrare lungo le mura; ma i fanciulli
-(guidati da uomini scelleratissimi) cavatolo anche di lì, col capestro
-ch’egli aveva alla gola, lo trascinarono alle case sue gridando:
-_aprite a messer Iacopo de’ Pazzi_; nè sarebbe finita quella nefandità
-se la Signoria, per cavarlo ad essi di mano, non lo avesse fatto
-pigliare e gettare in Arno, che allora grosso di molte acque portava
-quel corpo a galla, spettacolo di orrore insieme e di compassione. I
-due feritori di Lorenzo presi in Badia, pendevano il dì poi con gli
-altri dalle finestre del Palagio. Ivi ed in Piazza i morti sommarono
-tra impiccati e tagliati a pezzi, chi dice il minor numero a settanta,
-e chi il maggiore presso a cento. Giovan Battista da Montesecco, preso
-nei giorni stessi e lungamente esaminato, dopo avere scritta quella
-Confessione della quale abbiamo discorso, ebbe il capo mozzo sopra la
-porta del Palagio del Potestà. Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi
-riuscirono a porsi in salvo, ma il secondo moriva l’anno dipoi nelle
-armi del Duca di Calabria, venuto a campo sopra a Firenze. Bernardo
-Bandini ricoverato in Costantinopoli, fu per ordine del Sultano preso
-e consegnato a un Antonio di Bernardetto dei Medici, che Lorenzo aveva
-mandato apposta in Turchia: così era grande la potenza di quest’uomo
-e grande la voglia di farne mostra, e che non restasse in vita chi
-aveagli ucciso il fratello: fu egli appiccato appena giunto.
-
-Nè per tutto il mese di maggio seguente cessavano le condanne delle
-quali abbiamo il testo, profferite dal magistrato degli Otto di Guardia
-e Balìa, che ne ingiungeva la promulgazione al Potestà: questi era
-Matteo de’ Toscani milanese. Tutti quei della famiglia Pazzi che uccisi
-non furono, andarono in fondo alla torre di Volterra, eccetto Guglielmo
-che per avere in moglie la Bianca sorella di Lorenzo fu solamente
-confinato a cinque miglia lontano dalla città: abbiamo notizia come sei
-anni dopo, dimorassero la moglie in Firenze ed egli in Roma, trattato
-dai Medici con benignità riservata e contegnosa, come uomo perdonato
-e che potesse tornare in grazia di parente.[485] La famiglia dei
-Salviati rimase in grado, e fu poco dopo imparentata con Casa Medici.
-I fratelli del Bandini, due altri figliuoli del Poggio, tutta l’antica
-ed illustre famiglia dei Franzesi da Staggia e alcuni dei Corsi, come
-sospetti, e molti che il Magistrato inquisitore e giudice andava in
-qua e in là raggranellando, furono o carcerati o confinati o resi
-inabili agli uffici; il che dicevano ammonire, continuando tuttavia
-quel nome usato in antico dal magistrato di Parte guelfa; ma ora negli
-Otto stava quell’arbitrio che si appellava giurisdizione. Un Vespucci,
-amicissimo dello Stato ma che aveva salvato un colpevole, fu condannato
-in perpetuo alla carcere nelle Stinche, poi liberato. Frattanto i Pazzi
-erano dipinti nella facciata del Palazzo del Bargello impiccati come
-traditori col capo all’ingiù.[486] Chi avesse in moglie una discendente
-di Andrea dei Pazzi era ammonito egli ed i figli suoi, e le fanciulle
-che si maritassero di quella prosapia recavano seco il divieto nelle
-case dove elle entravano: una provvigione della Signoria ordina queste
-cose, e che il nome dei Pazzi in perpetuo rimanga abolito costringendo
-a mutar casato quei che rimanevano; e che sieno cancellate le armi loro
-dovunque si trovino, e le insegne e le iscrizioni d’onore, sien’anche
-in case private; e che il Canto de’ Pazzi pigli altro nome; e che
-l’onorificenza del Carro e dell’appiccare il fuoco nella solennità del
-Sabato Santo fosse tolta alla famiglia dei Pazzi. La quale rimase,
-di numerosissima ch’ella era, come annullata, e sebbene fosse poi
-restituita negli onori, non racquistò mai l’antica grandezza.
-
-Questo fine ebbe la Congiura de’ Pazzi; l’aveano tramata senza consenso
-dentro nè favore popolare, e, quel che fu peggio, con intelligenze
-fuori odiose a chiunque bramasse in Firenze col torre via i Medici
-recuperare la libertà: poi quella strage in luogo sacro, in ora
-solenne, e l’uccisione di Giuliano che il popolo amava, destarono
-affetti incontro ai quali nulla aveano essi fuorchè un pensiero
-d’istituire, facendo a mezzo con la Casa dei Riari, non so quale forma
-d’incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, furono
-a Giuliano celebrate esequie magnifiche: riseppesi ch’era incinta
-di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi mesi
-dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva Lorenzo,
-divenne papa Clemente VII.[487]
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.]
-
-
-Quando giunse a Roma la prima notizia del fatto atroce, risedeva in
-quella città per la Repubblica, oratore, Donato Acciaioli. Era egli
-ora per la seconda volta inviato a Sisto, le commissioni difficili
-e odiose e in tutto aliene dall’animo di Donato; il quale andatovi
-per ubbidienza di buon cittadino, faceva il meglio. Quali poi fossero
-le cose segrete che aveva a trattare, tace il biografo di lui (come
-suole fare sovente) «per non offendere chi non l’avrebbe per bene.»
-Inteso pertanto ch’ebbero a Roma del Cardinale preso e dell’Arcivescovo
-impiccato, se ne fece grandissimo caso; e il Conte Girolamo riscaldò
-il Papa ed il Collegio dei Cardinali quanto potè a farne dimostrazione
-contro all’ambasciatore Fiorentino. Quindi egli stesso con molto numero
-di fanti armati andò alla casa dove l’Acciaioli dimorava, salì su, e
-gli disse d’andare con lui: poi, senza badare nè al diritto inviolabile
-d’ambasciatore, nè alle dignitose proteste che invano questi faceva,
-messolo in mezzo a quei soldati, lo menò in Palazzo. Qui giunto Donato,
-volle essere subito condotto al Papa, il quale alle forti parole di
-lui, giurato avendo sopra il suo petto che di questo caso non ne sapeva
-nulla, e dimostrato che gli dispiacesse, gli diede licenza d’andarsene
-a casa. Non era mancato pensiero di metterlo in Castel Sant’Angelo,
-ma gli Ambasciatori di Venezia e di Milano dichiararono che il bene
-ed il male che fosse a lui fatto verrebbe da essi riguardato come cosa
-loro. Così egli rimase in Roma tranquillo, ma scorato ed avvilito per
-l’onore offeso della sua città, e intimorito delle conseguenze che ne
-uscirebbero. A Firenze scrisse, rendessero subito il giovane Cardinale
-Raffaello di San Giorgio, che era stato preso; al Papa avea dato fede
-che ciò era stato fatto per cavarlo di mano al popolo, e che ogni
-volta che lo rivolesse, lo renderebbero; il che aveva per lettere anche
-promesso la Signoria. La quale era stata a ciò confortata anche dal re
-Ferrando, che prometteva, facendo questo, non ne seguiterebbe alcuno
-scandalo di quei gravissimi, i quali altrimenti potevano uscirne.
-
-A questo effetto aveva il Papa mandato a Firenze il Vescovo di Perugia;
-il quale essendovi più giorni rimasto, non potè ottenere che lo
-rendessero.[488] Era un pegno in mano delle robe e delle persone dei
-molti Fiorentini che stavano in Roma: aveano scritto a quei mercanti
-che al più presto mettessero in salvo le robe ed uscissero di Roma;
-il che essendo giunto alle orecchie del Papa, e temendo egli il grave
-danno che ne verrebbe ai cortigiani che aveano danari nei loro banchi,
-mandò gente ai passi perchè non uscissero, e poi ne fece taluni mettere
-in Castello, di dove furono liberati in capo ad alcune ore, data
-promessa di non si muovere. Questo abbiamo da una lettera a Lorenzo
-dei Medici, scritta dal Cardinale decano Vescovo d’Ostia, ch’era egli
-medesimo stato in Castello alla liberazione di quei mercanti. Gli
-annunzia, il Papa con tutto il Collegio avere eletto una congregazione
-di cinque Cardinali a fare il processo per via di giustizia contro
-alla Repubblica di Firenze, se non si renda liberamente il Cardinale
-di San Giorgio: esorta quindi Lorenzo, come affezionato a lui, «che
-di tal cosa non si pigli passione alcuna, ma con ogni istanza procuri
-quella liberazione; altrimenti quello che unanimiter il Sacro Collegio
-ha deliberato per i detti Deputati, si manderà ad esecuzione con ogni
-celerità: della qual cosa a noi rincrescerà assai, perchè sapete che
-il Sacro Collegio non more mai; e, al parere nostro, per voi non fa
-pigliare questa impresa, della quale ne poteria seguire gran mancamento
-e scandalo alla detta vostra Excelsa Comunità.[489]»
-
-Pare a noi che il vescovo d’Ostia volesse distinguere i procedimenti
-del Sacro Collegio _che non muore mai_, da quello che il Papa
-facesse di proprio moto e di passione. Questi da principio aveva
-mandato lettere di condoglianza ai Fiorentini, dei quali scriveva in
-altro luogo, non essersi fatti per anche rei d’alcuna offesa contro
-all’ecclesiastica dignità.[490] Pure doveva sapere dell’Arcivescovo
-impiccato e del Cardinale preso; ma quegli ben troppo se lo aveva
-meritato, e il Cardinale contava rendessero. Mordevalo intanto la
-parte che egli ebbe nell’atroce fatto; pensava le accuse che a lui
-ne verrebbero maggiori del vero, e del mal esito si doleva. Ma il
-Conte Girolamo gli faceva suonare alle orecchie le acerbe accuse e
-le parole che in Firenze andavano, senza ritegno alcuno, contro alla
-persona stessa del Pontefice, sinchè la misura delle ire fu colma per
-la dinegata restituzione del Cardinale. E Sisto lanciava nelle calende
-di giugno un Breve di scomunica a Lorenzo dei Medici, alla Signoria,
-agli Otto e a tutti che avessero in qualche modo partecipato alle
-prave opere di costoro. Dichiarava essere quei sopraddetti, e primo
-Lorenzo, dannati, infami, abbominevoli, inabili essi e i figli e i
-nipoti loro ai gradi ecclesiastici ed agli ufizi civili, incapaci di
-ricevere eredità, di stare in giudizio e d’essere uditi come testimoni;
-era vietato ad ogni uomo contrattare, o anche semplicemente avere con
-essi commercio alcuno o conversazione; i beni loro devoluti al Fisco,
-le case disfatte ed in perpetuo lasciate in ruina, così che elle sieno
-ricordo ai futuri della scelleratezza di quegli uomini e del gastigo.
-La città di Firenze, se dentro a un mese non gli avesse condegnamente
-puniti, doversi intendere soggettata a interdetto strettissimo, privata
-dell’episcopale dignità, interdette anche per ampliazione le diocesi
-confinanti di Fiesole e di Pistoia. Il lungo Breve enumera da principio
-i motivi della condanna: sono atti di malvicinato, offese ai commerci,
-l’aiuto prestato a Niccolò Vitelli e ad altri contumaci inverso la
-Chiesa, la possessione differita all’Arcivescovo di Pisa, ed altri
-consimili fatti nei quali il Breve scorge altrettante manifestazioni
-d’animo efferato contro alla Chiesa ed a’ suoi ministri. Si viene
-da ultimo ai due capitali delitti, l’uccisione dell’Arcivescovo e la
-detenzione del Cardinale; i quali delitti si dicono mossi in Lorenzo e
-ne’ suoi da ingorda sete di crudeltà e d’ingiurie agli ecclesiastici:
-imperocchè ai fatti che gli cagionarono è data nel Breve questa
-spiegazione, che avendo Lorenzo, co’ suoi, voluto uccidere o cacciare
-molti dalla città per farsi egli in essa più forte, e _da ciò essendo
-sorte private e civili contenzioni_; gli scellerati colsero il destro
-per uccidere l’Arcivescovo e ritenere il Cardinale. Rileva cotesti
-delitti essere perpetrati in giorno di domenica: ma di ciò che avvenne
-in chiesa quel giorno, dei sacri misteri interrotti, del tempio di
-Dio bruttato di sangue, del tradimento, degli assassinii, nulla, come
-se il fatto non fosse stato.[491] Era tasto da non toccarsi dal Conte
-Girolamo, che certo era stato suggeritore del Breve; e Sisto infelice
-lo avea sottoscritto. Giovò a Lorenzo quella manifesta alterazione dei
-fatti; giovarono quelle furiose parole; ed i nemici del Papato allora
-e poi n’ebbero bel giuoco, onde in quel fatto il nome di Sisto rimase
-gravato generalmente più in là del vero.
-
-Bel gioco, e agevole commissione ebbe anche Bartolommeo Scala,
-cancelliere della Signoria, cui venne commesso rispondere al Breve
-di Sisto IV. Narrò con semplici e brevi parole quel fatto che aveva
-destato nel mondo rumore grandissimo; e in quanto ai motivi, gli bastò
-trascrivere la Confessione del Montesecco, autenticata ora con grande
-solennità. Raccolse inoltre la Signoria per la Toscana e per l’Italia
-pareri di Canonisti e di Teologi, i quali negavano valore al Breve ed
-alla scomunica data a quel modo: quindi obbligarono in Firenze e nelle
-altre diocesi gli ecclesiastici a non cessare dalla celebrazione dei
-divini uffici.[492] Inviarono quella risposta per mano di Ambasciatori
-della Repubblica all’Imperatore, ai Re di Francia e di Spagna e
-d’Ungheria, e presso che a tutti i Principi cristiani, chiedendo
-difesa da tanta violenza, e la riparazione di uno scandalo che tutti
-offendeva. Frattanto, a purgarsi, liberarono subito dopo il Cardinale,
-che a’ 5 di giugno licenziato dal Palazzo dei Medici, dove l’aveano
-messo, e andato a stare nel convento de’ Servi, uscì di Firenze sette
-giorni dopo, andando a Roma per la via di Siena.[493]
-
-Luigi XI avea scritto lettera consolatoria a Lorenzo, che a lui
-rispondeva fiere parole e dignitose: dice la sua vera e sola colpa
-essere questa, che egli sia vivo e che Dio lo abbia scampato da sì
-empio e sacrilego assassinio.[494] Appellarono indi i Fiorentini ad
-un futuro Concilio, del quale invitavano e scongiuravano in primo
-luogo l’Imperatore, poi gli altri Principi, a farsi autori. Fu anche
-affermato che un Sinodo si celebrasse a questo effetto in Firenze, ed
-un preteso decreto di questo Sinodo si rinviene di quel tempo scritto;
-ma non è che una molto prolissa apologia dei Fiorentini e di Lorenzo,
-in risposta al Breve, tempestata di gonfie e triviali ingiurie al Papa
-che oltrepassano ogni modo: nè mai quel Sinodo (che noi sappiamo) fu
-radunato, sebbene vi fosse chi n’ebbe intenzione, e intanto allestiva
-l’atto da farsi, o lo mentiva.[495]
-
-Intanto il Papa ed il Re avevano cominciato la guerra in Toscana.
-Fecero di questa Capitano generale Federico duca di Urbino, e seco era
-Alfonso duca di Calabria primogenito del Re: i quali essendo nei primi
-giorni del mese di luglio giunti ai confini presso Montepulciano, un
-trombetta del duca di Calabria recava in Firenze un Breve del Papa
-in data dei sette di luglio. Con esso notificava ai Fiorentini, come
-non potendo più tollerare l’ingiurie che da Lorenzo dei Medici in
-diversi tempi erano state fatte alla Sedia Apostolica, si trovava
-costretto prender le armi contro a lui, acciocchè liberata la città
-di Firenze da cosiffatto tiranno, potesse egli volgersi con l’aiuto
-di tutti i principi e delle repubbliche dei Cristiani alla impresa
-dei Turchi. Credeva pertanto quella prudentissima Repubblica vorrebbe
-ultimamente risolversi ai partiti migliori, la quale verrebbe a perdere
-sè medesima, quando ella volesse in tanto dannosa servitù continuare;
-e chi ciò consigliasse, oltre all’opporsi insiememente alla religione
-ed ai comandi della cristiana repubblica, darebbe segno che Dio
-l’avesse tolto affatto d’intelletto: quindi la confortava a considerare
-diligentemente quello che si metteva a fare, conchiudendo che una
-volta fosse cacciato Lorenzo, restituirebbe alla Repubblica di Firenze
-l’antica amicizia. Lette queste lettere, e non parendo a Lorenzo che
-fosse bastante una deliberazione dei Consigli, ma che dove andava della
-sua persona dovess’egli parlare col popolo, avendo in Palagio radunato
-grande numero di cittadini, cominciò a dire: «Che delle cose passate
-non voleva entrare a parlare, sì perchè non gli accadeva scusare sè, nè
-accusare altri, poichè la Repubblica intorno a ciò avea pronunziato,
-e sì perchè avrebbe desiderato che di tanto fiera crudeltà la memoria
-si spegnesse. Dolergli bene sino al profondo del cuore, che un Vicario
-di Cristo in tanta dignità posto, ed abbattutosi in tempi di tanto
-pericolo alla Cristianità, fosse potuto scendere a perseguitare con
-tanto furore un uomo privato, e perciò a muovere tale guerra ad una
-sì eccelsa Repubblica e della Chiesa benemerita. Non saper se in lui
-maggiore fosse l’obbligo che alla sua patria doveva sentire per averlo
-con tale costanza difeso e protetto, o il dolore dell’esser egli per
-altrui colpa cagione di porre in tanto scompiglio quella città ch’egli
-amava più della vita sua. Bastargli in quanto a sè, che di nulla lo
-rimordesse la coscienza; sperando nel resto che la Repubblica, con
-l’aiuto di Dio e per la prudenza dei suoi cittadini, agevolmente
-si sarebbe in breve con gloria dalle presenti molestie liberata. La
-quale se intanto la morte o l’esilio di lui credesse utile alla comune
-salvezza, egli la vita e l’avere e il sangue de’ figli largamente alla
-patria profferiva.» Fu a Lorenzo in poche parole risposto da chi a
-ciò era stato eletto, ch’egli stesse di buon animo, perciocchè a lui
-conveniva di vivere e di morire con la sua Repubblica; e per fargli
-conoscere ch’eglino di lui quella cura aveano che di caro e buon
-cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia della sua
-persona. La Repubblica trattava nelle solenni occasioni Lorenzo come
-semplice cittadino, ma intanto con dargli una guardia alla persona sua
-lasciavagli fare un altro passo verso il Principato.[496]
-
-Essendo in tal modo assicurati della città, i Reggitori si diedero
-per via dei soliti balzelli a procacciarsi moneta, ed a raccogliere
-in gran fretta genti quante poterono per l’Italia. I Veneziani,
-richiesti secondo l’obbligo della lega, fecero avanzare alcune squadre
-in Toscana, ma in poco numero e a rilente, allegando non avere essi
-obbligo a questa guerra che era mossa contro a persona privata. Nè
-dal Duca di Milano venne quell’aiuto che sarebbe bisognato: mandava
-però alcune squadre, delle quali erano condottieri Alberto Visconti
-e Giovan Giacomo Trivulzio che fu capitano poi di tanta fama: questi
-aveva seco Teodoro giovanetto, suo nipote. Giugneano frattanto le
-genti assoldate al campo verso Arezzo; v’era Niccola Orsini conte di
-Pitigliano, e Currado anch’egli di casa Orsini, e Ridolfo Gonzaga
-fratello del Marchese di Mantova con due figli. Comparivano di
-mano in mano Giberto dei Signori di Coreggio e due figli di Ruberto
-Malatesta, e Tommaso di Saluzzo e un Martinengo di Brescia, e altri
-Capitani ch’aveano condotti; Commissario generale di tutto l’esercito
-fu eletto Iacopo Guicciardini. Ritrattisi indietro, e posto guardia a
-quelle vie per dove i nemici si credeva che potessero avere in animo
-di passare, si fortificarono al Poggio Imperiale sopra alla terra
-di Poggibonsi, luogo opportunissimo alla difesa ch’era bisogno fare
-più stretta e più raccolta che fosse possibile, dovendo con meno di
-quaranta squadre stare incontro a più di sessanta: in ogni squadra
-erano venti uomini d’arme e quaranta balestrieri tutti a cavallo, ed
-i valletti sui cavalli di riscossa. Intanto i Senesi, già entrati in
-guerra, davano ai nemici comodità di passi e di vettovaglie: ed era
-grandissimo disavvantaggio ai Fiorentini la mancanza d’un Capitano
-generale cui tutti obbedissero. Aveano trattato con Ercole da Este
-duca di Ferrara: ma i Veneziani faceano difficoltà a condurlo, negando
-dare essi le forze della Repubblica in mano a un principe confinante
-ed al quale erano poco amici:[497] nè i Duchi d’Urbino e di Calabria
-aveano capitani allora in Italia che gli agguagliassero di riputazione;
-Federigo era personalmente nemico a Lorenzo, e Sisto in lui fidava
-molto.[498] Laonde i nemici entrati nel Chianti, e cavalcando forte,
-posero il campo sotto alla Castellina, di là spingendosi all’intorno;
-e da una parte nella Val d’Elsa, dall’altra nei poggi che sovrastano
-il Valdarno facevano guasti e ruberie ed arsioni con grande ruina.
-Quindi, avuta dopo alquanti giorni d’oppugnazione la Castellina e poi
-Radda, tennero lungo assedio a Brolio e ad altri luoghi dei Ricasoli;
-i quali per avere fatta buona prova, e infine vedutosi pigliare e
-abbruciare quei loro castelli, ebbero dalla Repubblica privilegi e
-ricompense, essendo anche stati fatti abili agli uffici.[499] Era il
-mese di settembre, e infine giugneva Ercole da Este che avea consentito
-d’essere Capitano Generale dei Fiorentini e del Duca di Milano in
-questa guerra, con la speranza che i Veneziani poi l’accettassero. Il
-quale di persona, e con l’aggiunta di nuovi soldati, andò a porsi con
-tutto il nerbo delle sue forze nel campo munito sopra a Poggibonsi.
-Allora i nemici, sgombrato il Chianti e voltisi a un tratto verso la
-Valle di Chiana, poneano assedio al Monte San Savino; per il che al
-Duca di Ferrara entrato nelle terre dei Senesi, ai quali avea tolte
-alcune castella, fu necessità d’abbandonare quella impresa, molto
-importando a lui di soccorrere Monte San Savino. Intorno al quale
-raccoltosi il grosso dei due eserciti era molta guerra, quando il
-Capitano dei nemici avendo chiesta tregua d’otto giorni, quello dei
-Fiorentini la concedeva con mal consiglio; imperocchè non appena finita
-la tregua che il Duca di Ferrara invano cercava di prorogare, quello
-d’Urbino avendo stretta con maggiori opere la terra, l’ottenne a patti;
-di là stendendosi pei luoghi che sovrastano alla Chiana dove, essendo
-giunto il mese di novembre, potea svernare agiatamente.
-
-Fin dai principii di quella guerra avea la Repubblica a Roma inviato
-un’altra volta ambasciatore Donato Acciaioli; il quale tornando senza
-alcun effetto, andava in sua vece Guid’Antonio Vespucci, peritissimo
-nel diritto. Il Papa scendeva più tardi a qualche proposizione
-d’accordo: chiedesse perdono la Repubblica, innalzasse una Cappella
-espiatoria per le uccisioni fatte nel caso dei Pazzi, promettesse
-di non fare offesa al Patrimonio della Chiesa, ma i due Stati
-scambievolmente si assicurassero; pagasse le spese della guerra, o a
-compensazione di questa rendesse il Borgo San Sepolcro, e, secondo
-scrivono taluni, cedesse Modigliana e Castrocaro. Non erano tali
-quelle proposte che a Lorenzo fosse possibile consentirle: altiero per
-indole, ed ora costretto stare sul duro per mantenere a sè la parte
-dell’uomo offeso, nè volea fare espiazione pel fatto dei Pazzi, nè
-che la Repubblica soffrisse per lui diminuzione. Sperava egli assai
-dalla Francia, dove era mandato Donato Acciaioli reduce da Roma; il
-quale però giunto in Milano quivi moriva, e la Repubblica decretava
-onori insigni alla memoria di quel cittadino fra tutti egregio; e
-perchè di lui, astinentissimo com’egli era, sapea la famiglia essere
-in povere condizioni, prendeva i figliuoli sotto la tutela sua, e con
-beneficî molti e durevoli gli risollevava.[500] Andava in suo luogo,
-già essendo col Papa rotte le pratiche, Guid’Antonio Vespucci: il re
-Luigi XI aveasi presa molto caldamente a petto la causa dei Fiorentini
-e di Lorenzo, e sin da principio mandato in Firenze a risedervi come
-ambasciatore Filippo di Argenton signore di Comines, del quale abbiamo
-a stampa Memorie assai celebrate.[501] Questi dimorava qui un intero
-anno; e fu detto, nè senza buoni argomenti, Lorenzo averselo allora e
-poi sempre conciliato per danari. Così nel concerto degli encomiatori
-di Lorenzo entrò anche la voce d’un uomo straniero. Faceva più
-volte Luigi XI promessa al Vespucci d’intervenire con le armi, ed in
-Firenze aspettavano cinquecento lance francesi, che mai non giunsero,
-perchè il Re non era largo di fatti come di parole, e tutto inteso a
-fortificare la monarchia dentro, avea in abominio le guerre esterne.
-Col Papa bensì, perchè era difendere la libertà della monarchia, andò
-più innanzi che non facessero gli stessi confederati della Repubblica
-di Firenze. L’imperatore si contentava mandare qui e in Roma a fare
-dimostrazioni ed a portare parole di pace: lo stesso avean fatto Mattia
-Corvino re d’Ungheria, e presso che tutti gli altri monarchi della
-Cristianità, commossi da quelle esorbitanze di Sisto, e avendo, sebbene
-diversamente ciascuno, pigliato a difendere la causa de’ Fiorentini. Ma
-fattosi innanzi più vivo degli altri Luigi XI, mandava un’ambasciata di
-sei tra ecclesiastici e secolari, i quali fermatisi prima in Firenze,
-recavano al Papa forti parole, con la minaccia di levare da Roma
-i prelati francesi, e di togliere al Papa ubbidienza finchè la sua
-causa fosse giudicata da un generale Concilio. Si facevano a questo
-fine congregazioni in Francia di teologi. Era Sisto in molto grande
-perplessità, e abbiamo una lettera scritta a lui dal buono e savio
-cardinale Iacopo Ammannati, dove con caldezza d’animo devoto al Papa
-e alla Chiesa, e usando parole tali che Sisto non se ne offendesse,
-cerca di condurlo ai consigli temperati, mostrando i pericoli
-gravi che alla Chiesa poteano venire se andassero innanzi quelle
-dimostrazioni dei Francesi.[502] Dalle quali scosso, proponeva Sisto
-che, facendo tregua, fosse la causa dei Fiorentini compromessa nei
-Re di Francia e d’Inghilterra, e per terzo nel Legato da lui mandato
-a questo effetto; e se i tre non convenissero, nell’Imperatore e nel
-suo figlio Massimiliano, marito alla erede degli Stati di Borgogna:
-ma questi essendo come l’Inglese contrari a Francia, era naturale
-non soddisfacessero ai Fiorentini, che rifiutarono di accettare il
-compromesso.[503]
-
-Muovevangli anche gli uffici prestati a loro difesa dai Veneziani
-che, avendo fatta pace col Turco, erano divenuti o almeno apparivano
-più vivi e più pronti nelle cose della lega.[504] Teneano in Firenze
-dal principio della guerra ambasciatore Bernardo Bembo; ed a Venezia
-in ricambio andava Tommaso Soderini, autorevole, e vecchio amico di
-quella Repubblica. Grandi imprese erano messe innanzi tra lui e il
-Senato pel nuovo anno: assalire con le galere le coste di Puglia, fare
-scendere in Italia il Duca d’Angiò: per l’una e per l’altra parve che
-la spesa fosse troppa, e nulla si fece. Tra’ collegati, su’ Fiorentini
-soli cadrebbe a ogni modo tutto il pondo della guerra. Temevano anche
-di rimanere scoperti verso Genova, perchè i Lucchesi, sebbene di
-nome fossero nella lega, desideravano in fondo dell’animo sopra ogni
-cosa l’abbassamento della Repubblica di Firenze. E questa mandava ad
-osservarli ed a contenerli Piero di Gino di Neri Capponi, giovane
-ancora; il quale rimasto quell’inverno in Lucca, sul cominciare di
-primavera, perchè gli umori bollivano, gli si levò contro un grande
-tumulto di popolo armato, dal quale scampava con difficoltà la vita.
-Imperocchè gli animi erano ivi molto accesi da Cola Montano che, stato
-consigliero ma non esecutore della uccisione di Galeazzo, in Lucca
-viveva, paese tra’ pochi allora in Italia dove fosse libertà; ed in
-Lorenzo perseguitava un altro tiranno.[505] Aveva quel popolo pigliato
-speranza da un appressarsi di nemici inverso i confini di Pisa e di
-Lucca; del che erano state queste le cagioni. Morto Galeazzo duca
-di Milano, voleano i fratelli di lui avere parte nel governo dello
-Stato, il quale rimase alla vedova duchessa Bona tutrice del figlio
-Giovanni Galeazzo: gli zii Lodovico, Ascanio e due altri, ebbero
-esilio; e Lodovico sceso in Lunigiana, s’intendeva di là con Ferrando
-e co’ fuorusciti genovesi, tanto che Genova dopo molta varietà di casi
-tornava libera; ma il nuovo Doge, Battista Fregoso, vivea in amicizia
-con lo Stato di Milano. Roberto da San Severino, capitano di molto nome
-e che teneva per gli zii, trovandosi escluso da Genova, si mosse con
-quattro mila soldati e con l’intesa del re Ferrando ad assaltare la
-Toscana dal lato di Pisa.
-
-I Fiorentini, colti alla sprovvista, mandarono subito a Pisa Commissari
-che nel paese facendo raccolta di uomini comandati contenessero
-il primo impeto, radunando in Val di Nievole altre genti le quali
-impedissero ogni moto dei Lucchesi. Aveano ordinato anche al Duca di
-Ferrara venisse ad opporsi, con quella parte che fosse necessaria del
-suo esercito, a Roberto da San Severino; ma questi, dopo essere corso
-fino alle mura di Pisa, voltò indietro, per non avere forze bastanti,
-e si ricondusse nelle sue stanze di Lunigiana. Il Duca tornava su’
-confini del Senese, dove si vedeva che sarebbe la guerra grossa, molto
-i nemici ivi essendosi rafforzati. I Fiorentini dal canto loro aveano
-condotto, con aggradimento dei Veneziani, il Conte Carlo da Montone e
-Deifebo dell’Anguillara; agli stipendi loro da quei de’ nemici erano
-venuti il prode Roberto Malatesta e Costanzo Sforza signore di Pesaro:
-ottennero anche, che il Duca di Ferrara fosse riconosciuto Capitano
-generale di tutta la lega; ed era in Toscana venuto il Marchese di
-Mantova ai soldi dei Signori di Milano. Facevano grande disegno di
-avere Perugia col mezzo del Conte Carlo per le aderenze sue nella
-città; ma egli infermatosi, moriva in Cortona. E pur nonostante
-continuando Roberto Malatesta le incursioni nel Perugino, gli mossero
-contro il Prefetto di Roma nipote del Papa e Matteo da Capua che aveva
-portato un rinforzo di quindici squadre. I quali venuti a giornata con
-Roberto non lungi dal lago Trasimeno, furono dalla virtù sua rotti con
-perdita degli alloggiamenti ed uccisione di molti nobili cavalieri e
-di gran numero di soldati. Fu allora costretto il campo nemico fare
-una mossa da quella banda; al che il Capitano dei Fiorentini che era
-sul Poggio Imperiale, visto il terreno sgombro all’intorno, uscì con
-parte delle sue schiere, ed ebbe per forza Casole, terra grossa dei
-Senesi. Ma ivi accadde che nel saccheggio nate questioni per la preda
-tra’ soldati di Mantova e quei di Ferrara, e quindi contesa tra’ due
-Signori, e un’altra essendone tra Roberto Malatesta e Costanzo Sforza,
-che nemmeno essi poteano più stare insieme, convenne partire l’esercito
-in due; il che fu ruina di tutta l’impresa. Imperocchè i nemici con
-arte sapiente raccoltisi insieme nelle estremità di Val di Chiana,
-ed ivi per numero e per agevolezza di movimenti potendo con grande
-vantaggio combattere così gli andati nel Perugino come i rimasti in sul
-Senese, impedivano ogni mossa da entrambe le parti; il che era mandare
-in lungo la guerra con danno gravissimo dei Fiorentini. I quali ebbero
-da Venezia soli mille uomini d’arme, che poco fecero per le usate
-circospezioni di quella Repubblica; ed in Lombardia essendo turbate le
-cose, non che di là venissero nuove genti, furono costretti l’Estense e
-il Gonzaga partirsi dal campo. Era il fine dell’estate, quando i nemici
-accortisi come sul Poggio Imperiale si faceva mala guardia, partitisi
-a un tratto dal Ponte a Chiusi, a grandissime giornate vennero ad
-assalire quelli del Poggio. I quali dall’impeto improvviso sbigottiti,
-vilissimamente si fuggirono, abbandonando quel forte sito ch’era difesa
-della città di Firenze: per il che in fretta richiamate dal Perugino
-le genti, e insieme con quelle le quali erano sul Senese facendo testa
-ne’ poggi di San Casciano, sebbene fossero in tempo da porre la città
-in salvo, non impedirono che i nemici sparsi giù per la Val d’Elsa,
-prese altre castella, andassero in forza alla espugnazione di Colle.
-Fu molto gloriosa quivi la difesa per sessanta giorni, concorrendovi
-misti ai soldati i cittadini e le donne istesse con grande amore per la
-Repubblica. Ma infine Colle cedette anch’esso ai 14 novembre 1479. E un
-altro assalto contro ai Fiorentini si cominciava in Romagna da Roberto
-di San Severino per la mutazione di fresco avvenuta nello Stato di
-Milano.[506]
-
-Quivi la Duchessa, debole e povera di consiglio e stretta dalle arti e
-dalle forze dei cognati, gli avea ricevuti a partecipare nel governo
-e nella tutela del figlio bambino; ma in breve fu ella necessitata
-partirsi, ed a Lodovico rimase lo Stato come in libera signoria.
-Il quale essendo nuovo ed ambizioso e già conosciuto tra gli altri
-principi artifiziosissimo, nessuno vedeva da quale parte inclinerebbe:
-Lorenzo temeva sopra ogni cosa la congiunzione di lui col Re, della
-quale aveva già qualche sentore. Quindi era al Medici necessità
-farsi innanzi e precorrere gli eventi: la guerra sarebbegli nel terzo
-anno gravissima, ignorando egli sopra quali amici potesse contare.
-Ed inoltre era la città stracca, essendo percossa in quegli anni
-anche dalla peste, e voci insolite s’udivano fin dentro ai Consigli,
-accusando gli errori commessi, le perdute spese, le ingiuste gravezze:
-cagione lui solo dei pubblici danni. Vedeva Lorenzo per tutto ciò, che
-a salvare la città e sè stesso gli era necessità ricorrere a un forte
-partito; rompere la Lega ad ogni costo, ed egli gettandosi in braccio
-all’uno dei due nemici come incurante di sè medesimo, destare negli
-uomini con un grande atto ammirazione. Con Sisto, impossibile o sempre
-mal ferma vedea l’amicizia; nel Re gli pareva doversi fidare, qualora a
-lui si abbandonasse: rischio pur v’era ma necessario, e qui all’ardire
-si congiugnea la prudenza; dove poi l’ardire sopravanzasse, valeva la
-fiducia che in sè medesimo riponeva, egli sentendosi nato a vincere col
-forte ingegno le difficoltà e a trarsi dietro gli altrui voleri.
-
-Avea mandato fino dai 24 novembre[507] al Re chiedendo salvocondotto,
-e con l’offerta di darglisi in braccio, Filippo Strozzi mercante che
-a Napoli era pervenuto a grande ricchezza, destro e capace a molte
-cose. Era anche d’intesa co’ due Capitani dell’esercito nemico, ai
-quali scriveva il giorno stesso della partenza essersi indotto a quel
-partito pei loro consigli, ed ora pigliarlo di buonissima voglia per la
-gran fede che in essi poneva.[508] E già il Re aveva mandato a Livorno
-due galere sottili a ricevere ed a condurre Lorenzo a Napoli. Il quale
-avendo prima conferito questo suo pensiero con pochissimi, fece la
-sera dei sei dicembre chiamare in Palagio dai Dieci una Pratica di
-circa quaranta dei più principali cittadini, ed egli levatosi disse:
-«averli fatti chiamare per conferire con loro una sua deliberazione,
-nella quale non ricercava lo consigliassero ma solamente che lo
-sapessero: aver egli considerato quanto la città avesse bisogno di
-pace, massime non volendo i Collegati fare il debito loro; e perchè i
-nemici pretendevano l’odio loro non essere contro alla città ma contro
-a lui solo, avere proposito di trasferirsi personalmente a Napoli:
-questa andata parere a lui utilissima; perchè se i nemici volevano lui,
-l’avrebbero nelle mani, ma se volevano l’amicizia pubblica, questo
-essere modo a intendersi presto e a migliorare le condizioni della
-pace; se altro volevano, questa andata lo dimostrerebbe, e i cittadini
-si sforzerebbero con qualche modo più vivo di difendere la libertà e
-lo Stato: conoscere in quanto pericolo si mettesse, ma esser disposto
-preporre la salute pubblica alla sua; chè oltre al debito universale
-dei cittadini verso la patria, era particolare suo per aver egli avuto
-dalla città più benefici e grado maggiore che alcun altro: sperare
-coloro ch’erano presenti non mancherebbero di salvargli lo Stato e
-l’essere, e così raccomandare a loro sè, la sua casa, e la famiglia:
-e soprattutto sperare che Dio, risguardando alla giustizia pubblica, e
-alla sua buona intenzione privata, aiuterebbe questo pensiero; e quella
-guerra che si era principiata col sangue del suo fratello e suo, si
-poserebbe e quieterebbe per le sue mani.[509]»
-
-Dette queste cose, uscì dal Palagio e si partì di Firenze la notte
-medesima. Giunto a San Miniato al Tedesco scrisse alla Signoria,
-scusandosi del non averle prima comunicato questo suo disegno perchè i
-tempi volevano fatti e non parole. A Livorno ebbe dai Dieci il mandato
-d’ambasciatore al re Ferrando, con facoltà libera di conchiudere quanto
-il popolo Fiorentino. Quindi salito a Vada sulle galere, giunse in
-Napoli ai 18 dicembre. Quivi ebbe dal Re tanto amorevoli accoglienze
-che egli medesimo si credette avere in mano la pace, ed a Firenze ne
-scrisse; ma tosto dipoi s’avvidde le cose andare in lungo, o che il
-Re temesse d’offendere il Papa, o che veramente, come fu creduto,
-aspettasse di vedere se accadesse qualche mutazione nello Stato di
-Firenze. Qui erano molto gli animi sospesi: ricordavano il tradimento
-da questo Re istesso fatto a Iacopo Piccinino; e se Lorenzo venisse
-a capitar male, benchè non mancasse chi se ne sarebbe rallegrato,
-i cittadini più non fidavano gli uni negli altri così, da mettere
-in comune la Repubblica com’era stata nei tempi addietro. Forse che
-aveva Lorenzo nella fantasia sperato di conseguire un effetto pronto
-ed intero; ma era sempre a lui grande necessità tornare portando una
-pace non tanto cattiva, bene essendosi egli apposto, dovere quell’atto
-animoso rialzare la parte sua, della quale intanto i principali rimasti
-in Firenze si adopravano con ogni dimostrazione di forza a mantenere
-bassi e disgregati i molti contrari. Questi veramente non può dirsi
-formassero parte, perchè non aveano disegni fermi nè capi che fossero
-dagli altri seguiti: il solo Girolamo Morelli, stato lungamente
-ambasciatore in Milano e ora dei Dieci, troviamo che fosse per autorità
-e senno in tanta grazia che già molti a lui s’accostavano; e non che
-gli altri capi del Reggimento, Lorenzo stesso n’ebbe paura.[510]
-
-Desiderava questi sopra ogni cosa spacciarsi tosto, nascondeva in petto
-dubbi e ansietà, ma rendeasi intanto grazioso alla Corte[511] e grato
-al popolo con le liberalità; comprava co’ doni gli amici del Re, spiava
-di questo l’animo chiuso, e lo vinceva con l’eloquenza delle parole,
-con la scioltezza dei modi e con l’acutezza sua nel giudicare le cose
-di Stato e le nature di quanti erano Signori e Principi in Italia.
-Scorreano due mesi e la pace non si conchiudeva: tra ’l Papa ed il Re
-correano pratiche, mal cuoprendo questi l’avere promossa quell’andata
-di Lorenzo, ed ora trattare separatamente con lui d’accordarsi. Del che
-il Papa offeso molto, negava l’onore suo e della Chiesa essere in salvo
-se non andasse Lorenzo in Roma ad umiliarsi ai piedi di lui; questo
-essere in obbligo il re Ferrando di procurare, _avendo Lorenzo nelle
-sue mani_.[512] Il quale di queste pratiche insospettito, si partiva
-da Napoli; nè posso io credere che ciò fosse senza consenso del Re: ed
-era fermo in Gaeta il primo di marzo, quando gli giunse da questi una
-lettera scritta in latino molto ampia e solenne (forse era lettera da
-mostrare più che da credere), che lo richiamava in Napoli con istanza
-grandissima, dicendogli avere dal Papa avuta ogni sicurezza.[513] Ma
-ciò nonostante Lorenzo avendo proseguito il suo cammino, il Re gli
-faceva correre dietro il trattato da lui bell’e sottoscritto; ed era
-quegli appena tornato in Firenze, dove fu accolto con grande letizia
-e popolare benevolenza, quando la notizia della pace, molto da ognuno
-desiderata, lo fece salire in maggior gloria e reputazione.
-
-Era una pace quale potessero i Fiorentini allora sperarla. Imperocchè
-delle cose di Romagna si faceva compromesso nel Re, nulla avendo
-stipulato a favore di quei Signori i quali stavano in protezione
-della Repubblica; non era promessa la restituzione de’ paesi tolti,
-ma rimaneva ciò pure in arbitrio di Ferrando; s’obbligava la città
-a pagare per un corso di anni al Duca di Calabria una certa somma di
-danari a titolo di condotta; vi era poi anche pattuita la liberazione
-dei Pazzi rinchiusi nella fortezza di Volterra. Fermaronsi dopo
-quell’accordo le dubbiezze, tra le quali sembravano esitare dopo
-l’andata di Lorenzo le risoluzioni degli altri Principi, ammirati
-anch’essi di quell’ardimento e incerti a qual fine dovesse riuscire.
-Milano aveva ratificato la pace, ed era entrato nella Lega già stretta
-tra il Re e la Repubblica di Firenze. Ma per contrario i Veneziani, che
-aveano cercato impedire quella unione, trovato il Papa di quella essere
-malcontento, fecero nel mese d’aprile con esso una lega separata,
-dalla quale usciva non molto dopo un’altra guerra. In Toscana aveva
-il Duca di Calabria pubblicato prima una tregua, dopo la quale sotto
-colore di guardarsi per la venuta che si aspettava in Italia del Duca
-d’Angiò, era egli andato a porsi in Siena; dove facendosi arbitro delle
-discordie ivi accese tra’ diversi Ordini o _Monti_ nei quali era diviso
-quel popolo, già stava sul punto di farsene signore; antico disegno
-della Casa d’Aragona, e cominciato dall’avo Alfonso quando egli muoveva
-guerra ai Fiorentini. Era anche avvenuto nei principii dell’inverno,
-durante la tregua, che i Fregosi, con aggressione improvvisa,
-s’impadronissero di Sarzana: del che la Repubblica essendosi richiamata
-al Duca di Calabria, questi, sebbene riconoscesse violata la tregua,
-vietava però ai Fiorentini muovere le armi per la recuperazione di
-quella città. Per tutto ciò stavano essi in timore grandissimo, e quel
-Duca dicevasi in Siena poco nascondere la speranza di farsi signore di
-tutta Toscana. La pace ottenuta in Napoli da Lorenzo potea finire in un
-tranello.[514]
-
-Ma intanto un subito ed a tutta Italia molto pauroso accidente fermava
-ad un tratto le imprese dei Principi, costretti ad unirsi per la
-comune difesa. Viveva tuttora Maometto II, il quale respinto dalla
-espugnazione di Rodi per il valore maraviglioso di quei Cavalieri,
-ma sempre insaziabile di fare conquiste, mandava parte delle sue
-galere lungo le coste d’Italia, dove il pascià che le comandava, messi
-in terra sei mila soldati, s’impadronì della città d’Otranto; e in
-quella, vuotata con strage orribile degli abitatori, fortificatosi,
-ed avendo seco un qualche numero di cavalli, scorreva e predava
-le terre all’intorno. I Veneziani ebbero accusa d’avere chiamati
-costoro per odio contro al re Ferrando;[515] e un ambasciatore Turco
-attribuiva l’impresa d’Otranto alle suggestioni loro.[516] Nè andava
-immune da quel sospetto lo stesso Lorenzo, il quale per mezzo dei
-mercanti fiorentini aveva grande entratura in Costantinopoli, e dopo
-che egli ebbe ottenuto dal Sultano la consegna del Bandini, diceano
-potere appresso a lui ogni cosa.[517] Fruttò a Lorenzo quella discesa
-del Turco la pace in Toscana, e poi dal Pontefice l’assoluzione
-dell’interdetto. Imperocchè Alfonso duca di Calabria accorso a
-difendere l’Italia da quell’insulto barbarico, abbandonava lo Stato
-di Siena del quale era egli già come in possesso, e insieme, con suo
-dolore gravissimo, la conceputa speranza di cose maggiori: per quella
-partita Siena rimaneva in molto lunghe perturbazioni.[518]
-
-Innanzi la fine di quell’anno 1480 i Fiorentini, udito che il Papa si
-muterebbe dalla ira sua qualunque volta si umiliassero a domandare
-perdono, prima gli mandarono Antonio Ridolfi e Piero Nasi a fare
-dimostrazione dell’animo loro e ad accertarsi di quello del Papa. Dai
-quali essendo già preparate le cose, andava in Roma un’ambasciata di
-dodici cittadini, primi dei quali erano Francesco Soderini vescovo di
-Volterra e Luigi Guicciardini. Portavano le Istruzioni, che se fosse
-l’assoluzione indugiata così da mostrare poca voglia di concederla,
-«o se per averla si chiedessero danari, o se la città avesse a fare
-qualche dimostrazione per osservanza dell’interdetto, o se fosse
-esclusa dalla universale benedizione qualche persona in particolare,
-o se altra condizione potesse riuscire alla città o in pubblico o
-in particolare ignominiosa,» dovessero gli Ambasciatori partirsi
-da Roma, «supplicando la Santità sua che si degni bene considerare
-l’atto, che la nostra città ha fatto inverso quella Santa Sede e
-Sua Beatitudine per debito nostro, come è debito d’ogni cristiano
-venerare quella Santa Sede ed a quella umilmente inclinarsi; e quello,
-da altra parte, che a quell’atto si conviene, e quale sia l’ufficio
-pastorale; perchè non dubitiamo quello non ha fatto ancora, lo farà
-altra volta, quando e come meglio parrà alla Santità Sua.[519]» Ma
-il Papa non pose con savio consiglio alcuna sorta di condizione; e
-gli Ambasciatori entrati in Roma di notte tempo, e ricevuti quindi in
-concistoro segreto, vennero, nel giorno prima determinato, ad aspettare
-nel Portico innanzi la chiesa di San Pietro, della quale poichè furono
-aperte le porte, trovarono il Papa assiso nella sedia pontificale e
-circondato da molto numero di Cardinali; al quale prostratisi, e in
-nome della città chiesto perdono dei falli commessi, il Papa, osservate
-le rituali cerimonie, diede ad essi e alla città piena e universale
-assoluzione.[520] Dopo di che uscirono dalla chiesa accompagnati
-ed onorati molto degnamente, com’era usanza con gli ambasciatori:
-in seguito aggiunse il Papa condizione, che i Fiorentini armassero
-quindici galee contro al Turco.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
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-GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. —
-MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.]
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-
-Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere
-occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era
-in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le
-sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate;
-ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè
-dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare
-gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio:
-per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere
-le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare
-continuità.
-
-Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’
-Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un
-ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici,
-e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo
-fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione
-dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se
-fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione
-di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero
-aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori
-e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre
-Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro
-piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva
-essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli
-uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione
-dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e
-dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno
-in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare
-perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto.
-Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre
-ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche
-di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei
-Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito
-di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni
-deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle
-forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il
-diritto di concedere a quelle sanzione.
-
-Subito dopo un’altra Provvigione portava a _Settanta_ il numero
-dei _Trenta_; ai quali _Settanta_ si apparteneva la scelta ogni due
-mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta
-ogni anno spettasse a metà numero, cioè a _Trentacinque_; gli altri
-_Trentacinque_ sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi
-cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i _Settanta_ insieme
-avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo
-da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero
-Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di
-essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però
-avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a
-chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei
-_Settanta_, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè
-avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al
-che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze.
-Dai _Settanta_ si traggano ogni sei mesi _Otto_ chiamati di Pratica,
-dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte,
-e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo
-però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete;
-ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso
-Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori
-per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le
-prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle
-Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure
-gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità
-che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in
-quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi
-civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale
-Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata
-alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente
-gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine
-conservata.[522]
-
-Per questo Ordine dei _Settanta_ lo Stato ebbe forma tutta la vita di
-Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio
-al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura
-doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre
-nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come
-indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla;
-che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del
-Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima
-sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano
-_Decima Scalata_, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se
-altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano
-avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in
-certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro
-rendite il _ventesimo_, i più elevati pagavano il _sesto_. Molta era la
-scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini;
-e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli
-sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva
-che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva
-i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre
-impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere
-alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle
-mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare
-innanzi e prosperare.
-
-In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato
-costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai
-creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare
-la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della
-Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte
-e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a
-molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più
-parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro
-composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo
-vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui;
-ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse
-ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle
-pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di
-sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste
-ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata
-sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte
-causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi
-lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime.
-Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze
-d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè
-troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista
-Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte
-alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno
-d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato.
-Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva
-ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte
-Girolamo Riario.[527]
-
-Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode
-d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re
-aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo
-Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle
-armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481:
-un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia
-sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si
-radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano
-dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra:
-quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la
-successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del
-maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella
-città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune
-centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così
-tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo
-suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la
-tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato
-esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al
-Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale
-ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi
-e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a
-farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria
-d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli
-Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il
-Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al
-nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai
-Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con
-istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra;
-accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si
-sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del
-Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528]
-
-Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini
-dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva
-un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e
-Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca
-di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi
-guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine
-di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale
-nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani
-e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e
-lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna,
-terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I
-Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara;
-e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti
-di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il
-Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini,
-condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello
-Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e
-dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra
-questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma,
-essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi
-a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile
-pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate
-le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con
-tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore
-essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille
-morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca
-di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione,
-dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’
-quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche
-della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto
-pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero
-Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della
-famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno
-dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel
-giorno medesimo.[530]
-
-Non lasciò Roberto figli legittimi, talchè i Fiorentini avuto sentore
-di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti,
-mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano
-intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in
-essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta
-di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che
-ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di
-ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che
-inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto
-IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea
-già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a
-quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in
-comune tutta la Lega.[531]
-
-Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione
-dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano
-pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo _Crainense_[532] aveva la
-residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava
-gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti
-e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato:
-così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio
-Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere
-a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede
-alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva
-andare a genio di Lorenzo.[533]
-
-Ignoro se fosse il timore del Concilio che muovesse il Papa e il
-Nipote, o l’essersi accorti che dare mano ai Veneziani di qua dal Po
-era un fargli padroni di tutta Romagna; ma certo è che Sisto, per
-mezzo di Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula
-tornato di fresco da una Legazione in Francia, mandò in Napoli a
-trattare la pace e l’unione con gli altri della Lega per la salvazione
-di Ferrara. Non ci credevano da principio, e quando si seppe che era
-stata sottoscritta dagli Oratori a’ 12 dicembre in Camera del Papa,
-i Fiorentini poco ne furono soddisfatti,[534] perchè rimanevano a
-discrezione di lui quei Signori di Romagna, dei quali con grande studio
-la Repubblica soleva farsi come una cintura contro alle offese che
-scendessero in Lombardia e contro agli stessi Stati della Chiesa che
-la fasciavano da ogni parte. Ma ciò nonostante fu allora un gran bene
-quella accessione del Papa; il quale dipoi, impetuoso come al solito,
-scomunicava i Veneziani perchè non cessavano con lui dalla guerra
-che insieme avevano cominciata. Ferrara ne usciva a grande stento;
-e perchè il verno era già grande, si fece in Cremona una dieta nella
-quale intervennero Lodovico Sforza e il Duca di Calabria ed il Legato
-del Papa ed il Marchese di Mantova e Giovanni Bentivogli, fra tutti
-destando ammirazione grandissima Lorenzo de’ Medici per forza di mente
-e splendore d’eloquenza. Deliberarono entrare oltre Po nei confini
-dei Veneziani, i quali aveano fatto passare l’Adda a Roberto da San
-Severino loro capitano, con la speranza di fare nascere in Milano
-qualche mutazione contro a Lodovico. Fu dato il comando di quella
-guerra al Duca di Calabria; e questi, sebbene non facesse impresa
-notevole, tenea tutta la campagna sin presso al Mincio, intantochè
-lo Sforza aveva schiacciato i Rossi di Parma; e i Veneziani, di forze
-inferiori, attendevano a guardarsi, col solo vantaggio d’avere occupato
-per la via del mare Gallipoli in Puglia. La guerra però andava lenta
-dalle due parti tutto quell’anno e la primavera del susseguente, per la
-mala intelligenza tra’ confederati, e massimamente perchè a Lodovico
-il quale teneva sotto nome di Governatore lo Stato in Milano, dava
-gran sospetto quel campeggiare in Lombardia d’Alfonso duca di Calabria,
-naturale protettore di quell’infelice Giovanni Galeazzo cui aveva data
-la figlia in isposa, e che Lodovico già intendeva dispogliare con arti
-pessime dello Stato. I Veneziani per tentativo fatto essendosi accorti
-come egli avesse buone radici in Milano, non furono schivi di trattare
-seco lui: e quello stesso Roberto da San Severino, che aveva prima
-servito e poi tradito lo Sforza, fermava seco ora la pace in Bagnuolo
-ai 7 d’agosto 1484. Per questa ritenne il Senato di Venezia tutto il
-Polesine di Rovigo, con molto grave scontentezza d’Ercole da Este, al
-quale rimasero in casa i Visdomini, e i Veneziani sul Po. Dispiacque
-la pace anche al Pontefice perchè fatta senza lui; bene egli l’aveva
-cercata prima:[535] e perchè uditane la novella moriva, fu detto al
-nome solo di pace essere mancata la vita di lui che aveva tredici anni
-tenuto l’Italia in guerra e in tumulti.[536]
-
-In Siena il governo dalle mani degli Ottimati era venuto in quelle del
-Popolo, ed avendo fatta lega con la Repubblica di Firenze, restituiva
-finalmente la Castellina e le altre terre ad essa occupate nella guerra
-di Toscana. Troviamo Lorenzo essere stato grande amico a quello Stato
-di popolani, debole com’era e molto agitato, sperando forse egli avere
-occasione di porvi le mani, e soddisfare l’ambizione ch’era in lui
-grandissima di fare un qualche notabile acquisto e averne merito nella
-patria sua.[537] Dolevagli intanto assai la perdita di Sarzana, che
-dalla gelosia dei vicini più volte gli era stato impedito recuperare;
-ed ora il racquisto si rendeva più difficile, avendo Agostino Fregoso
-donata la terra al Banco di San Giorgio, Compagnia possente, la quale
-reggeva tutto il commercio dei Genovesi, mantenendosi libera e forte e
-senza alterazioni in mezzo ai tanto spessi mutamenti ed alle percosse
-di signorie forestiere cui la Repubblica sottostava. Andarono genti
-dei Fiorentini a quella volta, ma nel passare che facevano sotto
-Pietrasanta molti carri di munizioni e vettovaglie con debole scorta,
-furono assaliti da quelli di dentro, e presi non senza sospetto che
-da quella preda si fosse in Firenze cercato un motivo d’assalire
-Pietrasanta: l’avevano essi altre volte posseduta, ed era una briglia
-da tenere in freno i Lucchesi, e buon fondamento ad ogni impresa da
-quelle parti. Ma l’espugnazione si rendeva difficile, essendo l’autunno
-avanzato e il terreno paludoso; abbandonarla ed aspettare la primavera,
-Lorenzo non volle; e in aggiunta d’Iacopo Guicciardini avendo mandato
-due altri Commissari, Antonio Pucci e Bongianni Gianfigliazzi, e dietro
-a quelli Bernardo del Nero, si recò egli stesso sotto Pietrasanta
-a dare animo alle genti ed a sopravvegliare la piccola guerra, ma
-tale però che avrebbe potuto estendersi molto per essere i Genovesi
-dal mare discesi in Vada e battendo con le artiglierie la Torre che
-i Fiorentini avevano nuovamente armata in Livorno. Assai fu lodata
-la virtù dei Commissari, e massimamente di Antonio Pucci che prestò
-opera di Capitano, egli volendo a ogni modo si desse l’assalto, e in
-quello mischiandosi agli uomini d’arme e pigliando cura dei feriti e
-provvedendo da sè ogni cosa sinchè non ebbe avuto infine Pietrasanta.
-Egli medesimo infermatosi per quelle fatiche e per la stagione, si
-faceva portare a Pisa, dove in pochi giorni moriva: era figlio di quel
-Puccio che tanto avea fatto co’ suoi per dare lo Stato a Cosimo de’
-Medici. Gravi erano le sofferenze e i morbi frequenti e il mancare dei
-soldati: morivano l’altro Commissario Gianfigliazzi che difese Livorno,
-ed il Capitano della guerra ch’era il conte Antonio da Marciano.[538]
-Questa però non cessava, sebbene per terra nulla si facesse da Niccola
-Orsini conte di Pitigliano, nè da Rinuccio Farnese, nuovi condottieri
-dei Fiorentini: ma i Genovesi dal mare di nuovo attendeano a battere
-Livorno; donde ributtati, non però all’armata Fiorentina riusciva
-tentare contro a Genova cosa alcuna. Lodovico Sforza interponea
-pratiche dubbiose, intantochè senza frutto si adopravano per la pace il
-nuovo Papa e il re Ferrando.[539]
-
-A Sisto IV era succeduto Gian Battista Cibo genovese Cardinale di
-Molfetta, col nome d’Innocenzo VIII. Mansueto di natura, lo aveano
-eletto per avere un pontificato quieto; ma tali erano le condizioni
-allora d’Italia e tanti gli appicchi di politiche ingerenze fuori,
-e di passioni private e di domestiche cupidigie dalle quali era
-tirato sempre l’animo dei Papi, che asceso al regno di pochi mesi,
-fu tratto Innocenzio ad una pericolosa guerra, odiosa a lui quando
-v’entrava, odiosa del pari quando egli ne usciva. Contro al re Ferrando
-si congiuravano insieme i Baroni del Reame, potentissimi nei loro
-castelli: tenevano molti la parte angiovina; ma coloro stessi che
-innalzati dal padre o da lui, godevano allora di grandi ricchezze,
-praticavano contro a lui segretamente, ma non inconscio Ferrando, che
-tutti temeva, e come espertissimo odorando i tradimenti da lontano,
-correva innanzi a prevenirli. Era Innocenzio male disposto verso la
-casa degli Aragonesi; e peggio ancora il Cardinale di San Pietro in
-Vincula, che assai dominava l’animo del Papa;[540] nel quale speravano
-i congiurati: ed Innocenzio avendo anche avuti Ambasciatori della
-potentissima città dell’Aquila che s’era posta in ribellione, deliberò
-di muovere guerra contro al re Ferrando, avendo ottenuto dai Veneziani
-Roberto da San Severino che andasse capo a quella impresa. Dispiacque
-a Milano la mossa del Papa, e molto se ne turbava Lorenzo de’ Medici
-al quale parve che fosse incendio da spegnere tosto; il che avverrebbe
-se il Papa fosse costretto a ritrarsene col muovergli addosso tutto
-il peso della guerra. Intorno a Roma i Colonnesi amici del Papa si
-battagliavano con gli Orsini; dei quali Niccola conte di Pitigliano,
-venuto ai soldi della Repubblica di Firenze, entrò dalla parte di
-Maremma nello Stato della Chiesa, intantochè il Duca di Calabria,
-facendosi innanzi, cercava congiungersi ad esso ed agli altri Orsini
-che aveano sparse le castella nel Patrimonio. Ma perchè l’impresa
-pareva tale che si dovesse compiere alla prima, Alfonso recatosi a
-Montepulciano, richiedeva che Lorenzo si abboccasse quivi con lui;
-e sebbene questi per malattia non potesse, rimase tra loro convenuto
-di portare le offese là dove più avrebbero ferito sul vivo: Lorenzo
-mandava a questo effetto rinforzo di gente, ed altre otteneva che sotto
-al Trivulzio venissero da Milano. Ma ciò nonostante riusciva la guerra
-lenta per le difficoltà dei movimenti, e per la stessa militare scienza
-la quale nei Capi era grandissima, con eserciti male composti e non
-atti a fare imprese gagliarde. Aveva Roberto da San Severino scontrato
-i nemici inutilmente al ponte Nomentano; poi andò gran tempo prima che
-le forze dei Collegati e degli Orsini si congiungessero a Bracciano, e
-che in una grossa battaglia non avessero la peggio le genti del Papa.
-Questi frattanto avea trattato di fare scendere in Italia il Duca di
-Lorena siccome erede delle ragioni di casa d’Angiò; al quale annunzio
-il Senato di Venezia, che non voleva in Italia oltramontani, già dava
-segno di accostarsi alla Lega; mentre i Fiorentini se ne rallentavano,
-a Francia legati per gran numero dei mercatanti ch’aveano in quel
-regno. Il Papa intanto, stretto dalla guerra che aveva all’intorno e
-dalle fazioni sanguinose dentro Roma stessa, udiva con lieto animo le
-proposte d’accordo che aveangli recate il Trivulzi e un letterato che
-allora in Napoli era in grande stima, Giovanni Pontano. Recossi indi
-a Napoli lo stesso Cardinale di San Pietro in Vincula, e fu conchiusa
-la pace; Roberto da San Severino costretto ritirarsi con l’esercito, e
-non avendo chi stesse per lui, fu necessitato rinviare la maggior parte
-delle sue genti, ed egli tornare a Venezia quasi solo. Quella pace
-diede a Ferrando causa vinta contro ai Baroni,[541] dei quali furono
-taluni subito messi a morte; altri, difesi dall’accordo e perdonati,
-erano spenti anch’essi con paziente indugio dal Re, che gli avvolse
-presso che tutti dentro alla rete dei tradimenti. Ferrando d’Aragona
-credettesi allora d’avere per sempre assicurato alla discendenza sua la
-possessione del Regno di Napoli.[542]
-
-Per quella pace i Genovesi bene avvisati che da Firenze tutte le
-forze si volgerebbero all’impresa di Sarzana, passando la Magra
-senza aspettare la primavera che fu del 1487, investirono il Borgo di
-Sarzanello; e questo occupato ed arso, battevano con le artiglierie la
-Rôcca, avendo usato per la espugnazione l’artifizio nuovo e tuttora
-non bene regolato delle mine. A quell’annunzio i Fiorentini molto si
-commossero, e mandato in campo il Conte di Pitigliano, scrissero a
-quanti condottieri e conestabili tiravano soldo dalla Repubblica, si
-affrettassero intorno Sarzana. Giungeano i Signori di Piombino e di
-Faenza, vennero altri Orsini di nuovo ricondotti dalla Repubblica e
-dal Duca di Milano, e Galeotto Pico signore della Mirandola. Tardi
-inviava Lodovico Sforza quattrocento lance, e il Re di Napoli a
-Livorno sei galere con cento provvigionati e con l’intenzione di fare
-in Corsica qualche effetto contro ai Genovesi. Raunate le forze, si
-venne a battaglia con vittoria dei Fiorentini, i quali ebbero prigione
-lo stesso Capitano genovese Gian Luigi del Fiesco: dipoi fabbricate
-sulla Magra, e in altri punti bene acconci, bastìe che impedissero ogni
-soccorso alla città, si venne all’assalto; il quale riuscito la prima
-volta infruttuoso, ma le mura essendo da più parti rotte, i cittadini
-senz’aspettare l’assalto secondo, liberamente si diedero a Lorenzo
-dei Medici; il quale venuto in campo, colse l’onore della vittoria e
-della molta benignità usata verso i Sarzanesi. Avrieno in quel caldo
-bramato a Firenze di spingere innanzi la guerra, ma furono impediti
-dallo Sforza, il quale avendo trattati in Genova, non voleva che fosse
-menomato quello Stato, del quale divenne bentosto signore: invidiava
-egli anche la riputazione di Lorenzo, e tra essi due sempre gli animi
-furono mal disposti.[543]
-
-Nella Romagna, solito campo alle stragi familiari tra quei signorotti,
-due morti avvennero nell’anno 1488, per le quali fu ivi attirata la
-sollecitudine dei Fiorentini. Girolamo Riario teneva Forlì, odiato per
-crudeltà ed avarizie; tantochè un giorno, essendosi messi d’accordo
-taluni di quei principali cittadini, l’uccisero; e poi gittato il corpo
-dalla finestra, chiamavano il popolo gridando Chiesa e Libertà. La
-Rôcca teneasi nel nome dei figli, i quali insieme con la madre essendo
-alle mani dei congiurati, ottenne la Contessa d’entrare in quella sotto
-colore di persuadere il Castellano a cederla; poi facendo il contrario,
-insultava dalle mura con animo ed atti poco femminili ai rivoltosi che
-minacciavano d’uccidergli i figli. Ma la città si mostrava fredda; e
-intanto veniano genti da Milano e da Firenze, pel cui soccorso Caterina
-Sforza riebbe lo Stato che fieramente poi manteneva ai figli ed a
-sè. Nè un mese appena era passato, che un peggiore caso avvenne in
-Faenza: Galeotto Manfredi fu ivi ucciso dalla sua propria moglie, nata
-di Giovanni Bentivoglio; e questi cercando occupare in quel tumulto
-Faenza, i contadini di Val di Lamone, che più altre volte avean fatto
-prova della virtù loro, accorsi in arme, recuperarono la città facendo
-prigione lo stesso Bentivoglio. Allora i cittadini a mezzo con gli
-uomini di Val di Lamone presero lo Stato in nome del piccolo fanciullo
-Astorre e sotto la consueta protezione di Lorenzo de’ Medici e della
-Repubblica di Firenze; la quale ritenne Piancaldoli, buona rôcca sul
-confine, e prima stata di suo dominio. In Osimo un Boccolino si era
-fatto tiranno e minacciava chiamare i Turchi; ma costretto rendere al
-Papa quella città, e per qualche tempo in Firenze ritenuto, fu indi a
-Milano fatto uccidere. Dipoi una guerra tra l’Imperatore e i Veneziani
-essendo bentosto finita, e per interposizione di Lorenzo placate le
-ire del Papa contro al re Ferrando per l’uccisione dei Baroni e pel
-negato tributo,[544] godette senz’altro accidente l’intera Italia pace
-tranquilla.[545]
-
-Grande era in quegli anni appresso al Pontefice l’autorità di Lorenzo
-dei Medici, il quale in Roma diceano essere arbitro d’ogni consiglio;
-ed in quello andare insieme i due Stati i quali tenevano il mezzo
-d’Italia, avea fondamento la pace, essendo la via interchiusa alle
-inimicizie di quei Principi che si apprestassero a turbarla. Motivi
-privati s’aggiugneano ai pubblici a rendere stretta quell’amicizia:
-papa Innocenzio avea, con nuovo e tristo esempio, riconosciuto
-pubblicamente un suo figliuolo naturale, Franceschetto Cibo. A questi
-Lorenzo sposava la figlia giovinetta Maddalena, che fu dalla madre
-condotta a marito. Sperò Franceschetto dal padre o dal suocero uno
-stato principesco; faceva disegni su quei di Piombino e di Città di
-Castello, sognava perfino d’avere Siena; ma nè il Papa a queste cose
-gli dava mano, ed a Lorenzo poco aggradivano.[546] Bene aveva questi
-condotto Innocenzio ad un atto di favore molto insolito, e che fu nei
-tempi avvenire fondamento dal quale saliva fino al principato la casa
-dei Medici. Giovanni, secondo figlio di Lorenzo e che i due altri per
-ingegno superava, dal padre era stato fin dalla puerizia incamminato
-all’ecclesiastiche dignità. Ai sette anni insieme alla cresima ebbe la
-tonsura, e fatto dal Papa Protonotario, si chiamò da indi in poi Messer
-Giovanni: il re di Francia Luigi XI gli avea conferita l’abbadia di
-Fonte Dolce; ebbe indi quella di Passignano in Toscana, ed una dal Duca
-di Milano, e poi quella fra tutte insigne di Monte Cassino. Luigi XI
-aveva anche tenuto discorso di farlo arcivescovo d’Aix in Provenza; al
-che il Papa metteva per gli anni difficoltà, sebbene lo avesse fatto
-abile a tenere gli ecclesiastici benefizi.[547] Tuttociò era innanzi
-la morte di Sisto IV e che il fanciullo pervenisse ai nove anni. Prima
-che fosse giunto ai quattordici, da Innocenzio fu creato Cardinale,
-ma con la riserva di indugiare alla pubblicazione tre anni; i quali
-essendo compiti nel marzo del 1492, pigliava con grande solennità in
-Firenze Giovanni l’investitura di quel grado, e subito andava in Roma
-ad esercitarlo.[548] Abbiamo i consigli che il padre a lui dava per
-iscritto intorno al modo di contenersi nel cardinalato; consigli che
-onorano Lorenzo: e poichè ad abbreviarli si guasterebbero, e letti
-potranno servire all’istoria, abbiamo proposito di pubblicarli tra’
-Documenti che saranno in fine a questo volume.[549]
-
-Per tante grandezze a molti pareva Lorenzo avviarsi al principato, ed
-era voce che non appena con l’età di quarantacinque anni divenisse
-abile al supremo magistrato, sarebbesi fatto creare Gonfaloniere a
-vita. Un grande passo aveva fatto l’anno 1490 col togliere al Consiglio
-dei Settanta l’autorità di creare la Signoria, il che era avere lo
-Stato in mano. Questo da principio Lorenzo aveva sofferto dividere con
-un collegio di suoi devoti, ma era numeroso ed era perpetuo, da non
-potersi alla lunga governare: per questo e perchè le cose andassero più
-strette e più spedite, fece Lorenzo eleggere una Balìa di Diciassette,
-dei quali era uno egli medesimo. Fu ordinato che ai Settanta rimanendo
-l’autorità d’una Pratica o Consulta, tutto il maneggio delle scelte
-si facesse per vie coperte dagli Accoppiatori, com’era già stato.
-Quella Balìa decretava più altre riforme, tra le quali, perchè era in
-Firenze quantità di monete nere di vari paesi; mettendo queste fuori
-di corso, ordinarono che le gabelle si pagassero in monete bianche
-allora coniate, nelle quali entravano due oncie d’argento per libbra e
-valevano il quarto più delle altre. La cosa era per sè buona, ma per
-questo modo crebbero assai le entrate della città, con molto gridare
-della plebe alla quale rincaravano tutte le grascie e cose necessarie
-al vitto. Con altre industrie fu continuato l’antico scandalo
-circa al Monte delle Doti, di nuovo ridotte e sempre a benefizio di
-Lorenzo.[550]
-
-Il titolo di Magnifico a lui serbato dalla posterità era solito darsi
-a chiunque avesse condizione più che di privato. Già egli traeva a sè
-ogni cosa: lui personalmente riconoscevano ed a lui si obbligavano i
-Signori della Città di Castello, e i Baglioni di Perugia, e i Malaspini
-di Lunigiana, ed altri che aveano soldo dal Comune; quelli di Faenza a
-lui erano in tutela. I Re ed i Principi con lui solo carteggiavano di
-cose di Stato: Luigi XI di lui pigliava cura come d’amico. Ferrando gli
-rendea grazie dell’averlo salvato egli solo nell’ultima guerra; col re
-d’Ungheria Mattia Corvino aveva relazioni per cose di studi. Vedemmo il
-favore di che egli godeva presso al Signore dei Turchi; ed il Soldano
-d’Egitto mandava doni a lui e alla Signoria, tra’ quali era un Leone
-domestico ed una Giraffa, strano animale che altra volta s’era veduto
-in Firenze; ma gli Artisti e gli Scrittori faceano a Lorenzo gloria
-d’ogni cosa, come di omaggio che a lui rendessero i re barbari.[551]
-In casa e in città mantenne sempre modi e costumi di cittadino; il
-vivere suo era più compagnevole che fastoso, eccetto in qualche solenne
-occasione di feste o conviti a principi forestieri: serbava con tutti
-la fiorentina dimestichezza, ed a chi fosse di più età di lui cedeva
-la mano.[552] Il figlio suo Piero maritò con l’Alfonsina di quella
-stessa casa Orsini donde egli medesimo aveva la moglie: le nozze furono
-celebrate in Corte di Napoli ed alla presenza del Re. In questo e nel
-maritaggio della figlia Maddalena cercò alleanze di famiglie signorili,
-ma collocò le altre figlie con privati cittadini di Firenze, sposando
-Lucrezia a Iacopo Salviati, e Contessina a Piero Ridolfi; aveva la
-terza figlia promessa a Giovanni dell’altro ramo di casa Medici, ma
-essa moriva quando era sul punto di andare a marito.
-
-Come in Firenze i maritaggi tra gli Ottimati serviano spesso alle
-politiche aderenze, così Lorenzo che per tal modo si avea legato due
-famiglie delle maggiori nella città, poneva studio diligentissimo
-nell’impedire che tra le grandi Case non si formassero alleanze a lui
-sospette, o ne faceva egli a suo modo, avendo l’occhio sugli andamenti
-dei cittadini, sulle amicizie, sugli interessi: male sofferiva persino
-che altri si rendesse grato con balli e conviti in occasione di nozze,
-com’era costume antico in Firenze, d’allora in poi quasi dismesso.
-«Nelle quali cose ebbe a durare grande fatica massimamente nei primi
-tempi, e ad altro pareva non attendesse il dì e la notte mettendovi
-tutto l’ingegno e l’industria con assidua pazienza e usando a tal
-fine varie arti con sètte segrete e compagnie che l’una non sapeva
-dell’altra:[553]» nelle stesse liberalità poneva tale misura che niuno
-s’arricchisse troppo, e che gli uomini dello Stato non apparissero
-all’universale violenti e rapaci. Dipoi, la congiura dei Pazzi gli
-aggiunse amici nuovi e ristrinse i vecchi più intorno a lui, tanto
-che la potenza sua divenne più assoluta, e crebbe un grado da quella
-che aveva tenuta Cosimo. Il Palagio della Signoria perdeva ogni dì
-credito, ai Consigli ed agli stessi Collegi, che prima erano ogni cosa,
-pochi si curavano d’intervenire: onde nacque caso che non si potendo
-fare la tratta dei magistrati al dì necessario, e taluni ch’erano a
-caccia nelle ville loro avendo ricusato andare, sebbene chiamati a
-grande fretta, dal Gonfaloniere furono ammoniti. Ma parve a Lorenzo,
-assente in Pisa, che avesse quegli presa di suo capo troppo grande
-libertà; e si aggiunse l’avere negato, secondo l’usanza, l’entrata in
-Palagio mentre i Consigli deliberavano, a Ser Piero da Bibbiena ch’era
-Cancelliere di Lorenzo; per queste cose il Gonfaloniere appena uscito
-d’ufizio fu ammonito per tre anni.[554] Industria antica di Casa dei
-Medici era tenere in ciascun ufizio o magistrato un Cancelliere di
-confidenza loro: e uno ve n’era salariato dal Comune da stare fermo
-nelle ambascerie che spesso mutavano, il quale aveva con Lorenzo conto
-a parte e lo avvisava d’ogni cosa. Per tale modo i grandi cittadini
-aveano gli uffici, ma gli uomini tirati su da Lorenzo esercitavano ad
-arbitrio suo la potestà effettiva, massimamente in ciò che spetta alle
-gravezze ed al Monte, ch’egli era accusato volere annullare per indi
-volgere più liberamente le entrate pubbliche a suo pro. A ciò era dalle
-private sue necessità costretto; ma il danno feriva grande numero di
-cittadini che aveano nel Monte i loro capitali, e ne ricavavano fra
-tasse e riforme più che dimezzato l’interesse. Ma sopra ogni altra
-odiose riuscivano le riduzioni fatte al Monte delle Doti, che non si
-pagando al tempo promesso rimanevano nel Monte, e le fanciulle che si
-maritavano, in luogo di sorte non avendo altro che l’interesse sotto
-certe regole, era alle famiglie necessità sborsare la dote in contanti
-per non si potere valere di quello che aveano a tal fine più anni prima
-depositato. Dal che avveniva che poche fanciulle si maritassero, e
-anche bisognava chiederne licenza perchè il parentado andasse a genio
-di Lorenzo.[555]
-
-Ogni principio di rumore, se pure nascesse, prontamente gastigava, come
-apparve in un caso narrato dall’oratore Modenese, allora in Firenze,
-le cui parole giova riferire. «Andando io in piazza, trovai gran
-tumulto di popolo, e la causa fu perchè menandosi uno giovine della
-terra alla giustizia perchè avea morto un famiglio de li Otto a’ dì
-passati, ed essendo fuggito a Siena, i Senesi lo diedero nelle mani
-di questa Signoria per i capitoli comuni. E menandosi detto giovine
-per piazza per condurlo al luogo della giustizia, il popolo si levò,
-gridando _scampa, scampa_; in modo che lo cominciarono a togliere dalle
-mani alla famiglia del bargello. Pure li Otto della Balìa in persona
-vennero in piazza e fecero fare subito un bando, alla pena della forca,
-che la piazza fosse sgombrata. Ed essendo fatta instanza per l’oratore
-di Milano ed il Genovese per ottenere la grazia di quel giovine, e ad
-instanza di Lorenzino e di Giovanni e di Pier Francesco (de’ Medici)
-con il Magnifico Lorenzo che si trovò in Palazzo a tale tumulto, Sua
-Magnificenza gli dette buone parole, e operò ch’egli fosse appiccato
-in piazza ad una finestra del bargello: poi fece pigliare quattro di
-quelli del popolo che gridavano _scampa, scampa_, e a ciascheduno fu
-dato quattro tratti di corda e furono sbanditi per quattro anni fuori
-della terra. A questo modo si sedò il tumulto, e mai non si volse
-partire fuori della piazza il Magnifico Lorenzo sinchè non vide sedato
-il popolo.[556]» Di questo tumulto non fanno parola gli scrittori
-Fiorentini.
-
-Ma più della forza poteano il favore e i nuovi costumi, il popolo
-essendo a lui devoto in città fiorente per l’eccellenza delle Arti
-e per la dovizia dei mestieri: domato di prima, impinguato ora più
-che mai fosse pei grossi guadagni, rallegrato dalle feste, godevasi
-ambiziosamente come sue la grande fama di Lorenzo, le magnificenze
-della Casa Medici, la gloria che a tutta la città ne derivava. Essendo
-a Lorenzo falliti i traffici ai quali sdegnava calare l’ingegno,
-si voltò alle possessioni; e al Poggio a Caiano edificò una Villa
-d’architettura elegantissima, della quale egli medesimo avea dato il
-primo concetto a Giuliano da San Gallo che dietro a quello poi la
-condusse. Cercando risollevare l’infelice Pisa dal tetro squallore
-in che era caduta, comprò molte terre in quella provincia e case
-in città, dove a lui stesso non di rado piaceva dimorare facendovi
-spese e mettendo vita intorno a sè: ripristinò anche l’antico gioco
-del Ponte, caro ai Pisani e quindi vietato dalla sospettosa gelosia
-della Repubblica di Firenze. Era in Pisa uno Studio, anch’esso deserto
-dopo la conquista; ma Lorenzo volle sorgesse a celebre Università;
-chiamandovi con larghi stipendi da ogni parte d’Italia eccellenti
-professori in legge, in medicina, in divinità.[557] Le umane lettere
-e le Arti aveano in Firenze già grande splendore: Lorenzo era tale in
-sè medesimo da più illustrarle; ingegno potente, vario, elegantissimo
-e curioso d’ogni sapere, capace di alzarsi al pensiero filosofico e
-al sentimento delle Arti belle, scrittore non ultimo in prosa ed in
-verso tra molti insigni che lo attorniavano, raccoglitore munifico
-di quelle opere dell’antichità dalle quali aveano impronta gli studi.
-Il secolo era nelle dottrine incerto e mutabile, nei costumi sciolto,
-gaio nella vita com’essere sogliono i tempi che alle ruine precedono.
-Lorenzo pareva in sè accogliere tutto il secolo, scrivea rime sacre
-e canti carnascialeschi, cercava e ascoltava gli uomini religiosi ed
-era involto negli amori. Assiduo alle cure di Stato e infaticabile in
-ogni cosa che a lui servisse o a lui dèsse fama, pareva non altro amare
-che celie e sollazzi, e compagnia d’uomini arguti e faceti; avea tal
-natura, che a tutto bastava e ad ogni cosa pareva fatto. La Casa dei
-Medici era un museo, una scuola, un ritrovo degli ingegni che ad essa
-accorrevano; da quella partivano i consigli gravi, e la luce delle
-lettere, e i giochi e le feste e le corruttele dei costumi: in quella
-cresceano fanciulli due Papi, ivi risedeva l’Accademia Platonica intesa
-con gli studi a rinnalzare la vita e il pensiero; ed ivi continua la
-dimestichezza del Poliziano e del conte Giovanni Pico della Mirandola
-che fu portento dell’età sua; ivi Michelangiolo faceva saltare dal
-marmo le prime scaglie, e Luigi Pulci leggeva il Morgante nelle cene
-geniali: tanta ampiezza di vita, nè tanta magnificenza, nè allegrezza
-forse alcun tempo non vide mai; era il nome di Lorenzo in cima a ogni
-cosa.
-
-E intanto la vita di lui declinava. I dolori delle gotte, ereditari
-nella famiglia sua, lo avevano afflitto sino dalla giovinezza; e noi
-lo troviamo già nell’anno 1482 ai Bagni del Senese ed a quei di Lucca,
-e spesso di poi al Bagno a morbo nel Volterrano.[558] Si aggiunsero
-doglie frequenti di stomaco, dalle quali fu talmente logorato, che
-a vedere alcuni ritratti di lui si direbbe uomo decrepito. Crebbe il
-male nei primi mesi dell’anno 1492, nè vollero gli amici e i congiunti
-crederlo mortale insinchè agli otto del mese d’aprile nella villa
-di Careggi, di poco avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra
-sofferenze acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva
-quella vita della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata,
-nè più nei tempi che sopravvennero celebrata. Due giorni prima, caduto
-un fulmine sulla Cupola di Santa Maria del Fiore aveva spezzato quella
-delle grandi costole di marmo che scende dal lato dov’era la Casa dei
-Medici, e i pezzi cadendo foravano in più luoghi la vôlta del tempio.
-La notte di quel dì stesso che era stato ultimo a Lorenzo, Pier Leoni
-da Spoleto, medico fra tutti reputatissimo, fu trovato morto in un
-pozzo a San Gervasio, o ch’egli medesimo, come fu detto, vi si gettasse
-per disperazione, o che vi fosse da altri gettato. Nella città era
-grande la costernazione, pauroso l’avvenire a coloro stessi che mal
-volentieri ubbidivano a Lorenzo; gli amici a lui più bene affetti, o
-si dispersero, o mancarono: due anni dopo moriano, sebbene di lui più
-giovani, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano: Marsilio Ficino, già
-vecchio, finiva non molto dipoi.
-
-Tempi luttuosi conseguitarono alla morte di Lorenzo dei Medici, e
-accrebbe favore al suo nome l’essersi da indi in poi di tutta Italia
-arrovesciate le sorti, quasi fosse ella perita con lui che solo era
-abile a scamparla. Bentosto si vennero a urtare insieme le ambizioni
-degli altri Principi, insinchè non furono oppresse tutte dalla
-sopravvenienza delle armi straniere che uno di loro aveva chiamate. Fu
-detto Lorenzo avere creata la scienza che poi fu appellata d’equilibrio
-e che ai politici delle età seguenti divenne studio; ma era già arte
-della Repubblica di Firenze, naturale protettrice delle città e degli
-Stati minori di lei, perchè ella cercava tra mezzo ai maggiori la
-propria sua conservazione. La quale arte stando rinchiusa dentro ai
-confini d’Italia, valeva a tenerla bene spartita e contrappesata in
-sè medesima finchè d’oltremonti nessun pericolo minacciasse; più non
-bastava se una volta le altre nazioni venendo a comporsi in forti
-regni, la divisione rendesse invalida la difesa; il che presentiva
-l’istesso Lorenzo. Questi mantenea frattanto l’Italia in bilancia,[559]
-il che era un rimuovere le cause interne e le occasioni per cui
-venissero gli assalti di fuori: e ciò da lui solo riconosceva ed a lui
-ne diede, fra tutti gli altri, amplissima laude Francesco Guicciardini
-nel principio della grande Istoria sua; sebbene avesse egli in altra
-opera giovanile, ponendo a confronto Cosimo e lui, attribuito maggiore
-all’avo prudenza e giudizio. Bene ebbe Lorenzo assai più di Cosimo
-ardito il consiglio e in più vasto campo spaziava il pensiero: natura
-d’artista, anima di principe, ultima grandezza d’un’età splendida che
-finiva.[560]
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI.
-[AN. 1434-1491.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA.
-
-
-Abbiamo veduto per cento anni l’operosità intellettuale degli Italiani
-volgersi quasi unicamente a riporre in luce gli autori classici,
-ad assicurarne la lezione, a propagarne l’uso e l’intelligenza. In
-essi cercavano forme più elette alla parola, ma per quello studio
-apersero come un nuovo mondo alla erudizione, che fino allora si era
-aggirata dentro a termini molto angusti; della quale Dante era assetato
-penosamente, ed il Petrarca troppo soddisfatto. Ma intanto l’istoria
-tornata in luce rettificava molti degli errori che aveano goduto
-autorità e corso nell’età di mezzo, e la critica si assottigliava,
-e molte passioni si temperavano col cessare l’ignoranza che l’uomo
-racchiude in sè medesimo e lo rende spesso agli altri più ostile.
-Molto anche appresero dai Latini quanto agli uffici dell’uomo civile;
-la scienza pratica si avvantaggiava, ma facendo ingombro a eletti
-ingegni nei quali si vede scarsa in quegli anni l’originalità: dipoi,
-saziata la foga del ritrovare, venne il pensiero speculativo a farsi
-più ardito, quando ai Latini s’aggiunsero i Greci scrittori e che
-lo studio di questa lingua si fu divulgato. Uomini dotti tra’ Greci
-accorsero al Concilio tenuto in Firenze per l’unione delle due Chiese,
-e in tale occasione le controversie teologiche riaprirono il campo alle
-filosofiche; i Greci portarono in esse un rivolo delle antiche loro
-scuole, buono ad irrigare i campi fatti aridi della scolastica, donde
-san Tommaso aveva oggimai cavato ogni frutto.
-
-Tra gli altri erano due Greci, cultori della Filosofia platonica,
-Gemisto Pletone ed il cardinale Bessarione che aveva promossa l’unione,
-e che rimasto poi sempre aderente alla Chiesa dei Latini godeva in
-Italia autorità negli studi. Da questi due uomini dovette Cosimo dei
-Medici essere indotto a favorire quella dottrina che molto bene si
-confaceva al genio artistico e religioso de’ Fiorentini; l’accolse
-egli stesso nel suo Palazzo, e ad essa volle che fosse allevato quasi
-dalla fanciullezza Marsilio Ficino ch’era figliuolo del medico suo.
-Ivi si facevano conversazioni di dotti, le quali pigliarono nome
-platonico d’Accademia, divenuto solenne dipoi a questa e ad altre
-simili riunioni. Cotale indirizzo dato agli studi sino d’allora io
-credo fosse argine alla corruttela del pensiero. Finchè un principio
-d’autorità poneva limiti alla controversia, e i più alti gradi della
-scienza in lei scendevano dalla fede, giovava seguire la disciplina
-dei peripatetici, sottile arnese ed atto ai lavori delle scolastiche
-officine. Ma ora che il pensiero ambiva spingersi fino all’altezza dei
-primi veri, e le dottrine del gentilesimo tutto invadevano il sapere,
-bene fu almeno alle scuole nostre avere accolta quella filosofia che in
-cima a sè stessa aveva un principio fuori di sè stessa, sovraimponendo
-l’idea di Dio a tutta l’opera del ragionamento. Per quelle dottrine
-si temperarono molti ingegni fino ai più audaci e dissoluti: corse
-oltre a un secolo, e la prevalenza ch’ebbe in Toscana un tale abito
-nel filosofare, io credo infondesse maggior sanità nell’intelletto di
-Galileo e della scuola che da lui discese. Si vede egli sempre nella
-fisica avere a guida una filosofia, e per lo studio della materia
-non perdere mai l’idea dello spirito: bene gli avvenne che al primo
-formarsi di quella mente gli stesse innanzi nelle tradizioni casalinghe
-una filosofia religiosa; così l’accademia Platonica diede qualcosa del
-suo all’accademia del Cimento.
-
-Marsilio Ficino [n. 1433, m. 1499] tradusse in lingua latina le opere
-di Platone, che fu il maggiore servigio prestato da lui direttamente
-alla filosofia. Tradusse i libri anche di Plotino, e si affaticò molto
-intorno a Proclo, a Giamblico e agli altri della Scuola neoplatonica
-d’Alessandria; ne accolse le mistiche astrusità, e da quelle fu
-condotto infino ai sogni dell’Astrologia giudiziaria e ad altre
-consimili fantasie. La sua maggiore opera è un libro col titolo di
-_Teologia Platonica_, perchè nel pensiero di lui, platonico e cristiano
-erano tutt’uno; ed egli cercava per tal modo soddisfare insieme
-all’ingegno sottile ed al cuore dov’era la fede sincera e schietta: fu
-prete e parroco virtuoso, di vita semplice, di costumi puri; e, quale
-si fosse il valore delle sue dottrine, la conversazione di lui educava
-agli alti pensieri e alla bontà i molti suoi discepoli o seguaci.
-Innanzi alla morte del Ficino e poi molti anni, tenne in Firenze la
-cattedra di filosofia Platonica Francesco Cattani da Diacceto, che pei
-suoi libri si acquistò fama come illustratore di quella dottrina. Nei
-tempi di Marsilio, e di lui più vecchio, Cristoforo Landino [n. 1424,
-m. 1504] fu anch’egli platonico: scrisse in latino le Disputazioni
-Camaldolesi, un trattato sulla nobiltà dell’anima ed altre molte
-cose in prosa ed in verso; in lingua italiana, un dotto Commento e
-assai reputato sulla _Divina Commedia_; tradusse in volgare l’Istoria
-Naturale di Plinio; insegnò in Firenze le belle lettere e fu segretario
-della Repubblica: pochi s’agguagliarono a lui per l’onorata vita e pei
-servigi recati agli studi.
-
-In quel secolo fu la Toscana oltremodo ferace d’ingegni, sebbene ad
-alcuni tra’ sommi nuocesse la varietà delle cose a cui si volsero nel
-tumultuare che le menti facevano in quella novità di studi tuttora
-immaturi. Il che si vidde in Leone Battista Alberti, nato in esiglio
-su’ primi anni del quattrocento, di quella famiglia che noi vedemmo
-fieramente perseguitata in Firenze. Attese da giovane allo studio delle
-leggi e fu laureato nel diritto canonico, intantochè egli scriveva
-in latino una Commedia che fu creduta d’autore antico, e si rendeva
-singolare per forza e destrezza negli esercizi del corpo ed in tutte
-le arti liberali e cavalleresche. Artista e scrittore non trascurò la
-pittura e la scultura ma fu grande nell’architettura, di lui rimanendo
-per l’Italia alcuni insigni edifici, tra’ quali bellissima la chiesa
-in Mantova di Sant’Andrea: scrisse un trattato di quest’arte, libro
-che lo pone anche oggi tra’ primi che ne furono maestri. Si dilettò
-molto della meccanica, ingegnandosi a comporre macchine che riuscirono
-singolari massimamente per ciò che spetta all’arte nautica: nella
-scienza della prospettiva fu maestro a quelli che dopo lui vennero.
-Seguendo in filosofia le dottrine platoniche, scrisse non pochi
-trattati di cose morali in lingua volgare. Uno tra questi che ha
-per titolo della _Famiglia_ contiene nel terzo Libro la materia di
-quello che lungamente andò col nome di Agnolo Pandolfini. Duole a noi
-spogliare il buono e onorato vecchio della lode che a lui ne venne:
-certo che il libro si direbbe opera d’un massaio anzichè d’uomo a cui
-fa peso l’erudizione, ed il cui scrivere in volgare parve aspro agli
-stessi amici suoi, per essere egli nato in esiglio ed assai tardi
-venuto in Firenze. Ma poichè vediamo lui stesso chiamare _nudo lo stile
-di quel terzo libro, essendosi in quello provato a imitare il greco
-soavissimo scrittore Senofonte_, non rimane altro a noi (se falsa non
-sia quella lettera), che ammirare qui pure l’ingegno tanto pieghevole
-dell’Alberti, dolendoci che sempre non abbia egli scritto nudo a quel
-modo. Poco egli visse in Firenze, dov’era stata dal Medici richiamata
-la famiglia degli Alberti; e morì l’anno 1472.
-
-Abbiamo narrato di Sant’Antonino il suo valore anche nelle lettere:
-dicemmo assai di Giannozzo Manetti del quale non ebbe Firenze altro
-cittadino più lodato nella vita civile nè più di lui autorevole per
-sapere. Scrisse molti libri, dotto com’egli era in greco e in latino,
-ma con predilezione si diede all’ebraico; tradusse da questa lingua
-il Saltero, combattè i giudei, trattò argomenti di religione e di
-morale, cui bene serviva con la integrità del costume. Infelice come
-cittadino, Giannozzo fu l’ultimo che insieme attendesse alla Repubblica
-e agli studi: la vita civile diveniva più angusta, intantochè si
-apriva un campo più vasto alla vita letteraria che già in quel tempo
-si diffondeva per tutta Italia. Ma pure i Medici non disdegnavano
-chiamare agli uffici i letterati devoti a loro, e si onoravano con
-l’inviarli ambasciatori a’ Principi forestieri: così è che ascese ai
-più alti gradi in quella nuova sorta di Repubblica Matteo Palmieri,
-il quale ottenne stima di solenne letterato per le molte opere da lui
-composte, ma oggi meno lette. Tra queste primeggia un trattato sopra
-la _Vita Civile_, che fu tradotto anche in francese, ed una Cronaca
-dalla creazione del mondo fino a’ suoi tempi, con altre minori opere
-istoriche, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di Dante,
-che ha per titolo _Città di Vita_. I Segretari o Cancellieri della
-Repubblica si sceglievano per antico uso, come abbiamo detto, tra
-gli uomini letterati, che tali furono Carlo Marsuppini, e Benedetto
-Accolti aretini e Bartolommeo Scala da Colle in Val d’Elsa. Ebbe
-l’Accolti un fratello di lui più chiaro come giureconsulto, di nome
-Francesco, seduto su varie cattedre in Italia. Filippo Bonaccorsi, nato
-in San Gimignano, che ad uso di quella età pigliò nome di Callimaco
-Esperiente, giovane appartenne a quell’Accademia Romana che poi
-soffriva fiere persecuzioni; donde scampato viaggiò per l’Oriente,
-e fermatosi in Polonia e divenuto ivi grande personaggio, scrisse
-in latino assai elegante l’Istoria della infelice guerra nella quale
-venne a morte l’ultimo nazionale re d’Ungheria. Un altro sangimignanese
-Paolo Cortese, cui diede fama un libro di Teologia purgata dal gergo
-scolastico, soleva menare la vita in un castello presso al luogo
-nativo, dove accoglieva i dotti, e di alcuni dettava le Vite.
-
-Abbiamo a stampa, ma in troppo scarso numero, le prediche di San
-Bernardino da Siena, che al modo di altri celebri e più antichi
-Frati sermoneggiando sulle piazze delle città d’Italia, predicava la
-cessazione dalle inimicizie cittadine; oratore concitato, ricco di
-figure, caldo e abbondante come avvezzo a sempre cercare gli effetti
-subiti sulle moltitudini. D’un altro senese che fu Enea Silvio
-Piccolomini, papa col nome di Pio II, bene fu detto avere egli scritto
-più libri che altr’uomo ozioso, e trattato più faccende che altri
-ad esse unicamente rivolto. Viaggiò dell’Europa alcune parti ancora
-meno note, descrivendo i luoghi osservatore acutissimo, fu ministro
-dell’imperatore Federigo III, fu cancelliere del Concilio di Basilea
-e propugnatore della contesa ivi sostenuta contro a papa Eugenio.
-Disciolto il Concilio, si acconciò col Papa; Legato in Germania
-ch’egli bene conosceva, sostenne acremente ivi le parti della cattedra
-pontificia, e questa tenne poi decorosamente avendo finita, coma
-narrammo, la vita nelle fatiche di un troppo ardito divisamento. Le
-opere sue tutte in latino, oltre agli scritti di controversia ed alle
-Poesie, contengono Istorie del tempo suo, Commentari e descrizioni di
-paesi; i fatti d’Italia narrò fin presso alla morte sua, quelli della
-Germania come attore o come testimone sempre autorevole quando anche
-appassionato: scrittore copioso, arguto, gratissimo a leggere per una
-sua eleganza e disinvoltura signorile da lui acquistata nella pratica
-dei grandi uomini e delle grandi cose; ingegno vario, di cui fu danno
-che non si abbellisse la lingua italiana.
-
-Le Scienze allora sorgevano anch’esse, nelle quali non possiamo tacere
-il nome di Paolo Toscanelli che non si vuol confondere con un altro
-fiorentino Paolo Dagomari, detto dell’Abbaco, vissuto prima che il
-Toscanelli nascesse l’anno 1397. Dotto di cose astronomiche, derise
-l’Astrologia: essendo venuta a compimento la grande Cupola di Santa
-Maria del Fiore, pensò d’apporre in cima d’essa uno Gnomone rimasto
-famoso. Questo per la grande altezza disegna con raggio più lungo più
-larghi gli spazi, i quali lo spettro solare fa correre dal foro, ch’è
-in cima, sul marmo infisso nel pavimento; dal che più distinto riesce
-il punto meridiano, e più si determina il momento del solstizio.
-Ma gloria maggiore ebbe il Toscanelli dall’essere stato _cagione in
-grande parte al Colombo d’intraprendere il grande suo viaggio_; il
-che sappiamo dalla Vita che Ferdinando Colombo ha lasciato del suo
-genitore. Paolo, curioso della Geografia, ebbe da mercanti fiorentini e
-da certi uomini inviati dalle Indie al papa Eugenio IV notizie di quei
-paesi e occasioni di farsi un concetto, fortunatamente sbagliato, della
-via da percorrere per giungervi da Occidente. Ne scrisse a un Martinez
-canonico di Lisbona, il quale avendone tenuto discorso al Colombo,
-questi per mezzo di un Giraldi fiorentino ch’era in Lisbona mandò per
-lettera al Toscanelli l’annunzio del suo disegno ed una piccola sfera
-sulla quale aveva segnato il viaggio; donde il Toscanelli mandava al
-Colombo una Carta da navigare con gli spazi segnati a suo modo: a tutti
-è noto che il Colombo credeva la prima terra da lui toccata fossero le
-Indie. Il Toscanelli non ebbe tempo di sapere a quale uomo e a quale
-scoperta avesse in perpetuo egli associato il nome suo, morendo l’anno
-1482.
-
-Qui male possiamo noi definire in brevi tratti Leonardo da Vinci [n.
-1452, m. 1519], intelletto portentoso e inesplicato nella vasta potenza
-sua, che in sè racchiudeva come una divinazione iniziatrice delle
-scienze le quali si ampliarono dopo di lui. Tiene Leonardo come artista
-tra i sommi un luogo tutto suo proprio e quasi appartato, perchè non
-bastandogli il bello esprimere come forma, intese a condurlo per via
-del pensiero fino all’ultima idealità sua; cercò degli affetti le
-ragioni più riposte; e dopo averne dentro all’animo concetta l’essenza
-per via d’astrazione, fece suo studio tradurla con l’arte in immagine
-visibile: nè ciò gli bastava, chè un altro studio tutto diverso poneva
-egli quindi nei mezzi meccanici che all’arte dessero compimento. Dei
-suoi dipinti, che procedevano lentamente, pochi rimangono: il Cenacolo
-in Milano, sebbene quasi perito, è per eccellenti copie negli occhi di
-tutti; gli studi, i bozzetti, le prove mutate con sottili differenze
-abbiamo in gran numero, perchè egli fu ingegno ch’era impossibile
-soddisfare. Un colosso equestre di Francesco Sforza, del quale aveva
-già fatto il modello, fu distrutto dai Francesi quando l’anno 1500
-entrarono in Milano; si perdè il cartone d’un grande dipinto che doveva
-ornare Firenze. Ma egli ebbe intelletto essenzialmente speculativo:
-scrisse trattati sulla Pittura e sopra l’Idraulica: abbiamo libretti
-dov’egli segnava i suoi calcoli e le invenzioni sue, le macchine da
-lui tentate, gli studi d’algebra, di geometria e quelli intorno alla
-meccanica razionale, alla dinamica, all’ottica, all’anatomia degli
-uomini e degli animali; trovò la teoria del moto dell’onde, studiò
-il volo degli uccelli, osservò fatti tra i più reconditi ch’abbia la
-natura, intorno ad essi lasciando formule che tuttavia sono rimaste
-alla scienza. In questi frammenti dei suoi studi, gli ardui problemi
-che egli aggrediva col pensiero ne mostrano quanta solidità fosse
-in quella sua mirabile estensione. Era oltreciò bello e forte della
-persona; eccellentissimo nella musica e inventore d’alcuni strumenti.
-Non ebbe fortuna con Leone X; accolto in Milano da Lodovico il Moro,
-condusse l’opera del Canale detto il Naviglio, e lavorò intorno alle
-fortificazioni; amato dal re Francesco I, dimorò in Francia alcuni anni
-e quivi moriva in un castello presso Amboise, nè già in Milano e nelle
-braccia di quel Re come fu detto fino ai giorni nostri. Aveva Leonardo
-spinto il pensiero fino a cercare una generale proporzione la quale
-servisse a lui come artista per la figura dell’uomo, e come fisico gli
-mostrasse le leggi supreme a cui si conforma la struttura delle cose.
-Quindi Fra Luca Pacioli da Borgo San Sepolcro, amico e compagno di lui
-pubblicava, su quell’idea un libro _della divina proporzione_: era il
-Pacioli pratico nei calcoli, avendo in più libri raccolto d’algebra e
-di geometria quanto si sapeva al tempo suo, e dato notizia di antichi
-studi matematici in oggi perduti, tra’ quali primeggiano alcuni
-frammenti del pisano Fibonacci.
-
-In Leonardo vennero a far capo le due correnti per le quali si era
-condotta innanzi l’Italia, da un lato nelle Arti e dall’altro nella
-Scienza; ma le Arti ebbero più facile e necessariamente meno incerto
-il cammino. La forte vita che si agitava per tutto il dugento aveva
-prodotto quasi a un portato Dante e Giotto; ma bastò a Giotto avere
-in sè stesso la forma del bello, poichè i mezzi capaci ad esprimerlo
-erano a lui già sufficientemente forniti dall’uso che era ai suoi tempi
-della pittura. Quei mezzi che stanno invece della parola, nelle Arti
-d’imitazione sono quasi del tutto meccanici; quindi è più semplice
-l’andamento pel quale riescono esse a procedere e a perfezionarsi.
-Un genio era apparso da principio e aveva mostrato una via nuova,
-donde la pittura per quasi un secolo parve come stare intorno a lui,
-da lui pigliando l’esempio a certe significazioni degli affetti e più
-accurate regole al disegno e più ardimento nelle composizioni; facendo
-di tutte queste cose all’Arte come un patrimonio capace a vivere ed
-a passar oltre. Il che essa fece dopo a Masaccio. Il quattrocento fu
-secolo d’artisti, i quali bisogna dire che in Firenze nascessero come
-spontanei dal suolo; molti gli eccellenti, e male pareva che non si
-sapesse fare. Il nome d’Arte, come si usa oggi a modo astratto, non
-conoscevano: facevano come se esercitassero un mestiere, del quale i
-maestri insegnavano le pratiche; il resto avevano in sè stessi.
-
-Basti a noi dire i nomi dei capi scuola o quelli ch’ebbero maggior
-fama. Fra tutti primeggia la famiglia dei Ghirlandai, dei quali
-Domenico per evidenza di esecuzione e per naturalezza in certe sue
-opere di molte figure ci fa vedere come in ritratto l’antico popolo
-di Firenze; ma gli sta innanzi per la finezza dell’espressione e pei
-concetti Fra Filippo Lippi, seguito da un figlio dello stesso nome:
-Sandro Botticelli espresse affetti squisiti con forme più larghe:
-Benozzo Gozzoli dipingeva in Pisa con lunga serie di composizione tutta
-una parete di quel mirabile Campo Santo, dove il pensiero della morte
-pare che inalzi la coscienza della vita. Nella scultura s’illustrò
-molto in patria e fuori Andrea del Verrocchio: spesso i tagliatori di
-pietre, da lavoranti nelle cave intorno a Firenze riuscivano scultori
-fra tutti carissimi, perchè a vedere quei volti di marmo tu gli credi
-vivi e che ne debba uscire una voce; com’è nelle opere di Mino da
-Fiesole, di Desiderio da Settignano e di due da Rovezzano. Spesso
-gli scultori insieme erano architetti, come i due da Maiano, i due da
-San Gallo, Andrea da Montesansavino e il Cronaca, autore del Palazzo
-degli Strozzi, dove è vergogna che tuttavia rimanga non compiuto il
-cornicione del quale il mondo non ha il più perfetto. Ma intanto le
-Arti erano salite a maggior grado anche fuori di Toscana, e già d’altre
-scuole erano usciti pittori che inaugurando con altre maniere l’età
-susseguente, preparavano da tutta Italia il tempo nel quale si viddero
-esse toccare il colmo. Tra questi è debito annoverare Giovanni Bellino
-che diede principio alla grande scuola Veneta, e Andrea Mantegna che
-illustrò la Lombarda; Pietro Perugino diede all’arte del dipingere una
-maggiore dolcezza, Francesco Francia bolognese la usò con più ardita
-e più originale maniera. Un poco più tardi Fra Bartolommeo da San
-Marco [n. 1469, m. 1517] s’accostò ai sommi, o sta con essi, tanto in
-lui tutte le parti del dipingere toccarono alla eccellenza; che sono
-disegno compito, nobiltà di forme, scienza nel comporre e un grande
-intendere della prospettiva: ed in tutte queste doti certa proporzione,
-per cui niuno forse de’ grandi artefici è di lui più dotto. Ma qui,
-per dare compimento a quella scuola la quale fu tutta peculiare
-Fiorentina, vogliamo per ultimo anche registrare il nome d’Andrea del
-Sarto [n. 1488, m. 1534], il quale sebbene per gli anni appartenga
-all’età seguente, continua l’antica scuola cittadina, condotta da lui
-a perfetta finitezza pel movimento delle figure, pel rilievo, per la
-vita in esse più varia, per evidenza insomma più intera, curando egli
-familiarmente il vero più che l’ideale. In queste cose Andrea del Sarto
-vince il Frate istesso, di cui le forme pare alcune volte ti stieno
-innanzi come a mostra, o hanno movimento ed atto forzato, com’è nel San
-Marco, dove non so se egli pure cedesse all’esempio formidabile del
-Buonarroti, ovvero se come frate di San Marco volesse a quell’iroso
-colosso prestare l’anima del Savonarola. Ma di Arti parlando, è da
-dire anche dell’incisione in rame cui diede forse un qualche principio
-Maso Finiguerra fiorentino, derivandone le pratiche dall’arte dei
-Nielli nei quali fu egli eccellente: o se l’incidere dal rame in carta
-fu inventato prima in Allemagna, è certo almeno che il Botticelli
-ed Antonio Pollaiolo, insigni pittori, figurarono tra’ primi che
-l’esercitassero in Italia. Ne stringe lo spazio, talchè non possiamo
-qui molto estenderci nè sulla orificeria che fu nutrice a grandi
-artisti, nè sopra l’arte qui molto estesa dell’ornare con miniature le
-cartapecore, nè su quella d’incidere in gemme.
-
-Continuava la Poesia volgare ad essere come soffocata dall’erudizione
-che fa sua scienza il sapere altrui; volendo invece la poesia pensiero
-libero, che si possa tradurre in immagini intere e viventi: al che si
-aggiungeva che gli esemplari latini e greci, allora tra mano, davano
-ai poeti come una sorta di scoramento, non credendo essi l’idioma loro
-capace per anche di tanta coltura. Stava l’Alighieri come segregato
-quanto alla lingua ed allo stile, e prove infelici riuscirono quelle
-per cui fu cercato più volte di seguitarlo nei concetti scrivendo
-poemi di argomento filosofico e morale. La sola canzone, perchè era
-venuta su con la lingua, aveva cultori e stile suo proprio; ma dopo
-avere nel Petrarca toccato la cima, lui seguitava ora da lungi e
-nulla inventava. Queste erano traccie oramai segnate, ma quante volte
-i letterati volessero uscirne scriveano latino, avendo il Petrarca
-mostrato la forma di certe che appellò Egloghe, dove si avvolgevano
-pensieri talvolta da non propalarsi. Nasceva però incontro ai più
-dotti una scuola nuova d’autori più schietti, che solo intendevano a
-trarre dal fondo della lingua viva quel tanto che avessero ciascuno
-di loro in sè di poesia. Tra’ più umili Feo Belcari scrittore di
-Laudi e di Rappresentazioni sacre e profane, avea sufficiente copia
-di vena limpida come l’acqua pura, ma fu più felice in prosa che in
-verso. È pure qui obbligo di registrare anche il Burchiello, barbiere
-di nome rimasto famoso, perchè fece d’un certo suo gergo poesia forse
-arguta, ma triviale; oscura oggi, ma popolare nei tempi suoi e che ebbe
-inclusive imitatori. È tempo qui dire come la stampa recata da qualche
-anno in Firenze producesse in lingua greca la prima edizione dei poemi
-d’Omero, curata dal greco Demetrio Calcondila, e da Bernardo Nerli, che
-ne fece la spesa, offerta con una sua lettera al giovinetto Piero de’
-Medici, l’anno 1488: seguitarono a questa alcune altre nobili edizioni
-di classici Greci in carattere maiuscolo.
-
-Noi siamo ai tempi del Magnifico e al declinare del secolo. Un libro
-a tutti noto e da pochi letto, è il _Morgante Maggiore_, poema
-cavalleresco di Luigi Pulci. Costui fece prova di buon giudizio
-trattando quella sorta di argomenti come cosa da ridere; ma è poi
-vero che non avrebb’egli potuto per l’animo, o saputo per la tempra
-di quella sua vena, salire a più alta sfera e tenervisi: ebbe egli
-potente l’ingegno, ma incurante d’ogni cosa e di sè stesso, beffardo,
-scettico, atto a dissolvere più che a comprendere e all’innalzare,
-nel che sta l’ufficio della poesia vera. Gli accade alle volte di
-raccogliere per via concetti pensati fortemente, o più di rado affetti
-soavi e semplici, ma non vi si ferma; scrive a rallegrare prima sè
-stesso e poi Lorenzo e i suoi convitati: alla fine del Poema, quando
-egli descrive la morte d’Orlando, lo diresti epico, se alla invenzione
-avesse egli data coltura e splendore d’espressione che bastasse.
-Compose il Poema nei primi anni di Lorenzo e sotto al patrocinio della
-madre di lui, severa e pia matrona, la quale invero male sappiamo
-capire qual viso facesse ad un libro dove le cose più sacre son
-poste in dileggio e, quello ch’è peggio, sotto al velame di un’ironia
-fina. Ma egli era cantore pei conviti spensierati, nei quali dovette
-riuscire mirabile per quella facile abbondanza di cui fa sfoggio come
-improvvisatore, mettendo a prove difficili e strane, ma non però
-affatto disaggradevoli, una copia di modi e di forme ch’era in lui
-grandissima e che egli profonde con sempre continua scorrevolezza.
-In lui non si cerchi le squisitezze dell’arte, ma sollevando l’ottava
-rima dalla pesantezza del Boccaccio e dalle bassezze degli altri, ne
-diede esempio utile a que’ sommi maestri ch’essa ebbe dipoi: quanto
-alla lingua è facile rinvenire in essa qualcosa di meglio compito nella
-struttura del discorso, di più andante nei periodi, qualcosa insomma di
-più avanzato e più universale di quello che fosse (tranne il Petrarca)
-negli scrittori del trecento, e che in sè annunzia ingegni più adulti.
-Luca e Bernardo, fratelli di Luigi Pulci, e un Matteo Franco prete
-famigliare di Lorenzo, scrissero anch’essi con lode poesie di vario
-genere.
-
-Negli stessi anni scendeva in Firenze da Montepulciano un giovane,
-povero, ma già mirabile nei precoci studi, bentosto salito in fama
-col nome di Angelo Poliziano [n. 1454, m. 1494]. Veduto l’ingegno
-di lui singolare, Lorenzo de’ Medici lo fece subito cosa sua: i
-letterati pareano a quel tempo nascere latini, ma il Poliziano ebbe
-familiare anche la greca lingua così da nutrire coll’uso di entrambe
-quella classica eleganza che era tutta sua: imberbe ancora traduceva
-l’_Iliade_ in esametri questo omerico fanciullo, come il Ficino lo
-appellava; tradusse poi nella breve sua vita, dal greco in latino,
-altri scrittori di verso e di prosa. Ebbe anche potenza di critica
-filologica, e col raffrontare autori antichi, o ne correggeva la
-lezione, o ne illustrava col vasto sapere, non che le lingue, anche
-le dottrine. Ma sopra ogni cosa era egli latino veramente nel poetare
-in tutti i metri e in tutti gli stili, sempre con eguale felicità,
-tanto erano a lui connaturali non che le forme anco il sentire delle
-età classiche, delle quali coglieva il fiore, nessuno imitando, ma
-com’egli fosse uno dei loro. Il che non può dirsi, ed è cosa da notare,
-di lui nelle scarse ma pure eccellenti poesie ch’egli scrisse in
-lingua italiana. Appare in queste non che l’imitazione generalmente
-dei Latini, ma specialmente di questo o di quello scrittore, e (come
-sogliono gli imitatori) non già dei sommi, perocchè questi non sai dove
-cogliere, ma gli altri puoi credere più facilmente di agguagliare. Del
-Poliziano abbiamo in lingua italiana il Dramma l’_Orfeo_ e le Stanze
-sulla _Giostra_ e poche altre minori poesie; le Stanze, in quanto alla
-leggiadria di lingua e gusto finissimo ed agli artifizi dello stile,
-non ebbero prima chi le agguagliasse nè di poi forse chi per tali pregi
-le abbia superate. Giace in San Marco il Poliziano accanto a Pico
-della Mirandola: sotto a loro volle avere sepoltura, con iscrizione
-commovente, l’amico d’entrambi Girolamo Benivieni; anima candida di
-poeta e cólto scrittore di versi platonici, che in età vecchia osava
-raccomandare a Clemente Settimo il nome del Savonarola e il Governo
-popolare di Firenze.
-
-Tra gli scrittori dell’età sua Lorenzo de’ Medici avrebbe un luogo
-tuttavia eminente, quando anche a lui non l’avessero dato i servigi
-per altro modo resi alle lettere. È tempo qui dire che Lorenzo non
-era poeta nel più alto valore di questa parola, ma ebbe a sufficienza
-facilità e copia, e ingegno educato a eleggere il bello: poco studioso
-del greco e del latino, amò come uomo e come principe quella lingua
-ch’egli udiva allora in sul fiore, e vivacissima sulle labbra dei sommi
-uomini come dei volgari, da quei che salivano le scale del Palazzo di
-Via Larga, fino ai contadini del Poggio a Caiano e di Careggi che molto
-si piaceva di praticare. Abbiamo di lui Canzoni e Sonetti in molto
-numero, dove con elevatezza di stile trattava l’amore platonico, e
-versi ch’erano espressione d’amori volgari, e Scherzi satirici e Stanze
-in lingua contadinesca; abbiamo Prose gravi e studiate ad illustrare,
-com’era costume, Sonetti che aveva egli lavorati per indi porvi quella
-illustrazione: nessuno di questi scritti basterebbe a fare di lui un
-grande autore, nessuno è tale che un valent’uomo se ne vergognasse. Ma
-quando Pico della Mirandola poneva Lorenzo come scrittore più in su di
-Dante e del Petrarca, noi dobbiamo in tale giudizio ravvisare una di
-quelle storture di cui si rendono capaci alle volte i sommi ingegni:
-e altresì l’effetto di quelle incertezze, di quel disordine in cui
-s’aggirava tra’ letterati allora il concetto della lingua nostra da
-essi creduta o poco degna, o non sufficiente a chi volesse usarla nei
-libri.
-
-
-Da noi si chiama buon secolo della lingua nostra quello di Dante e del
-Petrarca e del Boccaccio: ma gli scrittori in quella età non ebbero
-tanta fiducia di sè stessi nè tanta superbia. Il che si dimostra in
-primo luogo dal disputare che si fece subito intorno alla lingua,
-la quale avendo taccia di bassezza, non era autorevole bastantemente
-sulla nazione; era un dialetto venuto su quando una spinta maravigliosa
-fu data agl’ingegni, ma senza corredo di scienza bastante. Sentiamo
-mancare nella prosa all’efficacia della lingua l’arte del dire; in
-quella età noi cerchiamo la potenza della parola e della frase, ma non
-vi troviamo bastante evidenza nei costrutti, e l’orditura dei periodi
-si dimostra per lo più timida o intralciata. Questo sentivano gli
-scrittori, massimamente poi quando ebbero assaggiato gli autori latini:
-Filippo Villani tace di Giovanni; e di Matteo suo padre dice avere egli
-usato «lo stile che a lui fu possibile, apparecchiando materia a più
-dilicati ingegni d’usare più felice e più alto stile.[561]» Nè avrebbe
-il Boccaccio al nostro idioma fatto la violenza ch’egli fece, se non
-avesse nella prosa creduto trovarlo come giacente e da cercare altrove
-i modi e le forme a dargli grandezza. Le varie parti della coltura non
-avendo le une con le altre avuto in Italia rispondenza sufficiente,
-quei primi sommi parve si alzassero come giganti per virtù propria,
-dopo sè lasciando un intervallo per cui le lettere cominciassero un
-altro corso dove i primi gradi già fossero stati con inverso ordine
-preoccupati. Il che nelle arti belle non avvenne, e quindi poterono
-esse regolatamente salire alla loro perfezione: ma le lettere invece
-di Giotto ebbero subito Michelangiolo, terrore agli altri piuttosto
-che guida; ed il Boccaccio avendo trovato la lingua già bene adulta
-ma inesperta, la fece andare per mala via; il solo Petrarca, più degli
-altri fortunato, lasciò dietro sè lunga e prospera discendenza.
-
-Avvenne per questa mala sorte che la lingua, innanzi di farsi e di
-tenersi donna e madonna come si conveniva a tali uomini ed a tale
-popolo, non bene osasse distaccarsi dal latino che stava siccome suo
-legittimo signore, talchè all’italiano si diede per grazia l’umile
-titolo di volgare. Nè questa ignobile appellazione cessava col volger
-dei tempi, e le traduzioni dal latino s’intitolavano volgarizzamenti;
-ed anche oggi quel che si scrive da noi letterati diciamo scrivere in
-volgare, Dio ce lo perdoni. Ma quando pei cercatori dei libri classici
-il latino fu ogni cosa, e chi non facesse di quello il suo unico studio
-ebbe nome d’uomo senza lettere; allora alla lingua stata compagna
-dei loro affetti mandarono i dotti il libello del ripudio, anzi fu
-cacciata via come la serva quando torna la matrona. Sarebbe al Poggio
-ed ai suoi pari sembrato vergogna scrivere italiano, onde egli scriveva
-latine le Istorie dei tempi suoi e le Lettere e perfino le Facezie.
-I poveri scritti di chi aveva narrato le cose come le aveva fatte, si
-traducevano in latino perchè si acquistassero un poco di stima. Nè Pico
-della Mirandola fu il primo che dicesse mancare al Petrarca le cose, e
-a Dante le parole; questi era stato già tempo innanzi vituperato come
-sciupatore del bello classico da Niccolò Niccoli erudito raccoglitore
-di vecchi libri, che lui chiamava (così almeno lo fanno parlare) «poeta
-da fornai e da calzolai,» perchè non seppe nè bene intendere Virgilio
-nè avviarsegli dietro pei campi floridi della poesia.[562]
-
-Più tardi Cristoforo Landino, che fra tutti difese la lingua toscana e
-la usava felicemente, sentenziò pure «ch’era mestieri essere latino,
-chi vuol essere buono toscano.[563]» Encomia l’industria che Leon
-Battista Alberti pose a trasferire in noi l’eloquenza dei Latini; nè
-certo si vuole togliere merito a siffatto uomo, nè a Matteo Palmieri nè
-ad altri lodati con lui: ma fatto è poi che il seguitare nell’italiano
-le norme latine, come essi fecero, tolse loro di essere letti mai
-popolarmente, così che si giacquero per lungo tempo come dimenticati,
-ed oggi guardandoli a fine di studio, ne pare di leggere una lingua
-morta. Cotesti almeno erano uomini educati ai buoni studi: ve n’erano
-altri d’ingegno più rozzo, i quali per volere essere eloquenti in verso
-ed in prosa, cercando norme all’italiano fuori di sè stesso, facevano
-certi pasticci di lingua nè latina nè volgare, la quale usciva come per
-singhiozzi che fanno spavento; di che, strani esempi potrei allegare se
-fosse qui luogo. Ma vale fra tutti quello di Giovanni Cavalcanti, del
-quale abbiamo lungamente più sopra discorso: costui, che avrebbe potuto
-essere buon cronista, fu dall’abuso dei precetti che allora correvano
-condotto ad essere malo istorico.
-
-Così andarono le cose nella repubblica delle lettere fino a Lorenzo de’
-Medici e al Poliziano; questi certamente mostrò nelle Stanze scritte da
-lui a venticinque anni, e poi non finite, una squisita forma di poesia
-che annunziava già i tempi nuovi, di cui può dirsi prima e gentile
-apparizione. Cionondimeno quell’uomo stesso faceva latini poi finchè
-visse i versi e le prose fino al racconto della Congiura de’ Pazzi,
-fatto domestico e tremendo, al quale era stato in mezzo e che tante
-passioni doveva destargli nell’animo; ed abbiamo poc’anzi notato che il
-Poliziano nella poesia pareva trovarsi più in casa sua quando scriveva
-latino; più imitatore in quel componimento che s’era arrischiato egli
-a scrivere italiano. Lorenzo de’ Medici si scusa d’avere in lingua
-volgare commentato i suoi sonetti, tale quale come Dante se n’era
-scusato dugent’anni prima.
-
-Ma nulla dunque si era fatto in quei dugent’anni quanto all’uso della
-nostra lingua? S’era fatto molto, ed ogni giorno si faceva; ma il male
-stava in ciò, che tale uso procedeva bipartito, essendo pel naturale
-andamento suo più cólto nei popoli, ma insieme più guasto nei libri.
-Un assai grande numero di lettere scritte nel quattrocento furono in
-questi anni pubblicate, e ne abbiamo noi vedute molte manoscritte;
-e molte, tratte dagli Archivi di Firenze, sono allegate nel grande
-Vocabolario. Ora le lettere familiari danno sempre l’espressione
-più naturale e più immediata del vivo parlare, e chi le raffronti ad
-altre più antiche, le troverà scritte in modo che annunzia lingua più
-adulta e più conforme a quella che poi fu la moderna italiana lingua.
-Ma nei libri stessi usciti in quel secolo, sebbene pallido ne sia lo
-stile, pure il discorso procedeva meglio ordinato e più finito e più
-somigliante ad uomo già fatto; ma non però bello quanto promettevano
-le grazie e il fuoco delle età prime. Io pure grido, Studiamo il
-trecento, secolo che aveva in sè certamente quella potenza che più
-non ebbe la lingua nostra: ma vero è poi, che di tutte le nazioni gli
-antichi scrittori si riveriscono come vecchi intanto che si amano come
-fanciulli; si ammirano per la ingenuità loro e per la forza, ma non si
-saprebbe nè si vorrebbe per l’appunto scrivere a quel modo. Tuttociò
-avviene sempre e dappertutto; ma fu a noi tristo privilegio che la
-lingua dipoi si dovesse o si credesse dovere attingere dal trecento,
-quasichè in essa il corso del tempo facesse il vuoto o altro non avesse
-fatto che guastarla.
-
-Negli ultimi anni del quattrocento aveva la lingua dunque per sè
-medesima progredito quanto a una struttura più regolare, ma dall’essere
-usata poco e trascuratamente nei libri, pareva e anche oggi a noi pare,
-in fatto essere decaduta da ciò che ella era nel secolo precedente.
-Lorenzo de’ Medici, il Landino ed altri dicono spesso alla lingua
-nostra essere mancati gli uomini e il buon uso che appellano stile.
-Il che fu vero quanto allo scriverla come abbiamo qui sopra notato;
-ma fu anche vero quanto al parlare questa lingua in modo che fosse
-norma ed esempio agli scrittori: su questo punto ne conviene un poco
-fermarsi. Mi sovviene avere una volta udito il Foscolo dire nell’impeto
-del discorso, che «la lingua nostra non era stata mai parlata:» nella
-quale enfasi di parola pare a me stesso il germe di un vero che ora
-si svolge sotto agli occhi nostri. Ma il campo non era libero a quel
-tempo, e si disputava chi avesse ragione, se il Cesari purista, o
-il Cesarotti licenzioso, o il Perticari con quella sua lingua che
-stava per aria. Oggi il Manzoni, sgombrando quel campo, ha dato a noi
-terreno fermo col fare consistere nell’uso ogni cosa: nè chi voglia
-uscire da quella dottrina può stare sul vero. Ma se a dire lingua si
-dice qualcosa fuori d’una semplice nomenclatura, e se invece si tenga
-essere l’espressione di tutto il pensare d’un popolo cólto, certo è
-che gli usi di questa lingua sono diversi quanto diverse le relazioni
-cui deve servire; e che in ciascuna, oltre all’essere disuguale il
-numero delle parole che si adoperano, è varia la scelta di queste
-parole. Al che si aggiunga (e ciò è capitale) che oltre alle parole,
-le frasi e il giro e i collocamenti di esse e la contestura del
-periodo, ed in certi suoi elementi la forma di tutto il discorso che
-sempre ha del proprio e del distinto in ogni nazione, tutte queste
-cose fanno insieme la lingua di quella nazione. So che la lingua in
-tal modo intesa dovrebbe piuttosto chiamarsi linguaggio, ma so che
-a distinguere con secco rigore l’una dall’altra queste due parole,
-starebbe la lingua tutta intera nei vocabolari, dov’ella si giace come
-cosa morta. Sotto questo aspetto bisogna pur dire che la lingua che si
-parla differisce in molte sue forme dalla lingua che si scrive, secondo
-che variano parlando o scrivendo gli intendimenti, le volontà ed in
-qualche modo lo stato degli animi in chi mette fuori il suo pensiero
-e in chi lo ascolta presente o deve poi da sè leggerlo sulla carta.
-Per esempio, nella rapidità del discorso familiare non sempre avviene
-fare periodi che stieno in gambe, come suol dirsi, perchè in tal caso
-alla intelligenza molti aiuti provvedono, e la parola come alterata
-da una concitazione d’affetti, ne diventa spesso più efficace. Chiaro
-esprimeva questo pensiero Giovan Battista Gelli nella prefazione d’una
-sua commedia:[564] «Altra lingua è quella che si scrive ne le cose alte
-e leggiadre e altra è quella che si parla familiarmente; sì che non sia
-alcuno che creda che quella nella quale scrisse Tullio, sia quella che
-egli parlava giornalmente.» Questo dice il Gelli; nè intendevano del
-comune parlare coloro che innanzi di lui scrivevano essere _mancati gli
-uomini alla lingua_.[565]
-
-Ma se poi si guardi non più al discorso familiare, sibbene a quello
-di chi parla solo ed a bell’agio e non interrotto, in faccia ad un
-pubblico o ad una qualsiasi radunanza; allora il linguaggio s’avvicina
-molto allo scrivere, di cui ben fu detto non essere altro che un
-pensato parlare: nondimeno chi ponga mente, per non dire altro, al
-tempo che mette generalmente più lungo in questo pensare l’uomo che
-scrive di colui che parla, non che al discorso che n’esce fuori; noterà
-essere delle differenze per cui la parola scritta è meno viva sempre di
-quella ch’esce parlando quanto mai si possa pensatamente. Si vede nei
-libri, quando l’autore poco avvezzo a dire le cose, va cercando ad esse
-una forma che si adatti ai libri: nei Greci antichi e nei Latini ci si
-fa innanzi sempre l’oratore. Imperocchè allo scrivere con efficacia è
-grande aiuto l’uso del parlare, dove uno s’addestra a certo artifizio
-cui più di rado pervengono le scritture; dico quella distribuzione
-sagace di concisione e di abbondanza e di facilità e di sostenutezza,
-e quei colori appropriati a’ luoghi secondo richiedono i vari argomenti
-e le diverse parti dell’orazione: s’imparano queste cose dagli effetti
-che in altrui produce la nostra parola. Laonde a chi scrive manca una
-scuola molto essenziale, quando egli non abbia la mente già instrutta
-di quelle forme per cui si esprimono parlando le cose che egli vuole
-scrivere. La quale mancanza, che fu in Italia dai tempi antichi e si
-protrasse poi nei moderni, ha dato spesso ai nostri libri certa aridità
-solenne, la quale ebbe nome di stile accademico. Da questo vizio salvò
-i Francesi la conversazione, la quale fu ad essi come una sorta di vita
-pubblica e informò lo scrivere in ogni qualsiasi più grave argomento;
-talchè gli scrittori nel tempo medesimo che ne acquistavano maggior
-vita, divennero anche più facilmente e più generalmente popolari, così
-da esercitare nella lingua quel maestrato il quale ha bisogno la lingua
-medesima che venga dai libri. Questa sorta di maestrato quale si sia
-disse tanto bene Vito Fornari in un recente suo libretto, ch’io farei
-torto al mio concetto se non lo esprimessi con le medesime sue parole:
-«Se egli è giusto il dire che il linguaggio non istà tutto negli
-scrittori, non si vorrà per questo affermare che si trovi intero fuori
-degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più fine relazioni e
-determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non vengono
-significate se non quando si scrive, cosicchè alcuna piccola parte
-de’ vocaboli e molta parte de’ modi di dire e de’ costrutti non si può
-imparare altrove che nelle scritture.[566]»
-
-Per essere in questo modo imperfetta la lingua nostra, potè nel secolo
-di cui scriviamo essere accusata «di _viltà_ e non capace nè degna
-di alcuna eccellente materia e subietto;» come attesta Lorenzo de’
-Medici in quel Commento del quale abbiamo poc’anzi discorso. Bene egli
-l’assolve da tale accusa con argomenti di ragione e con gli esempi
-di Dante e del Petrarca e del Boccaccio. Ma quasi non fossero per sè
-valevoli quegli esempi, afferma al suo tempo essere la lingua «tuttora
-nella _adolescenza_, perchè ognora più si fa elegante e gentile. E
-potrebbe facilmente nella gioventù e adulta età sua venire ancora
-in maggiore perfezione, tanto più se il Fiorentino impero venisse
-ad ampliarsi e a distendersi maggiormente:[567]» pensiero nel quale
-stavano adombrati il male e il rimedio, ma insieme i concetti dell’uomo
-di Stato. Tali erano dunque le condizioni di questa lingua negli ultimi
-anni del quattrocento; l’abbiamo veduta per l’andamento suo naturale
-progredire nelle sue più familiari ed umili forme, e nella opinione
-dei letterati intanto scadere. Ma ricorrendo ora col pensiero per tutto
-quello che si è finquì scritto, abbiamo noi ed avrà chi legge, dovuto
-accorgersi che il discorso nostro non v’era mai stato caso che uscisse
-fuori dei confini della Toscana. Di ciò cagione fu la mancanza di libri
-o scritture in lingua italiana usciti dalle altre provincie d’Italia. È
-fatto che importa, e ora vuol essere meglio dichiarato.
-
-Volere discernere se dalla cultura dei primi Toscani uscisse la lingua
-o dalla lingua la coltura, somiglierebbe troppo l’antica lite di
-precedenza che fu tra l’ovo e la gallina; poichè la lingua essendo una
-materiale determinazione dei pensieri e degli affetti che si produssero
-dentro a quel popolo che la forma, diviene strumento che rende capace
-quel popolo a nuove produzioni del pensiero e a viepiù estendere la
-sua coltura. Oltredichè una lingua è monca e dappoco finch’ella non
-abbia la sua finitezza negli usi letterari, cioè finchè non sia capace
-ad esprimere le cose pensate fuori del comune uso e prima ordinate
-dalla lenta opera degli intelletti, finchè non abbia insomma prodotto
-dei libri. Ciò avvenne in Toscana subito dopo al 1250, prima di quel
-tempo dovendosi credere non bene compita questa _moderna favella_, come
-Dante la chiamava. Ma ebbe ad un tratto scrittori in buon numero, e
-si cominciò a tradurre in lingua volgare gli autori latini; il che era
-indizio di nuovo idioma in tutto distaccatosi dall’antico. E furono gli
-anni nei quali Firenze divenuta possente ad un tratto, si rivendicava
-in libertà, fondava una repubblica popolare, pigliava in Italia
-l’egemonia delle città guelfe, diveniva maestra delle Arti e produceva
-il libro di Dante.
-
-La lingua latina, o a meglio dire la lingua classica dei libri latini,
-che fu esemplare ai nostri autori fino dal nascere del volgare, era
-il portato di una solenne elaborazione del pensiero, la quale si fece
-dentro a Roma stessa, sovrapponendosi alla forma latina che aveva quivi
-il parlare degli Italici. Nata nel fôro e nel Senato e poi sovrana
-sul Campidoglio, si distendeva per tutta Italia come lingua insieme
-politica e letteraria; discesa quindi nelle Basiliche dei cristiani,
-divenne propria della religione. Così può dirsi che il latino venisse
-a scendere nella lingua nostra seguendo due strade in parte diverse.
-Discese ne’ vari popoli d’Italia seguendo la naturale trasformazione
-dei dialetti che fin dalla prima conquista romana si erano formati
-nelle varie provincie d’Italia. Discese poi per l’autorità somma che
-diedero al latino classico, qui ed altrove, la religione, la politica,
-la giurisprudenza e la cultura letteraria dai primi e più elementari
-dirozzamenti al punto ultimo in fin dove potè condursi in quella età.
-Fu questo modo comune a tutte le parti d’Italia, salvo in ciascuna
-d’esse le differenze dei dialetti e della cultura. Ora a me sembra che
-la Toscana avesse in entrambi questi modi un qualche vantaggio sulle
-altre provincie; e che le due strade per le quali passò il latino a
-farsi italiano fossero in Toscana o meno distanti tra loro o quasi
-congiunte. Si è detto già come il volgare nella sua stessa antica
-rozzezza dovesse qui essere più latino di quel che fosse colà dov’era
-mistura di celtico; e la stessa lingua letteraria dovette qui avere per
-le cagioni medesime assai più facile entratura. Tale vantaggio ebbero
-i Toscani; ma recò ad essi questo inconveniente, che il latino e il
-volgare più facilmente si confondessero, e che il latino stesse innanzi
-agli scrittori non solamente come esemplare, ma come termine verso cui
-dovesse intendere il volgare scritto, quasichè a culmine di sè stesso.
-Di tutto ciò pare a me rinvenirsi una qualche traccia da Dante infino
-al Machiavelli; che è quanto dire per tutto il corso della formazione
-compiuta e stabile della lingua nostra.
-
-In tutto diverse dalle condizioni che aveva il latino avuto in Roma,
-furono quelle che il volgare si era fatte in un popolo d’artisti, ed
-ebbe tosto una letteratura che per due secoli manteneva l’impronta in
-sè stessa della città che l’avea formata. Quale si fosse abbiamo noi
-cercato mostrare sin qui: ma perchè s’intenda come le altre provincie
-nulla a quel moto partecipassero, vorremmo che studi maggiori si
-facessero sopra i vari dialetti d’Italia, mostrando per quali più
-lenti passi si conducessero anch’essi ad avere scrittori che fossero da
-contare oggi tra gli italiani. Allora si vedrebbe fino a qual punto ciò
-conseguissero per via d’imprestiti sopra i libri d’autori toscani; ma
-nè potevano questo fare, nè il farlo sarebbe stato sufficiente, finchè
-i dialetti più inferiori avessero tutta serbata l’antica loro povertà
-e rozzezza. Era il toscano, in fine dei conti (come si è veduto), un
-italiano più compiuto e più determinato, più omogeneo in sè stesso e
-più latino, perchè il parlare dell’antica plebe a questo più affine,
-aveva in sè stesso trovato la forma della lingua nuova a cui si era più
-presto condotto. Nelle altre provincie più era da fare; e quello che
-si fece, rimase dialetto perchè le misture avevano in sè troppo forti
-discordanze; i suoni, gli accenti sempre non erano italiani.
-
-A mezzo il dugento uno scrittore pugliese, Matteo Spinelli da
-Giovenazzo, avrebbe prima del Malespini in una sua Cronaca mostrato
-un esempio di lingua italiana, che poi rimaneva lungamente solitario.
-Il che invero non sapeva io troppo bene come spiegarmi: se non
-che in oggi, dopo alle cose scritte da un dotto tedesco pare a me
-essere dimostrato, che nella Cronaca del Pugliese avesse un uomo del
-cinquecento levigato l’antico idioma e forse in qualche parte corretto
-lo stile, perchè io non so bene indurmi a credere che fosse tutta
-falsificata e che l’editore l’avesse a disegno spruzzata di antiche
-voci e desinenze napoletane.[568] Gran tempo corse prima che uscissero
-da quelle provincie, e meno ancora dalle settentrionali, libri di
-prosa scritti in una lingua la quale non fosse come rinchiusa nel
-natìo dialetto. Ne abbiamo esempio in quella Vita di Cola di Rienzo
-la quale fu o si crede scritta dal romano Fortifiocca dopo alla metà
-del trecento. Qui perchè siamo nella Italia media, la penna corre
-facile e sciolta; ma tanto è ivi del romanesco, tante le alterazioni
-dei suoni e quelle che a tutto il resto d’Italia infino d’allora
-comparivano brutture, da porre quel libro fuori del registro dei libri
-italiani. Quanto alle lettere familiari, un maggiore studio sarebbe
-da farne secondo i tempi e le provincie; ma, per via d’esempio,
-quelle che abbiamo degli Sforza irte e stentate, fanno contrasto
-alle bellissime che allora e prima scrivevano l’Albizzi[569] e altri
-Commissari fiorentini. Le Cronache in lingua italiana, ma di autori
-non toscani, che si hanno dalla metà del XIV fino verso la fine del XV
-secolo, nulla c’insegnano di quello che importi al nostro proposito,
-perchè il Muratori che le pubblicava badando ai fatti, e non volendo
-nè oscurarli con le rozzezze dei dialetti, nè tener dietro alle
-ignoranze dei copisti, tradusse (com’egli accennava nelle prefazioni)
-coteste Cronache nella lingua comune al suo tempo. Generalmente però
-è da notare che appartengono all’Italia media o alla Venezia, poche
-estendendosi verso il mezzogiorno: in quelle provincie la lingua
-italiana si era formata più d’accordo con sè stessa per la maggiore
-affinità che era tra’ popoli primitivi; e potè quindi salire al
-grado di lingua scritta più presto che non potessero quelle dov’erano
-popoli usciti di razza celtica od iberica. Le versioni dei Romanzi di
-cavalleria generalmente scritti in lingua francese, dovrebbe cercarsi
-se alle volte non appartenessero ai luoghi dov’ebbe maggiore entrata
-questo idioma. Tutto ciò vorrei che gli eruditi ci dichiarassero,
-pigliando esempio dalla non mai infingarda curiosità degli uomini
-tedeschi. Ma si tenga a mente come tra l’uso della poesia e quello
-della prosa le cose andassero in modo diverso. La poesia lirica fu
-italiana dai suoi primordii e si mantenne: da Ciullo d’Alcamo siciliano
-al Guinicelli bolognese ed al Petrarca un andamento sempre uniforme
-la conduceva fino al sommo della perfezione per una via che rimase
-sempre l’istessa nel corso dei secoli. Emancipatasi dal latino prima
-della prosa, fu in essa più certo l’uso della lingua ed ebbe consenso
-che l’altra non ebbe: quindi noi troviamo che in sulla fine del
-quattrocento v’era una lingua nazionale della poesia, che nulla ha per
-noi nè d’antiquato nè di provinciale; il che non può dirsi dei libri di
-prosa.
-
-Ma quello era il tempo nel quale in Europa non che in Italia pareano
-le cose pigliare un essere tutto nuovo; ciascuna nazione d’allora
-in poi ebbe la propria sua lingua più o meno perfetta, ma in tutte
-recata a foggia moderna. Era un procedere naturale, ma che in Italia
-più vivo che altrove, doveva estendersi dappertutto: le minori città,
-meno chiuse in sè medesime poichè avevano perduto ciascuna la fiera
-indipendenza municipale, si aggregavano alle grandi, e l’una con
-l’altra più si mescolavano; la vita più agiata voleva relazioni più
-frequenti, gli Stati col farsi più vasti creavano nuovi centri di
-cultura, le Corti ambivano essere accademie. Intanto lo studio classico
-diffuso per tutta l’Italia valeva molto a correggere quei volgari
-ch’erano rimasti infino allora meno latini; dal fondo di ciascun
-dialetto cavava lo studio dei libri classici una forma, la quale
-applicata all’uso cólto di quei dialetti, faceva quest’uso naturalmente
-essere più italiano e più capace di trarre a sè quella finitezza che
-prima avevano acquistata i soli libri dei Toscani: venivano i suoni
-a farsi più molli, più agevole certa speditezza di costrutti; molte
-proprietà di lingua che i Toscani avevano appreso dall’uso antico
-tra loro, gli altri imparavano dal latino. Notava sapientemente il
-Tommasèo, come le etimologie sieno più assai che non si crederebbe
-mantenute dall’uso del popolo non che da quello dei grandi scrittori:
-ciò era in Toscana più spesso che altrove; negli altri dialetti gli
-uomini cólti le ritrovavano qualche volta per lo studio dell’antico
-latino e quindi le riconducevano nei libri. A questo modo il latino,
-ch’era stato impedimento allo scrivere dei Toscani, condusse nelle
-altre provincie i dialetti a meglio rendersi italiani.
-
-In questo tempo era trovata la stampa, dal che la parola aveva
-acquistato come un nuovo organo a diffondersi. Presso i Greci ed i
-Latini e in tutte le antiche letterature pagane, chi si metteva a
-scrivere un libro sapeva bene che sarebbe andato in mano di pochi;
-cercavano quindi il loro teatro, a così dire, nella posterità: di
-qui è che i libri ne uscivano più pensati e meno curanti di essere
-popolari; questo vantaggio hanno i libri classici, e quindi più servono
-alla disciplina del pensiero. Ma lasciando stare queste cose, gli
-autori toscani, eccetto i poeti, scrivevano sì per l’uso del popolo ma
-solamente per quello della provincia loro, non credendo essere intesi
-nelle altre: quindi è che i libri che apparissero meritevoli, venivano
-tradotti in lingua latina per dare ad essi, così dicevano, maggiore
-divulgazione. Quando poi si cominciò a stampare (com’è naturale) quei
-libri ch’erano più cercati, ebbe il Petrarca la prima edizione l’anno
-1470, e la ebbe il Boccaccio nel tempo medesimo; nel 1472 tre non delle
-maggiori città d’Italia si onoravano pubblicando ciascuna il Poema di
-Dante, che usciva a Napoli poi nel 1473, ed aveva bentosto l’aggiunta
-di nuovi commenti, ma in lingua latina. D’altri toscani antichi non
-mi pare che avesse edizioni in quei primi anni altri che il Cavalca
-sparsamente per l’Italia, ma per tutte quasi le varie sue opere; e
-oltre lui, pochi degli ascetici: stamparono questi perchè erano i
-soli che avessero fama allora in Italia e che dovessero andare tra ’l
-popolo.
-
-Nel mentre che autori delle altre provincie pubblicavano commentato in
-lingua latina il libro di Dante, un toscano che da principio soleva
-scrivere latina ogni cosa, Cristoforo Landino, poneva le mani a
-stenderne un molto ampio commento in lingua italiana. Di già i vecchi
-commentatori del trecento parevano a lui essere un poco antiquati,
-ed io per me credo che senza la stampa non avrebbe egli pensato un
-lavoro il quale intendeva riuscisse, come ora si direbbe, popolare. Lo
-stesso Landino avea pubblicato l’anno 1476 una versione dell’_Istoria
-naturale_ di Plinio in _lingua fiorentina_, che altrove chiama
-_toscana_ e dice essere lingua comune a tutta Italia. Questa versione,
-dov’entra un numero stragrande di voci, ed il Commento dantesco
-stampato nel 1481, io credo non poco servissero agli scrittori tuttora
-inesperti, che ebbero in quei libri un esemplare di lingua vivente
-allora in Firenze ma non di lingua delle piazze, perchè il Landino per
-antico abito disdegnava quei modi di scrivere che a lui sapessero di
-plebeo. Nello stesso anno 1481 usciva il _Morgante_ di Luigi Pulci; e
-insieme i tre libri non poco servirono a render meglio familiare l’uso
-dello scrivere in lingua comune. Lorenzo de’ Medici e Angiolo Poliziano
-ebbero fama, e non del tutto immeritata, come restauratori del buono
-scrivere italiano. Lorenzo promosse l’uso di questa lingua e lo difese,
-dandone egli stesso in verso e in prosa pregiati esempi. Seguendo il
-genio suo nativo, che lo conduceva bene all’acquisto della grandezza,
-cercò egli essere popolare; la conversazione lo aveva formato più che
-lo studio; si atteneva quindi assai di buon grado all’uso fiorentino
-in quelle minori poesie, le quali, o sacre o sollazzevoli, bramava che
-fossero cantate dal popolo; facea versi anche pe’ contadini. Per tutto
-questo meritò bene della lingua, più ancora che non facesse il classico
-Poliziano, il quale insegnava a trarre la forma della poesia italiana
-dai greci autori e dai latini.
-
-Finiva il secolo, e la lingua toscana s’avviava a farsi italiana. Alle
-altre provincie, secondo che divenivano più cólte, non bastava l’uso
-di quei volgari plebei a cui rimase nome di dialetti; perchè a cotesto
-uso mancavano spesso non che le voci per cui si esprimono idee non
-pensate dagli uomini rozzi, ma più ancora le frasi o locuzioni e il
-giro e la forma di quel discorso più condensato che si chiama scelto,
-più breve e rapido perchè cerca comprendere un maggior numero d’idee;
-forma che serve generalmente a chi si mette a scrivere un libro. Non
-so che i dialetti fossero insegnati nelle scuole, nè che si pensasse
-a coltivarli come lingua letteraria. Ciò tanto è vero, che il fare
-libri nel dialetto proprio agli autori non toscani, cominciò tardi,
-e fu per gioco e come una sorta di prova non tanto facile, perchè lo
-scrittore deve in quel suo dialetto cacciare e costringere le frasi
-e i costrutti ch’egli era solito pigliare da un uso più cólto e più
-universale. Ma per contrario, quando nel primo tempo l’autore avvezzo
-al suo dialetto voleva innalzarlo fino a quella lingua ch’era intesa da
-tutti, ne aveva in sè il germe che la coltura vi avea già posto; e il
-nuovo processo veniva più facile, essendo per molta parte il compimento
-di quell’antico suo parlare. È stato già detto che a scrivere bene
-in lingua italiana, la meglio è cercarla ciascuno nel fondo del suo
-dialetto, perchè a correggere o a dirozzare questo si vede uscirne
-fuori quella lingua comune di cui la lingua toscana già diede agli
-altri dialetti la forma e che n’è il fiore e la perfezione. Ma questi
-dialetti poichè non bastavano a quell’uso più ampio e più scelto,
-chiunque volesse parlare o scrivere in tal modo non poteva pigliarne
-le forme da un altro dialetto, perchè non s’intendono questi fra loro;
-poteva bene pigliarle da quel linguaggio e da quell’uso più accettabile
-universalmente, che vivo in Toscana corregge dappertutto i plebei
-parlari perchè più italiano di ciascuno d’essi. Ciò veramente poteva in
-qualche parte dirsi opera di traduzione; e questo fu il caso di quei
-primi non toscani, i quali sul finire del secolo XV cominciarono a
-scrivere libri in lingua toscana.
-
-Vorremmo allegare qui alcuno di quelli sparsi documenti che a noi
-fu lecito di raccogliere, se fosse qui luogo a minute ricerche o se
-quelle che abbiamo fatte ci apparissero sufficienti. Crediamo però che
-i pochi esempi sieno conferma di quello che abbiamo sopra accennato
-quanto alla difficoltà che avevano maggiore o minore le altre provincie
-a farsi nello scrivere italiane, secondo le varie qualità delle
-misture ch’erano entrate in ciascun dialetto. Abbiamo un Testamento
-politico di Lodovico il Moro[570] scritto sulla fine del quattrocento
-in lingua milanese che vorrebb’essere italiana; e nella città stessa
-abbiamo l’Istoria di Bernardino Corio, che finisce al primo entrare
-del secolo susseguente: qui sembra il dialetto nascondersi affatto,
-ma lo stile duro e faticato ha proprio l’aspetto d’un nuovo e non
-sempre felice sforzo che l’autore fece usando una lingua che tutti
-leggessero. Questa, e l’Istoria napoletana di Pandolfo Collenuccio
-da Pesaro, credo sieno i primi libri dove il toscano fosse cercato
-da scrittori non toscani: il Corio di molto sopravanzò l’altro per
-la materia, ma il Pesarese più franco e sicuro in quanto alla lingua,
-scrive anche in modo assai più scorrevole. Generalmente gli uomini più
-meridionali e, su su venendo, quelli della sponda dell’Adriatico, si
-erano prima fidati più degli altri al natìo dialetto così da usarlo
-anche nello scrivere. I Veneziani, etruschi d’origine, come hanno
-dialetto meno degli altri discordante, così lo usarono, sebbene con
-qualche temperamento, sino al finire della Repubblica nelle arringhe
-che si facevano in Senato o nella sala del Gran Consiglio; tanto che
-v’era un’eloquenza in veneziano, quale non credo che fosse nemmeno in
-Firenze, dove il Gran Consiglio durò poco, e prima era scarso l’uso
-del parlare in modo solenne. La vita e la lingua qui erano nel popolo,
-da cui venivano come a scuola gli scrittori quando al principio del
-cinquecento l’urto straniero ci ebbe insegnato a rendere cose quanto si
-poteva nazionali, la vita almeno civile e la lingua.
-
-Pochi anni prima di quel tempo Fra Girolamo Savonarola venuto giovane
-da Ferrara dove il parlare aveva qualcosa del veneto, cominciò in
-Firenze a predicare. «Da principio diceva _ti_ e _mi_; di che gli altri
-Frati si ridevano.[571]» Divenne poi grande oratore avendo appreso qui
-la correttezza e la proprietà della favella, senza mai troppo cercare
-addentro nell’uso più familiare di questo popolo Fiorentino. Dal quale
-poi trasse non poco un altro Ferrarese, l’Ariosto, ma con quel fino e
-squisito gusto ch’era a lui proprio; e se io dovessi dire quali autori
-allora o poi meglio adoprassero nelle scritture quell’idioma che solo
-era degno di essere nazionale, porrei senza fallo il nome dell’Ariosto
-accanto a quelli di due Toscani, che sono il Berni ed il Machiavelli.
-Lo scrivere andante si poteva bene imparare anche da due poeti come
-quelli, perchè infine la lingua della poesia viene dalla lingua della
-prosa, di cui non è altro che un uso più libero.
-
-Così alla fine questo volgare che aveva data nei suoi primordii
-una promessa poco attenuta, che fu negletto per oltre un secolo o
-rinnegato anche in Toscana da chi teneva il latino essere tuttavia
-l’idioma illustre della nazione, questo volgare divenne allora quel
-che non era mai prima stato, lingua italiana. A questo effetto
-andavano tutte insieme le cose allora in Italia: già la coltura
-diffondendosi agguagliava presso a poco l’intera nazione ad un
-comune livello, intantochè le armi forestiere distruggevano in un
-con le forze provinciali e cittadine quanto nei piccoli Stati soleva
-in antico essere di splendore e di bellezza; l’idea nazionale, che
-allora spuntava, cominciò a farsi strada nella lingua. Ma era troppo
-tardi: gli ingegni fiorivano, le lettere e le arti toccavano il
-colmo, l’Italia insegnava alle altre nazioni fino alle eleganze e alle
-corruttele della vita; possedeva una esperienza accumulata d’uomini e
-di cose tale, che una piccola città italiana aveva in corso più idee
-che non fossero allora in tutto il resto d’Europa; di scienza politica
-ve n’era anche troppa. Ma quando poi sopravvennero i tempi duri, questo
-tanto sfoggiare d’ingegni non approdò a nulla, perchè le volontà in
-Italia erano o guaste consumate dall’abuso, o vólte a male. Quegli anni
-che diedero i grandi scrittori passarono in mezzo a guerre straniere,
-dove gli Italiani da sè nulla fecero, nulla impedirono; e come ne
-uscisse acconcia l’Italia non occorre dire.
-
-Dopo le guerre e dopo i primi trent’anni del cinquecento, erano i tempi
-ed il pensare ed il sentire di questa nazione tanto mutati da mostrare
-il vuoto che era sotto a quella civiltà splendida ma incompiuta: da
-quelli anni in poi calava il nostro valore specifico (se dirlo sia
-lecito), e il nostro livello a petto alle altre nazioni d’Europa venne
-a discendere ogni giorno. Mancò nel pensiero, perchè era mancato prima
-nella vita, l’incitamento ad ogni cosa che non fosse chiusa dentro
-ad un cerchio molto angusto; mancò la fiducia che all’uomo deriva
-dall’aperto consentire insieme di molti: v’era in Italia poco da
-fare. Nè ai tanti padroni che aveva essa dentro andava a genio che si
-facesse; e già la stanchezza o una mala sorta d’incuranza disperata
-menavano all’ozio, interrotto solamente da quelle passioni che non
-hanno scusa nemmen dal motivo; la conversazione tra gente svogliata
-o avvilita o malcontenta non pigliava vigore nè ampiezza dai gravi
-argomenti; i libri meno che per l’innanzi andavano al fondo nelle cose
-della vita: dice il Fornari molto bene, che «tra letterati e lettori
-non v’era in Italia quella comunicazione intima e piena» per cui la
-vita, la lingua, le lettere tra loro s’aiutano.
-
-Noi crediamo che nei libri qualcosa debba essere che sia imparata
-fuori dei libri, perchè altrimenti lo scrivere viene quasi a pigliare
-la forma d’un gergo necessariamente arido e meno efficace, da cui
-s’aliena il comune dei lettori. Ciò avvenne bentosto in Italia, e
-fu in quel tempo quando la lingua più si voleva rendere universale e
-n’era essa stessa divenuta più capace avendo perdute allora le asprezze
-d’un uso ristretto, e nel diffondersi della coltura avendo acquistato
-migliore esercizio nelle arti della composizione. Ma giusto in quel
-tempo questa lingua per certi rispetti più accuratamente scritta,
-fu meno parlata; e la parola meno di prima fu espressione di forti
-pensieri ed autorevoli e accetti a molti: vennero fuori i letterati,
-sparve il cittadino; scrivea per il pubblico chi nella vita non era
-avvezzo parlare ad altri che alla sua combriccola: quindi l’eloquenza
-si foggiò all’uso delle accademie le quali erano una sorta di sparse
-chiesuole. Mancò alla lingua un centro comune perchè mancava alla
-nazione: ne avevano entrambe lo stesso bisogno, che appunto allora
-cominciò ad essere più sentito, sebbene in modo confuso ed incerto;
-nulla si poteva quanto alla nazione, rimedii alla lingua si cercavano
-in più modi, vari, discordanti e quasi a tentone. Un modo semplice
-vi sarebbe stato, ed era l’attingere copiosamente da quel dialetto
-ch’era il più finito; ma questo invece di tenere sugli altri l’impero,
-vedeva in quel tempo scadere non poco o farsi dubbia l’autorità sua.
-Al solo pregio della lingua molti sdegnavano ubbidire: condizioni tutte
-differenti sarebbonsi allora volute in Italia perchè tante voci, tante
-locuzioni, tante figure con l’acquistare sanzione solenne potessero
-farsi moneta corrente pel comune uso degli scrittori. Avrebbe la sede
-naturale della lingua dovuto almeno stare in alto, cosicchè tutte le
-parti d’Italia a quella guardassero, e che al toscano fossero toccate
-le condizioni dell’idioma parigino; «perchè il toscano (dice il Manzoni
-da pari suo) faceva dei discepoli fuori dei suoi confini, il francese
-si creava dei sudditi; quello era offerto, questo veniva imposto.» Nè
-in altro modo poteva l’ossequio delle altre provincie essere necessario
-e inavvertito, sicchè non venissero tra’ letterati a sorgere le contese
-che, nate una volta, non hanno mai fine. Se (come fu detto) lo stile
-è l’uomo, la lingua può dirsi che sia la nazione: quindi all’esservi
-una lingua bisognava ci fosse una Italia, nè altrimenti poteva cessare
-l’eterna lagnanza che il linguaggio scritto si allontanasse troppo dai
-modi che si adoprano favellando, e male potesse fare sue le grazie e
-gli ardimenti del volgar nostro, il quale da molti ignorato, ebbe anche
-taccia di abbietto e triviale.
-
-Cotesta accusa molto antica tutti parevano confermare contro alla
-povera nostra lingua, che ci avea colpa meno di tutti. Poco badando
-all’uso vivo, nelle scuole di lettere insegnavano per tutta Italia
-dopo ai latini quei pochi autori toscani che allora fossero conosciuti,
-cercando alla meglio di mettere insieme su questi esemplari una sorta
-di linguaggio comune che fosse atto alle scritture. Un letterato
-molto solenne, Gian Giorgio Trissino da Vicenza, poneva in credito il
-linguaggio illustre con la versione da lui fatta del libro _De Vulgari
-Eloquio_, e molto poi lo difendeva: Baldassarre Castiglione mantovano,
-uomo e scrittore di bella fama, sebbene dichiari la lingua essere una
-_consuetudine_, biasima l’andare sulle pedate dei toscani sia vecchi
-sia nuovi: sentenziò il Bembo che l’antica lingua stava nel Boccaccio,
-di cui gli piacevano le grandi cadenze; tutti i chiarissimi dell’Italia
-per ben tre secoli dopo lui accettarono la sentenza. Ma della comune
-lingua popolare come in Firenze si parlava e si scriveva, niuno voleva
-sapere: negli anni stessi del Bembo, cioè verso il 1530, Marino Sanudo
-veneziano scriveva in una lettera stampata:[572] «che Leonardo Aretino
-trasse (l’Istoria di Firenze) da un Giovanni Villani, il quale scrisse
-in lingua rozza toscana.»
-
-Il Bembo era il solo autore vivente di cui s’innalzasse non contestata
-l’autorità: basta ciò solo a dimostrare come si vivesse in fatto di
-lettere, quando gli Spagnuoli furono rimasti padroni d’Italia. Al
-Machiavelli nella sua patria istessa nuoceva la vita; gli nocque più
-tardi, quanto al numero dei lettori, l’essere all’_Indice_: l’Istoria
-del Guicciardini fu lasciata stampare, ed anche mutilata, solamente nel
-1561, due anni dopo a che l’Italia per grande accordo tra’ potentati
-si può dire fosse bello e sotterrata, e quando la voce degli Italiani
-ormai più non faceva paura a nessuno.[573] Frattanto era disputa
-più volte rinnovata se si dovesse dire lingua italiana o toscana o
-fiorentina: chi affermava la lingua essere in Firenze, facea nondimeno
-poca stima degli autori che ivi nascessero: in certe parole recate dal
-Bembo si va fino a dire, che «a scrivere bene la lingua italiana meglio
-è non essere fiorentino.» E in questa medesima città noi vedemmo quante
-incuranze o quanti dispregi soffrisse la lingua nei più eminenti tra’
-suoi cultori: la _Divina Commedia_ non vi ebbe più quasi edizioni, e
-verso il 1520 certi maestri di scuola vietavano agli scolari leggere il
-Petrarca. Questa ed altre cose, che stanno a dimostrare la confusione
-dominante tra’ letterati, sono a disteso esposte in un libro di qualche
-pregio e di molta noia che ha per titolo l’_Ercolano_: autore di esso
-fu Benedetto Varchi, il quale pel vario ingegno non ebbe forse chi lo
-agguagliasse dentro a quella età che scendeva. In quel medesimo suo
-libro si vede come allora molto dominassero i grammatici, ai quali
-avviene quel che ai fisiologi; perchè entrambi avvezzi a tenere fermo
-il pensiero sopra le minute particelle delle cose, riescono spesso
-corti o disadatti a quelli studi più comprensivi che bene in antico
-nella loro massima estensione ebbero nome di umanità. Consente il
-Varchi prudenzialmente al Bembo, ma solo nelle apparenze; confessa
-la lingua in Firenze essere trascurata, ma vuole si cerchi nel fondo
-dell’uso, mettendo egli fuori per via d’esempi gran copia di voci
-e soprattutto di locuzioni familiari, dovizie nascoste da farne a
-chi scrive ricco patrimonio.[574] In questo avrebbe egli dato nel
-segno, nè vi è anch’oggi da fare di meglio, tantochè sarebbe alla
-unità della lingua mezzo utilissimo un Vocabolario com’è proposto dal
-Manzoni. Ma il guaio stava in ciò che non erano i più di quei modi
-entrati abbastanza nell’uso comune; molti erano figure che un tempo
-ebbero qualche voga, capricci d’un popolo arguto e faceto, e spesso
-allusioni a cose locali: cotesti Firenze non avea diritto d’imporre
-all’Italia. Inoltre non era più questo popolo quello che aveva creato
-una lingua educatrice di tanti ingegni; meno operando, inventava meno;
-e fatto più inerte anche nell’animo, i suoi discorsi andavano spesso
-a cose da ridere. I letterati seguendo in queste nuove condizioni
-l’antico genio popolare e avendo qui molto in uggia il sussiego recato
-dagli Spagnuoli, si dilettavano oltre al giusto di certe bassezze da
-essi chiamate grazie della lingua: i Vocabolari con grande amore le
-registravano. Così tra bassezze e nobiltà false viveano le lettere poi
-tutto quel secolo.
-
-Ma dentro a quegli anni nacque Galileo. Le scienze matematiche e le
-fisiche hanno questo, che l’uomo le pensa dentro a sè medesimo, si
-tengono fuori dal corso vivo degli umani eventi, e vanno da sè per la
-via loro, qualunque si sieno le cose all’intorno. Galileo, che pure
-in mezzo all’esperimentare minuto e sottile teneva lo sguardo vôlto
-all’universo, portò nella fisica l’ampiezza d’una filosofia degna di
-questo nome, e fu in un secolo di decadenza scrittore sommo, perchè al
-bell’ordine del discorso unisce la copia e una dignitosa naturalezza.
-Continuava cento anni in Firenze la scuola fondata da Galileo e
-di sè lasciava traccie indelebili nelle scienze fisiche; da quella
-uscirono anche uomini dotti nelle razionali, e assai le lettere se ne
-avvantaggiarono nella seconda metà del seicento. Ma quando la lingua
-e le idee francesi predominarono e quando poi gli eccitamenti nuovi
-destarono gli animi degli Italiani a cercare almeno in fatto di lingua
-l’unione vietata, la Toscana sofferse rimproveri dalle altre provincie,
-quasi ella fosse gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che
-aveva in casa ma non lo adoprava. Più grave è fatto il nostro debito
-ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori ma più difficili
-a portare; noi siamo venuti ad esse non preparati; e s’io dovessi
-quanto alle future condizioni della lingua fare un pronostico, direi
-senz’altro: la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli
-Italiani.
-
-
-
-
-APPENDICE DI DOCUMENTI.
-
-
-Nº I.
-
-(Vedi pag. 36.)
-
-
-PROVVISIONE DEL 21 LUGLIO 1378, APPROVATA NEI CONSUETI CONSIGLI A’ 21 E
-22.
-
- Pro parte sindicorum et prepositorum Artium et artificum civitatis
- Florentie exponitur et petitur vobis dominis Prioribus Artium et
- Vexillifero iustitie Populi et Comunis Florentie, quatenus vobis
- placeat et velitis, pro bono publico et tranquillitate Populi
- et Comunis predicti, providere et ordinare et solempniter facere
- reformari omnia infrascripta videlicet.
-
- In primis, quod Provisio firmata in Consilio domini Potestatis et
- Comunis Florentie, die decimo presentis mensis iulii, et omnia et
- singula in ipsa Provisione contenta sint firma et valida et pleni
- roboris et effectus. —
-
- Item, quod quicumque, hactenus, ab anno Domini millesimo
- trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra, sponte vel ex
- precepto dominorum Capitaneorum Partis guelfe civitatis Florentie,
- renunptiavit officiis Comunis Florentie vel Partis guelfe aut
- alicuius Artis vel Universitatis, seu ad ipsa officia vel eorum
- aliquod, ob renunptiationem predictam, se inhabilem reddidit,
- possit restitui et habilis ad dicta officia fieri, cum illis
- solempnitatibus cum quibus possunt restitui quicumque moniti pro
- ghibellinis, secundum ordinamenta facta de mense iunii proxime
- preteriti. —
-
- Item, quod omnes et singuli, hactenus, videlicet ab anno Domini
- millesimo trecentesimo quinquagesimo septimo inclusive citra,
- moniti fuerunt pro ghibellinis vel ut suspecti Parti guelfe notati,
- seu pro ghibellinis vel non vere guelfis condempnati, qui non
- fuerunt hactenus restituti, possint restitui et habiles ad officia
- fieri, per duas partes duarum partium ad minus illorum quibus circa
- hec fuit data balia de mense iunii proxime preteriti.
-
- Item, quod ad Consilium Populi vel Comunis Florentie nullus arrotus
- per Capitaneos Partis guelfe possit aut debeat accedere vel venire,
- aut in ipsis Consiliis vel eorum aliquo fabam reddere, sub pena
- florenorum quingentorum auri, cuilibet contrafacienti pro vice
- qualibet auferenda et Comuni Florentie applicanda. Sed possint ad
- Consilium predictum venire, ultra Capitaneos dicte Partis, et in eo
- interesse pro dicta Parte et fabas reddere illi qui sunt de veris
- Collegiis dicte Partis, tantummodo, et non alii vel alius pro ipsa
- Parte arrotus vel arroti.
-
- Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie cum
- officiis Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum
- virorum Comunis predicti et due partes eorum possint et debeant
- facere et de novo fieri facere scruptinium et bursas Consilii
- Comunis; et de novo debeat extrahi dictum Consilium, factis dictis
- bursis. Et debeant extrahi continue de cetero ad dictum Consilium
- decem populares cives florentinos pro quolibet quarterio, ultra
- numerum hactenus ad dictum Consilium ordinatum: qui extracti ultra
- dictum numerum intelligantur habere et habeant illam baliam et
- auctoritatem quam habent alii de dicto Consilio.
-
- Item, quod in libro Partis guelfe civitatis Florentie et similiter
- in uno libro, retinendo in palatio more dominorum Priorum Artium
- et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis Florentie, scribi debeat
- evidenter et ad perpetuam rei memoriam, qualiter dominus Lapus
- de Castiglionchio et sui sequaces de civitate Florentie fuerunt
- expulsi tamquam devastatores et violatores Partis guelfe, et ut
- baracterii et Parti guelfe suspecti et proditores Partis predicte.
-
- Item, quod omnes et singuli qui, decetero, quocumque modo et
- quacumque de causa, privabuntur ab officiis Comunis Florentie,
- et seu ad ipsa officia inhabiles facti erunt, intelligantur esse
- et sint, ipso facto, privati ab officiis Partis guelfe et ad ipsa
- officia inhabiles esse. Et intelligantur privati omni et quocumque
- privilegio portandi arma. —
-
- Item, quod omnes et singuli quibus, de mense iunii proxime
- preteriti vel de presenti mense iulii, in tumultu populi fuerunt
- combuste domus vel fuerunt derobati, et eorum filii, fratres et
- patrui, excepto Smeraldo Stroze de Strozis, intelligantur esse et
- sint, ex nunc usque ad decem annos proxime secuturos, privati et
- remoti ab omnibus et quibuscumque officiis Comunis Florentie et
- Partis guelfe. — Hoc acto et proviso et expresse declarato, quod
- predicta non vendicent sibi locum nec intelligantur in hominibus
- qui ad presens president officiis dominorum. Priorum Artium et
- Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim
- Bonorum virorum Comunis predicti et Octo balie dicti Comunis et
- Capitaneorum Partis guelfe, vel alicui ex officiis predictis,
- durante eorum officio vel finito.
-
- Item, quod dominus Rossus miles et Uguiccione, fratres et filii
- quondam Ricciardi de Ricciis, cives honorabiles florentini, sint
- et esse intelligantur decetero habiles quocumque tempore, ad
- quelibet officia Populi et Comunis ac etiam civitatis Florentie
- et Partis guelfe et quecumque alia, — non obstante aliqua
- prohibitione. —
-
- Item, quod filii et consortes et descendentes per lineam masculinam
- Sandri Donatini de Barucciis, cives florentini, intelligantur esse
- et sint ad quecumque officia restituti in omnibus et per omnia, —
- non obstante aliqua monitione. —
-
- Item, quod omne scruptinium et omnis imbursatio, registrum et
- scriptura facta ante presentem mensem iulii, de quocumque officio
- Partis guelfe debeant laniari et comburi in totum, in presentia
- officii Capitaneorum dicte Partis et eorum Collegiorum et duorum
- ex officio Gonfaloneriorum societatum Populi et Duodecim Bonorum
- virorum et unius pro qualibet Capitudine, et infra quinque dies
- a die qua presens Provisio firmata fuerit in Consilio domini
- Potestatis et Comunis Florentie; sub pena florenorum mille auri
- cuilibet ex Capitaneis auferenda et Comuni Florentie applicanda.
-
- Item, quod decetero, nullus in civitate Florentie possit per viam
- extractionis, electionis seu deputationis, aut alio quoque modo,
- habere retinere vel exercere, uno eodemque tempore, ultra unum
- officium Comunis Florentie, sub pena florenorum mille auri cuilibet
- contrafacienti auferenda et Comuni Florentie applicanda. Ita tamen,
- quod predicta non intelligantur locum habere nec extendantur
- ad officia Consulatus alicuius Artis vel septem consiliariorum
- Mercantie aut consiliariorum Consilii Populi vel Comunis Florentie,
- quod aliquis obtineret de preterito vel futuro; nec predicta
- vendicent sibi locum in aliquo qui ad presens presideret plus quam
- uni officio dicti Comunis. —
-
- Item, quod super omnibus et singulis petitionibus et querelis
- fiendis dandis vel exhibendis, verbo vel in scriptis, pro
- iniuriis vel offensis que facte dicerentur per aliquem popularem
- contra alterum popularem et seu per magnates contra populares,
- aut per magnates contra magnates; et seu, pro bis iniuriis vel
- offensis aut eorum vel alicuius eorum occasione, faciendo seu
- fieri faciendo aliquem popularem magnatem vel aliquem magnatem
- supramagnatem; possit et debeat procedi, et super ipsis — fieri
- et partita micti et proponi; et ipse petitiones et querele et
- earum quelibet recipi et admicti et executioni mandari in omnibus
- et per omnia, et per omnes fieri prout et sicut procedi admicti
- recipi et executioni mandari et fieri poterant et debebant ante
- ordinamenta, correctiones et seu declarationes factas super materia
- predicta per Migliorem Vierii Guadagni civem florentinum, et
- eius collegas, tempore quo ultimo dictus Migliore fuit Vexillifer
- iustitie civitatis Florentie; et qui Migliore ultimo prefuit dicto
- officio Vexilliferatus de mense ianuarii et februarii anno Domini
- MCCCLXXVI. —
-
- Item, quod Iohannes Dini civis florentinus, quem constat semper
- fuisse et esse guelfum et Parti guelfe fidum et non ghibellinum vel
- suspectum Parti guelfe, licet per quosdam cives iniquos monitus
- iniuste asseratur; intelligatur esse et sit absque fide vel
- probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, et absque
- aliqua solempnitate servanda, integre et plenissime restitutus
- ab omni et quacumque et contra omnem et quamcumque monitionem
- factam de dicto Iohanne per quoscumque Capitaneos Partis guelfe
- civitatis Florentie, per se vel una cum quibuscumque aliis officiis
- seu officialibus dicte Partis. — Et quod dictus Iohannes Dini
- intelligatur esse et sit de officio et ad officium Octo balie
- Comunis predicti, cum omnibus officio auctoritate potestate balia
- et forma, quibus olim melius et efficacius fuit ante monitionem de
- eo factam. —
-
- Item, quod dominus Georgius domini Francisci de Scalis civis
- florentinus et eius consortes et descendentes et agnati per lineam
- masculinam et quilibet ipsorum, quos constat semper fuisse et
- esse, etiam ex operibus pollentibus, vere guelfos et fidos Parti
- guelforum, — licet per quosdam cives iniquos moniti asserantur
- perperam et iniuste; intelligantur esse et sint in omnibus et per
- omnia et quo ad omnes integre et plenissime restituti. —
-
- Item, quod dominus Donatus Ricchi ser Gherardi de la parte de
- Aldigheriis, civis florentinus, legum doctor, quem constat sua
- et suorum ascendentium origine semper fuisse et esse guelfum; —
- intelligatur esse et sit integre et plenissime restitutus. —
-
- Item, considerato, quanto tempore dominus Iohannes Monis civis
- honorabilis florentinus, cum maximis laboribus et solertia, pro
- Populo et Comuni Florentie assidue laboravit, et ad presens, pro
- honore dicti Populi et Comunis et pro ipso Populo ipse dominus
- Iohannes ad militare cingulum est promotus; ut maxime talem
- militiam pro ipso Populo perpetuo valeat honorare: quod, etiam
- absque aliqua solempnitate servanda aut aliqua fide vel probatione
- fienda de predictis vel aliquo predictorum, ipse dominus Iohannes
- Monis, in perpetuum, toto tempore sue vite, possit et debeat habere
- et habeat quolibet anno, a Comuni Florentie, florenos trecentos
- auri recti ponderis et conii florentini, solvendos et dandos eidem
- domino Iohanni per camerarium, qui dicitur _Il Camarlingo delle
- cinque cose_ dicti Comunis, pro tempore existentem et quemlibet
- alium camerarium dicti Comunis seu pro dicto Comuni deputatum vel
- deputandum ad infrascriptos redditus recipiendos in genere vel
- in spetie, de pecunia quam dictus camerarius seu dicti camerarii
- seu alius ex eis pro dicto Comuni recipient, ex proventibus,
- pensionibus et redditibus perventuris et que pervenient in Comune
- predictum, ad manus ipsius camerarii sive camerariorum, ex Platea
- vel occasione Platee Fori veteris civitatis Florentie, et seu a
- tabuleriis, becchariis vel Arte becchariorum, et a pollaiuolis et
- trecchis et aliis quibuscumque conducentibus vel tenentibus aut qui
- conducent vel tenebunt a dicto Comuni vel aliquibus officialibus
- dicti Comunis dictam Plateam et seu apothecas, sive aliquam partem
- vel loco ipsius Platee. —
-
- Item, quod dominus Alexander domini Riccardi de Bardis civis
- florentinus et eius filii et descendentes per lineam masculinam
- et quilibet ipsorum intelligantur esse et sint deinceps populares
- et de populo civitatis Florentie; — et quod etiam, nullo modo
- vel causa teneantur mutare nomen consortarie vel arma, nec in
- aliquo teneantur observare vel facere ea de quibus disponitur et
- continetur in reformatione et provisione edita de mense augusti
- MCCCLXI, que inter alia disponit in effectu, quod magnates facti
- populares seu beneficium popularitatis merentes, teneantur coram
- officio dominorum Priorum et Vexilliferi comparere et renuntiare
- consortarie et agnationi suorum consortum et alia arma sibi
- eligere. — Et quod dictus dominus Alexander intelligatur esse et
- sit de officio et ad officium Octo balie Comunis Florentie, et
- habere et habeat illam eamdem et similem auctoritatem et potestatem
- quam in dicto officio habet quilibet alius qui dicto officio Octo
- balie presideat.
-
- Item, quod Capitanei Partis guelfe civitatis Florentie teneantur
- et debeant, hinc ad quinque dies proxime futuros a die qua presens
- Provisio firmata fuerit in Consilio domini Potestatis et Comunis
- Florentie, sub pena florenorum mille auri, pro quolibet ipsorum
- Capitaneorum, representare et consignare officio dominorum Priorum
- et Vexilliferi iustitie Vexillum regale dicte Partis. Et quod,
- decetero, Capitanei dicte Partis, presentes vel futuri seu alii pro
- dicta Parte, dictum Vexillum vel simile tenere non debeant. Et hoc
- intelligatur de Vexillo regali quod factum fuit tempore domini Lapi
- de Castiglionchio et sotiorum, qui prefuerunt offitio Capitaneorum
- dicte Partis de mense februarii proxime preteriti, et de quocumque
- alio simili vexillo.
-
- Item, quod, expensis et de pecunia Comunis Florentie, ematur et
- emi debeat una apotheca sufficiens et ydonea que sit propria et
- pleno iure populi minuti civitatis Florentie, pro adunando Artem
- et Consules dicti populi et alia opportuna ipsi Arti faciendo. Et
- quod in ipsa apotheca et eius emptione possit et debeat expendi de
- pecunia dicti Comunis usque in quantitatem florenorum quingentorum
- auri; et quod camerarii Camere dicti Comunis, sub pena florenorum
- mille auri, cuilibet ipsorum hec non servanti auferenda et Comuni
- Florentie applicanda, possint teneantur et debeant dare solvere
- et pagare cuicumque deliberatum fuerit per dictos Consules
- dicti populi minuti, — de quacumque pecunia dicti Comunis et ad
- quodcumque aliud deputata vel deputanda, usque in quantitatem
- florenorum quingentorum auri recti ponderis et conii florentini
- integros et sine ulla solutione vel retentione diricture oneris vel
- gabelle et absque aliqua apodixa licentia vel subscriptione habenda
- vel solempnitate servanda, sed solum visa presenti reformatione et
- habita deliberatione Consulum predictorum. Que apotheca emi debeat
- hinc ad per totam quintam decimam diem mensis augusti proxime
- secuturi.
-
- Item, quod Spinellus Luce Alberti, ser Stefanus ser Mattei Becchi
- et ser Benedictus ser Landi, cives florentini et quilibet ipsorum,
- intelligantur esse et sint consortes et confederati domini
- Salvestri domini Alamanni de Medicis et aliorum dominorum Priorum
- Artium Populi et Comunis Florentie, qui officio prefuerunt de mense
- iunii proxime preteriti, et aliorum qui cum dicto domino Salvestro,
- tunc Silvestro, habuerunt baliam generalem a Comune predicto illis
- modo, forma et ordine quibus ipsi de Balia simul consortes facti et
- confederati fuerunt. Et habeant et habere intelligantur et potiri
- et gaudere possint et valeant omnibus et singulis privilegiis
- immunitatibus et prerogativis quibus potiuntur et gaudent seu
- potiri et gaudere possunt dictus dominus Silvester, olim Silvester,
- tunc Vexillifer iustitie, et eius sotii et alii de dicta Balia,
- vigore ordinamentorum factorum de dicto mense iunii.
-
- Item, quod per predicta in presenti Provisione contenta vel aliquod
- ipsorum nullum preiudicium generetur vel fiat, nec in aliquo
- intelligatur derogari alicui Provisioni hodie firmate vel firmande
- in Consilio domini Capitanei et Populi florentini.
-
- Super qua quidem Petitione — dicti domini Priores et Vexillifer,
- habita invicem et una cum officio Gonfaloneriorum sotietatum
- Populi et cum officio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie
- deliberatione solempni et demum inter ipsos omnes in sufficienti
- numero congregatos; — deliberaverunt die XXI mensis iulii anno
- Domini MCCCLXXVIII: Quod dicta Petitio et omnia et singula in ea
- contenta procedant admictantur firmentur et fiant. —
-
-
-ALTRA PROVVISIONE DELL’11 SETTEMBRE 1378, APPROVATA C. S. A’ DÌ 11 E 12.
-
- Ad concordiam Artium et artificum civitatis Florentie, et maxime
- minorum Artium, et ad bonum et pacificum statum et regimen
- civitatis eiusdem sollicite intendentes magnifici Domini domini
- Priores Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie,
- — habita — cum officio Gonfaloneriorum sotietatum Populi et cum
- officio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie deliberatione
- solempni; — deliberaverunt, die undecimo mensis septembris
- anno Domini MCCCLXXVIII, indictione prima: Quod absque fide vel
- probatione fienda de predictis vel aliquo predictorum, et absque
- ulla solempnitate servanda, de scruptinio facto de mense augusti
- proxime preteriti fiat et de presenti fieri debeat, pro supradictis
- sedecim minoribus Artibus, in quolibet et pro quolibet officio
- omnium ipsorum officiorum civitatis Florentie intra civitatem
- vel extra existentibus et Partis guelforum et officiorum domus et
- Universitatis mercatorum civitatis Florentie unus solus sacculus
- sive bursa, in quo vel qua micti possint et debeant omnes illi
- de quatuordecim minoribus Artibus qui iam forent imbursati et
- qui debent imbursari secundum ordinamenta super his edita; et
- similiter omnes illi de duabus Artibus novis qui sunt iam imbursati
- in bursis factis pro Populo Dei et qui debent imbursari secundum
- dicta ordinamenta: que due Artes vocantur, una, Ars tintorum et
- conciatorum et aliorum membrorum, et alia, Ars farsettariorum,
- sartorum et cimatorum et aliorum membrorum. —
-
- Et quod, in extractionibus dictorum officiorum debeat teneri
- et observari hec forma quantum in artificibus dictarum sedecim
- Artium, videlicet: Quod in extractionibus officiorum civitatis
- dicti scruptinii proiciantur cedule continentes nomina quarteriorum
- segregatim, et deinde ordinatim capiantur sorte et fiant
- extractiones, incipiendo in quarterio extracto secundum ordinem
- sortis successive; remanendo in ordine extractionis Vexilliferi
- iustitie Provisio firmata et facta in Parlamento facto die primo
- presentis mensis.
-
- Item, quod ad aliquod vel in aliquo officio civitatis Florentie
- scruptinato in dicto scruptinio non possit esse uno et eodem
- tempore ultra unum pro qualibet Arte dictarum sedecim Artium; et
- si, presidente uno de una dictarum Artium ad aliquod officium, et
- alius de ipsa eadem Arte, pro illo tempore vel eius parte, ad tale
- officium foret extractus, debeat remicti talis extractus et extrahi
- alius de alia Arte. —
-
- Item, ad hoc ut in perpetuum officia Partis guelfe civitatis
- Florentie regantur et gubernentur per bonos viros et non per
- malivolos et iniquos; quod presens scruptineum factum pro officio
- dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis
- Florentie imbursetur et imbursari possit et debeat postquam fuerit
- per Accoppiatores prefati scruptinei revisum et reformatum, et
- ex ipso fuerint extracti illi de illa tertia Arte populi minuti
- sive Populi Dei qui sunt a dicto scruptinio prohibiti et exclusi,
- secundum formam provisionis facte in publico Parlamento, die prima
- presentis mensis septembris, pro officio Capitaneorum Partis
- guelfe et Collegiorum dicte Partis. Ita tamen, quod artifices
- septem maiorum Artium et Scioperati ad officium Capitaneatus et
- cuiuslibet Collegii imbursentur et imbursari debeant de per se, et
- artifices sedecim minorum Artium, in una alia bursa pro quolibet
- dictorum officiorum de per se. Et quod ex ipsis bursis extrahantur
- et extrahi possint et debeant Capitanei populares pro dicta Parte
- et pro tempore hactenus consueto; et similiter dicta Collegia
- Partis, videlicet secretarii seu consiliarii Credentie et priores
- dicte Partis, etiam pro tempore et temporibus consuetis: et sic
- successive, durantibus dictis bursis, fiant de illis extractiones
- officiorum predictorum. Et quod decetero, ad scruptinium officiorum
- Capitaneorum, secretariorum seu consiliariorum Credentie et
- priorum dicte Partis procedatur et procedi debeat hoc modo, et
- in illis et eorum quolibet servari debeat hec forma videlicet:
- Quod omnes et singuli qui deinceps imbursabuntur ad officium seu
- pro officio Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie Populi
- et Comunis Florentie, possint et debeant per Accoppiatores talium
- scruptinatorum vel aliquos eorum, imbursari ad dicta officia dicte
- Partis in presenti capitulo nominata, et omnes et singuli qui sic
- imbursabuntur, habeantur et censeantur pro legittime et solempniter
- imbursatis; et demum, de bursis sic fiendis fiant extractiones ad
- officia supradicta et ad eorum quodlibet. Et ad ipsa officia vel
- aliquod ipsorum nullus possit alia vel alio modo deputari extrahi
- vel assummi. —
-
- Et quod Capitanei Partis populares esse debeant novem, quatuor
- videlicet de maioribus Artibus et Scioperatis, et quinque de
- sedecim minoribus Artibus supradictis. Et quod Secretarii dicte
- Partis populares sint et esse debeant sedecim, videlicet septem
- de septem maioribus Artibus et Scioperatis, et novem de sedecim
- minoribus Artibus supradictis. Priores autem dicte Partis populares
- sint et esse debeant duodecim, videlicet quinque de septem
- maioribus Artibus et Scioperatis et septem de minoribus Artibus
- antedictis.
-
- Et quod in officio Capitaneorum Partis sint et esse debeant ultra
- dictos populares duo magnates et de magnatibus civitatis Florentie;
- in officio Secretariorum sint et esse debeant quatuor; et in
- officio Priorum dicte Partis tres, ultra populares et numerum
- popularium supradictum.
-
- Qui magnates, pro ista vice dumtaxat et pro omnibus tribus
- officiis supradictis; extrahantur et extrahi possint et debeant de
- bursis magnatum ultimi scruptinii dicte Partis ad hec deputatis;
- et quod ab ipsa extractione in antea nulla extractio de ipso
- scruptinio possit fieri, sub pena florenorum mille auri cuilibet
- contrafacienti pro vice qualibet auferenda; et nichilominus omnis
- extractio et quicquid contra fieret sit irritum ipso iure; sed
- debeat dictum scruptinium de dictis magnatibus, factis dictis
- extractionibus pro ipsa vice, laniari et comburi. Imposterum
- autem et in perpetuum fieri debeant in palatio dominorum Priorum
- et Populi Florentini scruptinia de magnatibus pro quibuscumque
- officiis dicte Partis ipsis magnatibus congruentibus, per
- dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie, Gonfalonerios
- sotietatum Populi et Duodecim Bonos viros Comunis Florentie et
- Capitaneos Partis guelfe et Collegia dicte Partis, ac unum pro
- qualibet Capitudine viginti trium Artium dicte civitatis de numero
- Consulum dictarum Artium, ultra Preconsulem Artis iudicum et
- notariorum dicte civitatis, per officium dominorum Priorum Artium
- et Vexilliferi iustitie nominandos et eligendos: que scruptinia
- magnatum fieri possint et debeant quandocumque necessarium fuerit,
- et seu ipsis dominis Prioribus Artium et Vexillifero supradictis
- videbitur et placebit. Ita tamen, quod domini Priores et Vexillifer
- qui ad presens sunt, sub pena librarum quingentarum f. p. pro
- quolibet ipsorum, per totum mensem octubris proxime futuri,
- teneantur et debeant facere una cum officialibus antedictis
- unum scruptinium pro supradictis officiis, et pro officiis
- consiliariorum Consilii Centum virorum et Consilii Sexaginta
- virorum dicte Partis, quantum ad magnates pertinet. —
-
- Item, quod facta imbursatione de supradicto presenti scruptinio,
- facto pro officio dominorum Priorum et Vexilliferi, prout supra
- continetur; extractio dominorum Capitaneorum Partis et Collegiorum
- supradictorum fiat et fieri possit et debeat in domo Partis
- predicte, de bursis ex tali scruptinio fiendis, secundum formam
- statutorum et ordinamentorum et consuetudinum Partis predicte,
- ad minus sequenti die postquam imbursatio fuerit ad domum dicte
- Partis transmissa, pro ista prima vice dumtaxat, et pro eisdem
- terminis et temporibus incipiendis et finiendis prout et sicut et
- tunc, quando et quomodo incipere debuerunt aut debebunt quelibet
- officia dicte Partis. Et quod, ex eo quod dicti presentes Capitanei
- vel eorum Collegia non fecerint fieri hactenus extractiones in
- temporibus ordinatis, secundum formam ordinamentorum dicte Partis,
- nullam penam incurrant aut incurrere potuerint; sed ab ipsis penis
- dicta occasione incursis vel incurrendis sint liberi et totaliter
- absoluti.
-
- Item, quod deinceps in perpetuum, consiliarii populares Consilii
- _del Cento_ et Consilii _del Sexanta_ dicte Partis et officium
- Vigintiquatuor qui solent seu debent extrahi ad monitiones, quantum
- ad populares, debeant scruptinari, et de illis scruptinium fieri
- per officium dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie
- Populi et Comunis Florentie et Gonfalonierorum sotietatem Populi et
- Duodecim Bonorum virorum Comunis predicti, et officia Capitaneorum
- et Collegiorum Partis predicte popularium et unum pro qualibet
- Capitudine viginti trium Artium civitatis predicte ultra dictum
- Preconsulem, eligendos per officium dominorum Priorum Artium et
- Vexilliferi iustitie. Et quod dicta scruptinia fiant et fieri
- possint et debeant quandocumque necessarium fuerit et seu officio
- dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie, pro tempore
- existentium, videbitur et placebit. —
-
- Item, quod ad dicta officia, de quorum scruptinio in proximo
- precedenti capitulo fit mentio et tractatur, vel ad aliquod ipsorum
- vel in officiis Consiliariorum Credentie aut Priorum dicte Partis
- vel in aliquo ipsorum, aut in aliquo actu qui per aliquem qui
- foret ex ipsis officiis vel eorum aliquo, per se vel una cum aliis
- fieri haberet, pretestu seu vigore talis officii; non possit loco
- alicuius vel aliquorum absentis vel absentium subrogari substitui
- vel deputari quoquo modo, aut aliquis substitutus vel subrogatus
- aliquo modo fieri; sub pena librarum quingentarum f. p., cuilibet
- contrafacienti pro vice qualibet auferenda et Comuni Florentie
- applicanda; et nichilominus quicquid contra fieret sit ipso iure
- nullum.
-
- Item, quod semper de quolibet et in quolibet dictorum officiorum
- Partis guelfe de quibus supra fit mentio fiant et fieri debeant
- due burse; in una quarum mictantur omnes de membro septem maiorum
- Artium et Scioperatorum, et in alia omnes illi de membro sedecim
- minorum Artium predictarum. Et quod factis talibus bursis, de ipsis
- demum fiant extractiones. —
-
-
-ALTRA DEL 28 SETTEMBRE 1378, APPROVATA IL 28 E 29.
-
- Pro parte mercatorum et artificum viginti trium Artium civitatis
- Florentie, vobis dominis Prioribus Artium et Vexillifero iustitie
- Populi et Comunis Florentie, reverenter petitur, quatenus, pro
- bono publico et ut quiete et sub recta iustitia regatur Civitas
- Florentina, ac pro bono et pacifico statu civitatis eiusdem, et ut
- quilibet dictorum mercatorum et artificum sentire valeat commoda
- et onera officiorum Comunis eiusdem; vobis placeat et velitis
- opportune providere et facere solempniter reformari omnia et
- singula infrascripta, videlicet.
-
- In primis, quod in perpetuum officium Prioratus Artium et
- Vexilliferatus iustitie civitatis predicte debeat esse numero
- novem civium popularium; inter quos et in quo numero debeant esse
- quatuor de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum dicte
- civitatis, computato Vexillifero iustitie, quando Vexillum iustitie
- tangeret ipsi membro; et quinque esse debeant de membro minorum
- Artium civitatis eiusdem, computato etiam Vexillifero, quando dicto
- membro tangeret Vexillum iustitie. Et quod Vexillum iustitie tangat
- dictis membris pro rata, et de uno membro in aliud membrum transeat
- et extrahatur Vexillifer, prout ordinatum fuit et dispositum in
- generali Parlamento Populi et Comunis predicti, facto die primo
- presentis mensis septembris. —
-
- Item, quod in perpetuum officium Gonfaloneriorum sotietatum Populi
- Florentini sit et esse debeat numero sedecim prout est consuetum;
- quorum sedecim et cuius numeri septem debeant esse et dicto officio
- presidere de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et
- novem de membro sedecim minorum Artium predictarum. —
-
- Item, quod in perpetuum officium Duodecim Bonorum virorum Comunis
- Florentie sit et esse debeat in numero consueto; et in dicto
- officio et numero sint et esse debeant et continuo presidere
- quinque de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et septem
- de membro sedecim minorum Artium predictarum. —
-
- Item, quod in perpetuum officium Capitaneorum Partis guelfe
- civitatis Florentie sit et esse debeat numero undecim, videlicet
- novem popularium et duorum magnatum; in numero quorum popularium
- sint et continuo presidere debeant quatuor de membro septem maiorum
- Artium et Scioperatorum, et quinque de membro sedecim minorum
- Artium predictarum.
-
- Item, quod in perpetuum officium Consiliariorum Credentie sive
- Secretariorum Partis guelfe sit et esse debeat numero sedecim
- popularium et quatuor magnatum; in numero quorum popularium sint et
- continuo esse et presidere debeant septem de membro septem maiorum
- Artium et Scioperatorum, et novem de membro dictarum minorum
- Artium.
-
- Item, quod in perpetuum officium Priorum Partis guelfe predicte sit
- et esse debeat numero duodecim popularium et trium magnatum; quorum
- popularium quinque sint et esse debeant in dicto officio de membro
- septem maiorum Artium et Scioperatorum, et septem de dicto membro
- sedecim minorum Artium.
-
- Item, quod in perpetuum, ad infrascripta officia et in
- infrascriptis officiis dicte Partis guelfe, videlicet Defensorum
- dicte Partis (quando tale officium pro Parte predicta crearetur);
- Vigintiquatuor civium qui ad monitiones solent extrahi et deputari,
- et qui vulgariter dici solent _I Ventiquatro della Parte_; Consilii
- centum virorum quod vulgariter dicitur _Il Consiglio del Cento
- della Parte_; et Consilii sexaginta virorum dicte Partis, quod
- vulgariter dicitur _Il Consiglio del Sessanta della Parte_, sint
- et esse debeant de popularibus: qui in dictis officiis debent esse
- tot de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum quot de membro
- sedecim minorum Artium predictarum. Et quod dicta quatuor officia,
- quantum ad populares, inter dicta duo membra, equis partibus
- dividantur. —
-
- Item, quod sigilla Partis guelfe predicta debeant una vice teneri
- per unum de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et alia
- per unum de membro sedecim minorum Artium, et sic alternatim.
- — Et prima vice, dicta duo membra scribantur in duabus cedulis
- segregatis et mictantur ad sortem; et demum, una ex cedulis
- recollectis de illo membro cui sorte tetigerit debeat esse primus
- custos sigillorum predictorum; et alia vice de alio membro; et sic
- successive procedatur de membro in membrum.
-
- Item, quod officium Camerariatus dicte Partis guelfe distribuatur
- et dividatur inter dicta duo membra, et in eo procedatur et
- observetur, prout et sicut de custode sigillorum in proximo
- precedenti capitulo dictum est.
-
- Item, quod officium Rationerii et Scribani Partis guelfe predicte
- equaliter dividatur inter dicta duo membra, et una vice sit unus
- de membro maiorum Artium et Scioperatorum, et alia vice de membro
- sedecim minorum Artium predictarum. Et ad deputationem dicti
- Scribani et Rationerii, prima vice procedatur sorte, prout de
- custode sigillorum dictum est; et demum, successive de membro in
- membrum alternatim, sequatur et duret officium dicti Scribani et
- Rationierii pro vice qualibet uno anno et non ultra. Et quilibet
- presidens dicto officio habeat, a die depositi officii, ab illo
- devetum per duos annos.
-
- Item, quod in perpetuum, finito mense novembris proxime futuri in
- antea, officium Consilii Populi inter dicta duo membra equaliter
- sit divisum; — et numerus consiliariorum dicti Consilii sit et esse
- debeat in totum centum sexaginta popularium, videlicet quadraginta
- pro quolibet quarterio.
-
- Item, quod in perpetuum, finito mense decembris proxime futuri in
- antea officium Consilii Comunis, quantum ad populares pertinet,
- inter dicta duo membra equaliter sit divisum; et numerus
- consiliariorum popularium dicti Consilii Comunis sit et esse debeat
- centum sexaginta popularium, videlicet pro quolibet quarterio
- quadraginta; et quadraginta magnatum, videlicet decem pro quolibet
- quarterio etc.
-
- Item, quod de officiis Camerariatuum et Scribanatuum, que imbursari
- debent secundum ordinamenta scruptinii facti de mense augusti
- proxime preteriti, fiant due burse et separatim imbursari debeant
- dicta membra, et demum equaliter ipsa officia inter dicta duo
- membra partiantur. — Salvo quod in officio Camerariorum Camere
- dictis Comunis procedatur et observetur ut infra in speciali
- capitulo de ipso officio continetur. Ita tamen, quod semper habeant
- presidere tali officio alternatim et successive ex dictis membris,
- prout de extractionibus dictum est.
-
- Item, quod officium Approbatorum Statutorum Artium civitatis
- Florentie decetero debeat imbursari separatim in duabus bursis,
- in una quarum mictantur illi de membro septem maiorum Artium et in
- alia illi de membro sedecim minorum Artium; et inter dicta membra
- dictum officium equaliter dividatur. Et quod decetero in perpetuum
- dictum officium sit numero octo inter mercatores et artifices,
- etiam pro presenti anno. — Ita tamen quod in dicto officio, uno
- eodemque tempore, pro una et eadem Arte non possit esse nisi
- unus. —
-
- Item, quod officium Capitaneorum Sotietatis Virginis Marie Sancti
- Michaelis in Orto de Florentia, de cetero in perpetuum, finito
- officio presentium Capitaneorum, inter dicta duo membra equaliter
- sit divisum etc.
-
- Item, quod Camerarii Camere Comunis Florentie decetero debeant
- esse quatuor populares, duo de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum et duo de membro dictarum sedecim minorum Artium.
-
- Item, quod officiales Defectuum civitatis Florentie decetero
- debeant esse quatuor populares, dividendo inter dicta membra prout
- de Camerariis Camere dictum est.
-
- Item, quod officiales officii Grascie deinceps debeant esse sex
- populares, tres de membro maiorum Artium et Scioperatorum et tres
- de membro sedecim minorum Artium. —
-
- Item, quod finito officio presentium septem Consiliariorum
- Mercantie et Universitatis mercatorum, in perpetuum dictum officium
- debeat esse numero novem inter mercatores et artifices, et in
- perpetuum dividatur sub hac forma. Quod quinque ad dictum officium
- et in dicto officio esse debeant de quinque maioribus Artibus,
- et quatuor de sedecim minoribus Artibus et de Arte vaiariorum et
- pellipariorum. —
-
- Item, quod in deliberationibus fiendis super recursibus proponendis
- vel fiendis in curia Mercantie et Universitatis mercatorum
- civitatis predicte et coram Iudice vel Consiliariis Universitatis
- predicte, in quibus deliberationibus et ad quas vocari seu assummi
- solent, secundum ordinamenta Comunis predicti et seu dicte
- Universitatis, decem mercatores seu artifices maiorum Artium,
- decetero vocari et assummi et esse debeant medietas ipsorum civium
- de membro quinque maiorum Artium, et alia medietas de membro
- sedecim minorum Artium et Artis vaiariorum et pellipariorum. —
-
- Item, quod officia Comunis Florentie que debent exerceri extra
- civitatem, scruptinata de mense augusti proxime preteriti pro
- dictis membris, imbursari debeant separatim et per se; et in
- una bursa mictantur omnes de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum, et in alia omnes de membro sedecim minorum Artium;
- imbursando tamen dicta officia in pluribus bursis, et faciendo
- separationem inter officia maiora, minora et mediocria, prout est
- consuetum. Et demum ipsis officiis sic imbursatis, ad ipsorum
- extractiones procedatur hoc modo, videlicet: Quod ad quodlibet
- dictorum officiorum extrahatur, una vice unus de uno dictorum
- membrorum, et alia vice ad idem unus de alio membro; et sic
- alternatim successive continuo procedatur, incipiendo in primis
- extractionibus cuiuslibet dictorum officiorum ab illo membro, cui
- primo sorte tetigerit, proiectis cedulis continentibus segregatim
- nomina membrorum et recollectis. —
-
- Item, quod deinceps, in perpetuum, de omnibus et singulis
- officiis Comunis predicti extrinsecis, — que scruptinabuntur
- seu imbursabuntur, — fieri debeant due burse, in una quarum
- mictantur et micti debeant omnes de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum, et in alia omnes de membro dictarum sedecim minorum
- Artium; et demum ad extractiones talium officiorum procedatur et
- procedi debeat, et in illis servari modus et forma de quibus et
- prout et sicut dispositum est in capitulo proxime precedenti. Hoc
- expresso et declarato, quod quodlibet ex dictis officiis cui plures
- haberent eodem tempore presidere, inter dicta membra equaliter
- partiatur.
-
- Item, quod omnes et singuli tam de membro septem maiorum Artium
- et Scioperatorum quam de membro sedecim minorum Artium, qui
- obtinebunt in scruptinio de proximo fiendo de infrascriptis
- officiis, debeant simul et mistim micti et imbursari in una
- bursa, et demum ad ipsa officia fieri extractiones prout sorte
- imbursatis tetigerit. Ita tamen, quod ad ipsa officia et in dicta
- bursa tot debeant imbursari, de uno membro quot de alio. Et si
- accideret quod in dicto scruptinio obtinerent tot de uno membro
- quot de alio, debeant de illo membro de quo tot non obtinuissent
- assummi et imbursari usque ad equalem numerum, illi qui plures
- fabas nigras in dicto membro habuissent, habito respectu, pro tali
- membro, ad scruptinatos in tota civitate. Et si plures essent in
- numero fabarum concurrentes, illi debeant imbursari quibus sorte
- tetigerit, proiectis cedulis segregatis de nominibus ipsorum et
- sorte recollectis per imbursatores. — Officia autem de quibus in
- presenti capitulo fit mentio sunt ista videlicet:
-
- Potestaria Prati
- Potestaria et Capitaneatus Collis Vallis Else
- Potestaria Sancti Geminiani
- Potestaria Sancti Miniatis Florentini
- Vicariatus Vallis Nebule
- Vicariatus Vallis Arni inferioris et Sancti Miniatis Florentini
- Vicariatus Alpium et Vicariatus Poderis Florentinorum.
-
- Item, quod quandocumque scruptinabuntur et imbursabuntur pro Comuni
- Florentie Capitanei Civitatis Pistorii et Montanee Pistoriensis et
- Castellani Sambuche comitatus Pistorii et maioris casseri civitatis
- Pistorii, secundum pacta vigentia et que observari debent et
- seu debebunt cum Comuni Pistorii; omnes et singuli tam de membro
- maiorum Artium et Scioperatorum quam de membro sedecim minorum
- Artium qui in tali scruptinio uno vel pluribus obtinebunt, debeant
- imbursari simul et mistim in una bursa, et demum ad ipsa officia
- fieri debeant extractiones, et prout sorte et fortuna imbursatis
- tanget. —
-
- Item, quod officium Consignationis generalis et omnium aliarum
- consignationum que fieri haberent dicti Comunis, imbursetur et
- imbursari debeat, et ad deputationem Consignatorum per modum
- extractionis procedatur. Et quod ad dictum officium debeant et
- possint imbursari de presenti omnes qui, secundum ordinamenta
- scruptinii celebrati de mense augusti proxime preteriti, debent
- imbursari ad alia officia civitatis; et omnes de membro maiorum
- Artium et Scioperatorum et de membro sedecim minorum Artium
- debeant ad officium predictum simul misceri, et deinde sorte et
- fortuna extrahi. Et similiter et de per se ad dictum officium
- imbursentur notarii qui in dicto scruptinio ad secunda officia
- obtinuerunt. —
-
- Item, quod, stantibus firmis omnibus suprascriptis, omnia et
- singula alia officia incohanda et presentia et futura Comunis et
- civitatis Florentie et Partis guelfe congruentia tantum civibus,
- distribuantur et distributa esse intelligantur equis partibus
- inter dicta duo membra. — Hoc salvo expresso et declarato, quod in
- presenti capitulo aut in aliqua parte presentium ordinamentorum
- non includantur officia infrascripta, nec de eis per presentia
- ordinamenta aliquid intelligatur dispositum vel provisum,
- videlicet. Circa officium dominorum Octo balie presentium, quod
- officium etiam possit, si expedierit, prorogari semel et pluries
- et quotiens, cum eisdem auctoritate, officio et balia; et officia
- Preconsulatus, Consulatuum, Consiliariorum et quorumcumque
- officiorum Artium ab ipsis Artibus et in ipsis Artibus; officium
- Spinelli Luce Alberti, et quodlibet aliud officium Scribanorum et
- Rationeriorum seu aliorum officialium Camere dicti Comunis, quod
- non sit solitum imbursari; officium Gregorii Laurentii ad gabellam
- vini et quodlibet aliud officium Gabellarum dicti Comunis, quod non
- sit ad presens imbursatum vel decetero non imbursetur; officium
- Approbatorum bannitorum et Mazeriorum dicti Comunis; officium
- Dominorum Zecche et Monete ipsius Comunis; officium Saggii ipsius
- Comunis; Officia administrationum gubernationum et manutentionum
- quarumcumque mansionum, laboreriorum et Operarum ecclesiarum
- et hospitalium, commissarum certis Artibus civitatis predicte;
- officia Numptiorum et Exactorum dicti Comunis; officia Sindicorum
- vel officialium creandorum et constituendorum super negotiis
- creditorum cessantium et fugitivorum et seu cuiuscumque civis vel
- artificis aut mercatoris florentini aut aliunde; Officia et mandata
- sindicorum qualitercumque creandorum pro negotiis dicti Comunis; et
- omnia alia officia Comunis aut civitatis comitatus vel districtus
- Florentie, ad que aliquis foret assumptus vel deputatus, occasione
- vel respectu sui ministerii aut peritie vel scientie sue sive sue
- Artis. —
-
- Item, quod non obstantibus suprascriptis, et remanentibus in sui
- firmitate omnibus et singulis ordinamentis, disponentibus per quos
- et sub qua forma et pro quanto tempore et cum quibus commodis,
- honoribus, oneribus et salariis, ambaxiatores Comunis Florentie
- eligi possint vel deputari, et de ipsorum ambaxiatis, devetis,
- iuramentis, promissionibus et satisdationibus; presentes domini
- Priores Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie
- et Gonfalonerii sotietatum Populi et Duodecim Boni viri — possint
- et eis liceat ac etiam teneantur et debeant providere et declarare
- qualiter et quemadmodum officia ambaxiatorum Comunis predicti,
- decetero creandorum, inter dicta duo membra distribui debeant et
- partiri; et quando continget quod ambaxiatores pro dicto Comuni
- habeant eligi et deputari, quot debeant esse de uno membro et quot
- de alio; et quomodo et de quo membro, quando unus solus ambaxiator
- eligendus occurret, debeat deputari, et quota pars cuilibet
- membrorum predictorum debeat attribui: et insuper quid fieri debeat
- circa ambaxiatores per officium Octo balie transmictendos. — Salvo
- et declarato quod, si aliquis, civis aut aliunde, vellet a dominis
- Prioribus et Vexillifero iustitie seu eorum Collegiis impetrare
- pro suis propriis factis, in eius proprium et singulare servitium,
- unum vel plures ambaxiatores; possit tunc et quandocumque talis
- ambaxiator unus vel plures eligi et deputari de quocumque membro,
- et prout eligentibus placuerit; expensis tamen petentis et non
- Comunis.
-
- Item, quod deinceps, ad aliquod officium ad presens imbursatum
- vel quod deinceps imbursaretur nullus possit, aliter quam per viam
- extractionis, — deputari eligi vel assummi. —
-
- Item, quod deinceps domini Priores Artium et Vexillifer iustitie,
- Gonfalonerii sotietatum et Duodecim Boni viri Comunis predicti pro
- tempore existentes intersint et interesse teneantur et debeant
- in quolibet Consilio Comunis et domini Potestatis civitatis
- Florentie imposterum fiendo et celebrando, et in eo fabas reddere,
- prout et sicut possunt seu tenentur in Consilio Populi et domini
- Capitanei. —
-
- Item, pro maiori honestate et ut voluntates consiliariorum
- cuiuscumque Consilii Populi et Comunis Florentie minus pareant et
- magis etiam sint occulte; quod a duobus diebus proxime futuris in
- antea fiat et fieri debeat, et Camerarii camere armorum Palatii
- Populi Florentini fieri facere teneantur, unum bossolum magnum ut
- expedit, quod vocetur bossolum libertatis. In quod quidem bossolum
- fabe que recolligentur in ipsis Consiliis et quolibet vel aliquo
- ipsorum, in aliis bossolis, ut est moris, possint et debeant
- vacuari ante quam alibi evacuentur. Et deinde, ipsis omnibus aliis
- bossolis in ipsum magnum bossolum vacuatis, debeat ipsum bossolum
- vacuari in bacinum in ipsis Consiliis retinendum ut est moris. —
- Salvo expresso et declarato, quod in quocumque casu deliberabitur
- per dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie, Gonfalonerios
- sotietatum Populi et Duodecim Bonos viros vel per viginti octo ex
- ipsis, discedendum fore a supradicta observantia, quod fabe aliter
- vacuarentur vel numerarentur; tunc possint bossoli, in quibus fabe
- in Consiliis recolliguntur separatim, vacuari in bacino supradicto
- et fabe numerari, prout si predicta solemnitas numquam inventa
- foret seu ordinata. —
-
- Super qua quidem Petitione — domini Priores et Vexillifer, habita
- etc., providerunt ordinaverunt et deliberaverunt, die XXVIII mensis
- septembris, anno Domini MCCCLXXVIII, indictione secunda: Quod dicta
- Petitio et omnia et singula in eo contenta procedant admictantur
- firmentur et fiant. —
-
-
-
-
-Nº II.
-
-(Vedi pag. 49.)
-
-
-PROVVISIONE DEL 21 GENNAIO 1381 DALL’INCARNAZIONE.[575]
-
- Magnifici et potentes viri domini Priores Artium et Vexillifer
- iustitie Populi et Comunis Florentie, una cum offitiis
- Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum
- Comunis predicti, et aliis civibus florentinis habentibus una cum
- eis auctoritatem potestatem et baliam generalem a Populo Florentino
- et a generali et solemni Parlamento Populi supradicti, in palatio
- dicti Populi in numeris sufficientibus congregati; considerantes,
- quamplures de civitate Florentie fuisse declaratos et seu factos
- magnates et seu supramagnates, occasione et respectu status et
- maxime de mensibus iunii et iulii anno Domini MCCCLXXVIII et de
- mense ianuarii anno Domini MCCCLXXVIIII; et quod etiam multi et
- quamplures de civitate predicta, maxime occasione status, fuerunt
- privati et seu devetati ab offitiis, et qui vulgariter dicebantur
- _posti ad sedere_, per Ordinamenta dicti Comunis; et aliqui etiam
- de dicta civitate ab offitiis devetati aut inhabilitati seu privati
- fuerunt, per condemnationes factas per rectores et officiales
- civitatis predicte; et volentes, ut iustitie convenit, providere,
- et quod iniuste actum fuit ad iustitie terminos revocare; —
- ordinaverunt et deliberaverunt omnia et singula infrascripta
- videlicet.
-
- In primis, quod omnes et singuli de civitate Florentie, qui a
- die XVIII mensis iunii anno Domini MCCCLXXVIII usque ad diem
- XV presentis mensis ianuarii vel infra ipsum tempus, per aliqua
- ordinamenta seu vigore quorumcumque ordinamentorum dicti Comunis
- aut vigore alicuius condemnationis, fuerunt, maxime occasione
- status, facti aut declarati magnates vel supramagnates, — nominatim
- et specifice seu sub appellatione vel genere domus vel familie
- seu casati, intelligantur esse et sint de cetero omni tempore in
- perpetuum, in eo gradu, qualitate et statu in quibus erant ante
- dictam diem XVIII mensis iunii supradicti. — Eo tamen salvo excepto
- et proviso et declarato, quod predicta non intelligantur pro illis
- nec se extendant quoquo modo ad illos qui facti fuissent magnates
- aut supramagnates, occasione vel causa alicuius petitionis vel
- querele exhibite seu facte officio vel coram officio dominorum
- Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et Comunis predicti,
- et super qua demum proceditur, vigore ordinamentorum inter alia in
- effectu disponentium de modo tenendo seu de his que fieri debent
- vel possunt quando popularis alium popularem offenderet, aut quando
- magnas offenderet popularem vel magnas magnatem; et etiam qui tales
- sic facti magnates seu supramagnates dicuntur vulgariter _i grandi
- o sopragrandi facti per petitione_. Et hoc sane intelligatur.
-
- Item, quod omnes et singuli de civitate Florentie, qui nominatim et
- specifice fuerunt hactenus, videlicet a die XVIII mensis iunii anno
- Domini MCCCLXXVIII usque ad XV diem presentis mensis ianuarii vel
- infra ipsum tempus, privati vel devetati ab aliquibus vel aliquo
- offitio vel offitiis in perpetuum vel ad tempus, et qui vulgariter
- dicebantur _i posti a sedere_, — et etiam qui, non sub propriis
- nominibus et specifice sed sub genere consorterie vel agnationis
- seu parentele, occasione status, videlicet eo quia eis fuissent
- combuste domus aut quia essent coniuncti quoquo modo aliquorum
- condemnatorum vel exbannitorum dicti Comunis, intelligantur
- esse et sint ex nunc, contra et adversus dictas privationes et
- inhabilitates et devetationes, plenissime restituti. —
-
-
-ALTRA PROVVISIONE DELLO STESSO GIORNO.
-
- Magnifici et potentes viri domini Priores Artium etc.
- deliberaverunt.
-
- In primis, quod omnes et singuli qui hactenus, videlicet a
- die XVIII mensis iunii anno Domini MCCCLXXVIII usque ad diem
- XV presentis mensis ianuarii inclusive, — fuerunt condempnati
- et exbanniti, et seu condempnati tantum vel exbanniti tantum,
- — occasione vel respectu subversionis vel turbationis status
- civitatis Florentie, aut pro aliquo seu occasione alicuius
- tractatus facti vel quomodolibet attentati —, aut pro non
- revelando aliquem talem tractatum, et seu pro aliqua conventicula
- coniuratione conspiratione vel postura, — aut pro veniendo
- cum inimicis seu cum banderiis elevatis aut vexillis erectis
- in comitatu vel districtu Florentie, et seu pro occupando vel
- invadendo aut actentando vel tractando invadere vel occupare aut
- capere aliquam terram castrum roccham arcem locum vel fortilitiam
- comitatus vel districtus Comunis predicti, aut de ipsius Comunis
- custodia iurisdictione vel preheminentia et seu obedientia
- submovendi vel elevandi; — intelligantur esse et sint ex nunc,
- ipsi et quilibet ipsorum, a dictis condemnationibus — absoluti et
- effectualiter ac plenissime liberati. Eo tamen in predictis et a
- predictis excepto salvo et declarato, quod vigore predictorum non
- possit cancellari aliqua condempnatio seu bannum lata vel latum
- pro aliqua offensa facta principaliter in aliquam singularem
- personam. —
-
- Item, quod omnes et singuli de quorum cancellatione et absolutione
- superius est provisum, et omnes et singuli ipsorum et cuiusque
- ipsorum descendentes et coniuncti, tam nati quam nascituri
- et quilibet ipsorum, ex nunc, adversus omnem et quamlibet
- inhabilitatem cuiuscumque generis vel speciei, et quemcumque actum
- ipsa inhabilitas respiciat seu tangat aut respicere seu tangere
- diceretur, et quamlibet notam ignominiam maculam et infamiam, in
- quas ipsi vel aliquis ipsorum, per supradictas condemnationes banna
- decreta deliberationes vel ordinamenta et seu per delicta aut alia
- contenta in eis vel aliquo ipsorum —, intelligantur esse et sint in
- integrum et plenissime restituti. —
-
- Item, quod quilibet qui, vigore supradictorum, cancellari de
- dictis bannis condemnationibus et aliis predictis potest, teneatur
- et debeat, ante quam inde cancelletur vel cancellari possit,
- promictere et iurare, coram offitio dominorum Priorum Artium
- et Vexilliferi iustitie, de non offendendo per se vel alium,
- nec aliquam inimicitiam odium vel rancorem habendo vel portando
- ad aliquam vel contra aliquam personam. — Et quod de huiusmodi
- iuramentis et promissionibus confici debeant instrumenta vel
- scripture per cancellarium et scribam reformationum Comunis
- predicti et seu per alterum ipsorum vel per alium vel alios
- notarium vel notarios, ad hoc per ipsos cancellarium et scribam
- vel eorum alterum deputandum vel deputandos, semel vel pluries et
- quotienscumque.
-
- Item, quod de restitutione et pro restitutione fienda et que fieri
- debeat predictis exbannitis et condemnatis de bonis ipsorum olim
- venditis, restitutis vel assignatis per aliquos offitiales dicti
- Comunis, et circa paces et concordias faciendas et recipiendas
- per dictos exbannitos et condemnatos; octo cives florentini,
- eligendi et ad predicta deputandi per dictos dominos Priores et
- Vexilliferum, ad presens in offitio existentes, pro eo tempore
- de quo eis videbitur expedire, et seu duo partes ipsorum octo
- civium eligendorum, possint providere ordinare et disponere, et
- penas pro dictis pacibus faciendis imponere. — Et quod omnes et
- singuli illi quibus per offitium dictorum octo offitialium mandatum
- vel preceptum fuerit de aliqua pace vel concordia facienda, et
- tali mandato vel precepto inobedientes fuerint, non restituantur
- ad eorum bona nec in aliquo gaudeant benefitio presentium
- ordinamentorum. —
-
- Item, quod supradicti exbanniti et condemnati non possint nec
- presumant reverti vel intrare in civitatem Florentie, hinc ad per
- totum mensem februarii proxime sequturum, nisi aliter in genere
- vel specie deliberatum fuerit per dictos octo cives ut prefertur
- eligendos.
-
- Item, quod supradicti — non possint, pretextu vel occasione
- dictorum bannorum et condemnationum, ante quam inde cancellentur,
- impune offendi; et quod quelibet offensa que fieret ante dictam
- cancellationem in personam alicuius ipsorum intelligatur esse
- et sit punibilis, prout et ac si facta fuisset in personam non
- condemnati vel banniti et offendi impune prohibiti.
-
-
-ALTRA PROVVISIONE COME SOPRA.
-
- Prefati domini Priores etc., deliberaverunt omnia et singula
- infrascripta, videlicet.
-
- In primis, quod omnes et singuli qui hactenus, videlicet a die
- decimo octavo mensis iunii anno Domini millesimo trecentesimo
- septuagesimo octavo usque ad diem quintamdecimam presentis mensis
- ianuarii inclusive, quandocumque infra ipsum tempus fuerunt
- condempnati et exbanniti seu condempnati tantum et exbanniti
- tantum, per aliquem rectorem seu offitialem Comunis Florentie,
- pro quocumque vel occasione cuiuscumque delicti malefitii criminis
- vel excessus aut iniurie vel offense et seu quacumque alia causa,
- et quorum condempnationes et seu banna sint in Camera actorum
- dicti Comunis, — intelligantur esse et sint, ex nunc, ab eorum
- condempnationibus et bannis — absoluti et plenissime liberati.
-
- Item, quod quilibet qui, vigore predictorum potest cancellari de
- dictis bannis — (_come nella provvisione precedente_).
-
- Item, quod omnes et singuli ad presens detenti seu qualitercumque
- recommendati in carceribus Stincarum Comunis predicti, quacumque et
- pro quacumque causa vel occasione, — exceptis dumtaxat illis qui
- ibidem detenti seu recommendati essent pro debito vel obligatione
- ad quod vel quam tenerentur alicui singulari persone, — possint et
- debeant, per Superstites carcerum predictarum, de dictis carceribus
- impune et libere relaxari. — Hoc in predictis salvo et excepto,
- quod, vigore predictorum, nullatenus relaxari possit comes Iohannes
- de Raginopoli nec aliquis, qui penes aliquem rectorem dicte
- civitatis detentus esset pro aliquo malefitio per eum commisso ante
- presentem mensem. Et hoc etiam declarato et ordinato, quod predicti
- relaxandi, vigore predictorum non intelligantur esse nec sint
- liberi vel absoluti ab eo vel de eo pro quo recommendati et detenti
- sunt, sed ad illud remaneant obligati ac si predicta disposita
- non fuissent: ita quod, virtute predictorum, dumtaxat simplicis
- relaxationis a dictis carceribus benefitium consequantur.
-
-
-ALTRA PROVVISIONE COME SOPRA.
-
- Magnifici et potentes viri domini Priores etc. deliberaverunt.
-
- In primis, quod duo Artes nove et que nove Artes appellantur,
- que olim create fuerunt in civitate Florentie, in anno Domini
- MCCCLXXVIII, et quarum una appellatur Ars farsettariorum
- cimatorum sartorum barberiorum et aliorum membrorum ipsi Arti
- connexorum, et altera Ars appellatur Ars tintorum cardatorum
- facientium cardos saponariorum cardaiolorum et aliorum membrorum
- ipsi Arti connexorum, intelligantur esse et sint decetero capse
- remote et anulate, et amplius Artes seu corpus vel Collegium
- Artis non reputentur vel faciant, prout ab eorum creatione citra
- representaverunt et fecerunt.
-
- Item, quod membra dictarum duarum Artium et utriusque earum redeant
- et redire intelligantur ad illa loca et ad illas et sub illis
- Artibus in quibus et sub quibus erant et fuerunt de mense may anno
- Domini MCCCLXXVIII.
-
- Item, quod membra dictarum duarum Artium que de dicto mense may
- cum aliqua Arte vel sub aliqua Arte non erant, remaneant et sint
- cum et seu sub illa Arte dicte civitatis, de qua et prout et sicut
- per dictos dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie vel duas
- partes eorum extiterit declaratum.
-
- Item, quod Ars lane civitatis Florentie et Consules dicte Artis
- ac etiam Offitialis forensis Artis predicte intelligantur habere
- et habeant decetero illos subiectos et suppositos de supradictis
- duabus Artibus et membris et misteriis ipsarum, quos et prout et
- sicut et quemadmodum habebant de mense may anno Domini MCCCLXXVIII;
- et quod auctoritas et potestas ac iurisdictio quam et prout et
- quemadmodum habebant de dicto mense may predicti Consules et
- Offitialis dicte Artis lane, simul vel separatim, in dictos, super
- vel contra dictos subditos seu subiectos et quemlibet ipsorum,
- cuiuslibet etiam sexus, competat et competere intelligatur eis
- decetero omni tempore. —
-
- Item, quod dicti domini Priores et Vexillifer — possint, durante
- eorum auctoritate, providere et disponere de bonis et circa bonos
- homines supradictarum duarum Artium, admittendos ad offitia
- et honores dicte Artis lane, prout decens et conveniens esse
- crediderint; et quod dicta Ars lane et eius mercatores et artifices
- possint et debeant admittere secum ad offitia honores gradus
- et dignitates dicte Artis illos ex dictis duabus Artibus sibi
- subiectos, de quibus declaratum fuerit per dictos dominos Priores
- et Vexilliferum — et seu per offitium Consulum dicte Artis lane vel
- eorum commissarios.
-
- Item, quod dicti domini Priores et Vexillifer — possint similiter
- disponere et providere de bonis hominibus aliorum membrorum
- dictarum duarum Artium, admittendis ad offitia et honores
- illarum Artium, ad quas per supradicta ipsa talia membra sunt
- reducta. —
-
- Item, quod homines supradictarum duarum Artium, qui decetero
- extrahentur ad aliquod offitium de bursis vigentibus et de
- imbursationibus hactenus factis, intelligantur extracti pro Artibus
- minoribus, non obstantibus supradictis. Et similiter quilibet ex
- eis, qui in aliquo offitio dicti Comunis aut Partis guelfe vel
- Mercantie existit ad presens, possit offitium complere et finire ac
- si predicta ordinata non essent.
-
- Item, quod numerus minorum Artium civitatis Florentie intelligatur
- esse et sit reductus ad quattuordecim Artes, et de illis Artibus de
- quibus erat de mense may anno Domini MCCCLXXVIII; et totidem et non
- plures intelligantur esse et sint Artes minores ipsius civitatis.
- Et quod omnia et singula ordinamenta dicti Comunis ac etiam Partis
- guelfe et Universitatis mercatorum dicte civitatis, disponentia
- loquentia vel tractantia de numero vel super numero sedecim minorum
- Artium, intelligantur decetero disponere loqui et tractare de dicto
- numero quattuordecim minorum Artium; et similiter ordinamenta
- disponentia loquentia vel tractantia de numero vel super numero
- viginti trium Artium, intelligantur disponere et tractare de numero
- et super numero viginti unius Artium civitatis predicte, et ad
- istum numerum intelligantur esse et sint reducta. —
-
-
-PROVVISIONE DEL 22 GENNAIO 1381 DALL’INCARNAZIONE.
-
- Magnifici et potentes viri domini Priores etc. deliberaverunt.
-
- In primis, quod Vexillifer iustitie civitatis Florentie,
- decetero, elapso mense februarii proxime sequturo, in perpetuum
- sit et esse debeat de et pro membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum. —
-
- Item, quod in et pro offitio Prioratus Artium ultra Vexilliferum
- iustitie, sint et esse debeant more solito, perpetuo in futurum,
- octo cives populares et guelfi, quorum quactuor sint et esse
- debeant de et pro membro septem maiorum Artium et Scioperatorum,
- et quactuor de et pro membro quactuordecim minorum Artium civitatis
- predicte. Et quod in quolibet et pro quolibet membro, in quarteriis
- civitatis, quo ad numerum, equalitas observetur: et incipiat
- hec distributio finito presenti offitio dominorum Priorum et
- Vexilliferi iustitie.
-
- Item, quod in offitio et pro offitio Gonfaloneriorum sotietatum
- Populi civitatis Florentie, finito offitio presenti, sint et esse
- debeant sedecim cives populares et guelfi ut est moris, videlicet
- unus pro quolibet gonfalone; et inter dicta duo membra dictum
- offitium sit et esse intelligatur taliter distributum, videlicet:
- quod novem sint de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum,
- et septem pro et de membro quactuordecim minorum Artium civitatis
- predicte; et in hoc quarteria et gonfalones, prout melius fieri
- poterit, adequentur, ut successive de utroque membro sit in
- quolibet gonfalone.
-
- Item, quod offitium Duodecim Bonorum virorum civitatis predicte,
- finito presenti offitio, sit et esse debeat de duodecim bonis
- viris civibus popularibus et guelfis, et inter dicta duo membra
- intelligatur esse et sit distributum et partitum hoc modo,
- videlicet: quod septem sint et esse debeant de et pro membro
- septem maiorum Artium et Scioperatorum, et quinque de et pro
- membro quactuordecim minorum Artium civitatis predicte; et quod
- subcessivis temporibus ita observetur et fiat, quod, quanto melius
- fieri poterit, de utroque membro sit in quolibet quarterio equa
- pars, prosequendo de tempore in tempus aut sorte aut alternatim.
-
- Item, quod decetero, in quolibet offitio Comunis predicti in quo
- populares erunt octo numero, sint de tali numero quinque de et pro
- membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et tres de et pro
- membro quactuordecim minorum Artium.
-
- Item, quod in quolibet offitio Comunis predicti, in quo erunt decem
- populares, in tali numero sint et esse debeant sex de et pro membro
- septem maiorum Artium et Scioperatorum, et quactuor de et pro
- membro quactuordecim minorum Artium.
-
- Item, quod in quolibet offitio dicti Comunis in quo erunt quactuor,
- in tali numero sint et esse debeant, una vice duo pro membro
- quactuordecim minorum Artium, et alia unus, et sic subcessive
- prosequendo, et residuum pro membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum.
-
- Item, quod offitiales offitii Grascie, decetero, quo ad populares
- sint quinque, quorum tres sint de et pro membro septem maiorum
- Artium et Scioperatorum, et duo de et pro membro quactuordecim
- minorum Artium.
-
- Item, quod hec offitia extrinseca, videlicet
- Potesteria terre Prati
- Potesteria terre Sancti Geminiani
- Capitaneatus civitatis Pistorii
- Capitaneatus Montanee Pistoriensis
- Vicariatus Vallis Nebule et
- Vicariatus Vallis Arni inferioris
-
- de cetero pertineant ad membrum septem maiorum Artium et
- Scioperatorum; et dumtaxat de civibus popularibus et guelfis dicti
- membri ad ipsa offitia exercenda deputari et accedere debeant
- offitiales, temporibus sequturis. Et nominentur dicta offitia
- extrinseca, supramaiora.
-
- Item, quod offitia infrascripta, videlicet
- Vicariatus Alpium } Florentinorum.
- Vicariatus Poderis }
- Potesteria Sancti Miniatis Florentini.
-
- Potesteria et Capitaneatus terre Collis Vallis Else, et quodlibet
- ipsorum offitiorum intelligantur esse et sint in gradu et de gradu
- Potesteriarum maiorum.
-
- Item, quod offitia Potesteriarum primi et secundi et tertii gradus
- et Castellaneriarum maiorum et minorum sint et esse intelligantur
- distributa inter dicta duo membra, hac forma et ordine videlicet.
- Quod ex octo partibus totius numeri quinque partes pertineant ad
- membrum septem maiorum Artium et Scioperatorum, et tres partes ad
- membrum quactuordecim minorum Artium quantum ad populares, salva
- parte magnatum ipsis actributa seu actribuenda per ordinamenta
- Comunis predicti.
-
- Et quia dicta distributio, quo ad continuum exercitium in offitiis
- predictis extrinsecis videtur esse difficilis; quod quando pro
- dictis offitiis vel eorum aliquo fient decetero imbursationes,
- omnes de utroque membro simul et mistim debeant imbursari, et de
- scruptinatis tot possint et debeant imbursari de membris predictis,
- quod in imbursatis quodlibet membrum habeat suam partem, secundum
- distributionem predictam; accipiendo et imbursando si opus erit de
- illis qui per numerum regularem non obtinuissent, dummodo usque ad
- equationem adsummantur et imbursentur pro membro in quo deficientia
- fuerit illi in quorum partitis plures fabe nigre reperte fuerint.
-
- Et quod demum ad extractiones procedatur simul et mistim, et
- quilibet imbursatus, prout sors dederit, adsummatur.
-
- Item, quod offitium Consiliariorum Mercantie et Universitatis
- mercatorum, decetero, finito offitio ad presens ipsi presidentium,
- sit et esse debeat de septem numero et non ultra, quorum quinque
- sint de et pro quinque maioribus Artibus, more solito, et duo de
- et pro membro quactuordecim minorum Artium et Artis vaiariorum et
- pellipariorum civitatis predicte. Et quod devetum minorum Artium
- solitum esse quo ad minores Artes (videlicet, quod quando unus pro
- una dictarum Artium minorum fuerit ad ipsum offitium adsumptus,
- a die sui depositi offitii, quilibet de ipsa Arte habeat devetum
- per unum annum), sit reductum ad sex menses. Et quod omnia et
- singula ordinamenta que loquerentur aut disponerent de numero
- novem Consiliariorum dicte Universitatis, intelligantur loqui et
- disponere de numero septem Consiliariorum predictorum, et ad ipsum
- numerum adactentur in omnibus partibus ipsorum.
-
- Item, quod, pro expediendo recursus sindicatuum, de quibus fuerit
- decetero ordinatum, et causas ipsorum recursuum, adsummi debeant
- decetero pro arrotis, sive adiunctis Consiliariis Mercantie,
- decem mercatores de quinque maioribus Artibus civitatis predicte,
- videlicet duo de et pro qualibet ipsarum quinque Artium, prout
- et quemadmodum assummebantur et observabatur ante annum Domini
- MCCCLXXVIII, quando Consiliarii Mercantie et Universitatis
- mercatorum civitatis predicte numero erant septem.
-
- Item, quod ambaxiatores seu offitia ambaxiatorum non veniant nec
- cadant sub aliqua distributione offitiorum, sed de et pro quolibet
- membro possint ambaxiatores adsummi, ac etiam ad tale offitium
- quilibet civis guelfus deputari et eligi possit, prout fieri
- poterat de mense may anno Domini MCCCLXXVIII, et ante ipsum mensem
- quandocumque.
-
- Item, quod offitium Capitaneorum Partis guelfe civitatis Florentie,
- quo ad populares, sit numero novem, ut ad presens est; in quo
- numero decetero sint quinque de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum, et quactuor de membro quactuordecim minorum Artium.
-
- Item, quod offitium Priorum dicte Partis, quo ad populares, sit
- decetero numero duodecim, prout ad presens est; in quo numero sint
- septem de membro septem maiorum Artium et Scioperatorum, et quinque
- de membro quactuordecim minorum Artium.
-
- Item, quod offitium Consiliariorum Credentie dicte Partis sit
- decetero numero sedecim, prout ad presens est, quo ad populares;
- in quo numero sint novem de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum, et septem de membro quactuordecim minorum Artium.
-
- Item, quod, non obstantibus distributionibus antedictis et his
- que supra provisa sunt, quilibet qui ad presens est in aliquo
- ex supradictis offitiis possit illud perficere et complere; et
- similiter qui ad aliquod ipsorum iam extractus est, quamvis non
- inceperit, possit accedere ad illud et ipsum exercere, secundum
- formam et ordinem sue extractionis.
-
- Item, quod in Consilio Populi consiliarii sint quadraginta pro
- quarterio, videlicet decem pro et de quolibet gonfalone, ultra
- Capitudines et alios offitiales, ut ad presens sunt; quorum
- decem pro gonfalone sex sint de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum, et quactuor de membro quactuordecim minorum Artium
- civitatis predicte.
-
- Item, quod consiliarii Consilii domini Potestatis et Comunis
- predicti sint decetero quadraginta populares de et pro quolibet
- quarterio civitatis predicte, videlicet decem de et pro quolibet
- gonfalone; quorum medietas sit et esse debeat de et pro membro
- septem maiorum Artium et Scioperatorum, et alia medietas de et
- pro membro quactuordecim minorum Artium; et quod in et de dicto
- Consilio sint decem magnates de et pro quolibet quarterio, ut est
- moris.
-
- Item, quod in offitiis supradictis observentur deveta inducta per
- ordinamenta dicti Comunis ad presens vigentia.
-
- Item, quod supradicta distributio — in perpetuum observetur,
- — et contra non possit fieri, — statui disponi vel reformari
- per dominos Priores Artium et Vexilliferum iustitie vel alios
- offitiales seu Collegia aut Consilia opportuna dicti Comunis,
- sub pena amputationis capitis et publicationis bonorum cuilibet
- contrafacienti aut proponenti seu consulenti. —
-
-
-ALTRA PROVVISIONE DE’ 23 GENNAIO 1381 COME SOPRA.
-
- Supradicti domini Priores etc. deliberaverunt. Quod quam citius
- fieri poterit, fieri debeat scruptinium omnium et singulorum
- offitiorum Comunis predicti intrinsecorum et extrinsecorum ac etiam
- Partis guelfe civitatis predicte, illorum videlicet que sint solita
- imbursari.
-
-
-ALTRA DEL 24 GENNAIO.
-
- Prefati domini Priores etc. deliberaverunt. Quod scruptinium
- offitiorum Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie, et
- Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum
- fiat per ipsos de Balia dumtaxat, etiam absque aliis arrotis vel
- adiuntis.
-
- Item, quod ipsi domini Priores et Vexillifer iustitie — possint
- de et circa sindicatum domini Executoris Ordinamentorum iustitie
- civitatis Florentie ad presens in offitio existentis, et eius
- comitive, disponere et providere prout ipsis placuerit. —
-
- Item, audita congregatione Populi Florentini et ipsis relato, quod
- intendunt et volunt, quod cedule existentes in bursis offitiorum
- Prioratus et Vexilliferatus iustitie et eorum Collegiorum
- comburantur, et similiter registra ipsorum offitiorum; quod statim
- capse in quibus sunt dicte burse et registra apportentur in Palatio
- supradicto, et subito comburantur predicte cedule et registra; et
- quod imbursationes ipsorum offitiorum; ad presens vigentes nulle et
- penitus revocate et casse intelligantur et sint.
-
- Item, quod magnates civitatis et comitatus et districtus Florentie,
- quo ad Ordinamenta iustitie Comunis predicti et quecumque
- ordinamenta que pro Ordinamentis iustitie habentur vel appellantur,
- intelligantur esse et sint repositi et reducti in eo statu gradu
- et qualitate in quibus erant de mense may anno Domini MCCCLXXVIII;
- et subiaceant illis Ordinamentis iustitie et aliis dumtaxat que
- vigebant de dicto mense may. —
-
- Item, quod — magnates habeant in offitiis intrinsecis Comunis
- predicti, in quibus secundum Ordinamenta dicti Comunis esse
- debebant de supradicto mense may anno Domini MCCCLXXVIII, has
- partes videlicet:
-
- In quolibet offitio in quo sint octo populares, sint ultra eos duo
- magnates.
-
- In quolibet offitio in quo sint populares ab octo infra, sit et
- esse debeat unus magnas.
-
- In offitio Decem Libertatis, finito offitio presidentium, esse
- debeant octo populares et duo magnates.
-
- Item, quod de offitiis Comunis predicti extrinsecis dicti magnates
- habere debeant decetero istas partes, ipsis continuo tribuendas,
- videlicet:
-
- Quinque potestarias, quarum duo sint primi gradus, duo secundi
- et una de tertio gradu; quactuor castellanerias maiores et tres
- castellanerias minores.
-
- Item, quod in offitiis extrinsecis magnas magnati nullo modo possit
- esse immediatus subcessor.
-
- Item, quod in eadem terra, castro vel loco, pro dictis offitiis
- extrinsecis, non possint esse eodem tempore in offitio potestarie
- et castellanerie duo magnates.
-
- Item, quod in offitiis ipsis magnatibus competentibus serventur,
- quo etiam ad alia, consueta deveta.
-
- Item, quod — tamburum ordinatum contra magnates sit et stet
- firmum; et omnia et singula ordinamenta Comunis predicti in effectu
- disponentia de ipso tamburo seu capsa tamburi et que comuniter et
- secundum comunem usum loquendi appellatur _Il tamburo de’ Grandi_,
- vigeant et observentur, prout vigebant et observari poterant ante
- presentia ordinamenta.
-
- Item, quod offitia Partis guelfe imbursata ad presens comburantur,
- scilicet cedule in bursis existentes, prout de offitio Prioratus
- est superius ordinatum; et quod imbursationes ad presens existentes
- pro ipsis offitiis nulle sint, nec ex eis aliqua executio seu
- offitii exercitium sequi possit; et quod mictatur pro capsa et fiat
- combustionis executio; et demum reformentur et reformari possint
- prout et sicut deliberabitur per ipsos supradictos habentes baliam
- generalem et seu duas partes eorum.
-
- Item, quod imbursationes seu cedule imbursate Consiliariorum
- Mercantie et pro dicto offitio ad presens existentes, et similiter
- imbursationes et cedule imbursate pro offitiis Consulatuum seu
- alterius offitii cuiuscumque Artis civitatis predicte, de presenti
- comburi possint et debeant. — Et quod de novo possint et debeant
- dicta offitia reformari.
-
- Item, quod omnes et singule imbursationes et cedule imbursate pro
- offitiis intrinsecis et extrinsecis Comunis predicti, ad presens
- vigentes, intelligantur esse et sint nulle et annullate, et cedule
- predicte et eorum registra possint et debeant comburi, et ipsa
- offitia de novo debeant reformari, prout per ipsos de Balia et seu
- duas partes eorum fuerit dispositum vel provisum.
-
- Item, quod presentes octo offitiales Custodie civitatis Florentie
- et seu duo partes eorum possint, pro necessitatibus emergentibus et
- ut gentibus Compagne resistatur, conducere et ad stipendia dicti
- Comunis sibi conduci facere usque in quingentos famulos pedestres
- armigeros seu armis actos et seu inter famulos et balistarios, et
- ipsis conducendis de stipendiis seu provisionibus facere provideri,
- — quomodo et pro quo tempore, de pecunia dicti Comunis etiam
- deputata ad capsam Conducte, ipsis de provisionibus seu stipendiis
- satisfiat.
-
- Item, quod durante balia et auctoritate concessa predictis
- habentibus ipsam a Parlamento ut supra dicitur, Octo Custodie
- possint commictere in eorum collegas voces ipsorum, prout et
- quemadmodum ipsis placuerit; dum tamen partitis fiendis, vigore
- balie, sint ex eis presentes saltem quactuor.
-
- Item, quod omne devetum omnisque prohibitio et inhabilitas inducta
- ordinata seu imposita hominibus et personis de domo casato stirpe
- vel progenie de Ricciis et Albizis de Florentia vel altera ipsorum
- ab offitiis dicti Comunis seu Partis guelfe aut civitatis predicte,
- per quecumque ordinamenta dicti Comunis, aut vigore vel pretextu
- alicuius provisionis vel reformationis Consiliorum Populi et
- Comunis predicti, intelligantur esse et sint eis sublata et ab
- eorum quolibet omnino remota.
-
- Item, quod omnibus et singulis populis comunibus villis
- universitatibus et singularibus personis debentibus aliquid
- solvere Comuni Florentie, respectu alicuius temporis retroacti,
- pro aliquibus impositis prestantiis extimis residuis accattis
- gabellis factionibus muneribus seu oneribus Comunis Florentie,
- cuiuscumque generis vel spetiei existant huiusmodi munera seu
- onera, qui propter cessationem seu tardationem solutionis talium
- munerum seu onerum, — in penam aliquam hactenus incurrerunt,
- intelligatur esse et sit prefixus et statutus terminus hinc ad
- per totum mensem martii proxime sequturi, ad solvendum dumtaxat
- veram sortem eius quod pro predictis debent, asque aliqua pena. —
- Et quod omnes et singuli sic debentes et solventes, ut prefertur,
- in termino antedicto, intelligantur esse et sint ab omnibus et
- singulis penis, preiudiciis et gravaminibus tam afflictivis quam
- privativis et quibuslibet aliis in quas seu que — incurrissent,
- absoluti et plenissime liberati, et adversus ipsa omnia in integrum
- restituti. Eo tamen addito et proviso, quod, non obstante termino
- predicto, omnes et singuli debentes ut prefertur, possint, ipso
- termine etiam durante, cogi et compelli ad solvendum veram sortem
- predictam. —
-
- Item, pro uniendo et unionem concordiam et pacem conservando
- inter lanifices Artis lane et alios suppositos et ad dictam Artem
- reductos; quod deinceps, in perpetuum et continue, Consules dicte
- Artis lane sint et esse debeant decem numero, videlicet octo
- lanifices ut est moris, distributi inter conventus dicte Artis,
- secundum modum hactenus consuetum; et alii duo sint et esse debeant
- de et pro membris suppositis dicte Arti et ad ipsam Artem de
- presenti mense reductis. —
-
-
-PROVVISIONE DEL 27 FEBBRAIO 1381 COME SOPRA.[576]
-
- Magnifici et potentes viri domini Priores Artium et Vexillifer
- iustitie Populi et Comunis Florentie, una cum offitiis
- Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum
- Comunis predicti et Octo Custodie dicti Comunis, et aliis civibus
- florentinis, quibus die XV presentis mensis februarii fuit,
- in publico et solemni Parlamento Populi Florentini, plenissima
- auctoritas potestas atque balia solemniter et legiptime attributa,
- in sufficienti numero congregati, in palatio Populi Florentini;
- recepta, audita et intellecta quadam petitione eis et coram eis
- exhibita et ad intelligentiam lecta, cuius tenor per omnia talis
- est videlicet:
-
- Per parte de’ buoni pacifici e guelfi cittadini della città di
- Firenze, per fortificatione de’ guelfi e di Parte guelfa, e per
- torre via materia di scandalo, e perchè delle cose fatte per
- adrieto le quali ànno generato e fatto scandalo nella città
- predetta, non possano resurgere nè più intervenire; e perchè
- chiaramente si comprenda per ciascuno, che i detti buoni cittadini,
- nelle cui mani, per la gratia del nostro Signore Iddio, si dee
- riposare e governare questa città, vogliono bene e con ragione e
- giustitia e con pace vivere e tenere la città in tranquillità, e
- che nessuno stia in suspetto o in timore di ricevere iniustitia
- o torto, nè d’essere contro a dovere opresso o di suo honore
- privato, ma che ciascuno pacificamente e iustamente abbi suo
- dovere e sua parte e honore; s’addomanda con riverenza e humiltà
- a voi, magnifici Signori signori Priori dell’Arti e Gonfaloniere
- di giustitia del Popolo e Comune di Firenze, che si provegga
- deliberisi e ordini per voi Signori insieme co’ vostri Collegi
- e cogli altri della Balìa generale: Che, se prima e inanzi non
- fia deliberato pe’ signori Priori dell’Arti e Gonfaloniere di
- giustitia del Popolo e Comune predetto, insieme co’ Gonfalonieri
- delle compagnie del Popolo e Dodici Buoni huomini del detto
- Comune e’ Dieci di Libertà della detta città, e ventuno Consoli,
- cioè uno di ciascuna e per ciascuna Arte della città predetta
- (i quali Consoli sieno tratti a sorte e fortuna) o almeno per le
- due parti di tutti i predetti, gli altri etiamdio assenti e non
- richiesti, fatto e celebrato intra loro lo squittinio a fave nere
- e bianche, e vinto il partito almeno per le due parti di loro
- tutti, come detto è, trovati avere rendute le fave nere per sì, di
- quello o contra quello tale in singularità e nominatamente contro
- al quale alcuna delle infrascripte cose o atti s’attentasse o
- volesse fare; alcuno della città, contado o distretto di Firenze
- non possa essere per inanzi in alcuno tempo, pe’ Capitani della
- Parte guelfa per sè o insieme con altro ufficio o ufficiali, o
- per alcuno o alcuni ufficiale o rectore o ufficiali o per alcuna
- persona, in alcuno modo amunito dichiarato, pronuntiato, decreto,
- accusato o condannato o confinato o d’alcuno ufficio privato o
- sospeso o ad alcuno ufficio fatto inhabile o notato o maculato,
- nominatamente o in genere o sotto insieme con altri, o sotto nome
- di casato o di suo antico o coniunto, o in alcuno modo o forma
- diretta o indiretta, per ghibellino o come ghibellino o non vero
- guelfo, o come sospetto a Parte guelfa o come non confidente alla
- detta Parte, o come faccitore o operatore contro alla detta Parte
- o contro a’ guelfi o operatore contro alla detta Parte o contro
- a’ guelfi, o contro a loro favore, honore o in diminutione o
- detrimento della Parte o de’ guelfi, o come non zelatore o amatore
- de’ guelfi o di Parte guelfa o dello stato o bona conservatione o
- exaltatione de’ guelfi o di Parte guelfa, in tutto o in parte o in
- singularità; ne alcuna cosa fare in fraude d’alcuna delle predecte
- cose; sotto pena e a pena di fiorini mille d’oro per ciascuno
- che contro a ciò facesse o attentasse di fare o facesse fare: e
- nientemeno, ciò che si facesse in contrario, non fatta prima la
- detta deliberatione secondo di sopra si dice, non vaglia e non
- tenga e sia di niuno valore, e al tutto per non fatto s’abbi; e
- ancora si possa e debba rivocare per ciascuno rettore e ufficiale,
- etiandio di fatto, sotto la detta pena ancora a ciascuno rettore.
- E ciascuno di ciò possa essere accusatore in secreto e in palese e
- [gli] sia tenuto credenza, e sanza alcuna promissione o sodamento o
- pagamento di gabella.
-
- Questo ancora expresso e dichiarato, che, inanzi che i detti
- signori Priori e gli altri predetti i quali con loro ànno a fare
- la detta deliberazione, la faccino o possano fare; quello cotale
- contra a cui o di cui volessono diliberare in alcuno de’ detti
- modi, per ghibellino o non vero guelfo o volesse essere accusato,
- o altro fatto delle cose predette, debba, per parte e commissione
- dell’ufficio de’ signori Priori e Gonfaloniere di iustizia, essere
- richiesto inanzi e avere tre dì termine a comparire a dire sua
- ragione, dinanzi all’uficio de’ detti Signori; e se viene, sia
- udito; e venendo o no, si metta il partito l’ultimo dì de’ tre dì;
- e se si vince la deliberatione contro a lui per le due parti come
- detto è di sopra, allora, fra tre dì proximi sequenti, possa tale
- essere amonito e contra a lui tanto, in ogni altra forma si possa
- procedere, secondo gli ordini della Parte o del detto Comune che
- dell’amonitioni o accuse de’ ghibellini parlano.
-
- E che ciascuno rettore e officiale possa e debba condannare
- ciascuna persona che facesse contro alle predette o infrascritte
- cose o alcuna di quelle, sommariamente e di fatto, non obstante
- privilegio di Priorato o altro qualunche, e non obstante corso di
- tempo.
-
- E che alcuna provisione riformagione petizione o proposta, la quale
- contenesse in alcuno modo di provedere ordinare disporre o fare o
- di potere fare o venire in alcuna forma contro alle predette cose
- ad alcuna di quelle, o d’annullare cassare o inritare in tutto
- in parte le predette cose o alcuna d’esse, o di prendere balìa
- o autoritate generale o speziale sopra a ciò, per alcuna forma
- diretta o indiretta, o di fare o di potere fare alcuna fraude o
- machinatione o fittione in ciò o sopra ciò, non si possa proporre
- nè mettere a partito in alcuno Consiglio del Popolo o del Comune
- di Firenze, sotto pena di fiorini mille d’oro e di privazione
- perpetua d’ogni officio a ciascuno che la proponesse o mettesse
- a partito in alcuno de’ detti Consigli e per ciascuna volta; e
- nondimeno ciò che si facesse in contrario non vaglia e non tenga
- e sia di niuno valore, se prima tale provisione, riformagione,
- petitione o proposta non fosse diliberata e vinta tra i signori
- Priori dell’Arti e Gonfaloniere della giustitia del Popolo e Comune
- di Firenze, Gonfalonieri di compagnia del Popolo e Dodici Buoni
- uomini del Comune predetto, per tutti loro trentasette, messo il
- partito a fave nere e bianche e trovati avere renduto le fave del
- sì, nessuno discordante. E ancora non si intenda essa provisione —
- valere, — se non sarà vinta — ne’ detti Consigli, messo il partito
- — e vinto — almeno per le quattro parti delle cinque parti di tutti
- i consiglieri del Consiglio e degli Arroti del Consiglio, cioè
- coloro che nel Consiglio possono rendere fave, trovatosi, publicato
- il partito, almeno delle cinque parti di tutto il numero, che è il
- Consiglio cogli Arroti, avere rendute le fave nere del sì. E che
- in ciascuna autorità e balìa generale la quale si concedesse, le
- predette cose di sopra scripte s’intendano essere e sieno sempre
- excepte e riservate, se altrimenti non fossono specificate et
- expresse nominatamente.
-
- E che sopra alcuna tale provisione, riformagione, petizione o
- proposta non si possa ricogliere il partito pel Collegio nè ne’
- Consigli o alcuno d’essi a pancate o quartieri o in altro modo
- separatamente, ma insieme e mistamente come comunamente s’oserva,
- sotto la detta pena di fiorini mille d’oro e di privatione d’ufici
- a chi contro a ciò facesse o facesse fare, e per ciascuna volta.
-
- Questo ancora dichiarato e proveduto, che le predette cose
- s’intendano essere e sieno in augmento della riformagione si fece
- nel mille trecento settanta otto, del mese di luglio, approvata
- nel Consiglio del Comune e del Podestà di Firenze, a’ dì diece del
- detto mese di luglio, e comincia: «A onore e stato e reverenza de’
- magnifici signori ec.»
-
- Et super ipsa Petitione et contentis in ea — providerunt
- ordinaverunt et deliberaverunt. Quod ipsa suprascripta Petitio
- et omnia et singula in ea contenta et que suprascripta sunt
- admictantur procedant firmentur et fiant.
-
-
-PROVVISIONE DEL 15 MARZO 1381 DALL’INCARNAZIONE, APPROVATA NEGLI
-OPPORTUNI CONSIGLI A’ DÌ DETTO E A’ DÌ 16.
-
- Vobis magnificis et reverendis dominis dominis Prioribus Artium
- et Vexillifero iustitie Populi et Comunis Florentie humiliter
- exponitur pro parte Capitaneorum vestre Partis guelforum
- civitatis et Provincie Florentie: Quod ipsa Pars guelforum est in
- magno debito pecunie, maxime pro conductione balisteriorum per
- presentes Capitaneos facta, pro eos mietendo et quos predicti
- Capitanei miserunt in favorem Comunis et Populi Florentini,
- in felici exercitu Comunis Florentie facto de mense ianuarii
- proxime preterito contra pravam et magnam Sotietatem Ytalicorum
- tunc venientium cum banderiis elevatis per comitatum Florentie
- et contra ipsum Comune, derobando et violando dictum comitatum
- et comitatinos dicte civitatis. Et presentialiter incumbit
- ipsis Capitaneis, pretextu occasione et vigore ordinamentorum
- Comunis Florentie, factorum de mense februarii proxime preterito,
- reformare dictam Partem de Capitaneis et Collegiis dicte Partis,
- et facere novum scruptinium de Capitaneis et Prioribus pecunie et
- Secretariis Credentie dicte Partis. Et cum dicta Pars guelforum
- non habeat nunc pecuniam, sed sit in debito ut supra dictum est; et
- predicti presentes Capitanei velint exequi et facere debite dictam
- provisionem et reformationem dicti scruptinii; et ob id mutuo
- acquisiverunt seu acquirere vel acquiri facere intendant florenos
- quadringentos auri, videlicet florenos ducentos quinquaginta auri
- a domino Antonio domini Nicolai de Albertis et florenos centum
- quinquaginta auri a domino Benedicto Nerozzi de Albertis predictis,
- pro faciendo expensas dicti scruptinii; et volentes mutuantibus
- restitui mutuum supradictum: supplicatur Dominationi vestre,
- pro parte dictorum Capitaneorum, quatenus dignemini et velitis
- opportune providere et facere solempniter et legiptime reformari.
- Quod camerarius dicte Partis guelfe qui pro tempore fuerit, de
- mensibus augusti et septembris proxime futuris, de pecunia dicte
- Partis, tunc ad eius manus perventa et pervenienda quacumque de
- causa, possit teneatur et debeat, sub pena librarum mille f. p. et
- Comuni Florentie applicanda, per totum dictum mensem septembris,
- dare solvere et restituere dictis domino Antonio de Albertis et
- domino Benedicto dictos florenos quadringentos auri. — Et quod
- Capitanei dicte Partis qui presidebunt in offitio Capitaneatus
- dicte Partis, de dictis mensibus augusti et septembris proxime
- futuris, teneantur et debeant, sub pena librarum mille f. p.,
- pro quolibet eorum et Comuni Florentie applicanda, vendere granum
- et bladum et recollectam bonorum dicte Partis, recolligendam et
- fiendam de mensibus iulii et augusti proxime futuris, saltim
- infra vigesimam diem dicti mensis septembris, pro quam maiori
- pretio poterint, dummodo vendere non obmictant; et pretium facere
- deveniri et pervenire ad camerarium tunc dicte Partis pro dicta
- Parte recipientem, ad hoc ut possit solvere et restituere —
- dictos florenos quadringentos auri. — Et quod predicti presentes
- Capitanei et due partes eorum, una cum dictis Prioribus pecunie et
- Secretariis Credentie dicte Partis possint deliberare stantiare et
- expendere omnem et omnes quantitates pecunie que ipsis videbitur
- expedire pro dicto scruptinio fiendo. —
-
- Item, cum ordinatum fuerit per Comune Florentie, de mense februarii
- proxime preterito, quod scruptinium offitii Capitaneorum, Priorum
- pecunie et Secretariorum Credentie Partis guelforum retineretur
- per presentes Notarium reformationum Populi et Comunis Florentie
- et Cancellarium dicti Comunis vel saltim unum ex eis; et dicti
- Notarius reformationum et Cancellarius sint impediti et occupati
- in arduis negotiis dicti Comunis, adeo quod esse vel interesse
- non possunt nec potuerunt ad recipiendum scruptinium dictorum
- offitiorum Partis guelforum; et predicti presentes Capitanei
- incurrant penam, si ante finem eorum offitii non fiat extractio
- novorum Capitaneorum et aliorum offitialium dicte Partis; ideo
- ut evitentur dicte pene, et ne occupentur offitiales dicti
- Comunis maxime in necessitatibus, et non obmictantur scruptinia
- predicta: supplicatur Dominationi vestre, — quatenus dignemini
- opportune providere et facere solempniter reformari. Quod dicta
- scruptinia offitiorum dicte Partis fienda, que iam incepta sunt
- per presentes Capitaneos, possint recipi et retineri per presentem
- Vicecancellarium dicte Partis et Notarium dicte Partis, prout
- recipere debebant predicti Notarius reformationum et Cancellarius
- Comunis Florentie. Et postea, completo dicto scruptinio predicti
- Vicecancellarius et Notarius Partis teneantur et debeant illico
- dare et tradere registra dicti scruptinii sigillata predictis
- Notario reformationum et Cancellario Comunis Florentie, ut de
- ipsis fiant et fieri possint ea que debent, secundum ordinamenta et
- provisiones Comunis Florentie.
-
- Item, quia imbursatio dictorum offitiorum Partis non poterit,
- pluribus causis, ita cito fieri nec durante offitio presentium
- Capitaneorum poterit esse facta: quod offitium et tempus offitii
- presentium Capitaneorum dicte Partis intelligatur esse et sit
- prorogatum, et durare hinc ad per totum presentem mensem martii; et
- similiter intelligatur et sit prorogatum et durare tempus offitii
- presentis Camerarii dicte Partis. Et quod sufficiat quod presentes
- Capitanei faciant fieri facere extractionem aliorum Capitaneorum
- ante finem offitii presentium Capitaneorum, saltim per unam diem.
-
- Super qua quidem Petitione domini Priores et Vexillifer —
- deliberaverunt, die quinto decimo mensis martii anno Domini
- millesimo trecentesimo octuagesimo primo, indictione quinta.
- Quod dicta Petitio et omnia et singula in ea contenta procedant
- admictantur firmentur et fiant. —
-
-
-
-
-Nº III.
-
-(Vedi pag. 75.)
-
-
-PARLAMENTO GENERALE DEL 19 OTTOBRE 1393.
-
- Magnifici et potentes domini, domini Priores Artium et Vexillifer
- iustitie Populi et Comunis Florentie, cum summa diligentia
- cogitantes, qualiter, de presenti mense octobris, deducto ad
- notitiam tam ipsorum quam etiam offitii Octo offitialium Custodie
- civitatis Florentie, quod quidam tractatus ordinabatur et fiebat
- contra presentem statum et regimen civitatis predicte; et quod,
- facta inquisitione de hoc quod dicebatur, iam fuerant capti et
- detenti aliqui, qui de huiusmodi tractatu conscii dicebantur,
- et iam de aliquibus ex eis examinationes facte erant, maxime per
- dominum Potestatem civitatis Florentie et eius Curiam, presentibus
- etiam aliquando ipsis examinationibus, pro maiori diligentia et
- cautela, certis de Gonfaloneriis sotietatum Populi et certis de
- officio XII Bonorum virorum Comunis predicti, et aliquibus de dicto
- officio Octo custodie; et quod, tam ex relationibus ipsorum quam ex
- relationibus dictis Dominis factis per dictum dominum Potestatem et
- eius collateralem, prout habebatur ex confessionibus detentorum,
- de dicto tractatu, per aliquos per ipsos detentos nominatos,
- certus ordo datus erat contra statum et regimen supradictum;
- et quia super his tam gravibus et periculosis, pluries, diebus
- proxime elapsis, per dictos dominos Priores et Vexilliferum cum
- eorum Collegiis et cum multis aliis civibus florentinis bonis et
- gravibus, plura Consilia retenta fuerunt, in quibus maxime per
- collateralem dicti domini Potestatis relate fuerunt confessiones
- predictorum detentorum super dicto tractatu ad intelligentiam
- adstantium; et quod ob predicta, iam per civitatem et in ore
- populi divulgata, fere tota civitas erat commota, et iam per
- multos, etiam cum armis, in principio preterite noctis, certi
- tumultus facti fuerant in civitate predicta; et dicentes Domini
- antedicti, quod, nisi cito provideatur de remedio opportuno,
- maxima pericula imminent et status presens subverti posset, in
- maximum damnum et detrimentum bonorum civium et maxime guelforum
- dicte civitatis et totius Reipublice Florentine; et volentes de
- festina reparatione et opportuno remedio providere, prout maxime
- a multis et multis asseruerunt sibi fuisse consultum; et dicentes
- se comprehendere tam ex predictis, tam gravibus periculosis quam
- ex aliis de quibus dicebant varias informationes et relationes
- habere, expedire multa et grandia disponere et ordinare (que
- dicebant commode et prout expediebat exequi non valere, sine
- plenaria libera totali et absoluta potestate auctoritate et balía
- quam habet Populus Florentinus, et nisi pro hac causa convocetur
- totus populus civitatis Florentie ad Parlamentum et ad adunationem
- generalem): et ideo volentes ad executionem procedere, prehabita
- ad invicem deliberatione solemni principaliter inter ipsos dominos
- Priores et Vexilliferum iustitie, et subsequenter etiam cum nobili
- milite domino Nicolao de Corbonischis de Exculo tunc potestate
- civitatis Florentie ibidem presente et intelligente, — pro bono
- Reypublice et pro bono et pacifico statu civitatis Florentie
- et pro augmento exaltatione et conservatione liberi pacifici et
- guelfi status civitatis predicte et guelforum ipsius civitatis,
- et ut scandala tollantur et omnia pericula evitentur, et per Dey
- gratiam civitas, iam in tumultu et commotione existens, in pace
- et quiete reponatur et solidetur, — providerunt ordinaverunt et
- deliberaverunt: Quod hodie et de presenti, ad sonum campane maioris
- Palatii Populi Florentini, et etiam ad vocem preconis, convocetur
- Populus Florentinus ad Parlamentum et ad adunantiam generalem super
- Plateam et iuxta locum aringherie Palatii supradicti; et ibidem
- fiat Parlamentum et aclametur et interrogetur Populus qui ibidem
- convenerit et extiterit congregatus super infrascriptis. —
-
- Et primo et ante omnia, quod omnes et singole leges et quecumque
- ordinamenta, — que infrascripta in dicto Parlamento et adunantia
- proponenda et firmanda quomodolibet impedirent, — sint — sublate et
- sublata et seu subspensa et subspense. —
-
- Item, secundo, firmatis predictis, quod mox et sine temporis
- intervallo, de novo proponatur firmetur statuatur et ordinetur in
- dicto Parlamento et adunantia, quod concedatur detur et atribuatur
- dominis Prioribus et Vexillifero et Gonfaloneriis sotietatum populi
- et Duodecim Bonis viris Comunis predicti et Capitaneis Partis
- guelfe et Otto Custodie et Sex Consiliariis Mercantie civitatis
- Florentie ad presens in officio existentibus, et aliis civibus
- quorum nomina in fine dicti Parlamenti et adunantie scripta erunt
- et nominabuntur et duabus partibus omnium predictorum, totalis
- integra plena libera et absoluta auctoritas potestas et balia,
- nullis condictionibus subdita aut legibus limitata, et quam et
- prout babet totus Populus et Comune Florentie et tota Universitas
- dicti Populi et Comunis civitatis Florentie. Que auctoritas
- potestas et balia duret et durare debeat per totum presentem mensem
- octobris. —
-
- Item, quod omnes et singuli de domo et stirpe ac progenie de
- Albertis de Florentia et ipsorum et cuiusque eorum filii et
- descendentes in perpetuum, per lineam maschulinam, tam nati quam
- nascituri, exceptis filiis et descendentibus per lineam maschulinam
- olim domini Nicolay Iacopi de Albertis predictis, et quilibet
- ipsorum, intelligantur esse et sint in perpetuum et omni tempore
- magnates et de magnatibus civitatis Florentie, — et quod in antea
- sint subiecti omnibus legibus et ordinamentis vigentibus et que de
- magnatibus loquerentur tam editis quam edendis, prout ad presens
- sunt alii magnates civitatis predicte.
-
- Postque incontinenti, convocato — toto populo civitatis Florentie
- ad generale Parlamentum et ad adunantiam, — in Platea existente
- iuxta Palatium et ad locum aringherie, ad sonum maioris campane
- Palatii supradicti et etiam ad voces et proclamationes preconum
- dicti Comunis; — et propterea super Platea predicta ad dictum
- Parlamentum et adunantiam coram dicto domino Potestate et coram
- dictis dominis Prioribus et Vexillifero et eorum Collegiis, extra
- dictum Palatium et super dicta arengheria sedentibus, congregata
- magna copia hominum populi Florentini, et indicto silentio, pluries
- et pluries omnibus adstantibus, per unum ex preconibus dicti populi
- ut est moris, primo et ante omnia interrogata fuit multitudo ibidem
- adsistens, alta voce, per me Vivianum notarium infrascriptum, de
- mandato dictorum dominorum Priorum et Vexilliferi et dicti domini
- Potestatis, an ipsi forent due partes et ultra populi civitatis
- Florentie; ad quam interrogationem ab omnibus ibidem adsistentibus,
- nemine contrarium asserente, prout potuit commode audiri, responsum
- fuit _sì sì_, hoc est _ita ita_, ullo clamore aliter in contrarium
- per nos notarios infrascriptos non audito.
-
- Postque, pronuntiata etiam et recitata per me Vivianum
- infrascriptum, alta voce, prout clarius fieri potuit, de mandato
- predicto, prima proposita que incipit. — Quod omnes et singule
- leges etc.; — et interrogato dicto populo et dicta adunantia, an
- vellet omnia que et prout in dicta proposita continentur ordinare,
- deliberare et disponere; — omnes uno clamore et prout in similibus
- consuevit et comprehendi potuit responderunt SÌ SÌ, hoc est
- _ita ita_. Et successive, sine ullo intervallo dicta et recitata
- alta voce per me Vivianum notarium predictum secunda proposita
- suprascripta, continente de concedendo et dando auctoritatem
- potestatem et baliam generalem; — et etiam successive recitata
- — tertia proposita, continente — quod omnes et singuli de domo,
- stirpe et progenie de Albertis de Florentia etc.; et aclamato et
- interrogato dicto populo, an vellet providere ordinare disponere
- deliberare et firmare predictas duas propositas; — responsum
- fuit, — iteratis vocibus ac clamoribus, nullo per nos notarios in
- contrarium audito, _sì sì sì_, hoc est _ita ita ita_. —
-
- Acta fuerunt predicta in civitate Florentie, super arengheria et
- Platea iuxta Palatium residentie dictorum dominorum Priorum et
- Vexilliferi iustitie; presentibus Bartolomeo ser Iacobi de Burgo
- Colline, Matteo Iannis de Puppio et Taddeo magistri Francisci de
- Civitate Castelli, et aliis multis testibus ad predicta vocatis
- adhibitis et rogatis. (_Seguono i nomi dei componenti la Balía_.)
-
-
-PROVVISIONI DELLA BALÌA, CREATA NEL SUDDETTO PARLAMENTO, DE’ 20 OTTOBRE
-1393.
-
- In Dey nomine, amen. Existentibus nobilibus et potentibus viris
- (_seguono i nomi_); — ipsi domini Priores et Vexillifer et alii
- predicti, omnes simul, — deliberaverunt, die vigesimo mensis
- ottobris. —
-
- In primis, quod electio hactenus facta per sindicos Comunis
- Florentie de nobili viro Matteo de Tincherariis de Bononia in
- Executorem Ordinamentorum iustitie civitatis Florentie, de qua
- electione dicitur quod fieri non potuit, — ex eo quia ipse Matheus
- non est de loco distanti a civitate Florentie per octuaginta
- miliaria et seu de loco non confinante cum comitatu et districtu
- Florentie; intelligatur valuisse et tenuisse, et valeat et
- teneat. —
-
- Item, omni et quocumque deveto et prohibitione cessante, nobilis
- et egregius miles dominus Franciscus de Gabriellibus de Eugubio,
- intelligatur esse et sit, vigore presentis deliberationis, etiam
- absque alia solemnitate vel substantialitate interveniente, electus
- et solemniter adsumptus et deputatus in Capitaneum et pro Capitaneo
- Custodie, Balíe et Populi civitatis Florentie eiusque comitatus et
- districtus, pro tempore sex mensium initiandorum die quo iuraverit
- persona sua in presentia officii dominorum Priorum Artium et
- Vexilliferi iustitie Populi et Comunis Florentie, etiam si presenti
- die iuramentum prestaret. Et sufficiat quod tale iuramentum fiat
- in Palatio Populi Florentini residentie dictorum dominorum Priorum
- et Vexilliferi iustitie, nec alibi requiratur prestatio iuramenti
- predicti. Et etiam, si ipse solus absque ulla comitiva vel aliis
- iuraverit, incipiat offitium suum et incipere intelligatur et duret
- sex mensibus ut prefertur proxime sequuturis, dicto die iuramenti
- inchoandis; nec teneatur aliqualiter prevenire pro officio
- supradicto. Et ex eo quod, ante initium officii, non prevenerit cum
- officialibus et comitiva sua, nichil de suo salario minuatur.
-
- Item, dictus dominus Franciscus teneatur et debeat secum habere
- et tenere, pro dicto offitio exercendo, quindecim equos armigeros;
- unum collateralem legum doctorem, de cuius doctoratu fides fiat per
- instrumentum publicum camerariis Camere dicti Comunis; unum iudicem
- iuristam; tres milites sotios eodem panno indutos; quinque bonos
- et ydoneos notarios; otto domicellos sive scuderios bene munitos
- et in armis expertos; duos trombettinos: quorum quidem notariorum
- unum cum uno famulo et duobus equis idem Capitaneus, suis
- expensis, destinare tenetur per comitatum et districtum Florentie,
- ad consignandum potestates, vicarios et alios officiales ac
- stipendiarios pedextres in dicto comitatu et districtu existentes.
-
- Item, famulos octuaginta bene armatos et in armis expertos,
- Inter quos sint quatuor conestabiles, quatuor ragazini et duo
- tamburini; quorum omnium ad minus viginti sint balistarii cum
- bonis balistis. Qui quidem iudices, milites sotii, notarii,
- trombettini, conestabiles, famuli, ragazini et tamburini vel
- aliquis eorum se nullo modo absentare possint extra civitatem et
- districtum Florentie, tempore officii vel sindicatus eorum vel
- etiam ante per XV dies; ac omnes esse forenses et bone conditionis
- et vere guelfi, et qui non sint de civitatibus comunitatibus vel
- districtibus Assisii vel Firmi; nec esse possint qui consortes
- sint vel coniuncti per lineam masculinam alicuius forensis qui
- olim tempore Actenarum Ducis fuerit vel se gesserit in aliquo
- offitio in civitate comitatu vel districtu Florentie; nec etiam
- possint esse de aliqua terra vel loco in quo florentini cives
- prohibeantur eligi vel adsummi ad officium aliquod, aut de civitate
- vel loco cum comitatu vel districtu Florentie confinante; excepta
- dumtaxat civitate Bononie, de qua possit dictus Capitaneus summere
- offitiales et familiam pro libito voluntatis. Hoc expresse proviso
- et ordinato (attenta maxime brevitate temporis infra quod expedit
- habere Capitaneum supradictum), quod dictus Capitaneus possit
- adsummere et secum in dicto officio retinere quoscumque pro suis
- officialibus predictis et pro dicta sua comitiva, etiam quodcumque
- aliud devetum seu prohibitionem habentes, preterquam de his de
- quibus superius continetur. —
-
- Item debeat prefatus Capitaneus, in festo Nativitatis Domini Nostri
- Yhesu Christi proxime secuturo, offerre seu offerri facere ad
- altare Sancti Iohannis Baptiste unum palium de serico, valoris ad
- minus librarum quindecim f. p.; et donare gratis atque concedere,
- infra tres menses introytus sui regiminis, unam de robis ac
- vestibus suis, pro honore sui, honorabilem et decentem, tubatoribus
- Comunis Florentie, foderatam de vario; et multa alia facere
- teneatur et debeat que in statutis et ordinamentis dicti Comunis
- latius continentur: que quidem roba debeat esse valoris ad minus
- viginti florenorum auri.
-
- Pro quibus omnibus et singulis habeat et habere debeat, pro prefati
- remuneratione servitii ac pro suis officialibus, famulis et equis
- suis, salario ac expensis, a Comune Florentie et a camerariis
- Camere Comunis eiusdem, in totum, libras novem milia quingentas
- f. p., eidem solvendas, pro rata dumtaxat dicti semextris quo
- serviverit et non ultra, hoc modo videlicet: tertiam quidem partem
- habebit infra tres dies a die sui iuramenti prestandi, aliam
- tertiam partem infra octavam diem tertii mensis dicti sui offitii;
- reliquam vero tertiam partem habebit demum, post sui temporis
- sindicatum, et solutis condemnationibus quas de eo fieri contigerit
- vel de aliquo suo offitiale vel familia. — De qua quidem quantitate
- nicchilominus detrahi debeant — denarios duodecim f. p., pro
- qualibet libra, pro gabella et nomine diricture, et nichilominus,
- de tote salario confessionem integram facere teneatur et debeat, —
- Hoc etiam posito et expresso, quod pro cartis, libris et atramento
- eidem pro dicto suo offitio pro se et sua curia opportunis, nichil
- petere possit vel debeat habere, sed omnia de suo proprio solvere
- teneatur et debeat.
-
- Et insuper, quod dictus Capitaneus habeat etiam quolibet mense,
- in remunerationem, pro notario, equis et sotiis, qui ibunt ad
- consignandum, libras quinquaginta, cum dicta tamen retentione. —
- Et quod camerarii Camere dicti Comunis teneantur et debeant, de
- pecunia deputata ad capsam Conducte stipendiariorum dicti Comunis,
- solvere salaria supradicta ut superius continetur. Hoc etiam
- declarato, quod quarta pars quantitatum predictarum solvi debet
- ad rationem librarum trium et soldorum decem f. p. pro quolibet
- floreno. —
-
- Habeat etiam dictus dominus Capitaneus habitationem pro se et sua
- familia, dictis sex mensibus dumtaxat, convenientem atque decentem,
- et domum et habitationem vacuam et expeditam.
-
- Et quod habeat etiam a nostro Comune, pro se et omni sua comitiva
- predicta, frumentum necessarium atque ordeum, predictis suis
- officialibus, familia et equis, pro tempore sui regiminis,
- preventus et sindicatus, videlicet unum sestarium grani et dimidium
- pro quolibet hominum ipsorum et quolibet mense, et unum quartum
- seu quartam partem sestarii ordey pro quolibet equo seu ronzeno
- et qualibet die, et pro pretio florenorum otto pro modio grani et
- florenorum quatuor pro modio ordey, ad mensuram florentinam. —
-
- Item, quod dictus dominus, Capitaneus teneatur et debeat continue
- in civitate Florentie stare et suum officium exercere, et circa
- custodiam civitatis predicte et eius comitatus et districtus
- et manutentionem et conservationem pacifici et guelfi status
- ipsius civitatis diligenter intendere et sollicite vigilare,
- et alia facere que alias sunt commissa Capitaneo Custodie dicte
- civitatis. —
-
- Item, quod ipse dominus Francischus Capitaneus predictus,
- personaliter, cum eius offitialibus et familia, stare debeat,
- finito suo offitio, ad sindicatum, sex diebus continuis a die
- iuramenti coram eius sindicis prestiti numerandis, etiam sub
- custodia, secundum formam statutorum et ordinamentorum dicti
- Comunis; et solvere omnem condemnationem quomodolibet per
- sindicum vel sindicos faciendam de se vel suis offitialibus vel
- famulis. —
-
- Hoc tamen proviso, quod ipse dominus Capitaneus et eius offitiales
- et familia inquiri et sindicari possint et debeant solummodo de
- furtis, baratteriis et debitis contractis per eos, tempore offitii
- suprascripti. —
-
- Item, quod iuret et promictat, quod ipse aut aliquis de suis
- offitialibus vel familia non petet nec recipiet contra Comune
- Florentie aut singulares personas ipsius aliquam represaliam,
- ocasione sindicatus, vel aliqua quacumque causa vel ocasione.
-
- Item, quod non teneatur facere reformari in civitate Eugubii vel
- alibi, quod non concedatur represalia contra Comune Florentie vel
- eius singulares personas seu earum res vel bona. —
-
- Item, quod non possit secum ducere vel quomodolibet retinere
- in Palatio sue habitationis vel extra, in civitate comitatu vel
- districtu Florentie, aliquem suum filium legittimum et naturalem
- vel spureum aut fratrem germanum sive fratrem patruelem vel
- amitinum vel cuginum sive consobrinum ex maschulino vel feminino
- latere sibi coniunctum, aut nepotem ex filio vel filia, fratre
- vel sorore, etiam si in numero vel extra numerum dictorum suorum
- offitialium et familie; sub pena librarum mille f. p.
-
- Item, quod non possit nec debeat aliqualiter procedere vel quoque
- modo se intromictere contra aliquem vel aliquos ad presens captos
- et detentos penes dominum Potestatem, Capitaneum vel Executorem
- civitatis Florentie, pro aliquibus commissis vel aliqualiter
- perpetratis per ipsos — hactenus contra statum seu regimen
- civitatis Florentie, et seu pro aliquo vel ocasione alicuius
- tractatus contra dictum statum per dictos detentos vel aliquem
- ipsorum facti vel attentati.
-
- Item, quod Octo Custodie civitatis Florentie possint et debeant
- de habitatione dicti domini Capitanei et sue familie providere et
- disponere, etiam expensis dicti Comunis, prout et sicut viderint
- expedire.
-
- Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie Populi et
- Comunis Florentie qui in offitio presidebunt de mense ianuarii
- et februarii proxime secuturi, una cum offitiis Gonfaloneriorum
- sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum dicti Comunis
- et Octo Custodie civitatis Florentie, — possint — de Capitaneo
- Balie et Custodie et Populi civitatis comitatus et districtus
- Florentie providere et disponere, et eligere et deputare,
- deveto aliquo aut prohibitione aliqua non obstante, unum virum
- forensem guelfum et confidentem quem voluerint, pro tempore sex
- mensium initiandorum finito tempore electionis supradicti domini
- Francisci; et seu, si voluerint prorogare offitium supradicti
- domini Francisci de Gabriellibus pro tempore sex mensium, — ipsum,
- pro dictis sex mensibus, de novo eligere et deputare ad offitium
- antedictum. —
-
- Item, quod, computatis lanceis conductis et ad presens existentibus
- ad stipendium dicti Comunis, domini Priores Artium et Vexillifer
- iustitie — debeant, hinc ad per totum mensem novembris proxime
- secuturi, — conducere — ad stipendium et provisionem dicti Comunis
- usque in trecentas lanceas; intelligendo quamlibet lanceam more
- consueto, pro eo tempore quo voluerint, non excedendo tempus
- unius anni. — Et insuper debeant, infra dictum tempus, conducere
- — usque in trecentos inter balistarios et pavesarios, computatis
- in dicto numero familiis et balistariis ad presens ad stipendium
- dicti Comunis existentibus; ita quod curent in effectu, quod
- eodem tempore non sint ad stipendia dicti Comunis ultra trecentos
- inter famulos et balistarios. — Eo etiam declarato, quod curent et
- ordinent, quod ad minus tertia pars dicti numeri trecentorum sit de
- balistariis Ianuensibus seu de Riparia, guelfis et confidentibus.
- Et possint conduci — pro tempore sex mensium pro quolibet. —
-
- Item, quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie,
- tam presentes quam qui pro tempore fuerint, una cum offitiis
- Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum et
- Capitaneorum Partis Guelfe et Otto Custodie et Sex Consiliariorum
- Mercantie et Universitatis mercatorum dicte civitatis, et cum
- viginti uno ex Consulibus Artium, assumendis semel et pluries et
- quotiens expedierit, per viam electionis, per offitium dominorum
- Priorum et Vexilliferi iustitie tunc existentium, secundum
- distributionem membrorum, videlicet sedecim de membro septem
- maiorum Artium et quinque de membro quatuordecim minorum Artium
- et de diversis Artibus ipsarum minorum — (declarato tamen quod
- de qualibet Arte maiore sint ad minus duo in dicto numero sedecim
- Consulum); — possint — eligere et deputare — decem — ad officium
- Decem balie Populi et Comunis Florentie, et quod officium I _Dieci
- de la balìa_ est solitum appellari, — pro pro illo tempore pro quo
- voluerint, non excedendo tamen tempus unius anni pro qualibet vice,
- et eligendo dictum numerum Decem, secundum distributionem membrorum
- ultima vice solitam observari, videlicet septem maiorum Artium
- et Scioperatorum, duos de Artibus minoribus et unum de magnatibus
- dicte civitatis. —
-
- Item, quod — possint, semel et pluries et quotienscumque, pro
- dicto Comune, conducere — ad stipendium et provisionem et seu ad
- stipendium tantum vel ad provisionem tantum, usque in illum numerum
- et seu numeros stipendiariorum et seu provisionatorum, caporalium
- et capitaneorum et tam equestrium quam pedestrium et balistariorum,
- de quo et quibus et quos et quotiens crediderint expedire, et pro
- illo tempore et temporibus, et de illis gentibus etiam civibus
- subditis aut forensibus et undecumque essent, et cum illis
- stipendiis — de quibus — ordinaverint. —
-
- Item, quod tempus offitii presentium offitialium Otto Custodie
- civitatis Florentie prorogetur — usque ad per totam diem quintam
- decimam mensis novembris proxime secuturi, illis quatuor ex dictis
- Otto quorum offitium durat hinc ad per totam diem octavam dicti
- mensis novembris; et hinc ad per totum dictum mensem novembris
- aliis quatuor ex eis quorum offitium durat hinc ad per totam diem
- vigesimam ipsius mensis novembris.
-
- Item, quod Otto offitiales Custodie civitatis Florentie eligantur
- pro duabus vicibus proxime secuturis, pro qualibet vice, pro sex
- mensibus. Et quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie
- Populi et Comunis Florentie, una cum officiis Gonfaloneriorum
- sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum dicti Comunis, —
- possint et debeant — de civibus florentinis popularibus et guelfis
- eligere simul vel divisim otto quos voluerint ad dictum offitium
- Otto Custodie, pro tempore sex mensium initiandorum his temporibus
- videlicet: Quatuor ex eis de membro septem maiorum Artium et
- Scioperatorum offitium incipiat die sextodecimo mensis novembris
- proxime secuturi; et aliorum quatuor, quorum duo sint de membro
- quatuordecim minorum Artium, offitium incipiat die primo mensis
- decembris proxime secuturi. Et quod dicta electio fiat hinc ad per
- totam diem quintam decimam dicti mensis novembris. Et quod demum,
- circa finem offitii predictorum, — possint et debeant — eligere
- et deputare Otto quos voluerint; quorum quatuor — offitium, sex
- mensibus duraturum, incipiat die sextodecimo mensis mai proxime
- futuri, et aliorum quatuor — incipiat die primo mensis iunii
- proxime futuri. Et quod in locum cuiuscumque quoquo modo vacantis
- ab offitio supradicto possit alius de eodem quarterio et membro,
- per eamdem viam et modum per quem et quam remotus electus fuit,
- eligi et subrogari in offitio supradicto.
-
- Item, quod deinceps domini Priores Artium et Vexillifer
- iustitie, una cum offitio Otto Custodie, — possint, pro expensis
- occurrentibus et expedientibus in dicto offitio Otto Custodie,
- expendere et stantiare et dari et solvi facere, pro quolibet
- mense, — florenos quinquaginta auri. — Hoc expresso, quod, vigore
- predictorum, nichil solvi possit aut debeat, nisi solummodo de
- pecunia que ad dictos camerarios perveniet — pro appuntaturis
- et defectibus stipendiariorum dicti Comunis, et non de aliis,
- nisi in quantum de aliis caperetur pro predictis, in locum talis
- predicte pecunie in aliud prius expense. Et quod finitis dictis
- duobus offitiis Otto Custodie, que durabunt per annum, ex tunc
- offitium Otto Custodie duret duobus mensibus pro vice, ut hactenus
- consuevit.
-
- Item, quod provisio edita de mensibus iulii et augusti proxime
- preteritis, firmata in Consilio domini Potestatis et Comunis
- predicti, die secundo ipsius mensis augusti, que in effectu
- disponit de deveto Otto custodie, — intelligatur esse et sit in
- totum revocata cassa et annullata, et devetum dicti offitii et eius
- offitialium remaneat prout erat ante dictam provisionem, et non
- aliter nec maius. —
-
- Item, quod, non obstantibus quibuscumque provisionibus hactenus
- factis, — offitia Capitaneatus Partis guelforum civitatis
- Florentie, et Secretariorum et Priorum dicte Partis, et Notariatus
- et Cancellerii et Scribani dicte Partis et quecumque offitia ipsius
- Partis, quocumque vocabulo nuncupentur, deinceps, omni tempore
- possint et debeant scruttinari et reformari et de ipsis et pro
- ipsis imbursationes fieri solummodo in palatio et domibus dicte
- Partis et seu ubi per Capitaneos, per se vel cum aliis habentibus
- auctoritatem que vigebat ante mensem may anno Domini millesimo
- trecentesimo septuagesimo octavo, deliberatum seu ordinatum
- fuerit. —
-
- Hoc declarato, quod in dicto vel cum dicto offitio Capitaneatus
- seu pro dicta Parte non sit nec deputetur aut fiat Gonfalonerius
- Partis, sed omnes de offitio Capitaneorum appellentur et sint
- Capitaney.
-
- Et quod ad dicta scrutinea et imbursationes facienda et faciendas
- de offitiis supradictis non addantur nec in illis misceantur vel
- mictantur de cetero illi qui obtinuerint pro offitio Prioratus
- et Vexilliferatus iustitie et eorum notarii, pro [ut] hactenus
- consuevit, per ordinamenta hactenus facta; et ordinamenta circa
- hanc partem disponentia intelligantur et sint revocata.
-
- Et quod dicta offitia Capitaneatus — remaneant et sint de cetero
- omni tempore in illis numeris et cum illis distributionibus
- cuiuscumque membri in quibus et prout ad presens sunt, tam pro
- membro maiorum Artium et Scioperatorum quam pro membro quatuordecim
- minorum Artium quam etiam pro membro magnatum; et sic extrahantur
- et deputentur.
-
- Et quod supradicta offitia, — tam pro supradictis scrutineis et
- imbursationibus et extractionibus ipsorum, quam in expendendo de
- pecunia dicte Partis, quam etiam in vendendo locando concedendo
- et administrando bona mobilia et inmobilia dicte Partis, — quam
- etiam in aliis preheminentiis et honorantiis dicte Partis et in
- aliis quibuscumque, salvis predictis et infrascriptis, habeant
- illam auctoritatem, potestatem et baliam quam habebant ante dictum
- mensem mai anno Domini MCCCLXXVIII, per ordinamenta tunc de dicto
- mense vigentia. — Cum hoc salvo, quod in aliquo non sit derogatum
- ordinamentis editis in dicto anno MCCCLXXVIII de mense iunii, in
- illis partibus dumtaxat ipsorum ordinamentorum, que continent
- et seu disponunt de non monendo declarando vel deliberando,
- accusando inquirendo condemnando aut aliqualiter faciendo vel
- fieri faciendo aliquem pro ghibellino seu non vere guelfo aut
- Parti guelfe suspecto. — Nec etiam derogatum intelligatur esse vel
- sit provisioni et reformationi edite de mense iulii anno Domini
- MCCCLXXVIII firmate in Consilio domini Potestatis et Comunis
- predicti die decimo ipsius mensis iulii, et est in vulgari sermone
- et incipit _Ad honore stato e reverenza_, — in illis partibus in
- quibus in ipsa disponitur, quod aliquis vel aliqui non possint
- nisi in certis formis moneri. — Nec derogatum intelligatur esse
- vel sit ordinamento facto et edito de mense februarii anno Domini
- millesimo trecentesimo octuagesimo primo — super firmatione et
- stabilitate cuiusdam petitionis in vulgari sermone scripte, — cuius
- petitionis tenor incipit _Per parte di buoni pacifici et guelfi
- cittadini_. —
-
- Item, quod omnes et singule imbursationes ad presens vigentes de
- offitiis dicte Partis intelligantur esse et sint ex nunc casse
- et annullate. — Et quod tam imbursationes quam registra comburi
- debeant et penitus aboleri.
-
- Item, quod presentes Capitanei dicte Partis guelforum, una cum
- dominis Prioribus Artium et Vexilliferi iustitie, et cum Collegiis
- dicte Partis et cum presentibus Sex Consiliariis Mercantie et
- Universitatis mercatorum, et cum arrotis et adiunctis, ultra
- officia presentis generalis Balie, et aliis civibus et aliis
- magnatibus et artificibus eligendis ut infra dicetur, possint et
- debeant facere scruttinia de offitiis Capitaneorum et Collegiorum
- dicte Partis et de omnibus aliis offitiis Partis predicte, illis
- modis de quibus — per eos deliberatum fuerit. —
-
- Item, quod dicti presentes Capitanei possint et debeant de
- magnatibus guelfis eligere et deputare pro predictis scruttineis in
- eo numero seu numeris de quibus eis videbitur et prout in similibus
- esse consuevit.
-
- Item, quod dicti Capitanei possint et debeant de civibus
- florentinis popularibus et guelfis eligere et addere, pro predictis
- in tribus quarteriis videlicet Sancti Spiritus, Sancte Marie et
- Sancti Iohannis, tot quot dicti arroti presentis Balie generalis,
- pro dictis negotiis dicte Partis, sint in numero equali cum arrotis
- quarterii Sancte Crucis.
-
- Item, — possint et debeant eligere et deputare, pro dictis
- scrutiniis, ultra dictum numerum arrotorum, de artificibus guelfis
- quatuordecim minorum Artium illos de quibus eis videbitur, et tot
- quot ad predicta scrutinia sint, secundum ratam et portionem ipsis
- contingentem.
-
-
-ALTRE PROVVISIONI DELLA BALÌA, COME SOPRA, DE’ 21 OTTOBRE.
-
- In primis, quod imbursationes, hactenus anno Domini millesimo
- trecentesimo octuagesimo quinto facte, de scruttinio in dicto anno
- celebrato, pro offitiis Prioratus Artium et Vexilliferi iustitie
- et Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum
- Comunis Florentie et Notariatus dicti offitii Prioratus (quod
- scruttinium appellatur _Il secondo scruttinio_), intelligantur
- esse et sint, ex nunc et decetero, casse revocate et annullate.
- — Et quod tam burse quam registra dicti scrutinii comburantur et
- anichillentur, ita quod omnia ipsius monumenta penitus evanescant.
-
- Item, quod tertium scrutinium celebratum pro offitiis in precedenti
- capitulo memoratis, de anno Domini MCCCLXXXXI, appelletur decetero
- secundum scrutinium.
-
- Item, quod aliquis qui extractus fuisset hactenus de aliqua ex
- supradictis bursis secundi scrutinii, que supra revocate sunt,
- ad aliquod ex dictis offitiis, — et ipsum offitium exercuisset et
- obtinuisset et imbursatus esset in bursis dicti tertii scrutinii,
- non possit, pro dicto tertio scrutinio vel eius bursis habere
- vel exercere illud idem offitium de predictis, ad quod hactenus
- fuisset extractus de aliqua ex dictis bursis secundi scrutinii et
- ipsum exercuisset. Et quod, quandocumque ad ipsum tale offitium
- extraheretur de dictis bursis dicti tertii scrutinii, eius
- extractio sit inanis, et cedula sui nominis possit et debeat
- laniari et reyci. Eo etiam declarato, quod si aliquis fuisset
- hactenus extractus ex aliqua ex dictis bursis secundi scrutinii
- pro Vexillifero iustitie, et ipsum offitium exercuisset, et in
- bursis pro tertio scruptinio esset imbursatus pro Priore et non
- pro Vexillifero iustitie, idem etiam intelligatur, videlicet, quod
- si extraheretur pro Priore ex bursis dicti tertii scrutinii, eius
- extractio sit inanis et cedula debeat laniari et reyci.
-
- Item, quod deinceps, in quolibet offitio Prioratus Artium sint et
- esse debeant tres de Borsellino, sane intelligendo, videlicet, in
- quolibet quarterio ex tribus aliis, detracto quarterio pro quo et
- in quo tunc erit Vexillifer iustitie unus de Bursellino; et sic
- fiant extractiones et deputationes pro qualibet vice.
-
- Item, quod revideantur et explorentur diligenter burse vigentes
- pro scrutinio primo, videlicet celebrato anno Domini MCCCLXXXI,
- pro offitiis Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie, per
- copulatores alias eligendos. Et si revidentibus et perquirentibus
- videretur, quod aliqui pro Prioribus imbursati in dictis bursis,
- mererentur esse Vexilliferi iustitie; possint — inde extrahere et
- mictere in bursis Vexilliferi iustitie, in eodem quarterio. — Eo
- tamen declarato, quod hoc fiat in quolibet quarterio; nec plures
- modo predicto mictantur pro Vexilliferis in uno quarterio quam
- in alio. Nec possint pro Vexilliferis micti secundum dictum modum
- ultra duos pro quolibet quarterio. Et declarato etiam et proviso,
- quod, propter additionem predictam, imbursatio Vexilliferi iustitie
- nullo modo impediatur, nec aliquod impedimentum exinde resultet
- aut fiat alicui qui de necessitate, alio non dato, deberet esse
- Vexillifer iustitie in aliquo officio, in quatuor vicibus proxime
- sequentibus, vel aliqua ipsarum, hinc ad per totum mensem mai
- proxime sequuturi: sed quod, quilibet imbursatus ad presens pro
- Vexillifero qui dicta additione non facta deberet esse Vexillifer
- iustitie in aliquo ex dictis quatuor offitiis proxime sequentibus,
- sit et esse debeat Vexillifer ac si dicta additio facta non foret.
-
- Item, quod videantur et perquirantur burse hactenus facte et
- vigentes pro Vexillifero iustitie tertii scrutinii supradicti,
- quod nunc, secundum predicta remanet secundum; et quod illi ibidem
- descripti seu imbursati, de quibus videretur dictis videntibus
- et perquirentibus, quod non essent ydoney vel confidentes pro
- Vexilliferis, possint et debeant per eos inde extrahi et micti et
- poni in bursis eiusdem quarterii pro officio Prioratus ordinatis:
- et de imbursatis pro eodem quarterio pro officio Prioratus, de
- illis videlicet qui predictis videntibus ydoney et confidentes
- appareant seu esse credantur, fiant per eos, loco talium inde
- extractorum, Vexilliferi iustitie, et in bursis Vexilliferatus
- ponantur prout eis videbitur.
-
- Item, quod videantur et indagentur bursellini utriusque scrutinii,
- videlicet primi, de quo nunc extrahitur pro officiis antedictis,
- et secundi quod tertium erat; et de illis de quibus videntibus
- indagantibus appareret seu videretur, secundum eorum iudicium, quod
- non essent ydoney vel confidentes pro Borsellino, quod antea per
- ipsos extrahantur, et ponantur et mictantur in aliis bursis eiusdem
- quarterii pro offitio Prioratus. Et alii simpliciter pro officio
- Prioratus imbursati possint in bursis pro Borsellino ordinatis
- micti et poni, prout dictis perquirentibus videbitur et placebit.
-
- Item, quod fiat quam citius fieri poterit unum scrutinium
- pro officio Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie et
- Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum; et
- dictum scruttinium fiat illis modo forma et ordine et per illos de
- quibus et prout et sicut deliberatum fuerit per dominos Priores et
- Vexilliferum iustitie et eorum Collegia et alia officia et cives
- de Balia generali ad presens vigenti. Hoc declarato, — quod omnes
- et singuli illi qui obtinebunt in isto novo scrutinio, possint
- et debeant imbursari in quocumque ex dictis duobus scrutiniis
- remanentibus in quo non obtinuissent, et habeantur pro tempore
- futuro ac si quilibet talis fuisset et esset pro ipsis et in ipsis
- imbursatus.
-
- Item, quod pro dicto novo scruttinio habeantur et sint quatuor
- copulatores more solito, de quibus unus sit de membro quatuordecim
- minorum Artium; et predicti copulatores eligantur et deputentur per
- istos dominos Priores et alios de Balia presenti; et quod, ultra
- predictos sit et esse debeat copulator presens Vexillifer iustitie,
- scilicet nobilis miles dominus Masus Luce de Albizis.
-
- Item, quod scrutinium pro dictis offitiis Prioratus Vexilliferatus
- et eorum Collegiorum, quod debebat fieri ordinarie pro prima
- vice futura, videlicet anno Domini MCCCLXXXXVI, non fiat nec
- fieri debeat cum dictum novum scrutinium sit et esse debeat loco
- predicti, quod prima vice ordinarie fieri deberet.
-
- Item, quod aliquis qui in celebratione et seu dum fient,
- quandocumque et quotienscumque decetero, elapso mense decembris
- proxime futuri, scrutinia et seu scrutinium alicuius ex
- infrascriptis offitiis, poterit in ipso scrutinio vocem seu
- fabam reddere, pretextu alicuius offitii vel aliter quoquo modo,
- sane intelligendo; non possit poni vel micti ad partitum vel
- scrutinari ullo modo, et quicquid contra fieret non valeat. —
- Sed de ipsis talibus scrutinatoribus — fiat omni vice postea
- scrutinium, ut inferius disponetur. (_Segue una nota dei
- suddetti uffici_). Et quod scrutinatores talium offitiorum —
- scrutinentur, finitis offitiis omnibus ipsorum scrutinatorum, —
- inter offitia dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie et
- Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim Bonorum virorum, et
- Capitaneorum Partis Guelfe (populares in scrutinio popularium, et
- in scrutinio magnatum etiam magnates, secundum ordinamenta) et Sex
- Consiliariorum Mercantie. — Et quod omnes et singuli ex predictis
- scrutinatoribus qui — obtinuerint per duas partes presentium (ita
- tamen quod sint presentes due partes totius numeri) intelligantur
- legittime obtinuisse, et possint et debeant imbursari in bursis
- ordinatis pro quocumque tali scrutinio precedente, in quo ipsi
- fuissent scrutinatores et seu in quo fabam vel vocem reddere
- potuissent.
-
- Item, quod pro offitio Prioratus Artium et Vexilliferatus iustitie,
- pro duobus mensibus proxime futuris, initiandis die primo mensis
- novembris, fiat et fieri debeat una pallocta et seu una scripta
- continens nomina et prenomina ipsorum dominorum Priorum et
- Vexilliferi iustitie; et quod illi quorum nomina in dicta pallocta
- et seu scripta contenta et seu scripta reperientur, sint ad
- dictum offitium legittime et solemniter deputati. Et dicta nomina
- asummantur de existentibus in bursis primi scrutinii Prioratus
- et Vexilliferatus vigentibus, de illis qui devetum non habeant,
- et sint in numero consueto, et observata vigente distributione
- membrorum. Et quod Vexillifer iustitie sit et esse debeat in
- quarterio et pro quarterio Sancti Spiritus, prout esse debet
- secundum ordinem consuetum; et in ipso quarterio sint et esse
- debeant duo artifices de membro quatuordecim minorum Artium; et
- quod aliquis qui sic deputabitur ad offitium supradictum non possit
- esse iterum ad ipsum offitium pro dictis bursis vigentibus; sed
- inde cedule ipsorum predictorum extrahantur et extrahi debeant.
-
- Et quod dicta pallocta seu scripta fiat — per illos de quibus et
- prout deliberatum fuerit per dictos dominos Priores et Vexilliferum
- iustitie et alios supradictos de Balia.
-
- Hoc etiam proviso et declarato, quod alieni qui necessario deberet
- esse Prior vel Vexillifer iustitie de ipsis mensibus novembris et
- decembris nullum preiudicium generetur vel fiat, sed in predictorum
- numero in dicta pallocta et scripta ponatur et adsummatur. Et quod
- pars alterius deliberationis facte supra presenti die, continens in
- effectu, quod propter additionem de qua ibidem fit mentio, aliquis
- qui, alio non dato, deberet esse Vexillifer iustitie, in aliqua
- vice ex quatuor vicibus futuris, non impediretur esse, intelligatur
- esse et sit, quo ad tres vices post primam predictam pro qua
- pallocta est ordinata, revocata et annullata.
-
- Item, quod omnes et singule imbursationes hactenus facte et ad
- presens vigentes de officiis extrinsecis civitatis Florentie,
- et que pro Comuni Florentie extra ipsam civitatem sunt solita
- exerceri, intelligantur esse et sint deinceps casse irrite
- et annullate; et quod ex ipsis nulla extractio fieri possit;
- et quicquid contra fieret sit et esse intelligatur irritum et
- inane. Et quod pro dictis offitiis fiant de novo scrutinia et
- imbursationes, prout et sicut deliberatum fuerit per dictos dominos
- Priores et Vexilliferum iustitie et alios de presenti generali
- Balia vel duas partes ipsorum. Et quod tam imbursationes quam
- registra predictorum scrutiniorum et imbursationum comburantur et
- anichilentur, ita quod etiam in se ipsis penitus sint deleta.
-
- Item, quod Gonfalonerii sotietatum Populi et Duodecim Boni viri
- Comunis predicti ad presens in officio existentes, possint, simul
- et seu divisim, — interesse ad celebrandum scrutinia Partis guelfe,
- facienda tempore offitii presentium Capitaneorum dicte Partis. —
- Et quod cum ipsis Gonfaloneriis et Duodecim et sine eis possint
- dicta scrutinia celebrari et fieri; ita quod, esse vel non esse ad
- faciendum dicta scrutinia, in ipsorum Gonfaloneriorum et Duodecim
- voluntate et arbitrio sit remissum. —
-
-
-
-
-Nº IV.
-
-(Vedi pag. 117.)
-
-
-Abbiamo qui sotto scelti alcuni documenti i quali a noi sembrano
-dare evidenza alle cose discorse nel testo. Vi è un salvocondotto
-a Gino Capponi del 1402, e dopo la presa di Pisa una lettera della
-Signoria circa il fare Cavalieri i Commissari e i Capitani: poi una
-ve n’è quanto al tenere vuota Pisa di gente e scarsa di derrata; e a
-Gino Capponi un rimprovero molto acerbo per l’usare che egli faceva
-verso i Pisani troppo benignamente; e una Istruzione perchè a Firenze
-fossero condotti fino a centotto cittadini di Pisa e alcuni con le
-famiglie loro; seguono alla lettera i nomi di centotto Pisani, pochi
-dei quali di chiare famiglie, i più mercanti e massimamente delle
-arti più ricche. Diamo per ultimo una rigida ingiunzione per impedire
-e gastigare le brutte violenze usate dai soldati già molti mesi dopo
-alla caduta di Pisa. Tutti questi documenti vengono dal Carteggio della
-Signoria che si conserva nell’Archivio di Stato di Firenze.
-
-
- _Universis et singulis._
-
- Diamo per tenore delle presenti licentia et libera facultà al
- nobile huomo Gino di Neri Capponi d’andare, come et quando fia di
- suo piacere, in qualunque luogo di nimici del nostro Comune, et a
- parlare chon qualunque di loro, chon quella chonpagnia vorrà seco
- menare. Comandando per tenore delle presenti che, per cagione di
- questa andata, nè a lui nè a chui menasse seco, per tempo alcuno,
- possa essere imputato alcuna cosa; imperò che elli va di nostra
- saputa et consentimento e sappiamo ciò ch’elli va per fare. Sì che
- niuno a questo s’opponga per alcuna cagione. E per fede di questo
- abbiamo fatto fare queste patenti lettere sugellate de nostri
- sugelli. Data Florentie, die XXV octobris, XI Ind., MCCCC secundo.
-
-
- _Bartholomeo de Corbinellis Gino de Caponibus et Bernardo de
- Cavalcantibus, de officio Decem balie Comunis Florentie. Et
- Matheo de Castellanis et Iacobo de Gianfigliazis, Commissariis
- Comunis Florentie in campo contra Pisas._
-
- Carissimi nostri. Noi abbiamo veduto quanto fedelmente e
- solicitamente voi vi sete afaticati perchè la città di Pisa vengha
- nelle mani del nostro Comune. E perciò vorremo che alcuno segnio
- nel cospetto di ciascheduno n’aparisse. Il perchè vi piaccia essere
- et stare contenti farvi nel nome di Dio Cavalieri, nella presa che
- di Pisa si farà. La qual cosa sarà a noi e a questo popolo grande
- piacere, e a voi e alle vostre famiglie honore e perpetua fama.
- E perchè questo abbia effecto, scriviamo al magnifico Cavaliere
- messer Luca dal Fiesco, nostro capitano generale di guerra, che,
- in nome del Gonfaloniere della iustitia della nostra città per
- lo popolo di Firenze, vi debbia promuovere alla degnità della
- Cavallaria. Et la lettera vi mandiamo con questa. E di poi, si
- farà qua verso le vostre persone quello che si richiede e conviene.
- Avisandovi che noi non vogliamo che alcuno altro nostro cittadino
- si faccia Cavaliere, sanza nostra expressa licentia. E a questo
- provedete per modo che ’l nostro scrivere abbia effecto. Data
- Florentie, die VIII octobris MCCCCVI.
-
-
- _Bartolomeo de Corbinellis et Gino de Caponibus._
-
- Noi non v’abbiamo scripto perchè abbiamo lasciata la graveza di ciò
- a’ Dieci della Balía. Hora abbiendo sentito degli inconvenienti
- che sono costà, ci è necessità lo scrivervi. E questo è, che noi
- abbiamo udito che in Pisa è rimasa poca gente della nostra da
- cavallo e da piede e singularmente da cavallo, la quale voi avete
- mandata a pigliare le castella. Oltre a ciò sentiamo che in Pisa
- è tornata molta gente di cittadini, di quelli che non v’erano
- quando voi v’entrasti, e che molti contadini vi sono venuti e
- tutto dì vi vengono, e che v’è entrato e entra molta vituaglia.
- Di che, considerati i pericoli che potrebbono seguitare, vogliamo
- e comandianvi che la gente d’arme, la quale voi, poi che entrasti
- in Pisa, mandasti fuori a pigliare le castella, che sanza indugio
- la facciate tornare dentro in Pisa. E le roche e’ casseri delle
- castella fornite di fanti a sofficientia; e delle castella non
- ci pare per ora da dubitarne, tegnendo bene la città. E quando
- questa gente d’arme è dentro, che voi siate forti, fate di mandarne
- fuori di Pisa chi v’è dentro tornato poi che voi v’entrasti. E
- oltre a ciò de’ cittadini che vi sono da più, mandatecene qua una
- brigata quelli che paiono a voi che sete in sul fatto. E dopo a
- questo mandate uno bando che ciascuno Pisano o habitante in Pisa,
- a pena dell’avere e della persona, debbia, infra quelle parecchi
- hore che voi porrete di termine, avere portata ogni arme da
- offendere e da difendere in quello luogo che vi pare, mettendolo
- nel bando nominatamente, e quella arme mettete in luogo salvo; e
- poi fate cercare a ciascuno le case, et torne quanta n’avessono, e
- punire rigidamente chi non avesse apresentata l’arme, passato il
- termine del bando. E provedete che victuaglia non v’entri se non
- dì per dì, che sentiamo molta ve ne abonda. Et date modo che de’
- contadini non v’entrino in quantità o in modo che pericolo alcuno
- ne potesse seguire. E queste cose fate solicitamente e con buono
- modo, che tutto lasciamo sopra le vostre spalle, tanto che di qua
- si provegga. E fate bene e diligentemente guardare e alle porte
- e in ogni altro luogo ove bisogna, sì che della città di Pisa
- vi rendiate bene sicuri. Ancora abbiamo sentito, che de’ nostri
- soldati insieme con alcuni Pisani e sanza, ànno tolte delle cose
- e traportate d’una casa in altra, et etiandio tolte per loro; la
- qual cosa ci dispiace infino a l’anima. E pertanto fate riducere
- queste cose ne’ primi luoghi dove s’erano, e provedete per modo
- che i soldati non faccino ruberie o villanie a persona. E chi il
- contrario facesse, fate punire per modo che sia exemplo a ciascuno
- di non errare. Data Florentie, die XIII octobris MCCCCVI, a hore
- XXIII ½.
-
-
- Duplicata die XVI octobris MCCCCVI, hora XVII.
-
- Abbiamo sentito che certe lecta, panni e altre cose e arnesi di
- Piero Gaietani e di monna Giovanna sua sirocchia e della Maria et
- Iva sue nipoti, le quali cose erano nel monasterio di santo Mazeo
- in Pisa, poi che ’l nostro Comune prese la città predetta, certi
- de’ Gambacorti le tolsono e transportarono dove piacque loro. Il
- perchè voliamo che, se voi trovate che le dette cose sieno state
- tolte, da poi che voi entrasti nella città di Pisa, che voi le
- facciate tutte sequestrare, a petitione del detto Piero e tenerle
- salvamente. Data Florentie ut supra, die XVI octobris, hora XVII.
-
-
- _Gino de Caponibus Capitaneo Pisarum._
-
- Noi t’abbiamo scripte più lettere, del mandar qua de’ cittadini
- Pisani che fussino huomini di capo e d’avere seguito, e apti a
- scandalo novità: e ultimamente mandasti una scripta di centotrè o
- circa, de’ quali ne sono venuti pochi più che i mezi, come per gli
- Dieci della Balìa è stato scripto costà, e mandati i nomi di chi
- mancha. E veggiamo che tu curi pocho del nostro scrivere e poco
- conto ne fai, chè non ci ài voluti mandare quegli huomini che sono
- la sicurtà del nostro Comune a cavargli di Pisa e fargli venire
- qua; anzi ài fatto a tuo modo, o per preghiere o per amicitia o per
- che cagione si sia. Et àci mandato uno campanaio, che tu medesimo
- scrivi che egli si stava in quello di Lucha a fare campane. E
- pertanto noi ti comandiamo, sotto pena della nostra gratia, che
- veduta questa lettera, tu ci mandi quelli che mancano del numero
- de’ predetti. Et oltre a ciò, ci manda quelli cinquanta, i quali ti
- debbono avere dati scripti i dieci Proveditori di Pisa. E ancora
- ci manda circa XXV altri Pisani, i nomi de’ quali ti mandiamo
- in questa lettera interchiusi. Et oltre a questi, se in Pisa à
- altri huomini che habbino seguito e sieno capi da fare ragunate
- o novità, mandacegli qua, e sieno quanti si vogliono. E a tutti
- fa’ comandamento che in brevissimo termine sieno innanzi a noi, a
- pena dell’avere e della persona. E se tu non vorrai obedire, come
- ài fatto infino a qui, noi terremo di modi che ti dispiaceranno,
- e manderemo costà persone che ci ubidiranno. E d’una cosa ti
- certifichiamo, che i nostri cittadini non sono disposti a volere
- tenere tanto exercito in Pisa, da cavallo e da piede, quanto forse
- tu ti dài a intendere; anzi vogliamo limitare la spesa e trarre
- di cittadini di Pisa tanti, e fargli stare qua che noi ne possiamo
- vivere securi. Sì che, apriti bene gli hurecchi, e fa’ quello che
- ti scriviamo, altrimente non te ne loderai. E rispondici a quello
- che ti scriviamo e con lettere e con fatti. Dat. Florentie, die
- XXIII novembris MCCCCVI hora XXIII.
-
-
- _Gino de Capponibus Capitaneo Pisarum._
-
- Dilettissimo nostro. Colle presenti ti mandiamo una scritta
- suggellata, nella quale sono scripti cierti Pisani in numero CVIII,
- e quali pe’ nostri precessori, e pe’ Collegi e altri uffici che
- anno balìa de’ fatti di Pisa, è stato solennemente diliberato che
- debbino star qua a Firenze a’ confini; tra quali, come per essa
- scripta comprenderai, certi sono che oltre all’avere eglino a stare
- qua a’ confini, ci ànno ancora a conducere tutta la loro famiglia.
- E per volere noi dare executione alla sopra detta deliberatione, e
- acciò che detti Pisani non caggino nella infrascripta grave pena;
- vogliamo e comandianti, che prestamente tu comandi a ciaschuno
- Pisano, e quali nella detta scritta nominatamente si contengono,
- che per tutto el presente mese di marzo, debbono essere qua, e
- quelli ch’ànno a menare le famiglie secondo la forma della detta
- scritta, fra ’l detto termine ce la debbono avere condotta.
- Notificando a ciaschuno de’ detti Pisani, come pur quelli della
- Balìa di Pisa è stato deliberato, che qualunche non si rapresenterà
- come di sopra si dice, per tutto el presente mese, e chi ci à a
- conducere le famiglie e non ce l’avesse condotte al detto termine,
- s’intendono essere e sono condannati nell’avere e nella persona,
- e così contra loro e ne’ loro beni si procederebbe. E se alcuno
- di quegli che nella detta scritta si contengono fussi absente
- e in luogo non troppo longincho, come nel contado di Pisa o a
- Luccha o a Siena o a Bolognia o a Gienova o ne’ contadi d’alcuno
- de’ detti luoghi; vogliamo che, preso ch’arai la informatione
- dove sieno, che prima questo facci alle loro chase significare o
- a’ loro più proximi coniuncti, e poi pe’ messi della corte o per
- altri e quali sopra ciò diputassi, personalmente e per iscriptura
- faccia loro el comandamento che sotto la detta pena qua debbano
- essere al termine predetto. E se avessi informatione che alcuno
- della detta scripta fussi qui a Firenze, non obstante questo,
- vogliamo che alle case loro e a quegli che sono loro più coniuncti
- facci fare simile comandamento. E se alcuno de’ Priori che sono
- al presente in ufficio si contenesse nella detta scripta, a loro
- notifica che, fra otto dì dal dì ch’aranno diposto l’ufficio, si
- debbano qua rapresentare sotto la detta pena dell’avere e della
- persona. Tu vedi che questa è materia che à bisognio di diligentia,
- e che tosto vi sia data executione, considerato la pena grave
- nella quale eglino incorrono non ubidiendo. Oltra ciò fa’ che di
- tutte le notificationi e richieste le quali a’ predetti farai,
- e de’ raporti d’esse notificationi e richieste, ne facci fare
- negli atti della tua corte autentica scriptura; la copia della
- quale poi ci manderai, però che non vogliamo ch’alcuno si possa
- schusare non ubidendo, con pretendere ignorantia e non gli essere
- stato notificato. Avisandoli, che quando qua vengono, s’ànno a
- rapresentare dinanzi al nostro Podestà di Firenze.
-
- Quello si dice de’ Priori di Pisa, che notifichi loro come fra gli
- otto dì dal dì che diporranno l’ufficio; non vogliamo che faccia
- questa notificatione o che in alcuno modo ne parli, se non quando
- diporranno l’ufficio: prima non ci pare honesto.[577]
-
-
- _Gino de Capponibus._
-
- Noi non ti potremo, Gino, scrivere in quanta displicentia e
- turbatione ci sia stato il caso, il quale abbiamo sentito costà
- ne’ dì passati essere corso, cioè di quella fanciulla la quale pare
- che di casa di Nicholaio Aragonesi fussi tolta per certi soldati,
- non sappia’ però chi si sia stato. Oltracciò abbiamo sentito, che
- per te assai è stata martoriata e con aqua e con colla la detta
- fanciulla, vogliendo tu ritrovare chi fussi stato quello o quegli
- che avessi commesso cosa tanto abominevole vituperosa e trista.
- E più pare, secondo che abbiamo informatione da persona degna di
- fede, che oltre al villano caso, che avvenne l’altrieri di quella
- fanciulla de’ Lanfranchi che fu guasta, essere state poste schale
- per intrare a honeste donne e bennate. Questi casi quanto e’
- sieno abominabili, di quanta infamia alla nostra città e quanto
- pericolosi, non che tu, Gino, ma qualunque rozzo facilemente il
- può giudicare. E sai che nel mondo niuna displicentia e iniuria
- si può fare a chi è huomo, nè adducerlo in maggiore displicentia
- che vedersi sforzare le donne loro, e l’onestà d’esse (chè sai
- quanto è cara cosa) contaminare e vituperare. Quanti stati e
- reggimenti per questo siano stati soversi, quanti morti e guerre
- di ciò sieno seguite ne’ tempi passati e ne’ moderni, a te può
- essere noto, conciosiacosa che, da poi che ’l mondo principiò,
- rare sobversioni di reggimenti siano stati, che da simile materia
- non abbino avuto principio. Ma pure, pognendo che in questo niuno
- pericolo fossi, la cosa in sè è tanto villana e tanto trista e di
- tanta infamia sono a chi à el governo, che in nessuno modo sono da
- patire sanza grave punitione. E veggiamo chiaramente, Gino, che
- ogni dì averranno simili inconvenienti e quali un dì potrebbono
- generare grande schandalo, se in questo principio non ci si piglia
- tale forma, che nessuno ardisca a comettere cose sì scellerate. E
- però vogliamo e a te strettissimamente comandiamo, che in questo
- fatto tu proceda in forma e modo che per tutti si cognoscha e vega,
- in quanto dispiacere e odio siano a noi queste abominabili cose,
- e sia tale esempro e terrore a qualunche che nessuno ardischa più
- di commettere cose tanto scellerate. E se intorno acciò, perchè
- quanto ti scriviamo abbia luogo, bisognasse che per la nostra
- Signoria si facessi alcuno provedimento, prestamente per messo
- proprio ce ne rendi avisati. La fanciulla la quale sentiamo che
- anchora ài in prigione vogliamo ti sia raccomandata; però che sai,
- le fanciulle essere semplice e non cognoscere gli uomini co’ quali
- non praticano: et ecci stato amiratione, che lei abbi posto alla
- tortura, benchè pensiamo non l’abbi fatto sanza grande cagione.
- Data Florentie, die XX mensis iunii MCCCC septimo, Ind. XV.
-
-
-
-
-Nº V.
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-(Vedi pag. 146.)
-
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-ORDINE DEGLI UFFICI DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
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- L’ordine della città è diviso principalmente in quattro parti, o
- chiamansi Quartieri, e ’l primo è il Quartiere di Santo Spirito,
- e ’l secondo, quello di Santa Croce, e ’l terzo quello di Santa
- Maria Novella, e ’l quarto quello di San Giovanni. Ciascuno
- Quartiere è diviso per quattro Gonfaloni, che sono in tutto sedici,
- e ogni Gonfalone ha suo segno, non bisogna nominargli. Appresso
- v’è l’ordine delle Arti, che sono partite in ventuna, i nomi
- delle quali è buono a sapere per molte cose, che hanno a seguire,
- a meglio intenderle. La prima è l’Arte de’ Giudici, e Notai, e
- questa ha un Proconsolo sopra’ suoi Consoli, e reggesi con grande
- autorità, e puossi dire essere il ceppo della ragione di tutta
- la Notarìa, che si esercita per tutta la Cristianità, e indi sono
- stati i gran Maestri, e autori, e componitori d’essa. La fonte de’
- dottori delle leggi è Bologna, e la fonte de’ dottori della Notarìa
- è Firenze.
-
- Appresso è l’Arte de’ Mercatanti, che trafficano in grosso fuori
- di Firenze, che niun’altra città ne potrebbe de’ suoi tanti
- annoverare, quanti sono il numero di quegli.
-
- La terza è l’Arte de’ Cambiatori, che si può dire, che l’Arte
- del cambiare per tutto il mondo sia quasi tutta nelle mani de’
- Fiorentini, perchè per tutte le buone città di mercatanzìe tengono
- fattori a fare cambi.
-
- La quarta è l’Arte della Lana, e più panni, e più fini fanno
- fare in Firenze, che in alcuno altro luogo, e i suoi Maestri sono
- grandi, e buoni onorati cittadini, e sanno fare.
-
- La quinta è l’Arte della Seta, e li drappi d’oro, e di seta, e
- degli orafi, delle quali Arti si lavora nobilmente, e massime dei
- drappi.
-
- La sesta è l’Arte degli Speziali, e de’ Medici, e Merciai, ed è
- grande Arte in numero di persone.
-
- La settima è quella de’ Vaiai, e Pellicciai, e infino a qui si
- chiamano le sette Arti maggiori.
-
- Poi sono le quattordici, che si chiamano Arti minori, ciascuna è
- distinta, e ordinata, secondo sua faccenda, Linaiuoli, e Rigattieri
- insieme, Calzolai, Fabbri, Pizzicagnoli, Macellari, che si chiamano
- Beccai, Vinattieri, Albergatori, Coreggiai, Quoiai, Corazzai,
- Chiavaiuoli, Maestri di murare, Maestri di legname, e Fornai.
-
- I Signori si chiamano Priori dell’Arti, e Gonfaloniere di Giustizia
- del Popolo e Comune di Firenze, e sono otto Priori, cioè due di
- ciascuno Quartiere, e un Gonfaloniere di Giustizia, che ogni volta
- muta Quartiere per ordine, sicchè ogni Quartiere ha la sua volta
- il Gonfaloniere di Giustizia, e tutti sono scelti uomini, e più
- vantaggiati, e provati, e quegli quasi ha essere il capo di tutti
- i Priori, e ha andare innanzi, e non può essere alcun Gonfaloniere
- di questi, che non abbia compiuto il tempo di quarantacinque anni,
- e la mattina, che entra in uficio, gli è dato in mano il Gonfalone
- della Giustizia, che è la croce vermiglia nel campo bianco in un
- gran Gonfalone di drappo, il quale tiene in camera sua, e quando
- bisognasse aoperarlo, e salisse con esso a cavallo, tutto il popolo
- lo debba seguire, e andargli dreto, e ubbidirlo.
-
- E’ Priori sono otto, de’ quali sei hanno a essere dell’Arti
- maggiori, e duo delle quattordici Arti minori, e di questo uficio
- non possono essere insieme due consorti, nè parenti per linea
- masculina, nè da indi a un anno; e chi è di detto ufficio, non può
- essere altra volta, se non passati tre anni dal dì finisce tale
- uficio.
-
- E ’l primo uficio comincia in Calen di gennaio, e dura due mesi,
- e così poi l’altro in Calen di marzo, e seguita per tutto l’anno,
- sicchè in un anno si mutano sei volte; e la mattina quando entrano
- in uficio, si fa festa per tutta la città colle botteghe serrate,
- e tutto il popolo va alla piazza per fare compagnia a quegli, che
- escono dell’uficio passato, e tornano a casa, ciascuno co’ suoi più
- prossimi vicini, o amici, o parenti, e quegli, che hanno fornito
- l’uficio de’ due mesi, lasciano l’uficio a’ nuovi, che entrano, e
- hannogli prima due dì informati di tutte le cose, che hanno tra le
- mani.
-
- Questi due mesi stanno sempre in Palagio fermi, e in Palagio
- mangiano, e dormono, e ogni dì stanno a collegio a sedere a udire,
- e diterminare il bisogno del Comune, e hanno tra loro per ordine
- uno di loro sempre Proposto, e tocca a ciascuno la sua volta per
- sorta, e dura tre dì, e tutti gli altri hanno in que’ tre dì a
- seguire il Proposto, e va innanzi allato al Gonfaloniere, e quello,
- che è Proposto, è signore di proporre, e mettere a partito fra loro
- ciò, che a lui pare, e sanza lui que’ tre dì non si può fare alcuna
- cosa.
-
- Le loro deliberazioni si fanno segrete con fave nere e bianche, e
- hanno un frate segretario, che riceve in uno bossolo le dette fave;
- ciascuno glie ne dà in mano una segretamente, e coperta, e il frate
- la riceve, e mette nel bossolo. Le nere dicono sì, e le bianche
- dicono no, a volere essere vinto, e deliberato, e’ si conviene che
- sieno le due parti nere.
-
- Ciascuno ha la sua camera nel Palagio fatta per ordine, e per
- Quartiere, e quella del Gonfaloniere è in capo di tutte, e ciascuno
- ha al suo servigio un donzello, che lo governa in camera di ciò
- fa bisogno, e simile lo serve alla mensa di tagliare, e di ciò fa
- bisogno, e sono nove donzelli orrevoli, e costumati, e stanno fermi
- in Palagio, e così ciascuno ha due serventi da mandare in qua, e
- ’n là, dove fusse bisogno, e al servigio di tutto l’uficio sono
- cento famigli, che per ordine vanno vestiti di verde, e portano
- certi segni di Comune, i quali hanno a fare compagnia innanzi, e
- dietro a’ detti Signori, quando vanno fuori, e hanno a andare per
- gli cittadini quando i Signori gli vogliono, e questi cento famigli
- hanno un Capitano forestiero, che si chiama Capitano de’ fanti, il
- quale è sopra tutti, e hagli a tenere in ordine, e correggere, ed è
- molto onorato.
-
- E sono di tanta preminenza questi famigli de’ Signori, che quando
- un di loro fusse dato per compagnia a uno, che avesse bando della
- persona, o debito, non è alcuno rettore, nè uficiale, nè cittadino,
- che per la vita sua dicesse, o facesse nulla contro a quel tale, e
- ’l detto famiglio si concede per partito, e diliberazione de’ detti
- Signori.
-
- Alla mensa de’ Signori non siede alcun altro, che loro e ’l loro
- notaio, e’ Signori forestieri, o Ambasciadori di Signori, o di
- Comuni quando, gli volessono fare onore, o alcuna volta per festa i
- rettori, e certi uficiali cittadini.
-
- E la mensa de’ detti Signori, si dice, che è sì bene apparecchiata,
- e riccamente ornata, e pulitamente servita, quanto mensa
- d’alcun’altra Signoria, e per ordine; e come sono diputati ogni
- mese alla loro mensa fiorini trecento d’oro, tengono pifferi,
- e sonatori, e buffoni, e giocolari, e tutte cose da sollazzo, e
- da magnificenza, ma poco tempo vi mettono, che di presente sono
- chiamati dal Proposto, e posti a sedere per attendere a’ bisogni
- del Comune, che sempre abbonda loro faccenda, e mai non vi manca
- che fare.
-
- Hanno appresso di loro un Notaio, che sta due mesi in Palagio come
- loro, e alla loro mensa, il quale non ha a fare altro, se non a
- scrivere le loro deliberazioni.
-
- Hanno un altro Notaio fermo in perpetuo, aiuta quando fa bisogno,
- e ’l quale tiene i libri delle leggi, e ordini del Comune, e ha a
- scrivere, e a tenere conto di tutte le informagioni che si fanno
- per li Signori, e Collegi con loro Consigli.
-
- Hanno uno Cancelliere, che sempre ne sta fermo in Palagio; i quali
- hanno a scrivere tutte le lettere, e pistole, che si mandano a’
- principi del mondo, e a qualunque signoria, e privata persona per
- parte del Comune, i quali sono sempre poeti, e di grande scienza.
-
- Tutti costoro hanno bisogno di tenere sotto loro molti, che
- scrivano, e facciano quelle cose, che sono ordinate loro.
-
- L’uficio, e balìa, e autorità, e potenza de’ detti Signori è grande
- senza misura; ciò che vogliono, possono, mentre che dura il loro
- uficio, ma non aoperano questa potenzia, se non in certi casi
- necessari, e stremi, e di rado; anzi seguitano secondo gli ordini
- fatti per lo Comune, e non possono essere dopo l’uficio compiuto
- sindacati, nè corretti d’alcuna cosa, che fatta avessono, se non
- per baratterìa, o simonìa, e questo ha a conoscere uno uficiale, e
- rettore forestiere, che si chiama Esecutore degli ordini, e quando
- non ci è, succede in suo luogo, il Podestà di Firenze.
-
- Poi è l’uficio de’ sedici Gonfalonieri delle compagnie e comincia
- adì otto di gennaio, e dura per quattro mesi, sicchè in un anno si
- mutano tre ufici; questi hanno sempre a ogni richiesta de’ Signori,
- che è quasi ogni dì essere a’ loro piedi a consigliare come fanno
- i cardinali, e ’l Papa, e la mattina, che entrano, si fa festa
- a botteghe serrate, e stanno i Signori in sulla ringhiera fuori
- del Palagio, e simile i rettori con loro, e uno de’ detti rettori
- monta in un’altra ringhiera, o vogliamo dire pergamo, e fa una
- bella orazione a onore di quella signoria, e de’ Gonfalonieri, e a
- ciascuno è dato il suo Gonfalone in mano, e con trombe, e pifferi
- innanzi se ne vanno a casa loro accompagnati, e onorati da tutto
- il popolo, e tutti gli uomini del Gonfalone vanno in compagnia col
- suo, e dreto al suo Gonfaloniere, e ciascuno Gonfalone ha sotto se
- tre pennoni di quel segno medesimo, che si danno dove i Gonfaloni;
- costoro non hanno a fare altro, se non a’ bisogni essere con quel
- segno a seguire il suo Gonfalone.
-
- Poi v’è uno uficio, che si chiama Dodici buoni uomini, che sono
- tre di ciascun Quartieri, e dura tre mesi; cominciano per il primo
- uficio adì 15 di marzo, e durano mentre che ’l dì cresce, e a
- mezzo giugno, che comincia il dì a scemare, entrano gli altri, e
- durano infino che ’l dì è uguale alla notte; poi gli altri infino
- al minorare, dipoi gli altri infino a’ dì iguali di mezo marzo, e
- questo è con certo misterio, e hanno a stare ciascuno dì, quando i
- Signori mandano per loro, a’ loro piedi a consigliare, e per ordine
- di Comune sono molte cose di grande importanza, che non si possono
- fare per gli Signori sanza i Dodici.
-
- Questi due ufici, Gonfalonieri, e Dodici si dicono Collegi, e sono
- molto onorati appresso de’ Signori.
-
- Poi è il Consiglio del Popolo, che sono dieci per Gonfalone, e
- tutti i Consoli dell’Arti insieme co’ Signori, e Collegi, e certi
- altri ufici, che sono in tutto circa dugento cinquanta, per lo qual
- consiglio s’hanno a conservare le leggi, e statuti, e ordini di
- Comune già fatti per li Signori, e Collegi, e se non si vincesse
- per le due parti del detto consiglio insieme col loro colle fave
- nere, e bianche in segreto, non vale niente, e non può andare
- innanzi.
-
- E quello, che sarà confermato per lo detto consiglio, bisogna,
- che vada poi un’altra volta a partito in un altro consiglio, che
- si chiama consiglio del Comune, dove sono circa dugento insieme
- co’ Signori, e Collegi, e non essendo confermato, e vinto per le
- due parti, simile in questo secondo consiglio non vale, ma le cose
- giuste, e utili, e oneste si vincono, e intendesi essere legge di
- Comune.
-
- L’uficio de’ Dieci di balìa, che sono eletti a boce, ovvero colle
- fave sanza farne borsa, sono uomini valenti, e scelti, e pratichi,
- e non si fanno, se non a tempo di guerra, e costoro hanno allora
- di fuori della città, e ne’ fatti della guerra tutta la balía, e
- potenza de’ Signori, e di tutto il Comune.
-
- L’uficio degli Otto della guardia hanno a stare desti, e attenti
- contro di chi cercasse di fare, o facesse alcune cose contro al
- reggimento, e contro alla città, o castelli, o terre del Comune,
- e non hanno balía di punire, ma di mettere il colpevole nelle mani
- del Rettore, che ne faccia giustizia.
-
- L’uficio de’ Regolatori sono sei, e hanno a provvedere sempre tutte
- le rendite, e entrate del Comune, che elleno si mantengano buone, e
- non sieno maculate, e ’n tutte le spese, che si fanno, provvedere
- che ’l Comune non sia ingannato, e fare rivedere le ragioni de’
- Camarlinghi, e fare riscuotere da chi deve dare.
-
- Sono altri uficiali, che si dicono Governatori delle Gabelle delle
- Porti; oggi si chiamano Maestri di Dogana, e del sale, vino, e
- contratti, che hanno assai faccende a provvedere, che ’l Comune non
- sia ingannato.
-
- L’uficio de’ Capitani di Parte guelfa è grande, e d’onoranza più
- per memoria dell’antica virtù, e operazioni operate sotto quel
- segno, che per cose, che al dì d’oggi abbiano a fare. Hanno a
- ricevere molte rendite, e spenderle in onore della Parte guelfa.
-
- L’uficio dei Dieci della Libertà è di grande importanza, e dassi
- a uomini di molta scienza, e pratichi, e hanno a udire le querele
- di molti, che sono molestati civilmente alla ragione per vigore
- di strumenti, e carte, e dicono, o non essere stato vero, o avere
- pagato, o non doversi giudicare per quella via, o essersi obbrigati
- per inganni, o fraude, e sì costoro hanno a conoscere se la cosa
- il merita, e strignerli a fare compromesso, e che si vegga per
- via d’equità, e di discrezione, e molto giova questo uficio allo
- aiuto di persone povere, che non hanno da spendere in piatire, e in
- procuratori, e avvocati.
-
- Uficiali d’Abbondanza si fanno solo in tempo di carestia, acciocchè
- la Terra stia abbondevole di grano per la povera gente, e allora
- usano bellissimi modi a fare contro alla carestia.
-
- Uficiali di Grascia hanno a provvedere sopra le mulina, e mugnai,
- che rendano a’ cittadini buona ragione, e tengono ragione di molte
- cose contro a coloro, che non sono sottoposti ad alcuna Arte.
-
- Sono appresso uficiali di pupilli, e vedove, eletti a boce, buoni,
- e onesti uomini, che temano Iddio, e amino misericordia, e fanno
- tenere conto, e ragione di tutti e’ pupilli, che sono lasciati
- sotto loro governo per insino che sieno in età perfetta.
-
- Uficiali di Castella hanno a provvedere sempre, che le castella, e
- rocche, e fortezze del Comune sieno salde, e fare racconciare dove
- bisognasse, e sieno bene fornite d’opera, e da vivere, e sieno bene
- guardate, e che v’è mandato tenga la famiglia, che dee tenere.
-
- Uficiali della Torre, hanno a mantenere, e migliorare ponti, e mura
- della città, e contado, fare racconciare i lastrichi delle vie,
- quando sono guasti, e provvedere a tetti, e sporti, e ruine.
-
- Uficiali di Condotta sono sopra soldare, e fare rassegnare gente
- d’arme.
-
- Molti altri ufici di Comune, che sarebbe lungo a dire, e ciascuno
- ha sua casa, dove si raunano, e scrivani, e camarlinghi.
-
- Sono dipoi i Consoli dell’Arte, e ciascuna Arte ha sua casa, e
- residenza molto onorate, e ornate, dove si raunano due dì per lo
- meno ogni settimana, a tenere ragione, e udire, e giudicare, e
- quale Arte ha otto Consoli, e quale sei, e ’n quale sono quattro,
- secondo che è maggiore, e di maggiore faccenda, e alla sentenza
- de’ Consoli non si può appellare. Ogni Arte può conoscere, e
- giudicare la quistione di qualunque, che si richiamasse contro a un
- sottoposto a quella tale Arte, e contro a ciascuno, che non fusse
- sottoposto ad alcun’Arte, quando il sottoposto di quell’Arte si
- richiamasse di quel tale.
-
- L’uficio della Mercatanzia sono uno uficiale forestiere dottore
- di legge civile, con sei consiglieri cittadini de’ più notabili, e
- savj, e pratichi uomini dell’Arti dette, uno di ciascun’Arte delle
- cinque maggiori, che se ne trae fuori quella de’ giudici, e notai,
- e quella de’ vaiai, e pellicciai, e poi uno come tocca per sorta
- intra tutte le XIV Arti, cioè le XIV minori, e con esse è quella
- de’ vaiai, e pellicciai, e pigliasi quello ordine perchè quelle
- cinque Arti, cioè mercatanti, cambiatori, lanaiuoli, setaiuoli,
- e speziali, sono mercatanti, e di loro sono eletti a questo
- uficio pochi, ma solamente que’ sono i vantaggiati, e innanzi a
- questo uficio vengono tutte le grandi quistioni, e gran casi di
- tutto il mondo, e liti di cose fatte per mare, e per terra, e di
- compagnie, e di falliti, e di rappresaglie, e d’infiniti casi, e
- dannovisi giustissimi giudicj, e notabili determinazioni, e alle
- loro sentenze non si può appellare. Questo uficio ha una casa, e
- un palazzo assai grande, e onorato, e ornato, e magnifico, e dura
- l’uficio de’ Sei tre mesi, e l’uficiale forestiere sei mesi, e
- bisogna, che tenga ferma abitazione nel detto palazzo egli, e suoi
- notai, e famigli, e non vi può menare sua donna, nè figliuoli.
-
- Resta a dire de’ tre rettori principali, Podestà, Capitano,
- Esecutore, che bisogna, che sieno forestieri, di luogo di lungi
- a Firenze per lo meno miglia sessanta, e dura l’uficio loro mesi
- sei, e non può tornare altra volta infra dieci anni, nè egli, nè
- suoi giudici, se non fusse per deliberazione del Comune vinta per
- gli consigli, che interviene rade volte. Questo si fa perchè quello
- Rettore non abbia parenti, nè amici, nè conoscenti, nè grandi, nè
- minori, se non gli ordini, e le leggi della città, i quali dee
- osservare, e hanno grandissima balìa, e stanno con grandissima
- onoranza. In prima
-
- Il detto Podestà tiene con seco quattro giudici dottori in legge
- civile, e sedici notai, perchè alla sua corte si piatisce di tutti
- i casi civili, di reditadi, di testamenti, e lasci di dote, di
- compre e vendite, di tutti e’ casi, de’ quali apparisce strumento
- pubblico, e hanno a conoscere, e terminare di ragione; poi dee
- tenere molta famiglia, e cavalli, e ha di salario in sei mesi
- fiorini dumilatrecento, e sta in un bellissimo palagio, e non può
- essere Podestà, nè Capitano in Firenze alcuno, se non conte, o
- marchese, o cavaliere, e che sia guelfo, e l’esecutore conviene,
- che sia il contrario, e non de’ detti gradi, ma che sia uomo
- popolare, e guelfo, e ’l Capitano, e ’l Podestà, e lo Esecutore
- hanno tutti balìa sopra i condannati, e sbanditi, e contro a tutti
- i micidj, e furti, e falsarj, e ogni cosa criminale. Il Capitano
- si dice del Popolo, e il segno suo è per guardia della città, e
- dello Stato, e reggimento d’essa, e ha balìa di fatto contro a chi
- tentasse alcuna cosa contro a reggimento; lo Esecutore ha balìa di
- fatto solamente contro a’ grandi uomini in difensione de’ popolani,
- e minori, e questo fu trovato per antico tempo a riprimere la
- superbia de’ maggiori, e farò senza più dire degli ufici drento
- della città.
-
- Ma gli uficj di fuori sono quegli, di che i cittadini avanzano, e
- hanno salario, e premio, e sono i principali, e maggiori; in prima
-
- Capitano di Pisa, Capitano d’Arezzo, Capitano di Pistoia, Capitano
- di Volterra: questi sono Signori di quelle Terre, mentre che
- durano sei mesi di tali ufici, e hanno balía per la guardia della
- Terra di ragione, e di fatto sanza misura. Appresso Podestà di
- Pisa, Podestà d’Arezzo, Podestà di Pistoia, Capitano di Cortona,
- Capitano del Borgo a San Sepolcro, Podestà di Prato, Podestà di
- Colle, Podestà di San Gimigniano, Podestà di Monte Pulciano, e
- altri, che hanno a governare i casi civili, e criminali, e menare
- suo’ giudici, e famigli assai, e sono molto onorati. Poi sono
- Vicario di San Miniato, Vicario di Val di Nievole, e di Pescia,
- Vicario di Firenzuola, Vicario di Poppi, e del Casentino, Vicario
- d’Anghiari, tre Vicariati in quello di Pisa; Capitano dell’Alpe
- di Pistoia, e Capitano di Romagna, e di Castrocaro, Vicario di
- Poppi, e di tutto il Casentino, Podestà di Castiglione Aretino,
- Podestà, ovvero Capitano di Maremma di Pisa. Poi sono tanto numero
- di Podestà in tutte l’altre terre, che sarebbe troppo lungo dire,
- a volerle sapere. A questi ufici sono eletti in Firenze buoni,
- e discreti cittadini il più che si può, e vanno in detti luoghi
- per acquistare chi onore, e chi avere, e chi l’una cosa, e chi
- l’altra; e interviene spesso, che sono di quelli, a chi viene fatto
- d’acquistare in tutto, o in parte di quel ch’è detto, e alcuna
- volta il contrario, cioè vergogna, e danno, perocchè i fatti degli
- uomini di Firenze non possono essere nascosi, e hanno troppi occhi
- addosso, e chi fa bene, n’acquista il merito, e chi fa male tosto
- è manifesto, ed è punito, e corretto, e gastigato per debito di
- giustizia, e per esemplo degli altri; e quando detti uficiali
- tornano in Firenze delle dette Terre, sono bene esaminate l’opere
- fatte per loro, e a ciascuno è retribuito a Firenze secondo il
- merito, e per la virtù di questa giustizia i buoni sono sempre
- invitati, e confortati a ben fare, e i rei e malvagi, puniti e
- spaventati, e il bene cresce, e il male si spegne, e seguitano
- una concordia in Firenze di grandi, e minori, e mezzani onorati
- ciascuno secondo suo grado, e secondo i loro meriti, che ne seguita
- una melodia sì dolce, che la sente il Cielo, e muove i santi ad
- amare questa città, e difenderla da chi volesse guastare tanto
- tranquillo e pacifico stato.
-
- Appresso vi sono, come dissi in principio, il gran numero di
- buoni uomini e donne, che sempre con orazioni e limosine, e sante
- operazioni impetrano da Dio misericordia contro a’ viziosi, che non
- può essere, che non ve ne sieno, a tale che per amore de’ buoni
- Nostro Signore Iddio ha guardata, e conservata quella città, e
- accresciuta quanto altra città d’Italia. Amen.
-
-
-DESCRIZIONE DELLE FESTE DI SAN GIOVANNI.
-
- Quando ne viene il tempo della Primavera, che tutto il Mondo
- rallegra, ogni Fiorentino comincia a pensare di fare bella Festa
- di San Giovanni, che è poi a mezza la State, e di vestimenti, e di
- adornamenti, e di gioie ciascuno si mette in ordine a buon’otta;
- chiunque ha a fare conviti di nozze, o altra Festa s’indugia a quel
- tempo per fare onore alla Festa mesi due innanzi, si comincia a
- fare il Palio, e le veste de’ Servitori, e’ pennoni, e le trombe,
- e i Palj del drappo, che le Terre accomandate, e del Comune danno
- per censo, e ceri, e altre cose, che si debbono offerere e invitare
- gente a procacciare cose per li conviti, e venire d’ogni parte
- cavalli per correre il Palio, e tutta la Città si vede in faccenda
- per lo apparecchiamento della Festa, e gli animi de’ giovani, e
- delle donne, che stanno in tali apparecchiamenti; non resta però,
- che i dì delle Feste, che sono innanzi, come è Santo Zanobi, e per
- la Ascensione, e per lo Spirito Santo, e per la Santa Trinità, e
- per la Festa del Corpo di Cristo, di fare tutte quelle cose, che
- allegrezza dimostrino, e gli animi pieni di letizia, ed ancora
- ballare, sonare, e cantare, conviti, e giostre, e altri giuochi
- leggiadri, che pare, che niuna altra cosa s’abbia a fare in que’
- tempi infino al dì della vigilia di San Giovanni.
-
- Giunti al dì della vigilia di San Giovanni, la mattina di buon’ora
- tutte le Arti fanno la mostra fuori alle pareti delle loro botteghe
- di tutte le ricche cose, ornamenti, e gioie; quanti drappi d’oro
- e di seta si mostrano, ch’adornerebbero dieci Reami! quante gioie
- d’oro, e d’ariento, e capoletti, e tavole dipinte, e intagli
- mirabili, e cose, si appartengono a fatti d’arme, sarebbe lungo a
- contare per ordine.
-
- Appresso per la Terra in sull’ora della terza si fa una solenne
- pricissione di tutti i Cherici, Preti, Monaci, e Frati, che sono
- grande numero di Regole, con tante Reliquie di Santi, che è una
- cosa infinita, e di grandissima divozione, oltre alla maravigliosa
- ricchezza di loro adornamenti, con ricchissimi paramenti addosso,
- quanti n’abbia il Mondo, di veste d’oro, e di seta, e di figure
- ricamate, e con molte Compagnie d’uomini secolari, che vanno
- ciascuno innanzi alla regola, dove tale Compagnia si raguna,
- con abito d’Angioli, e suoni e stromenti d’ogni ragione, e canti
- maravigliosi, facendo bellissime rappresentazioni di que’ Santi, e
- di quelle Reliquie, a cui onore la fanno. Partonsi da Santa Maria
- del Fiore, e vanno per la Terra, e quivi ritornano.
-
- Poi dopo mezzo giorno, e alquanto passato il caldo, circa all’ora
- del Vespro tutti i Cittadini sono ragunati ciascuno sotto il suo
- Gonfalone che sono sedici, e per ordine primo, e secondo, e così
- succedendo vanno l’uno Gonfalone drieto all’altro, e in ciascuno
- Gonfalone tutti i suoi Cittadini a due a due andando innanzi i
- più degni, e i più antichi; e così seguendo infino a’ garzoni
- riccamente vestiti, a offerere alla Chiesa di San Giovanni un
- torchietto di cera di libbre una per uno, avendo i detti Gonfaloni
- spesse volte, o la maggiore parte d’essi innanzi da sè uomini con
- giuochi d’onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le strade,
- dove passano, sono tutte adorne alle mura e al sedere di capoletti,
- spalliere, e pancali, i quali sono coperti di zendadi, e per tutto
- è pieno di donne giovani, e fanciulle vestite di seta, e ornate
- di gioie, e di pietre preziose, e di perle, e questa offerta basta
- infino al coricare del sole, e fatto l’offerta, ciascuno cittadino,
- e donna si tornano a casa a dare ordine per la mattina seguente.
-
- La mattina di San Giovanni chi va a vedere la piazza de’ Signori,
- gli pare vedere una cosa trionfale, e magnifica, e maravigliosa,
- che appena che l’animo vi basti. Sono intorno alla gran piazza
- cento torri, che paiono d’oro, portate quali con carrette, e quali
- con portatori, che si chiamano ceri, fatti di legname, di carta, e
- di cera con oro, e con colori, e con figure rilevate, voti drento,
- e drento vi stanno uomini, che fanno volgere di continovo, e girare
- intorno quelle figure. Quivi sono uomini a cavallo armeggiando, e
- quali sono pedoni con lance, e quali con palvesi correndo, e quali
- sono donzelle, che danzano a rigoletto. In su essi sono scolpiti
- animali, e uccelli, e diverse ragioni d’alberi, pomi, e tutte cose,
- che hanno a dilettare il vedere, e il cuore.
-
- Appresso intorno alla ringhiera del Palagio vi ha cento pali, o
- più nelle loro aste appiccati in anelli di ferro, e i primi sono
- quelli delle maggiori città, che danno tributo al Comune, come
- quello di Pisa, d’Arezo, di Pistoia, di Volterra, di Cortona e di
- Lucignano, e di Castiglione Aretino, e di certi Signori di Poppi,
- e di Piombino, che sono raccomandati del Comune, e sono di velluto
- doppi, quale di vaio, quale di drappo di seta, gli altri tutti sono
- di velluto, o d’altri drappi, o taffettà listrati di seta, che pare
- una maravigliosa cosa a vedere.
-
- La prima offerta, che si fa la mattina, sì sono i Capitani della
- Parte guelfa con tutti i cavalieri, essendovi ancora Signori,
- Ambasciadori, e Cavalieri forestieri, che vanno con loro con grande
- numero de’ più onorevoli cittadini della Terra, e col Gonfalone del
- segno della Parte guelfa innanzi portato da uno de’ loro donzelli
- in su uno grosso palafreno vestito di sopravvesta di drappo, e il
- cavallo covertato infino a terra di drappo bianco col segno della
- Parte guelfa.
-
- Poi seguono i detti pali portati a uno a uno da un uomo a cavallo,
- quale uomo ha il cavallo covertato di seta, e quale no: come
- sono per nome chiamati, e’ vannosi a offerere alla chiesa di San
- Giovanni. E questi pali si danno per tributo delle Terre acquistate
- dal Comune di Firenze, e di loro raccomandati da un certo tempo in
- qua.
-
- I ceri soprascritti, che paiono torri d’oro, sono i censi delle
- Terre più antiche de’ Fiorentini, e così per ordine di degnità
- vanno l’uno drieto all’altro a offerere a San Giovanni, e poi
- l’altro dì sono appiccati intorno alla chiesa dentro, e stanno
- tutto l’anno così infino all’altra Festa, e poi se ne spiccano i
- vecchi, e de’ pali fassene paramenti, e palj da altari, e parte de’
- detti palj si vendono allo ’ncanto.
-
- Dopo questi si va a offerere una moltitudine maravigliosa, e
- infinita di cerotti grandi, quale di libbre cento, quale cinquanta,
- quale più, quale meno, per infino in libbre dieci di cera accesi,
- portati in mano da’ contadini di quelle ville, che gli offerano.
-
- Dipoi vanno, a offerere i Signori della Zecca con un magnifico
- cero portato da un ricco carro adorno, e tirato da un paio di buoi
- covertati col segno ed arme di detta Zecca, e sono accompagnati i
- detti signori di Zecca da circa di quattrocento tutti venerabili
- uomini matricolati, e sottoposti all’Arte di Calimala Francesca, e
- de’ Cambiatori, ciascheduno con begli torchietti di cera in mano di
- peso di libbre una per ciascuno.
-
- Dipoi vanno a offerere i Signori Priori, e loro Collegi colli loro
- Rettori in compagnia, cioè Podestà, Capitano, e Assecutore, con
- tanto ornamento, e servidori, e con tanto stormo di trombe, e di
- pifferi, che pare, che tutto il mondo ne risuoni.
-
- E tornati, che’ Signori sono, vanno a offerere tutti i corsieri,
- che sono venuti per correre il Palio, e dopo loro tutti i
- Fiamminghi, e Bramanzoni, che sono a Firenze tessitori di panni
- di lana, e dopo questi sono offerti dodici prigioni, i quali per
- misericordia sono stati tratti di carcere per li opportuni consigli
- a onore di San Giovanni, i quali sieno gente miserabili, e sienvi
- per che cagione si voglia.
-
- Fatte queste cose e offerte, uomini, e donne tornano a casa a
- desinare, e come ho detto, per tutta la città si fa quel dì nozze,
- e gran conviti con tanti pifferi, suoni, e canti, e balli, feste e
- letizia, e ornamento, che pare, che quella Terra sia il Paradiso.
-
- Dipoi dopo desinare passato il mezzo dì, e la gente s’è alquanto
- riposata, come ciascuno s’è dilettato, tutte le donne, e fanciulle
- ne vanno dove hanno a passare quelli corsieri, che corrono al
- Palio, che passano per una via diritta per lo mezzo della città,
- dove sono buon numero d’abitazioni, e belle case, ricche, e di
- buoni cittadini, più che in niuna altra parte, e dall’uno capo
- all’altro della città per quella diritta via piena di fiori sono
- tutte le donne, e tutte le gioie, e ricchi adornamenti della città,
- e con grande festa, e sempre vi sono molti signori, e cavalieri,
- e gentiluomini forestieri, che ogni anno delle terre circostanti
- vengono a vedere la bellezza, e magnificenza di tale festa, ed
- evvi per detto corso tanta gente, che par cosa incredibile, di
- forestieri, e cittadini, che chi non lo vedesse, non lo potrebbe
- credere, nè immaginare.
-
- Dipoi al suono de’ tre tocchi della campana grossa del Palagio de’
- Signori, i corsieri apparecchiati alle mosse si muovono a correre,
- ed in sulla torre si veggono per li segni delli ragazzi, che su
- vi sono, quello è del tale, e quello è del tale, venuti da tutti i
- confini d’Italia i più vantaggiati corsieri barbereschi del mondo,
- e chi è il primo, che giugne al palio, lo guadagna, il quale è
- portato in sur una carretta triunfale con quattro ruote adorna con
- quattro lioni intagliati, che paiono vivi, uno in sur ogni canto
- del carro, tirato da due cavalli covertati col segno del Comune
- loro, e due garzoni, che gli cavalcano, e guidano; il quale è molto
- grande, e ricco palio di velluto chermisi fine in due pali, e tra
- l’uno e l’altro uno fregio d’oro fine largo un palmo foderato di
- pance di vaio, e orlato d’ermellini infrangiato di seta, e d’oro
- fine, che in tutto costa fiorini 300 o più, ma da un tempo in
- qua s’è fatto d’alt’e basso broccato d’oro bellissimo, e spendesi
- fiorini 600 o più.
-
- Tutta la gran piazza di San Giovanni, e parte della via è coperta
- di tende azzurre con gigli gialli, la chiesa è una cosa di
- maravigliosa figura; ed altro tempo richiederà a parlare d’essa,
- quando aremo a dire degli ornamenti di quella città. (_Questo
- l’autore non fece mai._)
-
-
-
-
-Nº VI.
-
-(Vedi pag. 170.)
-
-
-Vogliamo qui dare l’elenco delle Ambascerie e Commissioni affidate
-a Rinaldo degli Albizzi, che si leggono per disteso nella più volte
-citata pubblicazione del signor Guasti. A noi giovano come saggio della
-politica operosità di quegli anni e del grande credito di cui godeva
-Rinaldo in Firenze.
-
- I.
-
- 1399, 23 _luglio_.
-
- Mandato a Montalpruno per l’edificazione d’una bastia.
-
- II.
-
- 1399, 13-16 _agosto_.
-
- Mandato a incontrare Giovanni Orsino ambasciatore del re Ladislao.
-
- III.
-
- 1399, 29 _novembre_.
-
- Andando Capitano d’Assisi gli è commesso dalla Signoria di parlare
- in Cortona con Uguccione dei Casali.
-
- IV.
-
- 1402, 22 _giugno_ — 13 _luglio_.
-
- Mandato in Rimini a Carlo Malatesti dal quale ottiene il passo di
- quel Porto alle mercanzie dei Fiorentini.
-
- V.
-
- 1404, 3-11 _marzo_.
-
- Mentre è Potestà di Rimini, viene a Firenze mandato da Carlo
- Malatesti per interessi dipendenti dalla condotta che egli teneva.
-
- VI.
-
- 1404, 11 _marzo_.
-
- Sotto nome di messer Maso suo padre, e all’insaputa dei Dieci di
- Balìa, ha commissione dai Signori di trattare con Carlo Malatesti
- per far pace tra il Comune di Firenze e il Duca di Milano.
-
- VII.
-
- 1404, 26 _aprile_ — 11 _maggio_.
-
- Torna a Firenze per commissione del Malatesti a proposito di questo
- trattato.
-
- VIII.
-
- 1404, 24 _maggio_ — 6 _giugno_.
-
- Torna di nuovo pel trattato stesso.
-
- IX.
-
- 1404, 11 _agosto_ — 4 _settembre_.
-
- Mandato dal Malatesti per accordare la Repubblica di Firenze con
- gli Ubertini e i Conti di Bagno.
-
- X.
-
- 1405, 1-11 _gennaio_.
-
- Essendo Potestà di Città di Castello è mandato da quel Comune a
- visitare il cardinale Landolfo Maramaldo vescovo di Bari.
-
- XI.
-
- 1405, 18 _gennaio_ — 2 _febbraio_.
-
- Viene a Firenze per esporre certe doglianze del re Ladislao in
- aggravio dei Fiorentini.
-
- XII.
-
- 1405, 3-14 _febbraio_.
-
- Sempre Potestà della Città di Castello va per commissioni private a
- Perugia e a Todi.
-
- XIII.
-
- 1405, 22 _febbraio_ — 29 _marzo_.
-
- Dai Castellani è mandato allo stesso Cardinale, e poi da questo
- a Napoli e quindi a Firenze per notificare alla Signoria ciò che
- aveva fatto col Re.
-
- XIV.
-
- 1405, 13-28 _settembre_.
-
- Per commissione della Signoria è mandato a Città di Castello e in
- altri luoghi per cagione della guerra che era tra’ Castellani e gli
- Ubaldini della Carda.
-
- XV.
-
- 1406, 6 _luglio_ — 15 _agosto_.
-
- Nuova commissione ai suddetti per le stesse cagioni.
-
- XVI.
-
- 1506, 24 _agosto_ — 9 _novembre_.
-
- Mandato a Innocenzio VII in Roma e al re Ladislao in Napoli per
- indurli a non dare aiuto a’ Pisani.
-
- XVII.
-
- 1406, 26 _novembre_ — 23 _dicembre_.
-
- Mandato a stipulare un accordo generale tra i Castellani co’ loro
- amici e gli Ubaldini.
-
- XVIII.
-
- 1407, 4-19 _gennaio_.
-
- A Perugia per la stessa pace.
-
- XIX.
-
- 1407, 20 _febbraio_ — 20 _marzo_.
-
- A Perugia per le cose stesse.
-
- XX.
-
- 1407, 17-28 _settembre_.
-
- Al Monte di Santa Maria per mettere accordo tra que’ Marchesi.
-
- XXI.
-
- 1408, 27 _giugno_ — 1 _luglio_.
-
- A Lucca per accompagnare Gregorio XII verso Siena a fare accordo
- con Paolo Guinigi.
-
- XXII.
-
- 1408, 2-20 _luglio_.
-
- Torna a Lucca per seguitare la detta commissione.
-
- XXIII.
-
- 1408, 18-31 _ottobre_.
-
- Essendo de’ Dieci al governo di Pisa è mandato per comporre certa
- differenza tra il Capitano di Livorno e quello del Porto Pisano.
-
- XXIV.
-
- 1409, 19-22 _gennaio_.
-
- A Niccola castello di Lunigiana e a Sarzana per questione di
- confini col Governatore di Genova.
-
- XXV.
-
- 1409, 24 _aprile_ — 3 _maggio_.
-
- Ambasciatore ai Cardinali radunati in Pisa per il Concilio.
-
- XXVI.
-
- 1410, 21-22 _settembre_.
-
- Essendo Potestà di Prato è mandato a Firenze da quel Comune per una
- questione di gravezze.
-
- XXVII.
-
- 1410, 10-17 _novembre_.
-
- A Siena mandato dalla Signoria di Firenze per un trattato di pace
- col re Ladislao.
-
- XXVIII.
-
- 1410, 21-26 _dicembre_.
-
- Di nuovo a Siena per la conchiusione di detta pace.
-
- XXIX.
-
- 1412, 23 _maggio_ — 16 _giugno_.
-
- Mandato dai Sei della Mercanzia a Ferrara e a Venezia per certe
- gravezze imposte in questa città sui forestieri.
-
- XXX.
-
- 1413, 1-11 _gennaio_.
-
- Mandato di commissione privata a Rimini a cercare accordo tra
- Giovanni XXIII e Gregorio XII.
-
- XXXI.
-
- 1414, 6-18 _maggio_.
-
- A Siena per incontrarsi con ambasciatori del re Ladislao.
-
- XXXII.
-
- 1414, 8 _ottobre_ — 23 _dicembre_.
-
- A Napoli per trattare accordo tra Giovanni XXIII e la regina
- Giovanna II.
-
- XXXIII.
-
- 1418, 29 _settembre_ — 7 _novembre_.
-
- Fa parte della grande ambasceria mandata al nuovo Papa Martino V
- che egli accompagna da Pavia a Milano fino a Mantova.
-
- XXXIV.
-
- 1420, 9-12 settembre.
-
- Mandato con altri ad accompagnare papa Martino da Firenze sino ai
- confini di Siena.
-
- XXXV.
-
- 1421, 25 _settembre_ — 1422, 2 _gennaio_.
-
- In Roma a papa Martino e quindi in Napoli alla regina Giovanna e
- poi ad Alfonso d’Aragona ch’era in campo contro a Luigi d’Angiò con
- varie commissioni e della Signoria di Firenze e del Papa.
-
- XXXVI.
-
- 1423, 19 _marzo_ — 13 _aprile_.
-
- Al Legato di Bologna e quindi a Venezia dove insieme con gli
- ambasciatori del Duca di Savoia tratta l’accordo tra l’Imperatore e
- quella Signoria.
-
- XXXVII.
-
- 1423, 22 _aprile_ — 6 _maggio_.
-
- Di nuovo al Legato di Bologna per alcune mosse del Duca di Milano.
-
- XXXVIII.
-
- 1423, 7-23 _maggio_.
-
- Di nuovo a Bologna per trattare un accordo col Legato.
-
- XXXIX.
-
- 1423, 7-17 _giugno_.
-
- Di nuovo a Bologna per le stesse cose.
-
- XL.
-
- 1423, 31 _agosto_ — 1 _dicembre_.
-
- A Carlo re e Pandolfo Malatesti, il quale essendo Capitano dei
- Fiorentini, l’Albizzi rimane presso lui commissario nella guerra
- contro al Visconti.
-
- XLI.
-
- 1424, 31 _gennaio_ — 26 _febbraio_.
-
- A Ferrara per la riconciliazione tra il Comune di Firenze e il Duca
- di Milano.
-
- XLII.
-
- 1424, 2-22 _maggio_.
-
- A Venezia per mantenere quella Signoria nella Lega contro al
- Visconti.
-
- XLIII.
-
- 1424, 30 _maggio_.
-
- Stando a Pratovecchio ha commissione di ricercare gli andamenti di
- un certo sbandito.
-
- XLIV.
-
- 1424, 5 _giugno_.
-
- Dallo stesso luogo per cose private.
-
- XLV.
-
- 1424, 19 _giugno_ — 28 _novembre_.
-
- Ambasciatore a Martino V perchè si dichiari contro al Duca di
- Milano.
-
- XLVI.
-
- Commissione di trattare essendo in Roma per la pace col Duca.
-
- XLVII.
-
- 1425, 11 _luglio_ — 1426, 20 _gennaio_.
-
- Di nuovo a Roma per la detta guerra.
-
- XLVIII.
-
- 1426, 1 _febbraio_ — 11 _giugno_.
-
- All’Imperatore in Vienna e quindi nell’Ungheria allo Spano per
- la pace tra detto Imperatore e la Repubblica di Venezia; poi a
- Venezia, a Ferrara e a Bologna per la pace col Visconti.
-
- XLIX.
-
- 1427, 28 _ottobre_ — 1428, 13 _gennaio_.
-
- A Venezia di nuovo per conchiudere la detta pace.
-
- L.
-
- 1429, 16-19 _giugno_.
-
- Va incontro al Principe di Salerno nipote di Martino V.
-
- LI, LII, LIII.
-
- 1429.
-
- Qui è laguna nel manoscritto, supplito ampiamente nella edizione;
- Rinaldo, prima Vicario in Valdarno è uno dei Conservatori di Legge,
- va poi Commissario contro ai Volterrani ribellati.
-
- LIV.
-
- 1429, 15 _dicembre_ — 1430, 21 _marzo_.
-
- Uno dei Commissari nella guerra contro Lucca (a questa Commissione
- va unito gran numero di sue lettere private).
-
- LV.
-
- 1431, 2-3 _giugno_.
-
- È mandato dai Dieci a dare il bastone di Capitano generale a
- Micheletto degli Attendoli.
-
- LVI.
-
- 1433, 8-21 _febbraio_.
-
- In Siena all’imperatore Sigismondo.
-
-Seguono in fine al III volume delle Commissioni quattordici Appendici
-concernenti tra molte altre cose una disputa di filosofia religiosa che
-Rinaldo sostenne da giovane, il grado e l’uffizio di Senatore di Roma
-che egli tenne i primi sei mesi del 1432, la portata dei suoi averi, i
-testi delle sentenze pronunziate contro Rinaldo degli Albizzi, il tempo
-della sua morte e cose risguardanti la sua famiglia ec.
-
-
-
-
-Nº VII.
-
-(Vedi pag. 250.)
-
-
-TRE LETTERE DELLA SIGNORIA DI FIRENZE A NERI CAPPONI, ORATORE A SIENA,
-PER IL CASO DI BROLIO. OTTOBRE 1434.
-
-(Dal Registro originale ad an. nel R. Archivio di Stato.)
-
- _Nerio Gini._
-
- Karissimo nostro. Noi siamo avisati da te della perfecta
- dispositione et optima volontà de la Signoria di Siena, et quanto
- cordialmente dispiace loro il caso di Brolio. Et quanto se offerano
- con ogni loro possa per correggier questo scandolo. Commendiamo
- la tua diligentia, et siamo più che certi de la perfecta volontà
- di cotesti magnifici Signori et karissimi fratelli nostri. Et
- perchè queste sono cose che al tutto bisogna che sieno corrette et
- gastigate, sì per honore di Comune, sì etiandio per dare exemplo
- agl’altri che non ardischino d’atentare simile materia, ci pare
- necessario di ragunare le forze et monstrare a messer Antonio
- l’error suo. Et pertanto sarai con cotesti magnifici Signori
- et ringrazierali de l’offerte per parte di questa Signoria, et
- richiederali che voglano concorrere insieme con noi colle forze
- loro, o almeno con parte d’esse forze, acciò ch’el caso di messer
- Antonio si corregga, o per forza, se lui vorrà pure perseverare
- nella sua audacia, o per altra via; perchè non dubitiamo che,
- vedendo messer Antonio le forze de’ Sanesi et nostre concorrere
- contra lui, piglerà partito di levarsi da tale temerità. Intorno
- a questa parte d’aver le forze di cotesta Signoria, metterai ogni
- diligenza; chè non dubitiamo sarà facile, vedute le proferte loro
- et la loro optima dispositione. Oltra di questo richiederai cotesti
- magnifici Signori che voglano in tutte l’altre cose apartenenti
- a correptione di questo facto procedere, et con restrignere i
- congiunti di messer Antonio et con fare gl’altri rimedii che
- si soglon fare contra i citadini inobedienti et concitatori di
- scandoli et di brighe. Noi da l’altra parte manderemo et genti
- d’armi et fanti a piè et provederemo a tutte le cose oportune per
- raquistare il Castel nostro, occupato sotto nostro salvocondotto
- sanza alcuna lealtà o fede; però ch’el nostro honore richiede che
- così facciamo, nè vediamo poter fare di meno. Dat. Florentie, die
- XII octobris 1434.
-
- _Nerio Gini._
-
- Karissimo nostro. Per l’altra lettera ti scriviamo quanto in verità
- richiede l’onor del Comune nostro, et così voglamo che tu mandi
- ad executione. Pur nientedimeno nel segreto, ci pare che, potendo
- acconciare la cosa per via di concordia sanza entrare in briga
- d’avere a metter campo et simili cose, sia miglior partito et molto
- più utile. Et pertanto, quello che ti scriviamo ne l’altra lettera,
- sia aperto et in dimostratione. Et s’elli s’adopera quella via,
- adoperisi ad effecto che l’amico discenda a voler lasciare i’ luogo
- di concordia. Et nientedimeno, per tutte l’altre vie che ti paiono
- verisimili et apte a partorir concordia, seguiterai, perchè nel
- vero è pur utile non avere a far pruova. Et se pure tu diliberi
- d’andare personalmente, guarda di giucar del sicuro.
-
- Hora, tu se’ molto intendente, adopera come tu credi che ben sia.
- Dat. Florentie, die XII octobris 1434.
-
- _Nerio Gini._
-
- Noi abbiamo questa mattina una tua lettera de’ dì XIII et hieri
- n’avemo una de’ dì XII a hore XVI, et abbiamo le copie de le
- lettere scripte a messer Antonio et de le sue risposte, et anchora
- la copia de la lettera scripta a te. Tutto raccolto comprendiamo
- che lui desideri sommamente l’acordo. Per la tua ultima ci chiedi
- risposta. Noi ti rispondemo a’ dì XII, et mandamoti le lettere
- per Victorio nostro cavallaro. Sì che noi teniamo che a dì XIII di
- buona hora, tu dovessi havere la risposta che tu cerchi da noi; et
- quanto allora ti scrivemo manderai ad executione. Quelle ti mandamo
- per Victorio furono due lettere. Ne la prima ti commettavamo che
- tu richiedessi la Signoria di Siena delle loro forze et genti per
- strignere messer A. a lasciar quello luogo o torglele per forza, et
- simile che tu richiedessi la Signoria di Siena a procedere contra
- messer A. et contra le cose sue et suoi congiunti. Nè l’altra
- lettera era in secreto, che a noi pareva più utile seguitare la
- via de l’acordo per non avere a entrare in difficultà di por campo
- etc. Hora questo era l’effecto de le due lettere sotto brevità; et
- così metterai ad executione. Parlandosi d’acordo, monsterrai fare
- da te et non per nostra commissione, et monsterrai questi essere
- tuoi pensieri et tuoi avisi. Veggiamo che tu aspecti risposta da’
- Sanesi, et pensiamo che da messer A. tu harai con buono modo già
- sentito et tastato dove gli va il pensiero. Di tutto aspectiamo
- aviso da te, et tu colla tua usata prudentia seguita in quel modo
- ti parrà più utile. Et di costì non partirai sanza nostra licenza.
- Dat. die XIIII octobris 1434.
-
-
-
-
-Nº VIII.
-
-(Vedi pag. 362.)
-
-
-ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE
-FERRANDO. RISGUARDA LE COSE DI CITTÀ DI CASTELLO, TENUTA DA NICCOLÒ
-VITELLI.
-
-(Codice nº 22, manoscritto appresso di noi.)
-
- Primo, che la Santità di Nostro Signore per il passato è stata
- infamata con le calumnie. Che per la benevolenza che portava
- a messer Nicolò Vitelli, gli consentiva che tenesse la Città
- di Castello in tirannia, con carico et vittuperio della Sede
- Apostolica; et che poteva sodisfare all’honor di Santa Chiesa,
- et indur quella Città a obedienza d’essa, et non voler che, per
- l’amicitia sua, stesse alienata dal Dominio Ecclesiastico; et che
- se haverebbe in breve tempo che con questo esempio molte altre
- terre della Chiesa verrebbono ad essere in peggior conditione di
- detta Città, et lo stato della Chiesa, in tempo suo, si verrebbe
- ad anichilare et perdere. Et perchè S. S., dessiderando di purgar
- quest’infamia, più volte ha fatto intendere a messer Nicolò che
- l’amava, et che se egli amava S. S. et l’honor di S. Chiesa,
- deverebbe mostrare obedienza, et farla monstrare anco a detta
- Città, et l’uno, et l’altra saltem monstrarla con il segno di
- venire a far riverenza a S. Beatitudine alla quale poteva venir
- sicuramente; et già sono tre anni, che mai ha voluto venire; et,
- _quod peius est_, i Governatori mandati per S. S. _fuerunt potius
- gubernati quam gubernatores_. Onde sa Dio che S. S. continuamente
- ha hauto gran dispiacere di mente per l’honor di S. Chiesa, et per
- l’amor che porta a esso messer Nicolò.
-
- Doppo, è seguita l’esperienza dell’infamia data a S. S., cioè che
- per essempio di quella città, l’altre della Chiesa venivano in
- peggior conditione, come si è visto di Todi et di Spoleto, in modo
- che S. B. è stata necessitata mandar le genti d’arme et esseguire
- quel che è seguito. Et trovandosi dette genti in ordine, vedendo il
- Legato che si erano accquetate le terre mosse già con l’essempio
- di Città di Castello, et che l’esemplare rimaneva; ricordandosi
- che quando il Cardinal di S. Sisto fu in Milano, il signor
- Duca non solo laudò l’impresa perchè messer Nicolò si riducesse
- all’obbedienza con la detta città, ma confortò che per honor di
- S. S. et di S. Chiesa si dovesse fare ogni opera per ridurcelo, et
- volesse veder particolarmente se messer Nicolò era nominato nella
- lega per collegato; la Maestà del Re, dubitando se fosse obbligato
- a difenderlo, e trovando che N. S. disse che la cosa stava bene et
- che si poteva fare; ricordandosi adunque di questo il Legato, et
- considerando che il Duca et i Fiorentini sono una cosa medema; gli
- parve (et così ancho teneva per certo S. S.) che non solo il Duca
- et i Fiorentini non fossero per opporsi, ma per agiutar S. S., per
- rendere et usar gratitudine de i beneficii fatti da lei all’uno
- et all’altro, et dell’amore che ha portato loro, massime essendo
- giustissima la dimanda et impresa di S. S.; con voler solo la vera
- obedienza, la quale per nulla ragione se li può negare.
-
- Et certissima causa è che, quando alcuno dei sudditi dell’altre
- Potenze d’Italia non prestassero la debita obedienza, non si
- comportaria, et non solo si cercaria che tornassero all’obedienza,
- ma s’esterminariano ad essempio degli altri; et a questo effetto
- gli pareria, bisognando, che ogn’uno fusse tenuto d’aiutarli.
- Et, _ne longe exempla petantur_, quando Volterrani, non sudditi
- dei Fiorentini, mancorno della sola devotione loro, i Fiorentini
- vi mandarono il campo et chiesero a S. S. aiuto. La quale, per
- l’amicitia che teneva seco et benevolenza che portava a quella
- Comunità, gli aiutò di grandissimo animo con le gente d’armi
- a sue spese. Onde saria stato et saria molto più giusto che,
- ricercando S. S. l’obbedienza immediate da messer Nicolò, subito
- ciaschuna dell’altre Potenze non solo se gli fosse opposta, ma
- havesse prestato et prestasse aiuto et favore al giusto et honesto
- dessiderio di S. S. Et certamente che se li è opposto et oppone,
- tocca il cuor di S. S., così come haveria toccato a ciascun di
- loro se gli fusse stato fatto il simile; nè possono negare che non
- si siano portati più ingratamente che habbiano potuto verso S. B.
- Et tanto più hanno monstrato il poco rispetto che hanno hauto a
- quella, quanto che è bastato loro l’animo d’affermare messer Nicolò
- esser tra li raccomandati della Lega particolare; et per questo
- volerlo mantenere a non prestar la debita obedienza a S. S.: il che
- con nulla ragione si potrà mai monstrare che lo possan fare.
-
- Et tanto meno, quanto mai messer Niccolò non fu dato per
- raccomandato, nè per la Maestà del Re, nè per il signor Duca di
- Milano nè per li Fiorentini nè per la Lega particolare. Et se
- dai Fiorentini fu nominata Città di Castello, ella però in quel
- tempo era suddita del Papa, nè per detta nominatione se li poteva
- levare la vera obedienza; _imo_, denegandosi S. S. veniva ad esser
- grandemente offesa et lacessita, _adeo_ che tutte l’altre Potenze
- per vigor della lega generale son tenuti et obligati difendere
- et aiutar S. S.; et molto più i Fiorentini che gli altri, per
- haver veduto l’essempio et provato l’esperienza in S. B., nel
- caso di Volterra, la quale era stata nominata da Papa Pavolo
- per raccomandata, et non era suddita dei Fiorentini nè tenuta
- all’obedienza de quelli, come è tenuto messer Niccolò, non nominato
- in nessuna Lega, a S. S.: et conseguentemente non procedevano
- contra Volterrani con quella giustificatione che procede S. B. Et
- nondimeno, quella prestò loro aiuto et favore, senza allegar tal
- denominatione; mostrando fare stima dei Fiorentini et amarli. Et
- per molti altri benefitii che ha fatto S. S. a quella Città, et
- massime a Lorenzo, il quale fra gli altri beneficii che ha recenti
- da S. B., ha guadagnato con quella un Tesoro.
-
- Et in quanto si supplica S. S. che voglia haver per raccomandato
- messer Nicolò, si risponde che la Maestà del Re sa che, havendo
- prima fatto supplicare S. B. che riceva in gratia decto messer
- Nicolò, fu risposto che sempre l’ha amato et ama, et è contenta
- S. B. riceverlo in gratia, con questo che gli presti la debita
- obedienza, nel modo che S. S. rispose all’ambasciatore, mandato
- da messer Nicolò, et secondo il tenor dei Brevi mandati. Et a
- questo fine S. B. ha scritto a Fiorenza all’ambasciatore che debbia
- eseguire. Et se il signor Duca et i Fiorentini non sono in tutto
- alieni da ogni honestà et giustitia, non solo non consentiranno
- a quello et non si opponeranno ma favoriranno, acciò sia (come è
- ragionevole) sodisfatto all’honesto dessiderio di N. S., il quale
- certamente merita di esser commendato, aiutato et favorito, quando
- non si vogliano portar seco malignamente et non haver rispetto nè a
- Dio nè alla giustizia.
-
- Et in quanto a quel che per parte loro si domanda, cioè che S. S.
- desista dall’impresa, S. S. resta pessimamente sodisfatta di tal
- rechiesta, la quale tocca l’honor di quella et di S. Chiesa; il
- quale honore S. B. è solita di preporre a tutte le cose di questo
- Mondo, et alla vita propria. Et veramente se da essi Signori gli
- fusse domandato quanto ha et di quanto può lecitamente disporre, lo
- concederia volontieri et più presto che desistere da così giusta
- impresa, per lo grandissimo vittuperio et infamia che ne segueria
- a S. S., l’honore et reputation di cui sarriano ad un tratto
- seppeliti; oltre il grandissimo et incomparabil danno et pericol di
- perdere con sì fatto essempio tutto lo Stato della Sede Apostolica
- etc.
-
- Per le quali ragioni et molte altre, che giustissimamente muoveno
- la mente di S. S., havendo già incominciato l’impresa et proceduto
- tanto inanzi, sarrebbe troppo grave errore il lassarlo, ad ingiusta
- requisitione di qual si voglia. Et perciò sta in fermo et constante
- proposito di voler la vera obedienza di messer Nicolò et da quella
- città, come è pur giusto nè si può negare con ragione.
-
-
-
-
-Nº IX.
-
-(Vedi pag. 370, 384.)
-
-
-La _Confessione_ che segue fu scritta da Giovan Battista da Montesecco,
-mentre era in carcere dopo la Congiura e il giorno innanzi ch’egli
-morisse. Ma convien dire che avessero a lui promesso la vita salva, e
-che il pover uomo se lo tenesse per certo, perchè in altro modo non
-s’intenderebbe come avesse egli potuto distendere quella scrittura,
-dove appare tranquillo animo, il linguaggio essendo piano, scorrevole
-e ordinato bastantemente. Ebbe essa le firme del Potestà di Firenze,
-di due Priori e quattro Monaci di Badia, di San Marco e di Cestello, i
-quali attestarono avere veduto cogli occhi loro il Montesecco scrivere
-la dichiarazione, dove egli afferma essere sua quella scrittura che ad
-essi stava allora innanzi. Si è detto come Bartolommeo Scala Segretario
-la inviasse ai maggiori potentati in un con altre giustificazioni
-della Repubblica e in risposta al Breve di Sisto IV. Confessa lo Scala
-avere tolti via per _buone ragioni_ alcuni passi della Confessione,
-e il manoscritto ha veramente alcuni spazi lasciati in bianco e da
-noi segnati con puntolini; potevano essere parole che irritassero,
-contro all’intenzione di Lorenzo, il re Ferrando, il che riesce assai
-probabile in quel luogo dove il Montesecco, a fine di _pungere_ e
-_riscaldare_ Jacopo dei Pazzi, accenna ai favori che avrebbe l’impresa;
-nè il crederlo disdice per le altre lacune. Le sottoscrizioni aggiunte
-alla Copia nel giorno della pubblicazione sono è vero della Curia di
-un Arcivescovo ch’era tutto devoto a Lorenzo; ma il fatto appunto
-delle lacune è buono argomento a dimostrarne l’autenticità. Fu
-divulgata quattro mesi dopo: ma che di pianta fosse inventata, oltre
-che ne sembra essere impossibile, reputiamo che un falsario il quale
-avesse voluto da cima a fondo servire a Lorenzo, l’avrebbe scritta in
-altro modo. Quella scena che ivi si narra come avvenuta in Camera del
-Papa, pare a noi che abbia di que’ caratteri che non si mentiscono,
-e con pace dell’Alfieri io credo essere quello il vero Sisto. Noi
-pubblichiamo l’Originale archetipo di quella Scrittura che andò alle
-Corti tale qual’è in questo Archivio di Stato: fu stampata la prima
-volta sopra una copia e con qualche menda dall’Adimari tra’ Documenti
-aggiunti alla _Coniuratio Pactiana_ di Angelo Poliziano, Napoli 1769,
-ma senza le ultime sottoscrizioni; in questo modo fu riprodotta poi dal
-Fabroni e da più altri.
-
- Questa serà la confessione, la quale farà Giovan Baptista da
- Monte Secco de sua mano propria, in la quale farà chiaro a omne
- uno l’ordene et el modo dato per mutar lo stato de la ciptà de
- Fiorenza, comentiando dal principio infine alla fine, nè lasciando
- cosa alchuna inderietro, _imo_ i’ narrando tucte le persone con
- chi lui n’aveva hauto colloquio, e particularmente narrando le
- punctali parole hauto con tucti quelli chon chi n’à parlato. E
- prima con l’Arcivescovo e Francescho de’ Pazzi ne parlai in Roma,
- in la camera del detto Arcivescovo, dicendome volerme revellare
- uno suo secreto e pensiero, che havevano più tempo hauto in core;
- e qui con sacramento volse che io gli promettessi tenerli secreti,
- nè de questa cosa parlarne nè non parlarne si non quanto saria el
- bisogno, e quanto pareria e vorria a loro; et io così gli promisi.
-
- L’Arcevescovo comenciò a parlare, facciendome intendere como lui
- e Francesco avevano el modo a mutar lo Stato di Firenza, e che
- determinavano ad omne modo farlo, e che ci voleva l’aiuto mio. Io
- glie respuosi che per loro faria ogni cosa, ma essendo soldato del
- Papa e del Conte, io non ci podeva intervenire. Lor mi rispuoson:
- Como credi tu che noi facemo questa cosa sanza consentimento
- del Conte? _imo_ ciò che si cercha e che se fa, per exaltarlo e
- magnificarlo, chosi lui chome noi, e per mantenerlo i’ nello Stato
- suo; avisandoti che se questa cosa non se fa, non glie daria del
- suo Stato una fava; perchè Lorenzo de’ Medici glie vol mal di
- morte, nè credo che sia huomo al mondo, a chi lui voglia peggio;
- e dopo la morte del Papa non cercherà mai altro che torgli quello
- poco Stato, e farlo mal capitar de la persona, perchè da lui se
- sente grandemente ingiuriato. E volendo io ’ntender el perchè e
- la cagione Lorenzo era così inimico del Conte, mi disse cose assai
- sopra a questa parte, e della Depositeria e dell’Arcievescovato di
- Pisa, e più cose che seriano longhe a scrivere; e in fine fu facta
- questa conclusione, che dove concorreva l’onore e utole del Conte
- et el lor, io mi sforzaria a fare _iuxta posse_ tucto quello che
- pel Conte me sarà comandato. E tucte queste cose furono commune
- frallo Arcievescovo e Francesco, e che un altro dì se devesse
- essere insieme et con il Conte proprio, e pigliar determinatione
- de quello s’aveva da far; et così se remase etc. La cosa rimase
- così per parechie giorni, nè me fo dicto altro; ma bene so che fra
- l’Arcievescovo e Francesco et el Signor Conte ne fo in questo tempo
- parlato più volte.
-
- Dapoi, un giorno fui chiamato dal signor Conte in chamera sua, dove
- era l’Arcievescovo, et comentiò a parlarsi de novo de questa chosa,
- dicendome el Conte: L’Arcievescovo me dice che t’anno parlato d’una
- faccienda, che havemo alle mane: que te ne pare? Io gli respuosi:
- Signor, non so que me ne dire di questa cosa, perchè non la intendo
- ancora; quando l’averò intesa, dirò el mio parere. L’Arcivescovo:
- Como non t’ò io dicto, che volemo mutar lo Stato in Fiorenza?
- Madiasì che me l’avete decto, ma non m’avete dicto el modo; che
- non havendo inteso el modo, non so que ne parlare. Allora e l’uno
- e l’altro ussino fuora, e comenciorono a dire della malivolenza
- e malanimo, che el Magnifico Lorenzo haveva contra de loro, e ’n
- quanto pericolo era lo Stato del Conte dopo la morte del Papa; et
- che mutandosi dicto Stato, saria uno stabilire el signor Conte da
- non posser haver mai più male; e che per questo si voleva fare ogni
- cosa. E demandandogle io del modo e del favore, me dissero: noi
- haveremo questo modo, che in Fiorenza è la Casa de’ Pazzi e de’
- Salviati che se tirano dietro mezzo la cictà de fora _etc._...[578]
- Bene; havete voi pensato el modo? El modo lass’io pensare a
- costoro, che dicono non possersi fare per altra via che taglare a
- pezzi Lorenzo e Giuliano, et haver poi preparate le gienti d’arme,
- et andarsene a Fiorenza; e che bisogna accumulare queste giente
- d’arme in modo che non se dia suspecto, chè non dandose suspecto,
- ogni cosa verria bene facta. Io gli respuosi: Signore, vedete
- quel che voi fate: lo vi certifico, che questa è una gran cosa;
- nè so como costor se lo possano fare, perchè Fiorenza è una gran
- cosa, e la Magnificenzia di Lorenzo ci à una grande benevolenzia,
- secondo io intendo. El Conte disse: Costoro dicono el contrario,
- che ci à poca gratia et è malissimo voluto; e che, morti loro,
- ognuno giungerà le mani al Cielo. L’Arcievescovo usse fuora e
- disse: Giovan Batipsta, tu non se’ stato mai a Firenza; le cose de
- là e la cognitione di Lorenzo noi le ’ntendiamo meglio de voi, e
- sappiamo la benevolentia e malavolentia ch’egli à in nel popolo;
- e de questo non dubitar, ch’ella reussirà como noi siamo qui.
- Tucto el facto è che cie resolviamo del modo. Bene; que modo ci è?
- El modo si [è] riscaldar messer Iacomo, che è più freddo che una
- iaccia; e como haviamo lui, la cosa è spaciata nè n’è da dubitar
- puncto. Bene; a Nostro Signore como piacerà questa cosa? E’ me
- respuosoro: Nostro Signore li farimo sempre fare quello vorremo
- noi; et anchora la Sua Sanctità vol male a Lorenzo; desidera
- questo più che altro che sia. Avetenegle voi parlato? Madiasì,
- e faremo che te ne dirà anchora a te, e te farà intender la sua
- intentione. Pensamo pure in que modo possiamo metter le giente
- d’arme insieme sanza suspecto, che l’altre chose passeranno tucte
- bene. Fo preso el modo de far far la mostra, e de mutar le genti
- d’arme da stantia a stantia, e mandar quegli del Signor Napolione
- in quello de Todi e de Perusia, e così el signor Giovanfrancesco
- da Gonzagha; e così fo dato ordine. Da poi comenciò andar per el
- tavoliero el facto del Conte Carlo, e per dicta casione bisognò
- mettere insieme ognuno, chè l’ebero molto caro. Et essendo il campo
- del Conte Carlo in quello de Siena, et comprendendose chiaramente
- la cosa non haver durata, fu facta deliberation d’andare a campo a
- Montone, e tenere in tempo l’assedio più che se posseva, a chagion
- che costoro havesser tempo a dare ordene alla expedizione della
- faccienda; et per decta casione venne Francesco de’ Pazzi in quel
- tempo qui in Fiorentia con demostration de fugir l’aiere, e fo
- a questo effecto. Et essendo stato decto Francesco per alchuni
- giorni, scrisse a Roma all’Arcievescovo como passavano le cose,
- e che bisognava riscaldare et pungier messer Iacomo, e farglie
- intendere tucti e favori se arà in questa cosa _etc._,...[579]
- et il modo delle gienti d’arme; e tucto quello favore se podeva
- havere, farglielo intender chiaramente; et intesolo se lassasse poi
- el pensiero a lui, che a tucto daria buono ordene. Et accadendo
- in quello medesimo tempo la malattia del signor Carlo di Faenza,
- et essendo stato longo tempo amalato, venne in pericolo de morte.
- Et dubitandose assai della morte sua, parse al Conte et allo
- Arcievescovo havere scusa licita di mandarme qui, con intention che
- io vedesse i modi de questa cictà et anchora del Magnifico Lorenzo,
- et che io parlasse con seco, e intendesse da lui, volendo el Conte
- cerchar de aravere[580] el suo stato, cioè Valdeseno, que favore
- se podeva haver da Sua Magnificentia e da questa Republica per
- suo mezzo; e che glie fesse intendere, che il signor Conte sperava
- più in sua Magnificentia che persona del mondo, e che in questo io
- intendesse el consiglio et el parere suo. E che gle fesse ancora
- intendere che, non obstante alchune chose fossero state fra loro,
- el Conte le voleva buttar tucte da parte, e in omne cosa desponerse
- a compiacerlo, et haverlo in loco de patre; e con molte altre buone
- parole apresso, quale erano la maggior parte simulate. Et arrivando
- io qui tardi la sera, non poti’ parlare con Sua Magnificentia.
- La mattina andai a trovarlo, e se ne venne di socto, vestito a
- nero per la morte dell’Orsino, et fomo insieme; nè altramente me
- respuose che si fosse stato patre del Conte, nè con altro amore;
- in modo che a me fe’ maravigliare, havendo inteso da altri et poi
- ritrovandolo così ben disposto in le cose del Conte, che veramente
- non s’averia possuto parlar per niuno fratello più amorevolmente,
- che me parlò, dicendome: Tu te ne girai a Imola, et vederrai chome
- trovi le chose, e daraimene aviso de quello te parerà s’abbia a
- fare dal canto nostro, chè tucto si farà sensa manchar de niente
- per satisfar alla Signoria del Conte, al quale e in questo et in
- omne altra cosa me sforserò sempre a satisfarlo.... con li più
- amorevoli ricordi, che possesse mai patre a figliuolo; li quali
- ricordi li tacerò per bene. La sua Magnificentia gli deve bene
- havere a memoria: pur quando gli parrà che io li chiarisca, pensece
- bene e diamene aviso, che io li chiarirò.
-
- Da poi me n’andai all’ostaria de la Campana a disinare; e havendo a
- parlar con Francesco de’ Pazzi e con misser Iacomo pur de’ Pazzi,
- a’ quali haveva lettere di credenza del signor Conte e dello
- Arcievescovo, infin che si desinò, mandai a intendere que n’era
- de loro. Me fo decto, che Francesco era andato a Lucca; e non
- c’essendo, mandai a dire a misser Iacomo predecto, che io haveva
- bisogno de parlarli, e de cose de importanza, et che se voleva
- che io andasse a casa sua, che io anderia, e se lui volea venire
- all’ostaria, che io l’aspectaria. Misser Iacomo predecto venne
- all’ostaria da la Campana, dove lui e mi cie ritirassimo in una
- chamera in secreto, e per parte del Nostro Signore el confortai
- e salutai, e così da parte del signor Conte Hieronimo e dello
- Arcievescovo, dei quali Conte et Arcievescovo io havia una lettera
- credential per uno. Le appresentai; le lesse, e lecte disse: Che
- havemo noi a dire, Giovanbaptista? havemo noi a parlar de Stato?
- Dissi, madiasì. Me respuose: Io non te voglio intender per niente,
- perchè costoro se vanno rompendo el ciervello, et voglion deventar
- Signori de Fiorenza; et io intendo meglio queste cose nostre de
- loro; non me ne parlate per niente, che non ve voglio ascoltar. E
- persuadendolo pure io all’ascoltarme, se contentò d’intendermi.
- Que voi tu dire? Io vi conforto da parte de Nostro Signore, con
- el quale, prima che io partissi, gle parlai; e presente el Conte
- e l’Arcivescovo, me disse Sua Sanctità, che io vi confortasse a
- spedir questa causa de Fiorenza, perchè lui non sa in que tempo
- possa accadere un altro assedio de Montone da tenere sospese e
- insieme tante giente d’arme e così appresso al vostro terreno; et
- essendo pericoloso lo indutiare, ve conforta a far questo. Madiasì,
- che Sua Sanctità dice che vorria sequisse la mutatione dello Stato,
- ma senza morte de persona. E dicendoli io, presente el Conte et
- l’Arcievescovo: Padre Sancto, queste chose se potranno forsi mal
- fare senza morte de Lorenzo et de Giuliano, e forsi degli altri;
- Sua Sanctità me disse: Io non voglio la morte de niun per niente,
- perchè non è offitio nostro aconsentire alla morte de persona; e
- bene che Lorenzo sia un villano e con noi se porte male, pure io
- non vorria la morte sua per niente, ma la mutatione dello Stato
- sì. Et el Conte respuose: se farà quanto se poderà, acciò non
- intervengha; pur quando intervenisse, la Vostra Sanctità perdonarà
- bene a chi el fesse. El Papa respuose al Conte e disse: Tu si’ una
- bestia; io te dico: non voglio la morte de niuno, ma la mutatione
- de lo Stato sì. E così te dico, Giovanbaptista, che io dessidero
- assai che lo Stato de Fiorenza se mute, e che se leve delle man de
- Lorenzo, che ell’è un villano et uno cattivo homo, et non fa stima
- de noe: e tuctavolta ch’e’ fosse for de Fiorenza lui, farissimo de
- quella Republica quello vorissimo, et seria ad un gran preposito
- nostro. El Conte e l’Arcievescovo, che erano presente, dissero:
- La Sanctità Vostra dice el vero, chè quando aviate Fiorenza in
- vostro arbitrio e posserne desponere como porrete, si serà in man
- de costoro, la Sanctità Vostra metterà lege a mezza Italia, et omne
- uno haverà caro esserve amico: sì che, siate contento se faccia
- ogne cosa per venire a questo effecto. La Sua Santità disse: Io te
- dico che non voglio: andate e fate chome pare a voi, purchè non
- cie intervengha morte. E con questo ci levassemo denanzi da Sua
- Sanctità, facciendo poi conclusione esser contento dare omne favore
- et aiuto de giente d’arme od altro che acciò fosse necessario.
- L’Arcievescovo rispuse e disse: Padre Sancto, siate contento
- che guidiamo noi questa barcha, che la guidaremo bene. E Nostro
- Signore disse: Io sono contento. E con questo cie levassimo da i
- soi piedi, e reduciessemociene in chamera del Conte, dove fo poi
- discussa la cosa particularmente, e concluso che questa cosa non
- si posseva fare per niuno modo sanza la morte de costoro, cioè del
- Magnifico Lorenzo e del fratello. E dicendo io, esser mal facto, me
- respusero, che le cose grandi non se possevano fare altrimente; e
- sopra de ciò fo dati molti exempli, che seria longo a scriverle; et
- _finaliter_ fo concluso, che per intendere el modo, bisognava esser
- qui, e parlar con Francesco e misser Iacomo, e intendere a puncto
- quello era da fare, e intesolo mandare a effecto. Io fui qui. E
- non trovando Francesco, non volse[581] fare altra conclusione;
- se non che me disse: Vattene a Imola, e alla tornata tua sarà
- qui Francesco, et deliberarasse tucto quello sarà da fare. I’ me
- n’andai a Imola, dove stecti pochi giorni; perchè chosì haveva in
- commessione per la expeditione di decta causa. E i’ nel tornare a
- drieto foi a Cafagiuolo, dove trovai la Magnificentia de Lorenzo
- e de Giuliano, e havendo referte al Magnifico Lorenzo como haveva
- trovate le cose del Conte, me consegliò con le più cordiali et
- amorevole parole del mondo, dicendome che per el signor Conte
- haveva deliberato fare ogni cosa per farli intendere, che glie
- voleva esser buono amico. Et havendo Sua Magnificentia deliberato
- tornare a Fiorenza, cie ne venissimo di compagnia; dove per la
- via me fe intendere anchora più chiaramente quanto era el suo
- buono animo inverso del Conte, che lo tacerò, perchè seria longo
- lo scrivere. Arrivai in Fiorenza, e fui con Francesco, con el
- quale presi ordene de non partire quel dì, acciò che la nocte cie
- retrovassemo con misser Iacomo; e così fo facto. La nocte, dicto
- Francesco venne per me, e condusseme in camera de misser Iacomo,
- dove fo parlato assai de questa cosa, e la conclusione fo questa,
- che per la expedition bisognava più chose. Una che l’Arcivescovo
- fosse de qua, e che vedesse venir lì con qualche scusa licita,
- in modo non desse suspecto, e a questo lassava pensarlo al Conte
- e a lui; e che alla sua venuta se piglierà poi forma de quello
- s’avesse a fare. E che si fesse cifre, per le quali si possessi
- scriver bene, e che non dubitava (havendo el favor delle gente del
- Papa _etc._).... che la cosa non venissi facta; ma che per farla
- netta, bisognava che uno dei doi fratelli fussero fora; et che
- immediate che la cosa havesse questo di certo, la spacciariamo. Et
- che tra el Magnifico Lorenzo e ’l Signor di Piombino si tractava
- parentado per Giuliano, e sequendo, seria necessario un de’ loro
- andassi là, el quale andava, la cosa era spacciata. Ma essendo
- tucti due in la cictà, per niente non voleva fare, perchè non gli
- pareva posser reuscirle. E Francesco diceva altremente, che ad omne
- modo si faria; e sempre gl’andò per la mente, in chiesa o a giuoco
- di carte o a nozze, pur che fussino tucti dua in uno loco, gle
- bastaria l’animo di farlo; et che non ci voleva se non pochi con
- seco; et recercomene a me, che io volessi quello che mai el volsi
- fare. Lui disse, trovaria el modo bene a questo, e che si desse pur
- più tempo che se poteva, e mandassesi l’Arcievescovo in qua, che
- a tucto si daria bene expeditione; e che di tucto quello s’avessi
- a fare, s’aviseria. Intesa la conclusion, me n’andai a Roma e
- referi’ tucto al Conte e allo Arcievescovo; e subito fu presa per
- el Conte deliberation de mandare l’Arcievescovo sotto color de le
- cose de Favenza _etc._; e a me me ordinò me n’andassi a Imola con
- cento provisionati e con quello poche giente d’arme, che gl’erano,
- stesse preparate ad omne requisitione de costoro, et _etiam_ con
- i soi popoli etc.... Io me parti’ et andamene a Imola e da poi a
- Montugi; e fui una nocte con misser Iacomo e con Francesco, e figli
- intendere l’ordine dato da ogni banda, e che questa chosa bisognava
- expeditione, et da parte _etc._... del Conte gle solicitai assai
- a dicta expeditione, prima che el campo se devidesse. Loro me
- respusero, che non li bisognava sproni ma morso, e che ad omne
- modo vederla expedirlo in questo tempo, e che io stessi preparato,
- che sperava avisarme presto quello havessi a fare, e che al suo
- adviso non preterisse niente; et io dissi di farlo, e con questo
- me n’andai. E non trovando costoro commodità de farlo in quel
- tempo, per esser la persona del Conte Carlo qui e alloggiato in
- casa dei Martelli, deliberorono lassarlo stare per fine a tempo
- novo; et avisò, che se devidisse el campo, e chosì fo fatto. Nè de
- questa cosa fu parlato più per uno pezo _etc._ Et essendo stato a
- Imola per la recuperation de Valdiseno, et essendosi recuperato,
- me n’andai a Roma questo marzo, dove cie trovai la Signoria del
- Conte e Giovanfrancesco da Tolentino e messer Lorenzo da Castello e
- Francesco de’ Pazzi _etc._...; fra i quali molte volte si parlava
- de queste cose; et che se comenciava adesso aproximar el tempo
- d’expedir decta causa. E domandando io que modo era questo, me
- disse: Lorenzo deve venir qui per questa Pasqua, et _quamprimum_ se
- senta la sua partita, Francesco se parterà anchora lui, et andarà
- a spedirsi; e farse el servitio a quello remanerà, et all’altro,
- inanzi che torni, se penserà quello se doverrà far de lui, et
- terrassi con esso tal modo, che la cosa sarà bene assettata inanzi
- che se parta da noi. Io gle disse: Faretelo morire? Me respuse:
- Madianò, che questo non voglio per niente, che qui habbia alcuno
- dispiacere; ma inanzi che el parta, le cose saranno bene assectate,
- in forma che staranno bene. Domandai el Conte: Nostro Signore sa
- questo? Me disse: Madiasì. Dico: diavolo, egl’è gran facto che el
- consente! Me respuse: Non sa’ tu, che gle famo fare quello volimo
- noi? Basta che le cose andranno bene. E stettesi in queste trame
- parechie dì del suo venire o no. Da poi, veduto che non veniva,
- deliberaron ad ogni modo cavarne le mane prima che fosse fora
- maggio _etc._... Et chomo ò detto più e più volte, di questo ne
- fo parlato in la chamera del Conte, e como manchava materia, se
- tornava in su questa, e chi prima si trovava insieme co’ loro,
- ne parlava, dicendo che per niente la cosa podeva durar così,
- che non venissi a palese, e questo per esser in tante lingue, e
- che ad ogne modo bisognava darli speditione. Onde che per decta
- casione fo preso per partito, che Francesco se ne venissi qui, e
- Giovanfrancesco da Tolentino et io cie ne andassemo a Imola, e
- misser Lorenzo da Castello _etc._..., per dare ordine a quello
- s’avesse da fare, e poi se ne tornasse a Castello; et omne uno
- colle preparation facte stesse apparechiato a tucto quello che da
- messer Iacomo, l’Arcievescovo e Francesco fosse ordinato, e che ad
- omne sua requesta omne uno fusse presto a far quanto per loro saria
- comandato. E questo ordine ce fu dato tucto per el Signor Conte,
- in Roma. Da poi vene ultimamente el Vescovo de Lion, el quale ce
- comandò de novo, che ad omne requisition dei sopradetti fossemo
- apparechiati sanza fare una difficultà al mondo; e chosì s’è facto,
- nè mai se intese niuno loro ordine, si non lo sabato a doi hore di
- nocte; e poi la domenica mutorono anchora proposito. Et in questa
- forma sono state governate queste chose, diciendo imperò sempre,
- che l’onor de Nostro Signore e del Conte cie fosse ricomandato.
- E con questo ordine la domenica mattina, a dì XXVI d’aprile
- MCCCCLXXVIII, se fece in Sancta Liberata quanto è publico a tucto
- el mondo.
-
- Item, che tornando de Romagna, et andando a Roma, quando io fui
- là, e parlando con Nostro Signore d’altre cose, me disse: poi,
- Giovanbatista dell’Arcievescovo e de Francesco, che diceva voler
- far tante chose, e’ non savessero mutare uno Stato chomo quello de
- Fiorenza, ma non credo savesse pure acozzare tre ove in un bacile,
- se non con cianciatori. Tristi che se impaccia con loro.
-
- Item, che el signor Conte m’ha dicto molte volte, che Nostro
- Signore à così gran desiderio della mutatione de questo Stato, como
- noi; et se tu intendesse quello dice, quando semo lui e mi, diresti
- quello che dico io.
-
- Io Giovanbaptista da Montesecco confesso e fo fede esser vere tucte
- le predicte cose scripte in un foglio intero et in uno altro mezzo,
- e qui di sopra, e quanto io ò scripto haver dicto a misser Iacomo
- qui in Fiorenza, della mente e voluntà della Sanctità del Papa; e
- queste cose sono verissime, et io mi trovai presente, quando la Sua
- Sanctità lo disse, e tucto quanto è scritto, è de mia man propria.
-
- Io Matheo Tuscano da Milano, cavalero e presente Potestà della
- magnifica cictà di Fiorenza, sono stato presente, insema colli
- reverendi Patri infrascripti, _videlicet ut infra_, che el prefato
- Iovanne Batipsta ha detto, che quanto è scripto sopra, in un foglio
- intero e in uno altro mezzo e in questo, che tucti s’alligaranno
- inseme, sono de sua propria mano, et confessò esser vero quanto de
- sopra è scripto. Et così ne fazo fede de mia propria mano, che gli
- è la propria verità quanto in esse scripto se contenne. A’ dì IIII
- di maggio MCCCCLXXVIII, in Firenza.
-
- Io Frate Batipsta d’Antonio, priore al presente di San Marcho
- di Firenze, dell’Ordine de’ Predicatori, fu’ presente a decta
- confessione, e fo fede, che detto Giovanbatipsta disse tucto esser
- di sua mano, et esser la propria verità quanto in esse si contiene.
- Detto dì.
-
- Io Benedetto d’Amerigo da Firenze, monaco e priore indegno
- della Badia di Firenze, fo fede e fui presente quando el prefato
- Giovanbatipsta da Montesecco confessò essere di sua propria mano le
- predette scripture, delle quali nell’altra faccia di questo foglio
- si fa mentione nella subscriptione del Podestà et Frate Batipsta.
- Et io fo fede, che disse esser la propria verità quanto in esse si
- contiene. Però ò facto questo di mia mano, detto dì.
-
- Io Frate Nofri d’Andrea da Firenze, dell’Ordine de’ Frati
- Predicatori, fui presente quando el detto Giovanbatipsta confessò
- le dette scripture essere di sua propria mano et essere la propria
- verità quanto in essa si contiene. E per chiarezza ò facto questa
- scriptura di mia mano, dì decto di sopra.
-
- Io don Miniato di Francesco d’Andrea da Firenze, monaco e professo
- della Badia di Firenze, fu’ presente quando detto Giovanbatista
- confessò le dette scripture esser di sua propria mano, e esser la
- propria verità quanto in esse si contiene. E in fede di ciò ò facto
- questa di mia mano, el decto dì.
-
- Io don Antonio di Domenico, monaco di Cestello de Florentia, fo
- fede e fui presente quando el sopradecto Giovanbatipsta confessò
- essere di sua propria mano le dette scripture, et esser la propria
- verità quanto in esse si contiene. Et in fede di ciò ò facta questa
- subscriptione di mia mano, detto dì sopra.
-
- Io don Marco di Benedetto, dell’Ordine di Cestello, fui presente
- quando detto Giovanbaptista liberamente confessò esser di sua
- propria mano le predette scripture, e che era il proprio vero
- quanto in esse si contiene. E in fede di ciò ò fatta questa
- subscriptione di mia propria mano, dì detto di sopra.
-
-
- In nomine Domini Nostri Yhesu Christi, amen. Anno ab eius
- salutifera incarnatione millesimo quadringentesimo septuagesimo
- ottavo, indictione XI, die vero XI mensis augusti. Hoc exemplum
- per me Andream notarium infrascriptum, ex orriginali, scripto
- manu dicti Iohannis Batiste, magnifico domino Potestati Civitatis
- Florentiæ insinuatum fuit, et in eius presentia, per me ipsum
- Andream notarium et alios infrascriptos notarios, diligenter
- cum originali scriptura, manu propria dicti Iohannis Batistæ,
- auscultatum. Et cum idem Potestas cognoverit illud cum ipsa
- originali scriptura per ordinem concordare; ut adhibeatur
- eidem exemplo de cetero plena fides, suam et Comunis Florentiæ
- interposuit auctoritatem et decretum.
-
- (L. S.) Ego Simon olim Grazini Iacobi Grazini, civis et notarius
- florentinus, imperiali auctoritate index ordinarius ac notarius
- publicus, hoc suprascriptum exemplum attestationis dicti Iohannis
- Baptiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de
- quibus supra, una cum infrascriptis ser Carolo Pieri Betti et ser
- Tommasio ser Bartolomei de Orlandis et ser Dominico Buonaccursii
- et ser Pace Bambelli notariis, ad auctenticam scripturam prefatam,
- scriptam dicti Iohannis Batiste, coram prefato domino Potestate
- diligenter et fideliter auscultavi; et quia utrumque concordare
- inveni de ipsius domini Potestatis mandato in eiusdem exempli fidem
- et testimonium me subscripsi, et signum meum apposui consuetum,
- dicta die XI suprascripti mensis augusti anni MCCCCLXXVIII.
-
- (L. S.) Ego Carolus Pieri Betti de Iohanninis, notarius publicus
- ac civis florentinus, imperiali auctoritate iudex ordinarius, hoc
- suprascriptum exemplum attestationis dicti Iohannis Baptiste cum
- subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de quibus supra, una
- cum suprascripto ser Simone Grazini Iacobi et infrascriptis ser
- Tommasio ser Bartolomei de Orlandis et ser Dominico Buonacchursii
- et ser Pace Bambelli notariis, ad autenticam scripturam prefatam,
- scriptam manu dicti Iohannis Baptiste, coram prefato domino
- Potestate diligenter et fideliter auscultavi; et quia utrunque
- concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in
- eiusdem exempli fidem et testimonium me subscripsi et solito
- meo signo signavi, dicta die XI dicti mensis augusti anno Domini
- MCCCCLXXVIII.
-
- (L. S.) Ego Tommas ser Bartolomei Neri de Orlandis, notarius
- publicus ac civis florentinus, imperiali autoritate iudex
- ordinarius, hoc suprascriptum exemplum atestationis dicti Iohannis
- Batiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de
- quibus supra, una cum suprascriptis ser Simone Grazini Iacobi et
- ser Charulo Pieri Betti et infrascriptis ser Dominicho Bonachursi
- et ser Pace Banbelli notariis, ad autenticham scripturam prefatam,
- scriptam manu dicti Iohannis Batiste, coram prefato domino
- Potestate, diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque
- concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in
- eiusdem exempli fidem et testimonium, me subscripsi et solito
- meo signo signavi, dicta die XI dicti mensis augusti anno Domini
- MCCCCLXXVIII.
-
- (L. S.) Ego Dominicus Bonacursii Dominici, civis et notarius
- florentinus, imperiali auctoritate iudex ordinarius ac notarius
- publicus, hoc suprascriptum exemplum attestationis Iohannis
- Batiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de
- quibus supra, una cum suprascriptis ser Simone et ser Carulo et
- ser Tommasio et infrascripto ser Pace, notariis, ad autenticam
- scripturam prefatam, scriptam manu dicti Iohannis Batiste, coram
- prefato domino Potestate, diligenter et fideliter auscultavi,
- et quia utrunque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis
- mandato, me, in eiusdem exempli fidem et testimonium, me subscripsi
- et signum meum apposui consuetum, dicta die XI dicti mensis augusti
- MCCCCLXXVIII.
-
- (L. S.) Ego Paces Bambelli Pacis, civis et notarius florentinus,
- imperiali auctoritate iudex ordinarius ac notarius publicus,
- hoc suprascriptum exemplum attestationis Ioannis Baptiste, cum
- subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de quibus supra,
- una cum suprascriptis ser Simone, ser Carolo et ser Thomaxio
- et ser Dominicho Bonacorsii notariis, ad autenticam scripturam
- prefatam, scriptam manu dicti Ioannis Baptiste, coram prefato
- domino Potestate, diligenter et fideliter auscultavi; et quia
- utrumque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in
- eiusdem exempli fidem et testimonium me subscripsi et signum meum
- apposui consuetum, dicta die XI suprascripti mensis anni Domini
- MCCCCLXXVIII, indictione XI.
-
- (L. S.) Ego Andreas quondam Romuli Laurentii, civis et notarius
- florentinus, imperialique auctoritate iudex ordinarius notariusque
- publicus, hoc suprascriptum exemplum, ex auctentica et originali
- scriptura prefati Iohannis Baptiste, sub nomine domini Iohannis
- Baptiste et eius manu propria scriptum, fideliter exemplavi;
- et postmodum, in presentia dicti domini Potestatis, cum dictis
- ser Simone, ser Carulo, ser Thomasio, ser Domenico et ser Pace,
- notariis suprascriptis, diligenter cum ipso orriginali auscultavi;
- et quia utrumque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis
- mandato, ad eius exempli fidem et testimonium, me subscripsi et
- signum meum apposui consuetum, dicta die XI dicti mensis augusti
- anni Domini MCCCCLXXVIII, indictione XI, feliciter.
-
- Universis et singulis ad quos presentes advenerint Antonius de
- Humiolis de Gualdo, Decretorum doctor, reverendissimi in Christo
- patris et domini domini Raynaldi de Ursinis, Dei et Apostolice
- Sedis gratia Archiepiscopi Florentini Vicarius in spiritualibus
- generalis, post salutem, fidem facimus atque testamur. Quod
- suprascripti ser Simon Grazini Iacobi Grazini et ser Carolus
- Pieri Betti de Iohanninis et ser Thommas ser Bartholomei Nerii
- de Orlandis et ser Dominicus Bonaccursii Dominici et ser Paces
- Bambelli Pacis et ser Andreas Romuli Laurentii et quilibet
- eurum, tempore preinserti transumpti facti, et satis antea et
- hodie fuerunt et sunt publici legales auctentici et fide digni
- tabelliones atque notarii florentini, eorumque et cuiusque
- eorum scripturis publicis, in quibusvis locis in quibus de ipsi
- respective notitia habetur, semper, in iudicio et extra, adhibita
- fuit et adhibetur plena indubia atque intemerata fides, quemadmodum
- scripturis publicis cuiuslibet alterius fidedigni legalis et
- publici tabellionis atque notarii; in quorum fidem et testimonium
- premissorum, presentes literas fieri, et per infrascriptum nostrum
- et nostre Curie scribam subscribi fecimus, pontificalisque sigilli
- Curie prefate iussimus impressione communiri. Date Florentie, in
- Archiepiscopali palatio, anno Incarnationis Dominice milleximo
- quadringentesimo septuagesimo octavo, indictione undecima, die vero
- duodecimo mensis augusti.
-
- [Illustrazione: L. S.]
-
- Ego Mathias Cennis Aiuti, notarius et civis florentinus et dicte
- Curie Archiepiscopalis Florentine Scriba, ad fidem subscripsi.
-
-
-
-
-Nº X.
-
-(Vedi pag. 399.)
-
-
-ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE
-FERRANDO; SCRITTA MENTRE LORENZO ERA TUTTORA IN NAPOLI E IL RE SI
-VEDEVA GIÀ MOLTO INCLINATO AD ACCORDARSI CON LUI. FEBBRAIO 1480.
-
-(Tratta dal Codice nº 22, appresso di noi.)
-
- Essendo seguita la novità di Fiorenza in tanto vilipendio et carico
- di Santa Chiesa, parve a noi di consultare la Maestà del Re, che
- provisione gli paresse di farci, per la detention del Cardinale et
- dell’altre cose etc. Et havendo risposto S. M., per più sue, non
- solo parerli, ma confortatoci, persuasi et inanimiti noi a prender
- l’armi, offerendoci et promettendo voler fare ogni sforzo, et
- metter i figlioli et la vita propria per vendicar questa ingiuria
- fatta alla Sede Apostolica; di comune consenso fu deliberato di
- prender l’armi contro Lorenzo et suoi seguaci, come _contra petram
- scandali_ et perturbatore della pace et quiete d’Italia, per
- metter la città di Fiorenza in libertà; sì come ancor noi et S.
- M. prefata, innanzi la detta novità, giustamente eramo obligati
- per scritture pubbliche, et di man proprie fatte, per la malignità
- d’esso Lorenzo, et per li scandali nati per sua opera in Italia
- et massimamente contra li Stati communi, et atteso che con simile
- studio havea Lorenzo cercato unirsi con la Lega contra detta Maestà
- per alienarci da quella.
-
- Et primieramente, per giustificar la santa et giusta impresa, fu
- cominciato con l’armi spirituali, le quali non essendo bastate alla
- liberatione del Cardinale, fu necessario venire all’armi temporali,
- cioè alla guerra; nella quale il Re et ciascuno l’ha veduto quanto
- ci siamo portati virilmente, non manchando di danari nè di altra
- cosa necessaria, governandosi sempre con i recordi et consigli di
- S. M. Questo medesimo facemmo nella prattica della pace, quando
- tutte le potenze ancor fuor d’Italia erano al conspetto nostro,
- havendo in ogni atto quel riguardo all’honore et dignità del Re che
- della Chiesa.
-
- Quest’anno presente habbiam fatto il medesimo sforzo et maggiore
- assai che l’anno passato, et per l’accrescimento et sforza maggiore
- dei nostri a Perugia; seguitando sempre di meglior animo per
- riportarne vittoria, per il fine decto di sopra, et per l’honor
- comune; et ciò non solo nella guerra di Toscana, ma di Lombardia.
- Et già il Signor Dio, per sua gratia, et l’havea preparata et quasi
- posta in mano per la rotta data ai nemici, nell’acquisto di Poggio
- Imperiale, con la vittoria ottenuta in Lombardia.
-
- Vennero intanto gli ambasciatori del Duca, per compor la pace,
- domandando principalmente che si levassero l’offese. Parve alla
- Maestà del Re che noi gli dovessimo parlare gagliardamente,
- confortandoci che si dovesse insieme mandare a Milano per il
- medesimo effetto, instando per l’espulsion di Lorenzo; et così
- fu eseguito; et da S. M. furono sempre lodati i modi servati con
- i detti ambasciatori, et partiti esclusi; _etiam_ che vi fossero
- molti Cardinali che ci dissuadessero detta esclusione, dicendo
- che tutto quello che confortava il Re, era perchè andassero a
- trattar la pace a Napoli, per haverne egli quel merito et honore,
- pur dicendoci che il Re la faria senz’haverci alcun riguardo, come
- all’hora fu communicato con messer Anello. Nondimeno noi non mutamo
- mai proposito, tenendo per certo che la Maestà Sua non faria altro
- che quel che fusse grato a noi et honore allo Stato della Chiesa,
- come continuamente ci affermava. Et non erano ancor arrivati gli
- ambasciatori a Napoli, che messer Anello ci propose, ch’era da
- considerare che se il Re escludeva in tutto gli ambasciatori del
- Duca, di non voler ricever Lorenzo in gratia, gliene seguia carico
- et l’esclusione della pace. Et noi, come quelli che dessideravamo
- la pace et l’honor del Re, fummo contenti che la prattica
- si tenesse, con tai mezi però che gli ambasciatori potessero
- chiamarsi esclusi, nè ancora obligarsegli per modo che, volendo pur
- l’esclusione di Lorenzo, non si potesse conseguire.
-
- In questo mezo comparvero le littere della prattica di mastro
- Alessandro, con la copia d’alcuni capitoli offerti et a noi et
- alla Maestà del Re, per parte del quale messer Anello domandando
- un breve diretto al Re, per il quale potesse pratticare con detti
- ambasciatori in nome nostro; noi, benchè per diverse vie fossemo
- dessuasi a dar fede alla detta prattica, aggiungendosi che il
- Cardinal di Aragona haveva promesso molto largamente allo stato di
- Milano, che il Re accettarebbe i capitoli, ci contentammo che il Re
- trattasse a nome nostro, dicendo a messer Anello che scrivesse, con
- questo che la Maestà Sua ne avvisasse dì per dì delle occorrenze.
-
- Et arrivati detti ambassatori et poco dopo maestro Alessandro,
- la Maestà Sua scrisse haverli uditi, et ancora l’ambassatore
- del Duca di Bari, con li quali se era turbata più che mai fosse
- stata in vita sua; parendogli che quei Signori di Milano non
- correspondessero agli oblighi et benefitii receuti; dicendo che
- mandarebbe qua mastro Alessandro, il quale non venne mai.
-
- Dopo questo, messer Anello mostrò littere del Re, per le quali
- monstrava dubitare, che lo stato di Milano non fusse a i communi
- propositi. Item che il Re dubitava di una certa prattica de’
- Venetiani col Re di Spagna et della prattica del detto Re
- con Genovesi; ricordando che era bene di venire alla pace per
- benefitio della Christianità, et ancora col perdonare a Lorenzo,
- mettendo mille deficoltà nella sua espulsione; et che quando bene
- l’espulsion seguisse, poteva egli nondimeno ritornare, come fece
- Cosimo; promettendo in ultimo che Nostro Signore haverebbe le
- conditioni portate per mastro Alessandro.
-
- Noi, ancorchè nel secreto stessimo sospesi di questa proposta,
- non ci parendo haver sodisfatto al primo instituto per il quale
- fu prencipiata l’impresa, tenendo per certo che Lorenzo, il
- quale, beneficato, fu sempre cattivo, havesse ad esser peggiore
- nell’avvenire chiamandosi offeso; fummo nondimeno contenti di
- condescendere ai pareri del Re, et per suo rispetto perdonargli:
- con questo però che, se non si veniva alla conclusione di quanto
- si prometteva per mastro Alessandro si dovesse la vittoria dai
- Capitani.
-
- La Maestà Sua, doppo che ci hebbe renduto gratie di tal remissione,
- disse che entrarebbe nella prattica nè mai consentirebbe alla
- pace salvo che con le condizioni ragionate, confermandosi col
- parer nostro, che la vittoria si seguisse. Et havendo scritto i
- Capitani dell’essercito che ogni speranza che si dava a Lorenzo,
- d’havergliesi a perdonare, era dannosa alla total vittoria,
- la Maestà Sua se ne turbò, dicendo che non si legava le mani
- all’essercito per la prattica della pace. Et fummo contenti di
- sodisfare al Re, non ostante che le ragione dei Capitani più ci
- sodisfacessero.
-
- Hauto immediate Colle, Sua Maestà mutò parere; perchè, dove si
- dovea seguir la vittoria, fece far instantia che si levassero
- l’offese, per gratificare gli ambasciatori; di che prendemmo
- admiratione et dispiacere, cresciendo il sospetto che ci era
- stato posto; et stavamo durissimi a non voler consentire. Ma
- instando pur messer Anello, et cognoscendo noi non poter far
- la guerra soli, fummo contenti; protestando però che, se per
- questo levar dell’offese si difficoltassero le conditioni della
- pace, ci aggravaremmo in eterno del Re; et così faremo della
- necessità virtù, restando però malcontenti, conoscendoci esser
- levata la vittoria et il contento di haver cacciato quel tiranno,
- et restituita la libertà al Popolo fiorentino et la quiete
- et tranquillità a tutta Italia. Restava a noi questa speranza
- che, havendoci il Re tirato dove haveva voluto, dovesse almeno
- concludere la pace con le conditioni ragionate et haver qualche
- rispetto all’honor di Dio, di Santa Chiesa et suo proprio.
-
- Lorenzo andò a Napoli, della quale andata il Re scrisse non haver
- hauta notitia, ma che, se andava per mancare ad una minima parte
- delle cose promesse per mastro Alessandro, non l’udirebbe, et lo
- licentiarebbe; et che in quel caso noi dovevamo metter la mitra et
- tutto lo Stato della Chiesa, et la Maiestà Sua vi voleva porre la
- corona et dieci Regni, se tanti ne havesse hauti, per proseguire
- l’espulsione di Lorenzo et la sua total rovina.
-
- Stringendosi la prattica, il Re scrisse che Lorenzo negava
- che fussero state promesse alcune di dette conditioni etc. Et
- lasciamo andare che non sia stato licentiato, ma è stato ogn’hora
- maggiormente honorato. Doppo, Sua Maestà ha scritto che Lorenzo non
- vuol venire a domandar perdono; et perciò essortatoci a levarsi
- di questa mente, che abbia a venire: non considerando che noi
- non habbiamo altro colore di honor di questa impresa, che di tal
- venuta.
-
- Propose di più che si dovesse concedere un certo termine ai Signori
- di Romagna, di poter domandar perdono, mettendo per fermo et saldo
- il capitolo di Francia.
-
- Et ricusando noi di voler acconsentire a queste così vittuperose
- conditioni, la Maiestà Sua di novo scrisse, che havea hauto Lorenzo
- et fattolo chiaro dell’animo nostro. Diceva haverlo ridotto in modo
- che sperava che condescenderebbe alla sua venuta con buone sigurtà,
- et così acconsentirebbe al capitolo dei Vicarii, et a comprometter
- le terre, et secondo che era stato ragionato.
-
- A’ tre dì dipoi, il Re scrisse, che Lorenzo havea mutato openione,
- perchè lo stato di Milano non consentiva ad alcuna parte delle cose
- ragionate, confortandoci a mandar giuntamente ambassatori a Milano.
-
- Noi habbiamo ricusato di mandare il detto ambassatore, sapendo
- che la mutatione non nasce da quella Maestà, la quale era
- inclinatissima et dispostissima all’honor di Dio, di Sua Santa
- Chiesa et alla pace, ma che da altri procedeva quella mutatione.
- Et che se la pace si poteva fare con le conditioni ragionate et
- promesse, fosse con il nome di Dio; et quando anche non, la Maestà
- Sua provedesse come ricercava il bisogno et l’honor commune,
- havendo Lorenzo nelle mani; il quale per le conditione nelle quali
- si trovava, non era da credere che ricusasse, nè, volendo, potesse
- ricusarle. Così la Maestà Sua procedeva unitamente con noi, com’era
- obligata in tanti modi et deve fare; acciò che non si verificasse
- quello che è stato detto pubblicamente, cioè che la Maestà Sua, per
- salvare Lorenzo, non se era curata dell’honore di Dio, della Chiesa
- et del suo proprio. Et quando la pace non si potesse havere con le
- dette conditioni, noi ci risolvemo di non mai acconsentire et di
- restar più tosto così così, raccomandandoci a Dio et a san Pietro,
- sperando che ci habbiano d’aiutare. Doppo questa conclusione il
- Re, per mezo di messer Lorenzo da Castello, ha proposto l’ultimo
- partito, cioè che la dechiaratione dei Vicari si rimetta nella
- Maestà Sua. Et non contentando noi a questo, di nuovo lo replica
- a voi, magnifico messer Antonio Crivello. Della qual cosa noi non
- solo habbiamo preso ammiratione ma gravissimo affanno et infinito
- dispiacere; parendoci che il Re, per queste vie, cerchi di tirarci
- a quelle cose, che non possiamo concedere senza nostro grandissimo
- carico. Perchè, se ben noi potessimo pigliare ogni fede dal Re,
- non è però che non ce sia carico, non ottenendo l’esclusione de i
- Vicarii, nella publica stipulatione della lega compresa. Nè sì fa
- per il Re, havendo a sententiare secondo la voglia nostra, perchè
- così offenderà l’altra parte sententiando l’esclusione, quindeci
- dì o un mese doppo la stipulatione, come nella stipulatione della
- lega; et pare a noi che non vi sia dentro l’honor della Chiesa
- nè il nostro nè mancho del Re; il quale sempre si dirrà che, per
- sodisfare a Lorenzo, habbia posposto l’uno et l’altro, non obstante
- li beneficii recenti, l’obligation del feudo, l’investitura et
- le scritture publiche et di man propria, come di sopra. Et però
- noi ci siamo resoluti che si facci intendere al Re, che siamo
- stati contenti di perdonare a Lorenzo, per far quest’honore a Sua
- Maestà, et per fargli cosa grata; non ostante che noi conoscessimo
- havere la vittoria in mano, etiam che di questa impresa non ne
- consiguivamo alcuno honore, havendo noi speso un pozzo d’oro
- per ottenerla. Et siamo contenti perdonare a Lorenzo et di far
- la pace, quale habbiamo desiderato sempre, et per haverla buona
- et sicura fu cominciata la guerra. Et di ciò preghiamo il Re
- strettamente, quando si possa haver con le conclusioni ragionate
- et promesse tante volte per Sua Maestà; quando anco non si
- possano havere le conditioni promesse, noi ci conosciamo non esser
- mancato da noi di conseguir la vittoria, nè etiandio di non predir
- questo fine per le cose precedenti. Conosciamo non poter venire
- alle conclusioni, mancandosi delle cose promesse, senza nostro
- grandissimo vittuperio, alla qual cosa non siamo per acconsentire;
- ma ben preghiamo la Maestà Sua, che vi voglia provedere, come
- può ragionevolmente [e] deve fare, havendo Lorenzo nelle mani, et
- venendo da lui il manchamento, come gli è attribuito. Et quando Sua
- Maestà non voglia far questo, n’haveremo dispiacere per li detti
- rispetti, et haveremo patienza, sperando che Nostro Signore Dio non
- habbia d’abbandonarci, et confidaremo così nella sua misericordia.
-
-
-
-
-Nº XI.
-
-(Vedi pag. 421.)
-
-
-LETTERA CONTENENTE LE ISTRUZIONI E CONSIGLI DI LORENZO DE’ MEDICI AL
-FIGLIO GIOVANNI, QUANDO FATTO CARDINALE, ANDAVA A ROMA NEL MARZO 1492.
-
-(FABRONI, _Documenti_, pag. 308.)
-
- Messer Giovanni. Voi sete molto obbligato a Messer Domenedio, e
- tutti noi per rispetto vostro, perchè oltra a molti benefici et
- honori, che ha ricevuti la Casa nostra da lui, ha fatto che nella
- persona vostra veggiamo la maggior dignità che fosse mai in casa;
- et ancora che la cosa sia per sè grande, le circostantie la fanno
- assai maggiore, massime per l’età vostra et conditione nostra.
- Et però il primo mio ricordo è, che vi sforziate esser grato
- a Messer Domenedio, ricordandovi ad ogn’hora, che non i meriti
- vostri, prudentia o sollecitudine, ma mirabilmente esso Iddio v’ha
- fatto Cardinale, et da lui lo riconosciate, comprobando questa
- conditione con la vita vostra santa, esemplare et honesta; a che
- siete tanto più obbligato per havere voi già dato qualche opinione
- nella adolescentia vostra da poterne sperare tali frutti. Saria
- cosa molto vituperosa et fuor del debito vostro et aspettatione
- mia, quando, nel tempo che gli altri sogliono acquistare più
- ragione et miglior forma di vita, voi dimenticaste il vostro buono
- instituto. Bisogna adunque, che vi sforziate alleggerire il peso
- della dignità, che portate, vivendo costumatamente, et perseverando
- nelli studi convenienti alla professione vostra. L’anno passato io
- presi grandissima consolatione, intendendo che, senza che alcuno
- ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte et
- communicaste; nè credo, che ci sia miglior via a conservarsi nella
- gratia di Dio, che lo abituarsi in simili modi et perseverarvi.
- Questo mi pare il più utile e conveniente ricordo che per lo primo
- vi posso dare. Conosco che, andando voi a Roma, che è sentina
- di tutti i mali, entrate in maggior difficultà di fare quanto vi
- dico di sopra, perchè non solamente gli esempi muovono, ma non vi
- mancheranno particolari incitatori et corruttori; perchè, come voi
- potete intendere, la promotione vostra al Cardinalato, per l’età
- vostra et per le altre conditioni sopraddette, arreca seco grande
- invidia, et quelli che non hanno potuto impedire la perfetione
- di questa vostra dignità, s’ingegneranno sottilmente diminuirla,
- con denigrare l’opinione della vita vostra, et farvi sdrucciolare
- in quella stessa fossa, dove essi sono caduti, confidandosi molto
- debba lor riuscire per l’età vostra. Voi dovete tanto più opporvi
- a queste difficultà quanto nel Collegio hora si vede manco virtù.
- Et io mi ricordo pure havere veduto in quel Collegio buon numero
- d’huomini dotti et buoni, e di santa vita. Però è meglio seguire
- questi esempi, perchè facendolo, sarete tanto più conosciuto
- et stimato, quanto l’altrui conditioni vi distingueranno dagli
- altri. È necessario che fuggiate come Scilla et Cariddi, il nome
- della hipocrisia et come la mala fama; et che usiate mediocrità,
- sforzandovi in fatto fuggire tutte le cose che offendono, in
- dimostratione et in conversatione non mostrando austerità o troppa
- severità; che sono cose, le quali col tempo intenderete et farete
- meglio, a mia opinione, che non le posso esprimere. Voi intenderete
- di quanta importanza et esempio sia la persona d’un Cardinale,
- et che tutto il mondo starebbe bene se i Cardinali fussino come
- dovrebbono essere, perciocchè farebbono sempre un buon Papa, onde
- nasce quasi il riposo di tutti i Cristiani. Sforzatevi dunque
- d’essere tale voi, che quando gli altri fussin così fatti, se ne
- potesse aspettare questo bene universale. Et perchè non è maggior
- fatica che conversar bene con diversi huomini, in questa parte vi
- posso mal dar ricordo, se non che v’ingegnate, che la conversatione
- vostra con gli Cardinali et altri huomini di conditione sia
- caritativa et senza offensione; dico misurando ragionevolmente,
- et non secondo l’altrui passione, perchè molti volendo quello che
- non si dee, fanno della ragione ingiuria. Giustificate adunque
- la conscientia vostra in questo, che la conversatione vostra con
- ciascuno sia senza offensione. Questa mi pare la regola generale
- molto a proposito vostro, perchè quando la passione pur fa qualche
- inimico, come si partono questi tali senza ragione dall’amicitia,
- così qualche volta tornano facilmente. Credo per questa prima
- andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che
- la lingua. Hoggimai io vi ho dato del tutto a Messer Domenedio
- et a Santa Chiesa; onde è necessario, che diventiate un buono
- Ecclesiastico, et facciate ben capace ciascuno, che amate l’onore
- et stato di Santa Chiesa et della Sede Apostolica, innanzi a tutte
- le cose del mondo, posponendo a questo ogni altro rispetto. Nè vi
- mancherà modo con questo riservo d’aiutare la città et la casa;
- perchè per questa città fa l’unione della Chiesa, et voi dovete in
- ciò essere buona catena; et la casa ne va colla città. Et benchè
- non si possono vedere gli accidenti che verranno, così in general
- credo, che non ci habbiano a mancare modi di salvare, come si dice,
- la capra e i cavoli, tenendo fermo il vostro primo presupposto, che
- anteponiate la Chiesa ad ogni altra cosa. Voi siete il più giovane
- Cardinale non solo del Collegio, ma che fusse mai fatto infino a
- qui; et però è necessario che, dove havete a concorrere con gli
- altri, siate il più sollecito, il più humile, senza farvi aspettare
- o in Cappella o in Concistoro o in Deputazione. Voi conoscerete
- presto gli più e gli meno accostumati. Con gli meno si vuol fuggire
- la conversatione molto intrinseca, non solamente per lo fatto in
- sè, ma per l’opinione; a largo, conversare con ciascheduno. Nelle
- pompe vostre loderò più presto stare di qua dal moderato che di là;
- et più presto vorrei bella stalla et famiglia ordinata et polita
- che ricca et pomposa. Ingegnatevi di vivere accostumatamente,
- riducendo a poco a poco le cose al termine, che per essere hora
- la famiglia et il padron nuovo, non si può. Gioie e seta in poche
- cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza di
- cose antiche et belli libri, et più presto famiglia accostumata et
- dotta che grande. Convitar più spesso che andare a conviti, nè però
- superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, et fate
- assai esercitio; perchè in cotesti panni si viene presto in qualche
- infermità, chi non ci ha cura. Lo stato del Cardinale è non manco
- sicuro che grande; onde nasce che gli huomini si fanno negligenti,
- parendo loro haver conseguito assai, et poterlo mantenere con
- poca fatica, et questo nuoce spesso et alla conditione et alla
- vita, alla quale è necessario che abbiate grande avvertenza;
- et più presto pendiate nel fidarvi poco che troppo. Una regola
- sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la sollecitudine
- vostra, et questa è di levarvi ogni mattina di buona hora, perchè
- oltra al conferir molto alla sanità, si pensa et espedisce tutte
- le faccende del giorno; et al grado che havete, havendo a dir
- l’ufficio, studiare, dare audientia etc. ve ’l trovarete molto
- utile. Un’altra cosa ancora è sommamente necessaria a un pari
- vostro, cioè pensare sempre et massime in questi principii, la
- sera dinanzi, tutto quello che havete da fare il giorno seguente,
- acciocchè non vi venga cosa alcuna immeditata. Quanto al parlar
- vostro in Concistorio, credo sarà più costumatezza et più laudabil
- modo in tutte le occorrenze che vi si proporranno, riferirsi alla
- Santità di Nostro Signore; causando, che per essere voi giovane et
- di poca esperientia sia più ufficio vostro rimettervi alla S. S. et
- al sapientissimo giuditio di quella. Ragionevolmente, voi sarete
- richiesto di parlare et intercedere appresso a Nostro Signore per
- molte specialità. Ingegnatevi in questi principii di richiederlo
- manco potete et dargliene poca molestia; che di sua natura il
- Papa è più grato a chi manco gli spezza gli orecchi. Questa parte
- mi pare da osservare per non lo infastidire; et così l’andargli
- innanzi con cose piacevoli, o pur, quando accadesse, richiederlo
- con humiltà et modestia, doverà sodisfargli più et esser più
- secondo la natura sua. State sano. Di Firenze.
-
-
- FINE DEL TOMO SECONDO.
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI. — MARCH. STEFANI, agli anni 1377-78.
-
-[2] Leggiadramente il Machiavelli: «chi non ha lo Stato in questa
-terra, de’ nostri pari non trova cane che gli abbaj; e non siamo
-buoni ad altro che andare a’ mortori o alle ragunate d’un mogliazzo,
-o a starci tutto dì in sulla panca del Proconsolo a donzellarci.»
-(_Mandragola_, atto II, scena 3.)
-
-[3] «Sempre parve da gran tempo che chi ha fare le parti guarda a farla
-a sè buona.» (MARCH. STEFANI, lib. XII, rub. 931.) — Vedi _Cronaca_
-del MORELLI, pag. 272, i Consigli per non pagare le gravezze celando il
-proprio valsente, con artifizi che si descrivono; aggiugnendo infine:
-«non le pagare, rubèllati dal Comune ec.»
-
-[4] MATTEO VILLANI, lib. V, cap. 74.
-
-[5] Vedi in più luoghi circa alle gravezze che s’imponevano sotto
-vari nomi, lo stesso Matteo; e PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo I.
-— CANESTRINI, _Scienza di Stato de’ Fiorentini_, 1ª Parte, _Sulle
-Imposte_.
-
-[6] PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo I, pag. 16.
-
-[7] MATTEO VILLANI, lib. III, 106; lib. VIII, 71; lib. IX, 3; e MARCH.
-STEFANI, lib. XI, rubr. 883.
-
-[8] Provvisione del 27 aprile 1369. — Petizione del 15 gennaio 1370
-stile fior. — e Provvisione del 23 dicembre 1371.
-
-[9] Quando a frenare le usure più ingorde vennero in Firenze chiamati
-gli Ebrei, ebbero proibizione d’imprestare a frutto più alto. Nell’anno
-1420 uscì divieto di fare contratti a usura col pegno a più di 5 danari
-al mese, ch’è il 25 per cento all’anno; più tardi si trovano imprestiti
-fino al 30 per cento. (PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo II, pag. 139.)
-
-[10] Un altro Monte fecero per la guerra di San Miniato, dove il
-capitale era solamente raddoppiato, così venendo a fruttare il dieci;
-si chiamò il Monte dell’uno due. (MARCH. STEFANI, lib. XI, rubr. 883.)
-
-[11] «Ancora si fece legge; conciossiacosachè molti incantavano del
-Monte, e diceano: lo Monte vale 30 per centinaio questo dì; io voglio
-fare teco una cosa, io voglio poterti dare oggi a un anno, ovvero tu
-dare a me, quanto a 31 per cento; che vuoi ti doni e fa’ questo? e
-cadeano in patto; poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comperava, e
-se rincaravano li vendeva, e ne promutava qua e là il patto 20 volte
-l’anno. Di che vi si puose su gabella fiorini 2 per cento a ogni
-promutatore.» (MARCH. STEFANI, lib. IX, rubr. 727.)
-
-[12] CAVALCANTI, _Storie_, tomo I, pag. 416; tomo II, pag. 463.
-
-[13] «Veramente credo che comunemente già fa cinquanta anni, dal
-Mugello si sarebbe tratto diecimila uomini d’arme; ma i’ credo sicuro
-sieno diminuiti, come negli altri paesi tutti, e sì per la mortalità
-e sì per le guerre e gravezze, per le quali è suto forza a una gran
-gente il partirsi per non avere a stentare in prigione.» (_Cronaca_ del
-MORELLI, pag. 223.)
-
-[14] MATTEO VILLANI, lib. III, cap. 36. — Intorno al vivere del popolo
-di Firenze in quelli stessi anni qualcosa può trarsi da un capitolo
-dove l’autore dei _Centiloquio_, Antonio Pucci, descrisse non senza
-vivezza le genti che praticavano in Mercato Vecchio, e le cose che ivi
-si vendevano. (_Deliz. Erud_., tomo VI, pag. 267.)
-
-[15] Vedi 1º vol., lib. III, cap. V; e _Statuto Fiorentino_, tomo II,
-pag. 195.
-
-[16] Vedi 1º vol., lib. III, cap. IV e V.
-
-[17] Quando una parte degli Albizzi, mutato casato, si chiamò degli
-Alessandri, tolsero entrambi le armi dall’arte ch’esercitavano, della
-Lana: gli Albizzi presero le Matasse, e gli Alessandri la Pecora.
-
-[18] _Tumulto de’ Ciompi_, di G. CAPPONI.
-
-[19] Ciò dallo STEFANI; ma una Provvisione dei 23 giugno, letta dal
-giovine Ammirato (lib. XIV, pag. 721), mentre ordina che i rubatori
-restituissero il tolto, fa eccezione per coloro che aveano rubato a
-Lapo da Castiglionchio; tanto era in odio cotesto uomo.
-
-[20] «E in quel medesimo dì uno che aveva nome Cecco d’Iacopo da
-Poggibonsi, coll’insegna dell’arme di libertà, la quale gli fu data
-per alcun nostro cittadino dell’ufficio degli Otto di guerra (del quale
-il nome per al presente mi taccio) fece di grandissimi danni e ruberie
-ec.» (GINO CAPPONI, _Tumulto de’ Ciompi_, pag. 222.)
-
-[21] Questo afferma G. Capponi, che tra i narratori del Tumulto più
-aderisce agli Ottimati.
-
-[22] G. CAPPONI, _Tumulto de’ Ciompi_. — Una lettera sopra il Tumulto,
-che sarebbe d’un testimone di veduta (_Deliz. Erud_., tomo XVII,
-pag. 170), contiene tra le altre Petizioni queste: «Che nell’offizio
-de’ Signori sia due de’ Minutissimi, due degli Artefici minuti, e il
-rimanente come tocca alle sette Arti maggiori e alli Scioperati: che
-all’offizio de’ dodici Buonuomini v’abbia tre di questi Minuti fuori
-d’Arti; e che dell’offizio de’ Gonfalonieri delle Compagnie, v’abbi
-quattro, e che di loro si debba fare squittinio di per sè: che il
-Gonfaloniere di Giustizia sia comune, a ciò possa toccare anco a loro.
-Che nessuno possa avere più d’un offizio per volta, salvo possa esser
-consolo. Che gli Uffiziali dell’Abbondanza della carne si levino e non
-si faccin più. Che nessuno possa esser preso per debito per di qui a
-due anni. Che quaranta di questi Minutissimi abbino la preminenza che
-ebbero gli ottanta del primo rumore. Che al Consiglio del Comune si
-arroga dieci de’ Minutissimi: che chi non ha offizio di Comune, non
-possa aver di quelli della Parte Guelfa: che Spinello della Camera, e
-sere Stefano e ser Matteo abbino la prestanza ch’ebbono gli ottanta:
-che il Gonfalone della Parte Guelfa stia in casa i Priori e mai si dia
-a’ Capitani per nessuna cagione: che niuno de’ Grandi possa essere
-del Consiglio del Comune, e in luogo loro sono i dieci qua addietro
-scritti per Arroti cioè de’ Minuti.» Giusto fu il popolo nel remunerare
-Spinello che aveva tenuto più anni i danari del Comune con lealtà e
-fede, e denunziò e ripose nella Camera tre mila ducati che aveagli
-donati l’Aguto quando prese la condotta; e morì povero, che non si potè
-fargli il mortorio come meritava, e fu dipinto per fama nella Camera
-del Comune. (MORELLI, _Cronaca_, pag. 288.)
-
-[23] Una Provvisione dei 21 luglio (Archivio di Stato) contiene quei
-punti che risguardano alla Parte guelfa ed allo Smunire; e inoltre che
-sia vietato ai Capitani di parte guelfa l’inviare arroti o aggiunti
-ai Consigli sia del Popolo sia del Comune, e che dieci popolani per
-Quartiere siano aggiunti di nuovo al Consiglio del Comune; che al
-Magistrato della Parte venga tolto il Gonfalone regale fatto fare da
-Lapo da Castiglionchio, siccome vedemmo. Inoltre contiene: che Spinello
-di Luca Alberti, ser Stefano Becchi e ser Benedetto Landi sieno
-consorti e confederati di Salvestro de’ Medici e degli altri Priori che
-furono seco in officio a tutto giugno. — Vedi per questa e per altre
-due Provvisioni di quel tempo l’_Appendice_ Nº I, in fine di questo
-volume.
-
-[24] «Il quale Michele era per addietro pettinatore di lana, come
-che allora fosse sopra i pettinatori e scardassieri d’Alessandro di
-Niccolò a salario, e la madre e la moglie faceano bottega di cavoli
-e d’erbe e dentro stoviglie di terra.» (MARCH. STEFANI, lib. X, rubr.
-796.) — Questo Alessandro era degli Albizzi e fu quello il quale avendo
-sciamato, fondò la casa degli Alessandri. Abbiamo dal solo Leonardo
-d’Arezzo, che da giovinetto avea Michele esercitato in Lombardia il
-mestiere delle armi.
-
-[25] «Gli Otto della Guerra si tennono grandemente gabbati perchè
-pareva loro essere certi d’avere a riformare la città eglino; ma la
-speranza e il pensiero fallì loro, perchè il Popolo minuto vollono
-essere signori loro: e fu molto giusto, che chi per propria ambizione
-consente le alterazioni nella città, meriterebbe altro.» Qui Gino
-Capponi pone termine al Commentario: noi continueremo.
-
-[26] MARCH. STEFANI, lib. IX, rubr. 748 e 55.
-
-[27] Nella Provvisione sopraccitata dei 23 giugno venne ordinata detta
-consorteria, con obbligo d’assistersi come se fossero d’una medesima
-casa o famiglia, la quale consorteria non vollero che desse fra di loro
-divieto agli ufizi.
-
-[28] Scrive il MONALDI, che ai trentuno «furono dati i confini dove
-chiesero andare i confinati;» era discretezza a petto a quello che poi
-si fece.
-
-[29] _Tumulti del 1378_. In _Archivio Storico Italiano_, tomo XVII, 3ª
-Dispensa, 1873.
-
-[30] MARCH. STEFANI, lib. X, rubr. 800. — BONINSEGNI, _Storie_, lib.
-IV, pag. 625.
-
-[31] _Marchionne Stefani_, lib. X, rubr. 801. — Frammenti di
-Cronichetta (_Giorn. Stor. degli Arch. Toscani_, tomo I, pag. 61, 78).
-— AMMIRATO, lib. XIV, pag. 737, e nella Provvisione degli 11 settembre:
-«illi de illa tertia Arte populi minuti sive Populi Dei, qui sunt a
-dicto scruptinio prohibiti et exclusi.»
-
-[32] Il MONALDI nel _Diario_ esprime pur egli la paura che si aveva
-in Firenze di quei Ciompi: «Se i minuti avessero vinto, ogni buon
-cittadino che avesse, sarebbe stato cacciato di casa sua ed entratovi
-lo scardassiere, togliendovi ciò che avesse; in Firenze ed in contado
-morto e diserto era ciascuno che nulla avesse.» Accenna pure alla
-importanza che avea pel popolo ottenere l’estimo.
-
-[33] MARCHIONNE STEFANI, luogo sopra citato.
-
-[34] Ciò appare dal Boninsegni, il quale scrive che Michele ed un
-Ghiotto da Secciano che si era portato francamente contro ai Ciompi,
-furono dichiarati abili ad avere ufficio o beneficio del Comune.
-
-[35] Provvisioni degli 11 e 28 settembre (_Appendice_, Nº I).
-
-[36] Giurarono «essere fedeli e devoti e amatori del Comune e popolo
-fiorentino e della sua libertà e della cattolica e cristianissima Parte
-Guelfa, e che avrebbero difeso a tutto potere il governo popolare per
-conservarlo in istato pacifico e libero.» (AMMIRATO, pag. 737.)
-
-[37] MARCHIONNE STEFANI, lib. X; _Deliz. Erud_., tomo XV. — Ser NADDO
-DA MONTECATINI; _Deliz. Erud._, tomo XVIII. — BONINSEGNI, _Stor.
-Fior._, lib. IV. — MACHIAVELLI, _Stor. Fior_., lib. III.
-
-[38] Il signor Palermo pubblicava insieme alle _Laudi_ l’_Apologia
-di Giannozzo_: a lui lo Stefani certamente è così acerbo da non
-gli credere; il Boninsegni, senz’altro aggiugnere, tiene per vera
-l’imputazione.
-
-[39] MARCHIONNE STEFANI. — SER NADDO. — BONINSEGNI.
-
-[40] Da un luogo malconcio della _Cronaca_ di MARCHIONNE STEFANI (lib.
-XI, rubr. 857) apparisce come i Cherici avessero iscritta sul Monte
-una rendita di fiorini diciotto mila all’anno a titolo d’_interesse_ o
-_provvisione_.
-
-[41] Il Comune così guadagnava circa sessanta mila fiorini l’anno di
-interesse: ma fu grande cosa, perchè forse cinque mila persone aveano
-danari sul Monte, uomini e femmine: e molti aveano venduti i loro
-poderi o case, e chi disfatto bottega per l’ingordigia dell’interesse
-che il Monte pagava. Era vietato per legge mettere a partito o in
-guisa alcuna promuovere mutazione agli Statuti del Monte, e ciò fino
-dall’istituzione sua: ma aveano trovato modo a sospendere la legge
-(STEFANI, lib. XI, rubr. 863), dalla quale erano eccettuati uomini e
-donne di case principesche; Durazzo, Della Scala, Visconti ed altri, i
-quali aveano danari nel Monte.
-
-[42] MARCHIONNE STEFANI, lib. XI, rubr. 877.
-
-[43] Era legge che fosse tagliata la mano _a chi ferisse, e non pagasse
-fra dieci dì, di certe ferite_. Al tempo dei Ciompi fu abolita quella
-legge. (STEFANI, lib. XI. rubr. 864.)
-
-[44] Leonardo d’Arezzo scrive che Benedetto Alberti era in armi sulla
-piazza quando Giorgio fu decapitato. Il Machiavelli vi aggiunge del
-suo un’arringa che lo Scali prima di morire avrebbe fatta a Benedetto;
-io poco m’affido all’autorità dell’Aretino che manda a morte Tommaso
-Strozzi insieme e a lato di Giorgio Scali. — Vedi anche Ser NADDO DA
-MONTECATINI (_Deliz. Erud_., tomo XVIII); e _Cronichetta_ di un anonimo
-fiorentino pubblicata dal signor Gherardi (tomo VI dei _Documenti di
-Storia Italiana_).
-
-[45] Provvisioni dei 21, 22, 23 gennaio 1382 (stil. fior. 1381).
-Archivio di Stato. — Vedi _Appendice_ Nº II.
-
-[46] Ser NADDO DA MONTECATINI scrive che Salvestro andò a Lucca a
-confine.
-
-[47] Maddalena figlia di questo Carlo si era maritata (_Diario_ del
-MONALDI) l’anno innanzi a Luchino Visconti, che ora viveva in Firenze
-spossessato come dubbio figlio di quell’altro Luchino Visconti che
-fu signore di Milano. È singolare che tali nozze in mezzo al governo
-plebeo fossero celebrate, come si trova, con palii e giostre mentre che
-il padre era a confine.
-
-[48] BONINSEGNI e Ser NADDO.
-
-[49] Rimane tuttora a un luogo dei Camaldoli di San Lorenzo il nome di
-Cella di Ciardo.
-
-[50] _Storie Fiorentine_ di GIOVANNI CAVALCANTI, tomo II, pag. 487.
-
-[51] MARCHIONNE STEFANI, lib. XI, rubr. 921-23. — Ser NADDO.
-
-[52] _Capitoli del Comune_ ec., regesto pubblicato dal signor CESARE
-GUASTI. Firenze, 1866; tomo I, pag. 371-449.
-
-[53] LIONARDO ARETINO, _Stor_., lib. IX. — MARCHIONNE STEFANI, lib.
-XII. — BONINSEGNI, lib. IV. — AMMIRATO, lib. XV. — L’Archivio Centrale
-di Stato (Lib. XIV dei Capitoli) ha documenti i quali risguardano a
-questa vertenza; e vedi una deliberazione della Signoria, _Archivio
-Storico Italiano_ (tomo XIII, pag. 119).
-
-[54] MARCHIONNE STEFANI, lib. XI, rubr. 777.
-
-[55] Abbiamo il decreto di questa Balìa tra’ documenti pubblicati
-dal signor Passerini nella sua pregevole _Istoria della famiglia
-degli Alberti_. Il bando non era da principio che per due anni, e fu
-pronunziato dietro una petizione degli stessi Benedetto e Cipriano, i
-quali dicevano volersi per loro faccende assentare: singolare ipocrisia
-della sentenza la quale voleva dai condannati essere invocata.
-
-[56] «Molti, gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli
-uffici per procuro de’ padri loro che erano nel reggimento; e occorse
-che facendosi lo squittinio in que’ tempi, si trovò che dei quattro tre
-non passavano i venti anni, e pur tali furono portati allo squittinio
-che giacevano nelle fasce.» (FILIPPO VILLANI, lib. XI, cap. 65.)
-
-[57] BONINSEGNI, lib. IV. — MINERBETTI, cap. IV e seg., dell’an. 1387.
-
-[58] SISMONDI, _Hist. des Repub. Ital._, chap. LIII.
-
-[59] BONINSEGNI, _Stor. Fior._, lib. IV, pag. 685.
-
-[60] Il Conte di Virtù avea di rendita ferma delle sue terre un milione
-e 200 migliaia di fiorini, senza l’imposte che faceva, ed in tempo di
-pace avanzava assai danari. (GORO DATI,_ Storia di Firenze_, pag. LI.)
-
-[61] LIONARDO ARETINO, lib. IX.
-
-[62] Così appellato, secondo narra Giovanni di Iacopo Morelli nei
-_Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX, 2) per aver egli, sebbene fosse
-grande ghibellino, combattuto corpo a corpo con un tedesco ed uccisolo.
-
-[63] «Poi fece percuotere le mura con molte grosse bombarde, le quali
-mura perocchè erano non molto grosse, non poterono sostenere i colpi
-delle pietre, perocchè erano di più di trecento libbre l’una; anzi
-forarono in molte parti le mura, e in alcune parti le feciono cadere.»
-(MINERBETTI, _Cronaca_, cap. XXII, an. 1390.)
-
-[64] MALAVOLTI, _Storia di Siena_, lib. IX, parte 2ª.
-
-[65] LIONARDO ARETINO, lib. IX.
-
-[66] LIONARDO ARETINO, lib. X.
-
-[67] SISMONDI, _Histoire des Français_. Cinquième partie, chap. XX.
-
-[68] «Chevauchons liement (lietamente) sur ces Lombards; nous avons
-bonne querelle et juste et bon capitaine, si en vaudra notre guerre
-grandement mieux et en sera plus belle. Et aussi nous allons au
-meilleur pays du monde, car Lombardie reçoit de tous côtés toute
-largesse de ce monde. Si sont Lombards de leur nature riches et
-couards; nous y ferons notre profit. Chacun de nous qui sommes
-capitaines retournerons si riches, que nous n’aurons que faire jamais
-de guerroyer.» (_Chroniques_ de T. FROISSART, lib. IV, chap. 20.)
-
-[69] FROISSART, loc. cit. — LIONARDO ARETINO, lib. X.
-
-[70] Noi qui seguitiamo Lionardo Aretino, grave istorico di questa
-guerra, la cui narrazione parve a noi che procedesse chiara e netta. Il
-Boninsegni ed il Minerbetti pongono l’impedimento delle acque sul fiume
-dell’Oglio e prima della rotta dell’Armagnac. Il Poggio s’attiene al
-racconto di Lionardo. (_Storia_, lib. III.)
-
-[71] LIONARDO ARETINO, lib. X. — Ser NADDO DA MONTECATINI. (_Deliz.
-Erud_., tomo XVIII, pag. 125 e seg.)
-
-[72] MINERBETTI, cap. XII, an. 1392. — BONINSEGNI, _Storie_, lib. IV.
-
-[73] Provvisione del 19, 20 e 21 ottobre 1393. (Archivio di Stato.) —
-Vedi _Appendice_, Nº III.
-
-[74] MORELLI, _Cronica_, pag. 293.
-
-[75] LIONARDO ARETINO scrive la cagione delle novità, e dell’esilio
-degli Alberti, fosse non tanto mancamento alcuno commesso di nuovo,
-quanto l’antica contesa delle parti ec.; e Ser NADDO: «Seguì detto
-rumore non per mancamento di nessuno degli Alberti, ma per opera
-di messer Maso degli Albizi Gonfaloniere, e per l’antica nimicizia
-che avea con gli Alberti, cominciata quando messer Benedetto, capo
-di quella famiglia, stette armato in piazza, mentre che Piero degli
-Albizzi e gli altri notabili cittadini furono indegnamente morti.»
-(_Deliz. Erud._, tomo XVIII, pag. 140.) — Vedi poi le lunghe calamità
-degli Alberti nella Istoria sopraccitata di quella famiglia.
-
-[76] Scrive il MORELLI (loc. cit.) «che da principio doveano essere
-sei mila, e che gli chiamarono giornee: _fessene assai, ma non andarono
-innanzi_;» e veramente erano troppi, da non fidarsene.
-
-[77] Provvisione surriferita. — Ser Naddo da Montecatini appella l’Arte
-della Lana «_cagione d’ogni bene_, che si facesse in quelli anni nella
-Repubblica.»
-
-[78] MINERBETTI, _Cronaca_, cap. XXII, an. 1393.
-
-[79] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI.
-
-[80] MINERBETTI, an. 1396, cap. XIV. — P. BONINSEGNI, an. 1396.
-— LIONARDO ARETINO, lib. XI. — MORELLI, _Cronaca_. — Ser NADDO DA
-MONTECATINI (_Deliz. Erud_., tomo XVIII, pag. 153). — _Lettera Di
-Donato Acciaioli alla Signoria_; Firenze, 1857; con le Opere del
-Sacchetti.
-
-[81] MINERBETTI, an. 1397, 1400. — MACHIAVELLI, _Stor. Fior._, in fine
-del lib. III. — MORELLI, _Cronaca_, loc. cit., ed alla pag. 324 e seg.,
-dove narra come la Balía degli Ottantuno, fatta nel 1393, continuasse
-fino al 1404, e nelle borse fussero larghi a mettere nomi di _persone
-da bene, e antiche a Firenze e specialmente delle Famiglie_, i quali
-doveano avere trent’anni. Si vede pure come del tôrre quella Balía
-fosse _il popolo molto lieto, ma gli uomini da guerra molto dolenti_,
-perchè mutando anche l’imposta delle prestanze, credeano le paghe
-fossero peggio assicurate. — Vedi anche MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz.
-Erud_., tomo XIX, pag. 10).
-
-[82] Nella più sopra lodata _Storia della Famiglia degli Alberti_ è
-ampia mèsse di documenti relativi alla persecuzione e quindi al ritorno
-di quella Famiglia: sono da vedere le condanne fatte con le Balíe degli
-anni 1401 e 1412; di poi cominciano le mitigazioni.
-
-[83] L’effigie di Giovanni Aguto fu dipinta a buon fresco da Paolo
-Uccello nel Duomo: un trent’anni fa venne portata sulla tela, e si vede
-internamente sopra una delle minori porte della facciata.
-
-[84] «I Fiorentini che sanno tutti i pertugi d’entrare e d’uscire che
-sono al mondo, a un’otta spiavano ogni dì ciò che faceva il Duca e si
-provvedevano a’ rimedi loro.» (GORO DATI, _Storia_, pag. 56, 57.) —
-«Sapeano a Firenze appunto quello che il Duca aveva d’entrata da potere
-spendere, e sapevasi tutta la spesa che egli portava tra in soldati
-e donare a’ Signori, e in ambasciate e in provvigioni e doni che dava
-per tener le terre a sua divozione; e sapevasi che a questa spesa gli
-mancava tanto d’entrata, massimamente perchè in tempo di guerra non
-gli rispondeva la metà, che a lui era forza gravare i suoi popoli di
-gravissime imposte.» (Idem, pag. 66.) — «Egli colla sfrenata volontà
-s’avea arrecato addosso peso e soma impossibile a poterla lungamente
-portare e sostenere, e era veduto e conosciuto per li Fiorentini che
-v’avea a scoppiare sotto.» (Idem, pag. 67.) — «E quasi aveano molti
-fatta la ragione colla penna in mano, e diceano come di cosa certa:
-tanto può durare.» (Ivi.)
-
-[85] È in mano nostra l’originale del Copialettere della Repubblica
-Fiorentina per tutto quell’anno 1396. Quivi, tra molte lettere, sono
-le istruzioni per non meno di sessanta ambascerie fuori Stato, mandate
-in quell’anno a’ vari Signori, alle città collegate, a’ Capitani delle
-Compagnie: notabili quelle del 5 aprile agli ambasciatori Palmieri,
-Altoviti e Onofrio Arnolfi, mandati al Papa e al re Ladislao; quelle
-a Grazia dei Castellani e Andrea Buondelmonti i quali andarono a
-Sigismondo in Ungheria, e quelle a Francesco Rucellai ed a Lorenzo
-Ridolfi anch’essi mandati a Roma e a Gaeta il 4 giugno, e la lettera al
-Comune di Roma, 8 gennaio 1397. — Aveva la Repubblica inviato anche in
-Avignone un ambasciatore, il quale per mezzo del Cardinale di Firenze
-Piero Corsini procurasse aiuti di Francia; e quello stesso ambasciatore
-doveva andare pure in Guascogna a Bernardo conte d’Armagnac,
-sollecitandolo affinchè scendesse in Italia a vendicare contro al
-Duca di Milano la rotta data agli Armagnac e la morte del fratello.
-(_Istruzioni a Pero di Ser Pero da Samminiato_, 6 marzo 1395 st. fior.)
-— Vedi pure, circa le intenzioni del Papa, la Legazione a Roma di
-Iacopo Salviati nel 1401. (_Deliz. Erud._, tomo XVIII, pag. 200.)
-
-[86] «In questi tempi fece messer Maso degli Albizzi lega col Re
-di Francia per noi, con certi disutili patti.» (MORELLI, _Ricordi
-in Deliz. Erud._, tomo XIX, pag. 6.) — Vedi anche la _Cronaca_ di
-BONACCORSO PITTI, il quale racconta distesamente le pratiche avute in
-Parigi col Re e coi Signori, presso ai quali aveva famigliarità grande
-pe’ molti viaggi da lui fatti in quella e in altre contrade, dov’era
-stato mercante, soldato, grande giocatore e uomo di corte, sinchè in
-Firenze non venne tardi agli uffici della Repubblica.
-
-[87] Istruzioni a Maso degli Albizzi mandato a Parigi, 5 maggio; a
-Bonaccorso Pitti, 18 luglio; a Leonardo Frescobaldi ambasciatore al
-Papa, 14 dicembre. — Lettera al Papa, 4 novembre. — Lettere due al
-Re ed una alla Regina di Francia, 18 e 31 dicembre. — Istruzione a
-Bonaccorso Pitti rinviato in Francia, 16 gennaio (1397). — Istruzione
-a Niccolò da Uzzano, 11 gennaio. — Scrivevano a Maso (1 luglio) _non si
-parta dal Re senza nostra espressa licenza_. Questo volemmo notare come
-indizio della soggezione in cui cercava la Signoria tenere colui che
-ambiva pur d’essere come principe nella Repubblica.
-
-[88] Lettera a Parigi, 28 agosto. — Vedi anche le Istruzioni a Palmieri
-Altoviti e Lodovico Albergotti inviati a Milano, 13 giugno.
-
-[89] Lettera al Re di Francia, 30 novembre.
-
-[90] BONINCONTRI, _Annales Samminiatenses_.
-
-[91] GORO DATI, lib. IV.
-
-[92] MINERBETTI, _Cronaca_. — BONINSEGNI, _Storie_. — LIONARDO ARETINO,
-lib. XI.
-
-[93] MALAVOLTI, _Storie di Siena_, an. 1391-99.
-
-[94] MORELLI, _Ricordi_, (_Deliz. Erud_., tomo XIX, pag. 6).
-
-[95] MINERBETTI, _Cronaca_, an. 1399, cap. VII. — AMMIRATO, lib. XVI.
-
-[96] MINERBETTI, an. 1399, cap. VII e X. Cantavano tra le altre laudi
-questa:
-
- «Misericordia, eterno Iddio;
- Pace, pace, o Signor pio:
- Non guardate al nostro error.»
-
-Vedi anche LIONARDO ARETINO, sul principio del lib. XII.
-
-[97] Afferma il Corio, che Francesco Gonzaga si riconobbe feudatario
-del Duca di Milano, e di ciò furono celebrati solenni e pubblici
-istrumenti.
-
-[98] Vedi nella _Cronaca_ di GIOVANNI MORELLI, pag. 309, una satirica
-descrizione della spedizione di Roberto, e della privata diplomazia
-che facevano i mercanti fiorentini residenti in Alemagna, promettendo
-a Firenze grandi cose dell’Imperatore, e a questo danari senza
-averne dalla Repubblica il mandato. — Vedi poi tutta la legazione
-di Bonaccorso nella _Cronaca_ scritta da lui, e le molte andate e
-venute in Alemagna e a Venezia, a motivo di danaro che facesse muovere
-l’Imperatore; il quale onorava Bonaccorso ed i fratelli suoi d’insegna
-data da lui e del titolo di Conti Palatini.
-
-[99] _Cronaca_ di GIO. MORELLI, pag. 314 e seg. — MINERBETTI, an.
-1401-2, e BONINSEGNI, _Storie_.
-
-[100] LIONARDO ARETINO, fine dell’_Istoria_. — CORIO, _Storia di
-Milano_, part. IV.
-
-[101] Legazione a Roma di Iacopo Salviati con Maso degli Albizzi.
-(_Deliz. Erud_., tomo XVIII, pag. 214.) — Iacopo fu anche Capitano
-delle genti che andarono contro agli Ubertini e ai Conti da Bagno.
-(Ivi, pag. 220 e seg.) — Vedi anche la Commissione di Rinaldo degli
-Albizzi quando era Potestà di Rimini, vol. I. (_Documenti di Storia
-Italiana_, pubblicati a cura della R. Deputazione di storia patria ec.)
-
-[102] MALAVOLTI, _Storie di Siena_.
-
-[103] CORIO, _Storia di Milano_. — MINERBETTI, _Cronaca_, an. 1403-4.
-
-[104] Bartolommeo da Scorno dovette pagare 25 mila fiorini d’oro, ed a
-Gherardo di Compagno, altro ricchissimo cittadino, furono dati tratti
-di corda finchè non ebbe messo fuori quanti danari egli si avesse.
-(Diceria in fino de’ _Commentari_ di GINO CAPPONI.)
-
-[105] Legazione a Genova di Bonaccorso Pitti, nella _Cronaca_ di lui,
-pag. 76. — MORELLI, _Cronaca_, pag. 321 e seg. — MINERBETTI, pag. 490.
-— FOGLIETTA, _Storia di Genova_, lib. IX. — Legazione in Francia di
-Iacopo Salviati. (DELIZ. ERUD., tomo XVIII, pag. 230.) — Vedi anche
-una lettera della Repubblica di Firenze a Carlo VI re di Francia, 24
-aprile 1404, da noi pubblicata in principio dei _Documenti di Storia
-Italiana_ (Firenze, 1836), allora ignorando fosse già stampata tra le
-_Miscellanee_ del Baluzio.
-
-[106] _Livres des faits du Maréchal Bouciquaut_, part. III, chap. 3, 4,
-5.
-
-[107] MINERBETTI. — MORELLI, _Cronaca_. — _Livre des faits de
-Bouciquaut._
-
-[108] GINO CAPPONI, _Acquisto di Pisa_. — MATTÆI PALMERII, _De
-Captivitate Pisarum_. — MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX,
-pag. 11).
-
-[109] GINO CAPPONI, _Acquisto di Pisa. — Livre des faits de
-Bouciquaut_, part. III, chap. 11.
-
-[110] MINERBETTI, _Cronaca_.
-
-[111] GIOVANNI CAVALCANTI dice avere Gino salvato la vita ad Andrea
-Vettori che i maggiorenti volevano condannare. I Capponi ed i Vettori
-s’erano insieme legati di consorteria per contrapporsi ai Frescobaldi
-loro vicini e in antico potentissimi. (Tomo II, pag. 520.) — Abbiamo
-altrove distinto le consorterie di _sangue_ da quelle per _carta_,
-com’era questa: il divieto di esercitare insieme gli uffici valeva
-pei consorti come pei congiunti. Nell’anno 1453 ottennero quelle due
-famiglie di non si dare divieto se non per la Signoria, Collegi e Dieci
-di Balía, senza più darselo per gli altri uffici di dentro e di fuori.
-(_Deliz. Erud._, tomo XX, pag. 302.)
-
-[112] GINO CAPPONI, _Acquisto di Pisa_; e BONINSEGNI PIETRO, _Stor.
-Fior._
-
-[113] MINERBETTI, anno 1405, cap. XXIII.
-
-[114] IACOPO SALVIATI, _Cronaca_ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XVIII,
-pag. 242, 46, 48, 54).
-
-[115] MINERBETTI, _Cronaca_, cap. IX. — Vedi pure intorno all’assedio
-lo stesso Minerbetti per tutto l’anno 1406. — BONINSEGNI, _Stor_.
-— MORELLI, pag. 327 e seg.; e MORELLI, _Ricordi_ (_Delizie degli
-Eruditi_, tomo XIX, pag. 12 e seg.).
-
-[116] _Commentari_ di GINO CAPPONI.
-
-[117] «Si pouvons dire et penser qu’il en est aux Florentins de
-tenir ou non les convénances de susdit traité, puisque le Roi avait
-revoqué l’acord fait avec eux et depuis sont venus à leur intention.»
-(_Livre des faits,_ part. III, chap. 11, 12.) — Secondo quel libro
-e secondo anche gli storici fiorentini, nel fatto di Pisa andavano
-insieme il Duca d’Orléans e quel di Borgogna, sebbene tra loro nemici
-capitalissimi. L’autore finisce poco dopo il Commentario della vita del
-Bouciquaut, al quale intuona un panegirico dilungandosi nel dimostrare
-la ingiustizia e la perversità delle accuse che il Maresciallo per quel
-fatto ebbe alla Corte del suo Signore.
-
-[118] Qui hanno termine i _Commentari_ di Gino Capponi, tenuti da molti
-essere scritti da Neri; ma crediamo noi, che scritti da Gino in forma
-d’appunti, fossero ampliati e distesi poi dal figlio, come solea farsi
-di molte cronache di famiglia. Due letterati fiorentini di qualche
-grido nel secolo XV, Matteo Palmieri e Bernardo Rucellai, latinamente
-rifecero i _Commentari_, che il primo intitolava a Neri, ed il secondo
-a Piero Capponi. Ma queste non furono altro che esercitazioni per dare
-alle cose di Firenze aspetto e forma delle Romane, com’era usanza in
-quella età: poco rilevasi dalla prima che giovi all’istoria, e nulla
-affatto dalla seconda.
-
-[119] MORELLI, _Cronaca_, pag. 339.
-
-[120] Prefazione di Lelio Torelli alla edizione principe delle
-_Pandette_.
-
-[121] AMMIRATO, _Storie_; e MINERBETTI. — Il Cavalcanti registra
-insieme queste due rapine tra le offese che più accendevano i Pisani,
-quando nell’anno 1431 Giovanni Gualandi tentava muovere la sua patria a
-scuotere il giogo e vendicarsi in libertà. (Lib. VII, cap. 20.)
-
-[122] Vedi _Appendice_ Nº IV. Le gravezze imposte ai Pisani per l’opera
-delle fortificazioni e più altri titoli nei primi tre anni passarono la
-somma di cento mila fiorini. (Vedi CANESTRINI, _La scienza di Stato de’
-Fiorentini sulle imposte_, part. I, pag. 128.)
-
-[123] AMMIRATO, _Stor. Fior_., anno 1421. — GIOVANNI CAMBI (_Deliz.
-Erud_., tomo XX, pag. 155) dice che vennero essi da quattordici città
-della Magna, e descrive i privilegi.
-
-[124] Vedi una lettera dei Dieci di balía al Capitano di Pisa, 14
-gennaio 1431, dopo alla mossa inutile del Gualandi. (FABBRONI, _Vita di
-Cosimo de’ Medici_, Appendice, pag. 8.)
-
-[125] _Ricordi di Ser Perizzolo da Pisa_, agli anni 1439-1450. (_Arch.
-Stor_., tomo VI, parte II, pag. 387.)
-
-[126] GORO DATI, pag. 131.
-
-[127] Ambedue furono chiari per dottrina e reputati di santa vita;
-ebbe il Dominici anche titolo di Beato. Dal Concilio di Costanza, dove
-intervenne, andò Legato in Boemia, fu amico a Sigismondo, e moriva in
-Buda. (Vedi _Prefazione_ di DONATO SALVI alla _Regola del governo di
-cura familiare del B. Gio. Dominici_; Firenze, 1860.)
-
-[128] Andò in quei giorni a Gregorio in Lucca Gino Capponi (Legazione
-MS.); e fu creduto avere egli dato gran mano ai Cardinali per quella
-fuga e per le cose che indi seguirono. (_Deliz. Erud._, tomo XVIII,
-pag. 369.)
-
-[129] GIO. MORELLI, _Cronaca_, pag. 357.
-
-[130] Vi andò le due volte Iacopo Salviati, che prima era stato
-ambasciatore in Nizza a Benedetto. Sono da vedere le sue Memorie
-(_Deliz. Erud_., tomo XVIII, 273, 290, 302), pregevoli per acume
-e integrità di giudizi. Ebbe doni dal Comune, e fu onorato oltre
-all’usanza pei servigi resi, e per avere mostrato in quelli grande
-astinenza; virtù assai rara tra gli uomini di quella età. (GIO.
-MORELLI, pag. 319.)
-
-[131] Legazione MS. di G. CAPPONI.
-
-[132] MINERBETTI, Stor. — BONINSEGNI. — AMMIRATO.
-
-[133] RAYNALDO, _Annal. Ecclesiast._ — LENFANT, _Histoire du Concile de
-Pise_.
-
-[134] SALVIATI, _Legazioni_.
-
-[135] Bonaccorso Pitti si vanta d’avere fatto egli in Francia al re
-Luigi le prime aperture: pure Bonaccorso, brigante uomo, era molto
-avverso alla setta che reggeva. Ma in Francia aveva grandi aderenze.
-
-[136] Vedi SALVIATI, _Legazioni_.
-
-[137] Un poco innanzi a questo trattato cessano insieme, e come si
-fossero data l’intesa, i tre principali autori fiorentini che sin a
-qui più spesso abbiamo noi consultati: il Minerbetti, il Boninsegni, il
-Morelli. Questi, il più elegante e più vivace de’ Cronisti, da bastar
-solo a fare onore alla lingua fiorentina nel secolo XV: il Minerbetti
-copioso di fatti, pratico nelle faccende e di esse giudice assennato:
-ampio il Boninsegni a forma di storia, continuata dipoi da un altro
-Boninsegni magro scrittore: e già il pensiero degli uomini fiorentini,
-stringendosi in sè, pareva andarsi assottigliando. Rimangono i
-_Ricordi_ d’un altro Morelli, da noi citato alcune volte; nè cessano
-quelli della famiglia Rinuccini.
-
-[138] I Fiorentini ebbero in tutti quegli anni una politica decorosa,
-intorno alla quale sono da vedere notizie cavate da pubblici documenti
-nel Discorso di G. CANESTRINI. (_Archivio Storico_, tomo IV.)
-
-[139] VESPASIANO DA BISTICCI nella _Vita di Agnolo Pandolfini_ scrive
-che questi tornando con la pace fatta, fu presso a Firenze incontrato
-da un amico suo, che lo ammonì com’egli portasse per quella pericolo di
-perdere il capo.
-
-[140] POGGIO, _Stor. Fior_., lib. IV. — BONINSEGNI DOMENICO. — _Ricordi
-del_ MORELLI (_Deliz. Erud._). — AMMIRATO, _Storie_. — MURATORI,
-_Annali d’Italia_. — SISMONDI, _Répub. Italiennes_.
-
-[141] Nell’anno 1453 ottennero queste due famiglie di non si dare
-divieto tra loro, se non per gli uffici maggiori, nel modo stesso che
-lo avevano ottenuto in quello stesso anno i Capponi ed i Vettori (vedi
-nota 2, pag. 101-102). La Storia delle consorterie rimane da fare; e
-forse qualcosa avvenne in quell’anno, che fu tra gli effetti del nuovo
-rimpasto dato alla Repubblica da Cosimo Medici e dalla sua parte.
-
-[142] V’erano dei Medici, dei Tosinghi, dei Portinari, e Niccolò
-da Uzzano vi teneva agenti suoi: vedi un pregevole discorso di G.
-Canestrini su’ commerci dei Fiorentini in Ungheria e su’ vari negoziati
-che la Repubblica ebbe con Sigismondo e con lo Spano; che forma
-appendice a due Vite di quest’ultimo. (_Archiv. Stor_., tomo IV.)
-
-[143] AMMIRATO, anno 1416.
-
-[144] Istruzione originale appresso di noi.
-
-[145] _Archiv. Stor_., tomo IV, pag. 262.
-
-[146] Con ciascuno degli ambasciatori andavano due giovani di famiglie
-qualificate; e Filippo Rinuccini, dal quale abbiamo questa notizia,
-era uno dei due che seguitavano Bartolommeo Valori. Furono in tutto
-sessantadue cavalli e dodici muli con la soma. «Fece l’orazione
-Leonardo Dati, e durò circa un’ora; che mai s’udì simile orazione, che
-v’era forse cento calamai a scriverla mentre che diceva.» (_Ricordi
-storici_ di FILIPPO RINUCCINI.)
-
-[147] Sulla venuta e sulla dimora del Papa in Firenze e sulle feste e
-cerimonie vedi la _Cronaca_ d’un anonimo fiorentino. (MURATORI, _S. R.
-Ital_., tomo XIX.)
-
-[148] Narra Lionardo Aretino nei _Commentarii_ (_Rer. Ital._, tomo XIX,
-pag. 931), come un giorno essendo col Papa, questi andando su e giù per
-la camera, tra sè replicasse irosamente la cantilena, e come lo stesso
-Lionardo cercasse placarlo, a tal fine enumerando i beneficii che la
-Repubblica di Firenze gli aveva recati in quella dimora.
-
-[149] _Ricordi_ di FILIPPO di CINO RINUCCINI.
-
-[150] Vedi il testamento, le obbligazioni ed una lettera di Baldassarre
-Cossa (_Archiv. Stor_., tomo IV), e i documenti pubblicati dal FABBRONI
-insieme alla _Vita di Cosimo de’ Medici_.
-
-[151] ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo IV.
-
-[152] Intorno al commercio dei Fiorentini aspettiamo una compiuta
-istoria. Infino a qui la migliore delle scritture che abbiamo è di
-gran lunga il _Libro sulla Decima_, del PAGNINI, volumi quattro, con
-falsa data, ma è Firenze 1765. Lo abbiamo in altri luoghi consultato,
-e qui sono da vedere i cap. 4, 5 e 6 della parte III, sez. III. I
-tomi III e IV contengono le molto pregevoli antiche scritture di
-Francesco Balducci Pegolotti e di Giovanni da Uzzano, bastanti per sè
-a mostrare la grande estensione che avea il commercio dei Fiorentini
-nei secoli XIV e XV. Il Pagnini illustra ad una ad una le varie Arti,
-e massimamente quelle principalissime della lana e della seta e delle
-spezierie e pelliccerie; ma soprattutto quella del cambio, e i Banchi
-tenuti in molte parti di Europa e d’Asia, e le Zecche d’Inghilterra e
-d’altri luoghi, le quali andavano per conto d’uomini fiorentini.
-
-[153] _Scrip. Rer. Ital_., tomo XIX, pag. 973.
-
-[154] Una splendida pubblicazione fatta nel 1863 a Firenze ne porge con
-altri il testo dei Trattati che il Federighi ed il Brancacci fermarono
-al Cairo col Sultano d’Egitto. È la collezione dei Diplomi Arabi
-che si rinvengono nell’Archivio Fiorentino e nel Pisano, illustrati
-dottamente dal prof. Michele Amari, e stampati co’ bellissimi caratteri
-che rimangono della Tipografia Orientale fondata dal cardinale,
-poi granduca, Ferdinando dei Medici. Veggansi le pag. 59 e 60 della
-Prefazione, e i Documenti che spettano agli anni 1421-22.
-
-[155] Nel libro citato abbiamo notizia d’un Trattato che il Signore
-di Piombino Iacopo d’Appiano cercava ottenere l’anno 1414 dal Califfo
-di Tunisi. Aveva come Signore di Pisa pochi anni prima l’Appiano fatte
-stipulazioni con quel Califfo, ed i mercatanti suoi cercava passassero
-in Barberia sotto il nome favorito di Pisani, come appare dal testo di
-quel Trattato, il quale sembra però non essere stato mai eseguito.
-
-[156] AMMIRATO, anno 1429.
-
-[157] GORO DATI, _Storia_, pag. 128 e seg.
-
-[158] «Da questo suo pellegrinaggio prendendo gli scrittori spagnuoli
-occasione, lasciarono di lui scritte cose favolose: raccontando
-d’essere stato nel Cairo e nell’Armenia e nell’India, essergli
-succeduti diversi e strani avvenimenti; essendo cosa certissima lui non
-esser passato i termini d’Italia.» (AMMIRATO, anno 1428.)
-
-[159] «I fiorini che si spendeano l’uno anno, in gran parte si erano
-ritornati nell’altro anno, come fa l’acqua che il mare per gli nugoli
-spande nelle piove sopra alla terra, e pel corso de’ rivi e fossati e
-fiumi si ritorna al mare. I modi del ritornare sono assai: prima, quel
-che i soldati spendono per la città e pel contado in arme e in cavalli
-e in vestire e per vivere; mentre che stanno per le terre e il contado,
-questa parte tutta si ritorna. Sonne rimasti fuori quelli che hanno
-speso in altri luoghi; e di questi ne torna tutto dì per gli mercatanti
-che stanno per tutte le terre del mondo a guadagnare, e mandano il
-guadagno a casa. Sonne anche rimasi fuori quegli che i Capitani e gente
-d’arme avessono avanzati e portati alle loro case: e d’altra parte ne
-sono tornati dai loro sudditi, che hanno in detti tempi per bisogno
-del Comune dati gran tributi e censi. E ancora ve n’hanno recati gran
-numero i mercatanti e abitatori delle città e terre circostanti e
-vicine, che sono venuti a Firenze per le mercatanzie e robe: non però
-sono tornati tutti, ma hannogli avere dal Comune, che sono scritti
-in su’ libri del Monte, che que’ tali cittadini gli debbono avere, e
-rendonsi a poco a poco ogni anno, quando stanno in pace, delle rendite
-del Comune che abbondano; e intanto che penano a riavere il detto
-capitale, hanno di guadagno fiorini cinque per cento l’anno.» (DATI,
-_Storia_, pag. 128.)
-
-[160] PASSERINI, _Storia degli Stabilimenti di Beneficenza della città
-di Firenze_.
-
-[161] In fine al volume daremo l’ordine degli uffici nella città di
-Firenze com’era in questi anni, descritto da Goro Dati nell’ultimo
-libro delle Istorie sue; e come saggio de’ costumi, delle allegrie,
-delle magnificenze e delle borie fiorentine, ne piacque per ultimo
-aggiugnere la descrizione che il medesimo autore lasciò delle feste
-solite celebrarsi pel San Giovanni. — Vedi _Appendice_, Nº V.
-
-[162] Di queste feroci leggi si discorre molto ampiamente nella
-sullodata _Istoria_ di quella famiglia che ha per autore il signor
-Luigi Passerini.
-
-[163] Vedi la _Cronaca_ di BONACCORSO PITTI, pag. 111 e seg., dove sono
-registrati gli uffici di fuori e le borse ed i partiti che ci volevano
-per ciascuno. — Vedi anche in più luoghi la _Cronaca_ del MORELLI.
-
-[164] BONACCORSO PITTI, pag. 97.
-
-[165] _Rex in foro, senator in curia, captivus in aula_.
-
-[166] Vedi, tra gli altri, GIOVANNI MORELLI in più luoghi.
-
-[167] Scrive FILIPPO RINUCCINI, che nella moría di quell’anno tra
-Signori e Collegi ne morì nove.
-
-[168] AMMIRATO, anno 1417.
-
-[169] CAVALCANTI, tomo II, pag. 519.
-
-[170] _Istorie_ di G. CAVALCANTI, pubblicate da F. L. Polidori;
-Firenze, 1838.
-
-[171] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. I, cap. 7, e lib. II, cap. 1.
-
-[172] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. IV.
-
-[173] Capitolo ultimo del primo libro, dove anche sono buone avvertenze
-da economista. — Il MORELLI ne’ _Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX,
-pag. 73) va più spedito: «Fate guerra, inducete guerra, date poppa a
-chi nutrica la guerra. Mai è stata Firenze senza guerra, nè starà per
-infino non taglia la testa ogni anno a quattro de’ maggiori.»
-
-[174] «Per torci lo Stato, e indurci all’odio del popolo, fece la pace
-col Re.» — Parole dal Cavalcanti messe in bocca di Niccolò da Uzzano;
-lib. VII, cap. 8.
-
-[175] AMMIRATO, _Storie_.
-
-[176] Gino Capponi si trova essere stato contrario alla pace. Sono
-da vedere i _Commentari_ di NERI di GINO che hanno principio da quel
-fatto, narrato da lui distesamente e biasimato. — Vedi anche il lib. IX
-del CAVALCANTI. — GIOVANNI MORELLI nei _Ricordi_ (_Deliz. Erud_., tomo
-XIX, pag. 43) scrive che la pace «non fu intesa dal popolo, ma sì da
-alquanti.»
-
-[177] AMMIRATO, _Storie. — I Capitoli del Comune di Firenze,_
-Inventario e regesto; tomo I.
-
-[178] BONINSEGNI, pag. XIX. — POGGIO, _Storie_, lib. IV.
-
-[179] GIOVANNI CAVALCANTI, _Storie_, lib. I e II.
-
-[180] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud_., tomo XX, pag. 162).
-
-[181] «La Signoria per trovar danari da mantenere la guerra fece due
-Monti; uno per le fanciulle e l’altro pe’ fanciulli che s’avessero a
-maritare. E questi erano, che mettendovi sopra cento fiorini, in capo
-di quindici anni, essendo la fanciulla maritata o il giovane preso
-moglie, ne dovesse avere per capitali e interessi cinquecento, e così
-per rata di maggiore o minor somma; e morendo avanti detto tempo, il
-tutto restasse nel Monte.» (AMMIRATO, anno 1425.)
-
-[182] Il Machiavelli mette in iscena Rinaldo degli Albizzi invece di
-Rinaldo Gianfigliazzi. — Iacopo Pitti, nell’_Istoria_, attribuisce
-anch’egli il discorso al Gianfigliazzi.
-
-[183] AMMIRATO, _Stor. Fior_., anno 1419; e _Giornale Storico degli
-Archivi Toscani_, tomo IV, pag. 36.
-
-[184] Intorno a queste Compagnie vedi le _Commissioni dell’Albizzi_,
-tomo III, pag. 5 e 6, dove sono recate Consulte ec.
-
-[185] Abbiamo a stampa (_Archiv. Stor._, tomo IV) un componimento
-dell’Uzzano in terza rima, che fu appiccato, secondo si legge, al
-Palazzo della Signoria un giorno dell’anno 1426. Di versi politici
-troviamo frequenza nelle Biblioteche della città nostra: in questi
-l’Uzzano predice imminente la caduta dello Stato per esservi entrati
-molti nuovi uomini, e svolge il partito ch’è detto nel testo: propone
-l’esempio della _donna Veneziana_, della quale erano i reggitori _stati
-mille anni nei loro seggi_; consiglia far capo di nuovo alla _rossa
-gallina_ (l’aquila rossa del magistrato della Parte guelfa) _che aveva
-dormito_ dopo il settantotto; e vuole schiacciare la _malescia noce_,
-per il che intendeva Giovanni de’ Medici, o certamente la parte sua.
-
-[186] NICCOLÒ TINUCCI nella _Disamina_, della quale noi dovremo più
-sotto discorrere, dice anzi che il Medici ne morisse di dolore. — Vedi
-anche DOMENICO di LEONARDO BONINSEGNI, e i _Ricordi_ del MORELLI, e
-quelli del RINUCCINI, e la _Cronaca_ di GIOVANNI CAMBI, e l’AMMIRATO,
-agli anni 1427-28.
-
-[187] Il Poggio, che molto si piace descrivere i casi di guerra e la
-politica degli Stati, fa come se dentro non fossero Parti, e nulla
-avvenisse di nuovo allora e di memorabile nella Repubblica di Firenze.
-Nè diamo gran fede a Michele Bruto, che dopo un secolo e mezzo, o
-quasi, ed egli vivendo tra’ fuorusciti, non avvalora di nuovi fatti gli
-appassionati e spesso incerti suoi giudizi.
-
-[188] Per grazia del signor Alberto Ricasoli Firidolfi abbiamo potuto
-a grande agio consultare un Manoscritto dove Rinaldo degli Albizzi
-trascriveva pel corso di trentadue anni la materia delle Legazioni
-e d’altri uffici esercitati da lui fuori della città di Firenze.
-In fine daremo l’Elenco delle Commissioni (_Appendice_, Nº VI);
-ma tutta la serie dei documenti è ora pubblicata per le cure del
-signor Cesare Guasti (_Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il
-Comune di Firenze_; vol. III; Firenze, 1867-73), e da lui corredata
-d’altre lettere e scritture e in molti luoghi di atti delle Consulte
-che si riferiscono a quei fatti: nè so quale altra pubblicazione
-potrebbe valere del pari alla illustrazione della Storia fiorentina
-in quegli anni, la quale si trova rappresentata ivi con pienezza pari
-all’evidenza. In quanto al trattenersi che fece in Firenze Rinaldo
-contro alla voglia dei Dieci, i mesi di luglio e agosto 1426, ne’ quali
-avvenne la radunanza in Santo Stefano, si veda il volume III delle
-_Commissioni_, a pag. 8 e seguenti.
-
-[189] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. III; e NERI CAPPONI, _Commentari_.
-
-[190] Notizie raccolte da G. CANESTRINI; _Archivio Storico_, tomo IV.
-
-[191] _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_, tomo III. N.i 45, 47.
-
-[192] Il CAMBI, _Storie_, anno, 1427, annovera i Capitani dei due
-eserciti e le paghe.
-
-[193] POGGIO, _Storie_. — CAVALCANTI, lib. III; e AMMIRATO. — ROMANIN,
-_Storia di Venezia_, lib. X, cap. 4.
-
-[194] POGGIO, _Storie_, lib. V.
-
-[195] «E’ non è maraviglia se il Marchese non negasse il passo.
-Più sarebbe stato maraviglia avendo il passo conteso: perchè le
-universitadi de’ popoli sempre invidiarono i singulari Signori; e, non
-che i Signori sieno invidiati da’ popoli, ma i popoli invidiano i loro
-splendidi cittadini. Adunque a’ Signori è lecito nimicare i popoli....
-e così l’unione de’ popoli è disfacimento de’ Signori. Adunque è folle
-colui che rimette la libertà di molti nella guardia d’uno.» CAVALCANTI,
-lib. IV, cap. 1 in fine. Vedi anche il principio del cap. 3., lib. III.
-— Egli, sebbene magnate (e quale amico dei magnati vedremo sovente),
-pure come antico guelfo e fiorentino, ti pare alle volte anch’egli
-essere popolano; e nota più sotto come «nelle adornezze delle porpore
-le lodi si danno più agli artefici che le fecero, che a quelli che le
-portano.» (Lib. IV, cap. 2, e cap. VII, pag. 195.)
-
-[196] CAVALCANTI, lib. IV, cap. 4. — MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz.
-Erud_., tomo XIX, pag. 78). — SERRA, _Storia di Genova_, tomo III, pag.
-138. — CORIO, _Storia di Milano_.
-
-[197] Intorno a questa pace, che fu conchiusa e tosto rotta, è da
-vedere la Legazione Nº 49 di Rinaldo degli Albizzi nel tomo III delle
-_Commissioni_.
-
-[198] ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. X. cap. 5 e 6. — POGGIO,
-_Storie_. — CORIO, _Storia di Milano_.
-
-[199] Legazione pubblicata nell’Appendice alle _Storie_ del CAVALCANTI.
-— I Fiorentini voleano sempre che il Signore di Lucca non vi fosse
-compreso: fu egli nella pace solamente nominato e con ambigue parole.
-
-[200] _Archivio Storico_, tom. XIII, pag. 252 e seg.
-
-[201] MORELLI, _Ricordi_ ec., pag. 73.
-
-[202] Vedi sopra Lib. IV, cap. I.
-
-[203] Pubblicava il signor BERTI nel _Giornale Storico degli Archivi
-Toscani_, tomo IV, pag. 32, con una sua Prefazione, le Consulte o
-Pratiche degli anni 1426-27 relative alla formazione del Catasto.
-L’atto dei 12 maggio 1427 riferisce il voto emesso da Giovanni a questo
-modo: _ipse quidem nescit si fructus sequetur, vel non: sed, auditis
-aliis civibus, idem secutus est._ — Ma bene aveva egli dannato le
-spese, e detto essere la città esausta. _Cives exausti sunt pecuniis;
-et querendum est ut minorem expensam habeamus: nam si examinetur summa
-soluta per cives, innumerabile apparebit._ (Atto dei 7 marzo medesimo.)
-
-[204] Nello Statuto del 1415 è una rubrica: _De Sclavis et eorum
-materia_ (lib. III, rubr. 186, pag. 385). Non doveano essere _catholicæ
-fidei_.
-
-[205] La Provvisione per il Catasto venne pubblicata per disteso dal
-PAGNINI in fine al vol. I _Sulla Decima_; il quale discorre questa
-materia ampiamente nello stesso volume, parte I, sez. II, cap. 3 e
-4. — In seguito il saggio delle quote andò crescendo, ma diversamente
-secondo la rendita netta d’ogni cittadino, cosicchè dai cento fiorini
-in giù pagassero sulla ragione del tre per cento, e poi su su infino al
-mille, non oltrepassando il cinque per cento; il quale modo prima era
-detto decima scalata, e in oggi è chiamato imposta progressiva. — Vedi
-CANESTRINI, cap. III, _La Scala o l’Imposta progressiva_.
-
-[206] Di tutta l’opera del Catasto, del modo cioè della esecuzione
-che era più volte innanzi andata fallita, scrive il Cavalcanti essere
-stato inventore un Filippo da Diacceto, «uomo di sottile ingegno e
-molto esperto ragioniere; e con la penna in mano mostrò il modo d’avere
-danari: e per cosiffatto scaltrimento fu fatto il Catasto, là ove tutti
-i patrizi ebbero la soma col soprassello.» (Tomo II, pag. 480.) — Ma
-sulla materia del Catasto è poi da vedere il libro citato del signor
-Giuseppe Canestrini.
-
-[207] CAVALCANTI, lib. IV, cap. 12.
-
-[208] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud._, tomo XX, pag. 162 e seg.).
-
-[209] _Cronichetta Volterrana_ (_Archivio Storico_, Appendice III, pag.
-318).
-
-[210] CAVALCANTI, lib. V. — _Commentari_ di NERI CAPPONI. — _Ricordi_
-del MORELLI. — Ma soprattutto è da vedere il libro più volte citato
-delle _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_. In esso manca la
-Commissione LIV a Volterra, essendo le carte che la risguardavano
-strappate di dentro al libro; ed il signor Guasti per buone ragioni
-suppone che fossero levate di mezzo e distrutte da Rinaldo stesso,
-perchè tra le cose fatte a Volterra ve n’era di quelle che Rinaldo
-avrebbe voluto abbuiare e forse ancora egli medesimo obliare. Abbiamo
-però in quell’egregio volume le Consulte e non poche lettere della
-Signoria, che bene illustrano tutto quel fatto di Volterra.
-
-[211] _Commentari_ di NERI CAPPONI.
-
-[212] Il Doge avrebbe detto a Marcello Strozzi, che andò a Venezia per
-la seconda pace di Ferrara: «Saprete voi, Fiorentini, gastigare quel
-tristo del Signore di Lucca?» (Ivi.)
-
-[213] Gli aveano risposto, che la Repubblica di Firenze non era
-consueta spoppare bambini. (CAVALCANTI, lib. XI, cap. 6. — POGGIO,
-_Storie_, lib. VI.)
-
-[214] Scrive LEONARDO ARETINO nei _Commentari_, che _moltitudo urbana_
-mirabilmente appetiva la guerra di Lucca. — Questa città era stata
-sul punto di essere venduta da Braccio per cento mila fiorini. «Era
-Gino Capponi Gonfaloniere di giustizia, e il popolo voleva l’impresa;
-tennesene Consiglio, e determinossi del no pe’ savi uomini.» (_Ricordi_
-del MORELLI, anno 1418.)
-
-[215] _Ricordi_ del MORELLI, pag. 28.
-
-[216] Un cartolaio che aveva votato la guerra contro Lucca ne
-chiese più anni dopo assoluzione dal Comune dei Lucchesi. (Vedi le
-_Commissioni dell’Albizzi_, tom. III, pag. 211.)
-
-[217] Sono da leggere queste parole nel CAVALCANTI, lib. V, cap.
-III, donde le trasse il Machiavelli: e l’Ammirato scrive, trovarsi
-quel discorso in molti giornali o zibaldoni che si scrivevano dai
-contemporanei. Il corpo di lui andò scoperto alla sepoltura, seguito
-da Cosimo e da Lorenzo suoi figli con altri ventotto della Casa Medici
-vestiti a bruno, e dai magistrati della Repubblica e ambasciatori che
-allora erano in Firenze: costò il funerale tre mila fiorini. È con
-la moglie sepolto sotto ad una bella tavola di marmo in mezzo alla
-sagrestia di San Lorenzo.
-
-[218] CAVALCANTI, tomo I, pag. 296. — POGGIO, _Storie_, pag. 180.
-
-[219] _Commentari_ di NERI CAPPONI.
-
-[220] CAVALCANTI, tomo I, lib. V. — _Examina_ di NICCOLÒ TINUCCI,
-che sta con le Istorie di Michele Bruto volgarizzate dal P. Stanislao
-Gatteschi. — Tra’ primi Dieci, con Neri di Gino e con Nerone di Dionigi
-Neroni e con l’ambiguo Ser Martino, furono Alamanno Salviati uomo
-aderente a parte Medicea, ed un artefice delle minori Arti per nome
-Puccio d’Antonio Pucci, di scaltro ingegno e che fu a Cosimo grande
-strumento. Dipoi tra’ Dieci, che ogni sei mesi mutavano, troviamo due
-volte Cosimo de’ Medici ed una Lorenzo suo fratello, con altri dei
-loro; poi Rinaldo degli Albizzi e Palla Strozzi, e degli antichi della
-Repubblica Lorenzo Ridolfi e Agnolo Pandolfini, e fino allo stesso
-Niccolò da Uzzano che molto aveva biasimato quella guerra.
-
-[221] Vedi le lettere di Rinaldo e quelle dei Dieci a lui da’ 6 a’ 18
-marzo 1429 stile fiorentino. _Commissioni_ ec, tomo III.
-
-[222] Il Cavalcanti, che fu autore di tanto feroci accuse, toglie a
-sè ogni fede co’ vituperi nei quali avvolge, non che Astorre, tutta la
-schiatta di lui: nè il Machiavelli altro poi fece che tramandare alla
-posterità le cose apposte dal Cavalcanti. — Il Gianni era in campo a’
-9 febbraio, e disse a Rinaldo «avere chiesto licenza perchè non voleva
-stare ai pericoli e agli stenti di qua, e che di lui si tenga costà dei
-ragionamenti ch’egli ha sentiti ec.» Dipoi faceva pure conto rimanere,
-tanto che ai 18 dello stesso mese praticava affinchè ai Dieci fosse
-rappresentato com’egli nel campo fosse utile e necessario. Dei fatti
-del Gianni è un molto ampio, e noi teniamo giusto, processo nelle note
-apposte dal signor Guasti a quel che risguarda l’assedio di Lucca.
-
-[223] Lettere del 9 e una dei 18 febbraio. _Commissioni_ ec., tomo III.
-
-[224] _Commentari_ di NERI CAPPONI. — «Fu cosa da fanciulli; perdessi
-tempo e danari e opere, per avventura fiorini quarantamila, e niente
-riuscì: ma restò in vergogna e danno.» (_Ricordi_ del MORELLI, pag.
-87.) — Vedi pure lettere de’ 6 e 8 marzo, _Commissioni_ di RINALDO,
-tomo III.
-
-[225] CAVALCANTI, _Storie_, lib. VI, cap. 15. — Filippo de’ Nerli,
-assommando confusamente quei fatti, attribuisce all’invidia dei
-contrari le querele date così a Giovanni Guicciardini come ad Astorre
-ed a Rinaldo.
-
-[226] POGGIO, _Stor. Fior._, lib. VI. — «Il Duca mandò ambasciatori
-a noi, che dicevano ch’ei voleva mantenere la pace; e mostrocci
-amorevolezza, che ci donò lioncini; e due anni il palio di San Giovanni
-offerse a San Giovanni con l’arme sua, acciocchè noi ci dimesticassimo
-con quell’arme.» (_Ricordi_ del MORELLI, pag. 88.)
-
-[227] «Odievoli motti per li nostri male ammaestrati figliuoli per
-tutta la città si cantavano: _Ave Maria grazia piena, dopo Lucca
-avremo Siena_: e altri cantavano: _Guarti_ (guardati) _Siena, che Lucca
-triema_.» (CAVALCANTI, lib. VI, cap. 18.)
-
-[228] CAVALCANTI, lib. VI, cap. 24, 25.
-
-[229] «Dissesi il Duca n’avea ritratto, tra danari e gioielli, la
-valuta di duegento mila fiorini. Così si diceva in Firenze, ma credo
-più.» (_Ricordi_ del MORELLI, 93.) — Il Cavalcanti però afferma, che il
-Duca e lo Sforza non ne cavarono quanto si credevano.
-
-[230] TOMMASI, _Storia di Lucca_ (_Archiv. Stor._, tomo X, lib. 2,
-cap. 9). — MALAVOLTI, _Storie di Siena_, lib. II, parte 3ª. — «Si
-disse in Firenze, che lo Sforza per cento mila ci dava Lucca, e che
-Niccolò da Uzzano non volle; ed è vero, perchè ci metteva ne’ Borghi
-di Lucca. Se l’avessimo acquistata non so.» — «Vedesi che i Fiorentini
-erano bareggiati, e perchè alcuni ingrassavano, a tutto consentivano.»
-(_Ricordi_ del MORELLI, 93.)
-
-[231] NERI CAPPONI, _Commentari_.
-
-[232] MALAVOLTI, _Storia di Siena_. — Vedi le Istruzioni e Relazioni
-della Repubblica di Siena dal 1428 al 31, pubblicate nell’Appendice
-all’_Istoria_ del Cavalcanti.
-
-[233] TOMMASI, _Storia di Lucca_, lib. III, cap. 1. — POGGIO, _Stor.
-Fior._, lib. VI. — NERI CAPPONI, _Commentari_. Da una Commissione
-a Neri Capponi, che fu rinviato al Campo con altri due cittadini,
-s’intravede la poca fede che ponevano nel Capitano quattro giorni prima
-della battaglia. (Archivio di Stato.)
-
-[234] Solo in una notte quattordici castella aveano mandate al
-Piccinino le chiavi, e gli ufficiali della Repubblica, dei quali aveano
-gli abitatori più da lagnarsi, vi rimasero prigioni. — «Io non ho forse
-meno terre avute (diceva il Piccinino) per mancamenti de’ cittadini,
-che per nimicizia dei villani. Questo è perchè mandano per guardia
-delle fortezze lavoranti di lana; ai quali danno a quella ragione il dì
-di soldo che alle botteghe avevano di salario.» — Giovanni Aguto avea
-detto una volta ad Andrea Vettori, che andasse a fare dei panni, e a
-lui lasciasse governare l’esercito. (CAVALCANTI, lib. VII, cap. 25 e
-33.)
-
-[235] Vedi _Commentari_ di NERI CAPPONI. Il carteggio di Neri durante i
-due suoi Commissariati in quella guerra ci manca, e vorremmo noi porlo
-a riscontro di quello che abbiamo di Rinaldo degli Albizzi.
-
-[236] MALAVOLTI, _Storia di Siena_; e CAVALCANTI, lib. VII.
-
-[237] AMMIRATO, _Storie_, anno 1431. — CAVALCANTI, _Storie_, lib. VII,
-cap. 29, 30. — Questi, non mai dimentico d’essere egli di casa Grandi
-come era il Mannelli, mentre biasima le armi date in mano ai villani,
-si piace a dipignerlo grande e bello della persona, con un’accia
-in mano facendo volgere al piloto diritta la prua contro la galera
-genovese. Ma nel descrivere la partenza dei legni da Pisa il nostro
-autore sembra pigliare la tromba epica quando rappresenta in sulle
-sponde dell’Arno il popolo dei Pisani, attratto dalla ferocia degli
-aspetti e dalle armi splendenti, bramare in cuor suo la sconfitta di
-quei prodi ch’egli ammirava ma che a lui erano strumenti odiosi di
-servitù. — Vedi _Archiv. Stor._, Appendice, vol. I, pag. 143.
-
-[238] LEONARDO BONINSEGNI. — NERI CAPPONI. — «La Repubblica donava
-a Micheletto un ricco elmetto coperto di rose d’oro suvvi un giglio
-d’oro, e un cavallo coperto di chermisi broccato d’oro, e le bandiere
-quadre del Comune riccamente fatte e messe d’ariento: costò detto dono
-fiorini duemila: e un simile aveano fatto a Niccolò da Tolentino.»
-MORELLI, _Ricordi_ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XIX, pag. 106).
-
-[239] NERI CAPPONI, _Commentari_. — MORELLI, _Ricordi_. — AMMIRATO,
-_Storie_. — _Commissione di Rinaldo degli Albizzi_ per accompagnare
-l’Imperatore, ultima del tomo III.
-
-[240] In quella paco Maso andò contro ai maggiorenti della città, ma
-fece al popolo cosa grata. (CAVALCANTI, tomo II, pag. 466 e seg.)
-
-[241] CAVALCANTI, lib. VII, cap. 6, 7, 8. — MACHIAVELLI, _Stor._, lib.
-IV.
-
-[242] Vedi molte buone leggi da lui fatte fare a sollievo dei poveri ed
-a mantenimento della giustizia. (CAVALCANTI, tomo II, pag. 464.)
-
-[243] Niccolò da Uzzano si sarebbe lasciato sentir dire che dove
-nella Repubblica dovesse diventar principe un suo cittadino, avrebbe
-egli amato la _maggiorità_ di Cosimo piuttosto che quella di Rinaldo.
-(CAVALCANTI. I, 381.)
-
-[244] Rinaldo essendo potestà di Prato avrebbe fatto sequestrare certi
-muli dei quali era Maso debitore a un vetturale che, per non avere
-danaro pronto, era da un creditore suo tenuto in carcere. (Ivi, tomo
-II, pag. 504.)
-
-[245] «Io dico che quella cosa ch’è di tutti, è grandissima stoltizia
-riconoscerla da pochi uomini; ognuno c’è per lo cuoio e per lo pelo,
-secondo il suo grado e la sua facoltà: a me pare che sia somma prudenza
-quello che non si può vendere, saperlo donare; con la legge tutto si
-governi ec.» Parole di Rinaldo. (CAVALCANTI, lib. I, cap. 7.)
-
-[246] «Averardo e Giovanni di Puccio ne scrisse in tuo servizio — tutto
-conferisci con Ser Martino come con padre.» (Lettera di Rinaldo degli
-Albizzi ad Ormanno suo figlio, 3 febbraio.) — «Veggio quello t’ha detto
-Nanni Pucci, che è segno di buona amicizia: Averardo de’ Medici anche
-me ne scrive da Pisa.» (20 febbraio.) — «Dillo con Ser Martino e con N.
-Pucci e con chi ti piace; non t’allargare con troppi.» (Ivi.) — «Quanto
-scrivi di Cosimo e d’Averardo e d’Alamanno ec.» (13 marzo.) Queste ed
-altre parole confermano che Rinaldo avesse allora buona intelligenza
-con gli amici di Cosimo e con lui medesimo.
-
-[247] Vedi, tra le altre, la lettera ad Ormanno de’ 31 gennaio.
-
-[248] _Examina_ del TINUCCI, che va con le _Storie_ di MICHELE BRUTO.
-
-[249] _Storie_ di DOMENICO BONINSEGNI e AMMIRATO.
-
-[250] Neri ne’ _Commentari_ scrive essere stato confinato per una legge
-che si chiamava degli _Scandalosi et majorità_ (così anche un nostro
-MS.): intendeva bastare a vincere il partito il maggior numero delle
-fave, senza bisogno dei due terzi che per il solito ci volevano a
-tali condanne. Le molte pratiche intorno a questa legge sono riferite
-distesamente dal signor Guasti nelle Prefazioni da lui aggiunte alle
-_Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_, tomo III, pag. 167 e seg. —
-Intorno alle pratiche di Neri col Papa, le quali furono a lui causa
-del bando, vedi PLATINA, _Vita Nerii Capponi_ (in MURATORI, _Rer. Ital.
-Script._, tomo XX, col. 480-90).
-
-[251] Lettere dei 6 e 12 marzo 1430.
-
-[252] Quanto all’ufficio di Senatore di Roma tenuto dall’Albizzi, vedi
-l’Appendice VI, tomo III delle _Commissioni_.
-
-[253] _Examina_ del TINUCCI.
-
-[254] Vedi CAVALCANTI, lib. VII, cap. 8; e TINUCCI.
-
-[255] FABBRONI, _Vita di Cosimo_.
-
-[256] «Ecci chi vorrebbe, per fare vergogna e danno ad altri, che il
-Comune avesse e vergogna e danno, e ingegnansi in quanto possono,
-che questo abbi a seguire; che è cattiva condizione d’uomo. Parmi
-nonostante che questa impresa sia ai più piaciuta, e che veduto la
-cosa essere ridotta in luogo dove interviene l’onore del Comune, per
-ciascuno si debba dare ogni favore possibile; et così fo in quello
-posso qua, e simile conforto te, benchè sono certo non ne bisogni.» (Ad
-Averardo de’ Medici, da Firenze 4 febbraio 1430.)
-
-[257] «Mi pare la guerra sia più lunga non vorremmo, e tutto per
-non l’aver voluta quando si poteva: sicchè Iddio perdoni a chi n’è
-cagione.» (Accusa la quale non so a chi vada, nè a che accenni.) Allo
-stesso Averardo, da Verona 21 ottobre 1430, ed altra da Ostiglia 1º
-dicembre.
-
-[258] Abbiamo la Posta del capitale in commercio spettante a Cosimo dei
-Medici nel Catasto del 1432. I traffici per la fabbricazione di merci
-e le accomandite di cambio andavano per compagnie, dove i Medici spesso
-avevano la rata più grossa. Segue la Posta com’è nel libro:
-
- Cosimo di Giovanni de’ Medici, figli e nipoti, pel
- traffico di Firenze, di fiorini 120, tocca a loro. Fior. 78 15
- Per la commandita di Bruggia e Londra, in loro ditta,
- per fiorini 160, tocca loro 78 17
- Per quella di Avignone e Ginevra, per la rata di fiorini
- 160, tocca loro 96 —
- Pel traffico di Vinegia sotto la ditta di Pier Francesco
- de’ Medici e compagni, per la rata di fiorini 100,
- tocca loro 65 12
- Pel traffico della Lana sotto la ditta Giov. di Cosimo
- de’ Medici, per la rata di fiorini 30, tocca loro 18 15
- Pel traffico della Lana dice in Piero di Cosimo de’ Medici,
- per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 15
- Pel traffico di Pisa dice in Ugolino Martelli, per la
- rata di fiorini 80, tocca loro 30 —
- Pel traffico della Seta dice in Piero di Cosimo de’ Medici,
- per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 10
-
- Somma in tutto il Catasto ed è l’imposta sul commercio
- di Cosimo de’ Medici fiorini d’oro 428 —
-
-CANESTRINI, _La Scienza e l’arte di Stato_, pag. 157. — La terra, le
-case, l’entrate sul Monte, i crediti, i mobili, stavano da sè.
-
-[259] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Cosimo de’ Medici_.
-
-[260] Si trova in addietro l’una delle due Parti (non so quale) essersi
-chiamati i Buoni e l’altra i Belli; e l’una Valacchi e l’altra Uomini
-da bene. (CAVALCANTI, _Stor_., lib. I, cap. 1.)
-
-[261] L’autore dal quale più cose traemmo circa lo stato della
-Repubblica e il gioco vario delle parti, dicemmo noi essere devoto ai
-Medici; ed è vero che Giovanni Cavalcanti, avverso al governo degli
-Ottimati, encomia sempre con parole affettuose Giovanni dei Medici;
-ma inverso Cosimo il linguaggio di lui ne sembra più adulatorio che
-schietto, spesso involgendosi negli artifizi. Comincia l’_Istoria_ da
-una sorta d’invocazione a Cosimo stesso, il quale vorrebbe chiamare
-piuttosto uomo divino che mortale, siccome colui che dalla fortuna,
-senno di Dio, venne favorito con tutte le sue divine potenze. Ma
-vuole tacerne, «perchè egli conosce negli uomini le virtù non essere
-in questa momentanea vita nè immutabili nè perpetue, e che allora
-quando le felicità esaltano gli uomini, la ingratitudine sottentra,
-e la superbia occupa le virtù.» Laonde nel seguito de’ tempi il
-linguaggio del nostro autore si fa più severo, e aguzza la penna contro
-a Cosimo ed ai suoi: finisce l’_Istoria_ compiangendo alla morte di
-Rinaldo degli Albizzi, quando aveva perduto questi ogni speranza di
-riacquistare la patria, facendo risorgere con armi nemiche lo stato
-antico della Repubblica. Ma queste cose poi vedremo.
-
-[262] «E’ danari del Monte tornarono a fiorini diciotto per cento e
-non si trovava compratore.» (Febbraio 1432-33.) — «A’ 23 di aprile
-1433 a ore 22 ci furono due cavallari con nuove della pace, e con
-l’ulivo ch’ell’era conchiusa col Duca, e sonorono le campane, e fessi
-fuochi. Non se ne rallegrò se non e’ poveri; e’ danari del Comune non
-migliororono nulla.» (MORELLI, Ricordi; in _Deliz. Erud_., tomo XIX,
-pag. 168.)
-
-[263] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, pag. 96.
-
-[264] Della Pratica tace affatto il Cavalcanti, e così pure il
-Machiavelli. — Forse dei nostri lettori taluno ricorda come nell’anno
-1396 fosse pigliato con lo stesso inganno Donato Acciaioli: vi ebbero
-molte circostanze somiglianti, ma era il caso troppo diverso.
-
-[265] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, pag. 75. — È un ordine dato in forma
-di bullettino al Capitano del Popolo, perch’egli abbia a fare eseguire
-la detta sentenza.
-
-[266] CAVALCANTI, _Storie_.
-
-[267] _Ricordi di Cosimo._ — FABBRONI, _Vita_.
-
-[268] CAVALCANTI. — AMMIRATO.
-
-[269] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud._, pag. 187).
-
-[270] «Si volsero a ridurre la terra secondo l’uso del buon vivere e
-pacifico, e a fare che niuno cittadino avesse più autorità l’uno che
-un altro, se non quella che gli avevano dato la sorte e la dignità —
-non pensavano che avevano a fare con un potente nemico.» — Sono parole
-del buon libraio Vespasiano da Bisticci, che amico a Cosimo del quale
-scriveva la Vita, era poi anche un fiore di galantuomo. E in altro
-luogo aggiunge egli: «Non tolsero lo stato a persona, ma dettenlo a
-tutti quelli che lo meritavano.»
-
-[271] Il Cavalcanti compose (com’è suo costume) una lunga diceria
-dell’Albizzi a fine di persuadere la chiamata dei Grandi a parte della
-Repubblica, ed una di Mariotto Baldovinetti che dissuase il partito.
-Dell’una e dell’altra il Machiavelli diede un estratto; ma sembra a me
-sotto quei due nomi avere voluto il Cavalcanti spiegare a disteso come
-l’aiuto dei Grandi ci volesse a reggere in piedi quel debole Stato, e
-come i Grandi, cercati forse, non se ne degnassero.
-
-[272] La Repubblica s’era intromessa per la liberazione del Tolentino.
-Il primo d’aprile 1435 la Signoria scrive a Neri Capponi ambasciatore
-a Venezia: «Questo dì c’è di nuovo che Niccolò da Tolentino è morto.
-Il modo della morte, secondo che scrive Niccolò Piccinino a’ figlioli,
-fu che andando del borgo di Val di Taro ad altro luogo per stanza, gli
-cadde addosso il cavallo che cavalcava, et così morì. Questo è secondo
-lo scrivere; la verità non sappiamo.»
-
-[273] _Commentari_ di NERI CAPPONI. — BONINSEGNI. — GIOV. MORELLI,
-_Ricordi_. — MACHIAVELLI, lib. V. — SCIPIONE AMMIRATO, lib. XX.
-
-[274] _Ricordi di Cosimo de’ Medici_; FABBRONI, pag. 99.
-
-[275] Il CAVALCANTI (lib. IX, cap. 27) dice «che la Signoria di
-Venezia commise inoltre a certi suoi ambasciatori che erano per le
-faccende della Lega in Firenze, che a’ nostri ufficiali del Catasto
-favoreggiassero la posta di Cosimo come Veneziano cittadino.»
-
-[276] Quando nel 30 andò a Verona fuggendo la peste, menava con sè
-Niccolò Niccoli, quell’insigne ritrovatore di antichi libri greci
-e latini, e Carlo Marsuppini d’Arezzo che fu poi segretario della
-Repubblica.
-
-[277] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, note a pag. 86, 87. — ROMANIN,
-_Storia di Venezia_, lib. X, cap. 7.
-
-[278] Nel Catasto del 1427 la posta di Palla Strozzi era superiore
-a quella di Giovanni de’ Medici e ad ogni altra: quegli pagava
-cinquecento sette fiorini, questi trecento novantasette. (CANESTRINI,
-lib. cit.)
-
-[279] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Agnolo Pandolfini_.
-
-[280] CAVALCANTI, lib. X, cap. 7. — Nella vita manoscritta di Palla
-Strozzi, che abbiamo insieme con le altre vite della famiglia scritte
-da Lorenzo Strozzi fratello a Filippo, si nega l’andata un po’ ridicola
-del buon Palla, attribuendone l’invenzione al Machiavelli: si vede che
-Lorenzo Strozzi non aveva notizia delle Istorie del Cavalcanti.
-
-[281] _Storia_ di IACOPO PITTI, lib. I.
-
-[282] «Il Papa aveva l’animo a volere il dominio della città, perchè
-gliene fu data intenzione.» (_Commentari_ di NERI CAPPONI.)
-
-[283] GIO. CAMBI, _Istorie_. — MORELLI, _Ricordi_; e AMMIRATO.
-
-[284] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. X, cap. 19.
-
-[285] «E appunto in capo dell’anno, in quel medesimo dì, cioè a’ 5
-d’ottobre, e in quella medesima ora rientrammo in su quello del Comune,
-e in quel medesimo luogo. Di questo ho fatto ricordo, perchè ci fu
-detto da più persone devote e buone, quando fummo cacciati, che non
-passerebbe l’anno, che saremmo restituiti, e torneremmo a Firenze.»
-(_Ricordi_, ec.)
-
-[286] CAVALCANTI, lib. X, ultimi capitoli.
-
-[287] BONINSEGNI, _Storie_. — MORELLI, _Ricordi_. — CAMBI, _Cronaca_. —
-NERLI, _Commentari_.
-
-[288] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vite di Palla Strozzi e di Agnolo
-Pandolfini_.
-
-[289] «Nel mese di gennaio prossimo fui il primo tratto dalle borse
-dello squittinio per Gonfaloniere di Giustizia; e al mio tempo non si
-confinò nè si fece male a persona: ma Francesco Guadagni e più altri,
-i quali trovai nelle mani del Capitano della Balìa, operai in forma
-non morirono, ma furono condannati in perpetua carcere.» (COSIMO DE’
-MEDICI, in fine ai _Ricordi_.)
-
-[290] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI.
-
-[291] «Qui autem Vexillifer Iustitiae in relegatione Cosmæ cum esset
-capitaneus Pisis, vocatus ad judicium, in via sive subitanea morte,
-sive veneno, periit.» (S. ANTONINO, _Chronicon_, pag. 504.)
-
-[292] Scrisse agli Otto: «Io ho inteso il vostro bando, il quale come
-uomo che non voglio errare, vi avviso che in casa non ho altre armi se
-non un panieruzzo d’aguti, e un cultellino tutto intaccato, ed è della
-fante, ec.» (CAVALCANTI, lib. X, cap. XXIII.)
-
-[293] _Storia_ di GIOVANNI CAMBI.
-
-[294] CAVALCANTI, lib. VII, cap. 27.
-
-[295] CAVALCANTI, lib. X, ultimo capitolo. — _Storie_ di DOMENICO
-BONINSEGNI. — MORELLI, _Ricordi_. — _Storia_ di GIO. CAMBI. — AMMIRATO,
-lib. XX. — Commissione manoscritta, a Neri Capponi, dove si vede come
-a Firenze avessero cercato non si guastare con Siena. Ved. _Appendice_,
-Nº VII.
-
-[296] Ma non voleva la Signoria di Venezia potesse ciascuno muovere
-guerra a sua posta e tirare gli altri. Allegava: «esser maggior
-pericolo che ciò da noi (Fiorentini) non venisse, perchè per avventura
-siamo più leggieri a muoverci e mutiamo la Signoria spesso. Il perchè
-talvolta si trovan di quelli che leggiermente vi salterebbon su, maxime
-cognoscendo avere obbligato la Signoria di Vinegia a concorrere, ec.»
-(Lettera della Signoria a Neri Capponi, rimasto in Venezia ambasciatore
-per la Lega; 1º aprile 1435.)
-
-[297] Il CAVALCANTI (lib. XI, cap. 3, 4) ha i nomi dei prigionieri e il
-numero delle navi prese, ed a chi ciascuna di esse andasse venduta.
-
-[298] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. V.
-
-[299] Legazione a Genova di Neri Capponi; copia presso noi. —
-CAVALCANTI, lib. XI, cap. 7.
-
-[300] GUASTI, _La Cupola di Santa Maria del Fiore_.
-
-[301] AMMIRATO, lib. XXI.
-
-[302] «Ognuno che è in attitudine, ha prestato, e chi gran somma e chi
-mezzana e chi minore, secondo la sua possa.» (Lettera dei Dieci a Neri
-Capponi commissario sotto Lucca; 1º aprile.)
-
-[303] «Il Conte pose campo a S. Maria di Castello (_che prima il
-Piccinino aveva espugnata_), e piantovvi una bombarda grossa di gitto
-di libbre 530: in quattro pietre che trasse dalla bombarda nel pedale
-della Torre, la fece cadere.» (N. CAPPONI, _Commentari_.)
-
-[304] I Dieci nelle lettere a Neri insistono di continuo perchè
-sia dato il guasto alle terre dei Lucchesi. «Il guasto si dia senza
-più indugio, perchè per tutto Firenze non si grida altro; e se caso
-sopravvenisse che non si potesse fare, credaremmo esserne lapidati.»
-(Aprile 1437.) «Una delle maggiori e migliori sicurtà che possiamo
-avere etiandio essendo d’accordo con loro (co’ Lucchesi), è ch’eglino
-abbino bisogno d’essere pasciuti da noi e dalle terre nostre.» — «Co’
-Lucchesi non è da stare a speranza d’accordo, perchè sono più gagliardi
-che innanzi perdessero il contado.» (Luglio 1437.)
-
-[305] _Commentari_ di NERI CAPPONI.
-
-[306] «Si rannuvola verso la Marca, e dubitiamo che al Conte
-non convenga fare provvedimenti.» — «Tu dii che il Conte ti pare
-impensierito perchè crede dovere essere richiesto dalla Signoria di
-Vinegia, ec.» (Lettere citate.)
-
-[307] Insin da principio i Veneziani a quella guerra battevano
-freddi, e per la dimora che il Conte faceva intorno a Lucca nasceva
-qualche ruggine tra le due Repubbliche. Si trattava co’ Lucchesi
-accordo, e i Dieci scrivono: «Noi abbiamo ammirazione di quello scrivi
-dell’ambasciatore di Vinegia, che sia intervenuto nella pratica, perchè
-a questa materia non vorremmo balii.» Neri aveva scritto: «Mentre il
-Conte era in ragionamento meco, l’ambasciatore di Vinegia se ne venne
-là senza essere chiamato; che mi parve presunzione. Avvisatemi come mi
-ho a governare, ec.» (Lettere citate.)
-
-[308] BONINSEGNI, _Storie_. — MACHIAVELLI, lib. V. — AMMIRATO,
-lib. XXI. — TOMMASI, _Storia di Lucca_. — Il Papa in Bologna si era
-molto adoprato per la pace, andando persino ad offrire ai Fiorentini
-giurisdizione in Lucca, dove eleggessero essi il Potestà: non ci
-credeano, ma pure inviarono a Bologna Nerone di Nigi; poi non ne fu
-altro. (Lettere citate.) E se ne trova pure discorso in altre a Neri;
-il quale avendo ne’ primi d’agosto lasciato il campo sotto Lucca, ma
-essendo tuttora dei Dieci, era ito a Genova ambasciatore nell’ottobre
-di quell’anno stesso per causa di mercanzie.
-
-[309] MACHIAVELLI.
-
-[310] Abbiamo (_Archivio Storico_, tomo XIII, pag. 299) un documento
-del 31 agosto 1438, per la restituzione di due mila fiorini d’oro
-prestati da Cosimo e Lorenzo dei Medici, per mezzo di loro soci
-residenti in Basilea, alla nazione Germanica rappresentata in quel
-Concilio, che avea promesso di rimborsarli sulle indulgenze pubblicate
-ivi a favore di chi desse mano alla riconciliazione dei Greci alla
-Chiesa.
-
-[311] CAVALCANTI, _Storie_, lib. XI, cap. XIII.
-
-[312] Abbiamo esemplari dell’atto di unione nella biblioteca
-Laurenziana e nell’Archivio di Stato; sono grandi cartapecore con
-le sottoscrizioni di mano del Papa e dell’Imperatore e de’ Padri del
-Concilio. — Ved. CECCONI, _Studi storici sul Concilio di Firenze_.
-
-[313] NERI CAPPONI, _Commentari_. — AMMIRATO, lib. XXI.
-
-[314] N. CAPPONI, _Commentari_. — ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. X,
-cap. 7.
-
-[315] Il Machiavelli mette in bocca dei Veneziani questa sentenza
-conforme al linguaggio ed alle idee di quei tempi: «ch’era infamia
-perdere le terre, ma più infamia perdere insieme le terre e i danari.»
-
-[316] Scrittori fiorentini; PLATINA, _Vita d’Eugenio IV_.
-
-[317] LEONARDO ARETINO, _Commentari_.
-
-[318] Neri Capponi aveva chiesto a Pier Giampaolo Orsino tenesse
-sellati cento cavalli per la difesa della persona di Cosimo de’ Medici.
-(CAVALCANTI, lib. XIII, cap. 6.)
-
-[319] AMMIRATO, an. 1440.
-
-[320] CAVALCANTI, lib. XIV.
-
-[321] «Ieri furono i sospetti grandi, e i ragionamenti e pratiche
-lunghe; finalmente, per non avere a prendere zuffa contro a nostra
-voglia con Niccolò Piccinino, si deliberò di venire alloggiare qui
-intorno Anghiari, e così siamo; ch’è, al parere di questi intendenti,
-luogo forte e sicuro. Niccolò Piccinino è a piè di Celle, che a cinque
-miglia siamo vicini.» (Lettera di Neri ai Dieci. A lato: Anghiari, 25
-giugno 1440.)
-
-[322] «Ieri fu presso che appiccata la zuffa. Ruppesi quattro lance, e
-ognuno si ritrasse; e la cagione fu perchè Niccolò Piccinino venne al
-Borgo con pochi e trovocci in punto.... Stamani nel campo suo si vede
-molti fuochi, e pare a ciascuno che levi campo, e dove s’avvierà non si
-sa albitrare; chi dice a Monterchi, chi al Borgo, chi verso Lombardia:
-tosto il sapremo; secondo farà egli, converrà seguire a noi.» (Lettera
-dei Commissari, scritta la mattina stessa de’ 29.)
-
-[323] Il Machiavelli scrive, in tutta quella famosa giornata non essere
-morto che un uomo solo caduto a terra e calpesto dai cavalli: ma Flavio
-Biondo forlivese, ch’era in quei tempi segretario del Papa, conta dei
-Ducheschi essere stati uccisi sessanta e quattrocento feriti; degli
-altri dugento, e dieci morti, secento cavalli distesi al suolo dalle
-artiglierie, e Astorre Manfredi rimasto prigione dopo essere stato
-ferito d’un colpo di lancia nell’anguinaia. — «Andiamo al Borgo e
-crediamo che s’arà oggi, perchè non c’è persona: faremo il me’ potremo,
-col Legato.» — «Niccolò Piccinino ha passato l’Alpe: crediamo per ire
-a Bologna, benchè alcuni dicano a Perugia.» (Lettera de’ Commissari,
-1º luglio.) — Una lettera di Micheletto a Cosimo è tra i documenti
-de’ quali abbonda la Vita di Cosimo pubblicata dal Fabroni, pag. 147.
-— Vedi _Commentari_ di NERI CAPPONI e tutti gli storici. — SIMONETTA,
-_Hist. Francisci Sfortiæ_, lib. 6 (in MURATORI, _R. I. S._, tomo XXI.)
-— LEONARDO D’AREZZO pone termine ai _Commentari_ suoi tenendosi da
-molto per essere stato uno dei Dieci quando si ottenne quella vittoria.
-
-[324] CAVALCANTI, capitolo ultimo del lib. XIV. — Intorno al bando e
-poi alla morte di Rinaldo è da vedere il libro delle _Commissioni_ sue
-più volte citato; tomo III in fine.
-
-[325] Questo scrive Neri nei _Commentari_; ma in una Lettera ai Dieci
-del 1º luglio i Commissari scrivevano dal campo felicissimo: «In questo
-punto ci è ch’e’ Borghigiani hanno gridato Viva la Chiesa, e messo
-dentro i nostri.»
-
-[326] «Avvisiamovi che abbiamo avuto Monterchi, Valialla e
-Monteagutello, e che all’Anfrosina consentivano licenza andasse ove
-volesse: la roba sua gli hanno vituperato gli uomini di Monterchi;
-alla quale cosa ne serrai gli occhi, perchè maggior nimicizia tra loro
-rimanga.» (Lettera di Bernardetto de’ Medici ai Dieci, 4 luglio.)
-
-[327] «Il Conte di Poppi ci mandò chiedendo salvocondotto per due
-ambasciatori che volea mandare a Firenze, e sperava avere grazia che
-almanco la casa sua di Poppi rimanesse alle sue femmine; che si rendeva
-certo, che se non meritavano grazia i maschi, alle femmine non sare’
-dinegato.» — «Rispondemmo che a Firenze non bisognava mandare: al tutto
-la tagliammo, consigliando gli uomini di Poppi a pigliare partito,
-dichiarandogli che se non facessino tosto, avevamo in commissione
-mettergli a saccomanno, e dare ducati diecimila alla gente d’arme
-di bene andata se lui ne dassino, e ducati quindicimila a chi dessi
-preso o morto niun de’ figliuoli; e così si farebbe bandire stasera.»
-(Lettera de’ 25 luglio.) — Altra de’ 31: «Quest’ora il Conte di Poppi
-e figliuoli e figliuole con loro robe si sono usciti di Poppi, e noi
-vi siamo entrati, ed egli potrà ire a _uccellare il can da rete_; e
-proverà quello che è tradire la Signoria vostra, por modo fia esempio
-agli altri.»
-
-[328] NERI CAPPONI, _Cacciata del Conte di Poppi_.
-
-[329] SIMONETTA, _Hist. Francisci Sfortiæ_, lib. V. — _Commentari_ di
-NERI CAPPONI. — POGGIO, _Storie_, lib. VIII. — MACHIAVELLI, lib. VI.
-
-[330] CAVALCANTI, lib. VIII, in più luoghi.
-
-[331] CAVALCANTI, tomo II, pag. 162. — MACHIAVELLI, lib. VI. Intorno
-all’Annalena, vedi _Giornale storico degli Archivi Toscani_ (tomo
-I, pag. 42 e seg.); e intorno a Baldaccio, un articolo del signor
-Passerini (_Archivio Storico_, tomo III, pag. 2, anno 1866).
-
-[332] «Le cagioni non furono note, perchè fu opera segreta e fatta
-quasi in istanti: ma era huomo di grande animo e di gran condotta, e
-temuto da molti.» _Storie_ di DOMENICO BONINSEGNI.
-
-[333] CAMBI, _Storie_. (_Delizie degli eruditi_, tomo XX, pag. 234.)
-
-[334] _Istoria miscellanea Bolognese_. (_R. I. S._, tomo XVIII, pag.
-665.)
-
-[335] Lettera manoscritta di NERI CAPPONI, dei 16 gennaio 1440-41.
-(_Archivio di Stato._)
-
-[336] _Istoria miscell. Bolognese_, loco citato.
-
-[337] NALDO NALDI, _Vita di Giannozzo Manetti_. (_R. I. S._, tomo XX,
-pag. 344.) — VESPASIANO, _Vita dello stesso_. — Il CAVALCANTI (tomo
-II, pag. 160) accenna a cose ch’egli non dice, molto avvolgendosi come
-suole, ma qui oltre al solito misterioso. La Vita che abbiamo citata
-del Naldi è fatta sopra una che di Giannozzo Manetti avea scritto
-lungamente l’infaticabile Vespasiano, pubblicata in Torino, 1862, dal
-signor Pietro Fanfani, e della quale è un estratto che il Mai aveva
-compreso nel suo volume.
-
-[338] Così il CAVALCANTI, che scrive già in odio a Cosimo, senza volere
-che si paresse: ma nella Vita di Giannozzo si trova Baldaccio essere
-stato a passeggiare sotto al tetto de’ Pisani quando fu dall’Orlandini
-chiamato in Palazzo.
-
-[339] CAVALCANTI, tomo II, pag. 257.
-
-[340] _Storia Fiorentina_, cap. I; _Opere inedite_, tomo III.
-
-[341] AMMIRATO, _Storie_.
-
-[342] BARTOLOMMEO PLATINA, scrisse la Vita di Neri Capponi (_R. I.
-S._, tomo XX); ma in quella non fece, com’era usanza, altro che dare
-celebrità di latine forme ai Commentari di lui, che ivi riescono
-dimagrati; e del caso di Baldaccio nemmeno fa cenno.
-
-[343] CAMBI, _Storie_, pag. 231.
-
-[344] CANESTRINI, _La Scienza e l’Arte di Stato_, parte I: _L’imposta
-sulla ricchezza mobile_ ec., pag. 213.
-
-[345] Idem, pag. 170.
-
-[346] NALDO NALDI, col. 348; e VESPASIANO, _Vita di Giannozzo Manetti_,
-pag. 590.
-
-[347] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, pag. 198.
-
-[348] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, pag. 206.
-
-[349] Idem, pag. 188.
-
-[350] CAVALCANTI, pag. 200 e seg.
-
-[351] VESPASIANO DA BISTICCI, che scrisse tra le altre la _Vita di
-Bartolommeo Fortini_ (_Archiv. Stor._, tomo IV, parte I, pag. 379),
-dice ch’egli ebbe il confine perchè era stato eletto degli ufiziali
-del Monte; e uno dei potenti ci voleva entrare lui. — Dello stesso
-Vespasiano abbiamo pure la _Vita di ser Filippo Pieruzzi di ser
-Ugolino_, che fu integro e dotto uomo.
-
-[352] Uno di questi, Domenico di Matteo di ser Michele da Castel
-Fiorentino, viene descritto dal Cavalcanti con le seguenti parole:
-«costui è villano, iniquo e superbo, mancatore di sua fede, barattiere,
-accettatore di presenti. Egli è lungo e sottile, la voce femminile,
-le gambe spolpate; misero ne’ fianchi, e guardo acuto: stretto nelle
-spalle, biancastrino e povero di barba; il volto colorito di lebbroso
-segno: l’andatura sua rara, col petto in fuori più che non richiede la
-sua lunghezza.» Tomo II, pag. 194.
-
-[353] CAVALCANTI, _Seconda Storia_. — _Storia_ di D. BONINSEGNI. —
-CAMBI, _idem_. — MORELLI, _Ricordi_, (_Deliz. erudiz_., tomo XIX.) —
-MACHIAVELLI, lib. VI.
-
-[354] Un Sonetto satirico, pubblicato nell’_Archivio Storico Italiano_,
-tomo XVI, parte I, pag. 326-27, ammonisce il Papa di non fidarsi ai
-Romani, e gli ricorda che il buon sartore misura sette e taglia uno.
-
-[355] VESPASIANO, _Vita di Agnolo Acciaiuoli e di Leonardo d’Arezzo_.
-
-[356] Citiamo parole che onorano il Piccinino. Aveagli scritto
-Giannozzo Manetti mettendolo sopra per virtù a Ciro ad Agamennone a
-Pirro ed ai famosi Romani perchè aveva fatto le imprese per solo amore
-di gloria; a cui rispose il Capitano con bella verecondia: «io sono un
-piccolo verme e un saccomanno da non farne veruna stima, a comparazione
-di quei magnanimi signori antichi, ec.» (Lettera del Piccinino a
-Giannozzo, con la Vita di questo edita dal Fanfani, pag. 190.)
-
-[357] Abbiamo in uno spaccio a Neri Capponi, 21 novembre 1444:
-«Carissimo nostro, siamo avvisati per tua lettera come a’ dì 16 di
-questo, monsignor di Capua Morinense et il Camarlingo e tu in tuo
-nome et di Cosimo de’ Medici, unitamente lodasti che Recanati et Oximo
-dovessono rimanere al S. Padre, et Fabriano con le sue fortezze della
-terra e del contado che possiede al presente la Chiesa, si debbono
-rimettere nelle mani nostre ed essere da noi governate per un anno,
-nella fine del quale sia in nostro arbitrio di dare detta terra e
-fortezze o al Papa o al Conte. Il perchè sommamente commendiamo la tua
-diligenza et prudentia. Et appresso t’avvisiamo come noi abbiamo eletto
-messer Bartolommeo Orlandini carissimo nostro cittadino a governare per
-detto tempo detta terra e fortezze, ec.» Era l’uccisore di Baldaccio.
-
-[358] Nella vernata il Conte venne a Firenze, e disse di fare miracoli;
-infra gli altri, di ridurre il Papa a pace per forza, ec. (_Commentari_
-di NERI CAPPONI, col. 1201.) CAVALCANTI, _Seconda Istoria_, cap.
-XXXIII. — BONINSEGNI, an. 1446. — FABRONI, _Vita Cosmæ_, pag. 170 dei
-Documenti.
-
-[359] Legazioni a Venezia di Neri Capponi, che l’una nei mesi di
-settembre e ottobre 1445, e l’altra con Bernardo Giugni dal maggio al
-luglio 1446. A stento si vinse ne’ Consigli quella nuova condizione,
-prima essendo soliti pagare un terzo, e i Veneziani due terzi: pareva
-che fosse _ingiusto l’andare con essi ad un giogo e tirare uno medesimo
-peso._
-
-[360] «Il Duca cercò d’avere il Conte per mezzo di papa Eugenio, e
-missono il Re in su la pratica, acciocchè i Veneziani non si facessino
-grandi. Pagò il Re al Conte ducati 40,000, e feciono tra loro molte
-composizioni segrete. Di poi morì papa Eugenio, e la sua morte ruppe
-molti disegni.» (Capponi, Commentari.)
-
-[361] CAVALCANTI, tomo II, pag. 265; e VESPASIANO, _Vita di Niccolò V_.
-
-[362] Gli ambasciatori Angiolo Acciaioli, Giovannozzo Pitti, Neri
-Capponi, Alessandro degli Alessandri, Giannozzo Manetti e Piero di
-Cosimo de’ Medici, furono dal Papa ricevuti nella sala regia, che
-prima solevano privatamente in altra sala. Giannozzo Manetti dotto e
-franco dicitore improvvisò l’orazione con molta sua lode. Il Cavalcanti
-distesamente narra come quell’Antonio di Checco Rosso Petrucci da
-Siena, che noi da più anni conosciamo grande nemico dei Fiorentini
-e turbolento macchinatore nella sua patria, tendesse insidie agli
-ambasciatori che tornavano, invitandoli nelle castella sue per quivi
-rubarli; e come Neri, di lui dubitando, sventasse il disegno: questi
-però nei _Commentari_ suoi ne tace affatto; e il Cavalcanti a pensar
-male andava a nozze. (Tomo II, pag. 267.)
-
-[363] Istruzione a Neri Capponi e Bernardo Giugni ambasciatori a
-Ferrara per la pace; 28 luglio 1447, e lettere successive.
-
-[364] Lettere dei 7 e 9 agosto. (Istruzioni manoscritte.)
-
-[365] _Archivio Storico Italiano_, tomo IV, pag. 418.
-
-[366] Legazione manoscritta, 6 aprile 1448.
-
-[367] «Questo Bernardetto, molto amorevole di Cosimo, era uomo
-nettissimo e servigiato, non piazzaiolo, che non andava in Palagio se
-non chiamato, e rado era che non si trovasse nella sua bottega dove
-faceva l’arte di lana; esperto e pratico negli uffici, che intendeva le
-cose alla prima, ec.» (CAVALCANTI, tomo II, pag. 213.)
-
-[368] «Condussesi il Re a chiedere salvocondotto pe’ suoi falconieri:
-rispondemmoli che per uccellare noi glielo davamo, se uccellasse solo
-alle starne, ma che uccellava ad altro, e però glielo negammo.» (NERI
-CAPPONI.)
-
-[369] POGGIO, _Storia Fiorentina_, lib. VIII. — _Commentari_ di NERI
-CAPPONI. — BARTOLOMMEO FAZIO, _Vita Alphonsi Regis_. — Istoria metrica
-in terzine dell’assedio di Piombino. (_R. I. S._, tomo XXV.) MALAVOLTI,
-_Storia di Siena_.
-
-[370] Vedi FABRONI, pag. 176 e seg.
-
-[371] SIMONETTA, _Historia Francisci Sfortiæ_, in MURATORI, _R. I. S._,
-tomo XXI. — POGGIO, _Storia_. — MACHIAVELLI, lib. VI. — SIMONETTA, cap.
-72-73. — _Archivio Storico Italiano_, tomo XV, parte II, pag. 30 a 34.
-
-[372] In MURATORI, _R. I. S._, tomo XXI, pag. 388.
-
-[373] ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo IV.
-
-[374] Tomo II, _Appendice_, pag. 517.
-
-[375] VESPASIANO, _Vita di Giannozzo Manetti_.
-
-[376] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, tomo II, pag. 253.
-
-[377] L’oratore che lo Sforza teneva in Firenze, a lui scriveva
-nell’aprile del 1449: «Con Neri di Gino ho molto particolarmente
-examinata questa vostra facenda; e accordasi a questo, ed è disposto
-in ogni caso prestare favore al facto vostro e dimostrarvi che v’è
-buono amico et servitore, e vuole in qualunque nostro facto essere
-d’accordo con Cosimo.» In altro luogo scrive che Neri e Giannozzo Pitti
-e Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni ed altri, gli avevano date
-buone assicurazioni. — E a’ 30 giugno: «Questa benedecta pestilenza ha
-sgomentata qui la brigata in modo che di sette li cinque sono fora a
-le ville, per forma che la campana del Consiglio ha assai che suonare,
-et non si gionge mai a la metà del numero debito, et per questo la
-Signoria non ha mai potuto trarre le mane de più cose che hanno a
-fare.» Laonde lo Sforza scriveva in quel tempo: «Mi trovo ingannato
-de tucto quello me scriveti super lo facto di danari, sì che non so
-che mi dire; se non che non volendomi dare li miei denari del passato,
-nè la gente, questo è tanto a dire quanto assentire a la total mia
-disfactione. Pertanto vogliate sollecitare, ec.» (_Archivio Storico_,
-nuova serie, tomo XV, disp. II, pag. 35-36.)
-
-[378] CAMBI, _Storia_, anno 1449. — CAVALCANTI, _Seconda Storia_, cap.
-69.
-
-[379] Diceano: «egli ha pieno sino i _privati_ dei Frati delle sue
-_palle_ (armi della famiglia Medici), ed ora fabbrica un palagio.»
-(CAVALCANTI, cap. XXXIII, _Seconda Storia_, cap. 36, 69, 81, 82, 87.)
-
-[380] VESPASIANO, _Vita di Pandolfo Pandolfini_. Vedi pure nella _Vita
-di Donato Acciaioli_, come lo facesse Cosimo imborsare per Gonfaloniere
-di giustizia.
-
-[381] Commentari di NERI CAPPONI. — CAVALCANTI, tomo II, pag. 242. —
-MACHIAVELLI, lib. VI.
-
-[382] In fine della lettera erano questi brevi versi: «Piero, all’avuta
-di questa te ne verrai, perchè, venendone tu, non vi rimarrà ignuno
-degli altri.» (VESPASIANO, _Vita di Giannozzo_; Torino, 1862; pag. 35.)
-
-[383] Legazioni manoscritte di NERI CAPPONI (_Archivio di Stato_). —
-VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Giannozzo Manetti_.
-
-[384] BONINSEGNI, _Leonardo_. — MACHIAVELLI, lib. VI. — AMMIRATO, ec.
-
-[385] «L’Imperatore mandò a rinnovare suoi salvocondotti a Firenze.»
-(NERI CAPPONI, _Commentari_.)
-
-[386] «L’Imperatore poi ci scrisse di casa sua, che aveva sentito
-come eravamo richiesti di dare spalle alla fuga, e non avevamo voluto
-consentire; di che molto ci ringraziò.» (NERI CAPPONI, _Commentari_.)
-
-[387] «Conforterete e supplicherete alla Maestà del Re di Francia
-a venire o mandare potentemente in Italia, sì per recuperare
-l’antica gloria e titoli a lei debiti, sì etiandio per salute della
-nostra Repubblica; nella qual parte se fussi domandato quanta gente
-giudichereste esser necessaria, direte che a noi parrebbe dover bastare
-cavalli 15 mila, rimettendo sempre questo al giudizio della regia
-sapienza. — E quando la Maestà del Re di Francia non volesse per sua
-gloria venire o mandare in Italia potentemente, com’è detto disopra, si
-tenti che almeno venga il re Renato con quelle genti pagate sia a lui
-possibile, ec.» (Istruzione ad Agnolo Acciaioli, manoscritta appresso
-di noi, diversa da quella pubblicata dal Fabroni, pag. 200.)
-
-[388] GIANNOZZO MANETTI, _Vita di Niccolò V_. (_Rer. Ital. Script._,
-tomo III, parte II.) — SIMONETTA, _Storia di Francesco Sforza_. (_Rer.
-Ital. Script_., tomo XXI, lib. XXIV.)
-
-[389] NERI CAPPONI, _Commentari_.
-
-[390] Fu detto Cosimo essersi conciliato il re Alfonso col dono d’un
-manoscritto di Tito Livio. (TIRABOSCHI, _Storia della Letteratura_,
-tomo VI, lib. I, cap. 2.)
-
-[391] POGGIO, fine della _Storia_. — Documenti aggiunti dal Fabroni
-alla _Vita di Cosimo de’ Medici_.
-
-[392] Vespasiano, che gli fu amico, racconta com’egli da privato
-uomo solesse dire che se una volta avesse ricchezze, le spenderebbe
-in libri e in edifizi. — Vedi intorno allo stato di Roma in quelli
-anni la lettera pubblicata dal Fabroni, pag. 165. — Enea Silvio, nei
-_Commentari_ solito morsicchiare i predecessori suoi con isquisita
-delicatezza, scrive Niccolò con gli edifici che rimasero indi
-imperfetti avere accresciuto quasi a Roma le ruine. — Vedi pure quel
-ch’egli accenna della natura e del governo di Callisto III.
-
-[393] VESPASIANO, _Vita del re Alfonso_. — Fine dei _Commentari_ di
-NERI CAPPONI. — MACHIAVELLI, lib. VI.
-
-[394] BONINSEGNI, _Storie_.
-
-[395] CAMBI e BONINSEGNI.
-
-[396] VESPASIANO, _Vita di Piero de’ Pazzi_.
-
-[397] Giannozzo, andato l’anno 1446 potestà in Pistoia, e calunniato
-da un Soldini, dettò un’Istoria di quella città, pubblicata dal
-Muratori (_Rer. Ital. Script._, tomo XIX in fine) e non disutile
-a chi voglia conoscere i modi tenuti dalla Repubblica di Firenze
-nell’amministrazione delle città suddite.
-
-[398] Presentandosi alla Signoria, disse: «Eccelsi Signori mia, se a
-Dio che m’ha creato, avessi con tanto amore e con tanta fede servito,
-quanto ho fatto a questa Signoria, io crederei essere a’ piedi di santo
-Giovanni Battista; ed i meriti ch’io n’ho riportati, le vostre Signorie
-li conoscono.»
-
-[399] VESPASIANO DA BISTICCI, _Commentario della vita di Giannozzo_,
-pubblicata dal Fanfani. Torino 1862, dalla quale sarebbe in tutto
-cavata quella latina del Naldi, prolissa d’ornati e di classiche
-locuzioni; chiama il Potestà _prætor urbanus_, la Signoria _senatus_, e
-dice che i Dieci della guerra si creavano a badare _ne quid respublica
-detrimenti caperet_. — Quando fu eletto Giannozzo dei Dieci ne fecero
-tutti grande allegrezza e maraviglia, e dicevano: «ora si conosce
-quanta forza hanno le virtù, ec.: in breve tempo, da volerlo confinare,
-vòltati, egli è fatto de’ Dieci in compagnia de’ primi della città.»
-Vespasiano scrisse un’altra più breve vita del Manetti, tra quelle del
-Mai. — Nell’edizione del Fanfani (pag. 169) è una molto bella lettera
-che Giannozzo in nome dei Dieci scriveva alla Signoria di Siena.
-
-[400] CAMBI, _Cronaca_. — «Si vinse sul Consiglio del popolo, che gli
-accoppiatori che tenevano le borse del prioratico a mano, dovessino per
-tutto il mese di gennaio prossimo averle serrate, e fosse loro levato
-ogni autorità e balìa ch’eglino aveano intorno a ciò: fuvvi fave nere
-218 e bianche 22. E dipoi nel Consiglio del comune fuvvi fave nere 169
-e bianche 7. E di questo molto il popolo se ne rallegrò.» (RINUCCINI
-FILIPPO, febbraio 1454 st. fior.)
-
-[401] VESPASIANO, _Vita di Cosimo_, pag. 343.
-
-[402] Richiesto Neri da uno dello stesso suo casato che avea commesso
-un omicidio, ricusò salvarlo; «questa grandigia (dicendo) non mi
-è stata data per le miserie nè pe’ micidii ch’io abbia fatti, nè
-favoreggiati; anzi me l’ho guadagnata per la mia sollecitudine e per
-lo favore che io ho sempre prestato alla ragione: e però abbi pazienza,
-che la giustizia abbia suo luogo.» (CAVALCANTI, tomo II, pag. 205-6.)
-
-[403] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, pag. 8.
-
-[404] MORELLI, _Ricordi_.
-
-[405] Cambi, _Deliz. erud._, tomo XX, pag. 338 e seg. — _Ricordi_ di
-FILIPPO RINUCCINI. — MACHIAVELLI, lib. IV.
-
-[406] NERLI, _Commentari_.
-
-[407] CANESTRINI, _Sulle Tasse_, pag. 168.
-
-[408] CAMBI, _Storie_.
-
-[409] «Il Palagio fece venire circa quattromila cerne e circa 300
-cavalli, e il Signore di Faenza e Simonetto e altri condottieri.»
-(FILIPPO RINUCCINI, dove sono anche i nomi dei confinati.)
-
-[410] CAMBI, _Cronaca_. — BONINSEGNI, _Storie_.
-
-[411] _Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI, anno 1462.
-
-[412] RINUCCINI, _ivi_. — AMMIRATO.
-
-[413] MORELLI, _Ricordi_.
-
-[414] RINUCCINI ed altri. — Dice l’Ammirato, Luca essersi tolta per
-impresa una bombarda, volendo significare che siccome questa, dove gli
-sia dato fuoco, trae fuori una palla, così egli poteva cacciare via le
-palle, arme dei Medici.
-
-[415] MACHIAVELLI, lib. IV.
-
-[416] La descrizione di quei ricevimenti fatti ad onore di Pio II è
-da vedere nelle _Delizie degli eruditi_, tomo XX, pag. 368: l’autore,
-che si compiace di quella magnificenza, è pure offeso dalle profanità
-troppo boriose che vi si mescolavano. — Quelle pompe furono anco
-descritte in terza rima. (_Rer. Ital. Script._, nel secondo dei due
-tomi aggiunti in Firenze, pag. 719.)
-
-[417] «Era molto umile in ogni sua cosa; la camera dov’egli dormiva,
-v’era un letticciuolo da frate ed una sedia di legno vecchia, con un
-poco di desco al dirimpetto dov’egli stava a comporre le sue opere,
-e mai perdeva un’ora di tempo. — Non avea masserizie in casa, se non
-tante che furono istimate alla morte sua centoventi lire.» (VESPASIANO,
-_Vita dell’Arcivescovo Antonino_.)
-
-[418] Questo mi pare che si argomenti da una pia opera in volgare che
-il signor Palermo pubblicava (Firenze, 1858), e che potrebb’essere di
-sant’Antonino.
-
-[419] VESPASIANO, nella _Vita d’Antonio Cincinello_, narra il caso
-pietoso d’una donna figlia di Rinaldo degli Albizzi e nuora di Rinaldo
-Gianfigliazzi; alla quale povera e nell’esilio abbandonata insieme ad
-un figlio suo, parvero grande sussidio pochi ducati venuti ad essa in
-elemosina.
-
-[420] In tutto quel fatto la maestria politica dei Veneziani si trova
-descritta negli Annali di DOMENICO MALIPIERO. (_Archivio Storico_, tomo
-VII, pag. 1.)
-
-[421] A questo punto dell’istoria noi rimanghiamo con poco sussidio di
-contemporanei, avendo cessato con l’anno 1447 il Cavalcanti, e prima
-del 57 i _Commentari_ di Neri Capponi. Finisce con l’anno 1460 il
-Boninsegni, e tace la prima parte delle Istorie che vanno col nome di
-Giovanni Cambi, per indi ripigliare col 1480 la parte descritta da lui
-testimone; e finiscono i _Ricordi_ di Filippo Rinuccini, continuati
-però con maggiore ampiezza dal figlio Alamanno.
-
-[422] Il Fabroni pubblicava le note di Piero per le spese fatte nei
-funerali del padre e negli uffici e limosine, e per vestire a bruno
-gli uomini e donne della famiglia, e i fattori e i servi. Stanno con
-questi i nomi di quattro schiave. Lo stesso autore ci diede (pag. 214)
-il contratto di compra di una schiava circassa per conto di Cosimo dei
-Medici l’anno 1427 in Venezia, per mano di Giovanni Portinari, il quale
-pagava sessantadue ducati d’oro, prezzo della schiava.
-
-[423] Vedi le lettere a Piero de’ Medici, del Papa e del Re di Francia,
-Luigi XI, più altre poi d’uomini letterati — Abbiamo anche una bella
-lettera di Piero intorno agli ultimi giorni del padre. (FABRONI,
-_Documenti_, pag. 251.)
-
-[424] _Mémoires de_ PHIL. DE COMINES, lib. VII, cap. V. — E innanzi
-avea detto: «Cosme de Médicis, homme digne d’être nommé entre les
-très-grands; et en son cas qui estoit de marchandise, etoit la plus
-grande maison qui je croy qui jamais ait ésté au monde: car leurs
-serviteurs et facteurs ont eu tant de crédit, soubs couleur de ce nom
-Medicis, que ce seroit merveilles à croire a ce que j’en ay veu en
-Flandre et en Angleterre.»
-
-[425] «Non fu anno che non spendesse in muraglie quindici ovvero
-diciotto migliaia di fiorini. — Nel palazzo di Firenze 60 mila; nel
-chiostro e parte della chiesa di San Lorenzo, 70 mila. In San Marco ne
-avea spesi 40 mila, e non bastarono; nella Badia di Fiesole 80 mila.»
-(VESPASIANO, _Vita di Cosimo_.) — Il Fabroni pubblicava un lodo per le
-divise tra’ due rami usciti da Giovanni di Bicci, nel quale è detto che
-le spese fatte da Cosimo nelle chiese di Santa Croce, dei Servi, di San
-Miniato al Monte e di Camaldoli nel Casentino, oltre a quelle notate
-nel testo, sieno portate sulla parte sua, sgravandone quella dei figli
-di Lorenzo. — In certi _Ricordi_ il Magnifico scriveva: «Gran somma di
-danari trovo che abbiamo spesi dall’anno 1434 in qua fino a tutto il
-1471. Si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini 663,755 tra
-limosine, muraglie e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio
-dolermi: perchè quantunque molti giudicassin meglio averne una parte
-in borsa, io giudico esser grande onore allo stato nostro, e paionmi
-ben collocati, e sonne molto ben contento.» (LORENZO MEDICI, _Ricordi_.
-FABRONI, pag. 47.)
-
-[426] «Tolsi quarantacinque scrittori e finii volumi dugento in mesi
-ventidue.» Dallo stesso Vespasiano abbiamo l’elenco dei codici antichi
-fatti copiare da lui; un catalogo della biblioteca lasciata da Cosimo
-e che è nell’Archivio Mediceo, parve al Fabroni troppo lungo perchè lo
-stampasse. Per la Chiesa di San Lorenzo faceva scrivere ed abbellire di
-miniature trenta libri corali; altri per San Marco, ec. — L’inventario
-delle gemme incise e vasi e medaglie e gioie trovate nell’eredità di
-Cosimo dei Medici, aggiugne alla somma di 28 mila 423 fiorini, senza
-gli argenti e mobilia. (FABRONI, pag. 231.)
-
-[427] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, pag. 8.
-
-[428] «Si vinse che le borse si serrassino e tornassesi alla sorte, la
-quale è molto grata a tutti generalmente, cioè quella de’ tre maggiori,
-Signori, Gonfaloniere e Dodici: che prima le tenevano a mano cinque
-cittadini, ed era de’ Signori chi egli disegnavano; e ora si cominciò
-a trarre a sorte. E’ Priori per novembre e dicembre 1465 feciono
-squittinio de’ tre maggiori. Cominciò agli 8 dicembre e finì a’ dì 30
-detto. Furono in numero di 537, in tutto con priorati e magistrati e
-consoli, e con cinque accoppiatori, fatti per detto squittinio, che
-furono di più favore, ec. I Signori per gennaio e febbraio 1465-66
-cominciarono lo squittinio dei capitani di Pisa, e potestà solo, e poi
-il partito chiamato gli otto uffici di dentro, poi undici uffici di
-fuori, poi provveditorati e riformatori e legionarii direttori, poi el
-marzocchio, e poi capitano di galere, e poi uffici di notai.» (MORELLI,
-_Ricordi_, pag. 181.)
-
-[429] GUICCIARDINI, _Opere inedite; Storia Fiorentina_, cap. II. —
-MACHIAVELLI, lib. VII. — AMMIRATO, lib XXIII.
-
-[430] I Fiorentini, volendo al solito mandare galere in Levante per
-la tutela dei loro traffici, la Repubblica di Venezia si opponeva a
-ciò, allegando che i Turchi se l’avrebbono prese, usandole ai danni
-della cristianità: e avendo i Fiorentini risposto, che ad ogni modo le
-manderebbero; il Senato facea replicare, che il comandante dell’armata
-loro aveva piena balìa, e qualunque cosa egli facesse delle galere non
-se ne impacciavano. _(Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI, anno 1463.)
-
-[431] Carlo Rosmini nella _Storia di Milano_ purgava a sufficienza
-Francesco Sforza da quell’accusa per via di autentici documenti. Vedi
-pure quelli pubblicati dal CANESTRINI, _Archivio Storico_, tomo XV.
-
-[432] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, XIX.
-
-[433] _Ricordi Storici_ di ALAMANNO di FILIPPO RINUCCINI.
-
-[434] Vedi lettere di Agnolo Acciaioli e di un ser Luca, e la
-deposizione di Francesco Neroni. — FABRONI, _Vit. Laurentii Med._,
-Documenti, pag. 28-32.
-
-[435] FABRONI, _Documenti_.
-
-[436] VALORI, _Vita Laur. Med._
-
-[437] _Ricordi_ d’ALAMANNO RINUCCINI.
-
-[438] _Storie_ di IACOPO PITTI, lib. I.
-
-[439] AMMIRATO, _Storie_. — FABRONI, Documenti sopraccitati. —
-L’Ammirato accusa, non senza ragione, il Machiavelli di molti errori ed
-alterazioni di questi fatti come di altri molti. Nè facciamo caso della
-strabocchevolmente prolissa e in parte falsa narrazione che ne lasciava
-Michele Bruto nelle Storie sue, egli piacendosi in quei viluppi di vani
-disegni donde speravano forse in patria il ritorno i fuorusciti, tra i
-quali viveva cento anni dopo in Lione quello scrittore di poco pregio.
-
-[440] ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. XI, cap. 1.
-
-[441] Il Fabroni ha pubblicato queste due lettere che il Machiavelli
-avea veduto; ma questi conservandone i principii, poi le rifece a modo
-suo, e dice che fu quella dell’Acciaioli scritta da Napoli, quando è da
-Siena a’ 23 settembre. (_Documenti_, pag. 36; e vedi anche VESPASIANO
-nella _Vita di Agnolo Acciaioli_.)
-
-[442] FABRONI, pag. 35. — Aggiugne all’amico, di queste cose non parli
-«se non con Madonna o col Signore.» Madonna era Lucrezia Tornabuoni
-moglie di Piero dei Medici. È cosa nuova dare in Firenze a un uomo il
-titolo di Signore.
-
-[443] _Annali Veneti_ di DOMENICO MALIPIERI.
-
-[444] Vedi la lunga lettera di Ferrando alla Repubblica di Firenze.
-(_Archivio Storico_, tomo XV, pag. 185.)
-
-[445] _Annali Veneti_ di DOMENICO MALIPIERI.
-
-[446] PIGNA, _Storia della Casa d’Este_.
-
-[447] «Dipoi la pubblicazione della pace, il Papa ha fatto batter
-talenti d’oro da venti ducati l’uno, con l’impronto della sua immagine
-e con lettere che dicono — _Papæ Paulo pacis Italiæ fundatori._»
-(MALIPIERI, _Annali_.)
-
-[448] MALIPIERI, _Annali_. — AMMIRATO, _Storie_.
-
-[449] MACHIAVELLI, lib. VI.
-
-[450] VESPASIANO, _Vita di Agnolo Acciaioli_. — MACHIAVELLI, _Storie_.
-
-[451] Lettere pubblicate dal FABRONI tra’ Documenti, pag. 28 e seg.
-— Gli manda arienti per convitare don Federigo d’Aragona ed altri
-Signori, «che si vuol fare magnificamente e onoratamente; e datevi buon
-tempo, e non vi date pensiero di noi di qui, che ancor sarete a tempo a
-smaltirle come noi.» (pag. 52). — Comunica seco via via i negozi che si
-trattavano, mostrando rimettersi di molte cose al giudizio suo.
-
-[452] CHRISTOPHORI LANDINI, _Disputationes Camaldulenses_.
-
-[453] La Giostra di Lorenzo fu cantata in terza rima da Luca Pulci con
-minutezza istorica e scarsa vena di poesia.
-
-[454] FABRONI, _Documenti_, pag. 42.
-
-[455] NICCOLÒ VALORI, _Vita di Lorenzo_.
-
-[456] «Per fare il debito nostro donammo alla Duchessa una collana
-d’oro con un grosso diamante, che costò circa ducati tremila; donde ne
-seguitò dipoi, che il prefato Signore ha voluto che battezzi tutti gli
-altri sua figlioli.» (_Ricordi di Lorenzo_; vedi FABRONI, pag. 54.)
-
-[457] MORELLI, _Ricordi_ (_Deliz. Erud._, tomo XIX). — _Ricordi_ di
-ALAMANNO RINUCCINI. — GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, cap. 3.
-— AMMIRATO, _Storie_, lib. XXIII.
-
-[458] Lettera di Piero dei Medici al figlio Lorenzo. (FABRONI, _Docum._
-pag. 30.)
-
-[459] RINUCCINI ALAMANNO, pag. 116.
-
-[460] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, pag. 29. — A guerra
-finita il Malipiero scriveva: «Questo successo ha dispiaciuto alla
-Signoria (di Venezia), perchè continuando la guerra tra Volterra e
-Firenze se podeva solevar qualche novità in quella terra, e’ fuorusciti
-aiutati da Volterra saria entrati in Fiorenza.»
-
-[461] «Ricordovi quando fu el sacco di Volterra, che ogni uomo
-pubblicamente, massime e’ Venti, mostravano buona disposizione; ma
-se noi non trovavam modo a trarre e’ cento mila fiorini dal Monte, se
-avessimo avuto a far prova di più difficil cosa, credo l’aremo veduta
-cattiva.» (Lettera di Lorenzo. Vedi FABRONI, pag. 62 e seg.)
-
-[462] VESPASIANO, _Vita di Federigo_. — MACHIAVELLI, lib. VII. —
-AMMIRATO, lib. XXIII. — Lettera di un Inghirami a Lorenzo; vedi
-FABRONI, pag. 63. — Antonio Ivani scrisse in latino un Commentario
-di quella guerra. (_Rerum Ital. Script._, tomo XXIII.) — Comprò la
-Repubblica e donò a Federigo il bel palagio di Rusciano in pian di
-Ripoli, cominciato da Luca Pitti: questi si trova essere stato uno dei
-Venti.
-
-[463] I Diari Rinuccini descrivono questo e l’altro Capitolo Generale
-di tutto l’Ordine Francescano in Santa Croce di Firenze, al quale
-convennero l’anno 1449 milledugento frati; e la Repubblica stanziava a
-sussidio del detto Capitolo mille fiorini d’oro.
-
-[464] «Del mese di settembre 1471 fui eletto ambasciatore a Roma
-per l’incoronazione di papa Sisto, dove fui molto onorato, e di
-quindi portai le due teste di marmo antiche delle immagini d’Augusto
-e d’Agrippa, le quali mi donò detto papa Sisto, e poi portai la
-Scodella nostra di calcedonio, intagliata, con molti altri cammei,
-che si comperarono allora ec.» (_Ricordi di Lorenzo de’ Medici._) —
-«Lorenzo, tra gli altri benefizi che ha ricevuti da Sua Beatitudine,
-ha guadagnato con quella un tesoro.» (Istruzione in nome di Sisto IV ad
-Antonio Crivelli); vedi _Appendice_ Nº X. — Vedi anche NICCOLÒ VALORI,
-_Vita_ ec.
-
-[465] Il Fabroni pubblicava una lettera che Lorenzo scriveva al Papa,
-il dì 21 novembre 1472, chiedendogli il cardinalato per Giuliano; e
-due a Lorenzo, del buono ed illustre, ma insieme prudente e un po’
-cortigiano cardinale Iacopo Ammannati detto il Cardinale di Pavia, del
-quale abbiamo in latino un brano di storia e gran numero di lettere a
-principi, a grandi personaggi e a letterati.
-
-[466] CORIO, _Storia di Milano_.
-
-[467] NICCOLÒ VALORI, _Vita_ ec.
-
-[468] Vedi _Appendice_ Nº VIII.
-
-[469] Abbiamo le due lettere pubblicate dal Fabroni (pag. 67, 68).
-Luigi XI proponeva a Lorenzo di tenere in Francia un suo Oratore,
-il quale dovesse conferire col Re solo, nè mai co’ magnati, nè co’
-principi del sangue. Gli chiede poi dei cani in dono, ed anche uno
-solo, purchè fosse bello e grande, volendo tenerlo in camera e presso
-la persona sua.
-
-[470] GUICCIARDINI, cap. III.
-
-[471] VESPASIANO, _Vita di Donato Acciaioli_.
-
-[472] RINUCCINI, pag. 117.
-
-[473] Abbiamo la data 28 gennaio 1475 nei _Ricordi_ del Morelli, gli
-altri tacendo quella Giostra ed i moderni scrittori avendo confusa
-questa col Tornèo più grande e solenne che aveva tenuto Lorenzo l’anno
-1469. Quindi affermarono che il Poliziano fosse in età di soli quindici
-anni quando cominciava il Poemetto: ne aveva ben venti nel principio
-del 75, e ventiquattro ne avrebbe avuti quando il Poema fosse scritto
-un poco prima della congiura de’ Pazzi e interrotto quindi per la morte
-di Giuliano; il che a noi sembra essere congettura fra tutte probabile.
-Dove il Poeta nella quarta Stanza dice che all’ombra di Lorenzo
-
- «Fiorenza lieta in pace si riposa
- Nè teme i venti, o ’l minacciar del cielo,
- Nè Giove irato in vista più crucciosa,»
-
-allude manifestamente alle ire di Sisto IV, le quali precessero al caso
-dei Pazzi.
-
-[474] _Ricordi_ d’ALAMANNO RINUCCINI, pag. 125 e seg.
-
-[475] La formula delle sentenze diceva: «Magnifici Octoviri Custodiæ
-et Baliæ Civitatis Florentiæ in numero sufficienti collegialiter
-congregati, intellecto et recepto qualiter etc. — Et idcirco habito
-super prædictis omnibus et singulis sano et maturo consilio etc.;
-deliberaverunt, scribunt, commictunt, imponunt et mandant vobis
-Præsenti Domino Potestati dictæ Civitatis Florentiæ quatenus vigore
-præsentis deliberationis, ac commissionis et bullettini, per vestram
-sententiam declaretis, pronuntietis et sententietis dictos etc. —
-Nota che sempre al Potestà dicevano _Voi_, «quel Voi che prima Roma
-sofferìe» e che era dato alla Sovranità. (Sentenze pubblicate tra i
-Documenti di corredo all’edizione del Commentario della Congiura de’
-Pazzi per Angiolo Poliziano. Napoli, 1769.)
-
-[476] L’ALLEGRETTI nel _Diario Senese_ (_R. I. S._, tomo XXIII, e.
-782), e il MALAVOLTI, _Istoria di Siena_, accusano apertamente i
-Fiorentini che dessero mano al conte Carlo ed ingannassero i Senesi
-con belle parole: «ci mandavano ogni dì una buona lettera, e il Conte
-Carlo ogni dì una cavalcata.» (Cronica citata.) — La corrispondenza di
-Lorenzo de’ Medici con la Signoria di Siena, che abbiamo in copia, si
-trova interrotta dall’anno 1476 all’anno 1482.
-
-[477] L’attentato del Porcari non giunse all’effetto, i Pazzi ed
-il Fieschi riuscirono a mezzo, gli uccisori di Galeazzo e quei
-d’Alessandro de’ Medici e di Pier Luigi Farnese compierono il fatto;
-ma tuttavia gli Sforza regnarono a Milano, e a Firenze i Medici, e i
-Farnesi a Parma; nessuno mai degli uccisori scampava la vita.
-
-[478] Tra questi è da porre Alamanno Rinuccini, che poi si mostra
-benevolo ai Pazzi: ed egli era stato compagno al Medici nelle
-ambascerie e negli uffici di maggior conto.
-
-[479] VESPASIANO, _Vita di Piero de’ Pazzi_.
-
-[480] Ebbe egli il secondo premio nella Giostra, della quale il primo
-fu dato a Lorenzo.
-
-[481] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. VIII.
-
-[482] _Confessione di Giovan Battista da Montesecco_, stampata tra i
-documenti che fanno seguito al Poliziano, _Congiura de’ Pazzi_, e dal
-Fabroni e dal Roscoe, _Vita di Lorenzo_. Il Machiavelli trasse molto da
-quel documento; così l’Ammirato. Noi lo riproduciamo nell’_Appendice_
-Nº IX.
-
-[483] Nelle lettere citate di Piero de’ Medici si vede Guglielmo dieci
-anni prima essere tenuto fra i più intrinseci della Casa.
-
-[484] Abbiamo lettera di Girolamo Riario a Lorenzo da Roma a’ 15
-gennaio 1478, con la quale lo invita ad andare colà, promettendogli
-molto adoprarsi «a levare di mezzo ogni dubitazione che fosse nata tra
-esso e il Pontefice.» (FABRONI, _Doc._, pag. 105.)
-
-[485] Istruzione di Lorenzo a Piero suo figlio che andava in Roma nel
-novembre del 1484. (FABRONI, pag. 268.)
-
-[486] VASARI, _Vita d’Andrea Verrocchio_: ma quella pittura fu indi a
-poco cancellata.
-
-[487] _Congiura de’ Pazzi_ scritta da Filippo Strozzi che v’era
-presente. — ANGELI POLITIANI, _Coniurationis Pactianæ Commentarium_;
-Napoli, 1769, in-4º. — _Cronichetta di Carlo Giannini da Firenzuola_
-(si trova in quello stesso volume). — _Cronichetta di Belfredello
-Strinati Alfieri_ (ivi). — _Condanne dei Pazzi e dei loro complici_
-(ivi). — _Documenti_ pubblicati dal FABRONI. — _Ricordi_ di ALAMANNO
-RINUCCINI. — VALORI, _Vita di Lorenzo de’ Medici_. — GUICCIARDINI,
-_Stor. Fior._, cap. IV. — MACHIAVELLI, lib. VIII. — AMMIRATO, lib. XXV.
-
-[488] VESPASIANO, _Vita dell’Acciaioli_.
-
-[489] FABRONI, _Documenti_, pag. 116. — E la Repubblica di Venezia
-mandava a quella dei Fiorentini savie parole, che a noi giova qui
-riferire: «Pare a noi che dal frappor dimora alla liberazione del
-Cardinale non possa quella eccellentissima Signoria conseguire alcun
-comodo, quando invece la liberazione del Cardinale toglie ad ognuno
-ogni occasione di straparlare, e di giustificare sè stessi d’ogni non
-buona operazione, ed anche recida ed amputi ogni offensione d’animo
-che i Cardinali potessero per una più lunga ritenzione concepire.
-Per questi rispetti adunque l’opinion nostra sarìa che al Vescovo di
-Modrussa si rispondesse: che quella eccellentissima Signoria, avendo
-per riverenzia del Sommo Pontefice e di quel Santissimo Collegio
-riservata la persona del Cardinale dal pericolo di tanta furia quanta
-era in quel popolo, delibera anche ed è contenta di liberamente
-lasciarlo.» (ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo IV, pag. 389, 90.)
-
-[490] Nella Commissione, manoscritta appresso di noi, di Sisto IV
-al Cardinale di Mantova legato a Bologna, il Papa dichiara non fare
-colpa a’ Bolognesi dell’avere al primo annunzio della congiura mandato
-soccorsi a Firenze: _cum nihil adhuc Florentini in ecclesiasticam
-dignitatem moliti essent_. Aggiugne dipoi: _nos quoque casum ipsum
-primum indoluimus, et commiserationis nostræ testimonium per literas
-nostras ad Florentinos dedimus_. Di queste lettere gli scrittori
-fiorentini non fanno menzione.
-
-[491] RAYNALDI, _Annales Ecclesiast._, anno 1478. — Il Mansi
-nell’edizione delle _Miscellanee_ del Baluzio, tomo I, diede alcuni
-brani di niuna importanza che il Rainaldo aveva omessi o abbreviati.
-
-[492] Documenti aggiunti all’edizione napoletana del _Commentario_ del
-POLIZIANO ec. — FABRONI, _Documenti_.
-
-[493] Cronichetta antica (FABRONI, pag. 115).
-
-[494] Il FABRONI pubblicò questo (pag. 131) con altri molti documenti
-intorno a quel fatto; il MANSI, nell’appendice alle _Miscellanee_ del
-Baluzio, alcune lettere della Duchessa di Milano e del re Ferrando e
-dei Veneziani, e due Invettive del Filelfo contro Sisto IV: pag. 503 e
-seg.
-
-[495] In fine allo scritto si legge: «datum in Ecclesia nostra
-Cathedrali Sanctæ Reparatæ, 23 Julii 1478.» — V è dentro una lettera
-del Cardinale di San Giorgio al Papa, tutta dolcezze di encomi alla
-Repubblica ed a Lorenzo; ma noi temiamo essere questa una impostura;
-e che il Sinodo fosse veramente celebrato, a noi non consta, e non lo
-crediamo. (Vedi FABRONI, _Docum._, ec.)
-
-[496] Abbiamo qui tratto dall’Ammirato ogni cosa, perch’egli ne sembra
-in questo come in altri luoghi avere attinto a documenti o memorie di
-chi era presente. L’orazione che il Machiavelli pone in bocca a Lorenzo
-è meno calzante, avendo in sè molto minori caratteri di convenienza e
-di verità.
-
-[497] MALIPIERI, pag. 246.
-
-[498] Lettera familiare di Sisto IV al Duca d’Urbino. (FABRONI, pag.
-130.)
-
-[499] _Ricordi_ d’ALAMANNO RINUCCINI, pag. 130. — Per le Condotte
-d’Ercole d’Este e d’altri, vedi _Archiv. Stor._, tomo XV.
-
-[500] Vedi l’amplissima Provvigione della Repubblica (FABRONI, pag.
-191); dove è statuito, tra le altre cose, che la figlia Margherita,
-la quale era scritta al Monte delle Doti creditrice di fiorini 290
-al primo gennaio 1486 (quando ella entrava nella età nubile), avesse
-un’aggiunta di altri 500 fiorini di dote. E che la famiglia di Donato,
-ch’era segnata per quattro fiorini a ciascun _sesto_ di gravezza,
-venisse gravata per quindici anni d’un solo fiorino ec.
-
-[501] _Memoires de Comines_; lib. VI, cap. 5. — Vedi una lettera
-molto risoluta di Luigi XI a Sisto IV, nella _Cronaca_ del MALIPIERI;
-_Archiv. Stor._, tomo VII, parte I, pag. 247.
-
-[502] _Epist. Iacobi Ammannati Cardinalis Papiensis; 16 luglio 1478._
-Segue una lettera a lui di Iacopo Antiquario letterato Perugino, e
-tutto devoto alla causa di Lorenzo.
-
-[503] RAYNALDI _Annales Ecclesiast._; il quale è da consultare
-con fiducia per tutto quel fatto narrato da lui con diligenza ed
-ischiettezza. Oltre al Breve di Sisto IV, riferisce assai documenti;
-e tra gli altri la risposta che diede il Papa agli Oratori francesi
-conforme ai consigli del Cardinale di Pavia. È tratta dai Diari di
-Iacopo Volterrano scrittore apostolico (_Rer. Ital._, tomo XXIII),
-il quale non vuolsi confondere con Raffaele Maffei Volterrano, autore
-anch’egli più volte allegato dallo stesso Rainaldo. — Iacopo, ch’era
-stato segretario e grande amico all’Ammannati, continuava ne’ suoi
-Diari, pei tredici anni di Sisto IV, i Commentari del Cardinale.
-
-[504] Diceva il Senato all’oratore pontificio: «e perchè la Santità
-Sua, a petizione d’altri e per satisfare a dishoneste voglie e
-appetiti di chi si sia, offende quelli (i Fiorentini) e spiritual e
-temporalmente, volemo che la Beatitudine Sua sapia che nui insieme
-cum loro, et cum el Stato de Milan unitissimi, et temporal et
-spiritualmente defenderemo i stati, honor et dignità della nostra
-confederation ec. Et non si speri la Beatitudine Sua nè altri poter
-cuoprire e’ fini de no’ buoni pensieri soi, cum ch’el non offende
-la città di Fiorenza, ma Lorenzo in ispecie: perchè ben intendemo
-tutti nui, questa offesa no’ esser fatta più alla particularità de
-Lorenzo, innocentissimo da tutte quelle calunnie li sono apposte, che
-al presente stato e forma de governo de la città di Fiorenza, ec.»
-(ROMANIN, _Storia di Venezia_, tomo XIV, pag. 390.)
-
-[505] Il Fabroni vidde, d’antica stampa, una invettiva molto virulenta
-di Cola Montano contro a Lorenzo de’ Medici. Cola era stato col Conte
-Girolamo Riario, e poi nell’anno 1482 pare insidiasse alla vita di
-Lorenzo, quando nel recarsi da Genova a Roma fu nelle Maremme preso da
-certi che ne seguivano le traccie, ed a Firenze condotto. L’Oratore
-d’Ercole da Este racconta il caso e infine aggiugne: «Credo capiterà
-male.» (_Atti e Memorie delle Deputazioni di storia patria delle
-provincie Modenesi e Parmensi_, vol. I, fasc. III, pag. 259.) — La
-Legazione di Piero Capponi, che abbiamo in copia, non contiene altro
-che le lettere d’ufficio a lui dei Dieci; le sue da Lucca non si
-rinvengono.
-
-[506] GUICCIARDINI, _Opere_, tomo III. — MACHIAVELLI, lib. VIII. —
-AMMIRATO, lib. XXIV.
-
-[507] _Narrazione della Congiura dei Pazzi_, scritta da FILIPPO STROZZI
-Seniore.
-
-[508] Il MALAVOLTI, nell’_Istoria di Siena_, pubblicava l’accennata
-lettera di Lorenzo de’ Medici ai Duchi d’Urbino e di Calabria.
-
-[509] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, tomo III, 56.
-
-[510] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, cap. VI e IX.
-
-[511] Vedi una leggiadra lettera a Lorenzo d’Ippolita d’Aragona nuora
-del Re. (FABRONI, pag. 223.)
-
-[512] Queste cose abbiamo cavate da una Commissione di Sisto IV a
-messer Antonio Crivelli mandato da lui a Napoli. È manoscritta presso
-di noi e molto bene dichiara l’animo di Sisto ed il contegno del Re: la
-pubblichiamo, _Appendice_ Nº X.
-
-[513] FABRONI, Documenti, pag. 213, e sono anche ivi da vedere le
-private lettere scritte a Lorenzo da Bartolommeo Scala e da altri de’
-più confidenti.
-
-[514] GUICCIARDINI, loc. cit. — MACHIAVELLI, lib. VIII. — AMMIRATO,
-lib. XXIV.
-
-[515] Questo punto è ora dilucidato abbastanza dal ROMANIN, _Storia di
-Venezia_, lib. XI, cap. 3.
-
-[516] Lettere manoscritte ai Dieci, di Piero Capponi, da Napoli 18
-aprile 1483.
-
-[517] CAMMILLO PORZIO (_Congiura de’ Baroni_) attribuisce ai Fiorentini
-la discesa dei Turchi in Italia; ma è scrittore in quanto ai fatti
-poco diligente. — Lorenzo mantenne con Alfonso durante la guerra molto
-amichevoli relazioni, usando parole strabocchevolmente sviscerate.
-(Vedi FABRONI, pag. 216.)
-
-[518] ALLEGRETTI, _Cronaca Senese_ (_Rer. Ital. Script._, tomo XXIII).
-— MALAVOLTI, _Storia di Siena_.
-
-[519] FABRONI, pag. 219 e 20.
-
-[520] Diarii Latini di Iacopo Volterrano, che fu presente
-all’assoluzione. (_Rer. Ital. Script._, tomo XXIII.)
-
-[521] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. V.
-
-[522] Ordine dei _Settanta_: Provvisioni dei 10 e 19 aprile 1480.
-(_Archiv. Stor. Ital._, tomo I, pag. 321.)
-
-[523] CANESTRINI, _Sulle Imposte della Repubblica di Firenze_, cap.
-III, sez. 4 e seg. Trovò egli scritto nell’Archivio in calce d’un
-antico libro: «Quisquis es, quia dives es et plurimum lucraris, non es
-amicus pauperum tametsi simulas amicissimum; quoniam vero paucos filios
-habes, Catastum damnas atque explodis, et cervicibus inopum grave
-onus imponis.» Secondo l’antico Catasto, per ogni figlio o parente da
-sostentare si faceva detrazione di duecento fiorini, ond’era grande il
-benefizio di chi aveva molti figli.
-
-[524] Nel Proemio della Provvisione per l’Ordine dei _Settanta_
-si mettono innanzi le spese e i danni della peste, forse cercando
-attenuare quelle che aveva prodotto la guerra fatta per Lorenzo. In
-seguito aggiugne i danni maggiori essere «per il Monte, perchè non s’è
-renduto le paghe, nè valutosi senza gran danno del credito; per che è
-diminuito di pregio non rendendo, et però non se n’è molto contractato.
-Et è questo membro del Monte in tanto disordine, che se presto e
-saviamente non vi si provvede, nè dote nè paghe render si potranno.»
-
-[525] RINUCCINI, pag. 135 e 137.
-
-[526] In Bruggia si trova che avesse perduto per cento mila ducati,
-e in altre Banche forse altri cento. — In quella città falliva pure
-una Compagnia col nome dei Da Rabatta e dei Cambi per avere servito
-di grande somma di danaro la duchessa Maria di Borgogna moglie
-dell’imperatore Massimiliano, che s’era morta, e il danaro non venne
-mai restituito. (RINUCCINI, anno 1483.) Questa Compagnia non credo
-però che andasse per conto dei Medici. — Lorenzo accattava spesso
-danari anche dagli amici: avendogli i suoi cugini del ramo di Pier
-Francesco prestato nel 1478, sessantamila ducati, Lorenzo cedeva ad
-essi in pagamento la villa di Cafaggiolo colle possessioni che aveva
-in Mugello. Vendeva allo Sforza per quattromila ducati la casa che il
-padre di quello gli aveva donata in Milano. (VALORI, _Vita di Lorenzo_.
-— _Istorie_ di GIO. CAMBI, in _Deliz. Erud._, tomo XXI in principio.
-— GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. IX. — Lettera d’Antonio Pucci a
-Lorenzo, FABRONI, pag. 212.)
-
-[527] AMMIRATO, 1481. — RINUCCINI, pag. 134. — VALORI, _Vit. Laur._
-
-[528] Lettera a Lorenzo dei Medici di Matteo Arcidiacono di Forlì.
-(FABRONI, pag. 226.)
-
-[529] _Diari Romani_ di IACOPO VOLTERRANO (MURATORI, _Rer. Ital.
-Script._, tomo XXIII, cap. 147 e seg.)
-
-[530] MACHIAVELLI, lib. VIII. — AMMIRATO, lib. XXV.
-
-[531] Sappiamo queste cose da una lettera di Lorenzo stesso, che
-scriveva in nome dei Dieci di guerra. Contiene, tra le altre, queste
-parole: «.... per essere la nostra religione in mancamento assai della
-sua reputazione per questi Governi tanto alieni dagli antichi e da
-quelli che si convengono a un pastore cristiano. Abbiamo grandissima
-speranza che questa santa opera si condurrà ad effetto, perchè Dio non
-abbandonerà la sua causa. E movendo la Sua Maestà Spagna e Ungheria,
-già la cosa arà sortito sufficiente effetto. Tieni confortata in questo
-la Sua Maestà, e ogni dì sollecita; e noi avvisa continuamente delle
-deliberazioni e pareri suoi, co’ quali desideriamo convenire in ogni
-cosa.» — Legazione manoscritta di Piero Capponi a Napoli; lettere dei
-21 settembre e 14 ottobre 1482.
-
-[532] Vedi _Archiv. Stor._, Nuova Serie, vol. II.
-
-[533] FABRONI, _Docum._, pag. 227 e seg. — Vedi RAYNALDO, anno 1482,
-pag. 25, 26, ediz. di Lucca. — _Diari di Stefano Infessura_ (MURATORI,
-_Scrip. Rer. Ital._, tomo III, col. 1153). — Nella Dieta che Pio
-II tenne a Mantova, i Potentati d’Italia s’erano obbligati di non
-appellarsi mai _ad futurum Concilium_, e lo stesso Ferrando aveva
-rinnovato la promessa a papa Sisto. (_Atti ec. della Deputazione di
-storia patria_, Modena, 1863, pag. 296.)
-
-[534] Legazione sopraccitata.
-
-[535] «Sua Beatitudine volentieri vorrebbe ogni accordo, ma e’ crede
-più ad altri che a sè; e il Conte (Girolamo Riario) credo che si muova
-per la sua mala natura, la quale è vendicativa,... e per tenere sempre
-il Papa in imprese e appiccato, perchè per questa via egli si mantiene
-in reputazione et poppa tutte le entrate della Chiesa. Il Papa ha gran
-desiderio di pace; e oggi a tutti noi Oratori ha confessato le pratiche
-tenute a Venezia ec.» Lettera a Lorenzo di Guid’Antonio Vespucci,
-ambasciatore a Roma, 23 ottobre 1483. (FABRONI, _Docum._, pag. 251.)
-— Vedi negli _Annali_ del MALIPIERO i danni sofferti dai Veneziani per
-questa guerra, e le pratiche per la pace molto avanzate da Sisto IV, ma
-delle quali il Senato di Venezia poco si fidava.
-
-[536] CORIO, _Storia di Milano_. — GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap.
-VII. — Quando vennero a Sisto IV gli Ambasciatori con la pace, il
-giorno che fu penultimo della sua vita, si doleva egli affannosamente
-delle inique condizioni, dicendo che i Veneziani, l’anno innanzi, a
-lui ne offrivano delle migliori. (_Diario di_ IACOPO VOLTERRANO in
-MURATORI, _Script. Rer. Ital._, tomo XXIII, col. 199.)
-
-[537] MALAVOLTI, _Storia di Siena_, lib. VI. — Lettere manoscritte di
-Lorenzo dei Medici alla Signoria di Siena.
-
-[538] _Istorie_ di GIO. CAMBI. — MACHIAVELLI, lib. VIII.
-
-[539] AMMIRATO, _Storie_. — Lettere ai Dieci di Piero Capponi
-Commissario in Pisa per la guerra.
-
-[540] Circa l’elezione d’Innocenzio VIII sono da vedere le lettere
-scritte da Roma a Lorenzo e pubblicate dal FABRONI, pag. 256 e seg.
-
-[541] Lorenzo aveva consigliato al Re «d’avere gli occhi a tutto, e
-mostrare in alcuna cosa non intendere.» Anche scriveva: Dispiacemi sino
-all’anima che lo signor Duca (Alfonso) abbia questo nome di crudele,
-e falsamente le sia imposto; pure Sua Eccellenza tuttavia si sforzi
-toglierlo con ogni arte, che certo li metterà buon conto. Et così se
-le Gabelle si tollerano mal volentieri dalli popoli, levile via, et
-torni alli soliti pagamenti; che vale più avere un carlino con piacere
-e amore, che dieci con dispiacere e isdegno; che certamente, indurre
-usanza nuova ad ogni popolo pare forte.» (FABRONI, pag. 269.)
-
-[542] GUICCIARDINI, _Stor. di Fir._, cap. VIII. — MACHIAVELLI, lib.
-VIII. — AMMIRATO, lib. XXV. — PORZIO, _Congiura dei Baroni_.
-
-[543] Legazione Modenese sopraccitata (pag. 285).
-
-[544] Il Re minacciava comparire a Roma con la lancia sulla coscia.
-(Legazione Modenese sopraccitata, anno 1490.)
-
-[545] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. VIII. — MACHIAVELLI, lib. VIII.
-— AMMIRATO, lib. XXVI.
-
-[546] FABRONI, _Docum._, pag. 334 e altrove.
-
-[547] _Ricordi di Lorenzo._ (FABRONI, _Docum._, pag. 299 e seg.)
-
-[548] Le cerimonie per la promozione al Cardinalato di Giovanni de’
-Medici, sono descritte lungamente nel _Diario del Burcardo_, all’anno
-1492. Firenze, 1854; pag. 162-77.
-
-[549] _Appendice_, Nº XI. — (Vedi i Documenti pubblicati dal FABRONI.)
-
-[550] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. VIII. — CAMBI. — RINUCCINI.
-
-[551] FABRONI, Documenti, pag. 337.
-
-[552] Fra le Istruzioni al figlio adolescente che andava in Roma con
-gli Ambasciatori a papa Innocenzio ponea: «Nei tempi e luoghi dove
-concorreranno gli altri giovani degli Imbasciatori pòrtati gravemente e
-costumatamente e con umanità verso gli altri pari tuoi, guardandoti di
-non preceder loro, se fossino di più età di te; poichè per essere mio
-figliolo, non sei però altro che cittadino di Firenze, come sono ancor
-loro.» (FABRONI, Docum., pag. 264.) Ma nelle nozze a Milano di Giovanni
-Galeazzo con Isabella d’Aragona, Piero andava sempre del pari col Duca.
-(Idem, pag. 296.)
-
-[553] Discorso di Alessandro de’ Pazzi (_Arch. Stor. Ital._, tomo
-I, pag. 42), che riferisce parole della sua madre Bianca, sorella a
-Lorenzo.
-
-[554] Giovanni Cambi, ch’era figliolo del Gonfaloniere così avvilito,
-narra distesamente quel fatto: il Rinuccini vitupera il Gonfaloniere e
-accusa Lorenzo.
-
-[555] Alamanno Rinuccini (loc. cit.), e Guicciardini, cap. IX; il primo
-fu acerbo giudice di Lorenzo, il Guicciardini severo in quella Istoria
-Fiorentina ch’egli scriveva giovane appena di venticinque anni.
-
-[556] Oratore Modenese sopraccitato, anno 1489.
-
-[557] FABRONI, Docum., pag. 72-90.
-
-[558] Lettere manoscritte di Lorenzo de’ Medici alla Signoria di Siena:
-copia appresso di noi.
-
-[559] L’Oratore Modenese più volte citato, chiama lui vivo «bilancia
-d’Italia.»
-
-[560] MACHIAVELLI, fine dell’_Istoria_. — GUICCIARDINI, _Storia di
-Firenze_, cap. VIII e IX, e _Istoria d’Italia_, lib. I. — RINUCCINI
-ALAMANNO, anno 1492. — _Istoria_ di GIOVANNI CAMBI. — VALORI, _Vita di
-Lorenzo de’ Medici_. — FABRONI, Documenti. — ROSCOE, _Vita di Lorenzo_,
-vers. ital., Pisa, 1799. — AMMIRATO, lib. XXV, XXVI. — MICHELE BRUTO,
-ultimi quattro Libri dell’_Istoria Fiorentina_.
-
-Mentre si stampava la Storia nostra, una Vita del Magnifico Lorenzo si
-pubblicava in Germania dall’insigne e a noi tutti caro Barone Alfredo
-di Reumont. È in due volumi, e vi si comprende l’intera istoria di
-quel tempo e la politica cercata dentro agli Archivi delle maggiori
-città d’Italia e quanto risguardi le arti e le lettere e i costumi.
-Di questa opera noi ci peritiamo a dare un giudizio per l’amicizia che
-da lunghi anni ci stringe all’autore e perchè in essa egli ci onorava
-molto al di là d’ogni ambizione nostra. Solamente, come Italiani, lo
-preghiamo a fare italiana egli medesimo una Storia dove noi possiamo
-tanto imparare. Scrive egli come un Italiano; e degli antichi fatti
-nostri e degli uomini ha una conoscenza tanto familiare che a noi è un
-miracolo. Finito il libro, gli venne a mano un Registro di Lettere di
-Lorenzo, che prima d’ora si credè perduto (Ved. _Archiv. Stor. Ital._,
-tomo XIX della Serie III). Di quelle lettere molte aveva prima lette in
-questo Archivio di Stato, e usate scrivendo: sono in numero grandissimo
-perchè il Registro comprende quindici anni della Vita di Lorenzo, che
-ne dettava o scriveva di sua mano fino a dieci e venti in un giorno.
-Pubblicarle tutte sarebbe cosa intempestiva, tanto vi abbondano, per
-esempio, le commendatizie, e i minuti affari, che senza fatica Lorenzo
-sapeva mandare di fronte. Ma tolte anche via le cose che a noi sono
-inutili, raccomandiamo una ben fatta pubblicazione delle Lettere di
-quest’uomo, che sempre saranno assai grande numero: l’uomo e i tempi
-ne sono degni, e in esse Lorenzo è grande esemplare, perchè niuno
-ebbe delle cose una intelligenza tanto vasta, nè le giudicò in modo sì
-netto e preciso; la quale ultima condizione basterebbe a rendere il suo
-scrivere elegantissimo, quando anche in lui non si fosse aggiunta la
-grande coltura. A queste potrebbero fare riscontro anche altre lettere
-scritte da uomini di quel tempo.
-
-[561] FILIPPO VILLANI nel Proemio.
-
-[562] LEONARDI ARETINI _Dialog. I ad Petrum Histrium_. Fu già stampato
-in Basilea, ed è manoscritto nella Laurenziana.
-
-[563] _Orazione di Cristoforo Landino_; Firenze, 1853.
-
-[564] Prefazione alla _Sporta_; Firenze, 1550.
-
-[565] LANDINO, Proemio al _Commento sulla Divina Commedia_.
-
-[566] Lettera stampata nel _Propugnatore_; Bologna, 1869.
-
-[567] Proemio al _Commento sulle Canzoni_.
-
-[568] BERNHARDI, _Dissertazione_ ec.; Berlino, 1868.
-
-[569] _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, per il Comune di Firenze_,
-volumi tre; 1867-73.
-
-[570] _Documenti di storia italiana_, copiati in Parigi da G. Molini,
-tomo I, in fine.
-
-[571] CAMBI, _Storia di Firenze_, anno 1498; sta nelle _Delizie_ ec.
-del P. ILDEFONSO.
-
-[572] Estratti del signor Rawdon Brown, tomo III, pag. 318.
-
-[573] Nel 1559 il Trattato di Castel Cambrese aveva finito le guerre
-d’Italia; ma in quell’anno stesso da piè delle Alpi si preparava il
-1859: tre secoli tondi, e date che importano alla storia della lingua.
-
-[574] VARCHI, _Ercolano_; Padova, 1744, in-4º; pag. 84 e seg., 357 e
-seg., 446 e seg., 508 e in molti luoghi.
-
-[575] Questa e le successive, sino a quella de’ 27 febbraio inclusive,
-vengono da un Libro di provvisioni e deliberazioni di due Balie create
-il 20 di gennaio e il 5 di febbraio di quell’anno; il qual Libro esiste
-nel predetto Archivio di Stato di Firenze.
-
-[576] Questa è anche trascritta nel Codice dell’Archivio dei Capitani
-di Parte altrove citato.
-
-[577] Manca della data, ma sta nel Registro tra una del 3 e un’altra
-del 13 marzo 1406 (stil. fior.).
-
-[578] Così nell’originale.
-
-[579] Spazio bianco nell’originale qui ed appresso dove saranno questi
-punti.
-
-[580] Così chiaramente l’originale.
-
-[581] Intendasi messer Iacopo, con cui egli parlava.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI
-FIRENZE V. 2/3 ***
-
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