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-The Project Gutenberg eBook of Viaggio al Capo Nord, by Giuseppe Acerbi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-
-Title: Viaggio al Capo Nord
- fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi
-
-Author: Giuseppe Acerbi
-
-Editor: Giuseppe Belloni
-
-Release Date: September 25, 2021 [eBook #66378]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VIAGGIO AL CAPO NORD ***
-
-RACCOLTA DE’ VIAGGI
-
-_Più interessanti eseguiti nelle varie parti del mondo, tanto per terra
-quanto per mare, dopo quelli del celebre_ Cook.
-
-
- [Illustrazione: _Tav. I._ — PASSAGGIO SUL GOLFO GELATO DI
- BOTNIA]
-
-
- VIAGGIO
-
- AL CAPO-NORD
-
- FATTO L’ANNO 1799
- DAL SIG. CAVALIERE
-
- GIUSEPPE ACERBI
-
- ORA
- I. R. CONSOLE GENERALE IN EGITTO
-
-
- _COMPENDIATO_
- E PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATO IN ITALIA
- DA GIUSEPPE BELLONI
- ANTICO MILITARE ITALIANO.
-
-
-
- MILANO
- PRESSO L’EDITORE LORENZO SONZOGNO
- _Libraio sulla corsia de’ Servi n. 602_
- 1832.
-
-
-
-
- _Opera posta sotto la tutela
- delle Leggi._
-
- COI TORCHI DI GIO. PIROTTA.
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-
-
-INTRODUZIONE
-
-
-Vivacità di gioventù, studiosa curiosità, desiderio di singolarizzarsi,
-trassero il sig. _Acerbi_ all’ardita impresa di viaggiare sino alla
-estrema punta settentrionale d’Europa. Il _Capo-Nord_ era cognito per
-le carte geografiche disegnate da’ Marinai, i quali avevano navigato
-il Mar-glaciale. Non sapendo che altri vi fosse andato per terra,
-io, disse adunque il sig. _Acerbi_, sarò il primo a dire con verità:
-ho veduto il _Capo-Nord_. I viaggi di _Regnard_, di _Maupertuis_, di
-_Rudbech_, di _Linneo_, riguardavano paesi di quelle lontane e fredde
-regioni; ma non comprendevano quel famoso e distintissimo punto del
-nostro Continente. Non è quindi meraviglia se quando il sig. _Acerbi_
-pubblicò in Inghilterra il suo _Viaggio_ al _Capo-Nord_, venne in
-giusta rinomanza; e l’incontro che il suo libro ebbe presso gli
-Inglesi, i viaggi de’ quali hanno tanto estesa la scienza geografica,
-la storia naturale, ed altri importantissimi rami dello scibile umano,
-ben presto fece che fosse riprodotto in francese. L’accoglimento che
-questo libro ebbe poscia in Francia, non fu pel sig. _Acerbi_ meno
-onorevole di quello che avea avuto in Inghilterra.
-
-Ma chi lo crederebbe? In Italia, ove pure si va in traccia da verso
-quaranta anni di ogni novità di questo genere, nissuno pensò a far
-conoscere questo viaggio del sig. _Acerbi_, forse perchè si aspettasse
-che ne desse un’autentica edizione egli medesimo nella lingua nostra.
-Il che se non ha fatto, ciò debbesi con molta probabilità attribuire ad
-altre occupazioni a cui ritornato in patria egli si dedicò, ed a quella
-ripugnanza che i migliori ingegni sovente hanno a ritornare sulle loro
-cose già fatte, ed alla mutazione seguita nelle circostanze tanto sue
-proprie, quanto pubbliche.
-
-Intanto non era giusto che la nostra letteratura fosse defraudata
-di questa bella ed interessante opera. Perciò ne adorniamo la nostra
-_Raccolta_, sicuri che la diligenza nostra verrà commendata.
-
-Ma ciò facendo, d’accordo coll’illustre Autore, noi abbiamo data
-un’altra forma all’opera. Molte cose scritte da lui ne’ tre suoi volumi
-non sono più pel nostro tempo, altri avvenimenti essendo accaduti
-ne’ paesi de’ quali egli parlava. Molti uomini fiorivano allora ne’
-luoghi da lui visitati, che meritavano particolare menzione, i quali al
-presente sono confusi nella massa della storia. Viaggiatori posteriori
-a lui hanno più di lui copiosamente parlato di ciò, che interessa varii
-rami della storia naturale, sicchè riuscirebbe ripetizione inutile in
-questi giorni ciò, ch’egli a quel tempo con tutto merito aveva scritto.
-Noi adunque, consultando il genio dei più, abbiamo levato tutto il
-superfluo; ma abbiamo religiosamente conservato tutto quello che rende
-veramente preziosa l’opera sua, rimanendo d’altra parte libero a chi
-più particolarmente s’interessasse di certe notizie riguardanti piante,
-uccelli, insetti e tali altre cose, il consultare l’opera sua di tre
-volumi; e il compendio, che ne presentiamo in questo solo volume, non
-la farà riuscire meno grata; massimamente che vedute le diverse cose
-da altri scritte, vicendevolmente contraddicendosi intorno all’indole,
-agli usi ed ai costumi de’ Laponi, con esatti confronti e con
-giusta critica abbiamo potuto convincersi avere il sig. _Acerbi_ con
-imparzialità pienissima, con esatta verità, e con diligenza singolare
-studiato ed espresso ciò che gli si è presentato. Ma ciò basti.
-
-
-
-
-VIAGGIO AL CAPO-NORD
-
-
-
-
-CAPO PRIMO.
-
- _Partenza da Helsinbourg. Gottembourg, e costumi de’ suoi abitanti.
- Canale di Trolhatta. Stockholm. Descrizione di questa città.
- Indole, ed usi degli Svedesi._
-
-
-Il sig. _Acerbi_ incominciando il racconto del suo Viaggio prende le
-mosse da Helsinbourg dirigendosi a Gottembourg. Questa è la seconda
-città della Svezia, assai mercantile. Conta 15 mil’anime; e nel suo
-interno si rassomiglia assai alle città olandesi. Giace poi sopra
-un suolo terribilmente sterile, coperto di piccole roccie simili al
-basalto. Dicesi, che vi si vive più piacevolmente che a Stockholm,
-trovando dappertutto urbanità, ospitalità, e niuno impaccio di
-formalità e di etichetta. Le donne sono belle, graziose, amabili, e
-di conversazione piacevolissima. Quando una persona è in Gottembourg
-invitata a pranzo, l’uso porta, che si trattenga in quella casa
-tutta la sera, e goda di una buona cena. Ciò si pratica in tutta la
-Svezia. Un altro uso è che al momento che si siede a tavola, ognuno
-a bassa voce faccia devotamente una preghiera; e così pure un’altra
-nell’alzarsene. Ne’ pranzi di cerimonia gli Svedesi fanno girare una
-larga tazza d’argento piena di vino di Sciampagna, di cui ognuno gusta
-facendo un brindisi. Ciò si eseguisce con certe cerimonie, di cui i
-forestieri vengono precedentemente avvertiti. Chi per avventura non vi
-si conformasse, dovrebbe bere tutta la tazza.
-
-A 50 miglia da Gottembourg, sulla strada che va a Stockholm, s’incontra
-il canale di Trolhatta, superbo capo d’opera dell’ardimento umano. Esso
-è aperto a forza di polvere da cannone in mezzo a scogli durissimi, per
-istabilire una comunicazione tra il mare del Nord e il lago Wennern, il
-maggior lago della Svezia, lungo 89 miglia, e largo 49. Questo canale
-è fatto per facilitare la navigazione fino alle cataratte del fiume
-Gotha; ed è lungo tre miglia, largo 36 piedi, e profondo in alcuni
-luoghi più di 50, con 9 chiuse, e parecchi bacini. La vista di questo
-canale, e l’aspetto delle cataratte, che per mezzo del medesimo si sono
-evitate, formano uno spettacolo sorprendente; e con ragione si tiene in
-Trolhatta un gran libro, in cui i forestieri sono invitati a scrivere i
-loro nomi, e qualche frase allusiva alla impressione, che le cataratte,
-e gli altri oggetti del contorno hanno fatto sull’animo loro. Fra le
-tante iscrizioni, che il sig. _Acerbi_ vi lesse, una fu questa: _Iddio
-benedica questa buona, e valorosa Nazione!_ e v’era sottoscritto
-_Kosciusco_.
-
-Da Gottembourg a Stockholm la campagna è coltivata, come pure in tutta
-la Svezia, a segala, ad avena, a piselli, a fave, e ad un poco d’orzo.
-Nella Scania, che chiamasi il paradiso della Svezia, si coltiva anche
-un poco di frumento. Il sig. _Acerbi_ giunse a Stockholm la sera dei 19
-di settembre del 1798.
-
-Noi non dobbiamo tacere la sorpresa ond’egli e il suo compagno
-di viaggio furono colpiti, quando la mattina seguente andarono
-a presentare alcune lettere commendatizie, delle quali si erano
-proveduti. Essi trovarono, che le persone, a cui erano diretti,
-sapevano tutti i fatti loro, cioè il loro arrivo, il genere di vettura,
-di cui si eran serviti, la strada che aveano fatta, l’alloggio che
-aveano preso, i nomi, e la qualità de’ loro domestici, l’abito che
-portavano, e tante e tante particolarità simili. La capitale della
-Svezia di questa maniera veniva ad annunciarsi loro coi pettegolezzi
-delle più piccole città.
-
-Ma poche città intanto sono in Europa situate così bene come Stockholm,
-tanto per le occorrenze del commercio, quanto pel diletto che reca
-la varietà degli oggetti, che i suoi contorni presentano. Essa giace
-sopra sette, od otto isole, circondate tutte, quali da acque dolci
-discendenti dal lago Malar, quali da acque salse refluenti dal mare.
-Quasi tutte hanno il loro nome particolare; ed è famosa nella storia
-quella di Blasiiholmen, oggi attaccata al continente, per l’orribil
-fatto accaduto nel 1386 sotto il regno di _Alberto_. Due fazioni
-atrocemente perseguitavansi allora, quella de’ Cappelli, e quella delle
-Berrette; e la prima fece abbruciar vivi dugento patrioti svedesi
-della seconda!! — L’aspetto di Stockholm è superbo, spezialmente
-mirandosi dal ponte detto del Nord. Tutto ad un colpo si presenta allo
-sguardo una massa straordinaria di campanili, di palazzi, di rupi,
-d’alberi, di laghi, di canali, coronata poi dal castello che domina
-su tutta la città; e tutta la città da quel ponte si discopre quanto
-è lunga e larga, e tutta la facciata pur si vede minutamente di quel
-castello, la cui architettura è semplice, nobile, maestosa, senza
-nissuno di quegl’inutili ornamenti, che sfigurano tante grandiose
-fabbriche simili. La immaginazione attonita a tale prospettiva può
-appena sostenere siffatto incanto; e mentre è sì vivamente colpita
-dall’immenso quadro, che ha d’innanzi, ove il lusso, le arti, il
-commercio, l’industria pajono essersi accordati insieme per sorprendere
-i sensi, il fracasso delle onde che si precipitano attraverso delle
-arcate del ponte suddetto, imprime a questo spettacolo un certo
-carattere selvaggio, che toglie ogni paragone.
-
-Nell’inverno questo spettacolo cambia. I ghiacci fanno sparire tutte
-le barriere, che nella estate le acque frappongono tra gli abitanti.
-Non più isole: una sola pianura si presenta, senza ostacolo alcuno
-aperta a slitte, a carri, a carrozze, a vetture d’ogni specie, le quali
-corrono, volano per ogni verso, e s’incontrano, e s’incrociano senza
-mai toccarsi; tanta è la sveltezza, colla quale a vicenda si scansano;
-e tu le vedi aggirarsi intorno a vascelli, e navicelli d’ogni specie,
-immobili in mezzo al ghiaccio. Su quel ghiaccio poi v’ha un popolo
-immenso, che corre scivolando colla rapidità del baleno; che in un
-momento apparisce, e sfugge. Le acque che bagnano le scuderie del Re, e
-quelle che si precipitano sotto le arcate del ponte del Nord, sono le
-sole che tolgansi al rigore dell’inverno. Esse bollono gorgogliando,
-e s’alzano in bianca spuma cangiandosi maestosamente nell’atmosfera
-in vapori, che poi condensati in una polvere di cristallo, presentano
-allo sguardo sorpreso una vera pioggia di diamanti, che i raggi solari
-tingono coi brillanti colori del topazzo, del rubino, e d’altre pietre
-preziose. Gli abitanti de’ paesi meridionali faranno fatica a credere
-che la bellezza di Stockholm riceva un lustro maggiore dall’inverno; e
-che le comodità, e i diletti della vita dell’inverno vi si accrescano.
-È difficile dire quanti scherzi, quante varietà di apparenze produca il
-ghiaccio, che dappertutto in sì diverse maniere si attacca a muraglie,
-a tetti, ad alberi, a carri, ad ogni cosa, che o sia immobile, o sia
-mossa.
-
-Non meno singolare riesce il soggiorno di Stockholm in estate. Ne’
-lunghi giorni di quella stagione, quando i crepuscoli facendo in
-certo modo sparire la notte, dispensano dal consumare olio, o cera,
-le persone agiate passano alla campagna, e vi si trattengono fino
-all’autunno. Allora via ogni economia; e vi si vive con più lusso, e
-grandezza che in città. Le abitazioni de’ signori in campagna, oltre
-l’amenità del sito, sono abbellite con tutti i mezzi dell’arte, e
-fornite di tutti i comodi: tra i quali non mancano le serre, in cui
-fannosi maturare le pesche, gli ananassi, l’uva, ed altri frutti
-delicati, a dispetto del clima. I vini d’ogni specie, i liquori rari,
-ed altre simili pregiatissime cose vengono profuse alle tavole de’
-gentiluomini, de’ ricchi fabbricatori e mercatanti. Ivi non hanno luogo
-nè le cerimonie, nè i formolarii che s’usano in città. — Questa bella
-libertà si gode spezialmente nelle case de’ commercianti: i nobili sono
-alquanto più contegnosi; e que’ moltissimi che stanno di piè fermo in
-campagna, tengono anch’essi assai alla vanità del loro grado.
-
-Gli abitanti di Stockholm usano ancora di fare delle corse o in
-vettura, o per acqua ne’ contorni; principalmente al Parco reale, a
-Moiksdal, ad Haga, a Drottingholm, e a Carleberg. Drottingholm, cioè
-l’isola della Regina, è lontana da Stockholm sei miglia sul lago Malar:
-è un palazzo ben situato, fabbricato superbamente, magnifico, ed ornato
-di vasti giardini. Lo decorano varie statue d’uomini, e di animali, ed
-alcuni bei vasi, la più parte di stile della scuola di Firenze, portati
-via da Praga nella guerra famosa de’ XXX anni. In questo palazzo v’ha
-una ricca biblioteca, un gabinetto di storia naturale, uno di medaglie
-antiche e moderne, ed una galleria di quadri originali delle scuole
-fiamminga, olandese e italiana. Ve n’ha un’altra piena di pitture
-rappresentanti le battaglie e le vittorie dei Re, e Principi svedesi.
-A proposito della biblioteca, tra varii MSS. curiosi ve n’ha uno della
-celebre regina Cristina, intitolato _Mélanges de pensées_, sopra una
-pagina del quale Carlo XII scrisse di mano propria, essendo ancora
-fanciullo, _vincere, aut mori_.
-
-Si crederebbe che a Stockholm un Italiano l’inverno dovesse morir di
-freddo. Io, dice il sig. _Acerbi_, posso assicurare, che quantunque
-qualche volta il termometro di Celsio, fisico naturalista svedese, che
-accompagnò _Maupertuis_ nel suo viaggio a Keugis, marcasse il freddo
-a 24 gradi al disotto del gelo, soffrii meno il rigore del freddo,
-di quello che tal volta lo abbia sofferto in Italia. Dappertutto si
-mettono stufe ingegnosamente costrutte a modo, che con pochissimo
-combustibile diffondano il calore quanto abbisogna. Di vestiti non
-si fa economia, che quelli che servono ad otto, o dieci svedesi,
-empirebbero un’anticamera. Ho veduto de’ Francesi, inimici delle
-pellicce, mettersi indosso fino a tre redingotti. Due paja di guanti,
-calosce, una canna, sono cose indispensabili quando s’esce a piedi.
-
-In generale le Svedesi sono belle; ma belle all’uso del Nord: cioè di
-una fisonomia senza espressione. Essendo gli uomini del paese poco
-galanti, esse passano tutta la giornata o sole solette, o con altre
-donne; e la loro conversazione, qualunque sia la educazione loro, è
-senza interesse; e dandosi molta premura d’acconciarsi in ogni maniera,
-non fanno ciò che per superare le altre in eleganza, e in brio, anzichè
-per desiderio di piacere, o di fare conquiste. Amano però gli omaggi,
-e le lodi; e mettono molta importanza in essere dette le belle del
-Nord. La loro passione predominante è l’ottenere la distinzione, e i
-riguardi pubblici: ed è con questo mezzo che si giunge ad ispirar loro
-sentimenti di tenerezza, di amicizia, di amore, de’ quali infine sono
-capaci quanto quelle che vivono in climi più caldi.
-
-La riserva però che si osserva tra le donne svedesi di alto grado, non
-si trova tra quelle di stato inferiore; e ciò nasce dall’essere queste
-in circostanze diverse. Non trovandosi a Stockholm donne di partito,
-come si trovano nelle altre grandi città d’Europa, gli uomini hanno
-favorite, le quali pretendono di avere un certo grado nella Società;
-e bisogna invero sospirare, e corteggiare del tempo tali donne per
-affezionarsele. Se non che malgrado il loro contegno finiscono con
-avere due o tre amanti alla volta. E non è forza di temperamento,
-che a ciò le guidi: è avarizia. Ma insieme sono estremamente gelose
-delle esterne forme di considerazione; e dai loro amici, e favoriti
-richieggono un’attenzione, di cui un forestiere giustamente si
-meraviglia. Guai a quel loro amante che esitasse a salutarle in un
-luogo pubblico, o a loro baciar la mano! La facilità poi d’avere
-apertamente delle relazioni con questa sorte di donne senza che la
-morale pubblica rimanga offesa, fa che in Isvezia non si conosca
-gelosia.
-
-In Isvezia tutta la giornata si consacra agli affari; e la sera al
-giuoco: rare volte si passa con donne. Il giuoco per gli Svedesi è una
-passione universale, e furiosa. Raccontasi il seguente caso. Uno de’
-più distinti signori vide un giorno passata l’ora del pranzo senza che
-apparisse alcun principio de’ soliti preparativi; e discese verso la
-cucina per sapere onde ciò provenisse. Egli trovò tutta la sua gente
-occupata sì fortemente in una partita di giuoco, che nissuno s’era
-avveduto che l’ora dei pranzo fosse passata. Il maestro di casa teneva
-accordo cogli altri; e si mise di mezzo supplicando Sua Eccellenza a
-tollerare alcun poco, giacchè la partita era per finire. Il signore
-si arrese alla istanza: ma volle che il maestro di casa andasse
-ad apparecchiare la tavola; e prese egli medesimo il posto di lui,
-continuando il giuoco cogli altri!!
-
-I vicini degli Svedesi li chiamano i Guasconi della Scandinavia. Questa
-imputazione, effetto della gelosia, e dell’antipatia, che tante volte
-hanno disuniti popoli, che la natura, e il loro interesse volevano anzi
-intimamente uniti tra loro, non vuole dir altro, se non che gli Svedesi
-sono animati dal desiderio della gloria, e da quello di distinguersi
-al disopra delle altre qualità che predominano generalmente ne’ cuori
-di tutti i popoli valorosi, generosi, ed arditi. La Svezia è piena
-di stabilimenti scientifici e letterarii; ed ha avuti, ed ha uomini
-di merito distinto. Eccettuate poi l’Irlanda, la Scozia e Ginevra,
-non v’ha in Europa paese, in cui l’istruzione sia generalmente sparsa
-nel popolo quanto che nella Svezia. S’insegna a leggere, a scrivere,
-e far conti a tutti, sì nelle città e ne’ villaggi, sì in qualunque
-più piccolo gruppo di paesani, senza eccezione, o distinzione veruna.
-A questa generale istruzione i paesani svedesi debbono le belle
-qualità che li distinguono, la franchezza, la lealtà, l’umor lieto,
-l’ospitalità, il cuor buono, il coraggio, e lo spirito.
-
-Oltre le accademie di scienze, di lettere e d’arti, la Svezia ha
-eziandio parecchie università; ed è un problema difficile a sciogliersi
-questo, se altra nazione avesse mai fatto tanti progressi nelle
-scienze, e nelle arti liberali e meccaniche, quando avesse dovuto, come
-la Svezia, trionfare del suolo, del clima, delle discordie domestiche,
-e della gelosia di vicini orgogliosi e potenti.
-
-
-
-
-CAPO II.
-
- _Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione di chi fa questo
- viaggio. Traversata sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi.
- Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti. Isole di
- Aland e loro abitanti._
-
-
-Ai 16 di marzo del 1799 il sig. _Acerbi_ partì sulle 7 ore da
-Stockholm, ben avviluppato egli e i suoi compagni in pellicce di
-pelli d’orso della Russia, colla testa, le mani e le gambe difese da
-berretta, da guanti e da stivali foderati di pelli, per difendersi
-dal freddo, accolti entro a slitte di paesani, la vettura meglio
-conveniente di ogni altra, e ch’erano sicuri di poter trovare
-ad ogni posta sino ad Abo. Essi giunsero la sera a Grisselhamn,
-villaggio distante da Stockholm 69 miglia all’incirca. Nulla di
-notabile trovarono in questa corsa per un suolo nè montuoso, nè piano
-totalmente, se non sia una quantità di volpi, le une ferme, le altre
-tranquillamente moventisi sulla superficie nevosa, senza paura, e senza
-diffidenza di sorte: solo che, mentre imperterrite guardavano le nostre
-slitte al momento che queste passavano o si fermavano, davansi alla
-fuga. Per fare poi che si arrestassero, bastava trarre un fischio,
-chè allora volgevansi indietro; e fissavano gli occhi su chi avea
-fischiato.
-
-Chi viaggia da Stockholm a Grisselhamn, dice il sig. _Acerbi_, non
-deve pensare nè a pranzo, nè a merenda, nè a dormire. La ragione è
-chiara: per tutta questa strada non v’è ombra d’osteria; e i paesani,
-le cui capanne s’incontrano, sono povera gente, che non ha più che
-del pane, del latte e de’ salumi: cose, che i viaggiatori non possono
-apprezzare gran fatto. Il pane è in forma di bracciatelle, fatto di
-segala e d’orzo, ed insipidissimo: rari poi sono i pomi di terra, non
-avendo costoro fino al presente imparato il modo pur tanto facile di
-preservarli dal gelo. La birra e l’acquavite sono per essi oggetti
-di lusso. Si contentano adunque, oltre quel pane e il latte, di carne
-salata, o di pesce salato od affumicato.
-
-Grisselhamn è una piccola città di posta, ove tanto d’inverno, quanto
-di estate i viaggiatori si fermano nel loro cammino da Svezia in
-Finlandia. In inverno il passo per mare è pericoloso, se la stagione
-non sia mitissima; ed invece bisogna andare per terra a Tornea. Nulla
-di notabile è in Grisselhamn; non commercio, non manifatture, non casa
-ove alloggiare; e la casa sola che sia fatta di mattoni, è quella del
-maestro di posta, circondata di casupole di legno.
-
-Quando un viaggiatore vuol passare d’inverno in Finlandia,
-attraversando il golfo sul ghiaccio, i paesani l’obbligano a
-raddoppiare il numero de’ cavalli, che avea al giungere in Grisselhamn.
-Noi dovemmo dunque uniformarci all’uso, il quale non è altrimenti
-un’angheria, ma l’effetto di una precauzione prudente. Questa
-formidabile traversata sopra una immensa pianura di ghiaccio è di
-43 miglia, 30 delle quali si fanno senza toccar terra. Un siffatto
-viaggio sopra tanto vasto spazio di mare gelato offre per un abitante
-de’ paesi meridionali un colpo d’occhio straordinario; e confesso che
-prima di conoscerlo, me n’avea fatto un’idea falsissima. M’aspettava
-semplicemente di avere a scorrere una pianura senz’altro limite che
-quello dell’orizzonte, il cui uniforme aspetto m’ispirerebbe una
-fastidiosa melanconia, e la cui superficie non mi presenterebbe nissun
-pericolo. Ma come e quanto la mia sorpresa, l’ammirazione, mista
-d’inquietezza, e dirò pur di terrore, ivano crescendo a mano a mano
-che ci andavamo allontanando dal luogo, da cui eravamo partiti! Questo
-mare gelato, dapprima tutto liscio come un cristallo, insensibilmente
-diventava disuguale, aspro, ondeggiato, in quanto esprimeva i flutti,
-che ne aveano solcata la superficie. Vedevasi, per dir così, la mano
-dell’inverno, che toccata l’acqua schiumante, l’avea in un istante
-fermata, indurita, convertita in ghiaccio; e di ghiaccio fattine i
-cavalloni, che dianzi la procella alzava furiosamente: in varii siti
-que’ cavalloni ammucchiati gli uni sopra gli altri, presentavano
-l’aspetto di enormi rupi, le cui fronti scoscese, come sospese in aria,
-prendevano la somiglianza di piramidi e di guglie, e minacciavano di
-cadere al basso, e di coprir tutto sotto le loro ruine. Quindi per
-quanto l’occhio potesse discernere, non vedevansi che colossi di un
-cristallo trasparente, spezzati e dispersi, ove coperti di bianchissima
-neve, ove splendenti per la riflessa luce, ed ove mostrantisi tinti
-di azzurro: nel complesso loro formando un terribile spettacolo di
-spavento e di orrore.
-
-Nè poche erano le difficoltà, poche le fatiche che i conduttori e i
-cavalli andavano incontrando per ritrovare la strada sovente perduta
-in mezzo ai tanti giri e alle tante diversioni, ch’erano obbligati di
-fare per iscansare que’ gruppi di ghiaccio, che qua e là sorgevano
-per attraversarci il cammino. A malgrado poi di tutte le cure della
-prudenza, e di tutte le precauzioni della paura, ad ogn’istante
-le nostre slitte rovesciavansi; e servivano or l’una, or l’altra
-di segnale alla carovana perchè si arrestasse. Ma una circostanza
-impossibile a prevedersi venne ad accrescere i nostri pericoli. La
-vista delle nostre lunghe pellicce fatte di lupo o d’orso di Russia,
-e l’odore che n’esalava, spaventarono qualcuno de’ cavalli a tanto,
-che li trasse a furore. Accadde ciò singolarmente quando rovesciata la
-slitta, occorrendo di uscirne per drizzarla, venivamo ad avvicinarci
-a’ cavalli, i quali per cagione di quelle pellicce confondendoci
-cogli animali, da cui erano tratte, dibattevansi tra le stanghe e le
-redini, mordevano il freno, cercavano in ogni maniera di fuggire con
-immenso spavento de’ viaggiatori e de’ conduttori. In quel frangente il
-paesano per paura di perdere il suo cavallo in mezzo a tanto deserto,
-s’incatenava, dirò così, alla briglia; e piuttosto che separarsi dal
-cavallo, lasciavasi a costo della vita strascinare per que’ rottami
-di ghiaccio, le cui punte sovente gli aprivano larghe ferite sulle
-membra; e durava in quella funestissima condizione, fin tanto che
-stanco il cavallo pe’ suoi inutili sforzi, e scoraggiato dai crescenti
-ostacoli, si fermasse. Allora noi rientravamo nelle slitte, mentre il
-conduttore istruito dalla esperienza prendeva in fine la precauzione
-di bendare gli occhi al cavallo. Uno però di questi animali, il più
-selvatico e focoso della carovana, spaventato scappò; e ci toccò
-vedere il povero suo conduttore, che dopo essersi lasciato strascinare
-attraverso de’ ghiacci per lunga corsa, non potendo più resistere
-ai dolori che lo laceravano, ne abbandonò la briglia. Fatto allora
-libero quel cavallo raddoppiò la rapidità della corsa; imperciocchè
-il rumore, che per rimbalzi fra que’ ghiacci faceva la slitta, che
-seco traeva, accrescendo il suo spavento, pareva che gli prestasse
-vere ali alla fuga. Noi lo seguimmo lungo tempo cogli occhi, a misura
-che andava internandosi nell’orizzonte; e lo vedevamo di tratto in
-tratto sulle sommità de’ flutti gelati come una macchia nera, la quale
-insensibilmente s’impiccioliva, finchè in ultimo disparve affatto.
-Allora poi conoscemmo come la prudenza voleva che si avesse qualche
-cavallo di più per siffatte occorrenze; e conoscemmo nel tempo stesso
-ne’ pericoli di quella traversata quanto una tale precauzione fosse
-stata negletta. Il padrone di quel cavallo montò sopra una slitta di
-riserva, sperando di ritrovarlo correndo sulle traccie di esso; e noi
-continuammo il nostro viaggio verso le isole di Aland, prendendo, per
-quanto ci era possibile, il mezzo de’ passi più spianati, non però
-senza esserci rovesciati di nuovo, e senza essere ancora in pericolo di
-perdere l’uno o l’altro de’ nostri cavalli: cosa che ci avrebbe messi
-in un estremo imbarazzo.
-
-Difficilmente può figurarsi la tristezza che infonde la solitudine di
-quell’immenso campo di ghiaccio. In sì vasto spazio niun essere vivente
-si presentò a’ nostri sguardi; non uomo, non quadrupede, non volatile:
-ivi la natura era morta. Che abbandono! che isolamento! che silenzio!
-Qualche volta venti in contrasto tra loro cozzando impetuosi su quelle
-rupi gelate, mettevano un fischio profondo, che propagavasi nello
-spazio, e vi si estingueva: qualche volta l’aria condensata in quelle
-masse gelate si apriva violenta una strada, e le spezzava con orribil
-rimbombo, che in un momento rompeva il cupo silenzio spaventosamente, e
-in un momento quel silenzio repristinavasi, e diventava più terribile.
-A tante cagioni di malinconia che opprimeva l’anima, a tanti pericoli
-che ad ogni passo moltiplicavansi, bisogna aggiungere l’incontro
-frequente di profonde crepature, che presentano all’occhio l’abisso
-delle acque coperte di ghiacci. Desolante è l’apparizione di quelle
-crepature, massimamente perchè non aspettate; e talune obbligano a fare
-un ponte di tavole per valicarle.
-
-Noi abbiam detto che in queste orribili solitudini tutta la natura
-presentasi come morta. Ciò non è esatto. V’hanno creature viventi,
-che ne amano il soggiorno; e queste sono le _foche_, o direm meglio,
-i vitelli marini. Nelle caverne de’ ghiacci depongono i frutti de’
-loro amori; ed insegnano a’ loro piccoli a sopportare i rigori della
-più cruda stagione. Le madri ve li depongono nudi affatto, come sono
-nati; e i padri hanno cura di assicurarsi di qualche apertura, per la
-quale possano avere pronta comunicazione coll’acqua. Al comparire di
-un cacciatore corrono a salvare sè stessi, le loro femmine, la loro
-prole per quella via. Fuori di quel pericolo, per quell’apertura vanno
-a procacciar cibo per sè e per la famiglia; e questo cibo è pesce.
-La maniera con cui i maschi fanno quell’apertura, è singolare. Nè
-denti, nè zampe v’hanno parte: servonsi del solo loro alito caldo, che
-dirigono diligentemente e con intensa perseveranza sul medesimo punto,
-onde scioglierne il ghiaccio. I paesani delle isole vicine sono i più
-fieri nemici di queste bestie; perciocchè quando essi ne scuoprono
-qualcheduna, si mettono in imboscata a qualche distanza, appiattati
-dietro ad un masso di ghiaccio; e muniti di fucile e di bastone ivi
-aspettano la _foca_ veduta discendere nell’acqua, sapendo che deve
-ritornare di sopra per respirare. È allora che le tirano addosso,
-e l’ammazzano. E come qualche volta avviene che l’acqua del buco si
-geli subito che l’animale ne sia uscito, allora vi corrono sopra co’
-bastoni, non dandogli tempo di aprirsi l’adito all’acqua impiegando il
-suo alito. In questo assalto sì pericoloso per lui, l’animale impiega
-tutto il coraggio, che la natura gli ha dato: morde co’ denti i bastoni
-degli aggressori, e talvolta ne attacca le persone medesime. Ma il
-cacciatore si ride della resistenza oppostagli; molto più che la _foca_
-è troppo lenta ne’ suoi movimenti; e la costituzione delle sue membra
-la rende poco atta ad operare sopra una superficie solida.
-
-Dopo tante fatiche, ed alcune meno importanti avventure, noi facemmo
-riposare i nostri cavalli a metà del cammino; e finalmente abbordammo
-alla piccola isola detta Signilskar. Essa è nuda interamente, e non
-abitata che da qualche paesano e da un offiziale del telegrafo ivi
-posto per corrispondere con quello di Grisselhamn, il primo che
-fosse stabilito nella Svezia. Questa isoletta è una delle molte,
-che sparpagliate in quella parte del golfo prendono collettivamente
-la denominazione di Aland. Signilskar è distante in linea retta da
-Grisselhamn 35 miglia all’incirca. Ma il giro che noi avevamo dovuto
-prendere nel nostro viaggio ce ne avea fatto impiegare forse dieci di
-più.
-
-Eravamo per partire da Signilskar, quando vedemmo di ritorno il cavallo
-che era fuggito. Quell’animale faceva pietà per lo stato miserabile in
-cui dopo tanto strappazzo si trovava. Ma era fiero ancora come prima, e
-come prima intollerante della vista e dell’odore delle nostre pellicce.
-Dovemmo cercare di stargli lontani, onde non s’inquietasse di nuovo.
-
-Attraversando le isole di Aland si trovano case, ove prendere nuovi
-cavalli; e si viaggia parte sul ghiaccio del mare, e parte sulla
-neve che cuopre il terreno. Tra le due poste di Heralsby e di Skorpas
-trovasi posta sopra una rupe la famosa fortezza di Castelholmen, tutta
-cinta dall’acqua fuorchè ove una lingua di terra l’attacca all’isola.
-Questa fortezza occupa parecchie pagine della storia di Svezia.
-
-Tra le isole di Vergata e di Kumlinge noi avemmo per guida un
-paesano di circa 55 anni, il quale ci sorprese tanto per la decenza
-e giocondità del suo conversare, quanto pel buon senso delle sue
-osservazioni. Egli, ben diverso da’ suoi compatrioti, costantemente
-taciturni ed incapaci di dare il minimo indizio di curiosità ai
-viaggiatori, con una civiltà rara per un uomo di sua condizione e
-di que’ climi, ci andava facendo molte domande sul nostro paese,
-sulla situazione di esso, sulla natura del governo, sul clima, sulle
-produzioni naturali e sopra altre interessanti materie. Il piacere da
-noi provato in udirlo uguagliava la sorpresa di tanta sua intelligenza.
-Ed avendo egli udito che noi eravamo d’Italia, mostrò qualche stupore,
-aggiungendo nello stesso tempo qualmente egli sapeva che l’Italia
-allora era involta in gran guerra; e che un guerriero che metteva
-spavento dappertutto, la scorreva vittorioso. Ognuno comprende di
-chi egli parlasse. Noi gli domandammo quante miglia credess’egli che
-l’Italia fosse lontana da Aland; ed egli confessò di non potercelo
-dire; ma credeva che l’Italia fosse assai più lontana che la Danimarca.
-E quando gli dicemmo che l’Italia era di là dalla Danimarca trecento
-buone leghe svedesi, ci guardò con grande sorpresa; e dopo un breve
-silenzio replicò che non concepiva che motivi ci conducessero a venire
-nel suo paese, e a spendere tanti risdalleri in poste. I suoi discorsi
-particolarmente battevano sul clero, ch’egli si compiaceva di mettere
-in ridicolo con quella vena di buon umore che è il sintomo ordinario
-di un buon criterio. Egli era grande ammiratore di _Gustavo III_, con
-cui ci diceva aver discorso; e non v’è dubbio che non lo divertisse.
-Nè mai perdendo di vista il suo argomento favorito, cioè di satirizzare
-sul clero, vi ritornava sopra costantemente terminato che avesse alcuna
-digressione, che noi avevamo la compiacenza di ascoltare. _Gustavo
-III_, diceva egli, era un grand’uomo, un gran re; e nondimeno egli
-non pretendeva la metà del rispetto e della venerazione, che da noi
-richiede il nostro clero. Questo clero predica la umiltà; ma intanto
-egli spinge l’orgoglio al di là di quanto possa mai credersi. I nostri
-parrochi godono di buone prebende; vivonsi in una beata tranquillità;
-e per non avere disturbi prendono a giornata de’ preti poveri, che
-facciano per loro le domeniche quello che dovrebbero fare eglino
-medesimi. In quanto a loro non fanno altra cosa che starsi quietamente
-sdrajati sulle loro careghe, e ricevere gli omaggi de’ paesani che
-passano vicini ad essi. E sappiate bene che codesta oziosità loro non
-dee imputarsi a poca capacità e dottrina; perciocchè se sorga qualche
-quistione sul pagamento delle decime, imposta ch’essi mettono sul
-prodotto de’ nostri sudori, si fanno presto conoscere pei più dotti e
-più sensati uomini del mondo. Nè sono eglino soltanto buoni aritmetici;
-ma sanno di più sulle dita tutte le leggi, tutti gli editti, e tutti
-gli statuti del regno.
-
-Io ripeto qui parola per parola il discorso di codesto paesano per dare
-una idea del modo di pensare sopra una materia che interessa, come per
-tutto altrove, il popolo di queste contrade. Ma quello che ci rendeva
-più sorprendente la intelligenza di codest’uomo, egli è che non avea
-avuta alcuna educazione, nè letto alcun libro, di modo che quanto
-diceva, tutto era parto della sola sua testa. Il nostro filosofo della
-natura mesceva ne’ suoi discorsi qualche osservazione meteorologica.
-Così, p. e., prediceva una estate assai tarda dietro alcune macchie da
-lui osservate sulla da noi detta Via Lattea. Ci riferì pur anco alcuni
-aneddoti della guerra di Finlandia fatta da _Gustavo III_; e ci disse
-che la battaglia di Hogland sarebbe stata più decisiva in favore degli
-Svedesi, se tutti gli ordini fossero stati eseguiti convenientemente;
-ma che il principe _Federico_ non potè mandare la flottiglia in
-soccorso della squadra, che mancava di munizioni. La quale circostanza
-veramente è una delle più notabili in tutta la storia di quella guerra,
-confermatami da persone, ch’erano al fatto di ben sapere le cose, e
-sulle quali non può cadere sospetto di nissuna specie.
-
-Le isole di Aland non sono meno di 80, e per la più parte piccole e
-deserte. Sono situate tra il golfo di Botnia e quello di Finlandia,
-e si stendono dal 59.º grado e 47 minuti di latitudine, fino al 60
-e mezzo: la loro longitudine è dal 56.º grado e 57 minuti, al grado
-39.º e minuti 47. Aland, che dà il nome a tutte, ha 20 miglia di
-lunghezza, e ne ha di larghezza 16. Il mare che circonda l’isola di
-Aland, gela rare volte; e gelava in addietro meno frequentemente che
-oggidì. Credesi da alcuni, che i forti agghiacciamenti, pe’ quali si
-può transitare a piedi e nelle slitte, succedano ogni dieci anni. In
-generale gli abitanti di queste isole vivono lungamente: coltivano
-frumento, segala, orzo, avena; fanno la pesca delle aringhe; e si
-alimentano di pane di frumento e di segala, di pesce fresco, o salato,
-di latte, di burro, di formaggio e di carne: usano molto la carne
-del vitello marino; ed è per essi un piatto squisitissimo quello che
-chiamano _skarkroppe_, fatto di fette di carne concie con farina
-e con lardo. È loro particolar costume il maritarsi verso la metà
-della estate, con che pretendono di provare che non hanno bisogno di
-aspettare la raccolta delle messi per porsi in istato di mantenere la
-loro famiglia. Il vestito degli uomini consiste in un corto soprabito,
-il quale alla domenica per lo più è di panno turchino. I giovani
-portano calzette di cotone, ed alcuni di loro hanno un orologio: le
-donne hanno una gonella ed un grembiale di cambellotto, di cotone o
-di tela dipinta, e qualche volta di seta: di seta nera in generale è
-il loro abito da lutto e di cambellotto la gonnella. In testa portano
-de’ berretti; e si coprono il seno con parecchi fazzoletti di seta:
-stando poi in casa usano panni fabbricati nel paese; e ne hanno di
-varie sorti. Le maritate s’empiono le dita di anelli, essendo questa
-la loro più evidente passione. Ma in Aland si veggono meno cucchiai e
-nappi di argento che presso i contadini di Finlandia. Le abitazioni
-di quest’isolani sono comunemente di legname, coperte di scorza di
-betulla; e nell’interno ben illuminate e pulite. La mancanza d’acqua
-corrente fa che usino molini a vento.
-
-In quanto al carattere degli Alandesi è giusto dire che sono ingegnosi,
-vivaci ed obbliganti: che sul mare spiegano molta destrezza ad ogni
-uopo, e coraggio: costumati poi e buoni a segno, che si è osservato
-qualmente dal 1749 fino al 1793 sette sole persone furono convinte
-di delitto capitale; e non vi seguirono che sette omicidii. Questo
-popolo non è per nulla inclinato alla superstizione; ma viene accusato
-d’essere litigioso; il che non so su qual fondamento.
-
-Queste isole non hanno nè orsi, nè scojattoli; e l’alce, che in
-addietro era comune, vi è scomparso affatto. Bensì vi sono lupi che
-vi provengono dalla Finlandia attraversando il mare quando è gelato.
-Noi non ne abbiamo incontrati, ma ne abbiamo vedute le traccia nelle
-foreste. Vi sono parimente volpi, martori, armellini, lepri, talpe,
-sorci di varie specie: rare sono le lontre; e frequenti sulle coste
-i vitelli marini. Di uccelli si contano più di cento specie, e molte
-specie di pesci. I naturalisti possono avere largo campo di esercitarsi
-sugl’insetti proprii di queste isole; e i botanici sulle piante.
-Ma pochi minerali trovansi nelle montagne d’Aland, le quali sono
-principalmente formate di una specie di granito rosso. Gli Alandesi
-curano poco le api, ed hanno torto.
-
-
-
-
-CAPO III.
-
- _Abo e cose notabili di questa città. Stato e vivere degli
- abitanti del paese. Incontro di un bardo moderno. Aurora
- boreale. Yervenkile. Sua cascata. Caccia. Stato economico
- dell’albergatore._
-
-
-Non v’era gran che a quest’isole, perchè vi ci fermassimo. Noi dovevamo
-spingerci ad Abo; e per arrivarvi passammo presso il castello di
-Abo-Hus, situato alla foce del fiume Aura. Abo è una di quelle città,
-che nel paese si chiamano _Stapestad_, cioè che hanno il permesso
-di commerciare co’ forestieri. È situata al 60.º grado e 10 minuti
-di latitudine settentrionale, sopra un promontorio formato dal golfo
-di Finlandia e da quello di altrove Botnia. È distante da Stockholm
-287 miglia; e siede in riva del fiume Aurajocki, ivi largo da 180
-a 300 piedi, e le cui acque fangose poco o nulla servono agli usi
-domestici. La città, lunga 12,820 piedi e larga 7,250, è divisa in
-cinque quartieri, tre de’ quali sono situati al nord-est del fiume, e
-due al nord-ovest; e comunicano insieme per mezzo di un ponte di legno.
-Ha tre piazze. La detta _piazza grande_ è cinta di parecchi edifizii
-pubblici e privati, costrutti in pietra: la _piazza nuova_ ha fabbriche
-d’ogni specie fatte di legname; e presso la _piazza della chiesa_ è
-l’accademia. Questa chiesa è la cattedrale, detta di _Sant’Enrico_:
-bel fabbricato gotico, lungo 350 piedi e largo 190. Essa serve ai due
-cleri, lo svedese e il finlandese: il primo incomincia le sue funzioni
-alle sei ore della mattina; e il secondo alle ore nove. Abo non ha
-altra chiesa che questa.
-
-L’accademia ha due piani, ed è fabbricata in pietra. Ha sale per
-le sedute degli accademici, per gli esercizii ginnastici, per la
-biblioteca e per altri usi. In questo fabbricato alloggia il vescovo
-d’Abo; e sta inoltre anche il seminario.
-
-L’università ha molto credito, e singolarmente in grazia di uno
-statuto, il quale obbliga tutti quelli che hanno terreni o pensioni
-dalla corona, a lasciare i loro corpi, morti che sieno, ad uso
-del teatro anatomico. Questa università ha professori adunque di
-anatomia, che vi si sono distinti, e ne ha di chimica, di storia
-naturale e di economia. Recentemente si sono assegnati stipendii fissi
-e sicuri a’ professori che prima non ne avevano; e si è istituita
-una nuova cattedra di poesia unita a quella di eloquenza. Il numero
-degli studenti si valuta a cinquecento cinquanta all’incirca. Questa
-università deve la sua fondazione alla famosa regina _Cristina_: essa
-ne formò pure la biblioteca, accresciuta poscia da diversi personaggi
-assai rispettabili; ed oggi è ricca di libri rari, di manoscritti, di
-medaglie, ecc. Tra varii oggetti di curiosità ci si mostrò un libro di
-orazioni incise da un paesano sopra tavolette di legno. V’è ancora una
-bella raccolta di medaglie svedesi antiche e moderne; e vi si contano
-più di dieci mila volumi, e si ha un fondo annuo di centocinquanta
-risdalleri per ampliarla.
-
-A tre miglia di distanza da Abo verso il sud-ovest è Beckholmen,
-piccolo porto, ma sicuro, e per la profondità delle sue acque atto a
-ricevere le più grosse navi mercantili, provveduto inoltre di quanto
-occorre per caricare e scaricare. I legni che non hanno bisogno di
-oltre 8 o 10 piedi d’acqua, possono risalire quasi fino al ponte.
-
-Abo ha varie manifatture di tabacco, di zucchero, di fettucce di seta,
-di tele, di corami, di carta, ecc., e le piantagioni di tabacco sono
-per essa un oggetto importantissimo, poichè ne producono ogni anno
-per lo meno 152,000 libbre grosse. Considerabile è pure il commercio,
-ch’essa fa non solo nei porti del Baltico, o ne’ vicini, ma in quelli
-di Cadice, di Lisbona, di Bordeaux, di Genova e di Amsterdam. Ma è
-d’uopo partire da Abo.
-
-Noi ne partimmo ai 20 di marzo, e ci dirigemmo verso il nord. Per
-risparmiarci la pena di scaricare e caricare le nostre cose ad ogni
-posta, avevamo comperate ad Abo delle slitte, affatto simili alle usate
-dai paesani. Ma come in quell’anno non era caduta moltissima quantità
-di neve, il cammino riusciva stentato; e il cavallo incontrando
-de’ tratti di terreno spoglio o in tutto, o in gran parte di neve,
-faceva una enorme fatica a strascinare la slitta, e ad ogni momento
-ci bisognava discendere, e andare a piedi finchè si trovasse neve,
-o qualche lago, o fiume gelato. Molte volte adunque la slitta si
-rovesciava; e com’era stretta e bassa, noi non correvamo per ciò gran
-pericolo.
-
-Nulla di gran momento il viaggiatore incontra sul cammino da Abo a
-Yervenkile. Il paese è in gran parte piano; e solamente a qualche
-miglio da Yervenkile diventa un poco montuoso, senza presentare però
-punti di vista dilettevoli. In generale le case de’ paesani sono ben
-fatte; e il forestiere vi trova alloggiamento e letto. Il paesano lo
-accoglie con buona ciera; e gli fa parte delle sue provvisioni, le
-quali comunemente consistono in latte rappreso, in aringhe salate,
-e in carne pure salata anch’essa. Questi paesani sarebbero poveri
-confrontati colla nostra maniera di vivere; ma confrontatisi tra loro
-sono ricchi, perchè hanno tutto quello, che secondo essi costituisce
-l’agiatezza. Potendo risparmiare qualche denaro, lo tengono pei loro
-bisogni impreveduti, o lo spendono in vasellami ed utensili necessarii
-alla famiglia. E in Finlandia non è cosa rara il vedere che in una casa
-di legname, ove non si trova che aringhe e latte, si porti acqua in una
-coppa di argento, che vale 50 o 60 risdalleri. Le donne sono vestite di
-abiti caldi; e sopra i loro abiti portano una specie di duglietta di
-tela, di modo che vedendole in tale figura si crederebbe che fossero
-miserabilmente coperte. L’interno della casa è sempre caldo ed anche
-molte volte troppo per que’ medesimi ch’entrano dall’aria aperta. Gli
-uomini rimangonsi costantemente in casa con una semplice camicia e un
-piccolo giubbettino sopra di essa; ed escono sovente anche fuori in
-quella maniera senza paura nè di febbri, nè di reumi. Ne troveremo la
-ragione quando ci avverrà di parlare de’ loro bagni. I Finlandesi che
-accompagnano i viaggiatori per di dietro alle slitte, sono coperti di
-un piccolo sopratutto di pelle di vitello marino o di panno, chiuso
-alla metà del corpo con una cintura: essi mettonsi sopra gli stivali
-delle grosse calzette di lana, avendo così il doppio vantaggio di
-tenersi caldi e di non iscivolar camminando sul ghiaccio.
-
-L’interno della famiglia di un paesano presenta all’uomo che non abbia
-il cuore corrotto, un quadro giocondissimo d’innocente costume. Le
-donne sono intese a cardare o a filare la lana; e badano bene a queste
-loro faccende mentre gli uomini fanno fascine o reti, o fabbricano od
-acconciano slitte. A Mamola noi incontrammo un cieco con un violino
-sotto il braccio, circondato da una folla di giovinetti e di ragazze.
-Era calvo sulla parte davanti della testa, avea una lunga barba che
-gli arrivava al petto e bianchissima come la neve, con che ispirava
-una certa venerazione. Sarebbesi preso per uno di que’ bardi, o poeti
-descritti con una specie di entusiasmo nella storia del Nord. Quella
-folla nol circondava invano, perciocchè cantava strofe graziose,
-e le alternava con istorielle di varie maniere. Al giunger nostro
-tutto tacque, e molti si sbandarono; e come i ragazzi sono ragazzi
-in ogni paese, veggendo essi de’ forestieri, cosa per loro affatto
-nuova, dimenticando il bardo si misero a burlarsi, e a ridere di noi.
-Il povero bardo approfittando della occasione ci domandò in cattivo
-svedese qualche moneta in limosina.
-
-La maniera nostra di viaggiare parte in islitta, e parte a piedi
-mi condusse a meditare sulla utilità di una slitta, il cui modello
-avea veduto nel deposito delle macchine di Stockholm. Era questa
-una slitta sospesa a’ due fianchi, la quale con una sorta di molla
-potevasi collocare sopra quattro ruote, e le molle l’alzavano dal
-terreno, e servivano a convertirla in una vettura. Ai 30 di marzo
-verso mezza notte eravamo ancora in istrada, con un freddo di 13 gradi
-sotto il gelo, secondo il termometro del _Celsio_, quando, molto a
-proposito per distrarci dalla nojosa monotonia del viaggio, ci si
-presentò lo spettacolo di un’aurora boreale. Il cielo nella parte del
-settentrione parve ad un tratto tutto infuocato; ed insensibilmente
-prese quel brillante colore del rubino, di cui il tramonto del sole
-arricchisce le belle serate d’Italia, felice presagio, al dir di
-_Virgilio_ ed alla prova della esperienza, della bellezza del dì
-susseguente. Dal seno di questa porpora superba immantinente s’alzò
-verso il polo un arco splendentissimo di tutte le varietà dell’iride,
-e tagliato da moltissimi altri archi non meno vivi, ma mobili, e con
-maestà ondeggianti, i quali disegnavansi sopra un immenso velo di
-un fosforo luminoso, le cui pieghe diafane, agitate continuamente si
-sviluppavano in lunghi solchi di fiamma, ed ognor più animati da come
-fiaccole ardentissime, colle quali sarebbesi detto, che il cielo ad
-ogn’istante le fulminava, prolungavano lungi l’incendio sotto la volta
-celeste. Tutta l’atmosfera veniva presa dal loro chiarore; e indoravano
-vivamente i contorni di tutte le nubi. Se queste meteore frequenti
-nelle contrade vicine al polo interessano per la loro magnificenza
-gli abitanti del Nord, accostumati pure a vederle, facil’è giudicare
-l’effetto che questo spettacolo produsse in noi, che ne godevamo la
-vista per la prima volta.
-
-Finalmente giungemmo ad Yervenkile, piccolo distretto, il quale
-appartenendo alla università di Abo è affittato ad un onesto paesano.
-Questo galantuomo ci accolse eccellentemente, e ci diede una camera
-e de’ letti. L’ingenua sua ospitalità ci rendette giocondissimi i
-tre giorni di riposo che prendemmo in casa sua, e di cui avevamo gran
-bisogno. Quest’abitazione, vicina ad una bellissima cascata, offre un
-eguale interesse al pittore e al cacciatore. Non sarà grave udirne una
-breve descrizione a chi ami più particolarmente conoscere codesta parte
-della Finlandia in cui ora siamo.
-
-Yervenkile è un piccolo villaggio di tre o quattro famiglie situato
-sopra un lago. Noi prendemmo la strada di questo villaggio invece di
-quella di Wasa, perchè volevamo vedere la cascata che n’è distante un
-quarto di lega, e ch’è famosa per la sua elevazione. Essa è formata
-dal fiume Kyro, il quale uscendo del lago che porta lo stesso nome si
-precipita attraverso di scogli e rupi scoscesissime e disuguali per
-un’altezza di circa 210 piedi. È difficile dire in quante diverse forme
-si presenti l’acqua impetuosa e schiumante che si gitta giù da tante
-asperità enormi. Noi per meglio contemplarne lo spettacolo ci fermammo
-sopra un’altura, da cui si discopriva un paese mirabilmente variato, e
-quasi tutto coperto di pini, la cui verzura tetra, indorata dai raggi
-del sole faceva un contrasto pittorico colla bianchezza abbagliante
-della neve e colle masse de’ ghiacci sospesi sull’orlo della cataratta.
-L’aspetto della cascata è particolare affatto alle regioni del Nord;
-nè di simile se ne trova alcuna in Italia. Vedevasi l’acqua scagliarsi
-da enormi volte di ghiaccio cristallizzate in mille maniere; e come il
-vapore che s’alzava, ivasi congelando nell’aria in forma di polvere,
-percosso dai raggi solari presentava iridi sorprendenti pe’ vivi e
-diversi colori, e per la loro ineffabile mobilità. Cadendo poi que’
-vapori gelati sopra la discendente corrente, formavano de’ ponti di
-ghiaccio di tale solidità, che si potevano passare con tutta sicurezza;
-e siccome i flutti urtavansi e precipitavansi con somma violenza contro
-le pareti di que’ ponti, sovente accadeva che travasassero al di sopra
-de’ medesimi, e ne rendessero la superficie sì liscia e sdrucciolevole,
-che i paesani per passarvi erano obbligati a mettersi col ventre a
-terra e a camminare colle ginocchia e colle mani. Essendo stati a
-questa cascata più volte ne’ giorni che ci fermammo nel villaggio, ci
-prendemmo anche il piacere della caccia per tirare alle lepri, alle
-volpi e ai lupi, delle quali bestie vedevamo i segni nelle foreste; ma
-non avendo cani con noi, non ne potemmo snidare alcuna. Ci limitammo
-a tirare a piccoli uccelli, che osservammo di razza non veduta in
-Italia. I paesani vedendoci gittare la nostra polvere per sì poca
-cosa, ridevansi di noi; e come uno di loro credette di farci cosa grata
-ammazzandoci qualcuno di quegli uccelli, prese il suo archibugio, lo
-sparò, e ce ne portò uno, il quale avendo noi trovato senza testa,
-gli facemmo intendere che il dono non poteva esserci grato: l’avremmo
-desiderato intero. Il suo archibugio avea una canna simile a quella
-di una carabina, ma di calibro piccolissimo; adoperava inoltre
-palle grosse quanto un pisello. Io gli mostrai la nostra minutissima
-munizione: egli ne fu meravigliato, non avendone mai veduta di simile;
-ma ricusò di adoperarla; e caricato di nuovo l’archibugio alla sua
-maniera, tirò, e mi recò un uccello della specie del primo, tutto
-intero, e non avente che una piccola contusione al petto. Non avea
-fatto che toccarlo leggierissimamente. Ammirammo la sua destrezza e
-la giustezza del suo colpo d’occhio; ed egli disse che tutti i paesani
-tiravano colla medesima abilità.
-
-Prima di lasciare Yervenkile desideravamo informarci della maniera
-di vivere del nostro ospite, delle sue spese domestiche, e del prezzo
-delle derrate in quella parte di Finlandia. Il legname non costa che la
-fatica di tagliarlo e di trasportarlo; e la giornata di un lavoratore
-è cara, perchè costa dai 12 ai 16 soldi. Il nostro ospite avea tutta
-l’aria di un uomo comodo. Avea sei vacche, le quali gli avevano dati
-sei bei vitelli: avea sei capre, che ogni sera ritornando dal pascolo
-gli somministravano latte abbondante: avea di più otto agnelli e
-tre cavalli, de’ quali servivasi per le sue slitte: le vacche gliene
-davano ogni mattina un secchio. Una vacca gli costava da cinque a sei
-risdalleri; un vitello due; e sedici soldi una capra e un capretto.
-Il cantone non dava frumento; e il prezzo della segala era di cinque
-risdalleri e mezzo il barile. Gli domandammo se fosse stato mai nella
-necessità di mangiare pane fatto colla scorza d’albero, e se mai si
-fosse trovato costretto a nudrire le sue vacche coi loro escrementi,
-conciandoli con un poco di sale, di farina e di paglia, conforme usano
-quelli della Dalecarlia; e rispose non essersi mai trovato in tali
-angustie. L’affittanza che avea era una casa, che abitava colla sua
-famiglia: a destra di essa era un piccolo alloggiamento pe’ forestieri,
-a sinistra le stalle per gli animali.
-
-
-
-
-CAPO IV.
-
- _Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano.
- Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e
- mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa:
- descrizione di questa città._
-
-
-Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia,
-tanto per l’altezza delle piante, quanto per la sua profondità,
-dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli
-animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l’uomo; ma non
-risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e
-quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso
-furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta
-si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l’uomo abbandonato sulla
-terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne
-vedemmo alcuno.
-
-Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s’intrecciano
-insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura
-n’è assai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien
-rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de’ grossi fusti.
-E non è questo l’aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl’immensi
-guasti di uragani terribili, e d’incendii spaventosi. Montagne, valli,
-spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati
-dalle fiamme. Onde quest’incendii? La poca cura de’ paesani, che non
-abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla
-che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può
-esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de’
-fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano
-poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle
-leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami
-dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà
-di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando
-una foresta della Corona s’incendia i paesani hanno il diritto di
-abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene
-adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro
-assegnata non basta ai loro bisogni, l’interesse loro li spinge a
-metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi
-ad appropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta
-un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme
-aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non
-può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi
-allo sguardo tronchi e rimasugli d’alberi confusamente giacenti sul
-suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n’ha molti altri ancora
-ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della
-loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi
-sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro
-neri scheletri ai vicini, morti anch’essi, ma senza essersi smossi
-dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano
-de’ giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano
-nudrirsi delle ceneri de’ loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare
-la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli
-uragani.
-
-È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della
-fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a
-credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe
-descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza.
-Alberi di un volume enorme sono strappati dalla terra, e mostrano
-nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero
-abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose
-tempeste dell’Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed
-abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza
-più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con
-maggior violenza.
-
-In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in
-inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando
-fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si
-smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi
-trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di
-accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono
-cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano,
-ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo
-sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri
-cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo
-però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo
-all’aspetto delle crepature, che ad ogn’istante il peso delle slitte
-faceva divergere in raggi all’intorno di noi. Noi non ci saremmo
-esposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto
-mille volte di più.
-
-Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul
-fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza
-il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente,
-indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci.
-Tra que’ due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e
-la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una
-tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la
-direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro
-slitta c’incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma
-imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette
-miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non
-avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far
-saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra
-un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel
-fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera:
-noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall’altra parte;
-ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual
-desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento volte maggiore:
-il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava
-abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la
-quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide
-si esposero le prime al pericolo; e superato che l’ebbero, ci dissero
-che l’avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando
-avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene;
-ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle
-ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che
-ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall’altra parte per
-giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide
-risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in
-bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que’ buoni Finlandesi dissero
-che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo
-gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione.
-
-Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve
-piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi
-dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura
-quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente
-diafano, che vedevamo non solo la corrente e profondità dell’acqua,
-ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo
-momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti:
-vedevamo l’abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo
-atterrito anch’esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che
-l’impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando
-sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta
-piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D’onde veniva
-mai questa singolare diafaneità? Dall’azione de’ raggi solari e del
-vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e
-nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al
-principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata
-la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie
-fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora
-uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non
-avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere
-la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall’acqua
-che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella
-circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando
-però il fiume non avea che la profondità di pochi piedi, godemmo del
-piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e
-di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi.
-
-Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo
-obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di
-posta. Ivi facemmo buona stazione.
-
-Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case
-sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata
-al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia.
-_Gustavo III_ le diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord
-della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo
-edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani,
-una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso
-la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea
-fatte per la prosperità e l’accrescimento di Wasa. Essa si estende
-attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza,
-con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d’alberi, una scuola,
-una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni,
-una di tabacco, una d’olio di vitelli marini, tre di corami, due di
-tinture, e due per fondere la pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito
-all’antico; ed è considerabile il suo commercio co’ forestieri,
-esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro,
-e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue
-vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda
-strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta
-al Savolax[1].
-
-
-
-
-CAPO V.
-
- _Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi riguardanti _Linneo_.
- Gamla-Carleby. Nuovi motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori
- sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte dal ghiaccio.
- Brachestad. Uleaborg. Avventura galante. Particolari riguardanti
- Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa città._
-
-
-Al nostro arrivo a Wasa eravamo stati a far visita al governatore e al
-presidente, i quali cortesemente c’invitarono a pranzo, e radunarono
-presso di sè la società migliore del luogo. Noi trovammo tutto sul
-piede di Stockholm. Ma parvemi un sogno l’avere in quelle adunanze
-trovata una dama di una somma amabilità, squisitamente educata e
-perfettamente intendente delle lingue e delle lettere sì francesi che
-italiane, e de’ migliori scrittori delle medesime. Essa era la moglie
-dei presidente. Vi trovai pure un ecclesiastico pieno di erudizione
-e di conversazione piacevolissima. Molte cose importanti imparai
-da lui riguardanti i Finlandesi e i loro poeti; e ragionandomi del
-_Linneo_, da lui conosciuto in particolare in Upsal, del carattere
-di quel valentuomo assai cose mi disse, e molte compassionevoli in
-proposito della incredibile vanità che lo predominava. Fra gli altri
-aneddoti raccontatimi fu questo. Una dama della provincia di Upsal,
-che non era uscita mai del suo paese, domandò ad un amico del _Linneo_
-una commendatizia, desiderando di conoscere un uomo sì distinto, e
-di vedere le sue collezioni. Ebbe la lettera, andò a visitare il
-_Linneo_, vide il suo museo. Ma sbalordita da tante cose in esso
-raccolte, nel suo entusiasmo esclamò innocentemente: _Ah! non mi
-meraviglio più che il Linneo sia conosciuto in tutta la provincia di
-Upsal!_ Il _Linneo_ che si aspettava di udire _nell’universo mondo_,
-cessò sull’istante d’indicarle più altro; la condusse alla porta, e
-sgarbatamente la congedò. — Altro aneddoto. Un giorno in un accesso
-di melanconia diede ordine che non s’introducesse nissuno, e in
-veste da camera e in berretta da notte si sdrajò sopra un sofà per
-riposare. Intanto presentossi un uffiziale svedese che conosceva assai
-bene la debolezza di lui; ed era accompagnato da varie dame, venute
-espressamente per vedere la collezione del _Linneo_. Si negò l’ingresso
-all’uffiziale, che conoscendo l’umor del filosofo, nulla badando al
-domestico, si spinse innanzi, ed entrò nella camera, ove il _Linneo_
-stava. Il _Linneo_ da prima si mostrò molto sdegnato della inciviltà;
-ma l’uffiziale senza punto badarvi, introdusse le dame; e con molta
-gravità disse loro: _Signore! vi presento all’illustre filosofo,
-l’oggetto solo del viaggio che avete fatto, all’uomo che tutto il
-mondo ammira meravigliato, e che mette al di sopra di tutti gli uomini
-grandi: a quello che ha messa la natura ai tormenti per istrapparle
-i suoi più cari secreti._ — Il Linneo si spogliò in un lampo del suo
-cattivo umore, e diventò la più gentile e carezzevole persona.
-
-In Wasa tutto è ad un infimo prezzo. Nel 1790 non contava che 2,166
-anime.
-
-Partendo da Wasa il governatore ci diede tutte le istruzioni opportune
-per viaggiare il meno male che fosse possibile, e ci accompagnò con un
-ordine, onde fino ai confini della sua giurisdizione fossimo assistiti
-in ogni nostro bisogno. Ma i paesani di quel paese non erano avvezzi a
-condur viaggiatori, e mancavano di una infinità delle cose necessarie.
-La strada da Wasa ad Uleaborg è di circa 190 miglia. Seguimmo nel
-nostro viaggio la costa attraversando fiumi, boschi e bracci di mare;
-e qualche volta non di poco allontanandoci anche dalla costa. Il paese
-è piano ed abbondante di grossissimi pini. La costa è nuda e sassosa.
-Facemmo molta fatica per arrivare a Gamla-Carleby. Questa è un’assai
-bella città posta sopra un piccol golfo, e passabilmente commerciante.
-È lontana da Stockholm 1,023 miglia e 98 da Wasa; nel 1790 vi
-si contavano 1,367 abitanti. Ha molti bastimenti proprii pel suo
-commercio; molti ne fabbrica per venderli; e il suo commercio consiste
-in catrame, in pece, in tavole e in sevo, burro e frumento. Coltiva
-poi, e consuma per sè, segala, orzo, pomi di terra e tabacco; ed ha una
-fabbrica di tele di cotone dipinte.
-
-Da Gamla-Carleby continuammo a viaggiare sul ghiaccio; e qui trovammo
-una novità che non mancò di sorprenderci e di farci piacere. Il gelo
-in quel paese è sì forte, che ferma nel loro moto i flutti del mare; e
-intanto il sole acquistando forza nel corso della giornata a misura che
-la stagione si avanza, squaglia notabilmente il gelo alla superficie;
-e l’acqua radunasi entro cavità o solchi, ne’ quali poi alla notte fa
-una crosta di gelo, rimanendone così una parte nel suo stato naturale
-tra questa crosta e il gelo inferiore. Ora nel procedere, questa crosta
-facilmente si rompe, e il cavallo e la slitta pescano entro l’acqua
-di quelle cavità; e vuolsi tutta la fede di un buon cristiano per non
-temere che in quel momento non siasi per discendere ne’ gorghi del
-mare. Di sì fatte paure ne provammo molte. E chi poteva dirci che se in
-un luogo o nell’altro al di sotto il grosso ghiaccio ci sosteneva, in
-altri luoghi non fosse per mancarci? Ogni volta che il povero cavallo
-rotta la fragile crosta cadeva, non mancava il terrore; e cresceva
-infinitamente, se la crosta essendo larga vi cadeva dentro la slitta e
-noi con essa.
-
-Camminando di questa maniera incontrammo alcuni pescatori, che
-pescavano sul ghiaccio. Ecco la loro industria: fanno un buco nel
-ghiaccio e vi gettano dentro un amo, approfondandolo circa venti piedi;
-e intanto perchè quel buco non si serri pel gelo, vanno continuamente
-movendo l’acqua che al medesimo corrisponde. Costoro usano camminando
-sul ghiaccio scivolatoi di legno assai lunghi; e per ispingerli innanzi
-servonsi de’ loro bastoni, sicchè per nissun conto muovono le gambe, e
-corrono intanto con mirabile celerità. Un’altra loro industria è quella
-di portar seco una piccola vela triangolare che distendono contro il
-vento, quando questo fortemente gl’incomoda; e mettonla tra il vento e
-le loro persone.
-
-Altra cosa di queste contrade degna di menzione è quella di certe
-illusioni prodotte sul ghiaccio. Accade spesso ne’ sommi freddi che
-l’acqua del mare cala, massimamente per la mancanza di quella che è
-solita venire dai fiumi. Allora il ghiaccio rimanendo abbandonato al
-proprio peso, si sfacella; e se n’alzano qua e là rottami infiniti,
-i quali pel disgelo alla superficie che succede il giorno, e pel
-gelo che si forma di nuovo la notte prendono diversissime forme agli
-occhi di chi li rimira; e par di vedere là un castello, qua torri,
-palazzi, altra sorte di edifizii in ogni maniera diroccati, e scogli
-pure, e rupi, e simili. E come questi rottami qua e là si estendono,
-il camminare di notte massimamente diventa di grave pericolo; e per
-iscansarli può anche avvenire che si perda la direzione; e si corra
-rischio di smarrirsi in quel deserto di ghiaccio, siccome a noi più di
-una volta è succeduto.
-
-Noi andavamo adunque pieni di paura quanto mai possa dirsi; e intanto
-venimmo a passare da Brachestadt, piccola città distante da Uleaborg 56
-miglia, di 763 abitanti, che fa commercio di pece, di sevo, di burro,
-di pellami grossi e fini, di sermoni e d’altri pesci, e di legnami:
-introduce poi sale, di cui usa avere sempre buona provvigione. Una
-volta vi si faceva commercio considerabile di carni e di certe conserve
-di una bacca particolare alla Svezia e alla Finlandia. Arrivammo ad
-Uleaborg ai sette d’aprile, e andammo ad alloggiare in un albergo
-assai buono, prossimo al palazzo della città. Avevamo avute, siccome
-si è detto, tristi avventure nel viaggio: era giusto che ne avessimo
-qualcheduna meno spaventosa e più degna di giovani viaggiatori. Ho
-avuto sempre il vizio, andando a letto, di mettermi a leggere un
-qualche libro prima di pigliar sonno. Stava adunque dopo essermi
-coricato leggendo l’_Ariosto_, quando mi parve di sentire tre dolci
-battute alla finestra della nostra camera, la quale era a pian terreno.
-Nè per quella volta, nè per la seconda io vi feci grande attenzione.
-Alla quarta volta dovetti pur pensare che si trattasse di qualche
-cosa, e svegliai il mio compagno, il quale dormiva in un altro letto
-nella medesima camera; e gli dissi che badasse se gli paresse di udire
-qualche rumore alla finestra. Ed egli ed io sentimmo infatti quelle tre
-leggiere botte, che io avea udite da prima, ed insieme alcune parole,
-ma poco distinte. Allora mi alzo; mi metto indosso la pelliccia;
-prendo due pistole; e vado fuor della camera per vedere che fosse. Che
-v’immaginate che fosse in un paese di una sì alta latitudine?... Era
-una bella ragazza, che ci domandava qualche momento di conversazione...
-Il fatto non mancò di sorprenderci. Sorprenderà forse egualmente il mio
-lettore.
-
-Uleaborg è posta al 65.º grado di latitudine: conta da circa 3,800
-anime: ha due piazze, e sedici strade, con un porto cattivo, ma ciò non
-ostante con faccende mercantili di molto suo utile. Il suo commercio
-è di catrame, di pece, di burro, di sevo, di sermoni, e di luccio
-secco, di aringhe, e di legnami. Introduce poi vino, olio, limoni, e
-sale. Uleaborg spedisce ogni anno quattro vascelli nel Mediterraneo,
-i quali tra le altre cose portano spezialmente sale nel paese. Ottimo
-regolamento è qui rispetto alla navigazione del fiume Ulea, sul quale
-la città è posta. Per discendere al mare i bastimenti non possono
-essere condotti che da piloti espressamente patentati, perchè tanto è
-rapida la corrente, che la nave fa sei miglia in venti minuti; e sommo
-è il pericolo del naufragio a cagione de’ troppi scogli, di cui il
-letto del fiume è sparso. I minerologi hanno di che molto occuparsi ne’
-contorni di Uleaborg; e vi notano particolarità meritevoli della loro
-attenzione. In Uleaborg si ha due mesi d’inverno più che a Stockolm,
-e una primavera più breve di un terzo: l’autunno però è presso a
-poco eguale nell’uno, e nell’altro luogo. I geli notturni nell’estate
-arrivano verso il fine di agosto, e qualche volta anche prima. Ma è
-giusto dire che in nissun luogo la vegetazione è più rapida, che in
-questo paese; perciocchè v’ha esempi di grani seminati, e mietuti nello
-spazio di sei settimane: effetto delle belle notti, o per dir meglio,
-della continua presenza del sole.
-
-Noi intendevamo di non fermarci in Uleaborg più di cinque giorni
-per approfittare del comodo delle slitte fin tanto che v’era ancor
-neve e ghiaccio sulla strada che dovevamo battere: ci lusingava pure
-l’idea di barattare il servizio de’ cavalli in quello delle renne;
-e di conversare coi Laponi erranti. Ma le gentilezze del barone
-_Silfverkielm_, e del governatore _Carpalan_, la conoscenza che facemmo
-di parecchie persone della città amabilissime, l’incontro inaspettato
-di due dilettanti di musica capaci di suonare co’ nostri compagni e
-con me un quartetto, ci fecero dimenticare la nostra risoluzione, e
-fermarci in Uleaborg un pajo di mesi. Forse però più che tutte queste
-ragioni valse quella, che essendo alla metà di aprile, la stagione
-era troppo avanzata; il ghiaccio cominciava a sciogliersi; e i fiumi
-di giorno in giorno divenivano per l’abbondanza delle loro acque, e
-per gli straripamenti assai pericolosi. Potevamo poi anche godere in
-Uleaborg de’ fenomeni, che accompagnano il cangiamento delle stagioni
-quando accade in paese di altezza maggiore; e nel mio particolare io
-poteva comodamente applicarmi a molti oggetti di storia naturale della
-Laponia, avendo fatta conoscenza con un bravo uomo, certo sig. _Julin_,
-farmacista della città, che avea e libri, e collezioni, come pur
-notizie, e dottrina, di cui avrei potuto approfittare. Eccoci dunque
-tutti d’accordo fermati in Uleaborg. Debbo quindi ricordare come vi
-passammo il tempo della nostra fermata.
-
-
-
-
-CAPO VI.
-
- _Magnatizzatore, e magnatismo. Partita di musica istromentale.
- Simpatia de’ Finlandesi per la musica. L’harpu. Caccia del
- gallo di brughiera, e qualità di questo uccello. Pregiudizii
- de’ Finlandesi per certe vivande. Faccende de’ Finlandesi
- nell’inverno. Loro pesche sul ghiaccio. Loro caccie di vitelli
- marini e dell’orso._
-
-
-Ho nominato il barone _Silfverkielm_, uomo per tutti i versi
-amabilissimo. Era stato per una gran parte della sua vita ai fianchi
-del re _Gustavo_, avea viaggiato molto, e veduto il gran mondo. Sapeva
-bene di meccanica, si dilettava di chimica, e possedendo una eccellente
-macchina elettrica d’Inghilterra, faceva molte esperienze. Ma sopra
-tutto era grande magnetizzante, e il più caldo alunno di _Mesmer_.
-Io non credeva alle meraviglie mesmeriane, e meno di me vi credevano
-i due viaggiatori inglesi, i quali ho detto ch’eransi uniti a noi;
-ma il fatto è che vedendo i varii, e straordinariissimi effetti del
-magnetismo, e ad essi, e a me fa pur d’uopo infine confessare, che
-quello che vedevamo, per se stesso meraviglioso, e inesplicabile,
-era verità reale. Il barone però non trovava in Uleaborg persone che
-dessero cura, o fede alle sue cose. In generale quegli abitanti non
-possono dirsi giunti a sufficiente grado di intelligibilità. Facemmo
-con essi più fortuna noi colla nostra musica.
-
-Uno de’ due dilettanti sopraggiunti sonava il violoncello, l’altro
-il contrabbasso; _Shioldebrand_, mio compagno di viaggio, sonava il
-violino; io il clarinetto. Eravamo dunque in istato di sonare insieme
-passabilmente qualche quartetto; ed era questa sicuramente la prima
-volta, che si sarebbe udito in Uleaborg siffatta musica. Accorsero
-sino dalla prima volta, che ci mettemmo a suonare, in tanto numero
-uomini e donne, che dovemmo cercar la sala del palazzo di città
-per dar luogo a tutti. E dell’effetto di quella nostra musica sopra
-quegli Uleaborghesi chi può giustamente raccontare il vero? Non v’era
-modulazione, non tratto, non passo, che non facesse sui loro animi una
-impressione, la quale si dipingeva tosto vivissima sul loro volto, e
-sulle loro persone. Ho veduto in quell’incontro realizzate pienamente
-le esagerazioni de’ tempi più favolosi della Grecia. I Finlandesi
-hanno realmente un senso innato per la musica, e per la poesia. E
-se non hanno fatto nella musica eguali progressi, che nella poesia,
-ciò debbesi attribuire al cattivo istrumento che hanno. Lo chiamano
-l’_harpu_: è una specie dell’antica cetra de’ Greci, di sole cinque
-corde di metallo, ma non tastate colle dita della mano sinistra: essi
-suonano, ballano, e recitano le loro poesie ristretti a cinque note
-sole. L’introduzione del violino va però producendo nella musica del
-paese un cangiamento. L’antica melodia finlandese è chiamata il _runa_.
-
-Noi eravamo giunti all’epoca, in cui, cessato coll’inverno il sonno
-della Natura, essa ripigliava il senso della vita in tutti gli oggetti.
-Giungevano da tutte le parti gli uccelli di ogni specie animati
-dall’amore, e popolavano i boschi, i campi, le paludi, gli stagni,
-ogni luogo. Le notti belle, e chiare quanto il giorno, c’invitavano
-al piacer della caccia. Noi pranzavamo a casa, vi facevamo la nostra
-partita di musica, cenavamo; e a dieci ore uscivamo alla campagna
-divertendoci sino alle due della mattina. Nelle nostre escursioni la
-luce notturna ci serviva meglio che quella del giorno; e vedevamo
-abbastanza bene per pigliare la mira, mentre allora gli uccelli
-erano più tranquilli. Era affatto nuova per me la caccia del gallo
-di brughiera, detto da Linneo _tetra urogallus_. È un uccello grosso
-quanto un gallinaccio, sulla schiena ha di un bruno cupo le penne,
-sul ventre le ha del colore dell’ardesia, ed è listato dappertutto
-di piccole macchie nere. Esso ama il freddo: si ciba di bacche, e
-di bottoni delle piante; e in questa stagione canta i suoi amori con
-tanta vivacità, che si direbbe convulso. Ma vuolsi molta industria ad
-avvicinarvisi; e bisogna sorprenderlo appunto ne’ momenti di quella
-convulsione, la quale non gli lascia allora nè vedere, nè udir niente.
-È cosa ordinaria in queste caccie fissare alcun luogo di sì vasti
-boschi, ove riunirsi; e a quest’effetto si accende un gran fuoco,
-affinchè si vegga il fumo a molta distanza; e vi si lascia sempre
-qualcheduno che lo conservi. In questa circostanza conobbi quanto
-sia facile cagionare un incendio, che consumi tutta una foresta.
-Imperciocchè il suolo è coperto di un musco fitto, alto, e secco, il
-quale, se mai si accende, porta irremissibilmente il fuoco per tutto
-lo spazio che occupa. Si può mettere tra le cagioni de’ grandi incendii
-delle foreste di Svezia e di Finlandia anche questa, mentre una minima
-negligenza di chi veglia al fuoco, che ho accennato, basta a tanto
-fatto.
-
-Ho detto che pranzavamo e cenavamo in casa, e poi andavamo alla caccia.
-Conviene che dica qualche cosa anche di quella nostra faccenda. Non
-era il minore oggetto de’ nostri piaceri in Uleaborg quello della
-tavola; e la nostra ostessa era sollecita di procurarci i migliori
-bocconi. Vitelli, majali di latte, buoi, non erano per lei risparmiati.
-Ciò che il mare, e i fiumi potevano fornire di più delicato, essa lo
-provvedeva senza badare alla economia. E per questo trattamento di
-lusso, per me, pel mio amico, e pel nostro domestico, comprendendo
-colezione, pranzo, cena, caffè, tè, ed alloggio, noi non ispendevamo
-più di due ghinee alla settimana: con che ognuno vede come in questo
-paese tutto è a buonissimo prezzo; nè v’ha proporzione alcuna con
-quanto le cose costano a Stockholm. Il nostro domestico era quello
-che faceva la cucina; e come seguiva l’uso d’Italia, ogni giorno la
-gente di casa metteva rumore non concependo qualmente avessimo da aver
-sempre minestra, e lesso. Più rumore s’alzò perchè mangiavamo cervella
-e fegato sì di vitello che di majale: cose per quella gente orribili a
-segno che avendo indotta una persona a gustarne, per l’avversione non
-potè mai inghiottirne. Similmente non potevano darsi pace veggendoci
-mangiare lodole, beccaccine, tordi, ed altri piccoli uccelli, che per
-noi erano deliziosissimi anche per averceli procacciati alla campagna
-coll’archibugio.
-
-Strani pregiudizii sono questi, difficili a sradicarsi in un popolo
-a metà incivilito. Ma non è per queste cose, che vogliono essere
-giudicati i Finlandesi: si domanderà come vivano essi in una stagione,
-in cui mari, fiumi, e laghi e stagni sono presi dal ghiaccio; in
-cui una crosta di ghiaccio copre il suolo, ed animali, e vegetabili
-sembrano tutti assorti senza vita in un sonno profondo. I popoli di sì
-aspro clima pressati da bisogni più forti, e più estesi, che quelli
-de’ paesi meridionali, sono e più svegliati, e più attivi, e più
-industriosi, onde provvedersi di quanto loro occorre. I Finlandesi
-adunque passano l’inverno fabbricandosi ogni sorta di vestimento,
-e d’istromenti, ed utensili loro necessarii, e reti, e slitte, e
-carrette; in tagliar legne, in abbattere alberi, e trasportarli, e
-segarli, e pulirli, secondo i varii usi, a cui debbon servire. Poi
-attendono alla pesca, nella quale ho accennata una delle loro pratiche;
-ma ne hanno altra più industriosa, e più ampia, e consiste in fare due
-aperture nel ghiaccio, per le quali con corde e lunghe pertiche fanno
-passare una rete. L’estrarre poi questa quando è piena di pesce forma
-una difficoltà, che la pazienza e destrezza loro soltanto li ajutano a
-superare. Usano un’altra maniera più singolare nella pesca de’ fiumi.
-Quando il freddo comincia a farsi sentire, il pescatore costeggia il
-fiume, ed osservando un pesce sotto il ghiaccio nelle acque, gli dà un
-violentissimo colpo di martello, o di bastone, rompendovi il ghiaccio
-sopra, pel quale colpo rimanendo il pesce stordito, in pochi istanti
-s’alza alla superficie, ove il pescatore lo piglia con uno stromento
-fatto apposta.
-
-Della caccia de’ vitelli marini si è detto qualche cosa. Si ha però
-da aggiungere che si fa più in grande in altra guisa, e che costa al
-Finlandese grande fatica. Il tempo di questa caccia è quello, in cui
-il ghiaccio si scioglie. Quattro o cinque paesani si mettono in un
-battello scoperto, e si espongono al mare, e a tutti gli accidenti,
-che l’urto de’ ghiacci distaccati, e la furia de’ venti, e de’ flutti
-possono produrre. Essi si arrampicano su quelle isole ondeggianti, e vi
-si strascinano sopra colla massima destrezza per mettersi al segno di
-tirare con sicurezza sulle foche, che riposano sui ghiacci. Raccontasi
-di due Finlandesi, che sette anni addietro si misero in un battello
-per simile caccia, i quali avendo veduto in una isoletta di ghiaccio
-alcuni di quegli animali, lasciarono il battello, e saliti sull’isola
-a forza di ginocchia e di mani, recaronsi senza essere osservati in
-vicinanza de’ medesimi. Aveano attaccato il battello a qualche punta
-dell’isoletta; ma nel mentre ch’erano occupati della loro caccia, il
-battello si slegò; e nell’allontanarsi preso in mezzo da altre masse
-di ghiaccio rimase tra quelle stretto, e frantumato. Trovaronsi dunque
-abbandonati a se stessi; e in che luogo? niun mezzo di salvarsi; niun
-raggio minimo di speranza. Due settimane rimasero in sì miserabile
-stato, fidati ad una fragile tavola, che ogni giorno vedevano
-impicciolirsi pel fregamento sui ghiacci, in mezzo ai quali passavano.
-Agli orrori di quella situazione si aggiunse la fame, la quale li
-portò a divorare la carne delle proprie loro braccia. Stanchi di tanto
-soffrire, e a quella lenta e dolorosa agonia preferendo una pronta
-morte, risolvono di precipitarsi in seno del mare. Si abbracciano
-per l’ultima volta, e stanno per eseguire il disperato loro disegno,
-quando veggono a qualche distanza una vela. Oh! in qual momento?
-Uno d’essi si spoglia del vestito, e l’alza per segnale d’implorato
-ajuto. Fortunatamente il segnale fu distinto; quella vela era d’altri
-pescatori di foche; e furono salvati.
-
-La caccia dell’orso non richiede minore presenza di spirito, e
-non minore coraggio; e veramente il Finlandese in quella occasione
-manifestamente prova d’avere queste due qualità nel più alto grado. Non
-è che da poco tempo in qua che qualcheduno tra essi ha incominciato
-a far uso in questa caccia d’armi da fuoco; ma il maggior numero de’
-paesani, massime nell’interno della contrada, non vorrebbe esporre la
-vita alla incertezza di un colpo, che spesso va perduto per cagione
-della umidità: d’altra parte un archibugio, od un fucile anche di
-qualità inferiore per essi costa troppo. Si attengono dunque all’arma
-loro favorita per questa caccia, che è una lancia di ferro piantata
-in un bastone, ed alla distanza di un piede dalla punta fornita da un
-traverso pure di ferro, espressamente posto perchè l’arma non penetri
-troppo in dentro nel corpo dell’animale. Adunque quando il cacciatore
-ha scoperto il sito, in cui l’orso sta appiattato, va alla bocca
-dell’antro, e fa rumore, onde irritar l’orso, e provocarlo ad uscire.
-L’orso esita, e sulle prime mostra di non volere uscire, ma continuando
-il cacciatore a molestarlo, irritato si slancia fuori, e veduto il suo
-nemico si drizza sulle gambe di dietro, e si appressa a sbranarlo. Il
-Finlandese allora impugna la sua lancia in modo però che la bestia
-non ne vegga tutta la lunghezza; ed avanzandosi presso di essa,
-quando trovansi entrambi faccia a faccia, le avventa il colpo mortale
-al cuore. Senza quel traverso di ferro la lancia trapasserebbe alla
-spalla; nè ciò impedirebbe l’orso dal cadere sopra di lui; accidente,
-che potrebbe essergli fatale. Il traverso adunque fa che l’orso rimanga
-dritto, e che indi cada rovesciato al suolo. Singolar fatto, e che
-parrà straordinario è questo, che l’orso sentendosi ferito, invece
-dì cercar di levarsi colle sue zampe la lancia, la tien ferma, e la
-interna più profondamente nella piaga. Quindi dopo essersi agitato, e
-rivolto sulla neve, cede alla morte; e il paesano se ne impossessa, e
-chiama i compagni in ajuto per trasportarlo al suo casolare. Colà si
-termina il suo trionfo con una specie di festa, ove un poeta canta le
-imprese del cacciatore.
-
-
-
-
-CAPO VII.
-
- _Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette runiche; loro
- carattere: modo con cui vengono recitate, o cantate. Esempii.
- Elegia per la morte di un fratello. Proverbii. — Il pasticcio
- di Paldamo. — Versi d’amore. Le più antiche poesie runiche sono
- formule di magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie della
- religione dominante presso i Finlandesi prima del cristianesimo._
-
-
-Ho detto che i Finlandesi hanno degl’improvvisatori. Ciò mi conduce a
-parlare della loro poesia. Tutte le nazioni settentrionali, Scozzesi,
-Danesi, Svedesi, Norvegi, fino dagli antichi tempi poetarono: e così
-fecero anche gli abitanti della Finlandia. _Runica_ si chiamò la loro
-poesia, perchè _runoot_ dicevasi l’antica lingua gotica, in che la
-espressero. I loro versi, composti di otto piedi trochei ciascuno,
-cioè di una sillaba lunga e di una breve, non erano rimati, ma
-incominciavano, almeno ogni due, colla stessa sillaba, oppure questa
-corrispondenza di sillabe simili veniva alternata. Ciò che importa
-dire si è, che codesta ripetizione di sillabe simili non manca di
-riuscire gradita ad orecchi alla medesima avvezzi, ed oltre ciò serve
-eccellentemente ad ajutare la memoria. I paesani spezialmente coltivano
-questa poesia popolare, e l’applicano ad ogni argomento, che sia
-a loro portata: nè hanno meno facilità degl’improvvisatori nostri.
-Singolare poi è il modo, con cui la recitano, o la cantano. Il poeta
-ha un ajutante, il quale ripete a mano a mano il verso, che l’altro
-dice, tenendo lo stesso tuono, con questo di più che incominciando
-l’ajutante, o ripetitore, che vogliam dirlo, all’ultima, o penultima
-sillaba, finisce il verso coll’improvvisatore: indi lo ripete da
-solo, così dando riposo al poeta, onde preparare il verso seguente. Di
-questa maniera continuano entrambi sino al fine; ed entrambi vannosi
-confortando di tratto in tratto con birra, od acquavite. Di poemi, che
-noi diremmo epici, fatti per illustrare la memoria di antichi eroi,
-ed accennare punti di storia, non se n’è trovata traccia; ma egli è
-probabile che se ne trovino brani, forse presso i montanari, comunque
-per avventura o tronchi, od alterati, poichè tutto è stato affidato
-alla memoria; e nulla si è scritto. Altra cosa notabile si è, che di
-poesie runiche non se ne trova alcuna di data posteriore alla riforma
-di _Martin Lutero_.
-
-Checchè sia di queste due cose, giova avvertire, che i Finlandesi non
-fanno del ballo un genere guari ordinario di ricreazione: ma e alle
-fiere, e nelle loro adunanze dilettansi di certe specie di canzoni,
-o di racconti, che qualche volta accompagnano coll’_harpu_, se hanno
-questo istromento alle mani, e se chi lo suona può fare anche l’officio
-di ajutante, o ripetitore.
-
-Ma i miei leggitori ameranno avere qualche saggio delle poesie
-finlandesi, il cui carattere in generale si è d’essere piene di
-espressioni ridondanti, e d’avere il senso compreso in due versi, ed
-anche più; ma questo senso ripetuto in giro diverso di parole, e di
-frasi all’uso orientale. Alle quali maniere naturalmente si adatta
-la lingua finlandese, in quanto è copiosa, ed abbonda di sinonimi.
-Per primo esempio ecco una elegia funebre composta da _Paulo Remes_,
-paesano, in occasione della morte di un suo fratello; elegia che fu
-stampata in Abo nel 1765.
-
-«La parola viene dal cielo; da quello, nelle cui mani stanno tutte le
-cose».
-
-«Vieni qui: ti farò il mio amico: appressati, poichè di qui innanzi
-sarai il mio compagno. Vieni dall’alto monte: lasciati alle spalle
-la sede del dolore: hai sofferto abbastanza: cessino le lagrime che
-hai versate; tu hai sentito il dolore, e la malattia: l’ora d’esserne
-libero è giunta: sei salvo dai giorni di tristezza: la pace si è
-fatta sollecita di venire a trovarti; e dalla tristezza ti è venuta la
-consolazione».
-
-«Così egli è ito verso il suo creatore: egli è entrato nella gloria; si
-è affrettato verso il sommo bene: è partito per godere della libertà:
-ha abbandonata la via del rammarico: ha lasciata l’abitazione della
-terra».
-
-La lingua finlandese è ricca di proverbii di un senso profondo; e i
-versi runici ne comprendono molti, divisi in due emisticchi, l’ultimo
-rischiarativo del primo, non diversamente da quello che si osserva
-praticato dagli Ebrei. Eccone esempi.
-
-«L’uomo buono fa risparmio di quello che ha: ma il cattivo non darà un
-pugno di ciò, che ha nel suo moggio».
-
-«Il saggio sa cosa ha da fare: lo sciocco si accinge a far tutto».
-
-«Col piangere non si rimedia all’afflizione; nè ai mali colla
-tristezza».
-
-«Chi ha provato prima si mette francamente all’opera: colui che non ha
-esperienza si ferma titubante».
-
-«L’uomo saggio impara da ogni cosa: egli approfitta anche dei discorsi
-dello sciocco».
-
-«La terra, che forma il patrimonio di un uomo, forma la sua principale
-delizia; e il più bel bosco, che conosca, è il suo».
-
-«Il forestiero è fratello nostro; e l’uomo che viene da lontano è
-nostro parente».
-
-«Quando l’aurora spunta, io so che le vien dietro il giorno: una
-persona buona si manifesta co’ suoi sguardi».
-
-«È finita l’opera che è cominciata: ed è perduto il tempo quando si
-dice: che farò io?»
-
-«L’istromento dell’uomo industrioso è aguzzo; ma il coro del pazzo ha
-sempre bisogno d’essere aguzzato».
-
-Ma diamo l’esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto
-è uno squarcio d’improvvisatura finlandese di un giovine poeta
-chiamato _Vanoen_, che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal
-governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi
-era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori
-rustici, ne’ quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva
-nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era
-di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e
-volentieri accolto nelle case de’ paesani, i quali egli divertiva co’
-suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale,
-mentre riferisce esattamente ii senso, comprende però poche di quelle
-bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e
-forza dell’originale. Questa composizione, intitolata il _Paldamo_, è
-di circa dugento quarant’otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco
-da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana.
-Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell’indole della
-lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere
-sgangheratamente a ciascun verso.
-
-
-_Il pasticcio di Paldamo._
-
-«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il
-regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non
-si tratta di null’altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo,
-che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto».
-
-«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo
-trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli
-abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che
-coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano
-pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro
-vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le
-provvigioni ai viaggiatori».
-
-«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei
-volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon
-umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande
-città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso
-disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli
-risposero tutti d’accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo
-di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che
-vogliate nel basso paese».
-
-«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre
-storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi
-accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito
-uno di que’ doganieri; e temo d’essere riconosciuto. Voi dovete tutti
-sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta
-un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene
-io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da
-casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo,
-in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que’
-ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono
-senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che
-rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile».
-
-«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie
-com’era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco,
-poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di
-doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti
-te, e lui».
-
-«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero?
-Ah! Ah! diss’io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non
-dubitate; nè tarderò molto».
-
-«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e
-in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il
-forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto.
-— Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la
-sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti
-birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla
-gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e
-saranno ben contenti di gozzovigliare co’ nostri buoni bocconi. Allora
-le slitte de’ nostri poveri borghesi saranno più che sicure d’essere
-messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine
-vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia».
-
-«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma
-finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba
-pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno.
-
-«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina,
-lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio
-per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo
-attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori
-del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all’officiale. — E che
-intendi con questo? diss’egli. Pretendi forse con siffatta miseria
-guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via,
-via: voi altri paesani di _Paldamo_, vi conosco; non andate mai
-fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d’altro pesce
-eccellente; dà qua il più grosso che t’abbi, che questo darà credito
-alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori
-il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all’officiale,
-che ne fu contentissimo a segno che invitò l’altro paesano e me a
-bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di
-acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra
-strada».
-
-«Così terminò il suo racconto il paesano di _Paldamo_; ed io _Vanoen_
-l’ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo:
-certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la
-sua civiltà guadagnasse l’official di dogana; voglio dire una delle
-zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l’altra, come
-presto udirete».
-
-«L’officiale _Ritzi_, che così chiamavasi quel doganiere stato
-presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l’avea posto
-d’innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò
-buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò
-un poco la bocca colle unghie; ma credette che l’accidente provenisse
-da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio
-si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva
-la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il
-suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col
-resto?»
-
-«Pestò co’ piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed
-esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano
-di _Paldamo_ avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto
-cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa
-campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul
-punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?»
-
-«Così finì il racconto, che io, _Vanoen_ suddetto, ho composto,
-e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo
-ingegnosissimo».
-
-Del rimanente v’hanno molte canzoni runiche composte da donne della
-classe de’ paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano
-un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro
-materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento,
-od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad
-acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n’ha
-di soggetto grave, ve n’ha di soggetto satirico, o burlesco, e più
-spesso di argomento amoroso. Il sig. _Frauzen_ in Abo mi fece vedere
-una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell’Ostro-Botnia,
-e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea
-costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il
-parto d’ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere,
-è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di
-questa _Saffo_ finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo
-paese non mostra meno calore della musa di Lesbo.
-
-
- I.
-
- «Oh! perchè il mio diletto non è qui? Se almeno l’aspetto suo,
- che tanto conosco, mi fosse presente! come, come io volerei tra
- le sue braccia! Quanti baci le mie labbra non istamperebbero
- sul suo volto, fosse pur egli tutto imbrattato del sangue di un
- lupo da lui combattuto! Come stringerei la sua mano, fosse pur
- essa attortigliata da un serpente!»
-
-
- II.
-
- «Ah! perchè i venti non hanno intelligenza; perchè quello che
- ora spira, non può parlare? I venti potrebbero riferirci
- a vicenda i nostri sentimenti, comunicandone l’espressione
- del mio diletto a me! Questo venticello che sì spesso spira,
- potrebbe ad ogni istante recargli le mie parole, e riportarmi
- rapidamente le sue».
-
-
- III.
-
- «Oh! allora non penserei certamente ai piaceri della tavola del
- mio padrone; e poco mi presserei a vestir la sua figlia. Sì:
- dimenticherei tutto per non occuparmi che del mio amoroso,
- l’oggetto più caro de’ miei pensieri nella estate, l’oggetto
- de’ miei più penosi affanni nella stagione cruda dell’inverno».
-
-Ultimo esempio sia un tratto di più lunga canzone cantata dalle
-Finlandesi nel cullare i loro bambini. Ne cantano qualche volta anche
-le nostre nutrici: in breve queste rimarranno dimenticate, giacchè
-ormai generalmente si abbandona il cattivo uso di agitare la culla.
-Questo tratto di canzone finlandese dimostrerà nella semplicità sua
-come la tenerezza, la ingenuità, l’affetto materno parlano al cuore di
-quelle donne. Eccolo.
-
-«Dormi, dormi, bell’uccellino del prato: prendi riposo, caro
-Pettorosso: prendi riposo. Dio ti risveglierà in buon tempo. Egli
-ti ha preparato un bel ramuscello, su cui fermarti; un ramuscello
-graziosamente piegato ad arco colle foglie di betulla. Il sonno è alla
-porta, e dice: Non è qui un bambinello, un caro bambinello addormentato
-nella sua culla? un bambinello fasciato, un bambinello giacentesi sotto
-una coperta di lana?»
-
-I Finlandesi hanno anche un altro genere di versi, giustamente
-riguardati come monumenti inapprezzabili dell’antichità, e modelli
-perfetti della più pura poesia runica. Questi sono versi di magia,
-d’incanto, di stregonerie, di quello di simil sorte che volete, avanzo
-delle vecchie superstizioni; e tenuti per efficaci massimamente in
-fatto di guarir malattie. Chi li possiede va cauto a comunicarli ad
-altri, molto più se si volesse scrivere; e ciò per paura che vengano
-denunciati ai magistrati, o ai ministri di religione. E ministri di
-religione, e magistrati fanno tutto il possibile per distruggere queste
-superstizioni, reliquie delle credenze di questi popolani prima che
-fosse loro predicato il cristianesimo.
-
-
-
-
-CAPO VIII.
-
- _Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per andare al Capo-Nord
- attraverso della Laponia. Nuovi compagni e provvigioni. Addii.
- — Descrizione di un ballo finlandese. Divertimenti in Hutta.
- Arrivo a Kemi. Il curato, e la sua famiglia: bella chiesa, e bei
- contorni. Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. Suo clima, e suo
- commercio. Fine del mondo incivilito. Curato dell’Alta-Tornea:
- sua ospitalità._
-
-
-Ma era tempo di lasciare Uleaborg, e d’incamminarci alla nostra
-meta. Parlando di andare al Capo-Nord, tutti trovavano strano il
-nostro disegno, e ci dipingevano l’impresa impraticabile sì per le
-difficoltà della strada, sì per l’incontro pericoloso de’ Laponi, che
-ci si rappresentavano sotto spaventosissimo aspetto. Massimamente poi
-ostacolo immenso ci si diceva fare a tal viaggio la stagione estiva:
-che i missionarii, e mercanti, che andavano a quella razza d’uomini,
-approfittavano dell’inverno, e all’estate avvicinavansi ai luoghi
-di città. E tali furono anche i riscontri che io ebbi da Tornea,
-d’onde cercai notizie. Erasi comunemente e in Uleaborg, e ne’ vicini
-paesi tanto persuasi, che la nostra idea fosse un delirio, che i più
-riguardavano come un oggetto di stravaganza. Noi, ad onta di tutto
-questo, fermi nel nostro proposito, deliberammo di andare per una
-strada tutta nuova, prendendo possibilmente la linea del meridiano di
-Tornea, e seguendola sino al Capo-Nord, chè speravamo per quel modo di
-giungervi. Il sig. _Julin_, buon naturalista, eccitato dal desiderio di
-acquistare nuove cognizioni, tentato dal nostro disegno, confidando in
-noi, e cedendo alle nostre istanze, acconsentì d’esserci compagno. Ci
-si aggiunse il sig. _Castrein_, ministro a Kemi, uomo istruttissimo, e
-versato assai nella botanica. Comprammo una tenda russa per metterci
-al coperto della pioggia, e d’ogni influsso d’intemperie; e ci
-provvedemmo di quanto potesse occorrerci di vettovaglia per 20 giorni;
-poi di un fucile a due canne, di un termometro di _Celsius_, di una
-carta d’_Hermelin_, e di una del _Pontoppidano_, di un compasso che
-indicasse anche l’ora, di una scatola per mettervi i nostr’insetti,
-di tabacco, di solfo, e di canfora per preparare uccelli, e pelli; nè
-ci dimenticammo i regali che volevamo fare ai Laponi, i quali doveano
-consistere in tabacco da masticare, e da fumare, e in acquavite comune.
-
-Saluti, abbracciamenti, lagrime ancora, augurii d’ogni sorta,
-accompagnarono la nostra partenza da Uleaborg. Passammo il fiume; e
-ci mettemmo in istrada sopra una carretta tirata da cavalli. Il primo
-luogo, ove li cambiammo, fu Sukurri, nove miglia lungi da Uleaborg;
-e li cambiammo tre, o quattro volte da Sukurri fino a Testile, luogo
-di due, o tre case di legno. Passato in barca un piccol fiume detto
-Lesvaniemi, udimmo il suono di un violino; e volgemmo all’abituro di un
-paesano, ove trovammo dieci, o dodici persone che ballavano. Al nostro
-arrivo tutti furono sconcertati, eccetto il suonatore, che continuò a
-maltrattare il suo istromento, come se niente fosse. E sapete perchè?
-per non altro che per essere orbo. A poco a poco però que’ paesani si
-riebbero dalla prima sorpresa; e ripigliarono i loro posti.
-
-Il loro ballo non consisteva che in salti e capriole rustiche, di
-niuna grazia, ma di molta forza; e le donne ne mostravano quanto gli
-uomini. Nè varietà, nè passione ne’ loro atteggiamenti, nè espressione
-vedevasi ne’ loro volti: ma facevano tutto con aria grave, e con
-un’attenzione scrupolosa. Di lietezza non v’era su quelle fisonomie il
-minimo segno; e un vaso di birra posto sopra la tavola, la conteneva
-mista ad acqua: ne bevevano per puro bisogno di estinguer la sete; e il
-suonatore non era meno sobrio degli altri. V’erano sei, o sette donne;
-e tutte goffe, mal fatte. Anche il loro vestito contribuiva a renderle
-sgraziate. Volli far nota della loro musica; e potei copiare qualche
-danza finlandese. Partendo dalla _sala del ballo_ demmo qualche mancia
-al povero suonatore, che per gratitudine si fece accompagnare dalla sua
-guida per onorarci alcun tratto di strada della sua musica.
-
-Da Testile andammo ad Hutta, villaggio di quattro, o cinque case di
-legno: una ve n’era, ove noi deliberammo di rimanere, essendo stanchi
-del viaggio. Alcuni paesani, e alcune ragazze entrarono senza cerimonie
-nella camera, ove, avendo alcuni stromenti di fisica, pensammo di dare
-qualche divertimento a quelle buone creature. La prima cosa che ferì
-gli occhi a que’ paesani, fu il fucile a due canne. Fu per essi una
-meraviglia: oh! con questo l’uom vecchio in pelliccia (intendevano
-l’orso) non troverebbe quartiere. Così dicevano concordemente; e per un
-tal fucile avrebbero dato e la casa, e che so io? Noi mostrammo loro
-il termometro, il cannocchiale, e per ultimo un microscopio. Ma prima
-di far loro conoscere quest’ultimo stromento, dicemmo loro di trovarci
-un pulce. Tutti andarono a cercarlo. Una delle ragazze, ritiratasi un
-momento, presto ritornò col pulce. È impossibile esprimere i gesti,
-l’esclamazioni, le grida di meraviglia e di stupore di tutti, quando
-videro ingrandire quel piccolissimo animaletto, e ne osservarono la
-mostruosa figura. Non potevano saziarsi di guardarlo, e riguardarlo
-per ogni verso. — Senza dubbio che si ricorderanno per lungo tempo di
-quanto hanno veduto.
-
-Da Hutta a Kemi vi sono 18 miglia; e noi vi fummo il lunedì 10 di
-giugno.
-
-È ben naturale che a Kemi dovevamo alloggiare dal sig. _Castrein_,
-che avea da essere il nostro compagno di viaggio. Egli era un
-ecclesiastico d’irreprensibili costumi, di pulitissime maniere, di
-molte cognizioni: parlava assai bene il latino, un poco il francese,
-ed intendeva passabilmente il tedesco. La sua parrocchia, di cui
-era il ministro principale, non ha meno di 900 miglia quadrate di
-estensione. Oltre la moglie, e i figli, avea undici tra fratelli e
-sorelle, che mantiene; ed era riguardato il padre della famiglia.
-Stemmo in casa sua due giorni; e vedemmo quanto era in Kemi, e ne’
-contorni. I contorni di Kemi paragonati a quelli di Uleaborg ci parvero
-il paradiso terrestre. Grande è il fiume che dà il nome al villaggio,
-ed è abbondante di sermoni, la cui pesca assai lucrosa è una delle
-principali rendite del parroco. La chiesa può far sorpresa a qualunque
-forestiere. Collocata in mezzo ad un bosco di abeti, e circondata da
-tugurii miserabili, parrebbe qualche cosa di magnifico quand’anche non
-fosse bella, e maestosa, com’è. Ha una superba cupola, e tre ingressi
-principali, decorati di un colonnato d’ordine dorico. Peccato! che
-tanto lusso facesse contrasto colla miseria che vidi in qualche casa
-di paesani, e che tutto mi faceva con gran fondamento credere, che non
-si limitasse a quella casa. Le sorelle del parroco mi fecero vedere
-due campane destinate all’uso di quella chiesa. Erano quelle campane
-coperte di varie iscrizioni finlandesi, una delle quali incominciava
-con una parola, che in italiano è oscena, e che in lingua finlandese
-non significa che la parola innocentissima _ecco_. Noi c’eravam messi
-a ridere sgangheratamente; e come rendere la giusta ragione del tanto
-ridere alle signorine, che pur erano vogliose di saperla?
-
-Intanto il sig. _Castrein_ volle farci gustare il piacere del bagno
-all’uso di Finlandia. Si scaldarono le pietre; e quando tutto fu
-pronto, dietro l’avviso di una ragazza di 18 anni, a cui le faccende
-del bagno erano commesse, entrammo nella camera, ove codesta ragazza
-ci spogliò, e ci presentò un bacino d’acqua fredda con alcuni rami
-di betulla perchè ci sferzassimo da noi, indi essa gittò dell’acqua
-sulla massa delle pietre infocate. Io debbo confessare l’imbarazzo,
-in cui mi trovai in tale situazione, tutta nuova per me. Per tenere
-a segno la testa cercai di fissare costantemente gli occhi sul mio
-compagno, e d’imitare la sua indifferenza esemplare. Ma trovai molto
-forte, e sul principio molto incomodo il calore del luogo. Pure mi ci
-avvezzai, sicchè lo sostenni a 65 gradi del termometro di _Celsius_.
-In una tale temperatura provai una deliziosissima sensazione quando la
-ragazza venne a buttarmi dell’acqua sul capo, e che questa mi calava
-giù per tutta la vita. Lo stesso pur fu quando bagnati nell’acqua que’
-rami di betulla che ho accennati, mi misi a battermi il corpo. Stato
-così mezz’ora, il sig. _Castrein_, a cui aveva esposto il desiderio di
-vedere prima lui sottomettersi alla cerimonia d’uso, egli vi si prestò
-senza ritardo; e capii come avea da fare anch’io alla mia volta. La
-ragazza gli presentò uno scabelletto su cui egli si assise; essa gli
-gettò sulla testa dell’acqua fredda, ne spremette i capelli, e con
-sapone ed acqua gli lavò tutto il corpo, e lo fregò sino alla cintura.
-In appresso passò ai piedi, gli fregò le gambe, e particolarmente
-il collo del piede, e il tallone. Io era stupefatto vedendo questa
-operazione; ma ciò che più mi colpiva, era la perfetta apatia del
-ministro. Non avendo avuto coraggio a tanta prova, presi i miei abiti,
-e saltai fuori del bagno. L’uso porta che si dia qualche mancia alla
-ragazza; e deve darla anche il padrone. Questa mancia si chiama in
-finlandese _sauna raha_.
-
-Dopo avermi fatto erborizzare ne’ suoi contorni il sig. _Castrein_
-si mise in viaggio con noi. Nulla d’interessante presenta il paese
-da Kemi a Tornea, se non che l’aspetto della primavera dappertutto
-consolante sì per l’adornamento, in che si pone la natura, sì per la
-speranza de’ beni ch’essa prepara alla estate: ma qui è ben diverso. Lo
-squagliamento delle nevi e de’ ghiacci sulle montagne produce ne’ fiumi
-delle alluvioni, non d’acque solo, che pur ruinano le campagne, ma di
-masse affastellate di ghiacci, che rompono e distruggono ogni ostacolo
-che incontrano, non perdonando nè a ponti, nè ad abitazioni.
-
-Nissuno sapeva che Tornea fosse al mondo prima della celebre spedizione
-di _Maupertuis_, e degli astronomi suoi compagni. Ora è cognita a
-tutti. Egli ne fece una orribile descrizione perchè vi fu in inverno.
-In estate ha diverso aspetto. Veramente essa non conta più di 600
-anime: le case sono quasi tutte di un solo piano, alto però da non
-soffrire la umidità. I mercanti abitano al mezzodì; e l’hanno abbellita
-con viali d’alberi, con un passeggio pubblico, con orti e giardini.
-Le lunghe tenebre dell’inverno sono compensate dalla quasi continua
-presenza del sole durante l’estate; e i 40 gradi di freddo dai 27
-gradi di calore. Magnifico è il fiume che dà il nome alla città, e
-che quasi affatto la cinge; e superbo è l’aspetto delle sue sponde,
-sulle cui alture si veggono varii mulini da vento; e la chiesa col
-suo campanile, e con varie case si specchia vagamente sull’acque del
-fiume. Sopra alcuno di que’ mulini si va a vedere il sole a mezza notte
-nel mese di giugno. Meglio però si gode questo spettacolo alla chiesa
-di Bassa-Tornea nella vicina isola di Biorkon. I vascelli mercantili
-che battono le acque del golfo di Botnia possono abbordare presso la
-città: essa anticamente avea un buon porto; oggi è interrito. Burro,
-sevo, carni salate, o seccate, sermoni affumicati, o messi in sale,
-piccole aringhe, legnami da fabbrica, catrame, pelli di renne, di
-orsi, di lupi, di armellini, e d’altri animali del paese, ed una
-gran quantità di uccelli, sono le merci che se n’estraggono. Vi
-s’introducono frumento, sale, farina, canepa, cera, panni, tele grosse,
-tabacco, e spezierie. In inverno i mercanti vanno colle loro slitte
-a diverse fiere, ove comprano dai Laponi belle pelliccerie, dando in
-cambio pesce, farina, sale, tabacco, ed acquavite. Alcuni vanno fino ad
-Arcangelo, ed altri ad Alten.
-
- [Illustrazione: _Tav. II._ — VEDUTA DELLA CITTÀ DI TORNEA A
- MEZZANOTTE PRECISA]
-
-Le più distinte persone di Tornea ci hanno fatta un’accoglienza
-gentilissima. Tra queste più intimamente vivemmo col dottor _Deutsch_,
-giovine mollo istrutto, e grande amatore di storia naturale. Egli
-si aggiunse compagno a noi, ma solamente sino a Kengis-bruk, atteso
-che non poteva allontanarsi da Tornea più di 15 giorni. Avremmo
-facilmente avuto per altro compagno il segretario _Swamberg_, mandato
-in Laponia dall’Accademia delle scienze di Stockholm per verificare
-le operazioni di _Maupertuis_, se il ritardo del vascello, che portava
-i suoi istromenti astronomici non lo avesse obbligato ad arrestarsi a
-Tornea. Rimanemmo dunque in cinque, cioè il sig. _Castrein_, eccellente
-botanico, _Julin_ minerologo, il colonnello _Skioldebrand_, pittore di
-paesaggi, _Bellotti_ bresciano, ed io, che c’incaricammo degli articoli
-di ornitologia, e della compilazione di quanto a giorno per giorno
-i nostri compagni avrebbero potuto osservare. _Deutsch_ non sarebbe
-stato con noi che per un tratto di strada; ma non ci sarebbe per quel
-tratto mancata l’utile sua opera come entomologista. Partimmo adunque
-prendendo la direzione pel paese detto l’Alta-Tornea.
-
-Ivi termina il mondo incivilito: non più cavalli, non più strade, non
-più alloggi pe’ viaggiatori, salvo una baracca stabilita dai mercanti
-di Tornea per loro uso ne’ viaggi che, come ho detto, fanno l’inverno
-per le varie fiere che frequentano. Però prima di giungere colà da
-Tornea, varii villaggi s’incontrano. Kukko è il primo, distante 7
-miglia: 9 miglia oltre è Frankila, le cui donne ci parvero di fisonomia
-gradevole. Otto miglia più oltre è Kerpicula, ove il fiume fa un
-bacino d’acqua quieta e nera, proveniente da una strepitosa cascata;
-ed altrettante più oltre ancora è la chiesa di Kirkomeki, ove vedemmo
-l’industria, colla quale i pescatori di sermone ivi sanno piantar
-palizzate attraverso del fiume per assicurarsi pesca copiosa. Una
-forte pioggia ci obbligò a cercar ricovero in una casa, che vedevasi
-sopra un’altura. Vi andammo: in quella casa era una camera pel bagno;
-e noi ci divertimmo a vedere gli uomini e le donne a mano a mano che
-vi entravano. I primi si spogliavano nella casa, e correvano al bagno
-situato 20 passi più oltre: le donne si spogliavano nella camera del
-bagno; ma perchè le loro gonnelle non prendessero umidità, le gittavano
-fuori; ed erano poi obbligate ad ire a pigliarsele affatto nude. Io
-volli entrare in quella camera per misurare il grado di calore, e mi
-si toglieva il respiro. Il nostro interprete potè sostenere sì alta
-temperatura; e seppe dirmi sulla osservazione del termometro, che
-saliva a 65 gradi. Di là da Kirkomeki 6 miglia è Niemis, 8 miglia
-distante dal quale è l’Alta-Tornea, ove giungemmo ai 18 di giugno.
-
-Quest’Alta-Tornea è una parrocchia, il cui curato invigila sopra
-tutte le altre chiese di questa parte della Laponia. Quello che ivi
-trovammo, era uomo compitissimo. Volle che tutti otto (di tanti era la
-nostra brigata) alloggiassimo da lui. E ciò fu bene perchè troppo per
-noi sarebbe stato angusto il piccolo albergo pubblico di Mattarange.
-Bisogna poi sapere, che fuori che sulle grandi strade, l’uso in Isvezia
-porta, che il viaggiatore volgasi alla casa del curato, e vi domandi
-una camera, giacchè le case de’ paesani sono assai miserabili per
-ogni verso; ed al curato, persona comoda, in generale non pare vero
-di veder qualche persona di garbo, che rompa la monotonia della vita
-triste ed uniforme, ch’egli è obbligato a menare sequestrato in codeste
-regioni remote da ogni società. Codesti curati parlano quasi tutti il
-latino, parecchi il tedesco, alcuni il francese. Con queste lingue ogni
-viaggiatore può farsi facilmente intendere. Aggiungasi che assai spesso
-in casa di questi ministri trovansi giovani belle e garbate, state
-in educazione nella capitale; e che mal si affanno alla solitudine,
-a cui nel seno della loro famiglia sono costrette ad accomodarsi. Se
-capita qualche giovine viaggiatore di buona maniera, non v’è cortesia
-che non gli si usi, nè cura, o pensiero che non s’impieghi per far che
-prolunghi il suo soggiorno; e il momento in cui egli dee partire, è un
-momento di tristezza per tutta la famiglia; poichè la cordialità de’
-padroni si estende sino alla servitù. Così accadde a noi in casa del
-sig. _Sandberg_, le cui amabili figlie, giovinette vive di carattere, e
-per natura spiritose, nulla omisero per renderci gradevole il soggiorno
-che in casa loro facemmo.
-
-Il sig. _Sandberg_ ci condusse al monte Avasaxa, di cui parla
-_Maupertuis_, e sul quale questi fece le sue operazioni per l’oggetto,
-a cui mirava la sua spedizione. Noi tenemmo per andarvi la stessa
-strada, e trovammo dappertutto vera la descrizione, ch’egli ne
-ha lasciata. I nostri naturalisti e botanici fecero osservazioni
-e raccolte. Ritornammo a casa morti di fatica, e di fame; e mad.
-_Sandberg_ ci avea preparata una cena sontuosa, ove mangiai un arrosto
-di renna, la quale era stata tenuta otto mesi nella dispensa. Era stata
-ammazzata nel novembre del 1798, e la mangiavamo ai 19 di giugno del
-1799. Ciò dimostra la lunghezza dell’inverno in quel paese; e come il
-gelo vi conserva bella e fresca la carne.
-
-
-
-
-CAPO IX.
-
- _Faticoso viaggio dall’Alta-Tornea a Kardis. Kassila-Koski
- sul punto, su cui passa il circolo polare. Più faticoso è il
- viaggio da Kardis a Kengis. Graziosa accoglienza avuta in Kengis
- dall’ispettore delle miniere di quel luogo. Ragazze del contorno;
- e particolarità di una di Kollare. Separazione de’ viaggiatori.
- L’autore rimane solo con un compagno._
-
-
-Ai 20 di giugno abbandonammo l’Alta Tornea non senza rincrescimento; e
-ce lo accrebbe la risoluzione dell’ottimo sig. _Castrein_, obbligato
-per urgenti motivi a lasciarci per ritornare alla propria famiglia.
-Nel paese, in cui entravamo, può viaggiarsi per cento miglia senza
-trovare un sentiero. Noi andavamo per acqua, e in un angusto battello,
-che doveva rompere la resistenza dell’acqua con molta forza scendente
-da cataratte: un venticello assai vivo in ciò ajutò i nostri rematori,
-e noi. Kaulimpe è il primo villaggio che incontrammo sulla sponda
-sinistra del fiume; ed ivi vedemmo una di quelle palizzate che ho detto
-usarsi nel paese per la pesca del sermone. Comprammo il più grosso
-di que’ pesci; e in quella occasione imparai come si mangia crudo.
-Si taglia in piccole fette transversali; si pongono queste in sale
-umettato con un poco d’acqua, e vi si lascia tre giorni: così preparato
-si mangia con delizia.
-
-Mutammo battello e rematori per la seconda volta a Toullis, otto miglia
-al di sopra di Kaulimpe. Il viaggio fu più faticoso, e di maggior
-pericolo, dovendo passare tra scogli e cascate. A Kassila-Koski, che
-è una lunga sequela di cascate, formata dal letto pietroso del fiume,
-e da grossi scogli, che s’alzano al di sopra dell’acqua, i nostri
-rematori ci fecero vedere tutta la loro bravura in risalire contro
-la corrente rapidissima delle cataratte. Queste cataratte poi sono
-famose sulle carte geografiche per essere il punto, che corrisponde
-alla divisione del globo, nota sotto il nome di circolo polare. Non
-vorrebbevi che il sangue freddo, e la imperturbabilità de’ Laponi
-finlandesi per azzardare con un battello sì fragile una navigazione
-di sì manifesto pericolo. Ebbero però i nostri la precauzione di
-farci smontare a terra; e noi fummo contentissimi di potere seguire a
-piedi la riva del fiume. Ma con che fatica! tutto è pieno di boschi,
-di ceppaje, e di un ruvido musco alto verso due piedi, ed in fondi
-pantanosi. Noi tirammo di lungo per acqua sino a Pello. Pello è un
-piccolo villaggio di quattro, o cinque case di paesani dal quale si
-vede la montagna di Kittis, ove _Maupertuis_ terminò le sue operazioni
-trigonometriche. Il dotto sig. _Swamberg_ era venuto in queste parti
-della Laponia per esaminare, siccome ho già detto, le operazioni
-degli accademici francesi nel 1736. Le eccezioni ch’egli ha creduto di
-opporre, tendenti a dimostrare la necessità di nuove misure, furono
-lette da lui nella pubblica adunanza dell’Accademia di Stockholm nel
-1799; e trovansi nel rapporto sul suo viaggio in Laponia.
-
-Da Pello a Kardis v’ha 18 miglia; e bisogna farle sempre contr’acqua,
-e contr’acqua corrente da alto. Lungo il fiume vedemmo come si
-possono avere le uova dell’_harle_, uccello dal Linneo detto _mergus
-mergunser_, delle quali i nativi di questo paese sono assai ghiotti.
-Quest’uccello, sia per indolenza, sia per sottrarre le sue uova agli
-uccelli di rapina, invece di fare un piccol nido come le anitre sulle
-sponde dell’acqua, o tra i giunchi, o alle radici de’ cespugli, mette
-le sue uova ne’ vuoti tronchi d’alberi vecchi. Ora chi vuol godersene
-le uova, mette un tronco vuoto di un vecchio albero in mezzo ad uno
-di abete, o di pino, e comunemente in riva al fiume: l’uccello ne
-approfitta, e vi depone le uova; ma il paesano gliele porta via,
-lasciandone però una, o due, e se le mangia. L’uccello ritorna, e
-non trovando che un uovo, o due, ne lascia due o tre di più, che sono
-portate via come le prime. L’uccello ritorna un’altra volta; e come
-se si fosse dimenticato del numero delle uova, che avea ivi deposte,
-continua a deporvene delle altre; e il paesano continua a portargliene
-via: cosicchè dopo averne goduto una ventina, finalmente ne lascia
-le ultime, onde la razza non si perda. Appena poi i piccoli escon
-dall’uovo, la madre li prende a un per uno nel suo becco, e li porta
-a piedi dell’albero per insegnar loro la maniera di correre all’acqua,
-ov’essi la sieguono con sorprendente agilità.
-
-Da Kardis a Kengis corrono 15 miglia: viaggio sempre più faticoso,
-e pieno di pericoli. Qui i nostri servitori perdettero la pazienza,
-atterriti anche più dalla considerazione, che avevamo ancora 400 buone
-miglia da fare verso il Nord. Si calmarono però alquanto giunti che
-fummo a Kengis, ove trovammo un ispettore delle miniere, che ci trattò
-molto amichevolmente dandoci viveri ed alloggio. Era egli un bravo e
-buon uomo, che in quella solitudine avea formata una specie di colonia,
-dando valore a miniere prima di lui neglette, e per esse aprendo un
-nuovo ramo di commercio utile alla Laponia. Quando _Maupertuis_ volle
-inoltrarsi nel cuore della Laponia per vedere certi sfregi sopra una
-pietra, ch’egli chiamò caratteri, e disse la più antica scrittura del
-mondo, considerò Kengis come un luogo miserabile, non distinto da altri
-simili se non per avere qualche fucina di ferro; e come alloggiò in
-casa del parroco, convien dire che allora non vi fosse ispettore. Noi
-di quello, che vi trovammo, fummo ben contenti: del resto ci era venuta
-voglia di andare a vedere quella pietra; ma essa ci andò via udendo
-dagli abitanti di Kengis, ch’essi non ne hanno veruna cognizione.
-Dubitammo della fervida immaginazione dell’Accademico francese. Nel
-corso di questo viaggio raccogliemmo molte piante in fioritura.
-
-Non vi fu cosa fattibile che l’ospite nostro non facesse per nostro
-piacere. Egli raccolse i paesani del luogo per farci conoscere il
-_ballo dell’orso_, e la loro musica. Tra i varii loro balli fissò la
-nostr’attenzione appunto quello che chiamano dell’_orso_. Fa da orso un
-paesano, che si mette a terra con quattro gambe, e fa salti e capriole,
-come fa l’orso, studiandosi di seguire il tempo della musica, la quale
-è interamente gotica. Codesto ballo è faticosissimo, e continuato per
-soli tre o quattro minuti costa un immenso sudore. Ma un tale esercizio
-conforta mirabilmente i muscoli delle braccia; e l’abituarvisi
-giova, a chi ha da risalire le cataratte. Mentre godevamo di questo
-divertimento, vennero sul luogo, attratte dalla curiosità di vederci,
-parecchie ragazze del paese, le più belle delle quali invitammo
-ad avvicinarsi al nostro circolo, essendo noi sotto una tenda, che
-l’ispettore avea fatto alzare sopra una bella eminenza coronata di
-pioppi d’Italia. Offrimmo loro del vino, che ricusarono, non amandolo;
-del punch, che non mostrarono di gustar molto: della birra, che appena
-l’assaggiarono. Erano accostumate troppo a ber acqua e latte. Tra
-quelle ragazze una ve n’era nativa di Kollare che si distingueva dalle
-altre per l’alta statura, per l’umor lieto, per la risolutezza del
-suo contegno. Colei avea nelle braccia una tale forza, che quando vi
-ci accostavamo con qualche famigliarità, respingevasi a modo da farci
-fare quattro, o cinque passi indietro. Era insieme flessibile, ed agile
-in ogni suo membro, e poteva passare dappertutto per bellina. Siccome
-andavamo folleggiando intorno a codeste ragazze, il nostro interprete
-ci avvertì di guardarci dal far cosa che potesse disgustare la giovine
-di Kollare, poichè essa dovea darci alloggio in casa sua nel nostro
-passaggio colà. Il che avendo essa inteso, ci promise che farebbe di
-tutto per riceverci alla meglio.
-
-Partimmo infatti la mattina seguente da Kengis, e quanto eravamo stati
-lieti il dì precedente, altrettanto fummo tristi il susseguente, non
-solo per lasciare sì cordiale ospite, ma per dover perdere la compagnia
-del _Bellotti_, del _Julin_, e del _Deutsch_, i quali per particolari
-loro ragioni non poterono esporsi ai pericoli, che ci minacciavano
-in regioni più elevate. Quella loro risoluzione ci fece esitare sulla
-nostra. Ma un certo orgoglio la vinse: il colonnello _Skioldebrand_, e
-il suo domestico mi restarono fedeli. Eccomi dunque in viaggio per la
-Laponia.
-
-
-
-
-CAPO X.
-
- _Primo trattamento di ospitalità in Kollare far piangere chi
- entra in casa, e perchè. Descrizione di questo villaggio, e de’
- contorni. Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto la sua
- direzione evitati. Digressione._
-
-
-Da Kengis a Kollare, che vi è distante 22 miglia, non cambiammo
-battello. Impiegammo dodici ore nel viaggio; e i nostri rematori non
-ne presero di riposo che cinque. Avemmo per istrada una pioggia, simile
-alla quale, tanto era grossa e fitta, io non ne avea mai veduta alcuna
-dacchè n’era partito d’Italia. Non credeva che se ne desse di tale in
-sì elevate regioni; e fu anche l’unica volta, che colà udimmo il tuono.
-Navigando a Kollare incontrammo molte cataratte, che prima ci avrebbero
-messo terrore, e che allora ci erano cosa indifferente; ma però
-una volta andammo a dare sopra uno scoglio; e il caso solo ci salvò
-dall’annegarci.
-
-La erculea ragazza, di cui ho parlato, ci avea preceduto; ed avea
-preparati buoni letti, e buon pasto di latte, di burro, e di carne di
-renna. Noi la trovammo in casa con sua madre, e con una figlia di una
-sua vicina: gli uomini erano andati alla pesca. Il primo trattamento
-che codeste donne ci fecero, fu empier di fumo le camere a tanto
-da farci continuamente lagrimare. L’intenzione era buona, volendoci
-liberare dall’incomodo delle zenzale, che ivi è veramente orribile;
-ma il rimedio era molto penoso. Il fumo impediva che quegl’insetti
-entrassero in casa; e fuori un gran fuoco li cacciava a migliaja
-lontani. In questi paesi il conservare continuamente nelle camere il
-fumo è una specie di lusso; e noi nol considerammo che come un oggetto
-di prima necessità. Che terribil flagello per gli Europei sono in
-questo paese codesti insetti! Ci coprivano in ogni parte della persona;
-e se ci riparavamo dalle loro beccate, niun mezzo poi avevamo per
-liberarci dal loro continuo ronzìo, che non ci lasciava dormire. Fummo
-parecchie volte tentati a non andare più oltre.
-
-Il villaggio di Kollare è abitato da paesani finlandesi, che ci parvero
-passabilmente comodi. Esso sta sopra una isoletta formata dal fiume
-Muonio: vi si coltiva dell’orzo; e v’hanno pascoli abbondanti di fieno
-eccellente. Il paese all’intorno dà belle viste, massime per le due
-rive del fiume coronate di betulle, albero in più maniere utilissimo a
-questi popoli settentrionali. Della sua scorza si fanno calzari, corde,
-piatti, sporte, secchi, e vasi, ed utensili diversi, e per fino un
-certo manto, o copertojo per difendersi dalla pioggia. Del legno si fa
-tutto quello che vuolsi.
-
-Noi per nostra buona fortuna trovammo in Kollare quattro rematori
-più esperimentati di quanti n’avessimo avuti mai; ed uno di questi
-fu da noi salutato per l’_eroe delle cataratte_, appunto perchè colla
-meravigliosa sua destrezza fece che il nostro viaggio non finisse tra
-Kollare e Muonionisca.
-
-Del rimanente da Kollare a quest’ultimo luogo, che è di 66 miglia,
-si va sempre in mezzo alle cataratte; ed è inesprimibile la
-fatica, che i Finlandesi fanno per condurre il battello, vuoto de’
-viaggiatori, tirandolo dalla riva per mezzo di corde, e cercando di
-liberarlo dalle strette degli scogli, e dall’impeto violento della
-corrente. Noi intanto, non potendo essere di nissun ajuto a’ nostri
-rematori, facevamo cammino lungo la riva come potevamo, seguendola,
-o dilungandocene conforme volevano le boscaglie, e i siti paludosi,
-che la contornano. Avevamo camminato di questa maniera un buon
-tratto, quando ci si disse che non era possibile condurre più oltre
-il battello. Per lo che andar più innanzi senza di esso, non era cosa
-da pensarvi; nè potevamo arrivare a Muonionisca senza attraversare il
-fiume; ed in quel luogo la cosa era impossibile. L’unico ripiego era
-di chiamare e il battello, su cui stavamo noi, e l’altro, che portava
-il nostro convoglio, a terra, e strascinarli per circa due miglia
-attraverso delle boscaglie, onde guadagnare una parte del fiume, che
-fosse più facile a salire. Il nostro eroe delle cataratte non trovava
-niuna difficoltà insuperabile. Volle spingere la magnanimità sua sino
-a proporre che noi montassimo sul battello, ch’egli, e i suoi compagni
-l’avrebbero strascinato per lo spazio occorrente. Noi scegliemmo di
-fare le due miglia a piedi, domandando solamente di riposarci mentre
-la nostra gente andava a cercare il nostro bagaglio, e il battello,
-che n’era carico. Nel corso di questo viaggio, invitati dal rumore
-straordinario del fiume, vi ci accostammo per vedere la famosa
-cataratta di Muonio-Koski, la cui corrente rapidissima sopra ogni
-credere, quantunque ci paresse impossibile a sostenere volendo scendere
-per essa, pure al ritorno nostro avemmo la temerità di affrontare; e
-vi riuscimmo. Dirò qui il come, per non aver più da parlare di siffatto
-argomento.
-
-Bisogna figurarsi prima di tutto il fiume chiuso entro un letto
-estremamente stretto, ed imbarazzato da roccie, e massi a modo, che
-per superarli la corrente è forzata a raddoppiare la sua rapidità. Il
-canale intanto è per un miglio tutto pieno di scogli, le cui cime acute
-frangono l’acqua, e l’alzano in forma di bianca spuma. Come sperare
-che un piccol battello, portato attraverso di tanti ostacoli con una
-rapidità, per la quale in tre o quattro minuti fa un miglio, non abbia
-da andare in mille pezzi? E notisi che il battello non può passare per
-codeste strette seguendo semplicemente la corrente: bisogna che vada
-con una velocità accelerata per lo meno del doppio. A tal fine due
-rematori de’ più svelti e robusti hanno da vogare senza intermissione,
-mentre un altro uomo sta al timone per regolare la direzione secondo
-le circostanze; e quest’uomo intanto può appena vedere gli scogli e
-le rupi che deve evitare. Egli dirige la prora del battello verso la
-rupe che dee oltrepassare, e quando sta per toccarla dà un colpo al
-timone, con ciò facendo un angolo acuto per allontanarsene, e muovere
-al largo. Il passeggiero freme all’aspetto della manovra, che non si
-aspettava; crede che il battello vada a spezzarsi in mille schegge;
-ed un momento appresso rimane attonito vedendosi salvo; e vedendo
-quella rupe di dietro a sè per una distanza prodigiosa. Ma non istà qui
-tutto l’imbarazzo e tutto il pericolo. I flutti bollenti, e accumolati
-intorno al battello, ora entrano dentro il medesimo, e lo riempiono;
-ora lo trapassano da una sponda all’altra quasi senza toccare i
-rematori; e in tante forme si presenta la morte, che si stenta ad
-aprir gli occhi, qualunque cosa dicano per darvi conforto e sicurezza
-le persone, che la sperienza ha addomesticate con questi pericoli.
-Parecchi uomini del contorno erano periti; e due soli del villaggio di
-Muonio rimanevano, nella capacità de’ quali si potesse confidare: erano
-questi un vecchio di 67 anni, e suo figlio di 26. Non saprei esprimere
-la impassibilità di quel vecchio nel corso di quel tragitto. Quando
-eravamo in un momento de’ più critici di codesti passaggi, ci bastava
-gittar gli occhi sopra di lui; e la nostra paura dileguavasi. — Chi
-legge s’immaginerà la contentezza nostra quando avemmo superato quel
-mal passo; ed allora finirono le fatiche, e i pericoli, che una vanità
-temeraria ci avea fatto incontrare. Ma noi dobbiamo ritornare, secondo
-il naturale ordine delle cose, al nostro primo racconto.
-
-
-
-
-CAPO XI.
-
- _Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca. Ministro di questa
- parrocchia, e suo singolare carattere. Costumi de’ paesani di
- questo villaggio, e de’ contorni._
-
-
-Prima di giungere a Muonionisca ci fermammo ad una piccola colonia
-di Finlandesi, che ci parve estremamente povera, e la cui situazione
-vivamente c’interessò. Due sole famiglie la componevano, consistenti
-in tutto in sette persone, comprendendovi due donne, e un ragazzo.
-Il paese all’intorno era superbamente ridente. Un pittore non lo
-potrebbe disegnare più vago, ed ameno. Ma questa piccola comunità per
-cinque mesi dell’anno non poteva comunicare con nissun altro luogo:
-vivea, si può dire, solitaria anche il rimanente dell’anno, essendo
-caso fortuito, che colà capitasse qualcheduno, come vi capitammo noi.
-Essi dispongono di un territorio di sei miglia all’intorno, fiumi,
-peschiere, boschi, prati, sono loro: ma sì grande e ricco possedimento
-faceva un gran contrasto colla loro indigenza. Non aveano che quattro
-vacche, non seminavano che un barile d’orzo, il quale nelle annate
-buone non ne dava che sette: in alcune cattive non dava nemmeno la
-semenza; ed era un anno, che sarebbero morti di fame, se non fosse
-capitato colà un mercante di Tornea, che provvide al loro bisogno.
-Queste due famiglie trovandosi per mala fortuna entrambe disperate,
-erano venute d’accordo a questo luogo, e vi si erano stabilite
-giovandosi dell’uso che in Laponia corre; ed è che chi vuole fissarvisi
-non ha che da scegliersi un cantone a piacimento, purchè sia discosto
-dal più vicino villaggio sei miglia; e quando vi ha piantata la sua
-baracca, tutto il terreno circondante per sei miglia all’intorno è cosa
-sua.
-
-Muonionisca è un villaggio di 16, o 18 fuochi, posto sulla riva
-sinistra del fiume Muonio, che qui ha il suo principio. V’è una
-chiesa, e un ministro, come a Kengis: e questo ministro è suffraganeo
-del curato dell’Alta-Tornea. La sua parrocchia, come ho detto, non è
-estesa meno di 200 miglia quadrate; ed in lui non vedevasi segno alcuno
-che lo distinguesse dai suoi paesani, salvo un pajo di calzoni neri.
-Avea avuta la disgrazia di vedere abbruciarsi in un incendio tutti i
-suoi mobili, e tutti i suoi libri, compresa fin anco la bibbia. Forse
-codesta disgrazia avea contribuito a dargli una certa rusticità,
-che lo metteva a livello de’ suoi parrocchiani. Però avea una gran
-dose di buon senso, ragionava con sagacità e giustezza in materie
-politiche: masticava male il latino; ma sapeva la lingua svedese, e
-finlandese e ci spiegò assai bene molte etimologie, che desideravamo
-intendere. Del rimanente com’egli era povero, declamava violentemente
-contro la maniera, colla quale l’alto clero usava delle ricchezze. Era
-dichiarato nemico d’ogni potere dispotico; e badando a’ suoi discorsi
-sarebbesi detto ch’egli avesse ferma speranza di vedere che il giovine
-Conquistatore giugnesse un giorno a Muonionisca, e lo facesse patriarca
-della Laponia. Egli odiava altissimamente la Russia, e il suo governo,
-dicendo che avviliva il popolo, e per ragione di Stato lo teneva
-nella più brutale ignoranza. Qualche volta discorreva sugli abusi
-della nascita, e della successione ereditaria di un tuono sicuramente
-notabile in un uomo, che nulla aveva al mondo salvo una camicia, un
-pajo di calzoni, e le scarpe che portava ai piedi. Udendolo ragionare
-così, congetturai che gli fosse capitato per le mani qualche libro
-moderno; ma quando mi fece il catalogo de’ libri della sua biblioteca
-abbruciata intesi che non avea posseduto che trattati di teologia,
-e libri su materie di controversia, aggiungendo però che poco avea
-studiato gli uni, e gli altri. Non era poi uno di que’ Ministri, presso
-i quali i viaggiatori potessero trovare alloggio; ma egli avea piacere
-di vederne, perchè ne traeva qualche bicchiere di acquavite; e fece
-molto elogio di quella, che noi gli davamo ogni volta che veniva a
-trovarci.
-
-Ecco le notizie che io mi procurai intorno a questo villaggio, e
-ai costumi de’ suoi abitanti. Tutta la parrocchia conta circa 400
-anime, disperse sopra una superficie, siccome ho detto, di 200
-miglia quadrate: gli abitanti sono tutti finlandesi emigrati. Tutti
-i viaggiatori venuti in queste contrade li chiamano Laponi, perchè è
-Laponia il paese, ove sono venuti a stabilirsi. I costumi e il modo
-di vivere sono gli stessi che quelli de’ nativi finlandesi, colla
-differenza però dell’alterazione prodotta dal clima, e dalla situazione
-topografica. Questi Laponi finlandesi, come i pastori laponi, nulla
-sanno nè di poesia, nè di musica; nè hanno veruno strumento musicale.
-Circondati da laghi e da fiumi, abbondanti di pesce, poco coltivano la
-terra, e vivono principalmente della pesca. Hanno comuni colle nazioni
-selvaggie la forza, e l’attività: conoscono l’amore, ma non le grazie
-che lo accompagnano presso i popoli più inciviliti: hanno tutti i segni
-di una tristezza abituale: nè qui ho veduto mai un giovine lanciare
-uno sguardo d’interessamento sopra una ragazza. È uso generale che i
-due sessi dormano insieme, senza che tale intimità abbia alcuna delle
-conseguenze, che potrebbe avere, se fosse sofferta in un paese più
-meridionale. Il padre è quegli che trova la sposa al figlio; e le sole
-convenienze di famiglia dirigono il contratto. Il figlio è indifferente
-a prendere per moglie questa, o quella ragazza. Conviene però dire, che
-anche tra questo freddissimo popolo si sono dati tristissimi esempi di
-gelosia feroce; ed un caso veramente pietoso ne narrò il ministro. Nè
-furti, nè omicidii in questa alta regione d’Europa si odono; ma bensì
-suicidii, che non possono attribuirsi se non se a qualche genere di
-follia, o ad eccesso di abbattimento di spirito.
-
-In estate il nudrimento principale di questi popoli è il pesce seccato
-al sole, se la pesca è buona: vendono il superfluo per aver farina,
-sale, e ferro, di cui abbisognano pei loro usi domestici. D’agricoltura
-poco sanno, e poco vogliono sapere; il loro Ministro ha predicato
-loro colle parole e coll’esempio l’uso dell’aratro; e non v’è stato
-verso che se ne sieno persuasi. Quando in autunno comincia a nevicare
-fanno la posta all’orso; e si uniscono in tre, o quattro per dargli la
-caccia. Alla metà di agosto vanno alla caccia delle anitre selvatiche,
-e d’altri uccelli, i quali allora mutando le penne non possono volare,
-e ne ammazzano quanti vogliono.
-
-Finito che abbiano di raccogliere i loro fieni, li mettono a coperto in
-trabacche erette sopra legni ben forti, e tenendo alto il palco, onde
-l’umidità delle alluvioni non lo guasti. Alcuni posseggono renne, che
-danno a custodire, e a pascere a qualche Lapone.
-
-Somma è la sobrietà di questi popoli: non bevono liquori spiritosi che
-il dì delle nozze: nel qual giorno usano un desinare alla loro maniera,
-ed un ballo accompagnato da grida, e da sbattimenti di mani. Non amano
-punto la birra; e gustando del vino, che loro offrivamo, facevano
-mille smorfie, come se bevessero una medicina. Il Ministro ci assicurò
-che in tutta la sua parrocchia forse non v’era un solo bicchiere di
-acquavite; e che la ubbriachezza è riguardata da questo popolo come
-il vizio più scandaloso, a cui possa essere soggetto un uomo. Il che
-ci fece pensare, che questa fosse una delle cagioni per le quali egli
-era sì poco riverito e stimato dal suo gregge. Vivendo questi popoli
-di tale maniera non è meraviglia se non soffrono le malattie, le quali
-affliggono gli abitanti de’ paesi più meridionali; e il Ministro ci
-disse aversi esempi di paesani, che hanno vissuto fino a cento dieci
-anni. La malattia unica, che faccia strage tra loro, si è una specie di
-febbre infiammatoria, che sbriga le persone in pochissimi giorni.
-
-Nel breve tempo che noi stemmo in Muonionisca il ministro ci propose di
-fare qualche corsa all’intorno; e noi volentieri scegliemmo di visitare
-il monte Pallas, della cui denominazione il nostro conduttore non seppe
-darci conto. La gita fu faticosa in quanto al salir la montagna, alla
-cui cima non potemmo giungere. Da quelle alture, a cui salimmo, ci si
-presentarono superbi punti di vista, che meriterebbero la diligenza del
-pittore. Ci mettemmo a raccogliere insetti, e piante: il buon Ministro
-non sapeva comprendere a che pro tanta fatica per cose da nulla. Dacchè
-gli si era abbruciata la biblioteca, si era accostumato a far senza
-teologia. D’allora in poi avea capito che la cognizione dell’Esser
-supremo riguardata come scienza non era in generale buona a niente nel
-mondo, se non sia per divertir l’intelletto, e a togliere dal corso
-della vita la non curanza, in cui l’uomo pensante potrebbe cadere
-sugli avvenimenti futuri. In 20 ore avevamo fatto trentasei miglia: il
-calore era eccessivo, poichè a mezzogiorno, ma all’ombra, il termometro
-di _Celsius_ segnava 37 gradi. Ritornammo dunque a Muonionisca, ove
-dopo breve riposo ci mettemmo in ordine per tirare innanzi il nostro
-viaggio.
-
-
-
-
-CAPO XII.
-
- _Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi circa la Laponia.
- Ciarlataneria di Maupertuis. Aspetto del paese tra Muonionisca
- e Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a Lapajervi, e crudele
- persecuzione delle zenzale. Lago di Pallajervi: isola Kuntigari:
- fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di mare come
- servizievoli ai pescatori. Laponi nomadi presi a guida, congedati
- i Finlandesi; e penoso viaggio fatto con coloro._
-
-
-Partimmo adunque il dì 1 di luglio da Muonionisca circa le ore 10 della
-sera. La giornata era stata caldissima, perciocchè a mezzo giorno il
-termometro di _Celsius_ segnava 29 gradi, e a mezzanotte discese ai
-19, ond’è poi che deliberammo di viaggiare per l’avvenire la notte,
-e riposare il giorno. Noi risalimmo il Muonio sino alla imboccatura
-del piccol fiume chiamato Pallojoki, presso al quale trovasi una
-piccola colonia detta Pallajovenso. Parlo di questo villaggio perchè
-esso è propriamente il confine della Laponia dalla parte di Tornea;
-mentre è locuzione impropria quella di chiamar Laponia il vasto paese,
-che comprende Lulea, Pitea, ed Umea sino a Tornea, il quale invece
-appartiene alla parte occidentale della Botnia. E ben fa meraviglia
-che _Maupertuis_, a cui le scienze sono obbligate di una topografia del
-luogo, ove fece le sue osservazioni, e sì celebre per le sue operazioni
-astronomiche in queste parti, abbia sì poco conosciuti i luoghi ove si
-è fermato, chiamando Laponia la Vestro-Botnia, e intitolato _Viaggio
-in fondo alla Laponia_ quello ch’egli fece per visitare con _Celsius_
-la già rammentata rupe coperta di caratteri runici. Egli avea appena
-appena toccati i confini della Laponia. Ed egli, e gli accademici suoi
-compagni dissero una bella bugia, e furono veri ciarlatani, quando
-dissero a’ Parigini, che presentavano loro due donne lapone, che non
-lapone erano quelle miserabili, ma vere finlandesi; e non parlavano che
-la lingua di Finlandia.
-
-Il paese da Tornea a Muonionisca, ed a Pallajovenso, comunque vada
-insensibilmente prendendo un carattere selvaggio, non varia gran
-fatto all’occhio: le montagne, i laghi, i boschi, le cateratte che lo
-coprono, non presentano molta differenza. Ma procedendo da Pallajovenso
-a Kantokeino pel fiumicello Pallojoki la differenza salta agli occhi:
-potrebbe dirsi, che qui tutto comparisce nuovo. Pallajovenso è uno
-stabilimento finlandese di quattro, o cinque famiglie. I mercanti di
-Tornea vi hanno costruita una camera, ove fanno fuoco, e si ricoverano
-nel loro passaggio l’inverno; e gli abitanti vivonvi in migliore stato,
-che quelli d’altri luoghi vicini. La navigazione sul Pallojoki non
-fu meno faticosa delle sostenute dianzi, sebbene per altre cagioni.
-Siccome era lungo tempo dacchè non era piovuto, poca era l’acqua, di
-modo che spesso il battello toccava il fondo, e i rematori doveano
-spingerlo avanti a forza di andarlo alzando. Più: il fiume è sommamente
-tortuoso; e con tante fatiche sovente invece di andare innanzi si
-andava indietro allontanandosi dal punto, a cui tendevamo. Sudavano
-que’ poveri uomini; e noi ci annojavamo, c’inquietavamo, ci trovavamo
-male, perchè obbligati a camminare a piedi dietro la riva, ci toccava
-farci strada attraverso del bosco, ove i rami degli alberi, e i
-cespugli ad ogni passo ci arrestavano, lacerandoci inoltre il velo, che
-ciascheduno di noi portava intorno al volto per non essere divorati
-da quelle maladettissime zenzale, che a migliaja e migliaja ci erano
-continuamente addosso. Noi eravamo diretti a Lapajervi: intanto prima
-di giungervi facemmo alto per riposarci sopra una rupe considerabile,
-che veniva a formare un isolotto. Ivi accendemmo un gran fuoco per
-cacciare da noi quegli eterni nemici di ogni creatura fatta di carne;
-e di là avemmo la veduta di una prospettiva tutta ancora nuova per
-noi. Il musco, di cui si nudrono le renne, copriva tutto il terreno
-del contorno, che appariva quasi affatto piano, e da lontano chiuso
-da alcuni monticelli egualmente coperti dello stesso musco, che,
-naturalmente di un giallo pallido, allora per la siccità era quasi
-bianco. Un sì vasto tappeto così colorato, faceva all’occhio un colpo
-singolarissimo: tanto più, che per le circostanze del suolo prendendo
-quel musco alcune gradazioni di colorito, presentava qua e là de’ pezzi
-di forme diverse, e prendeva a guardarlo in totale la figura di un gran
-mosaico a cagione de’ varii compartimenti, in che appariva diviso.
-Quel colore biancastro del musco poteva ricordare quello della neve;
-ma tale idea spariva per la verzura de’ piccoli boschetti qua e là
-sorgenti, e più ancora pel senso del calore, che qualche volta riusciva
-insopportabile. Essendo poi quel musco ben secco, faceva che ivi si
-potesse piantar la tenda, e godervi migliore e più grata stazione, che
-altrove: perciocchè altrove io avea bensì incontrati luoghi coperti
-di questa pianta; ma nè mai tanto secca, nè in tanta copia: chè qui
-soltanto parea avere essa dalla natura il regno, essa sola dominando,
-senza che altra pianta possa prendervi posto; e non è che su que’
-monticelli, che ho accennati, o sulla sponda del fiume, che si vegga
-disperso qualche abete, o qualche cespuglio. Qui dunque veramente
-vedemmo d’essere in un paese totalmente straniero, ove la superficie
-del terreno, e il genere delle sue produzioni dimostrano, che la natura
-l’ha destinato a razze d’uomini, e di animali interamente differenti da
-quelle, che sussistono in Europa.
-
-La sera giungemmo a Lapajervi con grande contentezza de’ nostri
-rematori, i quali speravano di rifarsi ivi della fatica sostenuta
-in tutta la giornata. Abbordando alla sponda del lago, su cui è il
-villaggio, incontrammo due Laponi, che ritornavano dalla pesca, ed
-erano per passare la notte sul luogo. Una densa colonna di fumo che
-si alzava in aria voluminosa, ci guidò senza bisogno d’altra scorta al
-luogo, ov’essi trovavansi; ed avvicinandoci ad essi vedemmo che aveansi
-intonacata tutta la faccia con catrame, e coperta la testa, le spalle,
-e il corpo con un vestito di lana, per difendersi dalle morsicature
-delle zenzale. Uno d’essi pipava; e l’altro preparava il pesce preso
-per farlo seccare al sole. La sporchezza loro, la loro magrezza, e
-bruttezza, erano una prova evidente della loro povertà. Erano assediati
-da capo a piedi da sciami immensi di zenzale, che li beccavano
-penetrando attraverso de’ loro abiti con quegli acuti loro pungiglioni:
-ond’è che non aveano cuore di spogliarsi, quantunque fossero inondati
-dal sudore; e meno ancora di allontanarsi dal fuoco ad onta della
-caldissima temperatura. L’arrivo nostro a quel luogo fu annunciato
-dai milioni di zenzale, che accompagnavano noi medesimi, e che tosto
-si unirono a quelle che tormentavano quelle buone creature. Non ci fu
-verso di avere un momento di calma: ad ogn’istante eravamo costretti
-a bagnarci, dirò, la testa nel più fitto del fumo, ed a saltare sulla
-fiamma, affine di liberarci da sì terribili persecutori.
-
-Volemmo visitare le famiglie di que’ pescatori, che abitavano alla
-distanza di un miglio. Trovammo dappertutto fuochi accesi. Ve n’erano
-ove stavano i majali, e le vacche, e ve n’erano non solo nell’interno,
-ma anche di fuori, presso alla porta delle case. Queste case de’ Laponi
-non sono grandi come quelle de’ Finlandesi; e la porta di quella che
-noi visitammo, non era più alta di quattro piedi. Avevamo lasciate
-indietro le tende sperando di trovare alloggio con codesti Laponi; ma
-facemmo i nostri conti assai male. Ci fu forza accettare l’offerta di
-quella famiglia; e quando venne l’ora di ritirarci fummo condotti in
-una cameruccia tutta piena di fumo, dove trovammo delle pelli di renne
-stese sopra foglie di betulla, delle quali era coperto il pavimento.
-Noi entrammo a tentone, poichè il fumo non ci lasciava vedere alcuna
-cosa. Quando stavamo per addormentarci io intesi una specie di respiro,
-procedente da un angolo della camera, e forte a maniera che poteva
-meritare attenzione, tanto più che noi ci eravamo immaginati d’essere
-le sole creature viventi, che si trovassero ivi. Io adunque pensai
-che quel respiro fosse di qualche cane, o d’altro animale venutovi
-per passare la notte vicino a noi. Ma ben presto distinsi un sordo
-sospiro, che mi parve più d’uomo, che di animale. Alzai pian piano
-la testa provandomi di vedere che cosa fosse; e come alcune crepature
-della muraglia facevano penetrare una debole luce, colle mani e colle
-ginocchie mi mossi per approfittare di quella luce; e non tardai a
-scoprire il luogo da cui veniva il rumore udito: erano due ragazzetti
-nudi, giacenti sopra pelli di renne, i quali vedendomi ebbero paura,
-credendoci animali feroci venuti per divorarli, onde gridando corsero
-dalla loro madre cercando ajuto. La paura di que’ ragazzetti fece
-ridere noi, e servì a distrarci dalla tristezza, in che ci aveano
-gittati quelle faccie de’ Laponi impegolate di catrame, e quel
-tormento, che soffrivano quanti erano ivi uomini, ed animali da quei
-crudelissimi insetti. Le donne erano estremamente brutte, e sporche; e
-tutto indicava miseria.
-
-A Lapajervi noi cercammo informazioni sul viaggio, che dovevamo fare
-verso Kantokeino, e nulla ci fu detto di confortante. Eppure non si
-trattava che della distanza di 70 miglia: ma bisognava attraversare
-parecchi laghi, risalire, e discendere varii fiumi, affrontar paludi,
-rinunciare a trovare abitazioni di sorta, e a vedere stampa di umana
-creatura per tutto il viaggio. Al più ci si diede ad intendere che
-avremmo potuto trovare qualche pescatore lapone sul lago di Pallajervi;
-e su questa speranza rimontammo il fiumicello Pallajoki, che viene da
-quel lago. Ho detto già la fatica occorsa in navigarlo: gli ostacoli
-furono i medesimi, ed anzi crebbero, perchè molte volte fummo obbligati
-a portare noi stessi le nostre robe per alleggerire il battello. Quando
-poi giungemmo al lago si alzò un sì fiero vento, che il battello corse
-gran pericolo di sommergersi, prima di giungere all’isoletta Kintasari.
-Posto piede in essa, trovammo tre pescatori, i quali s’avean fatta una
-capannuccia con rami d’alberi, ed ivi aveano esposti al sole molti
-pesci per seccarli. In mezz’ora può farsi il giro di quell’isola,
-accanto alla quale ve n’ha un’altra più piccola. Da quella, in cui
-eravamo, vedevasi il circuito del lago, formato da piccole alture
-coperte di musco, con boschetti frammezzati di betulla e di abeti.
-Dappertutto poi avevamo d’innanzi il paesaggio, che ho già descritto;
-e la nostra immaginazione si esaltava a segno, che pareaci d’essere
-in un’isola incantata. Mai non avevamo veduta cosa simile: il sole non
-calava mai giù dell’orizzonte; non vedevamo altri colori che il bianco
-e il verde; e la forma delle casucce de’ pastori, e quella, novissima
-per noi, de’ fiori che smaltavano il suolo, la novità degli uccelli,
-che empivano i boschi, e facevano eccheggiar l’aria de’ loro canti:
-tutto ci riempiva di sorpresa, di ammirazione, di diletto. La nostra
-tenda quando fu piantata, pareva la reggia dell’isola dominante; e
-superava in lusso la capannuccia de’ nostri Laponi, come la residenza
-di un sultano dell’Asia supera le catapecchie de’ suoi schiavi.
-Ci mettemmo nel nostro battello per contemplare in distanza quel
-nostro regno chimerico; e n’andammo superbi. Avevamo fatto stendere
-nell’interno della tenda foglie di betulla, e musco; ed olezzava il
-luogo di un grato profumo. I nostri pescatori erano incantati dello
-splendore di un tale stabilimento; e per la prima volta poterono farsi
-idea delle pompose abitazioni de’ popoli inciviliti!!!
-
-Tre giorni ci fermammo ivi deliziandoci; e que’ tre giorni ci parvero
-corti. Ivi non avevamo il flagello delle zenzale, poichè un vento assai
-forte ne le avea cacciate lungi: quel vento avea anche rinfrescata
-l’aria. Noi andammo raccogliendo piante ed insetti, e cacciando
-quadrupedi, ed uccelli; ed un nuovo piacere ci recava il ritorno de’
-nostri pescatori: ritorno che assai prima che li vedessimo, venivaci
-annunciato da una nube di rondinelle acquatiche, le quali nudrendosi
-di piccoli pesci non cessano di fare la loro corte a’ pescatori,
-trovando sempre di che guadagnarvi. Per lo che questi uccelli, pieni
-d’intelligenza, veggonsi regolarmente venir la mattina al luogo ove i
-pescatori hanno dormito, quasi avvertendoli qualmente è tempo di porsi
-all’opera; e partono coi battelli pescarecci, e servono a’ pescatori in
-luogo di bussola, volando innanzi a quelle parti del lago, ove veggono
-l’adunamento de’ pesci, perciocchè hanno vista acutissima. Le loro
-grida poi, e il loro immergersi nell’acqua serve per non fallace segno,
-che con ottimo successo in quella parte saranno gittate le reti. Quelle
-rondinelle sono sì famigliari co’ loro amici, che vengono sul battello
-in presenza loro; e come lo scoppio delle nostre armi avrebbe potuto
-spaventarle, i nostri pescatori pregarono a non usarne; e così feci.
-
-Mentre però così ci sollazzavamo in codesta isola incantata, non
-perdevamo di mira il nostro viaggio. Mancavaci qualche Lapone
-viaggiatore, che ci ajutasse ad attraversar le montagne colle sue
-renne, e ci aditasse i passaggi, pe’ quali potere inoltrarci alla
-nostra meta. Uno de’ nostri pescatori andò per cercare, ed accordare
-chi ci prestasse l’opera, della quale abbisognavamo; e trovò, ed
-appuntò tutto, e noi movemmo al luogo, ov’egli avea concertato che
-troveremmo que’ Laponi. Erano sei uomini, ed una ragazza di circa
-diciotto anni. Stavano sdrajati sotto una betulla, a’ rami della quale
-aveano appese lo loro provvigioni, consistenti in pesce seccato al
-sole, ed aveano in mezzo a loro un gran fuoco, a cui facevano arrostire
-pesce fresco, infilzato in una bacchetta, che andavano voltando di
-tratto in tratto, affinchè quel pesce prendesse il calor del fuoco per
-ogni verso. La ragazza fu la prima a vederci giungere; e n’avvertì i
-suoi; ma essi nè si mossero allora, nè alcun’attenzione mostrarono per
-noi quando fummo smontati di battello. Erano costoro vestiti di una
-specie di camiciotto annerito dal fumo, e fatto di pelle di renna, con
-un collo alto di dietro, e ben dritto: aveano alle reni una cintura,
-che stringeva quel camiciotto, a modo che gli dava l’aria di un sacco,
-ove riponevano tutto quello, ch’era di loro uso: portavano inoltre
-de’ pantaloni, e degli stivaletti; cose fatte anch’esse di pelle di
-renna; e i piedi di quegli stivaletti erano molto larghi, e pieni di
-una sorta di fieno ch’essi pestano, e rendono morbido quanto la canapa.
-La ragazza avea de’ pantaloni anch’essa, e degli stivaletti come gli
-uomini; ma i suoi vestiti erano di lana, e di un panno verde era il suo
-berretto, che s’alzava dritto, e colla punta sulla cima della testa, a
-un di presso come il berretto degli antichi popoli della Scizia.
-
-Que’ Laponi erano quasi tutti piccoli; e i tratti della loro fisonomia
-più caratteristici consistevano in avere le gote spianate, il mento
-aguzzo, e molto sporgenti gli ossi delle guancie. La ragazza era
-lontana dall’esser bella. Di sei uomini quattro aveano i capelli
-neri: cosa che mi fece presumere che tra i Laponi prevalesse questo
-colore, con che si distinguessero dai Finlandesi, non ne avendo io
-tra questi trovato uno solo che avesse i capelli di questo colore.
-E le persone poi, e il vestito di codesti Laponi, erano di una
-sporcizia inesprimibile: tenevano nelle mani il pesce che doveano
-mangiare, e l’olio che ne colava, dalle loro braccia scendeva alle
-maniche del vestito, sicchè anche da lontano se ne poteva sentir
-l’odore. La ragazza era passabilmente netta; ed avea qualche cosa di
-quella decenza, che forma il più bell’ornamento del suo sesso: il che
-potemmo vedere dal modo di ricusare la bevanda che le si offeriva, e
-segnatamente l’acquavite, ch’essa pure amava quanto gli uomini. Onde
-dissi meco stesso: ve’ dunque, che anche in mezzo alla Laponia le donne
-hanno quell’affettazione di modestia, quell’aria di ricusare ciò che
-pure desiderano vivamente di avere!
-
-Noi sbarcammo le nostre robe, e saldammo i nostri conti co’ buoni
-Finlandesi che sì fedelmente e sì bene ci aveano servito da Muonionisca
-fin lì. Avemmo per essi tutti i riguardi, che il loro buon procedere
-poteva aspettarsi; e vedemmo un sincero sentimento di affetto, e di
-riconoscenza destar loro le lagrime; e ci presero per le mani, e ci
-dissero le più toccanti cose. A modo che i Laponi, che furono testimoni
-di questa scena, a malgrado del loro carattere flemmatico ne sembrarono
-commossi: cosa che a noi fece piacere, perchè potevano formarsi buona
-idea di noi.
-
-La partenza da noi di que’ buoni Finlandesi fu un’epoca notabile nel
-nostro viaggio. A noi in quel momento parve di rimanere distaccati dal
-rimanente del mondo; e veramente la nostra situazione era critica. La
-sorte nostra stava tutta nelle mani di que’ Laponi; e da essi dipendeva
-non solo il compimento del nostro viaggio, ma la vita nostra medesima.
-Solamente ch’essi avessero creduta impossibile la continuazione del
-nostro viaggio, e ci avessero abbandonati a noi, come ritornare alla
-beata nostra isoletta di Kintasari? Non avevamo più battello, con cui
-attraversare il lago, sul quale essa giace. Questi tristi pensieri ci
-occupavano: se non che d’altra parte poi considerammo, che que’ Laponi
-non erano un popolo crudele; e quantunque fossero sette colla ragazza,
-noi, sebben quattro soli, eravamo bastantemente forti per farli stare
-al dovere. La ragione, per la quale erano venuti in tanti, dissero
-essere per dover portare le robe nostre, attesochè in quella stagione,
-in cui eravamo, le morditure delle zenzale rendevano intrattabili
-le renne, e talvolta pericolose, perchè sì forte è il tormento, che
-soffrono da quegl’insetti, che arrabbiano disperatamente fuggendo.
-Caricaronsi dunque delle robe, spartendole tra loro colla discretezza
-di darne meno a chi era meno robusto. Per animarli a ben servirci,
-nell’atto che facevano gl’involti, noi demmo a ciascheduno un bicchiere
-di acquavite, e ne promettemmo un secondo al momento della partenza.
-Ma appena ebbero avuto questo secondo ne chiesero un terzo, giovandoci
-di un proverbio lapone, che dice: _Prima di porti in viaggio bevi un
-bicchiere di acquavite per la salute del corpo; e partendo bevine
-un altro per trovar coraggio a terminarlo._ In fine ci mettemmo in
-istrada: uno di loro andava innanzi a tutti: gli altri lo seguivano in
-fila ad uno ad uno; e noi facevamo la retroguardia per vegliare sulle
-cose nostre, e nissuna se ne perdesse: ma stando di dietro a coloro,
-rimanevamo ammorbati dal pestifero odore, che cominciarono a tramandare
-tosto che si posero in sudore: chè flagello di puzza simile non soffrii
-in vita mia giammai.
-
-Estremo era il caldo, montando il termometro all’ombra a 29 gradi, e a
-45 gradi esposto al sole. Il terreno ci abbruciava i piedi, e i pochi
-alberelli, che potevamo incontrare, non ci difendevano dai raggi del
-sole. Eravamo poco meno che soffocati; e per giunta dovevamo portare
-abiti di panno ben fitto per salvarci possibilmente dalle punture delle
-zenzale; intanto che il velo, con cui tenevamo per la stessa ragione
-coperta la testa, c’impediva la libera respirazione. E questo gran
-caldo operava pure potentemente sui nostri Laponi, che aveano bevuto
-i tre bicchieri d’acquavite. Costoro si fermavano a prender riposo ad
-ogni momento, e domandavano altr’acquavite. Ben ci accorgemmo di non
-aver più a fare co’ Finlandesi, sobrii al pari che robusti, operosi ed
-arditi: costoro invece non pensavano che alla loro gola. In sei miglia
-che facemmo si fermarono cinquanta volte, e sempre chiedendo acquavite.
-Se non fossimo stati forti a ricusarla, non saremmo andati innanzi di
-più in quel giorno. Per fare sei miglia ci vollero sei ore: bisognava
-che li cacciassimo innanzi per forza, e ben guardare che non si
-allontanassero. Quando uno di loro cadeva, tutti gli altri fermavansi;
-e quello era il segnale di far alto: con che tutta la carovana si
-gittava per terra: e ci volevano suppliche d’ogni maniera per farli
-alzare. Finalmente arrivammo alle sponde di un picciol lago detto
-Kerijervi, sulla destra del quale stendesi una catena di montagne, che
-forma il confine del Finmark, ossia della Laponia norvegia e svedese.
-Ivi trovammo due battelli interamente sdrusciti con remi mezzo rotti
-e disuguali in lunghezza, i quali erano stati tutto il lungo inverno
-sepolti nella neve, ed esposti alla inclemenza delle stagioni. Con
-questi dovevamo attraversare per due miglia quel lago. Due dei nostri
-Laponi si misero a remigare, e due altri a cacciar fuori continuamente
-l’acqua che entrava nel battello per le fessure: certo essendo che se
-non avessero posta in tale operazione la maggiore possibile attività,
-noi saremmo rimasti annegati. In sì gran frangente ci toccò eziandio
-di vedere i nostri remiganti andare con tanta flemma e indolenza, con
-quanta sarebbesi potuto andare in una partita di piacere; e se toccammo
-infine la riva sani e salvi, noi non ne fummo obbligati che al nostro
-gridare, pestare, minacciare, bastonare infine sì poltrona canaglia;
-e metterci all’opera noi medesimi tanto coi nostri cappelli cacciando
-fuori l’acqua, quanto colle nostre braccia vogando.
-
-
-
-
-CAPO XIII.
-
- _Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori
- laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi
- sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque
- adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi
- nomadi. Arrivo a Kantokeino._
-
-
-Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una
-delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa
-pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità.
-Che pianta dunque era questa? Era un’angelica della miglior forza e
-vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più
-eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell’uomo
-piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni
-avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono
-mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo
-debbo all’angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed
-essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti
-e poco sani cibi, de’ quali la necessità ci obbligava a far uso,
-com’erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di
-tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l’acquavite. Prova
-n’è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica,
-spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni.
-
-Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci.
-L’aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall’odore
-esalato da que’ sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai
-alto, e l’ingombro de’ cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo
-più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del
-fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco
-con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la
-notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma
-le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir
-bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L’aria era poco
-agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era
-di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere
-tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo
-che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di
-quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci
-dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun
-altro partito trovammo, che quello d’immergere la testa nel fumo ad
-ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il
-calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo
-ci parve preferibile all’orrore d’inghiottire ad ogn’istante insetti
-sì disgustosi: d’altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra
-tenda, perchè l’opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano
-bisogno di riposo.
-
-Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le
-azioni di que’ Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un’idea
-de’ loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano
-e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però
-erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione
-veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano
-acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre
-robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le
-loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata:
-nè i loro genitori s’imbarazzavano punto di ciò che facessero, come
-se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi
-tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare
-diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire
-in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre
-poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que’ Laponi vi si assisero
-intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza
-fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla
-volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n’avea preso abbastanza
-si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così
-vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun’altra
-regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell’appetito
-e dell’istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano,
-o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire,
-cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi
-fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere
-perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi.
-Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere
-cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro
-condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre
-facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di
-convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre
-domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro
-semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon
-senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più
-stupido; e non v’è passione più atta a produr questo effetto, quanto
-l’amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba.
-Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii
-in quelle deserte regioni per predicarvi l’evangelo, non solamente
-que’ zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese
-del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano
-ricompensarli delle pene che a riguardo d’essi s’aveano prese. Quel
-popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e
-senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così
-gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente
-fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta
-che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa
-e le corna, poichè la carne mangiavasi dall’offerente. Si può quindi
-presumere che non senza rincrescimento que’ poveri Laponi si vedessero
-sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano
-in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni
-per carattere, e per fisica costituzione; d’altra parte dispersi e
-disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente
-alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza
-al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna,
-a tutto quello che a’ quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad
-intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte
-del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione
-le requisizioni de’ missionarii, i quali in ricambio gli promisero la
-felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di
-mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla
-sera. Ma l’interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi
-non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto
-dovessero essi dividere quanto aveano cogl’inviati di un governo, la
-cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna
-utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati,
-che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui,
-piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi
-nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione,
-nè profitto da persone, le quali infin de’ conti bevendo e mangiando,
-consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così
-la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali
-contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne’ recinti delle loro
-montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite
-per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni.
-Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto
-la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che
-abitano, non converrebbe ad alcun’altra razza d’uomini. Essi trovano
-nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta,
-il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di
-alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che
-due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro
-greggie, v’è spazio bastante perchè l’una si accosti all’altra, e le
-tenga il discorso che _Abramo_ tenne a _Lot_: _Se tu prendi a mano
-manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a
-manca._
-
-Noi stentammo molto a persuadere que’ Laponi, che non eravamo nè
-re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno
-d’istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste
-erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i
-discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi
-il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a
-mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo,
-o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per
-ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni.
-
-Cercando noi di stabilire qual potess’essere il calore del sole a mezza
-notte, tempo in cui colà non è alto sull’orizzonte più di due o tre
-de’ suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre
-pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo
-come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero
-per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra
-essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed
-avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto
-è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che
-s’inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A
-tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll’aria della più
-grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi
-della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non
-facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse
-la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E
-quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero,
-ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro,
-ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state
-divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de’ Laponi noi
-avevamo udito parlare in Uleaborg.
-
-È un singolar fenomeno questo, che il numero de’ lupi in Laponia siasi
-aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della
-guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo:
-io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori,
-e sul presente sospendere ogni giudizio.
-
-Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal
-pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti
-col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo
-d’avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte
-del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri
-Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni
-minimo intoppo, che incontrassero.
-
-All’atto d’imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la
-ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi
-stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d’essi nuotava in
-avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era
-continuamente occupato a gittar fuori del battello l’acqua. Costoro,
-senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di
-andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima.
-La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in
-essersi internati nell’alveo di uno minore, che in quello metteva
-foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d’aver fatto, e di
-fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a
-Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo
-starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch’era loro intenzione
-raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte
-parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del
-pesce in quelle acque, ch’essi ne presero in gran copia in tutte le
-reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le
-reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno
-alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo
-seccano all’aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori,
-e quelli dell’isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine
-tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le
-asciugano tratte che le abbiano dall’acqua: i primi le lasciano marcire
-nell’acqua. Ma que’ di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia;
-quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l’estensione del
-termine.
-
-Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del
-Pepojovaivi, e dell’Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo,
-d’onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo
-diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali
-presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle,
-che non solo s’alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche
-dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i
-pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per
-attrappare gl’insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi
-anch’essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro
-ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili,
-nè guari pericolose: pe’ nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco,
-e massime per quel bravo _Simone_ di Kollare; ma per codesti Laponi
-erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a
-passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond’è che ci
-toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada
-a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello,
-e uno solo rimaneva sopra ciascuno de’ due. Il primo procedeva
-innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di
-betulla, e l’altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o
-moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per
-caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con
-una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l’aveano abbrancata,
-addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero
-lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a
-fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda.
-La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben
-più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde
-non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio
-noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi
-che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro
-qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare
-angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere
-una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d’acqua, e tutto
-pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe
-pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza
-il Lapone che maneggiava i remi s’alzò dal suo sedile; e vedendolo
-prendere un’aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande
-sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto
-da costui con tanta importanza non avea altr’oggetto che di scaricare
-il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza
-con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo
-con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro
-poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso
-a queste minute particolarità per dare una idea de’ loro costumi, e
-delle loro abitudini.
-
-Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento
-della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il
-quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire
-abbastanza l’attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da
-questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che
-noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender
-esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre
-coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non
-mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de’
-laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre
-operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente
-di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso
-de’ cespugli, e de’ boschetti esso faceva alzare la selvaggina,
-la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que’ luoghi è
-abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare
-a codeste regioni, e particolarmente all’_anitra nera_, e ad un’altra
-_anitra_, distinta per la _coda aguzza_, come pure ad alcune razze
-d’oca, e massime a quella che chiamasi _anitra albifronte_, e a’
-_tetrai_, qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal
-fiume a Kantokeino, che n’è distante da circa un miglio. Noi arrivammo
-a Kantokeino un’ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando
-tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle
-case, e gli uomini sulle strade. La scarica de’ nostri archibugii era
-stata il motivo del loro terrore, perchè è d’uopo ricordarsi che a
-mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare
-agli uccelli a quell’ora; e la gente del paese misura le azioni della
-vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il
-dì, e l’altra la notte.
-
-
-
-
-CAPO XIV.
-
- _Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine apparentemente
- irragionevole. Musica lapona. Maestro di scuola: sue imprese,
- e sua singolare incombenza. Notizie statistiche su questa
- parrocchia, e stato economico de’ suoi abitanti. Partenza,
- e cordiali addii delle donne del villaggio. Il bel fiume
- dell’Alten. Cataratta magnifica. Rapidità singolare della
- corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra colle zenzale. Incontro
- di un pescatore di sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten._
-
-
-Fino all’epoca, in cui mettemmo piede in Kantokeino, questo villaggio
-era stato considerato come un’isola inaccessibile in questa stagione
-dell’anno ad ogni viaggiatore. Il paese che lo circonda, viene dai
-geografi danesi descritto come pieno di aspre montagne, separate le
-une dalle altre da paludi impraticabili. E la sicurezza, in cui questa
-opinione poneva gli abitanti, veniva ad essere stata turbata, siccome
-ho detto, dalla esplosione delle nostre armi da fuoco. Non sapevano a
-che attribuire quel rimbombo, ed erano ben lontani dal pensare di poter
-avere una visita di alcuni stranieri curiosi.
-
-Kantokeino è un villaggio di quattro famiglie, e di un ministro del
-culto che serve la chiesa. Il villaggio fu compreso nei domini del re
-di Danimarca nella linea di demarcazione stabilita, e riconosciuta da
-questo monarca, e da quello di Svezia. Osservando la carta non si sa
-comprendere come sia stato preso qui il confine, in luogo di seguire
-le creste delle montagne, separazione più naturale tra il mezzodì, e
-il settentrione, quando diversamente si è fatto voltare il territorio
-danese verso il mezzodì con un angolo verso la Laponia, che dovrebbe
-appartenere alla Svezia. Cercammo la ragione di un fatto contrario,
-per ciò che apparisce, alla ragione ed alla giustizia; e ci fu detto,
-che il commissario svedese si era lasciato corrompere dall’oro della
-Danimarca, quell’uomo dipingendoci come perduto tra le donne e il vino.
-Il mio colonnello svedese non mancò da buon patriota di rimaner colpito
-da tanto tradimento dell’interesse del suo paese; e facemmo insieme
-cento considerazioni, non solo sui differenti mezzi che la malizia
-umana può condurre gli uomini a corrompere, e a lasciarsi corrompere;
-ma eziandio sulla sottigliezza, e sui secondi fini, che i diplomatici
-possono avere nelle transazioni politiche. Fatto è intanto che tutti
-que’ discorsi, e tutte le nostre investigazioni, e deduzioni reggevansi
-sopra un falso supposto. La vera ragione di quella eccentrica linea di
-demarcazione era cosa tutta naturale, e conforme al trattato del 1751
-concluso tra le Corti di Stockholm, e di Copenaghen, nel qual trattato
-restò convenuto che i confini tra i due Stati sarebbero fissati dalla
-sorgente de’ fiumi: cioè, che tutta la estensione de’ paesi percorsi
-dai fiumi scendenti all’Oceano-glaciale sarebbe della Danimarca, e
-della Svezia quelli, i cui fiumi cadessero nel golfo della Botnia.
-Un anno incirca dopo il mio viaggio in Laponia conobbi a Drontheim,
-capitale della Norvegia settentrionale, il commissario danese, ch’era
-stato impiegato in quell’affare, uffizial bravo, ed uomo per ogni verso
-rispettabile, il quale mi diede conto del vero motivo della cosa, e
-rise della favola, che ne correva.
-
-I miei leggitori s’immagineranno facilmente che io ho assai poche cose
-da dire di Kantokeino. Debbo dire però, che tra i suoi pochi abitanti
-uno ve n’era, il quale qualificavasi col titolo di maestro di scuola:
-denominazione che mi fece concepire un’alta idea de’ Kantokeinieni;
-e m’aspettava di trovare un simulacro di curato, simile a quello di
-Muonionisca. Codesto personaggio, dissi tra me, verrà indubitatamente
-a gustare la nostr’acquavite, e ci parlerà un poco di latino misto a
-qualche parola lapona. Ma non ci era riserbata sì bella sorte. Il vero
-pastore era assente, andato in Norvegia a trovare i suoi parenti; e per
-ordinario i ministri e i missionarii durante l’estate non rimangonsi
-in Laponia: cosa che nella circostanza a noi fu giovevole, perchè
-trovammo vuota la sua abitazione, la quale però non consisteva che in
-una camera; e d’essa approfittammo. Ivi adunque riposammo rifacendoci
-delle fatiche sofferte; e ci trovammo poi meglio disposti a visitare
-il villaggio, ove vedemmo tutta la potenza delle leggi emanate dalla
-Danimarca.
-
-Il nostro primo pensiero fu quello di pagare le nostre guide. Ma prima
-di licenziarle volemmo assicurarci da noi medesimi de’ loro talenti in
-un altro genere di cognizioni, distinto da quello, in cui ci aveano
-comprovata la loro industria. Noi desiderammo di udirli cantare; e
-così prender notizia della musica lapona. Per ottener questo feci
-giuocare denaro ed acquavite, senza alcun costrutto: perciocchè que’
-miserabili non seppero infine far altro che qualche urlo spaventoso,
-a segno che mi vidi obbligato a turarmi ben bene le orecchie. Laonde
-dovetti infine persuadermi che i Laponi erranti non hanno veruna idea
-della minima armonia; e che sono assolutamente incapaci di un piacere
-che la natura, per quanto ho potuto apprendere, non ha negato a nessuna
-orda, o nazione. La musica pratica sembra essere affatto sbandita
-in queste contrade isolate e deserte. In esse non v’è altra musica,
-che quella, la quale gli uccelli fanno sentire ne’ boschi; quella
-de’ ruscelli scorrenti sui loro letti ghiajosi; quella de’ venti che
-fischiano attraversando le folte foreste; quella infine delle acque di
-tanti fiumi, che precipitansi giù per le frequenti cataratte. Ho però
-voluto tener conto di quegli urli, che ho accennati. Poche sono le note
-da me registrate; più poche di quelle ch’essi urlando espressero; ma
-queste non erano altra cosa che una precisa ripetizione delle prime.
-Non mancai nemmeno di cercar ragione di certe parole, che articolavano
-in que’ loro suoni, domandandone il significato al nostro interprete,
-e sperando di udire che si trattasse di qualche tratto di un inno
-nazionale, o di cosa simile; ma quelle parole che gridavano, anzichè
-esprimere, non erano che una monotona e sciocca ripetizione delle
-stesse idee sulle quali ritornavano in maniera insopportabile. P. e.:
-_buon viaggio, miei buoni signori, signori, signori, signori, signori:
-buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, miei buoni signori,
-signori: un buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, etc._,
-così tirando innanzi fin che avessero fiato; e quando il fiato era
-mancato la canzone rimaneva finita.
-
-Ho detto dei musici laponi: debbo dire del maestro di scuola lapone.
-Il titolo, quando lo intesi la prima volta, mi fece senso, considerando
-che si era in un paese enormemente lontano da ogni fonte d’istruzione;
-e se non altro per la singolarità del caso, colui che se ne
-qualificava, avea ragione di andarne superbo. Ed infatti n’era invanito
-come un cortigiano che nei nostri paesi arrivi ad avere un cordone, od
-una tracolla rossa o turchina. Ad osservarlo, gli si vedea in faccia
-l’uomo glorioso e beato. Ma costui non era in sostanza nè di persona,
-nè di maniere più che un vero lapone, come tutti quanti quelli, in
-mezzo ai quali viveva; se non che per un difetto di conformazione egli
-avea qualche cosa in proprio, per cui nel camminare faceva ridere;
-e questa qualche cosa era il tenere i piedi costantemente rivolti di
-fuori nella maniera che i nostri maestri di ballo chiamano di prima
-posizione.
-
-Quest’uomo, stato qualche tempo in Norvegia, avea imparata la lingua
-danese, o più veramente il gergo che si parla in Norvegia; e questo era
-stato il gran capitale, che gli avea fruttato l’impiego più singolare
-che io m’abbia mai avuta occasione di osservare in alcun paese del
-mondo. Il ministro della parrocchia non sapendo una parola della
-lingua lapona non poteva comunicare i suoi pensieri al suo uditorio;
-e intanto voleva, o per dir meglio, doveva predicare. Per rimediare
-all’inconveniente, ecco il partito che si prese. Il maestro di scuola
-si metteva sotto la cattedra; e quando il ministro avea recitato un
-periodo del suo sermone, si fermava; e il maestro di scuola lo ripeteva
-a tutta l’adunanza in lingua lapona. Immaginate l’effetto che dovea
-produrre su que’ popolani la così interrotta e mutilata eloquenza del
-pastore; e confesso che avrei pagato qualche bella cosa per trovarmi
-testimonio di questa scena. Siccome poi il predicatore non sapeva una
-parola di lapone, e perciò non intendeva cosa il maestro di scuola
-gli facesse dire a quella povera gente, l’assurdità della scena
-evidentemente cresceva; e per certo voleavi in quel pastore la più gran
-buona fede del mondo per lusingarsi, che la sua predicazione facesse
-frutto.
-
-Del resto importa assai al governo danese che la lingua sua si
-estenda possibilmente in tutte codeste contrade; e per questo esso ha
-stabilito in Kantokeino un maestro di scuola, che insegni il danese
-nelle vicinanze, ed istruisca tutti quelli, che possa tirare a sè. Ma
-non pareva che quel maestro avesse molto approfittato nella sua dimora
-in Norvegia, almeno per ciò che riguarda il buon gusto, perciocchè
-volendo prender moglie avea fatta una scelta, da cui Iddio guardi ogni
-fedel cristiano. La moglie di costui era una donna non alta più di
-tre piedi e mezzo, e la più sporca e brutta che potesse mai vedersi di
-là del circolo artico. Però ci parve che in ricambio il marito avesse
-acquistato in Norvegia l’arte astuta della persuasione; e che sapesse
-molto innanzi in fatto di galanteria; perciocchè s’avea acquistato il
-cuore di una giovinetta della parrocchia, la quale poco tempo dopo si
-trovò in uno stato, da cui la indiscrezione scoprì quanto il maestro di
-scuola fosse stato capace d’insegnarle. Questo fatto mise in un brutto
-imbroglio il pubblico funzionario tanto rispetto alla ragazza, quanto
-rispetto alla moglie, la quale era ben lontana dal doverlo tassare
-d’infedeltà. La cosa però finì bene, perchè la creatura nata morì
-dopo pochi giorni di vita; e la moglie del maestro di scuola prese più
-vanità dai favori che suo marito avea ottenuti, di quello che rimanesse
-mortificata dalla prova che le era stato infedele.
-
-Prima di abbandonare Kantokeino è giusto esporre alquante osservazioni
-di statistica, e di geografia riguardanti il paese. In tutto il
-distretto della parrocchia, che si estende per circa 200 miglia in
-lunghezza sopra 66 di larghezza, non vi sono che due luoghi occupati da
-stabilimenti di Laponi, i quali tutti insieme non contano più di dodici
-fuochi: gli altri abitanti sono tutti della classe de’ pastori erranti;
-e per questa ragione non si può additare il numero degl’individui. I
-Laponi erranti durante l’inverno abitano paesi montuosi; e vanno colle
-loro tende, e colle loro renne da un luogo all’altro. In estate poi si
-volgono alle coste, onde avere più facile la pescagione. Ne’ contorni
-di Kantokeino trovansi alcune belle praterie, e terre coltivabili,
-che danno orzo e segala, quanto per sei mesi possono gli abitanti
-consumarne. Qui non si hanno cavalli; e chi vuol viaggiare deve far
-uso delle sue gambe, o andare per acqua in battello, se è estate: in
-inverno si va colle slitte tirate dalle renne. Il fieno che si taglia
-serve per le vacche: le granaglie che si raccolgono, vengono messe
-in farina, poichè la farina è diventata un articolo di sussistenza sì
-necessario agli abitanti, che chi non ne ha per tutto l’anno è stimato
-poverissimo. Ma i Kantokeinieni si ajutano anche più colla pescagione,
-e cacciagione; ed un popolo avvezzo a tutte le vicende di una vita
-errante, preferisce alle laboriose occupazioni dell’agricoltore questi
-mezzi, comunque incerti, onde provvedere a’ suoi bisogni. Il pesce
-che per loro è superfluo, lo cambiano in granaglia; e così fanno delle
-pelli d’orso, e d’altri animali. Bisogna però dire, che qui i fiumi,
-e i laghi sono tanto abbondanti di pesce, che vi si può fare sopra i
-conti con tutta sicurezza. Così un Lapone guadagna più sopra una pelle
-d’orso, che sul raccolto che potesse dargli un mezzo acro di terreno
-coltivato.
-
-La maniera di dar la caccia all’orso in Laponia è la stessa che si usa
-in Finlandia; ma la caccia della renna selvatica esige sì violenta
-fatica, che non vi vuole che un Lapone per sostenerla. La renna
-selvatica non vive in compagnia, ama di star sola in mezzo de’ boschi
-e nelle montagne; ed ha un incredibile istinto per guardarsi da ogni
-pericolo. Quando un Lapone la scopre, e lo fa alla distanza di un
-mezzo miglio, fa un giro sotto vento, e va insensibilmente guadagnando
-terreno, a forza di strascinarsi a quattro piedi, ed anche sul ventre,
-finchè possa giungere a tiro di fucile. Un Lapone mi ha assicurato
-d’essersi così strascinato attraverso del musco, e de’ cespugli per
-cinque miglia per giungere a luogo più conveniente, onde prendere di
-mira la sua preda.
-
-Ogni anno in febbrajo si fa una fiera in Kantokeino, alla quale
-accorrono i Laponi del vicinato, e i mercatanti di Tornea. Questi
-prendono pelli di renne, di volpi, d’orsi, di lupi, e guanti e
-stivaletti; e danno invece flanelle comuni, acquavite, tabacco, farina
-e sale.
-
-Gli abitanti hanno delle vacche, le quali somministrano loro del
-latte; ed hanno montoni, della cui lana si giovano pei loro bisogni.
-Quando per nudrire le vacche non hanno fieno sufficiente, raccolgono
-il musco, di cui le renne si nudrono; e la necessità fa che le vacche
-se ne contentino. Pe’ montoni v’ha sulle montagne una specie di musco,
-ch’essi mangiano volentieri; e come codesti animali non sono un oggetto
-di cambio, vengono generalmente venduti per poca cosa: per modo che
-noi, comprandone per nostro uso, non li pagammo più di 18 soldi l’uno.
-
-Il popolo di questa contrada non è senza cognizione dell’uso della
-moneta; nè può dirsi senza passione di averne: di che ci fu prova,
-quando ci disponemmo a partire, l’esserci stato domandato un piccolo
-scudo al giorno per ognuno degli uomini, che dovevano accompagnarci;
-somma enorme per quel paese, e considerabile per noi, che avevamo
-bisogno di cinque persone. E quando il nostro interprete volle dire
-che tale pretensione era stravagantissima, seppero rispondere che
-nella stagione andando alla pesca avrebbero guadagnato di più. Nè
-mancarono certamente di calcolare, che siccome ben di raro si veggono
-viaggiatori in quelle contrade, se ne capitano alcuni fuori di fiera, e
-senza straordinaria evidentissima ragione, si deve credere che abbiano
-molto denaro, o che sieno mandati dal governo per esaminare il paese; e
-conseguentemente che sieno ben pagati dal re. In quanto poi a noi non
-avevamo altri del cui servigio giovarci. Ci acconciammo dunque a que’
-patti.
-
-Il dì 9 di luglio fu quello della nostra partenza da Kantokeino. Il
-tempo era bello: il termometro di _Celsius_ segnava all’ombra 25 gradi,
-e 40 esposto al sole: messo nell’acqua si abbassava ai 19. Le donne
-del villaggio vennero ad accompagnare i loro mariti sino al fiume;
-e ci diedero con molta cordialità il buon viaggio. Il viaggio che
-intraprendevamo era lungo e penoso; e nissuno delle nostre genti lo
-avea fatto mai in estate. Eravamo nove persone in tutto; ed avevamo
-due battelli. La nostra partenza privò il villaggio di due terzi
-della sua popolazione; e lasciò in vedovanza per qualche tempo i
-cinque ottavi delle donne maritate. Queste donne ci seguirono cogli
-occhi finchè una svolta del fiume tolse alla loro vista la nostra
-flottiglia. E quella sì lercia, e sì piccola moglie del maestro di
-scuola non fu la meno cordiale ad attestarci l’interessamento sentito
-per noi, e il rincrescimento suo in separarsi da’ suoi amici, e da’
-suoi ospiti. _Addio, buon popolo! Addio, buona gente!_ queste furono le
-ultime parole che noi udimmo fino alla distanza, in cui esse poterono
-giungerci.
-
-Era il fiume Alten quello che prendevamo a navigare; e ci parve uno
-de’ più belli, che fino allora avessimo veduto. Esso è formato nel suo
-principio da una successione di laghi, differenti per estensione, e per
-figura, con isolette varie, ornate di bei gruppi di betulle: onde lungi
-dall’avere un aspetto aspro, e selvaggio, il paese potrebbe piacere
-anche in un clima temperato. L’acqua poi era chiara come un cristallo,
-e le sponde coperte di una sabbia finissima.
-
-Io debbo qui dire come, quantunque fossimo sempre durante questo
-viaggio sull’acqua, noi eravamo tormentati da una sete continua.
-L’acquavite ce la faceva crescere, e quella de’ laghi, e de’ fiumi,
-essendo troppo esposta all’azione continua del sole, ci nauseava. Ma
-se trovavamo una fontana ombreggiata da alberi, od uscente da qualche
-secreto sbocco di monte, oh! allora che delizia! Ne trovammo alcune di
-queste fontane, la cui temperatura non andava oltre i quattro, o cinque
-gradi; facevamo gozzoviglia da epicureo.
-
-Proseguendo il viaggio incontrammo una doppia cateratta in un sito ove
-le acque dell’Alten si uniscono tutte in un canale, che vien chiuso da
-un masso enorme di rupi. Ivi la velocità, colla quale la corrente si
-precipita, produce nel letto inferiore una tale agitazione, che vi si
-alza una nube di vapori, in cui la luce del sole rifrangendo forma il
-più maestoso arco baleno, che possa vedersi. Ma ivi non può passarsi
-per la lunghezza di un miglio: onde dovemmo strascinare per terra i
-nostri battelli fino al sito, in cui il fiume era praticabile. I Laponi
-che ci guidavano, aveano sul lembo della cascata stabilito un magazzino
-di pesci che facevano seccare al sole. Noi, dopo avere ammirato le
-selvaggie bellezze della cascata, accendemmo sulla riva un fuoco per
-preparare di que’ pesci, lessandone alcuni, ed altri arrostendone.
-Mangiato poi che avemmo ci rimettemmo ancora in viaggio, ed a misura
-che procedevamo, sempre più ci colpiva la magnificenza di quella
-cataratta; e i numerosi suoi accidenti spiegavano ognora più a’ nostri
-sguardi l’ammirabile loro maestà. Noi cedemmo al piacere di disegnarla.
-Ma cosa è il disegno in confronto della realtà?
-
-Noi prendemmo il cammino sopra un braccio del fiume, la cui corrente
-avea una tale rapidità, che al dire de’ nostri Laponi in un quarto
-d’ora facemmo circa otto miglia; e per provarci il fatto c’invitarono
-a tener l’occhio ai nostri orologi; e la prova ci mostrò che avevamo
-impiegati 20 minuti per fare un miglio di Norvegia, il quale appunto
-equivale ad otto de’ nostri. I nostri condottieri aveano allora bisogno
-di qualche riposo; e noi smontammo, ed alzammo le nostre tende presso
-la piccola chiesa di Massi alla dritta dell’Alten. Ivi accendemmo varii
-fuochi per difenderci da quegli eterni inimici, che trovavamo pronti da
-per tutto a succhiarci sino all’ultima stilla il nostro sangue. Intanto
-innanzi di riposare i nostri Laponi ci domandarono la permissione di
-andare a gittar la rete nel fiume, ove furono accompagnati dal nostro
-interprete. Un quarto d’ora dopo ritornarono con più di 200 pesci di
-diverse sorti, e grandezza; ed alcuni erano lunghi più di un piede. Se
-ne preparò una parte per nostro pasto: gli altri furono sventrati, e
-attaccati agli alberi perchè si seccassero.
-
-La mattina seguente prima di rimetterci in viaggio andammo a visitare
-la chiesa di Massi, situata in mezzo a boschi, e macchie a circa 300
-passi dal fiume. Se non avessimo ancora veduto Laponi, vedendo questa
-chiesa avremmo dovuto concludere che i Laponi sono uomini pigmei; ma
-come avevamo già veduto che i Laponi non sono pigmei, osservando la
-singolare picciolezza delle dimensioni, nelle quali questa chiesa
-è fabbricata, io mi sentii obbligato in coscienza a credere che si
-fosse qui fabbricato il modello della chiesa, anzi che la chiesa.
-Immaginatevi ch’essa ha una porta non alta più di tre piedi, un
-tetto alto ai fianchi sei piedi; e che l’edifizio totale, compreso il
-vestibolo, la nave, e la sacristia, non eccede in lunghezza 120, o 130
-piedi, e i 12 in larghezza. Più che penso a questa chiesa pigmea, e più
-mi perdo in mille fantasie, che non mi so spiegare. Che siasi voluto
-fare la satira delle colossali chiese che si ammirano in tutti gli
-altri paesi? Ma nè i Laponi s’imbarazzano a far satire sui paesi che
-non conoscono; nè sono stati sicuramente i Laponi, che hanno disegnata,
-e fabbricata questa chiesa pigmea.
-
-Avevamo navigato per venti miglia quando c’incontrammo in due Laponi
-di Kantokeino, venuti a cercar migliore pescagione. Nel sito, in
-cui eravamo giunti, dovevamo smontar di battello, e metterci a
-sgambettare sulla grande catena delle montagne, tra le quali l’Alten
-va serpeggiando, e ripiegandosi in mille giri. Esso presenta ivi
-varie cataratte, le quali rendono la navigazione impraticabile. I
-nostri cinque Laponi s’intesero con codesti due, onde si unissero loro
-ajutandoli a portare le robe nostre; e messi a terra i battelli, e bene
-assicurati ad alberi, ci ponemmo tutti a trottare per la montagna alla
-sinistra dell’Alten, vicinissimi ad un fiumicello chiamato Koinosjoki,
-il quale discende dal monte Kulli-tunduri. Questo fiumicello ha nel
-suo corso una cascata singolarissima in quanto che s’apre il passo
-attraverso di una rupe, che s’ha forata a modo di un ponte. Continuammo
-a salire per quattro buone miglia attraverso di betulle nane, e di un
-musco molto fitto: cosa che ci affaticava assai. Il cielo era coperto
-di nubi; ed il calore soffocante. Sarebbe bastato questo per una
-congrua penitenza della nostra temerità: ma, no signore: voleasi una
-giunta peggiore. La temperatura, che correva, era favorevolissima per
-le zenzale, che ad ogni nostro passo tra que’ cespugli, e quel musco
-uscivano a sciami, e ci avviluppavano dalla testa sino ai piedi. Dopo
-le quattro miglia, che ho dette, la montagna cominciò a comparire arida
-e nuda: non più un albero, che potesse darci idea di distanze: tutto
-il suolo era coperto di musco ordinario, salvo dove quell’immenso
-tappeto veniva rotto da paludi, da bacini d’acqua, e da laghi, il
-complesso delle quali cose rendeva il paese malinconico e tristo
-oltre ogni dire. In quel deserto andavamo ogni momento a pericolo di
-perderci, mancando d’ogni segno d’indicazione. Alla cima della montagna
-attraversammo uno spazio di circa 15 miglia, ora smarriti tra le nubi,
-ora inceppati nelle nevi, quantunque fossimo nel cuor dell’estate;
-e là la temperatura era ben cambiata. Fortunatamente le zenzale non
-aveano ivi ospitalità favorevole; e se non avessimo dovuto passare fra
-cespugli, appena avremmo provato da que’ crudelissimi nemici qualche
-assalto. Ma quelli, che sul principio del nostro salire la montagna
-avevamo fatti alzare, ci accompagnavano fedelmente anche lassù; e ci
-perseguitavano ancora in mezzo alla neve; nè aveamo mai un filo di
-vento che ci soccorresse. Nel passare per que’ tremendi luoghi vedemmo
-un lepre bianco, ed alcuni uccelli proprii di quelle alture, e ci venne
-in pensiero di far uso delle nostre armi. Ma que’ nemici ostinati
-c’impedivano anche questo piccol conforto per quanto stava in loro:
-imperciocchè dovendo noi cavarci i guanti per caricare, prender la
-mira, e toccare il punto, ci cadevano a migliaja sulla parte del corpo,
-che dovevamo lasciar nuda. Noi eravamo disperati, non avendo alla
-mano con che far fuoco, onde cacciare da noi quella peste. Andando in
-traccia di qualche albero ci abbattemmo fortunatamente in una capanna,
-che il più vecchio delle nostre guide ci disse essere stata eretta
-da alcuni mercadanti per luogo di loro riposo, e per iscaldarvisi in
-tempo d’inverno. Questa capanna non era più che un quadrato di otto,
-o dieci piedi, tutta di legno, e con in cima un’apertura per l’uscita
-del fumo. Noi facemmo chiudere quell’apertura per meglio conservare di
-dentro il fumo; e v’entrammo poscia quando accesovi il fuoco, fu piena
-di fumo tutta quanta. I malefici insetti allora furono obbligati ad
-abbandonarci. Noi eravamo lì stretti come le sardelle nel barile; ma
-così stretti, e così affumicati, non avendo per sedere, o giacerci che
-la nuda terra, dico apertamente che mi pareva di stare assai meglio,
-che in qualunque buona locanda d’Inghilterra, o di Francia. Primo
-nostro pensiero, così ammonticchiati tutti l’uno sull’altro intorno
-al fuoco, fu di prepararci la cena colla selvaggina procacciataci
-cammin facendo; e tuttochè non cessassero gli occhi di sgocciolarci
-pel fumo, andavamo lietissimi tracannando grossi bicchieri d’acquavite
-alla distruzione dei nemici, che ci tenevano bloccati. Dopo avere ben
-bevuto, e ben mangiato, e bevuto ancora, attortigliati insieme come
-le biscie ci addormentammo. Il tempo intanto si era mutato; ed un
-vento gagliardissimo erasi alzato, il quale minacciava di rovesciarci
-addosso la capanna. Non era quella capanna molto forte; ma grande
-consolazione era per noi il pensare che quel vento procelloso cacciava
-al diavolo quelle zenzale pestifere; e ad ogni fischio del vento ci
-dicevamo l’un l’altro: ecco i nostri nemici in piena rotta: l’assedio
-è finito; ed essi sono a qualche miglio lontani; e così dicendo ci
-addormentavamo placidissimamente di bel nuovo. Ma non era già vero che
-i nostri nemici fossero andati via; e ben ne feci io trista prova. La
-mattina corsi fuori della capanna senza guanti, senza velo, e senza
-cappello, avido di respirare l’aria fresca; e mi fermai ad osservare
-tranquillamente l’aspetto del paese, e volli anche fare un giro
-all’intorno della capanna per assicurarmi da me se noi fossimo in fine
-liberi dai nemici; quando eccoli uscire da una imboscata, e saltarmi
-addosso a sciami senza misericordia, e coprirmi in ogni parte. Come io
-mi dibattessi, come menassi e mani e piedi, lo lascio concepire a chi
-può farsi una giusta idea del flagello, sotto cui mi trovava. Corsi
-alla capanna, sperando nel fumo, che ivi avea lasciato; ma non ve n’era
-più ombra. Pare che il demonio avesse suggerito a que’ tristi insetti
-di accovacciarsi in tempo della procella nel di dietro di quella
-catapecchia per difendersi dalla violenza del vento, col proposito di
-ripigliare i loro assalti tosto che fosse ritornata la calma. Ed in
-fatti appena ci rimettemmo in viaggio, li vedemmo assalirci in maggior
-numero pur anche di prima.
-
-Noi dovevamo fare ancora 40 miglia prima di arrivare al villaggio di
-Alten. Il temporale durato tutta la notte non avea purgata l’atmosfera
-a modo che il cielo fosse rimasto chiaro; e lo spazio che dovevamo
-percorrere in quella giornata ci presentava una prospettiva quasi
-trista al pari dell’antecedente. Qualche volta considerando la quantità
-di neve che incontravamo, ci pareva di dover essere alti più che lo
-fossimo stati sulle montagne passate dianzi; e il nostro domestico in
-particolare non sapeva darsi pace vedendosi tanto vicino alle nubi,
-e parendogli d’essere lì lì per montare in cielo. Una volta, avendo
-voluto appressarsi ad una nube splendente di bei colori, tanto andò
-oltre, che si smarrì; e per qualche tempo lasciò noi incerti di sua
-sorte, poichè avendo sparati i nostri fucili per chiamarlo, tardò assai
-tempo a farcisi vedere. In fine incominciammo a discendere, e giungemmo
-come per incanto ad un paese ineffabilmente bello, e splendente, per
-la prospettiva maestosa che ne presentavano i monti, per la superba
-vegetazione, onde tutto era animato; e meraviglia, e contentezza
-ispirava agli animi nostri la confortatrice stupenda forma colossale,
-in che ogni cosa in quel nuovo mondo colpiva i nostri occhi. E crebbe
-ben presto il nostro piacere, singolarmente rivedendo di nuovo l’Alten,
-traente le sue acque fra ricchi prati, e con quella rapidità, che
-avevamo già ammirata nel nostro passaggio da Kantokeino a Koinosjoki.
-Da Kantokeino al bel luogo, ove allora ci trovavamo, spazio di 120
-miglia, non avevamo incontrata mai altra faccia umana, che quelle dei
-due Laponi aggiuntisi alla nostra brigata. Qui trovammo un pescatore
-venutovi per cercar de’ sermoni. Avea costui seco la sua donna,
-la quale quando sentì il calpestio nostro, fu così spaventata, che
-incominciò a persuadere al marito di prender la fuga insieme con lei
-per paura di rimaner preda di qualche bestia selvaggia, o di qualche
-incognito mostro. Ciò che dimostra come sia cosa assai straordinaria
-il trovare in que’ boschi deserti figure umane. Quando giugnemmo presso
-que’ due la donna non era rinvenuta ancora dalla paura. Quella donnetta
-era giovine; e il cangiamento che la paura avea portato nella sua
-fisonomia, la rendeva anche più interessante. Forse la solitudine, in
-cui eravamo, forse l’essere da tanto tempo privi del consorzio del bel
-sesso, contribuivano a destare in noi que’ dolci sentimenti. Ma era in
-lei anche qualche cosa, che poteva più direttamente contribuirvi: chè
-quella cara donnetta non era indegna d’aver posto tra le bellezze del
-Nord. Avea gli occhi neri, i tratti regolari, i capelli castagni......,
-ed io non poteva levarle gli occhi d’addosso; nè altro oggetto fuori
-di lei mi attraeva. Suo marito avea una buona provvigione di sermoni
-eccellenti; ed avea anche un vaso, in cui cuocerli. Incominciò a
-tagliarne due, o tre in sottilissime fette; le mise a bollire, e le
-conciò con alcune erbe, con sale, e con un pugno di farina d’orzo, che
-portava in un sacco; e di questa vivanda quel buon uomo ci regalò. Non
-avevamo nè piatti, nè forchette, nè cucchiai: supplimmo con pezzetti di
-scorza di betulla; e facemmo un desinare eccellente.
-
-Il battello di quel Lapone ci fu di grande utilità per discendere pel
-fiume, la cui corrente ci portò prestissimamente ad Alten, dopo tanta
-fatica fatta per quaranta miglia di sì aspra montagna. Ma altra giunta
-di fatica ci aspettava pur anco. Smontati del battello per entrare
-in un bosco, ove i sentieri che vedevamo, indicavano abbastanza che
-finalmente eravamo giunti in paese d’uomini, andavamo domandando
-alle nostre guide ad ogn’istante che andavamo innanzi, ove fosse
-Alten-Gaard; quante miglia avessimo fatte, e quante ci rimanessero da
-fare. Costoro non ne sapevano più di noi; e finimmo col riconoscere che
-ci eravamo intricati in un laberinto, sicchè dopo aver camminato un’ora
-e più ci trovammo precisamente sul luogo, in cui avevamo posto i piedi
-uscendo del battello. Ad onta però della fatica fatta, e di quella che
-dovevamo fare ancora, non potemmo trattenerci dal ridere, prendendo la
-cosa con filosofica disinvoltura; ma per non cadere di nuovo in errore,
-ricorremmo al nostro compasso, indicando alle guide il punto, a cui
-meglio doveano dirigersi. Ciò produsse buon effetto; ma ci rimanevano
-otto miglia di strada; ed eravamo tutti non mediocremente stanchi. Ci
-rifuggimmo in una casa, che per gran ventura trovammo; ed ivi prendemmo
-riposo. All’indomani arrivammo alla abitazione di un mercante norvegio,
-il quale è il solo, che con alcuni suoi uomini costituisca il popolo di
-Alten-Gaard, tanto da noi desiderato.
-
-
-
-
-CAPO XV.
-
- _Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale. Abitanti di
- Alten, ed ospitalità avutane. Navigazione per l’Oceano-glaciale,
- e visita della costa. Monte Himelkar, e cascata che ne discende.
- Visita ad alcune abitazioni di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti
- sulla costa. Laponi erranti: loro tende, loro beni, e loro
- renne._
-
-
-Andando all’abitazione del mercante norvegio osservammo in un vicino
-pascolo due o tre cavalli. Da 500 miglia in poi questa specie di
-animali era sparita dagli occhi nostri; e il vederne allora ci denotava
-qualmente eravamo giunti all’abitazione di una persona educata in un
-paese incivilito, e per conseguenza estranea a questa contrada. La casa
-era situata sopra una eminenza, e guardava da un canto montagne che vi
-eran di contro, e masse di neve, delle quali esse sono perpetuamente
-ricoperte: dall’altro canto essa avea la vista dell’Oceano-glaciale,
-che da questa parte s’avanzava verso la terra, e formava una specie
-di golfo, vicino al quale essa casa era fabbricata. Quale fu mai
-la contentezza nostra trovandoci finalmente a sì poca distanza
-dall’oggetto che ci avea fatto risolvere ad intraprendere il nostro
-viaggio, e che metteva fine a tanti stenti! Il bel colore del mare,
-paragonato colla nudità delle masse che si vedevano da lontano; la
-brillante trasparenza delle azzurre sue acque, presentavano il più
-ridente spettacolo. Ma nulla più commoveaci, e ci dilettava, che la
-idea di essere ben riusciti nella sì pericolosa nostra intrapresa. La
-vista di quelle montagne coperte di neve, e il nome di Oceano-glaciale,
-o di Mar-gelato, in mezzo ad un calore grande come il maggiore che
-si senta in Italia, accrescevano il contrasto tra i due estremi, e
-distinguevano alla nostra immaginazione questo luogo come un fenomeno,
-che non può incontrarsi in nissun altro paese.
-
-Per meglio approfittare de’ godimenti, che allora provavamo, ci
-risolvemmo a tuffarci nelle onde di questo mare, in questa regione
-sì ospitale, e rifocillare le nostre membra defatigate con un sì
-grato bagno. Ma il Mercante, con cui avevamo già legata conoscenza,
-ci consigliò a non farlo, poichè nissuno il faceva per la quantità
-de’ pesci cani, che frequentano in quella stagione le rive. Questa
-considerazione però, comunque di peso, nulla valse sulla nostra
-vanità, preferendo a tutto il piacere di poter dire: mi sono bagnato
-nell’Oceano-glaciale. Ma entrati in quelle acque non istemmo guari
-ad uscirne per la singolare freddezza delle medesime, così che ci si
-erano di tal maniera intirizzite le gambe, che stentammo assai assai a
-recarci sul lido.
-
-Di ritorno all’abitazione ci eravamo un po’ forbiti, e conciati,
-essendo sei giorni che non ci avevamo fatta la barba, quando ci
-si venne a dire, che la tavola era pronta. Fu per noi gratissima
-sorpresa il trovare ivi un lusso di apparecchio e di vivande, che
-non ci avevamo mai figurato in tali luoghi. Il piacere di essere
-giunti al Mar-gelato, che pur era grande, cedette a quello di vederci
-innanzi le tante buone e salubri cose, che per sì lungo tempo avevamo
-dovuto dimenticare, obbligati a contentarci di alimenti grossolani,
-mal condizionati, mal sani forse, e il più delle volte anche minori
-del bisogno. Ci parve d’essere stati trasferiti nel palazzo di una
-Fata. Aggiungevasi poi l’amenità della conversazione. La moglie del
-Mercante era una eccellente reggitrice di casa, e sapeva cucinar
-bene: un domestico assai intelligente serviva a tavola: tra’ convitati
-v’era il balì di quella parte di Laponia, il quale rimasto vedovo era
-venuto a convivere con questa famiglia; codesto balì era una degna
-persona, generalmente stimato in tutto il cantone. Noi ci trovavamo
-qui tanto bene, che con vero rincrescimento incominciammo a parlare di
-continuare il nostro viaggio verso il Nord. Il tempo, e la stagione
-non permettevano che ritardassimo la gita. Secondo le informazioni
-prese, da Alten al Capo-Nord correvano circa 240 miglia, le quali
-era impossibile attraversare per la via di terra: bisognava dunque
-pigliare quella dell’Oceano. Ci si disse che tutta quella penisola
-era una catena di montagne rotte da laghi, che ci avrebbero interrotto
-ad ogni passo l’andar oltre; e ci si aggiunse, che quando pure fosse
-stato possibile per quella via il cammino vincendo ogni ostacolo,
-verisimilmente non potremmo arrivare al Capo-Nord in meno di 15 giorni.
-Ci si faceva in oltre osservare che un tal viaggio non era mai stato
-intrapreso da veruno in estate a cagione della sua lunghezza, e delle
-insormontabili difficoltà che presenta; e siccome il nostro tempo era
-limitato, e che avevamo una grande strada da fare per riportarci a
-Tornea, avremmo potuto perdere il vantaggio della stagione opportuna
-al ritorno. Che se per caso fossimo colti da qualche cattivo tempo,
-saremmo stati costretti a differire il ritorno fino a che l’inverno
-fosse bene inoltrato per poterci servire di slitte. Per tutte queste
-considerazioni ci risolvemmo a fare il viaggio per acqua, non senza
-però il pensiero di fare anche qualche escursione per terra quando
-fossimo alla meta del cammino.
-
-Il terzo giorno adunque, dacchè eravamo giunti ad Alten, il Mercante
-ci procurò un battello scoperto, con quattro remiganti, uno de’ quali
-avea già passato il Capo, e sapeva bene la strada: gli altri tre erano
-buoni marinai, usi a frequentare quel mare a cagione della pesca.
-Quegli, che faceva le funzioni di piloto, era di Norvegia; i tre altri
-parlavano la lingua finlandese, e la lapona. Con tutte le precauzioni
-e le intelligenze prese la nostra gita dovea essere interessante e
-dilettevole. Eravamo provveduti di cuscini, di materassi, di buoni
-vestiti, e di buone coperte: eccellente era tutto quello che portavamo
-con noi in vino bianco, in acquavite, in volatili, in sermoni, in
-vitello, in presciutto, in caffè, in tè, con tutti gli utensili
-necessarii per la cucina. Avevamo in somma con noi tutto quello che
-poteva risarcirci delle privazioni fino allora sofferte; e pareva che
-ci preparassimo piuttosto ad una partita di piacere, che a terminare
-un penoso viaggio sull’Oceano-glaciale. Il golfo, in cui incominciammo
-ad internarci, penetrando in diverse gole delle montagne, presentava
-dappertutto un aspetto magnifico, e interessante.
-
-Partimmo da Alten il lunedì, 15 luglio, a due ore dopo mezzogiorno, e
-non arrivammo al Capo se non se la notte del venerdì venendo al sabato.
-A 3 miglia da Alten passammo su la dritta di una montagna chiamata
-dai Norvegi Himelkar, che vuol dire _Montagna dell’uomo celeste_,
-dalla quale cadono cinque o sei cascate, alte da cinque in seicento
-piedi. Più lungi ne trovammo un’altra più notabile ancora, e della
-cui acqua ben bene ci empimmo. Fummo poi curiosi di salire quelle
-montagne per vedere d’onde questa cataratta prendesse la sua origine;
-ma quando fummo giunti alla cima, trovammo con nostra sorpresa una
-prateria magnifica, alla estremità della quale era un’altra cascata
-proveniente da una montagna più alta. Io credo che tutte queste
-cascate sieno prodotte dallo scioglimento delle nevi, che vedevamo
-coprire i monti più lontani, e le cui cime ignude formavano il fondo
-del quadro. Questa ultima cascata precipitavasi giù di una piccola
-montagna, ornata su tre de’ suoi fianchi di un bosco di betulle, che
-sorgeva in anfiteatro, e stando alla sua regolarità sarebbesi detto
-piantato da mano industriosa. A piccola distanza da questa cascata, la
-cui presenza animava que’ luoghi, era una casetta di legno coperta di
-zolle di verdura, ed abitata da una famiglia di Laponi stazionarii.
-Io desiderava di visitarli; ma una delle nostre guide mi consigliò,
-nè senza ragione, a non presentarmivi a dirittura da me, e a farmi
-prima annunciare da qualcheduno, perchè quella famiglia sarebbe forse
-rimasta spaventata alla vista di un forestiere sì diverso da essi per
-la statura, e il vestito. Andò dunque egli stesso a quella casa; ma non
-vi trovò nessuno: la famiglia era ita a qualche spedizione di pesca, o
-tra le montagne a curare le renne. Gli architetti delle case di codeste
-coste sembrano stati alla scuola di quello che edificò la chiesa di
-Massi, quantunque codesti tugurii non possano stare in proporzione
-rispetto a quella chiesa, che in quanto le case nostre vogliansi
-mettere in proporzione colle nostre cattedrali: non so dire se ci
-contenessimo ne’ termini di civile discrezione in quella visita; quello
-ch’è vero, si è, che non vi fu nè angolo, nè buco, in cui non volessimo
-mettere il naso, ponendo le mani fino nelle saccoccie di quella gente,
-giacchè i Laponi sono sì beati, che non hanno bisogno nè di chiavi,
-nè di serrature. Non vi trovammo alcun oggetto di lusso, se per
-avventura non fosse tale una scatola di resina, che cola da una specie
-di un abete proprio di quelle contrade, e che forse più che a senso
-di piacere essi usano a medicatura di ferite. Ritornammo non senza
-fatica al nostro battello dando un eterno addio a sì vago e piacente
-luogo, che non avremmo riveduto più, e che non invidia i luoghi più
-pittoreschi della Svizzera.
-
-Perfetta calma regnava sul mare, e la violenza del caldo opprimeva
-tutti i remiganti nostri, che non potevano adoperare i remi senza
-disfarsi in sudore. Per dar loro un po’ di riposo, e nel tempo stesso
-soddisfare alla nostra curiosità, andammo a ricercare tutti i Laponi
-stabiliti sulla costa, e i quali viveano generalmente alla distanza
-di otto, o dodici miglia l’una famiglia dall’altra. In tutte le
-loro abitazioni regnava l’abbondanza e la contentezza: ogni Lapone
-è possidente all’intorno della sua abitazione di un terreno, che ha
-un circuito di otto miglia: tutti hanno vacche, dalle quali traggono
-un latte eccellente, ed hanno prati, che loro danno fieno pe’ loro
-bestiami l’inverno. Ciascuno ha poi provvigione di pesce secco, non
-solamente per proprio uso, ma ancora per barattarlo in oggetti di
-lusso, cioè in sale, in farina, in avena, e in qualche panno. Le
-loro case sono costrutte in forma di tende, ed hanno un’apertura in
-alto per ricevere la luce, e dar passo nel tempo stesso al fumo. Il
-fuoco sta nel centro della camera; ed essi vi dormono attorno gli uni
-presso gli altri. In inverno, oltre il calore del fuoco, godono anche
-di quello, che loro procurano le loro vacche, colle quali dividono
-l’abitazione all’uso de’ montanari di Scozia, e degli abitanti delle
-isole settentrionali. In estate le porte delle loro case stanno sempre
-aperte; e quantunque in tale stagione non vi sia notte, essi sono
-accostumati a dormire alla medesima ora che gli altri Europei. Soventi
-volte siamo entrati ne’ loro abituri a un’ora, o due della mattina, se
-è permesso così esprimersi, parlando della stagione attuale, e sempre
-abbiamo trovata la famiglia a letto, e dormiente, senza che la presenza
-nostra, e la nostra conversazione turbasse per un buon quarto d’ora
-la dolcezza del loro riposo. Essi dormono in quella placida sicurezza
-che ispira il non avere a temer nulla. Le sole cagioni de’ loro timori
-sarebbero gli orsi, e i lupi; ma tali bestie non vanno mai verso le
-abitazioni de’ Laponi che hanno fissa dimora: bensì vanno dietro le
-traccie de’ Laponi nomadi, e delle loro greggie, così cercando di
-provvedere ai loro bisogni: d’altra parte niun animale velenoso chiama
-in queste aspre contrade la vigilanza dell’uomo, affine di preservarsi
-da ogni pericolo.
-
-Il governo non ha nulla a fare per amministrar la giustizia; e questo
-popolo, il quale non ha di che piatire co’ suoi vicini, non ha bisogno
-di una protezione, che gli riuscirebbe più onerosa che utile. Alcune
-orde di abitanti dispersi per una immensa estensione di terra hanno
-poche ragioni per darsi scambievoli assalti: l’eguaglianza di stato
-tra loro, il silenzio ordinario delle loro passioni, e la dolcezza del
-loro carattere, impediscono e l’occasione d’ingiurie, e i risentimenti,
-ch’esse alimentano. Vero è che i Laponi sono senza difesa; ma i rigori
-del loro clima, e più ancora la estrema loro povertà li rendono sicuri
-sul timore di una invasione. Vivono dunque senza protezione, e non
-hanno mai piegato servilmente il ginocchio d’innanzi ad un padrone.
-Nè è poi certamente in queste regioni boreali, che vengasi a cercare
-i tristi esempi delle tirannidi, de’ quali è piena la storia; o
-delle fallacie, e degli spergiuri, sì frequenti tra le nazioni che si
-vantano di civiltà, e che a malgrado dell’orgoglio, che loro ispirano
-i vantaggi che dalla civiltà ritraggono, non mancano di commettere atti
-di barbarie ripugnanti ad ogni credenza.
-
-In una delle famiglie visitate da noi fummo testimonii di una scena
-veramente toccante; e servì a convincerci che la sincera e viva
-cordialità non è estranea a queste latitudini gelate. Noi entrammo
-a tre ore dopo mezza notte in una casupola, ov’erano il marito, sua
-madre, una moglie giovine, e due piccoli ragazzi. Dormivano tutti, e
-noi aspettammo qualche tempo, onde potessero agiatamente svegliarsi.
-Aveano tutti il medesimo letto, cioè a dire il suolo coperto di
-frasche e foglie della odorosa betulla: le loro coperte erano pelli
-di renne. Dormivano alla maniera de’ Laponi vicini al mare: intendo
-dire vestiti de’ loro abiti, che erano larghissimi da ogni parte, e
-non nocivi per alcun modo alla circolazione del sangue. La giovine
-donna fu la prima a svegliarsi; e gettando gli occhi sopra uno de’
-nostri battellanti, che riconobbe, gli testificò il suo piacer di
-rivederlo, ed entrò in discorso con esso lui nella lingua lapona. Poco
-dopo svegliaronsi e il marito di essa, e la suocera; ma i ragazzi
-continuarono a dormire profondamente. La vecchia vedendo il Lapone
-diede tosto in un pianto dirotto; la nuora ne seguì l’esempio; e così
-fece il nostro battellante: poco stemmo a piangere anche noi, ma per
-una di quelle simpatie, che hanno per interprete il cuore, e non le
-labbra; quando entrato in casa il nostro interprete, e trovandoci
-piagnenti, ci domandò in finlandese la cagione della nostr’afflizione.
-Noi non potevamo dargliene alcuna; ma non così era della vecchia. Essa
-avea veduto quel battellante l’anno precedente; e allora essa godeva
-buona salute; ma da quel tempo in poi era stata colpita da apoplesia,
-che le avea tolto l’uso della favella. Dopo alcuni momenti dati a
-questa generale commozione, e quando ciascuno fu rimesso in calma, noi
-domandammo un po’ di latte, e di formaggio di renna: immantinente la
-reggitrice della casa uscì, e ci condusse alla dispensa, la quale era
-un piccol casotto di legno, piantato sopra alcuni piuoli ad una certa
-distanza da terra, perchè le provvisioni ivi tenute non rimanessero
-alterate dalla umidità della neve in inverno; e fummo sbalorditi
-veggendo la quantità delle cose, che quella brava reggitrice teneva
-nella piccola dispensa. Ivi era molto pesce secco, e carne di renna
-secca anch’essa; e formaggio, e lingue di renne, e farina di avena;
-poi pelli di renne, pelliccie, ed abiti di lana, ed altre cose. Tutto
-annunciava uno stato agiato, ed anche ricchezza; e ciò che merita
-d’essere particolarmente osservato si è, che quella buona donna ci
-offrì tutto quello, di che avessimo bisogno nella più pulita e cordiale
-maniera, e senza mostrare che neppure per ombra pensasse a quanto
-potessimo noi darle in ricambio. Ben lontana da questo essa persistette
-a ricusare il denaro che le offrimmo per le cose da noi accettate. Io
-ho veduto pochi paesi, in cui gli uomini vivano in sì grande agiatezza,
-e in tanta beata semplicità, come sulle coste marittime della Laponia.
-Le loro casupole sono scure ed anguste: non hanno lettiere, non sedie,
-non tavola: assidonsi per terra; e in terra dormono sopra foglie di
-betulla. Ma che serve? essi in casa non mancano di alcuna cosa, che sia
-loro necessaria; e ciò loro basta. Quanto alla situazione, le loro case
-godono di un aspetto ridente, essendo per la più parte poste sulla riva
-del mare, fabbricate ora a’ piedi, ed ora a’ fianchi delle montagne, e
-sempre presso a luoghi, in cui la mano benefica della natura ha posto
-grassi pascoli, e fecondissimi, senza bisogno che alcuno li coltivi; ed
-è per certo sopra ogni cosa avventurosissima sorte, che possano dire
-qualmente il suolo che calcano co’ piedi, e la terra che provvede ai
-loro bisogni, sono veramente roba loro, senza temere che un despota
-venga a turbarli nel loro possesso. I soli nemici che abbiano da temere
-sono alcuni mercanti, i quali vengono a stabilirsi sulle loro coste,
-e la cui avarizia e cupidità abusano di loro innocenza, e della loro
-inclinazione, per vender loro ad un prezzo eccessivo i liquori forti,
-ed altre cose, delle quali abbisognino.
-
-Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma
-fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a
-ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza
-per fare una corsa nell’interno del paese, e cercare qualche oggetto
-capace di fissare la nostr’attenzione, come sarebbe stato l’incontro
-di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette
-in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti
-deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e
-d’altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di
-riposarci all’ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano
-per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la
-nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea
-forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le
-altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d’albero
-tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a
-terra, e a que’ pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale
-in maniera che s’incontrano insieme nella loro estremità superiore.
-Foderano poi l’ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa
-cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo,
-avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso
-questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio,
-ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono
-mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una
-catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in
-modo che s’incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti,
-e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa
-catapecchia que’ Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle
-ch’erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di
-latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta
-in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle.
-Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e
-stavano pascolando alla montagna, d’onde non doveano ritornare che
-alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare
-a trovarle con pericolo di perderci per le strette de’ monti, giacchè
-la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo
-a que’ Laponi un poco d’acquavite perchè coi loro cani andassero a
-trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo
-che riuscisse a noi vicino. Appena que’ Laponi ebbero assaggiata
-l’acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa,
-sentimmo l’abbajare de’ cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci
-dissero quello essere il segnale dell’arrivo delle renne. Infatti un
-istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento
-renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse
-miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto
-della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro
-latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma
-non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere
-chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini,
-e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l’agio, posciachè le renne
-furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi
-estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que’
-poveri animali erano magri magri: aveano un’aria di tristezza e di
-patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano
-fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda
-gl’incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le
-morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera
-di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle
-renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì
-pel rodimento che vi cagionano gl’insetti a mano a mano che in figura
-di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti,
-e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici
-entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto
-al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne
-danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume
-e di forte, che si avvicina al rancido.
-
-Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello,
-e di approfittare di un venticello fresco, che s’era alzato, e ch’era
-propizio alla nostr’andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri
-Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta
-nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di
-acquavite che ci accompagnava.
-
-
-
-
-CAPO XVI.
-
- _Delle renne: dell’indole di questi animali: del governo che i
- Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc._
-
-
-Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de’ Laponi,
-è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di
-più particolare.
-
-I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono
-col nome di _rangiferi_. Il _Linneo_ chiama la renna _cervo dalle
-corna ramose, rotonde, colle sommità palmate_; e i caratteri che danno
-alla renna un’aria di famiglia co’ cervi, sono la mancanza de’ primi
-denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna
-crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano
-ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il
-cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno
-larghe e meno grandi, che quelle del maschio.
-
-L’autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono
-in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s’incontra che desiderino
-la stessa femmina; ma il più attempato de’ maschi, che è anche il
-più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune
-femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n’ha anche delle
-sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro
-piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono
-correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto
-numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame
-grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la
-schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l’autunno il
-pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul
-corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea
-questo colore.
-
-Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de’ maschi.
-Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna
-sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura
-di due piccoli tumori neri, che s’alzano sulla fronte. Quando le corna
-stanno per cadere, l’animale si mostra tristo; in questa circostanza le
-renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que’
-pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro
-dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione
-di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste
-corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro
-radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami
-spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali
-combattono insieme, si attaccano, e s’imbarazzano tanto, che bisogna
-che l’uomo accorra a liberarneli.
-
-Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s’introduce
-pel naso, e penetra ne’ seni frontali; e non se ne liberano che per
-mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono
-anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato
-rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di
-cui parlo, consiste in un’affezione di milza. Si è altrove parlato del
-male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne
-soffrono, è un panereccio, che loro viene all’unghia, e che il _Linneo_
-crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle
-alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può
-salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici
-anni: termine di sua longevità.
-
-Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro,
-che i botanici chiamano _licheno rangiferino_: esse però se lo debbono
-guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve.
-Guai, se la neve gelata l’indurasse tanto, che la renna non potesse
-giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe.
-
-Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de’
-Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba
-facilmente.
-
-In alcuni luoghi della Norvegia s’impiegano le renne agli usi stessi, a
-cui s’impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle.
-
-La renna ama appassionatamente l’orina dell’uomo; e fa meraviglia il
-vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi
-è attratta pe’ sali, che l’orina contiene. Dicesi pure che faccia
-la caccia a que’ sorci chiamati _lemmi_, de’ quali però sembra
-non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch’esse vanno
-prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle
-slitte.
-
-I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli
-animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage,
-che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in
-tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi
-in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse
-concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di
-rifugiarsi alle tende de’ pastori, ove sono chiamate, colte da terrore
-alla vista, od agli urli de’ lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi
-allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano.
-Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha
-informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta
-morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento
-colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto
-lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le
-divora. È notabile un’altra particolarità in proposito; ed è questa,
-che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte
-sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento
-serve di avviso al pastore lapone che l’inimico si approssima; e a quel
-segnale si mette in guardia. Un’altra particolarità si è, che le renne,
-le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo
-vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere,
-soccombono.
-
-I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri,
-non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti
-necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un
-loro particolar segno all’orecchio mediante una incisione. Perchè
-poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si
-smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due
-volte le chiamano alle tende; e quest’uso sieguono anche nel cuor
-dell’inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di
-sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura
-del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti
-climi rimanga per sette settimane sotto l’orizzonte; e perduto nella
-più bassa parte dell’emisfero non lascia che un debil luciore di alcune
-ore. Però per quanto rimanga allora l’atmosfera ottenebrata, non è mai
-nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o
-per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia
-tutto coperto di nubi: il che s’intende dalle dieci ore della mattina
-sino all’un’ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d’inverno.
-Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello
-delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il
-sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi
-di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile,
-tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della
-notte generale principiano a sparire; e come nell’inverno il sole avea
-cessato d’illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo
-ritorna a rallegrare l’abitante comparendo sull’orizzonte, e brillando
-notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che
-il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del
-giorno. Ma ritorniamo alle renne.
-
-Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un
-circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In
-inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato,
-debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo
-bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un’ora regolare.
-Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca
-nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve,
-e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via
-una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia
-generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene
-ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè
-ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per
-avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le
-renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de’ quali i Laponi
-mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le
-renne, secondo l’occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni
-cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia.
-Quando nell’inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il
-Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne
-manchi alcuna, rimasta preda de’ lupi; ed è raro il caso, che il Lapone
-a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n’è, anche nel caso che la
-greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste.
-
-Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto,
-due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati
-e le femmine sovente si abbandonano ne’ boschi a loro talento senza
-alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro
-piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d’alberi: parco che si
-costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda
-importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro
-sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano
-tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco
-medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come
-sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono
-molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle
-per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra:
-contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte,
-nè di burro, nè di formaggio.
-
-Per la castratura de’ maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo.
-Non ricorrono al coltello, nè fanno l’incisione preliminare; ma
-ammaccano co’ denti le parti che altrove si tagliano. L’animale, che ha
-subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte
-de’ lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n’è il
-padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre
-si paragona alla renna castrata.
-
-Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le
-sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove
-si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche
-persona che voglia incaricarsene.
-
-Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede
-talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un
-maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne
-copre una, dall’accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia
-nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia,
-e più grosso della domestica.
-
-Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I
-Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne
-attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che
-delle robe. Usano a quest’uopo de’ maschi castrati. Ma l’assuefarle
-al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n’ha di quelle,
-che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come
-compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le
-leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta
-industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione
-delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per
-portare una persona, tutt’aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso
-sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta
-per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì
-poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno
-de’ lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si
-può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga,
-più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle
-mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per
-preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza
-incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di
-coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta
-che s’alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando
-ne cada. La quarta, anch’essa incatramata di fuori, serve parimente
-al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza;
-ed ha un ponte che va da una estremità all’altra, ed alcuni ingegni
-ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta
-il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è
-attaccata alla testa della renna, e ch’egli tiene raccomandata al suo
-pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima:
-quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da
-un canto all’altro la briglia; e l’animale s’avvia colla maggiore
-velocità. S’egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle
-sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo
-che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce
-sull’istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone
-viaggia in compagnia d’altri, dà la sua briglia al conduttore della
-slitta che lo precede, il quale l’attacca alla slitta sua; e la
-renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente
-è l’industria de’ Laponi in dirigere le renne nella discesa de’ più
-scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un
-precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna:
-per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro
-della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell’animale,
-che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel
-proprio peso. Ingegni simili, variati, all’uopo usano i Laponi nel
-dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già
-mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì
-alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima,
-o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa
-lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta,
-e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi
-sopra, la renna fa cinque a sei leghe all’ora. Ma ciò basti.
-
-
-
-
-CAPO XVII.
-
- _Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale. Golfo delle
- Balene. Isola della Have-Sund, il più orribil sito, che possa
- vedersi. Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione di
- questo promontorio._
-
-
-Entrati adunque nel nostro battello noi passammo il Whaal-Sund, ossia
-il golfo delle Balene. Esso era agitato da una violentissima correntia,
-e dal venticello gagliardo che soffiava in una direzione contraria alla
-nostra gita.
-
-Le balene recansi in gran numero in quel golfo; e in que’ mari,
-per quanto ci si disse, sono comunissime. Ma quantunque le nostre
-genti ci assicurassero che non aveano mai passato quello stretto
-senza averne vedute otto o dieci, noi non ne incontrammo nessuna.
-Smontammo abbordando alla casa di un mercante posta in un’isola presso
-l’Have-Sund. Ardisco dire che quella era la più orrida abitazione di
-tutta quanta la contrada. Il terreno del contorno non avea un solo
-albero, nè un solo cespuglio, nè un filo d’erba: nè vi si vedeva che
-nude rupi. L’abitatore di quel luogo non avea nulla, se non ne andava
-a cercare ben lungi; e così era persino della legna da scaldarsi. In
-quel luogo il sole stava assente dall’orizzonte per quasi tre mesi,
-di modo che senza le aurore boreali, che spargono una luce utilissima
-agl’indigeni, que’ miserabili rimarrebbonsi sepolti nelle tenebre più
-profonde. Che soggiorno d’orrore per un abitante della zona temperata,
-se fosse condannato a passarvi la vita! L’amor del guadagno, e quello
-della pescagione, vi fissano nondimeno alcuni individui.
-
- [Illustrazione: _Tav. III._ — VEDUTA DEL CAPO NORD]
-
-Del rimanente più che si accosta al Capo-Nord, più la Natura sembra
-infoscarsi; la vegetazione debolissima, che fa ogni suo sforzo sulla
-superficie della terra, immantinente perisce, e non lascia presso di sè
-che rupi scarnate.
-
-Continuando il nostro viaggio lasciammo alla sinistra lo stretto
-formato dall’isola deserta detta Mageron, e dal continente. Alla
-nostra destra aprivasi la vasta estensione dell’Oceano-glaciale; ed a
-mezza notte precisa arrivammo finalmente all’ultimo punto dell’Europa,
-cognito sotto il nome di _Nord-Cap_, o _Capo-Nord_.
-
-Questo Capo-Nord, oggetto formidabile di una temerità vittoriosa di
-tanti ostacoli, di tanti pericoli, e di tante fatiche; scopo veramente
-colossale di un viaggio tanto lungo, intrapreso pel solo piacere
-di toccarlo, e perchè fosse detto una volta senza impostura che gli
-uomini non si erano arrestati se non dove era loro mancata la terra;
-il Capo-Nord presentandosi a’ nostri sguardi s’impadronì di tutte le
-nostre facoltà. Al suo aspetto la nostra immaginazione si separò da
-tutto quello che la nostra vita si lasciava alle spalle; e il mondo non
-fu più per noi che in questo confine della terra. Il nostro orgoglio
-si fece grande per la riuscita avuta; ci trovammo spettatori della
-nostra propria audacia; e calpestando codesto suolo, che nissuno prima
-di noi avea calpestato, pareaci di camminarvi sopra, non da uomini, ma
-da creatori. — Ah! questo delirio ben presto svanì. La malinconia, la
-tristezza cupa e profonda succedettero al nobile entusiasmo del nostro
-trionfo. Le rupi senza ornamento, il terreno senza vegetazione, l’aria
-senz’abitanti ci dissero ben chiaramente che tanta costanza, tanti
-sudori, tante cure ed ansietà non aveano servito che a condurci ov’è la
-tomba della Natura.
-
-Il _Capo-Nord_ è una roccia, la cui fronte, ed i cui enormi fianchi
-spingonsi assai lungi nel mare. Gigantesco avversario de’ flutti e
-degli uragani sembra sulla sua profonda base sicuro di comandare alla
-loro agitazione; ma assalitori instancabili que’ flutti contro di esso
-sollevati, non gli lasciano altra tregua che quella, la quale di tratto
-in tratto la calma del cielo impone a’ loro proprii furori; e terribili
-tosto che rimangano scatenati, tornano ad assalirlo, a batterlo, a
-minarlo. Ogni anno l’antica sua caducità si va vieppiù manifestando: i
-progressi di questa loro vittoria sono evidentissimi; e questo grande
-sostegno del globo si va distruggendo senza alcun testimonio della
-sua lunga e continua decadenza. Là tutto è solitario, tutto lugubre,
-tutto sterile: niuna foresta sulla cima di que’ monti, niuna verzura
-sulle grigie asperità di quegli scogli: non un uccello terrestre rompe
-col suo volo la pacatezza dell’aria: niuna voce vi si ode fuori del
-muggito dell’onde marine, e del fischio delle tempeste. Un Oceano
-immensurabile, un cielo senza orizzonte, un sole senza riposo, notti
-senza risvegliamento: la infecondità, il silenzio, la desolazione, ecco
-i tratti di questo quadro sublime e tremendo: ecco il _Capo-Nord_.
-Qui le occupazioni, l’industria, e le inquietudini degli uomini non
-si presentano alla memoria che come un sogno: l’energia della natura
-animata, le sue forme diverse, le innumerabili sue modificazioni
-cancellansi dalla ricordanza. Non si vede più il globo che ne’ suoi
-nudi elementi. Non è più il soggiorno della vita; è un punto del
-sistema dell’universo.
-
-
-
-
-CAPO XVIII.
-
- _Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti
- al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle
- vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei,
- spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare
- addietro dal Capo-Nord._
-
-
-La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il
-vivo piacere d’essere giunti al termine de’ nostri desiderii, e
-quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto
-lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini,
-finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima
-riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza,
-che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell’immenso paese,
-che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell’altro che
-dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie.
-Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al
-trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stesse cataratte, le
-quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci
-si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento.
-E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a
-sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati
-tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d’imprudenza,
-di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che
-difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato,
-di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra
-immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla
-matita per disegnare que’ massi enormi che sono altrettante pagine
-formidabili degli annali de’ secoli; ed allora tutti intenti all’opera
-gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva
-fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato,
-visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne
-di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto
-che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo,
-dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo
-di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell’anno diviso in
-un solo giorno, ed una notte sola, e quello non meno meraviglioso del
-giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà
-dell’universo.
-
-Ma finalmente era d’uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii.
-Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il
-mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci
-il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la
-nostr’agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell’aria
-aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla
-gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso
-sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più
-di un brindisi da que’ confini ultimi della terra ai nostri amici de’
-paesi meridionali.
-
-Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro
-accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie
-liscie e lucenti dimostravano com’erano state battute dai flutti.
-Nel mezzo d’essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un
-sottil filo d’acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un
-ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica.
-Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una
-contrada sì estranea ad ogni specie di vegetazione, e dove per certo
-noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci
-qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì
-ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell’arte, anzichè
-della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di
-tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci
-per empiere i nostri bicchieri di un’acqua eccellentemente fresca, e
-dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall’Oceano.
-
-Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della
-roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe,
-secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un
-rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro
-caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di
-granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso
-genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a
-tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora
-disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare.
-Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti,
-i quali hanno stabilito il sistema della regione della neve perpetua ad
-una cert’altura dell’atmosfera.
-
-Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco
-tempo, che potemmo dare alla visita de’ contorni. Le pietre più
-conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree
-miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene
-di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a
-tramontana anch’esso.
-
-I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte
-all’aria: comunissimo vi è il licheno geografico del _Linneo_, e vi si
-trova pure quello che gl’Inglesi usano invece di cocciniglia per fare
-il loro bel rosso. Quest’ultimo è abbondantissimo su tutte le coste
-della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità.
-
-Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I
-Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi.
-
-Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie
-bivalve, e frantumi d’altri crostacei stretti talmente insieme per
-opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico.
-Innumerabili poi sono le ghiande di mare (_lepades balani_), le quali
-si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli, e alle navi;
-ma di una specie particolarmente ve n’ha, che sì forte si attaccano
-alle balene, ch’esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora
-nelle nostre corse su questi lidi l’_echinus esculentus_, il _buccinum
-glaciale_, il _dimidiatum_, il _pecten_, qualche specie della _venus
-meretrix_, l’_helix crepidularossa_, ed altre, che il mare avea
-spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per
-la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi.
-
-Le spugne anch’esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva
-dalla forza de’ flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti
-si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene
-spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di
-somma bellezza, formanti ramificazioni dell’altezza di un metro e più;
-e ve n’ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci,
-e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso.
-
-Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure
-abbondano: ma non vi si trovano coralli.
-
-Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr’attenzione, e
-la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di
-terra. Le _alche_ fra gli altri, in que’ luoghi comunissime, e tra
-queste quella che si distingue col nome di _artica_, veniva di tempo
-in tempo presso il nostro battello più dell’_alca_, e della _pica_; e
-pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo.
-Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa
-stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch’egli è obbligato a
-fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna
-averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l’alca artica in
-aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e
-rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente.
-
-Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono
-un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano
-alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine.
-Codesta specie è indigena de’ paesi settentrionali; e il _Linneo_ l’ha
-chiamata _anitra iemale_.
-
-Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci
-persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo
-fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la
-calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, e
-di braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci
-trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che
-ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del
-sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la
-superficie del mare, che rende l’aria sì grave, e soffocante, da non
-poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda,
-o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la
-bocca aperta aspiravamo quel poco d’aria esteriore, che n’era presso.
-Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore
-sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo
-che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia
-disossigenata, che dal calore.
-
-Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel
-punto, in cui più si avvicina all’orizzonte, in luogo del venticello
-rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina
-indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non
-facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare.
-Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la
-natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solo _colimbo artico_,
-co’ suoi gridi lugubri, e di mal’augurio, empiva quelle acque solitarie
-de’ suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja.
-
-
-
-
-CAPO XIX.
-
- _Ritorno ad Alten per diversa strada. Isola di Maaso: suoi
- abitanti, e loro ospitalità. Vantaggio di chi viaggiando è
- tenuto per un principe. Hammerfest. Penisola Hwalmysling. Fregata
- inglese. Arrivo in Alten. Corsa a Felwig: gran mercato di pesce._
-
-
-Non ritornammo ad Alten per la strada tenuta dianzi: ma approfittando
-della occasione visitammo tutto quello che ci si era detto meritare
-attenzione nelle isole che sorgono presso la costa. La prima fu l’isola
-di Maaso, abitata da un ministro, da un mercante, e da una trentina
-di famiglie. Il mercante ci accolse colla più alta distinzione: ci
-offrì diverse qualità di liquori; ci regalò alcune delle spugne che
-trovansi sulle coste, di alcune conchiglie, e di un’alca, che suo
-figliuolo avea impagliata. Poscia ci fece vedere i contorni della
-sua abitazione, i quali non erano che semplici rupi, e caverne, ove
-andava a caccia di lontre. Alla nostra partenza alzò padiglione, e
-ci salutò con tre colpi di cannone. Questi segni di rispetto, e, se
-vuolsi, di sommissione, erano senza fallo meno l’effetto della semplice
-ospitalità, che un omaggio ch’egli credeva di rendere a due principi,
-i quali per curiosità viaggiassero in codesto paese in _incognito_,
-per godere di maggior libertà. Questo errore era fondato sopra un
-avvenimento precedente. Un figlio dell’ultimo duca d’Orleans dopo
-avere attraversata tutta la Norvegia, venne di là su questa costa
-montato sopra un vascello: da quest’isola passò ad Alten, e da Alten
-continuò la sua strada a cavallo, accompagnato da un giovine chiamato
-_Montjoye_. Tutti e due seguivano a un di presso la stessa direzione,
-che tenemmo noi; e tutti e due viaggiavano sotto finti nomi; il primo
-sotto quello di _Müller_, e l’altro sotto quello di _Fröberg_, che in
-alemanno significa lo stesso che il nome francese. L’anno appresso i
-mercanti furono informati dai loro corrispondenti, che uno d’essi era
-il principe d’Orleans; e da quel tempo in poi tanto in Norvegia, quanto
-sulla costa di Laponia si credeva che ogni forestiere accompagnato da
-un amico, e da due domestici, dovess’essere un principe viaggiatore o
-per propria istruzione, o per piacere. Per formarsi poi una giusta idea
-della ospitalità da noi ricevuta a Maaso sarebbe necessario sapere,
-se i due personaggi accennati ricevessero le stesse dimostrazioni
-di rispetto, che si usarono con noi. Io viaggiai in appresso col mio
-compatriota _Bellotti_ attraverso della Norvegia, ove fummo trattati
-della stessa maniera, ricevendo i più distinti onori; e mi compiaccio
-di ricordare con viva riconoscenza l’ospitalità che in quel paese
-si praticò con noi. Se non che senza mancare alla verità non posso
-dispensarmi dal dire che dappertutto eravamo tolti per principi
-italiani venuti verso il Nord per passarvi il tempo delle turbolenze,
-che regnavano ne’ loro paesi; e cercavasi in tutti gli almanacchi
-che principi potessimo essere. Il mio compagno, di una complessione
-e di una ciera delicatissima, passava pel principe incognito; ed
-io, più forte e robusto, era il suo segretario, o il suo Mentore.
-Alcuni lo riguardavano come il figlio del duca di Parma; altri lo
-prendevano pel figlio di quello di Modena; ed alcuni più scrupolosi
-nelle loro ricerche, dicevano ne’ loro scrutinii genealogici, che
-confrontando la sua età con quella d’altri principi mentovati negli
-almanacchi, potevano con sicurezza asserire ciò che affermavasi della
-sua condizione. Voglio credere che questa opinione influisse sopra
-una certa classe di persone nelle principali città di Norvegia, ove
-passammo alquanti giorni.
-
-Da Maaso andammo ad Hammerfest, luogo, ove sono due, o tre mercanti,
-un ministro, ed alcune famiglie. Tutti questi stabilimenti sulla
-costa hanno molta somiglianza fra loro. Dappertutto si vede la
-stessa sterilità, la nudità stessa, e lo stesso taglio delle rupi.
-In quest’ultimo sito scorre un fiumicello, che passa attraverso di
-una bella stretta ombreggiata di betulle; e vi si pescano sermoni
-eccellenti. Alla riva direttamente posta all’incontro di Hammerfest
-v’è una penisola chiamata Hwalmysling, in cui trovansi molte lepri, le
-pelli delle quali fruttano al padrone ogni anno i dugento e trecento
-risdalleri. Uno de’ mercanti di Hammerfest ci disse vagamente, che al
-tempo de’ suoi predecessori una fregata inglese, sette od otto anni
-all’incirca indietro, era venuta sulla costa con due astronomi, uno
-de’ quali inalzò un osservatorio sopra una montagna vicina, mentre
-l’altro, per quanto egli credeva, era andato a fissare la sua residenza
-per alcun tempo sul Capo-Nord. Ma non si ricordava nè in quale anno
-quella fregata inglese fosse comparsa colà, nè i nomi degli astronomi:
-tutto quello che sapeva dire, si era, che l’apparizione di quella
-fregata avea fatta tale impressione sugli abitanti della costa, che
-andarono tutti per vederla, e ritornaronsi colla terribile apprensione,
-che non forse portasse la guerra, e la distruzione in tutto il loro
-circondario. Il ministro era sì grosso di persona, sì robusto, e di una
-statura sì gigantesca, che se il suo ingegno avesse potuto sostenere un
-parallelo colla statura, egli sarebbe stato il più gran teologo della
-età nostra. Egli parlava latino e tedesco; e pareva molto sollecito
-per sapere tutto ciò che appartenesse a politica. Gran piacere ebbe
-in veder noi, persuaso che potremmo dargli delle nuove più fresche di
-quelle ch’egli aveva. E si può farsi una idea della lenta comunicazione
-di questa parte del globo col rimanente d’Europa, da questo, che
-eravamo ai 19 di luglio del 1799, e il ministro di Hammerfest non
-aveva ancora udito parlare de’ grandi affari politici seguiti dopo la
-battaglia navale di Aboukir, accaduta nell’agosto del 1798.
-
-Noi trovammo in Alten una persona, che io avea incaricata di farci una
-raccolta di piante e d’insetti, ed un’altra per darci un saggio della
-sua abilità in sonare il violino, onde poter conoscere lo stato della
-musica in questa parte d’Europa. Ivi ci fermammo parecchi giorni per
-fare i preparativi necessarii pel nostro ritorno verso il golfo di
-Botnia. Durante questa fermata facemmo una piccola corsa a Felwig colla
-intenzione di vedervi i Laponi, i quali vi capitavano da tutte le parti
-per vendere i loro pesci. Chiamasi Felwig un piccolo porto tre miglia
-distante da Alten; e vicinissimo a quel porto è un villaggio abitato da
-alcuni mercanti, e da un ministro: vi si vede pure una chiesiuola.
-
-
-
-
-CAPO XX.
-
- _Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari cataratte. Motivi
- di rimontarne una, e sforzi inutili. Viaggio per le montagne,
- e gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia la navigazione
- dell’Alten. Arrivo a Kantokeino. Passaggio ad Enontékis.
- Viaggiatori inglesi, e loro memorie. Memoria di un emigrato
- francese. Estratto di un manoscritto del curato di Enontékis.
- Partenza da Enontékis per Tornea ed Uleaborg._
-
-
-Io risparmierò al mio lettore le particolarità del nostro ritorno
-attraverso del deserto; e lo condurrò rapidamente a Tornea
-presentandogli in compendio la sostanza del mio giornale.
-
-Noi rimontammo il fiume Alten in due battelli, avendo contro di noi
-tutte le cataratte, che con uno sforzo incredibile di perseveranza
-superammo in più lunga misura, che mai si fosse fatto. Il cammino pel
-fiume presenta vedute pittoresche quante, e quali la immaginazione
-di un pittore possa mai desiderare. Le sponde dell’Alten qualche
-volta sono graziosamente ornate di belle betulle, e qualche volta
-presentano un orrido aspetto, la cui asprezza non si vede però senza
-un certo secreto diletto; ed è là che veggonsi masse di rupi a picco,
-ed inaccessibili, fra le quali apronsi precipizii profondi. Seguendo
-il fiume trovammo una cascata che veniva giù perpendicolarmente da una
-rupe, che sarebbesi presa per le ruine di una gran cattedrale. A’ piedi
-di quella rupe era un laghetto avente sulle sue sponde degli scaglioni
-tagliati naturalmente nello scoglio: il che dava ad un tale accidente
-della natura l’apparenza di un tempio antico. Qui noi vedemmo un orso
-venuto al fiume per bere; ma appena ci ravvisò, corse ad internarsi nel
-bosco. Anche una volpe venne sul sito medesimo per bere; e si tenne
-nel suo cammino direttamente in faccia alla tenda, sotto cui avevamo
-passata la notte: declinò però anch’essa a quella vista, ma senza
-mostrar paura.
-
-Più lungi fummo colpiti dalla vista di due cascate opposte l’una
-all’altra, e tutte e due precipitantisi da un banco del fiume Alten,
-il quale a poca distanza forma anch’esso una cascata insormontabile.
-Tre cataratte tanto vicine l’una all’altra in sì piccolo spazio sono
-un fenomeno di tal genere, che non ne avea ancora veduto l’esempio; e
-se lo avessi veduto presentato in un quadro, io l’avrei preso più per
-un capriccio ideato da pittore immaginoso, che operato realmente dalla
-mano della natura. Noi facemmo tutti gli sforzi possibili per rimontare
-la cataratta del fiume, sebbene mostrava di ridersi del nostro disegno;
-e dover essere il _non plus ultra_ della nostra navigazione. Per
-riuscire nella impresa disponemmo i nostri Laponi in diverse maniere,
-facendo loro tenere in mano delle corde per fermare il battello, ed
-altre legando alle nostre reni pel caso, che il battello venisse a
-spezzarsi sopra uno scoglio, o cedendo al vortice si affondasse. E
-mancò poco infatti, che così non succedesse: se non che fortunatamente
-il Lapone, che teneva la corda ferma al di dietro d’esso battello,
-seppe tirarla a tempo. I pericoli da noi corsi su questa cataratta non
-sono qui presentati con esagerazione: essi furono reali; e noi non vi
-ci esponemmo, che per evitare la fatica de’ lunghi giri, che avremmo
-dovuto fare per terra.
-
-Noi stavamo sufficientemente bene in quel nostro battello; ma se dopo
-tutte le pene sostenute la navigazione che rimaneva da farsi per quel
-fiume si fosse renduta impraticabile, non avremmo avuto altro partito
-che quello di attraversare la catena di montagne terribili, e di fare
-un lungo, e faticoso viaggio a piedi con grande pericolo di perderci
-ne’ deserti. Al contrario più che noi ci fossimo internati nel paese
-seguitando il fiume, più la nostra strada per terra sarebbe riuscita
-breve. Superando poi questa cataratta era a presumere, che il fiume
-divenendo piano di più, e navigabile per un più lungo spazio di via,
-potrebbe permetterci l’uso de’ nostri remi; e queste presunzioni erano
-abbastanza fondate per impegnarci a fare qualche sforzo: noi facemmo
-tutti i possibili; ma inutilmente.
-
-Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte
-per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in
-un’altra temperatura, poichè il termometro di _Celsius_ cadde ai 4
-gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di
-fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare
-l’Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare
-un po’ di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche
-temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non
-facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non
-fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo
-lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci
-per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per
-avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un
-venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente
-la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla
-in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci
-di vela.
-
-Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a
-piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo
-nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta
-la strada, nissuno avendola per l’addietro praticata. Le montagne,
-che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come
-quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati
-ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia
-norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in
-mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi
-deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano
-in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso
-correvamo pericolo di errare in que’ boschi sino all’approssimarsi
-dell’inverno, o d’essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per
-fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo
-una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia.
-Vi arrivammo il dì appresso che n’erano partiti due Inglesi, i quali
-aveano intrapreso l’istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d’essi
-stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi
-ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. _Clook_, e il sig.
-_Cripps_, due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio
-di Gesù in Cambridge. Il sig. _Clook_ era stato in Italia, e sapendo
-che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere
-forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto
-dal ministro quattro versi dell’_Ariosto_, che eccellentemente si
-appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le
-fatiche del mio viaggio. Eccoli.
-
- _Sei giorni me ne andai mattina e sera_
- _Per balze e per pendii orride e strane_,
- _Dove non via, dove cammin non era_,
- _Dove nè segno, nè vestigia umane._
-
-Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed
-erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia.
-Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare
-uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni
-del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice
-la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in
-aria entro un pallone. Ignoro l’effetto che la vista di un tal prodigio
-avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il
-concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali
-per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro
-nomi sul registro coll’apostrofe seguente: _Straniero, qualunque tu
-sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo
-paese nativo, di’ a’ tuoi, che la filantropia è insegnata presso
-le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua
-teoria non penetrò mai._ Sulla pagina opposta del libro era il nome
-di M. _Vesvroti_, venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea
-annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch’egli era
-stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua
-nota: _Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit
-die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus
-Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia
-Burgundiae._
-
-Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl’impiegava il
-tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche
-e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea
-anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande
-fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade
-pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una
-donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo
-varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa
-porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la
-materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito
-dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il
-manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della
-popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici;
-il terzo delle colonie stabilite ne’ contorni; il quarto de’ Laponi
-nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del
-paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più
-brevemente che mi sia possibile.
-
-La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258
-sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti,
-che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle
-loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva
-da’ suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della
-chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del
-Nord!!
-
-I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e
-pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa
-chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto
-ciò ch’egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo
-alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di
-paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre,
-le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando
-stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste
-pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe
-all’intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani
-molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond’è che centinaja di
-risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie
-gravi ed acute muore prima d’aver potuto significare ad alcuno il luogo
-del suo tesoro.
-
-In quanto al vestito de’ Laponi, il manoscritto diceva, che appena v’è
-qualche differenza tra quello de’ Laponi erranti, e quello de’ Laponi
-che hanno domicilio stabile: eccetto che questi usano in estate di
-vestirsi con stoffe di lana in vece di pelli di renna, e che portano
-camicie; laddove i Laponi erranti di queste non ne hanno.
-
-Il manoscritto parlava di una specie di mucilaggine, o colla, fatta
-col corno della renna, che ben preparata possiede grandi virtù. Vi si
-leggeva pure che la malattia più comune tra le renne era quella che
-attacca l’epiploon, contro della quale non v’ha rimedio che valga; e
-che l’animale che ne sia attaccato, forza è che muoja nello spazio di
-un anno. I mali di testa, di fegato, di cuore, e de’ piedi erano fra
-questi animali frequentissimi. Il manoscritto si estendeva ancora sul
-numero spaventoso dei lupi, i quali nel corso del 1798 aveano fatto un
-esterminio nelle renne: particolarità che il ministro attribuiva alla
-guerra di Finlandia.
-
-Quanto a produzioni naturali vi si leggeva, che i pomi di terra
-riuscivano assai bene ne’ contorni; ma che con grande difficoltà le
-radiche, ed altre piante di cucina crescevano nella loro stagione; che
-l’orzo e l’avena potevano essere seminate con utilità. Del rimanente
-qui per lavorare la terra si usa un aratro particolare al paese, ed
-appropriato a questo suolo, ove bisogna evitare nell’arare le grosse
-pietre.
-
-Parlava in oltre il manoscritto del lampone artico, che ivi cresce
-naturalmente, ma non sì bene come quello che dà il così dai botanici
-detto _rubus chamaemorus_. Faceva pur menzione degli uccelli; ma non
-diceva nulla degli insetti, come sarebbe stato il desiderio nostro.
-Ne avea però il buon ministro fatta una raccolta, che avea mandata a
-Stockholm ad uno de’ suoi corrispondenti, come pure all’Accademia,
-dalla quale riceveva una pensione annua di sessanta risdalleri per
-ajutarlo a proseguire le sue ricerche statistiche, e scientifiche, a
-continuare le sue osservazioni, e ad occuparsi con buona riuscita delle
-cose appartenenti alla storia naturale.
-
-Il nostro viaggio da Enontékis a Tornea si continuò lungo il fiume:
-arrivammo a Muonionisca, dove vedemmo il nostro amico, il curato,
-e l’eccellente nostro piloto, _Simone_. Facemmo visita a tutte le
-persone che avevamo conosciute ne’ diversi luoghi, ne’ quali eravamo
-stati accolti tanto bene; e spezialmente a Kengis, e ad Uper-Tornea,
-ove salutammo il ministro della parrocchia, e le sue amabili figlie.
-A Tornea non lasciammo di rivedere i nostri amici, il rettore, e
-il mercante, che ci riguardarono con venerazione, meravigliati del
-viaggio, che avevamo fatto; e finalmente entrammo trionfanti in
-Uleaborg, dove esponemmo alla vista degl’increduli amici le conchiglie,
-gli uccelli, le spugne, e gli altri oggetti di storia naturale proprii
-del Mar-gelato: cose tutte raccolte da noi come prove autentiche del
-viaggio fatto al Capo-Nord, ultima e più remota estremità dell’Europa,
-a’ 71 gradi, e 10 minuti di latitudine settentrionale.
-
-
-
-
-CAPO XXI.
-
- _Costituzione fisica de’ Laponi. Loro origine e loro lingua.
- Robustezza ed agilità de’ Laponi, e lavori. Loro religione e
- moralità; e cause di corruzione. Vestito: incombenze dei due
- sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina, e mobili di casa. Caccia
- delle renne selvaggie: caccia d’altri animali del paese. Alcuni
- particolari usi de’ Laponi. Loro nozze, e loro giuochi._
-
-
-Molte cose nel decorso di questa relazione sono state dette riguardo ai
-Laponi; ma non quante possano interessare la curiosità di un lettore,
-che ami istruirsi. Si darà qui un compendio delle più importanti
-notizie, che finora hannosi di questa razza d’uomini.
-
-Il complesso de’ tratti, che nella sua persona il Lapone presenta, lo
-fa vedere di una razza veramente particolare. Egli nasce, e nella sua
-prima età si mostra grosso, grasso, e direbbesi gonfio in tutto il
-corpo: cresciuto poi, rimane piccolo di corpo, e magro, con capelli
-neri, distesi, e corti, e coll’iride degli occhi tendente al nero.
-Bronzino n’è il color della pelle e tendente al nero: larga è la sua
-bocca, scavate le gote, il mento alquanto lungo ed aguzzo. I suoi
-occhi sono deboli, e sgocciolano continuamente: il che facilmente
-può attribuirsi tanto al fumo, che ne riempie l’abitazione, quanto
-al riverbero della neve, che copre tutto il paese. Alcuni scrissero
-d’aver veduto Laponi coperti di pelo come gli animali: ne avrebbero
-avuto bisogno; ma egli è molto probabile che chi disse pelosi i Laponi
-confondesse coll’abito, di che erano vestiti, la loro pelle. Altri
-dissero che i Laponi aveano un occhio solo. Questi non videro mai
-Laponi; e si contentarono di ripetere favole udite.
-
-Chi abbia dato il nome di Laponi a questa generazione d’uomini, è
-cosa da nissuno indicata; nè è indicato da qual tempo in qua tale
-denominazione si usi. Solo si nota che il nome di _Lapone_ comprende
-tre etimologie della lingua svedese: _lapp_ è la prima, che vuol dire
-_lusso_; la seconda è _lappa_, che significa _pipistrello_; la terza
-è _lapa_ che significa _correre_. Si è creduto giustificata la prima
-dall’abito, la seconda dal brutto aspetto; e la terza dalla vita
-errante. Se ciò è, hanno ragione i popolani della Norvegia e della
-Finlandia, abitanti sui confini della Laponia, di sdegnarsi quando si
-sentono chiamare col nome di Laponi.
-
-Ma quale è l’origine di questo popolo? La storia anteriore per tre
-e più mil’anni all’era nostra volgare lo direbbe, s’essa fosse stata
-scritta ne’ debiti tempi. Tutto ciò, che la sana critica può permettere
-di credere, si è che per la famosa irruzione degl’_Hiong-nu_ ne’ paesi
-meridionali della Siberia e Tartaria, tra le generazioni, che dovettero
-dar luogo a quella bellicosa moltitudine, vi fosse pur quella, da
-cui sono derivati i Laponi. Nel primo loro concetto adunque essi
-sono a modo nostro di dire Sciti o Tartari. I popoli per tale motivo
-profughi si spinsero avanti, accomodandosi come poterono; ma non è
-credibile, che scegliessero spontaneamente gli aspri climi, ne’ quali
-li vediamo stabiliti: nè uno fu l’urto, nè di un’epoca sola. Le stesse
-cagioni produssero gli stessi effetti più volte; e le orde più deboli
-furono costrette a ripararsi come poterono; e la necessità le portò
-a contentarsi del ricovero, che trovarono nella più settentrionale
-striscia del continente. Il tempo e il clima hanno poi operati in que’
-popoli i caratteri, che ora li distinguono. Chi sapesse a fondo le
-lingue tartare, e coi debiti sussidii le potesse paragonare con quelle
-che parlansi dai Finlandesi, Norvegii, Samojedi, Laponi ed altri,
-troverebbe forse non poche traccie della origine comune. È poi fuori
-di ogni dubbio, che i costumi e gli usi de’ Laponi conservano profondi
-indizii della loro provenienza scitica, o tartara che vogliam dire; e
-che le aspre contrade situate verso l’Oceano-glaciale dal Kamtschatka
-in qua, sono abitate da razze d’uomini simili in tutto ai Laponi.
-
-Del rimanente parlando della lingua particolare de’ Laponi, essa è
-interamente distinta da qualunque altra, eccettuatane la finlandese,
-colla quale sembra avere qualche analogia, minore però di quella che si
-noti tra la lingua danese e la tedesca. Anzi è da dire, che quantunque
-la lingua lapona contenga molti termini somigliantissimi alla lingua
-della Finlandia e della Danimarca, o per dir meglio di quella di
-Norvegia, essa differisce tanto da queste lingue nella maniera generale
-di parlare, che pronunciando certi termini il Lapone, il Finlandese
-e il Danese o Norvegio non potrebbero intendersi, sempre che ciascuno
-usasse il proprio dialetto. La comunione poi di tali vocaboli presso
-codesti popoli altro infine non proverebbe che una origine comune.
-Questa induzione però cesserebbe d’essere giusta, se si applicasse
-a que’ termini notati nella lingua lapona che sanno di somiglianza
-a voci ebraiche. Tutto rispetto agli Ebrei è nuovo, se si confronti
-coll’epoche precedentemente da noi indicate; e in meno remoti tempi che
-relazione si può egli sognare tra Laponi ed Ebrei? E coloro i quali si
-arrischiarono di pensare che i Laponi possono avere avuta origine dagli
-Ebrei, perchè hanno in quelli notati alcuni usi proprii di questi, non
-hanno fatto che abusare del senso comune.
-
-La lingua lapona per attestazione del missionario _Leemens_, che ne
-ha scritta una gramatica, è commendabile per una elegante concisione,
-poichè esprime con una sola parola ciò che in altre lingue ne richiede
-parecchie. Una proprietà di questa lingua si è l’abbondanza di
-diminutivi: il che le dà grazia ed espressione. Un’altra proprietà sua
-è di annunciare in plurale i nomi de’ fluidi, de’ metalli, de’ grani,
-dell’erbe e de’ frutti.
-
-Il Lapone, piccolo com’è di corpo, secondo che abbiamo notato,
-non è meno robusto e gagliardo di forza: il che deve e alla sua
-naturale costituzione, e al costante esercizio. Egli in ogni suo
-intraprendimento ha pazienza e coraggio meraviglioso. Ma quantunque
-dotato d’organi vigorosi e di membra esercitate alla fatica, non è
-meno degli altri Europei viventi in migliori climi esposto a malattie.
-Però in essolui codeste malattie hanno un certo carattere di benignità,
-così che i rimedii più semplici le dissipano, e loro rendono la salute
-quando almeno la causa non sia acuta. Ciò è un gran compenso nella
-impossibilità, in cui sono di procurarsi grandi soccorsi. Per questo il
-più prezioso regalo, che possa farsi ad un Lapone è quello di pepe, di
-zenzero, di cannella, di noce moscata, di tabacco e di droghe simili,
-per quanto piccola ne sia la dose.
-
-Uno de’ loro caratteri fisici assai notabile è la somma loro agilità.
-Le loro membra hanno una flessibilità stupenda. È sorprendente cosa
-il vedere in che numero sanno ammucchiarsi insieme in un luogo, che
-non potrebbe capirne che la metà, od un terzo. A questa loro agilità
-può riferirsi la maniera, con cui quando le montagne sono coperte di
-neve, discendono dalla cima delle medesime giù per un fianco scosceso e
-dirupato, armati di una specie di scivolatojo fatto di legno, e di una
-certa lunghezza, curvato in forma di un quarto di circolo, in mezzo del
-quale piantano il piede. Coll’ajuto di questo scivolatojo scansano di
-profondarsi nella neve, ed agevolano il cammino, venendo giù con tale
-velocità, che l’aria fischia nelle loro orecchie, e i loro capegli si
-sparpagliano al di dietro della testa. E sono sì valenti in conservar
-l’equilibrio, che per quanto forte sia l’impulsione che hannosi
-data, possono senza fermarsi levare da terra il loro berretto, se per
-caso sia caduto, o tutt’altra cosa che trovino sul loro passaggio.
-Incominciano ad esercitarsi in questa facenda sin da fanciulli.
-
-Quando i Laponi viaggiano sulle loro renne, la celerità del marciare
-di codeste bestie non può concepirsi, se non se n’è stati testimoni.
-Le renne giungono con tanta prestezza sia alla cima, sia a’ piedi
-delle montagne, che il moto delle reni del cavalcante può appena
-distinguersi. I Laponi della costa sono singolarmente svelti nel
-maneggio de’ loro battelli.
-
-Alcuni Laponi sanno scolpire il legno e il corno, quantunque non
-abbiano altro stromento che un piccolo coltello ordinario; e con
-esso fanno piccoli mobili, come tavole, cucchiai e cose simili, come
-dirò qui appresso. Le loro slitte, nella maniera colla quale sono
-costruite, provano in essi sagacità e antiveggenza. Anche le donne sono
-industriosissime; e ne fanno una prova i begli ornamenti delle loro
-cinture. Questo popolo sì abile alla caccia in addietro non usava che
-l’arco e le freccie: oggi conosce l’uso delle armi da fuoco; e sono
-divenuti eccellenti nel tirare.
-
-Tutto fa presumere, che fin verso la metà del Seicento i Laponi
-vivessero nelle tenebre del paganesimo, e senza alcuna cognizione di
-lettere. _Federico IV_, re di Danimarca, salito al trono nel 1619,
-stabilì una missione religiosa, continuata poi da _Cristiano VI_, da
-_Federico V_ e da _Cristiano VII_. Molti Laponi sanno a memoria non
-solamente il catechismo, ma parecchi salmi e parte degli Evangelii.
-Hanno poi in grande venerazione i loro missionarii e curati; e spesso
-li regalano di latte gelato, di lingue e di grasso delle loro renne.
-Sono attentissimi ad osservare le feste; e allora si guardano dallo
-spergiurare e dal maledire, vizii ordinarii tra i Norvegii; ed in
-generale è giusto dire che menano una vita veramente pia e regolata:
-raro è che commettano fornicazione ed adulterio; e il furto è un
-delitto poco o nulla cognito presso di loro: perciò sono per essi
-inutili spranghe, catenacci e serrature. In Norvegia v’ha qualche
-mendicante: in Laponia non ve n’ha; e quando per caso si trovi uno,
-che l’età, o la infermità riduca alla indigenza, egli è abbondantemente
-soccorso: ma non ha nulla, se la sua povertà non sia scusabile.
-
-Il commercio, che i mercanti danesi, svedesi, olandesi hanno aperto,
-gli uni sulla costa, gli altri nell’interno, ha portata qualche
-corruzione in alcuni Laponi. L’acquavite li ha talora indotti ad
-ubbriacarsi; e tante volte ingannati da chi viene a trafficare con
-loro, hanno imparato a diventare ingannatori. Per esempio: le pelli di
-renne valgono più, o meno, secondo che gli animali sieno stati uccisi
-piuttosto in una stagione, che in un’altra; ed alcuni, se non hanno
-paura d’essere scoperti, danno la scadente per l’ottima. Così, la pelle
-di primavera viene guasta da un insetto, che vi depone le uova; e il
-Lapone cerca di chiudere il buco; e dà questa pelle per buona, con
-aggiunte di quelle bugie, che usano tutti i merciai da noi.
-
-Molte esagerazioni sono state scritte sui vestiti de’ Laponi. La verità
-si riduce a questi termini. Portano in testa un berretto della forma
-di un pane di zucchero, fatto di grosso panno per lo più rosso, con
-un fiocco alla punta, e con un orlo di pelliccia; i Laponi russi vi
-mettono l’armellino. Però v’ha famiglie che vanno a testa scoperta; e
-v’hanno altre che non usano se non se una calotta. Alla caccia, o alla
-guardia delle renne nella cattiva stagione adoperano un cappuccio, che
-vien giù sino al petto, coprendo le spalle; questo cappuccio ha una
-piccola apertura corrispondente agli occhi. I più tengono sempre il
-collo scoperto, e se lo coprono, adoprano a tal effetto una stretta
-striscia di grosso panno con un giro solo intorno al collo. L’abito
-principale è una tunica, o camiciotto di pelle di montone, colla lana
-di dentro: questo camiciotto non ha altra apertura che al basso, e
-sul petto; e secondo la condizione, o il gusto della persona: ha
-qualche ornamento in alto, fatto di panno, ed una guarnizione di
-pelliccia. Un’altra guarnizione di panno, o di pelliccia, consistente
-in una piccola striscia, è apposta sul lato sinistro; e sul destro,
-spezialmente nella tunica delle donne, v’ha una piccola specie
-di nastro con qualche piastrella di stagno, o di argento. Simile
-guarnizione orna le maniche, e il petto. Il vestito sopra posto è
-fatto di un grosso panno, e qualche volta di una pelle di renna di un
-color grigio. Questo vestito ha un colletto duro, che s’alza sino al
-mento, ed abbraccia il collo. Anche questo ha ornamenti di ricamo;
-ed altri ornamenti sono sopra ambe le spalle, fatti di pezzetti di
-panno tagliati in diverse figure, e scelti di varii colori. Il basso
-dell’abito è pure ornato anch’esso con liste di diversi colori. I
-Laponi non hanno ai loro abiti scarselle: invece portano un sacchetto,
-che pende loro sul petto, e contiene il battifuoco, ed altre cosucce
-d’uso.
-
-Il gran freddo, che fa nel paese, freddo sì forte, che i fiumi, e i
-laghi gelano fino a sei, e sette piedi, obbliga i Laponi a ben coprirsi
-per ogni verso di pelliccie, e ad usare molte provvidenze per tenersi
-calde tutte le parti del corpo. Così non solo si fanno guanti, e
-stivaletti, e scarpe di pelli con pelo; ma mettono di più nelle scarpe
-e ne’ guanti uno stoppaccio molle al pari del cotone, fatto da una
-pianta, che raccolgono l’estate, detta dai botanici _cavax vesicuria_,
-la quale fanno con istropicciamento divenir morbida, ed in appresso
-cardano.
-
-Nè uomini, nè donne usano calzette, ma pantaloni stretti alle cosce ed
-alle gambe, fatti di grosso panno, o di cuojo concio; e alcuna volta
-della pelle delle gambe delle renne.
-
-Le scarpe de’ Laponi non hanno che una suola; per ordinario lasciano
-il pelo di fuori, con che le rendono più sdrucciolevoli, massime sul
-ghiaccio, finchè il pelo non sia consunto. Per questa, od altra maniera
-ridotte a superficie ineguale servono principalmente ai ragazzi, i
-quali altrimenti correrebbero pericolo di cadute funeste.
-
-Gli uomini portano cinture guernite di ornamenti di stagno; e vi
-attaccano una borsa pel tabacco che masticano: d’altra parte a questa
-cintura per mezzo di striscie di corame ornate di perlette di stagno,
-appendono il coltello. Le donne sono quelle che fanno ed adornano
-queste cinture.
-
-In quanto al vestito delle donne, primieramente diremo ch’esse portano
-un berretto di stoffa di lana, e più spesso ancora di tela, orlato di
-stoffa di varii colori, e di laminette di stagno; talora vi attaccano
-un nastro di tela di colore d’oro, o di argento. Prima di mettersi il
-suo berretto la donna lapona vi aggiusta sulla cima un fiocco rotondo
-in figura di bottone; e messo che se l’ha in testa, lo assicura con una
-specie di fettuccia attaccata a quel fiocco. Se hanno bisogno di meglio
-garantire la testa, a tal uopo usano un berretto più grande, simile
-ad una corona più larga nella parte superiore, e restrignentesi al
-basso. Alla parte sinistra vi appongono un pezzo di panno di differenti
-colori, e qualche volta una correggia, la cui estremità è guernita di
-talco, e di una piccola palla di argento dorato. L’abito è di poco
-diverso da quello degli uomini, tunica cioè, e vestito soprapposto.
-Differisce la tunica delle donne da quella degli uomini in quanto ha
-delle pieghe d’avanti e di dietro, ed è più lunga, e serrata di più sul
-petto. In oltre ha un colletto, che s’alza dritto coprendo il collo,
-e le orecchie, e trapassa l’abito sopra posto. Questo poi, che è di
-pelle di renna, simile in tutto a quello degli uomini, in ciò solo n’è
-diverso, che gli uomini lo hanno lungo sino al tallone, e le donne lo
-portano corto a segno, che appena arriva loro al ginocchio. Per gli
-ornamenti, poco più, poco meno, questo vestito è del pari simile; e
-poche sono le differenze sì de’ guanti, che de’ pantaloni, e delle
-cinture: solo che ognuno dee figurarsi, che le donne nelle cose loro
-mettono un poco più di eleganza alla loro maniera; ed usano nelle
-cinture, oltre le laminette di stagno, o di talco, degli anelli di
-rame, o d’argento, se sono ricche. In fine usano una specie di mantello
-di tela russa, o di cotone qualche volta bianco, e qualche volta
-stampato. Usano pure di piccoli grembiali di tela russa: i bianchi sono
-sempre guarniti di una frangia. Le lapone russe portano alle orecchie
-anelli, e qualche volta collane d’argento, che cingendone il collo
-sono con de’ cordoni attaccate alle orecchie. Non rimane da aggiungere
-se non che quando le donne lapone sono in viaggio, o quando vegliano
-di notte alla custodia delle loro renne, portano un doppio vestito,
-il primo de’ quali protegge loro la testa, il collo, le spalle, e il
-mento; e che in generale è sì poca la differenza degli abiti degli
-uomini, e delle donne, che spesso è accaduto che un uomo ed una donna
-per errore avendoli cambiati, li hanno conservati ciascheduno tutta la
-giornata.
-
-Del rimanente a cura delle donne è abbandonato quanto riguarda
-gli abiti, le pelliccie, le pelli, i guanti, le scarpe, ed ogni
-altr’oggetto di questo genere. Gli uomini badano al governo della casa,
-alla cucina, e a tutt’altro, che in altri paesi è commesso alle donne.
-Le donne fanno ancora diversi mobili; e sono opera loro le più belle
-scolture, di cui i mobili sono ornati.
-
-Questo discorso ci conduce a parlare delle abitazioni de’ Laponi. Le
-capanne di quelli che abitano la costa sono fatte con quattro lunghi
-pali, che si uniscono curvati alquanto alla cima, ove si lascia
-un’apertura per la uscita del fumo. Scorze di betulla, e masse di terra
-la ricoprono. Bassissima è la porta, per la quale s’entra dentro, e
-bassa è la capanna medesima, in cui non si può star ritto in piedi, se
-non nel punto di mezzo, in cui però sta il focolare. La famiglia tutta
-siede all’intorno di quel focolare, su cui si mantiene vivo il fuoco,
-e che è formato di due massi di pietra paralleli l’un l’altro. Al di
-sopra del focolare per un palo messo attraverso pende la marmitta.
-I Laponi prima di mettersi a dormire estinguono il fuoco, e cessato
-il fumo chiudono l’apertura superiore con una tavola. Varii piccoli
-compartimenti ha quella capanna per se stessa già piccola, i quali
-possono chiamarsi camerette, quali destinate a contenere le masserizie,
-e quali a dormitorio. Ed ecco come si preparano per dormire. Se nella
-capanna non istà che una famiglia, il marito e la moglie mettonsi in
-una di quelle camerette, e i figli e i domestici stanno nelle altre.
-Se capita un missionario, che abbia a dormire presso questa famiglia,
-se gli dà per onorarlo la cameretta de’ conjugi. Se nella stessa
-capanna abitano due famiglie, il focolare diventa comune, ed una delle
-famiglie sta da una parte, l’altra dall’altra, secondo i compartimenti
-accennati; nè mai succede contrasto, o querela tra quelle due famiglie,
-chè anzi sono un esempio di cordialità, e di fraternità. I montoni, e
-l’altro bestiame hanno un luogo espressamente ad essi assegnato accanto
-alla capanna, e vi entrano per la porta medesima, per la quale entra la
-famiglia, di cui fanno parte. I Laponi della costa hanno un altro luogo
-per conservare il fieno. Costruiscono questo luogo in modo, che sotto
-il tavolato, su cui posa il fieno, hanno la comodità di conservare i
-loro vestiti, le pelli di renne, e molti loro utensili. Se finiscono
-presto il fieno, vanno a levare la scorza agli alberi per darla
-in pasto al loro bestiame; e se tanto è il freddo, che per la neve
-fortemente gelata le renne non possano procacciarsi il musco sepolto
-sotto la medesima, i Laponi vanno a tagliare grossi abeti, ed altri
-alberi per prenderne i licheni, e i muschi, che crescono sotto quelle
-piante. Con che si vede che esterminio essi fanno delle più belle
-piante così ridotte a imputridirsi. Spesso danno ai loro animali delle
-radici, e spesso pure fanno bollire teste, ossa, e viscere di pesci
-insieme con paglia, e con qualche pugno di varec (_fucus serratus_); e
-questa miscela è gustata eccellentemente dalle loro vacche.
-
-Poco da codesta mentovata capanna differiscono le tende d’inverno de’
-Laponi montanari, salvo che questi dispongono diversamente il luogo
-della cucina. Essi andando a dormire lasciano acceso il fuoco, che fa
-loro le veci di lampada. Questi Laponi usano costruire alcune tende
-ne’ boschi, ove ogni giorno vanno a cercar legna da scaldarsi. A poca
-distanza poi dalla tenda principale erigono una capannuccia, che serve
-di magazzino per tutte le loro robe e provvigioni. La tenda che usano
-in estate, è simile a quella dell’inverno, con questo che l’alzano
-sulle montagne alla portata delle alture fredde, ove le renne possano
-andare al pascolo: essa non è coperta che con un pezzo di grossa
-saglia. Piccolissima è la tenda de’ cacciatori che vanno in cerca delle
-renne selvatiche. Per alzarla il Lapone leva dal suolo tutta la neve; e
-d’essa si fa intorno una specie di muraglia: raccoglie poi le pietre,
-che ivi trova, per farne il suo focolare; e si prepara il mangiare
-con una specie di pignatta, che si porta dietro con altri arnesi. Una
-tenda simile usa il Lapone della costa quando si mette in mare sul suo
-battello, di quella servendosi abbordando a terra, secondo che ne ha
-occasione.
-
-Rimane a dire de’ letti de’ Laponi. Questi letti consistono in
-una pelle di renna stesa sul suolo sopra uno strato di foglie. Per
-capezzale usano il loro soprabito: per coperta hanno una pelle di
-montone, la cui lana tengono dalla parte della persona; e a quella
-coperta altra ne soprappongono di lana che ha lungo pelo. I letti non
-sono separati gli uni dagli altri che per un pezzo di legno posto
-da ciascun lato. L’uomo e la donna dormono alla estremità: i figli
-nella divisione seguente; e i domestici presso la porta, secondo
-i compartimenti già accennati, e che impropriamente abbiamo detti
-camerette. Sono poi gli uni sì vicini agli altri, che l’uomo e la donna
-possono colle loro mani toccare i figli, e quasi i domestici. V’è però
-qualche eccezione da notarsi. In estate le zenzale, ed altri insetti
-volanti infestano orribilmente i Laponi montanari. Per difendersi
-da quel flagello, e non crepare di caldo sotto una coperta, che li
-soffocherebbe, hanno trovato il modo di tener alzata la coperta nel
-mezzo del letto mediante una corda, o cosa simile che da un capo è
-attaccata nel centro alla coperta, e dall’altro ad un legno della tenda
-perpendicolare al letto; e la coperta anche così elevata giugnendo
-colle sue tre estremità a terra, salva chi dorme dalle beccate di
-quegl’insetti. Essi sono di varie specie; ma una ve n’ha fra le altre
-più fiera di tutte, perchè penetra per le cuciture p. e. de’ guanti,
-e lascia tante beccate quanti ne sono i punti. La beccata produce un
-pizzicore incomodo, una leggiera gonfiezza, e tante piccole ulceri
-bianche, per le quali, quando una persona ritorna da di fuori, e
-ch’essa è stata attaccata da uno sciame di questi insetti, si stenta
-a riconoscerla: tanto il suo volto è pieno di pustole. Fuggono questi
-crudeli nemici di ogni vivente, se un vento viene a soffiare con forza;
-ma cessato appena, ritornano con un ronzìo fastidiosissimo esso solo.
-Assaltano al pari degli uomini i bestiami tutti, e le renne; e lasciano
-la pelle di queste povere bestie tutte insanguinate per le tante
-morsicature. Finora non si è trovato altro rimedio che quello del fumo.
-Ed è crudele disgrazia de’ poveri Laponi, che mentre sono per ripigliar
-vita dopo il lungo inverno, che ha durato dal s. Michele sino al s.
-Pietro, incontrino colla bella luce di un giorno di tre mesi continui
-un sì desolante flagello. Ma passiamo a parlare de’ cibi de’ Laponi, e
-della loro cucina.
-
-Il latte delle renne è la base del loro nudrimento. In due maniere
-i Laponi lo preparano secondo la stagione. In estate fanno bollire
-col loro latte finchè si quagli una specie d’uva spina che cresce
-nelle praterie interposte alle loro più alte montagne: agitandolo
-continuamente mentre bolle, ne separano il siero, e cuocono di nuovo
-il quagliato, che poi mettono entro vesciche, e queste seppelliscono
-sotto terra, usandone nella breve stagione corrente. In inverno tengono
-altro modo; essi mettono il latte in barili, o vasi simili: il freddo
-lo fa gelare; e con ciò si conserva più facilmente. Il latte munto
-in appresso si mesce a bacche dell’uva spina, detta de’ cervi, che
-sono nere; e lo ripongono in ventricoli di renna: il latte si congela
-subito, e volendone far uso lo spezzano in fette con una scure. Non
-esponendosi al fuoco nel mangiarlo assidera i denti. L’ultimo latte
-munto l’inverno, che si ripone in piccoli vasi fatti con legni di
-betulla, si congela anch’esso subito, ma passa pel più delicato.
-Per usarne si mette appresso al fuoco, ed a misura che si fonde, si
-mangia col cucchiajo: ma bisogna tenerlo coperto; altrimente per poco
-che l’aria sia fredda ingiallisce e irrancidisce. — Il formaggio di
-renna si fa come siegue. Si mesce acqua col latte, perchè essendo
-questo troppo denso, stenterebbe a quagliarsi: e scaldato quindi
-sufficientemente vi si mette il presame: e separatone il siero, il
-latte quagliato si avviluppa in un pezzo di tela; e premuto gli si
-fa prendere una forma rotonda. Allora si mangia tanto freddo, quanto
-lessato, od arrostito: ma se si appressa troppo al fuoco, a cagione del
-molto burro che contiene, corre pericolo d’infiammarsi.
-
-I Laponi della montagna fanno del burro col latte di renna, ma riesce
-meno buono di quello che i Laponi della costa fanno col latte di vacca,
-di pecora, e di capra.
-
-Il desinare e il cenare de’ Laponi della montagna si fa costantemente
-con ciò che dà loro in inverno la caccia. Ogni settimana ammazzano una
-o due renne selvaggie, più o meno, secondo il numero degl’individui
-componenti la famiglia. Ecco tutta la loro cucina. Il cacciatore che ha
-ammazzata la renna, la taglia in pezzi, e mette questi nella marmitta
-senza badare nè al sangue, nè ad altro imbratto. La bollitura fa alzare
-il grasso, che si schiuma e si mette in una conchiglia, la quale serve
-di piatto, e vi si getta un poco di sale. Cotta, o creduta cotta la
-carne si cava dalla marmitta con una forchetta di legno, e si depone
-sopra un piatto, lasciando nella marmitta il brodo. Tutti siedonsi
-intorno al piatto, e ciascuno bagna il pezzo di carne che ha tolto,
-colla punta del suo coltello nella conchiglia del grasso schiumato; e
-di tempo in tempo beve un cucchiajo di brodo rimasto nella marmitta;
-così que’ Laponi cominciano e finiscono il loro pasto. E sono essi
-tanto economi, che neppure degli ossi fanno grazia ai loro cani;
-perciocchè dopo averli ben bene piluccati li spezzano minutamente, e li
-fanno bollire di nuovo per trarne una gelatina. Ma i Laponi mangiano
-la carne anche arrostita; e in luogo di spiedo infilzano la loro
-selvaggina in un palo aguzzo, che piantano d’innanzi ad un gran fuoco,
-e di quando in quando lo rivoltano, onde per tutti gli aspetti la
-carne sia penetrata dal calore; ma non usano poi percottarla col burro.
-Qualche volta per variare affumicano la carne; e perchè prenda bene il
-fumo le fanno qua e là molte incisioni: nel resto l’appendono all’alto
-della loro tenda. I Laponi viventi sulla costa mangiano bue, montone,
-orsi, volpi, e lontre, e vitelli marini, ed ogni altro animale, che lor
-riesca di uccidere, salvo però il porco, pel quale hanno un’avversione
-orribile. Que’ che si danno alla pescagione, mangiano sermoni, che
-fanno seccare al sole; e non vi fanno altra concia che quella dell’olio
-di balena. La madre ne dà de’ bocconi masticati al suo bambino, che
-ancora allatta; e così il Lapone contrae il gusto di quest’olio, che
-riguarda come la miglior cosa del mondo. Quando trovano finite le loro
-provvisioni, raccolgono le teste, e le spine, e gli ossi de’ pesci
-che abbiano ancora qualche bricciolo di carne; fanno arrostire queste
-cose; poi le mettono a bollire in una marmitta con fette di coscia
-del vitello marino: ma hanno la precauzione di porre questi ossami nel
-ventre di una foca, e di tenerveli, onde s’imbevano meglio dell’olio
-di quell’amfibio: quest’olio si serve poi come salsa. Arrostiscono
-parimente il pesce, come fanno della carne. Hanno una singolar passione
-pel pesce, che i naturalisti hanno battezzato col nome di _gadus
-eglesinus_; e vivanda per essi squisitissima è il fegato del medesimo,
-pesto, e conciato con certe loro bacche. Il mangiare di queste genti
-con tant’abbondanza di grassume, e di olii, potrebbe far credere
-che loro cagionasse varie malattie: ma essi non soffrono nè malattie
-croniche, nè dissenterie, nè febbri, nè altri malanni del genere, che
-soffronsi nei nostri paesi: la sola, che singolarmente li affligga, è
-una colica spasmodica, che viene attribuita a’ vermi, della quale si
-parlerà, e che è più incomoda, che inquietante. Nè usano, nè conoscono
-il pane: al più fannosi con farina ed acqua alcune piccole focaccie,
-che cuocono sul focolare. Bensì hanno certe delicatezze di loro gusto
-per aguzzar l’appetito; e sono i soli ricchi, che le usano: una è la
-scorza più interna dell’abete presa di recente dall’albero, e tenuta
-per darle maggior sapore al fumo, e intinta nell’olio di balena. A
-compimento de’ loro pasti godonsi dell’angelica, di cui mangiano fusto,
-foglie, e radici fino che è fresca; e la mangiano pure bollita nel
-latte. Dopo il pasto è loro delizia il tabacco o fumato, o masticato. È
-inesprimibile la loro passione per questa pianta irritante.
-
-La bevanda comune de’ Laponi è l’acqua, che l’inverno procacciansi
-facendo fondere la neve al caldo. Se sono vicini ad un fiume, rompono
-il ghiaccio per provvedersene.
-
-Rimane a far qualche cenno de’ mobili di casa, che i Laponi usano; e
-l’inventario di questi è corto. I Laponi erranti non potrebbero averne
-molti ancor che volessero, poichè oggi sono attendati qua, domani là,
-e le loro tende sono assai piccole. Nè, siccome si è già accennato,
-sono più ampiamente alloggiati quelli, che hanno ferma residenza,
-onde nemmeno quelli della costa s’imbarazzano di tavole, di scranne
-e di simili cose. Tutto adunque si riduce ad una marmitta, a qualche
-piatto, ad alcuni cucchiai di corno o di stagno; ed è un gran lusso
-de’ pochi più ricchi un qualche cucchiajo di argento. I montanari
-nella lunga notte di tanti mesi non hanno altro lume, che quello che
-si procacciano col fuoco continuo. L’abitante delle coste per veder
-lume empie un guscio di conchiglia d’olio di foca, vi pone uno stoppino
-fatto di giunco; e questo è il suo mobile più pregiato. Ma veramente il
-mobile più pregiato, in quanto il Lapone vi mette tutto il suo ingegno
-a farlo e ad ornarlo, si è la culla destinata a contenere il frutto
-del suo amore. Questa culla è fatta di un tronco d’albero ben incavato
-e fregiato di scolture. La madre l’attacca con alcune correggie alle
-sue spalle quando viaggiando ha da portar seco il suo bambino; ed ha
-l’attenzione di fargli pendere sul davanti raccomandata ad un mezzo
-cerchio una filza di globetti, onde giacendo sulla schiena, ed avendo
-libere le mani e le braccia, il figliuoletto possa divertirsi.
-
-Si è detto delle renne, del governo e dell’uso che i Laponi ne fanno;
-qui non occorre che accennar qualche cosa della caccia che danno alle
-selvaggie. Non vi si abbandonano però che accidentalmente, tutte le
-loro cure essendo intese alla custodia delle domestiche. È in inverno
-spezialmente che vanno in traccia delle selvaggie, correndo a piedi
-sulla neve con quelle loro scarpe, che abbiamo chiamate scivolatoi,
-medianti le quali vanno più spediti della renna medesima, al cui
-corso l’altezza della neve fa grande ostacolo. Raggiungendola adunque
-l’ammazzano con qualche colpo sulla testa: diversamente le tirano sopra
-con arma da fuoco: usano ancora, secondo la circostanza de’ luoghi,
-di un laccio, in cui l’animale imbarazza le sue corna. Hanno anche la
-destrezza di ridurle o a certi parchi, o in qualche stretta, da cui le
-renne, entrate che vi sieno, non possono più uscire.
-
-Col fucile o con lacci i Laponi prendono le lepri che abbondano nel
-paese. Questi animali in inverno hanno bianco il loro pelo. Abbondano
-pure nel paese le volpi; e ve n’ha di diverse specie, altre essendo
-rosse di colore, altre aventi sulla schiena, e su quel rosso una croce
-nera; alcune nette nere; altre nere, ma aventi sulle vertebre un lungo
-pelo di un grigio di cenere; e queste sono di gran prezzo in tutti i
-mercati d’Europa. Ve ne sono anche di bianche colle orecchie, e i piedi
-neri, e colle code bianche, e macchiate di peli neri. V’ha pure de’
-martori. Quelli di montagna hanno il pelo corto, e nericcio, giallastra
-la coda, e grigio di cenere il petto: il martore detto di betulla,
-perchè spesso si trova dove quest’albero cresce, è giallo di pelo, ha
-la coda porporina, e bianco il petto. Più rara è la donnola, chiamata
-dai naturalisti _mustella martri_, la quale ha per proprietà di saltare
-sulla schiena della renna, ed a forza delle unghie e dei denti di
-ucciderla.
-
-Anche la Laponia ha castori; e talora se ne sono veduti dei bianchi,
-i quali non sono, che una specie di mostruosità della natura. Troppo
-è nota l’indole singolare di questo animale perchè noi non commettiamo
-qui una superfluità parlandone. Diremo piuttosto dell’animale chiamato
-dai Laponi _zhjestes_ del quale v’ha tre specie: quello di mare,
-il cui pelo è giallo pallido, e molto fitto; ed una sua pelle costa
-ordinariamente in Danimarca uno scudo: il secondo è detto delle baje e
-delle paludi, più piccolo dell’altro, la cui pelle di un color nerastro
-è più brillante di quella dell’altro; e vale tre scudi e mezzo. Il
-terzo è quello d’acqua dolce, col petto bianco e la schiena nera come
-le penne del corvo; e vale cinque e più scudi.
-
-Lo scojattolo e l’armellino sono altri animali preziosi per le loro
-pelli. Di questi e degli altri, che abbiamo accennati, i Laponi vendono
-le pelli ai Russi, che le adoperano quali nelle loro manifatture,
-quali facendone pelliccie, o per uso del paese, o per traffico con
-altri popoli. A tutti questi animali vanno unite alcune specie di
-sorci; e spezialmente quella, che i Laponi chiamano _lemmick_, che
-ivi sono in immenso numero. Va pure unito l’orso, di cui si è altrove
-già parlato abbastanza. Tocca a’ filosofi spiegare lo strano fenomeno,
-che in questa estrema parte del continente, in mezzo ai rigori di sì
-inclemente clima, gli animali tanto selvaggi, quanto domestici, sono di
-una singolare fecondità. Le stesse pecore danno due volte all’anno de’
-gemelli; e le capre due gemelli costantemente, e qualche volta tre.
-
-Nelle edizioni inglese, e francese di questo viaggio si parla a lungo
-de’ _pesci_, degli _uccelli_, degl’_insetti_, de’ _vegetabili_, e de’
-_minerali_ della Laponia: quelli che di tali cose in particolare si
-dilettano, consulteranno quell’edizioni. Qui si parlerà piuttosto di
-alcuni usi proprii de’ Laponi, come argomento che può interessare i più
-de’ lettori.
-
-I Laponi sono oggi quelli che erano nel secolo XII, in cui furono
-conosciuti sotto il nome di Skrit-Fiani. Quantunque posti sotto la zona
-boreale, hanno qualche costume degli abitanti dell’India: per esempio,
-dovendosi il Lapone presentare ad un magistrato, o al suo pastore, non
-lo fa mai senza regalarlo o di un formaggio, o di qualche pernice,
-o pesce, o di un agnello, o di alcune lingue di renne, ecc.; e ne
-riporta un po’ di tabacco, una bottiglia d’idromele, od un fiaschetta
-d’acquavite, o dello zenzero, del pepe, e simili droghe.
-
-In addietro per dinotare le loro feste, ed i giorni lieti, o funesti,
-facevano uso di un bastone con tacche: questo era il loro almanacco.
-E sa di quel uso il complimento che incontrandosi praticano,
-abbracciandosi scambievolmente, e gridando _eurist_, che vuol dire:
-_dio ti salvi da ogni pericolo_. — L’isolamento, in cui vivono le
-famiglie lapone, non permette di aver ricorso alle mammane per ajutare
-le partorienti: quest’officio è esercitato dagli uomini. Un altro uso
-è, che al neonato si assegna una renna, come una specie di patrimonio,
-la quale quando sarà grande sarà sua insieme con quanto potrà
-provenirne: che vuol dire ch’egli avrà un bell’armento; nè per alcun
-titolo, o pretesto vi si può mettere su le mani.
-
-In Laponia il ministro del culto è maestro di scuola, è sacristano, è
-tutto, poichè pochissime sono le funzioni religiose. — Se la famiglia
-nell’andare a provvedersi per bisogni della giornata non può menarsi
-dietro i piccoli figliuoletti, lasciandoli nell’abitazione, capanna, o
-tenda che sia, i piccini lega nella culla, onde non cadano movendosi
-troppo, e que’ di due, o tre anni lega per una gamba ad una corda
-raccomandata ad un piuolo, onde salvarli dal pericolo di cadere sul
-fuoco. — Le donne lapone radono fino alla pelle la testa de’ loro
-figli, essendo inimicissime degl’insetti, che altrove divorano la pelle
-de’ ragazzi, e di chiunque non si tenga netto.
-
-Quando un giovine ha deliberato di prender moglie, lo dice alla
-sua famiglia, la quale va in corpo alla famiglia della ragazza con
-provvisione d’acquavite, e con qualche regalo per la figlia, che si
-ricerca. Entra nella tenda, o nella capanna quello che è destinato a
-parlare, e gli altri lo sieguono: il solo giovine rimansi fuori finchè
-non sia chiamato. L’oratore comincia dall’empiere un gran bicchiere
-d’acquavite, e l’offre al padre della ragazza, il quale, se lo accetta,
-è riputato acconsentire; e allora si dà acquavite in giro a tutti.
-È ammesso a questa libazione anche il futuro, il quale ottiene il
-permesso di parlare in proprio nome alla ragazza. L’oratore intanto
-dice quanto può, e sa dire in favore di lui; e quando i genitori della
-medesima hanno dato il loro assenso, il giovine mette fuori i regali
-destinati alla sposa, p. e. una cintura, un anello, o cosa simile;
-e ai genitori di lei promette abiti da nozze. Se per avventura si
-ritrattasse l’assenso dato, tutte le spese incontrate anche per quelle
-cose che rimasero consumate, restano a carico di chi ha data occasione
-alla novità intervenuta. Del resto quando le parti si sono accordate,
-il giovine ha il permesso di far la corte alla sua bella e si veste
-da festa andando a trovarla, e in lode di lei compone canzonette piene
-di affetto. Il che prova, che se i Laponi stimolati a cantare, fecero
-cattiva figura, o non ebbero conveniente eccitamento, od erano i più
-ignoranti Laponi del mondo. Chi non si trova abile a fare delle belle
-canzoni alla sua fidanzata, supplisce regalandole tabacco, acquavite,
-o cose simili. Il dì delle nozze la sposa è vestita all’incirca coi
-soliti abiti; ma ha nuda la testa, e cinti sulla fronte i capelli con
-qualche striscia di stoffa di varii colori, e nel resto porta i capelli
-sparsi ed ondeggianti sulle spalle. Il Lapone è frugale anche nel pasto
-nuziale, e i convitati di qualche agiatezza regalano lo sposo di alcuna
-moneta, o suppliscono con una renna, od altro equivalente. In Laponia
-però nè suoni, nè canti, nè balli conosconsi, come segni del tripudio,
-che dappertutto accompagna le nozze. Lo sposo per un anno comunemente
-vive coi genitori della moglie: poscia va a piantar casa da sè; e
-ne ottiene qualche montone, una marmitta, e qualche altra di quelle
-piccole cosuccie, che sono necessarie in una famiglia lapona, e che si
-sono di sopra indicate.
-
-La grande semplicità, in cui vivono i Laponi, fa che non abbiano
-altri giorni di riposo, e di festa, che quelli della stanchezza per le
-fatiche sostenute; e quando voglionsi ricreare, non fanno che passare
-da un esercizio ad un altro. Perciò i loro divertimenti non consistono,
-che in prove di forza, o di destrezza. Spesso usano tirare a segno,
-o giuocare alla palla, che uno getta, e l’altro deve respingere con
-un bastone. Hannosi un giuoco prediletto, che chiamano della volpe, e
-delle oche, che si fa in due, ed è ingegnosissimo: ne hanno un altro,
-che chiamano del salto, proponendosi di saltare al di là di un palo
-posto orizzontalmente ad una certa altezza; un altro consiste in una
-lotta che due, o più sostengono, ma in numero pari per ogni parte; e
-la sostanza sta in questo, che tenendosi da ciascun lato un bastone
-attaccato alla stessa corda che l’altro, debbesi per le forze rompere
-la corda; e perde chi vacilla, o cade, od abbandona il bastone. Lottano
-ancora, o pigliandosi per la cintura, e cercando di alzare in aria
-l’emolo, o con esso maneggiandosi in altre maniere. Le scommesse in
-questi giuochi sono di qualche piccola moneta, o di un poco di tabacco,
-o d’altra cosa simile. Questi giuochi, ed altri di egual natura
-contribuiscono mirabilmente alla conservazione della robustezza, della
-destrezza e della sanità.
-
-
-
-
-CAPO XXII.
-
- _Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, oftalmia.
- Preservativo contro lo scorbuto. Rimedio pe’ geloni, per le
- ferite, per le fratture, e lussazioni. Affezioni inflammatorie,
- reumi, lombaggine. — Funerali de’ Laponi, sepolture, convito
- mortuario, anniversarii. Pietà verso i defunti. Giurisprudenza
- sulle eredità. — Religione degli antichi Laponi. Montagne Sante,
- tutt’ora in venerazione. Maghi. Affezione de’ Laponi al loro
- paese._
-
-
-Abbiamo detto altrove, che ad onta del clima, delle fatiche, e de’
-cibi, i Laponi generalmente sono esenti da quelle tante malattie, che
-regnano ne’ bei climi meridionali. Ma i Laponi hanno avuta la disgrazia
-degli Americani; quella di partecipare del vajuolo, dacchè un giovine
-Scozzese lo recò a Berg, dove fatalmente infettò chi per cagione di
-commercio era ito colà dal fondo delle terre settentrionali. I Laponi
-adunque furono alcune volte furiosamente minacciati di esterminio
-da questa malattia; e le invasioni della medesima formano per loro
-un’epoca di loro età. Ma il vajuolo è venuto da di fuori: propria
-di loro dee ben dirsi quella colica spasmodica, di cui abbiamo fatto
-menzione, e che essi chiamano _ossem_, o _helmé_. Essa sembra avere
-i caratteri del _cholera-morbus_ delle Indie: imperciocchè ha la sua
-sede nelle viscere verso la regione ombelicale: i dolori che cagiona,
-si estendono sino al basso ventre, facendosi sentire a riprese, come
-quelli del parto; e le angosce che reca, sono tali, che l’infelice
-il quale n’è preso, si dibatte, e rivolta per terra, ed ora non può
-espellere l’orina, ed ora la emette sanguigna, come se fosse attaccato
-da calcoli. L’accesso dopo qualche ora, e sovente dopo alcun giorno,
-termina con un ptialismo, che dura un quarto d’ora. I Laponi viventi
-nelle montagne non ne sono attaccati giammai; bensì quelli delle
-vallate, e spezialmente nella stagione estiva, quando loro avvenga
-di bere l’acqua corrotta delle paludi riscaldate dal sole. Fanno poi
-fronte a questa malattia con radici d’angelica, con ceneri, ed olio di
-tabacco, e con castoreo liquido. — Endemica malattia loro è l’oftalmia,
-che spesso precede la cecità. Il continuo fumo, in mezzo al quale
-vivono tutto l’anno, può esserne una cagione; un’altra la vivacità
-del fuoco, a cui sono sino dalla infanzia esposti, sicchè vien loro
-a disseccarsi l’umidità della congiuntiva. Aggiungasi il riflesso
-de’ raggi solari sulla neve, e la sì lunga, ed universale presenza
-della neve. Si dice che soffrano anche di una cataratta imperfetta, o
-piuttosto di un’affezione della congiuntiva, se il singular modo che
-usano per guarirne abbia a tenersi per incontrastabilmente efficace.
-Il modo è questo: pigliano un pidocchio umano, e lo fanno entrare tra
-l’occhio e la pupilla; il fregamento che l’insetto eccita sul globo,
-basta, per quanto dicesi, a distruggere una membrana, la quale stesa
-sulla cornea è la prima cagione dell’affezione morbosa.
-
-Parrebbe che i Laponi dovessero andar molto soggetti allo scorbuto,
-come tutti i popoli vicini ai mari del settentrione; ma poco ne
-soffrono; e dicesi ciò avvenire per l’uso copioso che fanno della
-fina pellicola che si trova sotto la scorza dell’abete, di cui fanno
-raccolta in maggio; la seccano, la riducono in polvere, e la mescolano
-colla farina, di cui fanno le piccole focacce, che stanno loro in
-luogo di pane. Se forse meglio non abbiasi ciò ad attribuire al siero
-acetoso che usano cotidianamente, e all’abitudine di piantare le tende
-sull’alto delle montagne ad un grado medio di temperatura, ove la
-umidità de’ fondi non possa loro nuocere. Può contribuirvi fors’anco
-l’uso che fanno nell’inverno della carne fresca di loro cacciagione,
-e di quella delle loro renne; non meno che il continuo esercizio, in
-cui vivono; le pelliccie, di cui sono coperti, e l’aria poco umida,
-quantunque fredda, che respirano. I ragazzi soffrono i geloni: per
-questi, e per altri mali che procedono dalle stesse cagioni, usano
-l’applicazione del formaggio di renna. Per le ferite e contusioni
-applicano la gomma che spontaneamente cola dagli alberi resinosi. Per
-le fratture, e le lussazioni fasciano strettissimamente la parte offesa
-dopo aver rimesse bene le ossa al posto; ma prima fanno prendere alla
-persona una pozione, che dicono efficacissima per dissipare i dolori,
-e sollecitare la guarigione. Non è detto di che quella pozione sia
-composta; ma la giunta che vi mettono di limatura d’argento, o di rame,
-non sembra molto persuasiva; e forse sarà superflua; come superflua
-è da credere la cura che dannosi nella scelta de’ nervi, coi quali
-fasciano le lussazioni, e gli storcimenti; mentre prendono dalle renne
-femmine quelli che applicano agli uomini, e dalle renne maschie quelli
-che applicano alle donne.
-
-Finalmente i Laponi sono soggetti ad affezioni infiammatorie di petto,
-a doglie reumatiche, affini alla lombaggine. Dapprima ricorrono per
-guarire alle unzioni di grasso d’orso, e in appresso ai cauterii,
-procurando per mezzo dell’abbruciamento un’escara, alla caduta della
-quale la malattia cessa. Così i Laponi fanno per pratica ciò che il
-padre della medicina spiegava per teorica, e colla pratica consecrava.
-Ma bastino queste indicazioni in proposito delle loro malattie, e de’
-loro rimedii; e diciamo piuttosto delle loro cerimonie funebri, giacchè
-i Laponi in fine muojono come tutti gli altri uomini; benchè quasi
-tutti, se particolar caso non intervenga, giungono alla età chi di
-settanta, chi di ottanta, chi di novant’anni; e v’hanno parecchi che
-passano i cento.
-
-Quando un Lapone è gravemente ammalato, chiamasi un indovino, il
-quale dica se guarirà, o se morrà. Se il presagio è funesto, il primo
-capitato, che si trovi presso di lui, gli fa un sermoncino divoto; ma
-più sovente quelli che sperano qualche porzione della eredità, badano
-più a cominciare i funerali, ancorchè l’infermo sia ancora alle prese
-colla morte. Morto poi che l’infermo sia, e per qualunque genere di
-malattia, ognuno esce della capanna, in cui è il cadavere, credendo
-che ivi rimanga ancora qualche cosa dell’anima del defunto. Alcuni
-giorni poi dopo ritornano per seppellire il corpo, e rendergli gli
-ultimi officii. Se fu persona pe’ fatti suoi commendevole, il corpo si
-avvolge in una tela, quanto può aversi più fina; se non lascia cosa
-di valore, si adopera un pezzo di tela grossa. Così si pratica con
-chi professa il cristianesimo. Alcuni però sono vestiti de’ loro abiti
-migliori, e collocati in una bara da una persona nominata, o pagata per
-quest’officio; e il parente prossimo del morto dà a quella un anello di
-tombacco, ch’essa subito si pone al braccio destro, come preservativo
-d’ogni male, che potesse volerle fare lo spirito del defunto, di cui
-non abbandona il cadavere fino a tanto che questo non rimanga sepolto.
-Prima che i Laponi fossero cristiani, ed anche molto tempo dopo,
-seppellivano i morti nel primo luogo, che credessero opportuno, e
-spezialmente ne’ boschi, come fanno anche oggi, se sono lontanissimi
-da una chiesa. Il modo del seppellimento è di rovesciar sulla bara,
-e sul cadavere deposto in una fossa la slitta, su cui n’è fatto il
-trasporto, e di gittarvi sopra delle zolle verdi e delle frasche. Se
-trovasi a portata una qualche caverna, in essa si depone il cadavere, e
-se ne chiude l’ingresso. Quelli che non sono attaccati al cristianesimo
-che assai debolmente, e sono i più, mettono col cadavere una scure,
-un battifuoco, dicendo che il morto può trovarsi in luoghi oscuri, ed
-aver bisogno di lume: la scure poi gli gioverà per aprirsi la strada
-tra boscaglie, per le quali egli abbia a passare. Alle donne, invece
-della scure danno forbici, ed aghi. Si aggiunge poi una provvigione di
-viveri: il che renderebbe assai probabile l’opinione di alcuni, i quali
-dicono darsi dai Laponi ai loro morti la scure, le forbici, e gli aghi,
-perchè suppongono, che al mondo di là debbano lavorare come lavoravano
-in questo. Quando si può trasportare a qualche chiesa il cadavere,
-questo può seppellirsi o nel cimitero, o in chiesa, ottenendosene la
-permissione: ma v’è gran difficoltà a trovare chi voglia scavare la
-fossa, anche ben pagato. In questo caso si osservano le cerimonie del
-culto cristiano; e quelli che hanno accompagnato il morto, esprimono il
-lutto co’ più miseri abiti, che trovinsi avere. Quando il seppellimento
-è fatto nel cimitero, si lascia sulla fossa la slitta, e sotto di
-questa mettonsi i vestiti del morto, la sua coperta, e la pelle che
-gli serviva di letto. Tre giorni dopo le esequie la famiglia si unisce
-al banchetto funebre, in cui la vivanda principale si è la carne della
-renna, che ha condotto il morto alla sepoltura: le ossa della quale
-mettonsi in una specie di cassa, sulla quale scolpisconsi i principali
-tratti del defunto; e vassi a seppellirla ove si è seppellito il
-cadavere. Quando si tratta di un ricco, all’anniversario suo si
-sacrifica una renna; e ciò si ripete per anni.
-
-I Laponi conservano una lunga memoria di quelli che hanno perduti,
-massime se sono parenti; nè fanno ostentazione della loro tristezza
-con esterne espressioni e segni. Durano bensì degli anni ad andare
-al sepolcro, e forano de’ buchi sui fianchi della fossa, mettendovi
-un poco di tabacco, od altra cosa, di cui, mentre viveva, il defunto
-dilettavasi, immaginandosi che la felicità dell’altra vita non consista
-che in mangiare, bere, e fumare.
-
-L’eredità de’ Laponi sta principalmente in bestiame, in denaro, in
-utensili di rame, o di ottone, in pelliccie, e in vestiti. Ma il
-forte della sostanza sta nelle renne, che qualche Lapone è giunto
-ad averne fino a tre mila, e forse più. Parlandosi della divisione
-della eredità è da avvertire, che quella che consiste in denaro, va
-per lo più perduta, per l’uso che abbiamo detto regnare fra Laponi di
-nasconderlo; e sono sì attaccati a quest’uso, che si ha l’esempio di
-uno, il quale sollecitato ne’ suoi ultimi momenti a rivelare il sito
-del suo tesoro, ostinatamente ricusò d’indicarlo, perchè, diss’egli,
-gli eredi se lo avrebbero appropriato, mentre avrebbe potuto averne
-bisogno egli. Dunque trattandosi de’ beni ostensibili, il fratello ne
-prende due terzi, e la sorella uno, secondo che porta la legge svedese:
-ma in questo riparto non entrano le renne, che hanno fatto parte della
-sua dote; nè quelle che alla sua nascita furono donate al ragazzo, e
-che assai volte sonosi moltiplicate copiosamente: se si tratta di beni
-fondi, i due sessi trovansi a pari condizione; e questo è statuto di
-_Carlo IX_, il quale concedette ad ogni famiglia una porzione di terre,
-di laghi, di boschi, e di montagne, coll’obbligo di pagare un certo
-canone annuo.
-
-Sarebbe facile confrontando varii usi, e varie opinioni, che abbiamo
-accennate dominare fra Laponi, cogli usi, e colle opinioni di
-generazioni o scandinave, o tartare, rilevare i varii gradi di affinità
-sussistenti tra questi popoli. Ma a ciò potrebbe contribuire forse
-più quanto si sa della religione de’ Laponi, non affatto dimenticata
-anche dopo che abbracciarono il cristianesimo. Eccone gli elementi
-principali.
-
-Le divinità adorate da questo popolo possono dividersi in quattro
-classi. 1.º Le _Sopra-Celesti_; ed erano due. 2.º Le _Celesti_, due
-parimente. 3.º Le _Sotto-Celesti_. 4.º Le _Sotterranee_. Quelle della
-terza classe erano anch’esse due; e tre quelle della quarta: tutte poi
-avevano il loro nome particolare.
-
-La prima delle _Sopra-Celesti_, detta _Radien-Atshic_, era la divinità
-suprema, il cui potere estendevasi sopra tutte le altre; ed in virtù
-del nome venivasi ad intendere, che tutte le altre da questa traevano
-l’esistenza, e la forza. La seconda era detta _Radien-Kiedde_; e
-riputavasi il solo figlio della prima, la quale non creava nulla,
-ma trasferiva nel figlio la potenza creatrice: e queste due divinità
-dominavano sopra quelle della seconda, e terza classe, le quali erano
-in grande venerazione presso i Laponi, perchè inclinate per indole loro
-a fare il bene. — La prima delle _Celesti_, detta _Beiwe-Ailekes_,
-rappresentava il sole, fonte della luce e del calore, per beneficio
-delle quali cose le renne trovavano il loro nudrimento. A questa
-divinità offrivano canapa. La seconda dicevasi _Alilekes-Olmak_:
-pare che questa rappresentasse la luna, illuminatrice benigna
-delle lunghissime notti. — Le _Sotto-Celesti_ occupavano la regione
-dell’aria. Alla prima davano il nome di _Maderatje_, residente più
-vicina al sole, e davano il nome di _Madarakka_, e di _Oragalles_ ad
-altre, abitanti le regioni di sotto al sole: le più vicine alla terra
-erano distinte coi nomi di _Sarakka_, e di _Juks-Akka_: le quali
-per la vicinanza potevano facilmente assistere chi loro chiedeva
-soccorso. _Oragalles_ significava il tuono, il quale in tempo delle
-procelle sembra indicare una convulsione negli elementi che compongono
-l’atmosfera; e i Laponi adoravano questa divinità per placarne la
-collera, e fare che risparmiasse le loro persone, e le loro renne.
-_Madarakka_ era la dea proteggitrice delle donne lapone, e la
-invocavano in tutte le circostanze particolari del loro sesso. Essa
-avea per isposo _Radien-Kiedde_, il potere di crear tutto. _Sarakka_
-era la figlia di _Madarakka_, adorata dalle donne lapone anch’essa
-insieme colla madre, _Juks-Akka_ era un’altra figlia di _Madarakka_,
-la quale avea cura de’ bambini, che a lei erano votati fino dal momento
-della loro nascita.
-
-I pericoli, a cui potevano essere esposti spezialmente i Laponi
-montanari nello scorrere co’ loro armenti vastità di paese pieno di
-precipizii, e d’acqua d’ogni maniera, fecero loro considerare per
-divinità _Saiwo_, e _Saiwo-Olmak_, invocati appunto in circostanze
-critiche; essi davano a chi li consultava le risposte in sogno.
-Un’altra divinità, che chiamavasi _Saiwo-Guelle_, era incaricata di
-guidare le anime in mezzo alle tenebre inferiori.
-
-I Laponi facevansi un dio della Morte, chiamata da essi _Jabme-Aikko_;
-e regione di _Jabme-Abimo_ dicevasi la terra, in cui questo dio
-soggiornava; ed ivi le anime dei defunti vestivansi di nuovi corpi in
-luogo di quelli ch’erano rimasti ne’ sepolcri; e godevano di nuovo,
-e più ampiamente delle dignità e dei diritti, de’ quali erano stati
-distinti sulla terra. Anche l’inferno avea il suo dio; e le regioni
-soggette al suo impero chiamavansi _Rota-Abimo_: ivi erano mandate le
-anime de’ perversi per istarvi senza alcuna speranza; laddove i mandati
-a _Jabme-Abimo_ avrebbero un giorno veduto _Radien_, e sarebbero stati
-con esso lui in luoghi beati. Ma quando dal raccomandarsi a tutte le
-altre divinità non aveano tratto alcun soccorso, volgevano l’ultima
-loro speranza a _Rota_. Lo aveano per un dio cattivo e potente insieme
-quanto gli altri: onde credendo che da lui venissero le malattie loro e
-de’ loro armenti, tentavano di placarne il mal talento.
-
-Questa mitologia, qualunque sia il carattere, sotto il quale essa
-apparisce a noi, non può essere la creazione di uomini rozzi, come i
-Laponi a noi si presentano. Gli uomini rozzi possono soltanto averla
-in qualche parte alterata. Sembra adunque che siamo abilitati a
-supporne altrove l’origine, la quale non può essere stata che in un
-paese ben lontano dalla Laponia, e presso una nazione, dalla quale
-gravi calamità e violenza insuperabile distaccarono i padri degli
-attuali Laponi. Nell’esame delle varie religioni, che o per intero o
-per rottami possono riscontrarsi ne’ paesi dell’Asia, s’avrebbe forse
-qualche elemento per meglio conoscere l’origine vera di questo popolo.
-Giusto è intanto osservare che le tenebre, in cui per sì lunga porzione
-dell’anno i Laponi vivono, e gli orrori del sì rigido loro clima, non
-hanno punto comunicato alla loro religione quel carattere di tristezza
-e di abbattimento, che in secoli di errori d’ogni genere accompagnò la
-più pura e santa delle credenze. Similmente i sacrifizii che facevano
-alle loro divinità, non erano punto dissimili da quelli, che usaronsi
-dai popoli più civili. Anzi tra questi qualche volta la divinità fu
-oltraggiata coll’offerta di sangue umano; nè di tale infamia i Laponi
-macchiarono mai il loro culto. Una renna, un montone, e qualche volta
-una foca, erano le vittime de’ loro sacrifizii; e più spesso non
-usarono che libazioni di siero e di latte, a cui si aggiungeva talora
-l’offerta di un formaggio.
-
-I Laponi aveano anche i loro dei penati, che collocavano sotto il
-focolare: aveano montagne riguardate come luoghi santi; ed erano delle
-più difficili da salire, e dove nondimeno andavano ad esercitare
-qualche atto religioso. Anche oggi giorno v’ha chi visita codesti
-luoghi vestito de’ migliori suoi abiti; e se non vi si offrono
-più sacrifizii, se n’ha però tanta venerazione, che per niun conto
-si ardirebbe piantarne in vicinanza le tende, nè in que’ contorni
-attaccare un orso, una volpe, un animale qualunque; e la donna, che
-viaggia, volta dall’altra parte la testa, e si copre la faccia colle
-mani così mostrando il suo rispetto alla santità del luogo.
-
-Fenomeni, di cui rimaneva ignota la causa, poterono facilmente far
-nascere l’idea di potenze invisibili; e forse fatti che non doveansi
-che al caso, indussero uomini semplici a credere che qualche mezzo vi
-fosse per far muovere secondo il bisogno a pro nostro quelle potenze.
-Che il caso ancora, o la buona fede sostenuta da una immaginazione
-esaltata, abbia dato valore ad un’applicazione nulla in tutt’altre
-circostanze, questa non è cosa impossibile. Che qualche ardito ingegno,
-o ingannato da proprie prevenzioni, o da vanità, o d’altro interesse
-spinto a farsi impostore, abbia preteso di fondare una scienza
-occulta; questa è cosa possibile. La magia non ha dominato, siccome la
-superstizione, che presso nazioni e uomini ignoranti. Che meraviglia
-se ciò sia seguito anche presso i Laponi? Si dice che _Odino_ portò
-questa scienza nel nostro settentrione; i più antichi annali della
-Norvegia parlano di mirabili cose operate da alcuni re di quel paese.
-Strumento dell’arte è il tamburo runico, fatto come un cembalo con
-tanti anelli e sonagli intorno, che al più piccolo movimento fanno
-grande strepito, e pieno di figure e di emblemi misteriosi. Il tamburo
-runico gode tuttora presso i Laponi dell’antico credito; e più si
-stima quello che è più vecchio; e inapprezzabili sono quelli, i quali
-può provarsi che passarono di padre in figlio in una lunga serie di
-professori dell’arte. Si dissero dai Laponi questi maghi _Noaaids_, e
-naturalmente godevano di molta riputazione: ma oggi stannosi nascosti,
-perchè i curati li tengono troppo d’occhio. In generale le grandi
-famiglie hanno uno de’ tamburi runici, che tengono nella più segreta
-parte dell’abitazione, e se ne servono nelle circostanze più gravi,
-come di malattie, di mortalità del bestiame, e d’altre calamità: nè
-mancano di cercare l’opera di qualche _Noaaid_, poichè si suppone che
-questi abbiano la scienza e le tradizioni de’ loro antichi. Chiamato
-adunque uno di costoro incomincia dal fare un mondo di sberleffi e di
-contorsioni spaventevoli, bevendo acquavite e fumando tabacco, quanto
-mai può. Ridotto per tali mezzi ad una specie di ubbriachezza cade
-in un profondo sonno, che tutti gli astanti prendono per estasi; e
-quando si sveglia, dice che la sua anima è stata trasportata in qualche
-montagna santa, di cui indica il nome; e prende a rivelare il discorso
-che ha avuto colla divinità, aggiungendo che ad onore della medesima si
-dee fare un sacrifizio; che per ordinario è di una delle più grosse e
-più grasse renne. Il sacrifizio si fa, di cui il _Noaaid_ gode la parte
-migliore. Non succedendo quanto si vorrebbe, se ne chiama un altro, e
-poi un altro ancora; e molti consumano il fiore del loro armento senza
-costrutto. Oltre il tamburo runico in queste operazioni entrano le così
-dette _mosche ganiche_, sotto il qual nome s’intendono maligni spiriti,
-i quali sono interamente nella dipendenza del _Noaaid_, che si presume
-averne ereditato il comando per lunga successione da’ suoi maggiori.
-Questi spiriti, come ragion vuole, sono invisibili a tutti fuorchè
-al mago che li tiene chiusi in una scatola finchè abbia occasione di
-servirsene. Non debbesi poi tacere, che il _Noaaid_ canta una certa
-sua canzone in mezzo alle sue operazioni, la quale i Laponi chiamano
-_Juvige_; ma anzi che cantata dee dirsi urlata: chè di armonia non v’ha
-nulla.
-
-Del rimanente più che ad altri propositi l’impostura di questi maghi
-può riuscire nel fatto di trovare cose perdute, o derubate. Ed ecco
-come il _Noaaid_ procede quando possa immaginare il luogo ove trovare
-il detentore della cosa perduta, o il ladro. Egli va colà; versa
-dell’aceto in un piatto, d’onde vien riflessa la fisonomia della
-persona che vi si guarda. Ed è chiamata a guardarvisi la persona caduta
-sospetta; ed intanto il _Noaaid_ le fa contro mille sberleffi, e mostra
-di fissarla e contemplarla ben bene: poscia chiaramente l’accusa del
-furto commesso; dice di averne la prova sul volto di lui ben figurato
-sul piatto, e la minaccia di farla coprire da uno sciame di mosche
-ganiche, le quali la tormenteranno finchè abbia restituito ciò che non
-le appartiene. Ognuno qui vede come la riuscita del _Noaaid_ dipende
-tutta dalla paura della persona sospetta, la quale, se veramente è
-colpevole, non manca mai di rimettere quanto ritiene d’altrui, od
-ha rubato, ponendo però nel restituire la segretezza stessa, che
-avea usata nel furto. Del resto i _Noaaids_ de’ Laponi hanno molta
-somiglianza cogli Angelochi de’ Groelandesi.
-
-Terminiamo col dire, sempre sulla scorta del missionario _Leemens_,
-dell’attaccamento, che i Laponi hanno pel loro paese. _Cristiano VI_,
-re di Danimarca, incaricò quel missionario a mandargli un qualche
-giovine Lapone: a cento, con cento proposizioni vantaggiosissime
-il missionario fece la proposta inutilmente: infine ne trovò uno
-che accettava il partito, ma la madre guastò tutto, la quale disse
-apertamente al missionario, che la maledizione di Dio, e la sua
-sarebbero cadute sulla testa di lui, se avesse continuato a volere
-separarla da quanto essa avea di più caro al mondo; aggiungendo, che se
-nel prossimo suo parto le fosse accaduta qualche disgrazia, l’avrebbe
-attribuita a lui come autore di tanto suo affanno. Questa espressione
-toccò il cuore al missionario, il quale non insistette di più.
-
-Non ci si dice, come poi ciò non ostante quei giovine andasse a
-Copenaghen: bensì lo stesso missionario racconta, che quantunque
-eccellentemente per ogni verso trattato colà, nell’autunno seguente
-cadde ammalato, languì sino alla fine dell’anno, e poi morì: nè
-_Leemens_ esita ad attribuirne la morte al subitaneo cangiamento
-d’aria, ed alla nuova maniera di vivere. Che può mai un Lapone
-sostituire in Copenaghen alle abitudini contratte nel suo paese?
-Fuori di questo per lui tutto il mondo è una prigione; e fuori de’
-suoi compatrioti e delle sue renne, tutto per lui è un complesso di
-barbarie. La Danimarca non ha potuto avvezzare al suo clima, a’ suoi
-modi, a’ suoi piaceri nè Laponi, nè Groelandesi.
-
-
-
-
-CONCLUSIONE
-
-
-«Così, dice _Regnard_, terminando la sua relazione del viaggio da lui
-fatto in Laponia, finì il penoso nostro viaggio, il più curioso che mai
-fosse intrapreso, il quale io non vorrei aver fatto per nessuna somma
-di denaro, e che però per nissun guadagno vorrei ricominciare».
-
-Egli è a presumere, che al tempo di _Regnard_ questo viaggio dovesse
-presentare maggiori difficoltà che al presente. Tuttavolta io credo
-di dover notare qualmente anche al presente non solo è difficile, ma
-eziandio in certe circostanze riesce impossibile. Se, p. e., avvenisse
-che l’estate fosse umida, che le pioggie fossero abbondanti, e per
-conseguenza che le paludi non avessero tempo di asciugarsi, non so
-vedere in che modo si potessero attraversare. Bisogna badare però che
-quando io parlo d’impossibilità presunta di questo viaggio, s’ha il
-mio discorso da intendere rispetto alla strada che noi abbiamo voluto
-tenere, e non a quella che seguì _Regnard_. In quanto a questa, essa è
-sempre praticabile, ed anche facile. Il fiume Tornea, se si eccettuino
-alcune cataratte, è costantemente navigabile sino alla sua sorgente a
-Tornea-Treske.
-
-Sono ben lontano dal cercare, esagerando le nostre fatiche, e gli
-ostacoli da noi superati, di distogliere gli altri dal seguire il
-nostro esempio per riservare a noi soli il merito straordinario della
-esecuzione di tale impresa. Al contrario debbo piuttosto temere che il
-poco interesse che i lettori avranno trovato nella mia opera, non sia
-il più efficace motivo di allontanarli dal fare un viaggio, che sembra
-prometter loro sì pochi mezzi di accrescere le loro cognizioni.
-
-La Laponia non pertanto presenta all’osservatore un vastissimo campo
-d’istruzione. La mediocrità de’ miei talenti, e la rapidità colla quale
-mi è convenuto percorrere una tanto immensa estensione di paese, non
-mi hanno permesso, che di sfiorare le cose. Dico però, e lo dico con
-fondata persuasione, che in codeste regioni tutto è ancora vergine; i
-fiumi, i laghi hanno i loro popoli particolari; le montagne nascondono
-nelle loro viscere miniere sfuggite tuttora alla cupidigia dell’uomo,
-del pari che al suo studio. La renna, il ghiottone, specie d’orso
-appartenente a codeste zone, il lemningo, razza di sorcio, sono animali
-incogniti nelle altre parti d’Europa. Gli Ornitologisti troveranno ivi
-uccelli particolari a quelle elevate regioni; e l’Entomologista, ad
-ogni passo che farà, potrà arricchire le sue raccolte d’insetti più
-rari e più preziosi. Per quanto numerosi sieno i luoghi, sui quali il
-_Linneo_ portò le sue ricerche, e per quanto grandi sieno state le
-sue scoperte, egli nelle sue corse lasciò nondimeno molti punti da
-percorrere. Il _Quenzel_ ed altri naturalisti non hanno eglino dopo
-di lui trovati molti, e molti insetti, singolarmente della classe
-delle farfalle, o come essi dicono lepidopteri, i quali attualmente
-formano articoli interessantissimi nelle collezioni di questo genere?
-E quantunque il _Plinio_ svedese abbia portata un’attenzione, che
-potrebbe dirsi anche minuziosa, su tutti gli oggetti di botanica;
-quantunque abbia scrupolosamente vangato, dirò così, il suolo delle
-regioni che ha scorse, per iscoprire ogni pianta, che al dire di
-_Goldsmit_
-
- Per non esser veduta s’era tratta
- In que’ deserti, e si facea un velo
- Dell’aria, d’onde solo il cupid’occhio
- La potrebbe scoprir, se l’ali avesse;
-
-i suoi successori troveranno ancora da impiegare il loro tempo in
-vantaggio della scienza vegetale, e di quelli che la coltivano:
-segnatamente nella criptogamia, alcuni individuali oggetti appartenenti
-alla quale sono stati sottomessi a processi chimici, e possono
-aprire una nuova sorgente d’industria nelle manifatture, e perciò nel
-commercio.
-
-Un grande vantaggio poi pel viaggiatore, vantaggio che gli
-permetterebbe di aggiungere un interesse grande alla relazione del
-viaggio suo, sarebbe quello di possedere l’arte del disegno, e di
-potere coll’ajuto d’essa presentare agli occhi non solo dei dilettanti,
-ma eziandio de’ consumati artisti quelle scoscese montagne, quelle
-cascate maestose, que’ fiumi con tanto fracasso precipitanti le loro
-acque per que’ loro letti sì profondi, o menandole pacatamente per la
-larghezza delle vallate. Cotanta folla di siti, di paesaggi, di punti
-di vista infine o magnifici, o selvaggi, o romantici, ma tutti sì
-nuovi, sì incogniti in altri climi, sì veramente fatti per ingrandire
-il genio delle arti, e la cui rappresentazione con tanto diletto
-ricondurrebbe lui medesimo sopra i suoi trascorsi pericoli, sopra le
-fatiche sofferte e i gustati piaceri.
-
-Se l’inverno non gli presentasse scene cotanto variate, pienamente
-lo compenserebbero di sua pazienza mille oggetti degnissimi della
-sua attenzione. La sua immaginazione colpita dalla forza de’ quadri
-di questa natura insensibilmente si esalterebbe, e questo entusiasmo
-sì naturale sarebbe seguito da quella dolce, e viva malinconia, che
-l’_Hume_ riguarda come il sintomo dell’anima umana tocca dall’amore,
-e dall’amicizia. Questa profonda malinconia, il cupo silenzio sparso
-sopra codeste contrade isolate, porteranno indubitatamente chi le
-percorrerà da filosofo, a domandare a se medesimo a che fine sieno
-entrati nell’ordine della creazione luoghi per così dire estranei alla
-vita. Con che disegno sono poste nella economia della natura quelle
-aurore boreali, quegli spettacoli sì brillanti dell’aria, e que’
-laghi, e que’ fiumi, e quelle cataratte, se tale teatro magnifico,
-eternamente deserto, debb’essere perpetuamente estraneo all’uomo.
-Ebbene! L’uomo non iscioglierà mai codesta questione fin tanto che
-si terrà persuaso ch’egli è il re delle cose create, e si abbandonerà
-alla idea presuntuosa che tutte le cose poste su questo globo non per
-altri esistono che per essolui. E non hanno al pari di noi un egual
-diritto di moltiplicare le loro specie codesti uccelli, che fanno
-eccheggiare pe’ boschi i loro canti, che coprono a sciami le paludi,
-i fiumi, il cielo; e che l’estate emigrano da tutte le parti d’Europa
-verso la Laponia per ivi costruire i loro nidi, ove debbono sbucciare
-i loro piccoli dalle uova, che vi deporranno? Esposti dappertutto alle
-insidie dell’uomo sì inclinato a crearsi de’ bisogni, che non gli diede
-la Natura, perchè questa madre comune, sì saggia e sì pia, non avrebbe
-riserbato loro degli asili, ove senza timore abbandonarsi all’amore,
-e alla dolcezza degli affetti, che la propria prole ispira ad ogni
-vivente?
-
-La Laponia presenta dappertutto al filosofo bramoso di conoscere la
-natura nel suo stato di semplicità, soggetti degni della più profonda
-riflessione, e di una contemplazione tanto più seducente, quanto
-che essa è fatta per alimentare vie più il suo intelletto. È un
-importantissimo punto in istoria naturale quello di sapere quanto in
-fatto sia fondata l’opinione di _Mairan_, di _Buffon_, di _Bailly_,
-e d’altri filosofi su quello, ch’essi chiamano calore centrale. Si
-domanda se dopo la formazione della terra vi fosse mai un periodo,
-in cui le regioni artiche fossero più calde di quello che lo sieno al
-presente; se possa supporsi che sia avvenuto un cangiamento di clima, e
-che nel corso de’ secoli sia succeduta una differenza essenziale nella
-temperatura delle nostre zone. Queste domande potrebbero naturalmente
-essere fatte da un filosofo, che viaggiasse in Laponia. Ma confesso che
-non ho veduto nulla, su cui fondare una passabile risposta. Tutto ciò
-che io posso dire si è, che durante il breve tempo, in cui sono stato
-in Laponia, non ho scoperta cosa che si possa considerare come atta
-a conservare sì sublime teoria. Non ho incontrate sorgenti calde, nè
-altra traccia di temperatura stata più calda, come non ho avuto nissuno
-indizio di popolazione più numerosa, non reliquie di antichi abitatori,
-o d’arti che possano riferirsi a tempi antichissimi. Ma ho io veduto
-tutto? Troppo vasto è il campo delle investigazioni occorrenti per
-risolvere con materiale elemento tanta quistione. Vuolsi adunque che
-altri e con grande zelo e con grande perseveranza si mettano alla
-prova. Perchè non potrà trovarsi in Laponia, ciò che hanno rivelato fin
-qui in Siberia e in America, paesi posti a latitudini eguali a quella
-della Laponia?
-
-Finalmente, per continuare il primo discorso dirò vero essere che le
-arti non fioriscono in queste contrade; che non vi s’inalzano templi
-per isfidare il potere del tempo, e per pubblicare alle razze venture
-la vanità di coloro, che li fecero edificare: non si veggono palazzi,
-e case pompose, oltraggio altrove sì comune alla miseria dell’uomo
-che ricco della sua coscienza, è inattaccabile da rimorsi, perchè nè
-sa, nè può prestarvi materia. Rottami adunque di colonne, avanzi di
-monumenti ivi non indicano al viaggiatore l’orgoglio di que’ potenti
-dell’antichità, che comparvero per qualche tempo sulla scena della
-vita per disgrazia di coloro che vissero sotto la loro dominazione.
-Che ne’ paesi nostri l’archeologo passeggi sulle sparse ruine degli
-edifizii rovesciati dalla successione de’ secoli; e che in mezzo a
-que’ frantumi cerchi a sbrogliare il caos della storia, onde ricco
-de’ fatti che ne avrà tratti, trovar materia di meravigliarsi sulle
-azioni de’ primi uomini. Il filosofo in mezzo della Laponia, più
-saggio forse ne’ suoi desiderii, non si fermerà meno dilettevolmente
-sullo stato attuale, in cui troverà codeste contrade, convinto, che
-possono abbastanza pascere il suo ingegno. Ivi egli studierà i primi
-elementi della vita sociale: ivi conoscerà la società umana sotto la
-forma più antica, la quale si può riguardare come la primitiva. Non
-andrà colà per ammirare le opere dell’uomo incivilito; ma bensì per
-contemplarvi la natura, l’ordine, l’armonia, prevalenti in tutte le
-produzioni della creazione, l’immutabil legame della catena delle
-cose, e la suprema Sapienza impressa su tutti gli oggetti della prima
-formazione. Qua, e là verrà egli acquistando nuovi mezzi di estendere
-le sue cognizioni, di riscaldare il suo zelo, di stralciarsi una via
-più facile verso il ben essere, a cui egli medesimo aspira. Può egli
-ripromettersi tanto l’archeologo dagli oggetti, che scelga per le sue
-investigazioni? e l’oggetto di queste può stare in paragone di quello
-delle investigazioni del nostro filosofo?
-
-Ah! come sarebbe ammirabile un viaggio fatto in Laponia collo spirito,
-che accenno, quando fosse intrapreso da un saggio delle regioni
-meridionali, coraggioso a segno di sfidare tutti gli accidenti, che
-potesse incontrare. Un viaggio in Laponia fatto così filosoficamente
-da un curioso che venisse dalle contrade del mezzogiorno! Quale altro,
-più capace di produrre in lui le più utili riflessioni, e le lezioni
-più salutari! Quanto non guadagnerebb’egli di più che quelli, i quali
-nati nel Nord si tolgono ai rigori del loro clima per recarsi tra noi,
-e farsi schiavi de’ piaceri che loro esso ricusa? Essi non portano seco
-ritornando ai loro paesi che il vano desiderio di godere del cielo,
-che debbono abbandonare. Non provano al loro ritorno che privazioni:
-con rincrescimento ricordansi dei diletti, che loro prodigalizzava
-per alcune ore un sole più dolce; sospirano dietro il piacevol senso
-in essi eccitato dalle scienze, e dalla coltura delle belle arti; ed
-obbliano che il vero ben essere dovrebbe comporsi delle cognizioni
-acquistate, piuttosto che della reminiscenza de’ piaceri, che non
-hanno potuto trasportar seco. Al contrario il viaggiatore meridionale,
-che penetra nel Nord, presto è chiamato al confronto degli oggetti
-presenti, e di quelli che ha lasciati nel suo paese; e nella nuova
-scena, che gli si apre d’innanzi, una potente voce della sua coscienza
-gli svela tutte le illusioni, tutte le vanità, tutti gli errori degli
-uomini, che nella ebrietà di un esagerato incivilimento non avveggonsi
-come si sono lasciati allontanare dalla vera via della natura; e che
-seguendo le lusinghe di un perfezionamento non giustamente inteso,
-s’inabissano ognor più in un vortice seduttore, ove la natura è
-smentita, la virtù falsata, e la vera felicità ottenibile sulla terra
-è tanto più sospinta lungi da noi, quanto più ardentemente da noi è
-cercata. Egli sarebbe un predicatore fallito, se prendesse a voler
-disingannare una generazione troppo profondamente avanzata in una sì
-deplorabil carriera. Ma il suo spirito si è fortificato nella fede
-della verità. La verità ch’egli ha veduta nel suo più chiaro splendore,
-è divenuta la reggitrice delle sue morali abitudini. So quanto è
-apprezzabile tutto ciò, che mette i suoi concittadini in delirio; e
-senza esporsi a predicare al deserto, colle sue opere e colla sapienza
-de’ suoi principii farà ancora qualche bene.
-
-
- FINE DEL VIAGGIO.
-
-
-
-
-INDICE
-
-DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO VIAGGIO
-
-
- INTRODUZIONE Pag. 5
-
- CAPO PRIMO.
- _Partenza da Helsinbourg. Gottembourg, e costumi
- de’ suoi abitanti. Canale di Trolhatta.
- Stockholm. Descrizione di questa città. Indole,
- ed usi degli Svedesi._ » 9
-
- CAPO II.
- _Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione
- di chi fa questo viaggio. Traversata
- sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi.
- Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti.
- Isole di Aland e loro abitanti._ » 21
-
- CAPO III.
- _Abo e cose notabili di questa città. Stato e
- vivere degli abitanti del paese. Incontro di
- un bardo moderno. Aurora boreale. Yervenkile.
- Sua cascata. Caccia. Stato economico
- dell’albergatore._ » 37
-
- CAPO IV.
- _Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi
- che vi abitano. Incendii ed uragani che la
- devastano. Cammino pericoloso, e mal passo
- sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso.
- Wasa: descrizione di questa città._ » 49
-
- CAPO V.
- _Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi
- riguardanti Linneo. Gamla-Carleby. Nuovi
- motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori
- sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte
- dal ghiaccio. Brachestad. Uleaborg.
- Avventura galante. Particolari riguardanti
- Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa
- città._ » 58
-
- CAPO VI.
- _Magnatizzatore, e magnatismo. Partita di musica
- istromentale. Simpatia de’ Finlandesi per
- la musica. L’harpu. Caccia del gallo di
- brughiera, e qualità di questo uccello. Pregiudizii
- de’ Finlandesi per certe vivande. Faccende
- de’ Finlandesi nell’inverno. Loro pesche
- sul ghiaccio. Loro caccie di vitelli marini
- e dell’orso._ » 68
-
- CAPO VII.
- _Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette
- runiche; loro carattere: modo con cui
- vengono recitate o cantate. Esempii. Elegia
- per la morte di un fratello. Proverbii. — Il
- pasticcio di Paldamo. — Versi d’amore. Le
- più antiche poesie runiche sono formule di
- magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie
- della religione dominante presso i Finlandesi
- prima del cristianesimo._ » 78
-
- CAPO VIII.
- _Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per
- andare al Capo-Nord attraverso della Laponia.
- Nuovi compagni e provvigioni. Addii. — Descrizione
- di un ballo finlandese. Divertimenti
- in Hutta. Arrivo a Kemi. Il curato, e
- la sua famiglia: bella chiesa e bei contorni.
- Bagno a vapore. Passaggio a Tornea.
- Suo clima, e suo commercio. Fine del mondo
- incivilito. Curato dell’Alta-Tornea: sua
- ospitalità._ » 92
-
- CAPO IX.
- _Faticoso viaggio dall’Alta-Tornea a Kardis.
- Kassila-Koski sul punto, su cui passa il circolo
- polare. Più faticoso è il viaggio da Kardis
- a Kengis. Graziosa accoglienza avuta
- in Kengis dall’ispettore delle miniere di quel
- luogo. Ragazze del contorno; e particolarità
- di una di Kollare. Separazione de’ viaggiatori.
- L’autore rimane solo con un compagno._ » 106
-
- CAPO X.
- _Primo trattamento di ospitalità in Kollare far
- piangere chi entra in casa, e perchè. Descrizione
- di questo villaggio, e de’ contorni.
- Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto
- la sua direzione evitati. Digressione._ » 115
-
- CAPO XI.
- _Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca.
- Ministro di questa parrocchia, e suo singolare
- carattere. Costumi de’ paesani di questo
- villaggio, e de’ contorni._ » 119
-
- CAPO XII.
- _Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi
- circa la Laponia. Ciarlataneria di Maupertuis.
- Aspetto del paese tra Muonionisca e
- Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a
- Lapajervi, e crudele persecuzione delle zenzale.
- Lago di Pallajervi: isola Kuntigari:
- fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di
- mare come servizievoli ai pescatori. Laponi
- nomadi presi a guida, congedati i Finlandesi;
- e penoso viaggio fatto con coloro._ » 127
-
- CAPO XIII.
- _Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro
- di pescatori laponi. Loro usi e sospetti sui
- viaggiatori. Cagioni di questi sospetti. Quantità
- immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed
- acque adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre
- particolarità sui Laponi nomadi. Arrivo
- a Kantokeino._ » 144
-
- CAPO XIV.
- _Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine
- apparentemente irragionevole. Musica lapona.
- Maestro di scuola: sue imprese, e
- sua singolare incombenza. Notizie statistiche
- su questa parrocchia, e stato economico de’
- suoi abitanti. Partenza, e cordiali addii delle
- donne del villaggio. Il bel fiume dell’Alten.
- Cataratta magnifica. Rapidità singolare della
- corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra
- colle zenzale. Incontro di un pescatore di
- sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten._ » 159
-
- CAPO XV.
- _Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale.
- Abitanti di Alten, ed ospitalità avutane.
- Navigazione per l’Oceano-glaciale, e
- visita della costa. Monte Himelkar, e cascata
- che ne discende. Visita ad alcune abitazioni
- di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti
- sulla costa. Laponi erranti: loro tende,
- loro beni, e loro renne._ » 184
-
- CAPO XVI.
- _Delle renne: dell’indole di questi animali:
- del governo che i Laponi ne fanno: delle
- varie sorti di slitte che usano, ecc._ » 201
-
- CAPO XVII.
- _Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale.
- Golfo delle Balene. Isola della Have-Sund,
- il più orribil sito, che possa vedersi.
- Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione
- di questo promontorio._ » 214
-
- CAPO XVIII.
- _Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori
- dall’essere giunti al Capo-Nord. Visita del
- promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze.
- Angelica, e grotta. Roccie, licheni,
- alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di
- mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro
- dal Capo-Nord._ » 218
-
- CAPO XIX.
- _Ritorno ad Alten per diversa strada. Isola di
- Maaso: suoi abitanti, e loro ospitalità. Vantaggio
- di chi viaggiando è tenuto per un
- principe. Hammerfest. Penisola Hwalmysling.
- Fregata inglese. Arrivo in Alten. Corsa a
- Felwig: gran mercato di pesce._ » 227
-
- CAPO XX.
- _Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari
- cataratte. Motivi di rimontarne una, e
- sforzi inutili. Viaggio per le montagne, e
- gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia
- la navigazione dell’Alten. Arrivo a Kantokeino.
- Passaggio ad Enontékis. Viaggiatori
- inglesi, e loro memorie. Memoria di un
- emigrato francese. Estratto di un manoscritto
- del curato di Enontékis. Partenza da
- Enontékis per Tornea ed Uleaborg._ » 233
-
- CAPO XXI.
- _Costituzione fisica de’ Laponi. Loro origine e
- loro lingua. Robustezza ed agilità de’ Laponi,
- e lavori. Loro religione e moralità;
- e cause di corruzione. Vestito: incombenze
- dei due sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina,
- e mobili di casa. Caccia delle renne
- selvaggie: caccia d’altri animali del paese.
- Alcuni particolari usi de’ Laponi. Loro nozze,
- e loro giuochi._ » 245
-
- CAPO XXII.
- _Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica,
- oftalmia. Preservativo contro lo scorbuto.
- Rimedio pe’ geloni, per le ferite, per
- le fratture, e lussazioni. Affezioni infiammatorie,
- reumi, lombaggine. — Funerali de’
- Laponi, sepolture, convito mortuario, anniversarii.
- Pietà verso i defunti. Giurisprudenza
- sulle eredità. — Religione degli antichi
- Laponi. Montagne Sante, tutt’ora in venerazione.
- Maghi. Affezione de’ Laponi al
- loro paese._ » 277
-
- _Conclusione_ » 296
-
-
-Registro per le Tavole.
-
- TAV. I. _Passaggio sul golfo gelato di
- Botnia_ Pag. 3
-
- TAV. II. _Veduta della città di Tornea
- a mezzanotte precisa. Il sole
- sta alla maggior sua declinazione_ » 100
-
- TAV. III. _Veduta del Capo-Nord_ » 215
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] I nostri leggitori si ricorderanno che la Finlandia è stata dopo il
-viaggio del sig. _Acerbi_ aggiunta all’Impero russo, troppo necessaria
-per coprire Pietroburgo, altrimente esposta ad ogn’invasione degli
-Svedesi. La corona di Svezia ha avuto in compenso la Norvegia, tolta
-alla Danimarca. La circostanza di tale mutazione politica ci ha fatto
-omettere nel Viaggio che compendiamo quanto alla medesima è estraneo:
-toccando a viaggiatori più recenti dire ciò che da quell’epoca in
-poi intorno all’amministrazione delle cose pubbliche sia avvenuto in
-Finlandia.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VIAGGIO AL CAPO NORD ***
-
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