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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Viaggio al Capo Nord - fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi - -Author: Giuseppe Acerbi - -Editor: Giuseppe Belloni - -Release Date: September 25, 2021 [eBook #66378] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at - http://www.pgdp.net (This file was produced from images made - available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VIAGGIO AL CAPO NORD *** - -RACCOLTA DE’ VIAGGI - -_Più interessanti eseguiti nelle varie parti del mondo, tanto per terra -quanto per mare, dopo quelli del celebre_ Cook. - - - [Illustrazione: _Tav. I._ — PASSAGGIO SUL GOLFO GELATO DI - BOTNIA] - - - VIAGGIO - - AL CAPO-NORD - - FATTO L’ANNO 1799 - DAL SIG. CAVALIERE - - GIUSEPPE ACERBI - - ORA - I. R. CONSOLE GENERALE IN EGITTO - - - _COMPENDIATO_ - E PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATO IN ITALIA - DA GIUSEPPE BELLONI - ANTICO MILITARE ITALIANO. - - - - MILANO - PRESSO L’EDITORE LORENZO SONZOGNO - _Libraio sulla corsia de’ Servi n. 602_ - 1832. - - - - - _Opera posta sotto la tutela - delle Leggi._ - - COI TORCHI DI GIO. PIROTTA. - - - - -INTRODUZIONE - - -Vivacità di gioventù, studiosa curiosità, desiderio di singolarizzarsi, -trassero il sig. _Acerbi_ all’ardita impresa di viaggiare sino alla -estrema punta settentrionale d’Europa. Il _Capo-Nord_ era cognito per -le carte geografiche disegnate da’ Marinai, i quali avevano navigato -il Mar-glaciale. Non sapendo che altri vi fosse andato per terra, -io, disse adunque il sig. _Acerbi_, sarò il primo a dire con verità: -ho veduto il _Capo-Nord_. I viaggi di _Regnard_, di _Maupertuis_, di -_Rudbech_, di _Linneo_, riguardavano paesi di quelle lontane e fredde -regioni; ma non comprendevano quel famoso e distintissimo punto del -nostro Continente. Non è quindi meraviglia se quando il sig. _Acerbi_ -pubblicò in Inghilterra il suo _Viaggio_ al _Capo-Nord_, venne in -giusta rinomanza; e l’incontro che il suo libro ebbe presso gli -Inglesi, i viaggi de’ quali hanno tanto estesa la scienza geografica, -la storia naturale, ed altri importantissimi rami dello scibile umano, -ben presto fece che fosse riprodotto in francese. L’accoglimento che -questo libro ebbe poscia in Francia, non fu pel sig. _Acerbi_ meno -onorevole di quello che avea avuto in Inghilterra. - -Ma chi lo crederebbe? In Italia, ove pure si va in traccia da verso -quaranta anni di ogni novità di questo genere, nissuno pensò a far -conoscere questo viaggio del sig. _Acerbi_, forse perchè si aspettasse -che ne desse un’autentica edizione egli medesimo nella lingua nostra. -Il che se non ha fatto, ciò debbesi con molta probabilità attribuire ad -altre occupazioni a cui ritornato in patria egli si dedicò, ed a quella -ripugnanza che i migliori ingegni sovente hanno a ritornare sulle loro -cose già fatte, ed alla mutazione seguita nelle circostanze tanto sue -proprie, quanto pubbliche. - -Intanto non era giusto che la nostra letteratura fosse defraudata -di questa bella ed interessante opera. Perciò ne adorniamo la nostra -_Raccolta_, sicuri che la diligenza nostra verrà commendata. - -Ma ciò facendo, d’accordo coll’illustre Autore, noi abbiamo data -un’altra forma all’opera. Molte cose scritte da lui ne’ tre suoi volumi -non sono più pel nostro tempo, altri avvenimenti essendo accaduti -ne’ paesi de’ quali egli parlava. Molti uomini fiorivano allora ne’ -luoghi da lui visitati, che meritavano particolare menzione, i quali al -presente sono confusi nella massa della storia. Viaggiatori posteriori -a lui hanno più di lui copiosamente parlato di ciò, che interessa varii -rami della storia naturale, sicchè riuscirebbe ripetizione inutile in -questi giorni ciò, ch’egli a quel tempo con tutto merito aveva scritto. -Noi adunque, consultando il genio dei più, abbiamo levato tutto il -superfluo; ma abbiamo religiosamente conservato tutto quello che rende -veramente preziosa l’opera sua, rimanendo d’altra parte libero a chi -più particolarmente s’interessasse di certe notizie riguardanti piante, -uccelli, insetti e tali altre cose, il consultare l’opera sua di tre -volumi; e il compendio, che ne presentiamo in questo solo volume, non -la farà riuscire meno grata; massimamente che vedute le diverse cose -da altri scritte, vicendevolmente contraddicendosi intorno all’indole, -agli usi ed ai costumi de’ Laponi, con esatti confronti e con -giusta critica abbiamo potuto convincersi avere il sig. _Acerbi_ con -imparzialità pienissima, con esatta verità, e con diligenza singolare -studiato ed espresso ciò che gli si è presentato. Ma ciò basti. - - - - -VIAGGIO AL CAPO-NORD - - - - -CAPO PRIMO. - - _Partenza da Helsinbourg. Gottembourg, e costumi de’ suoi abitanti. - Canale di Trolhatta. Stockholm. Descrizione di questa città. - Indole, ed usi degli Svedesi._ - - -Il sig. _Acerbi_ incominciando il racconto del suo Viaggio prende le -mosse da Helsinbourg dirigendosi a Gottembourg. Questa è la seconda -città della Svezia, assai mercantile. Conta 15 mil’anime; e nel suo -interno si rassomiglia assai alle città olandesi. Giace poi sopra -un suolo terribilmente sterile, coperto di piccole roccie simili al -basalto. Dicesi, che vi si vive più piacevolmente che a Stockholm, -trovando dappertutto urbanità, ospitalità, e niuno impaccio di -formalità e di etichetta. Le donne sono belle, graziose, amabili, e -di conversazione piacevolissima. Quando una persona è in Gottembourg -invitata a pranzo, l’uso porta, che si trattenga in quella casa -tutta la sera, e goda di una buona cena. Ciò si pratica in tutta la -Svezia. Un altro uso è che al momento che si siede a tavola, ognuno -a bassa voce faccia devotamente una preghiera; e così pure un’altra -nell’alzarsene. Ne’ pranzi di cerimonia gli Svedesi fanno girare una -larga tazza d’argento piena di vino di Sciampagna, di cui ognuno gusta -facendo un brindisi. Ciò si eseguisce con certe cerimonie, di cui i -forestieri vengono precedentemente avvertiti. Chi per avventura non vi -si conformasse, dovrebbe bere tutta la tazza. - -A 50 miglia da Gottembourg, sulla strada che va a Stockholm, s’incontra -il canale di Trolhatta, superbo capo d’opera dell’ardimento umano. Esso -è aperto a forza di polvere da cannone in mezzo a scogli durissimi, per -istabilire una comunicazione tra il mare del Nord e il lago Wennern, il -maggior lago della Svezia, lungo 89 miglia, e largo 49. Questo canale -è fatto per facilitare la navigazione fino alle cataratte del fiume -Gotha; ed è lungo tre miglia, largo 36 piedi, e profondo in alcuni -luoghi più di 50, con 9 chiuse, e parecchi bacini. La vista di questo -canale, e l’aspetto delle cataratte, che per mezzo del medesimo si sono -evitate, formano uno spettacolo sorprendente; e con ragione si tiene in -Trolhatta un gran libro, in cui i forestieri sono invitati a scrivere i -loro nomi, e qualche frase allusiva alla impressione, che le cataratte, -e gli altri oggetti del contorno hanno fatto sull’animo loro. Fra le -tante iscrizioni, che il sig. _Acerbi_ vi lesse, una fu questa: _Iddio -benedica questa buona, e valorosa Nazione!_ e v’era sottoscritto -_Kosciusco_. - -Da Gottembourg a Stockholm la campagna è coltivata, come pure in tutta -la Svezia, a segala, ad avena, a piselli, a fave, e ad un poco d’orzo. -Nella Scania, che chiamasi il paradiso della Svezia, si coltiva anche -un poco di frumento. Il sig. _Acerbi_ giunse a Stockholm la sera dei 19 -di settembre del 1798. - -Noi non dobbiamo tacere la sorpresa ond’egli e il suo compagno -di viaggio furono colpiti, quando la mattina seguente andarono -a presentare alcune lettere commendatizie, delle quali si erano -proveduti. Essi trovarono, che le persone, a cui erano diretti, -sapevano tutti i fatti loro, cioè il loro arrivo, il genere di vettura, -di cui si eran serviti, la strada che aveano fatta, l’alloggio che -aveano preso, i nomi, e la qualità de’ loro domestici, l’abito che -portavano, e tante e tante particolarità simili. La capitale della -Svezia di questa maniera veniva ad annunciarsi loro coi pettegolezzi -delle più piccole città. - -Ma poche città intanto sono in Europa situate così bene come Stockholm, -tanto per le occorrenze del commercio, quanto pel diletto che reca -la varietà degli oggetti, che i suoi contorni presentano. Essa giace -sopra sette, od otto isole, circondate tutte, quali da acque dolci -discendenti dal lago Malar, quali da acque salse refluenti dal mare. -Quasi tutte hanno il loro nome particolare; ed è famosa nella storia -quella di Blasiiholmen, oggi attaccata al continente, per l’orribil -fatto accaduto nel 1386 sotto il regno di _Alberto_. Due fazioni -atrocemente perseguitavansi allora, quella de’ Cappelli, e quella delle -Berrette; e la prima fece abbruciar vivi dugento patrioti svedesi -della seconda!! — L’aspetto di Stockholm è superbo, spezialmente -mirandosi dal ponte detto del Nord. Tutto ad un colpo si presenta allo -sguardo una massa straordinaria di campanili, di palazzi, di rupi, -d’alberi, di laghi, di canali, coronata poi dal castello che domina -su tutta la città; e tutta la città da quel ponte si discopre quanto -è lunga e larga, e tutta la facciata pur si vede minutamente di quel -castello, la cui architettura è semplice, nobile, maestosa, senza -nissuno di quegl’inutili ornamenti, che sfigurano tante grandiose -fabbriche simili. La immaginazione attonita a tale prospettiva può -appena sostenere siffatto incanto; e mentre è sì vivamente colpita -dall’immenso quadro, che ha d’innanzi, ove il lusso, le arti, il -commercio, l’industria pajono essersi accordati insieme per sorprendere -i sensi, il fracasso delle onde che si precipitano attraverso delle -arcate del ponte suddetto, imprime a questo spettacolo un certo -carattere selvaggio, che toglie ogni paragone. - -Nell’inverno questo spettacolo cambia. I ghiacci fanno sparire tutte -le barriere, che nella estate le acque frappongono tra gli abitanti. -Non più isole: una sola pianura si presenta, senza ostacolo alcuno -aperta a slitte, a carri, a carrozze, a vetture d’ogni specie, le quali -corrono, volano per ogni verso, e s’incontrano, e s’incrociano senza -mai toccarsi; tanta è la sveltezza, colla quale a vicenda si scansano; -e tu le vedi aggirarsi intorno a vascelli, e navicelli d’ogni specie, -immobili in mezzo al ghiaccio. Su quel ghiaccio poi v’ha un popolo -immenso, che corre scivolando colla rapidità del baleno; che in un -momento apparisce, e sfugge. Le acque che bagnano le scuderie del Re, e -quelle che si precipitano sotto le arcate del ponte del Nord, sono le -sole che tolgansi al rigore dell’inverno. Esse bollono gorgogliando, -e s’alzano in bianca spuma cangiandosi maestosamente nell’atmosfera -in vapori, che poi condensati in una polvere di cristallo, presentano -allo sguardo sorpreso una vera pioggia di diamanti, che i raggi solari -tingono coi brillanti colori del topazzo, del rubino, e d’altre pietre -preziose. Gli abitanti de’ paesi meridionali faranno fatica a credere -che la bellezza di Stockholm riceva un lustro maggiore dall’inverno; e -che le comodità, e i diletti della vita dell’inverno vi si accrescano. -È difficile dire quanti scherzi, quante varietà di apparenze produca il -ghiaccio, che dappertutto in sì diverse maniere si attacca a muraglie, -a tetti, ad alberi, a carri, ad ogni cosa, che o sia immobile, o sia -mossa. - -Non meno singolare riesce il soggiorno di Stockholm in estate. Ne’ -lunghi giorni di quella stagione, quando i crepuscoli facendo in -certo modo sparire la notte, dispensano dal consumare olio, o cera, -le persone agiate passano alla campagna, e vi si trattengono fino -all’autunno. Allora via ogni economia; e vi si vive con più lusso, e -grandezza che in città. Le abitazioni de’ signori in campagna, oltre -l’amenità del sito, sono abbellite con tutti i mezzi dell’arte, e -fornite di tutti i comodi: tra i quali non mancano le serre, in cui -fannosi maturare le pesche, gli ananassi, l’uva, ed altri frutti -delicati, a dispetto del clima. I vini d’ogni specie, i liquori rari, -ed altre simili pregiatissime cose vengono profuse alle tavole de’ -gentiluomini, de’ ricchi fabbricatori e mercatanti. Ivi non hanno luogo -nè le cerimonie, nè i formolarii che s’usano in città. — Questa bella -libertà si gode spezialmente nelle case de’ commercianti: i nobili sono -alquanto più contegnosi; e que’ moltissimi che stanno di piè fermo in -campagna, tengono anch’essi assai alla vanità del loro grado. - -Gli abitanti di Stockholm usano ancora di fare delle corse o in -vettura, o per acqua ne’ contorni; principalmente al Parco reale, a -Moiksdal, ad Haga, a Drottingholm, e a Carleberg. Drottingholm, cioè -l’isola della Regina, è lontana da Stockholm sei miglia sul lago Malar: -è un palazzo ben situato, fabbricato superbamente, magnifico, ed ornato -di vasti giardini. Lo decorano varie statue d’uomini, e di animali, ed -alcuni bei vasi, la più parte di stile della scuola di Firenze, portati -via da Praga nella guerra famosa de’ XXX anni. In questo palazzo v’ha -una ricca biblioteca, un gabinetto di storia naturale, uno di medaglie -antiche e moderne, ed una galleria di quadri originali delle scuole -fiamminga, olandese e italiana. Ve n’ha un’altra piena di pitture -rappresentanti le battaglie e le vittorie dei Re, e Principi svedesi. -A proposito della biblioteca, tra varii MSS. curiosi ve n’ha uno della -celebre regina Cristina, intitolato _Mélanges de pensées_, sopra una -pagina del quale Carlo XII scrisse di mano propria, essendo ancora -fanciullo, _vincere, aut mori_. - -Si crederebbe che a Stockholm un Italiano l’inverno dovesse morir di -freddo. Io, dice il sig. _Acerbi_, posso assicurare, che quantunque -qualche volta il termometro di Celsio, fisico naturalista svedese, che -accompagnò _Maupertuis_ nel suo viaggio a Keugis, marcasse il freddo -a 24 gradi al disotto del gelo, soffrii meno il rigore del freddo, -di quello che tal volta lo abbia sofferto in Italia. Dappertutto si -mettono stufe ingegnosamente costrutte a modo, che con pochissimo -combustibile diffondano il calore quanto abbisogna. Di vestiti non -si fa economia, che quelli che servono ad otto, o dieci svedesi, -empirebbero un’anticamera. Ho veduto de’ Francesi, inimici delle -pellicce, mettersi indosso fino a tre redingotti. Due paja di guanti, -calosce, una canna, sono cose indispensabili quando s’esce a piedi. - -In generale le Svedesi sono belle; ma belle all’uso del Nord: cioè di -una fisonomia senza espressione. Essendo gli uomini del paese poco -galanti, esse passano tutta la giornata o sole solette, o con altre -donne; e la loro conversazione, qualunque sia la educazione loro, è -senza interesse; e dandosi molta premura d’acconciarsi in ogni maniera, -non fanno ciò che per superare le altre in eleganza, e in brio, anzichè -per desiderio di piacere, o di fare conquiste. Amano però gli omaggi, -e le lodi; e mettono molta importanza in essere dette le belle del -Nord. La loro passione predominante è l’ottenere la distinzione, e i -riguardi pubblici: ed è con questo mezzo che si giunge ad ispirar loro -sentimenti di tenerezza, di amicizia, di amore, de’ quali infine sono -capaci quanto quelle che vivono in climi più caldi. - -La riserva però che si osserva tra le donne svedesi di alto grado, non -si trova tra quelle di stato inferiore; e ciò nasce dall’essere queste -in circostanze diverse. Non trovandosi a Stockholm donne di partito, -come si trovano nelle altre grandi città d’Europa, gli uomini hanno -favorite, le quali pretendono di avere un certo grado nella Società; -e bisogna invero sospirare, e corteggiare del tempo tali donne per -affezionarsele. Se non che malgrado il loro contegno finiscono con -avere due o tre amanti alla volta. E non è forza di temperamento, -che a ciò le guidi: è avarizia. Ma insieme sono estremamente gelose -delle esterne forme di considerazione; e dai loro amici, e favoriti -richieggono un’attenzione, di cui un forestiere giustamente si -meraviglia. Guai a quel loro amante che esitasse a salutarle in un -luogo pubblico, o a loro baciar la mano! La facilità poi d’avere -apertamente delle relazioni con questa sorte di donne senza che la -morale pubblica rimanga offesa, fa che in Isvezia non si conosca -gelosia. - -In Isvezia tutta la giornata si consacra agli affari; e la sera al -giuoco: rare volte si passa con donne. Il giuoco per gli Svedesi è una -passione universale, e furiosa. Raccontasi il seguente caso. Uno de’ -più distinti signori vide un giorno passata l’ora del pranzo senza che -apparisse alcun principio de’ soliti preparativi; e discese verso la -cucina per sapere onde ciò provenisse. Egli trovò tutta la sua gente -occupata sì fortemente in una partita di giuoco, che nissuno s’era -avveduto che l’ora dei pranzo fosse passata. Il maestro di casa teneva -accordo cogli altri; e si mise di mezzo supplicando Sua Eccellenza a -tollerare alcun poco, giacchè la partita era per finire. Il signore -si arrese alla istanza: ma volle che il maestro di casa andasse -ad apparecchiare la tavola; e prese egli medesimo il posto di lui, -continuando il giuoco cogli altri!! - -I vicini degli Svedesi li chiamano i Guasconi della Scandinavia. Questa -imputazione, effetto della gelosia, e dell’antipatia, che tante volte -hanno disuniti popoli, che la natura, e il loro interesse volevano anzi -intimamente uniti tra loro, non vuole dir altro, se non che gli Svedesi -sono animati dal desiderio della gloria, e da quello di distinguersi -al disopra delle altre qualità che predominano generalmente ne’ cuori -di tutti i popoli valorosi, generosi, ed arditi. La Svezia è piena -di stabilimenti scientifici e letterarii; ed ha avuti, ed ha uomini -di merito distinto. Eccettuate poi l’Irlanda, la Scozia e Ginevra, -non v’ha in Europa paese, in cui l’istruzione sia generalmente sparsa -nel popolo quanto che nella Svezia. S’insegna a leggere, a scrivere, -e far conti a tutti, sì nelle città e ne’ villaggi, sì in qualunque -più piccolo gruppo di paesani, senza eccezione, o distinzione veruna. -A questa generale istruzione i paesani svedesi debbono le belle -qualità che li distinguono, la franchezza, la lealtà, l’umor lieto, -l’ospitalità, il cuor buono, il coraggio, e lo spirito. - -Oltre le accademie di scienze, di lettere e d’arti, la Svezia ha -eziandio parecchie università; ed è un problema difficile a sciogliersi -questo, se altra nazione avesse mai fatto tanti progressi nelle -scienze, e nelle arti liberali e meccaniche, quando avesse dovuto, come -la Svezia, trionfare del suolo, del clima, delle discordie domestiche, -e della gelosia di vicini orgogliosi e potenti. - - - - -CAPO II. - - _Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione di chi fa questo - viaggio. Traversata sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi. - Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti. Isole di - Aland e loro abitanti._ - - -Ai 16 di marzo del 1799 il sig. _Acerbi_ partì sulle 7 ore da -Stockholm, ben avviluppato egli e i suoi compagni in pellicce di -pelli d’orso della Russia, colla testa, le mani e le gambe difese da -berretta, da guanti e da stivali foderati di pelli, per difendersi -dal freddo, accolti entro a slitte di paesani, la vettura meglio -conveniente di ogni altra, e ch’erano sicuri di poter trovare -ad ogni posta sino ad Abo. Essi giunsero la sera a Grisselhamn, -villaggio distante da Stockholm 69 miglia all’incirca. Nulla di -notabile trovarono in questa corsa per un suolo nè montuoso, nè piano -totalmente, se non sia una quantità di volpi, le une ferme, le altre -tranquillamente moventisi sulla superficie nevosa, senza paura, e senza -diffidenza di sorte: solo che, mentre imperterrite guardavano le nostre -slitte al momento che queste passavano o si fermavano, davansi alla -fuga. Per fare poi che si arrestassero, bastava trarre un fischio, -chè allora volgevansi indietro; e fissavano gli occhi su chi avea -fischiato. - -Chi viaggia da Stockholm a Grisselhamn, dice il sig. _Acerbi_, non -deve pensare nè a pranzo, nè a merenda, nè a dormire. La ragione è -chiara: per tutta questa strada non v’è ombra d’osteria; e i paesani, -le cui capanne s’incontrano, sono povera gente, che non ha più che -del pane, del latte e de’ salumi: cose, che i viaggiatori non possono -apprezzare gran fatto. Il pane è in forma di bracciatelle, fatto di -segala e d’orzo, ed insipidissimo: rari poi sono i pomi di terra, non -avendo costoro fino al presente imparato il modo pur tanto facile di -preservarli dal gelo. La birra e l’acquavite sono per essi oggetti -di lusso. Si contentano adunque, oltre quel pane e il latte, di carne -salata, o di pesce salato od affumicato. - -Grisselhamn è una piccola città di posta, ove tanto d’inverno, quanto -di estate i viaggiatori si fermano nel loro cammino da Svezia in -Finlandia. In inverno il passo per mare è pericoloso, se la stagione -non sia mitissima; ed invece bisogna andare per terra a Tornea. Nulla -di notabile è in Grisselhamn; non commercio, non manifatture, non casa -ove alloggiare; e la casa sola che sia fatta di mattoni, è quella del -maestro di posta, circondata di casupole di legno. - -Quando un viaggiatore vuol passare d’inverno in Finlandia, -attraversando il golfo sul ghiaccio, i paesani l’obbligano a -raddoppiare il numero de’ cavalli, che avea al giungere in Grisselhamn. -Noi dovemmo dunque uniformarci all’uso, il quale non è altrimenti -un’angheria, ma l’effetto di una precauzione prudente. Questa -formidabile traversata sopra una immensa pianura di ghiaccio è di -43 miglia, 30 delle quali si fanno senza toccar terra. Un siffatto -viaggio sopra tanto vasto spazio di mare gelato offre per un abitante -de’ paesi meridionali un colpo d’occhio straordinario; e confesso che -prima di conoscerlo, me n’avea fatto un’idea falsissima. M’aspettava -semplicemente di avere a scorrere una pianura senz’altro limite che -quello dell’orizzonte, il cui uniforme aspetto m’ispirerebbe una -fastidiosa melanconia, e la cui superficie non mi presenterebbe nissun -pericolo. Ma come e quanto la mia sorpresa, l’ammirazione, mista -d’inquietezza, e dirò pur di terrore, ivano crescendo a mano a mano -che ci andavamo allontanando dal luogo, da cui eravamo partiti! Questo -mare gelato, dapprima tutto liscio come un cristallo, insensibilmente -diventava disuguale, aspro, ondeggiato, in quanto esprimeva i flutti, -che ne aveano solcata la superficie. Vedevasi, per dir così, la mano -dell’inverno, che toccata l’acqua schiumante, l’avea in un istante -fermata, indurita, convertita in ghiaccio; e di ghiaccio fattine i -cavalloni, che dianzi la procella alzava furiosamente: in varii siti -que’ cavalloni ammucchiati gli uni sopra gli altri, presentavano -l’aspetto di enormi rupi, le cui fronti scoscese, come sospese in aria, -prendevano la somiglianza di piramidi e di guglie, e minacciavano di -cadere al basso, e di coprir tutto sotto le loro ruine. Quindi per -quanto l’occhio potesse discernere, non vedevansi che colossi di un -cristallo trasparente, spezzati e dispersi, ove coperti di bianchissima -neve, ove splendenti per la riflessa luce, ed ove mostrantisi tinti -di azzurro: nel complesso loro formando un terribile spettacolo di -spavento e di orrore. - -Nè poche erano le difficoltà, poche le fatiche che i conduttori e i -cavalli andavano incontrando per ritrovare la strada sovente perduta -in mezzo ai tanti giri e alle tante diversioni, ch’erano obbligati di -fare per iscansare que’ gruppi di ghiaccio, che qua e là sorgevano -per attraversarci il cammino. A malgrado poi di tutte le cure della -prudenza, e di tutte le precauzioni della paura, ad ogn’istante -le nostre slitte rovesciavansi; e servivano or l’una, or l’altra -di segnale alla carovana perchè si arrestasse. Ma una circostanza -impossibile a prevedersi venne ad accrescere i nostri pericoli. La -vista delle nostre lunghe pellicce fatte di lupo o d’orso di Russia, -e l’odore che n’esalava, spaventarono qualcuno de’ cavalli a tanto, -che li trasse a furore. Accadde ciò singolarmente quando rovesciata la -slitta, occorrendo di uscirne per drizzarla, venivamo ad avvicinarci -a’ cavalli, i quali per cagione di quelle pellicce confondendoci -cogli animali, da cui erano tratte, dibattevansi tra le stanghe e le -redini, mordevano il freno, cercavano in ogni maniera di fuggire con -immenso spavento de’ viaggiatori e de’ conduttori. In quel frangente il -paesano per paura di perdere il suo cavallo in mezzo a tanto deserto, -s’incatenava, dirò così, alla briglia; e piuttosto che separarsi dal -cavallo, lasciavasi a costo della vita strascinare per que’ rottami -di ghiaccio, le cui punte sovente gli aprivano larghe ferite sulle -membra; e durava in quella funestissima condizione, fin tanto che -stanco il cavallo pe’ suoi inutili sforzi, e scoraggiato dai crescenti -ostacoli, si fermasse. Allora noi rientravamo nelle slitte, mentre il -conduttore istruito dalla esperienza prendeva in fine la precauzione -di bendare gli occhi al cavallo. Uno però di questi animali, il più -selvatico e focoso della carovana, spaventato scappò; e ci toccò -vedere il povero suo conduttore, che dopo essersi lasciato strascinare -attraverso de’ ghiacci per lunga corsa, non potendo più resistere -ai dolori che lo laceravano, ne abbandonò la briglia. Fatto allora -libero quel cavallo raddoppiò la rapidità della corsa; imperciocchè -il rumore, che per rimbalzi fra que’ ghiacci faceva la slitta, che -seco traeva, accrescendo il suo spavento, pareva che gli prestasse -vere ali alla fuga. Noi lo seguimmo lungo tempo cogli occhi, a misura -che andava internandosi nell’orizzonte; e lo vedevamo di tratto in -tratto sulle sommità de’ flutti gelati come una macchia nera, la quale -insensibilmente s’impiccioliva, finchè in ultimo disparve affatto. -Allora poi conoscemmo come la prudenza voleva che si avesse qualche -cavallo di più per siffatte occorrenze; e conoscemmo nel tempo stesso -ne’ pericoli di quella traversata quanto una tale precauzione fosse -stata negletta. Il padrone di quel cavallo montò sopra una slitta di -riserva, sperando di ritrovarlo correndo sulle traccie di esso; e noi -continuammo il nostro viaggio verso le isole di Aland, prendendo, per -quanto ci era possibile, il mezzo de’ passi più spianati, non però -senza esserci rovesciati di nuovo, e senza essere ancora in pericolo di -perdere l’uno o l’altro de’ nostri cavalli: cosa che ci avrebbe messi -in un estremo imbarazzo. - -Difficilmente può figurarsi la tristezza che infonde la solitudine di -quell’immenso campo di ghiaccio. In sì vasto spazio niun essere vivente -si presentò a’ nostri sguardi; non uomo, non quadrupede, non volatile: -ivi la natura era morta. Che abbandono! che isolamento! che silenzio! -Qualche volta venti in contrasto tra loro cozzando impetuosi su quelle -rupi gelate, mettevano un fischio profondo, che propagavasi nello -spazio, e vi si estingueva: qualche volta l’aria condensata in quelle -masse gelate si apriva violenta una strada, e le spezzava con orribil -rimbombo, che in un momento rompeva il cupo silenzio spaventosamente, e -in un momento quel silenzio repristinavasi, e diventava più terribile. -A tante cagioni di malinconia che opprimeva l’anima, a tanti pericoli -che ad ogni passo moltiplicavansi, bisogna aggiungere l’incontro -frequente di profonde crepature, che presentano all’occhio l’abisso -delle acque coperte di ghiacci. Desolante è l’apparizione di quelle -crepature, massimamente perchè non aspettate; e talune obbligano a fare -un ponte di tavole per valicarle. - -Noi abbiam detto che in queste orribili solitudini tutta la natura -presentasi come morta. Ciò non è esatto. V’hanno creature viventi, -che ne amano il soggiorno; e queste sono le _foche_, o direm meglio, -i vitelli marini. Nelle caverne de’ ghiacci depongono i frutti de’ -loro amori; ed insegnano a’ loro piccoli a sopportare i rigori della -più cruda stagione. Le madri ve li depongono nudi affatto, come sono -nati; e i padri hanno cura di assicurarsi di qualche apertura, per la -quale possano avere pronta comunicazione coll’acqua. Al comparire di -un cacciatore corrono a salvare sè stessi, le loro femmine, la loro -prole per quella via. Fuori di quel pericolo, per quell’apertura vanno -a procacciar cibo per sè e per la famiglia; e questo cibo è pesce. -La maniera con cui i maschi fanno quell’apertura, è singolare. Nè -denti, nè zampe v’hanno parte: servonsi del solo loro alito caldo, che -dirigono diligentemente e con intensa perseveranza sul medesimo punto, -onde scioglierne il ghiaccio. I paesani delle isole vicine sono i più -fieri nemici di queste bestie; perciocchè quando essi ne scuoprono -qualcheduna, si mettono in imboscata a qualche distanza, appiattati -dietro ad un masso di ghiaccio; e muniti di fucile e di bastone ivi -aspettano la _foca_ veduta discendere nell’acqua, sapendo che deve -ritornare di sopra per respirare. È allora che le tirano addosso, -e l’ammazzano. E come qualche volta avviene che l’acqua del buco si -geli subito che l’animale ne sia uscito, allora vi corrono sopra co’ -bastoni, non dandogli tempo di aprirsi l’adito all’acqua impiegando il -suo alito. In questo assalto sì pericoloso per lui, l’animale impiega -tutto il coraggio, che la natura gli ha dato: morde co’ denti i bastoni -degli aggressori, e talvolta ne attacca le persone medesime. Ma il -cacciatore si ride della resistenza oppostagli; molto più che la _foca_ -è troppo lenta ne’ suoi movimenti; e la costituzione delle sue membra -la rende poco atta ad operare sopra una superficie solida. - -Dopo tante fatiche, ed alcune meno importanti avventure, noi facemmo -riposare i nostri cavalli a metà del cammino; e finalmente abbordammo -alla piccola isola detta Signilskar. Essa è nuda interamente, e non -abitata che da qualche paesano e da un offiziale del telegrafo ivi -posto per corrispondere con quello di Grisselhamn, il primo che -fosse stabilito nella Svezia. Questa isoletta è una delle molte, -che sparpagliate in quella parte del golfo prendono collettivamente -la denominazione di Aland. Signilskar è distante in linea retta da -Grisselhamn 35 miglia all’incirca. Ma il giro che noi avevamo dovuto -prendere nel nostro viaggio ce ne avea fatto impiegare forse dieci di -più. - -Eravamo per partire da Signilskar, quando vedemmo di ritorno il cavallo -che era fuggito. Quell’animale faceva pietà per lo stato miserabile in -cui dopo tanto strappazzo si trovava. Ma era fiero ancora come prima, e -come prima intollerante della vista e dell’odore delle nostre pellicce. -Dovemmo cercare di stargli lontani, onde non s’inquietasse di nuovo. - -Attraversando le isole di Aland si trovano case, ove prendere nuovi -cavalli; e si viaggia parte sul ghiaccio del mare, e parte sulla -neve che cuopre il terreno. Tra le due poste di Heralsby e di Skorpas -trovasi posta sopra una rupe la famosa fortezza di Castelholmen, tutta -cinta dall’acqua fuorchè ove una lingua di terra l’attacca all’isola. -Questa fortezza occupa parecchie pagine della storia di Svezia. - -Tra le isole di Vergata e di Kumlinge noi avemmo per guida un -paesano di circa 55 anni, il quale ci sorprese tanto per la decenza -e giocondità del suo conversare, quanto pel buon senso delle sue -osservazioni. Egli, ben diverso da’ suoi compatrioti, costantemente -taciturni ed incapaci di dare il minimo indizio di curiosità ai -viaggiatori, con una civiltà rara per un uomo di sua condizione e -di que’ climi, ci andava facendo molte domande sul nostro paese, -sulla situazione di esso, sulla natura del governo, sul clima, sulle -produzioni naturali e sopra altre interessanti materie. Il piacere da -noi provato in udirlo uguagliava la sorpresa di tanta sua intelligenza. -Ed avendo egli udito che noi eravamo d’Italia, mostrò qualche stupore, -aggiungendo nello stesso tempo qualmente egli sapeva che l’Italia -allora era involta in gran guerra; e che un guerriero che metteva -spavento dappertutto, la scorreva vittorioso. Ognuno comprende di -chi egli parlasse. Noi gli domandammo quante miglia credess’egli che -l’Italia fosse lontana da Aland; ed egli confessò di non potercelo -dire; ma credeva che l’Italia fosse assai più lontana che la Danimarca. -E quando gli dicemmo che l’Italia era di là dalla Danimarca trecento -buone leghe svedesi, ci guardò con grande sorpresa; e dopo un breve -silenzio replicò che non concepiva che motivi ci conducessero a venire -nel suo paese, e a spendere tanti risdalleri in poste. I suoi discorsi -particolarmente battevano sul clero, ch’egli si compiaceva di mettere -in ridicolo con quella vena di buon umore che è il sintomo ordinario -di un buon criterio. Egli era grande ammiratore di _Gustavo III_, con -cui ci diceva aver discorso; e non v’è dubbio che non lo divertisse. -Nè mai perdendo di vista il suo argomento favorito, cioè di satirizzare -sul clero, vi ritornava sopra costantemente terminato che avesse alcuna -digressione, che noi avevamo la compiacenza di ascoltare. _Gustavo -III_, diceva egli, era un grand’uomo, un gran re; e nondimeno egli -non pretendeva la metà del rispetto e della venerazione, che da noi -richiede il nostro clero. Questo clero predica la umiltà; ma intanto -egli spinge l’orgoglio al di là di quanto possa mai credersi. I nostri -parrochi godono di buone prebende; vivonsi in una beata tranquillità; -e per non avere disturbi prendono a giornata de’ preti poveri, che -facciano per loro le domeniche quello che dovrebbero fare eglino -medesimi. In quanto a loro non fanno altra cosa che starsi quietamente -sdrajati sulle loro careghe, e ricevere gli omaggi de’ paesani che -passano vicini ad essi. E sappiate bene che codesta oziosità loro non -dee imputarsi a poca capacità e dottrina; perciocchè se sorga qualche -quistione sul pagamento delle decime, imposta ch’essi mettono sul -prodotto de’ nostri sudori, si fanno presto conoscere pei più dotti e -più sensati uomini del mondo. Nè sono eglino soltanto buoni aritmetici; -ma sanno di più sulle dita tutte le leggi, tutti gli editti, e tutti -gli statuti del regno. - -Io ripeto qui parola per parola il discorso di codesto paesano per dare -una idea del modo di pensare sopra una materia che interessa, come per -tutto altrove, il popolo di queste contrade. Ma quello che ci rendeva -più sorprendente la intelligenza di codest’uomo, egli è che non avea -avuta alcuna educazione, nè letto alcun libro, di modo che quanto -diceva, tutto era parto della sola sua testa. Il nostro filosofo della -natura mesceva ne’ suoi discorsi qualche osservazione meteorologica. -Così, p. e., prediceva una estate assai tarda dietro alcune macchie da -lui osservate sulla da noi detta Via Lattea. Ci riferì pur anco alcuni -aneddoti della guerra di Finlandia fatta da _Gustavo III_; e ci disse -che la battaglia di Hogland sarebbe stata più decisiva in favore degli -Svedesi, se tutti gli ordini fossero stati eseguiti convenientemente; -ma che il principe _Federico_ non potè mandare la flottiglia in -soccorso della squadra, che mancava di munizioni. La quale circostanza -veramente è una delle più notabili in tutta la storia di quella guerra, -confermatami da persone, ch’erano al fatto di ben sapere le cose, e -sulle quali non può cadere sospetto di nissuna specie. - -Le isole di Aland non sono meno di 80, e per la più parte piccole e -deserte. Sono situate tra il golfo di Botnia e quello di Finlandia, -e si stendono dal 59.º grado e 47 minuti di latitudine, fino al 60 -e mezzo: la loro longitudine è dal 56.º grado e 57 minuti, al grado -39.º e minuti 47. Aland, che dà il nome a tutte, ha 20 miglia di -lunghezza, e ne ha di larghezza 16. Il mare che circonda l’isola di -Aland, gela rare volte; e gelava in addietro meno frequentemente che -oggidì. Credesi da alcuni, che i forti agghiacciamenti, pe’ quali si -può transitare a piedi e nelle slitte, succedano ogni dieci anni. In -generale gli abitanti di queste isole vivono lungamente: coltivano -frumento, segala, orzo, avena; fanno la pesca delle aringhe; e si -alimentano di pane di frumento e di segala, di pesce fresco, o salato, -di latte, di burro, di formaggio e di carne: usano molto la carne -del vitello marino; ed è per essi un piatto squisitissimo quello che -chiamano _skarkroppe_, fatto di fette di carne concie con farina -e con lardo. È loro particolar costume il maritarsi verso la metà -della estate, con che pretendono di provare che non hanno bisogno di -aspettare la raccolta delle messi per porsi in istato di mantenere la -loro famiglia. Il vestito degli uomini consiste in un corto soprabito, -il quale alla domenica per lo più è di panno turchino. I giovani -portano calzette di cotone, ed alcuni di loro hanno un orologio: le -donne hanno una gonella ed un grembiale di cambellotto, di cotone o -di tela dipinta, e qualche volta di seta: di seta nera in generale è -il loro abito da lutto e di cambellotto la gonnella. In testa portano -de’ berretti; e si coprono il seno con parecchi fazzoletti di seta: -stando poi in casa usano panni fabbricati nel paese; e ne hanno di -varie sorti. Le maritate s’empiono le dita di anelli, essendo questa -la loro più evidente passione. Ma in Aland si veggono meno cucchiai e -nappi di argento che presso i contadini di Finlandia. Le abitazioni -di quest’isolani sono comunemente di legname, coperte di scorza di -betulla; e nell’interno ben illuminate e pulite. La mancanza d’acqua -corrente fa che usino molini a vento. - -In quanto al carattere degli Alandesi è giusto dire che sono ingegnosi, -vivaci ed obbliganti: che sul mare spiegano molta destrezza ad ogni -uopo, e coraggio: costumati poi e buoni a segno, che si è osservato -qualmente dal 1749 fino al 1793 sette sole persone furono convinte -di delitto capitale; e non vi seguirono che sette omicidii. Questo -popolo non è per nulla inclinato alla superstizione; ma viene accusato -d’essere litigioso; il che non so su qual fondamento. - -Queste isole non hanno nè orsi, nè scojattoli; e l’alce, che in -addietro era comune, vi è scomparso affatto. Bensì vi sono lupi che -vi provengono dalla Finlandia attraversando il mare quando è gelato. -Noi non ne abbiamo incontrati, ma ne abbiamo vedute le traccia nelle -foreste. Vi sono parimente volpi, martori, armellini, lepri, talpe, -sorci di varie specie: rare sono le lontre; e frequenti sulle coste -i vitelli marini. Di uccelli si contano più di cento specie, e molte -specie di pesci. I naturalisti possono avere largo campo di esercitarsi -sugl’insetti proprii di queste isole; e i botanici sulle piante. -Ma pochi minerali trovansi nelle montagne d’Aland, le quali sono -principalmente formate di una specie di granito rosso. Gli Alandesi -curano poco le api, ed hanno torto. - - - - -CAPO III. - - _Abo e cose notabili di questa città. Stato e vivere degli - abitanti del paese. Incontro di un bardo moderno. Aurora - boreale. Yervenkile. Sua cascata. Caccia. Stato economico - dell’albergatore._ - - -Non v’era gran che a quest’isole, perchè vi ci fermassimo. Noi dovevamo -spingerci ad Abo; e per arrivarvi passammo presso il castello di -Abo-Hus, situato alla foce del fiume Aura. Abo è una di quelle città, -che nel paese si chiamano _Stapestad_, cioè che hanno il permesso -di commerciare co’ forestieri. È situata al 60.º grado e 10 minuti -di latitudine settentrionale, sopra un promontorio formato dal golfo -di Finlandia e da quello di altrove Botnia. È distante da Stockholm -287 miglia; e siede in riva del fiume Aurajocki, ivi largo da 180 -a 300 piedi, e le cui acque fangose poco o nulla servono agli usi -domestici. La città, lunga 12,820 piedi e larga 7,250, è divisa in -cinque quartieri, tre de’ quali sono situati al nord-est del fiume, e -due al nord-ovest; e comunicano insieme per mezzo di un ponte di legno. -Ha tre piazze. La detta _piazza grande_ è cinta di parecchi edifizii -pubblici e privati, costrutti in pietra: la _piazza nuova_ ha fabbriche -d’ogni specie fatte di legname; e presso la _piazza della chiesa_ è -l’accademia. Questa chiesa è la cattedrale, detta di _Sant’Enrico_: -bel fabbricato gotico, lungo 350 piedi e largo 190. Essa serve ai due -cleri, lo svedese e il finlandese: il primo incomincia le sue funzioni -alle sei ore della mattina; e il secondo alle ore nove. Abo non ha -altra chiesa che questa. - -L’accademia ha due piani, ed è fabbricata in pietra. Ha sale per -le sedute degli accademici, per gli esercizii ginnastici, per la -biblioteca e per altri usi. In questo fabbricato alloggia il vescovo -d’Abo; e sta inoltre anche il seminario. - -L’università ha molto credito, e singolarmente in grazia di uno -statuto, il quale obbliga tutti quelli che hanno terreni o pensioni -dalla corona, a lasciare i loro corpi, morti che sieno, ad uso -del teatro anatomico. Questa università ha professori adunque di -anatomia, che vi si sono distinti, e ne ha di chimica, di storia -naturale e di economia. Recentemente si sono assegnati stipendii fissi -e sicuri a’ professori che prima non ne avevano; e si è istituita -una nuova cattedra di poesia unita a quella di eloquenza. Il numero -degli studenti si valuta a cinquecento cinquanta all’incirca. Questa -università deve la sua fondazione alla famosa regina _Cristina_: essa -ne formò pure la biblioteca, accresciuta poscia da diversi personaggi -assai rispettabili; ed oggi è ricca di libri rari, di manoscritti, di -medaglie, ecc. Tra varii oggetti di curiosità ci si mostrò un libro di -orazioni incise da un paesano sopra tavolette di legno. V’è ancora una -bella raccolta di medaglie svedesi antiche e moderne; e vi si contano -più di dieci mila volumi, e si ha un fondo annuo di centocinquanta -risdalleri per ampliarla. - -A tre miglia di distanza da Abo verso il sud-ovest è Beckholmen, -piccolo porto, ma sicuro, e per la profondità delle sue acque atto a -ricevere le più grosse navi mercantili, provveduto inoltre di quanto -occorre per caricare e scaricare. I legni che non hanno bisogno di -oltre 8 o 10 piedi d’acqua, possono risalire quasi fino al ponte. - -Abo ha varie manifatture di tabacco, di zucchero, di fettucce di seta, -di tele, di corami, di carta, ecc., e le piantagioni di tabacco sono -per essa un oggetto importantissimo, poichè ne producono ogni anno -per lo meno 152,000 libbre grosse. Considerabile è pure il commercio, -ch’essa fa non solo nei porti del Baltico, o ne’ vicini, ma in quelli -di Cadice, di Lisbona, di Bordeaux, di Genova e di Amsterdam. Ma è -d’uopo partire da Abo. - -Noi ne partimmo ai 20 di marzo, e ci dirigemmo verso il nord. Per -risparmiarci la pena di scaricare e caricare le nostre cose ad ogni -posta, avevamo comperate ad Abo delle slitte, affatto simili alle usate -dai paesani. Ma come in quell’anno non era caduta moltissima quantità -di neve, il cammino riusciva stentato; e il cavallo incontrando -de’ tratti di terreno spoglio o in tutto, o in gran parte di neve, -faceva una enorme fatica a strascinare la slitta, e ad ogni momento -ci bisognava discendere, e andare a piedi finchè si trovasse neve, -o qualche lago, o fiume gelato. Molte volte adunque la slitta si -rovesciava; e com’era stretta e bassa, noi non correvamo per ciò gran -pericolo. - -Nulla di gran momento il viaggiatore incontra sul cammino da Abo a -Yervenkile. Il paese è in gran parte piano; e solamente a qualche -miglio da Yervenkile diventa un poco montuoso, senza presentare però -punti di vista dilettevoli. In generale le case de’ paesani sono ben -fatte; e il forestiere vi trova alloggiamento e letto. Il paesano lo -accoglie con buona ciera; e gli fa parte delle sue provvisioni, le -quali comunemente consistono in latte rappreso, in aringhe salate, -e in carne pure salata anch’essa. Questi paesani sarebbero poveri -confrontati colla nostra maniera di vivere; ma confrontatisi tra loro -sono ricchi, perchè hanno tutto quello, che secondo essi costituisce -l’agiatezza. Potendo risparmiare qualche denaro, lo tengono pei loro -bisogni impreveduti, o lo spendono in vasellami ed utensili necessarii -alla famiglia. E in Finlandia non è cosa rara il vedere che in una casa -di legname, ove non si trova che aringhe e latte, si porti acqua in una -coppa di argento, che vale 50 o 60 risdalleri. Le donne sono vestite di -abiti caldi; e sopra i loro abiti portano una specie di duglietta di -tela, di modo che vedendole in tale figura si crederebbe che fossero -miserabilmente coperte. L’interno della casa è sempre caldo ed anche -molte volte troppo per que’ medesimi ch’entrano dall’aria aperta. Gli -uomini rimangonsi costantemente in casa con una semplice camicia e un -piccolo giubbettino sopra di essa; ed escono sovente anche fuori in -quella maniera senza paura nè di febbri, nè di reumi. Ne troveremo la -ragione quando ci avverrà di parlare de’ loro bagni. I Finlandesi che -accompagnano i viaggiatori per di dietro alle slitte, sono coperti di -un piccolo sopratutto di pelle di vitello marino o di panno, chiuso -alla metà del corpo con una cintura: essi mettonsi sopra gli stivali -delle grosse calzette di lana, avendo così il doppio vantaggio di -tenersi caldi e di non iscivolar camminando sul ghiaccio. - -L’interno della famiglia di un paesano presenta all’uomo che non abbia -il cuore corrotto, un quadro giocondissimo d’innocente costume. Le -donne sono intese a cardare o a filare la lana; e badano bene a queste -loro faccende mentre gli uomini fanno fascine o reti, o fabbricano od -acconciano slitte. A Mamola noi incontrammo un cieco con un violino -sotto il braccio, circondato da una folla di giovinetti e di ragazze. -Era calvo sulla parte davanti della testa, avea una lunga barba che -gli arrivava al petto e bianchissima come la neve, con che ispirava -una certa venerazione. Sarebbesi preso per uno di que’ bardi, o poeti -descritti con una specie di entusiasmo nella storia del Nord. Quella -folla nol circondava invano, perciocchè cantava strofe graziose, -e le alternava con istorielle di varie maniere. Al giunger nostro -tutto tacque, e molti si sbandarono; e come i ragazzi sono ragazzi -in ogni paese, veggendo essi de’ forestieri, cosa per loro affatto -nuova, dimenticando il bardo si misero a burlarsi, e a ridere di noi. -Il povero bardo approfittando della occasione ci domandò in cattivo -svedese qualche moneta in limosina. - -La maniera nostra di viaggiare parte in islitta, e parte a piedi -mi condusse a meditare sulla utilità di una slitta, il cui modello -avea veduto nel deposito delle macchine di Stockholm. Era questa -una slitta sospesa a’ due fianchi, la quale con una sorta di molla -potevasi collocare sopra quattro ruote, e le molle l’alzavano dal -terreno, e servivano a convertirla in una vettura. Ai 30 di marzo -verso mezza notte eravamo ancora in istrada, con un freddo di 13 gradi -sotto il gelo, secondo il termometro del _Celsio_, quando, molto a -proposito per distrarci dalla nojosa monotonia del viaggio, ci si -presentò lo spettacolo di un’aurora boreale. Il cielo nella parte del -settentrione parve ad un tratto tutto infuocato; ed insensibilmente -prese quel brillante colore del rubino, di cui il tramonto del sole -arricchisce le belle serate d’Italia, felice presagio, al dir di -_Virgilio_ ed alla prova della esperienza, della bellezza del dì -susseguente. Dal seno di questa porpora superba immantinente s’alzò -verso il polo un arco splendentissimo di tutte le varietà dell’iride, -e tagliato da moltissimi altri archi non meno vivi, ma mobili, e con -maestà ondeggianti, i quali disegnavansi sopra un immenso velo di -un fosforo luminoso, le cui pieghe diafane, agitate continuamente si -sviluppavano in lunghi solchi di fiamma, ed ognor più animati da come -fiaccole ardentissime, colle quali sarebbesi detto, che il cielo ad -ogn’istante le fulminava, prolungavano lungi l’incendio sotto la volta -celeste. Tutta l’atmosfera veniva presa dal loro chiarore; e indoravano -vivamente i contorni di tutte le nubi. Se queste meteore frequenti -nelle contrade vicine al polo interessano per la loro magnificenza -gli abitanti del Nord, accostumati pure a vederle, facil’è giudicare -l’effetto che questo spettacolo produsse in noi, che ne godevamo la -vista per la prima volta. - -Finalmente giungemmo ad Yervenkile, piccolo distretto, il quale -appartenendo alla università di Abo è affittato ad un onesto paesano. -Questo galantuomo ci accolse eccellentemente, e ci diede una camera -e de’ letti. L’ingenua sua ospitalità ci rendette giocondissimi i -tre giorni di riposo che prendemmo in casa sua, e di cui avevamo gran -bisogno. Quest’abitazione, vicina ad una bellissima cascata, offre un -eguale interesse al pittore e al cacciatore. Non sarà grave udirne una -breve descrizione a chi ami più particolarmente conoscere codesta parte -della Finlandia in cui ora siamo. - -Yervenkile è un piccolo villaggio di tre o quattro famiglie situato -sopra un lago. Noi prendemmo la strada di questo villaggio invece di -quella di Wasa, perchè volevamo vedere la cascata che n’è distante un -quarto di lega, e ch’è famosa per la sua elevazione. Essa è formata -dal fiume Kyro, il quale uscendo del lago che porta lo stesso nome si -precipita attraverso di scogli e rupi scoscesissime e disuguali per -un’altezza di circa 210 piedi. È difficile dire in quante diverse forme -si presenti l’acqua impetuosa e schiumante che si gitta giù da tante -asperità enormi. Noi per meglio contemplarne lo spettacolo ci fermammo -sopra un’altura, da cui si discopriva un paese mirabilmente variato, e -quasi tutto coperto di pini, la cui verzura tetra, indorata dai raggi -del sole faceva un contrasto pittorico colla bianchezza abbagliante -della neve e colle masse de’ ghiacci sospesi sull’orlo della cataratta. -L’aspetto della cascata è particolare affatto alle regioni del Nord; -nè di simile se ne trova alcuna in Italia. Vedevasi l’acqua scagliarsi -da enormi volte di ghiaccio cristallizzate in mille maniere; e come il -vapore che s’alzava, ivasi congelando nell’aria in forma di polvere, -percosso dai raggi solari presentava iridi sorprendenti pe’ vivi e -diversi colori, e per la loro ineffabile mobilità. Cadendo poi que’ -vapori gelati sopra la discendente corrente, formavano de’ ponti di -ghiaccio di tale solidità, che si potevano passare con tutta sicurezza; -e siccome i flutti urtavansi e precipitavansi con somma violenza contro -le pareti di que’ ponti, sovente accadeva che travasassero al di sopra -de’ medesimi, e ne rendessero la superficie sì liscia e sdrucciolevole, -che i paesani per passarvi erano obbligati a mettersi col ventre a -terra e a camminare colle ginocchia e colle mani. Essendo stati a -questa cascata più volte ne’ giorni che ci fermammo nel villaggio, ci -prendemmo anche il piacere della caccia per tirare alle lepri, alle -volpi e ai lupi, delle quali bestie vedevamo i segni nelle foreste; ma -non avendo cani con noi, non ne potemmo snidare alcuna. Ci limitammo -a tirare a piccoli uccelli, che osservammo di razza non veduta in -Italia. I paesani vedendoci gittare la nostra polvere per sì poca -cosa, ridevansi di noi; e come uno di loro credette di farci cosa grata -ammazzandoci qualcuno di quegli uccelli, prese il suo archibugio, lo -sparò, e ce ne portò uno, il quale avendo noi trovato senza testa, -gli facemmo intendere che il dono non poteva esserci grato: l’avremmo -desiderato intero. Il suo archibugio avea una canna simile a quella -di una carabina, ma di calibro piccolissimo; adoperava inoltre -palle grosse quanto un pisello. Io gli mostrai la nostra minutissima -munizione: egli ne fu meravigliato, non avendone mai veduta di simile; -ma ricusò di adoperarla; e caricato di nuovo l’archibugio alla sua -maniera, tirò, e mi recò un uccello della specie del primo, tutto -intero, e non avente che una piccola contusione al petto. Non avea -fatto che toccarlo leggierissimamente. Ammirammo la sua destrezza e -la giustezza del suo colpo d’occhio; ed egli disse che tutti i paesani -tiravano colla medesima abilità. - -Prima di lasciare Yervenkile desideravamo informarci della maniera -di vivere del nostro ospite, delle sue spese domestiche, e del prezzo -delle derrate in quella parte di Finlandia. Il legname non costa che la -fatica di tagliarlo e di trasportarlo; e la giornata di un lavoratore -è cara, perchè costa dai 12 ai 16 soldi. Il nostro ospite avea tutta -l’aria di un uomo comodo. Avea sei vacche, le quali gli avevano dati -sei bei vitelli: avea sei capre, che ogni sera ritornando dal pascolo -gli somministravano latte abbondante: avea di più otto agnelli e -tre cavalli, de’ quali servivasi per le sue slitte: le vacche gliene -davano ogni mattina un secchio. Una vacca gli costava da cinque a sei -risdalleri; un vitello due; e sedici soldi una capra e un capretto. -Il cantone non dava frumento; e il prezzo della segala era di cinque -risdalleri e mezzo il barile. Gli domandammo se fosse stato mai nella -necessità di mangiare pane fatto colla scorza d’albero, e se mai si -fosse trovato costretto a nudrire le sue vacche coi loro escrementi, -conciandoli con un poco di sale, di farina e di paglia, conforme usano -quelli della Dalecarlia; e rispose non essersi mai trovato in tali -angustie. L’affittanza che avea era una casa, che abitava colla sua -famiglia: a destra di essa era un piccolo alloggiamento pe’ forestieri, -a sinistra le stalle per gli animali. - - - - -CAPO IV. - - _Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano. - Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e - mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa: - descrizione di questa città._ - - -Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia, -tanto per l’altezza delle piante, quanto per la sua profondità, -dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli -animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l’uomo; ma non -risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e -quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso -furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta -si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l’uomo abbandonato sulla -terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne -vedemmo alcuno. - -Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s’intrecciano -insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura -n’è assai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien -rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de’ grossi fusti. -E non è questo l’aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl’immensi -guasti di uragani terribili, e d’incendii spaventosi. Montagne, valli, -spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati -dalle fiamme. Onde quest’incendii? La poca cura de’ paesani, che non -abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla -che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può -esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de’ -fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano -poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle -leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami -dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà -di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando -una foresta della Corona s’incendia i paesani hanno il diritto di -abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene -adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro -assegnata non basta ai loro bisogni, l’interesse loro li spinge a -metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi -ad appropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta -un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme -aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non -può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi -allo sguardo tronchi e rimasugli d’alberi confusamente giacenti sul -suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n’ha molti altri ancora -ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della -loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi -sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro -neri scheletri ai vicini, morti anch’essi, ma senza essersi smossi -dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano -de’ giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano -nudrirsi delle ceneri de’ loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare -la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli -uragani. - -È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della -fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a -credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe -descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza. -Alberi di un volume enorme sono strappati dalla terra, e mostrano -nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero -abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose -tempeste dell’Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed -abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza -più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con -maggior violenza. - -In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in -inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando -fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si -smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi -trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di -accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono -cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano, -ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo -sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri -cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo -però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo -all’aspetto delle crepature, che ad ogn’istante il peso delle slitte -faceva divergere in raggi all’intorno di noi. Noi non ci saremmo -esposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto -mille volte di più. - -Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul -fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza -il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente, -indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci. -Tra que’ due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e -la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una -tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la -direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro -slitta c’incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma -imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette -miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non -avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far -saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra -un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel -fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera: -noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall’altra parte; -ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual -desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento volte maggiore: -il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava -abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la -quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide -si esposero le prime al pericolo; e superato che l’ebbero, ci dissero -che l’avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando -avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene; -ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle -ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che -ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall’altra parte per -giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide -risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in -bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que’ buoni Finlandesi dissero -che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo -gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione. - -Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve -piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi -dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura -quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente -diafano, che vedevamo non solo la corrente e profondità dell’acqua, -ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo -momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti: -vedevamo l’abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo -atterrito anch’esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che -l’impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando -sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta -piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D’onde veniva -mai questa singolare diafaneità? Dall’azione de’ raggi solari e del -vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e -nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al -principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata -la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie -fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora -uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non -avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere -la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall’acqua -che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella -circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando -però il fiume non avea che la profondità di pochi piedi, godemmo del -piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e -di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi. - -Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo -obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di -posta. Ivi facemmo buona stazione. - -Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case -sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata -al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia. -_Gustavo III_ le diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord -della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo -edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani, -una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso -la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea -fatte per la prosperità e l’accrescimento di Wasa. Essa si estende -attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza, -con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d’alberi, una scuola, -una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni, -una di tabacco, una d’olio di vitelli marini, tre di corami, due di -tinture, e due per fondere la pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito -all’antico; ed è considerabile il suo commercio co’ forestieri, -esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro, -e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue -vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda -strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta -al Savolax[1]. - - - - -CAPO V. - - _Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi riguardanti _Linneo_. - Gamla-Carleby. Nuovi motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori - sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte dal ghiaccio. - Brachestad. Uleaborg. Avventura galante. Particolari riguardanti - Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa città._ - - -Al nostro arrivo a Wasa eravamo stati a far visita al governatore e al -presidente, i quali cortesemente c’invitarono a pranzo, e radunarono -presso di sè la società migliore del luogo. Noi trovammo tutto sul -piede di Stockholm. Ma parvemi un sogno l’avere in quelle adunanze -trovata una dama di una somma amabilità, squisitamente educata e -perfettamente intendente delle lingue e delle lettere sì francesi che -italiane, e de’ migliori scrittori delle medesime. Essa era la moglie -dei presidente. Vi trovai pure un ecclesiastico pieno di erudizione -e di conversazione piacevolissima. Molte cose importanti imparai -da lui riguardanti i Finlandesi e i loro poeti; e ragionandomi del -_Linneo_, da lui conosciuto in particolare in Upsal, del carattere -di quel valentuomo assai cose mi disse, e molte compassionevoli in -proposito della incredibile vanità che lo predominava. Fra gli altri -aneddoti raccontatimi fu questo. Una dama della provincia di Upsal, -che non era uscita mai del suo paese, domandò ad un amico del _Linneo_ -una commendatizia, desiderando di conoscere un uomo sì distinto, e -di vedere le sue collezioni. Ebbe la lettera, andò a visitare il -_Linneo_, vide il suo museo. Ma sbalordita da tante cose in esso -raccolte, nel suo entusiasmo esclamò innocentemente: _Ah! non mi -meraviglio più che il Linneo sia conosciuto in tutta la provincia di -Upsal!_ Il _Linneo_ che si aspettava di udire _nell’universo mondo_, -cessò sull’istante d’indicarle più altro; la condusse alla porta, e -sgarbatamente la congedò. — Altro aneddoto. Un giorno in un accesso -di melanconia diede ordine che non s’introducesse nissuno, e in -veste da camera e in berretta da notte si sdrajò sopra un sofà per -riposare. Intanto presentossi un uffiziale svedese che conosceva assai -bene la debolezza di lui; ed era accompagnato da varie dame, venute -espressamente per vedere la collezione del _Linneo_. Si negò l’ingresso -all’uffiziale, che conoscendo l’umor del filosofo, nulla badando al -domestico, si spinse innanzi, ed entrò nella camera, ove il _Linneo_ -stava. Il _Linneo_ da prima si mostrò molto sdegnato della inciviltà; -ma l’uffiziale senza punto badarvi, introdusse le dame; e con molta -gravità disse loro: _Signore! vi presento all’illustre filosofo, -l’oggetto solo del viaggio che avete fatto, all’uomo che tutto il -mondo ammira meravigliato, e che mette al di sopra di tutti gli uomini -grandi: a quello che ha messa la natura ai tormenti per istrapparle -i suoi più cari secreti._ — Il Linneo si spogliò in un lampo del suo -cattivo umore, e diventò la più gentile e carezzevole persona. - -In Wasa tutto è ad un infimo prezzo. Nel 1790 non contava che 2,166 -anime. - -Partendo da Wasa il governatore ci diede tutte le istruzioni opportune -per viaggiare il meno male che fosse possibile, e ci accompagnò con un -ordine, onde fino ai confini della sua giurisdizione fossimo assistiti -in ogni nostro bisogno. Ma i paesani di quel paese non erano avvezzi a -condur viaggiatori, e mancavano di una infinità delle cose necessarie. -La strada da Wasa ad Uleaborg è di circa 190 miglia. Seguimmo nel -nostro viaggio la costa attraversando fiumi, boschi e bracci di mare; -e qualche volta non di poco allontanandoci anche dalla costa. Il paese -è piano ed abbondante di grossissimi pini. La costa è nuda e sassosa. -Facemmo molta fatica per arrivare a Gamla-Carleby. Questa è un’assai -bella città posta sopra un piccol golfo, e passabilmente commerciante. -È lontana da Stockholm 1,023 miglia e 98 da Wasa; nel 1790 vi -si contavano 1,367 abitanti. Ha molti bastimenti proprii pel suo -commercio; molti ne fabbrica per venderli; e il suo commercio consiste -in catrame, in pece, in tavole e in sevo, burro e frumento. Coltiva -poi, e consuma per sè, segala, orzo, pomi di terra e tabacco; ed ha una -fabbrica di tele di cotone dipinte. - -Da Gamla-Carleby continuammo a viaggiare sul ghiaccio; e qui trovammo -una novità che non mancò di sorprenderci e di farci piacere. Il gelo -in quel paese è sì forte, che ferma nel loro moto i flutti del mare; e -intanto il sole acquistando forza nel corso della giornata a misura che -la stagione si avanza, squaglia notabilmente il gelo alla superficie; -e l’acqua radunasi entro cavità o solchi, ne’ quali poi alla notte fa -una crosta di gelo, rimanendone così una parte nel suo stato naturale -tra questa crosta e il gelo inferiore. Ora nel procedere, questa crosta -facilmente si rompe, e il cavallo e la slitta pescano entro l’acqua -di quelle cavità; e vuolsi tutta la fede di un buon cristiano per non -temere che in quel momento non siasi per discendere ne’ gorghi del -mare. Di sì fatte paure ne provammo molte. E chi poteva dirci che se in -un luogo o nell’altro al di sotto il grosso ghiaccio ci sosteneva, in -altri luoghi non fosse per mancarci? Ogni volta che il povero cavallo -rotta la fragile crosta cadeva, non mancava il terrore; e cresceva -infinitamente, se la crosta essendo larga vi cadeva dentro la slitta e -noi con essa. - -Camminando di questa maniera incontrammo alcuni pescatori, che -pescavano sul ghiaccio. Ecco la loro industria: fanno un buco nel -ghiaccio e vi gettano dentro un amo, approfondandolo circa venti piedi; -e intanto perchè quel buco non si serri pel gelo, vanno continuamente -movendo l’acqua che al medesimo corrisponde. Costoro usano camminando -sul ghiaccio scivolatoi di legno assai lunghi; e per ispingerli innanzi -servonsi de’ loro bastoni, sicchè per nissun conto muovono le gambe, e -corrono intanto con mirabile celerità. Un’altra loro industria è quella -di portar seco una piccola vela triangolare che distendono contro il -vento, quando questo fortemente gl’incomoda; e mettonla tra il vento e -le loro persone. - -Altra cosa di queste contrade degna di menzione è quella di certe -illusioni prodotte sul ghiaccio. Accade spesso ne’ sommi freddi che -l’acqua del mare cala, massimamente per la mancanza di quella che è -solita venire dai fiumi. Allora il ghiaccio rimanendo abbandonato al -proprio peso, si sfacella; e se n’alzano qua e là rottami infiniti, -i quali pel disgelo alla superficie che succede il giorno, e pel -gelo che si forma di nuovo la notte prendono diversissime forme agli -occhi di chi li rimira; e par di vedere là un castello, qua torri, -palazzi, altra sorte di edifizii in ogni maniera diroccati, e scogli -pure, e rupi, e simili. E come questi rottami qua e là si estendono, -il camminare di notte massimamente diventa di grave pericolo; e per -iscansarli può anche avvenire che si perda la direzione; e si corra -rischio di smarrirsi in quel deserto di ghiaccio, siccome a noi più di -una volta è succeduto. - -Noi andavamo adunque pieni di paura quanto mai possa dirsi; e intanto -venimmo a passare da Brachestadt, piccola città distante da Uleaborg 56 -miglia, di 763 abitanti, che fa commercio di pece, di sevo, di burro, -di pellami grossi e fini, di sermoni e d’altri pesci, e di legnami: -introduce poi sale, di cui usa avere sempre buona provvigione. Una -volta vi si faceva commercio considerabile di carni e di certe conserve -di una bacca particolare alla Svezia e alla Finlandia. Arrivammo ad -Uleaborg ai sette d’aprile, e andammo ad alloggiare in un albergo -assai buono, prossimo al palazzo della città. Avevamo avute, siccome -si è detto, tristi avventure nel viaggio: era giusto che ne avessimo -qualcheduna meno spaventosa e più degna di giovani viaggiatori. Ho -avuto sempre il vizio, andando a letto, di mettermi a leggere un -qualche libro prima di pigliar sonno. Stava adunque dopo essermi -coricato leggendo l’_Ariosto_, quando mi parve di sentire tre dolci -battute alla finestra della nostra camera, la quale era a pian terreno. -Nè per quella volta, nè per la seconda io vi feci grande attenzione. -Alla quarta volta dovetti pur pensare che si trattasse di qualche -cosa, e svegliai il mio compagno, il quale dormiva in un altro letto -nella medesima camera; e gli dissi che badasse se gli paresse di udire -qualche rumore alla finestra. Ed egli ed io sentimmo infatti quelle tre -leggiere botte, che io avea udite da prima, ed insieme alcune parole, -ma poco distinte. Allora mi alzo; mi metto indosso la pelliccia; -prendo due pistole; e vado fuor della camera per vedere che fosse. Che -v’immaginate che fosse in un paese di una sì alta latitudine?... Era -una bella ragazza, che ci domandava qualche momento di conversazione... -Il fatto non mancò di sorprenderci. Sorprenderà forse egualmente il mio -lettore. - -Uleaborg è posta al 65.º grado di latitudine: conta da circa 3,800 -anime: ha due piazze, e sedici strade, con un porto cattivo, ma ciò non -ostante con faccende mercantili di molto suo utile. Il suo commercio -è di catrame, di pece, di burro, di sevo, di sermoni, e di luccio -secco, di aringhe, e di legnami. Introduce poi vino, olio, limoni, e -sale. Uleaborg spedisce ogni anno quattro vascelli nel Mediterraneo, -i quali tra le altre cose portano spezialmente sale nel paese. Ottimo -regolamento è qui rispetto alla navigazione del fiume Ulea, sul quale -la città è posta. Per discendere al mare i bastimenti non possono -essere condotti che da piloti espressamente patentati, perchè tanto è -rapida la corrente, che la nave fa sei miglia in venti minuti; e sommo -è il pericolo del naufragio a cagione de’ troppi scogli, di cui il -letto del fiume è sparso. I minerologi hanno di che molto occuparsi ne’ -contorni di Uleaborg; e vi notano particolarità meritevoli della loro -attenzione. In Uleaborg si ha due mesi d’inverno più che a Stockolm, -e una primavera più breve di un terzo: l’autunno però è presso a -poco eguale nell’uno, e nell’altro luogo. I geli notturni nell’estate -arrivano verso il fine di agosto, e qualche volta anche prima. Ma è -giusto dire che in nissun luogo la vegetazione è più rapida, che in -questo paese; perciocchè v’ha esempi di grani seminati, e mietuti nello -spazio di sei settimane: effetto delle belle notti, o per dir meglio, -della continua presenza del sole. - -Noi intendevamo di non fermarci in Uleaborg più di cinque giorni -per approfittare del comodo delle slitte fin tanto che v’era ancor -neve e ghiaccio sulla strada che dovevamo battere: ci lusingava pure -l’idea di barattare il servizio de’ cavalli in quello delle renne; -e di conversare coi Laponi erranti. Ma le gentilezze del barone -_Silfverkielm_, e del governatore _Carpalan_, la conoscenza che facemmo -di parecchie persone della città amabilissime, l’incontro inaspettato -di due dilettanti di musica capaci di suonare co’ nostri compagni e -con me un quartetto, ci fecero dimenticare la nostra risoluzione, e -fermarci in Uleaborg un pajo di mesi. Forse però più che tutte queste -ragioni valse quella, che essendo alla metà di aprile, la stagione -era troppo avanzata; il ghiaccio cominciava a sciogliersi; e i fiumi -di giorno in giorno divenivano per l’abbondanza delle loro acque, e -per gli straripamenti assai pericolosi. Potevamo poi anche godere in -Uleaborg de’ fenomeni, che accompagnano il cangiamento delle stagioni -quando accade in paese di altezza maggiore; e nel mio particolare io -poteva comodamente applicarmi a molti oggetti di storia naturale della -Laponia, avendo fatta conoscenza con un bravo uomo, certo sig. _Julin_, -farmacista della città, che avea e libri, e collezioni, come pur -notizie, e dottrina, di cui avrei potuto approfittare. Eccoci dunque -tutti d’accordo fermati in Uleaborg. Debbo quindi ricordare come vi -passammo il tempo della nostra fermata. - - - - -CAPO VI. - - _Magnatizzatore, e magnatismo. Partita di musica istromentale. - Simpatia de’ Finlandesi per la musica. L’harpu. Caccia del - gallo di brughiera, e qualità di questo uccello. Pregiudizii - de’ Finlandesi per certe vivande. Faccende de’ Finlandesi - nell’inverno. Loro pesche sul ghiaccio. Loro caccie di vitelli - marini e dell’orso._ - - -Ho nominato il barone _Silfverkielm_, uomo per tutti i versi -amabilissimo. Era stato per una gran parte della sua vita ai fianchi -del re _Gustavo_, avea viaggiato molto, e veduto il gran mondo. Sapeva -bene di meccanica, si dilettava di chimica, e possedendo una eccellente -macchina elettrica d’Inghilterra, faceva molte esperienze. Ma sopra -tutto era grande magnetizzante, e il più caldo alunno di _Mesmer_. -Io non credeva alle meraviglie mesmeriane, e meno di me vi credevano -i due viaggiatori inglesi, i quali ho detto ch’eransi uniti a noi; -ma il fatto è che vedendo i varii, e straordinariissimi effetti del -magnetismo, e ad essi, e a me fa pur d’uopo infine confessare, che -quello che vedevamo, per se stesso meraviglioso, e inesplicabile, -era verità reale. Il barone però non trovava in Uleaborg persone che -dessero cura, o fede alle sue cose. In generale quegli abitanti non -possono dirsi giunti a sufficiente grado di intelligibilità. Facemmo -con essi più fortuna noi colla nostra musica. - -Uno de’ due dilettanti sopraggiunti sonava il violoncello, l’altro -il contrabbasso; _Shioldebrand_, mio compagno di viaggio, sonava il -violino; io il clarinetto. Eravamo dunque in istato di sonare insieme -passabilmente qualche quartetto; ed era questa sicuramente la prima -volta, che si sarebbe udito in Uleaborg siffatta musica. Accorsero -sino dalla prima volta, che ci mettemmo a suonare, in tanto numero -uomini e donne, che dovemmo cercar la sala del palazzo di città -per dar luogo a tutti. E dell’effetto di quella nostra musica sopra -quegli Uleaborghesi chi può giustamente raccontare il vero? Non v’era -modulazione, non tratto, non passo, che non facesse sui loro animi una -impressione, la quale si dipingeva tosto vivissima sul loro volto, e -sulle loro persone. Ho veduto in quell’incontro realizzate pienamente -le esagerazioni de’ tempi più favolosi della Grecia. I Finlandesi -hanno realmente un senso innato per la musica, e per la poesia. E -se non hanno fatto nella musica eguali progressi, che nella poesia, -ciò debbesi attribuire al cattivo istrumento che hanno. Lo chiamano -l’_harpu_: è una specie dell’antica cetra de’ Greci, di sole cinque -corde di metallo, ma non tastate colle dita della mano sinistra: essi -suonano, ballano, e recitano le loro poesie ristretti a cinque note -sole. L’introduzione del violino va però producendo nella musica del -paese un cangiamento. L’antica melodia finlandese è chiamata il _runa_. - -Noi eravamo giunti all’epoca, in cui, cessato coll’inverno il sonno -della Natura, essa ripigliava il senso della vita in tutti gli oggetti. -Giungevano da tutte le parti gli uccelli di ogni specie animati -dall’amore, e popolavano i boschi, i campi, le paludi, gli stagni, -ogni luogo. Le notti belle, e chiare quanto il giorno, c’invitavano -al piacer della caccia. Noi pranzavamo a casa, vi facevamo la nostra -partita di musica, cenavamo; e a dieci ore uscivamo alla campagna -divertendoci sino alle due della mattina. Nelle nostre escursioni la -luce notturna ci serviva meglio che quella del giorno; e vedevamo -abbastanza bene per pigliare la mira, mentre allora gli uccelli -erano più tranquilli. Era affatto nuova per me la caccia del gallo -di brughiera, detto da Linneo _tetra urogallus_. È un uccello grosso -quanto un gallinaccio, sulla schiena ha di un bruno cupo le penne, -sul ventre le ha del colore dell’ardesia, ed è listato dappertutto -di piccole macchie nere. Esso ama il freddo: si ciba di bacche, e -di bottoni delle piante; e in questa stagione canta i suoi amori con -tanta vivacità, che si direbbe convulso. Ma vuolsi molta industria ad -avvicinarvisi; e bisogna sorprenderlo appunto ne’ momenti di quella -convulsione, la quale non gli lascia allora nè vedere, nè udir niente. -È cosa ordinaria in queste caccie fissare alcun luogo di sì vasti -boschi, ove riunirsi; e a quest’effetto si accende un gran fuoco, -affinchè si vegga il fumo a molta distanza; e vi si lascia sempre -qualcheduno che lo conservi. In questa circostanza conobbi quanto -sia facile cagionare un incendio, che consumi tutta una foresta. -Imperciocchè il suolo è coperto di un musco fitto, alto, e secco, il -quale, se mai si accende, porta irremissibilmente il fuoco per tutto -lo spazio che occupa. Si può mettere tra le cagioni de’ grandi incendii -delle foreste di Svezia e di Finlandia anche questa, mentre una minima -negligenza di chi veglia al fuoco, che ho accennato, basta a tanto -fatto. - -Ho detto che pranzavamo e cenavamo in casa, e poi andavamo alla caccia. -Conviene che dica qualche cosa anche di quella nostra faccenda. Non -era il minore oggetto de’ nostri piaceri in Uleaborg quello della -tavola; e la nostra ostessa era sollecita di procurarci i migliori -bocconi. Vitelli, majali di latte, buoi, non erano per lei risparmiati. -Ciò che il mare, e i fiumi potevano fornire di più delicato, essa lo -provvedeva senza badare alla economia. E per questo trattamento di -lusso, per me, pel mio amico, e pel nostro domestico, comprendendo -colezione, pranzo, cena, caffè, tè, ed alloggio, noi non ispendevamo -più di due ghinee alla settimana: con che ognuno vede come in questo -paese tutto è a buonissimo prezzo; nè v’ha proporzione alcuna con -quanto le cose costano a Stockholm. Il nostro domestico era quello -che faceva la cucina; e come seguiva l’uso d’Italia, ogni giorno la -gente di casa metteva rumore non concependo qualmente avessimo da aver -sempre minestra, e lesso. Più rumore s’alzò perchè mangiavamo cervella -e fegato sì di vitello che di majale: cose per quella gente orribili a -segno che avendo indotta una persona a gustarne, per l’avversione non -potè mai inghiottirne. Similmente non potevano darsi pace veggendoci -mangiare lodole, beccaccine, tordi, ed altri piccoli uccelli, che per -noi erano deliziosissimi anche per averceli procacciati alla campagna -coll’archibugio. - -Strani pregiudizii sono questi, difficili a sradicarsi in un popolo -a metà incivilito. Ma non è per queste cose, che vogliono essere -giudicati i Finlandesi: si domanderà come vivano essi in una stagione, -in cui mari, fiumi, e laghi e stagni sono presi dal ghiaccio; in -cui una crosta di ghiaccio copre il suolo, ed animali, e vegetabili -sembrano tutti assorti senza vita in un sonno profondo. I popoli di sì -aspro clima pressati da bisogni più forti, e più estesi, che quelli -de’ paesi meridionali, sono e più svegliati, e più attivi, e più -industriosi, onde provvedersi di quanto loro occorre. I Finlandesi -adunque passano l’inverno fabbricandosi ogni sorta di vestimento, -e d’istromenti, ed utensili loro necessarii, e reti, e slitte, e -carrette; in tagliar legne, in abbattere alberi, e trasportarli, e -segarli, e pulirli, secondo i varii usi, a cui debbon servire. Poi -attendono alla pesca, nella quale ho accennata una delle loro pratiche; -ma ne hanno altra più industriosa, e più ampia, e consiste in fare due -aperture nel ghiaccio, per le quali con corde e lunghe pertiche fanno -passare una rete. L’estrarre poi questa quando è piena di pesce forma -una difficoltà, che la pazienza e destrezza loro soltanto li ajutano a -superare. Usano un’altra maniera più singolare nella pesca de’ fiumi. -Quando il freddo comincia a farsi sentire, il pescatore costeggia il -fiume, ed osservando un pesce sotto il ghiaccio nelle acque, gli dà un -violentissimo colpo di martello, o di bastone, rompendovi il ghiaccio -sopra, pel quale colpo rimanendo il pesce stordito, in pochi istanti -s’alza alla superficie, ove il pescatore lo piglia con uno stromento -fatto apposta. - -Della caccia de’ vitelli marini si è detto qualche cosa. Si ha però -da aggiungere che si fa più in grande in altra guisa, e che costa al -Finlandese grande fatica. Il tempo di questa caccia è quello, in cui -il ghiaccio si scioglie. Quattro o cinque paesani si mettono in un -battello scoperto, e si espongono al mare, e a tutti gli accidenti, -che l’urto de’ ghiacci distaccati, e la furia de’ venti, e de’ flutti -possono produrre. Essi si arrampicano su quelle isole ondeggianti, e vi -si strascinano sopra colla massima destrezza per mettersi al segno di -tirare con sicurezza sulle foche, che riposano sui ghiacci. Raccontasi -di due Finlandesi, che sette anni addietro si misero in un battello -per simile caccia, i quali avendo veduto in una isoletta di ghiaccio -alcuni di quegli animali, lasciarono il battello, e saliti sull’isola -a forza di ginocchia e di mani, recaronsi senza essere osservati in -vicinanza de’ medesimi. Aveano attaccato il battello a qualche punta -dell’isoletta; ma nel mentre ch’erano occupati della loro caccia, il -battello si slegò; e nell’allontanarsi preso in mezzo da altre masse -di ghiaccio rimase tra quelle stretto, e frantumato. Trovaronsi dunque -abbandonati a se stessi; e in che luogo? niun mezzo di salvarsi; niun -raggio minimo di speranza. Due settimane rimasero in sì miserabile -stato, fidati ad una fragile tavola, che ogni giorno vedevano -impicciolirsi pel fregamento sui ghiacci, in mezzo ai quali passavano. -Agli orrori di quella situazione si aggiunse la fame, la quale li -portò a divorare la carne delle proprie loro braccia. Stanchi di tanto -soffrire, e a quella lenta e dolorosa agonia preferendo una pronta -morte, risolvono di precipitarsi in seno del mare. Si abbracciano -per l’ultima volta, e stanno per eseguire il disperato loro disegno, -quando veggono a qualche distanza una vela. Oh! in qual momento? -Uno d’essi si spoglia del vestito, e l’alza per segnale d’implorato -ajuto. Fortunatamente il segnale fu distinto; quella vela era d’altri -pescatori di foche; e furono salvati. - -La caccia dell’orso non richiede minore presenza di spirito, e -non minore coraggio; e veramente il Finlandese in quella occasione -manifestamente prova d’avere queste due qualità nel più alto grado. Non -è che da poco tempo in qua che qualcheduno tra essi ha incominciato -a far uso in questa caccia d’armi da fuoco; ma il maggior numero de’ -paesani, massime nell’interno della contrada, non vorrebbe esporre la -vita alla incertezza di un colpo, che spesso va perduto per cagione -della umidità: d’altra parte un archibugio, od un fucile anche di -qualità inferiore per essi costa troppo. Si attengono dunque all’arma -loro favorita per questa caccia, che è una lancia di ferro piantata -in un bastone, ed alla distanza di un piede dalla punta fornita da un -traverso pure di ferro, espressamente posto perchè l’arma non penetri -troppo in dentro nel corpo dell’animale. Adunque quando il cacciatore -ha scoperto il sito, in cui l’orso sta appiattato, va alla bocca -dell’antro, e fa rumore, onde irritar l’orso, e provocarlo ad uscire. -L’orso esita, e sulle prime mostra di non volere uscire, ma continuando -il cacciatore a molestarlo, irritato si slancia fuori, e veduto il suo -nemico si drizza sulle gambe di dietro, e si appressa a sbranarlo. Il -Finlandese allora impugna la sua lancia in modo però che la bestia -non ne vegga tutta la lunghezza; ed avanzandosi presso di essa, -quando trovansi entrambi faccia a faccia, le avventa il colpo mortale -al cuore. Senza quel traverso di ferro la lancia trapasserebbe alla -spalla; nè ciò impedirebbe l’orso dal cadere sopra di lui; accidente, -che potrebbe essergli fatale. Il traverso adunque fa che l’orso rimanga -dritto, e che indi cada rovesciato al suolo. Singolar fatto, e che -parrà straordinario è questo, che l’orso sentendosi ferito, invece -dì cercar di levarsi colle sue zampe la lancia, la tien ferma, e la -interna più profondamente nella piaga. Quindi dopo essersi agitato, e -rivolto sulla neve, cede alla morte; e il paesano se ne impossessa, e -chiama i compagni in ajuto per trasportarlo al suo casolare. Colà si -termina il suo trionfo con una specie di festa, ove un poeta canta le -imprese del cacciatore. - - - - -CAPO VII. - - _Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette runiche; loro - carattere: modo con cui vengono recitate, o cantate. Esempii. - Elegia per la morte di un fratello. Proverbii. — Il pasticcio - di Paldamo. — Versi d’amore. Le più antiche poesie runiche sono - formule di magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie della - religione dominante presso i Finlandesi prima del cristianesimo._ - - -Ho detto che i Finlandesi hanno degl’improvvisatori. Ciò mi conduce a -parlare della loro poesia. Tutte le nazioni settentrionali, Scozzesi, -Danesi, Svedesi, Norvegi, fino dagli antichi tempi poetarono: e così -fecero anche gli abitanti della Finlandia. _Runica_ si chiamò la loro -poesia, perchè _runoot_ dicevasi l’antica lingua gotica, in che la -espressero. I loro versi, composti di otto piedi trochei ciascuno, -cioè di una sillaba lunga e di una breve, non erano rimati, ma -incominciavano, almeno ogni due, colla stessa sillaba, oppure questa -corrispondenza di sillabe simili veniva alternata. Ciò che importa -dire si è, che codesta ripetizione di sillabe simili non manca di -riuscire gradita ad orecchi alla medesima avvezzi, ed oltre ciò serve -eccellentemente ad ajutare la memoria. I paesani spezialmente coltivano -questa poesia popolare, e l’applicano ad ogni argomento, che sia -a loro portata: nè hanno meno facilità degl’improvvisatori nostri. -Singolare poi è il modo, con cui la recitano, o la cantano. Il poeta -ha un ajutante, il quale ripete a mano a mano il verso, che l’altro -dice, tenendo lo stesso tuono, con questo di più che incominciando -l’ajutante, o ripetitore, che vogliam dirlo, all’ultima, o penultima -sillaba, finisce il verso coll’improvvisatore: indi lo ripete da -solo, così dando riposo al poeta, onde preparare il verso seguente. Di -questa maniera continuano entrambi sino al fine; ed entrambi vannosi -confortando di tratto in tratto con birra, od acquavite. Di poemi, che -noi diremmo epici, fatti per illustrare la memoria di antichi eroi, -ed accennare punti di storia, non se n’è trovata traccia; ma egli è -probabile che se ne trovino brani, forse presso i montanari, comunque -per avventura o tronchi, od alterati, poichè tutto è stato affidato -alla memoria; e nulla si è scritto. Altra cosa notabile si è, che di -poesie runiche non se ne trova alcuna di data posteriore alla riforma -di _Martin Lutero_. - -Checchè sia di queste due cose, giova avvertire, che i Finlandesi non -fanno del ballo un genere guari ordinario di ricreazione: ma e alle -fiere, e nelle loro adunanze dilettansi di certe specie di canzoni, -o di racconti, che qualche volta accompagnano coll’_harpu_, se hanno -questo istromento alle mani, e se chi lo suona può fare anche l’officio -di ajutante, o ripetitore. - -Ma i miei leggitori ameranno avere qualche saggio delle poesie -finlandesi, il cui carattere in generale si è d’essere piene di -espressioni ridondanti, e d’avere il senso compreso in due versi, ed -anche più; ma questo senso ripetuto in giro diverso di parole, e di -frasi all’uso orientale. Alle quali maniere naturalmente si adatta -la lingua finlandese, in quanto è copiosa, ed abbonda di sinonimi. -Per primo esempio ecco una elegia funebre composta da _Paulo Remes_, -paesano, in occasione della morte di un suo fratello; elegia che fu -stampata in Abo nel 1765. - -«La parola viene dal cielo; da quello, nelle cui mani stanno tutte le -cose». - -«Vieni qui: ti farò il mio amico: appressati, poichè di qui innanzi -sarai il mio compagno. Vieni dall’alto monte: lasciati alle spalle -la sede del dolore: hai sofferto abbastanza: cessino le lagrime che -hai versate; tu hai sentito il dolore, e la malattia: l’ora d’esserne -libero è giunta: sei salvo dai giorni di tristezza: la pace si è -fatta sollecita di venire a trovarti; e dalla tristezza ti è venuta la -consolazione». - -«Così egli è ito verso il suo creatore: egli è entrato nella gloria; si -è affrettato verso il sommo bene: è partito per godere della libertà: -ha abbandonata la via del rammarico: ha lasciata l’abitazione della -terra». - -La lingua finlandese è ricca di proverbii di un senso profondo; e i -versi runici ne comprendono molti, divisi in due emisticchi, l’ultimo -rischiarativo del primo, non diversamente da quello che si osserva -praticato dagli Ebrei. Eccone esempi. - -«L’uomo buono fa risparmio di quello che ha: ma il cattivo non darà un -pugno di ciò, che ha nel suo moggio». - -«Il saggio sa cosa ha da fare: lo sciocco si accinge a far tutto». - -«Col piangere non si rimedia all’afflizione; nè ai mali colla -tristezza». - -«Chi ha provato prima si mette francamente all’opera: colui che non ha -esperienza si ferma titubante». - -«L’uomo saggio impara da ogni cosa: egli approfitta anche dei discorsi -dello sciocco». - -«La terra, che forma il patrimonio di un uomo, forma la sua principale -delizia; e il più bel bosco, che conosca, è il suo». - -«Il forestiero è fratello nostro; e l’uomo che viene da lontano è -nostro parente». - -«Quando l’aurora spunta, io so che le vien dietro il giorno: una -persona buona si manifesta co’ suoi sguardi». - -«È finita l’opera che è cominciata: ed è perduto il tempo quando si -dice: che farò io?» - -«L’istromento dell’uomo industrioso è aguzzo; ma il coro del pazzo ha -sempre bisogno d’essere aguzzato». - -Ma diamo l’esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto -è uno squarcio d’improvvisatura finlandese di un giovine poeta -chiamato _Vanoen_, che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal -governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi -era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori -rustici, ne’ quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva -nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era -di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e -volentieri accolto nelle case de’ paesani, i quali egli divertiva co’ -suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale, -mentre riferisce esattamente ii senso, comprende però poche di quelle -bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e -forza dell’originale. Questa composizione, intitolata il _Paldamo_, è -di circa dugento quarant’otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco -da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana. -Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell’indole della -lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere -sgangheratamente a ciascun verso. - - -_Il pasticcio di Paldamo._ - -«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il -regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non -si tratta di null’altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo, -che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto». - -«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo -trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli -abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che -coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano -pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro -vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le -provvigioni ai viaggiatori». - -«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei -volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon -umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande -città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso -disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli -risposero tutti d’accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo -di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che -vogliate nel basso paese». - -«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre -storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi -accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito -uno di que’ doganieri; e temo d’essere riconosciuto. Voi dovete tutti -sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta -un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene -io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da -casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo, -in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que’ -ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono -senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che -rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile». - -«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie -com’era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco, -poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di -doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti -te, e lui». - -«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero? -Ah! Ah! diss’io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non -dubitate; nè tarderò molto». - -«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e -in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il -forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto. -— Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la -sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti -birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla -gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e -saranno ben contenti di gozzovigliare co’ nostri buoni bocconi. Allora -le slitte de’ nostri poveri borghesi saranno più che sicure d’essere -messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine -vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia». - -«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma -finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba -pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno. - -«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina, -lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio -per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo -attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori -del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all’officiale. — E che -intendi con questo? diss’egli. Pretendi forse con siffatta miseria -guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via, -via: voi altri paesani di _Paldamo_, vi conosco; non andate mai -fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d’altro pesce -eccellente; dà qua il più grosso che t’abbi, che questo darà credito -alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori -il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all’officiale, -che ne fu contentissimo a segno che invitò l’altro paesano e me a -bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di -acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra -strada». - -«Così terminò il suo racconto il paesano di _Paldamo_; ed io _Vanoen_ -l’ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo: -certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la -sua civiltà guadagnasse l’official di dogana; voglio dire una delle -zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l’altra, come -presto udirete». - -«L’officiale _Ritzi_, che così chiamavasi quel doganiere stato -presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l’avea posto -d’innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò -buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò -un poco la bocca colle unghie; ma credette che l’accidente provenisse -da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio -si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva -la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il -suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col -resto?» - -«Pestò co’ piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed -esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano -di _Paldamo_ avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto -cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa -campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul -punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?» - -«Così finì il racconto, che io, _Vanoen_ suddetto, ho composto, -e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo -ingegnosissimo». - -Del rimanente v’hanno molte canzoni runiche composte da donne della -classe de’ paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano -un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro -materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento, -od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad -acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n’ha -di soggetto grave, ve n’ha di soggetto satirico, o burlesco, e più -spesso di argomento amoroso. Il sig. _Frauzen_ in Abo mi fece vedere -una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell’Ostro-Botnia, -e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea -costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il -parto d’ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere, -è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di -questa _Saffo_ finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo -paese non mostra meno calore della musa di Lesbo. - - - I. - - «Oh! perchè il mio diletto non è qui? Se almeno l’aspetto suo, - che tanto conosco, mi fosse presente! come, come io volerei tra - le sue braccia! Quanti baci le mie labbra non istamperebbero - sul suo volto, fosse pur egli tutto imbrattato del sangue di un - lupo da lui combattuto! Come stringerei la sua mano, fosse pur - essa attortigliata da un serpente!» - - - II. - - «Ah! perchè i venti non hanno intelligenza; perchè quello che - ora spira, non può parlare? I venti potrebbero riferirci - a vicenda i nostri sentimenti, comunicandone l’espressione - del mio diletto a me! Questo venticello che sì spesso spira, - potrebbe ad ogni istante recargli le mie parole, e riportarmi - rapidamente le sue». - - - III. - - «Oh! allora non penserei certamente ai piaceri della tavola del - mio padrone; e poco mi presserei a vestir la sua figlia. Sì: - dimenticherei tutto per non occuparmi che del mio amoroso, - l’oggetto più caro de’ miei pensieri nella estate, l’oggetto - de’ miei più penosi affanni nella stagione cruda dell’inverno». - -Ultimo esempio sia un tratto di più lunga canzone cantata dalle -Finlandesi nel cullare i loro bambini. Ne cantano qualche volta anche -le nostre nutrici: in breve queste rimarranno dimenticate, giacchè -ormai generalmente si abbandona il cattivo uso di agitare la culla. -Questo tratto di canzone finlandese dimostrerà nella semplicità sua -come la tenerezza, la ingenuità, l’affetto materno parlano al cuore di -quelle donne. Eccolo. - -«Dormi, dormi, bell’uccellino del prato: prendi riposo, caro -Pettorosso: prendi riposo. Dio ti risveglierà in buon tempo. Egli -ti ha preparato un bel ramuscello, su cui fermarti; un ramuscello -graziosamente piegato ad arco colle foglie di betulla. Il sonno è alla -porta, e dice: Non è qui un bambinello, un caro bambinello addormentato -nella sua culla? un bambinello fasciato, un bambinello giacentesi sotto -una coperta di lana?» - -I Finlandesi hanno anche un altro genere di versi, giustamente -riguardati come monumenti inapprezzabili dell’antichità, e modelli -perfetti della più pura poesia runica. Questi sono versi di magia, -d’incanto, di stregonerie, di quello di simil sorte che volete, avanzo -delle vecchie superstizioni; e tenuti per efficaci massimamente in -fatto di guarir malattie. Chi li possiede va cauto a comunicarli ad -altri, molto più se si volesse scrivere; e ciò per paura che vengano -denunciati ai magistrati, o ai ministri di religione. E ministri di -religione, e magistrati fanno tutto il possibile per distruggere queste -superstizioni, reliquie delle credenze di questi popolani prima che -fosse loro predicato il cristianesimo. - - - - -CAPO VIII. - - _Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per andare al Capo-Nord - attraverso della Laponia. Nuovi compagni e provvigioni. Addii. - — Descrizione di un ballo finlandese. Divertimenti in Hutta. - Arrivo a Kemi. Il curato, e la sua famiglia: bella chiesa, e bei - contorni. Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. Suo clima, e suo - commercio. Fine del mondo incivilito. Curato dell’Alta-Tornea: - sua ospitalità._ - - -Ma era tempo di lasciare Uleaborg, e d’incamminarci alla nostra -meta. Parlando di andare al Capo-Nord, tutti trovavano strano il -nostro disegno, e ci dipingevano l’impresa impraticabile sì per le -difficoltà della strada, sì per l’incontro pericoloso de’ Laponi, che -ci si rappresentavano sotto spaventosissimo aspetto. Massimamente poi -ostacolo immenso ci si diceva fare a tal viaggio la stagione estiva: -che i missionarii, e mercanti, che andavano a quella razza d’uomini, -approfittavano dell’inverno, e all’estate avvicinavansi ai luoghi -di città. E tali furono anche i riscontri che io ebbi da Tornea, -d’onde cercai notizie. Erasi comunemente e in Uleaborg, e ne’ vicini -paesi tanto persuasi, che la nostra idea fosse un delirio, che i più -riguardavano come un oggetto di stravaganza. Noi, ad onta di tutto -questo, fermi nel nostro proposito, deliberammo di andare per una -strada tutta nuova, prendendo possibilmente la linea del meridiano di -Tornea, e seguendola sino al Capo-Nord, chè speravamo per quel modo di -giungervi. Il sig. _Julin_, buon naturalista, eccitato dal desiderio di -acquistare nuove cognizioni, tentato dal nostro disegno, confidando in -noi, e cedendo alle nostre istanze, acconsentì d’esserci compagno. Ci -si aggiunse il sig. _Castrein_, ministro a Kemi, uomo istruttissimo, e -versato assai nella botanica. Comprammo una tenda russa per metterci -al coperto della pioggia, e d’ogni influsso d’intemperie; e ci -provvedemmo di quanto potesse occorrerci di vettovaglia per 20 giorni; -poi di un fucile a due canne, di un termometro di _Celsius_, di una -carta d’_Hermelin_, e di una del _Pontoppidano_, di un compasso che -indicasse anche l’ora, di una scatola per mettervi i nostr’insetti, -di tabacco, di solfo, e di canfora per preparare uccelli, e pelli; nè -ci dimenticammo i regali che volevamo fare ai Laponi, i quali doveano -consistere in tabacco da masticare, e da fumare, e in acquavite comune. - -Saluti, abbracciamenti, lagrime ancora, augurii d’ogni sorta, -accompagnarono la nostra partenza da Uleaborg. Passammo il fiume; e -ci mettemmo in istrada sopra una carretta tirata da cavalli. Il primo -luogo, ove li cambiammo, fu Sukurri, nove miglia lungi da Uleaborg; -e li cambiammo tre, o quattro volte da Sukurri fino a Testile, luogo -di due, o tre case di legno. Passato in barca un piccol fiume detto -Lesvaniemi, udimmo il suono di un violino; e volgemmo all’abituro di un -paesano, ove trovammo dieci, o dodici persone che ballavano. Al nostro -arrivo tutti furono sconcertati, eccetto il suonatore, che continuò a -maltrattare il suo istromento, come se niente fosse. E sapete perchè? -per non altro che per essere orbo. A poco a poco però que’ paesani si -riebbero dalla prima sorpresa; e ripigliarono i loro posti. - -Il loro ballo non consisteva che in salti e capriole rustiche, di -niuna grazia, ma di molta forza; e le donne ne mostravano quanto gli -uomini. Nè varietà, nè passione ne’ loro atteggiamenti, nè espressione -vedevasi ne’ loro volti: ma facevano tutto con aria grave, e con -un’attenzione scrupolosa. Di lietezza non v’era su quelle fisonomie il -minimo segno; e un vaso di birra posto sopra la tavola, la conteneva -mista ad acqua: ne bevevano per puro bisogno di estinguer la sete; e il -suonatore non era meno sobrio degli altri. V’erano sei, o sette donne; -e tutte goffe, mal fatte. Anche il loro vestito contribuiva a renderle -sgraziate. Volli far nota della loro musica; e potei copiare qualche -danza finlandese. Partendo dalla _sala del ballo_ demmo qualche mancia -al povero suonatore, che per gratitudine si fece accompagnare dalla sua -guida per onorarci alcun tratto di strada della sua musica. - -Da Testile andammo ad Hutta, villaggio di quattro, o cinque case di -legno: una ve n’era, ove noi deliberammo di rimanere, essendo stanchi -del viaggio. Alcuni paesani, e alcune ragazze entrarono senza cerimonie -nella camera, ove, avendo alcuni stromenti di fisica, pensammo di dare -qualche divertimento a quelle buone creature. La prima cosa che ferì -gli occhi a que’ paesani, fu il fucile a due canne. Fu per essi una -meraviglia: oh! con questo l’uom vecchio in pelliccia (intendevano -l’orso) non troverebbe quartiere. Così dicevano concordemente; e per un -tal fucile avrebbero dato e la casa, e che so io? Noi mostrammo loro -il termometro, il cannocchiale, e per ultimo un microscopio. Ma prima -di far loro conoscere quest’ultimo stromento, dicemmo loro di trovarci -un pulce. Tutti andarono a cercarlo. Una delle ragazze, ritiratasi un -momento, presto ritornò col pulce. È impossibile esprimere i gesti, -l’esclamazioni, le grida di meraviglia e di stupore di tutti, quando -videro ingrandire quel piccolissimo animaletto, e ne osservarono la -mostruosa figura. Non potevano saziarsi di guardarlo, e riguardarlo -per ogni verso. — Senza dubbio che si ricorderanno per lungo tempo di -quanto hanno veduto. - -Da Hutta a Kemi vi sono 18 miglia; e noi vi fummo il lunedì 10 di -giugno. - -È ben naturale che a Kemi dovevamo alloggiare dal sig. _Castrein_, -che avea da essere il nostro compagno di viaggio. Egli era un -ecclesiastico d’irreprensibili costumi, di pulitissime maniere, di -molte cognizioni: parlava assai bene il latino, un poco il francese, -ed intendeva passabilmente il tedesco. La sua parrocchia, di cui -era il ministro principale, non ha meno di 900 miglia quadrate di -estensione. Oltre la moglie, e i figli, avea undici tra fratelli e -sorelle, che mantiene; ed era riguardato il padre della famiglia. -Stemmo in casa sua due giorni; e vedemmo quanto era in Kemi, e ne’ -contorni. I contorni di Kemi paragonati a quelli di Uleaborg ci parvero -il paradiso terrestre. Grande è il fiume che dà il nome al villaggio, -ed è abbondante di sermoni, la cui pesca assai lucrosa è una delle -principali rendite del parroco. La chiesa può far sorpresa a qualunque -forestiere. Collocata in mezzo ad un bosco di abeti, e circondata da -tugurii miserabili, parrebbe qualche cosa di magnifico quand’anche non -fosse bella, e maestosa, com’è. Ha una superba cupola, e tre ingressi -principali, decorati di un colonnato d’ordine dorico. Peccato! che -tanto lusso facesse contrasto colla miseria che vidi in qualche casa -di paesani, e che tutto mi faceva con gran fondamento credere, che non -si limitasse a quella casa. Le sorelle del parroco mi fecero vedere -due campane destinate all’uso di quella chiesa. Erano quelle campane -coperte di varie iscrizioni finlandesi, una delle quali incominciava -con una parola, che in italiano è oscena, e che in lingua finlandese -non significa che la parola innocentissima _ecco_. Noi c’eravam messi -a ridere sgangheratamente; e come rendere la giusta ragione del tanto -ridere alle signorine, che pur erano vogliose di saperla? - -Intanto il sig. _Castrein_ volle farci gustare il piacere del bagno -all’uso di Finlandia. Si scaldarono le pietre; e quando tutto fu -pronto, dietro l’avviso di una ragazza di 18 anni, a cui le faccende -del bagno erano commesse, entrammo nella camera, ove codesta ragazza -ci spogliò, e ci presentò un bacino d’acqua fredda con alcuni rami -di betulla perchè ci sferzassimo da noi, indi essa gittò dell’acqua -sulla massa delle pietre infocate. Io debbo confessare l’imbarazzo, -in cui mi trovai in tale situazione, tutta nuova per me. Per tenere -a segno la testa cercai di fissare costantemente gli occhi sul mio -compagno, e d’imitare la sua indifferenza esemplare. Ma trovai molto -forte, e sul principio molto incomodo il calore del luogo. Pure mi ci -avvezzai, sicchè lo sostenni a 65 gradi del termometro di _Celsius_. -In una tale temperatura provai una deliziosissima sensazione quando la -ragazza venne a buttarmi dell’acqua sul capo, e che questa mi calava -giù per tutta la vita. Lo stesso pur fu quando bagnati nell’acqua que’ -rami di betulla che ho accennati, mi misi a battermi il corpo. Stato -così mezz’ora, il sig. _Castrein_, a cui aveva esposto il desiderio di -vedere prima lui sottomettersi alla cerimonia d’uso, egli vi si prestò -senza ritardo; e capii come avea da fare anch’io alla mia volta. La -ragazza gli presentò uno scabelletto su cui egli si assise; essa gli -gettò sulla testa dell’acqua fredda, ne spremette i capelli, e con -sapone ed acqua gli lavò tutto il corpo, e lo fregò sino alla cintura. -In appresso passò ai piedi, gli fregò le gambe, e particolarmente -il collo del piede, e il tallone. Io era stupefatto vedendo questa -operazione; ma ciò che più mi colpiva, era la perfetta apatia del -ministro. Non avendo avuto coraggio a tanta prova, presi i miei abiti, -e saltai fuori del bagno. L’uso porta che si dia qualche mancia alla -ragazza; e deve darla anche il padrone. Questa mancia si chiama in -finlandese _sauna raha_. - -Dopo avermi fatto erborizzare ne’ suoi contorni il sig. _Castrein_ -si mise in viaggio con noi. Nulla d’interessante presenta il paese -da Kemi a Tornea, se non che l’aspetto della primavera dappertutto -consolante sì per l’adornamento, in che si pone la natura, sì per la -speranza de’ beni ch’essa prepara alla estate: ma qui è ben diverso. Lo -squagliamento delle nevi e de’ ghiacci sulle montagne produce ne’ fiumi -delle alluvioni, non d’acque solo, che pur ruinano le campagne, ma di -masse affastellate di ghiacci, che rompono e distruggono ogni ostacolo -che incontrano, non perdonando nè a ponti, nè ad abitazioni. - -Nissuno sapeva che Tornea fosse al mondo prima della celebre spedizione -di _Maupertuis_, e degli astronomi suoi compagni. Ora è cognita a -tutti. Egli ne fece una orribile descrizione perchè vi fu in inverno. -In estate ha diverso aspetto. Veramente essa non conta più di 600 -anime: le case sono quasi tutte di un solo piano, alto però da non -soffrire la umidità. I mercanti abitano al mezzodì; e l’hanno abbellita -con viali d’alberi, con un passeggio pubblico, con orti e giardini. -Le lunghe tenebre dell’inverno sono compensate dalla quasi continua -presenza del sole durante l’estate; e i 40 gradi di freddo dai 27 -gradi di calore. Magnifico è il fiume che dà il nome alla città, e -che quasi affatto la cinge; e superbo è l’aspetto delle sue sponde, -sulle cui alture si veggono varii mulini da vento; e la chiesa col -suo campanile, e con varie case si specchia vagamente sull’acque del -fiume. Sopra alcuno di que’ mulini si va a vedere il sole a mezza notte -nel mese di giugno. Meglio però si gode questo spettacolo alla chiesa -di Bassa-Tornea nella vicina isola di Biorkon. I vascelli mercantili -che battono le acque del golfo di Botnia possono abbordare presso la -città: essa anticamente avea un buon porto; oggi è interrito. Burro, -sevo, carni salate, o seccate, sermoni affumicati, o messi in sale, -piccole aringhe, legnami da fabbrica, catrame, pelli di renne, di -orsi, di lupi, di armellini, e d’altri animali del paese, ed una -gran quantità di uccelli, sono le merci che se n’estraggono. Vi -s’introducono frumento, sale, farina, canepa, cera, panni, tele grosse, -tabacco, e spezierie. In inverno i mercanti vanno colle loro slitte -a diverse fiere, ove comprano dai Laponi belle pelliccerie, dando in -cambio pesce, farina, sale, tabacco, ed acquavite. Alcuni vanno fino ad -Arcangelo, ed altri ad Alten. - - [Illustrazione: _Tav. II._ — VEDUTA DELLA CITTÀ DI TORNEA A - MEZZANOTTE PRECISA] - -Le più distinte persone di Tornea ci hanno fatta un’accoglienza -gentilissima. Tra queste più intimamente vivemmo col dottor _Deutsch_, -giovine mollo istrutto, e grande amatore di storia naturale. Egli -si aggiunse compagno a noi, ma solamente sino a Kengis-bruk, atteso -che non poteva allontanarsi da Tornea più di 15 giorni. Avremmo -facilmente avuto per altro compagno il segretario _Swamberg_, mandato -in Laponia dall’Accademia delle scienze di Stockholm per verificare -le operazioni di _Maupertuis_, se il ritardo del vascello, che portava -i suoi istromenti astronomici non lo avesse obbligato ad arrestarsi a -Tornea. Rimanemmo dunque in cinque, cioè il sig. _Castrein_, eccellente -botanico, _Julin_ minerologo, il colonnello _Skioldebrand_, pittore di -paesaggi, _Bellotti_ bresciano, ed io, che c’incaricammo degli articoli -di ornitologia, e della compilazione di quanto a giorno per giorno -i nostri compagni avrebbero potuto osservare. _Deutsch_ non sarebbe -stato con noi che per un tratto di strada; ma non ci sarebbe per quel -tratto mancata l’utile sua opera come entomologista. Partimmo adunque -prendendo la direzione pel paese detto l’Alta-Tornea. - -Ivi termina il mondo incivilito: non più cavalli, non più strade, non -più alloggi pe’ viaggiatori, salvo una baracca stabilita dai mercanti -di Tornea per loro uso ne’ viaggi che, come ho detto, fanno l’inverno -per le varie fiere che frequentano. Però prima di giungere colà da -Tornea, varii villaggi s’incontrano. Kukko è il primo, distante 7 -miglia: 9 miglia oltre è Frankila, le cui donne ci parvero di fisonomia -gradevole. Otto miglia più oltre è Kerpicula, ove il fiume fa un -bacino d’acqua quieta e nera, proveniente da una strepitosa cascata; -ed altrettante più oltre ancora è la chiesa di Kirkomeki, ove vedemmo -l’industria, colla quale i pescatori di sermone ivi sanno piantar -palizzate attraverso del fiume per assicurarsi pesca copiosa. Una -forte pioggia ci obbligò a cercar ricovero in una casa, che vedevasi -sopra un’altura. Vi andammo: in quella casa era una camera pel bagno; -e noi ci divertimmo a vedere gli uomini e le donne a mano a mano che -vi entravano. I primi si spogliavano nella casa, e correvano al bagno -situato 20 passi più oltre: le donne si spogliavano nella camera del -bagno; ma perchè le loro gonnelle non prendessero umidità, le gittavano -fuori; ed erano poi obbligate ad ire a pigliarsele affatto nude. Io -volli entrare in quella camera per misurare il grado di calore, e mi -si toglieva il respiro. Il nostro interprete potè sostenere sì alta -temperatura; e seppe dirmi sulla osservazione del termometro, che -saliva a 65 gradi. Di là da Kirkomeki 6 miglia è Niemis, 8 miglia -distante dal quale è l’Alta-Tornea, ove giungemmo ai 18 di giugno. - -Quest’Alta-Tornea è una parrocchia, il cui curato invigila sopra -tutte le altre chiese di questa parte della Laponia. Quello che ivi -trovammo, era uomo compitissimo. Volle che tutti otto (di tanti era la -nostra brigata) alloggiassimo da lui. E ciò fu bene perchè troppo per -noi sarebbe stato angusto il piccolo albergo pubblico di Mattarange. -Bisogna poi sapere, che fuori che sulle grandi strade, l’uso in Isvezia -porta, che il viaggiatore volgasi alla casa del curato, e vi domandi -una camera, giacchè le case de’ paesani sono assai miserabili per -ogni verso; ed al curato, persona comoda, in generale non pare vero -di veder qualche persona di garbo, che rompa la monotonia della vita -triste ed uniforme, ch’egli è obbligato a menare sequestrato in codeste -regioni remote da ogni società. Codesti curati parlano quasi tutti il -latino, parecchi il tedesco, alcuni il francese. Con queste lingue ogni -viaggiatore può farsi facilmente intendere. Aggiungasi che assai spesso -in casa di questi ministri trovansi giovani belle e garbate, state -in educazione nella capitale; e che mal si affanno alla solitudine, -a cui nel seno della loro famiglia sono costrette ad accomodarsi. Se -capita qualche giovine viaggiatore di buona maniera, non v’è cortesia -che non gli si usi, nè cura, o pensiero che non s’impieghi per far che -prolunghi il suo soggiorno; e il momento in cui egli dee partire, è un -momento di tristezza per tutta la famiglia; poichè la cordialità de’ -padroni si estende sino alla servitù. Così accadde a noi in casa del -sig. _Sandberg_, le cui amabili figlie, giovinette vive di carattere, e -per natura spiritose, nulla omisero per renderci gradevole il soggiorno -che in casa loro facemmo. - -Il sig. _Sandberg_ ci condusse al monte Avasaxa, di cui parla -_Maupertuis_, e sul quale questi fece le sue operazioni per l’oggetto, -a cui mirava la sua spedizione. Noi tenemmo per andarvi la stessa -strada, e trovammo dappertutto vera la descrizione, ch’egli ne -ha lasciata. I nostri naturalisti e botanici fecero osservazioni -e raccolte. Ritornammo a casa morti di fatica, e di fame; e mad. -_Sandberg_ ci avea preparata una cena sontuosa, ove mangiai un arrosto -di renna, la quale era stata tenuta otto mesi nella dispensa. Era stata -ammazzata nel novembre del 1798, e la mangiavamo ai 19 di giugno del -1799. Ciò dimostra la lunghezza dell’inverno in quel paese; e come il -gelo vi conserva bella e fresca la carne. - - - - -CAPO IX. - - _Faticoso viaggio dall’Alta-Tornea a Kardis. Kassila-Koski - sul punto, su cui passa il circolo polare. Più faticoso è il - viaggio da Kardis a Kengis. Graziosa accoglienza avuta in Kengis - dall’ispettore delle miniere di quel luogo. Ragazze del contorno; - e particolarità di una di Kollare. Separazione de’ viaggiatori. - L’autore rimane solo con un compagno._ - - -Ai 20 di giugno abbandonammo l’Alta Tornea non senza rincrescimento; e -ce lo accrebbe la risoluzione dell’ottimo sig. _Castrein_, obbligato -per urgenti motivi a lasciarci per ritornare alla propria famiglia. -Nel paese, in cui entravamo, può viaggiarsi per cento miglia senza -trovare un sentiero. Noi andavamo per acqua, e in un angusto battello, -che doveva rompere la resistenza dell’acqua con molta forza scendente -da cataratte: un venticello assai vivo in ciò ajutò i nostri rematori, -e noi. Kaulimpe è il primo villaggio che incontrammo sulla sponda -sinistra del fiume; ed ivi vedemmo una di quelle palizzate che ho detto -usarsi nel paese per la pesca del sermone. Comprammo il più grosso -di que’ pesci; e in quella occasione imparai come si mangia crudo. -Si taglia in piccole fette transversali; si pongono queste in sale -umettato con un poco d’acqua, e vi si lascia tre giorni: così preparato -si mangia con delizia. - -Mutammo battello e rematori per la seconda volta a Toullis, otto miglia -al di sopra di Kaulimpe. Il viaggio fu più faticoso, e di maggior -pericolo, dovendo passare tra scogli e cascate. A Kassila-Koski, che -è una lunga sequela di cascate, formata dal letto pietroso del fiume, -e da grossi scogli, che s’alzano al di sopra dell’acqua, i nostri -rematori ci fecero vedere tutta la loro bravura in risalire contro -la corrente rapidissima delle cataratte. Queste cataratte poi sono -famose sulle carte geografiche per essere il punto, che corrisponde -alla divisione del globo, nota sotto il nome di circolo polare. Non -vorrebbevi che il sangue freddo, e la imperturbabilità de’ Laponi -finlandesi per azzardare con un battello sì fragile una navigazione -di sì manifesto pericolo. Ebbero però i nostri la precauzione di -farci smontare a terra; e noi fummo contentissimi di potere seguire a -piedi la riva del fiume. Ma con che fatica! tutto è pieno di boschi, -di ceppaje, e di un ruvido musco alto verso due piedi, ed in fondi -pantanosi. Noi tirammo di lungo per acqua sino a Pello. Pello è un -piccolo villaggio di quattro, o cinque case di paesani dal quale si -vede la montagna di Kittis, ove _Maupertuis_ terminò le sue operazioni -trigonometriche. Il dotto sig. _Swamberg_ era venuto in queste parti -della Laponia per esaminare, siccome ho già detto, le operazioni -degli accademici francesi nel 1736. Le eccezioni ch’egli ha creduto di -opporre, tendenti a dimostrare la necessità di nuove misure, furono -lette da lui nella pubblica adunanza dell’Accademia di Stockholm nel -1799; e trovansi nel rapporto sul suo viaggio in Laponia. - -Da Pello a Kardis v’ha 18 miglia; e bisogna farle sempre contr’acqua, -e contr’acqua corrente da alto. Lungo il fiume vedemmo come si -possono avere le uova dell’_harle_, uccello dal Linneo detto _mergus -mergunser_, delle quali i nativi di questo paese sono assai ghiotti. -Quest’uccello, sia per indolenza, sia per sottrarre le sue uova agli -uccelli di rapina, invece di fare un piccol nido come le anitre sulle -sponde dell’acqua, o tra i giunchi, o alle radici de’ cespugli, mette -le sue uova ne’ vuoti tronchi d’alberi vecchi. Ora chi vuol godersene -le uova, mette un tronco vuoto di un vecchio albero in mezzo ad uno -di abete, o di pino, e comunemente in riva al fiume: l’uccello ne -approfitta, e vi depone le uova; ma il paesano gliele porta via, -lasciandone però una, o due, e se le mangia. L’uccello ritorna, e -non trovando che un uovo, o due, ne lascia due o tre di più, che sono -portate via come le prime. L’uccello ritorna un’altra volta; e come -se si fosse dimenticato del numero delle uova, che avea ivi deposte, -continua a deporvene delle altre; e il paesano continua a portargliene -via: cosicchè dopo averne goduto una ventina, finalmente ne lascia -le ultime, onde la razza non si perda. Appena poi i piccoli escon -dall’uovo, la madre li prende a un per uno nel suo becco, e li porta -a piedi dell’albero per insegnar loro la maniera di correre all’acqua, -ov’essi la sieguono con sorprendente agilità. - -Da Kardis a Kengis corrono 15 miglia: viaggio sempre più faticoso, -e pieno di pericoli. Qui i nostri servitori perdettero la pazienza, -atterriti anche più dalla considerazione, che avevamo ancora 400 buone -miglia da fare verso il Nord. Si calmarono però alquanto giunti che -fummo a Kengis, ove trovammo un ispettore delle miniere, che ci trattò -molto amichevolmente dandoci viveri ed alloggio. Era egli un bravo e -buon uomo, che in quella solitudine avea formata una specie di colonia, -dando valore a miniere prima di lui neglette, e per esse aprendo un -nuovo ramo di commercio utile alla Laponia. Quando _Maupertuis_ volle -inoltrarsi nel cuore della Laponia per vedere certi sfregi sopra una -pietra, ch’egli chiamò caratteri, e disse la più antica scrittura del -mondo, considerò Kengis come un luogo miserabile, non distinto da altri -simili se non per avere qualche fucina di ferro; e come alloggiò in -casa del parroco, convien dire che allora non vi fosse ispettore. Noi -di quello, che vi trovammo, fummo ben contenti: del resto ci era venuta -voglia di andare a vedere quella pietra; ma essa ci andò via udendo -dagli abitanti di Kengis, ch’essi non ne hanno veruna cognizione. -Dubitammo della fervida immaginazione dell’Accademico francese. Nel -corso di questo viaggio raccogliemmo molte piante in fioritura. - -Non vi fu cosa fattibile che l’ospite nostro non facesse per nostro -piacere. Egli raccolse i paesani del luogo per farci conoscere il -_ballo dell’orso_, e la loro musica. Tra i varii loro balli fissò la -nostr’attenzione appunto quello che chiamano dell’_orso_. Fa da orso un -paesano, che si mette a terra con quattro gambe, e fa salti e capriole, -come fa l’orso, studiandosi di seguire il tempo della musica, la quale -è interamente gotica. Codesto ballo è faticosissimo, e continuato per -soli tre o quattro minuti costa un immenso sudore. Ma un tale esercizio -conforta mirabilmente i muscoli delle braccia; e l’abituarvisi -giova, a chi ha da risalire le cataratte. Mentre godevamo di questo -divertimento, vennero sul luogo, attratte dalla curiosità di vederci, -parecchie ragazze del paese, le più belle delle quali invitammo -ad avvicinarsi al nostro circolo, essendo noi sotto una tenda, che -l’ispettore avea fatto alzare sopra una bella eminenza coronata di -pioppi d’Italia. Offrimmo loro del vino, che ricusarono, non amandolo; -del punch, che non mostrarono di gustar molto: della birra, che appena -l’assaggiarono. Erano accostumate troppo a ber acqua e latte. Tra -quelle ragazze una ve n’era nativa di Kollare che si distingueva dalle -altre per l’alta statura, per l’umor lieto, per la risolutezza del -suo contegno. Colei avea nelle braccia una tale forza, che quando vi -ci accostavamo con qualche famigliarità, respingevasi a modo da farci -fare quattro, o cinque passi indietro. Era insieme flessibile, ed agile -in ogni suo membro, e poteva passare dappertutto per bellina. Siccome -andavamo folleggiando intorno a codeste ragazze, il nostro interprete -ci avvertì di guardarci dal far cosa che potesse disgustare la giovine -di Kollare, poichè essa dovea darci alloggio in casa sua nel nostro -passaggio colà. Il che avendo essa inteso, ci promise che farebbe di -tutto per riceverci alla meglio. - -Partimmo infatti la mattina seguente da Kengis, e quanto eravamo stati -lieti il dì precedente, altrettanto fummo tristi il susseguente, non -solo per lasciare sì cordiale ospite, ma per dover perdere la compagnia -del _Bellotti_, del _Julin_, e del _Deutsch_, i quali per particolari -loro ragioni non poterono esporsi ai pericoli, che ci minacciavano -in regioni più elevate. Quella loro risoluzione ci fece esitare sulla -nostra. Ma un certo orgoglio la vinse: il colonnello _Skioldebrand_, e -il suo domestico mi restarono fedeli. Eccomi dunque in viaggio per la -Laponia. - - - - -CAPO X. - - _Primo trattamento di ospitalità in Kollare far piangere chi - entra in casa, e perchè. Descrizione di questo villaggio, e de’ - contorni. Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto la sua - direzione evitati. Digressione._ - - -Da Kengis a Kollare, che vi è distante 22 miglia, non cambiammo -battello. Impiegammo dodici ore nel viaggio; e i nostri rematori non -ne presero di riposo che cinque. Avemmo per istrada una pioggia, simile -alla quale, tanto era grossa e fitta, io non ne avea mai veduta alcuna -dacchè n’era partito d’Italia. Non credeva che se ne desse di tale in -sì elevate regioni; e fu anche l’unica volta, che colà udimmo il tuono. -Navigando a Kollare incontrammo molte cataratte, che prima ci avrebbero -messo terrore, e che allora ci erano cosa indifferente; ma però -una volta andammo a dare sopra uno scoglio; e il caso solo ci salvò -dall’annegarci. - -La erculea ragazza, di cui ho parlato, ci avea preceduto; ed avea -preparati buoni letti, e buon pasto di latte, di burro, e di carne di -renna. Noi la trovammo in casa con sua madre, e con una figlia di una -sua vicina: gli uomini erano andati alla pesca. Il primo trattamento -che codeste donne ci fecero, fu empier di fumo le camere a tanto -da farci continuamente lagrimare. L’intenzione era buona, volendoci -liberare dall’incomodo delle zenzale, che ivi è veramente orribile; -ma il rimedio era molto penoso. Il fumo impediva che quegl’insetti -entrassero in casa; e fuori un gran fuoco li cacciava a migliaja -lontani. In questi paesi il conservare continuamente nelle camere il -fumo è una specie di lusso; e noi nol considerammo che come un oggetto -di prima necessità. Che terribil flagello per gli Europei sono in -questo paese codesti insetti! Ci coprivano in ogni parte della persona; -e se ci riparavamo dalle loro beccate, niun mezzo poi avevamo per -liberarci dal loro continuo ronzìo, che non ci lasciava dormire. Fummo -parecchie volte tentati a non andare più oltre. - -Il villaggio di Kollare è abitato da paesani finlandesi, che ci parvero -passabilmente comodi. Esso sta sopra una isoletta formata dal fiume -Muonio: vi si coltiva dell’orzo; e v’hanno pascoli abbondanti di fieno -eccellente. Il paese all’intorno dà belle viste, massime per le due -rive del fiume coronate di betulle, albero in più maniere utilissimo a -questi popoli settentrionali. Della sua scorza si fanno calzari, corde, -piatti, sporte, secchi, e vasi, ed utensili diversi, e per fino un -certo manto, o copertojo per difendersi dalla pioggia. Del legno si fa -tutto quello che vuolsi. - -Noi per nostra buona fortuna trovammo in Kollare quattro rematori -più esperimentati di quanti n’avessimo avuti mai; ed uno di questi -fu da noi salutato per l’_eroe delle cataratte_, appunto perchè colla -meravigliosa sua destrezza fece che il nostro viaggio non finisse tra -Kollare e Muonionisca. - -Del rimanente da Kollare a quest’ultimo luogo, che è di 66 miglia, -si va sempre in mezzo alle cataratte; ed è inesprimibile la -fatica, che i Finlandesi fanno per condurre il battello, vuoto de’ -viaggiatori, tirandolo dalla riva per mezzo di corde, e cercando di -liberarlo dalle strette degli scogli, e dall’impeto violento della -corrente. Noi intanto, non potendo essere di nissun ajuto a’ nostri -rematori, facevamo cammino lungo la riva come potevamo, seguendola, -o dilungandocene conforme volevano le boscaglie, e i siti paludosi, -che la contornano. Avevamo camminato di questa maniera un buon -tratto, quando ci si disse che non era possibile condurre più oltre -il battello. Per lo che andar più innanzi senza di esso, non era cosa -da pensarvi; nè potevamo arrivare a Muonionisca senza attraversare il -fiume; ed in quel luogo la cosa era impossibile. L’unico ripiego era -di chiamare e il battello, su cui stavamo noi, e l’altro, che portava -il nostro convoglio, a terra, e strascinarli per circa due miglia -attraverso delle boscaglie, onde guadagnare una parte del fiume, che -fosse più facile a salire. Il nostro eroe delle cataratte non trovava -niuna difficoltà insuperabile. Volle spingere la magnanimità sua sino -a proporre che noi montassimo sul battello, ch’egli, e i suoi compagni -l’avrebbero strascinato per lo spazio occorrente. Noi scegliemmo di -fare le due miglia a piedi, domandando solamente di riposarci mentre -la nostra gente andava a cercare il nostro bagaglio, e il battello, -che n’era carico. Nel corso di questo viaggio, invitati dal rumore -straordinario del fiume, vi ci accostammo per vedere la famosa -cataratta di Muonio-Koski, la cui corrente rapidissima sopra ogni -credere, quantunque ci paresse impossibile a sostenere volendo scendere -per essa, pure al ritorno nostro avemmo la temerità di affrontare; e -vi riuscimmo. Dirò qui il come, per non aver più da parlare di siffatto -argomento. - -Bisogna figurarsi prima di tutto il fiume chiuso entro un letto -estremamente stretto, ed imbarazzato da roccie, e massi a modo, che -per superarli la corrente è forzata a raddoppiare la sua rapidità. Il -canale intanto è per un miglio tutto pieno di scogli, le cui cime acute -frangono l’acqua, e l’alzano in forma di bianca spuma. Come sperare -che un piccol battello, portato attraverso di tanti ostacoli con una -rapidità, per la quale in tre o quattro minuti fa un miglio, non abbia -da andare in mille pezzi? E notisi che il battello non può passare per -codeste strette seguendo semplicemente la corrente: bisogna che vada -con una velocità accelerata per lo meno del doppio. A tal fine due -rematori de’ più svelti e robusti hanno da vogare senza intermissione, -mentre un altro uomo sta al timone per regolare la direzione secondo -le circostanze; e quest’uomo intanto può appena vedere gli scogli e -le rupi che deve evitare. Egli dirige la prora del battello verso la -rupe che dee oltrepassare, e quando sta per toccarla dà un colpo al -timone, con ciò facendo un angolo acuto per allontanarsene, e muovere -al largo. Il passeggiero freme all’aspetto della manovra, che non si -aspettava; crede che il battello vada a spezzarsi in mille schegge; -ed un momento appresso rimane attonito vedendosi salvo; e vedendo -quella rupe di dietro a sè per una distanza prodigiosa. Ma non istà qui -tutto l’imbarazzo e tutto il pericolo. I flutti bollenti, e accumolati -intorno al battello, ora entrano dentro il medesimo, e lo riempiono; -ora lo trapassano da una sponda all’altra quasi senza toccare i -rematori; e in tante forme si presenta la morte, che si stenta ad -aprir gli occhi, qualunque cosa dicano per darvi conforto e sicurezza -le persone, che la sperienza ha addomesticate con questi pericoli. -Parecchi uomini del contorno erano periti; e due soli del villaggio di -Muonio rimanevano, nella capacità de’ quali si potesse confidare: erano -questi un vecchio di 67 anni, e suo figlio di 26. Non saprei esprimere -la impassibilità di quel vecchio nel corso di quel tragitto. Quando -eravamo in un momento de’ più critici di codesti passaggi, ci bastava -gittar gli occhi sopra di lui; e la nostra paura dileguavasi. — Chi -legge s’immaginerà la contentezza nostra quando avemmo superato quel -mal passo; ed allora finirono le fatiche, e i pericoli, che una vanità -temeraria ci avea fatto incontrare. Ma noi dobbiamo ritornare, secondo -il naturale ordine delle cose, al nostro primo racconto. - - - - -CAPO XI. - - _Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca. Ministro di questa - parrocchia, e suo singolare carattere. Costumi de’ paesani di - questo villaggio, e de’ contorni._ - - -Prima di giungere a Muonionisca ci fermammo ad una piccola colonia -di Finlandesi, che ci parve estremamente povera, e la cui situazione -vivamente c’interessò. Due sole famiglie la componevano, consistenti -in tutto in sette persone, comprendendovi due donne, e un ragazzo. -Il paese all’intorno era superbamente ridente. Un pittore non lo -potrebbe disegnare più vago, ed ameno. Ma questa piccola comunità per -cinque mesi dell’anno non poteva comunicare con nissun altro luogo: -vivea, si può dire, solitaria anche il rimanente dell’anno, essendo -caso fortuito, che colà capitasse qualcheduno, come vi capitammo noi. -Essi dispongono di un territorio di sei miglia all’intorno, fiumi, -peschiere, boschi, prati, sono loro: ma sì grande e ricco possedimento -faceva un gran contrasto colla loro indigenza. Non aveano che quattro -vacche, non seminavano che un barile d’orzo, il quale nelle annate -buone non ne dava che sette: in alcune cattive non dava nemmeno la -semenza; ed era un anno, che sarebbero morti di fame, se non fosse -capitato colà un mercante di Tornea, che provvide al loro bisogno. -Queste due famiglie trovandosi per mala fortuna entrambe disperate, -erano venute d’accordo a questo luogo, e vi si erano stabilite -giovandosi dell’uso che in Laponia corre; ed è che chi vuole fissarvisi -non ha che da scegliersi un cantone a piacimento, purchè sia discosto -dal più vicino villaggio sei miglia; e quando vi ha piantata la sua -baracca, tutto il terreno circondante per sei miglia all’intorno è cosa -sua. - -Muonionisca è un villaggio di 16, o 18 fuochi, posto sulla riva -sinistra del fiume Muonio, che qui ha il suo principio. V’è una -chiesa, e un ministro, come a Kengis: e questo ministro è suffraganeo -del curato dell’Alta-Tornea. La sua parrocchia, come ho detto, non è -estesa meno di 200 miglia quadrate; ed in lui non vedevasi segno alcuno -che lo distinguesse dai suoi paesani, salvo un pajo di calzoni neri. -Avea avuta la disgrazia di vedere abbruciarsi in un incendio tutti i -suoi mobili, e tutti i suoi libri, compresa fin anco la bibbia. Forse -codesta disgrazia avea contribuito a dargli una certa rusticità, -che lo metteva a livello de’ suoi parrocchiani. Però avea una gran -dose di buon senso, ragionava con sagacità e giustezza in materie -politiche: masticava male il latino; ma sapeva la lingua svedese, e -finlandese e ci spiegò assai bene molte etimologie, che desideravamo -intendere. Del rimanente com’egli era povero, declamava violentemente -contro la maniera, colla quale l’alto clero usava delle ricchezze. Era -dichiarato nemico d’ogni potere dispotico; e badando a’ suoi discorsi -sarebbesi detto ch’egli avesse ferma speranza di vedere che il giovine -Conquistatore giugnesse un giorno a Muonionisca, e lo facesse patriarca -della Laponia. Egli odiava altissimamente la Russia, e il suo governo, -dicendo che avviliva il popolo, e per ragione di Stato lo teneva -nella più brutale ignoranza. Qualche volta discorreva sugli abusi -della nascita, e della successione ereditaria di un tuono sicuramente -notabile in un uomo, che nulla aveva al mondo salvo una camicia, un -pajo di calzoni, e le scarpe che portava ai piedi. Udendolo ragionare -così, congetturai che gli fosse capitato per le mani qualche libro -moderno; ma quando mi fece il catalogo de’ libri della sua biblioteca -abbruciata intesi che non avea posseduto che trattati di teologia, -e libri su materie di controversia, aggiungendo però che poco avea -studiato gli uni, e gli altri. Non era poi uno di que’ Ministri, presso -i quali i viaggiatori potessero trovare alloggio; ma egli avea piacere -di vederne, perchè ne traeva qualche bicchiere di acquavite; e fece -molto elogio di quella, che noi gli davamo ogni volta che veniva a -trovarci. - -Ecco le notizie che io mi procurai intorno a questo villaggio, e -ai costumi de’ suoi abitanti. Tutta la parrocchia conta circa 400 -anime, disperse sopra una superficie, siccome ho detto, di 200 -miglia quadrate: gli abitanti sono tutti finlandesi emigrati. Tutti -i viaggiatori venuti in queste contrade li chiamano Laponi, perchè è -Laponia il paese, ove sono venuti a stabilirsi. I costumi e il modo -di vivere sono gli stessi che quelli de’ nativi finlandesi, colla -differenza però dell’alterazione prodotta dal clima, e dalla situazione -topografica. Questi Laponi finlandesi, come i pastori laponi, nulla -sanno nè di poesia, nè di musica; nè hanno veruno strumento musicale. -Circondati da laghi e da fiumi, abbondanti di pesce, poco coltivano la -terra, e vivono principalmente della pesca. Hanno comuni colle nazioni -selvaggie la forza, e l’attività: conoscono l’amore, ma non le grazie -che lo accompagnano presso i popoli più inciviliti: hanno tutti i segni -di una tristezza abituale: nè qui ho veduto mai un giovine lanciare -uno sguardo d’interessamento sopra una ragazza. È uso generale che i -due sessi dormano insieme, senza che tale intimità abbia alcuna delle -conseguenze, che potrebbe avere, se fosse sofferta in un paese più -meridionale. Il padre è quegli che trova la sposa al figlio; e le sole -convenienze di famiglia dirigono il contratto. Il figlio è indifferente -a prendere per moglie questa, o quella ragazza. Conviene però dire, che -anche tra questo freddissimo popolo si sono dati tristissimi esempi di -gelosia feroce; ed un caso veramente pietoso ne narrò il ministro. Nè -furti, nè omicidii in questa alta regione d’Europa si odono; ma bensì -suicidii, che non possono attribuirsi se non se a qualche genere di -follia, o ad eccesso di abbattimento di spirito. - -In estate il nudrimento principale di questi popoli è il pesce seccato -al sole, se la pesca è buona: vendono il superfluo per aver farina, -sale, e ferro, di cui abbisognano pei loro usi domestici. D’agricoltura -poco sanno, e poco vogliono sapere; il loro Ministro ha predicato -loro colle parole e coll’esempio l’uso dell’aratro; e non v’è stato -verso che se ne sieno persuasi. Quando in autunno comincia a nevicare -fanno la posta all’orso; e si uniscono in tre, o quattro per dargli la -caccia. Alla metà di agosto vanno alla caccia delle anitre selvatiche, -e d’altri uccelli, i quali allora mutando le penne non possono volare, -e ne ammazzano quanti vogliono. - -Finito che abbiano di raccogliere i loro fieni, li mettono a coperto in -trabacche erette sopra legni ben forti, e tenendo alto il palco, onde -l’umidità delle alluvioni non lo guasti. Alcuni posseggono renne, che -danno a custodire, e a pascere a qualche Lapone. - -Somma è la sobrietà di questi popoli: non bevono liquori spiritosi che -il dì delle nozze: nel qual giorno usano un desinare alla loro maniera, -ed un ballo accompagnato da grida, e da sbattimenti di mani. Non amano -punto la birra; e gustando del vino, che loro offrivamo, facevano -mille smorfie, come se bevessero una medicina. Il Ministro ci assicurò -che in tutta la sua parrocchia forse non v’era un solo bicchiere di -acquavite; e che la ubbriachezza è riguardata da questo popolo come -il vizio più scandaloso, a cui possa essere soggetto un uomo. Il che -ci fece pensare, che questa fosse una delle cagioni per le quali egli -era sì poco riverito e stimato dal suo gregge. Vivendo questi popoli -di tale maniera non è meraviglia se non soffrono le malattie, le quali -affliggono gli abitanti de’ paesi più meridionali; e il Ministro ci -disse aversi esempi di paesani, che hanno vissuto fino a cento dieci -anni. La malattia unica, che faccia strage tra loro, si è una specie di -febbre infiammatoria, che sbriga le persone in pochissimi giorni. - -Nel breve tempo che noi stemmo in Muonionisca il ministro ci propose di -fare qualche corsa all’intorno; e noi volentieri scegliemmo di visitare -il monte Pallas, della cui denominazione il nostro conduttore non seppe -darci conto. La gita fu faticosa in quanto al salir la montagna, alla -cui cima non potemmo giungere. Da quelle alture, a cui salimmo, ci si -presentarono superbi punti di vista, che meriterebbero la diligenza del -pittore. Ci mettemmo a raccogliere insetti, e piante: il buon Ministro -non sapeva comprendere a che pro tanta fatica per cose da nulla. Dacchè -gli si era abbruciata la biblioteca, si era accostumato a far senza -teologia. D’allora in poi avea capito che la cognizione dell’Esser -supremo riguardata come scienza non era in generale buona a niente nel -mondo, se non sia per divertir l’intelletto, e a togliere dal corso -della vita la non curanza, in cui l’uomo pensante potrebbe cadere -sugli avvenimenti futuri. In 20 ore avevamo fatto trentasei miglia: il -calore era eccessivo, poichè a mezzogiorno, ma all’ombra, il termometro -di _Celsius_ segnava 37 gradi. Ritornammo dunque a Muonionisca, ove -dopo breve riposo ci mettemmo in ordine per tirare innanzi il nostro -viaggio. - - - - -CAPO XII. - - _Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi circa la Laponia. - Ciarlataneria di Maupertuis. Aspetto del paese tra Muonionisca - e Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a Lapajervi, e crudele - persecuzione delle zenzale. Lago di Pallajervi: isola Kuntigari: - fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di mare come - servizievoli ai pescatori. Laponi nomadi presi a guida, congedati - i Finlandesi; e penoso viaggio fatto con coloro._ - - -Partimmo adunque il dì 1 di luglio da Muonionisca circa le ore 10 della -sera. La giornata era stata caldissima, perciocchè a mezzo giorno il -termometro di _Celsius_ segnava 29 gradi, e a mezzanotte discese ai -19, ond’è poi che deliberammo di viaggiare per l’avvenire la notte, -e riposare il giorno. Noi risalimmo il Muonio sino alla imboccatura -del piccol fiume chiamato Pallojoki, presso al quale trovasi una -piccola colonia detta Pallajovenso. Parlo di questo villaggio perchè -esso è propriamente il confine della Laponia dalla parte di Tornea; -mentre è locuzione impropria quella di chiamar Laponia il vasto paese, -che comprende Lulea, Pitea, ed Umea sino a Tornea, il quale invece -appartiene alla parte occidentale della Botnia. E ben fa meraviglia -che _Maupertuis_, a cui le scienze sono obbligate di una topografia del -luogo, ove fece le sue osservazioni, e sì celebre per le sue operazioni -astronomiche in queste parti, abbia sì poco conosciuti i luoghi ove si -è fermato, chiamando Laponia la Vestro-Botnia, e intitolato _Viaggio -in fondo alla Laponia_ quello ch’egli fece per visitare con _Celsius_ -la già rammentata rupe coperta di caratteri runici. Egli avea appena -appena toccati i confini della Laponia. Ed egli, e gli accademici suoi -compagni dissero una bella bugia, e furono veri ciarlatani, quando -dissero a’ Parigini, che presentavano loro due donne lapone, che non -lapone erano quelle miserabili, ma vere finlandesi; e non parlavano che -la lingua di Finlandia. - -Il paese da Tornea a Muonionisca, ed a Pallajovenso, comunque vada -insensibilmente prendendo un carattere selvaggio, non varia gran -fatto all’occhio: le montagne, i laghi, i boschi, le cateratte che lo -coprono, non presentano molta differenza. Ma procedendo da Pallajovenso -a Kantokeino pel fiumicello Pallojoki la differenza salta agli occhi: -potrebbe dirsi, che qui tutto comparisce nuovo. Pallajovenso è uno -stabilimento finlandese di quattro, o cinque famiglie. I mercanti di -Tornea vi hanno costruita una camera, ove fanno fuoco, e si ricoverano -nel loro passaggio l’inverno; e gli abitanti vivonvi in migliore stato, -che quelli d’altri luoghi vicini. La navigazione sul Pallojoki non -fu meno faticosa delle sostenute dianzi, sebbene per altre cagioni. -Siccome era lungo tempo dacchè non era piovuto, poca era l’acqua, di -modo che spesso il battello toccava il fondo, e i rematori doveano -spingerlo avanti a forza di andarlo alzando. Più: il fiume è sommamente -tortuoso; e con tante fatiche sovente invece di andare innanzi si -andava indietro allontanandosi dal punto, a cui tendevamo. Sudavano -que’ poveri uomini; e noi ci annojavamo, c’inquietavamo, ci trovavamo -male, perchè obbligati a camminare a piedi dietro la riva, ci toccava -farci strada attraverso del bosco, ove i rami degli alberi, e i -cespugli ad ogni passo ci arrestavano, lacerandoci inoltre il velo, che -ciascheduno di noi portava intorno al volto per non essere divorati -da quelle maladettissime zenzale, che a migliaja e migliaja ci erano -continuamente addosso. Noi eravamo diretti a Lapajervi: intanto prima -di giungervi facemmo alto per riposarci sopra una rupe considerabile, -che veniva a formare un isolotto. Ivi accendemmo un gran fuoco per -cacciare da noi quegli eterni nemici di ogni creatura fatta di carne; -e di là avemmo la veduta di una prospettiva tutta ancora nuova per -noi. Il musco, di cui si nudrono le renne, copriva tutto il terreno -del contorno, che appariva quasi affatto piano, e da lontano chiuso -da alcuni monticelli egualmente coperti dello stesso musco, che, -naturalmente di un giallo pallido, allora per la siccità era quasi -bianco. Un sì vasto tappeto così colorato, faceva all’occhio un colpo -singolarissimo: tanto più, che per le circostanze del suolo prendendo -quel musco alcune gradazioni di colorito, presentava qua e là de’ pezzi -di forme diverse, e prendeva a guardarlo in totale la figura di un gran -mosaico a cagione de’ varii compartimenti, in che appariva diviso. -Quel colore biancastro del musco poteva ricordare quello della neve; -ma tale idea spariva per la verzura de’ piccoli boschetti qua e là -sorgenti, e più ancora pel senso del calore, che qualche volta riusciva -insopportabile. Essendo poi quel musco ben secco, faceva che ivi si -potesse piantar la tenda, e godervi migliore e più grata stazione, che -altrove: perciocchè altrove io avea bensì incontrati luoghi coperti -di questa pianta; ma nè mai tanto secca, nè in tanta copia: chè qui -soltanto parea avere essa dalla natura il regno, essa sola dominando, -senza che altra pianta possa prendervi posto; e non è che su que’ -monticelli, che ho accennati, o sulla sponda del fiume, che si vegga -disperso qualche abete, o qualche cespuglio. Qui dunque veramente -vedemmo d’essere in un paese totalmente straniero, ove la superficie -del terreno, e il genere delle sue produzioni dimostrano, che la natura -l’ha destinato a razze d’uomini, e di animali interamente differenti da -quelle, che sussistono in Europa. - -La sera giungemmo a Lapajervi con grande contentezza de’ nostri -rematori, i quali speravano di rifarsi ivi della fatica sostenuta -in tutta la giornata. Abbordando alla sponda del lago, su cui è il -villaggio, incontrammo due Laponi, che ritornavano dalla pesca, ed -erano per passare la notte sul luogo. Una densa colonna di fumo che -si alzava in aria voluminosa, ci guidò senza bisogno d’altra scorta al -luogo, ov’essi trovavansi; ed avvicinandoci ad essi vedemmo che aveansi -intonacata tutta la faccia con catrame, e coperta la testa, le spalle, -e il corpo con un vestito di lana, per difendersi dalle morsicature -delle zenzale. Uno d’essi pipava; e l’altro preparava il pesce preso -per farlo seccare al sole. La sporchezza loro, la loro magrezza, e -bruttezza, erano una prova evidente della loro povertà. Erano assediati -da capo a piedi da sciami immensi di zenzale, che li beccavano -penetrando attraverso de’ loro abiti con quegli acuti loro pungiglioni: -ond’è che non aveano cuore di spogliarsi, quantunque fossero inondati -dal sudore; e meno ancora di allontanarsi dal fuoco ad onta della -caldissima temperatura. L’arrivo nostro a quel luogo fu annunciato -dai milioni di zenzale, che accompagnavano noi medesimi, e che tosto -si unirono a quelle che tormentavano quelle buone creature. Non ci fu -verso di avere un momento di calma: ad ogn’istante eravamo costretti -a bagnarci, dirò, la testa nel più fitto del fumo, ed a saltare sulla -fiamma, affine di liberarci da sì terribili persecutori. - -Volemmo visitare le famiglie di que’ pescatori, che abitavano alla -distanza di un miglio. Trovammo dappertutto fuochi accesi. Ve n’erano -ove stavano i majali, e le vacche, e ve n’erano non solo nell’interno, -ma anche di fuori, presso alla porta delle case. Queste case de’ Laponi -non sono grandi come quelle de’ Finlandesi; e la porta di quella che -noi visitammo, non era più alta di quattro piedi. Avevamo lasciate -indietro le tende sperando di trovare alloggio con codesti Laponi; ma -facemmo i nostri conti assai male. Ci fu forza accettare l’offerta di -quella famiglia; e quando venne l’ora di ritirarci fummo condotti in -una cameruccia tutta piena di fumo, dove trovammo delle pelli di renne -stese sopra foglie di betulla, delle quali era coperto il pavimento. -Noi entrammo a tentone, poichè il fumo non ci lasciava vedere alcuna -cosa. Quando stavamo per addormentarci io intesi una specie di respiro, -procedente da un angolo della camera, e forte a maniera che poteva -meritare attenzione, tanto più che noi ci eravamo immaginati d’essere -le sole creature viventi, che si trovassero ivi. Io adunque pensai -che quel respiro fosse di qualche cane, o d’altro animale venutovi -per passare la notte vicino a noi. Ma ben presto distinsi un sordo -sospiro, che mi parve più d’uomo, che di animale. Alzai pian piano -la testa provandomi di vedere che cosa fosse; e come alcune crepature -della muraglia facevano penetrare una debole luce, colle mani e colle -ginocchie mi mossi per approfittare di quella luce; e non tardai a -scoprire il luogo da cui veniva il rumore udito: erano due ragazzetti -nudi, giacenti sopra pelli di renne, i quali vedendomi ebbero paura, -credendoci animali feroci venuti per divorarli, onde gridando corsero -dalla loro madre cercando ajuto. La paura di que’ ragazzetti fece -ridere noi, e servì a distrarci dalla tristezza, in che ci aveano -gittati quelle faccie de’ Laponi impegolate di catrame, e quel -tormento, che soffrivano quanti erano ivi uomini, ed animali da quei -crudelissimi insetti. Le donne erano estremamente brutte, e sporche; e -tutto indicava miseria. - -A Lapajervi noi cercammo informazioni sul viaggio, che dovevamo fare -verso Kantokeino, e nulla ci fu detto di confortante. Eppure non si -trattava che della distanza di 70 miglia: ma bisognava attraversare -parecchi laghi, risalire, e discendere varii fiumi, affrontar paludi, -rinunciare a trovare abitazioni di sorta, e a vedere stampa di umana -creatura per tutto il viaggio. Al più ci si diede ad intendere che -avremmo potuto trovare qualche pescatore lapone sul lago di Pallajervi; -e su questa speranza rimontammo il fiumicello Pallajoki, che viene da -quel lago. Ho detto già la fatica occorsa in navigarlo: gli ostacoli -furono i medesimi, ed anzi crebbero, perchè molte volte fummo obbligati -a portare noi stessi le nostre robe per alleggerire il battello. Quando -poi giungemmo al lago si alzò un sì fiero vento, che il battello corse -gran pericolo di sommergersi, prima di giungere all’isoletta Kintasari. -Posto piede in essa, trovammo tre pescatori, i quali s’avean fatta una -capannuccia con rami d’alberi, ed ivi aveano esposti al sole molti -pesci per seccarli. In mezz’ora può farsi il giro di quell’isola, -accanto alla quale ve n’ha un’altra più piccola. Da quella, in cui -eravamo, vedevasi il circuito del lago, formato da piccole alture -coperte di musco, con boschetti frammezzati di betulla e di abeti. -Dappertutto poi avevamo d’innanzi il paesaggio, che ho già descritto; -e la nostra immaginazione si esaltava a segno, che pareaci d’essere -in un’isola incantata. Mai non avevamo veduta cosa simile: il sole non -calava mai giù dell’orizzonte; non vedevamo altri colori che il bianco -e il verde; e la forma delle casucce de’ pastori, e quella, novissima -per noi, de’ fiori che smaltavano il suolo, la novità degli uccelli, -che empivano i boschi, e facevano eccheggiar l’aria de’ loro canti: -tutto ci riempiva di sorpresa, di ammirazione, di diletto. La nostra -tenda quando fu piantata, pareva la reggia dell’isola dominante; e -superava in lusso la capannuccia de’ nostri Laponi, come la residenza -di un sultano dell’Asia supera le catapecchie de’ suoi schiavi. -Ci mettemmo nel nostro battello per contemplare in distanza quel -nostro regno chimerico; e n’andammo superbi. Avevamo fatto stendere -nell’interno della tenda foglie di betulla, e musco; ed olezzava il -luogo di un grato profumo. I nostri pescatori erano incantati dello -splendore di un tale stabilimento; e per la prima volta poterono farsi -idea delle pompose abitazioni de’ popoli inciviliti!!! - -Tre giorni ci fermammo ivi deliziandoci; e que’ tre giorni ci parvero -corti. Ivi non avevamo il flagello delle zenzale, poichè un vento assai -forte ne le avea cacciate lungi: quel vento avea anche rinfrescata -l’aria. Noi andammo raccogliendo piante ed insetti, e cacciando -quadrupedi, ed uccelli; ed un nuovo piacere ci recava il ritorno de’ -nostri pescatori: ritorno che assai prima che li vedessimo, venivaci -annunciato da una nube di rondinelle acquatiche, le quali nudrendosi -di piccoli pesci non cessano di fare la loro corte a’ pescatori, -trovando sempre di che guadagnarvi. Per lo che questi uccelli, pieni -d’intelligenza, veggonsi regolarmente venir la mattina al luogo ove i -pescatori hanno dormito, quasi avvertendoli qualmente è tempo di porsi -all’opera; e partono coi battelli pescarecci, e servono a’ pescatori in -luogo di bussola, volando innanzi a quelle parti del lago, ove veggono -l’adunamento de’ pesci, perciocchè hanno vista acutissima. Le loro -grida poi, e il loro immergersi nell’acqua serve per non fallace segno, -che con ottimo successo in quella parte saranno gittate le reti. Quelle -rondinelle sono sì famigliari co’ loro amici, che vengono sul battello -in presenza loro; e come lo scoppio delle nostre armi avrebbe potuto -spaventarle, i nostri pescatori pregarono a non usarne; e così feci. - -Mentre però così ci sollazzavamo in codesta isola incantata, non -perdevamo di mira il nostro viaggio. Mancavaci qualche Lapone -viaggiatore, che ci ajutasse ad attraversar le montagne colle sue -renne, e ci aditasse i passaggi, pe’ quali potere inoltrarci alla -nostra meta. Uno de’ nostri pescatori andò per cercare, ed accordare -chi ci prestasse l’opera, della quale abbisognavamo; e trovò, ed -appuntò tutto, e noi movemmo al luogo, ov’egli avea concertato che -troveremmo que’ Laponi. Erano sei uomini, ed una ragazza di circa -diciotto anni. Stavano sdrajati sotto una betulla, a’ rami della quale -aveano appese lo loro provvigioni, consistenti in pesce seccato al -sole, ed aveano in mezzo a loro un gran fuoco, a cui facevano arrostire -pesce fresco, infilzato in una bacchetta, che andavano voltando di -tratto in tratto, affinchè quel pesce prendesse il calor del fuoco per -ogni verso. La ragazza fu la prima a vederci giungere; e n’avvertì i -suoi; ma essi nè si mossero allora, nè alcun’attenzione mostrarono per -noi quando fummo smontati di battello. Erano costoro vestiti di una -specie di camiciotto annerito dal fumo, e fatto di pelle di renna, con -un collo alto di dietro, e ben dritto: aveano alle reni una cintura, -che stringeva quel camiciotto, a modo che gli dava l’aria di un sacco, -ove riponevano tutto quello, ch’era di loro uso: portavano inoltre -de’ pantaloni, e degli stivaletti; cose fatte anch’esse di pelle di -renna; e i piedi di quegli stivaletti erano molto larghi, e pieni di -una sorta di fieno ch’essi pestano, e rendono morbido quanto la canapa. -La ragazza avea de’ pantaloni anch’essa, e degli stivaletti come gli -uomini; ma i suoi vestiti erano di lana, e di un panno verde era il suo -berretto, che s’alzava dritto, e colla punta sulla cima della testa, a -un di presso come il berretto degli antichi popoli della Scizia. - -Que’ Laponi erano quasi tutti piccoli; e i tratti della loro fisonomia -più caratteristici consistevano in avere le gote spianate, il mento -aguzzo, e molto sporgenti gli ossi delle guancie. La ragazza era -lontana dall’esser bella. Di sei uomini quattro aveano i capelli -neri: cosa che mi fece presumere che tra i Laponi prevalesse questo -colore, con che si distinguessero dai Finlandesi, non ne avendo io -tra questi trovato uno solo che avesse i capelli di questo colore. -E le persone poi, e il vestito di codesti Laponi, erano di una -sporcizia inesprimibile: tenevano nelle mani il pesce che doveano -mangiare, e l’olio che ne colava, dalle loro braccia scendeva alle -maniche del vestito, sicchè anche da lontano se ne poteva sentir -l’odore. La ragazza era passabilmente netta; ed avea qualche cosa di -quella decenza, che forma il più bell’ornamento del suo sesso: il che -potemmo vedere dal modo di ricusare la bevanda che le si offeriva, e -segnatamente l’acquavite, ch’essa pure amava quanto gli uomini. Onde -dissi meco stesso: ve’ dunque, che anche in mezzo alla Laponia le donne -hanno quell’affettazione di modestia, quell’aria di ricusare ciò che -pure desiderano vivamente di avere! - -Noi sbarcammo le nostre robe, e saldammo i nostri conti co’ buoni -Finlandesi che sì fedelmente e sì bene ci aveano servito da Muonionisca -fin lì. Avemmo per essi tutti i riguardi, che il loro buon procedere -poteva aspettarsi; e vedemmo un sincero sentimento di affetto, e di -riconoscenza destar loro le lagrime; e ci presero per le mani, e ci -dissero le più toccanti cose. A modo che i Laponi, che furono testimoni -di questa scena, a malgrado del loro carattere flemmatico ne sembrarono -commossi: cosa che a noi fece piacere, perchè potevano formarsi buona -idea di noi. - -La partenza da noi di que’ buoni Finlandesi fu un’epoca notabile nel -nostro viaggio. A noi in quel momento parve di rimanere distaccati dal -rimanente del mondo; e veramente la nostra situazione era critica. La -sorte nostra stava tutta nelle mani di que’ Laponi; e da essi dipendeva -non solo il compimento del nostro viaggio, ma la vita nostra medesima. -Solamente ch’essi avessero creduta impossibile la continuazione del -nostro viaggio, e ci avessero abbandonati a noi, come ritornare alla -beata nostra isoletta di Kintasari? Non avevamo più battello, con cui -attraversare il lago, sul quale essa giace. Questi tristi pensieri ci -occupavano: se non che d’altra parte poi considerammo, che que’ Laponi -non erano un popolo crudele; e quantunque fossero sette colla ragazza, -noi, sebben quattro soli, eravamo bastantemente forti per farli stare -al dovere. La ragione, per la quale erano venuti in tanti, dissero -essere per dover portare le robe nostre, attesochè in quella stagione, -in cui eravamo, le morditure delle zenzale rendevano intrattabili -le renne, e talvolta pericolose, perchè sì forte è il tormento, che -soffrono da quegl’insetti, che arrabbiano disperatamente fuggendo. -Caricaronsi dunque delle robe, spartendole tra loro colla discretezza -di darne meno a chi era meno robusto. Per animarli a ben servirci, -nell’atto che facevano gl’involti, noi demmo a ciascheduno un bicchiere -di acquavite, e ne promettemmo un secondo al momento della partenza. -Ma appena ebbero avuto questo secondo ne chiesero un terzo, giovandoci -di un proverbio lapone, che dice: _Prima di porti in viaggio bevi un -bicchiere di acquavite per la salute del corpo; e partendo bevine -un altro per trovar coraggio a terminarlo._ In fine ci mettemmo in -istrada: uno di loro andava innanzi a tutti: gli altri lo seguivano in -fila ad uno ad uno; e noi facevamo la retroguardia per vegliare sulle -cose nostre, e nissuna se ne perdesse: ma stando di dietro a coloro, -rimanevamo ammorbati dal pestifero odore, che cominciarono a tramandare -tosto che si posero in sudore: chè flagello di puzza simile non soffrii -in vita mia giammai. - -Estremo era il caldo, montando il termometro all’ombra a 29 gradi, e a -45 gradi esposto al sole. Il terreno ci abbruciava i piedi, e i pochi -alberelli, che potevamo incontrare, non ci difendevano dai raggi del -sole. Eravamo poco meno che soffocati; e per giunta dovevamo portare -abiti di panno ben fitto per salvarci possibilmente dalle punture delle -zenzale; intanto che il velo, con cui tenevamo per la stessa ragione -coperta la testa, c’impediva la libera respirazione. E questo gran -caldo operava pure potentemente sui nostri Laponi, che aveano bevuto -i tre bicchieri d’acquavite. Costoro si fermavano a prender riposo ad -ogni momento, e domandavano altr’acquavite. Ben ci accorgemmo di non -aver più a fare co’ Finlandesi, sobrii al pari che robusti, operosi ed -arditi: costoro invece non pensavano che alla loro gola. In sei miglia -che facemmo si fermarono cinquanta volte, e sempre chiedendo acquavite. -Se non fossimo stati forti a ricusarla, non saremmo andati innanzi di -più in quel giorno. Per fare sei miglia ci vollero sei ore: bisognava -che li cacciassimo innanzi per forza, e ben guardare che non si -allontanassero. Quando uno di loro cadeva, tutti gli altri fermavansi; -e quello era il segnale di far alto: con che tutta la carovana si -gittava per terra: e ci volevano suppliche d’ogni maniera per farli -alzare. Finalmente arrivammo alle sponde di un picciol lago detto -Kerijervi, sulla destra del quale stendesi una catena di montagne, che -forma il confine del Finmark, ossia della Laponia norvegia e svedese. -Ivi trovammo due battelli interamente sdrusciti con remi mezzo rotti -e disuguali in lunghezza, i quali erano stati tutto il lungo inverno -sepolti nella neve, ed esposti alla inclemenza delle stagioni. Con -questi dovevamo attraversare per due miglia quel lago. Due dei nostri -Laponi si misero a remigare, e due altri a cacciar fuori continuamente -l’acqua che entrava nel battello per le fessure: certo essendo che se -non avessero posta in tale operazione la maggiore possibile attività, -noi saremmo rimasti annegati. In sì gran frangente ci toccò eziandio -di vedere i nostri remiganti andare con tanta flemma e indolenza, con -quanta sarebbesi potuto andare in una partita di piacere; e se toccammo -infine la riva sani e salvi, noi non ne fummo obbligati che al nostro -gridare, pestare, minacciare, bastonare infine sì poltrona canaglia; -e metterci all’opera noi medesimi tanto coi nostri cappelli cacciando -fuori l’acqua, quanto colle nostre braccia vogando. - - - - -CAPO XIII. - - _Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori - laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi - sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque - adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi - nomadi. Arrivo a Kantokeino._ - - -Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una -delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa -pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità. -Che pianta dunque era questa? Era un’angelica della miglior forza e -vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più -eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell’uomo -piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni -avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono -mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo -debbo all’angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed -essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti -e poco sani cibi, de’ quali la necessità ci obbligava a far uso, -com’erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di -tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l’acquavite. Prova -n’è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica, -spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni. - -Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci. -L’aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall’odore -esalato da que’ sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai -alto, e l’ingombro de’ cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo -più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del -fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco -con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la -notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma -le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir -bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L’aria era poco -agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era -di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere -tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo -che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di -quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci -dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun -altro partito trovammo, che quello d’immergere la testa nel fumo ad -ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il -calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo -ci parve preferibile all’orrore d’inghiottire ad ogn’istante insetti -sì disgustosi: d’altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra -tenda, perchè l’opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano -bisogno di riposo. - -Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le -azioni di que’ Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un’idea -de’ loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano -e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però -erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione -veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano -acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre -robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le -loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata: -nè i loro genitori s’imbarazzavano punto di ciò che facessero, come -se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi -tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare -diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire -in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre -poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que’ Laponi vi si assisero -intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza -fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla -volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n’avea preso abbastanza -si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così -vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun’altra -regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell’appetito -e dell’istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano, -o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire, -cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi -fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere -perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi. -Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere -cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro -condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre -facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di -convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre -domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro -semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon -senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più -stupido; e non v’è passione più atta a produr questo effetto, quanto -l’amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba. -Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii -in quelle deserte regioni per predicarvi l’evangelo, non solamente -que’ zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese -del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano -ricompensarli delle pene che a riguardo d’essi s’aveano prese. Quel -popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e -senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così -gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente -fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta -che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa -e le corna, poichè la carne mangiavasi dall’offerente. Si può quindi -presumere che non senza rincrescimento que’ poveri Laponi si vedessero -sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano -in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni -per carattere, e per fisica costituzione; d’altra parte dispersi e -disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente -alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza -al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna, -a tutto quello che a’ quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad -intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte -del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione -le requisizioni de’ missionarii, i quali in ricambio gli promisero la -felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di -mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla -sera. Ma l’interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi -non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto -dovessero essi dividere quanto aveano cogl’inviati di un governo, la -cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna -utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati, -che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui, -piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi -nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione, -nè profitto da persone, le quali infin de’ conti bevendo e mangiando, -consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così -la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali -contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne’ recinti delle loro -montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite -per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni. -Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto -la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che -abitano, non converrebbe ad alcun’altra razza d’uomini. Essi trovano -nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta, -il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di -alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che -due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro -greggie, v’è spazio bastante perchè l’una si accosti all’altra, e le -tenga il discorso che _Abramo_ tenne a _Lot_: _Se tu prendi a mano -manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a -manca._ - -Noi stentammo molto a persuadere que’ Laponi, che non eravamo nè -re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno -d’istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste -erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i -discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi -il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a -mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo, -o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per -ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni. - -Cercando noi di stabilire qual potess’essere il calore del sole a mezza -notte, tempo in cui colà non è alto sull’orizzonte più di due o tre -de’ suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre -pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo -come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero -per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra -essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed -avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto -è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che -s’inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A -tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll’aria della più -grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi -della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non -facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse -la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E -quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero, -ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro, -ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state -divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de’ Laponi noi -avevamo udito parlare in Uleaborg. - -È un singolar fenomeno questo, che il numero de’ lupi in Laponia siasi -aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della -guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo: -io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori, -e sul presente sospendere ogni giudizio. - -Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal -pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti -col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo -d’avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte -del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri -Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni -minimo intoppo, che incontrassero. - -All’atto d’imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la -ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi -stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d’essi nuotava in -avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era -continuamente occupato a gittar fuori del battello l’acqua. Costoro, -senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di -andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima. -La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in -essersi internati nell’alveo di uno minore, che in quello metteva -foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d’aver fatto, e di -fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a -Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo -starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch’era loro intenzione -raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte -parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del -pesce in quelle acque, ch’essi ne presero in gran copia in tutte le -reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le -reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno -alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo -seccano all’aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori, -e quelli dell’isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine -tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le -asciugano tratte che le abbiano dall’acqua: i primi le lasciano marcire -nell’acqua. Ma que’ di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia; -quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l’estensione del -termine. - -Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del -Pepojovaivi, e dell’Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo, -d’onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo -diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali -presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle, -che non solo s’alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche -dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i -pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per -attrappare gl’insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi -anch’essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro -ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili, -nè guari pericolose: pe’ nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco, -e massime per quel bravo _Simone_ di Kollare; ma per codesti Laponi -erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a -passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond’è che ci -toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada -a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello, -e uno solo rimaneva sopra ciascuno de’ due. Il primo procedeva -innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di -betulla, e l’altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o -moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per -caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con -una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l’aveano abbrancata, -addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero -lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a -fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda. -La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben -più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde -non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio -noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi -che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro -qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare -angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere -una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d’acqua, e tutto -pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe -pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza -il Lapone che maneggiava i remi s’alzò dal suo sedile; e vedendolo -prendere un’aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande -sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto -da costui con tanta importanza non avea altr’oggetto che di scaricare -il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza -con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo -con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro -poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso -a queste minute particolarità per dare una idea de’ loro costumi, e -delle loro abitudini. - -Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento -della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il -quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire -abbastanza l’attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da -questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che -noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender -esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre -coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non -mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de’ -laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre -operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente -di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso -de’ cespugli, e de’ boschetti esso faceva alzare la selvaggina, -la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que’ luoghi è -abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare -a codeste regioni, e particolarmente all’_anitra nera_, e ad un’altra -_anitra_, distinta per la _coda aguzza_, come pure ad alcune razze -d’oca, e massime a quella che chiamasi _anitra albifronte_, e a’ -_tetrai_, qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal -fiume a Kantokeino, che n’è distante da circa un miglio. Noi arrivammo -a Kantokeino un’ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando -tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle -case, e gli uomini sulle strade. La scarica de’ nostri archibugii era -stata il motivo del loro terrore, perchè è d’uopo ricordarsi che a -mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare -agli uccelli a quell’ora; e la gente del paese misura le azioni della -vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il -dì, e l’altra la notte. - - - - -CAPO XIV. - - _Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine apparentemente - irragionevole. Musica lapona. Maestro di scuola: sue imprese, - e sua singolare incombenza. Notizie statistiche su questa - parrocchia, e stato economico de’ suoi abitanti. Partenza, - e cordiali addii delle donne del villaggio. Il bel fiume - dell’Alten. Cataratta magnifica. Rapidità singolare della - corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra colle zenzale. Incontro - di un pescatore di sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten._ - - -Fino all’epoca, in cui mettemmo piede in Kantokeino, questo villaggio -era stato considerato come un’isola inaccessibile in questa stagione -dell’anno ad ogni viaggiatore. Il paese che lo circonda, viene dai -geografi danesi descritto come pieno di aspre montagne, separate le -une dalle altre da paludi impraticabili. E la sicurezza, in cui questa -opinione poneva gli abitanti, veniva ad essere stata turbata, siccome -ho detto, dalla esplosione delle nostre armi da fuoco. Non sapevano a -che attribuire quel rimbombo, ed erano ben lontani dal pensare di poter -avere una visita di alcuni stranieri curiosi. - -Kantokeino è un villaggio di quattro famiglie, e di un ministro del -culto che serve la chiesa. Il villaggio fu compreso nei domini del re -di Danimarca nella linea di demarcazione stabilita, e riconosciuta da -questo monarca, e da quello di Svezia. Osservando la carta non si sa -comprendere come sia stato preso qui il confine, in luogo di seguire -le creste delle montagne, separazione più naturale tra il mezzodì, e -il settentrione, quando diversamente si è fatto voltare il territorio -danese verso il mezzodì con un angolo verso la Laponia, che dovrebbe -appartenere alla Svezia. Cercammo la ragione di un fatto contrario, -per ciò che apparisce, alla ragione ed alla giustizia; e ci fu detto, -che il commissario svedese si era lasciato corrompere dall’oro della -Danimarca, quell’uomo dipingendoci come perduto tra le donne e il vino. -Il mio colonnello svedese non mancò da buon patriota di rimaner colpito -da tanto tradimento dell’interesse del suo paese; e facemmo insieme -cento considerazioni, non solo sui differenti mezzi che la malizia -umana può condurre gli uomini a corrompere, e a lasciarsi corrompere; -ma eziandio sulla sottigliezza, e sui secondi fini, che i diplomatici -possono avere nelle transazioni politiche. Fatto è intanto che tutti -que’ discorsi, e tutte le nostre investigazioni, e deduzioni reggevansi -sopra un falso supposto. La vera ragione di quella eccentrica linea di -demarcazione era cosa tutta naturale, e conforme al trattato del 1751 -concluso tra le Corti di Stockholm, e di Copenaghen, nel qual trattato -restò convenuto che i confini tra i due Stati sarebbero fissati dalla -sorgente de’ fiumi: cioè, che tutta la estensione de’ paesi percorsi -dai fiumi scendenti all’Oceano-glaciale sarebbe della Danimarca, e -della Svezia quelli, i cui fiumi cadessero nel golfo della Botnia. -Un anno incirca dopo il mio viaggio in Laponia conobbi a Drontheim, -capitale della Norvegia settentrionale, il commissario danese, ch’era -stato impiegato in quell’affare, uffizial bravo, ed uomo per ogni verso -rispettabile, il quale mi diede conto del vero motivo della cosa, e -rise della favola, che ne correva. - -I miei leggitori s’immagineranno facilmente che io ho assai poche cose -da dire di Kantokeino. Debbo dire però, che tra i suoi pochi abitanti -uno ve n’era, il quale qualificavasi col titolo di maestro di scuola: -denominazione che mi fece concepire un’alta idea de’ Kantokeinieni; -e m’aspettava di trovare un simulacro di curato, simile a quello di -Muonionisca. Codesto personaggio, dissi tra me, verrà indubitatamente -a gustare la nostr’acquavite, e ci parlerà un poco di latino misto a -qualche parola lapona. Ma non ci era riserbata sì bella sorte. Il vero -pastore era assente, andato in Norvegia a trovare i suoi parenti; e per -ordinario i ministri e i missionarii durante l’estate non rimangonsi -in Laponia: cosa che nella circostanza a noi fu giovevole, perchè -trovammo vuota la sua abitazione, la quale però non consisteva che in -una camera; e d’essa approfittammo. Ivi adunque riposammo rifacendoci -delle fatiche sofferte; e ci trovammo poi meglio disposti a visitare -il villaggio, ove vedemmo tutta la potenza delle leggi emanate dalla -Danimarca. - -Il nostro primo pensiero fu quello di pagare le nostre guide. Ma prima -di licenziarle volemmo assicurarci da noi medesimi de’ loro talenti in -un altro genere di cognizioni, distinto da quello, in cui ci aveano -comprovata la loro industria. Noi desiderammo di udirli cantare; e -così prender notizia della musica lapona. Per ottener questo feci -giuocare denaro ed acquavite, senza alcun costrutto: perciocchè que’ -miserabili non seppero infine far altro che qualche urlo spaventoso, -a segno che mi vidi obbligato a turarmi ben bene le orecchie. Laonde -dovetti infine persuadermi che i Laponi erranti non hanno veruna idea -della minima armonia; e che sono assolutamente incapaci di un piacere -che la natura, per quanto ho potuto apprendere, non ha negato a nessuna -orda, o nazione. La musica pratica sembra essere affatto sbandita -in queste contrade isolate e deserte. In esse non v’è altra musica, -che quella, la quale gli uccelli fanno sentire ne’ boschi; quella -de’ ruscelli scorrenti sui loro letti ghiajosi; quella de’ venti che -fischiano attraversando le folte foreste; quella infine delle acque di -tanti fiumi, che precipitansi giù per le frequenti cataratte. Ho però -voluto tener conto di quegli urli, che ho accennati. Poche sono le note -da me registrate; più poche di quelle ch’essi urlando espressero; ma -queste non erano altra cosa che una precisa ripetizione delle prime. -Non mancai nemmeno di cercar ragione di certe parole, che articolavano -in que’ loro suoni, domandandone il significato al nostro interprete, -e sperando di udire che si trattasse di qualche tratto di un inno -nazionale, o di cosa simile; ma quelle parole che gridavano, anzichè -esprimere, non erano che una monotona e sciocca ripetizione delle -stesse idee sulle quali ritornavano in maniera insopportabile. P. e.: -_buon viaggio, miei buoni signori, signori, signori, signori, signori: -buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, miei buoni signori, -signori: un buon viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, viaggio, etc._, -così tirando innanzi fin che avessero fiato; e quando il fiato era -mancato la canzone rimaneva finita. - -Ho detto dei musici laponi: debbo dire del maestro di scuola lapone. -Il titolo, quando lo intesi la prima volta, mi fece senso, considerando -che si era in un paese enormemente lontano da ogni fonte d’istruzione; -e se non altro per la singolarità del caso, colui che se ne -qualificava, avea ragione di andarne superbo. Ed infatti n’era invanito -come un cortigiano che nei nostri paesi arrivi ad avere un cordone, od -una tracolla rossa o turchina. Ad osservarlo, gli si vedea in faccia -l’uomo glorioso e beato. Ma costui non era in sostanza nè di persona, -nè di maniere più che un vero lapone, come tutti quanti quelli, in -mezzo ai quali viveva; se non che per un difetto di conformazione egli -avea qualche cosa in proprio, per cui nel camminare faceva ridere; -e questa qualche cosa era il tenere i piedi costantemente rivolti di -fuori nella maniera che i nostri maestri di ballo chiamano di prima -posizione. - -Quest’uomo, stato qualche tempo in Norvegia, avea imparata la lingua -danese, o più veramente il gergo che si parla in Norvegia; e questo era -stato il gran capitale, che gli avea fruttato l’impiego più singolare -che io m’abbia mai avuta occasione di osservare in alcun paese del -mondo. Il ministro della parrocchia non sapendo una parola della -lingua lapona non poteva comunicare i suoi pensieri al suo uditorio; -e intanto voleva, o per dir meglio, doveva predicare. Per rimediare -all’inconveniente, ecco il partito che si prese. Il maestro di scuola -si metteva sotto la cattedra; e quando il ministro avea recitato un -periodo del suo sermone, si fermava; e il maestro di scuola lo ripeteva -a tutta l’adunanza in lingua lapona. Immaginate l’effetto che dovea -produrre su que’ popolani la così interrotta e mutilata eloquenza del -pastore; e confesso che avrei pagato qualche bella cosa per trovarmi -testimonio di questa scena. Siccome poi il predicatore non sapeva una -parola di lapone, e perciò non intendeva cosa il maestro di scuola -gli facesse dire a quella povera gente, l’assurdità della scena -evidentemente cresceva; e per certo voleavi in quel pastore la più gran -buona fede del mondo per lusingarsi, che la sua predicazione facesse -frutto. - -Del resto importa assai al governo danese che la lingua sua si -estenda possibilmente in tutte codeste contrade; e per questo esso ha -stabilito in Kantokeino un maestro di scuola, che insegni il danese -nelle vicinanze, ed istruisca tutti quelli, che possa tirare a sè. Ma -non pareva che quel maestro avesse molto approfittato nella sua dimora -in Norvegia, almeno per ciò che riguarda il buon gusto, perciocchè -volendo prender moglie avea fatta una scelta, da cui Iddio guardi ogni -fedel cristiano. La moglie di costui era una donna non alta più di -tre piedi e mezzo, e la più sporca e brutta che potesse mai vedersi di -là del circolo artico. Però ci parve che in ricambio il marito avesse -acquistato in Norvegia l’arte astuta della persuasione; e che sapesse -molto innanzi in fatto di galanteria; perciocchè s’avea acquistato il -cuore di una giovinetta della parrocchia, la quale poco tempo dopo si -trovò in uno stato, da cui la indiscrezione scoprì quanto il maestro di -scuola fosse stato capace d’insegnarle. Questo fatto mise in un brutto -imbroglio il pubblico funzionario tanto rispetto alla ragazza, quanto -rispetto alla moglie, la quale era ben lontana dal doverlo tassare -d’infedeltà. La cosa però finì bene, perchè la creatura nata morì -dopo pochi giorni di vita; e la moglie del maestro di scuola prese più -vanità dai favori che suo marito avea ottenuti, di quello che rimanesse -mortificata dalla prova che le era stato infedele. - -Prima di abbandonare Kantokeino è giusto esporre alquante osservazioni -di statistica, e di geografia riguardanti il paese. In tutto il -distretto della parrocchia, che si estende per circa 200 miglia in -lunghezza sopra 66 di larghezza, non vi sono che due luoghi occupati da -stabilimenti di Laponi, i quali tutti insieme non contano più di dodici -fuochi: gli altri abitanti sono tutti della classe de’ pastori erranti; -e per questa ragione non si può additare il numero degl’individui. I -Laponi erranti durante l’inverno abitano paesi montuosi; e vanno colle -loro tende, e colle loro renne da un luogo all’altro. In estate poi si -volgono alle coste, onde avere più facile la pescagione. Ne’ contorni -di Kantokeino trovansi alcune belle praterie, e terre coltivabili, -che danno orzo e segala, quanto per sei mesi possono gli abitanti -consumarne. Qui non si hanno cavalli; e chi vuol viaggiare deve far -uso delle sue gambe, o andare per acqua in battello, se è estate: in -inverno si va colle slitte tirate dalle renne. Il fieno che si taglia -serve per le vacche: le granaglie che si raccolgono, vengono messe -in farina, poichè la farina è diventata un articolo di sussistenza sì -necessario agli abitanti, che chi non ne ha per tutto l’anno è stimato -poverissimo. Ma i Kantokeinieni si ajutano anche più colla pescagione, -e cacciagione; ed un popolo avvezzo a tutte le vicende di una vita -errante, preferisce alle laboriose occupazioni dell’agricoltore questi -mezzi, comunque incerti, onde provvedere a’ suoi bisogni. Il pesce -che per loro è superfluo, lo cambiano in granaglia; e così fanno delle -pelli d’orso, e d’altri animali. Bisogna però dire, che qui i fiumi, -e i laghi sono tanto abbondanti di pesce, che vi si può fare sopra i -conti con tutta sicurezza. Così un Lapone guadagna più sopra una pelle -d’orso, che sul raccolto che potesse dargli un mezzo acro di terreno -coltivato. - -La maniera di dar la caccia all’orso in Laponia è la stessa che si usa -in Finlandia; ma la caccia della renna selvatica esige sì violenta -fatica, che non vi vuole che un Lapone per sostenerla. La renna -selvatica non vive in compagnia, ama di star sola in mezzo de’ boschi -e nelle montagne; ed ha un incredibile istinto per guardarsi da ogni -pericolo. Quando un Lapone la scopre, e lo fa alla distanza di un -mezzo miglio, fa un giro sotto vento, e va insensibilmente guadagnando -terreno, a forza di strascinarsi a quattro piedi, ed anche sul ventre, -finchè possa giungere a tiro di fucile. Un Lapone mi ha assicurato -d’essersi così strascinato attraverso del musco, e de’ cespugli per -cinque miglia per giungere a luogo più conveniente, onde prendere di -mira la sua preda. - -Ogni anno in febbrajo si fa una fiera in Kantokeino, alla quale -accorrono i Laponi del vicinato, e i mercatanti di Tornea. Questi -prendono pelli di renne, di volpi, d’orsi, di lupi, e guanti e -stivaletti; e danno invece flanelle comuni, acquavite, tabacco, farina -e sale. - -Gli abitanti hanno delle vacche, le quali somministrano loro del -latte; ed hanno montoni, della cui lana si giovano pei loro bisogni. -Quando per nudrire le vacche non hanno fieno sufficiente, raccolgono -il musco, di cui le renne si nudrono; e la necessità fa che le vacche -se ne contentino. Pe’ montoni v’ha sulle montagne una specie di musco, -ch’essi mangiano volentieri; e come codesti animali non sono un oggetto -di cambio, vengono generalmente venduti per poca cosa: per modo che -noi, comprandone per nostro uso, non li pagammo più di 18 soldi l’uno. - -Il popolo di questa contrada non è senza cognizione dell’uso della -moneta; nè può dirsi senza passione di averne: di che ci fu prova, -quando ci disponemmo a partire, l’esserci stato domandato un piccolo -scudo al giorno per ognuno degli uomini, che dovevano accompagnarci; -somma enorme per quel paese, e considerabile per noi, che avevamo -bisogno di cinque persone. E quando il nostro interprete volle dire -che tale pretensione era stravagantissima, seppero rispondere che -nella stagione andando alla pesca avrebbero guadagnato di più. Nè -mancarono certamente di calcolare, che siccome ben di raro si veggono -viaggiatori in quelle contrade, se ne capitano alcuni fuori di fiera, e -senza straordinaria evidentissima ragione, si deve credere che abbiano -molto denaro, o che sieno mandati dal governo per esaminare il paese; e -conseguentemente che sieno ben pagati dal re. In quanto poi a noi non -avevamo altri del cui servigio giovarci. Ci acconciammo dunque a que’ -patti. - -Il dì 9 di luglio fu quello della nostra partenza da Kantokeino. Il -tempo era bello: il termometro di _Celsius_ segnava all’ombra 25 gradi, -e 40 esposto al sole: messo nell’acqua si abbassava ai 19. Le donne -del villaggio vennero ad accompagnare i loro mariti sino al fiume; -e ci diedero con molta cordialità il buon viaggio. Il viaggio che -intraprendevamo era lungo e penoso; e nissuno delle nostre genti lo -avea fatto mai in estate. Eravamo nove persone in tutto; ed avevamo -due battelli. La nostra partenza privò il villaggio di due terzi -della sua popolazione; e lasciò in vedovanza per qualche tempo i -cinque ottavi delle donne maritate. Queste donne ci seguirono cogli -occhi finchè una svolta del fiume tolse alla loro vista la nostra -flottiglia. E quella sì lercia, e sì piccola moglie del maestro di -scuola non fu la meno cordiale ad attestarci l’interessamento sentito -per noi, e il rincrescimento suo in separarsi da’ suoi amici, e da’ -suoi ospiti. _Addio, buon popolo! Addio, buona gente!_ queste furono le -ultime parole che noi udimmo fino alla distanza, in cui esse poterono -giungerci. - -Era il fiume Alten quello che prendevamo a navigare; e ci parve uno -de’ più belli, che fino allora avessimo veduto. Esso è formato nel suo -principio da una successione di laghi, differenti per estensione, e per -figura, con isolette varie, ornate di bei gruppi di betulle: onde lungi -dall’avere un aspetto aspro, e selvaggio, il paese potrebbe piacere -anche in un clima temperato. L’acqua poi era chiara come un cristallo, -e le sponde coperte di una sabbia finissima. - -Io debbo qui dire come, quantunque fossimo sempre durante questo -viaggio sull’acqua, noi eravamo tormentati da una sete continua. -L’acquavite ce la faceva crescere, e quella de’ laghi, e de’ fiumi, -essendo troppo esposta all’azione continua del sole, ci nauseava. Ma -se trovavamo una fontana ombreggiata da alberi, od uscente da qualche -secreto sbocco di monte, oh! allora che delizia! Ne trovammo alcune di -queste fontane, la cui temperatura non andava oltre i quattro, o cinque -gradi; facevamo gozzoviglia da epicureo. - -Proseguendo il viaggio incontrammo una doppia cateratta in un sito ove -le acque dell’Alten si uniscono tutte in un canale, che vien chiuso da -un masso enorme di rupi. Ivi la velocità, colla quale la corrente si -precipita, produce nel letto inferiore una tale agitazione, che vi si -alza una nube di vapori, in cui la luce del sole rifrangendo forma il -più maestoso arco baleno, che possa vedersi. Ma ivi non può passarsi -per la lunghezza di un miglio: onde dovemmo strascinare per terra i -nostri battelli fino al sito, in cui il fiume era praticabile. I Laponi -che ci guidavano, aveano sul lembo della cascata stabilito un magazzino -di pesci che facevano seccare al sole. Noi, dopo avere ammirato le -selvaggie bellezze della cascata, accendemmo sulla riva un fuoco per -preparare di que’ pesci, lessandone alcuni, ed altri arrostendone. -Mangiato poi che avemmo ci rimettemmo ancora in viaggio, ed a misura -che procedevamo, sempre più ci colpiva la magnificenza di quella -cataratta; e i numerosi suoi accidenti spiegavano ognora più a’ nostri -sguardi l’ammirabile loro maestà. Noi cedemmo al piacere di disegnarla. -Ma cosa è il disegno in confronto della realtà? - -Noi prendemmo il cammino sopra un braccio del fiume, la cui corrente -avea una tale rapidità, che al dire de’ nostri Laponi in un quarto -d’ora facemmo circa otto miglia; e per provarci il fatto c’invitarono -a tener l’occhio ai nostri orologi; e la prova ci mostrò che avevamo -impiegati 20 minuti per fare un miglio di Norvegia, il quale appunto -equivale ad otto de’ nostri. I nostri condottieri aveano allora bisogno -di qualche riposo; e noi smontammo, ed alzammo le nostre tende presso -la piccola chiesa di Massi alla dritta dell’Alten. Ivi accendemmo varii -fuochi per difenderci da quegli eterni inimici, che trovavamo pronti da -per tutto a succhiarci sino all’ultima stilla il nostro sangue. Intanto -innanzi di riposare i nostri Laponi ci domandarono la permissione di -andare a gittar la rete nel fiume, ove furono accompagnati dal nostro -interprete. Un quarto d’ora dopo ritornarono con più di 200 pesci di -diverse sorti, e grandezza; ed alcuni erano lunghi più di un piede. Se -ne preparò una parte per nostro pasto: gli altri furono sventrati, e -attaccati agli alberi perchè si seccassero. - -La mattina seguente prima di rimetterci in viaggio andammo a visitare -la chiesa di Massi, situata in mezzo a boschi, e macchie a circa 300 -passi dal fiume. Se non avessimo ancora veduto Laponi, vedendo questa -chiesa avremmo dovuto concludere che i Laponi sono uomini pigmei; ma -come avevamo già veduto che i Laponi non sono pigmei, osservando la -singolare picciolezza delle dimensioni, nelle quali questa chiesa -è fabbricata, io mi sentii obbligato in coscienza a credere che si -fosse qui fabbricato il modello della chiesa, anzi che la chiesa. -Immaginatevi ch’essa ha una porta non alta più di tre piedi, un -tetto alto ai fianchi sei piedi; e che l’edifizio totale, compreso il -vestibolo, la nave, e la sacristia, non eccede in lunghezza 120, o 130 -piedi, e i 12 in larghezza. Più che penso a questa chiesa pigmea, e più -mi perdo in mille fantasie, che non mi so spiegare. Che siasi voluto -fare la satira delle colossali chiese che si ammirano in tutti gli -altri paesi? Ma nè i Laponi s’imbarazzano a far satire sui paesi che -non conoscono; nè sono stati sicuramente i Laponi, che hanno disegnata, -e fabbricata questa chiesa pigmea. - -Avevamo navigato per venti miglia quando c’incontrammo in due Laponi -di Kantokeino, venuti a cercar migliore pescagione. Nel sito, in -cui eravamo giunti, dovevamo smontar di battello, e metterci a -sgambettare sulla grande catena delle montagne, tra le quali l’Alten -va serpeggiando, e ripiegandosi in mille giri. Esso presenta ivi -varie cataratte, le quali rendono la navigazione impraticabile. I -nostri cinque Laponi s’intesero con codesti due, onde si unissero loro -ajutandoli a portare le robe nostre; e messi a terra i battelli, e bene -assicurati ad alberi, ci ponemmo tutti a trottare per la montagna alla -sinistra dell’Alten, vicinissimi ad un fiumicello chiamato Koinosjoki, -il quale discende dal monte Kulli-tunduri. Questo fiumicello ha nel -suo corso una cascata singolarissima in quanto che s’apre il passo -attraverso di una rupe, che s’ha forata a modo di un ponte. Continuammo -a salire per quattro buone miglia attraverso di betulle nane, e di un -musco molto fitto: cosa che ci affaticava assai. Il cielo era coperto -di nubi; ed il calore soffocante. Sarebbe bastato questo per una -congrua penitenza della nostra temerità: ma, no signore: voleasi una -giunta peggiore. La temperatura, che correva, era favorevolissima per -le zenzale, che ad ogni nostro passo tra que’ cespugli, e quel musco -uscivano a sciami, e ci avviluppavano dalla testa sino ai piedi. Dopo -le quattro miglia, che ho dette, la montagna cominciò a comparire arida -e nuda: non più un albero, che potesse darci idea di distanze: tutto -il suolo era coperto di musco ordinario, salvo dove quell’immenso -tappeto veniva rotto da paludi, da bacini d’acqua, e da laghi, il -complesso delle quali cose rendeva il paese malinconico e tristo -oltre ogni dire. In quel deserto andavamo ogni momento a pericolo di -perderci, mancando d’ogni segno d’indicazione. Alla cima della montagna -attraversammo uno spazio di circa 15 miglia, ora smarriti tra le nubi, -ora inceppati nelle nevi, quantunque fossimo nel cuor dell’estate; -e là la temperatura era ben cambiata. Fortunatamente le zenzale non -aveano ivi ospitalità favorevole; e se non avessimo dovuto passare fra -cespugli, appena avremmo provato da que’ crudelissimi nemici qualche -assalto. Ma quelli, che sul principio del nostro salire la montagna -avevamo fatti alzare, ci accompagnavano fedelmente anche lassù; e ci -perseguitavano ancora in mezzo alla neve; nè aveamo mai un filo di -vento che ci soccorresse. Nel passare per que’ tremendi luoghi vedemmo -un lepre bianco, ed alcuni uccelli proprii di quelle alture, e ci venne -in pensiero di far uso delle nostre armi. Ma que’ nemici ostinati -c’impedivano anche questo piccol conforto per quanto stava in loro: -imperciocchè dovendo noi cavarci i guanti per caricare, prender la -mira, e toccare il punto, ci cadevano a migliaja sulla parte del corpo, -che dovevamo lasciar nuda. Noi eravamo disperati, non avendo alla -mano con che far fuoco, onde cacciare da noi quella peste. Andando in -traccia di qualche albero ci abbattemmo fortunatamente in una capanna, -che il più vecchio delle nostre guide ci disse essere stata eretta -da alcuni mercadanti per luogo di loro riposo, e per iscaldarvisi in -tempo d’inverno. Questa capanna non era più che un quadrato di otto, -o dieci piedi, tutta di legno, e con in cima un’apertura per l’uscita -del fumo. Noi facemmo chiudere quell’apertura per meglio conservare di -dentro il fumo; e v’entrammo poscia quando accesovi il fuoco, fu piena -di fumo tutta quanta. I malefici insetti allora furono obbligati ad -abbandonarci. Noi eravamo lì stretti come le sardelle nel barile; ma -così stretti, e così affumicati, non avendo per sedere, o giacerci che -la nuda terra, dico apertamente che mi pareva di stare assai meglio, -che in qualunque buona locanda d’Inghilterra, o di Francia. Primo -nostro pensiero, così ammonticchiati tutti l’uno sull’altro intorno -al fuoco, fu di prepararci la cena colla selvaggina procacciataci -cammin facendo; e tuttochè non cessassero gli occhi di sgocciolarci -pel fumo, andavamo lietissimi tracannando grossi bicchieri d’acquavite -alla distruzione dei nemici, che ci tenevano bloccati. Dopo avere ben -bevuto, e ben mangiato, e bevuto ancora, attortigliati insieme come -le biscie ci addormentammo. Il tempo intanto si era mutato; ed un -vento gagliardissimo erasi alzato, il quale minacciava di rovesciarci -addosso la capanna. Non era quella capanna molto forte; ma grande -consolazione era per noi il pensare che quel vento procelloso cacciava -al diavolo quelle zenzale pestifere; e ad ogni fischio del vento ci -dicevamo l’un l’altro: ecco i nostri nemici in piena rotta: l’assedio -è finito; ed essi sono a qualche miglio lontani; e così dicendo ci -addormentavamo placidissimamente di bel nuovo. Ma non era già vero che -i nostri nemici fossero andati via; e ben ne feci io trista prova. La -mattina corsi fuori della capanna senza guanti, senza velo, e senza -cappello, avido di respirare l’aria fresca; e mi fermai ad osservare -tranquillamente l’aspetto del paese, e volli anche fare un giro -all’intorno della capanna per assicurarmi da me se noi fossimo in fine -liberi dai nemici; quando eccoli uscire da una imboscata, e saltarmi -addosso a sciami senza misericordia, e coprirmi in ogni parte. Come io -mi dibattessi, come menassi e mani e piedi, lo lascio concepire a chi -può farsi una giusta idea del flagello, sotto cui mi trovava. Corsi -alla capanna, sperando nel fumo, che ivi avea lasciato; ma non ve n’era -più ombra. Pare che il demonio avesse suggerito a que’ tristi insetti -di accovacciarsi in tempo della procella nel di dietro di quella -catapecchia per difendersi dalla violenza del vento, col proposito di -ripigliare i loro assalti tosto che fosse ritornata la calma. Ed in -fatti appena ci rimettemmo in viaggio, li vedemmo assalirci in maggior -numero pur anche di prima. - -Noi dovevamo fare ancora 40 miglia prima di arrivare al villaggio di -Alten. Il temporale durato tutta la notte non avea purgata l’atmosfera -a modo che il cielo fosse rimasto chiaro; e lo spazio che dovevamo -percorrere in quella giornata ci presentava una prospettiva quasi -trista al pari dell’antecedente. Qualche volta considerando la quantità -di neve che incontravamo, ci pareva di dover essere alti più che lo -fossimo stati sulle montagne passate dianzi; e il nostro domestico in -particolare non sapeva darsi pace vedendosi tanto vicino alle nubi, -e parendogli d’essere lì lì per montare in cielo. Una volta, avendo -voluto appressarsi ad una nube splendente di bei colori, tanto andò -oltre, che si smarrì; e per qualche tempo lasciò noi incerti di sua -sorte, poichè avendo sparati i nostri fucili per chiamarlo, tardò assai -tempo a farcisi vedere. In fine incominciammo a discendere, e giungemmo -come per incanto ad un paese ineffabilmente bello, e splendente, per -la prospettiva maestosa che ne presentavano i monti, per la superba -vegetazione, onde tutto era animato; e meraviglia, e contentezza -ispirava agli animi nostri la confortatrice stupenda forma colossale, -in che ogni cosa in quel nuovo mondo colpiva i nostri occhi. E crebbe -ben presto il nostro piacere, singolarmente rivedendo di nuovo l’Alten, -traente le sue acque fra ricchi prati, e con quella rapidità, che -avevamo già ammirata nel nostro passaggio da Kantokeino a Koinosjoki. -Da Kantokeino al bel luogo, ove allora ci trovavamo, spazio di 120 -miglia, non avevamo incontrata mai altra faccia umana, che quelle dei -due Laponi aggiuntisi alla nostra brigata. Qui trovammo un pescatore -venutovi per cercar de’ sermoni. Avea costui seco la sua donna, -la quale quando sentì il calpestio nostro, fu così spaventata, che -incominciò a persuadere al marito di prender la fuga insieme con lei -per paura di rimaner preda di qualche bestia selvaggia, o di qualche -incognito mostro. Ciò che dimostra come sia cosa assai straordinaria -il trovare in que’ boschi deserti figure umane. Quando giugnemmo presso -que’ due la donna non era rinvenuta ancora dalla paura. Quella donnetta -era giovine; e il cangiamento che la paura avea portato nella sua -fisonomia, la rendeva anche più interessante. Forse la solitudine, in -cui eravamo, forse l’essere da tanto tempo privi del consorzio del bel -sesso, contribuivano a destare in noi que’ dolci sentimenti. Ma era in -lei anche qualche cosa, che poteva più direttamente contribuirvi: chè -quella cara donnetta non era indegna d’aver posto tra le bellezze del -Nord. Avea gli occhi neri, i tratti regolari, i capelli castagni......, -ed io non poteva levarle gli occhi d’addosso; nè altro oggetto fuori -di lei mi attraeva. Suo marito avea una buona provvigione di sermoni -eccellenti; ed avea anche un vaso, in cui cuocerli. Incominciò a -tagliarne due, o tre in sottilissime fette; le mise a bollire, e le -conciò con alcune erbe, con sale, e con un pugno di farina d’orzo, che -portava in un sacco; e di questa vivanda quel buon uomo ci regalò. Non -avevamo nè piatti, nè forchette, nè cucchiai: supplimmo con pezzetti di -scorza di betulla; e facemmo un desinare eccellente. - -Il battello di quel Lapone ci fu di grande utilità per discendere pel -fiume, la cui corrente ci portò prestissimamente ad Alten, dopo tanta -fatica fatta per quaranta miglia di sì aspra montagna. Ma altra giunta -di fatica ci aspettava pur anco. Smontati del battello per entrare -in un bosco, ove i sentieri che vedevamo, indicavano abbastanza che -finalmente eravamo giunti in paese d’uomini, andavamo domandando -alle nostre guide ad ogn’istante che andavamo innanzi, ove fosse -Alten-Gaard; quante miglia avessimo fatte, e quante ci rimanessero da -fare. Costoro non ne sapevano più di noi; e finimmo col riconoscere che -ci eravamo intricati in un laberinto, sicchè dopo aver camminato un’ora -e più ci trovammo precisamente sul luogo, in cui avevamo posto i piedi -uscendo del battello. Ad onta però della fatica fatta, e di quella che -dovevamo fare ancora, non potemmo trattenerci dal ridere, prendendo la -cosa con filosofica disinvoltura; ma per non cadere di nuovo in errore, -ricorremmo al nostro compasso, indicando alle guide il punto, a cui -meglio doveano dirigersi. Ciò produsse buon effetto; ma ci rimanevano -otto miglia di strada; ed eravamo tutti non mediocremente stanchi. Ci -rifuggimmo in una casa, che per gran ventura trovammo; ed ivi prendemmo -riposo. All’indomani arrivammo alla abitazione di un mercante norvegio, -il quale è il solo, che con alcuni suoi uomini costituisca il popolo di -Alten-Gaard, tanto da noi desiderato. - - - - -CAPO XV. - - _Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale. Abitanti di - Alten, ed ospitalità avutane. Navigazione per l’Oceano-glaciale, - e visita della costa. Monte Himelkar, e cascata che ne discende. - Visita ad alcune abitazioni di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti - sulla costa. Laponi erranti: loro tende, loro beni, e loro - renne._ - - -Andando all’abitazione del mercante norvegio osservammo in un vicino -pascolo due o tre cavalli. Da 500 miglia in poi questa specie di -animali era sparita dagli occhi nostri; e il vederne allora ci denotava -qualmente eravamo giunti all’abitazione di una persona educata in un -paese incivilito, e per conseguenza estranea a questa contrada. La casa -era situata sopra una eminenza, e guardava da un canto montagne che vi -eran di contro, e masse di neve, delle quali esse sono perpetuamente -ricoperte: dall’altro canto essa avea la vista dell’Oceano-glaciale, -che da questa parte s’avanzava verso la terra, e formava una specie -di golfo, vicino al quale essa casa era fabbricata. Quale fu mai -la contentezza nostra trovandoci finalmente a sì poca distanza -dall’oggetto che ci avea fatto risolvere ad intraprendere il nostro -viaggio, e che metteva fine a tanti stenti! Il bel colore del mare, -paragonato colla nudità delle masse che si vedevano da lontano; la -brillante trasparenza delle azzurre sue acque, presentavano il più -ridente spettacolo. Ma nulla più commoveaci, e ci dilettava, che la -idea di essere ben riusciti nella sì pericolosa nostra intrapresa. La -vista di quelle montagne coperte di neve, e il nome di Oceano-glaciale, -o di Mar-gelato, in mezzo ad un calore grande come il maggiore che -si senta in Italia, accrescevano il contrasto tra i due estremi, e -distinguevano alla nostra immaginazione questo luogo come un fenomeno, -che non può incontrarsi in nissun altro paese. - -Per meglio approfittare de’ godimenti, che allora provavamo, ci -risolvemmo a tuffarci nelle onde di questo mare, in questa regione -sì ospitale, e rifocillare le nostre membra defatigate con un sì -grato bagno. Ma il Mercante, con cui avevamo già legata conoscenza, -ci consigliò a non farlo, poichè nissuno il faceva per la quantità -de’ pesci cani, che frequentano in quella stagione le rive. Questa -considerazione però, comunque di peso, nulla valse sulla nostra -vanità, preferendo a tutto il piacere di poter dire: mi sono bagnato -nell’Oceano-glaciale. Ma entrati in quelle acque non istemmo guari -ad uscirne per la singolare freddezza delle medesime, così che ci si -erano di tal maniera intirizzite le gambe, che stentammo assai assai a -recarci sul lido. - -Di ritorno all’abitazione ci eravamo un po’ forbiti, e conciati, -essendo sei giorni che non ci avevamo fatta la barba, quando ci -si venne a dire, che la tavola era pronta. Fu per noi gratissima -sorpresa il trovare ivi un lusso di apparecchio e di vivande, che -non ci avevamo mai figurato in tali luoghi. Il piacere di essere -giunti al Mar-gelato, che pur era grande, cedette a quello di vederci -innanzi le tante buone e salubri cose, che per sì lungo tempo avevamo -dovuto dimenticare, obbligati a contentarci di alimenti grossolani, -mal condizionati, mal sani forse, e il più delle volte anche minori -del bisogno. Ci parve d’essere stati trasferiti nel palazzo di una -Fata. Aggiungevasi poi l’amenità della conversazione. La moglie del -Mercante era una eccellente reggitrice di casa, e sapeva cucinar -bene: un domestico assai intelligente serviva a tavola: tra’ convitati -v’era il balì di quella parte di Laponia, il quale rimasto vedovo era -venuto a convivere con questa famiglia; codesto balì era una degna -persona, generalmente stimato in tutto il cantone. Noi ci trovavamo -qui tanto bene, che con vero rincrescimento incominciammo a parlare di -continuare il nostro viaggio verso il Nord. Il tempo, e la stagione -non permettevano che ritardassimo la gita. Secondo le informazioni -prese, da Alten al Capo-Nord correvano circa 240 miglia, le quali -era impossibile attraversare per la via di terra: bisognava dunque -pigliare quella dell’Oceano. Ci si disse che tutta quella penisola -era una catena di montagne rotte da laghi, che ci avrebbero interrotto -ad ogni passo l’andar oltre; e ci si aggiunse, che quando pure fosse -stato possibile per quella via il cammino vincendo ogni ostacolo, -verisimilmente non potremmo arrivare al Capo-Nord in meno di 15 giorni. -Ci si faceva in oltre osservare che un tal viaggio non era mai stato -intrapreso da veruno in estate a cagione della sua lunghezza, e delle -insormontabili difficoltà che presenta; e siccome il nostro tempo era -limitato, e che avevamo una grande strada da fare per riportarci a -Tornea, avremmo potuto perdere il vantaggio della stagione opportuna -al ritorno. Che se per caso fossimo colti da qualche cattivo tempo, -saremmo stati costretti a differire il ritorno fino a che l’inverno -fosse bene inoltrato per poterci servire di slitte. Per tutte queste -considerazioni ci risolvemmo a fare il viaggio per acqua, non senza -però il pensiero di fare anche qualche escursione per terra quando -fossimo alla meta del cammino. - -Il terzo giorno adunque, dacchè eravamo giunti ad Alten, il Mercante -ci procurò un battello scoperto, con quattro remiganti, uno de’ quali -avea già passato il Capo, e sapeva bene la strada: gli altri tre erano -buoni marinai, usi a frequentare quel mare a cagione della pesca. -Quegli, che faceva le funzioni di piloto, era di Norvegia; i tre altri -parlavano la lingua finlandese, e la lapona. Con tutte le precauzioni -e le intelligenze prese la nostra gita dovea essere interessante e -dilettevole. Eravamo provveduti di cuscini, di materassi, di buoni -vestiti, e di buone coperte: eccellente era tutto quello che portavamo -con noi in vino bianco, in acquavite, in volatili, in sermoni, in -vitello, in presciutto, in caffè, in tè, con tutti gli utensili -necessarii per la cucina. Avevamo in somma con noi tutto quello che -poteva risarcirci delle privazioni fino allora sofferte; e pareva che -ci preparassimo piuttosto ad una partita di piacere, che a terminare -un penoso viaggio sull’Oceano-glaciale. Il golfo, in cui incominciammo -ad internarci, penetrando in diverse gole delle montagne, presentava -dappertutto un aspetto magnifico, e interessante. - -Partimmo da Alten il lunedì, 15 luglio, a due ore dopo mezzogiorno, e -non arrivammo al Capo se non se la notte del venerdì venendo al sabato. -A 3 miglia da Alten passammo su la dritta di una montagna chiamata -dai Norvegi Himelkar, che vuol dire _Montagna dell’uomo celeste_, -dalla quale cadono cinque o sei cascate, alte da cinque in seicento -piedi. Più lungi ne trovammo un’altra più notabile ancora, e della -cui acqua ben bene ci empimmo. Fummo poi curiosi di salire quelle -montagne per vedere d’onde questa cataratta prendesse la sua origine; -ma quando fummo giunti alla cima, trovammo con nostra sorpresa una -prateria magnifica, alla estremità della quale era un’altra cascata -proveniente da una montagna più alta. Io credo che tutte queste -cascate sieno prodotte dallo scioglimento delle nevi, che vedevamo -coprire i monti più lontani, e le cui cime ignude formavano il fondo -del quadro. Questa ultima cascata precipitavasi giù di una piccola -montagna, ornata su tre de’ suoi fianchi di un bosco di betulle, che -sorgeva in anfiteatro, e stando alla sua regolarità sarebbesi detto -piantato da mano industriosa. A piccola distanza da questa cascata, la -cui presenza animava que’ luoghi, era una casetta di legno coperta di -zolle di verdura, ed abitata da una famiglia di Laponi stazionarii. -Io desiderava di visitarli; ma una delle nostre guide mi consigliò, -nè senza ragione, a non presentarmivi a dirittura da me, e a farmi -prima annunciare da qualcheduno, perchè quella famiglia sarebbe forse -rimasta spaventata alla vista di un forestiere sì diverso da essi per -la statura, e il vestito. Andò dunque egli stesso a quella casa; ma non -vi trovò nessuno: la famiglia era ita a qualche spedizione di pesca, o -tra le montagne a curare le renne. Gli architetti delle case di codeste -coste sembrano stati alla scuola di quello che edificò la chiesa di -Massi, quantunque codesti tugurii non possano stare in proporzione -rispetto a quella chiesa, che in quanto le case nostre vogliansi -mettere in proporzione colle nostre cattedrali: non so dire se ci -contenessimo ne’ termini di civile discrezione in quella visita; quello -ch’è vero, si è, che non vi fu nè angolo, nè buco, in cui non volessimo -mettere il naso, ponendo le mani fino nelle saccoccie di quella gente, -giacchè i Laponi sono sì beati, che non hanno bisogno nè di chiavi, -nè di serrature. Non vi trovammo alcun oggetto di lusso, se per -avventura non fosse tale una scatola di resina, che cola da una specie -di un abete proprio di quelle contrade, e che forse più che a senso -di piacere essi usano a medicatura di ferite. Ritornammo non senza -fatica al nostro battello dando un eterno addio a sì vago e piacente -luogo, che non avremmo riveduto più, e che non invidia i luoghi più -pittoreschi della Svizzera. - -Perfetta calma regnava sul mare, e la violenza del caldo opprimeva -tutti i remiganti nostri, che non potevano adoperare i remi senza -disfarsi in sudore. Per dar loro un po’ di riposo, e nel tempo stesso -soddisfare alla nostra curiosità, andammo a ricercare tutti i Laponi -stabiliti sulla costa, e i quali viveano generalmente alla distanza -di otto, o dodici miglia l’una famiglia dall’altra. In tutte le -loro abitazioni regnava l’abbondanza e la contentezza: ogni Lapone -è possidente all’intorno della sua abitazione di un terreno, che ha -un circuito di otto miglia: tutti hanno vacche, dalle quali traggono -un latte eccellente, ed hanno prati, che loro danno fieno pe’ loro -bestiami l’inverno. Ciascuno ha poi provvigione di pesce secco, non -solamente per proprio uso, ma ancora per barattarlo in oggetti di -lusso, cioè in sale, in farina, in avena, e in qualche panno. Le -loro case sono costrutte in forma di tende, ed hanno un’apertura in -alto per ricevere la luce, e dar passo nel tempo stesso al fumo. Il -fuoco sta nel centro della camera; ed essi vi dormono attorno gli uni -presso gli altri. In inverno, oltre il calore del fuoco, godono anche -di quello, che loro procurano le loro vacche, colle quali dividono -l’abitazione all’uso de’ montanari di Scozia, e degli abitanti delle -isole settentrionali. In estate le porte delle loro case stanno sempre -aperte; e quantunque in tale stagione non vi sia notte, essi sono -accostumati a dormire alla medesima ora che gli altri Europei. Soventi -volte siamo entrati ne’ loro abituri a un’ora, o due della mattina, se -è permesso così esprimersi, parlando della stagione attuale, e sempre -abbiamo trovata la famiglia a letto, e dormiente, senza che la presenza -nostra, e la nostra conversazione turbasse per un buon quarto d’ora -la dolcezza del loro riposo. Essi dormono in quella placida sicurezza -che ispira il non avere a temer nulla. Le sole cagioni de’ loro timori -sarebbero gli orsi, e i lupi; ma tali bestie non vanno mai verso le -abitazioni de’ Laponi che hanno fissa dimora: bensì vanno dietro le -traccie de’ Laponi nomadi, e delle loro greggie, così cercando di -provvedere ai loro bisogni: d’altra parte niun animale velenoso chiama -in queste aspre contrade la vigilanza dell’uomo, affine di preservarsi -da ogni pericolo. - -Il governo non ha nulla a fare per amministrar la giustizia; e questo -popolo, il quale non ha di che piatire co’ suoi vicini, non ha bisogno -di una protezione, che gli riuscirebbe più onerosa che utile. Alcune -orde di abitanti dispersi per una immensa estensione di terra hanno -poche ragioni per darsi scambievoli assalti: l’eguaglianza di stato -tra loro, il silenzio ordinario delle loro passioni, e la dolcezza del -loro carattere, impediscono e l’occasione d’ingiurie, e i risentimenti, -ch’esse alimentano. Vero è che i Laponi sono senza difesa; ma i rigori -del loro clima, e più ancora la estrema loro povertà li rendono sicuri -sul timore di una invasione. Vivono dunque senza protezione, e non -hanno mai piegato servilmente il ginocchio d’innanzi ad un padrone. -Nè è poi certamente in queste regioni boreali, che vengasi a cercare -i tristi esempi delle tirannidi, de’ quali è piena la storia; o -delle fallacie, e degli spergiuri, sì frequenti tra le nazioni che si -vantano di civiltà, e che a malgrado dell’orgoglio, che loro ispirano -i vantaggi che dalla civiltà ritraggono, non mancano di commettere atti -di barbarie ripugnanti ad ogni credenza. - -In una delle famiglie visitate da noi fummo testimonii di una scena -veramente toccante; e servì a convincerci che la sincera e viva -cordialità non è estranea a queste latitudini gelate. Noi entrammo -a tre ore dopo mezza notte in una casupola, ov’erano il marito, sua -madre, una moglie giovine, e due piccoli ragazzi. Dormivano tutti, e -noi aspettammo qualche tempo, onde potessero agiatamente svegliarsi. -Aveano tutti il medesimo letto, cioè a dire il suolo coperto di -frasche e foglie della odorosa betulla: le loro coperte erano pelli -di renne. Dormivano alla maniera de’ Laponi vicini al mare: intendo -dire vestiti de’ loro abiti, che erano larghissimi da ogni parte, e -non nocivi per alcun modo alla circolazione del sangue. La giovine -donna fu la prima a svegliarsi; e gettando gli occhi sopra uno de’ -nostri battellanti, che riconobbe, gli testificò il suo piacer di -rivederlo, ed entrò in discorso con esso lui nella lingua lapona. Poco -dopo svegliaronsi e il marito di essa, e la suocera; ma i ragazzi -continuarono a dormire profondamente. La vecchia vedendo il Lapone -diede tosto in un pianto dirotto; la nuora ne seguì l’esempio; e così -fece il nostro battellante: poco stemmo a piangere anche noi, ma per -una di quelle simpatie, che hanno per interprete il cuore, e non le -labbra; quando entrato in casa il nostro interprete, e trovandoci -piagnenti, ci domandò in finlandese la cagione della nostr’afflizione. -Noi non potevamo dargliene alcuna; ma non così era della vecchia. Essa -avea veduto quel battellante l’anno precedente; e allora essa godeva -buona salute; ma da quel tempo in poi era stata colpita da apoplesia, -che le avea tolto l’uso della favella. Dopo alcuni momenti dati a -questa generale commozione, e quando ciascuno fu rimesso in calma, noi -domandammo un po’ di latte, e di formaggio di renna: immantinente la -reggitrice della casa uscì, e ci condusse alla dispensa, la quale era -un piccol casotto di legno, piantato sopra alcuni piuoli ad una certa -distanza da terra, perchè le provvisioni ivi tenute non rimanessero -alterate dalla umidità della neve in inverno; e fummo sbalorditi -veggendo la quantità delle cose, che quella brava reggitrice teneva -nella piccola dispensa. Ivi era molto pesce secco, e carne di renna -secca anch’essa; e formaggio, e lingue di renne, e farina di avena; -poi pelli di renne, pelliccie, ed abiti di lana, ed altre cose. Tutto -annunciava uno stato agiato, ed anche ricchezza; e ciò che merita -d’essere particolarmente osservato si è, che quella buona donna ci -offrì tutto quello, di che avessimo bisogno nella più pulita e cordiale -maniera, e senza mostrare che neppure per ombra pensasse a quanto -potessimo noi darle in ricambio. Ben lontana da questo essa persistette -a ricusare il denaro che le offrimmo per le cose da noi accettate. Io -ho veduto pochi paesi, in cui gli uomini vivano in sì grande agiatezza, -e in tanta beata semplicità, come sulle coste marittime della Laponia. -Le loro casupole sono scure ed anguste: non hanno lettiere, non sedie, -non tavola: assidonsi per terra; e in terra dormono sopra foglie di -betulla. Ma che serve? essi in casa non mancano di alcuna cosa, che sia -loro necessaria; e ciò loro basta. Quanto alla situazione, le loro case -godono di un aspetto ridente, essendo per la più parte poste sulla riva -del mare, fabbricate ora a’ piedi, ed ora a’ fianchi delle montagne, e -sempre presso a luoghi, in cui la mano benefica della natura ha posto -grassi pascoli, e fecondissimi, senza bisogno che alcuno li coltivi; ed -è per certo sopra ogni cosa avventurosissima sorte, che possano dire -qualmente il suolo che calcano co’ piedi, e la terra che provvede ai -loro bisogni, sono veramente roba loro, senza temere che un despota -venga a turbarli nel loro possesso. I soli nemici che abbiano da temere -sono alcuni mercanti, i quali vengono a stabilirsi sulle loro coste, -e la cui avarizia e cupidità abusano di loro innocenza, e della loro -inclinazione, per vender loro ad un prezzo eccessivo i liquori forti, -ed altre cose, delle quali abbisognino. - -Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma -fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a -ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza -per fare una corsa nell’interno del paese, e cercare qualche oggetto -capace di fissare la nostr’attenzione, come sarebbe stato l’incontro -di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette -in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti -deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e -d’altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di -riposarci all’ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano -per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la -nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea -forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le -altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d’albero -tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a -terra, e a que’ pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale -in maniera che s’incontrano insieme nella loro estremità superiore. -Foderano poi l’ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa -cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo, -avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso -questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio, -ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono -mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una -catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in -modo che s’incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti, -e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa -catapecchia que’ Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle -ch’erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di -latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta -in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle. -Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e -stavano pascolando alla montagna, d’onde non doveano ritornare che -alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare -a trovarle con pericolo di perderci per le strette de’ monti, giacchè -la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo -a que’ Laponi un poco d’acquavite perchè coi loro cani andassero a -trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo -che riuscisse a noi vicino. Appena que’ Laponi ebbero assaggiata -l’acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa, -sentimmo l’abbajare de’ cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci -dissero quello essere il segnale dell’arrivo delle renne. Infatti un -istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento -renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse -miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto -della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro -latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma -non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere -chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini, -e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l’agio, posciachè le renne -furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi -estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que’ -poveri animali erano magri magri: aveano un’aria di tristezza e di -patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano -fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda -gl’incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le -morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera -di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle -renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì -pel rodimento che vi cagionano gl’insetti a mano a mano che in figura -di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti, -e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici -entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto -al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne -danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume -e di forte, che si avvicina al rancido. - -Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello, -e di approfittare di un venticello fresco, che s’era alzato, e ch’era -propizio alla nostr’andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri -Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta -nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di -acquavite che ci accompagnava. - - - - -CAPO XVI. - - _Delle renne: dell’indole di questi animali: del governo che i - Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc._ - - -Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de’ Laponi, -è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di -più particolare. - -I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono -col nome di _rangiferi_. Il _Linneo_ chiama la renna _cervo dalle -corna ramose, rotonde, colle sommità palmate_; e i caratteri che danno -alla renna un’aria di famiglia co’ cervi, sono la mancanza de’ primi -denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna -crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano -ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il -cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno -larghe e meno grandi, che quelle del maschio. - -L’autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono -in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s’incontra che desiderino -la stessa femmina; ma il più attempato de’ maschi, che è anche il -più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune -femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n’ha anche delle -sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro -piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono -correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto -numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame -grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la -schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l’autunno il -pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul -corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea -questo colore. - -Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de’ maschi. -Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna -sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura -di due piccoli tumori neri, che s’alzano sulla fronte. Quando le corna -stanno per cadere, l’animale si mostra tristo; in questa circostanza le -renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que’ -pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro -dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione -di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste -corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro -radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami -spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali -combattono insieme, si attaccano, e s’imbarazzano tanto, che bisogna -che l’uomo accorra a liberarneli. - -Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s’introduce -pel naso, e penetra ne’ seni frontali; e non se ne liberano che per -mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono -anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato -rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di -cui parlo, consiste in un’affezione di milza. Si è altrove parlato del -male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne -soffrono, è un panereccio, che loro viene all’unghia, e che il _Linneo_ -crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle -alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può -salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici -anni: termine di sua longevità. - -Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro, -che i botanici chiamano _licheno rangiferino_: esse però se lo debbono -guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve. -Guai, se la neve gelata l’indurasse tanto, che la renna non potesse -giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe. - -Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de’ -Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba -facilmente. - -In alcuni luoghi della Norvegia s’impiegano le renne agli usi stessi, a -cui s’impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle. - -La renna ama appassionatamente l’orina dell’uomo; e fa meraviglia il -vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi -è attratta pe’ sali, che l’orina contiene. Dicesi pure che faccia -la caccia a que’ sorci chiamati _lemmi_, de’ quali però sembra -non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch’esse vanno -prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle -slitte. - -I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli -animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage, -che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in -tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi -in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse -concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di -rifugiarsi alle tende de’ pastori, ove sono chiamate, colte da terrore -alla vista, od agli urli de’ lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi -allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano. -Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha -informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta -morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento -colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto -lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le -divora. È notabile un’altra particolarità in proposito; ed è questa, -che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte -sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento -serve di avviso al pastore lapone che l’inimico si approssima; e a quel -segnale si mette in guardia. Un’altra particolarità si è, che le renne, -le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo -vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere, -soccombono. - -I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri, -non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti -necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un -loro particolar segno all’orecchio mediante una incisione. Perchè -poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si -smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due -volte le chiamano alle tende; e quest’uso sieguono anche nel cuor -dell’inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di -sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura -del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti -climi rimanga per sette settimane sotto l’orizzonte; e perduto nella -più bassa parte dell’emisfero non lascia che un debil luciore di alcune -ore. Però per quanto rimanga allora l’atmosfera ottenebrata, non è mai -nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o -per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia -tutto coperto di nubi: il che s’intende dalle dieci ore della mattina -sino all’un’ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d’inverno. -Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello -delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il -sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi -di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile, -tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della -notte generale principiano a sparire; e come nell’inverno il sole avea -cessato d’illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo -ritorna a rallegrare l’abitante comparendo sull’orizzonte, e brillando -notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che -il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del -giorno. Ma ritorniamo alle renne. - -Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un -circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In -inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato, -debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo -bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un’ora regolare. -Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca -nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve, -e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via -una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia -generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene -ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè -ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per -avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le -renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de’ quali i Laponi -mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le -renne, secondo l’occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni -cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia. -Quando nell’inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il -Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne -manchi alcuna, rimasta preda de’ lupi; ed è raro il caso, che il Lapone -a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n’è, anche nel caso che la -greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste. - -Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto, -due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati -e le femmine sovente si abbandonano ne’ boschi a loro talento senza -alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro -piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d’alberi: parco che si -costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda -importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro -sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano -tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco -medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come -sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono -molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle -per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra: -contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte, -nè di burro, nè di formaggio. - -Per la castratura de’ maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo. -Non ricorrono al coltello, nè fanno l’incisione preliminare; ma -ammaccano co’ denti le parti che altrove si tagliano. L’animale, che ha -subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte -de’ lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n’è il -padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre -si paragona alla renna castrata. - -Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le -sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove -si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche -persona che voglia incaricarsene. - -Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede -talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un -maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne -copre una, dall’accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia -nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia, -e più grosso della domestica. - -Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I -Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne -attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che -delle robe. Usano a quest’uopo de’ maschi castrati. Ma l’assuefarle -al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n’ha di quelle, -che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come -compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le -leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta -industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione -delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per -portare una persona, tutt’aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso -sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta -per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì -poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno -de’ lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si -può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga, -più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle -mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per -preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza -incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di -coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta -che s’alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando -ne cada. La quarta, anch’essa incatramata di fuori, serve parimente -al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza; -ed ha un ponte che va da una estremità all’altra, ed alcuni ingegni -ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta -il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è -attaccata alla testa della renna, e ch’egli tiene raccomandata al suo -pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima: -quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da -un canto all’altro la briglia; e l’animale s’avvia colla maggiore -velocità. S’egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle -sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo -che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce -sull’istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone -viaggia in compagnia d’altri, dà la sua briglia al conduttore della -slitta che lo precede, il quale l’attacca alla slitta sua; e la -renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente -è l’industria de’ Laponi in dirigere le renne nella discesa de’ più -scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un -precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna: -per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro -della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell’animale, -che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel -proprio peso. Ingegni simili, variati, all’uopo usano i Laponi nel -dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già -mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì -alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima, -o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa -lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta, -e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi -sopra, la renna fa cinque a sei leghe all’ora. Ma ciò basti. - - - - -CAPO XVII. - - _Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale. Golfo delle - Balene. Isola della Have-Sund, il più orribil sito, che possa - vedersi. Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione di - questo promontorio._ - - -Entrati adunque nel nostro battello noi passammo il Whaal-Sund, ossia -il golfo delle Balene. Esso era agitato da una violentissima correntia, -e dal venticello gagliardo che soffiava in una direzione contraria alla -nostra gita. - -Le balene recansi in gran numero in quel golfo; e in que’ mari, -per quanto ci si disse, sono comunissime. Ma quantunque le nostre -genti ci assicurassero che non aveano mai passato quello stretto -senza averne vedute otto o dieci, noi non ne incontrammo nessuna. -Smontammo abbordando alla casa di un mercante posta in un’isola presso -l’Have-Sund. Ardisco dire che quella era la più orrida abitazione di -tutta quanta la contrada. Il terreno del contorno non avea un solo -albero, nè un solo cespuglio, nè un filo d’erba: nè vi si vedeva che -nude rupi. L’abitatore di quel luogo non avea nulla, se non ne andava -a cercare ben lungi; e così era persino della legna da scaldarsi. In -quel luogo il sole stava assente dall’orizzonte per quasi tre mesi, -di modo che senza le aurore boreali, che spargono una luce utilissima -agl’indigeni, que’ miserabili rimarrebbonsi sepolti nelle tenebre più -profonde. Che soggiorno d’orrore per un abitante della zona temperata, -se fosse condannato a passarvi la vita! L’amor del guadagno, e quello -della pescagione, vi fissano nondimeno alcuni individui. - - [Illustrazione: _Tav. III._ — VEDUTA DEL CAPO NORD] - -Del rimanente più che si accosta al Capo-Nord, più la Natura sembra -infoscarsi; la vegetazione debolissima, che fa ogni suo sforzo sulla -superficie della terra, immantinente perisce, e non lascia presso di sè -che rupi scarnate. - -Continuando il nostro viaggio lasciammo alla sinistra lo stretto -formato dall’isola deserta detta Mageron, e dal continente. Alla -nostra destra aprivasi la vasta estensione dell’Oceano-glaciale; ed a -mezza notte precisa arrivammo finalmente all’ultimo punto dell’Europa, -cognito sotto il nome di _Nord-Cap_, o _Capo-Nord_. - -Questo Capo-Nord, oggetto formidabile di una temerità vittoriosa di -tanti ostacoli, di tanti pericoli, e di tante fatiche; scopo veramente -colossale di un viaggio tanto lungo, intrapreso pel solo piacere -di toccarlo, e perchè fosse detto una volta senza impostura che gli -uomini non si erano arrestati se non dove era loro mancata la terra; -il Capo-Nord presentandosi a’ nostri sguardi s’impadronì di tutte le -nostre facoltà. Al suo aspetto la nostra immaginazione si separò da -tutto quello che la nostra vita si lasciava alle spalle; e il mondo non -fu più per noi che in questo confine della terra. Il nostro orgoglio -si fece grande per la riuscita avuta; ci trovammo spettatori della -nostra propria audacia; e calpestando codesto suolo, che nissuno prima -di noi avea calpestato, pareaci di camminarvi sopra, non da uomini, ma -da creatori. — Ah! questo delirio ben presto svanì. La malinconia, la -tristezza cupa e profonda succedettero al nobile entusiasmo del nostro -trionfo. Le rupi senza ornamento, il terreno senza vegetazione, l’aria -senz’abitanti ci dissero ben chiaramente che tanta costanza, tanti -sudori, tante cure ed ansietà non aveano servito che a condurci ov’è la -tomba della Natura. - -Il _Capo-Nord_ è una roccia, la cui fronte, ed i cui enormi fianchi -spingonsi assai lungi nel mare. Gigantesco avversario de’ flutti e -degli uragani sembra sulla sua profonda base sicuro di comandare alla -loro agitazione; ma assalitori instancabili que’ flutti contro di esso -sollevati, non gli lasciano altra tregua che quella, la quale di tratto -in tratto la calma del cielo impone a’ loro proprii furori; e terribili -tosto che rimangano scatenati, tornano ad assalirlo, a batterlo, a -minarlo. Ogni anno l’antica sua caducità si va vieppiù manifestando: i -progressi di questa loro vittoria sono evidentissimi; e questo grande -sostegno del globo si va distruggendo senza alcun testimonio della -sua lunga e continua decadenza. Là tutto è solitario, tutto lugubre, -tutto sterile: niuna foresta sulla cima di que’ monti, niuna verzura -sulle grigie asperità di quegli scogli: non un uccello terrestre rompe -col suo volo la pacatezza dell’aria: niuna voce vi si ode fuori del -muggito dell’onde marine, e del fischio delle tempeste. Un Oceano -immensurabile, un cielo senza orizzonte, un sole senza riposo, notti -senza risvegliamento: la infecondità, il silenzio, la desolazione, ecco -i tratti di questo quadro sublime e tremendo: ecco il _Capo-Nord_. -Qui le occupazioni, l’industria, e le inquietudini degli uomini non -si presentano alla memoria che come un sogno: l’energia della natura -animata, le sue forme diverse, le innumerabili sue modificazioni -cancellansi dalla ricordanza. Non si vede più il globo che ne’ suoi -nudi elementi. Non è più il soggiorno della vita; è un punto del -sistema dell’universo. - - - - -CAPO XVIII. - - _Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti - al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle - vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei, - spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare - addietro dal Capo-Nord._ - - -La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il -vivo piacere d’essere giunti al termine de’ nostri desiderii, e -quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto -lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini, -finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima -riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza, -che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell’immenso paese, -che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell’altro che -dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie. -Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al -trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stesse cataratte, le -quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci -si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento. -E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a -sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati -tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d’imprudenza, -di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che -difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato, -di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra -immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla -matita per disegnare que’ massi enormi che sono altrettante pagine -formidabili degli annali de’ secoli; ed allora tutti intenti all’opera -gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva -fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato, -visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne -di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto -che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo, -dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo -di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell’anno diviso in -un solo giorno, ed una notte sola, e quello non meno meraviglioso del -giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà -dell’universo. - -Ma finalmente era d’uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii. -Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il -mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci -il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la -nostr’agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell’aria -aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla -gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso -sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più -di un brindisi da que’ confini ultimi della terra ai nostri amici de’ -paesi meridionali. - -Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro -accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie -liscie e lucenti dimostravano com’erano state battute dai flutti. -Nel mezzo d’essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un -sottil filo d’acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un -ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica. -Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una -contrada sì estranea ad ogni specie di vegetazione, e dove per certo -noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci -qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì -ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell’arte, anzichè -della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di -tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci -per empiere i nostri bicchieri di un’acqua eccellentemente fresca, e -dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall’Oceano. - -Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della -roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe, -secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un -rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro -caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di -granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso -genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a -tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora -disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare. -Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti, -i quali hanno stabilito il sistema della regione della neve perpetua ad -una cert’altura dell’atmosfera. - -Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco -tempo, che potemmo dare alla visita de’ contorni. Le pietre più -conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree -miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene -di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a -tramontana anch’esso. - -I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte -all’aria: comunissimo vi è il licheno geografico del _Linneo_, e vi si -trova pure quello che gl’Inglesi usano invece di cocciniglia per fare -il loro bel rosso. Quest’ultimo è abbondantissimo su tutte le coste -della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità. - -Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I -Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi. - -Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie -bivalve, e frantumi d’altri crostacei stretti talmente insieme per -opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico. -Innumerabili poi sono le ghiande di mare (_lepades balani_), le quali -si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli, e alle navi; -ma di una specie particolarmente ve n’ha, che sì forte si attaccano -alle balene, ch’esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora -nelle nostre corse su questi lidi l’_echinus esculentus_, il _buccinum -glaciale_, il _dimidiatum_, il _pecten_, qualche specie della _venus -meretrix_, l’_helix crepidularossa_, ed altre, che il mare avea -spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per -la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi. - -Le spugne anch’esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva -dalla forza de’ flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti -si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene -spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di -somma bellezza, formanti ramificazioni dell’altezza di un metro e più; -e ve n’ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci, -e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso. - -Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure -abbondano: ma non vi si trovano coralli. - -Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr’attenzione, e -la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di -terra. Le _alche_ fra gli altri, in que’ luoghi comunissime, e tra -queste quella che si distingue col nome di _artica_, veniva di tempo -in tempo presso il nostro battello più dell’_alca_, e della _pica_; e -pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo. -Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa -stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch’egli è obbligato a -fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna -averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l’alca artica in -aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e -rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente. - -Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono -un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano -alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine. -Codesta specie è indigena de’ paesi settentrionali; e il _Linneo_ l’ha -chiamata _anitra iemale_. - -Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci -persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo -fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la -calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, e -di braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci -trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che -ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del -sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la -superficie del mare, che rende l’aria sì grave, e soffocante, da non -poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda, -o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la -bocca aperta aspiravamo quel poco d’aria esteriore, che n’era presso. -Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore -sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo -che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia -disossigenata, che dal calore. - -Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel -punto, in cui più si avvicina all’orizzonte, in luogo del venticello -rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina -indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non -facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare. -Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la -natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solo _colimbo artico_, -co’ suoi gridi lugubri, e di mal’augurio, empiva quelle acque solitarie -de’ suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja. - - - - -CAPO XIX. - - _Ritorno ad Alten per diversa strada. Isola di Maaso: suoi - abitanti, e loro ospitalità. Vantaggio di chi viaggiando è - tenuto per un principe. Hammerfest. Penisola Hwalmysling. Fregata - inglese. Arrivo in Alten. Corsa a Felwig: gran mercato di pesce._ - - -Non ritornammo ad Alten per la strada tenuta dianzi: ma approfittando -della occasione visitammo tutto quello che ci si era detto meritare -attenzione nelle isole che sorgono presso la costa. La prima fu l’isola -di Maaso, abitata da un ministro, da un mercante, e da una trentina -di famiglie. Il mercante ci accolse colla più alta distinzione: ci -offrì diverse qualità di liquori; ci regalò alcune delle spugne che -trovansi sulle coste, di alcune conchiglie, e di un’alca, che suo -figliuolo avea impagliata. Poscia ci fece vedere i contorni della -sua abitazione, i quali non erano che semplici rupi, e caverne, ove -andava a caccia di lontre. Alla nostra partenza alzò padiglione, e -ci salutò con tre colpi di cannone. Questi segni di rispetto, e, se -vuolsi, di sommissione, erano senza fallo meno l’effetto della semplice -ospitalità, che un omaggio ch’egli credeva di rendere a due principi, -i quali per curiosità viaggiassero in codesto paese in _incognito_, -per godere di maggior libertà. Questo errore era fondato sopra un -avvenimento precedente. Un figlio dell’ultimo duca d’Orleans dopo -avere attraversata tutta la Norvegia, venne di là su questa costa -montato sopra un vascello: da quest’isola passò ad Alten, e da Alten -continuò la sua strada a cavallo, accompagnato da un giovine chiamato -_Montjoye_. Tutti e due seguivano a un di presso la stessa direzione, -che tenemmo noi; e tutti e due viaggiavano sotto finti nomi; il primo -sotto quello di _Müller_, e l’altro sotto quello di _Fröberg_, che in -alemanno significa lo stesso che il nome francese. L’anno appresso i -mercanti furono informati dai loro corrispondenti, che uno d’essi era -il principe d’Orleans; e da quel tempo in poi tanto in Norvegia, quanto -sulla costa di Laponia si credeva che ogni forestiere accompagnato da -un amico, e da due domestici, dovess’essere un principe viaggiatore o -per propria istruzione, o per piacere. Per formarsi poi una giusta idea -della ospitalità da noi ricevuta a Maaso sarebbe necessario sapere, -se i due personaggi accennati ricevessero le stesse dimostrazioni -di rispetto, che si usarono con noi. Io viaggiai in appresso col mio -compatriota _Bellotti_ attraverso della Norvegia, ove fummo trattati -della stessa maniera, ricevendo i più distinti onori; e mi compiaccio -di ricordare con viva riconoscenza l’ospitalità che in quel paese -si praticò con noi. Se non che senza mancare alla verità non posso -dispensarmi dal dire che dappertutto eravamo tolti per principi -italiani venuti verso il Nord per passarvi il tempo delle turbolenze, -che regnavano ne’ loro paesi; e cercavasi in tutti gli almanacchi -che principi potessimo essere. Il mio compagno, di una complessione -e di una ciera delicatissima, passava pel principe incognito; ed -io, più forte e robusto, era il suo segretario, o il suo Mentore. -Alcuni lo riguardavano come il figlio del duca di Parma; altri lo -prendevano pel figlio di quello di Modena; ed alcuni più scrupolosi -nelle loro ricerche, dicevano ne’ loro scrutinii genealogici, che -confrontando la sua età con quella d’altri principi mentovati negli -almanacchi, potevano con sicurezza asserire ciò che affermavasi della -sua condizione. Voglio credere che questa opinione influisse sopra -una certa classe di persone nelle principali città di Norvegia, ove -passammo alquanti giorni. - -Da Maaso andammo ad Hammerfest, luogo, ove sono due, o tre mercanti, -un ministro, ed alcune famiglie. Tutti questi stabilimenti sulla -costa hanno molta somiglianza fra loro. Dappertutto si vede la -stessa sterilità, la nudità stessa, e lo stesso taglio delle rupi. -In quest’ultimo sito scorre un fiumicello, che passa attraverso di -una bella stretta ombreggiata di betulle; e vi si pescano sermoni -eccellenti. Alla riva direttamente posta all’incontro di Hammerfest -v’è una penisola chiamata Hwalmysling, in cui trovansi molte lepri, le -pelli delle quali fruttano al padrone ogni anno i dugento e trecento -risdalleri. Uno de’ mercanti di Hammerfest ci disse vagamente, che al -tempo de’ suoi predecessori una fregata inglese, sette od otto anni -all’incirca indietro, era venuta sulla costa con due astronomi, uno -de’ quali inalzò un osservatorio sopra una montagna vicina, mentre -l’altro, per quanto egli credeva, era andato a fissare la sua residenza -per alcun tempo sul Capo-Nord. Ma non si ricordava nè in quale anno -quella fregata inglese fosse comparsa colà, nè i nomi degli astronomi: -tutto quello che sapeva dire, si era, che l’apparizione di quella -fregata avea fatta tale impressione sugli abitanti della costa, che -andarono tutti per vederla, e ritornaronsi colla terribile apprensione, -che non forse portasse la guerra, e la distruzione in tutto il loro -circondario. Il ministro era sì grosso di persona, sì robusto, e di una -statura sì gigantesca, che se il suo ingegno avesse potuto sostenere un -parallelo colla statura, egli sarebbe stato il più gran teologo della -età nostra. Egli parlava latino e tedesco; e pareva molto sollecito -per sapere tutto ciò che appartenesse a politica. Gran piacere ebbe -in veder noi, persuaso che potremmo dargli delle nuove più fresche di -quelle ch’egli aveva. E si può farsi una idea della lenta comunicazione -di questa parte del globo col rimanente d’Europa, da questo, che -eravamo ai 19 di luglio del 1799, e il ministro di Hammerfest non -aveva ancora udito parlare de’ grandi affari politici seguiti dopo la -battaglia navale di Aboukir, accaduta nell’agosto del 1798. - -Noi trovammo in Alten una persona, che io avea incaricata di farci una -raccolta di piante e d’insetti, ed un’altra per darci un saggio della -sua abilità in sonare il violino, onde poter conoscere lo stato della -musica in questa parte d’Europa. Ivi ci fermammo parecchi giorni per -fare i preparativi necessarii pel nostro ritorno verso il golfo di -Botnia. Durante questa fermata facemmo una piccola corsa a Felwig colla -intenzione di vedervi i Laponi, i quali vi capitavano da tutte le parti -per vendere i loro pesci. Chiamasi Felwig un piccolo porto tre miglia -distante da Alten; e vicinissimo a quel porto è un villaggio abitato da -alcuni mercanti, e da un ministro: vi si vede pure una chiesiuola. - - - - -CAPO XX. - - _Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari cataratte. Motivi - di rimontarne una, e sforzi inutili. Viaggio per le montagne, - e gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia la navigazione - dell’Alten. Arrivo a Kantokeino. Passaggio ad Enontékis. - Viaggiatori inglesi, e loro memorie. Memoria di un emigrato - francese. Estratto di un manoscritto del curato di Enontékis. - Partenza da Enontékis per Tornea ed Uleaborg._ - - -Io risparmierò al mio lettore le particolarità del nostro ritorno -attraverso del deserto; e lo condurrò rapidamente a Tornea -presentandogli in compendio la sostanza del mio giornale. - -Noi rimontammo il fiume Alten in due battelli, avendo contro di noi -tutte le cataratte, che con uno sforzo incredibile di perseveranza -superammo in più lunga misura, che mai si fosse fatto. Il cammino pel -fiume presenta vedute pittoresche quante, e quali la immaginazione -di un pittore possa mai desiderare. Le sponde dell’Alten qualche -volta sono graziosamente ornate di belle betulle, e qualche volta -presentano un orrido aspetto, la cui asprezza non si vede però senza -un certo secreto diletto; ed è là che veggonsi masse di rupi a picco, -ed inaccessibili, fra le quali apronsi precipizii profondi. Seguendo -il fiume trovammo una cascata che veniva giù perpendicolarmente da una -rupe, che sarebbesi presa per le ruine di una gran cattedrale. A’ piedi -di quella rupe era un laghetto avente sulle sue sponde degli scaglioni -tagliati naturalmente nello scoglio: il che dava ad un tale accidente -della natura l’apparenza di un tempio antico. Qui noi vedemmo un orso -venuto al fiume per bere; ma appena ci ravvisò, corse ad internarsi nel -bosco. Anche una volpe venne sul sito medesimo per bere; e si tenne -nel suo cammino direttamente in faccia alla tenda, sotto cui avevamo -passata la notte: declinò però anch’essa a quella vista, ma senza -mostrar paura. - -Più lungi fummo colpiti dalla vista di due cascate opposte l’una -all’altra, e tutte e due precipitantisi da un banco del fiume Alten, -il quale a poca distanza forma anch’esso una cascata insormontabile. -Tre cataratte tanto vicine l’una all’altra in sì piccolo spazio sono -un fenomeno di tal genere, che non ne avea ancora veduto l’esempio; e -se lo avessi veduto presentato in un quadro, io l’avrei preso più per -un capriccio ideato da pittore immaginoso, che operato realmente dalla -mano della natura. Noi facemmo tutti gli sforzi possibili per rimontare -la cataratta del fiume, sebbene mostrava di ridersi del nostro disegno; -e dover essere il _non plus ultra_ della nostra navigazione. Per -riuscire nella impresa disponemmo i nostri Laponi in diverse maniere, -facendo loro tenere in mano delle corde per fermare il battello, ed -altre legando alle nostre reni pel caso, che il battello venisse a -spezzarsi sopra uno scoglio, o cedendo al vortice si affondasse. E -mancò poco infatti, che così non succedesse: se non che fortunatamente -il Lapone, che teneva la corda ferma al di dietro d’esso battello, -seppe tirarla a tempo. I pericoli da noi corsi su questa cataratta non -sono qui presentati con esagerazione: essi furono reali; e noi non vi -ci esponemmo, che per evitare la fatica de’ lunghi giri, che avremmo -dovuto fare per terra. - -Noi stavamo sufficientemente bene in quel nostro battello; ma se dopo -tutte le pene sostenute la navigazione che rimaneva da farsi per quel -fiume si fosse renduta impraticabile, non avremmo avuto altro partito -che quello di attraversare la catena di montagne terribili, e di fare -un lungo, e faticoso viaggio a piedi con grande pericolo di perderci -ne’ deserti. Al contrario più che noi ci fossimo internati nel paese -seguitando il fiume, più la nostra strada per terra sarebbe riuscita -breve. Superando poi questa cataratta era a presumere, che il fiume -divenendo piano di più, e navigabile per un più lungo spazio di via, -potrebbe permetterci l’uso de’ nostri remi; e queste presunzioni erano -abbastanza fondate per impegnarci a fare qualche sforzo: noi facemmo -tutti i possibili; ma inutilmente. - -Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte -per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in -un’altra temperatura, poichè il termometro di _Celsius_ cadde ai 4 -gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di -fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare -l’Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare -un po’ di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche -temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non -facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non -fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo -lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci -per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per -avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un -venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente -la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla -in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci -di vela. - -Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a -piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo -nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta -la strada, nissuno avendola per l’addietro praticata. Le montagne, -che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come -quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati -ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia -norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in -mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi -deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano -in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso -correvamo pericolo di errare in que’ boschi sino all’approssimarsi -dell’inverno, o d’essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per -fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo -una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia. -Vi arrivammo il dì appresso che n’erano partiti due Inglesi, i quali -aveano intrapreso l’istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d’essi -stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi -ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. _Clook_, e il sig. -_Cripps_, due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio -di Gesù in Cambridge. Il sig. _Clook_ era stato in Italia, e sapendo -che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere -forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto -dal ministro quattro versi dell’_Ariosto_, che eccellentemente si -appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le -fatiche del mio viaggio. Eccoli. - - _Sei giorni me ne andai mattina e sera_ - _Per balze e per pendii orride e strane_, - _Dove non via, dove cammin non era_, - _Dove nè segno, nè vestigia umane._ - -Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed -erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia. -Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare -uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni -del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice -la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in -aria entro un pallone. Ignoro l’effetto che la vista di un tal prodigio -avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il -concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali -per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro -nomi sul registro coll’apostrofe seguente: _Straniero, qualunque tu -sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo -paese nativo, di’ a’ tuoi, che la filantropia è insegnata presso -le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua -teoria non penetrò mai._ Sulla pagina opposta del libro era il nome -di M. _Vesvroti_, venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea -annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch’egli era -stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua -nota: _Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit -die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus -Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia -Burgundiae._ - -Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl’impiegava il -tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche -e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea -anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande -fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade -pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una -donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo -varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa -porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la -materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito -dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il -manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della -popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici; -il terzo delle colonie stabilite ne’ contorni; il quarto de’ Laponi -nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del -paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più -brevemente che mi sia possibile. - -La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258 -sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti, -che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle -loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva -da’ suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della -chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del -Nord!! - -I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e -pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa -chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto -ciò ch’egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo -alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di -paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre, -le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando -stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste -pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe -all’intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani -molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond’è che centinaja di -risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie -gravi ed acute muore prima d’aver potuto significare ad alcuno il luogo -del suo tesoro. - -In quanto al vestito de’ Laponi, il manoscritto diceva, che appena v’è -qualche differenza tra quello de’ Laponi erranti, e quello de’ Laponi -che hanno domicilio stabile: eccetto che questi usano in estate di -vestirsi con stoffe di lana in vece di pelli di renna, e che portano -camicie; laddove i Laponi erranti di queste non ne hanno. - -Il manoscritto parlava di una specie di mucilaggine, o colla, fatta -col corno della renna, che ben preparata possiede grandi virtù. Vi si -leggeva pure che la malattia più comune tra le renne era quella che -attacca l’epiploon, contro della quale non v’ha rimedio che valga; e -che l’animale che ne sia attaccato, forza è che muoja nello spazio di -un anno. I mali di testa, di fegato, di cuore, e de’ piedi erano fra -questi animali frequentissimi. Il manoscritto si estendeva ancora sul -numero spaventoso dei lupi, i quali nel corso del 1798 aveano fatto un -esterminio nelle renne: particolarità che il ministro attribuiva alla -guerra di Finlandia. - -Quanto a produzioni naturali vi si leggeva, che i pomi di terra -riuscivano assai bene ne’ contorni; ma che con grande difficoltà le -radiche, ed altre piante di cucina crescevano nella loro stagione; che -l’orzo e l’avena potevano essere seminate con utilità. Del rimanente -qui per lavorare la terra si usa un aratro particolare al paese, ed -appropriato a questo suolo, ove bisogna evitare nell’arare le grosse -pietre. - -Parlava in oltre il manoscritto del lampone artico, che ivi cresce -naturalmente, ma non sì bene come quello che dà il così dai botanici -detto _rubus chamaemorus_. Faceva pur menzione degli uccelli; ma non -diceva nulla degli insetti, come sarebbe stato il desiderio nostro. -Ne avea però il buon ministro fatta una raccolta, che avea mandata a -Stockholm ad uno de’ suoi corrispondenti, come pure all’Accademia, -dalla quale riceveva una pensione annua di sessanta risdalleri per -ajutarlo a proseguire le sue ricerche statistiche, e scientifiche, a -continuare le sue osservazioni, e ad occuparsi con buona riuscita delle -cose appartenenti alla storia naturale. - -Il nostro viaggio da Enontékis a Tornea si continuò lungo il fiume: -arrivammo a Muonionisca, dove vedemmo il nostro amico, il curato, -e l’eccellente nostro piloto, _Simone_. Facemmo visita a tutte le -persone che avevamo conosciute ne’ diversi luoghi, ne’ quali eravamo -stati accolti tanto bene; e spezialmente a Kengis, e ad Uper-Tornea, -ove salutammo il ministro della parrocchia, e le sue amabili figlie. -A Tornea non lasciammo di rivedere i nostri amici, il rettore, e -il mercante, che ci riguardarono con venerazione, meravigliati del -viaggio, che avevamo fatto; e finalmente entrammo trionfanti in -Uleaborg, dove esponemmo alla vista degl’increduli amici le conchiglie, -gli uccelli, le spugne, e gli altri oggetti di storia naturale proprii -del Mar-gelato: cose tutte raccolte da noi come prove autentiche del -viaggio fatto al Capo-Nord, ultima e più remota estremità dell’Europa, -a’ 71 gradi, e 10 minuti di latitudine settentrionale. - - - - -CAPO XXI. - - _Costituzione fisica de’ Laponi. Loro origine e loro lingua. - Robustezza ed agilità de’ Laponi, e lavori. Loro religione e - moralità; e cause di corruzione. Vestito: incombenze dei due - sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina, e mobili di casa. Caccia - delle renne selvaggie: caccia d’altri animali del paese. Alcuni - particolari usi de’ Laponi. Loro nozze, e loro giuochi._ - - -Molte cose nel decorso di questa relazione sono state dette riguardo ai -Laponi; ma non quante possano interessare la curiosità di un lettore, -che ami istruirsi. Si darà qui un compendio delle più importanti -notizie, che finora hannosi di questa razza d’uomini. - -Il complesso de’ tratti, che nella sua persona il Lapone presenta, lo -fa vedere di una razza veramente particolare. Egli nasce, e nella sua -prima età si mostra grosso, grasso, e direbbesi gonfio in tutto il -corpo: cresciuto poi, rimane piccolo di corpo, e magro, con capelli -neri, distesi, e corti, e coll’iride degli occhi tendente al nero. -Bronzino n’è il color della pelle e tendente al nero: larga è la sua -bocca, scavate le gote, il mento alquanto lungo ed aguzzo. I suoi -occhi sono deboli, e sgocciolano continuamente: il che facilmente -può attribuirsi tanto al fumo, che ne riempie l’abitazione, quanto -al riverbero della neve, che copre tutto il paese. Alcuni scrissero -d’aver veduto Laponi coperti di pelo come gli animali: ne avrebbero -avuto bisogno; ma egli è molto probabile che chi disse pelosi i Laponi -confondesse coll’abito, di che erano vestiti, la loro pelle. Altri -dissero che i Laponi aveano un occhio solo. Questi non videro mai -Laponi; e si contentarono di ripetere favole udite. - -Chi abbia dato il nome di Laponi a questa generazione d’uomini, è -cosa da nissuno indicata; nè è indicato da qual tempo in qua tale -denominazione si usi. Solo si nota che il nome di _Lapone_ comprende -tre etimologie della lingua svedese: _lapp_ è la prima, che vuol dire -_lusso_; la seconda è _lappa_, che significa _pipistrello_; la terza -è _lapa_ che significa _correre_. Si è creduto giustificata la prima -dall’abito, la seconda dal brutto aspetto; e la terza dalla vita -errante. Se ciò è, hanno ragione i popolani della Norvegia e della -Finlandia, abitanti sui confini della Laponia, di sdegnarsi quando si -sentono chiamare col nome di Laponi. - -Ma quale è l’origine di questo popolo? La storia anteriore per tre -e più mil’anni all’era nostra volgare lo direbbe, s’essa fosse stata -scritta ne’ debiti tempi. Tutto ciò, che la sana critica può permettere -di credere, si è che per la famosa irruzione degl’_Hiong-nu_ ne’ paesi -meridionali della Siberia e Tartaria, tra le generazioni, che dovettero -dar luogo a quella bellicosa moltitudine, vi fosse pur quella, da -cui sono derivati i Laponi. Nel primo loro concetto adunque essi -sono a modo nostro di dire Sciti o Tartari. I popoli per tale motivo -profughi si spinsero avanti, accomodandosi come poterono; ma non è -credibile, che scegliessero spontaneamente gli aspri climi, ne’ quali -li vediamo stabiliti: nè uno fu l’urto, nè di un’epoca sola. Le stesse -cagioni produssero gli stessi effetti più volte; e le orde più deboli -furono costrette a ripararsi come poterono; e la necessità le portò -a contentarsi del ricovero, che trovarono nella più settentrionale -striscia del continente. Il tempo e il clima hanno poi operati in que’ -popoli i caratteri, che ora li distinguono. Chi sapesse a fondo le -lingue tartare, e coi debiti sussidii le potesse paragonare con quelle -che parlansi dai Finlandesi, Norvegii, Samojedi, Laponi ed altri, -troverebbe forse non poche traccie della origine comune. È poi fuori -di ogni dubbio, che i costumi e gli usi de’ Laponi conservano profondi -indizii della loro provenienza scitica, o tartara che vogliam dire; e -che le aspre contrade situate verso l’Oceano-glaciale dal Kamtschatka -in qua, sono abitate da razze d’uomini simili in tutto ai Laponi. - -Del rimanente parlando della lingua particolare de’ Laponi, essa è -interamente distinta da qualunque altra, eccettuatane la finlandese, -colla quale sembra avere qualche analogia, minore però di quella che si -noti tra la lingua danese e la tedesca. Anzi è da dire, che quantunque -la lingua lapona contenga molti termini somigliantissimi alla lingua -della Finlandia e della Danimarca, o per dir meglio di quella di -Norvegia, essa differisce tanto da queste lingue nella maniera generale -di parlare, che pronunciando certi termini il Lapone, il Finlandese -e il Danese o Norvegio non potrebbero intendersi, sempre che ciascuno -usasse il proprio dialetto. La comunione poi di tali vocaboli presso -codesti popoli altro infine non proverebbe che una origine comune. -Questa induzione però cesserebbe d’essere giusta, se si applicasse -a que’ termini notati nella lingua lapona che sanno di somiglianza -a voci ebraiche. Tutto rispetto agli Ebrei è nuovo, se si confronti -coll’epoche precedentemente da noi indicate; e in meno remoti tempi che -relazione si può egli sognare tra Laponi ed Ebrei? E coloro i quali si -arrischiarono di pensare che i Laponi possono avere avuta origine dagli -Ebrei, perchè hanno in quelli notati alcuni usi proprii di questi, non -hanno fatto che abusare del senso comune. - -La lingua lapona per attestazione del missionario _Leemens_, che ne -ha scritta una gramatica, è commendabile per una elegante concisione, -poichè esprime con una sola parola ciò che in altre lingue ne richiede -parecchie. Una proprietà di questa lingua si è l’abbondanza di -diminutivi: il che le dà grazia ed espressione. Un’altra proprietà sua -è di annunciare in plurale i nomi de’ fluidi, de’ metalli, de’ grani, -dell’erbe e de’ frutti. - -Il Lapone, piccolo com’è di corpo, secondo che abbiamo notato, -non è meno robusto e gagliardo di forza: il che deve e alla sua -naturale costituzione, e al costante esercizio. Egli in ogni suo -intraprendimento ha pazienza e coraggio meraviglioso. Ma quantunque -dotato d’organi vigorosi e di membra esercitate alla fatica, non è -meno degli altri Europei viventi in migliori climi esposto a malattie. -Però in essolui codeste malattie hanno un certo carattere di benignità, -così che i rimedii più semplici le dissipano, e loro rendono la salute -quando almeno la causa non sia acuta. Ciò è un gran compenso nella -impossibilità, in cui sono di procurarsi grandi soccorsi. Per questo il -più prezioso regalo, che possa farsi ad un Lapone è quello di pepe, di -zenzero, di cannella, di noce moscata, di tabacco e di droghe simili, -per quanto piccola ne sia la dose. - -Uno de’ loro caratteri fisici assai notabile è la somma loro agilità. -Le loro membra hanno una flessibilità stupenda. È sorprendente cosa -il vedere in che numero sanno ammucchiarsi insieme in un luogo, che -non potrebbe capirne che la metà, od un terzo. A questa loro agilità -può riferirsi la maniera, con cui quando le montagne sono coperte di -neve, discendono dalla cima delle medesime giù per un fianco scosceso e -dirupato, armati di una specie di scivolatojo fatto di legno, e di una -certa lunghezza, curvato in forma di un quarto di circolo, in mezzo del -quale piantano il piede. Coll’ajuto di questo scivolatojo scansano di -profondarsi nella neve, ed agevolano il cammino, venendo giù con tale -velocità, che l’aria fischia nelle loro orecchie, e i loro capegli si -sparpagliano al di dietro della testa. E sono sì valenti in conservar -l’equilibrio, che per quanto forte sia l’impulsione che hannosi -data, possono senza fermarsi levare da terra il loro berretto, se per -caso sia caduto, o tutt’altra cosa che trovino sul loro passaggio. -Incominciano ad esercitarsi in questa facenda sin da fanciulli. - -Quando i Laponi viaggiano sulle loro renne, la celerità del marciare -di codeste bestie non può concepirsi, se non se n’è stati testimoni. -Le renne giungono con tanta prestezza sia alla cima, sia a’ piedi -delle montagne, che il moto delle reni del cavalcante può appena -distinguersi. I Laponi della costa sono singolarmente svelti nel -maneggio de’ loro battelli. - -Alcuni Laponi sanno scolpire il legno e il corno, quantunque non -abbiano altro stromento che un piccolo coltello ordinario; e con -esso fanno piccoli mobili, come tavole, cucchiai e cose simili, come -dirò qui appresso. Le loro slitte, nella maniera colla quale sono -costruite, provano in essi sagacità e antiveggenza. Anche le donne sono -industriosissime; e ne fanno una prova i begli ornamenti delle loro -cinture. Questo popolo sì abile alla caccia in addietro non usava che -l’arco e le freccie: oggi conosce l’uso delle armi da fuoco; e sono -divenuti eccellenti nel tirare. - -Tutto fa presumere, che fin verso la metà del Seicento i Laponi -vivessero nelle tenebre del paganesimo, e senza alcuna cognizione di -lettere. _Federico IV_, re di Danimarca, salito al trono nel 1619, -stabilì una missione religiosa, continuata poi da _Cristiano VI_, da -_Federico V_ e da _Cristiano VII_. Molti Laponi sanno a memoria non -solamente il catechismo, ma parecchi salmi e parte degli Evangelii. -Hanno poi in grande venerazione i loro missionarii e curati; e spesso -li regalano di latte gelato, di lingue e di grasso delle loro renne. -Sono attentissimi ad osservare le feste; e allora si guardano dallo -spergiurare e dal maledire, vizii ordinarii tra i Norvegii; ed in -generale è giusto dire che menano una vita veramente pia e regolata: -raro è che commettano fornicazione ed adulterio; e il furto è un -delitto poco o nulla cognito presso di loro: perciò sono per essi -inutili spranghe, catenacci e serrature. In Norvegia v’ha qualche -mendicante: in Laponia non ve n’ha; e quando per caso si trovi uno, -che l’età, o la infermità riduca alla indigenza, egli è abbondantemente -soccorso: ma non ha nulla, se la sua povertà non sia scusabile. - -Il commercio, che i mercanti danesi, svedesi, olandesi hanno aperto, -gli uni sulla costa, gli altri nell’interno, ha portata qualche -corruzione in alcuni Laponi. L’acquavite li ha talora indotti ad -ubbriacarsi; e tante volte ingannati da chi viene a trafficare con -loro, hanno imparato a diventare ingannatori. Per esempio: le pelli di -renne valgono più, o meno, secondo che gli animali sieno stati uccisi -piuttosto in una stagione, che in un’altra; ed alcuni, se non hanno -paura d’essere scoperti, danno la scadente per l’ottima. Così, la pelle -di primavera viene guasta da un insetto, che vi depone le uova; e il -Lapone cerca di chiudere il buco; e dà questa pelle per buona, con -aggiunte di quelle bugie, che usano tutti i merciai da noi. - -Molte esagerazioni sono state scritte sui vestiti de’ Laponi. La verità -si riduce a questi termini. Portano in testa un berretto della forma -di un pane di zucchero, fatto di grosso panno per lo più rosso, con -un fiocco alla punta, e con un orlo di pelliccia; i Laponi russi vi -mettono l’armellino. Però v’ha famiglie che vanno a testa scoperta; e -v’hanno altre che non usano se non se una calotta. Alla caccia, o alla -guardia delle renne nella cattiva stagione adoperano un cappuccio, che -vien giù sino al petto, coprendo le spalle; questo cappuccio ha una -piccola apertura corrispondente agli occhi. I più tengono sempre il -collo scoperto, e se lo coprono, adoprano a tal effetto una stretta -striscia di grosso panno con un giro solo intorno al collo. L’abito -principale è una tunica, o camiciotto di pelle di montone, colla lana -di dentro: questo camiciotto non ha altra apertura che al basso, e -sul petto; e secondo la condizione, o il gusto della persona: ha -qualche ornamento in alto, fatto di panno, ed una guarnizione di -pelliccia. Un’altra guarnizione di panno, o di pelliccia, consistente -in una piccola striscia, è apposta sul lato sinistro; e sul destro, -spezialmente nella tunica delle donne, v’ha una piccola specie -di nastro con qualche piastrella di stagno, o di argento. Simile -guarnizione orna le maniche, e il petto. Il vestito sopra posto è -fatto di un grosso panno, e qualche volta di una pelle di renna di un -color grigio. Questo vestito ha un colletto duro, che s’alza sino al -mento, ed abbraccia il collo. Anche questo ha ornamenti di ricamo; -ed altri ornamenti sono sopra ambe le spalle, fatti di pezzetti di -panno tagliati in diverse figure, e scelti di varii colori. Il basso -dell’abito è pure ornato anch’esso con liste di diversi colori. I -Laponi non hanno ai loro abiti scarselle: invece portano un sacchetto, -che pende loro sul petto, e contiene il battifuoco, ed altre cosucce -d’uso. - -Il gran freddo, che fa nel paese, freddo sì forte, che i fiumi, e i -laghi gelano fino a sei, e sette piedi, obbliga i Laponi a ben coprirsi -per ogni verso di pelliccie, e ad usare molte provvidenze per tenersi -calde tutte le parti del corpo. Così non solo si fanno guanti, e -stivaletti, e scarpe di pelli con pelo; ma mettono di più nelle scarpe -e ne’ guanti uno stoppaccio molle al pari del cotone, fatto da una -pianta, che raccolgono l’estate, detta dai botanici _cavax vesicuria_, -la quale fanno con istropicciamento divenir morbida, ed in appresso -cardano. - -Nè uomini, nè donne usano calzette, ma pantaloni stretti alle cosce ed -alle gambe, fatti di grosso panno, o di cuojo concio; e alcuna volta -della pelle delle gambe delle renne. - -Le scarpe de’ Laponi non hanno che una suola; per ordinario lasciano -il pelo di fuori, con che le rendono più sdrucciolevoli, massime sul -ghiaccio, finchè il pelo non sia consunto. Per questa, od altra maniera -ridotte a superficie ineguale servono principalmente ai ragazzi, i -quali altrimenti correrebbero pericolo di cadute funeste. - -Gli uomini portano cinture guernite di ornamenti di stagno; e vi -attaccano una borsa pel tabacco che masticano: d’altra parte a questa -cintura per mezzo di striscie di corame ornate di perlette di stagno, -appendono il coltello. Le donne sono quelle che fanno ed adornano -queste cinture. - -In quanto al vestito delle donne, primieramente diremo ch’esse portano -un berretto di stoffa di lana, e più spesso ancora di tela, orlato di -stoffa di varii colori, e di laminette di stagno; talora vi attaccano -un nastro di tela di colore d’oro, o di argento. Prima di mettersi il -suo berretto la donna lapona vi aggiusta sulla cima un fiocco rotondo -in figura di bottone; e messo che se l’ha in testa, lo assicura con una -specie di fettuccia attaccata a quel fiocco. Se hanno bisogno di meglio -garantire la testa, a tal uopo usano un berretto più grande, simile -ad una corona più larga nella parte superiore, e restrignentesi al -basso. Alla parte sinistra vi appongono un pezzo di panno di differenti -colori, e qualche volta una correggia, la cui estremità è guernita di -talco, e di una piccola palla di argento dorato. L’abito è di poco -diverso da quello degli uomini, tunica cioè, e vestito soprapposto. -Differisce la tunica delle donne da quella degli uomini in quanto ha -delle pieghe d’avanti e di dietro, ed è più lunga, e serrata di più sul -petto. In oltre ha un colletto, che s’alza dritto coprendo il collo, -e le orecchie, e trapassa l’abito sopra posto. Questo poi, che è di -pelle di renna, simile in tutto a quello degli uomini, in ciò solo n’è -diverso, che gli uomini lo hanno lungo sino al tallone, e le donne lo -portano corto a segno, che appena arriva loro al ginocchio. Per gli -ornamenti, poco più, poco meno, questo vestito è del pari simile; e -poche sono le differenze sì de’ guanti, che de’ pantaloni, e delle -cinture: solo che ognuno dee figurarsi, che le donne nelle cose loro -mettono un poco più di eleganza alla loro maniera; ed usano nelle -cinture, oltre le laminette di stagno, o di talco, degli anelli di -rame, o d’argento, se sono ricche. In fine usano una specie di mantello -di tela russa, o di cotone qualche volta bianco, e qualche volta -stampato. Usano pure di piccoli grembiali di tela russa: i bianchi sono -sempre guarniti di una frangia. Le lapone russe portano alle orecchie -anelli, e qualche volta collane d’argento, che cingendone il collo -sono con de’ cordoni attaccate alle orecchie. Non rimane da aggiungere -se non che quando le donne lapone sono in viaggio, o quando vegliano -di notte alla custodia delle loro renne, portano un doppio vestito, -il primo de’ quali protegge loro la testa, il collo, le spalle, e il -mento; e che in generale è sì poca la differenza degli abiti degli -uomini, e delle donne, che spesso è accaduto che un uomo ed una donna -per errore avendoli cambiati, li hanno conservati ciascheduno tutta la -giornata. - -Del rimanente a cura delle donne è abbandonato quanto riguarda -gli abiti, le pelliccie, le pelli, i guanti, le scarpe, ed ogni -altr’oggetto di questo genere. Gli uomini badano al governo della casa, -alla cucina, e a tutt’altro, che in altri paesi è commesso alle donne. -Le donne fanno ancora diversi mobili; e sono opera loro le più belle -scolture, di cui i mobili sono ornati. - -Questo discorso ci conduce a parlare delle abitazioni de’ Laponi. Le -capanne di quelli che abitano la costa sono fatte con quattro lunghi -pali, che si uniscono curvati alquanto alla cima, ove si lascia -un’apertura per la uscita del fumo. Scorze di betulla, e masse di terra -la ricoprono. Bassissima è la porta, per la quale s’entra dentro, e -bassa è la capanna medesima, in cui non si può star ritto in piedi, se -non nel punto di mezzo, in cui però sta il focolare. La famiglia tutta -siede all’intorno di quel focolare, su cui si mantiene vivo il fuoco, -e che è formato di due massi di pietra paralleli l’un l’altro. Al di -sopra del focolare per un palo messo attraverso pende la marmitta. -I Laponi prima di mettersi a dormire estinguono il fuoco, e cessato -il fumo chiudono l’apertura superiore con una tavola. Varii piccoli -compartimenti ha quella capanna per se stessa già piccola, i quali -possono chiamarsi camerette, quali destinate a contenere le masserizie, -e quali a dormitorio. Ed ecco come si preparano per dormire. Se nella -capanna non istà che una famiglia, il marito e la moglie mettonsi in -una di quelle camerette, e i figli e i domestici stanno nelle altre. -Se capita un missionario, che abbia a dormire presso questa famiglia, -se gli dà per onorarlo la cameretta de’ conjugi. Se nella stessa -capanna abitano due famiglie, il focolare diventa comune, ed una delle -famiglie sta da una parte, l’altra dall’altra, secondo i compartimenti -accennati; nè mai succede contrasto, o querela tra quelle due famiglie, -chè anzi sono un esempio di cordialità, e di fraternità. I montoni, e -l’altro bestiame hanno un luogo espressamente ad essi assegnato accanto -alla capanna, e vi entrano per la porta medesima, per la quale entra la -famiglia, di cui fanno parte. I Laponi della costa hanno un altro luogo -per conservare il fieno. Costruiscono questo luogo in modo, che sotto -il tavolato, su cui posa il fieno, hanno la comodità di conservare i -loro vestiti, le pelli di renne, e molti loro utensili. Se finiscono -presto il fieno, vanno a levare la scorza agli alberi per darla -in pasto al loro bestiame; e se tanto è il freddo, che per la neve -fortemente gelata le renne non possano procacciarsi il musco sepolto -sotto la medesima, i Laponi vanno a tagliare grossi abeti, ed altri -alberi per prenderne i licheni, e i muschi, che crescono sotto quelle -piante. Con che si vede che esterminio essi fanno delle più belle -piante così ridotte a imputridirsi. Spesso danno ai loro animali delle -radici, e spesso pure fanno bollire teste, ossa, e viscere di pesci -insieme con paglia, e con qualche pugno di varec (_fucus serratus_); e -questa miscela è gustata eccellentemente dalle loro vacche. - -Poco da codesta mentovata capanna differiscono le tende d’inverno de’ -Laponi montanari, salvo che questi dispongono diversamente il luogo -della cucina. Essi andando a dormire lasciano acceso il fuoco, che fa -loro le veci di lampada. Questi Laponi usano costruire alcune tende -ne’ boschi, ove ogni giorno vanno a cercar legna da scaldarsi. A poca -distanza poi dalla tenda principale erigono una capannuccia, che serve -di magazzino per tutte le loro robe e provvigioni. La tenda che usano -in estate, è simile a quella dell’inverno, con questo che l’alzano -sulle montagne alla portata delle alture fredde, ove le renne possano -andare al pascolo: essa non è coperta che con un pezzo di grossa -saglia. Piccolissima è la tenda de’ cacciatori che vanno in cerca delle -renne selvatiche. Per alzarla il Lapone leva dal suolo tutta la neve; e -d’essa si fa intorno una specie di muraglia: raccoglie poi le pietre, -che ivi trova, per farne il suo focolare; e si prepara il mangiare -con una specie di pignatta, che si porta dietro con altri arnesi. Una -tenda simile usa il Lapone della costa quando si mette in mare sul suo -battello, di quella servendosi abbordando a terra, secondo che ne ha -occasione. - -Rimane a dire de’ letti de’ Laponi. Questi letti consistono in -una pelle di renna stesa sul suolo sopra uno strato di foglie. Per -capezzale usano il loro soprabito: per coperta hanno una pelle di -montone, la cui lana tengono dalla parte della persona; e a quella -coperta altra ne soprappongono di lana che ha lungo pelo. I letti non -sono separati gli uni dagli altri che per un pezzo di legno posto -da ciascun lato. L’uomo e la donna dormono alla estremità: i figli -nella divisione seguente; e i domestici presso la porta, secondo -i compartimenti già accennati, e che impropriamente abbiamo detti -camerette. Sono poi gli uni sì vicini agli altri, che l’uomo e la donna -possono colle loro mani toccare i figli, e quasi i domestici. V’è però -qualche eccezione da notarsi. In estate le zenzale, ed altri insetti -volanti infestano orribilmente i Laponi montanari. Per difendersi -da quel flagello, e non crepare di caldo sotto una coperta, che li -soffocherebbe, hanno trovato il modo di tener alzata la coperta nel -mezzo del letto mediante una corda, o cosa simile che da un capo è -attaccata nel centro alla coperta, e dall’altro ad un legno della tenda -perpendicolare al letto; e la coperta anche così elevata giugnendo -colle sue tre estremità a terra, salva chi dorme dalle beccate di -quegl’insetti. Essi sono di varie specie; ma una ve n’ha fra le altre -più fiera di tutte, perchè penetra per le cuciture p. e. de’ guanti, -e lascia tante beccate quanti ne sono i punti. La beccata produce un -pizzicore incomodo, una leggiera gonfiezza, e tante piccole ulceri -bianche, per le quali, quando una persona ritorna da di fuori, e -ch’essa è stata attaccata da uno sciame di questi insetti, si stenta -a riconoscerla: tanto il suo volto è pieno di pustole. Fuggono questi -crudeli nemici di ogni vivente, se un vento viene a soffiare con forza; -ma cessato appena, ritornano con un ronzìo fastidiosissimo esso solo. -Assaltano al pari degli uomini i bestiami tutti, e le renne; e lasciano -la pelle di queste povere bestie tutte insanguinate per le tante -morsicature. Finora non si è trovato altro rimedio che quello del fumo. -Ed è crudele disgrazia de’ poveri Laponi, che mentre sono per ripigliar -vita dopo il lungo inverno, che ha durato dal s. Michele sino al s. -Pietro, incontrino colla bella luce di un giorno di tre mesi continui -un sì desolante flagello. Ma passiamo a parlare de’ cibi de’ Laponi, e -della loro cucina. - -Il latte delle renne è la base del loro nudrimento. In due maniere -i Laponi lo preparano secondo la stagione. In estate fanno bollire -col loro latte finchè si quagli una specie d’uva spina che cresce -nelle praterie interposte alle loro più alte montagne: agitandolo -continuamente mentre bolle, ne separano il siero, e cuocono di nuovo -il quagliato, che poi mettono entro vesciche, e queste seppelliscono -sotto terra, usandone nella breve stagione corrente. In inverno tengono -altro modo; essi mettono il latte in barili, o vasi simili: il freddo -lo fa gelare; e con ciò si conserva più facilmente. Il latte munto -in appresso si mesce a bacche dell’uva spina, detta de’ cervi, che -sono nere; e lo ripongono in ventricoli di renna: il latte si congela -subito, e volendone far uso lo spezzano in fette con una scure. Non -esponendosi al fuoco nel mangiarlo assidera i denti. L’ultimo latte -munto l’inverno, che si ripone in piccoli vasi fatti con legni di -betulla, si congela anch’esso subito, ma passa pel più delicato. -Per usarne si mette appresso al fuoco, ed a misura che si fonde, si -mangia col cucchiajo: ma bisogna tenerlo coperto; altrimente per poco -che l’aria sia fredda ingiallisce e irrancidisce. — Il formaggio di -renna si fa come siegue. Si mesce acqua col latte, perchè essendo -questo troppo denso, stenterebbe a quagliarsi: e scaldato quindi -sufficientemente vi si mette il presame: e separatone il siero, il -latte quagliato si avviluppa in un pezzo di tela; e premuto gli si -fa prendere una forma rotonda. Allora si mangia tanto freddo, quanto -lessato, od arrostito: ma se si appressa troppo al fuoco, a cagione del -molto burro che contiene, corre pericolo d’infiammarsi. - -I Laponi della montagna fanno del burro col latte di renna, ma riesce -meno buono di quello che i Laponi della costa fanno col latte di vacca, -di pecora, e di capra. - -Il desinare e il cenare de’ Laponi della montagna si fa costantemente -con ciò che dà loro in inverno la caccia. Ogni settimana ammazzano una -o due renne selvaggie, più o meno, secondo il numero degl’individui -componenti la famiglia. Ecco tutta la loro cucina. Il cacciatore che ha -ammazzata la renna, la taglia in pezzi, e mette questi nella marmitta -senza badare nè al sangue, nè ad altro imbratto. La bollitura fa alzare -il grasso, che si schiuma e si mette in una conchiglia, la quale serve -di piatto, e vi si getta un poco di sale. Cotta, o creduta cotta la -carne si cava dalla marmitta con una forchetta di legno, e si depone -sopra un piatto, lasciando nella marmitta il brodo. Tutti siedonsi -intorno al piatto, e ciascuno bagna il pezzo di carne che ha tolto, -colla punta del suo coltello nella conchiglia del grasso schiumato; e -di tempo in tempo beve un cucchiajo di brodo rimasto nella marmitta; -così que’ Laponi cominciano e finiscono il loro pasto. E sono essi -tanto economi, che neppure degli ossi fanno grazia ai loro cani; -perciocchè dopo averli ben bene piluccati li spezzano minutamente, e li -fanno bollire di nuovo per trarne una gelatina. Ma i Laponi mangiano -la carne anche arrostita; e in luogo di spiedo infilzano la loro -selvaggina in un palo aguzzo, che piantano d’innanzi ad un gran fuoco, -e di quando in quando lo rivoltano, onde per tutti gli aspetti la -carne sia penetrata dal calore; ma non usano poi percottarla col burro. -Qualche volta per variare affumicano la carne; e perchè prenda bene il -fumo le fanno qua e là molte incisioni: nel resto l’appendono all’alto -della loro tenda. I Laponi viventi sulla costa mangiano bue, montone, -orsi, volpi, e lontre, e vitelli marini, ed ogni altro animale, che lor -riesca di uccidere, salvo però il porco, pel quale hanno un’avversione -orribile. Que’ che si danno alla pescagione, mangiano sermoni, che -fanno seccare al sole; e non vi fanno altra concia che quella dell’olio -di balena. La madre ne dà de’ bocconi masticati al suo bambino, che -ancora allatta; e così il Lapone contrae il gusto di quest’olio, che -riguarda come la miglior cosa del mondo. Quando trovano finite le loro -provvisioni, raccolgono le teste, e le spine, e gli ossi de’ pesci -che abbiano ancora qualche bricciolo di carne; fanno arrostire queste -cose; poi le mettono a bollire in una marmitta con fette di coscia -del vitello marino: ma hanno la precauzione di porre questi ossami nel -ventre di una foca, e di tenerveli, onde s’imbevano meglio dell’olio -di quell’amfibio: quest’olio si serve poi come salsa. Arrostiscono -parimente il pesce, come fanno della carne. Hanno una singolar passione -pel pesce, che i naturalisti hanno battezzato col nome di _gadus -eglesinus_; e vivanda per essi squisitissima è il fegato del medesimo, -pesto, e conciato con certe loro bacche. Il mangiare di queste genti -con tant’abbondanza di grassume, e di olii, potrebbe far credere -che loro cagionasse varie malattie: ma essi non soffrono nè malattie -croniche, nè dissenterie, nè febbri, nè altri malanni del genere, che -soffronsi nei nostri paesi: la sola, che singolarmente li affligga, è -una colica spasmodica, che viene attribuita a’ vermi, della quale si -parlerà, e che è più incomoda, che inquietante. Nè usano, nè conoscono -il pane: al più fannosi con farina ed acqua alcune piccole focaccie, -che cuocono sul focolare. Bensì hanno certe delicatezze di loro gusto -per aguzzar l’appetito; e sono i soli ricchi, che le usano: una è la -scorza più interna dell’abete presa di recente dall’albero, e tenuta -per darle maggior sapore al fumo, e intinta nell’olio di balena. A -compimento de’ loro pasti godonsi dell’angelica, di cui mangiano fusto, -foglie, e radici fino che è fresca; e la mangiano pure bollita nel -latte. Dopo il pasto è loro delizia il tabacco o fumato, o masticato. È -inesprimibile la loro passione per questa pianta irritante. - -La bevanda comune de’ Laponi è l’acqua, che l’inverno procacciansi -facendo fondere la neve al caldo. Se sono vicini ad un fiume, rompono -il ghiaccio per provvedersene. - -Rimane a far qualche cenno de’ mobili di casa, che i Laponi usano; e -l’inventario di questi è corto. I Laponi erranti non potrebbero averne -molti ancor che volessero, poichè oggi sono attendati qua, domani là, -e le loro tende sono assai piccole. Nè, siccome si è già accennato, -sono più ampiamente alloggiati quelli, che hanno ferma residenza, -onde nemmeno quelli della costa s’imbarazzano di tavole, di scranne -e di simili cose. Tutto adunque si riduce ad una marmitta, a qualche -piatto, ad alcuni cucchiai di corno o di stagno; ed è un gran lusso -de’ pochi più ricchi un qualche cucchiajo di argento. I montanari -nella lunga notte di tanti mesi non hanno altro lume, che quello che -si procacciano col fuoco continuo. L’abitante delle coste per veder -lume empie un guscio di conchiglia d’olio di foca, vi pone uno stoppino -fatto di giunco; e questo è il suo mobile più pregiato. Ma veramente il -mobile più pregiato, in quanto il Lapone vi mette tutto il suo ingegno -a farlo e ad ornarlo, si è la culla destinata a contenere il frutto -del suo amore. Questa culla è fatta di un tronco d’albero ben incavato -e fregiato di scolture. La madre l’attacca con alcune correggie alle -sue spalle quando viaggiando ha da portar seco il suo bambino; ed ha -l’attenzione di fargli pendere sul davanti raccomandata ad un mezzo -cerchio una filza di globetti, onde giacendo sulla schiena, ed avendo -libere le mani e le braccia, il figliuoletto possa divertirsi. - -Si è detto delle renne, del governo e dell’uso che i Laponi ne fanno; -qui non occorre che accennar qualche cosa della caccia che danno alle -selvaggie. Non vi si abbandonano però che accidentalmente, tutte le -loro cure essendo intese alla custodia delle domestiche. È in inverno -spezialmente che vanno in traccia delle selvaggie, correndo a piedi -sulla neve con quelle loro scarpe, che abbiamo chiamate scivolatoi, -medianti le quali vanno più spediti della renna medesima, al cui -corso l’altezza della neve fa grande ostacolo. Raggiungendola adunque -l’ammazzano con qualche colpo sulla testa: diversamente le tirano sopra -con arma da fuoco: usano ancora, secondo la circostanza de’ luoghi, -di un laccio, in cui l’animale imbarazza le sue corna. Hanno anche la -destrezza di ridurle o a certi parchi, o in qualche stretta, da cui le -renne, entrate che vi sieno, non possono più uscire. - -Col fucile o con lacci i Laponi prendono le lepri che abbondano nel -paese. Questi animali in inverno hanno bianco il loro pelo. Abbondano -pure nel paese le volpi; e ve n’ha di diverse specie, altre essendo -rosse di colore, altre aventi sulla schiena, e su quel rosso una croce -nera; alcune nette nere; altre nere, ma aventi sulle vertebre un lungo -pelo di un grigio di cenere; e queste sono di gran prezzo in tutti i -mercati d’Europa. Ve ne sono anche di bianche colle orecchie, e i piedi -neri, e colle code bianche, e macchiate di peli neri. V’ha pure de’ -martori. Quelli di montagna hanno il pelo corto, e nericcio, giallastra -la coda, e grigio di cenere il petto: il martore detto di betulla, -perchè spesso si trova dove quest’albero cresce, è giallo di pelo, ha -la coda porporina, e bianco il petto. Più rara è la donnola, chiamata -dai naturalisti _mustella martri_, la quale ha per proprietà di saltare -sulla schiena della renna, ed a forza delle unghie e dei denti di -ucciderla. - -Anche la Laponia ha castori; e talora se ne sono veduti dei bianchi, -i quali non sono, che una specie di mostruosità della natura. Troppo -è nota l’indole singolare di questo animale perchè noi non commettiamo -qui una superfluità parlandone. Diremo piuttosto dell’animale chiamato -dai Laponi _zhjestes_ del quale v’ha tre specie: quello di mare, -il cui pelo è giallo pallido, e molto fitto; ed una sua pelle costa -ordinariamente in Danimarca uno scudo: il secondo è detto delle baje e -delle paludi, più piccolo dell’altro, la cui pelle di un color nerastro -è più brillante di quella dell’altro; e vale tre scudi e mezzo. Il -terzo è quello d’acqua dolce, col petto bianco e la schiena nera come -le penne del corvo; e vale cinque e più scudi. - -Lo scojattolo e l’armellino sono altri animali preziosi per le loro -pelli. Di questi e degli altri, che abbiamo accennati, i Laponi vendono -le pelli ai Russi, che le adoperano quali nelle loro manifatture, -quali facendone pelliccie, o per uso del paese, o per traffico con -altri popoli. A tutti questi animali vanno unite alcune specie di -sorci; e spezialmente quella, che i Laponi chiamano _lemmick_, che -ivi sono in immenso numero. Va pure unito l’orso, di cui si è altrove -già parlato abbastanza. Tocca a’ filosofi spiegare lo strano fenomeno, -che in questa estrema parte del continente, in mezzo ai rigori di sì -inclemente clima, gli animali tanto selvaggi, quanto domestici, sono di -una singolare fecondità. Le stesse pecore danno due volte all’anno de’ -gemelli; e le capre due gemelli costantemente, e qualche volta tre. - -Nelle edizioni inglese, e francese di questo viaggio si parla a lungo -de’ _pesci_, degli _uccelli_, degl’_insetti_, de’ _vegetabili_, e de’ -_minerali_ della Laponia: quelli che di tali cose in particolare si -dilettano, consulteranno quell’edizioni. Qui si parlerà piuttosto di -alcuni usi proprii de’ Laponi, come argomento che può interessare i più -de’ lettori. - -I Laponi sono oggi quelli che erano nel secolo XII, in cui furono -conosciuti sotto il nome di Skrit-Fiani. Quantunque posti sotto la zona -boreale, hanno qualche costume degli abitanti dell’India: per esempio, -dovendosi il Lapone presentare ad un magistrato, o al suo pastore, non -lo fa mai senza regalarlo o di un formaggio, o di qualche pernice, -o pesce, o di un agnello, o di alcune lingue di renne, ecc.; e ne -riporta un po’ di tabacco, una bottiglia d’idromele, od un fiaschetta -d’acquavite, o dello zenzero, del pepe, e simili droghe. - -In addietro per dinotare le loro feste, ed i giorni lieti, o funesti, -facevano uso di un bastone con tacche: questo era il loro almanacco. -E sa di quel uso il complimento che incontrandosi praticano, -abbracciandosi scambievolmente, e gridando _eurist_, che vuol dire: -_dio ti salvi da ogni pericolo_. — L’isolamento, in cui vivono le -famiglie lapone, non permette di aver ricorso alle mammane per ajutare -le partorienti: quest’officio è esercitato dagli uomini. Un altro uso -è, che al neonato si assegna una renna, come una specie di patrimonio, -la quale quando sarà grande sarà sua insieme con quanto potrà -provenirne: che vuol dire ch’egli avrà un bell’armento; nè per alcun -titolo, o pretesto vi si può mettere su le mani. - -In Laponia il ministro del culto è maestro di scuola, è sacristano, è -tutto, poichè pochissime sono le funzioni religiose. — Se la famiglia -nell’andare a provvedersi per bisogni della giornata non può menarsi -dietro i piccoli figliuoletti, lasciandoli nell’abitazione, capanna, o -tenda che sia, i piccini lega nella culla, onde non cadano movendosi -troppo, e que’ di due, o tre anni lega per una gamba ad una corda -raccomandata ad un piuolo, onde salvarli dal pericolo di cadere sul -fuoco. — Le donne lapone radono fino alla pelle la testa de’ loro -figli, essendo inimicissime degl’insetti, che altrove divorano la pelle -de’ ragazzi, e di chiunque non si tenga netto. - -Quando un giovine ha deliberato di prender moglie, lo dice alla -sua famiglia, la quale va in corpo alla famiglia della ragazza con -provvisione d’acquavite, e con qualche regalo per la figlia, che si -ricerca. Entra nella tenda, o nella capanna quello che è destinato a -parlare, e gli altri lo sieguono: il solo giovine rimansi fuori finchè -non sia chiamato. L’oratore comincia dall’empiere un gran bicchiere -d’acquavite, e l’offre al padre della ragazza, il quale, se lo accetta, -è riputato acconsentire; e allora si dà acquavite in giro a tutti. -È ammesso a questa libazione anche il futuro, il quale ottiene il -permesso di parlare in proprio nome alla ragazza. L’oratore intanto -dice quanto può, e sa dire in favore di lui; e quando i genitori della -medesima hanno dato il loro assenso, il giovine mette fuori i regali -destinati alla sposa, p. e. una cintura, un anello, o cosa simile; -e ai genitori di lei promette abiti da nozze. Se per avventura si -ritrattasse l’assenso dato, tutte le spese incontrate anche per quelle -cose che rimasero consumate, restano a carico di chi ha data occasione -alla novità intervenuta. Del resto quando le parti si sono accordate, -il giovine ha il permesso di far la corte alla sua bella e si veste -da festa andando a trovarla, e in lode di lei compone canzonette piene -di affetto. Il che prova, che se i Laponi stimolati a cantare, fecero -cattiva figura, o non ebbero conveniente eccitamento, od erano i più -ignoranti Laponi del mondo. Chi non si trova abile a fare delle belle -canzoni alla sua fidanzata, supplisce regalandole tabacco, acquavite, -o cose simili. Il dì delle nozze la sposa è vestita all’incirca coi -soliti abiti; ma ha nuda la testa, e cinti sulla fronte i capelli con -qualche striscia di stoffa di varii colori, e nel resto porta i capelli -sparsi ed ondeggianti sulle spalle. Il Lapone è frugale anche nel pasto -nuziale, e i convitati di qualche agiatezza regalano lo sposo di alcuna -moneta, o suppliscono con una renna, od altro equivalente. In Laponia -però nè suoni, nè canti, nè balli conosconsi, come segni del tripudio, -che dappertutto accompagna le nozze. Lo sposo per un anno comunemente -vive coi genitori della moglie: poscia va a piantar casa da sè; e -ne ottiene qualche montone, una marmitta, e qualche altra di quelle -piccole cosuccie, che sono necessarie in una famiglia lapona, e che si -sono di sopra indicate. - -La grande semplicità, in cui vivono i Laponi, fa che non abbiano -altri giorni di riposo, e di festa, che quelli della stanchezza per le -fatiche sostenute; e quando voglionsi ricreare, non fanno che passare -da un esercizio ad un altro. Perciò i loro divertimenti non consistono, -che in prove di forza, o di destrezza. Spesso usano tirare a segno, -o giuocare alla palla, che uno getta, e l’altro deve respingere con -un bastone. Hannosi un giuoco prediletto, che chiamano della volpe, e -delle oche, che si fa in due, ed è ingegnosissimo: ne hanno un altro, -che chiamano del salto, proponendosi di saltare al di là di un palo -posto orizzontalmente ad una certa altezza; un altro consiste in una -lotta che due, o più sostengono, ma in numero pari per ogni parte; e -la sostanza sta in questo, che tenendosi da ciascun lato un bastone -attaccato alla stessa corda che l’altro, debbesi per le forze rompere -la corda; e perde chi vacilla, o cade, od abbandona il bastone. Lottano -ancora, o pigliandosi per la cintura, e cercando di alzare in aria -l’emolo, o con esso maneggiandosi in altre maniere. Le scommesse in -questi giuochi sono di qualche piccola moneta, o di un poco di tabacco, -o d’altra cosa simile. Questi giuochi, ed altri di egual natura -contribuiscono mirabilmente alla conservazione della robustezza, della -destrezza e della sanità. - - - - -CAPO XXII. - - _Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, oftalmia. - Preservativo contro lo scorbuto. Rimedio pe’ geloni, per le - ferite, per le fratture, e lussazioni. Affezioni inflammatorie, - reumi, lombaggine. — Funerali de’ Laponi, sepolture, convito - mortuario, anniversarii. Pietà verso i defunti. Giurisprudenza - sulle eredità. — Religione degli antichi Laponi. Montagne Sante, - tutt’ora in venerazione. Maghi. Affezione de’ Laponi al loro - paese._ - - -Abbiamo detto altrove, che ad onta del clima, delle fatiche, e de’ -cibi, i Laponi generalmente sono esenti da quelle tante malattie, che -regnano ne’ bei climi meridionali. Ma i Laponi hanno avuta la disgrazia -degli Americani; quella di partecipare del vajuolo, dacchè un giovine -Scozzese lo recò a Berg, dove fatalmente infettò chi per cagione di -commercio era ito colà dal fondo delle terre settentrionali. I Laponi -adunque furono alcune volte furiosamente minacciati di esterminio -da questa malattia; e le invasioni della medesima formano per loro -un’epoca di loro età. Ma il vajuolo è venuto da di fuori: propria -di loro dee ben dirsi quella colica spasmodica, di cui abbiamo fatto -menzione, e che essi chiamano _ossem_, o _helmé_. Essa sembra avere -i caratteri del _cholera-morbus_ delle Indie: imperciocchè ha la sua -sede nelle viscere verso la regione ombelicale: i dolori che cagiona, -si estendono sino al basso ventre, facendosi sentire a riprese, come -quelli del parto; e le angosce che reca, sono tali, che l’infelice -il quale n’è preso, si dibatte, e rivolta per terra, ed ora non può -espellere l’orina, ed ora la emette sanguigna, come se fosse attaccato -da calcoli. L’accesso dopo qualche ora, e sovente dopo alcun giorno, -termina con un ptialismo, che dura un quarto d’ora. I Laponi viventi -nelle montagne non ne sono attaccati giammai; bensì quelli delle -vallate, e spezialmente nella stagione estiva, quando loro avvenga -di bere l’acqua corrotta delle paludi riscaldate dal sole. Fanno poi -fronte a questa malattia con radici d’angelica, con ceneri, ed olio di -tabacco, e con castoreo liquido. — Endemica malattia loro è l’oftalmia, -che spesso precede la cecità. Il continuo fumo, in mezzo al quale -vivono tutto l’anno, può esserne una cagione; un’altra la vivacità -del fuoco, a cui sono sino dalla infanzia esposti, sicchè vien loro -a disseccarsi l’umidità della congiuntiva. Aggiungasi il riflesso -de’ raggi solari sulla neve, e la sì lunga, ed universale presenza -della neve. Si dice che soffrano anche di una cataratta imperfetta, o -piuttosto di un’affezione della congiuntiva, se il singular modo che -usano per guarirne abbia a tenersi per incontrastabilmente efficace. -Il modo è questo: pigliano un pidocchio umano, e lo fanno entrare tra -l’occhio e la pupilla; il fregamento che l’insetto eccita sul globo, -basta, per quanto dicesi, a distruggere una membrana, la quale stesa -sulla cornea è la prima cagione dell’affezione morbosa. - -Parrebbe che i Laponi dovessero andar molto soggetti allo scorbuto, -come tutti i popoli vicini ai mari del settentrione; ma poco ne -soffrono; e dicesi ciò avvenire per l’uso copioso che fanno della -fina pellicola che si trova sotto la scorza dell’abete, di cui fanno -raccolta in maggio; la seccano, la riducono in polvere, e la mescolano -colla farina, di cui fanno le piccole focacce, che stanno loro in -luogo di pane. Se forse meglio non abbiasi ciò ad attribuire al siero -acetoso che usano cotidianamente, e all’abitudine di piantare le tende -sull’alto delle montagne ad un grado medio di temperatura, ove la -umidità de’ fondi non possa loro nuocere. Può contribuirvi fors’anco -l’uso che fanno nell’inverno della carne fresca di loro cacciagione, -e di quella delle loro renne; non meno che il continuo esercizio, in -cui vivono; le pelliccie, di cui sono coperti, e l’aria poco umida, -quantunque fredda, che respirano. I ragazzi soffrono i geloni: per -questi, e per altri mali che procedono dalle stesse cagioni, usano -l’applicazione del formaggio di renna. Per le ferite e contusioni -applicano la gomma che spontaneamente cola dagli alberi resinosi. Per -le fratture, e le lussazioni fasciano strettissimamente la parte offesa -dopo aver rimesse bene le ossa al posto; ma prima fanno prendere alla -persona una pozione, che dicono efficacissima per dissipare i dolori, -e sollecitare la guarigione. Non è detto di che quella pozione sia -composta; ma la giunta che vi mettono di limatura d’argento, o di rame, -non sembra molto persuasiva; e forse sarà superflua; come superflua -è da credere la cura che dannosi nella scelta de’ nervi, coi quali -fasciano le lussazioni, e gli storcimenti; mentre prendono dalle renne -femmine quelli che applicano agli uomini, e dalle renne maschie quelli -che applicano alle donne. - -Finalmente i Laponi sono soggetti ad affezioni infiammatorie di petto, -a doglie reumatiche, affini alla lombaggine. Dapprima ricorrono per -guarire alle unzioni di grasso d’orso, e in appresso ai cauterii, -procurando per mezzo dell’abbruciamento un’escara, alla caduta della -quale la malattia cessa. Così i Laponi fanno per pratica ciò che il -padre della medicina spiegava per teorica, e colla pratica consecrava. -Ma bastino queste indicazioni in proposito delle loro malattie, e de’ -loro rimedii; e diciamo piuttosto delle loro cerimonie funebri, giacchè -i Laponi in fine muojono come tutti gli altri uomini; benchè quasi -tutti, se particolar caso non intervenga, giungono alla età chi di -settanta, chi di ottanta, chi di novant’anni; e v’hanno parecchi che -passano i cento. - -Quando un Lapone è gravemente ammalato, chiamasi un indovino, il -quale dica se guarirà, o se morrà. Se il presagio è funesto, il primo -capitato, che si trovi presso di lui, gli fa un sermoncino divoto; ma -più sovente quelli che sperano qualche porzione della eredità, badano -più a cominciare i funerali, ancorchè l’infermo sia ancora alle prese -colla morte. Morto poi che l’infermo sia, e per qualunque genere di -malattia, ognuno esce della capanna, in cui è il cadavere, credendo -che ivi rimanga ancora qualche cosa dell’anima del defunto. Alcuni -giorni poi dopo ritornano per seppellire il corpo, e rendergli gli -ultimi officii. Se fu persona pe’ fatti suoi commendevole, il corpo si -avvolge in una tela, quanto può aversi più fina; se non lascia cosa -di valore, si adopera un pezzo di tela grossa. Così si pratica con -chi professa il cristianesimo. Alcuni però sono vestiti de’ loro abiti -migliori, e collocati in una bara da una persona nominata, o pagata per -quest’officio; e il parente prossimo del morto dà a quella un anello di -tombacco, ch’essa subito si pone al braccio destro, come preservativo -d’ogni male, che potesse volerle fare lo spirito del defunto, di cui -non abbandona il cadavere fino a tanto che questo non rimanga sepolto. -Prima che i Laponi fossero cristiani, ed anche molto tempo dopo, -seppellivano i morti nel primo luogo, che credessero opportuno, e -spezialmente ne’ boschi, come fanno anche oggi, se sono lontanissimi -da una chiesa. Il modo del seppellimento è di rovesciar sulla bara, -e sul cadavere deposto in una fossa la slitta, su cui n’è fatto il -trasporto, e di gittarvi sopra delle zolle verdi e delle frasche. Se -trovasi a portata una qualche caverna, in essa si depone il cadavere, e -se ne chiude l’ingresso. Quelli che non sono attaccati al cristianesimo -che assai debolmente, e sono i più, mettono col cadavere una scure, -un battifuoco, dicendo che il morto può trovarsi in luoghi oscuri, ed -aver bisogno di lume: la scure poi gli gioverà per aprirsi la strada -tra boscaglie, per le quali egli abbia a passare. Alle donne, invece -della scure danno forbici, ed aghi. Si aggiunge poi una provvigione di -viveri: il che renderebbe assai probabile l’opinione di alcuni, i quali -dicono darsi dai Laponi ai loro morti la scure, le forbici, e gli aghi, -perchè suppongono, che al mondo di là debbano lavorare come lavoravano -in questo. Quando si può trasportare a qualche chiesa il cadavere, -questo può seppellirsi o nel cimitero, o in chiesa, ottenendosene la -permissione: ma v’è gran difficoltà a trovare chi voglia scavare la -fossa, anche ben pagato. In questo caso si osservano le cerimonie del -culto cristiano; e quelli che hanno accompagnato il morto, esprimono il -lutto co’ più miseri abiti, che trovinsi avere. Quando il seppellimento -è fatto nel cimitero, si lascia sulla fossa la slitta, e sotto di -questa mettonsi i vestiti del morto, la sua coperta, e la pelle che -gli serviva di letto. Tre giorni dopo le esequie la famiglia si unisce -al banchetto funebre, in cui la vivanda principale si è la carne della -renna, che ha condotto il morto alla sepoltura: le ossa della quale -mettonsi in una specie di cassa, sulla quale scolpisconsi i principali -tratti del defunto; e vassi a seppellirla ove si è seppellito il -cadavere. Quando si tratta di un ricco, all’anniversario suo si -sacrifica una renna; e ciò si ripete per anni. - -I Laponi conservano una lunga memoria di quelli che hanno perduti, -massime se sono parenti; nè fanno ostentazione della loro tristezza -con esterne espressioni e segni. Durano bensì degli anni ad andare -al sepolcro, e forano de’ buchi sui fianchi della fossa, mettendovi -un poco di tabacco, od altra cosa, di cui, mentre viveva, il defunto -dilettavasi, immaginandosi che la felicità dell’altra vita non consista -che in mangiare, bere, e fumare. - -L’eredità de’ Laponi sta principalmente in bestiame, in denaro, in -utensili di rame, o di ottone, in pelliccie, e in vestiti. Ma il -forte della sostanza sta nelle renne, che qualche Lapone è giunto -ad averne fino a tre mila, e forse più. Parlandosi della divisione -della eredità è da avvertire, che quella che consiste in denaro, va -per lo più perduta, per l’uso che abbiamo detto regnare fra Laponi di -nasconderlo; e sono sì attaccati a quest’uso, che si ha l’esempio di -uno, il quale sollecitato ne’ suoi ultimi momenti a rivelare il sito -del suo tesoro, ostinatamente ricusò d’indicarlo, perchè, diss’egli, -gli eredi se lo avrebbero appropriato, mentre avrebbe potuto averne -bisogno egli. Dunque trattandosi de’ beni ostensibili, il fratello ne -prende due terzi, e la sorella uno, secondo che porta la legge svedese: -ma in questo riparto non entrano le renne, che hanno fatto parte della -sua dote; nè quelle che alla sua nascita furono donate al ragazzo, e -che assai volte sonosi moltiplicate copiosamente: se si tratta di beni -fondi, i due sessi trovansi a pari condizione; e questo è statuto di -_Carlo IX_, il quale concedette ad ogni famiglia una porzione di terre, -di laghi, di boschi, e di montagne, coll’obbligo di pagare un certo -canone annuo. - -Sarebbe facile confrontando varii usi, e varie opinioni, che abbiamo -accennate dominare fra Laponi, cogli usi, e colle opinioni di -generazioni o scandinave, o tartare, rilevare i varii gradi di affinità -sussistenti tra questi popoli. Ma a ciò potrebbe contribuire forse -più quanto si sa della religione de’ Laponi, non affatto dimenticata -anche dopo che abbracciarono il cristianesimo. Eccone gli elementi -principali. - -Le divinità adorate da questo popolo possono dividersi in quattro -classi. 1.º Le _Sopra-Celesti_; ed erano due. 2.º Le _Celesti_, due -parimente. 3.º Le _Sotto-Celesti_. 4.º Le _Sotterranee_. Quelle della -terza classe erano anch’esse due; e tre quelle della quarta: tutte poi -avevano il loro nome particolare. - -La prima delle _Sopra-Celesti_, detta _Radien-Atshic_, era la divinità -suprema, il cui potere estendevasi sopra tutte le altre; ed in virtù -del nome venivasi ad intendere, che tutte le altre da questa traevano -l’esistenza, e la forza. La seconda era detta _Radien-Kiedde_; e -riputavasi il solo figlio della prima, la quale non creava nulla, -ma trasferiva nel figlio la potenza creatrice: e queste due divinità -dominavano sopra quelle della seconda, e terza classe, le quali erano -in grande venerazione presso i Laponi, perchè inclinate per indole loro -a fare il bene. — La prima delle _Celesti_, detta _Beiwe-Ailekes_, -rappresentava il sole, fonte della luce e del calore, per beneficio -delle quali cose le renne trovavano il loro nudrimento. A questa -divinità offrivano canapa. La seconda dicevasi _Alilekes-Olmak_: -pare che questa rappresentasse la luna, illuminatrice benigna -delle lunghissime notti. — Le _Sotto-Celesti_ occupavano la regione -dell’aria. Alla prima davano il nome di _Maderatje_, residente più -vicina al sole, e davano il nome di _Madarakka_, e di _Oragalles_ ad -altre, abitanti le regioni di sotto al sole: le più vicine alla terra -erano distinte coi nomi di _Sarakka_, e di _Juks-Akka_: le quali -per la vicinanza potevano facilmente assistere chi loro chiedeva -soccorso. _Oragalles_ significava il tuono, il quale in tempo delle -procelle sembra indicare una convulsione negli elementi che compongono -l’atmosfera; e i Laponi adoravano questa divinità per placarne la -collera, e fare che risparmiasse le loro persone, e le loro renne. -_Madarakka_ era la dea proteggitrice delle donne lapone, e la -invocavano in tutte le circostanze particolari del loro sesso. Essa -avea per isposo _Radien-Kiedde_, il potere di crear tutto. _Sarakka_ -era la figlia di _Madarakka_, adorata dalle donne lapone anch’essa -insieme colla madre, _Juks-Akka_ era un’altra figlia di _Madarakka_, -la quale avea cura de’ bambini, che a lei erano votati fino dal momento -della loro nascita. - -I pericoli, a cui potevano essere esposti spezialmente i Laponi -montanari nello scorrere co’ loro armenti vastità di paese pieno di -precipizii, e d’acqua d’ogni maniera, fecero loro considerare per -divinità _Saiwo_, e _Saiwo-Olmak_, invocati appunto in circostanze -critiche; essi davano a chi li consultava le risposte in sogno. -Un’altra divinità, che chiamavasi _Saiwo-Guelle_, era incaricata di -guidare le anime in mezzo alle tenebre inferiori. - -I Laponi facevansi un dio della Morte, chiamata da essi _Jabme-Aikko_; -e regione di _Jabme-Abimo_ dicevasi la terra, in cui questo dio -soggiornava; ed ivi le anime dei defunti vestivansi di nuovi corpi in -luogo di quelli ch’erano rimasti ne’ sepolcri; e godevano di nuovo, -e più ampiamente delle dignità e dei diritti, de’ quali erano stati -distinti sulla terra. Anche l’inferno avea il suo dio; e le regioni -soggette al suo impero chiamavansi _Rota-Abimo_: ivi erano mandate le -anime de’ perversi per istarvi senza alcuna speranza; laddove i mandati -a _Jabme-Abimo_ avrebbero un giorno veduto _Radien_, e sarebbero stati -con esso lui in luoghi beati. Ma quando dal raccomandarsi a tutte le -altre divinità non aveano tratto alcun soccorso, volgevano l’ultima -loro speranza a _Rota_. Lo aveano per un dio cattivo e potente insieme -quanto gli altri: onde credendo che da lui venissero le malattie loro e -de’ loro armenti, tentavano di placarne il mal talento. - -Questa mitologia, qualunque sia il carattere, sotto il quale essa -apparisce a noi, non può essere la creazione di uomini rozzi, come i -Laponi a noi si presentano. Gli uomini rozzi possono soltanto averla -in qualche parte alterata. Sembra adunque che siamo abilitati a -supporne altrove l’origine, la quale non può essere stata che in un -paese ben lontano dalla Laponia, e presso una nazione, dalla quale -gravi calamità e violenza insuperabile distaccarono i padri degli -attuali Laponi. Nell’esame delle varie religioni, che o per intero o -per rottami possono riscontrarsi ne’ paesi dell’Asia, s’avrebbe forse -qualche elemento per meglio conoscere l’origine vera di questo popolo. -Giusto è intanto osservare che le tenebre, in cui per sì lunga porzione -dell’anno i Laponi vivono, e gli orrori del sì rigido loro clima, non -hanno punto comunicato alla loro religione quel carattere di tristezza -e di abbattimento, che in secoli di errori d’ogni genere accompagnò la -più pura e santa delle credenze. Similmente i sacrifizii che facevano -alle loro divinità, non erano punto dissimili da quelli, che usaronsi -dai popoli più civili. Anzi tra questi qualche volta la divinità fu -oltraggiata coll’offerta di sangue umano; nè di tale infamia i Laponi -macchiarono mai il loro culto. Una renna, un montone, e qualche volta -una foca, erano le vittime de’ loro sacrifizii; e più spesso non -usarono che libazioni di siero e di latte, a cui si aggiungeva talora -l’offerta di un formaggio. - -I Laponi aveano anche i loro dei penati, che collocavano sotto il -focolare: aveano montagne riguardate come luoghi santi; ed erano delle -più difficili da salire, e dove nondimeno andavano ad esercitare -qualche atto religioso. Anche oggi giorno v’ha chi visita codesti -luoghi vestito de’ migliori suoi abiti; e se non vi si offrono -più sacrifizii, se n’ha però tanta venerazione, che per niun conto -si ardirebbe piantarne in vicinanza le tende, nè in que’ contorni -attaccare un orso, una volpe, un animale qualunque; e la donna, che -viaggia, volta dall’altra parte la testa, e si copre la faccia colle -mani così mostrando il suo rispetto alla santità del luogo. - -Fenomeni, di cui rimaneva ignota la causa, poterono facilmente far -nascere l’idea di potenze invisibili; e forse fatti che non doveansi -che al caso, indussero uomini semplici a credere che qualche mezzo vi -fosse per far muovere secondo il bisogno a pro nostro quelle potenze. -Che il caso ancora, o la buona fede sostenuta da una immaginazione -esaltata, abbia dato valore ad un’applicazione nulla in tutt’altre -circostanze, questa non è cosa impossibile. Che qualche ardito ingegno, -o ingannato da proprie prevenzioni, o da vanità, o d’altro interesse -spinto a farsi impostore, abbia preteso di fondare una scienza -occulta; questa è cosa possibile. La magia non ha dominato, siccome la -superstizione, che presso nazioni e uomini ignoranti. Che meraviglia -se ciò sia seguito anche presso i Laponi? Si dice che _Odino_ portò -questa scienza nel nostro settentrione; i più antichi annali della -Norvegia parlano di mirabili cose operate da alcuni re di quel paese. -Strumento dell’arte è il tamburo runico, fatto come un cembalo con -tanti anelli e sonagli intorno, che al più piccolo movimento fanno -grande strepito, e pieno di figure e di emblemi misteriosi. Il tamburo -runico gode tuttora presso i Laponi dell’antico credito; e più si -stima quello che è più vecchio; e inapprezzabili sono quelli, i quali -può provarsi che passarono di padre in figlio in una lunga serie di -professori dell’arte. Si dissero dai Laponi questi maghi _Noaaids_, e -naturalmente godevano di molta riputazione: ma oggi stannosi nascosti, -perchè i curati li tengono troppo d’occhio. In generale le grandi -famiglie hanno uno de’ tamburi runici, che tengono nella più segreta -parte dell’abitazione, e se ne servono nelle circostanze più gravi, -come di malattie, di mortalità del bestiame, e d’altre calamità: nè -mancano di cercare l’opera di qualche _Noaaid_, poichè si suppone che -questi abbiano la scienza e le tradizioni de’ loro antichi. Chiamato -adunque uno di costoro incomincia dal fare un mondo di sberleffi e di -contorsioni spaventevoli, bevendo acquavite e fumando tabacco, quanto -mai può. Ridotto per tali mezzi ad una specie di ubbriachezza cade -in un profondo sonno, che tutti gli astanti prendono per estasi; e -quando si sveglia, dice che la sua anima è stata trasportata in qualche -montagna santa, di cui indica il nome; e prende a rivelare il discorso -che ha avuto colla divinità, aggiungendo che ad onore della medesima si -dee fare un sacrifizio; che per ordinario è di una delle più grosse e -più grasse renne. Il sacrifizio si fa, di cui il _Noaaid_ gode la parte -migliore. Non succedendo quanto si vorrebbe, se ne chiama un altro, e -poi un altro ancora; e molti consumano il fiore del loro armento senza -costrutto. Oltre il tamburo runico in queste operazioni entrano le così -dette _mosche ganiche_, sotto il qual nome s’intendono maligni spiriti, -i quali sono interamente nella dipendenza del _Noaaid_, che si presume -averne ereditato il comando per lunga successione da’ suoi maggiori. -Questi spiriti, come ragion vuole, sono invisibili a tutti fuorchè -al mago che li tiene chiusi in una scatola finchè abbia occasione di -servirsene. Non debbesi poi tacere, che il _Noaaid_ canta una certa -sua canzone in mezzo alle sue operazioni, la quale i Laponi chiamano -_Juvige_; ma anzi che cantata dee dirsi urlata: chè di armonia non v’ha -nulla. - -Del rimanente più che ad altri propositi l’impostura di questi maghi -può riuscire nel fatto di trovare cose perdute, o derubate. Ed ecco -come il _Noaaid_ procede quando possa immaginare il luogo ove trovare -il detentore della cosa perduta, o il ladro. Egli va colà; versa -dell’aceto in un piatto, d’onde vien riflessa la fisonomia della -persona che vi si guarda. Ed è chiamata a guardarvisi la persona caduta -sospetta; ed intanto il _Noaaid_ le fa contro mille sberleffi, e mostra -di fissarla e contemplarla ben bene: poscia chiaramente l’accusa del -furto commesso; dice di averne la prova sul volto di lui ben figurato -sul piatto, e la minaccia di farla coprire da uno sciame di mosche -ganiche, le quali la tormenteranno finchè abbia restituito ciò che non -le appartiene. Ognuno qui vede come la riuscita del _Noaaid_ dipende -tutta dalla paura della persona sospetta, la quale, se veramente è -colpevole, non manca mai di rimettere quanto ritiene d’altrui, od -ha rubato, ponendo però nel restituire la segretezza stessa, che -avea usata nel furto. Del resto i _Noaaids_ de’ Laponi hanno molta -somiglianza cogli Angelochi de’ Groelandesi. - -Terminiamo col dire, sempre sulla scorta del missionario _Leemens_, -dell’attaccamento, che i Laponi hanno pel loro paese. _Cristiano VI_, -re di Danimarca, incaricò quel missionario a mandargli un qualche -giovine Lapone: a cento, con cento proposizioni vantaggiosissime -il missionario fece la proposta inutilmente: infine ne trovò uno -che accettava il partito, ma la madre guastò tutto, la quale disse -apertamente al missionario, che la maledizione di Dio, e la sua -sarebbero cadute sulla testa di lui, se avesse continuato a volere -separarla da quanto essa avea di più caro al mondo; aggiungendo, che se -nel prossimo suo parto le fosse accaduta qualche disgrazia, l’avrebbe -attribuita a lui come autore di tanto suo affanno. Questa espressione -toccò il cuore al missionario, il quale non insistette di più. - -Non ci si dice, come poi ciò non ostante quei giovine andasse a -Copenaghen: bensì lo stesso missionario racconta, che quantunque -eccellentemente per ogni verso trattato colà, nell’autunno seguente -cadde ammalato, languì sino alla fine dell’anno, e poi morì: nè -_Leemens_ esita ad attribuirne la morte al subitaneo cangiamento -d’aria, ed alla nuova maniera di vivere. Che può mai un Lapone -sostituire in Copenaghen alle abitudini contratte nel suo paese? -Fuori di questo per lui tutto il mondo è una prigione; e fuori de’ -suoi compatrioti e delle sue renne, tutto per lui è un complesso di -barbarie. La Danimarca non ha potuto avvezzare al suo clima, a’ suoi -modi, a’ suoi piaceri nè Laponi, nè Groelandesi. - - - - -CONCLUSIONE - - -«Così, dice _Regnard_, terminando la sua relazione del viaggio da lui -fatto in Laponia, finì il penoso nostro viaggio, il più curioso che mai -fosse intrapreso, il quale io non vorrei aver fatto per nessuna somma -di denaro, e che però per nissun guadagno vorrei ricominciare». - -Egli è a presumere, che al tempo di _Regnard_ questo viaggio dovesse -presentare maggiori difficoltà che al presente. Tuttavolta io credo -di dover notare qualmente anche al presente non solo è difficile, ma -eziandio in certe circostanze riesce impossibile. Se, p. e., avvenisse -che l’estate fosse umida, che le pioggie fossero abbondanti, e per -conseguenza che le paludi non avessero tempo di asciugarsi, non so -vedere in che modo si potessero attraversare. Bisogna badare però che -quando io parlo d’impossibilità presunta di questo viaggio, s’ha il -mio discorso da intendere rispetto alla strada che noi abbiamo voluto -tenere, e non a quella che seguì _Regnard_. In quanto a questa, essa è -sempre praticabile, ed anche facile. Il fiume Tornea, se si eccettuino -alcune cataratte, è costantemente navigabile sino alla sua sorgente a -Tornea-Treske. - -Sono ben lontano dal cercare, esagerando le nostre fatiche, e gli -ostacoli da noi superati, di distogliere gli altri dal seguire il -nostro esempio per riservare a noi soli il merito straordinario della -esecuzione di tale impresa. Al contrario debbo piuttosto temere che il -poco interesse che i lettori avranno trovato nella mia opera, non sia -il più efficace motivo di allontanarli dal fare un viaggio, che sembra -prometter loro sì pochi mezzi di accrescere le loro cognizioni. - -La Laponia non pertanto presenta all’osservatore un vastissimo campo -d’istruzione. La mediocrità de’ miei talenti, e la rapidità colla quale -mi è convenuto percorrere una tanto immensa estensione di paese, non -mi hanno permesso, che di sfiorare le cose. Dico però, e lo dico con -fondata persuasione, che in codeste regioni tutto è ancora vergine; i -fiumi, i laghi hanno i loro popoli particolari; le montagne nascondono -nelle loro viscere miniere sfuggite tuttora alla cupidigia dell’uomo, -del pari che al suo studio. La renna, il ghiottone, specie d’orso -appartenente a codeste zone, il lemningo, razza di sorcio, sono animali -incogniti nelle altre parti d’Europa. Gli Ornitologisti troveranno ivi -uccelli particolari a quelle elevate regioni; e l’Entomologista, ad -ogni passo che farà, potrà arricchire le sue raccolte d’insetti più -rari e più preziosi. Per quanto numerosi sieno i luoghi, sui quali il -_Linneo_ portò le sue ricerche, e per quanto grandi sieno state le -sue scoperte, egli nelle sue corse lasciò nondimeno molti punti da -percorrere. Il _Quenzel_ ed altri naturalisti non hanno eglino dopo -di lui trovati molti, e molti insetti, singolarmente della classe -delle farfalle, o come essi dicono lepidopteri, i quali attualmente -formano articoli interessantissimi nelle collezioni di questo genere? -E quantunque il _Plinio_ svedese abbia portata un’attenzione, che -potrebbe dirsi anche minuziosa, su tutti gli oggetti di botanica; -quantunque abbia scrupolosamente vangato, dirò così, il suolo delle -regioni che ha scorse, per iscoprire ogni pianta, che al dire di -_Goldsmit_ - - Per non esser veduta s’era tratta - In que’ deserti, e si facea un velo - Dell’aria, d’onde solo il cupid’occhio - La potrebbe scoprir, se l’ali avesse; - -i suoi successori troveranno ancora da impiegare il loro tempo in -vantaggio della scienza vegetale, e di quelli che la coltivano: -segnatamente nella criptogamia, alcuni individuali oggetti appartenenti -alla quale sono stati sottomessi a processi chimici, e possono -aprire una nuova sorgente d’industria nelle manifatture, e perciò nel -commercio. - -Un grande vantaggio poi pel viaggiatore, vantaggio che gli -permetterebbe di aggiungere un interesse grande alla relazione del -viaggio suo, sarebbe quello di possedere l’arte del disegno, e di -potere coll’ajuto d’essa presentare agli occhi non solo dei dilettanti, -ma eziandio de’ consumati artisti quelle scoscese montagne, quelle -cascate maestose, que’ fiumi con tanto fracasso precipitanti le loro -acque per que’ loro letti sì profondi, o menandole pacatamente per la -larghezza delle vallate. Cotanta folla di siti, di paesaggi, di punti -di vista infine o magnifici, o selvaggi, o romantici, ma tutti sì -nuovi, sì incogniti in altri climi, sì veramente fatti per ingrandire -il genio delle arti, e la cui rappresentazione con tanto diletto -ricondurrebbe lui medesimo sopra i suoi trascorsi pericoli, sopra le -fatiche sofferte e i gustati piaceri. - -Se l’inverno non gli presentasse scene cotanto variate, pienamente -lo compenserebbero di sua pazienza mille oggetti degnissimi della -sua attenzione. La sua immaginazione colpita dalla forza de’ quadri -di questa natura insensibilmente si esalterebbe, e questo entusiasmo -sì naturale sarebbe seguito da quella dolce, e viva malinconia, che -l’_Hume_ riguarda come il sintomo dell’anima umana tocca dall’amore, -e dall’amicizia. Questa profonda malinconia, il cupo silenzio sparso -sopra codeste contrade isolate, porteranno indubitatamente chi le -percorrerà da filosofo, a domandare a se medesimo a che fine sieno -entrati nell’ordine della creazione luoghi per così dire estranei alla -vita. Con che disegno sono poste nella economia della natura quelle -aurore boreali, quegli spettacoli sì brillanti dell’aria, e que’ -laghi, e que’ fiumi, e quelle cataratte, se tale teatro magnifico, -eternamente deserto, debb’essere perpetuamente estraneo all’uomo. -Ebbene! L’uomo non iscioglierà mai codesta questione fin tanto che -si terrà persuaso ch’egli è il re delle cose create, e si abbandonerà -alla idea presuntuosa che tutte le cose poste su questo globo non per -altri esistono che per essolui. E non hanno al pari di noi un egual -diritto di moltiplicare le loro specie codesti uccelli, che fanno -eccheggiare pe’ boschi i loro canti, che coprono a sciami le paludi, -i fiumi, il cielo; e che l’estate emigrano da tutte le parti d’Europa -verso la Laponia per ivi costruire i loro nidi, ove debbono sbucciare -i loro piccoli dalle uova, che vi deporranno? Esposti dappertutto alle -insidie dell’uomo sì inclinato a crearsi de’ bisogni, che non gli diede -la Natura, perchè questa madre comune, sì saggia e sì pia, non avrebbe -riserbato loro degli asili, ove senza timore abbandonarsi all’amore, -e alla dolcezza degli affetti, che la propria prole ispira ad ogni -vivente? - -La Laponia presenta dappertutto al filosofo bramoso di conoscere la -natura nel suo stato di semplicità, soggetti degni della più profonda -riflessione, e di una contemplazione tanto più seducente, quanto -che essa è fatta per alimentare vie più il suo intelletto. È un -importantissimo punto in istoria naturale quello di sapere quanto in -fatto sia fondata l’opinione di _Mairan_, di _Buffon_, di _Bailly_, -e d’altri filosofi su quello, ch’essi chiamano calore centrale. Si -domanda se dopo la formazione della terra vi fosse mai un periodo, -in cui le regioni artiche fossero più calde di quello che lo sieno al -presente; se possa supporsi che sia avvenuto un cangiamento di clima, e -che nel corso de’ secoli sia succeduta una differenza essenziale nella -temperatura delle nostre zone. Queste domande potrebbero naturalmente -essere fatte da un filosofo, che viaggiasse in Laponia. Ma confesso che -non ho veduto nulla, su cui fondare una passabile risposta. Tutto ciò -che io posso dire si è, che durante il breve tempo, in cui sono stato -in Laponia, non ho scoperta cosa che si possa considerare come atta -a conservare sì sublime teoria. Non ho incontrate sorgenti calde, nè -altra traccia di temperatura stata più calda, come non ho avuto nissuno -indizio di popolazione più numerosa, non reliquie di antichi abitatori, -o d’arti che possano riferirsi a tempi antichissimi. Ma ho io veduto -tutto? Troppo vasto è il campo delle investigazioni occorrenti per -risolvere con materiale elemento tanta quistione. Vuolsi adunque che -altri e con grande zelo e con grande perseveranza si mettano alla -prova. Perchè non potrà trovarsi in Laponia, ciò che hanno rivelato fin -qui in Siberia e in America, paesi posti a latitudini eguali a quella -della Laponia? - -Finalmente, per continuare il primo discorso dirò vero essere che le -arti non fioriscono in queste contrade; che non vi s’inalzano templi -per isfidare il potere del tempo, e per pubblicare alle razze venture -la vanità di coloro, che li fecero edificare: non si veggono palazzi, -e case pompose, oltraggio altrove sì comune alla miseria dell’uomo -che ricco della sua coscienza, è inattaccabile da rimorsi, perchè nè -sa, nè può prestarvi materia. Rottami adunque di colonne, avanzi di -monumenti ivi non indicano al viaggiatore l’orgoglio di que’ potenti -dell’antichità, che comparvero per qualche tempo sulla scena della -vita per disgrazia di coloro che vissero sotto la loro dominazione. -Che ne’ paesi nostri l’archeologo passeggi sulle sparse ruine degli -edifizii rovesciati dalla successione de’ secoli; e che in mezzo a -que’ frantumi cerchi a sbrogliare il caos della storia, onde ricco -de’ fatti che ne avrà tratti, trovar materia di meravigliarsi sulle -azioni de’ primi uomini. Il filosofo in mezzo della Laponia, più -saggio forse ne’ suoi desiderii, non si fermerà meno dilettevolmente -sullo stato attuale, in cui troverà codeste contrade, convinto, che -possono abbastanza pascere il suo ingegno. Ivi egli studierà i primi -elementi della vita sociale: ivi conoscerà la società umana sotto la -forma più antica, la quale si può riguardare come la primitiva. Non -andrà colà per ammirare le opere dell’uomo incivilito; ma bensì per -contemplarvi la natura, l’ordine, l’armonia, prevalenti in tutte le -produzioni della creazione, l’immutabil legame della catena delle -cose, e la suprema Sapienza impressa su tutti gli oggetti della prima -formazione. Qua, e là verrà egli acquistando nuovi mezzi di estendere -le sue cognizioni, di riscaldare il suo zelo, di stralciarsi una via -più facile verso il ben essere, a cui egli medesimo aspira. Può egli -ripromettersi tanto l’archeologo dagli oggetti, che scelga per le sue -investigazioni? e l’oggetto di queste può stare in paragone di quello -delle investigazioni del nostro filosofo? - -Ah! come sarebbe ammirabile un viaggio fatto in Laponia collo spirito, -che accenno, quando fosse intrapreso da un saggio delle regioni -meridionali, coraggioso a segno di sfidare tutti gli accidenti, che -potesse incontrare. Un viaggio in Laponia fatto così filosoficamente -da un curioso che venisse dalle contrade del mezzogiorno! Quale altro, -più capace di produrre in lui le più utili riflessioni, e le lezioni -più salutari! Quanto non guadagnerebb’egli di più che quelli, i quali -nati nel Nord si tolgono ai rigori del loro clima per recarsi tra noi, -e farsi schiavi de’ piaceri che loro esso ricusa? Essi non portano seco -ritornando ai loro paesi che il vano desiderio di godere del cielo, -che debbono abbandonare. Non provano al loro ritorno che privazioni: -con rincrescimento ricordansi dei diletti, che loro prodigalizzava -per alcune ore un sole più dolce; sospirano dietro il piacevol senso -in essi eccitato dalle scienze, e dalla coltura delle belle arti; ed -obbliano che il vero ben essere dovrebbe comporsi delle cognizioni -acquistate, piuttosto che della reminiscenza de’ piaceri, che non -hanno potuto trasportar seco. Al contrario il viaggiatore meridionale, -che penetra nel Nord, presto è chiamato al confronto degli oggetti -presenti, e di quelli che ha lasciati nel suo paese; e nella nuova -scena, che gli si apre d’innanzi, una potente voce della sua coscienza -gli svela tutte le illusioni, tutte le vanità, tutti gli errori degli -uomini, che nella ebrietà di un esagerato incivilimento non avveggonsi -come si sono lasciati allontanare dalla vera via della natura; e che -seguendo le lusinghe di un perfezionamento non giustamente inteso, -s’inabissano ognor più in un vortice seduttore, ove la natura è -smentita, la virtù falsata, e la vera felicità ottenibile sulla terra -è tanto più sospinta lungi da noi, quanto più ardentemente da noi è -cercata. Egli sarebbe un predicatore fallito, se prendesse a voler -disingannare una generazione troppo profondamente avanzata in una sì -deplorabil carriera. Ma il suo spirito si è fortificato nella fede -della verità. La verità ch’egli ha veduta nel suo più chiaro splendore, -è divenuta la reggitrice delle sue morali abitudini. So quanto è -apprezzabile tutto ciò, che mette i suoi concittadini in delirio; e -senza esporsi a predicare al deserto, colle sue opere e colla sapienza -de’ suoi principii farà ancora qualche bene. - - - FINE DEL VIAGGIO. - - - - -INDICE - -DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO VIAGGIO - - - INTRODUZIONE Pag. 5 - - CAPO PRIMO. - _Partenza da Helsinbourg. Gottembourg, e costumi - de’ suoi abitanti. Canale di Trolhatta. - Stockholm. Descrizione di questa città. Indole, - ed usi degli Svedesi._ » 9 - - CAPO II. - _Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione - di chi fa questo viaggio. Traversata - sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi. - Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti. - Isole di Aland e loro abitanti._ » 21 - - CAPO III. - _Abo e cose notabili di questa città. Stato e - vivere degli abitanti del paese. Incontro di - un bardo moderno. Aurora boreale. Yervenkile. - Sua cascata. Caccia. Stato economico - dell’albergatore._ » 37 - - CAPO IV. - _Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi - che vi abitano. Incendii ed uragani che la - devastano. Cammino pericoloso, e mal passo - sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. - Wasa: descrizione di questa città._ » 49 - - CAPO V. - _Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi - riguardanti Linneo. Gamla-Carleby. Nuovi - motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori - sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte - dal ghiaccio. Brachestad. Uleaborg. - Avventura galante. Particolari riguardanti - Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa - città._ » 58 - - CAPO VI. - _Magnatizzatore, e magnatismo. Partita di musica - istromentale. Simpatia de’ Finlandesi per - la musica. L’harpu. Caccia del gallo di - brughiera, e qualità di questo uccello. Pregiudizii - de’ Finlandesi per certe vivande. Faccende - de’ Finlandesi nell’inverno. Loro pesche - sul ghiaccio. Loro caccie di vitelli marini - e dell’orso._ » 68 - - CAPO VII. - _Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette - runiche; loro carattere: modo con cui - vengono recitate o cantate. Esempii. Elegia - per la morte di un fratello. Proverbii. — Il - pasticcio di Paldamo. — Versi d’amore. Le - più antiche poesie runiche sono formule di - magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie - della religione dominante presso i Finlandesi - prima del cristianesimo._ » 78 - - CAPO VIII. - _Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per - andare al Capo-Nord attraverso della Laponia. - Nuovi compagni e provvigioni. Addii. — Descrizione - di un ballo finlandese. Divertimenti - in Hutta. Arrivo a Kemi. Il curato, e - la sua famiglia: bella chiesa e bei contorni. - Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. - Suo clima, e suo commercio. Fine del mondo - incivilito. Curato dell’Alta-Tornea: sua - ospitalità._ » 92 - - CAPO IX. - _Faticoso viaggio dall’Alta-Tornea a Kardis. - Kassila-Koski sul punto, su cui passa il circolo - polare. Più faticoso è il viaggio da Kardis - a Kengis. Graziosa accoglienza avuta - in Kengis dall’ispettore delle miniere di quel - luogo. Ragazze del contorno; e particolarità - di una di Kollare. Separazione de’ viaggiatori. - L’autore rimane solo con un compagno._ » 106 - - CAPO X. - _Primo trattamento di ospitalità in Kollare far - piangere chi entra in casa, e perchè. Descrizione - di questo villaggio, e de’ contorni. - Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto - la sua direzione evitati. Digressione._ » 115 - - CAPO XI. - _Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca. - Ministro di questa parrocchia, e suo singolare - carattere. Costumi de’ paesani di questo - villaggio, e de’ contorni._ » 119 - - CAPO XII. - _Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi - circa la Laponia. Ciarlataneria di Maupertuis. - Aspetto del paese tra Muonionisca e - Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a - Lapajervi, e crudele persecuzione delle zenzale. - Lago di Pallajervi: isola Kuntigari: - fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di - mare come servizievoli ai pescatori. Laponi - nomadi presi a guida, congedati i Finlandesi; - e penoso viaggio fatto con coloro._ » 127 - - CAPO XIII. - _Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro - di pescatori laponi. Loro usi e sospetti sui - viaggiatori. Cagioni di questi sospetti. Quantità - immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed - acque adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre - particolarità sui Laponi nomadi. Arrivo - a Kantokeino._ » 144 - - CAPO XIV. - _Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine - apparentemente irragionevole. Musica lapona. - Maestro di scuola: sue imprese, e - sua singolare incombenza. Notizie statistiche - su questa parrocchia, e stato economico de’ - suoi abitanti. Partenza, e cordiali addii delle - donne del villaggio. Il bel fiume dell’Alten. - Cataratta magnifica. Rapidità singolare della - corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra - colle zenzale. Incontro di un pescatore di - sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten._ » 159 - - CAPO XV. - _Situazione di Alten. Veduta dell’Oceano-glaciale. - Abitanti di Alten, ed ospitalità avutane. - Navigazione per l’Oceano-glaciale, e - visita della costa. Monte Himelkar, e cascata - che ne discende. Visita ad alcune abitazioni - di Laponi. Stato de’ Laponi stabiliti - sulla costa. Laponi erranti: loro tende, - loro beni, e loro renne._ » 184 - - CAPO XVI. - _Delle renne: dell’indole di questi animali: - del governo che i Laponi ne fanno: delle - varie sorti di slitte che usano, ecc._ » 201 - - CAPO XVII. - _Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale. - Golfo delle Balene. Isola della Have-Sund, - il più orribil sito, che possa vedersi. - Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione - di questo promontorio._ » 214 - - CAPO XVIII. - _Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori - dall’essere giunti al Capo-Nord. Visita del - promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze. - Angelica, e grotta. Roccie, licheni, - alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di - mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro - dal Capo-Nord._ » 218 - - CAPO XIX. - _Ritorno ad Alten per diversa strada. Isola di - Maaso: suoi abitanti, e loro ospitalità. Vantaggio - di chi viaggiando è tenuto per un - principe. Hammerfest. Penisola Hwalmysling. - Fregata inglese. Arrivo in Alten. Corsa a - Felwig: gran mercato di pesce._ » 227 - - CAPO XX. - _Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari - cataratte. Motivi di rimontarne una, e - sforzi inutili. Viaggio per le montagne, e - gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia - la navigazione dell’Alten. Arrivo a Kantokeino. - Passaggio ad Enontékis. Viaggiatori - inglesi, e loro memorie. Memoria di un - emigrato francese. Estratto di un manoscritto - del curato di Enontékis. Partenza da - Enontékis per Tornea ed Uleaborg._ » 233 - - CAPO XXI. - _Costituzione fisica de’ Laponi. Loro origine e - loro lingua. Robustezza ed agilità de’ Laponi, - e lavori. Loro religione e moralità; - e cause di corruzione. Vestito: incombenze - dei due sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina, - e mobili di casa. Caccia delle renne - selvaggie: caccia d’altri animali del paese. - Alcuni particolari usi de’ Laponi. Loro nozze, - e loro giuochi._ » 245 - - CAPO XXII. - _Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, - oftalmia. Preservativo contro lo scorbuto. - Rimedio pe’ geloni, per le ferite, per - le fratture, e lussazioni. Affezioni infiammatorie, - reumi, lombaggine. — Funerali de’ - Laponi, sepolture, convito mortuario, anniversarii. - Pietà verso i defunti. Giurisprudenza - sulle eredità. — Religione degli antichi - Laponi. Montagne Sante, tutt’ora in venerazione. - Maghi. Affezione de’ Laponi al - loro paese._ » 277 - - _Conclusione_ » 296 - - -Registro per le Tavole. - - TAV. I. _Passaggio sul golfo gelato di - Botnia_ Pag. 3 - - TAV. II. _Veduta della città di Tornea - a mezzanotte precisa. Il sole - sta alla maggior sua declinazione_ » 100 - - TAV. III. _Veduta del Capo-Nord_ » 215 - - - - -NOTE: - - -[1] I nostri leggitori si ricorderanno che la Finlandia è stata dopo il -viaggio del sig. _Acerbi_ aggiunta all’Impero russo, troppo necessaria -per coprire Pietroburgo, altrimente esposta ad ogn’invasione degli -Svedesi. La corona di Svezia ha avuto in compenso la Norvegia, tolta -alla Danimarca. La circostanza di tale mutazione politica ci ha fatto -omettere nel Viaggio che compendiamo quanto alla medesima è estraneo: -toccando a viaggiatori più recenti dire ciò che da quell’epoca in -poi intorno all’amministrazione delle cose pubbliche sia avvenuto in -Finlandia. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VIAGGIO AL CAPO NORD *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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