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-The Project Gutenberg eBook of Verso il mistero, by Virginia Tedeschi
-Treves
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-using this eBook.
-
-Title: Verso il mistero
- Novelle
-
-Author: Virginia Tedeschi Treves
-
-Release Date: July 8, 2021 [eBook #65796]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Gianfranco De Robertis, Barbara Magni and the Online
- Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This
- file was produced from images generously made available by The
- Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO IL MISTERO ***
-
-Nota di Trascrizione: il testo in corsivo è denotato da _trattini bassi_.
-
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-VERSO IL MISTERO
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-OPERE DI CORDELIA.
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-
-RACCONTI E BOZZETTI.
-
- _Il regno della donna_ (7.^o migliaio) 2 —
- _Dopo le nozze_ (3.^o migliaio) 3 —
- _I nostri figli_, in formato bijou a colori (2.^o migliaio) 3 —
- _Prime battaglie_ (4.^o migliaio) 2 —
- _Vita intima_ (9.^o migliaio) 1 —
- _Racconti di Natale_ (2.^o migliaio) 3 50
- —— —— Edizione illustrata da Dalbono (5.^o migliaio) 4 —
- _Alla Ventura_, ill. da Amato (2.^o migliaio) 4 —
- _Casa altrui_, ill. da Matania (2.^o migliaio) 3 —
- —— —— Edizione economica (10.^o migliaio) 1 —
- _All'aperto_, ill. da Ferraguti e Amato (2.^o migliaio) 4 —
- _Nel Regno delle Chimere_, ill. da G. Amato, A. Ferraguti
- e E. Dalbono 5 —
- —— —— Edizione economica in‑16 3 —
- _Verso il mistero_ 3 50
-
-ROMANZI.
-
- _Catene_ (8.^o migliaio) 1 —
- —— —— Edizione ill. da Bonamore (3.^o migliaio) 4 —
- _Per la gloria_ (2.^o migliaio) 3 50
- _Forza irresistibile_ (2.^o migliaio) 3 50
- _Il mio delitto_ (3.^o migliaio) 1 —
- —— —— Edizione illustrata da Colantoni 3 —
- _Per vendetta_ (3.^o migliaio) 1 —
- —— —— Ediz. ill. da Armenise e Ferraguti (2.^o migliaio) 4 —
- _L'Incomprensibile_ 3 —
-
-LIBRI PER I RAGAZZI.
-
- _Piccoli Eroi_ (43.^o migliaio) 2 —
- —— —— Ediz. in‑8 ill. da A. Ferraguti (3.^o migliaio) 4 —
- _Mondo Piccino_, illustrato (5.^o migliaio) 1 —
- _Mentre nevica_, illustrato (4.^o migliaio) 2 —
- _Nel regno delle Fate_, ill. da Dalbono (3.^o migliaio) 7 50
- _Il Castello di Barbanera_, ill. da Paolocci (3.^o migliaio) 2 —
- _I nipoti di Barbabianca_, ill. da Matania (2.^o migliaio) 4 —
-
- _Teatro in famiglia_, commedie pei giovani, illustrate da
- G. Amato, Sophie Browne e A. Ferraguti 2 50
- _Gringoire_, opera in un atto, musica di Scontrino 5 —
-
-
-
-
- CORDELIA
-
-
- VERSO IL MISTERO
-
- NOVELLE
-
-
- [Illustrazione]
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1905
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- _Riservati tutti i diritti_
-
-
- Published in Milan, October fifteenth, nineteen hundred and five.
- Privilege of copyright in the United States reserved under the
- Act approved March third, nineteen hundred and five, by Fratelli
- Treves.
-
-
- Milano. ― Tip. Fratelli Treves.
-
-
-
-
-UNA TRAGEDIA IN UN CERVELLO.
-
-
-I.
-
-Valentina seduta accanto alla finestra era immersa nella lettura della
-_Nevrosi e neurastenia_ del professor De Giovanni.
-
-Era laureata da un anno in medicina e amava la scienza coll'ardore
-della giovinezza, colla fede d'un credente. S'era dedicata
-alla specialità delle malattie del sistema nervoso, e studiava
-indefessamente coll'entusiasmo di un neofita.
-
-Fu scossa dalla voce della madre, la signora Paola Verganti, che le
-disse:
-
-—Valentina, ti prego, lascia per dieci minuti i tuoi libracci, e
-ascoltami.
-
-—Parla, mamma,—rispose Valentina chiudendo il libro.
-
-—Dà retta a me,—riprese la signora Verganti,—rinuncia al tuo
-matrimonio. Quando ti ho concesso di frequentare l'Università, lottando
-coi pregiudizi degli amici, fu per farti forte e capace di vivere anche
-senza maritarti, ed ecco che la tua scienza non serve che a renderti
-indipendente da me, e a farti scegliere uno sposo che non mi persuade.
-
-—Mamma, tu non sei ragionevole, io non ti riconosco più, non mi sembri
-più la donna superiore che mi permise di dedicarmi a studii severi e
-virili. Perchè vorresti togliermi ora quell'indipendenza di volontà che
-tu stessa m'hai insegnato ad apprezzare? È vero; la mia scienza avrebbe
-potuto consolarmi della mancanza della famiglia, e non avrei pensato
-a scegliermi un marito, nè accettato il primo venuto, se il caso non
-mi avesse fatto conoscere l'ingegnere Lodovico Arcelli. È un uomo
-superiore, ricco, simpatico, intelligente, e lo amo con tutta l'anima
-mia.
-
-—Tu che hai studiato medicina, sai meglio di me a qual pericolo ti
-esponi,—disse la signora Verganti,—tu sai bene che Lodovico è pazzo.
-
-—Mamma, non è vero, e mi meraviglio che tu raccolga questa vile
-calunnia dei suoi nemici. Una mente così equilibrata, che scioglie i
-problemi di matematica più difficili, che ora sta studiando un metodo
-nuovo e semplice per trasportare la energia a grandi distanze, via: non
-è possibile! Io, vedi, ho frequentato le case dove regna la pazzia e
-credo di saperne qualche cosa; se Lodovico è pazzo, lo siamo tutti!
-
-—Allora è ammalato,—soggiunse la signora Verganti;—hai udito quello
-che hanno detto di lui i tuoi colleghi; m'hanno fatta la descrizione di
-quel suo male misterioso, terribile, che fa tremare i più forti, pensa
-a quello che fai.
-
-—Io non ho paura.
-
-—Almeno, Valentina, fallo per la mia tranquillità, rinuncia a questo
-matrimonio.
-
-—No, mamma, sono decisa, e tu non inquietarti inutilmente, mostrati
-forte, come quando il babbo partiva per andare alla guerra, che lo
-salutavi colla faccia sorridente, per non togliergli il coraggio, e
-pure avevi il pianto nel cuore; io mi sento figlia del colonnello
-Verganti e non tremo. Mamma, su allegra; ti assicuro che non ci saranno
-nè morti, nè feriti, ed ora non parliamone più.
-
-Riprese il libro, ma il suo pensiero era molto lontano. Pensava
-alla decisione presa, all'uomo al quale era alla vigilia di legarsi
-indissolubilmente, contro il consiglio delle amiche, della madre, di
-tutti! Infatti una malattia incomprensibile, fatale, tramutava il più
-compito degli uomini in una belva furibonda; quel male lo coglieva
-sempre alla medesima ora, poi si dileguava improvvisamente senza
-lasciare alcuna traccia. I medici non erano riusciti a spiegarlo e
-nemmeno a dargli un nome. Chi diceva trattarsi di sonnambulismo, chi
-di epilessia, ma non sapevano nulla di preciso; avevano tentato molte
-cure, fra le altre, l'idroterapia, l'ipnotismo, l'elettricità; tutto
-inutilmente.
-
-Valentina conobbe l'ingegnere Arcelli quando faceva la cura elettrica
-nel gabinetto del suo professore. Sentì subito una viva simpatia pel
-giovine, e un forte desiderio di studiare quel male misterioso e
-tentarne la guarigione.
-
-Egli non ignorava il suo male, e ciò lo rendeva malinconico, avvilito,
-quasi umiliato; parlava poco, viveva solitario, tutto immerso negli
-studii, che avevano già fatto conoscere il suo nome nel mondo;
-era alto, pallido, aveva la voce melodiosa, i modi signorili, e
-un'espressione di dolcezza diffusa intorno agli occhi stanchi che lo
-rendeva simpatico.
-
-Valentina lo vide la prima volta seduto, isolato sulla poltrona
-elettrica, mentre il professore, toccandolo coll'elettroforo, faceva
-scattare scintille da tutto il suo corpo, ed essa era incaricata di
-regolare l'intensità della corrente.
-
-Pei primi giorni si scambiarono poche parole, poi la giovane medichessa
-gli chiese del suo male, tentò d'infondergli qualche speranza di
-guarigione.
-
-—È terribile,—egli diceva,—è come una morsa di ferro che mi soffoca
-e mi strazia, un incubo da cui non posso liberarmi. Sono molto
-ammalato.—E crollava il capo come chi non ha più speranza.
-
-Valentina incominciò a provare per lui una gran compassione, volle
-visitarlo minutamente e lo assicurò che nessuna lesione aveva
-nell'organismo, e si convinse che il male era legato a quei fili
-misteriosi che si chiamano nervi e che sarebbe guarito.
-
-Le parole della fanciulla erano per lui una musica soave che più della
-corrente elettrica faceva vibrare tutto il suo essere, e il pensiero
-che finita la cura non l'avrebbe più riveduta, era per lui altrettanto
-spaventoso, quanto l'idea della sua malattia.
-
-Valentina, senza essere una bellezza perfetta, era molto piacente,
-aveva il viso aperto, gli occhi vivi, intelligenti e un'aria di bontà
-e di energia in tutta la persona che la rendeva affascinante. Essa
-leggeva nel cuore di Lodovico come in un libro aperto, sentiva la di
-lui ammirazione crescente e aspettava che le rivelasse il suo amore.
-Egli sospirava, si faceva sempre più triste, ma non aveva coraggio di
-parlare.
-
-Solo un giorno egli disse che ogni gioia gli era negata, anche la
-speranza di formarsi una famiglia, perchè nessuna donna avrebbe voluto
-dividere la sua triste sorte.
-
-—Dite delle sciocchezze,—gli aveva risposto Valentina,—ne volete una
-prova? Io sarei pronta ad essere la vostra compagna.
-
-Il pallido volto del giovane s'illuminò a quelle parole, ebbe un lampo
-di gioia, poi crollò il capo, e porgendole la mano disse:
-
-—Grazie, le vostre parole m'hanno fatto un gran bene, ma è un sogno
-che non può realizzarsi.
-
-—Perchè? Vi amo, ammiro il vostro ingegno; se avete per me un po' di
-simpatia, perchè non si dovrebbe unire la nostra sorte e tentare di
-essere felici?
-
-—Ma la mia malattia non vi spaventa? Non mi maledirete di rattristare
-la vostra fiorente giovinezza, collo spettacolo del mio male? Voi
-non conoscete l'orrore delle mie notti, gli spasimi del mio corpo
-straziato, i sussulti del mio cervello infermo, non datemi un'illusione
-fallace, una speranza che non potrà realizzarsi; pensateci. Valentina,
-voi siete bella, sorridente, siete nata per la gioia e non per unire
-la vostra sorte a quella di un uomo che ignora per qual colpa è stato
-maledetto dal cielo.
-
-—Non dite così che mi fate pena,—rispose Valentina,—mi sono dedicata
-all'umanità sofferente, ho frugato nelle viscere dei cadaveri per
-scoprire il segreto della vita; anch'io, perchè ho fatto quello che
-poche donne hanno il coraggio di fare, in molti ispiro la ripugnanza,
-il ribrezzo. Veramente volevo dedicarmi soltanto alla scienza, ma vi ho
-conosciuto, vi amo, e mi offro a voi.
-
-—Voi siete un angelo, e mi è impossibile rifiutare il vostro dono
-generoso,—rispose Lodovico,—l'accetto come se mi venisse dal cielo
-e giuro che tutto tenterò per rendervi felice.
-
-—Come amerei la mia scienza se potessi darvi qualche
-sollievo!—esclamò Valentina.
-
-Lodovico crollò il capo come un incredulo, e disse:
-
-—Non è più il tempo dei miracoli; è vero, voi sapete molte cose, ma
-non potrete riuscire dove non sono riusciti i migliori medici. Temo
-d'esser condannato per tutta la vita ed ora ne sono più addolorato per
-voi, che mi sarete compagna.
-
-—Forse la scienza sarà più potente unita all'amore, ed ho la fede e la
-speranza.
-
-Lodovico era commosso, gli mancava la voce, ma da quel momento sentì
-che non avrebbe più potuto vivere senza Valentina.
-
-
-II.
-
-Un bellissimo sole d'aprile illuminava la città di Torino, e l'aria,
-piena di profumi nuovi, avvolgeva uomini e cose.
-
-Gli sposi, ritornati appena dal municipio, erano circondati dai parenti
-e dagli amici.
-
-Il convegno era tutt'altro che lieto. Pareva un funerale, la
-preoccupazione della malattia dello sposo stava nel pensiero di tutti.
-
-La signora Verganti tratteneva a stento le lagrime e si sentiva tanto
-triste, come non era stata mai, nemmeno il giorno in cui suo marito era
-partito per la guerra d'Africa, dove aveva trovato la morte. Lodovico
-sorrideva, ma si mostrava preoccupato. Valentina soltanto era allegra,
-raggiante, e si sforzava d'infondere in tutti il suo coraggio e la sua
-gioia.
-
-Essa sorrideva allo sposo e abbracciava la madre rassicurandola.
-
-Tutto sarebbe andato bene, diceva. Anche la natura in festa e il sole
-che entrava dalle finestre aperte rallegrava la casa piena di fiori e
-d'amici.
-
-Fu un momento solenne, quando vennero a dire che la carrozza attendeva
-gli sposi per condurli alla villa che Lodovico possedeva nei dintorni
-di Torino e doveva ospitarli in quei primi giorni del matrimonio.
-
-Valentina si staccò con uno sforzo dalle braccia di sua madre, che non
-avrebbe voluto lasciarla partire, salutò gli amici, e discese in fretta
-le scale seguita da Lodovico.
-
-Finalmente erano soli.
-
-La carrozza correva per le strade lunghe, dritte, popolate da una folla
-allegra, uscita per respirare la brezza della primavera nascente.
-Correva pei lunghi viali fiancheggiati dagli alberi che si vestivano di
-foglie novelle, avanti avanti per l'aperta campagna, salendo sui poggi
-che ridevano davanti al nuovo sole. Gli sposi si tenevano per mano in
-silenzio: si sentivano vivere e pensare, come sentivano il battito dei
-loro cuori che la gioia rendeva più rapido.
-
-Egli temeva che la sua felicità si dileguasse come in un sogno, e
-che l'amore di Valentina non avrebbe potuto resistere quando avesse
-assistito ad una delle crisi del suo male; tremava pensando a quello
-che gli preparava l'indomani e la stringeva a sè fortemente come per
-impedire che gli sfuggisse.
-
-Essa indovinava il pensiero di Lodovico, ma non temeva nulla, era
-sicura di sè stessa e del suo amore. Quasi desiderava affrontare
-la realtà di quel male sconosciuto, per conoscerlo e tentarne la
-guarigione; voleva studiarlo con tutta la forza della sua mente, colla
-divinazione del suo cuore innamorato, e forse sperava di comprendere
-quello che agli altri era rimasto incomprensibile.
-
-Sapeva quel male misterioso appartenere al genere di malattie alle
-quali essa specialmente si era dedicata; e il poter studiare il
-soggetto, sempre, tutti i giorni, con intelletto ed amore, le dava la
-speranza di riuscire.
-
-Già la sua fantasia andava andava, come la carrozza che correva per
-l'aperta campagna, e si vedeva felice e vittoriosa. Furono distolti dai
-loro pensieri dalla scossa della carrozza che si fermò davanti alla
-villa.
-
-Scesero in fretta sorridendo e, stanchi pel lungo silenzio, ripresero
-la conversazione interrotta.
-
-Il sole volgeva al tramonto e tingeva d'una tinta rosea le montagne
-ancora coperte di neve.
-
-La casa bianca risaltava sopra uno sfondo verde‑cupo, formato da un
-bosco di abeti; i rododendri in fiore mettevano una nota gaia sul verde.
-
-—Quanto è bello!—esclamò Valentina.—Come saremo felici in questo
-nido!
-
-—Ti piace?—chiese Lodovico col volto illuminato dalla gioia.
-
-—Ma è un incanto!... E come hai pensato a tutto; sei un vero mago.
-Fino la tavola preparata, e un bel fuoco nel caminetto. E quante belle
-rose! Eppure non siamo ancora di maggio; e queste violette! Che profumo!
-
-E sì dicendo si chinò ad odorare un bel mazzo di viole poste in un
-canestro sopra un tavolino.
-
-Lodovico ordinò ai domestici di servire il pranzo; la lunga corsa e le
-emozioni della giornata gli avevano eccitato l'appetito; poi, rivolto
-alla moglie, soggiunse:
-
-—Cara la mia dottoressa, mi pare che si potrebbe mettersi a tavola;
-dopo pranzo avrai tutto il tempo per ammirare la tua villa.
-
-—Nostra, vuoi dire.
-
-—No, sei tu la padrona, te ne faccio un dono; spero che non mi
-negherai l'ospitalità.
-
-Valentina si mise a ridere.
-
-—Hai voglia di scherzare,—disse.
-
-—Parlo seriamente; sono lieto di cederti lo scettro; da domani la
-padrona sarai tu, ed io sarò tuo schiavo.
-
-E chiacchierando allegramente si sedettero a tavola dove venne loro
-servito un buon pranzo, e gustarono per la prima volta il piacere di
-trovarsi soli, lontani dal mondo, seduti alla stessa mensa, avendo nel
-loro cervello pensieri spumeggianti come il vino di cui erano piene le
-coppe di cristallo.
-
-Dopo il pranzo, Valentina volle continuare il suo viaggio di scoperta
-e girare per la villa, divertendosi a toccare i ninnoli sparsi sulle
-mensole, ad osservare i mobili, i quadri, i tappeti.
-
-Nel piano superiore v'erano le camere da letto, una coi parati rosei
-per lei e l'altra più cupa e severa per Lodovico; accanto una sala
-spaziosa contornata da biblioteche piene di volumi.
-
-—Hai proprio pensato a tutto,—disse Valentina, avvicinandosi alle
-biblioteche per osservare i volumi ben rilegati.—Da una parte i libri
-di matematica per te, dall'altra quelli di medicina e di scienze
-naturali per me; mi par di ritrovare i miei amici, eccoli tutti
-schierati: Biswanger, _La neurastenia_; Beard, _Una malattia nuova_;
-_La neurastenia_ di Arndt; come sono difficili questi nomi russi! E
-che belle ore passeremo a studiare qui tutti e due, tu da una parte
-ed io dall'altra! Perchè da sposi moderni, da personaggi del secolo
-ventesimo, non ci si potrebbe contentare di star tutto il giorno a
-guardarci negli occhi ed a filare l'amore perfetto. Noi abbiamo bisogno
-anche del cibo dello spirito, e così il nostro amore non passerà come
-una meteora fuggente, ma durerà sempre, non è vero?
-
-—Ne ho speranza, dipende da te,—disse Lodovico, sedendosi sopra un
-divano accanto a Valentina.
-
-—Non temere,—rispose questa,—sono sicura di me stessa, i miei
-sentimenti non muteranno; ma, perchè ora una nube è passata nella tua
-mente?—chiese guardandolo negli occhi.
-
-—Tu mi leggi dunque nel pensiero?
-
-—È un po' la mia professione. Ma, dimmi, che cosa ti turba?
-
-—Penso che presto s'avvicina l'ora fatale e vorrei pregarti di non
-tentare di vedermi, nè di assistermi in quel momento.
-
-—Ma perchè?
-
-—Perchè la crisi passa come viene e tu ne soffriresti inutilmente; mi
-prometti dunque di allontanarti?
-
-—Non posso farti una promessa che non potrei mantenere. Desidero
-vedere di che cosa si tratta, e la mia non è una curiosità da
-femminuccia, ma una curiosità scientifica, e poi mi spinge la speranza
-di esserti di qualche sollievo.
-
-—Almeno, ti prego, non avvicinarti a me. Devo narrarti una cosa che
-ho sempre tenuta chiusa nel mio cuore, ed al pensarvi soltanto mi
-rinnova un dolore crudele. Mi rincresce evocare in questo giorno un
-ricordo così triste, ma vi sono costretto per difenderti da te stessa
-e impedire che avvenga un fatto al quale non potrei sopravvivere.
-
-Valentina lo guardò esterrefatta. Che cosa doveva dirle di tanto
-grave? Stette ad ascoltare tutta trepidante.
-
-—Una volta,—riprese Lodovico col pianto nella voce,—avevo un
-cagnolino, _Fedele_, il mio unico amico, il solo compagno della mia
-vita solitaria; ebbene, dopo una delle mie crisi lo trovai morto,
-soffocato, accanto a me. Che cosa era accaduto? Forse vedendomi
-soffrire si era avvicinato per recarmi soccorso, forse per farmi una
-carezza, mistero! Sono certo che l'uccisi colle mie mani, e non me ne
-so ancora dar pace; pensa se tu ti avvicinassi e ch'io ti facessi male,
-ti ucc.... Dio mio! sento che ne morrei. È terribile non poter dominare
-i proprii movimenti!
-
-—Non temere, Lodovico, veglierò su te, ad una certa distanza, e saprò
-difendermi. Ed ora non pensiamo a cose tristi.
-
-—Hai ragione,—disse Lodovico, abbracciandola,—godiamo di questi
-momenti di pace che ancora ci rimangono.
-
-E stettero vicini in quella stanza appena illuminata. I loro volti
-erano sereni, ma un velo di mestizia pareva fosse sceso su quelle cose
-che pochi momenti prima parevano tanto gaie ai due innamorati.
-
-
-III.
-
-Lodovico aveva accompagnato Valentina nella stanza dai parati color di
-rosa, e s'era indugiato a discorrere con lei di mille cose, e fatto
-progetti per l'avvenire.
-
-Dalla finestra spalancata entrava una brezza refrigerante e le stelle
-tremolavano come punti luminosi nella vôlta scura del cielo.
-
-Ad un tratto Lodovico abbracciò Valentina, e disse:
-
-—Devo andare, procura di riposare, e pensa a cose liete.
-
-—Dimmi almeno che cosa ti senti,—chiese Valentina.—Sai che devo
-essere la tua medichessa.
-
-—Ora non è nulla, soltanto un sonno invincibile, un peso che mi
-opprime il cervello. Devo coricarmi, non inquietarti, domani mi
-troverai bene come al solito. Va a dormire, non pensare a me; te ne
-prego,—e uscì in fretta, lasciando la sposa sola, in faccia alla notte
-profonda, in quella camera color di rosa dove i fiori impallidivano nei
-vasi, e il letto bianco adorno di merletti sembrava stendere le braccia
-e invitarla al riposo.
-
-Ebbe un momento di sgomento; il primo in tutta la giornata; l'opprimeva
-il silenzio che la circondava, il non udire più la voce di Lodovico,
-il trovarsi in quella stanza sconosciuta, che non aveva per lei
-alcun ricordo, e la sua situazione nuova, straordinaria, di esser
-sola, abbandonata nella prima notte del matrimonio. Si sedette sopra
-una poltrona e prese in mano un libro per togliersi dai pensieri
-che l'opprimevano; non potè leggere nemmeno una riga; lo chiuse; la
-stanchezza l'assalse, e parve assopirsi; ma tutto ad un tratto un urlo,
-che veniva dalla stanza vicina, la riscosse; s'alzò di scatto, aperse
-l'uscio e sollevò la portiera che la divideva dalla camera di Lodovico.
-
-Una lampada velata mandava dalla vôlta una luce tenue, quasi
-crepuscolare. Lodovico si dibatteva sul letto come un indemoniato,
-aveva la faccia sconvolta, e gli occhi che sembrava gli uscissero
-dall'orbita, pareva lottasse con un nemico formidabile, invisibile, i
-suoi muscoli erano tesi come per uno sforzo sovrumano, poi cessarono i
-movimenti convulsi e incominciò a gemere e ad urlare come una belva.
-
-Valentina stava ritta sulla soglia, incerta; avrebbe voluto avvicinarsi
-al letto per tentare di calmarlo, ma rammentò la proibizione avuta.
-Fremeva nel veder il suo Lodovico così trasfigurato, e di trovarsi
-impotente a recargli sollievo. Lo chiamò ad alta voce, non rispose,
-fece solo un movimento impercettibile.
-
-Ad un tratto la voce di Lodovico echeggiò nel silenzio della notte,
-disse parole interrotte, sconnesse, pareva che vaneggiasse, anche la
-sua voce pareva mutata.
-
-Valentina immobile stava attenta ad ascoltare. Dopo le prime frasi potè
-raccapezzarsi meglio in mezzo a quel torrente di parole paurose.
-
-—Aiuto!—egli gridava,—aiuto! ecco, viene col pugnale; uno, due,
-tre.... gli squarcia il seno: oh che rantolo, è morto; ancora, ancora!
-perchè? È terribile.... non voglio più sentire quel gemito.... anche
-lei.... salvala.... peccato, è così bella.... no? no? ah! offre il
-seno.... ah, l'uccide.... quanto sangue.... via, via.... assassino....
-ed ora ecco le vittime; le avvolge nel lenzuolo.... è tutto rosso di
-sangue. Dove va? dove le trascina? giù in fondo.... sento il rumore
-delle loro teste che cozzano; tun, tun, tun.... pietà pei morti....
-giù, giù ancora; perchè li trascini? Perchè li scuoti? aiuto!...
-aiuto!... La fossa è nera giù.... perchè le ossa scricchiolano? ahi, le
-sento qui.... aiuto.... aiuto!...
-
-E si voltava per il letto gettando via tutto quello che gli capitava
-in mano, contorcendosi in modo spaventoso; pareva che le sue ossa si
-spezzassero, agitava le braccia come se volesse scacciare una terribile
-visione. Lodovico continuava:
-
-—Ed ora dove mi conduci? Dove fuggiamo? Quanti soldati!
-C'inseguono.... via, via! Andiamo lontano.... lontano.... lontano....
-
-Valentina tremava alla vista di quello spettacolo atroce, eppure non
-si sentiva la forza di fuggire, se ne stava là immobile, impetrita,
-come una statua. Ad un certo punto Lodovico parve calmarsi, respirò
-forte come uno che fosse fuggito da un pericolo, e fu colto da un sonno
-profondo, quasi letargico; soltanto il suo corpo di tanto in tanto
-sussultava.
-
-Valentina sentì risvegliar in sè, sotto l'involucro femmineo e
-sensibile, la missione del medico; si avvicinò al letto, e pose una
-mano sul cuore di Lodovico. Il cuore sussultava, batteva come se avesse
-fatto una corsa vertiginosa, poi gli posò la mano sulla fronte e la
-sentì madida di sudore.
-
-—Bisogna farlo guarire,—disse fra sè.—Impossibile che il suo cuore
-possa sopportare ogni notte una scossa così tremenda, e poi io lo amo
-e non potrei sopravvivere alla sua morte.
-
-La crisi era passata, e adagio Valentina si ritirò nella biblioteca
-per meditare su quello che aveva veduto. A che categoria apparteneva
-la malattia di Lodovico? A quelle che hanno sede principale nei centri
-nervosi, questo lo sapeva. Non era pazzo, e nemmeno sonnambulo; non
-ammetteva che si trattasse di epilessia come molti dei suoi colleghi
-avevano dubitato. Secondo lei, era un fenomeno di suggestione,
-e prodotto da un'influenza esteriore che aveva impressionato
-eccessivamente un cervello giovane e sensibile.
-
-Quale poteva essere quest'influenza, non si spiegava, ed era impaziente
-che suo marito si svegliasse per poterlo interrogare. Si rammentava che
-nella tesi di laurea aveva svolto il concetto delle influenze ataviche
-sui centri cerebrali, e s'era convinta da' suoi studii e da alcune
-esperienze fatte, che le impressioni ricevute dai nostri avi si possono
-ripercuotere nel nostro cervello e che, come l'imagine fotografata
-sopra una lastra sensibile, si rivela al primo raggio di sole, così
-alla prima occasione quelle possono uscire disordinate dalla mente.
-Doveva esser certo avvenuto così nel cervello di suo marito. O aveva
-avuto una forte impressione da bambino, oppure doveva cercare il fatto
-tragico nella vita dei suoi avi.
-
-Tutta la notte essa stette sfogliando libri e riviste; l'ansietà di
-sapere le aveva fatto dimenticare la stanchezza d'una giornata piena
-di emozioni. Il sole era già spuntato sull'orizzonte quando Lodovico
-entrò adagio nella libreria. Valentina stava leggendo attentamente
-l'_Eredità_ di Lucas e non si accorse del passo di lui.
-
-Le si avvicinò timido e trepidante e le posò dolcemente la mano sulla
-spalla. Ella lo guardò rassicurandolo.
-
-—Non ti faccio orrore?—le disse,—hai assistito a tutto, ti ho
-sentito vicino a me.
-
-—Mi hai sentito davvero? Allora il male non è tanto grave,—disse
-Valentina,—io voglio salvarti. Qui, vicino a me, devi raccontarmi
-tutto come ad un medico.
-
-—Interrogami.
-
-—Quando il male ti assale, perdi la coscienza? non senti nulla di
-quello che accade intorno a te?
-
-—Io sento tutto come in un sogno, ma una volontà più forte della mia
-mi spinge a fare dei movimenti involontari, a dire quello che non
-penso; è un incubo che m'assale col quale io lotto invano; è più forte
-di me; questa notte tu mi hai chiamato, ho udito la tua voce, ma mi era
-impossibile rispondere, mi parea che venisse da molto lontano; la scena
-di sangue che racconto, la vedo come in uno specchio, vorrei salvare
-le vittime, ma non posso; una mano di ferro mi trattiene, so che sono
-nella mia camera, e vedo un altro ambiente, mi par d'essere in un altro
-mondo, eppure mi sento vivo perchè soffro, e assai crudelmente soffro;
-guai se penso a quelle ore terribili.
-
-—Non temere,—disse Valentina,—ti guarirò; dimmi, hai mai assistito
-da bambino ad un fatto tragico come quello che vedi nella tua fantasia?
-
-—Mai! Ho vissuto sempre lontano dalle lotte del mondo, e la mia
-giovinezza fu calma.
-
-—E quando hai cominciato ad avere le terribili visioni?
-
-—Ero nervoso fin da bambino; la notte mi svegliavo di soprassalto e
-facevo sogni spaventosi. Dicevano che cogli anni sarei stato più forte,
-invece con me crebbe il mio male ed ora hai veduto tu stessa quanto io
-soffro.
-
-—Tutto s'accorda con quello che penso—disse Valentina.—La tragedia
-che ti travaglia deve averla vissuta qualche tuo genitore; cerchiamo
-nella loro vita, parlami di loro, dove sono nati? dove hanno vissuto?
-Pensa, pensa.
-
-E sì dicendo stava ansiosa coll'orecchio attento perchè nulla le
-sfuggisse.
-
-Lodovico pensò un poco per riordinare le idee, poi disse:
-
-—Il babbo era di Torino come me; nell'alta banca ha guadagnato molto
-danaro e mi lasciò ricco. Le lotte della vita l'avevano accasciato e
-morì di esaurimento; non credo ci siano state tragedie nella sua vita.
-
-—E tua madre?—chiese Valentina.
-
-—Essa venne a Torino bambina; nacque a Verona, dove il padre si trovò
-involto nella rivoluzione del 1848, dovette fuggire di notte quando
-era ancora bambina. Il nonno era brutale e iracondo, essa deve aver
-sofferto molto con lui, e divenne nervosa, e piuttosto malinconica; è
-morta giovane, forse tormentata di sapermi ammalato.
-
-—E la tua nonna?—chiese ansiosamente Valentina.
-
-—Nessuno l'ha conosciuta; il nonno non ne parlava mai.
-
-—Tua madre dunque è partita bambina, di notte, durante la rivoluzione.
-La sua infanzia non fu calma,—disse Valentina.
-
-—No, certo, e credo che dall'agitazione di quel tempo, la sua salute
-ne fosse scossa.
-
-—E tu non sei mai stato a Verona, nella patria della tua mamma?
-
-—Mai. Il mio male m'impedisce di viaggiare e non posso alloggiare in
-un albergo; poi il nonno non voleva sentire parlare della sua patria,
-e la mamma ci pensava con terrore.
-
-—E non avete alcun parente in quella città?
-
-—Una vecchia zia, sorella del nonno, che vive con una figlia. Non la
-conosco; ci scambiamo soltanto un augurio a capo d'anno.
-
-—Dunque hai l'indirizzo, tanto meglio; devi scriverle di trovarci un
-appartamento. Dobbiamo rivedere la patria della tua mamma, dove, ti
-confesso, spero di trovare l'origine della tua malattia.
-
-—Tu sei una sognatrice,—disse Lodovico;—che cosa vuoi scoprire? È
-passato mezzo secolo dacchè il nonno ha lasciato quella città, chi si
-ricorda più di lui?
-
-—Sarà un sogno,—disse Valentina,—ma voglio conoscere la città dei
-tuoi avi, ti rincresce?
-
-—È una bella città che desidero vedere anch'io; andremo, sarà il
-nostro viaggio di nozze,—disse Lodovico.
-
-—Nulla di più divertente di un viaggio di ricerche, e cercherò e
-troverò l'origine del tuo male, vedrai!—rispose contenta Valentina.
-
-—Se trovare l'origine d'un male volesse dire guarirlo, avrei qualche
-illusione, ma ho poca fede.
-
-—Sapere l'origine d'un male è già un bel passo verso la
-guarigione,—disse Valentina,—e poi io voglio guarirti, non permetto
-che tu sciupi la tua energia e la tua bella intelligenza lottando con
-dei fantasmi. Lasciami questa speranza che mi rende felice.
-
-—E sia; mi metto nelle tue mani: sei tanto bella, animata
-dall'entusiasmo e dalla fede nella tua scienza, che se, come temo, non
-riuscirai a fare il miracolo, ti benedirò sempre per il bene che mi
-fanno le tue parole, e per la gioia con cui hai voluto illuminare la
-mia povera vita.
-
-
-IV.
-
-Teresa Montalti, zia dell'ingegnere Arcelli, non era mai uscita da
-Verona, sua città nativa. Abitava, colla figlia Giulia, in piazza Erbe,
-un appartamento di quattro stanze, due con un grande balcone sopra la
-piazza e due dietro, sopra un cortile. Quella piccola casa di quattro
-piani, stretta ed alta come un campanile, l'aveva ereditata da suo
-fratello, nonno di Lodovico. Occupava colla figlia il primo piano,
-e affittava ammobiliati gli appartamenti superiori, ad impiegati,
-militari o artisti di passaggio; e coll'aggiunta di una pensione
-lasciatale dal marito le due donne vivevano bene conducendo una vita
-alquanto modesta. La signora Teresa aveva passati i settant'anni, e
-negli ultimi tempi era stata colpita da congestione cerebrale, che
-le aveva lasciato paralizzato il lato destro del corpo. Di carattere
-vivace, soffriva nel dover starsene inchiodata tutto il giorno su una
-poltrona, e la sua sola distrazione era osservare quello che accadeva
-nella piazza sottostante.
-
-Conosceva per nome i venditori e le venditrici, e quando la mattina
-collocavano sotto gli ampii e candidi ombrelli le ceste piene di
-erbaggi e di frutta, si rallegrava di poter assistere al risveglio
-della vita cittadina.
-
-Era come uno spettacolo che le si offriva spontaneo e la distraeva
-dai tristi pensieri. Conosceva le abitudini dei compratori, osservava
-certi incontri voluti perchè avvenivano sempre alla medesima ora,
-sorprendeva qualche idillio all'ombra dei bianchi ombrelloni, e gioiva
-quando qualche piccola cesta di fragole profumate compariva timidamente
-a rompere la monotonia delle frutta invernali; in seguito altre più
-grandi, unitamente alle ceste di ciliegie e di lamponi, venivano a
-rallegrare il mercato colla loro nota rossa fiammeggiante e attiravano
-gli sguardi, lasciando nell'ombra gli erbaggi e le altre frutta più
-modeste; godeva quando facevano la loro comparsa le belle pesche mature
-che le piacevano tanto, e i grappoli d'uva grossi come quelli della
-terra promessa; ogni nuovo frutto era una nuova gioia per lei, solo
-si sentiva triste quando le mele, le pere e le castagne occupavano il
-posto delle frutte estive, e pensava:
-
-—Vedrò ancora le piccole ceste di fragole? Tornerò qui al mio posto
-d'osservazione, quando il sole sarà più tiepido, e avrò l'illusione
-che nelle mie vene faccia scorrere un sangue più caldo e più giovane?
-
-E sospirava e si sentiva triste specialmente nelle ore nelle quali era
-sola. E restava spesso sola perchè, quando la figlia l'aveva collocata
-sulla poltrona accanto alla finestra, usciva per far le provviste e
-s'indugiava a chiacchierare coi conoscenti o colle vicine. La Giulia
-era una donna di quarant'anni, un po' fiacca e lenta nei movimenti,
-ingrassava a vista d'occhio, ma si lagnava sempre di tutto e con tutti,
-e aveva la voluttà di farsi compiangere. Si era maritata giovane
-e finchè ebbe il marito se ne lamentava perchè lo trovava troppo
-esigente; quando rimase vedova, si faceva compiangere per la sventura
-d'essere rimasta sola ancor giovane, e per giunta colla madre inferma;
-insomma non era mai contenta, quantunque facesse una vita abbastanza
-calma e serena. Quando l'appartamento sopra di loro rimase libero, non
-cessava di lamentarsi e raccomandarsi per trovar nuovi inquilini; era
-stato accettato dagli Arcelli, ed essa si mostrava annoiata per il
-disturbo che quei cugini sconosciuti le avrebbero recato e al pensiero
-di doversene occupare.
-
-La signora Teresa invece all'idea di conoscere i nipoti era contenta;
-tutto quello che veniva ad interrompere la monotonia della sua vita
-sempre uguale, le recava qualche consolazione, e quando entrò Giulia
-col telegramma in mano che ne annunciava l'arrivo per quello stesso
-giorno, dopo le quattro, ebbe un'esclamazione di gioia.
-
-—Tu dici bene, ma ora come faccio,—esclamò la Giulia,—volevo
-comperare un tappeto nuovo, qualche oggetto per rallegrare
-l'appartamento, e invece mi capitano qui, tutto ad un tratto, come una
-bomba.
-
-—Non borbottar sempre,—disse la signora Teresa,—se è quasi un mese
-che siamo in corrispondenza e che li aspettiamo; avevi il tempo di
-pensarci se volevi fare nuovi acquisti.
-
-—E poi, a che cosa servirebbe!—soggiunse Giulia.—Sono ricchi,
-abituati a vivere a Torino in un palazzo, potrei cambiare di pianta i
-mobili delle nostre povere stanze e le troverebbero sempre miserabili.
-Abbiamo fatto male ad offrirgliele.
-
-—Ma via, Giulia, un po' di calma, se non si troveranno bene andranno
-all'albergo, non siamo poi in un villaggio, infine sono nostri parenti
-e non è male mostrar un po' di buona volontà d'averli vicini.
-
-—Sì, ma intanto io devo pensare a tutto.
-
-—Vorrei poter muovermi io,—disse la vecchia,—e come sarei contenta
-di occuparmi di questi sposi! Ecco, per esempio, metterei un bel mazzo
-di rose in mezzo alla tavola.
-
-—È un'idea,—disse Giulia,—così aiuteranno a nascondere una macchia
-d'inchiostro che ho veduto sul tappeto; me ne occupo subito.
-
-E sì dicendo mandò a comperare i fiori e salì nell'appartamento per dar
-l'ultima mano e metterlo in assetto.
-
-Aveva disposto i mobili secondo la sua idea ed i suoi gusti; in una
-delle stanze che aveva un grande balcone verso la piazza, aveva fatto
-collocare due letti uguali di ferro molto semplici, un armadio e
-due cassettoni; nell'altra aveva formato una specie di salotto, con
-una tavola nel mezzo, un divano e qualche poltrona. I mobili erano
-semplici, anzi modesti, e avevano l'aspetto molto usato; essa fece il
-possibile di rallegrare gli ambienti con cuscini, tappeti e tovagliette
-guernite di trina, ma soltanto il mazzo di rose avea posto una nota
-allegra su quelle vecchie cose.
-
-Quando discese, trovò la madre in piedi che girava, eccitata
-dall'impazienza, trascinando dietro a sè la gamba inferma, attaccandosi
-ai mobili per non cadere, e tendendo l'orecchio ad ogni carrozza che
-si fermava. All'annuncio del prossimo arrivo dei nipoti le pareva di
-ringiovanire, si sentiva la mente più lucida come se l'arrivo degli
-sposi giovani fosse l'ultimo raggio di sole che venisse a rallegrare la
-sua vita che ormai volgeva al tramonto.
-
-—Ma che cosa hai, mamma, che sei tanto irrequieta?—chiese la
-Giulia.—Non possono essere ancora arrivati; è troppo presto.
-
-—E se non trovano la casa?—disse la vecchia.
-
-—Ho dato l'indirizzo giusto; sarebbe inutile andar ad incontrarli: non
-ci siamo mai veduti, non so nemmeno che faccia abbiano. Vedrai che ci
-troveranno.
-
-—Non avrei mai pensato di poterli conoscere,—disse la signora
-Teresa, ritornando al suo posto.—Mia nipote, la mamma di Lodovico,
-era una bimba quando è partita, aveva due begli occhioni azzurri
-intelligenti e una corona di riccioli biondi; deve aver sofferto
-col carattere di suo padre: meno male che poi è stata fortunata, ha
-fatto un buon matrimonio, e se fosse vissuta avrebbe ora la gioia di
-vedere suo figlio stimato e sposo felice; perchè, sai, Lodovico è un
-personaggio conosciuto, un grande ingegno, tutti i giornali ne parlano.
-
-—È quello che mi dà pensiero,—disse Giulia.—L'ingegnere Arcelli
-troverà miserabile l'alloggio che possiamo offrirgli. E la moglie, la
-dottoressa, sono certa che sarà antipatica, e poi chissà che superbia
-e come ci guarderà dall'alto in basso, noi misere mortali che non
-abbiamo studiato all'università.
-
-—Forse sarà meglio di tutte le pettegole che conosciamo,—disse la
-signora Teresa;—se poi trovasse un rimedio al mio male, benedirei la
-sua venuta e la sua scienza! Tanto i medici non hanno capito nulla, può
-darsi che una donna sia più intelligente.
-
-—Eccoli!—esclamò Giulia sentendo fermarsi una carrozza,—vado ad
-incontrarli.
-
-Ma non era ancora sulle scale che Lodovico e Valentina erano già presso
-all'uscio.
-
-—Sono vostra cugina,—disse la Giulia, stendendo loro le mani.—Ben
-arrivati, sono lieta di conoscervi.
-
-—E la zia Teresa come sta?—chiese Lodovico.
-
-—Vi aspetta! Non può camminare, ma è molto contenta che siate venuti;
-se volete entrare.
-
-—Sì, entriamo un momento,—disse Valentina,—dopo andremo a mettere in
-ordine le nostre camere.
-
-—È un appartamento molto modesto,—disse Giulia scusandosi,—non so se
-vi piacerà.
-
-—Abbiamo gusti semplici, e andrà tutto bene.... Ah, ecco la zia Teresa!
-
-E Lodovico s'avvicinò alla vecchia, dicendole:
-
-—Se mi permette le presento la mia sposa.
-
-—Siate benedetti,—disse la vecchia, tirandoli a sè colla mano
-sana.—Qui,—disse,—qui alla luce, Lodovico, voglio vederti bene, hai
-gli stessi occhi della tua mamma, sono contenta, e poi mi rallegro del
-tuo ingegno, e anche della tua sposa.—E sì dicendo la fece sedere
-vicino a lei e la baciò sulla fronte.
-
-—Mi dispiace,—disse poi con un sospiro,—che mi trovate in questo
-stato; qualche anno fa ero vispa come se avessi vent'anni.
-
-—Ma guarirà,—disse Valentina.
-
-—Dite davvero!—esclamò la vecchia con un lampo negli occhi.—Siete
-medichessa e dovete sapere se si può guarire da queste malattie.
-
-Valentina ebbe timore d'aver fatto sorgere una speranza fallace, e
-soggiunse:
-
-—Forse, migliorare certo, vedremo, non bisogna mai disperare;
-se permette, ora andiamo a prender possesso delle nostre stanze;
-ritorneremo questa sera.
-
-—Se voleste dividere il nostro pranzo modesto....—disse la vecchia.
-
-—Grazie,—rispose Lodovico,—ma abbiamo le nostre abitudini come voi
-avrete le vostre, e preferiamo esser liberi, anche per conoscere la
-città. Verremo dopo pranzo, staremo spesso insieme, e diventeremo
-amici, non è vero? Intanto se volete guidarci nel nostro appartamento!
-
-—È qui sopra,—disse Giulia,—vi accompagno.
-
-E salita una scala entrarono nelle stanze a loro destinate.
-
-Giulia mostrò come avea creduto bene di disporle.
-
-—Però,—disse,—voi potrete accomodarle secondo i vostri gusti e le
-vostre abitudini.
-
-—Sarà meglio fare due camere da letto,—disse Valentina,—qualche
-volta Lodovico è inquieto la notte e non mi lascia dormire.... Che
-belle rose!—soggiunse, vedendo il vaso di fiori nel mezzo della
-tavola,—come siete buona di aver pensato anche a questo! grazie.
-
-Poi affacciandosi al balcone esclamò:
-
-—Ma qui è un incanto! Che vista! guarda Lodovico questa piazza! Quanto
-è pittoresca!
-
-Giulia si scusava della povertà degli arredi. Lodovico ammirava la
-piazza in silenzio.
-
-—Questo spettacolo vale una reggia,—disse Valentina;—ci troveremo
-benissimo. Se mi potrete mandar un facchino che possa trasportare
-qualche mobile.... non abbiamo bisogno d'altro.
-
-—Vado a raggiungere la mamma,—disse Giulia,—se vi abbisogna qualche
-cosa, sono a vostra disposizione. Arrivederci.
-
-E sì dicendo scese nel suo appartamento, dove la madre l'attendeva con
-impazienza.
-
-Le chiese se gli sposi fossero rimasti contenti, e continuava a
-ripetere:
-
-—È una bella coppia, sembrano felici, ci porteranno un po' d'allegria.
-
-—Come sono questi sposi moderni!—disse Giulia,—io non li capisco;
-avevo fatto mettere due letti in una camera, e invece no.... vogliono
-stanze separate.... e sono ancora nella luna di miele; ai miei tempi
-non si usavano queste cose.
-
-—Sai, nell'alta società è sempre stato così,—disse la signora
-Teresa,—facciano loro; però mi sembrano semplici e alla mano.
-
-—Infine siamo parenti, della stessa razza, e non ci sarebbe una
-ragione che fossero superbi con noi.
-
-Intanto Valentina aveva incominciato a disfare i bauli e a mettere a
-posto un po' di roba negli armadi.
-
-—Non è un palazzo,—avea detto al marito,—ma ci si potrà accomodare,
-e poi basta guardare dalla finestra per vedere uno spettacolo che
-compensa di tutto quello che manca.
-
-Coll'aiuto d'un uomo aveva fatto trasportare gli armadi nella cucina
-dell'appartamento che doveva servirle da gabinetto di toeletta. Le due
-camere da letto accomodate bene, libere dai mobili inutili, riuscivano
-più godibili e spaziose; diede una disposizione piacevole e comoda alle
-sedie e ai tavolini, sui quali collocò qualche ninnolo portato seco,
-alcuni libri rilegati e parecchie fotografie incorniciate con gusto, e
-le stanze presero subito un aspetto più gaio e più piacevole.
-
-Lodovico stava estatico appoggiato alla ringhiera di ferro del balcone
-e guardava la piazza in silenzio.
-
-—Perchè sei così taciturno?—gli chiese Valentina.—Sei forse pentito
-d'esser venuto?
-
-—Oh, tutt'altro, ma non so come avvenga, che più guardo questa piazza,
-più mi persuado che è una mia vecchia conoscenza, eppure non ci sono
-mai venuto a Verona, ne sono certo.
-
-—Forse avrai veduto qualche fotografia.
-
-—È un'impressione differente da quella che si ha da un'imagine
-dipinta o fotografata, ma che non so spiegarmi; mi par di trovarmi
-in mezzo a vecchi amici, qualche cosa mi fa pensare, come se vedessi
-vecchie conoscenze con nuovi abbigliamenti. Basta, ho bisogno di
-concentrare le mie idee, di risvegliare come dei ricordi assopiti; ecco
-perchè sono silenzioso, però mi sento bene e mi par di vivere una vita
-anteriore; è un sentimento nuovo che non mi dispiace.
-
-Valentina, contenta d'essersi sistemata, s'avvicinò al marito,
-e anch'essa contemplò in silenzio la vasta piazza che s'andava
-spopolando, l'andirivieni dei venditori e delle venditrici, che
-mettevano le ceste nei fondachi e nelle cantine, chiudevano gli
-ombrelloni e dopo una giornata laboriosa erano contenti al pensiero
-delle ore di riposo che avevano davanti a sè.
-
-Stettero ad osservare in silenzio quel movimento che andava sempre
-diminuendo, poi scesero, traversarono la piazza, presero la via Nuova
-in quell'ora molto popolata, e si fermarono pieni di ammirazione in
-piazza Vittorio Emanuele, alla vista dell'Anfiteatro Romano che in
-quell'ora del tramonto faceva l'effetto d'una mole ancor più gigantesca
-del vero.
-
-—Pare d'essere a Roma,—disse Valentina,—non avrei creduto di trovare
-in questo luogo tanta impressione di grandezza; la credevo una delle
-solite città morte dove si conservano vestigia preziose del passato,
-ma siamo invece in una città ancor viva e grande; peccato che la gente
-borghese moderna abbia fabbricato da questa parte delle piccole case.
-
-—Forse i monumenti che dagli altri lati ci parlano del passato,
-spiccano di più per il contrasto;—disse Lodovico,—non vorrei vederla
-in altro modo.
-
-Passati gli archi che dividono la piazza dal corso di Porta Nuova,
-entrarono per pranzare in una trattoria, che, colle tavole preparate,
-invitava i passanti.
-
-Pranzarono allegramente come due sposi nel viaggio di nozze, poi
-Lodovico, impaziente di rivedere la zia Teresa, volle ritornare a casa,
-quantunque l'aria fresca della sera e la città nuova lo invitassero a
-passeggiare.
-
-La zia e la cugina li aspettavano sedute accanto alla tavola illuminata
-da una lampada a petrolio.
-
-Sulla tavola c'era un tappeto nuovo, sfoggiato in onore degli sposi, e
-un bel mazzo di fiori.
-
-—Prenderete il caffè con noi,—disse la zia Teresa,—vi abbiamo
-aspettato.
-
-Poi chiese come trovavano la città.
-
-—È un incanto,—disse Valentina,—come non m'aspettavo.
-
-—Non mi è nuova,—disse Lodovico,—mi pare di averci sempre vissuto.
-
-—Vi è nato tuo nonno, mio fratello, e prima di lui tutti i tuoi
-ascendenti,—disse la vecchia.
-
-—E appunto lo scopo del nostro viaggio è per saper notizie del nonno:
-mi è venuto il desiderio di conoscere i miei antenati. Diteci quello
-che sapete; ve ne rammentate?
-
-—Come se fosse partito ieri; tutte le cose vecchie rammento; solo non
-ho più memoria per quello che è accaduto dopo la mia malattia.
-
-—Diteci tutto quello che sapete del nonno,—supplicò Lodovico,—è per
-me una cosa molto importante, più di quello che pensate.
-
-—Si chiamava Lodovico anche lui,—rispose la vecchia,—avea un
-carattere impetuoso e una testa un po' esaltata. L'Italia era la sua
-idea fissa; tutto ha sacrificato per vederla libera. Anch'io ero
-italiana nell'anima e fremevo di vedere gli austriaci padroni della
-mia città, ma ero più ragionevole. Che cosa potevamo fare, se loro
-avevano soldati, fucili, cannoni, e noi nulla? Bisognava aspettare gli
-eventi e fidare nella nostra stella; ma mio fratello voleva agire,
-muoversi, era capo d'un comitato, andava in Piemonte continuamente
-a parlamentare coi capi, coi ministri; una volta fu anche ricevuto
-da Carlo Alberto, a cui portava messaggi; non poteva star mai
-tranquillo. Io vivevo sempre trepidante, temevo che lo scoprissero e lo
-fucilassero; che tempi erano quelli! Non avevo pace.
-
-—E la nonna che cosa faceva, ve la rammentate?
-
-—Se la rammento! Mi par di vederla, la piccola Elisa; era molto
-bellina, pareva una statuetta di Sassonia, e poi vispa, irrequieta
-come un uccello. Quella donna è stata il capriccio di Lodovico; volle
-sposarla ad ogni costo e non era donna per lui; nata a Venezia, qui
-si trovava a disagio, non capiva nulla di patriottismo e di politica;
-era giovane, bella e voleva godere la vita; forse non aveva torto; ora
-la vedo con occhi più indulgenti, allora, però, in quel tempo, non la
-potevo sopportare, così leggera, spensierata e così lontana dalle idee
-del marito, e non le perdonavo di renderlo infelice. Quando le nacque
-una bimba, che fu poi la tua mamma, speravo che si calmasse; era come
-pretendere che un fiume rimontasse alla sorgente: appena fu possibile,
-riprese la vita di prima, diceva che era veneziana nell'anima, ed aveva
-bisogno di feste, di maschere e di cavalieri serventi.
-
-—Ah, anche i cavalieri serventi?—chiese Valentina.
-
-—Che volete? s'annoiava. Mi ricordo che una volta mio fratello mandò
-un giovane veneziano con istruzioni di mandarlo in Piemonte ad
-arruolarsi come soldato. Era un suo amico d'infanzia ed Elisa, invece
-di seguire la volontà del marito, pensò bene di tenerlo presso di sè,
-dicendo:—_El xe un pecà che così belo el se fassa massar; el sarà el
-me cavalier servente!_
-
-—E poi?—chiese Valentina.
-
-—Era un po' pazza, poveretta.
-
-—E come ha finito?—chiese Lodovico.
-
-—È morta, e molto giovane,—disse la vecchia;—come, non saprei, fu
-un mistero; mio fratello, sempre viaggiando per la causa italiana,
-stava dei mesi senza dar segno di vita, poi veniva in fretta a salutare
-la moglie e la bimba, e via di nuovo. Mia cognata aveva preso il suo
-partito, e si divertiva; si occupava del figurino della moda; aveva
-i cavalieri serventi come la sua mamma e la sua nonna, diceva lei;
-non pensava alla politica e alla guerra che per lagnarsi che non ci
-fossero spettacoli e divertimenti; non era certo un'eroina. Un giorno,
-verso la fine del '48, i piemontesi erano alle porte, tutto era pronto
-per fare la rivoluzione, non si aspettava che un segnale per agire, ma
-c'erano troppe spie, troppi soldati e si esitava; mio fratello venne in
-fretta, misteriosamente, poi scomparvero tutti: lui, mia cognata, la
-bimba e una vecchia fantesca. Non si sapeva dove se ne fossero andati,
-fui ansiosa per molto tempo, li ho creduti morti, poi ho saputo che
-soltanto Elisa era morta; poveretta! essa che amava tanto la vita....
-
-—E non sapete in che modo morì.... così giovane?
-
-—Se ne dissero tante,—rispose la zia Teresa,—ma nessuno seppe nulla
-di preciso. Troppi avvenimenti tenevano trepidanti gli animi in quel
-tempo; i piemontesi vinti, le nostre speranze fallite, sempre in
-ansia pei nostri cari, una vita febbrile, ma ora sono contenta d'esser
-vissuta in quei giorni di ansia e trepidazione.
-
-—E il nonno?—chiese Valentina.
-
-—Ci scrisse da Torino dove s'era rifugiato; qui non poteva più
-ritornare, essendo compromesso negli affari politici; diede
-disposizioni per vendere la casa dove abitava e spedirgli i mobili
-migliori. Mio marito s'incaricò di tutto.
-
-—E dove abitava, vi ricordate?
-
-—Sul corso Santa Anastasia,—disse Giulia,—la mamma mi ha fatto tante
-volte vedere la casa; se volete, ve la mostrerò.
-
-—E vogliamo anche visitarla,—disse Lodovico.
-
-—Bisogna chiedere il permesso al proprietario; non so a chi appartenga
-ora; sarà tutto cambiato, non troverete più traccie del nonno.
-
-—Mi basta vedere i sotterranei.... credete che siano molto mutati?
-
-—Devono essere trasformati in cantine, c'è un'osteria al piano terreno.
-
-—Ma che idea vedere una casa che ha appartenuto a vostro nonno?—disse
-Giulia,—a che scopo?
-
-—È un nostro segreto che vi spiegheremo; intanto è ora di salire.
-
-—Ma a proposito,—disse Lodovico, indugiandosi sulla soglia,—la
-statua sopra la fontana?
-
-—Madonna Verona?—chiese la vecchia.
-
-—Sì; è sempre stata così colla corona d'oro sul capo?
-
-—No,—disse Giulia,—al tempo degli austriaci aveva il capo
-incoronato di ferro. Abbiamo ancora una fotografia di quel tempo....
-Eccola,—disse dopo aver cercato in un cassetto.
-
-—Ah, bene!—esclamò Lodovico.—Precisamente come l'ho veduta in
-sogno, o in realtà non lo so, con quella posa identica, ritta, come a
-guardia della piazza, ma colla corona di ferro; quella corona d'oro
-m'imbarazzava; ora sono contento; buona notte.
-
-Salì alle sue stanze coll'animo sollevato. Valentina aveva indovinato;
-in qualche angolo del suo cervello stavano nascoste imagini ereditate
-dagli avi; quella corona era una rivelazione. Se prima era incredulo,
-ora si sentiva impaziente di continuare le indagini, di visitare la
-casa degli avi, di sapere la verità.
-
-Valentina invece esitava, temeva d'aver dato un'illusione che,
-rimanendo tale, avrebbe potuto peggiorare il male di Lodovico; è
-vero che esistevano fatti di persone, le quali potevano descriver
-paesi e cose che non avevano mai veduto, ma erano state famigliari ai
-loro genitori; aveva pure udito, colle sue orecchie, alcuni, sotto
-eccitamenti speciali, parlare una lingua ignota, ma conosciuta dai loro
-antenati.
-
-Però sapeva di aver troppa facilità di accettare certi fatti non
-provati scientificamente, aveva la fantasia molto fervida, glielo
-diceva anche il suo professore quando la chiamava la romanziera della
-scienza, ed ora, ch'essa temeva d'essersi spinta troppo innanzi, e
-avrebbe voluto aspettare e godere la città nuova, ecco che suo marito
-era impaziente e voleva subito incominciare le sue ricerche. Era
-strano quello che accadeva nelle loro anime; le parti erano mutate:
-essa esitava, e invece Lodovico era pieno di fede e voleva agire.
-Il timore di lei veniva anche dal fatto, che in quel tempo nessun
-mutamento era avvenuto nel male di Lodovico, eppure aveva tentato tutti
-i rimedi suggeriti dalla scienza in simili casi. Aveva preparato colle
-sue mani delle pozioni calmanti di diverse specie, aveva variato le
-dosi, tentato di distrarre lo spirito di lui con racconti e letture
-interessanti nell'ora fatale; tutto era stato inutile.
-
-In quel mese di matrimonio s'era abituata a quelle crisi, e le facevano
-meno impressione sapendo prima quello che doveva accadere; lo stava
-sempre ad assistere amorosamente, qualche volta lo copriva con un
-lenzuolo, che serviva a rendere i movimenti più calmi e gli urli meno
-sensibili, e in ogni caso non si udivano in lontananza, ed egli usciva
-meno stanco da quell'incubo.
-
-Essa era molto scoraggiata, e quasi avrebbe voluto stare inerte ad
-aspettare gli eventi nel timore di perdere anche quel filo di speranza
-che le rimaneva, era in un periodo nel quale non aveva più fede nè in
-sè stessa nè nella scienza, e pareva invece che avesse trasfusa quella
-fede nell'animo di Lodovico. Nemmeno il nuovo ambiente e le nuove cose
-avevano avuto influenza sul suo male. Anche in quella prima notte che
-si trovavano nella città degli avi, il male lo assalse nell'ora fatale,
-e per la prima volta Valentina pianse trovandosi impotente a strapparlo
-all'incubo spaventoso.
-
-
-V.
-
-Dopo un sonno riconfortante, Valentina fu destata da un mormorìo
-indistinto che andava aumentando e pareva come se delle onde marine
-andassero ad infrangersi sugli scogli del lido. Un raggio di sole
-entrava dalle persiane e si rifletteva sulla parete disegnando strisce
-dorate.
-
-Pensò che doveva esser tardi, scese dal letto, si vestì in fretta e
-aperse la finestra, impaziente di sapere da che cosa provenisse il
-rumore che l'aveva risvegliata dal sonno.
-
-Un vero spettacolo festoso si presentò allo sguardo ammirato.
-
-La piazza era piena di gente, come se fosse in aspettazione d'una
-festa. Sotto gli ombrelli giganteschi stavano disposte, con arte,
-le ceste di erbaggi tinte in tutte le sfumature di verde, da quello
-pallido e quasi latteo a quello forte come lo smeraldo; le carote, i
-pomidoro spiccavano nelle loro tinte calde, fra il verde; e i cavoli
-fiori giganteschi s'ammucchiavano negli angoli circondati da una corona
-di foglie protettrici. Le ceste di frutta estive invitavano i passanti
-a soffermarsi, i venditori si affaccendavano per attrarre l'attenzione
-dei compratori, e più di tutti le venditrici, belle, cogli occhi
-lampeggianti e la bocca sorridente, chiamavano la gente, si rubavano
-gli avventori e spesso litigavano fra loro.
-
-Madonna Verona, sul suo piedestallo di marmo, pareva proteggere la
-folla che formicolava in mezzo a quella massa di erbaggi e di frutta.
-Ai suoi piedi l'acqua usciva da una quantità di polle disposte a
-cerchio, in freschi e innumerevoli zampilli, che lambivano una tazza di
-marmo antico e cadevano in mille spruzzi, formando una corona fresca e
-viva intorno ai suoi piedi.
-
-Le venditrici facevano a gara nel portare le verdure ed i fiori sotto
-la pioggia refrigerante; andavano e venivano colle braccia cariche di
-ceste fiorite, parevano fanciulle che andassero a recare un'offerta
-votiva a qualche nume tutelare; andavano dai loro banchi alla fontana
-e dalla fontana ai banchi continuamente. Ai piedi intorno alla statua
-era come un tappeto fiorito; la pioggia spruzzava su quelle verdure e
-quei mazzi di fiori variopinti, gocce iridescenti che facevano rivivere
-le foglie avvizzite, e tutte s'affaccendavano onde trovare un posto per
-la loro merce ai piedi della fontana protettrice.
-
-E intanto i banchi erano riforniti di verdure sempre fresche; i
-compratori facevano cerchio, e qualche volta dovevano aspettare il loro
-turno per essere serviti.
-
-Anche Lodovico si svegliò pel rumore della folla e per lo scroscio
-della fontana, raggiunse Valentina sul balcone, e stette con lei ad
-ammirare lo spettacolo nuovo.
-
-—Pare una festa di carnevale,—disse Valentina.—Così dovevano essere
-le feste che in antico si facevano in onore di Cerere e Pomona, e non
-si crederebbe che questa festa ogni giorno si ripete e si rinnova.
-
-—Quanto è diverso da tutti i mercati che abbiamo veduto! Dove si
-trova un insieme più pittoresco?—disse Lodovico,—non è possibile
-confonderlo con altri perchè è unico. Quante volte l'ho veduto nei
-miei sogni!—E sì dicendo stava estatico e meravigliato ad ammirare
-il palazzo Maffei laggiù, incoronato di statue, severo, maestoso,
-che pareva osservare la folla plebea, quasi a distanza, e gli
-affreschi delle case de' Mazzanti, sorridenti ai raggi del sole che
-li illuminavano, e tutte quelle case di stile e forma diversa che
-mostravano il gusto e i bisogni di secoli differenti.—Quanto è
-bello!—esclamò,—e quanto mi pare più gaio della monotona linea delle
-nostre case di Torino.
-
-Poi sentirono il bisogno di muoversi, di scendere in mezzo a quella
-folla festosa, tanto più che Lodovico voleva uscire per andare a vedere
-la casa del nonno.
-
-Scesero, chiamarono Giulia che li aspettava per accompagnarli, e poi
-si cacciarono in quel labirinto di banchetti sotto gli ombrelloni, dove
-si divertirono nell'udire parlare un linguaggio quasi sconosciuto, ma
-molto espressivo.
-
-Giulia conosceva tutti i venditori e dava delle spiegazioni.
-
-Essa comperava sempre dalla signora Nene; aveva gli erbaggi più freschi
-e la frutta più scelta; altri, specialmente gli uomini, preferivano
-fermarsi dalla bella Rosina perchè aveva occhi che mandavano lampi.
-
-—Dov'è, dov'è?—chiese Valentina,—voglio vederla.
-
-—Eccola,—disse Giulia.
-
-E si soffermò sotto un ombrellone, dove una siepe di gente circondava
-una bella ragazza fresca e robusta con due occhi neri, luminosi, e
-riccioli di capelli che le scendevano sul collo, sulla fronte come
-serpentelli irrequieti. Serviva tutti premurosamente, rideva e pareva
-contenta di vivere.
-
-—A me piace più la Rossa dei fiori,—disse Giulia,—venite, vi ci
-conduco.
-
-E attraversando la folla riuscirono ad un posto dove su banchetti
-schierati in lunga fila, c'erano i fiori più profumati della primavera:
-viole, rose, garofani, gaggìe, e una schiera di belle fanciulle
-formavano mazzolini, riempivano con arte piccoli ed eleganti canestri
-e offrivano la loro merce profumata ai compratori.
-
-La Rossa dei fiori formava mazzolini di rose e viole mammole. Era alta,
-slanciata e intorno al capo aveva un'aureola di capelli fulvi, del
-colore tanto amato dal Tiziano, la carnagione candida un po' dorata,
-occhi castani, e in tutta la persona qualche cosa di fosforescente, di
-luminoso, che dava l'impressione che sarebbe bastata la sua presenza a
-rischiarare una stanza priva di luce.
-
-Offerse un mazzolino a Valentina, ma Lodovico ne comprò tanti e per
-la sposa e per la cugina e per mandare alla zia Teresa. Erano così
-profumati quei fiori! Gli sembrava che avessero un profumo più intenso
-di quello degli altri paesi.
-
-—È un fatto,—osservava Valentina,—qui c'è una natura esuberante, in
-tutto, nelle donne, nei fiori, nella frutta. Pare che in seno a questa
-terra si concentri un calore più intenso, come nelle viscere d'un
-vulcano.
-
-—Sono stanco della folla,—disse Lodovico che aveva la sua idea fissa
-in mente,—se Giulia volesse condurci sul corso di Santa Anastasia....
-
-—Prima vi voglio mostrare la piazza dei Signori; è qui sulla nostra
-via. Vedete, ci siamo già. Qual contrasto passare dal frastuono di
-piazza Erbe a questa piazza tranquilla!
-
-—Quanto è bello! Che calma solenne,—disse Lodovico,—mi fa piacere
-vedere qui in mezzo il monumento di Dante, il nostro poeta più grande.
-Verona è una delle poche città che gli abbia eretto un ricordo di marmo.
-
-Poi si fermò estatico ad ammirare la loggia di fra Giocondo.
-
-—Quelle sono le statue degli illustri veronesi,—disse Giulia,—qui
-c'erano le case degli Scaligeri, e laggiù vi sono le tombe.
-
-Sì dicendo s'erano avvicinati alla chiesa di Santa Maria Antica e
-rimasero silenziosi davanti a quell'immortale lavoro di marmi e di
-ferro che racchiude le ceneri dei più munificenti signori di Verona.
-
-—La più grandiosa è la tomba di Can Signorio,—disse Giulia.
-
-—Quali artefici ebbe il nostro paese!—esclamò Valentina,—è un sogno
-di marmo e il cancello è meraviglioso, pare un merletto di ferro,—poi
-voltasi a Lodovico disse:—Non si potrebbe rinunciare oggi a far le
-nostre ricerche della casa degli avi? Sarebbe così bello tuffarsi in
-quest'onda di arte senza altri pensieri!
-
-—Sono impaziente di vedere la casa che mi sta fitta in capo, dopo
-farò quello che vorrai,—poi vedendo Valentina un po' turbata,
-soggiunse:—non temere, non è come pensi, sono preparato a tutto, anche
-a non trovar nulla, ma l'incertezza mi opprime.
-
-—Andiamo dunque,—disse Valentina.
-
-E Giulia li condusse sul corso di Santa Anastasia, davanti alla casa
-che aveva appartenuto all'avo di Lodovico.
-
-Non avea nulla di speciale dal lato esteriore. Al pianterreno c'era
-una bottega che portava un'insegna colla scritta: _Osteria delle due
-campane_.
-
-Lodovico non pensò se fosse conveniente far entrare in un luogo così
-volgare due signore; ma obbedendo all'impulso della sua idea fissa
-entrò nell'osteria. In quell'ora non era molto popolata. In un angolo
-due operai giuocavano a tre sette colle carte; dall'altra parte quattro
-uomini in maniche di camicia colla pipa in bocca e un boccale di vino
-sulla tavola giuocavano alla morra, e si sentiva ogni tanto fra le
-pareti affumicate della stanza risuonare un numero, come un razzo
-lanciato nell'aria.
-
-Nel vedere entrare quei visitatori tanto inusitati, sospesero i giochi,
-e l'oste si avanzò sorridendo, chiedendo in che cosa potesse servirli.
-
-Parlò Lodovico e gli disse lo scopo della sua visita. Quella casa aveva
-appartenuto a suo nonno; voleva visitare i sotterranei e vedere se ci
-fossero sepolte alcune carte importanti che dovevano esservi nascoste
-fino dal 1848.
-
-L'oste lo guardò come si fa con una persona, che si supponga non sia in
-sè.
-
-—Come? Per una storia così vecchia venire ad incomodarlo? Fosse almeno
-stato per un tesoro, avrebbe sperato anche lui di poterne avere una
-parte.
-
-—Il vostro disturbo vi sarà pagato e bene,—disse Lodovico.—Mi basta
-aver il permesso di poter far qualche scavo, vi farò rimettere tutto a
-posto e non avrete alcun danno.
-
-—Però mi permetterete di star presente a questi scavi; sapete, ho la
-mia merce nel sotterraneo.
-
-—Non ho nulla in contrario,—disse Lodovico,—e vi prometto che se
-troveremo un tesoro sarà tutto per voi.
-
-—Quand'è così, fate pure,—disse l'oste,—purchè sia tutto terminato
-prima di sera. Capite bene, la sera ho qui molti avventori e non
-vorrei....
-
-—Ma anche subito,—rispose Lodovico,—fatemi, vi prego, chiamare
-degli uomini del mestiere.
-
-—È meglio intanto andare a colazione,—disse Valentina.
-
-—Se credono,—disse l'oste,—possono far colazione qui, mia moglie è
-una buona cuoca e vi preparerà vivande squisite, io poi ho un vino di
-Valpolicella che può far resuscitare i morti.
-
-—Volentieri,—disse Lodovico, coll'intenzione di tenersi buono l'oste,
-ed anche perchè si sentiva attratto da quei luoghi,—se avete una
-stanza appartata dove poter stare tranquilli, accetto, così dopo ci
-mettiamo all'opera.
-
-L'oste mostrò uno stanzino che apriva soltanto nelle grandi occasioni,
-quando venivano dei forestieri di riguardo, e serviva la sera ad una
-compagnia di signori che solevano riunirsi per fare la partita e bere
-qualche buona bottiglia di vino.
-
-—Va benissimo,—disse Lodovico,—anche tu, Giulia, dovresti restare
-con noi.
-
-—Vi ringrazio,—rispose la cugina,—ma la mamma starebbe in pensiero;
-ritornerò dopo per vedere se avete scoperto nulla; queste ricerche mi
-interessano, mi sembrano storie da romanzo.
-
-Sì dicendo uscì pensando a quei cugini tanto originali che si
-contentavano di mangiare in una volgare osteria e si erano certo fitti
-in capo di trovare un tesoro. Era impaziente di raccontare quel fatto
-alla madre e alle vicine; infine erano divertenti e davano argomento
-di discorrere, e poi molto alla buona, anzi troppo, e rideva in cuor
-suo all'idea che si era tanto sgomentata all'annunzio del loro arrivo,
-temendo fossero troppo esigenti.
-
-Valentina e Lodovico, seduti a tavola nel loro camerino, trovarono che
-in nessun grande albergo erano stati serviti con maggior premura, e da
-un pezzo non rammentavano d'aver mangiato con tanto piacere.
-
-L'oste e la moglie erano tutti affaccendati per servirli, pronti
-ad ogni piccolo cenno; essi avevano scelto cibi semplici: pollo,
-uova, salato, e avevano trovato tutto squisito. Il vino vecchio di
-Valpolicella, quello delle grandi occasioni, che l'oste aveva voluto
-far loro gustare, così frizzante e saporito, li aveva ristorati e messi
-di buon umore; e gli dissero:
-
-—È proprio vero; questo vostro vino rallegra e riscalda; ma sapete che
-vi ordinerò di mandarmene in Piemonte, nel paese del vino?
-
-L'oste a quegli elogi gongolava dalla gioia e non solo avrebbe fatto
-scoperchiare il sotterraneo, ma tutta la casa, per contentare un
-signore così compito.
-
-Egli stesso s'incaricò di far venire i muratori, e quando tutto fu
-pronto domandò a Lodovico da qual parte si dovesse incominciare a
-togliere le pietre del pavimento. Fosse il vino che avesse dato a
-Lodovico una specie di chiaroveggenza, o le vive imagini del suo
-cervello, parlò del luogo dove si trovava come se ci fosse sempre
-vissuto e disse:
-
-—Una volta ci doveva essere una scala che conduceva dall'appartamento
-della casa direttamente nel sotterraneo.
-
-—Me ne ricordo,—disse l'oste;—quella porta fu chiusa quando presi
-in affitto la bottega e la cantina. Venite,—continuò; e preso un
-lanternino lo condusse, attraverso ad una serie di cantine buie, in
-un ambiente un po' più vasto e più alto degli altri. Avvicinatosi ad
-una parete soggiunse:—Doveva esser qui la porta, c'è ancora qualche
-traccia.
-
-La cantina era fatta a vôlta, intorno alle pareti c'erano alcune botti
-di grandezze diverse, poste in fila, come schiere di soldati, in
-ordine di battaglia; in un angolo bottiglie, fiaschi vuoti un po' in
-disordine, nell'aria un odore di vino dava una specie di ebbrezza al
-cervello.
-
-Lodovico non s'accorse di nulla; disse soltanto:
-
-—È qui, ricordo benissimo, il luogo è un po' mutato, ma in terra a
-sinistra ci deve essere una pietra con infisso un anello di ferro per
-sollevarla. È là che dovranno cercare; soltanto ci vorrà un po' di
-illuminazione.
-
-—È presto fatto,—disse l'oste.
-
-Dopo averli lasciati un istante, ritornò con un pacco di candele, e
-incominciò ad infilarle nei colli delle bottiglie vuote.
-
-—Vedrete che illuminazione, lasciate fare.—Posò le candele accese
-sopra le botti; e sopra alcune tavole di legno; attaccò due lanterne
-alla vôlta, e quando gli parve che ci fosse abbastanza luce, andò a
-chiamare gli uomini affinchè si mettessero all'opera. Vennero, armati
-di zappe e di picche.
-
-—Prima in quell'angolo,—disse Lodovico;—cercate se trovate un anello
-di ferro.
-
-Mentre frugavano e picchiavano in tutti gli angoli, Valentina non
-fiatava, le pareva di sognare. Quell'illuminazione fantastica, quegli
-uomini intenti ad un lavoro rude, suo marito in piedi colla faccia
-accesa che dava ordini esatti e precisi, le faceva l'effetto di
-trovarsi sotto terra, in qualche miniera o nelle viscere d'un monte
-e che Lodovico fosse un capo da cui dipendesse l'esito d'una grande
-impresa.
-
-Quegli uomini picchiavano colle picche, cercavano carponi l'anello di
-ferro che Lodovico diceva esistere, come se l'avesse veduto, ma non
-trovavano nulla.
-
-—Cercate meglio,—diceva l'ingegnere,—ci dev'essere, almeno una
-traccia.... non trovate nulla? cercherò io,—e si mise carponi
-a toccare il terreno con crescente ansietà,—ah, ecco,—disse
-finalmente,—sentite qui, questo solco, questa specie d'incavo, qui era
-l'anello di ferro, ed ora alzate la pietra.
-
-Non era cosa facile; l'umidità e il tempo avevano formato intorno alla
-pietra una specie di cemento durissimo, che non cedeva facilmente ai
-colpi di piccone.
-
-Gli Arcelli erano impazienti, pareva che quegli uomini mettessero un
-tempo interminabile nella loro opera di distruzione.
-
-—Presto, presto,—diceva Lodovico,—come siete lenti!
-
-E quegli uomini picchiavano con maggior violenza, mettendo in quel
-lavoro tutto lo sforzo di cui erano capaci; avevano già fatto una
-fessura nella pietra ma procedevano lentamente come se si trattasse
-d'infrangere un masso di granito.
-
-—Coraggio, avanti, forza, provate a cacciare una leva nella fessura.
-
-—Bisogna picchiare ancora e molto, prima di sollevare la
-pietra,—dicevano gli operai.
-
-—Se vi riuscite, avrete una buona mercede.
-
-Quelle parole pareva avessero dato agli operai nuovo vigore e ripresero
-il lavoro con maggior lena.
-
-Come parevano eterne quelle ore ai due sposi impazienti!
-
-Finalmente la pietra si mosse e un urlo di gioia uscì dalle labbra di
-tutti.
-
-La pietra era pesante e, quantunque stanchi, fecero uno sforzo supremo
-per sollevarla; l'abisso era scoperchiato.
-
-Lodovico si avvicinò, ma dovette subito ritrarsi, un tanfo asfissiante
-usciva da quell'apertura.
-
-—Scoperchiate ancora, che l'aria entri, se vogliamo poi entrare noi
-pure.
-
-E levarono con maggior facilità un'altra pietra.
-
-—Io posso entrare,—disse un operaio,—noi siamo abituati a queste
-cose, in ogni caso legatemi ad una corda; se mi sentirò male vi darò
-uno strappo e mi solleverete.
-
-—Per carità, state attenti,—raccomandò Valentina,—si fa presto ad
-asfissiarsi.
-
-—Non c'è pericolo,—disse l'operaio più coraggioso,—tenete la corda,
-ecco, son pronto,—e sì dicendo scomparve nella buca.
-
-Gli altri, e più di tutti Lodovico e Valentina, stavano attenti,
-silenziosi, coll'ansietà di chi attende un avvenimento insolito. Ad un
-tratto si udì uscire un'esclamazione.
-
-—Avete trovato?—gridò Lodovico.
-
-—Sì, un involto.... c'è dentro qualche cosa, non capisco, è duro, pare
-di legno.
-
-—Su, su, vediamo.
-
-—Ecco, sento come una palla.
-
-—Su, su, presto,—diceva l'oste.
-
-Lodovico non parlava, aveva il cuore che pareva gli scoppiasse, teneva
-Valentina per mano, stretta come in una morsa di ferro.
-
-Valentina era trepidante. Nessun ricercatore di città sepolte avea mai
-provato il sentimento d'aspettazione ansiosa che essa provava in quel
-momento. L'operaio salì recando in mano un teschio.
-
-—Dio mio!—esclamò l'oste,—altro che tesori!
-
-—Ancora, ancora,—disse Lodovico,—scendete, portate il resto, ci
-dev'essere un altro teschio e poi altre ossa ancora, due scheletri ci
-devono essere.
-
-—Siete forse un mago?—disse l'oste,—ma che cosa avverrà? crederanno
-che qui sia stato assassinato qualcuno e la mia bottega ne scapiterà.
-
-—Non temete,—disse Lodovico,—questi scheletri son là sepolti da
-cinquant'anni; nè voi nè io eravamo nati in quel tempo.
-
-—E come fate a sapere?
-
-—Non so, mi son fatto un sogno.
-
-Altre ossa erano uscite dal sotterraneo, poi carte, pezzi di giornale
-e l'involto di tela ammuffito: erano due scheletri come aveva detto
-Lodovico, però gli operai dicevano di dover dichiarare all'autorità la
-scoperta fatta.
-
-—Fate pure, tanto io voglio chiedere il permesso di dar a quelle ossa
-degna sepoltura,—disse Lodovico.
-
-Intanto fece collocare le ossa in una cassa, in un angolo tranquillo
-che formava quasi una nicchia, per poter attendere il permesso del
-municipio prima di muoverle dal posto dove erano state trovate.
-
-L'oste era avvilito; s'aspettava di veder scintillare oro ed argento,
-e invece dovea tenersi chissà per quanti giorni quella funebre
-compagnia; si sentiva venire i brividi al pensarci, e si pentiva d'aver
-dato il permesso a Lodovico di far delle ricerche nella sua casa.
-
-Si consolò quando l'Arcelli gli mise in mano una bella somma di danaro,
-e gli promise di ritornare il giorno dopo.
-
-—E me li lascerete molto in deposito?—disse accennando agli scheletri.
-
-—No, li farò portar via al più presto possibile; vi raccomando intanto
-che non sieno profanati, chiudete a chiave il sotterraneo.
-
-L'oste rabbonito dal ricco dono promise ogni cosa, e Lodovico e
-Valentina uscirono e s'avviarono verso casa, colla testa piena d'idee
-che si confondevano, si accavallavano nel cervello e un bisogno di
-espandersi e di parlare e dar sfogo al cumulo di pensieri da cui erano
-oppressi.
-
-
-VI.
-
-Il salotto della zia Teresa non era mai stato così animato come in
-quella sera in cui gli Arcelli erano infervorati a raccontare le
-impressioni della giornata e la lugubre scoperta.
-
-Tutti insieme cercarono di ricostruire il dramma che si era svolto
-nella vecchia casa. Non dubitarono che i due scheletri avessero
-appartenuto alla piccola Elisa ed a qualche suo innamorato.
-
-Certo il marito, tornato a casa dopo una lunga assenza, forse irritato
-di non esser riuscito nella sua missione patriottica e col cuore
-d'italiano ferito vedendo che gli avvenimenti non erano favorevoli,
-trovando la moglie in stretto colloquio con uno dei giovani che egli
-aveva mandato dal Veneto, acciecato dall'ira, li aveva uccisi entrambi
-e poscia nascosti nel sotterraneo che serviva di ripostiglio alle carte
-politiche e compromettenti.
-
-La zia Teresa aggiungeva delle notizie preziose che mostravano la
-verità del fatto. Essa era entrata per la prima in casa del fratello
-dopo la partenza di lui; dal disordine trovato, da alcune macchie di
-sangue sul terreno, dalla scomparsa dei due giovani e dalla fuga del
-fratello, aveva intuito la verità; ma per non accusare nessuno, l'aveva
-tenuta sepolta nel cuore, come il sotterraneo aveva tenuto nascosti i
-cadaveri: ora non c'era più dubbio, doveva essere accaduto precisamente
-come pensavano; ma quello che imbarazzava la zia Teresa era che
-Lodovico avesse scoperto quel segreto custodito con tanta cura.
-
-Egli allora raccontò il male che fino dall'infanzia l'aveva
-travagliato, e come la sua medichessa, Valentina, con una divinazione
-quasi soprannaturale, fosse riuscita a colpire nel segno.
-
-—E vedete,—soggiunse tutto pieno d'entusiasmo per la giovane
-sposa,—i migliori medici avevano sbagliato, nessuno aveva trovato
-l'origine del mio male; ci voleva una medichessa per veder giusto,
-e poi ci sono ancora quelli che vorrebbero tener la donna rinchiusa
-fra le domestiche pareti, quando può adoperare l'intelligenza con
-tanto vantaggio dell'umanità! Anch'io, vedete, forse per atavismo,
-nel vedere il sesso gentile invadere il nostro campo, ero contrario
-alla donna indipendente; ma mi sono ricreduto; non so se essa potrà
-riuscire in ogni scienza, ma nella medicina potrà raggiungere delle
-altezze inesplorate; è una scienza nella quale ci vuole una specie di
-divinazione, e la donna la possiede meglio di noi, sicchè può far
-molto bene. Valentina ha questa qualità in sommo grado, e ne ho avuto
-la prova, sicchè io spero che vorrà esercitare la sua professione per
-il bene dell'umanità.
-
-Valentina era orgogliosa della stima e degli elogi del marito ma crollò
-il capo e disse:
-
-—Per ora regnano ancora i vecchi pregiudizi; non potrei esercitare la
-mia professione per mancanza di clienti!
-
-—Ma ci sono i poveri e quelli che hanno perduta la fede nel loro
-medico e amano le cose nuove, poi, quando sapranno il mio caso ch'io
-proclamerò al mondo intero, vedrai....
-
-—In ogni modo verrà pubblicato questo fatto che prova una delle
-mie teorie,—disse Valentina,—è un trionfo per me, che chiamavano
-romanziera della scienza; sarà sempre un documento storico; soltanto
-non basta trovare una malattia, bisogna guarirla e ancora non possiamo
-cantar vittoria.
-
-—Tu sei più incontentabile di me,—disse Lodovico.—Ero talmente
-avvilito del mio male incomprensibile, che soltanto l'idea che ne
-conosco l'origine e che io espio una colpa del nonno mi fa più
-tranquillo.
-
-—Ma e come può aver conosciuto un fatto accaduto molti anni prima
-della sua nascita?—chiese Giulia.
-
-—È questa la prova della mia teoria,—disse Valentina,—i centri
-cerebrali impressionati da un fatto atavico. Egli non vide nè
-seppe nulla, ma sua madre bimba di quattro anni è stata testimone
-inconsapevole della scena, che non poteva comprendere, ma che s'è
-infissa nel cervello infantile incancellabilmente e forse sarà stata
-un'ossessione per tutta la sua esistenza; quell'immagine l'ha trasmessa
-nel cervello del figlio, dove non si sa in che modo si è mutata in
-incubo opprimente.
-
-—Quante cose sapete,—disse la zia Teresa.—Se poteste guarirmi!
-
-—Tenteremo un po' d'elettricità,—rispose Valentina,—insegnerò a
-Giulia a dare la corrente e potrà portare un po' di calore e di vita
-alle membra intorpidite: ciò vi recherà certo qualche sollievo.
-
-Poi parlarono del passato e del modo di ottenere il permesso per poter
-dare sepoltura alle ossa dissepolte. Giulia aveva molte conoscenze fra
-gl'impiegati del municipio e se ne sarebbe incaricata con tutto il
-piacere per essere utile ai cugini pei quali incominciava a sentire un
-po' di simpatia.
-
-Con quei discorsi era già passata l'ora in cui la zia Teresa soleva
-coricarsi, e Valentina si alzò per salire al suo appartamento affinchè
-la vecchia potesse riposare.
-
-Data la buona notte, raggiunsero le loro stanze, ma non avevano voglia
-di dormire; erano troppo eccitati dagli avvenimenti della giornata e
-avevano la mente infiammata e rigurgitante di pensieri e d'imagini.
-
-Apersero la finestra e uscirono sul balcone per respirare l'aria fresca
-della notte.
-
-La piazza era deserta e silenziosa; la colonna col leone di San Marco e
-Madonna Verona e il capitello veneziano s'ergevano in mezzo all'ombra
-come fantasmi. La luna presso al tramonto mandava una luce diafana e
-pallida, rischiarando un angolo della piazza.
-
-Nessun essere vivente rompeva quel silenzio solenne. La città vetusta
-era immersa in un sonno tranquillo.
-
-Valentina e Lodovico godevano quella tranquillità, riposavano da una
-giornata piena di avvenimenti e respiravano con voluttà l'aria fresca
-che pioveva come una carezza sulla loro faccia infocata.
-
-Parlavano del solito argomento di quella giornata memorabile e della
-tomba che dovevano erigere alle vittime della tragedia passata. Essi
-decisero per una semplice arca di marmo che racchiudesse tutti e due
-gli scheletri e sopra scolpire semplicemente il verso: _Amor condusse
-noi ad una morte_, senza nome e senz'altra indicazione.
-
-Forse avrebbe colpito l'imaginazione di qualche anima innamorata
-e sarebbero venuti a visitare la tomba misteriosa come ad un
-pellegrinaggio o come andavano a quella di Giulietta. Poi trovavano che
-come le frutta della terra, l'amore in quella città doveva essere più
-intenso; anche a loro pareva di amarsi meglio là in quella quiete, in
-quella piazza addormentata, vedendo disegnarsi nell'ombra la casa dei
-Capuleti. Si tenevano abbracciati come se fossero nel primo giorno del
-matrimonio e parlavano incessantemente facendo progetti per l'avvenire.
-
-Dovevano tutti e due lavorare con tutte le loro energie per inalzarsi
-sopra la moltitudine, lasciare una traccia luminosa nella scienza ed
-essere degni l'uno dell'altro. Egli avrebbe voluto coll'elettricità
-tramutare la faccia del mondo, e lei colla scienza sollevare l'umanità
-sofferente. Egli confessava che il suo per Valentina non era soltanto
-amore, ma ammirazione, dopo che essa era stata tanto chiaroveggente;
-gli pareva d'aver accanto un essere superiore e n'era orgoglioso e
-avrebbe voluto che tutti s'inchinassero ad adorare la sua Valentina.
-
-Erano in quello stato estatico che fa dimentichi di tutto e di tutti;
-furono scossi da un rintocco che partì dall'orologio della torre
-dei Lamberti e si sparse nel silenzio della notte come una sfida;
-tacquero, trattennero il fiato per contar l'ora.
-
-Uno, due, tre, quattro.
-
-I due giovani si guardarono in faccia esterrefatti. Un solo pensiero
-attraversò il loro cervello. Erano proprio le quattro, l'orologio
-dovette ribattere i rintocchi perchè ne fossero persuasi. Già da due
-ore l'ora fatale era passata e Lodovico per la prima volta non aveva
-avuto la crisi del male.
-
-Non trovarono la voce per esprimere il loro pensiero, tanta era la
-commozione che provavano nell'anima; ma si gettarono nelle braccia
-l'uno dell'altro colle lagrime agli occhi.
-
-La malattia era vinta inaspettatamente, la sorpresa era stata troppo
-imprevista e la gioia tanto grande che quasi la sua intensità diventava
-una sofferenza. Quando potè parlare, Lodovico chiese a Valentina:
-
-—E sarà vinta per sempre? Tu che sai tutto, dimmi che cosa succede
-dentro di me.
-
-—Quello che speravo, che la scienza mi suggeriva, ma, sai bene, in
-tutte le cose recondite che avvengono nel nostro organismo c'è la parte
-misteriosa, imprevista, e perciò non è così certo l'esito come quello
-dei vostri calcoli matematici. Una piccola parte del tuo cervello
-era piena della tragedia degli avi, e ad una cert'ora quell'imagine
-prendeva il sopravvento, e scoppiava come una bomba al contatto colla
-miccia infocata; oggi tutto il tuo cervello è stato riempito da quelle
-imagini, ed è avvenuto l'equilibrio; un masso compatto schiaccia,
-diviso in piccoli frammenti riesce leggero; ora non c'è alcuna ragione
-per cui il tuo male si rinnovi; è svelato il mistero e più non esiste.
-
-—È vero,—così deve essere,—rispose Lodovico,—mi sento mutato,
-mi pare che una vita nuova incominci per me; è strano, non mi sento
-stanco, non ho voglia di dormire, i pensieri lieti mi riscaldano il
-cervello. Valentina, restiamo qui per vedere spuntare l'alba d'un
-giorno che segnerà un'era nuova nella mia vita.
-
-La giovane medichessa, sorpresa del suo trionfo, che non s'aspettava,
-chinò il capo in segno di assentimento, e rispose:
-
-—Sì, restiamo pure, le ore felici bisogna viverle e non obliarle nel
-sonno.
-
-
-
-
-VIBRAZIONI IGNOTE.
-
-
-I.
-
-Il dottor Guido Sormani diede un'occhiata all'orologio e fece il gesto
-d'alzarsi.
-
-La signora Carlotta Ivaldi gli pose la mano sul braccio e gli disse con
-uno sguardo supplichevole:
-
-—Non mi lasci, dottore, non mi abbandoni con questa inquietudine
-nell'anima, mi conceda tutto il tempo di cui può disporre, l'accetterò
-come un dono.
-
-—Devo vedere un ammalato,—disse il dottore,—aspetterò, resterò
-ancora per farle piacere; ma creda a me, la sua inquietudine è
-irragionevole.
-
-—Se sapesse come soffro, non direbbe così e non chiamerebbe
-fantasticherie le mie sofferenze! È una cosa morbosa, ma sento le
-sventure come il barometro sente l'avvicinarsi della bufera.
-
-—Questa inquietudine che ci tormenta è il male del nostro
-secolo,—soggiunse il dottore,—il progresso della scienza ha fatto
-diminuire e sparire molti mali, ma la natura si è vendicata col rendere
-i nervi sensibili in modo che il nostro cervello ne crea d'immaginarii
-che ci fanno soffrire più di quelli reali.
-
-—Se sapesse quello che è accaduto nella mia vita, non direbbe
-così,—rispose la signora Ivaldi,—ma mi conosce da poco tempo e non
-può capire quello che avviene nel mio cervello.
-
-—La conosco abbastanza per comprendere che appartiene alla schiera
-fin troppo numerosa delle persone sulle quali l'imaginazione ha il
-sopravvento e che sono infelici più per quello che pensano, che per
-quello che realmente soffrono; credo che verrà un giorno in cui noi
-medici dovremo guarire più colla suggestione che coi farmachi, e chi
-saprà meglio persuadere, sarà il medico migliore.
-
-—Senta, dottore,—disse la signora Ivaldi,—credo piuttosto che
-col tempo si scopriranno nuovi fenomeni che sono ancora avvolti nel
-mistero, e si avrà la spiegazione di certe sofferenze sconosciute.
-Avrebbe mai imaginato che si potesse comunicare da un capo all'altro
-del mondo col mezzo delle onde eteree, vale a dire con una cosa
-invisibile quasi fantastica, come avviene col telegrafo Marconi?
-Ebbene, io credo che due esseri che si amano ed hanno nel loro
-organismo un senso raffinato e simpatico, siano uniti sempre da una
-specie di corrente elettrica e possano comunicare fra loro; e se ad
-uno accade qualche avvenimento straordinario, l'altro ne senta anche ad
-una grande distanza il contraccolpo.
-
-—È una teoria che non è ancora provata,—disse il dottore
-sorridendo,—e sa bene che la scienza non si contenta di chiacchiere ma
-chiede prove e riprove.
-
-—E la telepatia come la chiama?—disse la signora.
-
-—Non è ancora passata dal campo della superstizione a quello positivo
-della scienza. Vi sono delle coincidenze sulle quali la credulità
-umana vorrebbe stabilire fatti assoluti, ma non resistono ad una
-seconda prova; la credo una donna troppo superiore per prestar fede a
-presentimenti che nella maggior parte dei casi si mostrano fallaci.
-
-La signora Carlotta scosse il capo incredula e disse:
-
-—Le sue parole non possono togliermi la terribile ansietà che dilania
-l'anima mia; e mi domando per quale ingiustizia io debba essere diversa
-dagli altri e soffrire prima di sapere la sventura che mi ha colpito;
-perchè sono sicura, è avvenuto qualche cosa di terribile a mio marito;
-lo sento, e questo dubbio mi tormenta.
-
-—È possibile che sia tanto ostinata da non concepire che la sua
-imaginazione le fa un brutto scherzo?—esclamò il dottore,—vedrà che a
-suo marito non è accaduto nulla di male, ritornerà sano e salvo, e sarà
-la prima a ridere d'essersi tanto crucciata inutilmente.
-
-—Se fosse vero! ne sarei contenta anche per l'avvenire; in ogni modo,
-io la ringrazio delle sue parole, ma non valgono a farmi tranquilla,
-vede; l'altro giorno, quando Giorgio è partito allegro sulla sua nuova
-automobile, bella lucida, che colla tinta rossa fiammante risaltava
-fra il verde degli alberi, e l'ho veduto correre come il baleno,
-laggiù lungo la riva del lago e dileguarsi in distanza fra un nembo di
-polvere, non ho provato nessuna inquietudine, non l'ebbi ieri e nemmeno
-questa mattina; tutto ad un tratto ho sentito come una vibrazione
-dentro di me, qualche cosa d'indefinito come un colpo al cuore, mi
-parve d'udire un grido, e da quel momento non vivo più.
-
-—Eh via!—disse il dottore,—avrà letto nel suo giornale il racconto
-di qualche accidente automobilistico e n'è rimasta impressionata.
-
-—Ne leggo tutti i giorni e non mi commuovono; creda, dottore, non
-sono una donna d'imaginazione; io sento le sventure reali, e queste mi
-fanno soffrire. Voglio appunto raccontarle quello che mi è accaduto,
-e si persuaderà che la mia inquietudine è ragionevole; è una storia
-dolorosa, ma il ricordo del passato mi farà forse distrarre dal dolore
-presente.
-
-Stettero in silenzio qualche minuto, essa col capo chino, pensando,
-egli guardando il lago che si stendeva davanti ai suoi sguardi,
-leggermente increspato, e le colline dirimpetto che si coprivano
-d'ombra, mentre il sole tramontava fra un'aureola color d'oro. Dietro
-di loro, il villino sorrideva agli ultimi raggi del sole, e alcune
-nuvole bianche vagavano pel cielo come vele vagabonde; il dottore
-pensava che forse quelle nuvole si sarebbero moltiplicate e avrebbero
-offuscato il sole primaverile, e la signora Carlotta evocava un
-paesaggio lontano in riva al mare dove avea trascorso la giovinezza, e
-il suo cuore avea imparato ad amare, e per qualche momento, colla mente
-tutta intenta ai ricordi passati, dimenticava l'angoscia presente.
-
-
-II.
-
-Il dottore aspettava ansioso, punto dalla curiosità di conoscere
-qualche cosa della vita passata della signora Ivaldi.
-
-Quella signora, venuta da poco tempo ad abitare il villino delle rose,
-lo interessava; la conosceva poco, ma la trovava diversa dalle altre, e
-indovinava, nella vita di lei, qualche cosa di occulto e di misterioso
-da risvegliare in lui il desiderio di conoscerla più intimamente.
-
-Era stato accolto dai nuovi proprietarii del villino delle rose, più
-come amico che come medico. Del signor Ivaldi sapeva che aveva fatto
-fortuna in paesi lontani, e aveva acquistato quel villino per godervi
-un po' di pace e di riposo. La conversazione della signora Carlotta gli
-riusciva piacevolissima, e passare con lei qualche ora del pomeriggio,
-seduto sul terrazzo che dominava il lago, andava diventando per lui una
-delle consuetudini più gradite.
-
-—È una storia molto dolorosa la mia,—disse la signora Ivaldi,—se mi
-promette di ascoltarla senza annoiarsi troppo, gioverà forse a calmare
-il mio spirito molto turbato in questo momento.
-
-—Tutto m'interessa quello che la riguarda, racconti pure,—disse il
-dottore.
-
-La signora chinò la fronte e si coperse gli occhi colla mano come per
-concentrare le idee e incominciò:
-
-—Avevo vent'anni e la mia anima era piena di poesia e di fede
-nell'avvenire.
-
-Mio padre morì giovane e rimasi con mia madre quasi povera. Si viveva
-a stento d'una piccola pensione in una piccola casa posta presso alla
-riviera di Rapallo. La mamma si lagnava della sua triste sorte e di non
-potermi offrire una esistenza più agiata e più ridente. A me invece
-pareva d'esser ricca, la balda giovinezza mi gorgogliava nelle vene e
-avevo davanti a me il mare immenso che mi dava una specie d'ebbrezza
-e mi parlava un linguaggio che mi era famigliare e di cui io sola
-conoscevo il senso recondito. Mi pareva la voce d'un amico. Io ero una
-solitaria, una specie di selvaggia, e più che colle persone mi sentivo
-legata colle cose che mi circondavano.
-
-Uno dei miei più grandi godimenti era sull'ora del tramonto passeggiare
-in riva al mare ed ascoltare la voce delle onde che pareva mi recasse
-notizie di paesi lontani e sconosciuti, oppure guardare in alto le
-nuvole che spaziavano sul cielo infinito. Era uno spettacolo che si
-rinnovava ogni giorno e pel quale provavo un'attrazione invincibile.
-
-La spiaggia era spesso popolata, i monelli giocavano colla sabbia e
-coi sassi, i marinai e i pescatori fumavano la pipa discorrendo e
-guardando il cielo, facendo pronostici sul tempo, le donne formavano
-gruppi chiacchierando, io lasciavo dietro di me la parte popolata e
-seguendo la curva dove il mare forma un'insenatura, andavo verso Santa
-Margherita dove la spiaggia era più solitaria e il verde delle piante
-la rendeva più fresca e più ombrosa.
-
-Credevo esser sola a fuggire la gente, ma m'accorsi di un giovane che,
-come me, cercava la solitudine e contemplava il mare infinito.
-
-Non lo conoscevo e non potevo distinguerlo a quella luce crepuscolare,
-ma quasi involontariamente ci si trovava accanto e ci si sentiva
-attratti l'uno verso l'altro da una forza misteriosa. Non era uno
-dei soliti romanzi d'amore, ma una forza fatale irresistibile che
-avevamo nel nostro organismo e dominava i nostri movimenti; era come
-se una nota identica si ripercuotesse nel nostro cervello, come se ci
-unisse una corrente elettrica, una cosa invisibile ed impalpabile, che
-sfuggiva ai nostri sensi, al punto che sentimmo l'effetto di questa
-attrazione senza esserci nè veduti nè parlati.
-
-Non avevamo bisogno di parlare: i nostri pensieri si comunicavano
-direttamente e sentivamo le vibrazioni delle nostre anime.
-
-Un giorno, non so per qual ragione, ci scambiammo qualche parola, ma
-quasi inconsapevolmente, come se non fosse cosa nuova e ci fossimo
-sempre parlati.
-
-Seppi che anche a lui era morto il padre, aveva dovuto interrompere gli
-studi e viveva colla madre modestamente e quasi una vita di stenti;
-la rassomiglianza della nostra sorte, ci unì maggiormente e si divenne
-amici.
-
-Era un nuovo godimento per me ritrovarlo tutte le sere presso la
-spiaggia al posto consueto; si facevano lunghe passeggiate senza
-parlare, ci si sentiva vicini, legati dal filo invisibile che univa i
-nostri pensieri e non si chiedeva di più.
-
-Quando penso alla voluttà di quei lunghi silenzii pieni di gioia,
-più deliziosi di ogni conversazione, mi par di aver vissuto una vita
-anteriore assai diversa da quella in cui viviamo. Le nostre passeggiate
-continuarono in silenzio per qualche mese, ma era troppo grande la
-nostra felicità, non poteva durare; noi non ci curavamo di nessuno,
-invece la gente oziosa che stava sulla riva del mare si occupava di
-noi e incominciò a mormorare dei nostri ritrovi innocenti, e quelle
-chiacchiere giunsero all'orecchio della mamma, che mi proibì di
-avvicinarmi a Federico; era il nome del mio giovane amico.
-
-Sarei morta piuttosto che rinunciare alle mie passeggiate sulla
-spiaggia e sentiva di odiare quelle stupide persone dalle lingue
-venefiche che s'immischiavano nei fatti miei; per ubbidire alla mamma,
-tentai di sfuggire il mio amico e cambiar direzione alla passeggiata,
-ma il potere d'attrazione che avevamo in noi, era più forte, e ci si
-trovava vicini involontariamente. Senza parlarmi, egli indovinò tutto,
-e dopo un lungo silenzio mi prese la mano e mi disse:
-
-—È inutile rattristarci, perchè non ci sposiamo?
-
-È vero, non ci avevamo pensato; infatti, se fossimo stati sposi o
-semplicemente fidanzati, la gente non avrebbe trovato più a ridire e
-non v'era bisogno d'interrompere le nostre passeggiate.
-
-Quell'idea illuminò la nostra mente come un raggio di sole, ma ecco che
-la realtà della vita venne a guastare la nostra gioia.
-
-Per il momento non potevamo pensare al matrimonio; eravamo troppo
-giovani e troppo poveri, bisognava aspettare. Meno male che, essendo
-fidanzati, potevamo continuare a vederci. Non avevamo nulla cambiato
-al nostro sistema di vita, soltanto che qualche volta il pensiero del
-nostro avvenire ci rendeva loquaci.
-
-Erano discorsi strani i nostri, si trovava che il mondo era troppo
-stupido e l'uomo un essere incompleto; eravamo di primavera e l'aria
-era piena di fruscii d'ali, e gli alberi di nidi. Invidiavamo gli
-uccelli che fabbricavano la casa con poche pagliuzze, si nutrivano
-con pochi semi raccolti sui prati e la natura li provvedeva di vesti
-meravigliose, sottili e variopinte, li trovavamo assai più fortunati
-degli uomini che coi loro molteplici bisogni si rendono amara la vita.
-
-Ecco perchè gli uccelli erano creature allegre, cantavano sempre,
-volavano in mezzo ai fiori e trovavano la loro tavola imbandita dove
-rideva la primavera.
-
-Qualche volta ci si sognava di volare lontano da questo mondo pieno di
-esigenze, e andar lassù fra gli astri dove forse la vita sarebbe stata
-più facile e meno complicata.
-
-Ma non avevamo le ali come gli uccelli e bisognava occuparsi del nostro
-avvenire.
-
-Federico era pieno di speranza; voleva lavorare alacremente, fare delle
-economie per prepararsi il nido come gli uccelli che ci rallegravano
-tanto. Aveva trovato un impiego in una fabbrica di macchine, e gli
-pareva d'essere sulla via della fortuna.
-
-Ma passavano le settimane e i mesi e restava sempre a quel posto con
-una paga meschina e vedeva dileguarsi i sogni che aveva fatti.
-
-A me bastava vederlo tutte le sere e aspettavo pazientemente, egli
-invece non era contento, voleva correre e non avanzare a passi di
-lumaca; era impaziente di riuscire.
-
-Una sera, prima ancora che parlasse, avevo indovinato il suo pensiero,
-e tremavo che me lo comunicasse. Cercavo di distrarlo facendogli
-osservare l'effetto della luna che sorgeva dal mare e le onde che
-mandavano sul lido sprazzi lucenti, ma egli voleva dirmi quello che gli
-pesava sul cuore, era inevitabile.
-
-Disse che bisognava armarsi di coraggio e dividerci per qualche tempo
-se si voleva poi unirci per sempre.
-
-In Italia non v'era nulla da fare; avrebbe sciupate le sue energie in
-sforzi inutili, sarebbe riuscito a guadagnare a mala pena abbastanza
-per vivere da solo; suo fratello, partito per l'America in cerca di
-fortuna, era sulla via di trovarla, aveva molte imprese ben avviate
-e lo invitava a raggiungerlo e ad associarsi ai suoi affari. Questa
-proposta giungeva in buon punto: era deciso ad accettare, certo di
-poter in pochi anni guadagnare tanto da offrirmi una fortuna e vivere
-sempre con me.
-
-Mi sentivo un gruppo alla gola e non potevo rispondere.
-
-Egli mi teneva stretta per mano senza dir nulla, ma indovinavo
-l'ansietà del suo cuore.
-
-Era un silenzio pieno di dolore e lo ruppi per dirgli:
-
-—È giusto, non voglio essere d'ostacolo alla tua fortuna. Parti pure.
-
-—Staremo divisi soltanto qualche anno,—disse.—Che importa? noi
-saremo sempre uniti col pensiero, nemmeno la distanza riuscirà ad
-affievolirlo. Sapessi come lavorerò con coraggio, pensando che ogni
-giorno mi avvicinerà a te, diventerò avaro per accumulare ricchezze e
-farti felice.
-
-—No,—diss'io,—mi basta una piccola casa; la mia ricchezza sarà esser
-vicino a te, ti supplico solo di ritornare presto.
-
-Quando la partenza fu decisa, non mi pareva di viver più, pensando al
-giorno in cui mi avrebbe lasciata; non ne parlavamo mai, ma ci pensavo
-sempre e sentivo che si avvicinava troppo in fretta. Una sera ebbi come
-un presentimento e gli dissi:
-
-—È per domani, non è vero?
-
-—No,—rispose,—non crucciarti, ci vedremo ancora.
-
-Egli mentiva, ed io lo sapevo; ma non dicevo nulla; però quella
-sera non potevo staccarmi da lui e tutto mi serviva di pretesto per
-indugiare. Ci sono momenti che si vorrebbero eterni, eppure passano con
-una precisione inesorabile.
-
-Non l'ho più riveduto; aveva mentito per risparmiarmi lo strazio
-dell'ultimo saluto.
-
-Fu un vero schianto per il mio povero cuore; ma sentivo che una parte
-di me era sempre in comunicazione con lui, quella parte che vibrava
-nel nostro organismo come congiunta da un filo invisibile; era come
-se lo vedessi e lo seguivo nel lungo viaggio attraverso il mare, poi
-lo vedevo slanciarsi nella vita operosa, lavoratore instancabile,
-impaziente di riuscire.
-
-Mi scriveva spesso, ma le sue lettere non mi recavano nulla ch'io non
-indovinassi, solo mi assicuravano del suo amore costante.
-
-Continuavo ad andare la sera come al solito in riva al mare e imaginavo
-che l'onda che lambiva la riva, mi recasse il suo saluto e lo vedevo
-sulla riva d'un mare lontano pensando a me, poi seguivo il volo degli
-uccelli, il cammino delle nubi, avrei voluto anch'io volare, andar a
-trovarlo.
-
-I giorni passavano lenti nell'aspettativa ed egli intanto lavorava
-alacremente, non spendeva nulla e aveva già fatto qualche risparmio, ma
-egli voleva guadagnare ancora, e si mostrava incontentabile, avrebbe
-potuto partire, ma la febbre del lavoro lo invadeva, voleva offrirmi la
-ricchezza e s'indugiava ancora in quei paesi lontani per conquistarla.
-
-Io non ne potevo più. Non sapevo come passare il tempo; nelle mie
-passeggiate solitarie osservavo che le leggi che governavano gli
-uomini, erano molto ingiuste. Perchè nella società alla quale
-appartenevo, la donna doveva pesare sull'uomo e non le era concesso
-aiutarlo nella sua opera e guadagnare con lui il pane pei figliuoli?
-Forse, se io avessi avuto una professione, non ci sarebbe stato bisogno
-di separarci, e tutti e due si avrebbe potuto contribuire al benessere
-della famiglia. Era tornata la primavera ed osservavo le coppie di
-uccelli che facevano assieme il nido, portando ognuno nel becco la
-propria pagliuzza, e poi il padre e la madre recavano entrambi ai figli
-il grano che doveva nutrirli. Perchè nella società, la donna doveva
-esser da meno dell'uomo e restar neghittosa quando egli lavorava per
-tutti? Concludevo che il mondo era piantato male.
-
-Mi ribellavo alla mia vita inutile ed inoperosa e invidiavo le operaie
-che col loro lavoro aiutavano i mariti e il benessere della famiglia;
-alle volte mi veniva una voglia pazza di andar in qualche opificio a
-chiedere lavoro. Ne parlai un giorno ad un'operaia, ma la mia idea non
-la persuase.
-
-—Che cosa vuol fare lei colle sue piccole mani?—mi disse.—Faccia la
-signorina che è molto meglio, tanto non la prenderebbero alla fabbrica.
-
-Un'altra mi guardò come s'io volessi rubarle il pane; non c'era verso
-ch'io potessi occuparmi in qualche cosa di utile, e nell'ozio il tempo
-trascorreva lento e anche il mio carattere si mutava perchè divenivo
-tutti i giorni più irascibile e più nervosa.
-
-Era venuta l'estate, e una volta, all'ombra di alcune piante, vidi
-schiere di fanciulle sedute; col tombolo sulle ginocchia, facevano
-andare colle loro agili mani un mucchio di fuselli e formavano
-bellissime trine. Mi soffermai a guardarle e mi venne voglia
-d'imitarle; esse erano sotto la direzione d'una maestra ed erano pagate
-secondo la loro abilità; pregai la maestra di prendermi nella schiera
-delle lavoratrici, desiderando imparare quell'arte gentile. Essa
-acconsentì a patto che lavorassi un anno senza retribuzione in cambio
-dell'insegnamento che mi avrebbe dato.
-
-Io accettai perchè avevo bisogno di occuparmi, e speravo che un giorno
-il mio lavoro sarebbe utile almeno come adornamento della mia casa.
-
-Nei primi tempi ero avvilita; le fanciulle di dodici anni lavoravano
-meglio di me e con maggior sollecitudine; esse facevano andare i
-fuselli allegramente chiacchierando, come se le loro mani fossero
-macchine, io dovevo prestarvi tutta la mia attenzione e il lavoro non
-mi riusciva perfetto.
-
-Passati i primi tempi acquistai una certa destrezza di mano, e riuscii
-a combinare disegni fini e difficili. Copiai trine antiche e preziose,
-tanto che se non fossi stata legata alla mia maestra, avrei potuto
-venderle con profitto; intanto quell'occupazione mi riusciva piacevole,
-mi calmava i nervi, e il tempo sempre lento per il mio desiderio, mi
-era meno noioso. Il tempo passava e aspettavo, sicura che Federico
-sarebbe ritornato.
-
-Erano passati dieci anni quando incominciò a parlare di ritornare a
-Rapallo col fratello.
-
-Ormai erano ricchi, le loro imprese bene avviate potevano lasciarle ad
-un socio che le continuasse, ed essi contavano di ritornare in patria
-a godere il meritato riposo. Mancavano pochi mesi alla loro partenza,
-e quel fatto mi pareva una felicità, così grande come raramente è
-concesso provare su questa terra.
-
-Mano mano che si avvicinava quel tempo tanto desiderato, egli scriveva
-più spesso; le sue lettere parlavano del prossimo ritorno ed erano
-gioconde, come inni di gioia.
-
-Io mi struggevo nell'ansia dell'attesa e contavo i giorni che mancavano
-al suo ritorno.
-
-Mi pareva che in quel tempo i nostri pensieri s'incontrassero con
-maggior forza, ed erano così lieti, come se sul loro lungo cammino
-sprigionassero delle scintille.
-
-Fu un periodo d'orgasmo e di gioia intensa, e sentivo nel mio essere
-l'energia di cento vite.
-
-Una notte mi svegliai di soprassalto e mi parve che il mondo fosse
-precipitato in un abisso, tanto fu grande lo schianto che provai in
-tutta la mia persona.
-
-Ebbi una visione d'orrore e nel mio cuore si ripercosse un grido
-straziante.
-
-Mi alzai come una disperata e mi misi a gridare piangendo: è morto, è
-morto, Federico è morto! Lo vedevo davanti agli occhi insanguinato e
-morente, e fuggivo sperando togliermi alla vista di quello spettacolo
-raccapricciante. La mamma si svegliò a quei gridi e mi credette
-impazzita.
-
-Mi volea persuadere che il mio era un brutto sogno, ch'io era in preda
-ad allucinazione, ma non ci fu verso che riuscisse a calmarmi.
-
-—È accaduto una cosa grave,—gridavo fra le lagrime,—voglio sapere,
-voglio partire!
-
-Sembravo pazza, la mia povera mamma non sapeva come calmarmi; temeva
-sul serio ch'io avessi smarrita la ragione.
-
-Alla mattina mandai un telegramma chiedendo notizie. Mi rispose suo
-fratello Giorgio queste precise parole:
-
-«Morto vittima d'un accidente ferroviario».
-
-La signora Ivaldi, a questo punto del suo racconto, si sentì come un
-gruppo alla gola, ripensando l'angoscia passata; e dopo aver dato un
-sospirone per liberarsi dal peso che l'opprimeva, disse al dottore:
-
-—Che le pare? Non ho ragione d'essere inquieta?
-
-—Credo ad una fatale coincidenza,—disse il dottore,—vedrà che questa
-volta non è accaduto nulla.
-
-—Pur troppo lo sento, è accaduto qualche disgrazia,—disse la signora
-Carlotta.
-
-—Ma mi spieghi, ora che ha destata la mia curiosità,—disse il
-dottore, anche per distoglierla dal pensiero che l'opprimeva,—e come
-è avvenuto il suo matrimonio?
-
-—È presto detto,—soggiunse la signora Ivaldi.—Vittima dell'accidente
-ferroviario, Federico è vissuto qualche ora fra gli spasimi atroci,
-mutilato in un modo orribile. Giorgio, il fratello, corse ad assisterlo
-e raccolse le sue ultime volontà. Egli morì col mio nome sulle
-labbra, mi lasciò erede della sostanza che avea guadagnata per me, e
-pregò il fratello che mi proteggesse e facesse in modo ch'io almeno
-fossi felice. Giorgio ritornò poco tempo dopo; quando ci vedemmo si
-ebbe l'impressione d'esserci sempre conosciuti. Federico gli avea
-continuamente parlato di me, egli poi rassomigliava tanto al fratello,
-specialmente nella voce, che qualche volta avevo l'illusione che non
-fosse avvenuto il fatto orribile e ch'egli mi fosse ancora accanto.
-
-I nostri affari che avevamo in comune, ci riunivano spesso, ero rimasta
-sola al mondo, chiese la mia mano e accettai. Me ne trovai contenta; a
-lui devo questi anni di tranquillità e di pace, egli è ora tutto per
-me, mi trovo unita a lui come ero con Federico, non allo stesso grado,
-ma abbastanza per sentire che è vittima d'un accidente.
-
-—Non mi persuade, cara signora,—disse il dottore,—è la sua
-imaginazione che è ammalata, e perchè pensa all'altra coincidenza;
-vedrà, suo marito ritornerà sano e salvo, e questa volta ne uscirà
-guarita per sempre.
-
-—Fosse vero,—disse la signora Ivaldi.—Ma intanto chi mi toglie a
-questa inquietudine?
-
-—Ci metta un po' di forza di volontà. Tanto ora non può far nulla,
-ed io sono proprio costretto a lasciarla per vedere il mio ammalato;
-procuri d'esser ragionevole, si calmi, le prometto di ritornare domani
-mattina e vedrà che mi darà ragione.
-
-—Ne sarei lieta davvero! Ma intanto mi sgomenta la notte di ansie che
-ho a me davanti, dottore; mi scriva una ricetta, un forte sonnifero,
-oppio, morfina, tutto quello che vuole, ma qualche cosa che mi faccia
-dormire e mi tolga a questa inquietudine.
-
-Il dottore per contentarla le scrisse una pozione calmante e uscì
-compiangendo quella povera signora che secondo lui era seriamente
-ammalata di nervi.
-
-
-III.
-
-Quando i passi del dottor Sormani si furono dileguati in lontananza
-e la signora Ivaldi rimase sola, nel silenzio della notte, la sua
-inquietudine le parve ancor più insopportabile. L'oscurità era discesa
-sul lago e lo riempiva di ombre paurose; solo lontano lontano qualche
-lumicino scintillava nelle case e nelle ville, e la signora Carlotta
-pensava a quegli abitanti che vegliavano, come lei, ma che certo
-non avevano la sua inquietudine nell'anima, e ne provava un senso
-d'invidia. Come le parea triste in quel momento la sua villa ridente
-che aveva ordinata con tanto amore e nella quale avea passati giorni
-pieni di pace e serenità! La malinconia che avea nell'anima si
-trasfondeva in ogni cosa che la circondava e il mondo le pareva avvolto
-in un manto funereo. Un avvenimento doloroso era certo accaduto a
-turbare la sua pace; nessuno potea toglierle il dubbio fatale. Qualche
-momento pensava al marito come se non dovesse più rivederlo e ripensava
-ai sette anni trascorsi con lui, forse i migliori della sua esistenza.
-
-Il suo non era stato l'amore giovane entusiasta che avea provato per
-Federico, ma un sentimento calmo, che si era fatto sempre più forte
-colla convivenza fino al punto che le pareva impossibile poter vivere
-senza il marito, divenuto il solo scopo della sua vita.
-
-Meno idealista del fratello, ma di spirito superiore e di carattere
-più positivo, Giorgio Ivaldi le avea sempre parlato il linguaggio
-della ragione e cercato di infonderle la sua filosofia. Le diceva
-continuamente che non si doveva attaccarsi troppo alle cose del
-mondo, il quale non è che una piccola palla slanciata nello spazio
-immenso; ch'era inutile preoccuparsi degli avvenimenti che ci avvolgono
-fatalmente nelle loro spire; bisognava cercare di crearsi un ambiente
-simpatico, poter avere qualche godimento e accettare con rassegnazione
-le sofferenze inevitabili, e non crearsene d'imaginarie; avea voluto
-comperare la villa delle rose per aver un asilo tranquillo, dove
-probabilmente sarebbero invecchiati tutti e due uno accanto all'altro e
-sarebbero morti guardando il lago sereni e tranquilli d'aver compiuto
-il loro pellegrinaggio su questa terra. Era più vecchio, e certo se ne
-sarebbe andato prima di lei ad aspettarla nell'altro mondo. I morti
-sono pazienti; hanno davanti a sè l'eternità, e i vivi, o prima o poi,
-vanno a raggiungerli, ed è inutile che si disperino o affrettino la
-loro fine: ecco quello che le ripeteva continuamente.
-
-Quando pensava al marito non potea darsi pace come un uomo tanto
-tranquillo e ragionevole, si fosse preso d'una passione ardente per
-l'automobile.
-
-Questo sport moderno e pericoloso era la sua sola preoccupazione. Egli
-possedeva le automobili più belle, più perfette e più veloci; si teneva
-al corrente di ogni progresso, e, esperto nella meccanica, cercava di
-apportarvi qualche nuovo miglioramento. Era in continua corrispondenza
-cogli automobilisti più esperti, prendeva parte a tutte le corse più
-audaci e metteva in questo esercizio tutta l'energia che avea portato
-nelle sue imprese commerciali e che l'aveano condotto alla ricchezza.
-Forse egli non era nato per il riposo e si sentiva attratto ad un
-divertimento per cui il moto è una condizione necessaria.
-
-Essa avea tentato di seguire il marito nelle corse vertiginose, ma
-non provava nessun piacere nel divorare lo spazio e passare come una
-meteora per borghi e città; anzi il suo organismo ne soffriva ed era
-sempre ritornata a casa stanca e ammalata, tanto che avea finito
-col rinunciarvi e lasciar solo il marito, dispiacente di non averla
-compagna anche nelle sue corse.
-
-Però in quella notte d'ansietà essa fece il voto di accompagnarlo
-sempre, se fosse ritornato salvo; qualunque disagio avrebbe sopportato
-volentieri, piuttosto d'una inquietudine così terribile.
-
-Il giardino che contornava la villa, scendeva in un dolce pendìo
-sulla strada costeggiante il lago; per ben dieci volte la signora
-Ivaldi discese e risalì quel declivio, sperando calmare col movimento
-l'agitazione del suo spirito, ma invano; pareva che tutto facesse
-aumentare il suo orgasmo. A momenti pareva pazza; nella sua voglia
-di agire le venivano al cervello delle idee strane; avrebbe voluto
-far allestire una delle automobili che aveva nella rimessa e correre
-all'impazzata per raggiungerlo, ma dove? a Milano? a Torino? a Firenze?
-E intanto non sarebbe venuta a casa qualche notizia? Era meglio
-aspettare. Guardò l'ora; non era ancora mezzanotte; pensò al tempo che
-mancava prima dell'alba ed ebbe il sentimento dell'eternità. Eppure
-fino al mattino non avrebbe potuto far nulla per sapere; era una cosa
-terribile per la sua impazienza.
-
-Provò ad andare nella sua camera sperando di calmare i nervi nel fare
-i movimenti abituali; tentò di svestirsi lentamente, mettendo in ogni
-atto un tempo infinito per far passar l'ora; di tratto in tratto andava
-sulla terrazza che s'apriva davanti alla sua camera, e guardava il
-cielo tutto sparso di stelle, quasi implorando che quelle stelle che
-vedevano il mondo dall'alto, le mandassero qualche messaggio. Poi si
-coricò come di consueto, ma chiamò invano il sonno sulle sue palpebre
-stanche.
-
-Si rammentò il sonnifero scrittole dal dottore. Era una forte dose di
-trional; la prese d'un fiato, ma il sonno tanto desiderato si fece
-aspettare.
-
-Soltanto verso l'alba parve assopirsi, ma fu peggio; ebbe come un
-incubo, le pareva di vedere una schiera d'automobili d'ogni forma e
-colore scendere da un'alta montagna l'una dietro l'altra in una corsa
-vertiginosa; quelle dietro cozzavano impetuosamente con quelle che
-precedevano, nella fretta di correre non si vedevano più fino che
-ad un certo punto precipitarono tutte; alcune caddero nell'abisso
-profondo sbattendo nei macigni, altre rimasero sospese, aggrappate al
-monte come grappoli di ferrei congegni e le parve che una più pesante
-di tutte si staccasse dal masso, le fosse sopra e la schiacciasse
-togliendole il fiato.
-
-Dovette fare uno sforzo sovrumano per togliersi a quel peso, si guardò
-intorno cogli occhi imbambolati, e nel rivedere ai tenui bagliori
-dell'alba la propria camera e gli oggetti famigliari, si rammentò la
-sua inquietudine e l'orribile visione le parve come un triste presagio.
-
-Si alzò e aperse la finestra. La frescura del mattino le scese quale
-un refrigerio sulla fronte ardente; poi, dopo tanta tensione di nervi,
-ebbe quasi un momento di sollievo pensando che il giorno che spuntava
-l'avrebbe tolta alla sua terribile incertezza. Se era ancora turbata
-dall'orribile sogno, il sole che saliva lentamente sull'orizzonte e
-dileguava i vapori dell'alba, le pareva di buon augurio, ed il suo
-cuore rinasceva alla speranza.
-
-
-IV.
-
-La signora Ivaldi pensò che alle undici dovevano arrivare i giornali
-i quali avrebbero certo parlato della corsa automobilistica; intanto
-non si sentiva di aspettare inoperosa che il tempo passasse e mandò
-un telegramma al comitato promotore della corsa chiedendo notizie di
-Giorgio Ivaldi, con preghiera di rispondere subito al villino delle
-rose, presso Intra.
-
-Poi ricominciò a girare su e giù per il giardino, aspettando; una nuova
-ansietà s'impadroniva del suo essere; temeva di sapere e aver la
-notizia d'una disgrazia avvenuta, e nello stesso tempo voleva uscire da
-quell'incertezza.
-
-Guardava ogni tanto lungo la via per vedere se scopriva qualche cosa
-d'insolito; quasi senza volere uscì dal cancello e s'avviò verso
-l'approdo dei piroscafi; vide in distanza un punto nero e il cuore
-cominciò a palpitarle fortemente, quando s'accorse che quella cosa nera
-era un automobile; ma la macchina passò via rapidamente rumoreggiando
-fra un nuvolo di polvere, non potè conoscere le persone incappucciate
-che stavano dentro, ma non era suo marito, perchè passarono davanti al
-villino delle rose senza fermarsi; ogni punto nero che vedeva sulla
-strada maestra credeva che fosse un messaggio, e quando incontrò il
-fattorino telegrafico che le mise in mano un dispaccio, non volea
-credere che fosse diretto a lei, e quasi paralizzata e tremante, stette
-qualche secondo prima d'aprirlo. Portava la firma del marito e diceva
-queste precise parole:
-
-«Sfuggito miracolosamente a grave pericolo, leggermente ferito, ritorno
-in giornata; aspettami a casa.»
-
-Diede un sospirone di sollievo; era vivo, ritornava, e ciò le bastava.
-È vero che diceva d'essere ferito, ma se aveva potuto mettersi in
-viaggio, la ferita non dovea esser certo grave; dopo tante ore
-d'inquietudine si sentiva quasi contenta, però si confermava nell'idea
-d'aver una fibra sensibile nel suo organismo, che l'avvertiva di quello
-che accadeva alle persone lontane che aveano un senso in corrispondenza
-con lei, ed era impaziente di vedere il dottore incredulo per
-mostrargli come fosse stata ragionevole la sua inquietudine. Venne
-infatti come le avea promesso, ed essa gli mostrò il telegramma tutta
-trionfante.
-
-—Aveva ragione,—disse,—era successo qualche cosa, fortunatamente
-nulla di grave, si capisce. È un fatto che mi fa pensare; questa
-vibrazione che da un cervello corrisponde in distanza con un altro,
-come col telegrafo Marconi, è uno studio che voglio fare e forse mi
-aiuterà nella mia carriera. Intanto mi inchino alla sua superiorità.
-
-—Non ci tengo, anzi, chiedo la guarigione; il mio è un male terribile;
-basterebbero a provarlo le sofferenze della notte passata.
-
-—In ogni modo è una sensibilità raffinata di cui può andare
-orgogliosa, forse è un senso che tutti possediamo in embrione e colla
-civiltà e il progresso si educherà e diverrà più forte; ci si avvia,
-cara signora, ad essere degli strumenti elettrici; non so se sarà un
-bene o un male.
-
-—Un male, un male,—disse la signora Ivaldi,—è certo che le nostre
-sofferenze saranno moltiplicate, io ne so qualche cosa.
-
-—Ebbene, che cosa importa,—soggiunse il dottore,—se l'umanità potrà
-averne vantaggio?
-
-—Ed io sarò stata fra le prime?
-
-—Sì, fra gli eletti, come i profeti e i veggenti dell'antichità;
-anch'essi avevano qualche cosa di più raffinato, che forse avrà dato
-loro delle sofferenze ma di cui dovevano andare orgogliosi.
-
-—Senta, dottore,—rispose la signora Ivaldi,—quand'è così, la cosa
-dovrebbe essere più completa; questa vibrazione dovrebbe esser perfetta
-in modo da poter corrispondere come col telegrafo; io soffrivo perchè
-avevo la sensazione vaga che qualche accidente era avvenuto a mio
-marito e non sapevo quale; ora lo so e sono tranquilla.
-
-—Le ripeto,—disse il dottore,—bisognerà educar bene questo senso in
-modo che due persone che si amano possano corrispondere concentrando il
-pensiero e rendendolo più intenso, trasmetterlo a distanza; siamo nel
-secolo dei miracoli e ci arriveremo.
-
-La signora Ivaldi pregò il dottore di tenerle compagnia e far colazione
-con lei per aspettare l'arrivo del marito, che avrebbe avuto bisogno
-subito delle sue cure. Egli acconsentì e tutti e due si sedettero nel
-pomeriggio sul terrazzo aspettando. Sarebbe arrivato in carrozza,
-sul piroscafo, in automobile? Non sapevano, e guardavano il lago e
-la strada maestra passando il tempo chiacchierando di tutte le cose
-ignote, di tutti i misteri che sarebbero un giorno venuti alla luce.
-
-Una carrozza intanto salì lentamente il pendìo che conduceva alla villa
-e interruppero il discorso per incontrarla. Era il signor Giorgio
-Ivaldi che arrivava, ferito più di quello che la signora avesse
-creduto. Avea un braccio fratturato e stretto in un apparecchio; la
-testa contusa e bendata.
-
-—Giorgio!—esclamò la signora Carlotta, abbracciandolo colle lagrime
-agli occhi.
-
-—Calmati, non è nulla,—disse il signor Ivaldi, e volle fare uno
-sforzo e scendere dalla carrozza senza aiuto.
-
-Volea camminare, ma il dottore lo consigliò di mettersi a letto, dopo
-la fatica del viaggio e il colpo ricevuto. La signora Carlotta lo
-interrogava e gli diceva:
-
-—Lo sapevo prima del tuo dispaccio, sai; l'ho sentito, è stato ieri
-alle dieci: è tutta un'eterna giornata che soffro. Ma come è avvenuto?
-
-—Come avviene sempre in simili casi; si va avanti eccitati dalla
-corsa, non si vede la strada, è una vertigine, tutto andava a gonfie
-vele, ero sul punto di vincere, la mia macchina è andata contro un
-albero, si è sfasciata, quasi soffocandomi sotto il suo peso e
-slanciando lontano il macchinista.
-
-—È morto?—chiese la signora Carlotta.
-
-—No, è rimasto all'ospedale in cattivo stato, peggio di me, ma mi
-assicurano che guarirà bene; io ho preferito venire per non farti
-rimanere inquieta.
-
-—Hai fatto bene, ho sofferto tanto che avevo bisogno di vederti, ma io
-spero ti sarà passata la manìa automobilistica.
-
-—Tutt'altro! Sono impaziente di guarire per ricominciare; soltanto
-ti prometto d'essere più prudente la prossima volta, poi voglio una
-macchina più perfetta; ho già nella mia testa un congegno che avviserà
-quando si avvicina ad un ostacolo; mi farò dare il brevetto.
-
-—Ricordati però,—disse la signora Carlotta,—che non ti lascerò più
-andar solo; meglio sfracellarsi in un precipizio, che soffrire le
-torture di ieri; preferisco esser con te al momento del pericolo e non
-sentirlo a distanza.
-
-—Tanto meglio,—disse il signor Ivaldi,—fra un mese il mio braccio
-sarà guarito, la mia macchina sarà perfetta e avremo acquistata una
-nuova socia nel club degli automobilisti.
-
-—Senza contare,—disse il dottore,—che io avrò studiato un nuovo caso
-di telepatia che farà forse progredire la scienza e mi aprirà le porte
-dell'Università.
-
-—Allora se n'andrà lontano?—chiese la signora Carlotta.
-
-—Forse, ma spero che mi accoglieranno sempre come ospite al villino
-delle rose.
-
-—E diventerà nostro compagno di automobilismo,—disse il signor Ivaldi.
-
-—Tanto più,—soggiunse la signora Carlotta,—che con questo sport
-moderno, c'è spesso bisogno del medico.
-
-
-
-
-L'ANIMA DEL MONDO.
-
-
-I.
-
-Il cancello di casa Arlandi s'aperse con impeto e un carro carico
-di pietre, di colore e forme diverse, entrò con fracasso nell'ampio
-cortile.
-
-Una donna di mezza età, alta, dalle forme opulente, con una veste da
-camera color melanzana, comparve sulla porta della casa e, vedendo il
-carro, disse con modo dispettoso agli uomini che l'avevano guidato:
-
-—Chi vi manda? È certo un errore; noi non abbiamo ordinato nulla.
-
-—Scusi, signora Savina,—disse il conduttore del carro levandosi
-rispettosamente il cappello,—è un carico che viene dalla Germania ed
-è diretto al professor Ugo Arlandi.
-
-—Infatti mio figlio mi annuncia una spedizione d'un minerale prezioso
-per le sue indagini scientifiche,—disse un signore piccolo, tarchiato,
-coi baffi brizzolati, che udite le ultime parole era uscito nel cortile.
-
-—E dove dobbiamo mettere tutta quella roba?—chiese la signora Savina.
-
-—Naturalmente nella stanza accanto al laboratorio, come scrive nella
-sua lettera,—soggiunse il signor Carlo Arlandi.
-
-—Ma sai che è pazzo davvero quel tuo figliuolo!... tutto quel peso
-lassù, ti pare? cadrà la vôlta.
-
-—Via, non c'è pericolo, la casa ha solide fondamenta; ma tu che fai,
-Mario?—disse rivolto ad un ragazzo di undici anni, che era entrato
-improvvisamente nel cortile e si era impadronito d'un mucchio di quelle
-belle pietre variopinte e si preparava ad adoperarle per i suoi giuochi.
-
-—Faccio un castello per divertirmi,—disse il ragazzo,—vedi? uno
-scoglio alto alto, e poi, su, una torre ancora più alta.
-
-—Lascia quella roba che non è per te,—gli disse il padre dandogli uno
-scappellotto.
-
-—Poverino, ha più ragione di Ugo che compra delle pietre per nulla;
-almeno Mario si diverte.
-
-—Non deve toccare la roba degli altri,—soggiunse impazientito il
-signor Carlo.
-
-Quella scena coniugale sarebbe certo terminata in litigio, se in quel
-punto non fosse entrata dal cancello una donna ancor giovane, d'aspetto
-simpatico, colla faccia illuminata da un sorriso buono, tenendo una
-lettera aperta in mano.
-
-—Sapete,—disse,—Ugo arriva questa sera, mi raccomanda il suo
-minerale, ha dovuto raccoglierlo con gran fatica e pagarlo caro.
-
-—Bene spesi quei denari,—disse la signora Savina.
-
-—Pare sulla via d'una grande scoperta,—soggiunse la signorina,
-continuando il suo discorso.
-
-—Ecco un'altra allucinata,—borbottò Savina rivolta al marito,—tutti
-e due della medesima razza.
-
-La giovane finse di non udire quelle parole e, vedendo Mario che
-continuava a trastullarsi colle pietre, si rivolse all'Arlandi e gli
-disse:
-
-—Ma, Carlo, perchè permetti a tuo figlio di sciupare quel minerale?
-Sai bene a che alto scopo deve servire, e poi ha molto valore, lo ha
-scritto Ugo.
-
-Il signor Carlo andò tosto verso il figlio, lo prese per un braccio, e:
-
-—Via,—gli disse colla voce irritata,—va' a giuocare in giardino,
-ubbidisci, hai capito?
-
-Il fanciullo si mise a strillare come se l'avessero bastonato, e la
-signora Savina lo condusse fuori del cortile, dando un'occhiata feroce
-al marito e alla signorina Giulia, che, come sorella della prima
-moglie dell'Arlandi, era venuta ad intromettersi nelle loro faccende
-domestiche.
-
-Giulia crollò il capo in atto compassionevole e disse al cognato:
-
-—Quanto ti compiango! e come devi soffrire nell'assistere al dissidio
-che continua sempre fra tua moglie e il figlio della mia povera
-sorella; eppure Ugo è così buono, intelligente e fa onore alla nostra
-famiglia.
-
-—Tu hai un debole per quel figliuolo,—disse il signor Carlo,—e vai
-all'esagerazione; non nego che sia studioso, ma finora ha lavorato come
-un bue, si è sciupato la salute, ha speso una quantità di denaro, e
-non ha dato nessun risultato. Mia moglie non ha tutto il torto, è un
-po' provinciale e certe cose non riesce a comprenderle, ma non mi pare
-che Ugo sia del tutto equilibrato.
-
-—Voi non capite nulla nè l'uno nè l'altra,—disse Giulia.—Sapete che
-cosa devo dirvi? Che sono sola a comprendere quel figliuolo, e invidio
-quel suo amore alla scienza, quella sua costanza nel desiderio di
-riuscire, che se lo lascerete in pace gli apporterà gloria, quattrini
-e vi farà onore.
-
-—E se non riuscisse a far nulla?—disse il signor Arlandi.
-
-—Non è possibile, ogni fatica deve avere la sua ricompensa; in ogni
-caso non fa male a nessuno, mia sorella lo ha lasciato ricco e può
-spendere il suo denaro come gli piace; preferireste che lo spendesse
-al giuoco o in gozzoviglie? No certo; dunque dà retta a me, guarda le
-cose come sono e non lasciarti suggestionare da tua moglie, che per lui
-è una vera matrigna, specialmente dopo la nascita di Mario; ma tu devi
-proteggerlo, difenderlo, il tuo Ugo, almeno per la memoria della povera
-Ada che ti ha reso tanto felice.... Via, non commuoverti, ora, cerca
-di far mettere a posto quel minerale; io vado a casa perchè, se Savina
-ritorna, non posso tacere.... Verrò questa sera quando arriva Ugo.
-
-Appena Giulia si fu allontanata, il signor Carlo diede ordini ai suoi
-uomini di portare il minerale nel laboratorio del figlio, che occupava
-tutta l'ala destra della casa, e stette assorto ripensando alla sua
-vita passata. Dovea confessare a sè stesso che i più begli anni erano
-stati quelli che avea vissuto colla prima moglie.
-
-In quel momento, mentre collo sguardo seguiva gli uomini che salivano
-le scale carichi di minerale, egli ripensava a quei tempi, che gli
-sembravano tanto lontani ed erano passati per sempre. Egli rivedeva
-la sua dolce Ada, più mite e timida della sorella, colla faccia
-da madonnina, che quando la rievocava colla mente ancora gli si
-inumidivano gli occhi, rivedeva Giulia ch'era allora una bimba e gli
-riempiva la casa di allegre risate, e si divertiva a far giuocare il
-piccolo Ugo, minore di lei di pochi anni, che come un raggio luminoso
-era venuto a rallegrargli l'esistenza.
-
-Giulia era orgogliosa d'essere la zia di quel bimbo roseo e paffuto,
-dagli occhietti vispi e intelligenti. Essa abitava, col padre, il
-villino Giulia, diviso dalla casa grande, villa Ada, soltanto da un
-filare di ippocastani, ma ai tempi del suo primo matrimonio formavano
-quasi una sola famiglia ed erano sempre uniti ed in adorazione del
-bimbo.
-
-Quel tempo felice era durato dieci anni.
-
-Poi vennero i giorni tristi.
-
-Ada fu colta da una malattia che i medici non riuscirono a
-diagnosticare, ed egli ebbe lo strazio di vederla deperire tutti i
-giorni, finchè reclinò il capo stanco sulle sue spalle, come un povero
-fiore avvizzito, ed esalò l'ultimo respiro senza ch'egli potesse fare
-nulla per tenerla in vita. Poi passò un lungo tempo accasciato, colla
-mente senza pensieri, vivendo quasi in un sogno, facendosi forza
-per amore del suo Ugo, poi anche il suocero si ammalò e Giulia, per
-dedicarsi al padre, lo lasciò nell'isolamento.
-
-Ne approfittò la signora Savina che abitava in paese ed era irritata di
-veder passare gli anni senza trovar marito. Incominciò a frequentare la
-casa dell'Arlandi, ad esser prodiga di parole di conforto per lui, di
-premure e carezze per il bambino, e a poco a poco cercò di rendersi
-utile, quasi necessaria, con modi graziosi, insinuanti, come sapeva
-fare quando volea raggiungere uno scopo prefisso, ed egli quasi senza
-accorgersene s'era lasciato soggiogare da quella donna, al punto che,
-persuaso di non poter vivere nell'isolamento tutta la vita, che in casa
-era necessaria una persona che s'occupasse delle faccende domestiche
-e badasse al bambino, si decise a sposarla. S'accorse subito dello
-sbaglio fatto quando, divenuta signora e padrona, Savina si mostrò
-sotto il vero aspetto di donna imperiosa e senza cuore. Incominciò
-subito a tormentare con rimproveri ingiustificati il povero Ugo, al
-punto che l'Arlandi per aver pace fu costretto a metterlo in collegio.
-Terminati gli studî, il figlio ritornò a casa timido, modesto, tutto
-dedito alla scienza; ma la matrigna, che intanto aveva avuto un figlio,
-Mario, e non vedeva che per i suoi occhi, divenne per lui più acre e
-più ingiusta, il che dava origine continuamente a nuove questioni e la
-quiete era scomparsa dalla sua casa.
-
-A questo pensava il signor Carlo, egli che tutto avrebbe sagrificato
-per amore della pace e adorava Ugo che gli rammentava la sua
-dolce Ada, e desiderava rivederlo dopo la sua assenza; ma nello
-stesso tempo temeva che l'arrivo del figlio fosse causa di nuovi
-litigi ed inquietudini. Aveva in animo di proteggerlo e difenderlo
-dall'ingiustizia della moglie, si proponeva di uscire dalla sua
-apatia e far sentire la sua voce autorevole, ma quando vedeva davanti
-a sè Savina, coll'aspetto altero e la faccia arcigna, non osava più
-dir nulla, oppure parlava timidamente, a bassa voce, nel timore di
-esacerbarla, come uno scolaretto che teme le ire del professore.
-
-E in quel momento, quando dopo aver ricondotto Mario, la vide davanti
-a sè, ritta, colla faccia accesa e lo sguardo tagliente come una
-lama, non seppe dirle nulla e guardò verso la strada bianca fuori dal
-cancello come assorto ad osservare gli uomini che avevano portato il
-minerale e s'avviavano verso la stazione.
-
-Fu la signora Savina che incominciò a parlare, e:
-
-—Povero bambino,—disse,—se non ci fossi io a proteggerlo, lo faresti
-morire di noia.... Nemmeno giuocare gli si permette alla sua età.
-
-—Non c'è bisogno di toccare quello che non gli appartiene, può ben
-giuocare coi suoi giuocattoli; ne ha tanti!
-
-—Dio mio! Quanto chiasso per un po' di sassi.
-
-—Ma sono di valore; poi Ugo gli ha comprati per i suoi studî ed ha
-diritto di ritrovarli, quando arriva.
-
-—Ben spesi quei denari,—mormorò la signora.
-
-—Meglio spenderli per la scienza che in gozzoviglie,—disse il signor
-Carlo, ripetendo una frase della cognata.
-
-—Per conto mio, preferirei che spendesse il suo denaro per divertirsi;
-sarebbero cose più adatte alla sua età, invece quelle sono pazzie, e
-finirà per recare lo scompiglio nella nostra casa tranquilla. Perchè
-non l'hai lasciato andar ad abitare dalla zia Giulia?
-
-—Perchè un figlio deve stare col padre, e poi questa è casa sua.
-
-—È vero; lui è ricco e noi finiremo nella miseria, quando gli avrai
-lasciato sprecare la fortuna colle sue meravigliose invenzioni.
-
-—Basta!—disse l'Arlandi un po' irritato,—non voglio che tu dica
-male di Ugo, hai capito? Pensa piuttosto a fargli mettere in ordine
-le stanze e a dire a Vincenzo di andar questa sera alla stazione a
-mettersi agli ordini del suo padrone.
-
-Savina non fiatò più; non era abituata a veder il marito assumere
-quell'aria di comando e rimase sorpresa, e pensava di star zitta per
-poi ritornare alla carica in un momento più opportuno.
-
-Le dava anche noia doversi privare dei servigi di Vincenzo, che Ugo
-avea scelto come assistente e nello stesso tempo come suo domestico
-particolare, avendolo trovato un ragazzo intelligente che s'interessava
-alle sue scoperte e lo aiutava con amore. Essa però si mostrò premurosa
-di dar ordini, affinchè Ugo trovasse al suo arrivo ogni cosa al suo
-posto, e per rabbonire il marito disse:
-
-—Infine Ugo non dà noia a nessuno; basta che non si lasci montare il
-capo da quella pazza di sua zia; non sai che si è fitta in mente di
-dividere le rendite delle sue terre coi contadini che le coltivano e,
-dopo qualche anno, lasciargliele in proprietà?
-
-—Sono idee socialiste, ma delle sue terre può fare quello che vuole;
-sono cose che non mi riguardano.
-
-—Ma, è l'esempio per i nostri?
-
-—Lascia fare,—disse il signor Arlandi,—non occupiamoci degli affari
-altrui, pensiamo piuttosto a ricevere degnamente il nostro Ugo; mi
-raccomando che il laboratorio sia in ordine, perchè è impaziente di
-riprendere i suoi esperimenti.
-
-Sì dicendo, entrò in casa non volendo continuare un discorso che lo
-turbava; e la signora Savina lo seguì collo sguardo, crollando il capo
-e cantarellando a bassa voce.
-
-—Sono una razza di squilibrati, di pazzi! Basta, speriamo che Mario
-abbia giudizio per tutti e che finisca per esser lui il padrone.
-
-
-II.
-
-Il villino di Giulia era allegro, civettuolo, tutto inghirlandato di
-rose e circondato da un giardino non molto grande, ma pieno di ombra e
-di fiori.
-
-Giulia, dopo la morte del padre, rimasta assoluta padrona di quella
-villa, ne avea fatto oggetto di tutte le sue cure, e si compiaceva di
-renderla sempre più comoda e bella. L'idea dell'arrivo del nipote la
-rendeva irrequieta e girava su e giù pel giardino, cogliendo fiori che
-poi collocava nei vasi di cristallo lunghi e stretti secondo il nuovo
-stile; ora entrava portando i vasi pieni di fiori, ora usciva per
-coglierne di nuovi, ora si fermava pensosa a guardare la strada.
-
-L'aspettazione le dava un eccitamento piacevole che le impediva di star
-ferma e di dedicarsi alle consuete occupazioni. Le piaceva occuparsi
-continuamente per non pensare al passato pieno di tristi ricordi.
-
-—Il mio passato è un cimitero,—soleva dire,—non vedo che tombe.
-
-Infatti, ancora bambina, aveva perduta la madre, poi Ada, la sorella
-diletta che ne avea fatto le veci, poi il padre e il fidanzato, un
-giovane capitano caduto sul campo d'Adua. Questo fu pel suo cuore un
-colpo tanto crudele, da non poter più darsene pace, in modo che rifiutò
-tutti i partiti che le si presentarono. Di carattere fermo e risoluto,
-voleva serbare la fede e l'amore al di là della tomba e decise di
-combattere sola le battaglie della vita.
-
-Non si era lasciata abbattere dalla sventura e pensò di popolare la sua
-solitudine di opere buone e di crearsi una tal quantità di occupazioni
-per non lasciare tempo ai tristi pensieri di prendere il sopravvento.
-
-Erede di una metà dei vasti possedimenti del padre, aveva alla sua
-dipendenza una quantità di coloni e si era proposta di adoperare il
-suo ingegno e le sue ricchezze per renderli contenti. Studiava il
-modo migliore di aiutarli, adoperava le sue rendite a fabbricare per
-loro case sane e pulite, non badava a spese per migliorare le terre,
-affinchè potessero dare un raccolto copioso, visitava i casolari,
-prodiga di denaro e consigli salutari, soccorreva gli ammalati,
-spronava allo studio e al lavoro i neghittosi, e già studiava il modo
-di rialzare le sorti dei lavoratori dei campi, togliendoli dalla loro
-miseria per avviarli ad un migliore avvenire. Questo era uno dei suoi
-ideali: l'altro era quello di proteggere il nipote che amava come un
-figlio e riguardava come un retaggio lasciatole dalla sorella.
-
-Era attratta ad amarlo anche dalla propria inclinazione, ne condivideva
-le idee, prendeva interesse ai di lui studî e si sentiva della stessa
-stirpe.
-
-Avea qualche anno più del nipote, ma appariva più giovine in grazia
-della vivacità del suo spirito e della sveltezza dei movimenti, ed Ugo
-invece, per la vita dedicata allo studio, col volto serio e pensoso,
-sembrava più vecchio di quello che fosse realmente. In ogni modo era
-per Giulia come un compagno della stessa età e un amico col quale si
-può discorrere liberamente a cuore aperto; le pareva impossibile che
-un bimbo, che aveva veduto giocherellare per la campagna, si fosse
-mutato in breve tempo in un giovane serio, simpatico, che si andava
-acquistando un bel posto fra gli uomini dedicati alla scienza.
-
-Essa lo avrebbe voluto sempre al villino, ma egli non voleva
-abbandonare il padre, nè villa Ada, dove si era fatto il suo
-laboratorio e dove aveva i ricordi d'infanzia. Però, quando sentiva il
-bisogno d'un po' d'affetto e di simpatia, correva al villino Giulia,
-nella casa allegra e piena di sole, dove si sentiva come riscaldato da
-un affetto sincero e dove il sorriso della zia lo incoraggiava alle
-confidenze e lo agguerriva per le battaglie della vita; ed egli le
-apriva l'animo suo, le narrava le sue speranze e le sue aspirazioni; ed
-essa stava in ammirazione ad ascoltarlo e si riprometteva di aiutarlo,
-se avesse trovato degli ostacoli a impedirgli di percorrere il suo
-cammino luminoso.
-
-Pensando alle ore che le avrebbe dedicate, vere oasi della sua vita
-solitaria, cercava di render gaio il salottino arredato semplicemente
-con mobili di stile moderno, dalle linee corrette, severe e non
-tormentate da curve bizzarre. Erano di tinta verde‑chiaro, in gruppi
-di sedili e tavolini disposti sapientemente che invitavano al
-raccoglimento e alle intime conversazioni, e sui tavolini e sulle
-mensole erano disposti artisticamente vasi con bellissimi fiori, libri
-legati, giornali, riviste, e in un angolo una cesta piena di lavori
-femminili. Si compiaceva quando Ugo le lodava la disposizione dei
-mobili e, sdraiandosi sulle poltrone comode e soffici, diceva:
-
-—Come si sta bene in questa pace! Come si riposa in questa casa amica
-e ospitale!
-
-Essa pensava che, dopo tanti mesi di assenza, Ugo ritornava finalmente
-e sarebbe stata ancora orgogliosa di sentire ripetere quelle parole.
-Nella sua impazienza, le ore quel giorno le sembravano eterne; avea
-tentato di prendere in mano un lavoro, ma non poteva far nulla; prese
-un libro, ma il suo pensiero andava lontano, in uno scompartimento
-ferroviario che s'avanzava a tutto vapore verso la campagna lombarda;
-ogni tanto guardava l'orologio e contava le ore e i minuti che
-mancavano all'arrivo del treno.
-
-Per passare il tempo, si fece portare il pranzo, e così passò una
-mezz'ora; poi andò a ravviarsi i capelli e ad aggiungere qualche
-fronzolo al suo semplice vestito di lana; e finalmente si coperse le
-spalle con una mantellina e si avviò verso villa Ada, il palazzo, come
-lo chiamavano i contadini, perchè era grande, maestoso, formato da un
-corpo centrale e due ali ai lati che sporgevano come due braccia verso
-il cancello che chiudeva l'ampio cortile, un vero casolare di campagna;
-e lo chiamavano così, per distinguerlo dal villino elegante di Giulia.
-
-Quando la fanciulla fu davanti al cancello, la carrozza di casa Arlandi
-usciva per andare alla stazione; essa s'arrestò incerta se dovesse
-andare incontro al nipote, poi pensò che la signora Savina forse ci
-avrebbe trovato da ridire ed entrò in casa.
-
-Una lampada pendeva dalla vôlta e illuminava la tavola, in una vasta
-sala piena di ombre. Intorno alla tavola, il signor Carlo leggeva un
-giornale, Mario con una matita in mano riempiva di geroglifici un
-volume illustrato. La signora Savina, con una cesta da lavoro accanto,
-con tanto d'occhiali sul naso, accomodava una giacchetta del figlio. Da
-brava donna di casa, aveva in mano continuamente un lavoro utile, che
-quasi sempre faceva terminare dalla cameriera.
-
-Quando entrò Giulia, alzò gli occhi dal lavoro, e disse:
-
-—Brava, in tempo per accogliere il figliuol prodigo.
-
-Quella sera voleva essere amabile, ma si capiva che faceva uno sforzo.
-
-—Buona sera, Carlo,—disse Giulia al cognato,—pare che quel giornale
-sia molto interessante.
-
-—Leggo per passare il tempo, quantunque non vi sia nulla di nuovo: ma
-presto Ugo dovrebbe esser qui,—disse guardando l'orologio,—basta che
-non ci sia qualche ritardo.
-
-—Con queste ferrovie non si è mai sicuri,—disse sentenziando la
-signora Savina.
-
-Giulia fremeva nel veder Mario che continuava a riempire di sgorbi il
-volume illustrato, ma non osava dir nulla per non interrompere la pace
-che sembrava regnare in quel momento in casa Arlandi. Fu il signor
-Carlo che, data un'occhiata al figliuolo, gli disse:
-
-—Ma che cosa fai, piccolo vandalo? Perchè sciupi quel volume? Puoi ben
-prendere un pezzo di carta per i tuoi disegni.
-
-—Questo, sai, diverte di più, ci sono le figure e fingo d'averle fatte
-io.
-
-—Zitti,—disse Giulia,—una carrozza, è lui certo.
-
-Il signor Carlo fece per alzarsi, ma la signora Savina non lo lasciò
-uscire dalla stanza dicendo che avrebbe potuto prender freddo.
-
-Intanto la carrozza s'era fermata e in un minuto Ugo era fra le braccia
-del padre.
-
-Era un giovane alto, pallido, snello, colla fronte alta e il volto
-serio, illuminato da due occhi pensosi.
-
-Quando vide Giulia, le andò incontro colle braccia aperte e la faccia
-sorridente, poi stese la mano a Savina, che fu molto amabile, come non
-si sarebbe aspettato. Volle che mangiasse qualche cosa di caldo per
-ristorarsi e gli fece un caffè forte come piaceva a lui.
-
-Mario gli chiese se poteva regalargli qualcuno di quei sassi belli e
-lucenti arrivati la mattina, ma Ugo invece aperse la sacca da viaggio,
-tolse un automobile che montando una molla correva per la stanza con
-una velocità vertiginosa, lo regalò a Mario e per un momento formò la
-consolazione di quel bimbo irrequieto.
-
-Ugo s'informò appunto del suo minerale, se era stato messo a posto
-bene, poi raccontò i suoi viaggi, i suoi studî e parlò d'una scoperta
-che avrebbe portato la rivoluzione nel mondo.
-
-È vero che molti scienziati francesi se ne occupavano, ma sperava di
-arrivare prima di tutti e perciò calcolava di mettersi subito al lavoro.
-
-Raccontò d'esser andato sotterra nelle miniere, d'aver visitato grotte
-profonde e inesplorate, la sua gioia quando poteva trovare un minerale
-sconosciuto e i tentativi per andare negli abissi più profondi, là
-dove egli credeva dover esservi l'anima del mondo.
-
-—Perchè non possiamo vivere nelle profondità della
-terra?—diceva,—perchè vi è una temperatura che ci soffoca ed opprime?
-
-Affermava che il mondo era come un organismo che si mutava e
-trasformava continuamente, tanto nell'interno come sulla superficie.
-
-Egli avea sentito delle vibrazioni partire dagli abissi profondi e
-propagarsi per la terra come fremiti ignoti; anche sotterra c'era
-vita e movimento, le tenebre venivano interrotte da fosforescenze
-abbaglianti e nel centro della terra c'era non solo il fuoco che
-squarcia le viscere dei vulcani, ma numerose scintille sparse nei
-minerali ch'egli volea decomporre e ridurre agli elementi primitivi;
-avrebbe scoperto quantità infinitesime di nuovi elementi sfuggiti alle
-masse che dovevano trovarsi nel centro del mondo ed esserne la vita e
-il calore.
-
-—I popoli primitivi—disse—popolarono di tesori, guardati da esseri
-fantastici, le grotte e le caverne; noi vi troviamo altre ragioni di
-vita che forse getteranno nuova luce su fatti che ci sembrano avvolti
-nel mistero e, invece di gnomi e genietti fantastici, troveremo altri
-tesori più veri e reali.
-
-—Ah, bello!—interruppe Mario che era già annoiato
-dell'automobile,—pare un racconto di fate!
-
-—Vedete come è intelligente?—disse la signora Savina, contenta
-d'interrompere il discorso eloquente di Ugo che l'annoiava.
-
-Quelle parole furono come una doccia pel giovane scienziato, che
-ammutolì un momento, poi disse, cambiando tono:
-
-—Vi ho forse annoiato, ma quando mi lascio andare ai miei discorsi
-preferiti non ho misura; continuerò un'altra volta, ora sono stanco ed
-ho bisogno di riposo.
-
-—Ed io me ne vado,—disse Giulia alzandosi e avviandosi verso l'uscio.
-
-—Ti accompagno, ho bisogno di prendere una boccata d'aria,—disse
-Ugo,—poi ritorno e me ne vado a letto.
-
-Di fuori la notte era calma, e la luna nuova risplendeva nella vôlta
-cupa del cielo.
-
-Giulia ed Ugo si fermarono sulla soglia a contemplare la campagna
-silenziosa.
-
-—Che bella pace!—disse Ugo.
-
-—Raccontami ancora, svelami i segreti della natura, tu che hai
-studiato e sai tante cose,—disse la fanciulla supplicando.
-
-—No, ora non posso più, domani, un altro giorno; non profaniamo questo
-silenzio che ci avvolge come in una carezza e calma il nostro spirito.
-
-E silenziosi s'avviarono lungo il viale d'ippocastani, sentendosi uniti
-in quella notte calma e stellata come da un fluido di simpatia e come
-se gli stessi pensieri irrompessero nel loro cervello.
-
-Sostarono davanti al villino.
-
-—Vieni domani a colazione?—chiese Giulia.
-
-—A colazione no, non posso,—rispose il professore,—devo mettere in
-ordine il laboratorio, verrò la sera;... è sempre allegro il villino?
-Non hai mutato nulla nel salotto?
-
-—È sempre uguale.
-
-—Sono contento, mi fa piacere rivedere le cose famigliari al loro
-posto, come le ho lasciate e come le penso quando sono lontano. Buona
-notte, Giulia,—e sì dicendo le porse la mano.
-
-—E perchè non mi chiami zia?—gli chiese la signorina.
-
-—Non mi par giusto, abbiamo quasi la stessa età, penso a te come ad
-una sorella, e mi pare che tu sia sola a comprendermi.... Il babbo è
-tanto mutato.
-
-—Quella donna lo ha stregato, è una vipera.
-
-—È stata molto gentile con me, forse non è cattiva, ma non è la mia
-mamma e mi dispiace vederla a quel posto. Sarà colpa mia se non so
-farmi amare.
-
-—Sei troppo buono,—disse Giulia entrando in casa, e salutandolo,—a
-domani.
-
-Ugo rifece la strada contento al pensiero di poter nella quiete della
-campagna e della casa dove era nato ricominciare le sue esperienze
-scientifiche, sapendo di avere là accanto una dolce amica, una
-confidente, nella sorella della madre.
-
-—Ecco,—pensava, guardando la grande casa che si avvicinava come una
-massa nera in mezzo alle piante;—là il lavoro e qui al villino il
-riposo.
-
-E per un istante ebbe l'illusione di esser felice.
-
-
-III.
-
-Il laboratorio di Ugo Arlandi occupava all'ultimo piano un'ala della
-casa. Era una stanza chiara, spaziosa, illuminata da quattro grandi
-finestre che s'aprivano sull'aperta campagna e formavano quasi una
-parete trasparente, luminosa.
-
-Accanto alla parete di fronte alla porta d'ingresso, c'era un forno
-con un'immensa caldaia, poi una tavola sulla quale stavano sempre
-accatastate vaschette, ampolle di tutte le forme e dimensioni, tazze
-quadrate, cannelli di vetro, filtri e bilance di precisione.
-
-In un armadio chiuso c'erano schierate, in buon ordine, boccette con
-liquidi di colori diversi ed etichette sulle quali stava scritto la
-qualità del contenuto; intorno alle pareti scansie a varii palchi, con
-altri arnesi d'ogni forma e dimensione, di vetro, maiolica e metallo.
-
-Presso l'altra parete fornelli a gas, becchi bunsen, un acquaio con
-rubinetti pei lavaggi; accanto, una camera oscura per sviluppare
-fotografie e un ripostiglio destinato a contenere il materiale
-occorrente per le esperienze e tutto quello che sarebbe stato
-d'ingombro nel laboratorio.
-
-I primi giorni dopo il suo ritorno, il prof. Ugo dovette occuparsi
-di porre in ordine quella massa di oggetti disparati e assieme con
-Vincenzo fu infaticabile nel sistemare ogni cosa coll'entusiasmo di chi
-si prepara ad un lavoro interessante.
-
-Ed avea fretta di mettersi all'opera; quando si trovava nel suo
-laboratorio, gli oggetti famigliari gli davano la suggestione del
-lavoro ed era impaziente di potervisi dedicare senza interromperlo.
-Si compiaceva di toccare i diversi minerali che s'era procurato con
-grande fatica e faceva osservare a Vincenzo l'azzurro delicato della
-celestina, il grigio striato d'argento della pecblenda, il color grigio
-opaco del solfuro d'arancio, e godeva pensando che quelle pietre
-variopinte contenevano sostanze sconosciute ch'egli si riprometteva di
-liberare dalla loro prigione e far uscire agli onori del mondo in tutta
-la loro purezza primitiva.
-
-Vincenzo era figlio di contadini, ma d'ingegno pronto e svegliato;
-nelle scuole elementari era stato sempre il primo della classe e avea
-riportato un grande amore allo studio, e fu contento quando Ugo gli
-propose di servirlo ed aiutarlo nelle sue esperienze scientifiche. Egli
-in poco tempo si era tanto immedesimato nelle idee del suo padrone
-che lo aiutava con intelligenza ed amore, e parlava come un piccolo
-scienziato al punto che non si sarebbe più acconciato al lavoro dei
-campi!
-
-—Sono tanto contento che sia ritornato,—egli diceva,—mi piace
-imparar cose nuove; poi, quando è lontano, la signora Savina mi fa
-lavorare come un cane a lavare e ripulire la casa; mi tocca giuocare
-con Mario che è cattivo e mi batte quando non faccio a suo modo;
-dovrebbe condurmi con sè, quando va in viaggio, sarei tanto contento!
-
-—Sono viaggi pericolosi, in paesi selvaggi; poi dentro nelle caverne
-dove si muore di caldo, non è un divertimento.
-
-—Dove va il mio padrone, posso andare anch'io e sopportare quello
-ch'egli sopporta,—disse il ragazzo.
-
-L'affetto e la devozione di quell'essere semplice era un grande
-conforto per Ugo, e lo riguardava più un compagno che un domestico, e
-tutti e due, collo stesso entusiasmo, si adoperavano a metter tutto a
-posto per poter subito iniziare il lavoro.
-
-Dopo le giornate operose era un vero sollievo per Ugo, passare la sera
-al villino di Giulia e confidare alla zia i suoi pensieri e le sue
-aspirazioni.
-
-A lei narrava le occupazioni della giornata, come aveva riordinato il
-materiale e come avrebbe incominciato ad esaminarlo; quei primi giorni
-s'era limitato a fare semplicemente dei tentativi.
-
-Egli era un idealista della scienza, intuiva le grandi scoperte future,
-ma era incerto sul modo d'incominciare le nuove esperienze; un po'
-impaziente di riuscire, immaginava risultati più rapidi di quelli che
-conseguiva realmente.
-
-E Giulia stava attenta ad ascoltarlo, qualche volta esprimeva il
-desiderio di aiutarlo, approvava le sue idee e l'incoraggiava anche nei
-tentativi più arditi.
-
-—Voglio trovare l'anima del mondo,—egli diceva, seduto nel salottino
-allegro, vicino alla sua attenta ascoltatrice.—E riuscirò, perchè la
-intuisco, la sento, la vedo in tutto quello che è conosciuto.
-
-—Ma dove sta nascosta? Raccontami, mi piace tanto sentirti parlare di
-queste cose,—diceva Giulia.
-
-—Deve essere nel centro del nostro globo, è una forza ignota, un
-centro di vita che palpita e fa sentire la sua influenza fino alla
-superficie della terra; è lei che costituisce questa rete magnetica
-che ci avvolge e che è una forza per chi sa valersene opportunamente,
-come fece il nostro grande Marconi pel suo telegrafo senza fili. È una
-forza potente, imprigionata da chissà quali legami.... e vedi, qualche
-scintilla deve essere sfuggita, ed io la cerco in quei minerali che ho
-raccolto e, se riuscirò a trovare una traccia, avrò avuto dalle mie
-fatiche un compenso insperato.
-
-Quando egli era stanco di parlare, era lei che gli confidava le sue
-idee filantropiche e socialiste. Voleva assolutamente trovare il modo
-di migliorare le condizioni dei contadini. Vedeva con terrore i ragazzi
-più intelligenti disertare i campi per le officine, e s'era fitta
-in capo d'infondere nel loro cuore l'amore alla terra, d'insegnare
-a coltivarla con intelligenza, in modo da ricavarne frutti copiosi,
-voleva istituire scuole per insegnare la coltura dei campi in modo
-scientifico, interessare i lavoratori lasciando loro una parte delle
-rendite, o compensare i migliori, regalando loro qualche pezzo di terra.
-
-Mentre i giovani s'intrattenevano piacevolmente comunicandosi
-reciprocamente le proprie idee e aspirazioni, a Villa Ada si occupavano
-invece di loro e dicevano che erano pazzi.
-
-La signora Savina, il signor Carlo e il dottore, che era spesso
-invitato a pranzo e oggetto di grandi premure da parte della padrona
-di casa, non parlavano d'altro che dei discorsi che si sarebbero fatti
-al villino di Giulia.
-
-La signora Savina aveva un vero odio pel figlio di suo marito,
-ma procurava nasconderlo sotto una certa aria compassionevole di
-protezione.
-
-—Non le pare, dottore, che quel figliuolo sia un po'
-squilibrato?—chiedeva la signora Arlandi.—Se una persona qualunque,
-che non pretendesse di essere un genio, dicesse che vuol trovare
-l'anima del mondo, che cosa direbbe?
-
-—Veramente dubiterei che avesse il cervello a posto,—rispondeva il
-dottore.
-
-—Vedi, Carlo, non sono poi sola di questa opinione,—soggiungeva la
-signora rivolta al marito.
-
-—Ognuno ha la propria opinione come la propria fisonomia, a questo
-mondo bisogna vivere e lasciar vivere; io la penso così e mi pare
-d'essere più giusto di voi,—diceva il padre.
-
-Alla signora invece dava noia Ugo per molte ragioni: prima perchè era
-ricco e studioso, come il suo Mario non sarebbe stato mai, poi perchè,
-quando lui era a Villa Ada, non poteva più servirsi di Vincenzo, poi
-le sciupava una quantità di biancheria coi suoi pasticci, e finalmente
-perchè si accorgeva che il marito aveva una certa predilezione pel suo
-primogenito, e questa cosa la irritava e faceva sì ch'essa cercasse di
-mettere Ugo in cattiva vista.
-
-
-IV.
-
-Ugo Arlandi non viveva che nel suo laboratorio, sentendosi invadere
-dalla febbre del lavoro.
-
-Nella grande stanza era come se ci fosse penetrato un alito di vita.
-
-Il fuoco ardeva nel forno e nei fornelli; il liquido, in ebollizione,
-gorgogliava nelle caldaie e nelle autoclavi.
-
-Ugo aveva fatto la scelta del minerale e gli acidi che dovevano
-discioglierlo e rivelargli il segreto della sua composizione.
-
-—Vedi,—diceva a Vincenzo, del quale voleva fare un allievo,—questo
-è acido cloridrico che verso nella caldaia assieme con questo minerale
-che ne uscirà trasformato e sotto altra veste.
-
-E le caldaie bollivano incessantemente, il vapore saliva nell'alto
-fumaiuolo e si perdeva nell'aria. Ugo e Vincenzo sfidavano il calore
-che usciva dalle caldaie per vedere sciogliere nel liquido il minerale
-prezioso.
-
-Pareva che tutto fosse distrutto, Vincenzo sbarrava gli occhi, attonito.
-
-—Ed ora che cosa si fa?—chiedeva,—non v'è più nulla, soltanto
-liquido.
-
-—Attenti!—rispondeva Ugo,—è inutile star a vedere, l'operazione
-avviene lo stesso, prepariamo qualche altro ingrediente.
-
-E si diede a lavare ampolle, preparare acidi, depurare i liquidi coi
-filtri, verificare il peso dei metalli che voleva adoperare, intanto
-che la caldaia bolliva ed un vapore umido, oltre che nel fumaiuolo, si
-spargeva in una nebbia leggiera nel laboratorio.
-
-—Vediamo se è avvenuto qualche cosa di nuovo,—disse Ugo avvicinandosi
-alla caldaia, ciò che fece pure Vincenzo, lasciando la bacinella che
-stava ripulendo.
-
-Il liquido era quasi tutto evaporato e il minerale si era trasformato
-in cristallo trasparente, lucido come pietre preziose.
-
-—Oh bella,—disse Vincenzo,—pare una magìa!
-
-Ma Ugo, che in quella materia cristallizzata riusciva a scoprire
-tracce luminose, si sentiva battere il sangue dalla gioia come un
-generale sul punto di vincere una battaglia.
-
-Doveva aspettare ancora per poi trattare quella materia cristallizzata
-con nuovi reagenti, per liberare quelle particelle luminose che
-dovevano farlo vittorioso.
-
-Preparava intanto i filtri per i lavaggi, e i tubetti di vetro per
-raccogliere quei residui preziosi, raccomandando sempre a Vincenzo la
-prudenza nel maneggiare quegli acidi che potevano riescire pericolosi.
-Varie sostanze aveva ottenuto dalla decomposizione di quelle pietre,
-alcune erano riuscite come desiderava, altre avevano formato degli
-ossidi e avevano bisogno d'altre operazioni.
-
-Lavoratore infaticabile, finchè nel laboratorio ci si vedeva, i fuochi
-erano accesi e gli utensili preparati, non interrompeva il lavoro
-nemmeno se si sentiva stanco.
-
-Nel suo caso, poi, era impaziente di riuscire, perchè sapeva che molti
-scienziati facevano i suoi medesimi esperimenti, e voleva arrivare
-prima degli altri.
-
-Voleva trattare i sali ricavati dal minerale in modi diversi e si fece
-dare da Vincenzo dei tubi di metallo pieni di gas. Come avvenne, non
-avrebbe potuto dirlo, ma fosse un robinetto d'un tubo che non agiva
-bene, o inavvertenza di Vincenzo, che s'accostò ad una fiammella per
-vedere se ci fosse un guasto,—egli era immerso nella sua operazione,
-in quel momento, un po' distratto,—il fatto sta che tutto a un tratto
-uno scoppio formidabile fece tremare la casa, i vetri caddero infranti
-e schegge di metallo infuocato e pezzi di muro si sparsero per il
-laboratorio. Un grido uscì dal petto di Vincenzo, che cadde a terra
-colla faccia sanguinosa e privo di sensi.
-
-Ugo rimase atterrito; era paralizzato dal terrore, si sentiva senza
-forza e senza voce per chiamar soccorso; una scheggia l'aveva ferito
-ad una spalla, ma non sentiva alcun dolore nell'annientamento delle sue
-facoltà. Inebetito e come in un sogno, vide tutti gli abitanti della
-casa precipitarsi nel laboratorio.
-
-La signora Savina, innanzi agli altri, gridava come un'ossessa:
-
-—Che cosa avete fatto, colle vostre caldaie del diavolo? Ve l'ho
-sempre detto che avreste fatto crollare la casa.
-
-Il signor Carlo, più calmo, ma pallido e tremante, aveva rialzato
-Vincenzo che, ferito alla faccia, non poteva aprir gli occhi, e ordinò
-che si chiamasse subito il dottore.
-
-Ugo pareva una statua, non poteva nè moversi, nè parlare, come se la
-sua volontà fosse morta per sempre.
-
-Tutti i vetri erano rotti e l'aria entrava dai grandi finestroni; in
-terra si vedevano frantumi di stoviglie, pezzi di muro, di metalli,
-macchie di liquidi versati: una vera desolazione.
-
-Quando venne il dottore, medicò la faccia di Vincenzo; per buona sorte,
-aveva gli occhi salvi e soltanto una scheggia gli aveva tagliato la
-faccia senza penetrare troppo profondamente.
-
-La signora Savina era quasi trionfante, e diceva al marito che essa
-aveva predetto che Ugo sarebbe la rovina della casa, e, per impedire un
-danno peggiore, bisognava rinchiuderlo in una casa di salute.
-
-In quel momento di orgasmo e confusione, nessuno aveva la forza di
-contraddirla, nè di prendere una risoluzione; solo il dottore trovava
-quelle parole assennate, era della medesima opinione della signora
-Savina, la consigliava di farlo per sfuggire a guai maggiori.
-
-—È una pazzia,—diceva,—maneggiare strumenti pericolosi senza
-osservare le più elementari precauzioni: poi non vedete in che stato
-si trova? ha bisogno di esser curato.
-
-Ugo era immobile colla faccia stravolta; quando potè articolare qualche
-parola, non ebbe la forza di reagire.
-
-—Avete ragione,—diceva,—voglio andar via lontano, sono pazzo. Povero
-Vincenzo, è molto ferito, ed io ne fui la causa; ho bisogno di una
-punizione, sì, conducetemi via; perchè non mi sono ferito io solo?
-Perchè non sono morto?
-
-E piangeva come un bambino.
-
-Mentre alcuni uomini chiamati in fretta sgombravano la stanza,
-abbattevano un muro pericolante e toglievano i rottami sparsi per
-terra, ci fu un momento di silenzio; nessuno osava prendere una
-risoluzione definitiva.
-
-Il signor Carlo era accasciato e anche egli come il figlio si sentiva
-senza volontà. Fu la signora Savina che, come un generale sul campo di
-battaglia, prese il bastone del comando e disse al dottore:
-
-—Vi supplico, per la nostra vecchia amicizia, di aiutarci; ho ordinato
-di attaccare i cavalli alla carrozza e vi prego di condur subito Ugo
-in una casa di salute. Mi raccomando sia trattato bene, ma una buona
-cura gioverà a calmare le sue aberrazioni scientifiche, poi ritornate
-e vedete di medicare Vincenzo. È abbastanza coraggioso, quel ragazzo,
-e non si lagna, quantunque la sua ferita deva farlo soffrire; spero
-che anche a lui sarà passata la voglia di far lo scienziato. È una
-lezione che farà bene a tutti; mi dispiace per mio marito che se ne sta
-come una mummia,—e avvicinandosi a Carlo, gli disse, scotendolo per
-un braccio:—Via, non ti accasciare; è una disgrazia, ma pensiamo che
-poteva esser peggio; è un miracolo che non sia crollata la casa e non
-ci abbia sepolti tutti;—poi andò verso Ugo, dicendogli:—Va', va'
-col dottore, la carrozza è pronta, va' a meditare sulla tua scienza e
-a calmare i nervi, che ne hai bisogno; ti manderò poi la tua roba.
-
-Il dottore diede il braccio al professore come ad un convalescente, lo
-condusse giù dalle scale e lo mise in carrozza senza ch'egli avesse
-avuto la forza di fare la minima opposizione; diede un indirizzo al
-cocchiere e via se n'andarono lungo il viale verso la stazione.
-
-Il signor Carlo si riscosse come da un sogno, e disse alla moglie:
-
-—Che cosa hai fatto?
-
-—Quello che dovevo, e ancora puoi essere contento che non l'abbia
-fatto mettere in prigione.
-
-—Perchè hai fatto questo? Dopo quello che è accaduto, avrebbe forse
-rinunciato ai suoi esperimenti.
-
-—Tu non capisci nulla; se non ci fossi io, quel figliuolo ti
-condurrebbe alla rovina; non l'ho sempre detto che non aveva il
-cervello a posto, colla fissazione di trovar l'anima del mondo? Hai
-visto che bel risultato?
-
-—Ma mio figlio in mezzo ai pazzi; non voglio.
-
-—Non esagerare,—disse Savina,—è in una casa di salute, dove si
-curano le malattie nervose; starà meglio che nel suo laboratorio pieno
-di pericoli. Già io avevo predetto tutto, ti ricordi?
-
-Questo discorso venne interrotto dall'arrivo dei carabinieri, che
-avevano sentito lo scoppio ed erano venuti ad informarsi di quello che
-era accaduto.
-
-La signora Arlandi spiegò ogni cosa a modo suo, e compiangeva Ugo, che,
-poveretto, s'era montato il capo colla sua scienza, tanto che erano
-stati costretti a mandarlo a curare fuori di casa.
-
-
-V.
-
-Il giorno che in casa Arlandi era avvenuto tutto quello scompiglio,
-la signorina Giulia s'era recata in città per fare delle spese. Se ne
-tornava appunto nell'ora del tramonto a piedi dalla stazione verso il
-villino, lieta delle spese, delle persone incontrate e colla speranza
-di aver la sera la compagnia di Ugo che le avrebbe narrato i progressi
-fatti in quella lunga giornata di lavoro.
-
-Camminava lungo il viale con passo affrettato, colla mente piena di
-pensieri lieti e osservava i contadini che tornavano dal lavoro dei
-campi e si fermavano in crocchio a chiacchierare in modo insolito come
-se parlassero di qualche avvenimento importante.
-
-—Che è accaduto?—chiese fermandosi davanti ad un gruppo di contadine
-presso le prime case del villaggio.
-
-—Come! non sa nulla?
-
-—Vengo or ora dalla città.
-
-—Che disgrazia, signorina Giulia! Quel povero signor Arlandi!
-
-—Ma in nome del Cielo spiegatevi,—disse la signorina facendosi
-pallida come una morta.—Che è accaduto?
-
-—Uno scoppio nel laboratorio del professor Ugo. Avesse inteso, pareva
-una mina.
-
-Giulia si sentiva mancare, ma ebbe la forza di chiedere con un filo di
-voce:
-
-—Ci sono feriti?
-
-Voleva quasi fuggire nel timore di udire una risposta terribile, di
-provare un fiero colpo al cuore.
-
-—Pare che ci sia qualche ferito,—rispose una contadina.
-
-—Chi, il professore?
-
-—No, quel ragazzo che lo aiutava, il signor Ugo è partito.
-
-—Come? Con chi?
-
-—Non sappiamo, ma non si sgomenti, non sarà nulla di male.
-
-Giulia non rimase ad ascoltare di più, e via di corsa andò verso casa
-Arlandi.
-
-Andava come una pazza, il cuore le batteva forte forte, le pareva di
-soffocare e temeva di non aver forza di giungere alla meta; dovette
-chiamare a raccolta tutta la sua energia per non cadere esausta. La
-grande casa era là davanti a lei silenziosa, avvolta nell'ombra; per
-un momento ebbe l'illusione che non fosse accaduto nulla, tanto tutto
-le pareva tranquillo. Soltanto da un lato vide un mucchio di macerie
-e nella semioscurità di quell'ora potè distinguere una finestra del
-laboratorio mezza smantellata. Entrò in casa come una bomba e:
-
-—Che è accaduto?—chiese a Savina che stava come al solito seduta
-accanto alla tavola con un lavoro in mano.
-
-—Quello che doveva accadere,—rispose con calma la signora Arlandi.—È
-mancato poco che rovinasse la casa e noi fossimo sepolti sotto le
-macerie.
-
-—E Ugo dov'è?
-
-—Egli è in un posto tranquillo e sicuro, sta bene, meglio che nel suo
-laboratorio.
-
-—Ma dov'è? Voglio saperlo,—ripetè la signorina con voce irritata.
-
-—Non so, chiedilo a suo padre.
-
-Giulia si rivolse al signor Carlo che entrava nella stanza con passo
-lento e col volto abbattuto.
-
-—Ti prego,—gli disse,—dimmi dove è Ugo.
-
-—Non lo so ancora. Ma so che sarà curato bene e mi basta. Che
-disgrazia,—soggiunse sospirando.
-
-—È ferito? Perchè l'avete mandato via? Ditemi in nome del Cielo
-qualche cosa, non vedete quanto soffro?
-
-—Vincenzo è ferito,—disse l'Arlandi,—Ugo ha perduto la testa dal
-colpo, l'ho mandato in un luogo dove sarà ben curato.
-
-Giulia non capiva, guardò Savina e la vide tranquilla col lavoro in
-mano approvando col capo quello che avea detto il marito; ebbe come una
-visione, comprese tutto ed esclamò:
-
-—Rinchiuso in una casa di salute! Ah, capisco, è un'infamia, e tu hai
-permesso questo?—disse prendendo Carlo per un braccio,—lui pazzo,
-con quella mente, con quel sapere? Ma chi si è prestato ad un simile
-delitto? Io non posso permettere.
-
-—Ti prego di non alzar la voce e di non far scene,—disse
-Savina,—quello che ha fatto suo padre è a fin di bene e dietro il
-consiglio di persone saggie, se poi tu non ti calmi, correrai il
-rischio di andarlo a raggiungere.
-
-—Se non riesco a liberarlo vi farò mettere in prigione. Non sapete che
-il sequestro di persona è punito dalle leggi? Vedrete, sarete puniti.
-
-Sì dicendo uscì senza dir più nulla.
-
-—Un'altra degna compagna di tuo figlio,—disse Savina.
-
-—E se non avesse tutti i torti?—rispose Carlo.—Abbiamo fatto le cose
-troppo leggermente e senza riflettere; quasi me ne pento.
-
-—Ora lasciati influenzare anche da quella ragazza emancipata, si sa,
-essa protegge il professore, simili con simili, se non ci fossi io in
-questa casa se ne vedrebbero di belle.
-
-Giulia era andata a trovare Vincenzo che era a letto colla faccia tutta
-fasciata.
-
-—Povero ragazzo,—gli disse,—spiegami come è avvenuto, tu che eri
-presente.
-
-—Quanto è buona, signorina,—rispose,—sono stato io causa di tutto;
-il professore mi diceva sempre di badare a maneggiare i tubi pieni
-di gas che erano pericolosi, non so che cosa ho fatto, sono stato
-distratto, imprudente, ma non mi accadrà mai più.
-
-—E come stai?
-
-—Ho un po' di bruciore sulla faccia, mi hanno dato cinque punti, ma
-non è nulla, mi dispiace più di tutto per il professore, chissà se mi
-vorrà più al suo servizio!
-
-—E dove è andato il tuo padrone?
-
-—Non so, l'ha condotto via il dottore, ed era in uno stato! Non poteva
-parlare, faceva compassione, povero signore, e non sa che la colpa è
-stata mia.
-
-—Ma tu non sei scoraggiato?—chiese Giulia,—vuoi continuare ancora ad
-aiutarlo?
-
-—Ora più che mai, ho imparato a mie spese ad essere prudente e sono
-orgoglioso della mia ferita, mi par d'essere un martire della scienza.
-
-—Bravo Vincenzo, questi sentimenti ti onorano e il tuo padrone non ti
-abbandonerà.
-
-Salutò il ragazzo e andò dal dottore dimenticando che il pranzo e i
-suoi domestici l'aspettavano al villino, ma nemmeno dal dottore potè
-riuscire a sapere qualche cosa di positivo.
-
-Ugo era stato condotto in una casa di salute perchè aveva bisogno di
-cure, ma non volle dir di più trincerandosi sotto l'egida del segreto
-professionale.
-
-Così Giulia se ne andò al villino affranta dalla stanchezza,
-amareggiata e senza voglia di mettersi a tavola. Non si sapeva dar pace
-di quello che era accaduto, andava colla mente escogitando mille mezzi
-per liberare il nipote, ma pareva che tutto congiurasse contro di lui.
-
-Doveva proprio avvenire quello scoppio, per dar buon gioco alla
-matrigna che avrebbe voluto veder morto il professore affinchè il
-suo proprio figlio fosse ricco e potesse trionfare. E quel babbuino
-di Carlo che si lasciava infinocchiare dalla moglie e s'era lasciato
-persuadere a rinchiudere quel figliuolo pieno d'ingegno, come se fosse
-un pazzo! Quando pensava a tutto quello che era avvenuto durante la
-sua breve assenza le pareva proprio d'impazzire. Voleva a tutti i
-costi liberare il nipote, ma come poteva fare una donna, sola, contro
-tanta malvagità? Si trovava impotente e si sentiva invadere dallo
-scoraggiamento.
-
-Quella notte non potè chiuder occhio ma il suo cervello lavorava
-continuamente e pensando a quello che le convenisse di fare per
-ottenere il suo scopo.
-
-Era decisa di riuscire; soltanto, per non perdere il tempo e l'energia
-in vane divagazioni, prima di tutto dovea far in modo di conoscere il
-luogo dove il professore era stato rinchiuso; ma come riuscire? La
-congiura del silenzio s'era fatta intorno a lei; nella solitudine del
-suo spirito si trovava impotente ad agire, ma sperava in qualche aiuto
-imprevisto, perchè non era possibile che una simile ingiustizia potesse
-trionfare.
-
-
-VI.
-
-Nell'impossibilità di poter adoperarsi a vantaggio del nipote ignorando
-il luogo dove era stato condotto, Giulia sentiva almeno il bisogno di
-raccontare a tutti l'atto odioso dei signori Arlandi, e girava per
-il paese procurando di vedere i conoscenti per parlare di ciò che le
-stava a cuore. Se non avesse potuto sfogare in qualche modo la sua ira,
-avrebbe fatto certo una malattia. Andò dal sindaco sperando aiuto, ma
-egli crollò il capo e non le diede retta, aveva troppo da fare e non
-poteva pensare agli altri. Poi si rivolse al maestro di scuola, che era
-una persona ragionevole e le era amico sincero, ma la consigliò di non
-scalmanarsi troppo e di starsene tranquilla, che le cose si sarebbero
-poi accomodate secondo il suo desiderio.
-
-—Vuole,—le disse,—un consiglio da amico? Non si agiti, farà
-peggio; hanno sparso la voce che la pazzia è un male di famiglia e se
-s'infiamma troppo avrà qualche dispiacere anche lei.
-
-Capiva che quell'osservazione era giusta ma non poteva rimanere
-inoperosa, finchè avea l'illusione di far qualche cosa, il tempo le
-passava, altrimenti si agitava come se avesse la febbre. Tentò di
-vedere il cognato e colle belle maniere fargli dire dove fosse il
-figlio, ma egli era muto come un pesce e per non lasciarsi sfuggire
-qualche parola rivelatrice, la evitava; avea troppo timore delle ire
-della moglie.
-
-La povera Giulia non sapeva più a che santo votarsi, in paese ormai non
-si occupavano che degli avvenimenti di casa Arlandi, ognuno volea dire
-la sua, nessuno riusciva a sapere dove fosse ricoverato il professore
-Ugo, e parlando della signorina Giulia, dicevano che se non poteva
-liberare il nipote avrebbe finito col diventar pazza anche lei.
-
-Infatti le pareva di perdere la testa nella sua impossibilità di
-essergli utile, ma aveva nel cuore una speranza che la sosteneva,
-avea fede anche nelle cose soprannaturali, diveniva superstiziosa;
-si faceva mandare una quantità di giornali che leggeva avidamente
-sperando trovare una riga che la mettesse sulle traccie del nipote; non
-trovò nulla di quello che desiderava, ma vi lesse una notizia che le
-fece battere il cuore.
-
-Si parlava della scoperta del radio, fatta dai coniugi Currie, una
-sostanza che emanava luce e calore senza perdere nulla del suo peso,
-che produceva effetti meravigliosi e sconvolgeva tutte le idee che si
-avevano sulle scienze chimiche e fisiche.
-
-Era appunto quello che il professor Ugo stava studiando ed era in
-procinto di trovare, quando venne rinchiuso barbaramente; bisognava
-che quel tentativo non fosse ignorato, pensò ai giornali che portavano
-ai quattro venti la voce del pubblico, ad Ugo che era stato troppo
-sconosciuto e il cui nome bisognava far noto; ebbe un'ispirazione che
-le parve venuta dal cielo, prese la penna e scrisse un breve articolo
-al giornale che aveva parlato della nuova scoperta dicendo che, a
-proposito degli studii sul radio, l'onore di averlo trovato sarebbe
-toccato ad un italiano, al professor Ugo Arlandi che si era occupato
-seriamente di quel genere di studî e avea scritto una monografia sulle
-irradiazioni nascoste, ma era scomparso alla vigilia di cogliere il
-frutto delle sue fatiche, nessuno sapeva più dove fosse e si temeva
-vittima d'un delitto. Firmò l'articolo con un pseudonimo, accluse una
-somma per una sottoscrizione di beneficenza patrocinata dal giornale e
-mandò il suo scritto alla posta. Lo slanciò così alla ventura, non avea
-che una lontana speranza che il giornale se ne impadronisse, suscitasse
-uno scandalo, provocasse un'inchiesta che potesse riuscire utile al suo
-scopo. In ogni modo tutto era meglio di quel marasmo.
-
-L'aver fatto qualche cosa era un po' di sollievo per il suo spirito,
-quando entrò la cameriera portandole una lettera un po' sciupata e
-senza francobollo.
-
-Guardò la calligrafia.
-
-—È di Ugo,—esclamò.
-
-Stracciò in fretta la busta nell'impazienza di leggere.
-
-Erano poche parole scritte a matita che dicevano:
-
- «È la quarta lettera che getto fuori dal recinto del giardino,
- alla ventura. Arriverà al suo destino? Lo spero. Tu sola puoi
- togliermi da questa prigione. Fa presto, altrimenti divento pazzo
- sul serio.
-
- TUO UGO.»
-
- Dalla casa di salute del dottor B. presso Monza.
-
-Dopo tanti giorni di ansia finalmente vedeva un raggio di sole, le
-pareva di avere le ali, sapeva dove Ugo si trovava ed era ormai certa
-di riuscire a liberarlo.
-
-Cercò di riordinare le idee e rimettere lo spirito in calma, pensò di
-agire sola senza dir nulla a nessuno, misteriosamente, come gli altri
-avevano fatto con lei.
-
-Prima di tutto doveva andare a Milano e parlare con un avvocato,
-suo amico, che l'aiutasse a liberare il nipote, poi non volea più
-permettere che Ugo lasciasse amministrare i suoi beni dal padre,
-dopo che era stato trattato in quel modo. L'avvocato Alberti avrebbe
-consigliato quello che dovevano fare. Ordinò alla cameriera di
-svegliarla presto il giorno dopo dovendo partire, poi si mise a girare
-per la stanza, lieta, cantarellando, sentendosi leggera, come da un
-pezzo non le era accaduto.
-
-Non disse la sua intenzione, ma la mattina dopo in paese non si parlava
-d'altro che della partenza della signorina Giulia Sordelli. Era stata
-veduta avviarsi alla stazione e salire sul treno che andava a Milano;
-avea salutato sorridendo i conoscenti incontrati lungo la via e s'era
-trattenuta qualche momento col maestro di scuola, e tutti trovavano che
-avea la faccia allegra e l'espressione di chi ha una meta agognata da
-molto tempo che è sul punto di raggiungere.
-
-
-VII.
-
-La notizia della partenza improvvisa di Giulia penetrò in casa Arlandi;
-il signor Carlo ne fu preoccupato al punto che fu tutto il giorno di
-cattivo umore, tenne il broncio a Savina, sgridò Mario e non volle far
-colazione.
-
-—Ma sai che sei un bel tipo?—gli disse la moglie.—Perchè ad una
-ragazza capricciosa, vien voglia di andar in città, tu subito immagini
-mille pericoli; avrà avuto bisogno di far delle spese.
-
-—Puoi dire quello che vuoi,—rispose l'Arlandi,—ma questa gita
-misteriosa mi dà noia, ho il presentimento che è andata per Ugo.
-
-—Anche se ciò fosse, noi abbiamo fatto quello che si doveva fare, non
-abbiamo rimorsi.
-
-—Parla per conto tuo, io invece da qualche giorno ho un rimorso che mi
-strazia l'anima e non sono contento di me.
-
-—Perchè sei un uomo incerto, debole e non hai il coraggio delle tue
-azioni, ma per tua tranquillità voglio aver informazioni esatte.
-
-Sì dicendo Savina chiamò il domestico e gli ordinò di andare al villino
-di Giulia e pregare Rosa, la cameriera, di venire un momento a villa
-Ada.
-
-—Se la sua padrona le ha ordinato di tacere non dirà nulla,—disse il
-signor Arlandi.
-
-—Dirà tutto, tu non conosci le donne, in ogni modo tentare non nuoce.
-
-Non parlarono più finchè non giunse la cameriera di Giulia, la quale
-chiese subito la ragione per cui l'avevano fatta chiamare.
-
-—Vorrei sapere,—disse Savina,—se la tua padrona ha ricevuto qualche
-cattiva notizia, che è partita così improvvisamente senza salutare
-nessuno.
-
-—Oh, tutt'altro,—rispose la cameriera,—deve aver avuto delle notizie
-buone, è stata tanto contenta quando ha ricevuto quella lettera.
-
-—Ha ricevuto una lettera? Forse del professore?
-
-—Può darsi; so soltanto che mi ordinò di prepararle la sacca da
-viaggio e disse che volea partir presto questa mattina.
-
-—Si fermerà via molto tempo?
-
-—Non lo sapeva nemmeno lei, ha detto che mi scriverà.
-
-—Va bene, se hai notizie vieni a portarcele; ho piacere che non sia
-per nulla di male; puoi andare.
-
-Appena la ragazza fu uscita il signor Carlo s'alzò concitato e si mise
-a passeggiare su e giù per la stanza.
-
-—Vedi?—disse alla moglie,—te l'ho detto, lo prevedevo, è stata
-chiamata ed ora ci metterà in un bell'impiccio. Ho fatto male a non far
-curare Ugo in casa, sono stato uno sciocco.
-
-La signora Savina tentava di calmarlo, gli diceva di andar a
-passeggio a prender aria che si sarebbe presa sulle sue spalle ogni
-responsabilità.
-
-Però per quanto facesse l'indifferente non si sentiva tranquilla
-nemmeno lei e aveva bisogno di parlare con qualche persona che potesse
-consigliarla e nello stesso tempo calmare lo spirito del marito.
-Invitò a pranzo il dottore per sentire la sua opinione e poi perchè
-sarebbe stato un diversivo; di star sola col marito così accigliato e
-irrequieto non si sentiva.
-
-Il dottore si mostrò tranquillo, non poteva assicurare che Ugo fosse
-pazzo, ma dopo lo scoppio, lo stato in cui si trovava giustificava
-abbastanza la loro risoluzione; aggiunse però che se venivano buone
-notizie dal direttore della casa di salute, non conveniva insistere a
-lasciarvelo rinchiuso più a lungo.
-
-—Io in casa non lo voglio,—disse la signora Savina,—è un individuo
-troppo pericoloso.
-
-L'Arlandi diceva che spesso a quelli che fanno esperimenti scientifici
-accadono simili incidenti, e continuava ad essere preoccupato della
-gita della cognata; nemmeno le parole del dottore riuscivano a
-calmarlo.
-
-Savina diceva che Giulia faceva una bella figura, mostrandosi
-tanto infervorata per un giovanotto e si sfogava dicendo un mondo
-d'improperie contro le ragazze emancipate che vogliono immischiarsi
-nelle cose che non le riguardano.
-
-Ormai in casa Arlandi non si parlava d'altro, quei discorsi erano una
-fissazione, il signor Carlo si aspettava ogni giorno qualche sorpresa
-spiacevole ed era inquieto; soltanto la signora Savina si mostrava
-tranquilla e non perdeva la sua olimpica serenità, temeva troppo di
-turbare la sua digestione e guastarsi la salute.
-
-
-VIII.
-
-Dopo esser stata per tanti giorni inquieta e avvilita, nell'animo di
-Giulia era subentrata la speranza e le pareva che tutto dovesse esserle
-favorevole. Arrivata a Milano trovò l'articolo che riguardava Ugo
-pubblicato sul giornale e questo le fu come di buon augurio e le infuse
-non solo la speranza ma la certezza della riuscita.
-
-Era come un giocatore di scacchi che avendo fatto per caso una buona
-mossa vede svolgere il suo gioco trionfalmente fino alla fine.
-
-Prima di tutto andò dall'avvocato Alberti, un buon amico nel quale
-riponeva piena fiducia, e saputo di che si trattava la rassicurò e si
-mise a sua disposizione.
-
-Poi mandò il giornale coll'articolo che nominava il professore,
-segnato con una striscia azzurra al signor Carlo, al dottore, a tutti
-i conoscenti e al dottor B., direttore della casa di salute.
-
-—È come un avanguardia,—disse all'avvocato,—è per prepararlo alla
-nostra visita.
-
-Nel pomeriggio si recarono in persona a parlare col dottor B.
-
-Era un uomo alto, serio, colla barba nera e gli occhi penetranti che
-pareva volessero entrare nell'anima e scoprire i più occulti pensieri.
-Abituato a vivere in mezzo ai pazzi e squilibrati di mente, vedeva in
-tutti gli uomini il germe della follìa e calcolava tutti pazzi, fino a
-prova contraria.
-
-Quando l'avvocato Alberti e Giulia chiesero di Ugo Arlandi dicendo che
-era tutt'altro che pazzo egli stentava a persuadersene.
-
-—È tranquillo, educato,—disse,—non dà noia a nessuno, anzi pare
-intelligente e la sua conversazione è piacevole, ma sul più bello
-vien fuori col voler trovare l'anima del mondo e ciò mi rende molto
-titubante se si deve tenerlo ancora in osservazione. Noi che siamo
-esperti in queste cose,—sappiamo che quando una parte del cervello è
-molto sviluppata, ciò è a scapito degli altri centri cerebrali che sono
-deficienti; vorrei mostrarvi dei veri pazzi che hanno un'idea fissa ma
-nel resto ragionano meglio di noi.
-
-L'avvocato Alberti gli mostrò come tutti i giornali si occupavano del
-professore, il quale aveva dei nemici, e disse che la zia Giulia non
-avrebbe lasciato nessun mezzo per liberare il nipote; se fosse stato il
-caso sarebbe anche ricorsa al procuratore del re e avrebbe provocata
-una perizia.
-
-Il dottore li assicurò che, appena avuta la convinzione che il
-professor Ugo fosse sano di mente, sarebbe stato il primo a non volerlo
-tenere più a lungo nel suo stabilimento.
-
-Non poteva però prendere una risoluzione senza scrivere al signor Carlo
-che gli aveva affidato il figlio, e se la risposta fosse favorevole
-potevano esser tranquilli che Ugo sarebbe stato libero.
-
-Giulia sperava di vedere quello stesso giorno il nipote, ma il dottore
-non lo permise, dicendole che l'avrebbe presto riveduto.
-
-Essa si rassegnò ad attendere ancora un paio di giorni, ma intanto
-non rimase inoperosa e combinò un piano di battaglia come un esperto
-generale!
-
-Ecco in che modo il signor Arlandi, mentre era sempre inquieto e
-pensieroso per la partenza di Giulia, si vide capitare prima il
-giornale coll'articolo che parlava del professore, poi una lettera del
-dottore dove diceva che gli pareva che il signor Ugo, passata la scossa
-nervosa del primo momento fosse abbastanza equilibrato, una lettera
-dell'avvocato che lo esortava a far uscire il figlio dalla casa di
-salute e finalmente una di Giulia, nella quale faceva intravvedere che
-se non lasciava parlare il suo cuore paterno, l'autorità si sarebbe
-intromessa nelle sue faccende domestiche.
-
-Era tanto di cattivo umore il signor Arlandi, tanto poco contento di
-sè stesso che quando ricevette quella pioggia di lettere si sentì lo
-spirito un po' più sollevato e volle fare a modo suo senza dir nulla
-alla moglie e senza consultarla. Scrisse al dottor B. di lasciar pure
-andar libero il figlio colla zia Giulia, alla quale mandò un telegramma
-dicendole che li aspettava presto tutti.
-
-Finalmente gli era caduta la benda dagli occhi e s'era accorto del
-mal'animo della moglie verso Ugo e, pentito d'averlo fatto rinchiudere
-ingiustamente nella casa di salute, voleva a furia di affetto fargli
-dimenticare quel momento di debolezza ed era impaziente di rivederlo e
-in un abbraccio affettuoso cancellare il passato.
-
-Ma invece di Ugo ebbe la sorpresa di veder arrivare l'avvocato Alberti
-per sistemare gli affari del professore, che desiderava esser padrone
-di adoperare la sua sostanza come meglio credeva e di fare nel suo
-laboratorio tutti gli esperimenti necessari senza che nessuno ci
-trovasse a ridire.
-
-Il signor Carlo trovò giusto il desidario del figlio e diede
-all'avvocato le più ampie spiegazioni sulla sua amministrazione; solo
-si mostrò dispiacente di lasciar la casa dove era vissuto tanti anni
-e che apparteneva ad Ugo il quale l'avea ereditata dalla madre, ma
-l'avvocato avea avuto raccomandazioni di accomodare le cose in modo
-che il signor Carlo non avesse il rammarico di abbandonare la casa,
-gli concesse di poterne abitare una parte, ma che ognuno fosse padrone
-in casa sua. Poi parlarono di Ugo e raccontò che si era trattenuto a
-Milano perchè i suoi ammiratori volevano festeggiarlo ed indurlo a fare
-una conferenza sopra i suoi studî. Così finirono per lasciarsi buoni
-amici.
-
-La signora Savina quando seppe che il marito aveva tutto combinato
-senza dirle nulla, rimase esterrefatta e andò su tutte le furie.
-Come! Ugo era libero e poteva capitare da un momento all'altro! Poi
-s'impadroniva della casa e non lasciava loro che un appartamento in
-un angolo come un'elemosina! E pensare che in cuor suo, sperando che
-il professore non dovesse più ritornare, avea fatto il progetto di
-occupare il laboratorio così ben esposto al sole, per stendervi la
-biancheria, poi dare lo studio a Mario e accomodarsi un appartamento
-più spazioso e più comodo; dichiarò al marito che non voleva vivere
-in una casa esposta al pericolo di un'esplosione, poi avea bisogno di
-spazio e non si sarebbe acconciata a ridursi in poche stanze.
-
-Il signor Carlo le disse ch'era padrona di andare dove voleva, anche
-nella catapecchia che abitava prima del matrimonio; in quanto a lui
-sarebbe rimasto vicino al figlio. Infine Ugo era il padrone ed era
-inutile facesse tanto chiasso.
-
-Essa non fiatò più, ma si consolò pensando che sarebbe invece andata
-a Milano con Mario per farlo studiare, in modo che un giorno potesse
-eclissare nella scienza il professor Ugo.
-
-
-IX.
-
-Quel giorno che Ugo si trovò libero e assieme alla zia Giulia, che
-riguardava come il suo angelo salvatore, camminava per le vie popolose
-di Milano, gli parea di rivivere; i suoi affari erano affidati bene
-nelle mani dell'avvocato Alberti, poteva dedicarsi interamente alla
-scienza, l'avvenire si presentava pieno di promesse e non s'era mai
-sentito tanto contento. Giulia gli dava dei consigli, bisognava cambiar
-sistema, dovea vivere un po' più in mezzo al mondo e farsi conoscere.
-Ormai era passato il tempo degli eremiti, e tutti i suoi studî non
-avrebbero servito a nulla se non fossero stati messi alla luce del
-sole, come non serve il danaro, che l'avaro tiene rinchiuso nel
-forziere.
-
-Essa era disposta ad aiutarlo con tutto il cuore e con tutta la sua
-energia, ma egli doveva lasciarsi dirigere da lei.
-
-Prima di tutto dovea mostrare di non essere uno squilibrato, e non
-gliene sarebbe mancata l'occasione, e poi procurare che il suo valore
-venisse riconosciuto dal mondo.
-
-—Dimmi quello che devo fare, io ti ubbidirò ciecamente,—diceva
-Ugo,—ma come posso farmi conoscere se non ho fatto ancora nulla? Forse
-se non fossi stato rinchiuso tutto questo tempo il mio nome sarebbe
-associato a quello degli scienziati che hanno scoperto il radio, ma
-invece il destino avverso non ha voluto; per conto mio, sono contento
-che il radio sia stato trovato; io non ho ambizione, amo la scienza e
-il suo progresso mi preme più di tutto.
-
-—Tu sei troppo modesto,—disse Giulia,—a me preme che il tuo valore
-sia apprezzato e mi occuperò io stessa di farti conoscere; intanto devi
-presentarti alle redazioni dei giornali e ringraziare quelli che hanno
-parlato di te; so che ciò è per te un grande sacrifizio ma devi farlo
-per ubbidirmi.
-
-E per appagare la zia, Ugo si presentò alle direzioni dei giornali e
-n'ebbe le accoglienze più liete; tutti gli chiesero notizie dei suoi
-studî, chi voleva degli articoli sulle irradiazioni dei metalli, cosa
-di cui tanto si parlava, chi invece tentava persuaderlo a tenere una
-conferenza per farsi conoscere; molti volevano intervistarlo, egli
-si schermiva, sarebbe ritornato volontieri subito in campagna per
-continuare le sue ricerche; ma lo pregavano con tanta insistenza che
-non sapeva a qual partito appigliarsi.
-
-Quando Giulia seppe quello che si desiderava da lui, non gli
-lasciò più pace; fare una conferenza era la più bella occasione per
-riabilitarsi e mostrare come la sua mente fosse chiara ed equilibrata.
-
-—Ma come faccio,—diceva,—a prepararmi in pochi giorni?
-
-—Ti aiuterò io,—soggiungeva Giulia,—lascia fare a me.
-
-E intanto ordinò a Vincenzo di venire a Milano con tutte le note che
-il professore avea lasciate nel cassetto della scrivania, poi volle
-che Ugo scrivesse ai giornali che accettava di tenere una conferenza
-come desideravano, a beneficio dell'ospedale dei bambini e della
-fanciullezza abbandonata, e che il nome della conferenza sarebbe stato
-«l'anima del mondo».
-
-—Come suona bene!—disse Giulia.—Non ti senti la volontà di metterti
-al lavoro?
-
-—E se faccio fiasco? Sai che quando ho un pubblico davanti a me, mi
-manca la voce.
-
-—Non c'è bisogno d'improvvisarla; per la prima volta, la conferenza
-puoi leggerla, e quando si ha davanti la carta non si vede il pubblico.
-Io prevedo un trionfo.
-
-—Non ho ambizione.
-
-—Non importa, l'ho io per te, e poi quando il tuo nome sarà conosciuto
-lavorerai con maggior lena, la fama è come una scintilla che dà
-eccitamento al lavoro, lo illumina e lo riscalda. Poi nel tuo caso
-da lei può dipendere la tua vita privata. Credi tu che la signora
-Savina ti avrebbe fatto rinchiudere in una casa di pazzi, se invece
-di essere il professor Ugo, umile, ignorato, che viveva all'ombra del
-suo laboratorio, fossi stato l'illustre scienziato di cui il nome e le
-scoperte fossero note a tutto il mondo?
-
-Ugo diceva che la zia era accecata dall'affetto che aveva per lui
-e esagerava le sue qualità, però aveva deciso di seguire i suoi
-consigli, solo si contentò di chiedere una settimana di tempo per
-preparare la conferenza, e si mise all'opera perchè riuscisse degna
-dell'aspettazione.
-
-Giulia era sempre più orgogliosa delle feste che si facevano al nipote;
-tutti i giornali parlavano di lui, il suo nome ed i suoi studî, la sua
-vita erano già conosciuti dal pubblico, si sapeva che i suoi ultimi
-esperimenti erano stati interrotti da uno scoppio avvenuto nel suo
-laboratorio che l'avea tenuto ammalato di nervi per molto tempo e ciò
-lo rendeva più interessante.
-
-Egli non capiva come tutti conoscessero tanti fatti intimi della sua
-vita, e Giulia che senza dirgli nulla era stata l'ispiratrice di quelli
-articoli, rideva in cuor suo della sorpresa del nipote e si contentava
-di mandare i giornali al signor Carlo, alla signora Savina e a tutti
-i conoscenti; e in quei giorni di lavoro e preparazione febrile viveva
-come in un sogno e le pareva di aver trovato un nobile scopo alla sua
-operosità: quello di aiutare il nipote nella sua opera.
-
-
-X.
-
-Il giorno della conferenza del professor Arlandi la sala del ridotto
-della Scala si andava popolando di belle signore, di giovanotti
-eleganti e di uomini serii e studiosi.
-
-Era una settimana che i giornali parlavano dell'Arlandi e tutti
-desideravano vedere il giovane professore che dava tante speranze per
-l'avvenire della scienza.
-
-Poi la conferenza era a beneficio di due istituzioni cittadine, utili
-e benefiche, ed anche quelli che non si occupavano di studî serii
-avevano voluto andarvi per moda, per filantropia e per trovarsi cogli
-amici e conoscenti.
-
-La ricerca dei biglietti era stata enorme e nella sala gremita di
-pubblico si sentiva il bisbiglio foriero d'un'impaziente aspettazione.
-
-Quando entrò il professor Ugo, pallido, alto, col volto giovanile e le
-labbra velate da due baffetti biondi, elegante nel suo vestito nero,
-inappuntabile, timido nei movimenti, ciò che lo rendeva ancora più
-simpatico e interessante; gli sguardi del pubblico si posarono sopra di
-lui, cessarono i bisbigli e tutti attesero attenti ad ascoltare.
-
-Egli incominciò con voce chiara, tremante, incerta un po' sul
-principio, ma mano mano che proseguiva si faceva più vibrante e
-colorita a parlare delle meraviglie della scienza e dei mezzi che
-permettevano di fare continuamente nuove scoperte. Parlò delle
-irradiazioni potenti date da certe sostanze come il radio che si
-trovano nascoste in diversi minerali e che sono tali da sconvolgere le
-idee che si avevano fino ai nostri tempi sui movimenti della materia e
-degli atomi.
-
-Spiegò come quel metallo mandasse irradiazioni fortissime senza perder
-nulla del suo peso e fosse d'una forza tale da distruggere tessuti
-vitali anche attraverso a qualche ostacolo, ciò per mostrare come non
-fosse un sogno la teoria per la quale avea sempre combattuto ed ora
-desiderava esporre ad un pubblico così attento ed intelligente.
-
-Egli avea sempre pensato ad un elemento racchiuso nel centro della
-terra in un luogo inaccessibile agli uomini, ch'egli chiamava anima del
-mondo, egli la imaginava una forza indistruttibile, eterna, tale da
-far sentire la sua azione attraverso gli strati densi del nostro globo,
-fino a spargersi in piccole particelle nell'etere che lo circonda.
-
-—Io imagino,—disse,—il mondo come un corpo umano, i sassi sono le
-ossa, le acque che lo bagnano nell'interno e alla superficie sono
-il sangue che scorre nelle vene e le arterie del nostro organismo;
-e come il cuore nell'uomo, così ci deve essere nel centro del mondo
-un focolare di vita e calore, un fluido invisibile che partendo dal
-centro avvolge la terra in una rete vibrante, come i nervi avvolgono il
-nostro corpo; precisamente come l'elettricità, una forza che esiste, si
-domina, ce ne serviamo, ma della quale non si riesce a spiegare la vera
-essenza.
-
-E dopo aver parlato delle caverne, una volta popolate da esseri
-fantastici ed ora invece da esseri invisibili che il microscopio ci ha
-rivelato, assicurò che quando altri strumenti più perfetti verranno in
-aiuto dei nostri sensi più raffinati, si apriranno nuovi orizzonti alla
-scienza e terminò dicendo essere convinto che nel mondo, in noi stessi
-vi è una parte indistruttibile, eterna, e come da un rozzo minerale si
-sprigiona una scintilla che non si consuma, come da certe vibrazioni
-del cervello i pensieri si rinnovano continuamente e il mondo è
-avvolto da onde eteree delle quali non si conosceva l'esistenza prima
-di Hertz e di Marconi; così molte forze e molte verità devono ancora
-esserci rivelate; ci sembra esser circondati da misteri che la scienza
-infaticabile deve svelare e lo scienziato è come colui che ha trovato
-le tracce d'un tesoro nascosto e non riposa finchè non lo abbia messo
-alla luce del sole.
-
-Animandosi nel suo dire divenne eloquente, aveva il dono di trasfondere
-la sua persuasione nell'uditorio e di suggestionarlo.
-
-Infatti tutti si sentivano trasportati nelle regioni elevate della
-scienza e del pensiero come se da una corrente magnetica fossero legati
-all'oratore. Quando ebbe terminato un lungo e clamoroso applauso
-echeggiò nella vasta sala, alcuni conoscenti circondarono il professore
-stringendogli la mano e congratulandosi della sua parola efficace e
-colorita, altri s'avvicinavano per conoscerlo; egli era umile, confuso
-nel suo trionfo e avrebbe voluto andarsene, quando vide farsi avanti
-correndo, rovesciando le sedie, un signore rimasto tutto il tempo della
-conferenza nascosto in un angolo senza parlare pendendo dalle labbra
-dell'oratore.
-
-Il rumore delle sedie fece volgere Ugo da quella parte e lasciando gli
-ammiratori che lo circondavano s'avviò in fretta ad incontrare quel
-signore che veniva verso di lui.
-
-—Babbo,—disse,—come, tu qui?
-
-—Ho letto nei giornali,—rispose il signor Carlo, ma era tanto
-commosso che non potè trovar la voce per dire di più e si gettò fra le
-braccia del figlio.
-
-Quando potè riavere il fiato, gli disse:—Come hai parlato bene! Non
-avrei creduto mai, ma mi perdoni, non è vero? Non mi serbi rancore di
-quello che è avvenuto?
-
-—Non parliamo di queste malinconie, ho tutto dimenticato,—disse Ugo.
-
-E lo presentò a quelli che lo circondavano, che gli fecero feste
-dicendogli che doveva essere orgoglioso di avere un simile figliuolo.
-Poi l'invitarono ad un banchetto che volevano dare per festeggiare il
-professore.
-
-Il signor Carlo non sapeva quasi più d'esser su questa terra, provava
-un'ebbrezza, una gioia come non aveva mai provato nella sua vita, e
-sarebbe stato completamente felice se non avesse sentito il rimorso
-di aver fatto rinchiudere il figlio, che avea mostrato tanto ingegno,
-in una casa di salute. Quel rimorso offuscava la sua gioia e avrebbe
-dato parecchi anni di vita perchè quel fatto non fosse avvenuto. Egli
-seguiva il figlio glorioso come attratto da una forza superiore,
-lo vedeva stimato e ammirato, gli pareva fino di trovare in lui un
-mutamento, circondato come era dall'aureola del trionfo.
-
-Anche Giulia s'era unita al crocchio che circondava Ugo, tutta
-orgogliosa di aver contribuito a quella giornata trionfale.
-
-Quando la sera si ritrovarono riuniti al Cova, al banchetto che gli
-ammiratori avevano voluto offrire ad Ugo, al signor Carlo pareva
-d'esser nel mondo dei sogni; con quella sala illuminata, la tavola
-scintillante di cristalli e d'argenti e coperta da lunghe corone di
-fiori che la rendevano allegra. Quelli che non potevano avvicinarsi
-al professore s'accostavano a lui e gli domandavano ragguagli
-sull'infanzia e giovinezza del figlio, quasi quasi gli pareva d'essere
-un uomo importante e d'entrarci per qualche cosa nella riuscita di
-Ugo; era espansivo, parlava del professore con entusiasmo esagerandone
-le doti del cuore e dell'ingegno, voleva stordirsi per far tacere il
-rimorso che l'opprimeva.
-
-Al momento dei brindisi si acclamò il professor Ugo come speranza della
-scienza, ed egli rispose poche parole ringraziando d'esser stati tutti
-tanto buoni ed indulgenti per lui, e brindò alla scienza che toglie il
-velo che offusca la verità e al padre che avea lasciato la pace della
-casa tranquilla per venire alla sua festa.
-
-Un evviva dedicato al signor Carlo fece eco a quelle parole, e quando
-il figlio gli fu vicino e gli toccò il bicchiere due lagrimoni gli
-scendevano sulle guance.
-
-—È troppo, è troppo,—diceva,—mi fa male.
-
-Ma il professore non dimenticò nemmeno la zia Giulia che se ne stava in
-un angolo quasi nascosta fra le giubbe nere e si avvicinò a lei con un
-sorriso chiamandola il suo buon genio, il suo angelo tutelare.
-
-Tutti gli sguardi si posarono sopra la fanciulla che avea il volto
-raggiante dalla gioia contenta della vittoria ottenuta.
-
-Quando più tardi si ritrovarono riuniti nella camera dell'albergo, Ugo
-affermava che non sarebbe riuscito a far nulla senza l'aiuto di Giulia,
-e il signor Carlo nell'entusiasmo di quella giornata trionfale diceva:
-
-—Questa è la vita! sono stato fin'ora un cattivo padre; ma voglio
-farne ammenda; senti, Ugo, voglio essere il tuo aiutante ed essere
-iniziato nei misteri del tuo laboratorio.
-
-—E se succede uno scoppio?
-
-—Ebbene, moriremo assieme.
-
-—Ma non sai che c'è laggiù qualcuno che non te lo permetterebbe?
-
-—Chi? Mia moglie? Me n'ero dimenticato, ma essa è stata ingiusta con
-te ed ora per castigo verrà a Milano con Mario e noi resteremo liberi.
-
-Giulia ed Ugo si diedero un'occhiata espressiva, ma non osarono dir
-nulla, nè pensare a malinconie; tutto in quel giorno doveva andar
-loro a seconda, e forse sarebbero stati tutta la notte a parlare
-dell'avvenire che si mostrava adorno di promesse.
-
-Ma Giulia alzandosi tutto ad un tratto disse:
-
-—Ed io che dimenticavo la mia missione? Non devo far conoscere al
-mondo il professor Ugo? Vado subito a scrivere pei giornali la
-relazione della conferenza da spargere ai quattro venti, e vi assicuro
-che la prima copia sarà mandata alla signora Savina Arlandi.
-
-
-
-
-GIOIELLO RIVELATORE.
-
-
-Perchè aveva sposato il signor Cristoforo Zuccoli? ecco quello che si
-domandava la piccola Fania.
-
-Un brav'uomo, non c'è dubbio, un cuor d'oro, intelligente, studioso a
-modo suo, ma non era il suo tipo, e poi veramente, nella sua testolina
-sventata, aveva sognato il matrimonio tutto diverso da quello che lo
-aveva trovato in realtà.
-
-Come si fosse lasciata persuadere a pronunciare davanti al Sindaco il
-sì fatale, che doveva legarla a lui indissolubilmente, era ciò che non
-riusciva a spiegarsi.
-
-Almeno fosse stata una signorina impaziente di trovar marito! ma
-niente affatto, viveva contenta e spensierata col padre impiegato
-alla ferrovia e con due zie che avrebbero fatta moneta falsa per
-contentarla. Aveva molte amiche; e un cugino, Giacomino, che studiava
-all'Università e veniva qualche volta coi compagni a giuocare alla
-tombola e far quattro salti, se era di carnevale, ed essa si divertiva
-tanto, che non si sarebbe scambiata per una regina.
-
-Le zie erano state le vere colpevoli. Avevano voluto condurla in
-campagna per divertirla, e così aveva fatto la conoscenza del signor
-Zuccoli, che villeggiava nelle vicinanze. Il signor Zuccoli era molto
-ingegnoso; fabbricava delle macchine divertenti, e voleva fare degli
-esperimenti per inventare i palloni dirigibili. Intanto si contentava
-di fabbricare farfalline, uccelletti meccanici che volavano e
-cantavano, e gli riuscivano abbastanza al naturale. Fania si divertiva
-con quegli oggetti, come se fossero balocchi; le zie poi erano
-entusiaste della loro nuova conoscenza, e non facevano che tesserne gli
-elogi alla nipote.
-
-—Pare che tu gli vada a genio,—dicevano,—se potessi riuscire ad
-innamorarlo e ti sposasse, che bella cosa!
-
-—Perchè? non ho bisogno di sposarmi, sono contenta così.
-
-—Ma non capisci nulla, nipotina; ora ci siamo noi colla nostra
-pensione, c'è tuo padre, ma non si vive sempre, e dopo che cosa
-succederebbe di te?
-
-—Cercherei marito, allora.
-
-—Al giorno d'oggi, una ragazza senza dote non trova quando vuole....
-guai a lasciarsi sfuggire le buone occasioni; noi parliamo per
-esperienza.
-
-—Ebbene, resterei zitella.
-
-—Anche zitella bisogna vivere, e tu sei carina, ma, se dovessi
-guadagnarti da vivere, povera te, non sappiamo che cosa potresti fare.
-
-—È vero, avete ragione, so un po' di tutto, ma da dilettante; sono un
-uccellino irrequieto, mi piace divertirmi senza pensare a nulla; però
-potrei fare l'artista drammatica.
-
-—È meglio un buon marito—sentenziò la zia Gina,—e il signor
-Cristoforo è buono, ricco e simpatico, è un giovane che ci piace e
-sarebbe una fortuna.
-
-—Giovane!
-
-E Fania diede in una risata.
-
-—È forse vecchio? Avrà appena trent'anni,—disse la zia Amalia.
-
-—A me sembra un vecchio con quegli occhiali e quel naso.
-
-—Sei proprio una bimba! In un marito preme la mente, il cuore, i
-quattrini, e questi più di tutto; perchè non si vive di poesia,
-pensaci, dà retta a me, non lasciartelo scappare.
-
-Veramente Fania non ci pensava molto, ma era invece il signor Zuccoli
-che cercava tutte le occasioni per vederla.
-
-Ogni giorno le portava qualche nuovo oggetto fabbricato colle
-sue mani: erano graziose barchette che andavano a tutto vapore,
-molini in miniatura che macinavano il grano, lampadine elettriche
-tascabili, e tanti altri gingilli curiosi che apportavano un diversivo
-alla monotonia della vita campestre. Fania per mostrargli la sua
-riconoscenza gli porgeva un fiore da mettere all'occhiello, e ciò lo
-incoraggiava a dirle qualche parola graziosa che la faceva sorridere,
-mentre le zie si davano delle occhiate espressive che significavano:
-
-—Siamo a buon porto, è una cosa che si combina.
-
-E proprio come s'era combinato non avrebbe potuto dirlo nemmeno lei.
-Era stata quasi una congiura.
-
-Le zie la lasciavano spesso sola col signor Cristoforo, il quale era
-timido e parlava poco, ma gli piaceva starle vicino, tenerle la mano, e
-quando essa scappava in giardino le correva dietro come un cane fedele.
-
-Una sera egli le disse che avrebbe desiderato gli domandasse qualche
-cosa di difficile, per mettere alla prova la sua devozione.
-
-—E s'io chiedessi la luna?—essa rispose.
-
-—Mi metterei subito a fabbricare un pallone così potente da andare a
-conquistarla.
-
-Fania rispose con una sonora risata, quando Cristoforo chiese se
-sarebbe stata contenta d'andar sola con lui in un pallone in mezzo agli
-astri.
-
-—Io no,—rispose,—avrei paura.
-
-Rimase avvilito e non parlò più per tutta la sera.
-
-Un'altra volta la prese per un braccio per farla sedere sopra una
-panca in un boschetto appartato, ed essa scappò via in modo un po'
-dispettoso. Egli se ne risentì e scrisse un biglietto per congedarsi,
-ciò che mise la rivoluzione nell'anima delle zie.
-
-—Ecco,—dicevano,—non sei stata gentile e l'hai disgustato, non
-troverai più un partito come quello, bisogna non lasciarlo partire.
-
-Veramente, anche a Fania, che aveva preso l'abitudine di vederlo tutti
-i giorni, rincresceva che la loro amicizia venisse troncata così
-bruscamente, ma non sarebbe mai andata a pregarlo per farlo rimanere.
-
-Come avvenne? non lo sapeva, ma per caso s'incontrarono alla Posta; si
-salutarono, si scambiarono qualche parola e la conclusione fu, che
-il signor Zuccoli non partì più per quel giorno, e dopo due settimane
-partirono tutti insieme, e la piccola Fania si trovò fidanzata al
-signor Cristoforo.
-
- * * * * *
-
-Per qualche tempo visse come in un mondo fantastico: regali, vesti
-eleganti, biancherie vaporose adorne di merletti, ricami, fiori,
-augurii; poi un bel giorno indossò una veste bianca coi fiori
-d'arancio, poi un elegante vestito da viaggio e via col signor Zuccoli;
-ma invece che un'aereonave fu un semplice automobile che la portò
-lontano lontano.
-
-Quello che le parve un vero capitombolo, fu quando si trovò a casa sua
-ed il signor Cristoforo, Cristofino come s'era abituata a chiamarlo
-per ingentilirne il nome, riprese le consuete occupazioni, e si trovò
-sola, obbligata a pensare al governo della casa.
-
-Il signor Zuccoli era un tipo alquanto originale. Rimasto solo,
-giovane, e ricco, si era lasciato vincere dalla passione per la
-meccanica, ed occupava tutte le sue giornate facendo calcoli,
-combinando congegni, fabbricando piccoli meccanismi.
-
-Egli aveva la bizzarria di copiare, in piccolo, tutte le scoperte
-moderne; sarebbe stato l'inventore degno del regno di Lilliput; così
-avea fabbricato un automobile perfetto, che avrebbe potuto servire
-per una bambola, poi piccoli telefoni, telegrafi in miniatura, e
-stava combinando delle aereonavi piccine che poi voleva ingrandire
-mano mano, e così sperava di sciogliere il problema della navigazione
-aerea; voleva trovare il telefono senza fili e tutto ridurre in modo
-così minuscolo, che occupasse il minor spazio possibile; per le sue
-macchinette adoperava l'acciaio, l'alluminio, il nichelio, gli
-piacevano le cose fini e minuscole; lo sgomentavano le grandi masse di
-ferro, le ruote dentate e gigantesche, i grossi cilindri, e soleva dire
-che, quando una macchina è riuscita in piccolo non c'è nessuna ragione
-perchè, fatti i debiti calcoli, non debba riuscire in proporzioni
-maggiori. Egli si contentava di far dei modelli, ma ci teneva che
-riuscissero perfetti.
-
-Eccettuata questa specie di micromania, la sua mente era d'un
-equilibrio perfetto come le sue macchine.
-
-Fania, che non capiva nulla di quei meccanismi, lasciava il marito
-tutto il giorno occupato coi suoi calcoli, e via se n'andava
-continuamente in giro per la città, gustando la gioia d'esser libera,
-di poter passeggiare sola e d'esser chiamata signora. Rientrava all'ora
-del pranzo e, meravigliandosi di non trovare nulla di pronto, si
-metteva a piangere nel timore che il marito la sgridasse; ma se egli
-era di buon umore si contentava di dirle:
-
-—Ma da che mondo vieni?
-
-—Credevo che ci pensasse la cuoca.
-
-—Ma se non ordini quel che desideri, come vuoi che faccia?... sei tu
-la padrona.
-
-—Me n'ero dimenticata.
-
-Improvvisavano un pranzo alla meglio con delle uova, salato e
-formaggio, ed erano allegri come se si trattasse d'una scampagnata. Ma
-quel dover tutti i giorni pensare alle cose domestiche ed ordinare il
-pranzo, le dava noia e si sfogava a sgridare la cuoca, finchè questa
-fu abbastanza intelligente per capire che dovea pensar a tutto da sè e
-fare un po' da padrona, senza aspettare gli ordini di nessuno; e Fania
-fu contenta di non aver bisogno di seccarsi per cose così prosaiche;
-se poi il pranzo non era servito in tutto punto e non riusciva molto
-economico, non le premeva, non voleva pensare a miserie nei primi
-tempi del matrimonio. Poi ebbe un periodo in cui fu indisposta e non
-usciva più di casa, e passava le giornate sdraiata su una poltrona, e
-si annoiava che il marito fosse tutto il giorno colle sue macchine e
-non venisse a tenerle compagnia; essa decisamente si era sognata che il
-matrimonio fosse tutt'altra cosa.
-
- * * * * *
-
-Quando le nacque una bella bimba, volle allevarla da sè,
-nell'entusiasmo del primo momento, le pareva una bambolina che
-le servisse di giocattolo, ma dopo tre mesi la sua salute si era
-rinvigorita, la vita le era tornata snella ed elegante, e ricominciò
-ad uscire per andar dalla sarta per vestir bene e godere la primavera
-che s'annunziava piena di tepori e di profumi. Affidava la piccola
-Mimì alla bambinaia; le raccomandava di farle succhiare il latte dalla
-bottiglia perchè non piangesse, e via spensieratamente a girare per la
-città, o a far visite, o nelle botteghe a comprare cianciafruscole,
-e alla passeggiata dove spesso si trovava col cugino Giacomino, e
-si godeva un mondo a chiacchierare con lui, come se fosse ritornata
-fanciulla.
-
-Non tornava a casa che all'ora del pranzo, e qualche volta trovava Mimì
-in lagrime fra le braccia del marito che non sapeva più cosa inventare
-per farla tacere. E sì che aveva fabbricato dei fantocci che giuocavano
-con palle d'oro, ed erano una meraviglia.
-
-—Perchè non vieni mai a casa?—le diceva il marito.
-
-Ed essa trovava una scusa o l'altra, e spesso incolpava l'orologio che
-non ne aveva nessuna colpa; poi faceva qualche moina a Cristoforo, il
-quale non aveva il coraggio di tenerle il broncio, perchè amava la sua
-piccola moglie, che non era buona a nulla, ma pareva un uccellino e gli
-rallegrava la casa.
-
-Però qualche volta, mentre era occupato a fabbricare le sue piccole
-macchine, fantasticava su quello che potesse fare sua moglie tutto il
-giorno fuori di casa, e se ne impensieriva e avrebbe pagato una bella
-somma per sapere in che modo Fania passasse tante e tante ore al punto
-di rientrare sempre in ritardo.
-
-Non poteva pensar male perchè era così bimba, così ingenua, ma intanto
-avrebbe voluto sapere, per soddisfare la sua curiosità.
-
-E perchè non poteva col suo ingegno fabbricare una macchinetta
-rivelatrice che potesse rivelargli almeno i discorsi che la moglie
-faceva fuori di casa? Appena questo pensiero si formò nel suo
-cervello, si mise subito all'opera e misteriosamente, senza dir nulla,
-in poche settimane riuscì a fabbricare un gingillo grazioso che offerse
-in dono alla moglie, un giorno che appunto era venuta a salutarlo prima
-di uscire, tutta elegante con un costume di panno nero che le modellava
-la vita sottile, e un cappellino color papavero che le incorniciava la
-faccia.
-
-—Prendi,—le disse mostrandole un gingillo d'oro come un grosso
-orologio, tutto frastagliato in modo che si vedeva internamente un
-piccolo meccanismo con una sfera che girava torno torno con una
-rapidità meravigliosa,—è un porta fortuna che ho fatto per te....
-Vieni qui, voglio appuntartelo sul vestito come un orologio.
-
-—Oh bello! Grazie,—disse Fania,—vedremo se mi farà passare una
-giornata piacevole. Arrivederci.
-
-E tutta contenta, trotterellando speditamente, prima andò dalla sarta
-e offerse duecento cinquanta lire d'un vestito che avea veduto il
-giorno prima e le stava a pennello; ma la sarta disse:
-
-—È impossibile, lasciarlo a trecento non guadagno nulla.
-
-—Via, via, questa volta si contenti.
-
-—Vi deve aggiungere qualche cosa.
-
-—Intanto lo mandi a casa,—disse la signora, pensando che la sarta non
-l'avrebbe pagata subito.
-
-Poi andò verso la Galleria, dove tutti i giorni incontrava il cugino
-Giacomino, che l'accompagnò per un tratto di strada, poi le offerse di
-andare a prendere il tè al Biffi. Quando furono seduti ad un tavolino,
-incominciarono a chiacchierare allegramente e Giacomino le chiese:
-
-—Ieri come hai passato la serata? che cosa fa «il mago Merlino?»
-
-—Una noia. Figurati: egli mi parlava di meccanismi, di calcoli
-matematici, ed io non ne capivo nulla, e dormivo in piedi.
-
-—E tu di che cosa gli parli?
-
-—Delle mie escursioni della giornata, delle mie spese, di mode, tutte
-cose che egli non capisce, ma non so parlar d'altro.
-
-—In conclusione la tua casa è la torre di Babele, la confusione delle
-lingue, ma però ti vuol bene.
-
-—Sì, a modo suo, ma mi persuado sempre più che non era il mio genere.
-
-—Sentiamo, quale sarebbe stato il tuo genere?
-
-—Per esempio un mattacchione come te. Mi pare che noi si sarebbe
-andati d'accordo e la vita sarebbe stata divertente.
-
-—Credi? e perchè l'hai sposato il tuo tiranno?
-
-—Tiranno no, è una calunnia; ma l'ho sposato perchè le zie e il babbo
-dicevano che era un buon partito, era ricco, e una ragazza ha bisogno
-di collocarsi.
-
-—Esser ricchi è una bella cosa.
-
-—Sì, ma a che cosa serve?... spende tutto colle sue macchine, e quando
-mi compro un vestito nuovo, brontola e dice che lo rovino; anzi,
-ricordati che oggi devo andar presto a casa perchè mi sono comprata un
-vestito e devo fare la donna saggia e casalinga, e tenerlo buono.
-
-—Non dir così, rimani un pochino, si vive una volta sola, almeno si
-discorre.
-
-—Non c'è gusto con questo chiasso e coll'andirivieni di gente.
-
-—E perchè non vieni a casa mia, come ti ho proposto tante volte?
-
-—Perchè non è conveniente.
-
-—E chi lo sa?
-
-—Io intanto.
-
-—Sciocchezze; vieni, vieni che ti farò vedere tante belle cose, e poi
-almeno si potrà discorrere tranquillamente.... Infine siamo cugini.
-
-—Motivo di più per non venire.
-
-—Quanti pregiudizii hai!... E qui non è lo stesso? che cosa ci fa la
-gente? noi c'isoliamo come se fossimo soli.
-
-—Siamo sempre in un luogo pubblico.
-
-—Sei proprio una borghesuccia, temi le chiacchiere del mondo.
-
-—Del mondo me ne rido.
-
-—Allora hai paura del Mago Merlino.
-
-—Non permetto che sparli del mago, è una buona pasta e non pensa che
-alle sue invenzioni, e mi lascia libera di fare quello che mi piace.
-
-—Allora siamo intesi, domani vieni.
-
-—E perchè non vieni tu da me la sera? sarebbe tanto divertente,—disse
-Fania.
-
-—Ma c'è il Mago, e sai la mia opinione, mi piace godere la compagnia
-del marito e quella della moglie, ma separatamente.
-
-—Sei un gran discolone.
-
-—Dunque siamo intesi, vieni domani.
-
-—No, no e no.
-
-—Almeno vieni presto in Galleria.
-
-—Farò quello che mi piacerà.
-
-E, dandogli la manina inguantata, ch'egli strinse fra le sue in modo
-significante, se n'andò verso casa.
-
- * * * * *
-
-Lungo la via pensava che forse Giacomino sarebbe stato per lei un
-marito più piacevole, ma non avrebbe potuto comprare il vestito da
-trecento lire, e questo pensiero la riconciliò col Mago Merlino.
-
-Era un po' in ritardo, ma il marito non le disse nulla e l'accolse con
-aria di trionfo.
-
-—Hai fatto qualche scoperta, scommetto,—disse Fania.
-
-—Forse sono sul punto di farne una molto interessante; intanto dimmi:
-il mio porta fortuna?
-
-—Va benissimo, ho fatto una passeggiata molto divertente, e mi sono
-comprata un nuovo vestito.
-
-—Allora non ha portato fortuna a me, però dammelo, che ho bisogno di
-vedere se il movimento non si è guastato.
-
-—Ma me lo ridai.
-
-—Figúrati, te l'ho regalato.
-
-Egli prese il gingillo e lo portò nella sua officina; era impaziente
-di vedere se la sua macchina agiva bene e se riusciva a scoprire i
-discorsi fatti dalla moglie.
-
-Il gioiello conteneva un fonografo in miniatura, e lo Zuccoli ne tolse
-una membrana metallica tutta sparsa di segni invisibili e l'applicò ad
-uno strumento che dovea riprodurre i suoni segnati su quel disco.
-
-Le sue mani tremavano, mentre montava la macchinetta, e stette attento
-senza fiatare.
-
-Da principio uscì dalla macchina un brontolìo incomprensibile, poi udì
-distintamente i dibattiti colla sarta, e i discorsi che Fania avea
-fatto con Giacomino.
-
-Ogni tanto dava qualche esclamazione.
-
-—Ah birbante!—diceva,—glielo darò io il Mago Merlino!... ah non sono
-il suo genere, e non mi diceva nulla!... meno male che non ha accettato
-di andare a casa sua.
-
-Questo pensiero lo consolava, ma gli pareva che la moglie fosse stata
-sull'orlo d'un abisso.
-
-Gli passò pel capo di rimettere una piastrina nel porta fortuna e
-ricominciare il giorno dopo quel medesimo giuoco, ma poi pensò che, se
-non parlava, gli sarebbe sembrato di scoppiare. Bisognava venir subito
-ad una spiegazione; era meglio.
-
-Appena si trovò seduto a tavola colla moglie, le chiese:
-
-—Dunque si può sapere chi hai veduto quest'oggi?
-
-—Te l'ho detto, la sarta.
-
-—E poi?
-
-—Poi ho incontrato Giacomino, ma per pochi minuti.
-
-—Sei sincera per metà soltanto, perchè invece so che hai fatto una
-lunga conversazione.
-
-—Chi te l'ha detto?
-
-—So tutto.
-
-—Sei un mago allora.
-
-—Sì, il Mago Merlino.
-
-Fania si sentì salir le fiamme alla faccia e tutta confusa non poteva
-rispondere.
-
-Il marito si mise a ripetere parola per parola tutta la conversazione
-da lei avuta con Giacomino, dicendole che non voleva farle rimproveri,
-ma che desiderava evitasse d'incontrarsi col cugino. Essa era sorpresa
-e voleva sapere; poi un'idea si affacciò come un lampo alla sua mente.
-
-—Ah, il porta fortuna!
-
-—Proprio, è lui il colpevole,—disse Cristoforo.
-
-Fania volle vedere come faceva, e quando mise in movimento un piccolo
-gramofono, ed essa udì uscirne la propria voce, e parola per parola
-la conversazione fatta alla mattina, disse ch'era un meccanismo
-meraviglioso e che riguardava il marito un vero mago.
-
-—Però, in conclusione,—soggiunse,—non mi sono poi condotta male, ma
-ora sta' certo che calcolerò che tu sia sempre presente a me, non mi
-lascerò più andare a dir sciocchezze e nemmeno uscirò molto di casa;
-voglio assistere alla fabbrica delle tue macchine che incominciano ad
-interessarmi.
-
-—Meno male che questa volta hanno servito a qualche cosa; dunque
-resterai a casa?
-
-—Non mi tieni il broncio, se ti chiedo una cosa strana?—chiese Fania.
-
-—Andiamo, che cosa desideri? Sai che sono un po' in collera con te.
-
-—Vorrei dare uno di quei porta fortuna a Giacomino, per sapere con chi
-si trova tutto il giorno, se è vero che studia sempre come dice.
-
-—Questo Giacomino mi dà noia,—rispose il marito, e, dopo aver
-riflettuto in silenzio, soggiunse:—però non è una cattiva idea, per un
-giorno solo ti permetterò di prestargli il porta fortuna, ma come si fa?
-
-—Domani vado ad incontrarlo e con una scusa glielo affibbio. Lascia
-pensare a me.
-
-—Cominciamo male, tu vuoi rivederlo.
-
-—Soltanto per pochi minuti, per lasciargli il gingillo.
-
-—Posso fidarmi?
-
-—Non ho nelle mani il gioiello rivelatore?
-
-—E ritornerai subito? Bada, starò coll'orologio in mano.
-
-Fania lo rassicurò, come sapeva fare quando voleva esser gentile, e il
-giorno dopo tutta contenta andò col gioiello rivelatore ad incontrare
-il cugino.
-
-Appena la vide, egli le si avvicinò sorridente e le disse:
-
-—Vieni a casa mia quest'oggi?
-
-—Ti pare? Ho invece molta fretta; figurati che devo andare dalla sarta.
-
-—Almeno verrai a prendere un bicchierino di vermouth.
-
-—Ma in fretta, ti concedo cinque minuti.
-
-Quando furono nella prima pasticceria che trovarono sulla loro strada,
-essa disse:
-
-—Figurati, mi annoia molto andar dalla sarta, dovermi svestire, con
-tanti impicci che abbiamo noi signore. Anzi vorresti tenermi questo
-gingillo?—disse staccandosi il porta fortuna,—mi preme molto e
-noi, quando si prova un vestito, si ha la testa tanto occupata e si
-dimentica facilmente i nostri oggetti; ho perduto una spilla l'altra
-settimana.
-
-—Se non vuoi altro, anzi! sarò felice di aver qualche cosa di tuo
-sulla mia persona.
-
-—Ecco qui, attaccato alla catenella dell'orologio, pare una medaglia,
-sta bene; domani me lo restituisci, non è vero?
-
-—Ti do la mia parola.
-
-—Sai, è un regalo di mio marito, poi porta fortuna.
-
-—Se intanto oggi mi portasse centomila lire, bada che non te lo
-renderei più.
-
-—Hai sempre voglia di scherzare, ma scappo, altrimenti perdo il mio
-turno: a rivederci domani.
-
-E via difilata a casa tutta lieta, pensando alla burla che faceva al
-cugino, e disse al marito:
-
-—Dimmi brava; vedi come sono tornata presto, nemmeno mezz'ora sono
-stata. E domani devo fare lo stesso per riprendermi il gioiello; ti
-prometto che ritornerò presto.
-
-—Domani sarai spinta dalla curiosità di sapere, non ho bisogno di
-farti raccomandazioni.
-
-Ma il giorno dopo quando Fania andò ad incontrare il cugino e gli
-chiese il suo gingillo, egli le rispose:
-
-—L'ho lasciato a casa, vieni a prenderlo.
-
-—Venire a casa? ma è un tradimento! voglio il mio porta fortuna.
-
-Fania supplicò colle lagrime agli occhi, ma Giacomino non si lasciò
-commuovere; che poteva fare la piccola Fania?
-
-Corse in fretta a casa ed entrò nello studio del marito colla faccia
-stravolta.
-
-—Che contrarietà!—esclamò.—Come me l'ha fatta!
-
-—Ma che è accaduto, si può sapere?
-
-—Non mi vuol restituire il porta fortuna, vuole che vada a prenderlo
-a casa sua; come sono stata sciocca, ma lo voglio, andiamo insieme a
-prenderlo.
-
-—Ti pare? se lo vedo il tuo Giacomino, gli do uno schiaffo,—disse il
-signor Zuccoli,—mi è diventato antipatico.
-
-—E allora come si fa? Gli scrivo.
-
-—No, gli scriverò io.
-
-—Sì, subito, con preghiera di consegnare al latore il porta
-fortuna,—disse Fania,—e se non vuol darlo?
-
-—Se vuol tenerlo in ostaggio perchè tu vada a prenderlo, diremo al mio
-aiutante di portare il meccanismo interno perchè io devo introdurvi
-un'innovazione.... Già è quello che ti preme, l'involucro glielo
-lascieremo per ricordo.
-
-—È naturale, non vado certo a prendermelo.
-
-Così fecero e il messaggero non portò il gioiello, ma il meccanismo
-interno.
-
- * * * * *
-
-Fania era impaziente di mettere nel gramofono il disco pieno di segni
-cabalistici.
-
-E, messo a posto il disco, stettero intenti ad ascoltare.
-
-Prima Fania sentì la propria voce quando pregava Giacomino di tenerle
-il gingillo.
-
-—Brava,—disse Cristoforo,—ben trovato.
-
-Poi si udì qualche rumore confuso e la voce di un amico che, dopo
-averlo salutato, gli disse:
-
-—Come! libero? e la tua dama?
-
-—Oggi mi ha lasciato, questioni di abbigliamento.
-
-—E sei a buon punto?
-
-—Se volessi, ma non mi preme, mi diverto così per passatempo, e poi
-perchè mi dà importanza mostrarmi con una signora della buona società.
-
-—Anche tu fai come la volpe.
-
-—Non è vero, non è il mio tipo; è graziosa, ma è una sciocchina, buona
-per passare un'ora.
-
-—E l'altra, l'artista come va?
-
-—Quella sì è un boccone saporito, passerò là a momenti.
-
-—Ma non sei solo ad avere i suoi favori.
-
-—Tu come sai? Per tua regola, non vado mai ad approfondire troppo le
-cose, poi parli per invidia.
-
-—Al caso, io starei per tua cugina, se la cedi.
-
-—Che c'entro io, non è mia, ma in paragone all'altra è come una tazza
-di latte paragonata ad una coppa di _champagne_.
-
-—Il latte è una bibita sana.
-
-—Ma ti annoia e poi calma i nervi, mi può servire appena per un di
-più;... ma addio, vado a prendere un bicchiere di _champagne_.
-
-Una pausa, dei rumori confusi, poi di nuovo la voce di Giacomino e una
-voce di donna.
-
-—Luisa, come va?
-
-—Non ti aspettavo a quest'ora.
-
-—Ero impaziente di vederti.
-
-—Bugiardo! La tua dama ti avrà lasciato in libertà!
-
-—Non ho dame, sei tu sola nella mia vita.
-
-—E quella colla quale passeggi?
-
-—Quella non conta, una parente, poi è insipida, non c'è sugo.
-
-—Davvero?
-
-—Ti giuro. Ma lo sai che, quando si è avvolti nelle tue spire, non se
-n'esce.
-
-—Sono un serpente.
-
-—Forse!
-
-—E allora lascia che ti avvolga nelle mie spire, e bada, ti strozzerò.
-
-—Finirai per andare in prigione.
-
-E una grande risata, poi più nulla.
-
-—Oh, che birbante!—disse Fania,—è così che studia tutto il giorno,
-ed ora non si sente più nulla, che cos'è successo? s'è guastato.
-
-—Non mi pare, si sarà fermato, oppure l'avrà deposto in un'altra
-camera.
-
-—Vuol dire che si sarà tolta la catena,—disse Fania.
-
-—Che cosa ti preme? non hai inteso abbastanza?
-
-—Fin troppo! non voglio più vederlo.
-
-—E farai benissimo.
-
-—Ma prima voglio fargli sapere che ho tutto scoperto.
-
-—Non c'è bisogno: che cosa t'importa di lui, se non vuoi vederlo? Non
-ti basto io?
-
-—Sì, sì, caro Cristoforo, tu sei buono, e poi sei non un mago, ma un
-genio; ti ammiro; ma voglio dir qualche cosa a Giacomino, altrimenti
-scoppio. Ho trovato, lo chiamo al telefono.
-
-Drin, drin, drin.
-
-—Pronti.
-
-—Giacomino.
-
-—Sono io.
-
-—Sono Fania. Ti lascio l'involucro del porta fortuna per memoria,
-perchè non ci rivedremo mai più.
-
-—Come! non verrai nemmeno a passeggio?
-
-—No, sono troppo sciocchina, insipida; resto col Mago Merlino che mi
-apprezza meglio di te.
-
-—Non è vero, sei adorabile, rallegri la mia esistenza, vieni.
-
-—No, non mi fai compassione; la Luisa ti consolerà; il latte è una
-bibita troppo insipida, ci vuole del vino di Sciampagna. Addio per
-sempre, buon _champagne_.
-
-Drin, drin, drin; il campanello continuava a suonare, ma Fania tolse la
-comunicazione, e andò a sedere vicino al marito.
-
-—Ora sono tutta per te,—disse,—non uscirò più di casa, imparerò
-anch'io a fabbricare dei meccanismi.
-
-—Ti pare? con quelle manine, non lo permetterò.
-
-—E che cosa farò della mia vita?
-
-—Non rinuncerai alle tue abitudini; vuol dire che sarò io il tuo
-cavaliere, andremo insieme dal pasticciere.
-
-—Come, tu lasceresti il tuo lavoro?
-
-—C'è tempo per tutto, ed ho capito che, quando si ha una moglie
-graziosa e carina come te, bisogna dedicarle un po' di tempo. Finora
-sono stato troppo egoista.
-
-—Caro il mio mago, il mio Cristoforo, quanto sei buono!—disse
-gettandogli le braccia al collo.—E pensare che non me n'ero mai
-accorta del genio che avevo per marito!... ci voleva proprio il
-gioiello rivelatore!...
-
-
-
-
-FOSFORESCENZE.
-
-
-I.
-
-In quella giornata afosa di luglio l'antico palazzo Grimani situato
-in una delle vie meno frequentate di Vicenza, pareva deserto e
-addormentato.
-
-Le finestre che davano sulla strada erano chiuse ermeticamente, l'erba
-cresceva tra i sassi nel vasto cortile, nel giardino abbandonato le
-piante piegavano i rami avvizziti e la fontana di marmo annerita dal
-tempo non mandava più un filo d'acqua, come se la sorgente fosse
-rimasta esausta per sempre.
-
-Soltanto quattro finestre al primo piano verso il giardino, aperte
-e riparate da tende color ruggine, mostravano che il palazzo non era
-del tutto disabitato. Difatti in una vasta sala, ridotta ad uso di
-laboratorio, il professore Giulio Grimani osservava attentamente un
-oggetto posto sotto alla lente di un microscopio.
-
-Accanto a lui una bella fanciulla, Marcella Montecchi, laureata in
-scienze naturali, era intenta a togliere con uno spillo i visceri di
-alcune mosche; li schiacciava fra due piccoli pezzi di vetro e li
-porgeva man mano da esaminare al professore.
-
-Una pace tranquilla regnava in quell'ambiente; intorno alle pareti
-alcuni ritratti d'uomini d'altri tempi risaltavano come bianchi
-spettri sopra un fondo cupo; se avessero potuto rivivere, si sarebbero
-meravigliati di vedere due grandi tavole piene di arnesi sconosciuti
-e la sala dove solevano ricevere principi e cavalieri, mutata in un
-laboratorio da alchimista, e sarebbero stati imbarazzati di spiegare a
-che cosa dovesse servire il lavoro della bella fanciulla che continuava
-a porgere al professore i vetri preparati per l'esame, movendosi
-lentamente, in quell'atmosfera calda e snervante.
-
-Quando il professore avea terminato di osservare un oggetto, scriveva
-alcune note sopra un quaderno e si rimetteva al lavoro in silenzio,
-immerso nei suoi pensieri.
-
-Pensava appunto quanto Marcella gli fosse stata utile dopo che era
-entrata nella sua vita, come assistente. Si rammentava, ch'egli non
-aveva veduto molto volontieri la donna introdursi nell'Università
-credendola un essere frivolo e poco adatto a seri studii, e sul
-principio anche con Marcella era stato severo come tutti i suoi
-colleghi, ma poi, essa avea studiato con tanto amore e con tanta
-intelligenza tutti quegli anni, s'era presentata agli esami un po'
-pallida e affaticata pel lungo lavoro, ma agguerrita, sicura di sè, con
-idee chiare e precise, con risposte pronte che mostravano il suo studio
-non esser stato superficiale, ma che avea approfondito ogni materia, e
-ne rimase tanto sorpreso, che per quanto i colleghi volessero essere
-ingiusti per impedire alla donna d'invadere le carriere riservate
-agli uomini, piegandosi all'evidenza spezzò una lancia a favore della
-nuova dottoressa e non solo fu approvata a pieni voti, ma avendogli il
-governo concesso di scegliere fra i laureati un assistente per i suoi
-lavori tanto utili alla scienza e all'umanità, aveva nominato Marcella,
-trovandola la più meritevole d'esser preferita.
-
-Ed ora sentiva che l'aiuto della fanciulla gli era necessario, ed essa
-era orgogliosa d'esser utile al suo professore e maestro, a quello che
-aveva sempre riguardato come un essere superiore; era persuasa di aver
-imparato assai più nei pochi mesi che frequentava il suo laboratorio,
-che in tutti gli anni passati all'Università e provava una stretta
-al cuore, pensando che fra pochi giorni il professore sarebbe andato
-lontano in cerca di nuovi materiali per i suoi esperimenti, ed essa,
-per trovare un posto d'insegnante o d'assistente, avrebbe dovuto
-lottare contro il pregiudizio di coloro che non vogliono incoraggiare
-la donna a dedicarsi ad occupazioni intellettuali fuori dell'ambiente
-domestico, oppure ritirarsi sulla montagna in una casetta lasciatale
-dalla madre, dove avrebbe trovato un vuoto intorno a sè, e priva delle
-lezioni del suo maestro la sua intelligenza si sarebbe arrugginita, e
-scoraggiata ed avvilita sarebbe stata molto infelice.
-
-Immersa in questi pensieri sentiva come un peso sul cuore, e in quel
-silenzio le uscì dal petto quasi suo malgrado un profondo sospiro.
-
-Il professore interruppe il lavoro e:
-
-—Siete stanca,—le chiese.
-
-Marcella fece cenno di no col capo.
-
-—Avete dunque pensieri tristi, alla vostra età?
-
-—Sì,—rispose,—penso che tutto finisce e dopo tanti mesi, un lavoro
-piacevole e tanto utile sarà interrotto per non essere forse ripreso
-mai più.
-
-—E perchè?—disse Grimani;—avete così tristi presagi? Ora bisogna
-terminare il nostro lavoro sulle mosche e provare come esse siano il
-veicolo di tutte le malattie infettive che travagliano l'umanità.
-
-—E poi vengono le vacanze e andrete lontano a raccogliere nuovi
-materiali per lo studio.
-
-—Senza di voi!—esclamò Grimani,—è impossibile; ho bisogno di aiuto,
-mi avete abituato male, non ho più pazienza per certe minuzie.
-
-Infatti Marcella era diventata il suo braccio destro, nessun assistente
-aveva saputo essergli tanto utile come quella fanciulla modesta e
-paziente, che una volta entrata nel suo laboratorio aveva preso per
-sè la parte più noiosa; lavoratrice infaticabile, lo seguiva nelle
-ricerche con ansietà, s'immedesimava del pensiero di lui, capiva a
-volo quello che desiderava, pronta a servirlo, a rendergli facili gli
-esperimenti provando, riprovando, quando non riuscivano subito. Egli
-sentiva che aveva bisogno di lei come dell'aria che respirava.
-
-Vi fu qualche minuto di silenzio. Marcella porgeva i vetrini al
-professore ed egli li osservava al microscopio macchinalmente, ma i
-loro pensieri erano lontani dal lavoro.
-
-Dopo qualche minuto di silenzio, Marcella disse:
-
-—E l'anno venturo avrà ancora bisogno di me?
-
-—Ma certo, sempre, non posso fare da solo, sono stanco, mi sento
-vecchio,—e sì dicendo si staccò dal microscopio e si lasciò cadere con
-abbandono sulla poltrona che stava dietro a lui.
-
-Marcella lo guardò coi suoi occhi sereni e penetranti, e non disse
-nulla.
-
-—Non so che cosa succeda in me,—riprese il professore,—ma mi sento
-nervoso, ho le idee confuse ed io che voglio trovare la ragione di
-tutte le cose, che pretendo d'indagare i misteri della natura, non
-capisco più me stesso e sono avvilito.
-
-—Lavora troppo,—disse Marcella,—questo caldo snerva. Ha bisogno di
-riposo.
-
-—Sì, sì, riposerò, dirò addio ai miei esperimenti, andrò lontano,
-ma non solo; partiremo assieme,—soggiunse il professore con accento
-risoluto.
-
-Marcella non disse nulla e alzò gli occhi increduli.
-
-—Che c'è di male?—riprese il professore,—è una cosa tanto
-straordinaria viaggiare col proprio assistente?
-
-—Non sarebbe una cosa nuova, ma è impossibile,—disse Marcella.—Fuori
-del laboratorio, non sono che una donna, bersaglio alle chiacchiere ed
-ai pregiudizii del mondo.
-
-—Il mondo, il mondo,—borbottò Grimani,—c'è un modo di accomodare
-ogni cosa,—disse battendo le mani come se avesse fatto una scoperta
-interessante,—sposiamoci.
-
-Marcella gli diede un'occhiata, si fece rossa in volto e non rispose.
-
-—Non è una cosa possibile?—riprese il professore,—sono forse troppo
-vecchio?
-
-La fanciulla lo guardò bene in faccia, poi disse corrucciata:
-
-—È un brutto scherzo; vi burlate di me.
-
-—Parlo sul serio,—soggiunse con forza il professore,—sapete; non
-so far tanti preamboli, e parlo come penso, francamente. Finora non
-mi sono occupato che della scienza, temevo che una donna nella mia
-vita potesse distrarmi dallo studio, ma con voi è differente, anzi è
-tutto l'opposto, io ho bisogno del vostro aiuto, noi ci completiamo e
-non possiamo viver lontani. Qualche minuto fa, quando si parlava di
-separarci, ho sentito quanto voi mi siete necessaria, ed ho osato dirvi
-il mio pensiero. Perchè imporsi una sofferenza, un sacrificio, quando
-è così facile trovare il rimedio?
-
-Grimani fece tutto questo discorso senza guardare in faccia Marcella,
-la quale se ne stava confusa tremante senza fiato e senza parole per
-rispondere.
-
-Il professore soggiunse guardandola timidamente:
-
-—È una proposta assurda che vi ho fatta; sono pazzo, non è vero,
-pensare a certe cose alla mia età? Se è così, non parliamone più.
-
-—È che sono sorpresa, confusa,—disse la fanciulla con un filo di
-voce.—Io che v'ho riguardato sempre come mio maestro tanto superiore
-a me e a tutti, che ho vissuto tutto questo tempo in ammirazione del
-vostro ingegno, mi par di sognare, ma sarebbe vero? Come avete potuto
-fissare la vostra attenzione sopra di me, povera fanciulla, microbo
-invisibile? Sarebbe una fortuna insperata; non può essere.
-
-—Siete troppo modesta, mia cara; venite qui vicino a me e ragioniamo;
-prima di tutto non disprezzate i microbi che sono il soggetto dei
-nostri studii e che per tanti mesi furono l'argomento dei nostri
-discorsi, ma guardatemi in faccia, non sono troppo vecchio per pensare
-a certe cose?
-
-—Vecchio! non me ne sono mai accorta!
-
-—Ho trentotto anni.
-
-Marcella diede in una sonora risata e disse:
-
-—Un uomo a trentott'anni è molto giovane.
-
-—E non ti troverai a disagio con un professore che vive coi suoi libri
-e il microscopio?
-
-—E questa non è pure la mia vita?—disse Marcella,—ma sarebbe troppa
-felicità, non ne sono degna.
-
-E chinò il capo confusa.
-
-Il professore la trasse vicino a sè come per proteggerla e soggiunse:
-
-—Io non so dire tutte quelle cose che piacciono alle donne, non ho
-avuto tempo d'impararle, ma sento che il tuo aiuto mi è necessario e
-procurerò di farti felice.
-
-Marcella a quelle parole si sentì commuovere e quando potè parlare
-disse come in quei giorni era stata tanto infelice, perchè pensava
-ch'egli sarebbe andato lontano, e in mezzo ai trionfi si sarebbe
-dimenticato di lei, ed ora il mondo le pareva mutato, si sentiva rapita
-come in un bel sogno e temeva di destarsi.
-
-Ma la voce di Grimani la rassicurava parlandole sommesso come se fosse
-stato in chiesa, le diceva che bisognava far presto, egli non voleva
-far la commedia del fidanzato, gli pareva ridicola, tutto dovea esser
-semplice, naturale come la loro vita.
-
-Ed essa si cullava al suono di quella voce, che le andava diritta
-al cuore, e nel tepore di quel pomeriggio di luglio, nella sala
-silenziosa, le pareva di sentire un languore delizioso come se fosse
-trasportata su su in cielo da una schiera di angeli. Avrebbe voluto
-che quella giornata non avesse più fine, ma la terra segue imperterrita
-il suo cammino, non curando il desiderio dei suoi abitanti e già il
-sole sembrava spegnersi dietro le colline e l'ombra invadeva ogni cosa.
-
-Marcella si riscosse, si alzò e disse:
-
-—È tardi, bisogna andare, mia cugina m'aspetta, domani verrò più
-presto.
-
-Il professore non voleva lasciare la mano che teneva imprigionata nella
-sua.
-
-—Dunque sì?—le disse.
-
-Essa alzò gli occhi, chinò il capo arrossendo, e fuggì via lasciando il
-professore che la seguì collo sguardo, contento d'essersi tolto il peso
-che l'opprimeva da tanti giorni e assicuratasi la compagnia di quella
-fanciulla che era divenuta necessaria alla sua esistenza.
-
-
-II.
-
-Giulio e Marcella sono sempre nella grande sala intenti al lavoro,
-nulla è mutato intorno ad essi, ma non sembrano più quelli di prima.
-
-Il professore pare ringiovanito, si muove in fretta, i suoi occhi
-mandano lampi attraverso le lenti degli occhiali, lavora, lavora per
-terminar presto e pensare poi al matrimonio.
-
-Marcella è più pronta ad apprestare i vetri e porgerli al compagno, ha
-i movimenti più rapidi, la faccia sorridente, e malgrado il caldo si
-sentono entrambi dominati dalla febbre del lavoro.
-
-In qualche momento di sosta, Grimani ha delle distrazioni, come non ha
-avuto mai, si sorprende ad osservare i capelli dorati che incorniciano
-la fronte di Marcella come un'aureola e li trova più interessanti
-dei microbi che attendono sotto le lenti del microscopio. Egli che
-non aveva mai pensato alla donna che come ad un animale grazioso ed
-inutile, confessa d'essersi ingannato e lo trova, invece, l'essere più
-bello della terra, che merita d'esser studiato, non solo nell'apparenza
-esteriore, ma nella parte più misteriosa del suo spirito; soltanto in
-quel momento capiva che esiste al mondo qualche cosa all'infuori dello
-studio e della scienza, capace di produrre delle sensazioni sconosciute
-e di dare all'organismo un senso di ebbrezza delizioso.
-
-Avrebbe voluto far qualche cosa per la fanciulla modesta e devota che
-viveva rinchiusa nel cupo laboratorio, lo aiutava nei lavori faticosi,
-ne prendeva per sè la parte più uggiosa, lasciando a lui tutta la
-gloria.
-
-Qualche momento, stanchi dall'intenso lavoro e dal caldo opprimente, si
-alzavano e tenendosi per mano andavano girando per le sale del palazzo.
-
-—Andiamo a vedere,—diceva il professore,—bisognerà ben riordinare la
-vecchia casa perchè sia degna d'accogliere la giovane sposa.
-
-Marcella rispondeva sorridendo.
-
-—Le vecchie case sono sacre, serbano l'impronta delle generazioni che
-ci hanno preceduto, e mi sembrano più ospitali. Ma noi abbiamo bisogni
-e gusti diversi dai nostri antenati,—diceva Grimani.
-
-Traversavano androni cupi dove si ripercuoteva l'eco dei loro passi,
-sale abbandonate, dalle vôlte delle quali pendevano le ragnatele, si
-soffermavano davanti alle pareti adorne di affreschi mezzo scrostati
-dal tempo che rivelavano qualche maestro del rinascimento.
-
-—Non vedi che disordine,—disse un giorno Giulio,—bisognerà ritoccar
-tutto.
-
-—Sarebbe una profanazione,—rispose Marcella,—e poi a che cosa
-servirebbero queste immense sale? si chiude tutto, il laboratorio sarà
-il nostro regno.
-
-Poi andarono nella parte più abitata della casa e Marcella destinò una
-grande camera con alcova per camera da letto, un'altra coi palchetti di
-legno scolpito per camera da pranzo e:
-
-—Qui,—disse entrando in un gabinetto pieno d'aria e di sole,—metterò
-i miei libri, i miei amici fedeli.
-
-—E il salotto da ricevere?—chiese il professore.
-
-Marcella si mise a ridere.
-
-Chi mai doveva ricevere? E poi non bastava il suo studiolo?
-
-Si rimettevano al lavoro, riposati da quella corsa attraverso la casa
-e ogni tanto l'interrompevano per parlare della loro vita passata.
-
-Il professore diceva che la sua aspirazione era sempre stata di
-scrutare i misteri della natura, aveva dovuto lottare col padre che
-desiderava si fosse dedicato all'industria come suo fratello Paolo, il
-quale si era arricchito e viveva a Milano con un figliuolo, unica sua
-consolazione dopo che era rimasto vedovo.
-
-—È stato tanto contento quando ha inteso del mio
-matrimonio,—disse.—Era il suo desiderio che venisse una giovane sposa
-a popolare la vecchia casa paterna.
-
-Marcella invece gli narrava le lotte per poter applicarsi agli studii
-pei quali tutte le donne avevano trovato tante ostilità, prima in
-famiglia e poi a scuola; e lei rimasta padrona di sè vi si era
-attaccata come ad un rifugio per non pensare alla sua vita triste e
-solitaria.
-
-—Guai se non avesse trovato un valido aiuto nel suo
-maestro,—soggiunse guardando il professore.
-
-Ogni tanto egli le chiedeva se non era pentita d'averlo accettato per
-compagno della vita.
-
-Ed essa gli diceva che era così felice che non poteva ancora credere a
-tanta fortuna.
-
-Era stato come un raggio di sole, nella sua vita, unirsi all'uomo che
-riguardava con tanta riverenza, al suo professore: come avrebbe voluto
-aiutarlo, come si sentiva di amarlo!
-
-Poi parlarono dell'avvenire: dovevano sposarsi tranquillamente, senza
-far rumore, e dar spettacolo agli indifferenti: prima sarebbero
-andati in qualche angolo tranquillo e solitario in mezzo alla natura
-selvaggia, poi in riva al mare dove la notte si vede illuminata da
-animali fosforescenti; dovevano nei primi tempi del loro matrimonio
-dare il bando agli insetti schifosi come le mosche e dedicarsi
-all'osservazione degli animali luminosi, doveva essere un periodo
-fosforescente anche nei loro studî.
-
-Ogni giorno si rassomigliava in quel periodo, ma erano tanto contenti,
-e l'ora del tramonto li sorprendeva sempre negli stessi lieti propositi
-per l'avvenire.
-
-
-III.
-
-Il matrimonio avvenne come avevano destinato: senza feste, senza
-inviti, accompagnati soltanto dalla folla degli indifferenti; andarono
-a nascondere la loro felicità in mezzo alla natura selvaggia, e il
-palazzo Grimani rimase chiuso e completamente disabitato.
-
-Vissero, per molti giorni, una vita di sogno. Il professore dimenticava
-le aspirazioni scientifiche, nella gioia di possedere quella fanciulla
-buona, intelligente e bella, colle guance rosee e gli occhi neri
-espressivi, ch'egli non si saziava mai di contemplare.
-
-Non avrebbe mai pensato di poter dimenticare i suoi studii prediletti
-per i begli occhi di una fanciulla, e n'era sorpreso.
-
-Marcella invece aveva paura della sua felicità, diceva di sentirsi
-tanto contenta, temeva che il cuore le scoppiasse per la gioia.
-
-—È troppo, è troppo!—esclamava;—temo di morirne.
-
-Abituati ad osservar tutto con intendimenti scientifici, si studiavano
-a vicenda, procuravano di scoprire il mistero che li aveva uniti quasi
-inconsapevolmente.
-
-—Peccato che non possiamo esaminare col microscopio quello che avviene
-nel misterioso laboratorio che è il cervello umano,—diceva Marcella.
-
-—È meglio così,—rispondeva il professore;—il mistero è quello che
-attrae e affascina, analizzare e conoscere i nostri sentimenti non ci
-renderebbe più lieti.
-
-—E se non si potesse continuare ad amarci così intensamente!
-L'avvenire mi spaventa,—diceva Marcella,—mi par di vivere in mezzo
-ad una luce abbagliante, che appunto perchè troppo radiosa, si possa
-spegnere da un momento all'altro.
-
-—Sta in noi di tenerla sempre accesa,—non pensiamo all'avvenire che
-è nelle mani del destino, come non dobbiamo curarci della gente che ci
-circonda.
-
-E così passavano quelle giornate indimenticabili sempre assieme facendo
-delle lunghe passeggiate, arrampicandosi sui monti, attraversando
-ghiacciai, rallegrandosi di ogni difficoltà vinta, d'ogni nuovo
-sentiero scoperto, correndo talvolta come scolaretti in vacanza sulle
-chine erbose dei monti, ridendo di loro stessi, non riconoscendosi
-in quella nuova vita giovanile che, repressa dalla serietà dei loro
-studii, scaturiva baldanzosa come limpida fonte alla quale sia stato
-tolto ogni impedimento.
-
-E si dilettavano in quella vita che avevano riguardata un tempo come
-frivola, dimenticando tutto, nel timore che dovesse un giorno o l'altro
-finire.
-
-—Eppure dovremo riprendere i nostri lavori,—disse un giorno il
-professore.
-
-—Peccato!—rispose Marcella.
-
-Ma intanto il tempo passava e non si risolvevano mai a rompere
-l'incanto di quelle giornate. Ci volle una bufera di neve a spingerli
-a lasciare le alte cime e ad avviarsi più giù in riva al mare.
-
-Andarono a Napoli e in Sicilia: la temperatura calda, la luce
-abbagliante del mare azzurro diede loro un nuovo godimento; di giorno
-ammiravano la instabile superficie delle onde, le vele candide, i
-bastimenti formidabili; la notte si lasciavano cullare in canotto
-sull'onde increspate, dove l'ombra era più profonda ed osservavano la
-fosforescenza del mare che pareva illuminato per far loro festa.
-
-Era una scìa luminosa che seguiva il solco del canotto, erano striscie
-che scendevano dai remi quali frangie d'oro o d'argento.
-
-Marcella che vedeva quello spettacolo per la prima volta, ne era
-entusiasta ed ogni sera voleva goderlo nuovamente senza esserne mai
-sazia.
-
-Una volta il remo andò ad urtare in una massa d'alghe marine e di pesci
-ed il mare divenne in un istante tanto infocato come se il sole si
-fosse immerso nelle onde tenebrose.
-
-Marcella era in estasi; e il professore disse non esser vero che
-regni l'oscurità in fondo al mare, chè mille animali pieni di luce
-lo irradiano e molte sostanze fosforescenti lo inondano di raggi e
-scintille.
-
-Egli che da tanto tempo desiderava studiare la fosforescenza del mare,
-da quelle passeggiate ne riportò come una suggestione e sentì sorgere
-nel suo spirito una volontà irresistibile di rimettersi al lavoro.
-
-Ecco perchè una sera portarono all'albergo una bottiglia riempita di
-quell'acqua luminosa, e quando furono nella loro camera, tolsero dalla
-valigia il microscopio che aveva riposato sempre durante il viaggio,
-Marcella preparò i vetri con gocce d'acqua marina, e subito si misero
-ad osservare prima l'uno e poi l'altra lo spettacolo nuovo.
-
-Scrutarono attentamente attraverso le lenti, poi si guardarono in
-faccia sorpresi.
-
-Era possibile che tutto quello splendore venisse da animali in
-putrefazione?
-
-Eppure era evidente, il professore lo sapeva, altri avevano studiato
-quel fenomeno prima di lui, ma egli voleva liberare quei microbi dai
-fermenti che li producevano e poi studiare la luminosità degli esseri
-che guizzano nelle acque del mare.
-
-Ma in quella stanza ingombra erano troppo a disagio; bisognava
-decidersi a partire. Tutto a un tratto erasi ridestato in loro il
-desiderio di rimettersi al lavoro, e subito si diedero a preparare i
-materiali di studio; ordinarono venissero loro spedite ceste piene
-di pesci e molluschi, acquarii per poter avere vivi una varietà di
-animali luminosi, raccomandò che li pescassero la notte per scegliere
-i più risplendenti, e fecero le valigie allegramente pensando alla
-ripresa dei loro esperimenti e alla gioia di esaminare quelli esseri
-illuminanti i profondi abissi del mare: così avrebbero potuto rivivere
-a casa loro quelle gite notturne, quelle giornate incantevoli.
-
-
-IV.
-
-Il palazzo Grimani era in festa; dalle finestre aperte il sole entrava
-a rianimare i mobili antichi, e le vecchie cose sbiadite parevano
-rivivere alla nuova luce.
-
-Nel giardino, invece dei rami aggrovigliati, dell'erbe invadenti, i
-cespugli fioriti sorridevano ai sentieri serpeggianti fra le macchie
-erbose e dalla fontana scendeva un fresco zampillo che gorgogliava
-nella coppa di marmo.
-
-Dalla porta spalancata entrarono gli sposi anch'essi ringiovaniti dalla
-nuova vita e contenti d'aver quasi raggiunto la felicità.
-
-Il primo pensiero di Giulio Grimani fu di dar sesto al suo laboratorio,
-perchè dopo tanti mesi di riposo era impaziente di rimettersi al
-lavoro, al quale voleva dedicarsi con maggior lena per aprir nuovi
-orizzonti alla scienza.
-
-Marcella invece era preoccupata da altri pensieri, non aveva più per la
-scienza l'attrazione d'un tempo, si sentiva mutata e pensava che fra
-pochi mesi un nuovo ospite sarebbe venuto a rallegrare la vecchia casa,
-e voleva prepararsi a riceverlo degnamente.
-
-Pensava che non avrebbe potuto più dare tutto il suo tempo agli studii
-del marito, e ciò la rendeva un po' triste.
-
-Il professore se ne accorse e le chiese:
-
-—Non sei contenta della tua casa, ti dispiace ch'io l'abbia fatta un
-po' ripulire?
-
-—Non è questo che mi dà pena, ma temo che non potrò più aiutarti come
-prima nei tuoi lavori, e tu che m'hai sposato per questo scopo che cosa
-penserai di me?
-
-—Non temere, ti ho ingannato e volevo ingannare me stesso, ma ti ho
-sposato perchè non potevo vivere senza averti vicina; eri il mio raggio
-di sole, la mia gioia, e accetterò il tuo aiuto come un dono, ma se non
-puoi, farò da me solo.
-
-—Quanto sei buono!—disse Marcella,—come tutto è mutato: poco tempo
-fa mi davi soggezione, un tuo sguardo mi faceva tremare, ed ora provo
-per te soltanto amore e riconoscenza, ma ti aiuterò, sai, non come
-prima perchè avrò altre occupazioni; non ti dico di più, è un mio
-segreto.
-
-E il segreto fu subito svelato quando si vide capitare in casa tanti
-oggetti minuscoli, della tela candida e sottile, e finalmente una
-piccola culla, che Marcella voleva adornare per il loro bimbo. Mentre
-Giulio preparava i materiali per i suoi studii, essa tagliava la tela
-e colle sue mani cuciva piccoli indumenti che parevano fatti per la
-bambola.
-
-Il professore si meravigliava di vederla coll'ago in mano intenta a
-lavori donneschi.
-
-—C'era bisogno di studiare all'Università per far dei lavori che tutte
-le donne possono fare?—le diceva.
-
-—Sono per il mio bimbo, e voglio farli io stessa, sarei gelosa che
-se ne incaricasse un'altra donna, ma non temere, ti aiuterò e questo
-lavoro mi terrà compagnia quando andrai a Padova a fare le tue lezioni.
-
-E così Marcella passò l'inverno alternando i lavori d'ago agli studii
-sulla fosforescenza ed era un po' spoetizzata nel vedere che spesso
-l'origine delle onde luminose, che avevano reso sfolgoreggianti le
-notti del loro viaggio, non erano altro che residui in putrefazione: un
-tal pensiero quasi la disgustava.
-
-Ma ad interrompere le ricerche scientifiche venne un personaggio
-importante, che fu un vero raggio di sole per Marcella, a riempire
-di grida la vecchia casa. Lo chiamarono Aurelio per dargli un nome
-luminoso come gli studii prediletti in quel tempo dal professore.
-
-Marcella volle nutrire il piccolo Aurelio col proprio latte, e nel
-laboratorio si vide uno spettacolo nuovo; una piccola culla di vimini,
-imbottita di penne soffici come un nido in mezzo alla grande tavola,
-fra le fiale di vetro, i liquidi coloranti e le culture di microbi.
-
-E Marcella su e giù sempre in moto, ora occupandosi del marito, ora del
-bimbo, si faceva in due per non perder tempo e badare a tutto.
-
-Le rincresceva che il marito si curasse poco del bambino, e lo chiamava
-un padre snaturato; ma egli non aveva tempo di andare in estasi per un
-essere che non capiva nulla e non faceva che miagolare come un gattino.
-
-Il fatto sta ch'era sulla via d'una nuova scoperta e non voleva
-distogliere l'attenzione dalle sue esperienze.
-
-Ne parlava colla moglie spiegandole le sue speranze, ma essa lo
-ascoltava distrattamente, pensando che un sorriso del suo bimbo valeva
-più di tutte le scoperte del mondo intero.
-
-Il giorno che l'udì balbettare la prima parola, non potè trattenere la
-gioia e corse a comunicare la grande notizia al marito; ma lui aveva
-altro da fare che occuparsi di Aurelio; appunto in quel giorno, aveva
-ottenuto un risultato insperato, l'ipotesi s'era mutata in certezza, la
-luminosità d'alcuni animali altro non era che una schiera di microbi
-fosforescenti che avevano preso dimora nel loro fisico; ed egli volea
-studiarli, per aggiunger nuove conquiste alla scienza.
-
-—Pensa,—disse alla moglie nel suo entusiasmo,—pensa alla gioia di
-poter illuminare il corpo umano e renderlo trasparente; nulla allora
-sfuggirà all'occhio attento dello scienziato, e finalmente la medicina
-sarà una scienza esatta, perchè si potrà vedere come agisca la macchina
-interna ed ogni piccolo guasto ci sarà rivelato con precisione.
-
-—Ma quando le malattie saranno chiare come la luce del sole, potranno
-essere guarite?—chiese Marcella.
-
-—Certo sarà un passo verso la guarigione,—rispose il professore;—ma
-questo non m'interessa; ho già un bel lavoro davanti a me, per
-accertarmi che i microbi che vivono e risplendono nei miei animali
-acquatici, potranno vivere e propagarsi in animali d'indole diversa;
-sicchè ora ci metteremo all'opera e spero che il signor Aurelio, che
-incomincia a parlare, ci lascerà lavorare in pace.
-
-Legare il proprio nome ad una scoperta benefica era un miraggio troppo
-bello, e senza trascurare Aurelio, che o dormiva tranquillo nella
-culla, o seduto sopra un tappeto in mezzo ad una quantità di balocchi
-non disturbava, Marcella preparava i vetrini, ripuliva gli arnesi,
-faceva annotazioni come nei tempi in cui era la migliore allieva del
-professore.
-
-Nel laboratorio c'era sempre una quantità d'innocenti animaletti che
-servivano agli esperimenti e divertivano molto il piccolo Aurelio,
-che andava loro vicino, li accarezzava colle manine, e quando riusciva
-a tener tra le braccia un piccolo coniglio o un agnellino era tutto
-contento.
-
-Quelle povere bestioline in quel tempo non vivevano che di microbi
-luminosi.
-
-Il professore voleva renderli trasparenti e vedere in quali animali
-i microbi inoculati si propagavano con facilità e l'effetto che ne
-risultava.
-
-Gli animali dal lungo pelo non erano molto suscettibili ad essere
-illuminati; nell'oscurità davano appena una leggera fosforescenza
-e solo gli occhi ne apparivano lucenti, ma quando il professore
-incominciò ad inoculare i microbi luminosi ai ranocchi che popolavano
-la vasca del giardino, solo allora potè rallegrarsi dell'esito sicuro
-della sua opera.
-
-Di notte era una vera fantasmagoria; sotto la pelle sottile si vedeva
-trascorrere un sangue luminoso ed i ranocchi illuminati che saltavano
-parevano animali fantastici, immaginati da qualche scrittore di
-racconti inverosimili.
-
-E quello che maggiormente sorprendeva era che i ranocchi diventavano
-ogni sera più luminosi e più irrequieti, e a poco a poco la luce era
-divenuta tanto intensa da potervi leggere come in mezzo a una corona di
-fiammelle elettriche.
-
-Per molte sere quegli animali luminosi servirono di spettacolo in casa
-Grimani, il professore n'era contento e orgoglioso come d'un trionfo, e
-Marcella meravigliata riguardava il marito con crescente ammirazione.
-
-
-V.
-
-Era sulla fine dell'anno scolastico, quando il professore Grimani
-invitò alcuni colleghi ed amici a passare una giornata a casa sua, dove
-aveva preparato loro una sorpresa.
-
-Accettarono con piacere, certi di passare una giornata lieta in casa
-Grimani, dove c'era sempre un buon pranzo, e potevano chiacchierare
-colla signora Marcella delle più ardue questioni scientifiche,
-trattandola da collega, e ciò la rendeva orgogliosa.
-
-Qualche volta essa si divertiva a far dello spirito sopra se stessa.
-
-—Che antipatiche le donne sapienti!—diceva.
-
-—Non è vero,—rispondevano quei signori, ai quali la scienza non aveva
-fatto dimenticare la cavalleria,—anzi, la scienza passata attraverso
-un cervello femminile riesce più amabile.
-
-In ogni modo essa sapeva far molto bene gli onori di casa; si occupava
-di tutto e di tutti, e procurava di disporre ogni cosa con tanta arte
-che non soffrivano un minuto di noia.
-
-Quel giorno la riunione in casa Grimani fu più interessante del solito.
-La sala da pranzo arredata severamente in stile antico, con mobili
-autentici di legno intagliato e le pareti ricoperte di damasco rosso,
-era rallegrata da ceste di fiori, e la tavola risaltava colla tovaglia
-candida e le stoviglie terse e lucenti.
-
-Erano lieti di vedersi circondati da una schiera di persone elette dai
-nomi conosciuti e stimati in tutto il mondo, che parlavano allegramente
-come se volessero dimenticare gli studi severi e darsi un po' di
-bel tempo, scambiandosi semplicemente le loro idee in quell'ambiente
-simpatico, intorno alla tavola bene imbandita, dove non mancavano
-nemmeno i vini generosi a metterli di buon umore.
-
-Terminato il pranzo, scesero in giardino a prendere il caffè in un
-piccolo chiosco coperto di glicine, onicere, clematis ed altre piante
-profumate, e quando scesero le ombre della notte ed il giardino si fece
-buio, Grimani diede il segnale di alzarsi e condusse gli amici in un
-grande ambiente al pianterreno, che non si sarebbe potuto dire se fosse
-una vasta grotta, una cantina, o una stalla, ma aveva l'aspetto d'una
-cosa e dell'altra.
-
-Era l'abitazione degli animali che servivano alle esperienze del
-professore: intorno alle pareti v'erano nicchie chiuse da cancelli di
-ferro, da un lato uno zampillo scendeva in una gran vasca che serviva
-per i pesci e gli animali acquatici e nello stesso tempo per abbeverare
-gli altri.
-
-Prima di entrare il professore narrò i suoi studi sulla fosforescenza.
-
-—Ma quello che ora vi mostrerò,—soggiunse,—è il frutto dei miei
-ultimi esperimenti, ho scoperto in alcuni animali acquatici un microbo
-luminoso che, date certe condizioni, si propaga e vive nel corpo di
-animali di specie diversa, e li rende luminosi e trasparenti; ora
-potrete vederne l'effetto coi vostri occhi.
-
-Sì dicendo aperse la porta della vasta stanza, e apparve loro come una
-visione fantastica.
-
-Tutt'intorno alle pareti e sulla vôlta c'erano bagliori indefiniti che
-mandavano raggi di tinte diverse: era quasi una danza di fiammelle che
-apparivano e scomparivano ad un tratto come fuochi fatui, poi strisce
-luminose, azzurre, rosse, infocate, che rammentavano albe e tramonti
-meravigliosi.
-
-Al primo momento tutti quei scienziati e professori rimasero attoniti.
-
-—Siamo nel regno delle fate, o vuoi farci assistere ad un racconto
-delle _Mille ed una notte_?—disse il professor Calvi.
-
-—Siete semplicemente nel laboratorio sperimentale d'un insegnante
-che cerca di scoprire il meccanismo della vita e, qualche volta,
-ci riesce perchè ha un'assistente impareggiabile,—disse Grimani,
-guardando sorridente Marcella, poi soggiunse:—Ora venite con me, che
-è tempo vi presenti alla spicciolata i miei personaggi principali,—e,
-fatti entrare gli amici in una stanza accanto e sedere intorno ad una
-tavola, vi pose sopra alcuni ranocchi luminosi.—Ecco l'animale che
-pare destinato a servire la scienza meglio di qualunque altro; ha
-incominciato ad essere il collaboratore del grande Galvani, ed ora
-continua il suo cammino glorioso; nessun animale inoculato coi miei
-microbi, mi ha dato risultati migliori.
-
-Infatti la pelle sottile di quelle rane irradiava una luce così
-intensa come se dentro ci fosse una fiammella elettrica, e osservando
-attentamente, si poteva distinguere tutti i movimenti interni del
-piccolo animale, i battiti del cuore, il sangue trascorrere nelle vene
-e il nutrimento attraverso il corpo, e quando l'animale era stuzzicato
-o tormentato, mandava raggi più vibrati, e tutti quei professori si
-strappavano di mano quelle piccole bestie per osservarle, come i
-fanciulli fanno coi balocchi.
-
-Grimani mostrò poi delle cavie, dei conigli che non mandavano una luce
-intensa, ma una pallida fosforescenza, e soltanto negli occhi avevano
-due lucenti scintille; piacque molto un porcellino da latte che dava
-una luce rosea, e finalmente il professore versò e dispose sulla tavola
-una sostanza simile a un fiume d'oro e d'argento: sembravano raggi
-usciti dal sole e dalla luna che illuminassero la piccola stanza e le
-persone con riflessi insoliti e abbaglianti.
-
-Il professore spiegò che tutto quel bagliore era effetto della
-putrefazione di alcuni animali ch'egli si era divertito ad ottenere in
-grande quantità, e mostrò come nei profondi abissi del mare, la vita,
-la morte e la dissoluzione si congiungano assieme per renderli luminosi.
-
-I colleghi si congratularono con Grimani degli esperimenti, e, risaliti
-in casa, pensavano alle applicazioni utili di quella scoperta.
-
-—Bisogna tentare sull'uomo,—disse Grimani,—e rendere il corpo
-luminoso senza bisogno di raggi X e di altri sistemi incompleti, e
-leggervi come in un libro aperto.
-
-E regalò ai colleghi dei tubetti con culture di microbi luminosi perchè
-li facessero sperimentare nelle cliniche, mentre egli s'ingegnava
-di fare altrettanto, ed aveva fede che da tanti bagliori, potesse
-risultare un po' di luce a beneficio dell'umanità sofferente.
-
-
-VI.
-
-Tutti i giornali parlavano della scoperta del professore Grimani,
-traendone lieti pronostici.
-
-Egli era contento del modo con cui era stata accolta e dai colleghi
-e dal pubblico, e s'aspettava ben altro effetto che non fosse quello
-d'una semplice curiosità.
-
-Aveva già fatto esperimenti sui malati negli ospedali, ma sul principio
-con pochi risultati pratici. Lo scheletro impediva la trasparenza, e
-soltanto nell'addome e nello stomaco, s'era ottenuto qualche effetto,
-ma poi per poter conoscere bene il funzionamento dell'organismo,
-bisognava far prove nelle persone sane, e nessuno voleva sottomettersi
-ad esperimenti di quel genere.
-
-Grimani non si perdeva di coraggio: riuscire nella sua impresa era
-addirittura per lui una specie di fissazione; le difficoltà, invece di
-scoraggiarlo, gli davano un nuovo ardire; non solo voleva riuscire a
-leggere nel corpo umano, ma bensì a scoprire i movimenti del cervello.
-
-L'ostacolo era la calotta cranica che avrebbe impedito il passaggio
-della luce, ma nella prima età non è del tutto rinchiusa, ed egli pensò
-che aveva il mezzo di continuare i suoi studi senza uscire dalla sua
-casa; non aveva il suo bambino? Non era suo figlio? Non era padrone
-di servirsene per i suoi esperimenti, non recandogli alcun danno? e
-l'avrebbe subito tentato se non avesse temuto di dispiacere a Marcella
-che non voleva si toccasse il suo figliuolo.
-
-Una volta entrata quell'idea nel suo cervello, non ebbe più pace, amava
-la scienza più di tutto, e a questa doveva sacrificare tutto.
-
-Incominciò allora una serie di sotterfugi per far le cose in modo che
-Marcella non avesse alcun sospetto; mostrò di occuparsi di più del
-suo bambino, lo teneva in braccio spesso e lo faceva giocherellare,
-interessandosi a' suoi progressi, tanto che Marcella ne era sorpresa,
-ma nello stesso tempo contenta che il marito si compiacesse delle
-grazie del figliuolo.
-
-Per molto tempo si contentò di servirsene di trastullo, ma un giorno
-che Marcella era fuori di casa, si decise al gran passo e inoculò nelle
-vene del figlio i microbi luminosi.
-
-Non fu senza inquietudine, a dire il vero; ad ogni grido del fanciullo,
-tremava che si sentisse male; la notte si alzava per andare ad
-osservarlo, al punto che la moglie gli diceva che se prima non si
-occupava di Aurelio, ora poi esagerava, e temeva in cuor suo che il
-troppo lavoro gli avesse prodotto un po' di squilibrio nel cervello.
-
-Intanto Aurelio mangiava e saltava, ed era allegro; il professore
-continuava ad inoculargli segretamente i microbi e a metterglieli nel
-latte che doveva servirgli di nutrimento; secondo i suoi calcoli, fra
-poco tempo dovevano produrre il loro effetto, e non cessava intanto di
-osservarlo.
-
-Una sera Marcella entrò per caso al buio in camera d'Aurelio, e fu
-colpita nel vedere un'aureola luminosa che aveva intorno al capo e lo
-faceva apparire come il bambino Gesù e gli angeli dipinti nelle chiese.
-
-Provò un'emozione come se il suo bimbo fosse morto e non aveva coraggio
-di avvicinarsi al letto; poi si fece innanzi, si consolò sentendo
-uscire dalla bocca infantile un respiro leggero come un soffio,
-s'accorse del punto donde usciva la luce, e la verità le balenò subito
-alla mente.
-
-Suo marito aveva osato servirsi del figliuolo pei suoi esperimenti?
-Non aveva dunque viscere di padre? E lo aveva fatto di nascosto, senza
-dirle nulla come se si trattasse d'un delitto? Sapeva dunque ch'essa
-non avrebbe mai permesso una simile profanazione. Era troppo! Il suo
-amore di madre si ribellava al fatto atroce, e un'irritazione le saliva
-dal cuore al cervello che la faceva tremare dal dispetto.
-
-Non sapeva che cosa avrebbe fatto, ma sapeva certo che non avrebbe più
-lasciato il suo Aurelio vicino al padre, e tutto ad un tratto si sentì
-sorgere nel cuore un fiero odio alla scienza che rendeva gli uomini
-insensibili agli affetti più santi.
-
-Senza por tempo in mezzo, avvolse il bimbo in una coperta, lo prese
-in braccio, e senza dir nulla a nessuno, uscì dal palazzo Grimani e
-si recò per quella notte dalla cugina, calcolando di partire all'alba
-per la montagna, dove avrebbe trovato un rifugio tranquillo nella sua
-casetta.
-
-Quando il professore, ignorando quello che era avvenuto, entrò nella
-cameretta di Aurelio e la trovò deserta e seppe che la moglie era
-partita senza salutarlo e senza dir nulla a nessuno, credette che la
-sua vecchia casa fosse crollata e la sua felicità fosse sparita per
-sempre.
-
-Scrisse una lettera alla moglie per iscusarsi, disse che era sicuro
-di non aver recato alcun danno al figliuolo che amava più di ogni cosa
-al mondo, si sentiva, è vero, colpevole di non averle detto nulla, ma
-n'era pentito amaramente.
-
-Marcella fu inesorabile, non rispose; il marito l'aveva ingannata e non
-poteva più credere alle sue parole, il suo amore di madre era troppo
-offeso e non sapeva darsi pace.
-
-
-VII.
-
-Marcella era contenta di essere in mezzo ai monti, sola col suo bimbo,
-di poter passeggiare nei boschi, correre, giuocare, lontana da ogni
-pericolo; lo vedeva rifiorire in quella vita libera, a quell'aria
-salubre e imbalsamata, e non si pentiva della decisione presa.
-
-Dopo qualche giorno si era calmata la sua paura, e nella solitudine
-e nel silenzio della notte ridestandosi la curiosità scientifica,
-osservava la testolina luminosa del figlio e si sorprendeva notando
-i movimenti del cervello, che mandava spesso scintille più o meno
-luminose, secondo le imagini che si succedevano e le impressioni che ne
-riceveva.
-
-Aurelio cresceva come un fiore rigoglioso, e pareva che i microbi
-inoculati nel suo organismo gli avessero dato maggior vigore, al punto
-che Marcella era quasi pentita della decisione presa, ed incominciava
-a pensare al marito con vera indulgenza.
-
-Essa non sapeva come egli fosse rimasto affranto dal dolore, vedendosi
-abbandonato dalla moglie che adorava: non sapeva che s'era ammalato
-gravemente al punto da dover chiamare presso di sè il fratello e il
-nipote, nel timore di non poter sopravvivere, e non volendo dar sue
-notizie a lei, che era stata tanto crudele da abbandonarlo.
-
-—Se io muoio, sarà il suo castigo,—aveva detto al fratello, parlando
-di Marcella,—e ne avrà rimorso per tutta la vita.
-
-E il fratello Paolo fu un vero consolatore per lui, e il nipote,
-mostrando molto interesse per la sua scoperta, pareva gli ridonasse la
-salute.
-
-—Era forse un delitto fare sul proprio figlio un esperimento
-innocente?—chiedeva il professore.
-
-—Anzi, tutt'altro; io sarei glorioso,—rispondeva il nipote,—di poter
-esserti utile.
-
-—Davvero? e ti presteresti ad un esperimento?
-
-—Se credi, caro zio, mi metto subito a tua disposizione.
-
-—Bada che sono capace di prenderti in parola,—disse lo zio, e
-rivoltosi al fratello chiese:—E tu permetteresti?
-
-—E perchè no?—rispose Paolo,—mi fido di te interamente.
-
-Il professore era contento; ciò avrebbe servito d'esempio anche
-alla moglie, se il fratello gli affidava il suo unico figlio, e poi
-poter studiare l'effetto dei microbi in una persona sana, era quello
-che desiderava da tanto tempo, e sarebbe stato un diversivo ai suoi
-dispiaceri.
-
-Così, mentre Paolo scriveva alla cognata per persuaderla al ritorno,
-dicendole d'aver trovato Giulio molto ammalato ed avvilito, raccontava
-ch'egli aveva permesso a suo figlio, la sola persona che lo tenesse
-attaccato alla terra, di servire agli esperimenti del fratello, e che
-questi si effettuavano ogni giorno, ed Enrico si lasciava inoculare i
-microbi fosforescenti, ne ingoiava nel cibo, sorridendo e scherzando,
-contento di servire così alla scienza. Del resto, diceva che i microbi
-gli facevano bene alla salute, perchè dopo averne fatta la conoscenza,
-si sentiva aumentato l'appetito e avea il sonno più tranquillo.
-
-Ogni sera, quando i lumi erano spenti, Enrico si guardava nello
-specchio per vedere se il suo corpo incominciasse a dar segni di
-fosforescenza. Dopo qualche giorno, forse per effetto d'immaginazione,
-gli parve già di risplendere nell'oscurità, e lo disse allo zio, il
-quale era certo che la sua cultura di microbi era d'esito sicuro, però
-voleva aspettare ad esaminarlo che il corpo avesse ottenuto la massima
-trasparenza, intanto si compiaceva di vederlo di buon umore ed in
-perfetto stato di salute.
-
-—Possibile—diceva—che i miei microbi possano servire di farmaco? Non
-ti ho mai visto così florido!
-
-—Non fanno male di sicuro, mi sento bene e pieno di forza.
-
-Una sera però il professore, esaminando bene il corpo del nipote, si
-mostrò invece cupo e non ebbe più voglia di scherzare.
-
-—Perchè fai quella faccia scura,—disse Enrico,—hai forse scoperto
-nel mio corpo qualche principio di terribile morbo?
-
-—C'è qualche cosa che non so spiegarmi, vedremo meglio
-domani,—rispose il professore, ma rimase tutto il giorno svogliato e
-silenzioso.
-
-Pareva che un nuovo dolore fosse piombato sul vecchio palazzo.
-
-Paolo aveva un cattivo presentimento e non osava chieder nulla.
-Soltanto Enrico era calmo e sereno, si sentiva bene e non voleva
-inquietudini.
-
-In seguito ad altri esami, quando il corpo del nipote, sotto l'azione
-dei microbi s'era fatto più luminoso, il professore non ebbe più
-dubbio, e fu convinto che un punto nero scoperto all'apice d'un
-polmone, era un principio d'una malattia che avrebbe potuto distruggere
-un'esistenza così preziosa, ma non si sentiva il coraggio di darne al
-fratello la notizia, pur riconoscendone il dovere.
-
-Una sera che Enrico era andato a leggere nello studio di Marcella e i
-due fratelli s'erano indugiati in sala da pranzo a sorseggiare il caffè
-ed a fumare un sigaro, Paolo ruppe il silenzio e disse al professore:
-
-—Ti prego di dirmi la verità, hai scoperto nel corpo di Enrico qualche
-cosa che non va bene e vuoi nasconderla?
-
-—Veramente non sono sicuro di me stesso, la medicina è una scienza
-molto difficile, ed io la conosco in teoria e poco in pratica, e
-m'impressiono facilmente per cose da nulla.
-
-—Ma in nome del cielo, che cosa hai veduto?—chiese Paolo.
-
-—Semplicemente un punto nero, forse non è nulla, oppure basterà
-qualche cura semplice a farlo sparire. Ma vedi, ora sei diventato
-pallido ad un tratto, ti spaventi? Come sono pentito di quello che feci
-e d'aver parlato, ma sei stato tu a spingermi.
-
-E da quel giorno non ebbero più quiete, fecero visitare Enrico da
-medici e professori, e tutti trovarono il punto nero. Chi diceva una
-cosa, chi un'altra, forse era nulla, un ingorgo al polmone con un po'
-di congestione: chi suggeriva un rimedio, chi un altro, cose da far
-perdere la testa.
-
-Paolo non sapeva più che pensare, ma il dubbio gli era penetrato
-nell'animo e non poteva darsi pace.
-
-Il professore sentiva rimorso d'essere stato causa di quel dolore, e
-cupo, accigliato, non faceva più alcun esperimento e odiava i microbi,
-causa di tutti i suoi dispiaceri.
-
-—Come, non vuoi più inocularmi i tuoi microbi?—diceva Enrico.
-
-—Non ne voglio più sapere. Li odio, voglio gettarli nel pozzo.
-
-—Allora inquineranno l'acqua e diventeremo tutti trasparenti,—disse
-Enrico.—Mi rincrescerebbe, vorrei io solo aver questo privilegio.
-
-—Non l'avrà più nessuno,—disse Grimani.—A morte, a morte!
-
-Sì dicendo, fece una fiammata sul camino e vi gettò tutte le culture
-dei microbi.
-
-Fu un attimo; nè Paolo nè Enrico riuscirono a salvarne nemmeno un
-tubetto.
-
-—Sei pazzo?—gli disse Paolo—Dopo tante fatiche! te ne pentirai.
-
-—Non m'hanno recato che dolori. Ora è finita, sono morti per
-sempre,—disse il professore.
-
-Ma la sua voce tremava e chinò il capo per nascondere le lagrime che
-sentiva inumidirgli le ciglia.
-
-Sul capo di quei tre uomini seduti nel vasto laboratorio, pareva che
-sovrastasse un'immensa sventura; non osavano parlare, temendo di
-rattristarsi colle parole desolate, e non si sarebbe potuto dire quali
-avessero maggiormente un aspetto spettrale se i tre vivi o i ritratti
-degli avi che spiccavano sulle scure pareti.
-
-Ad un tratto un rumore di usci aperti e rinchiusi, un fruscìo di vesti
-femminili, e un suono di voce argentina, ruppe il cupo silenzio.
-Marcella si fermò sulla soglia, mentre Aurelio si precipitò colle
-manine aperte verso il professore.
-
-—Papà, papà!—gridò la voce infantile.
-
-Egli si scosse come da un sogno, e disse:
-
-—Tu qui, Marcella? È il cielo che ti manda.
-
-—Perdono,—disse la donna gettandosi nelle sue braccia,—ti ho dato
-un gran dolore, me ne avvedo dal tuo volto disfatto.
-
-Poi ringraziò il cognato e il nipote, venuti a confortare il marito
-ch'essa aveva abbandonato.
-
-—Ho fatto male,—soggiunse,—sono stata un'ingrata, ma lo sdegno è
-stato più forte di me.
-
-—Non ti so dar torto, non bisogna voler strappare i segreti alla
-natura: il cielo nol permette.
-
-—Perchè sei così scoraggiato? Mi fai pena, bisogna rimettersi al
-lavoro, anzi, guadagnare il tempo perduto. Aurelio sta bene, s'è fatto
-più robusto e intelligente, forse saranno stati i microbi.
-
-—Ora sono morti,—disse il professore,—non turberemo più la loro pace.
-
-—Come?—esclamò Marcella con uno sguardo interrogativo.
-
-—Distrutti,—disse Paolo.
-
-—E tu hai fatto questo?—chiese rivolta al marito.—Non ci sarà mai
-possibile rinunciare a studii così interessanti, ritorneremo da capo.
-
-Il professore crollava il capo come per dire che tutto era finito.
-
-—Pare che abbiano rivelato una grave malattia nel mio
-organismo,—disse Enrico.—Ecco il loro delitto.
-
-—Una malattia? Non può essere, con quell'aspetto; ma so certo che non
-si può osservare con calma quelli che si amano. Se sapeste quanti mali,
-lassù nella solitudine della montagna, ho veduto sorgere e tramontare
-nel corpo del mio bambino quando era sotto l'influenza dei microbi!
-Ora son passati e sta bene; nella solitudine della vita campestre, i
-miei nervi si sono calmati e la verità è apparsa intera al mio spirito.
-Ho capito che è una scoperta che non solo ci mostrerà le malattie, ma
-forse potrà aiutarci anche a curarle.
-
-Poi volle esaminare il nipote affermando che coll'esercizio continuato
-nell'osservare il piccino, la sua vista s'era fatta più acuta: lo
-condusse in una camera oscura e ne esaminò il petto.
-
-—Che cosa hai veduto?—chiese al marito.
-
-—Un punto nero.
-
-—Hai dato corpo alle ombre, è proprio così, quel punto nero è
-un'ombra, non vedi? Mano mano che Enrico si muove, esso si sposta,
-eccone la prova più convincente.
-
-—E gli altri?—chiese il professore.
-
-—Sono stati suggestionati, ecco la verità: vi dò la mia parola di
-dottoressa, che Enrico sta benone.
-
-Ella ordinò a tutti di andare a ritemprarsi assieme nella sua casa in
-montagna.
-
-—Abbiamo sofferto troppo e prima di riprendere il lavoro, propongo di
-andare a scacciare i tristi pensieri e passare qualche giornata lieta.
-
-—Approvato,—dissero tutti in coro.
-
-—Non mi scapperai più via,—disse il professore a Marcella.
-
-—No, ma devi promettermi di non far più esperienze sul corpo di nostro
-figlio.
-
-—E nemmeno su quello di Enrico, ne puoi star sicura, ho sofferto
-troppo,—rispose il professore.
-
-Paolo era ritornato di buon umore, e diceva che la scienza è pericolosa
-dopo che l'albero della scienza del paradiso era stato la rovina di
-Adamo ed Eva.
-
-—Ma fu l'origine dell'umanità,—osservò Enrico.
-
-—Infine non sappiamo nulla,—disse il professore,—intanto godiamo di
-questa tregua alle nostre ansie. Chi ci avrebbe detto un'ora fa, quando
-eravamo tanto tristi e abbattuti, che in poco tempo tutto potesse
-mutarsi? Ma mia moglie è ritornata a ridonare la pace e la serenità
-alla vecchia casa che pareva sul punto di crollare. Ora mi sento nuova
-lena per ricominciare il lavoro interrotto.
-
-—Ed io non t'abbandonerò più,—disse Marcella.
-
-—Lo credo bene,—saltò su Enrico,—colla tua scienza ci hai ridato la
-pace e fatto la luce.
-
-
-
-
-DIVINAZIONE.
-
-
-In generale, quando il dottor de Roberti invitava a pranzo i suoi
-colleghi, dimenticava le noie della professione, era allegro, vivace,
-spiritoso, parlava di cose frivole, e gli pareva d'esser ritornato ai
-bei tempi in cui era studente.
-
-Egli sedeva a tavola come al solito, cogli amici, ma quella sera non
-parlava, rispondeva a monosillabi e pareva assorto in un pensiero
-tormentoso.
-
-—A che cosa pensi? Dov'è scappato il tuo buon umore? hai qualche
-pensiero che ti preoccupa?—gli chiesero i compagni.
-
-—Nulla,—rispose il dottore,—penso ad un caso strano che mi è
-accaduto in passato, e che oggi un avvenimento nuovo ha ridestato nella
-mia memoria.
-
-—Potresti bene raccontarcelo, piuttosto di startene pensieroso a
-ruminarlo nella tua mente,—disse il suo vicino di tavola.
-
-—Quando il cervello è carico di pensieri, il solo mezzo per sollevarlo
-è dar la stura al discorso, la parola è la valvola di sicurezza dei
-pensieri che ci opprimono,—sentenziò un altro.
-
-—Sentiamo questo caso strano;—dissero in coro tutti gli amici; e
-soggiunsero vedendolo titubante:—Fuori infuria la bufera e in questo
-tepore, raccolti intorno alla tavola con una tazza di moka davanti e
-una sigaretta in mano, sarà un vero godimento ascoltare una storia
-curiosa, narrata nel modo squisito ed elegante come tu solo sai fare.
-
-—Non ho bisogno di queste lusinghe,—disse de Roberti,—ma sarò
-compiacente e vi racconterò la mia storia che forse potrà interessarvi;
-in ogni caso, mi farà bene vuotare il sacco e resterò più leggero;
-solo mi permetterete di non dirvi il nome dei miei personaggi per non
-tradire il segreto professionale.
-
-Rimase qualche istante assorto come per raccogliere le idee e
-incominciò:
-
-«—Era un pomeriggio di primavera, una di quelle giornate tepide, piene
-di profumi e d'incanti, che invitano a correre all'aperto a prendere un
-bagno d'aria e di sole, e riesce d'immenso sacrificio quel doversene
-star rinchiusi fra quattro mura a udire il racconto di tanti mali che
-tormentano l'umanità. Erano sfilati davanti a me un bel numero di
-pazienti, altri erano ad attendere nella sala d'aspetto, ma mi sentivo
-stanco, provavo un desiderio prepotente di andare a passeggio e avevo
-deciso di non ricevere più nessuno, quando il mio cameriere mi disse
-che una signora insisteva per essere ricevuta.
-
-«—Ritorni domani,—diss'io.
-
-«—Non vuole andarsene,—disse il cameriere,—ha detto che si sbrigherà
-presto; poi è tanto carina,—soggiunse.
-
-«Pensai che forse gli aveva dato una grossa mancia; non mi sentivo
-più la forza di oppormi e dissi:—Falla entrare;—tanto è vero che
-qualche volta, quando si è stanchi, ci si lascia suggestionare anche
-dal cameriere.
-
-«Era una signora giovane, elegantissima, ben proporzionata nella
-persona, cogli occhi neri, profondi e la bocca piccola, sorridente, ma
-in fondo a quello sguardo acuto e a quel sorriso c'era qualche cosa di
-così triste che inspirava ad un tempo simpatia e compassione. Essa mi
-porse la mano dicendomi:
-
-«—Perdonate se vi disturbo, ma ho sentito parlar tanto di voi, e so
-che oltre ad essere un abile medico, siete un profondo psicologo.
-
-«—Non sembrate ammalata,—diss'io.—Il vostro aspetto è fiorente.
-
-«—L'apparenza inganna,—rispose,—e poi sono tanto infelice....
-
-«Così per far qualche cosa e per inveterata abitudine, le toccai il
-polso dicendo:
-
-«—Sentiamo le vostre sofferenze.
-
-«—Prima di tutto ho la disgrazia d'esser ricca,—riprese,—poi quella
-di leggere nel pensiero altrui, e so pur troppo che tutti agognano alle
-mie ricchezze e nessuno mi vuol bene sinceramente, ed io ho invece
-tanto bisogno d'affetto.
-
-«Aveva le lagrime agli occhi e m'inspirava una gran compassione, ma ero
-incerto, non sapevo che cosa dirle, quando a un tratto si staccò da me:
-
-«—Non sono pazza!—esclamò con voce irritata.
-
-«Era appunto il pensiero che m'era passato per la mente e quella
-chiaroveggenza mi sorprese.
-
-«Da quel momento la mia ammalata incominciò ad interessarmi e
-dimenticai il tepore primaverile e i campi in fiore per dedicarmi a
-quell'essere grazioso che mi si presentava tanto diverso dagli altri.
-
-«—Scusate,—le dissi tutto confuso,—non vi conoscevo, ora vi siete
-rivelata e vi credo; potete continuare.
-
-«—Ecco,—rispose,—appena voi mi avete toccato la mano e un pensiero
-si è formato nella vostra mente, esso si è riflesso nella mia come
-in uno specchio, e così avviene sempre e con tutti, e ciò forma la
-mia infelicità, perchè so con certezza matematica che non ho un amico
-sincero.
-
-«—Veri amici non se ne trovano tanto spesso,—io dissi,—ma siete
-bella, giovane, ne incontrerete certo sul vostro cammino, e più
-fortunata d'ogni altra potrete conoscere a fondo il loro cuore e il
-loro pensiero.
-
-«Scosse il capo malinconicamente e rispose:
-
-«—Ho avuto una sola vera affezione nella mia vita, mia madre! Se
-sapeste come ero felice in quel tempo! Sapevo che il suo cuore era
-tutto per me, ero la sola sua preoccupazione, il suo unico pensiero,
-non viveva che per farmi lieta, per circondarmi di tutte le comodità
-della vita, essa accumulava denaro per lasciarmi ricca, s'impensieriva
-se una nube passava sulla mia fronte. Non vi posso descriver le mie
-sofferenze quando la vidi ammalata, lo strazio che provavo ogni volta
-stringendo la mano del dottore che la curava, sapendo che non c'era
-più speranza di salvarla, come mi faceva credere colle parole che
-mentivano pietosamente. E poi quando tutto fu finito e rimasi sola al
-mondo, senza fede, senza illusioni e senza amici, quale sciagura!
-
-«Essa aveva le lagrime agli occhi; io cercavo di consolarla facendole
-intravvedere un avvenire più lieto, quando forse un cuore affettuoso
-l'avrebbe compensata della materna affezione perduta per sempre.
-
-«—Per un momento l'ho creduto anch'io,—disse,—ma mi sono ingannata.
-Incontrai un giovane che chiese la mia mano; pareva sincero, mi era
-simpatico e l'avevo accettato perchè troppo penosa mi riusciva la
-solitudine. Che disillusione! mentre mi teneva per mano e le sue labbra
-mi dicevano parole d'amore, la sua mente pensava al modo d'impiegare le
-mie ricchezze, egli meditava di vendere la casa dei miei avi, di mutar
-tutto quello che aveva per me la religione delle memorie, voleva darsi
-a speculazioni azzardose, farmi cambiar metodo di vita e consuetudini,
-e mai nessun pensiero gentile al mio indirizzo, parole, soltanto parole
-per nascondere il vuoto dei suoi sentimenti.
-
-«Come potete credere, mandai tutto a monte e così ebbi la soddisfazione
-di guastare i suoi piani, ma che mi giovò? Sono stanca della vita e
-venni appunto a voi per trovar rimedio alle mie sofferenze.
-
-«—Bisognerebbe che mutassi la vostra natura,—diss'io,—prendendole la
-mano,—e la vostra stessa sensibilità, quella che vi e cagione di tali
-sofferenze e disinganni, vi colloca fra le persone privilegiate; non
-posso che offrirvi la mia amicizia; e questa è sincera e senza secondi
-fini; vi permetto di leggere liberamente nel mio pensiero,—dissi,
-porgendole la mano.
-
-«Essa me la strinse fra la sua sorridendo.
-
-«—Grazie,—disse,—accetto di cuore. Ho tanto bisogno d'un'amicizia
-sincera; però anche la vostra è alquanto interessata.
-
-«La guardai con uno sguardo interrogativo e trionfante, sperando di
-coglierla in fallo. Essa soggiunse colla sua voce insinuante e con un
-accento un po' ironico:
-
-«—Interessata,—lo ripeto,—e non m'inganno. Non sono le mie ricchezze
-che vi premono, ma trovate ch'io sono un essere curioso, degno d'esser
-studiato, un bel caso, come dite voi medici, e l'amore della scienza vi
-spinge ad offrirmi la vostra amicizia.
-
-«Io ero attonito; aveva ancora letto come in un libro aperto quello che
-stava in fondo al mio pensiero; sentivo una vera simpatia per quella
-giovane, ma la curiosità di studiare il mistero di quella sensibilità
-straordinaria, di quella divinazione meravigliosa, m'avea spinto ad
-offrirle la mia amicizia: ero confuso come se fossi stato colto in
-fallo, ma essa con accento franco e risoluto, soggiunse:
-
-«—Ebbene, comunque sia, accetto con tutto il cuore la vostra offerta,
-almeno il movente ne è più elevato e posso esser utile a qualche
-cosa; ciò mi riconcilia coll'esistenza; dunque siamo intesi,—disse
-congedandosi,—me ne vado contenta perchè so di aver trovato un amico.»
-
- * * * * *
-
-De Roberti fece una pausa per riposarsi, accese una sigaretta e diede
-un profondo sospiro evocando quei ricordi passati.
-
-I suoi amici pendevano dalle sue labbra, impazienti che continuasse il
-racconto che incominciava a riuscir loro interessante.
-
-Dopo qualche minuto il dottore riprese:
-
-«—Vi confesso che penso all'amicizia di quella donna con sincero
-rimpianto, passai con lei ore veramente deliziose e interessanti—non
-sorridete, fu un'amicizia pura, senz'ombra di sottintesi, eccezionale
-come la persona che la inspirava.—Vi dirò anche che quella sua
-chiaroveggenza mi metteva sgomento, dovevo fare uno sforzo per
-padroneggiare i miei pensieri e disciplinarli, e quantunque mi
-accogliesse con festa e mi trovassi molto bene nella sua compagnia,
-non potevo prolungar troppo le mie visite. Andavo generalmente di
-sera, quando era sola, essa si confidava a me interamente e ascoltava
-i miei consigli. Era invero un essere eccezionale, degna d'essere
-studiata, i suoi sensi erano acutissimi e raffinati, indovinava con
-uno sguardo il carattere d'una persona, coll'aiuto del tatto, leggeva
-nel cervello altrui come in un libro aperto, pareva un essere fatto
-per un altro mondo, dove dovesse regnare la sincerità. È certo che
-in mezzo a noi, abituati a nascondere la verità coll'artificio della
-parola, si trovava a disagio, soffriva continuamente nell'intimo del
-suo animo, e quei patimenti si ripercuotevano anche sul suo fisico
-alquanto delicato, e se io non le avessi dato delle norme di vita per
-poter lottare contro le pene dello spirito, avrebbe perduto la salute.
-Non la curavo con farmachi inutili; nemmeno gli anestetici riuscivano
-a diminuire quella morbosa sensibilità; mi preoccupavo soltanto dello
-spirito, la consigliavo a mutar spesso luoghi e conoscenti: infatti in
-ogni nuova persona che avvicinava, avea l'illusione di aver trovato
-un'anima sorella, ed era tutta piena di speranza, ma quando leggeva
-nel pensiero della nuova amica, e ne approfondiva i sentimenti, era
-una nuova delusione, e soleva dire, che sempre più si persuadeva che
-nel mondo tutto è ignobile e interessato, si spera che quelli che ci
-avvicinano siano diversi dagli altri, s'incomincia ad amarli e il
-disinganno riesce più doloroso.
-
-«Aveva momenti di scoraggiamento e di misantropia ch'io dovevo
-combattere con tutte le mie forze, trovando pericolosa quella tendenza
-alla solitudine che nel suo stato d'animo avrebbe potuto condurla alla
-lipemania.
-
-«Cercavo di far sorgere in lei ogni tanto un interesse nuovo per
-distrarla. Ora le consigliavo di leggere dei libri serii ch'erano i
-migliori amici, i soli che non tradiscono mai, oppure la spingevo a
-fare delle escursioni alpestri nelle quali l'animo si ritempra al
-contatto colla natura selvaggia, suscitavo nel suo spirito la passione
-per le arti, per lo sport, per le scoperte scientifiche, e la trattavo
-come una bimba che ha bisogno continuamente d'un nuovo divertimento.
-
-«Mi era riconoscente, diceva che ero la sola persona che le volesse
-un po' di bene, il suo solo amico; leggeva nel mio interno e, secondo
-lei, ero un uomo perfetto; mi diceva generoso, buono, indulgente,
-dedito solo alla scienza e al bene dell'umanità, e tante altre
-cose che facevanmi temere che leggesse nel mio pensiero con lenti
-d'ingrandimento.»
-
-I suoi ascoltatori protestarono, ma egli senza interrompere il suo
-racconto continuò:
-
-«Sta il fatto che ero il suo confidente e quella fanciulla
-m'interessava ogni giorno di più. Era straordinaria; peccato che non
-si prestava volentieri a lasciarsi studiare e che nell'interesse
-ch'io prendevo per la sua persona, nel godimento della sua piacevole
-conversazione, dimenticavo la scienza e la mia professione e mi
-lasciavo cullare dall'incanto di quella voce insinuante.
-
-«Non veniva a casa mia che raramente, quando aveva qualche cosa da
-chiedermi, ed era un po' di tempo che non andavo a vederla.
-
-«Un giorno capitò da me improvvisamente come una bomba. Non aveva la
-sua solita faccia serena, ma era confusa, incerta come chi non sa
-incominciare un discorso.
-
-«Io la guardai un po' sorpreso e inquieto.
-
-«—Che c'è di nuovo?—le dissi,—Che cosa avete?
-
-«—Caro dottore,—rispose,—non mi rimproverate, ma sto per fare una
-grande sciocchezza. Mi sono decisa a prender marito.
-
-«Non so perchè, a quell'annuncio così imprevisto, rimasi un po'
-contrariato, ma mi dominai subito; dissi, sorridendo:
-
-«—Voi che leggete nel pensiero delle persone avrete meglio d'ogni
-altro la possibilità di fare una buona scelta.
-
-«—Pur troppo ci sono cose inesplicabili, sentimenti che non si possono
-vincere,—rispose,—ed io mi trovo nel caso di uno che vede un abisso
-davanti a sè e vi si sente attratto irresistibilmente.
-
-«—Sentiamo di che cosa si tratta,—io dissi facendomela sedere
-vicino,—forse il diavolo non è così brutto come si dipinge.
-
-«Allora mi narrò che si era incontrata col conte V.... un giovane
-simpatico, elegante, appartenente alla migliore società e se n'era
-innamorata pazzamente: era un giovane scioperato, che non aveva mai
-fatto nulla di buono nella sua vita, amava il giuoco, le feste, le
-allegre brigate e i divertimenti; avendo veduto diminuire la sua
-sostanza, aveva pensato di prender moglie per continuare la sua vita
-spensierata.
-
-«—Che volete?—disse,—sono certa d'essere infelice, ma mi sento
-attratta verso di lui da una forza misteriosa alla quale non posso
-resistere.
-
-«Io la tenevo per mano e non sapevo che dirle; la sentivo così
-innamorata, così risoluta nella sua decisione che qualunque cosa le
-avessi detto per distogliernela, le avrebbe fatto l'effetto contrario.
-
-«—Mi compiangete,—soggiunse.—Indovino tutto quello che potreste
-dirmi per distogliermi dalla risoluzione presa; me lo sono detto
-io stessa, è il destino che mi spinge, sono debole come una foglia
-travolta dalla bufera, non posso opporre nessuna resistenza.
-
-«—Almeno,—dissi,—pensate all'avvenire, servitevi del vostro
-privilegio di prevedere gli avvenimenti per salvarvi dalla rovina.
-
-«—Farò quello che potrò,—rispose alzandosi e stringendomi la
-mano,—promettete di restar sempre il mio fido amico; ciò mi darà
-coraggio.
-
-«Promisi, e quando la vidi uscire mi fece l'effetto di persona inerme
-che andasse a cacciarsi nel mezzo d'una fiera battaglia.
-
- * * * * *
-
-«Per alcuni mesi rimasi senza notizie della mia amica e vi confesso
-che sentivo molto la mancanza di quell'essere eccezionale, sentivo
-un vuoto intorno a me come se avessi perduto una figlia carissima,
-rimpiangevo le piacevoli ore passate con lei, le intime conversazioni
-indimenticabili.
-
-«Però non si era dimenticata di me, e a poco a poco si stabiliva fra
-noi una corrispondenza continuata ed assidua.
-
-«Ebbe un periodo di felicità, si sentiva amata dal suo sposo e il mondo
-le appariva ad un tratto migliorato, e che tutti fossero più buoni per
-lei dopo che la sapevano protetta e felice.
-
-«Viaggiò molto, frequentò la società elegante, divenne quasi frivola e
-mondana.
-
-«Nella gioia di sapersi amata si abbandonava interamente a seguire la
-volontà del marito come se si trovasse sdraiata in una barca su lago
-tranquillo lasciandosi trascinare dalla corrente.
-
-«Non penso a nulla—mi scriveva—mi affido alla vita e non tento
-nemmeno di sapere quello che pensa il mio compagno, si sta tanto bene
-qualche volta trascorrendo i proprii giorni nell'ignoranza. Sono come
-in un sogno e temo di risvegliarmi.»
-
-«Poi vennero lettere meno serene, nelle quali s'indovinava un
-turbamento ch'ella voleva nascondere, poi altre dove non celava più la
-sua preoccupazione per l'avvenire.
-
-«Un giorno, quando la credevo lontana mille miglia, venne da me
-improvvisamente e tanto mutata che mi fece un'impressione penosa.
-
-«La sua faccia pallida aveva perduto il bel colorito della salute e
-intorno agli occhi bruni e profondi aveva due cerchi turchini come se
-fosse uscita da una malattia; teneva in mano una borsa voluminosa che
-le dava un aspetto strano.
-
-«—Siete ammalata,—le dissi.
-
-«—Forse, ma non importa.
-
-«—E vostro marito?
-
-«—Come l'avevo preveduto, non mi ama più, mi tradisce e mi rovina,
-pazienza,—soggiunse con un sospiro doloroso,—ormai sono destinata
-a trascinare la mia catena, un fiume non può rimontare alla sorgente,
-così non si può rivivere il tempo passato; ma voi mi siete sempre
-amico?—chiese rivolgendomi uno sguardo supplichevole.
-
-«—Accertatevene voi stessa,—dissi, offrendole la mano.
-
-«La prese ansiosamente, come il naufrago una tavola di salvezza, e
-soggiunse:
-
-«—È vero, siete sempre uguale, i vostri sentimenti non sono mutati.
-Siete la sola persona di cui posso intieramente fidarmi; a voi affido
-il mio avere, tutto quello che ho potuto salvare dal naufragio.
-
-«Sì dicendo, aperse la borsa che teneva in mano e trasse fuori carte di
-valore, titoli al portatore, mucchi di cartelle che si accatastavano
-disordinatamente sul tavolino. Non avevo mai visto tanti valori
-riuniti, mi davano le vertigini e stupivo di vederli trattare con
-tanta indifferenza come fossero carte straccie.
-
-«Osservavo in silenzio e non capivo che cosa volesse fare di tutte
-quelle ricchezze.
-
-«Essa contava:
-
-«—Cento, duecento, cinquecentomila, ecco tutto quello che mi rimane,
-e che io affido a voi per salvarlo; vi raccomando, non dite nulla a
-nessuno, prendete.
-
-«Io esitavo, e la guardavo esterrefatto.
-
-«—Mi credete pazza,—disse,—non lo sono: v'ingannate, vi prego di
-tener questa somma come sacro deposito, datemi ancora questa prova
-d'amicizia, sarà forse l'ultima.
-
-«—Almeno mi concederete di farvi due righe di ricevuta,—io dissi.
-
-«—Non importa,—rispose,—ho letto abbastanza nella vostra anima per
-convincermi che di voi posso fidarmi.
-
-«—Ma potrei morire.
-
-«—Morrò io prima, lo sento, sono tanto ammalata. Anzi, se questo
-avviene, adoperate il mio avere in qualche opera di beneficenza.
-
-«Le feci scrivere questo suo desiderio e volli che accettasse da me due
-righe di ricevuta, che nascose in un medaglione che teneva attaccato
-alla catena dell'orologio, dicendo:
-
-«—Mio marito non sa nulla, non deve sapere, ricordatevi, ha
-sempre ignorato questa parte della mia fortuna che sono riuscita a
-nascondergli, ma ora non posso più, non ho più la forza di lottare;
-non sapete?—mi disse abbassando la voce,—che una volta avendogli
-io rifiutato del danaro, ho sentito in lui il desiderio della mia
-morte, e—orribile a dire—gli è passata nella mente anche l'idea di
-sopprimermi; quanto ho sofferto non potete immaginare! basta! ora è
-finita, non l'amo più.
-
-«—E vivrete ancora con lui? Avete questo coraggio?
-
-«—Ormai crede ch'io non possieda più nulla, non avrebbe più scopo
-di uccidermi; ora viaggia, si diverte e non si chiede nemmeno in
-che modo io possa vivere.... Devo tornarmene per definire alcune
-cose ancora, poi verrò a chiedere asilo alla vostra casa di salute;
-anzi, se possibile, dovreste prendere in affitto per me un villino
-nelle vicinanze, e ricordatevi per la nostra vecchia amicizia che mi
-accoglierete come vostra ospite: sono tanto ammalata, che ho bisogno
-d'esser vicina al mio medico, e il mio spirito appunto invoca il suo
-vecchio amico. Acconsentite, non è vero?
-
-«La rassicurai e intendevo subito offrirle ospitalità nella mia casa,
-ma volle partire promettendo che sarebbe ritornata al più presto
-possibile.
-
-«—Sarà la mia ultima fermata,—disse congedandosi,—e l'ultimo
-pensiero che mi sorride è di morire presso di voi.
-
- * * * * *
-
-«Dopo pochi giorni, io era in festa preparando un bel nido presso la
-mia casa, avevo preso in affitto un grazioso villino inghirlandato di
-rose rampicanti, stavo ammobiliandolo elegantemente perchè fosse degno
-della mia amica, quando mi venne l'annuncio della sua morte.
-
-«Pensate alla mia sorpresa e al dubbio orribile che mi assalse: mi
-passò per la mente che il marito l'avesse uccisa per impadronirsi
-degli ultimi residui della sua fortuna. Che cosa avrei dovuto fare?
-accusarlo? A che scopo? Forse m'ingannavo, mi contentai di chiedere
-alla sua fida cameriera, che venne a recarmi il medaglione colla mia
-ricevuta, ragguagli su gli ultimi momenti della sua padrona.
-
-«Disse che era ammalata da molto tempo e ogni giorno la vedeva farsi
-più debole e stanca; del marito non sapeva nulla, ma l'amava sempre e
-soffriva di quell'abbandono. Poi mi narrò che la mia amica, sentendosi
-morire, le diceva:
-
-«—Rammentati quando sarò morta che devi recare tu stessa il mio
-medaglione d'oro al dottor de Roberti, e il mio ritratto che sta nel
-salotto, gli dirai di tenerli per mia memoria, che pensi a me e si
-rammenti l'incarico che gli ho dato.
-
-«Parlandomi degli ultimi momenti della sua signora era commossa, si
-rammaricava che la mia amica non avesse potuto morire vicino a me e
-quest'ultimo desiderio non fosse stato appagato.
-
-«—Vi assicuro che fu per il mio cuore un fiero colpo e non sapevo
-darmi pace che fosse scomparsa così improvvisamente.
-
-«Ed ora voi sapete bene l'origine dell'asilo per i poveri infermi
-fabbricato col lascito di una signora che desiderava conservare
-l'incognito.
-
-«Fu la mia amica che, avendomi confidato i suoi averi, ha permesso che
-potessi appagare il mio desiderio e accogliere tanti poveri ammalati di
-malattie del sistema nervoso, i quali in caso diverso sarebbero stati
-abbandonati o confusi coi pazzi. Sono passati più di cinque anni e sono
-contento dei risultati ottenuti; la parte della mia casa destinata
-ai ricchi mi aiuta a mantenere quella pei poveri, e credo che l'aver
-potuto curare ciascun malato quasi separatamente, abbia contribuito ad
-ottenere i buoni risultati che voi conoscete.
-
-«Ora, oggi stesso, mi capitò una strana combinazione che mi ha fatto
-rinvangare il passato ed è causa della preoccupazione che avete notato.
-
-«Pensate che il conte V...., marito della mia amica, è venuto a
-pregarmi ch'io l'accetti nella mia casa di salute.
-
-«È molto ammalato e ridotto nella più squallida miseria.
-
-«—Eravate tanto suo amico e spero che non mi abbandonerete, vi
-supplico, in nome della sua amicizia,—mi ha detto.
-
-«L'ho subito accolto e ho messo a sua disposizione il villino destinato
-a sua moglie. Egli rimase confuso, non potendo credere a tanta
-generosità.
-
-«—Ma sono un miserabile,—andava ripetendo,—non ho più nulla, non
-sono degno di abitare questo bel villino, non potrò mai compensarvi.
-
-«—Vostra moglie mi ha tanto aiutato nella mia opera di beneficenza,
-che devo farlo per la sua memoria,—diss'io.
-
-«Egli era commosso, piangeva come un bambino e non trovava parole per
-ringraziarmi.
-
-«Non immaginava certo di avere un po' di diritto alla mia ospitalità.
-
-«Anche questo è un essere originale da studiare, anch'egli ha preso una
-certa facilità d'indovinare i pensieri altrui, non certo al grado della
-moglie, ma vi confesso che questa coincidenza mi ha turbato; i ricordi
-del passato rivivono nella mia mente ed ecco perchè oggi non sono il
-vostro allegro commensale.»
-
-Gli amici lo ringraziarono di quel racconto che li aveva tanto
-interessati e dopo si trattennero a parlare dei misteri della psiche
-ancora ignorati e della trasmissione del pensiero, concludendo che
-il nascere con un tal privilegio, varrebbe a far l'uomo ancora più
-infelice.
-
-
-FINE.
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- Una tragedia in un cervello Pag. 1
-
- Vibrazioni ignote 103
-
- L'anima del mondo 153
-
- Gioiello rivelatore 253
-
- Fosforescenze 291
-
- Divinazione 359
-
-
- * * * * *
-
-
-NOTE DI TRASCRIZIONE:
-
- ○ Ovvi errori di punteggiatura sono stati riparati;
-
- ○ Pag. 53, l'errore di stampa «vendiditori» è stato corretto
- (l'andirivieni dei venditori e delle venditrici);
-
- ○ Pag. 58, è stato aggiunto il trattino lungo di chiusura precedente
- l'inciso per il discorso diretto (—Ah, anche i cavalieri
- serventi?—chiese Valentina);
-
- ○ Pag. 71, è stato aggiunto il trattino lungo di apertura seguente
- all'inciso per il discorso diretto (—Dov'è? Dov'è?—chiese
- Valentina,—voglio vederla);
-
- ○ Pag. 74, è stato aggiunto il trattino lungo all'inizio del discorso
- diretto (—La più grande è la tomba di Can Signorio,—disse Giulia.);
-
- ○ Pag. 77, sono stati aggiunti alcuni trattini lunghi mancanti per il
- discorso diretto;
-
- ○ Pag. 121, è stata aggiunta la preposizione semplice «di» (Cercavo
- di distrarlo facendogli ...);
-
- ○ Pag. 207, è stato aggiunto il trattino lungo all'inizio del
- discorso diretto (—Che è accaduto?—chiese a Savina ...);
-
- ○ Pag. 222, è stato aggiunto il trattino lungo di apertura seguente
- all'inciso per il discorso diretto (—Puoi dire quello che
- vuoi—disse l'Arlandi,—ma questa gita misteriosa ...);
-
- ○ Pag. 228, è stato aggiunta la punteggiatura all'abbreviazione
- seguendo lo stile dell'autrice all'interno del racconto (a tutti i
- conoscenti e al dottor B., direttore della casa ...);
-
- ○ Pag. 232, la voce «desidario» è stata mantenuta (Il signor Carlo
- trovò giusto il desidario del figlio ...);
-
- ○ Pag. 245, l'errore di stampa «circoncondati» è stato corretto (ci
- sembra esser circondati da misteri che la scienza ...);
-
- ○ Pag. 355, la prima persona singolare dell'indicativo presente del
- verbo dare è stata mantenuta accentata nell'occorrenza (vi dò la mia
- parola di dottoressa ...);
-
- ○ Pag. 363, sono state inserite le caporali iniziali al raccontato
- del personaggio nel discorso diretto («—Era un pomeriggio di
- primavera ...).
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO IL MISTERO ***
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